Friedrich Kittler – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 22 Oct 2026 22:01:52 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Il Metaverso. Profili strutturali, socio-mediologici, economici e giuridici https://www.carmillaonline.com/2025/11/09/il-metaverso-profili-strutturali-socio-mediologici-economici-e-giuridici/ Sun, 09 Nov 2025 21:00:42 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91028 di Gioacchino Toni

Luca Di Majo, Gino Frezza, a cura di, Il Metaverso. Profili strutturali, socio-mediologici, economici e giuridici, Mimesis, Milano-Udine, 2025, pp. 472, € 36.00

Avvalendosi di una serie di contributi di ingegneri informatici, sociologi, mediologi, economisti e giuristi, il volume Il Metaverso (Mimesis, 2025), curato da Luca Di Majo e Gino Frezza, dopo un primo gruppo di scritti utili a introdurre agli ambienti tecno-relazionali dei mondi paralleli delineandone la struttura e il funzionamento, presenta una serie di approfondimenti degli aspetti culturali, sociali e di consumo del Metaverso per poi, nella parte finale, affrontarne gli aspetti legali ed economici, evidenziando come [...]]]> di Gioacchino Toni

Luca Di Majo, Gino Frezza, a cura di, Il Metaverso. Profili strutturali, socio-mediologici, economici e giuridici, Mimesis, Milano-Udine, 2025, pp. 472, € 36.00

Avvalendosi di una serie di contributi di ingegneri informatici, sociologi, mediologi, economisti e giuristi, il volume Il Metaverso (Mimesis, 2025), curato da Luca Di Majo e Gino Frezza, dopo un primo gruppo di scritti utili a introdurre agli ambienti tecno-relazionali dei mondi paralleli delineandone la struttura e il funzionamento, presenta una serie di approfondimenti degli aspetti culturali, sociali e di consumo del Metaverso per poi, nella parte finale, affrontarne gli aspetti legali ed economici, evidenziando come il diritto fatichi a tenere il passo del progresso tecnologico e il rischio che si vengano a creare inedite forme di sovranità compromettenti i diritti fondamentali degli esseri umani.

In apertura del suo contributo, Massimiliano Rak introduce il Metaverso, gli avatar che in/con esso si relazionano e la Realtà Estesa, intesa come soluzione tecnologica per la percezione di tale ambiente tecno-relazionale, in questo modo:

Il Metaverso in quanto Mondo Virtuale è caratterizzato da un ecosistema autosufficiente, all’interno del quale è possibile interagire, con altri partecipanti o con gli oggetti digitali del mondo stesso, secondo regole sue proprie e con regole di interazione che sono limitate solo dalle caratteristiche del mondo virtuale stesso. Gli avatar sono l’altra faccia della medaglia del mondo virtuale: sono il modo in cui l’individuo si pone nel Metaverso e nella ricostruita realtà. La forma con la quale interagisce con gli altri e il modo in cui gli altri percepiscono chi a quel mondo partecipa. La Realtà Estesa infine è la soluzione tecnologica per la percezione del Metaverso stesso: l’utilizzo di strumenti che ampliano (potenziano? Alterano?) i sensi per permettere l’interazione nel mondo virtuale e immergere il partecipante nel mondo virtuale e impersonare il suo avatar, ad oggi la parte meno diffusa e consolidata nella gestione dei Metaversi, a causa della immaturità e il costo delle tecnologie coinvolte (p. 19).

L’idea di mondo virtuale, come spazio simulato, retto da regole proprie e abitato da entità che interagiscono secondo dinamiche locali producendo comportamenti, precede quella di Metaverso. Rak riporta esempi pionieristici ancora privi di interattività con esseri umani a cui hanno fatto seguito, in ambito ludico, i Role Playing Games (RPG) e, successivamente, i Massively Multiplayer Online Role-Playing Games (MMORPG) che hanno trovato diffusione nel nuovo millennio. Tra gli esempi più conosciuti di game che si espandono in vere e proprie piattaforme creative e sociali associabili al concetto di Metaverso, Rak indica Minecraft (dal 2009), sandbox che consente ai gamer di intervenire creativamente sullo spazio virtuale creando regole e narrazioni e di agire sulle meccaniche di gioco, mentre tra i precursori veri e propri del concetto di Metaverso l’autore indica Second Life (dal 2003), Roblox (2006), Spatial (dal 2017), Cryptovoxels (2018), Horizon Worlds (dal 2019) e Decentraland (dal 2020).

Rak si sofferma sull’impiego in ambito non ludico dei diversi tipi di Metaverso facendo riferimento al ricorso a mondi virtuali come strumenti utili per valutazioni economiche e sociali, al loro utilizzo per simulare politiche, modelli di business e dinamiche sociali con modalità interattive: dall’introduzione di un’economia virtuale in Second Life all’uso degli spazi virtuali da parte di multinazionali come J.P. Morgan, dall’ambito didattico (es. Educa360 e Virbela) a quello sanitario, come nel caso delle cliniche virtuali di supporto da remoto ai pazienti (es. XRHealth e Thumbay Group), dalla formazione professionale alla prototipazione industriale e alla collaborazione remota. Al di là del tecnoentusiasmo dispensato da chi guarda al Metaverso soprattutto dal punto di vista del business e delle possibilità di esercitare controllo, resta difficile, sostiene Rak, prevedere l’impatto sulla società che avranno le tecnologie di realtà virtuale indirizzate «a fondere completamente i mondi virtuali (non più immaginari, ma virtuali) con la realtà fisica (la cosiddetta realtà estesa)» (p. 33).

Nel suo intervento, Leo Sorge definisce il Metaverso come «una collezione di mondi digitali diversi, con rappresentazione tridimensionale sul piano o nello spazio, che seguono le stesse regole», mondi che simulano caratteristiche spaziali e sensoriali del corpo umano e delle modalità con cui quest’ultimo percepisce il mondo. Sorge si sofferma sul Metaverso industriale privo della componete umanizzata, il Digital Twin (gemello digitale), utile per «riprodurre digitalmente il funzionamento di tutte le componenti di determinate attività quali magazzini, fabbriche, città […], eventualmente parti del corpo umano e via via scalando fino al mondo intero» (p. 38). A farne ricorso sono colossi come Siemens, General Electric, Dassault Systèmes, Nvidia e Microsoft. Il Digital Twin consente non solo di verificare il funzionamento dell’insieme nel tempo ma anche di prevedere improvvisi cambiamenti.

Nonostante l’importanza assunta dal Metaverso nel discorso pubblico contemporaneo, nota Christiano Presutti, la sua definizione rimane sfuggente e in continua trasformazione, dipendente com’è dall’evoluzione tecnologica, dalla mutevolezza delle pratiche sociali e, ovviamente, dal mutare delle interpretazioni teoriche che ne ridefiniscono i confini. Per quanto alcuni studiosi e sviluppatori lo descrivano come «un ambiente digitale persistente e immersivo, in cui gli utenti interagiscono attraverso avatar e oggetti virtuali», è evidente, continua Presutti, che, lungi dall’essere un’entità monolitica, il Metaverso è piuttosto «un insieme di spazi virtuali eterogenei, che si evolvono attraverso tecnologie, architetture e standard differenti» (p. 62). Nonostante il tentativo di creare una condizione immersiva attraverso il coinvolgimento sensoriale abbia una lunga storia, è soltanto sul finire del Novecento che, con la rivoluzione telematica e con il diffondersi della cultura cyberpunk nel discorso pubblico, secondo Presutti, si può parlare propriamente di Metaverso a prescindere dall’appropriazione del termine da parte di Mark Zuckerberg nel 2021.

Per quanto, come detto, ogni definizione non possa che essere provvisoria, per fornire un quadro concettuale utile all’analisi tecnologica, a oggi, il Metaverso potrebbe essere definito come «un ecosistema digitale persistente e interoperabile, composto da spazi virtuali interconnessi, in cui gli utenti interagiscono attraverso avatar e oggetti digitali, sfruttando tecnologie di realtà estesa, blockchain e intelligenza artificiale» (pp. 64-65). Sottolineando come il Metaverso non sia riconducibile a mero ambiente tecnologico, bensì occorra guardare ad esso come un terreno di negoziazione sociale, politica ed economica, nel suo scritto Presutti ricostruisce le tappe principali dell’evoluzione storica del concetto di Metaverso determinato dall’intrecciarsi di sviluppi tecnologici, di trasformazioni dell’industria videoludica, di cambiamenti socio-economici e di momenti di svolta nell’immaginario collettivo, evidenziando, al contempo, i limiti sensoriali delle tecnologie immersive contemporanee, ancora in buona parte concentrate sull’udito e sulla vista, e come l’ambito videoludico rappresenti al momento il settore di sperimentazione trainante.

A partire dall’importanza storicamente assegnata all’immagine nel tentativo di superare i limiti fisici dell’essere umano per «visitare mondi possibili in cui non valgono le regole della natura e dove è possibile vivere storie nelle quali immergerci» (p. 77), Francesco Parisi guarda alle due strade con cui, a partire dagli albori della modernità, si è guardato all’immagine: la via rinascimentale italiana incentrata sulla rappresentazione di un evento intenzionalmente progettato e costruito e quella olandese mirante invece alla descrizione oggettiva del mondo senza implicare una narrazione compiuta e autoriferita, strade destinate a confrontarsi con l’avvento ottocentesco della fotografia, strumento tanto narrativo quanto descrittivo che ha imposto un importante cambio di paradigma percettivo.

