Frammento sulle macchine – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sun, 15 Feb 2026 21:00:23 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Macchine collettive contro l’innovazione capitalistica https://www.carmillaonline.com/2020/02/17/macchine-collettive-contro-linnovazione-capitalistica/ Mon, 17 Feb 2020 22:00:37 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=58106 di Veronica Marchio

Frammenti sulle macchine. Per una critica dell’innovazione capitalistica, a cura di Giuseppe Molinari e Loris Narda, collana Input, ed. Derive Approdi, Roma 2020, pp. 104, 8,00 euro

Questa opera raccoglie e sistematizza gli interventi del seminario organizzato dal collettivo Hobo di Bologna “Tecniche viventi, vite macchiniche”, riportando la cornice teorica che ha stimolato la messa in discussione di alcune tendenze odierne per pensare una critica dell’innovazione capitalistica. Si tratta di una nuova uscita nella collana Input di DeriveApprodi, dedicata alla formazione politica e connotata da volumi – come questo – agili e di [...]]]> di Veronica Marchio

Frammenti sulle macchine. Per una critica dell’innovazione capitalistica, a cura di Giuseppe Molinari e Loris Narda, collana Input, ed. Derive Approdi, Roma 2020, pp. 104, 8,00 euro

Questa opera raccoglie e sistematizza gli interventi del seminario organizzato dal collettivo Hobo di Bologna “Tecniche viventi, vite macchiniche”, riportando la cornice teorica che ha stimolato la messa in discussione di alcune tendenze odierne per pensare una critica dell’innovazione capitalistica. Si tratta di una nuova uscita nella collana Input di DeriveApprodi, dedicata alla formazione politica e connotata da volumi – come questo – agili e di ampia diffusione, al contempo introduttivi del tema e con rigorosi livelli di approfondimento. I contributi sono quelli di Salvatore Cominu, Andrea Fumagalli, Franco Berardi Bifo; il libro è arricchito dalle interviste a Federico Chicchi, Christian Marazzi, Maurizio Lazzarato.roprio per il carattere fortemente articolato del testo, ricco di sfumature differenti e interrogativi aperti tutti da approfondire, sarebbe impossibile, se non addirittura inutile, pretendere di poter scrivere una recensione che tenga dentro tutto. Ecco perché, cogliendo lo stimolo al ragionamento teorico e politico che un tipo di scritto come questo si propone di offrire, proverò ad interagire con i contenuti del libro, individuando soprattutto gli elementi comuni dei vari interventi e problematizzando ulteriormente i nodi irrisolti che emergono con grande urgenza. 

Innanzitutto ciò che di fondamentale viene fuori dal libro, è che non può esistere una critica dell’innovazione capitalistica, tesa a costruire una progettualità politica antagonista, che non tenga insieme una serie di livelli di ragionamento e di realtà quando ci si interroga sul rapporto tra macchine, tecnologia, soggettività capitalistiche e potenziali soggettività-contro. 

C’è infatti un livello di dominio alto, in cui la dimensione del capitalismo finanziario – come spiega Fumagalli – si coniuga con lo sviluppo tecnologico e macchinico, producendo accumulazione di dominio e potenziamento capitalistico sempre più esteso. Questo livello alto di ragionamento permette di caratterizzare la critica con un punto di vista di parte: la macchina e l’innovazione non sono elementi neutrali, ma strumenti attualmente in mano alla civiltà capitalistica.

Questo elemento, per quanto apparentemente scontato, è in realtà fondamentale, poiché permette di affermare che le macchine, in quanto strumento di moltiplicazione delle forze, di potenziamento dell’attività dell’uomo, sono sempre esistite. L’uomo si è sempre dotato di esse. L’utilizzo capitalistico delle macchine non è naturale, ma storicamente determinato. Ciò di cui il libro si occupa quindi, sono le macchine capitalistiche, un sistema articolato che è costituito come macchina sociale complessiva. 