Al fine di analizzare la Realtà Virtuale (RV) e la Realtà Aumentata (RA) che fanno seguito alla stagione in cui il cinema e gli audiovisivi hanno forgiato l’immaginario novecentesco, Parisi riprende la distinzione proposta da Jonathan Friday fra due diverse logiche che sottostanno rispettivamente all’immagine rinascimentale albertiana ed a quella kepleriana. Nella prima si guarda all’immagine come a «finestra dalla quale l’osservatore si affaccia per contemplare un mondo finzionale, parallelo e alternativo al mondo reale, in cui si sviluppa una storia che ha un inizio e una fine e che ha senso compiuto all’interno della cornice», un’immagine incentrata sulla volontà del pittore di «creare un mondo finzionale che risponda a una propria logica e sia completamente sganciato da ogni riferimento al mondo reale». Nel caso kepleriano, invece, l’immagine si propone come materializzazione dell’esperienza visiva di un osservatore, come frammento di mondo che, come tale, «non deve necessariamente avere o rappresentare una storia, ma solo essere visto per ciò che è» (p. 78).

Parisi guarda dunque alla realtà virtuale come alla più avanzata manifestazione del principio albertiano, e alla realtà aumentata come all’attuale punto di arrivo dell’immagine kepleriana evidenziando come, a suo avviso, «l’altalenante fortuna del Metaverso della quale si discute da tempo sia riconducibile all’eccessivo sbilanciamento, alimentato dai visori di RV, verso la logica dell’immagine albertiana», e come «l’adozione del paradigma kepleriano, mediante i dispositivi che vengono definiti oggi smart glasses, possa favorire non tanto la contemplazione di un Metaverso ma l’esplorazione di un diaverso, un universo che non sta altrove, ma che è già di fronte a noi e che possiamo espandere attraversandolo tecnologicamente» (p. 79). L’immagine kepleriana, nel suo «non propone un mondo fittizio in cui una storia si articola, ma solo la prospettiva descrittiva di un pezzo di mondo visto da qualcun altro», sostiene Parisi, «non ha lo scopo di trasferirci altrove, ma di essere strumento mediante cui accedere a un frammento di realtà altrimenti inaccessibile»; essa è dunque «la materializzazione di un’opportunità visuale» (p. 81), da qui la proposta di ricorrere al prefisso dià, a significare per mezzo di, attraverso.

A concludere la sezione dedicata ai profili strutturali del Metaverso, Leo Sorge riprende i principali snodi trattati dai diversi autori evidenziando come per quanto il mondo attuale continui a pensarsi strutturato da confini fisici, si trovi a fare i conti con una realtà rimodellata dall’espansione nel cyberspazio e nella space economy.

La sezione del volume dedicata agli aspetti socio-mediologici si apre con un saggio di Gino Frezza che invita a non guardare al Metaverso come se si trattasse di un’innovazione estemporanea priva di una storia. Lo studioso evidenzia, infatti, come la condizione di immersività all’interno di un ambiente visivo dall’apparenza tridimensionale in cui si interagisce con altri soggetti permessa dal Metaverso derivi da una serie di innovazioni tecnico-sociali che lo precedono. Il Metaverso andrebbe dunque guardato come risultato di un lungo processo che ha preso il via con la fotografia e che si è poi sviluppato nel cinema che, con la sua capacità di creare l’identificazione degli spettatori sullo schermo, ha posto le basi per l’esperienza immersiva consentita dal muovo ecosistema digitale.

Marco Centorrino ripercorre invece la storia della Rete mostrando come questa, tradendo le sue promesse libertarie, abbia finito per indirizzarsi verso il capitalismo digitale. Essendo i presupposti libertari con cui era nata la Rete ben diversi da quelli profit oriented da cui nasce il Metaverso, sarebbe sbagliato, sostiene lo studioso, vedere in quest’ultimo una nuova versione della Rete. Quello del Metaverso è infatti uno spazio concepito e realizzato direttamente dalle aziende private per scopi commerciali, per raccogliere dati biometrici degli utenti (salute, umore, emozioni) e per la vendita di prodotti virtuali in un contesto in cui muta il concetto stesso di proprietà. Non si tratta, dunque, di una semplice evoluzione della Rete, il Metaverso si sta configurando come un universo destinato a dotare le aziende di esercitare inedite forme di potere nei confronti degli utenti.

Riprendendo Friedrich Kittler nel suo denunciare la non neutralità tecnologica, nel convincimento che ogni dispositivo digitale sia contraddistinto da una precisa architettura di potere e controllo e che le operazioni mediate da macchine dipendano ben più dalle configurazioni fisiche (hardware) dell’apparecchiatura che dal software, Mario Tirino applica tale prospettiva di lettura anche al Metaverso rivelando come dietro alle lusinghe delle esperienze immersive sia possibile cogliere come le sue tecnologie non siano affatto «semplici strumenti di connessione», bensì «elementi che ristrutturano le relazioni sociali e i processi economici, rendendo gli utenti sempre più dipendenti dalle piattaforme digitali» (pp. 112-113). Nonostante le tecnologie e le applicazioni del Metaverso tendano ad essere presentate come una rivoluzione epocale priva di storia, anche Tirino evidenzia come, in realtà, queste siano costruite su modelli precedenti di controllo e archiviazione. Guardando alla dimensione materiale delle tecnologie digitali del Metaverso è possibile deostruire l’idea di un mondo virtuale completamente immateriale: «dietro la realtà simulata si nasconde il lavoro di sviluppatori, designer e operatori di data center, spesso sottopagati e sfruttati». Senza dimenticare che la digitalizzazione delle interazioni sociali nel Metaverso «implica nuove forme di alienazione, manipolando in diversi modi e per differenti finalità l’esperienza corporea e sensoriale dell’individuo» (p. 114).

Come scrive Gennaro Iorio, i saggi di Frezza, Centorrino e Tirino «dimostrano come il Metaverso non sia una semplice innovazione tecnica, ma un progetto che ridefinisce le regole dell’economia digitale e dell’interazione sociale, con implicazioni che vanno ben oltre il settore tecnologico» (p. 119). Insomma, più che un’opportunità di emancipazione e di innovazione democratica, il Metaverso si configura come un progetto volto ad estendere le dinamiche di controllo e sorveglianza già esistenti.

Se i toni entusiastici che accompagnarono la presentazione di Mark Zuckerberg del “suo” Metaverso nel 2021 si sono affievoliti, ciò è dovuto, sostiene Lorenzo Di Paola, soprattutto a tre fattori: la mancata attuazione in tempi rapidi della promessa di un mondo pienamente immersivo accessibile a tutti; il desiderio di recuperare pratiche sociali, di studio e di lavoro “in presenza”, dopo l’overdose di ricorso all’online dell’epoca della pandemia; la centralità assunta a livello mediatico ed economico dall’intelligenza artificiale a partire dal 2022 anche grazie alla sua capacità di interfacciarsi con i sistemi aziendali, creativi e sociali esistenti. Nonostante il progetto di Zuckerberg sia stato accompagnato/supportato da un’enfasi eccessiva rispetto alla sua concretizzazione pratica e diffusa (mentre nel frattempo si sono sviluppati mondi virtuali come Roblox, Fortnite e Decentraland) Di Paola invita a considerare quanto questo il progetto di Meta abbia comunque già influenzato le nostre vite. Il fatto stesso di essere stato presentato ha infatti posto una serie di problematiche con cui occorre sin da ora fare i conti:

La governance degli spazi (chi controllerà e come saranno regolamentati tali ambienti, quali quadri normativi saranno necessari); la sicurezza dei dati e della privacy degli utenti (con l’enorme quantità di dati che gli utenti metteranno a disposizione, sarà essenziale sviluppare sistemi di protezione avanzati per prevenire abusi e tutelare la fiducia degli utenti); le identità nel Metaverso (come gestire le identità degli utenti e garantire la sicurezza evitando truffe e manipolazioni); partecipazione equa e accessibile (per evitare nuove forme di esclusione socio-economiche e garantire accesso e opportunità a un pubblico più ampio possibile) (p. 126).

Di certo la progressiva immersione degli individui negli ambienti digitali è destinata a incidere radicalmente sulle dinamiche socio-tecnologiche contemporanee, a dar luogo a forme di sorveglianza e profilazione biometrica sempre più pervasive e a problematiche derivanti dall’indistinguibilità tra interazioni autentiche e manipolate, con relative implicazioni non solo a livello individuale ma anche sociale e politico. Un Metaverso di proprietà esclusiva di un ristretto numero di colossi tecnologici transnazionali comporterebbe, oltre che una sempre maggiore centralizzazione e mercificazione della rete, una concentrazione di potere incontrollabile dai governi nazionali, con evidenti ricadute sulle libertà individuali e sulle dinamiche sociali.

Antonella Napoli propone di guardare al Metaverso come «un crocevia tra l’immaginario sociale che elabora costantemente vie d’uscita e seconde occasioni […] in cui sono riversate paure e sogni socialmente prodotti» e «le ragioni tecnocratiche che, a partire da quello stesso immaginario, definiscono temi e narrazioni che rispondono in modi innovativi alle trasformazioni del capitalismo» (pp. 163-164). Il Metaverso può dunque essere visto come metafora di una contemporaneità attraversata da inquietanti contraddizioni tra potenzialità tecnomagiche e limitazioni tecnofeudali, tra crisi economiche legate a dinamiche di speculazione finanziaria, processi di crescente virtualizzazione dell’economia, dematerializzazione dei sistemi vitali e comunicativi e progressivo scivolamento verso l’indistinguibilità tra verità e menzogna.

Angelo Romeo indaga l’importanza degli attuali dispositivi tecnologici dell’agire comunicativo nella costruzione della conoscenza in un epoca in cui «ogni azione di intelligentia viene delegata sempre più spesso a una macchina» (p. 167), mentre Luigi Somma guarda ai rapporti fra la corporeità umana e le tecnologie del Metaverso in un contesto contraddistinto dall’indistinzione fra reale e virtuale, da identità sempre più dinisincarnate e da ambienti digitali despazializzati. «Le identità sociali che verranno a configurarsi nel Metaverso», scrive lo studioso, «saranno simulazioni iperrealistiche del proprio sé: simulacri della nostra identità, privi di qualunque ancoraggio a un referente reale». Allo stesso modo, «anche le relazioni, sotto l’insegna di un regime di (falsa) esibizione di trasparenza e autenticità, simuleranno le interazioni faccia a faccia, ma attraverso un alto grado di fluidità delle relazioni; le quali sempre più richiederanno una capacità di rekeying […] nel teletrasportarsi da un ambiente digitale all’altro, costituendo comunità multiple» (p. 183).

A partire dalla serie Black Mirror (Channel 4-Netflix, dal 2011) e dal film interattivo Black Mirror: Bandersnatch (2018) diretto da David Slade, entrambi creati da Charlie Brooker, Ivan Pintor Iranzo guarda al multiverso e al Metaverso come appiattimento del possibile. Entrambe le produzioni audiovisive mettono in scena l’impotenza umana nel plasmare il futuro, in esse le alternative offerte dalle tecnologie si palesano come accelerazione verso il nulla. Black Mirror, insomma, secondo lo studioso, induce a pensare multiversi e Metaversi come «un sintomo e una diagnosi di un presente esausto, segnato da fenomeni come l’economia dell’attenzione […], lo sfruttamento del capitale emotivo della popolazione, l’inscindibilità tra lavoro, svago ed emozioni e la creazione di un’economia globale della performance». Anziché meccanismi per scenari controfattuali, multiversi e Metaversi alternativi sembrano «rappresentazioni iterative dell’influenza che la tecnologia esercita sulla configurazione neuro-cognitiva della popolazione» (p. 208). I personaggi solitari immersi nei dispositivi tecnologici per accedere a un universo parallelo e interconnesso con l’esperienza di altre persone che popolano egli episodi della serie di Charlie Brooker, suggeriscono «un’impossibilità, quella dell’alleanza tra la tecnologia e un’immaginazione emancipatoria» (p. 209). Questi personaggi, appartenenti alla «classe media occidentale, perennemente sorvegliati in una società panottica e trasparente e spinti verso un’economia dell’attenzione che sovrappone il tempo libero con la produzione attraverso multiversi e Metaversi» (pp. 210-211), si configurano come testimonianza del realismo capitalistico, della propagandata impossibilità di immaginare un sistema alternativo.

Alcuni contributi della sezione dedicata agli aspetti socio-mediologici del Metaverso prendono in esame la sua incidenza su ambiti come la moda, lo sport, il gusto nell’alimentazione, l’universo museale e la salute. Michelle Grillo presenta una panoramica del rapporto attuale e in prospettiva tra mondo della moda e Metaverso soffermandosi sulla relazione di reciproca influenza tra i bisogni e i desideri di personalizzazione dei consumatori e le strategie commerciali dei brand che si approcciano a tale ambiente. Sarebbe limitativo vedere nel Metaverso una semplice replica digitale della realtà della moda; tale intersezione tra moda e tecnologia digitale introduce, oltre a nuovi modelli di business, inediti capitali simbolici e sociali che rafforzano le relazioni tra i brand e le community ponendo le premesse per un futuro in cui produzione e consumo sono sempre più intrecciati.

Delle trasformazioni che il Metaverso ha introdotto nel settore dello sport e di come le tecnologie immersive ne abbiano modificato il consumo mediale in termini di interattività e personalizzazione, trasformando l’esperienza del tifoso – investitore di prodotti digitali – in una una fonte continua di profitto per le società sportive si occupa Simona Castellano. Josephine Condemi riflette sull’incidenza delle rivoluzioni tecno-industriali sul senso del gusto e su come i Taste Media aprano inediti scenari di sofisticazione alimentare, mentre Marco Navarra guarda a come la digitalizzazione abbia trasformato il ruolo degli archivi e dei musei rendendoli spazi di fruizione e interazione virtuale e come l’avvento delle tecnologie immersive sia destinato a ridefinire ulteriormente il concetto stesso di esperienza museale promettendo da un lato un maggior accesso alla cultura e dall’altro ponendo interrogativi circa l’autenticità dell’esperienza estetica e la funzione sociale delle istituzioni museali. Di come il ricorso al Metaverso possa incidere sulla gestione della salute, tanto in ambito clinico che assistenziale, si occupa Cristiana Ferrigno ponendo attenzione su come la monetizzando dei dati sulla salute degli utenti attraverso sistemi di gamification promuova un’idea di benessere quantificabile attraverso pratiche di auto-monitoraggio dei parametrici fisici e delle performance nello svolgimento di attività. Se risulta problematica la scelta del soggetto o dei soggetti a cui affidare il controllo del Metaverso nell’ambito della salute, non lo è da meno, ricorda Ferrigno, l’individuazione di chi dovrà “controllare i controllori”.

A commento della corposa sezione dedicata ai profili socio-mediologici del Metaverso, Emanuela Piga Bruni evidenzia come lo «sfumare dei confini tra realtà e immaginazione, storia e memoria, naturale e artificiale» (p. 249) conduca al cyborg di Donna Haraway, al nuovo individuo che abita tale universo digitale immersivo. Riprendendo riflessioni che attraversano film e serie televisive di fantascienza come Blade Runner (1982) di Ridley Scott, Ghost in the Shell (1995) di Mamoru Oshii, Westworld (1973) di Michael Crichton e la serie televisiva Westworld (2016-2022) creata da Jonathan Nolan e Lisa Joy, la studiosa ritiene che ripartire dal corpo potrebbe essere «uno dei modi di abitare i mondi molteplici del Metaverso in modo tale che le istanze di anelito al sogno, alla consapevolezza di sé, alla connessione profonda con altre coscienze possano trovare spazio, insieme a esperienza di riconoscimento e trascendenza in ambienti dai confini sempre più porosi e iridescenti» (pp. 256-257)

Nella sezione finale del volume, dedicata economici e giuridici, come scrive Marco Bassini a commento e conclusione dei diversi saggi che la compongono, gli autori dei contributi «colgono efficacemente come il Metaverso non costituisca una dimensione futura ed eventuale, bensì una realtà all’interno della quale si spiegano già dinamiche che rassomigliano alle modalità tradizionali del potere, ancorché incanalate entro forme differenti» (pp. 375-376). Come sottolinea Bassini,

le trasformazioni che accompagnano l’affermazione del Metaverso si spingono oltre la frontiera del rapporto tra diritti e potere, coinvolgendo la dimensione antropologica che connota l’essenza stessa dell’individuo e descrive il mutare dei suoi predicati nell’ambito di tecnologie immersive, coinvolgendo aspetti legati anche a profili economici. Si tratta di recuperare a una dimensione che prescinde da confini spaziali la centralità dell’individuo, còlta finora dalle costituzioni e dalle carte dei diritti esistenti nella sua dimensione prettamente fisica e dunque ancorata a un paradigma spazialmente limitato (p. 376).

Francesca Paruzzo si concentra sul potere esercitato sugli utenti dalle imprese private che operano nel mondo digitale, in particolare all’interno del Metaverso, «mantenendo il controllo di ogni vicenda costitutiva, modificativa ed estintiva che si realizza all’interno di tali mondi» (p. 262). La studiosa guarda a come «il costituzionalismo possa offrire strumenti idonei a ridurre lo scarto, oggi più che mai esistente, tra l’esigenza di una regolamentazione politica – di un vincolo, appunto – all’azione di tali nuovi poteri digitali e la contrapposta pretesa di questi ultimi di rimettere la propria attività “alla negoziazione iure privatorum”» (p. 263), cioè alle norme di diritto privato. Quanto insomma negli ecosistemi digitali immersivi l’ambito pubblico sia piegato ad ambito privato. A partire dall’inedita peculiarità immersiva che contraddistingue tali ambienti, Maria Francesca De Tullio, una volta dichiarata l’esigenza di un intervento regolatorio per la tutela dei diritti fondamentali, della privacy e dell’autodeterminazione individuale e collettiva in tale nuovo contesto, si domanda quanto il Metaverso richieda una normativa specifica rispetto a quella più generale applicata a Internet.

Osservando la tendenza degli ecosistemi digitali a presentarsi come universi dotati di logiche regolatorie di derivazione tecnica, per certi versi assimilabili a Stati, Andrea Venanzoni evidenzia come ciò metta «in crisi la stessa elaborazione concettuale della scienza giuspubblicistica, evolutasi geologicamente per stratificazione sui concetti salienti dell’articolazione statale; popolo, territorio e sovranità» (p. 297). Lo studioso concentra dunque la sua riflessione sul territorio, l’elemento che risulta «storicamente e paradigmaticamente più inciso dal digitale, con la sua fisiologia di potere tecnico spazialmente a-territoriale» (p. 297). Dopo essersi soffermato sulla centralità del territorio nella teoria generale dello Stato, dunque sul suo passaggio dal territorio fisico allo spazio digitale, Venanzoni ripercorre l’architettura portante del Gaming, del Metaverso e della economia delle piattaforme.

Guardando al Metaverso come sintesi di una molteplicità di tecnologie interconnesse da cui deriva un nuovo habitat relazionale in cui si ridefiniscono governance, sistemi produttivi e dinamiche di valore e di consumo, è, possibile cogliere come in esso prenda forma, scrive Mario Passaretta, «un nuovo ordine giuridico del mercato, caratterizzato non tanto dalla sostituzione dei tradizionali attori economici, quanto dalla riconfigurazione dei rapporti secondo paradigmi del tutto innovativi» (p. 336). In un tale ambiente l’«economia digitale, sostenuta da un’architettura informativa reticolare, afferma il primato della disintermediazione, dell’integrazione funzionale, della commistione tra mercati contigui e della personalizzazione algoritmica, con il dato che assume progressivamente un ruolo centrale quale fattore produttivo primario e leva dell’organizzazione concorrenziale» (p. 336). Lo studioso passa dunque in rassegna come le istituzioni politiche e giuridiche stiano tentando di regolamentare il nuovo ecosistema digitale.