Prima di entrare nel merito di alcune questioni a mio avviso centrali, vorrei individuare due elementi ricorrenti nel testo, che possono fungere da premessa di questa recensione. In primo luogo emerge chiaramente il tentativo di mettere a verifica e a critica alcune concezioni e categorie del pensiero politico operaista italiano, in particolare attraverso gli studi e le ricerche che Romano Alquati e Raniero Panzieri – con differenze e anche contrasti tra di loro, giustamente evidenziati nel contributo dei curatori – hanno portato avanti sul tema. Secondariamente i vari autori provano in qualche modo a distanziarsi tanto da posizioni tecnofile, quanto da posizioni tecnofobe. Nelle prime l’innovazione tecnologica e il potenziamento delle macchine, ad esempio quelle biologiche come spiega Chicchi, sono viste come una grande risorsa per l’interazione della specie e per inventare nuove soggettività; oppure sono maggiormente legate al mondo della pratica politica, dove spesso l’apparato tecnologico appiattisce completamente la dimensione di realtà, rischiando di disincarnare le lotte e le soggettività. Le seconde prevedono che la tecnologia dominerà in modo totalitario e senza residui la vita dell’uomo, e perciò la soluzione che si prospetta è una rinuncia ad essa.

Nello stesso tempo, e in ciò sta l’elemento di grande stimolo del libro, la semplice terza strada del controuso della tecnologia e delle macchine – contro uso contro l’utilizzo capitalisticamente direzionato –, è posta certamente come punto dirimente, ma viene continuamente problematizzata. In questo senso il ragionamento che viene portato avanti è correttamente ambizioso: apre una sfida tutt’altro che semplice da affrontare. Tutto sommato ciò che alla fine si può affermare è che il contrario di innovazione capitalistica è rivoluzione. Ma ci arriveremo. 

Nel loro saggio introduttivo, che delinea il quadro teorico di riferimento e pone degli interrogativi, Molinari e Narda ci introducono alla definizione che Borio dà di macchina riprendendo Alquati: essa è un sistema complesso, articolato, espropriativo di capacità umane e finalizzato. Questo tipo di modo di considerare la macchina come un sistema e non come mero macchinario, viene in qualche modo riempito nel corso della trattazione. È un sistema articolato, nella misura in cui si caratterizza come sistema di macchine che sono tese alla produzione, all’organizzazione, alla gestione burocratica, macchine biologiche, sociali, che dispiegano un modo di funzionamento. Questo sistema articolato costituisce una macchina sociale complessiva – che Lazzarato definisce anche come macchina di guerra globale. È un sistema espropriativo di capacità umane. Ritengo che questo secondo elemento sia decisamente uno dei punti del libro che più necessitano di essere presi in considerazione, e difatti è anche un nodo su cui i vari interventi ritornano continuamente. 

Affermare ciò significa prima di tutto due cose: la questione dello sviluppo tecnologico delle macchine – la digitalizzazione, i big data, il mutamento delle forme del lavoro, come frontiera dell’innovazione capitalistica – non può essere assunta, come specifica Chicchi, al di fuori dei rapporti sociali di produzione, “della tensione di soggettività, estrazione del valore e sua accumulazione” (pag. 80). Cominu aggiunge che qualunque visione si abbia del rapporto tra innovazione, sapere sociale e natura del nuovo capitalismo, è difficile negare “che lo sviluppo del macchinario digitale sia stato decisivo, negli ultimi decenni, non solo per creare nuove merci ma anche per riformulare le modalità di comando sulla società” (pag. 30). Nonostante le nuove tecnologie siano specialistiche e automatiche, sono anche macchine relazionali e quindi sociali, che hanno assorbito capacità di dialogo, di regolazione ecc. Questo discorso non è in fondo contrastante con ciò che dice Lazzarato in chiusura del libro, e cioè che è la macchina sociale che crea le macchine tecniche. 

In secondo luogo, ricorrente è la critica alle teorie del cosiddetto capitalismo cognitivo secondo cui nel “postfordismo”, il lavoratore – a differenza del passato – sarebbe lasciato autonomo di cooperare per poi essere successivamente espropriato dal capitale, che succhierebbe in modo parassitario la ricchezza della cooperazione sociale. Potremmo quasi affermare che questa posizione – duramente criticata, soprattutto perché poi la presunta autonomia non ha portato a nessun sovvertimento della civiltà capitalistica –, ricade in una posizione tecnofila, affidando la progettualità politica totalmente in mano all’innovazione capitalistica. Mentre, come dice Bifo, è una temporalità autonoma che andrebbe contrapposta a quella accelerata del capitale.