Miriam Abu Salem guarda invece all’uso del web fatto delle religioni cattolica e islamica, soffermandosi su come l’ecosistema digitale sviluppi un’inedita dinamica partecipativa che rende l’internauta-fedele parte attiva del discorso religioso più di quanto non lo sia il fedele al di fuori dello spazio digitale, incrementando interpretazioni eterodosse e sottraendo parte del potere di guida alle tradizionali autorità religiose.

L’intrecciarsi delle interazioni online con le esperienze quotidiane comportante una modalità di esistenza al contempo fisica e virtuale, induce Anna Papa, nella sua postfazione al volume, ad evidenziare come ciò abbia importanti ricadute sia sul piano individuale che collettivo. La studiosa concentra la sua riflessione sul tema spinoso dell’identità rapportata alla vita ibrida, all’onlife, un terreno per certi versi inedito dal punto di vista della tutela, alla luce del fatto che, focalizzati sull’identità fisica, i tradizionali ordinamenti giuridici faticano ad essere applicabili alle identità digitali che il soggetto viene ad assumere, con importanti ripercussioni sul percorso evolutivo della personalità individuale e sulla sua tutela. Non si può prescindere, chiosa Papa, dall’affermare l’assoluta «centralità della persona anche nello spazio digitale, garantendo che l’evoluzione tecnologica sia al servizio dello sviluppo umano e non la sua sostituzione» (p. 389).

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Wagner, la rivoluzione e l’irresistibile sound delle chitarre elettriche https://www.carmillaonline.com/2021/08/09/rocknroll-gods-wagner-e-lirresistibile-sound-delle-chitarre-elettriche/ Mon, 09 Aug 2021 20:00:50 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=67339 di Sandro Moiso

When I hear music I fear no danger. I am invulnerable, I see no foe. I’m related to the earliest time, and to the latest. (Henry David Thoreau, cit. in Hear Me Talkin’ to Ya – Nat Hentoff)

E’ il dio Pan che si manifesta nella Rivoluzione. Il dio Pan è la Rivoluzione (da un banchetto socialista del 1848)

Per troppo tempo non si è compreso come i movimenti antagonisti giovanili degli anni Sessanta e Settanta siano forse scaturiti più dalla scintilla scatenata dalle chitarre elettriche che non dal [...]]]> di Sandro Moiso

When I hear music I fear no danger.
I am invulnerable, I see no foe.
I’m related to the earliest time, and to the latest.

(Henry David Thoreau, cit. in Hear Me Talkin’ to Ya – Nat Hentoff)

E’ il dio Pan che si manifesta nella Rivoluzione.
Il dio Pan è la Rivoluzione

(da un banchetto socialista del 1848)

Per troppo tempo non si è compreso come i movimenti antagonisti giovanili degli anni Sessanta e Settanta siano forse scaturiti più dalla scintilla scatenata dalle chitarre elettriche che non dal libretto rosso di Mao o dai sacri testi di Marx, Engels e Lenin. Anche se quest’ultimo, predicendo che il comunismo sarebbe derivato dall’applicazione dell’uso della corrente elettrica al socialismo, un po’ ci aveva azzeccato.

Ad anticipare l’importanza del sound (che non è soltanto dato dagli strumenti suonati seguendo uno spartito oppure dal suono “naturale” degli stessi o, ancora, dalla voce che canta intonata seguendo una melodia definita) come mezzo o media per far breccia nella corazza, anche inconsapevole, dell’Io, fu, nel XIX secolo, soltanto Richard Wagner (1813-1883), sia attraverso la costruzione delle sue opere musicali che in un suo scritto della metà dell’Ottocento, L’opera d’arte dell’avvenire. Il musicista tedesco è stato infatti il primo a cogliere l’importanza comunicativa del respiro, del sospiro e del fiato, della furia e del brusio delle voci e dell’uso e del ronzio di suoni e strumenti non convenzionali (ad esempio gli incudini destinati a sostituire i timpani in alcune parti orchestrali dell’Anello dei Nibelunghi) oppure difficilmente ammessi dai canoni estetici e musicali che avevano governato la musica e il dramma lirico fino ad allora1, in un contesto musicale considerato “colto”.

Nella concezione wagneriana il sound costituiva un’integrazione della parola cantata, superandola nell’intento di “significare” e coinvolgere gli spettatori/ascoltatori:

Come quando Sigfrido ascolta Brünnhilde o come quando Kundy parla «roca» e «a tratti, come nel tentativo di ritrovare la parola»2, il discorso si riduce alle modalità fisiologiche della voce: rumori appena udibili, svincolati dalla bocca che li emette e dalla volontà di colei che li pronuncia, aumentano fino a «risuonare possenti» o assoluti e viaggiare poi per lo spazio e il tempo sotto forma di sound che «riecheggia lontano».
E’, questo, un effetto acustico che né il Medioevo dei protagonisti dell’opera né il XIX secolo di Wagner avrebbe potuto realizzare, ma che le nostre orecchie conoscono a memoria: notte dopo notte gli impianti di amplificazione della musica rock (amplificatori e delay, equalizzatori e mixer) producono questi suoni stereofonici, tracce di voce e rimbombi. In altre parole, quelle di Jimi Hendrix: la Elsa di Wagner è la prima abitante di Electric Ladyland e ciò che lei descrive con incredibile precisione tramite i termini «risuonare», «aumentare» e «rimbombare» ha poco a che fare con le preghiere e il credo cristiano, ma anticipa semplicemente la teoria del feedback positivo e degli oscillatori.
Non potendo, con i requisiti tecnici dell’epoca, realizzare questo feedback sonoro, Wagner lo compose3.

L’effetto suscitato dal sound wagneriano è quello del superamento della parola (che ricordiamolo sempre era, nei libretti d’opera, “parola scritta” così come “scritta” era anche sempre la partitura), ma anche della norma stabilita dal canto gregoriano che aveva disciplinato l’espressione musicale vocale per i secoli passati. E’ un ritorno alla Natura e ai suoi suoni che i nastri magnetici nel XX secolo permetteranno di inserire direttamente insieme agli strumenti e alle voci nella musica registrata ed incisa. Valga per tutti l’esempio di un brano dei Pink Floyd, Grantchester Meadows, compreso nel doppio album Ummagumma.

Sempre secondo Kittler: «poiché in Wagner testo e partitura si motivano sempre a vicenda, l’oscillare del libretto tra rumore naturale e strumento dell’orchestra, tra random noise (rumore casuale) e segnale di caccia» gli permette di dare vita ad effetti proibiti «fin tanto che la musica è stata dominata dalle partiture e le partiture dalla scrittura. Ma il nuovo medium di Wagner, il sound, fa saltare in aria seicento anni di dominio della lettera, ovvero di letteratura»4. E di dominio del cristianesimo in ambito artistico e morale, andrebbe aggiunto, poiché

ciò che è qui in gioco è la libertà della musica: per la prima volta nella storia della composizione occidentale, il Ring congeda il dio cristiano la cui celebrazione, a partire dal canto gregoriano, ha limitato tutti gli eventi sonori. Il poeta Wagner cessa di […] compiere solenni pellegrinaggi a Roma per invocare invece nuovamente gli antichi dei e dee, mentre il musicista compone il Padre Reno come inizio pre-razionale in cui armonia dei sovratoni e brusio, arte e natura sono indissolubilmente legati5.

Se salta però il dominio della lettera/partitura e della concezione cristiana dell’armonia del mondo diventa evidente che a saltare ben presto sarà, più in generale, l’ordine del mondo, non soltanto artistico e religioso. E non è certo un caso che due delle opere teoriche più importanti di Richard Wagner, Arte e rivoluzione e L’opera d’arte dell’avvenire, siano state scritte nel 1849, quando l’eco della primavera dei popoli che tra il 1848 e il 1849 aveva scosso l’ultima Europa aristocratica e imperiale non si era ancora spento dopo l’apparizione sulla scena del teatro del mondo di un nuovo, titanico protagonista: il proletariato, di fabbrica e non.

Portatore, oltre tutto, di un nuovo immaginario legato alla fabbrica, alle sue lotte, al suo “rumore” che soltanto poco più di sessant’anni dopo il futurista italiano Luigi Russolo avrebbe contribuito a far penetrare nell’estetica musicale e artistica moderna. “Rumore innaturale” (macchine, tram, caos metropolitano e della guerra) che avrebbe affiancato nel nuovo paesaggio urbano e artistico il “rumore naturale” inseguito da Wagner. Rumore di una tragedia annunciata (guerre, inquinamento, sfruttamento delle macchine e del capitale sull’uomo, la specie e la natura) che l’arte degli inizi del XX secolo non avrebbe più potuto ignorare, costretta com’era a copiarne ormai anche gli aspetti più devastanti.

Con buona pace dei “delicati”, su cui avrebbe poi ironizzato Louis Ferdinand Céline, il nuovo paesaggio dello scempio entrava a far parte del mondo letterario, figurativo e sonoro. Paesaggio cui l’avvento dell’elettricità avrebbe dato un contributo devastante e determinante dal punto di vista del suono (registrato o prodotto che fosse). Ecco dove, forse, l’utopia leniniana del socialismo più l’elettricità si sarebbe maggiormente avvicinata all’avverarsi, escludendone la sempre indeterminata e confusa nozione di “comunismo”.

I Greci avevano un dio che abitava nel regno dell’acustica. Quando i pastori sognavano e si rompeva la calma del meriggio, Pan rimbombava improvvisamente nelle orecchie di tutti. [Ora] si dice che il grande Pan sia defunto, ma gli dei delle orecchie non possono morire: ritornano sotto la maschera dei moderni impianti di amplificazione. Ricompaiono in forma di canzone rock6.

Lacan ha affermato che: «Le orecchie sono, nel campo dell’inconscio, il solo orifizio che non possa chiudersi»7, da qui deriverebbe il fatto che gli argini stabiliti dall’ordine, qualunque esso sia, si rompono prima di tutto nella testa ad opera di un suono, di una parola, di un rumore o di un urlo. Come afferma ancora Kittler: «Nessuna parola, nessun muro e nessun argine tra dentro e fuori possono resistere al sound, perché questo costituisce ciò che in musica non si può mettere per iscritto»8.

Il sound è la manifestazione immediata di ciò che si può ottenere dalla tecnologia che la musica ha a disposizione per esprimersi, a seconda delle epoche.

The Dark Side of the Moon, ha venduto otto milioni di dischi dal 1973, anno di uscita, al 1979 e, secondo le ultime stime (2011), ha ormai sfiorato le 45 milioni di copie […] E pensare che tutto era iniziato in modo così semplice. Roger Waters, Nick Mason e Richard Wright, tre studenti di architettura nell’Inghilterra degli anni Sessanta, si esibivano con le loro chitarre nei teatri di periferia suonando vecchi classici di Chuck Berry. Si chiamavano The Architectural Abdabs, un gruppo che oggi nessuno ricorda più. Un bel giorno di primavera del 1965, si unì a loro un chitarrista e cantante che inventò il marchio Pink Floyd, cioè il nome della band e il sound che la caratterizza: amplificatori sovramodulati, mixer come quinto strumento, suoni vorticanti nello spazio e tecnologia delle basse frequenze combinata con l’optoelettronica fino ai limiti del possibile. Con buchi neri al posto degli occhi, Syd Barrett apre al rock’n’roll il dominio dell’astronomia, Astronomy Domine […] Poi, l’uomo che ha inventato i Pink Floyd sparisce da tutti i palchi e sprofonda in una terra di nessuno medica tra psicosi da LSD e schizofrenia, mentre il suo gruppo trova un altro chitarrista e insieme a lui la formula del successo9.

Anche se è vero che i dati di vendita e i flussi di denaro della macchina discografica capitalistica vengono nutriti dal flusso decodificato dell’alienazione sociale, è pur sempre vero che essa si affida ad una legge non scritta che territorializza la normalità e prescrive ai folli di rimanere su terreni ben definiti e soprattutto extra moenia: è la legge dei grandi architetti della giurisdizione sociale, della salute mentale, delle istituzioni politiche e delle regole del lavoro salariato.
Tutto dovrebbe fondersi in una sorta di circolo virtuoso in cui l’ascolto musicale costituisce soltanto un aspetto importante di un ben congegnato panem et circenses, attraverso cui controllare i flussi dell’immaginario di massa.
Ma, come afferma ancora Kittler (1943-2011) nel suo testo:

I cosiddetti Sessantottini che oggi svolazzano per i media soltanto perché hanno influenzato la mia generazione sono infatti delle chimere ipocrite: non era necessario intonare ruggiti da Vietcong o ricorrere alle armi per battere il ritmo del nostro tempo: c’era […] la musica pop. Ma quest’ultima, una volta tanto, non giunse dai maledetti Usa. Non sarebbe stato possibile altrimenti, nel 1964, quella che gli americani ammirarono e allo stesso tempo temettero: la British Invasion. Di fronte ai Beatles Elvis Presley abdicò alla sua corona. Potenti come lo era stato un tempo il dio Dioniso, giovani voci e chitarre sfondarono il muro del rigido sistema di regole della Federal Communication Commission. A differenza del piccolo sassone Wagner, queste star potevano ergersi in tuttala loro bellezza su un palco illuminato da lampi. Cantavano di amore e di guerra, dai prati intorno a Cambridge, ma soprattutto di musica, perché sapevano bene quel che facevano: per un breve ma storico momento i musicisti pop inglesi spazzarono via tutte le barriere e tutti i muri che l’industria musicale capitalistica (per non dire statunitense) aveva eretto anche solo per vietare l’amore. Non esistevano più l’autore dei testi e il compositore, l’arrangiatore e l’orchestra, la partitura e l’evento sul palcoscenico come sfere separate l’una dall’altra: c’erano solo quattro musicisti che suonavano, cantavano e regolavano da soli i propri microfoni, gli echi e le tracce sul nastro, fino a ripetere l’opera d’arte totale. Così divennero eroi […] persino dei. Il prezzo da pagare per la nuova Grecia l’ha chiamato inequivocabilmente per nome Jim Morrison, la più selvaggia e geniale di quelle stelle:
«Cancel my subscription to the resurrection! / Send my credentials to the house of detention, / I’ve got some friends inside.10»11.

«Speech has become, as it were, immortal.» Queste furono le parole di Edison quando presentò alla stampa, nel 1877, una sua nuova invenzione: il fonografo. Ma da allora non solo le parole, ma tutti i tipi di musica, sound e rumore, sono divenuti immortali. L’inventore rese riproducibile tutto ciò che si può incidere: sulle rive dello Swanee River, tanto per fare un esempio, il fonografo di Edison immortalò non solo l’omonimo blues e i neri che lo cantavano; anche i rumori delle macchine della nave a vapore e il fiume stesso erano udibili.
[…] Cos’, il disco ha prodotto il jazz. Non poter scrivere o leggere le note non era più una ragione di morte per la musica, anche se per il miracolo di nome Swinging London ci voleva qualcosa di più. Prima il Rhythm & Blues nero doveva attraversare l’Atlantico insieme a centinaia di migliaia di soldati yankee e preparare nell’Inghilterra meridionale lo sbarco in Normandia; e dozzine di registratori a nastro della Wermacht dovevano finire, come bottino di guerra, negli studios di Abbey Road a Londra prima che la Seconda guerra mondiale potesse ritornare sotto forma di musica pop.
Invenzione e innovazione avvengono sempre nei punti nevralgici di connessione, sia tecnica che culturale: né il jazz né il rock’n’roll avrebbero mai potuto da soli dare il la alla Swinging London e alla British Invasion degli Stati Uniti. A esplodere tra amplificatori Marshall, chitarre soliste e mormorii di microfoni fu il feedback continuo tra tecnologia europea, armonia musicale romantica e analfabetismo musicale americano. Per scrivere canzoni pop non è necessario imparare da giovani il pentagramma, anche se male non fa; è però fondamentale che l’ingegnere del suono e i registratori siano all’altezza del compito12.

La rivoluzione tecnologica delle pedaliere, dei distorsori, dei wah wah, delle Fender Telecaster e Stratocaster stava avvenendo però, all’insaputa di tutti, nei laboratori in cui tecnici del suono come Dick Dale e altri cercavano nuovi strumenti per ridurre il numero di membri di ogni singolo gruppo (il distorsore e il fuzz uccisero la presenza dei saxofonisti nei gruppi strumentali e surf dei primi anni Sessanta), aumentare il fascino del sound ispirato agli echi e ai flussi delle onde dell’Oceano ed evitare l’uso costoso di studi di registrazione in cui aggiungere artificialmente suoni che non era prima possibile realizzare con gli strumenti normali anche se elettrificati.

Furono i ragazzi delle periferie americane ed europee, a scoprire in quelle nuove apparecchiature gli strumenti di un suono che avrebbe danneggiato cervelli e norme sociali ben più al di là delle parole, delle strofe o degli slogan, pubblicitari e politici. Mentre Barrett inventava il suono cosmico a Londra, dall’altra parte dell’Atlantico e ancora sulla costa del Pacifico un giovane afro-americano di Seattle, Jimi Hendrix, assolutamente privo di educazione musicale, si preparava ed iniziava a stravolgere il suono delle chitarre e il sound del secolo (e di quelli a venire). E così pure iniziavano a fare chitarristi come Pete Townshend, Jeff Beck, Jimmy Page, Jerry Garcia, John Cipollina, Jorma Kaukonen ed infiniti altri, poi ripresi da centinaia di migliaia di ragazzi che suonavano, improvvisavano, distorcevano e storpiavano suoni e parole di canzoni che avrebbero dovuto rimanere innocui inni all’amore, alla gioventù o, al massimo, ai suoi problemi di solitudine affettiva. Il Brain Damage collettivo era stato ormai fatto e il medium era diventato l’autentico messaggio. Come aveva già affermato il sociologo e filosofo canadese Marshall Mc Luhan.

Lo testimoniano cronache come quella dei primi anni Settanta che qui riportiamo, che dimostrano come nelle città industriali l’elettricità avesse portato un nuovo modo di intendere l’arte, la musica, la cultura e, soprattutto, il ruolo sociale dei giovani.

E’ sabato pomeriggio alla Difiore’s House of Music, situata nel West Side di Cleveland, Ohio. Quindici ragazzi delle scuole superiori stanno provando varie chitarre Les Paul, suonando, attraverso gli amplificatori Marshall, Peavey e Fender, ognuno fuori tempo rispetto agli altri, cercando di riprodurre al meglio i riff preferiti rubati a Jimi Hendrix, Jeff Beck e Leslie West. Nel rumore prodotto nulla sembra avere senso. Uno dei ragazzi, che indossa una giacca dell’esercito, sta cercando di suonare uno standard blues, un altro ha appena capito che, se riuscirà a far tirar fuori i soldi al padre per una Les Paul Deluxe, forse riuscirà a suonare correttamente tutti i break di Black Dog dei Led Zeppelin, mentre un altro ancora ha appena fatto conoscenza con un pedale WAH WAH e sta cercando furiosamente un accordo, con il piede destro che pesta sul pedale cercando di ottenere l’effetto più potente possibile come se si trattasse di un martello pneumatico munito di turbo compressore.