Nel saggio introduttivo – e ciò in linea con lo stesso titolo del libro – i due curatori vanno invece direttamente al cuore del problema, ripartendo dal Frammento sulle macchine di Marx e dai concetti di capacità e attività umana di Alquati. Il capitale ha sempre avuto l’esigenza di liberarsi (ovvero sussumere la forza) del sapere e delle abilità operaie (viste come arma di ricatto), di impoverire la capacità umana nel senso di incorporarla dentro la macchina in funzione anti-operaia – si parla di macchinizzazione delle capacità umane – , di separarla, in quanto risorsa calda, dal corpo di chi la possiede, per inglobarla nella risorsa fredda macchinica. In altre parole, la costituzione di una contrapposizione tra la macchina e la capacità umana, che ha come effetto un potenziamento di essa per il capitale, e un impoverimento della sua potenziale linea di arricchimento contro il capitale. Come direbbe Alquati, la risorsa calda entra essa stessa in un processo di mercificazione. Pensiamo, come suggerisce Marazzi, al rapporto tra capacità umane e digitale: il lavoro vivo, che ha incorporato una serie di funzioni del capitale fisso, genera informazione e dati a partire dalle forme di vita, non solo quindi nel mondo del lavoro classicamente inteso, ma anche nel vasto mondo della riproduzione sociale. 

Il sistema macchina è infine, e di conseguenza, finalizzato. L’ovvio rischio a cui tutte le posizioni tecnofile si espongono è quello di considerare l’innovazione – e quindi le macchine – come dispositivi neutri e neutrali. Come spiega in modo eccellente Cominu, le macchine costituiscono una potenza ostile per l’agente umano, sono l’esito di un rapporto di forza, sono intrinsecamente una parzialità – direbbe Panzieri – e portano perciò ad una situazione di ambivalenza. Quest’ultimo concetto viene ripreso da Alquati, il quale ipotizzava, in modo esplorativo, un’ambivalenza irriducibile, per cui la capacità umana è solo tendenzialmente capitale e può rifiutarsi di funzionare come tale. In altre parole, se il capitale ha sempre bisogno della capacità umana per compiere il processo di innovazione – chiudendo o lasciando aperta l’ambivalenza –, la risorsa calda – per quanto impoverita – rimane comunque dentro al corpo caldo come potenzialità che può rompere i processi di lavorizzazione e mercificazione. L’ambivalenza allora, come suggerisce Cominu, va coltivata, come campo di battaglia. 

Prima di arrivare a conclusioni e interrogativi, vorrei toccare un’ultima questione importante che nel libro viene affrontata: il rapporto tra macchine e lavoro. In particolare mi sembra molto utile ciò che dice Cominu, quando afferma – riprendendo tutto un dibattito che non posso qui sintetizzare per motivi di spazio – che gli scenari sull’impatto della trasformazione digitale, anche in termini quantitativi di numero di lavori in diminuzione, sono irrealistici; più che parlare della fine del lavoro dovremmo parlare di lavoro senza fine, “laddove lavoro è meno distinguibile dall’insieme delle attività co-implicate nella produzione di valore” (pag. 37). Chicchi specifica ancora meglio questo rapporto, dicendo che in questo modello di relazione della tecnologia con il mondo del lavoro, la prestazione lavorativa deve essere assoluta e smisurata, e riguarda tanto il tempo produttivo, quanto quello riproduttivo. La gamma di capacità umane impoverite è dunque molto estesa. 

Per concludere, riprendo una domanda che Cominu, a conclusione del suo intervento, rivolge a mo di apertura di un dibattito in merito: “cosa significa contro-usare l’organizzazione infrastrutturata delle macchine digitali?” e “fino a che punto la persona umana è mezzificabile?” (pag. 40). Aggiungerei io: come immaginare un contro alla macchina sociale capitalistica complessiva, per riprendere il ragionamento sviluppato da Lazzarato? Penso che siano questi degli interrogativi cruciali, soprattutto per il fatto che la riduzione della capacità umana a mezzo è un processo, ed è un processo non risolto una volta per tutte: la risorsa umana è pur sempre calda – ritorna qui il concetto alquatiano di residuo irrisolto.

Alla luce della sfida che questo libro propone, mi sembra del tutto urgente ragionare sul fatto che, se l’innovazione capitalistica decantata come progresso dell’umano, in realtà impoverisce l’umano, potenziandolo ma privandolo della sua possibile ricchezza, costituendosi come forza ostile ad esso, è plausibile pensare a come rovesciare questa ostilità? Se l’innovazione e il progresso non sono, di conseguenza, figli della necessità di uno sviluppo che tende verso il bene, se essi sono sinonimo di sussunzione delle lotte e dei comportamenti dotati di politicità intrinseca – e quindi il contrario di rivoluzione –, come ripensare l’ipotesi del contro-uso delle macchine, in una direzione che immagini la costituzione di macchinette collettive, che producano ricchezza di capacità, organizzazione, contro-formazione e contro-soggettività?

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Nemico (e) immaginario. L’Intelligenza artificiale tra timori e utopie https://www.carmillaonline.com/2019/10/24/nemico-e-immaginario-lintelligenza-artificiale-tra-timori-e-utopie/ Thu, 24 Oct 2019 21:00:04 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=55452 di Gioacchino Toni

Nel saggio L’algoritmo della post-produzione. Come rinunciare al lavoro e vivere felici – contenuto nel volume D. Astrologo, A. Surbone, P. Terna, Il lavoro e il valore all’epoca dei robot. Intelligenza artificiale e non-occupazione (Meltemi, 2019) –, Dunia Astrologo apre significativamente  la sua analisi circa l’incidenza dell’Intelligenza artificiale sul mondo del lavoro riportando una celebre affermazione del Moro di Treviri: “La storia di ogni società sinora esistita è storia di lotte di classi. Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in [...]]]> di Gioacchino Toni

Nel saggio L’algoritmo della post-produzione. Come rinunciare al lavoro e vivere felici – contenuto nel volume D. Astrologo, A. Surbone, P. Terna, Il lavoro e il valore all’epoca dei robot. Intelligenza artificiale e non-occupazione (Meltemi, 2019) –, Dunia Astrologo apre significativamente  la sua analisi circa l’incidenza dell’Intelligenza artificiale sul mondo del lavoro riportando una celebre affermazione del Moro di Treviri: “La storia di ogni società sinora esistita è storia di lotte di classi. Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in una parola oppressi e oppressori sono sempre stati in contrasto fra di loro, hanno sostenuto una lotta ininterrotta, a volte nascosta, a volte palese: una lotta che finì sempre o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la rovina comune delle classi in lotta.” Karl Marx

La storia, di tanto in tanto, opera dei veri e propri salti di paradigma e ogni rivoluzione, continua Astrologo in apertura di analisi, ha determinato una modificazione degli stili di vita, delle condizioni economiche e dei modelli culturali. Visto che in molti casi la portata dei cambiamenti non è stata prevista, nel momento in cui ci si occupa dei mutamenti delle tecnologie, risulterebbe utile tentare di comprendere quali saranno le evoluzioni che avranno successo e quali i loro effetti sul modo di produzione, dove si concentrerà il potere economico e quale direzione politica prenderà la società nei prossimi decenni.

Sin da quando, a partire dalla metà degli anni Cinquanta, si è iniziato a parlare di Intelligenza artificiale, si è sempre palesata una certa dose d’inquietudine derivata dal timore che un prodotto dell’attività cognitiva umana possa prendere il sopravvento su chi l’ha prodotto. La letteratura ed il cinema non hanno mancato di affrontato le paure più profonde del genere umano nei confronti dell’Intelligenza artificiale concentrandosi soprattutto sul rischio di non saper distinguere l’umano dall’artificiale e sul timore che l’umanità venga soggiogata dalle macchine.

Tali paure sono ricorrenti anche nelle diverse stagioni della serie Black Mirror (dal 2011, Channel 4; Netflix) ideata da Charlie Brooker. Nell’episodio Metalhead (ep. 5, quarta serie), ad esempio, si narra di cani-robot che improvvisamente danno caccia agli esseri umani senza che si abbia alcuna informazione a proposito degli scopi per cui erano stati costruiti e dei motivi che li hanno indotti ad attaccare gli umani. Si potrebbe ipotizzare, suggeriscono Fausto Lammoglia e Selena Pastorino1, che le macchine di Metalhead stiano semplicemente svolgendo il compito per cui sono state realizzate o che siano mosse dal timore di essere prossime allo spegnimento.

Secondo i due studiosi l’Intelligenza artificiale potrebbe essere letta come risposta all’esigenza di realizzare una sorta di umanità potenziata che sostituisca gli esseri umani nei compiti faticosi liberandoli così dalla condanna al lavoro e consentendo loro di vivere oziando. La massima espressione della tecnica umana sembrerebbe però coincidere con l’inizio della sua decadenza, visto che con il trasferimento alle macchine delle proprie facoltà, l’essere umano finisce col perderle.