Nulla sembra avere più qualsiasi senso. Persone sensibili che hanno portato lì i loro figlioletti di sei anni dopo averli accompagnati alla lezione di tromba stanno artigliando le porte cercando di uscire fuori il più in fretta possibile per trovare sollievo da quel baccano infernale! I tecnici e i commessi stanno buttando giù aspirine come se fossero caramelle e guardano disperati gli orologi. Niente ha più senso. Il suono prodotto dalla brigata di Les Paul continua a crescere sempre più forte e i ragazzi sembrano scoprire ulteriori e ancor più potenti dispositivi da testare per il tramite di banchi di amplificatori dal costo complessivo molto superiore alle loro possibilità economiche, mentre i trasformatori modificano le fasi e i wah wah stanno urlando come bambini affamati e le distorsioni fanno rizzare i peli nell’atmosfera carica di elettricità. Qualcun altro ha scollegato una chitarra e l’ha lasciata sul pavimento a ronzare sulle corde a tutto volume mentre altri ragazzi accorrono sempre più numerosi e iniziano a suonare anche se i commessi cercano di strappare loro di mano le chitarre, urlando “Fuori i soldi prima!”, ma ormai ci sono troppi ragazzi, forse più di cinquanta, e adesso non solo hanno impugnato tutte le Gibson e le Fender disponibili ma anche le loro copie giapponesi di costo molto inferiore. Un tizio ha collegato in serie due amplificatori Peavey e le vetrine iniziano a tremare come per un terremoto, mentre nel locale di servizio assistenza due lavori di riparazione sono stati rovinati poiché le mani dei tecnici tremano troppo forte per poter fare delle saldature accurate e nel negozio vicino il barbiere ha rischiato di tagliare la gola di un cliente per lo stesso motivo e il volume continua a crescere sempre di più, sempre più forte e ancora di più e ancor più ragazzi arrivano fino al momento in cui ogni amplificatore ed ogni chitarra del negozio risulta in uso da parte di qualcuno e anche se LA POLIZIA E’ STATA CHIAMATA, MA NON PUO’ ARRESTARE TUTTO CIO’ CHE STA AVVENENDO, QUALUNQUE COSA SIA!13

Complici la guerra in Vietnam, le proteste studentesche e per i diritti degli afro-americani e di tutte le altre minoranze, la tecnologia del suono si vide stravolta nell’uso e nel senso del suo prodotto. Come le trombe suonate dai sacerdoti davanti alle mura di Gerico avrebbero contribuito a farle crollare, così il sound delle chitarre elettriche contribuì a far crollare ben altri muri, dentro e fuori la psiche dei ragazzi, ricreando quella specie di mente bicamerale, in cui era possibile percepire uditivamente e collettivamente oltre le parole la voce degli dei, di cui avrebbe parlato Julian Jaynes in un suo celebre studio del 197614.

Lo comprese Bob Dylan, in anticipo su tutti, quando abbandonò già a metà degli anni Sessanta il suono acustico per abbracciare, con grande scandalo e disagio dei custodi della tradizione folk di sinistra, quello elettrico, impugnando egli stesso sul palco, come avrebbe fatto per tutti gli anni a venire, una grintosa chitarra elettrica.

Tutto ciò però, sul medio periodo, creò anche alcuni imprevisti e paradossi. Ad esempio, qui nell’italietta di San Remo, un’intera generazione di giovani potenziali rivoluzionari (scazzati da famiglia, lavoro, scuola e festival televisivi) iniziò a scambiare ogni rocker elettrico straniero per un ”compagno”.
Ricordo ancora perfettamente come ad un concerto dei Family, a Milano, il pubblico esplodesse in una salva di slogan e pugni chiusi sollevati quando il cantante, Roger Chapman, si asciugò il viso dal sudore con un asciugamano rosso. Lui stava facendo solo quello, ma il pubblico lo scambiò per ben altro segnale.

E così pure gli scontri del Vigorelli per i Led Zeppelin o a Torino per i Santana o, ancora, quelli per contrastare i concerto organizzati dal “sionista” David Zard, impresario musicale che voleva impossessarsi della “nostra” musica “commercializzandola”. Bufale ideologiche megagalattiche che tendevano a nascondere che quella musica che ci parlava così tanto profondamente era nata dal e per il mercato discografico, anche se gli scontri nascevano spontaneamente dalla furia di migliaia di giovani che non avevano affatto bisogno della provocazione ”fascista” per scatenare la loro rabbia, così come i perbenisti e gli sbirri dell’Unità o del Manifesto invece amavano e amano ancora raccontare (come nel caso dei fatti del G8 di Genova del 2001), per cercare di unire fattivamente sound e vita quotidiana.

Eravamo giovani, potenziali delinquenti e le schitarrate e le distorsioni davano voce a qualcosa che non sapevamo ancora esprimere a parole e che, forse, soltanto i situazionisti avevano saputo già esprimere politicamente, anche se in forme meno spontanee e già pronte per essere ricodificate dalla pubblicità futura. Poiché, alla faccia anche di Guy Debord, solo la vera rivoluzione e la sua forma più spontanea ed immediata, l’insurrezione e l’insorgenza di massa anche priva di parole, will not be televised (come aveva già affermato il grande poeta e musicista afroamericano Gil Scott-Heron nel 1971). Esprimevamo negli atti una sorta di general intellect spontaneo di cui una miriade di maestri, filosofi e professori universitari tentò di impadronirsi, soffocandolo e rinchiudendolo sotto l’ala di improbabili cappelli ideologici.

Per quella generazione, per la mia generazione si può parlare, a proposito di quegli anni, più che di coscienza di classe di una pre-coscienza che superava il limite formale della coscienza di classe per ricollegarci, inconsapevolmente, a richiami più antichi e liberatori provenienti dall’intera storia della specie e dalle sue esigenze primarie più profonde e rimosse dall’ordine giudaico-cristiano e borghese in cui eravamo cresciuti e di cui costituivamo il prodotto “degenerato”. In questo forse si andava delineando un comunismo più concreto e più riconducibile alle esigenze dell’intera specie umana e alle sue esperienze. Come affermò Amadeo Bordiga in quegli stessi anni, ben lontano dall’accettare i capelloni e gli urlatori (come li avrebbe definiti ancora in un pessimo articolo del 1968):

Le violente scintille che scoccarono tra i reofori della nostra dialettica ci hanno appreso che è compagno militante comunista e rivoluzionario chi ha saputo dimenticare, rinnegare, strapparsi dalla mente e dal cuore la classificazione in cui lo iscrisse l’anagrafe di questa società in putrefazione, e vede e confonde se stesso in tutto l’arco millenario che lega l’ancestrale uomo tribale lottatore con le belve al membro della comunità futura, fraterna nella armonia gioiosa dell’uomo sociale15.

Le spoglie mortali di Jim Morrison giacciono oggi sepolte a Parigi, nel cimitero di Père Lachaise. L’ultimo autentico sacerdote del dio Pan, che nel 1969, durante il cosiddetto Miami Incident, invitò gli ascoltatori, mischiandosi poi tra di loro, a spogliarsi e ad amarsi per liberarsi da ogni giogo mentale, sociale, politico e culturale16, ha chiuso idealmente il cerchio ricongiungendosi al ricordo degli ultimi caduti della Comune presso il cosiddetto “muro dei federati” e ai più coraggiosi e visionari insorti dell’Ottocento che avevano brindato allo stesso dio durante i loro banchetti rivoluzionari.


  1. Si legga in proposito: Friedrich Kittler, Preparare la venuta degli dei. Wagner e i media senza dimenticare i Pink Floyd, L’orma editore, Roma 2013  ↩

  2. Richard Wagner, Tutti i libretti, UTET, Torino 1996, p. 732  ↩

  3. Friedrich Kittler, Respiro del mondo. Tecnologia dei media in Wagner, ora in F. Kittler, op. cit., pp. 27-28  ↩

  4. F. Kittler, op. cit., pp. 30-31  ↩

  5. F. Kittler, Preparare la venuta degli dei, in op. cit., p. 88  ↩

  6. Friedrich Kittler, Il dio delle orecchie in F. Kittler, op.cit., pp. 47-48  ↩

  7. Jacques Lacan, Il seminario. Libro XI: I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi (1964), Einaudi, Torino 2003 (prima edizione 1973), p. 190  ↩

  8. Ivi, p. 51  ↩

  9. Ibid., pp. 49-50  ↩

  10. The Doors, When the Music’s Over, 1967  ↩

  11. Friedrich Kittler, Preparare la venuta degli dei, in op. cit., pp. 97-98  ↩

  12. Ivi, pp. 94-95  ↩

  13. Peter Laughner (poi chitarrista dei seminali Pere Ubu di Akron, Ohio), recensione del long playing, di Lou Reed, Rock’n’Roll Animal in “Zeppelin Magazine”, 7 febbraio 1974.  ↩

  14. Julian Jaynes, Il crollo della mente bicamerale e la nascita della coscienza, Adelphi, Milano 1984  ↩

  15. Amadeo Bordiga, Considerazioni sull’organica attività del partito quando la situazione generale è storicamente sfavorevole, 1965  ↩

  16. «Siete solo una massa di fottuti idioti! Vi fate dire quello che dovete fare. Per quanto tempo volete andare avanti così? Per quanto ancora vi farete calpestare? Forse vi piace, forse vi fate calpestare volentieri. Vi piace, forse, che qualcuno vi ficchi la testa nella merda. Siete tutti una massa dis chiavi che si fa calpestare […] Cosa volete fare per opporvi a questo? Che cosa intendete fare? […] Ah, vorrei vedere un po’ più di nudità qui! Spogliatevi e amatevi!» cit. in R. Kittler, op. cit. p. 110, che continua poi ancora ricordando che il batterista dei Doors, John Densmore, vide subito dopo il cantante balzare giù dal palco tra il pubblico della sala da ballo. «Le danze si fecero sempre più frenetiche, l’abbigliamento sempre meno appropriato. Il giorno dopo quando l’esercito dell’impresa di pulizie entrò nel Dinner Key Auditorium trovò abiti da teenager sparsi dappertutto per la sala concerti e li ammucchiò in un angolo fino a che la pila non raggiunse il metro e mezzo di altezza e i tre metri di diametro, come se l’usanza, per nulla greca, di celebrare vestiti gli dei avesse finalmente trovato la sua giusta fine […] Jim Morrison, il colpevole, dovette comparire di fronte a una giuria di Miami (per l’accusa di atti osceni) che lo condannò a sei mesi di reclusione; il giudice fu più benevolo e commutò la sentenza in un’ammenda di 500 dollari». (Kittler, op. cit., pp. 110-111)  ↩

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Guerrevisioni. Tendenze iconoclastiche, visioni aumentate, combat video, cinema e videogiochi https://www.carmillaonline.com/2018/08/26/guerrevisioni-tendenze-iconoclastiche-visioni-aumentate-combat-video-cinema-e-videogiochi/ Sat, 25 Aug 2018 22:01:43 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=48000 di Gioacchino Toni

«le immagini sono parte integrante del modo di conduzione dei conflitti e non possono essere semplicemente liquidate come vaghe apparenze o come simulacri del reale» (Maurizio Guerri)

Nel volume curato da Maurizio Guerri, Le immagini delle guerre contemporanee (Meltemi, 2018), diversi studiosi si confrontano con alcuni importanti interrogativi a proposito del rapporto tra immagini e conflitti bellici. «Qual è il nostro sguardo sulle guerre nell’epoca della manipolazione domestica delle immagini, della produzione e della condivisione “democratica” dei video via YouTube, della diffusione “virale” delle notizie (o delle fake-news) sui social [...]]]> di Gioacchino Toni

«le immagini sono parte integrante del modo di conduzione dei conflitti e non possono essere semplicemente liquidate come vaghe apparenze o come simulacri del reale» (Maurizio Guerri)

Nel volume curato da Maurizio Guerri, Le immagini delle guerre contemporanee (Meltemi, 2018), diversi studiosi si confrontano con alcuni importanti interrogativi a proposito del rapporto tra immagini e conflitti bellici. «Qual è il nostro sguardo sulle guerre nell’epoca della manipolazione domestica delle immagini, della produzione e della condivisione “democratica” dei video via YouTube, della diffusione “virale” delle notizie (o delle fake-news) sui social network? In che modo la modificazione quantitativa e qualitativa dei media ha mutato il nostro modo di guardare gli eventi bellici, rispetto anche solo ad alcuni decenni fa? Che cosa vediamo e che cosa non siamo più in grado di vedere delle guerre contemporanee?» (p. 9).

Il libro analizza il rapporto immagine/guerra nella contemporaneità tenendo ben presente che se quest’epoca da un lato offre inedite modalità comunicative e di produzione diffusa e decentrata delle immagini, dall’altro si caratterizza per una concentrazione monopolistica senza precedenti dei flussi di informazione sia nel web che nelle modalità più tradizionali.

Il corposo volume risulta suddiviso in tre parti: nella prima si ragiona sull’utilità delle immagini dei conflitti mondiali nella comprensione delle attuali guerre; nella seconda si indagano le modalità con cui le arti possono oggi testimoniare gli eventi bellici; nell’ultima parte si analizzano i conflitti contemporanei che si danno grazie alle immagini. Facendo riferimento proprio a ques’ultima sezione del libro intitolata Pensare le guerre con gli occhi (e con le loro protesi), in questo scritto ci soffermeremo sui contributi di Mauro Carbone e Ruggero Eugeni che si occupano rispettivamente della paradossale piega iconoclasta che sembra attraversare una contemporaneità che si vuole votata al visivo come non mai, il primo, e delle relazioni tra usi bellici e usi mediali dei dispositivi di visione notturna, il secondo.

Mauro Carbone, nel suo “L’uomo che cade. L’inizio di una controtendenza iconoclastica nella svolta iconica?”, torna, dopo essersene occupato nel libro Essere morti insieme. L’evento dell’11 settembre 2001 (Bollati Boringhieri, 2007), a riflettere su come le immagini televisive dell’attacco alle Twin Towers dell’11 settembre 2001, in particolare quelle relative alle persone lanciatesi nel vuoto per sfuggire alle fiamme, dopo essersi impresse nella memoria collettiva a livello planetario grazie ai media, siano immediatamente divenute oggetto di una vera e propria strategia di rimozione. Ad essere in gioco, sostiene lo studioso, sono la memoria e l’oblio collettivi di un evento che ha aperto il nuovo millennio nonché inaugurato quella che W.J.T. Mitchell (Cloning Terror. La guerra delle immagini dall’11 settembre a oggi, La casa Usher, 2012) ha definito l’attuale “guerra delle immagini”.

Alle immagini è spettato un ruolo fondamentale nella percezione collettiva della tragedia dell’11 settembre: non fosse stato per esse, quella delle Twin Towers sarebbe stata una tragedia simile a tate altre e ciò, sostiene Carbone, dovrebbe «aiutarci a considerare sino in fondo l’intrinseca portata politica del nostro rapporto estetico-sensibile col mondo, con cui quello con le immagini fa evidentemente tutt’uno» (p. 305). Secondo l’autore il sistema mediatico si è preoccupato di an-estetizzare il trauma dell’11 settembre 2001 attraverso l’incessante ripetizione dello stesso, ricorrendo alla riproduzione della medesima sequenza televisiva che mostra un aereo che attraversa lo schermo fino a schiantarsi contro una delle due torri provocando un’esplosione spettacolare. Lo studioso riprende a tal proposito ciò che ha scritto Allen Feldman nel suo “Ground Zero Point One: on the Cinematics of History” (2002): “Era come se al pubblico fosse stata data una terapia temporale facendolo testimone, più e più volte, di una sequenza meccanica di eventi che restaurava la linearità del tempo sospesa con gli attentati”. Carbone individua in tale an-estetizzante ripetizione ossessiva della medesima sequenza una certa convergenza e complementarietà con la strategia di rimozione delle immagini degli individui lanciatisi nel vuoto ed è proprio proprio sul rilievo assunto da tali immagini «nel progetto di costruzione di una certa memoria collettiva dell’11 settembre» (p. 306) che riflettere in questo scritto.

La strategia di rimozione delle immagini dei cosiddetti jumpers lanciati nel vuoto prende il via sin dal giorno successivo ai fatti, quando un’ondata di proteste, in particolare negli Stati Uniti, colpisce i quotidiani accusati di sciacallaggio per aver pubblicato soprattutto la fotografia che mostra un uomo, divenuto noto come Falling Man, in una caduta verticale incredibilmente composta con la testa in giù, le braccia lungo i fianchi e una gamba piegata in linea con le geometrie del palazzo. Da allora questa fotografia, ben riuscita dal punto di vista formale, non è più stata pubblicata negli Stati Uniti nonostante possieda una carica attrattiva che l’accomuna all’immagine dell’aereo che impatta con una delle due torri. La straniante perfezione dell’immagine del Falling Man «riesce tanto a sospendere il tempo – proprio come abbiamo sentito Feldman dire che gli attentati hanno fatto – quanto a capovolgere lo spazio. Al punto da spingere a chiedersi se la foto sia stata bandita malgrado le sue qualità formali oppure proprio per queste. Dubbio legittimo, che rivela come la bellezza, anziché mitigare, possa acuire l’atrocità di un’immagine. Dubbio che comunque non deve far dimenticare una ben più generale verità: la documentazione visiva sui cosiddetti jumpers, nel suo complesso, ha avuto una sorte analoga a quella della foto di Falling Man, specie negli Stati Uniti» (p. 307).

Secondo Carbone anche se la strategia di rimozione sembrerebbe derivare da una questione di privacy da rispettare, in realtà già nel corso del primo anniversario della strage sono state soggette ad aspre critiche, dunque rimosse, alcune opere d’arte evocanti i tragici eventi pur senza fare alcun riferimento a individui specifici violandone la privacy. Il risultato è che negli Stati Uniti si è smesso di mostrare e di parlare di quegli individui gettatisi nel vuoto. «Ecco allora che la memoria del “giorno più fotografato e più videoregistrato della storia mondiale” si confessa abitata da una paradossale volontà iconoclastica, che segnerà ambiguamente anche molti altri combattimenti della “guerra delle immagini” esplosa quel giorno» (pp. 308-310).

Volontà iconoclastica che, secondo lo studioso, ritroviamo anche nell’attentato del 2015 alla sede del giornale satirico francese «Charlie Hebdo», definito da «Le Monde» “L’11 settembre francese”. Nel presentarsi come una rappresaglia per la pubblicazione di alcune caricature di Maometto, il gesto palesa la volontà iconoclastica degli attentatori. «Né questa volontà risulta di per sé contraddetta dall’enorme impatto, non solo emotivo ma anche politico, esercitato nel settembre dello stesso anno dalla fotografia del corpo annegato del piccolo migrante siriano Aylan Kurdi sulla spiaggia turca di Bodrum: un impatto che, proprio per la valenza politica assunta, da più parti si cercò di contrastare bollando quella foto come manipolata. E gli esempi di tale volontà iconoclastica – rintracciabile, pur con ovvie e significative differenze, in schieramenti culturali, ideologici e mediatici dichiaratamente opposti – potrebbero continuare» (p. 310).