L’episodio di Black Mirror intitolato San Junipero (ep. 4, terza serie), presenta un’esistenza delle coscienze totalmente dipendente dal funzionamento delle macchine che, secondo Lammoglia e Pastorino, rinvia ad un paradigma uomo-macchina ricalcante l’hegeliana dinamica servo-padrone. L’essere umano, realizzando l’Intelligenza artificiale, instaurerebbe un rapporto di signoria che lo vede padrone della macchina in quanto è colui che le ha dato vita; «la macchina riconosce e segue questa dinamica mettendosi a servizio. Ora, la macchina (che per assunto ha le stesse modalità cognitive dell’uomo, ma potenziate), riconosce che è il suo lavoro a dare la vita all’essere umano ribaltando il rapporto, con l’aggravante che gli uomini “disimparano” ad esistere: l’automa è assolutamente libero rispetto al mondo della cosalità, poiché non necessita di nulla per vivere. O comunque, la macchina è capace di produrre autonomamente ciò di cui ha bisogno. L’uomo, invece, è dipendente dalla cosalità e perde la sua autonomia poiché non ha più i mezzi [ad eccezione dell’Intelligenza artificiale stessa] per ottenere ciò che gli è necessario»2.

È possibile ipotizzare una situazione in cui la macchina finisce con l’aspirare a rendersi umana liberandosi dalla dinamica di controllo per vivere libera, oppure si potrebbe vedere come l’essere umano, nel momento in cui raggiunge il vertice della sua parabola tecnologica evolutiva, finisce col porre le basi per il suo regresso ad un’epoca ingenua, in cui non è più in grado di modificare efficacemente la realtà che lo circonda.

L’essere umano tende a pensare all’Intelligenza artificiale e alla sua linea evolutiva in termini umani: essa tende ad essere collocata all’interno di una griglia di intelligenza propria dell’umanità senza che venga preso in considerazione il fatto che questa possa oltrepassarne velocemente il limite massimo. Sostiene a tal proposito Nick Bostrom che l’Intelligenza artificiale «potrebbe compiere un sbalzo in avanti apparentemente improvviso in relazione all’intelligenza soltanto a causa dell’antropofirmismo, la tendenza umana a pensare che lo “scemo del villaggio” e “Einstein” siano le estremità della scala dell’intelligenza, e non punti quasi indistinguibili sulla scala delle menti in generale»3, ma nel momento in cui l’Intelligenza artificiale supera il limite umano, continua Bostrom, si giunge ad un cambiamento radicale.

Secondo Mark O’Connell4 il rischio non è tanto dato dall’ostilità delle macchine intelligenti nei confronti degli esseri umani che le hanno realizzate, quanto piuttosto dalla loro possibile indifferenza. Esattamente come gli umani hanno contribuito all’estinzione di specie non per malvolenza ma perché non rientranti più nei loro piani, altrettanto una macchina intelligente potrà rivoltarsi all’essere umano se la scomparsa di quest’ultimo risulterà una condizione ottimale per il raggiungimento degli obiettivi della macchina.

Sino ad ora, sostiene Dunia Astrologo, l’Intelligenza artificiale ha avuto a che fare con sistemi di machine learning e con le capacità di apprendimento dei cyberbot nell’ambito dei processi per la realizzazione di prodotti e servizi utili alla semplificazione dell’esistenza. Al fine di evitare che tali tecnologie giungano a sottrarre libertà all’essere umano, sostiene la studiosa, occorre saper scindere la ricerca scientifica dalle sue oggettivazioni tecnologiche e valutare il ruolo che andrà ad avere l’Intelligenza artificiale nei decenni a venire, evitando di credere che per ottenere una società migliore occorra per forza contrastare le applicazioni che sostituiscono lavoro umano con macchine.