Nella parte finale dell’intervento, l’autore prende in considerazione la conclusione del romanzo di Jonathan Safran Foer Molto forte, incredibilmente vicino (Guanda, 2005) in cui un bambino decide di invertire la sequenza delle immagini di un altro falling man e con essa degli eventi, immaginando il padre che dal suolo, salendo con l’ascensore, finisce col raggiungerlo nell’appartamento. «In questo testo e nella sequenza rovesciata d’immagini che l’accompagna sembra agire appunto una precessione reciproca del tragico reale e dell’immaginario infantile, i quali non cessano di rinviare l’uno all’altro pur rimanendo disperatamente divergenti come solo possono esserlo il trauma e l’inconsolabile desiderio di cancellarlo. Emozione contrastata. Emozione dalla cui violenza è impossibile difendersi. Diversamente dal sublime kantiano, lo spettatore non riesce più a distinguersi dal naufrago. Così, se Kant può immaginare il sublime come “l’immenso oceano sconvolto dalla tempesta”, un testimone dell’11 settembre non ha potuto fare a meno di modificare implicitamente quell’immagine scrivendo: “il dolore che avvolge queste colonne è inimmaginabile e continuiamo a fissarlo come travolti da un mare in tempesta”. Non c’è possibile “distanza di sicurezza” dal naufragio. E tanto peggio per noi se speriamo di poterla creare alzando muri. Perché tale naufragio non si limita a essere “incredibilmente vicino”, come annunciava il titolo del romanzo di Foer, ma è piuttosto il nostro stesso naufragio. Per questo si rivela abitato da quella che prima chiamavo “strategia di rimozione”. Anche per questo una guerra alle immagini percorre l’attuale guerra delle immagini» (p. 317).

Ruggero Eugeni, nello scritto “Le negoziazioni del visibile. Visioni aumentate tra guerra, media e tecnologia”, prende in esame alcune tecnologie di assistenza-potenziamento della visione umana in condizioni di scarsa visibilità, riflettendo soprattutto sulle relazioni tra usi bellici e usi mediali dei dispositivi di visione notturna. Dopo aver tratteggiato lo sviluppo di alcune tecnologie visive – image intensification, active illumination, thermal imaging – dapprima in ambito militare e, successivamente, civile, lo studioso analizza alcuni combat video sottolineando come le modalità con cui sono stati montati e la diffusione in internet tendano a trasformarli da materiale di documentazione in propaganda. In molti di questi video esiste un «legame metonimico fortemente esibito tra appropriazione visiva e appropriazione fisica del territorio» (p. 326). Non a caso, continua Eugeni, la conquista dei differenti spazi, nel corso delle operazioni belliche riprese, viene da un lato esaltata dalla natura “embedded” della videocamera (al contempo testimone impersonale e parte integrante del movimento di conquista) e dall’altro resa possibile e visibile dal ricorso a dispositivi di visione notturna, «atto di vittoria preventiva sulle “tenebre” del male che circondano i corpi dei soldati e minaccerebbero altrimenti di inghiottirli» (p. 326). I combat video sono spesso girati in prima persona secondo modalità stilistiche molto simili a quelle che si ritrovano nei videogiochi del genere first person shooters di guerra; è evidente come videogiochi e combat video si rimandino a vicenda.

Nei videogiochi di ambientazione bellica più avanzati si ha una «sovrapposizione metonimica tra superiorità visiva garantita dalle tecnologie di visione notturna, e superiorità tattica espressa in atti di conquista e di “bonifica” del territorio mediante un sistematico sterminio dei nemici impossibilitati ad agire nel buio» (p. 328). Vi sono però altri due elementi importanti messi i luce dall’autore: «la struttura del videogioco in prima persona non solo esprime la conquista visuale, sensomotoria e militare di un territorio, ma permette al giocatore di viverlo direttamente grazie a una esperienza di simulazione incorporata. In secondo luogo, nei paratesti che hanno accompagnato il lancio del gioco la superiorità tecnologica e militare della visione notturna viene fatta rimare metaforicamente con la superiorità tecnologica del videogioco stesso (e quindi, ancora metonimicamente, con la fluidità dell’esperienza di gioco e il relativo piacere), la cui costruzione assume tutti i connotati di una delle operazioni belliche che vengono epicamente narrate» (p. 328).

In questi casi di combattimento al buio registrati attraverso sensori notturni (gli stessi videogiochi simulano tale modalità), lo spettatore viene calato nella medesima situazione di “vantaggio scopico” di cui si avvalgono i combattenti “armati di visori”. «La rilevanza di questo fatto per quanto concerne l’esperienza spettatoriale emerge chiaramente se analizziamo al contrario casi in cui allo spettatore viene negata, almeno a tratti, questa condizione» (p. 329). A tal proposito il saggio porta come esempio la sequenza finale del film Zero Dark Thirty (2012) di Kathryn Bigelow in cui si mostra l’assalto notturno al rifugio in cui è nascosto Osama Bin Laden realizzata montando in alternanza immagini a luce naturale scarsamente visibili e immagini realizzate con visori notturni. Tale alternanza risponderebbe «a una precisa strategia espressiva ed emotiva: nel momento di massima tensione, lo spettatore viene calato in una situazione alternativamente di sollecitazione e deprivazione visuale e sensomotoria. Per un verso la presenza intermittente delle immagini girate coi sensori stimolano il suo coinvolgimento nell’azione secondo un modello di simulazione incorporata […] per altro verso l’irrompere e il prorompere dell’oscurità lo risospingono in una condizione di spaesamento e deprivazione: essi innescano dunque un disperato bisogno di informazione percettiva indispensabile per portare a temine i processi di simulazione incorporata dell’azione precedentemente innescati» (pp. 332-333).

Un effetto visivo analogo lo si ritrova in Flames of War. Fighting Just Begun (settembre 2014), un video di propaganda realizzato e diffuso dall’Isis. «Anche qui le immagini, girate da una helmet cam, sono spesso quasi indistinguibili o completamente buie. Di tanto in tanto tuttavia alcune riprese con sensori notturni mostrano immagini di soldati siriani morti, abbattimento di porte, scene di combattimento, ecc. con assolvenze e dissolvenze al nero a far sì che la piena visibilità della scena sia costantemente compromessa» (p. 333). Non è difficile, continua Eugeni, cogliere la volontà da parte dell’Isis di fare il verso alle sequenze finali del film della Bigelow: «la conquista della base di Raqqa diviene nella retorica del video la eroica “risposta” dei mujahidin di Daesh alla uccisione del leader di Al Quaeda – o per meglio dire: il racconto visuale dell’una diviene la risposta al racconto visuale dell’altra» (p 334).

Nella parte finale del saggio vengono ricostruite le analisi relative alle relazioni tra guerra, media e tecnologie del visibile prodotte da autori come Paul Virilio, Friedrich Kittler e Jean Baudrillard, mettendo però in luce come tale dibattito necessiti di essere aggiornato alla luce dell’uso e degli effetti della visione aumentata dai dispositivi visivi contemporanei.

Se Paul Virilio tende, sin dalla metà degli anni Ottanta, a porre l’accento sull’assorbimento di tecnologie mediali da parte dell’industria militare, indicando in particolare il ricorso nelle guerre novecentesche a tecniche cinematografiche, lo studioso tedesco Friedrich Kittler sostituisce alla “logistica della percezione” di cui parla il francese, una “logistica dell’informazione” e sostiene invece che sono le esigenze belliche a determinare lo sviluppo e la logica dei media.

La questione posta da Virilio circa la progressiva “smaterializzazione” della guerra, la si ritrova per certi versi anche in Jean Baudrillard che da parte sua «sviluppa una teoria dei media basata sull’idea di una loro autoreferenzialità e della cancellazione del loro referente “reale”. Il motto mcluhaniano “il medium è il messaggio” va reinterpretato secondo Baudrillard: i media hanno prodotto una implosione del sistema di distinzione tra la realtà e la sua rappresentazione mediata, e hanno dato luogo a un sistema di simulazione e di iperrealtà diffuse» (pp. 337-338). Mettendo a confronto i due studiosi Eugeni nota che se Virilio «prende in esame tecnologie di svolgimento del combattimento e sottolinea l’importanza crescente del momento scopico di sorveglianza rispetto a quello pratico del combattimento, Baudrillard dal suo canto si focalizza sulle strategie di rappresentazione mediale (soprattutto televisiva) della guerra e sottolinea la sua derealizzazione» (p. 338). Entrambi insistono comunque sul processo di smaterializzazione subito dalla guerra nel momento che questa ha iniziato la sua «interazione con tecnologie visuali sia panottiche che rappresentative: le tecnologie visuali per i due studiosi sottraggono il soggetto da un confronto diretto e pratico con il mondo isolandolo in una dimensione di sguardo distante, simulacrale o impersonale che sia» (pp. 338-339).

Secondo Eugeni, se a proposito delle modalità di relazione tra i media e gli apparati bellici, Virilio e Kittler hanno il merito di aver posto in evidenza una presenza “extramediale” dei media, «il limite del dibattito su media e guerra risiede [nel fatto] di opporre semplicemente tecnologie del visibile mediali e belliche per studiare le forme di scambio e di influenza delle une sulle altre e/o viceversa» mentre, continua lo studioso, in una condizione postmediale pienamente intesa occorrerebbe «radicalizzare questo modello e pensare piuttosto i differenti dispositivi di visual data setting come capaci di lavorare contemporaneamente all’interno di differenti e numerose cornici e pratiche sociali: non solo l’ambito dei media in senso stretto e non solo la ricerca e le applicazioni belliche, dunque, ma anche la sorveglianza, l’astronomia, i trasporti, la produzione industriale, la meteorologia e così via» (p. 340).

Per quanto riguarda invece la questione della smaterializzazione e della virtualizzazione della guerra derivate dall’utilizzo di tecnologie visuali, nonostante il merito di aver sottolineato il ruolo dei media «in una condizione postmediale all’interno dei fenomeni geopolitici contemporanei», le analisi di Virilio e Baudrillard, sostiene Eugeni, non possono essere condivise in quanto «il caso dei sistemi di visione notturna e aumentata dimostrano chiaramente che le tecnologie visuali si pongono al servizio di una relazione situata e incarnata del soggetto con il mondo: esse sono finalizzate ad accrescere la sua “consapevolezza situazionale” al fine di una gestione ottimale del suo agire. Non si assiste dunque a una assolutizzazione autoreferenziale del visibile, quanto piuttosto a una negoziazione dei suoi limiti rispetto all’invisibile» (p. 341).

 

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