A fronte di una diminuzione della fatica lavorativa, l’automazione richiede un ampliamento delle capacità e competenze necessarie a governarne i processi. Anche ciò che fino a poco tempo fa era lavoro totalmente subordinato all’organizzazione del sistema produttivo, ora richiede un importante contributo cognitivo anche da parte di chi si occupa dei robot o delle fasi operative delle macchine governate da software. Nelle attività odierne, l’esigenza di interagire con il mercato attraverso sistemi informativi data rich da cui trarre elementi decisionali prevede «lavoratori-della-conoscenza (knowledge workers), la cui partecipazione al processo produttivo sembra non avere quasi più limiti fisici. È difficile immaginare il momento in cui un knowledge worker smette di lavorare e produrre per il suo datore di lavoro, poiché la conoscenza, che appartiene a lui e che può essere accresciuta e allargata molte volte nel corso della sua esistenza, non è un vero e proprio bene economico. Assomiglia assai più a un “bene comune”, un bene di tutti. E la nuova organizzazione dei processi di produzione di beni e servizi ne trae grandissimo vantaggio, sfruttandola senza soluzione di continuità»5. Anziché alleggerire l’impegno di chi lavora con l’ausilio di strumenti digitali, il nuovo modello operativo della società in rete sembrerebbe averlo di gran lunga appesantito.

Jonathan Crary6 ha puntualmente descritto la condizione dell’essere umano contemporaneo connesso con quei device elettronici che lo rendono costantemente disponibile all’interazione di tipo lavorativo, consumistico, formativo ecc., in definitiva in balia, più o meno consapevolmente, di un capitalismo onnipervasivo. Per certi versi, ricorda Astrologo, ciò ricorda i tempi della prima Rivoluzione industriale, quando la fatica e l’estensione oraria del lavoro manuale lasciavano un tempo irrisorio alla riproduzione della forza lavoro. Oggi, chi lavora ricorrendo soprattutto alle proprie conoscenze e competenze paga l’essersi liberato dalla necessità di presenziare in un luogo specifico di lavoro con un’estensione temporale della sua attività produttiva, tanto che, persino quando si prende una pausa lavorativa per interagire su un social o per fare acquisti su una piattaforma di e-commerce, contribuisce al processo di accumulazione dei cosiddetti Big Tech. La “presenza in internet” attraverso la mediazione di device fa sì che ogni atto, decisione, relazione, rapporto sociale ecc. sia registrato e utilizzato, immediatamente o prossimamente, per finalità non per forza di cose cose condivise. Le relazioni tra tutti questi input informativi, suggerisce la studiosa, generano una realtà complessa fatta di link tra soggetti o entità capaci di influenzare i comportamenti collettivi.

È indubbiamente diffuso il timore che l’Intelligenza artificiale, riducendo il numero di persone occupate in un lavoro produttivo, finisca col generare un fenomeno di marcata diseguaglianza tra un numero limitato di knowledge worker e una massa di individui sottopagati e sottoimpiegati, quando non totalmente espulsi dal ciclo produttivo. Il web ha determinato la scomparsa, o quasi, di molte attività tradizionali e pare che nei prossimi dieci anni metà dei lavori, sia manuali che intellettuali, possa essere sostituita da piattaforme digitali e da deep learning systems basati su raffinate proprietà computazionali in grado di sviluppare capacità cognitive simili a quelle umane. Secondo i dati riportati dal rapporto McKinsey 2017, nei settori a maggiore potenzialità di automazione circa il 47% della manodopera sarà presto sostituita. Anche prendendo in considerazione il fatto che non tutti i lavoratori e le lavoratrici possono essere rimpiazzati dalle macchine e che di pari passo alle perdite di molte attività si svilupperanno nuovi posti di lavoro nell’ambito dello sviluppo o della vendita delle app che renderanno inutili le attività più tradizionali, il saldo sembra destinato a restare decisamente negativo.

Sono state create macchine capaci di autoapprendere e di intervenire in numerosi campi applicativi che necessitano di un numero elevato di dati e, come sempre è avvenuto, chi è in grado di generare, raccogliere, organizzare il maggior numero di dati conquista una posizione di privilegio. La concentrazione di potere nelle mani delle major Big Tech (Apple, Google, Microsoft, Amazon, Facebook e Alibaba) soltanto ora inizia a essere percepita come problema con cui occorre confrontarsi al più presto. Alessandro Curioni7 individua proprio in tali colossi dotati di competenze tecniche di altissimo livello, avanzata capacità di analisi delle informazioni e controllo dei flussi di dati sul web, le nuove “superpotenze” dell’era della cyber war8.

Se molte imprese tendono a ricorrere all’Intelligenza artificiale per ridurre i costi del lavoro attraverso processi fortemente informatizzati e robotizzati, ve ne sono altre operanti in attività che, almeno nel breve periodo, non consentono di sostituire la manodopera con processi fortemente automatizzati. Vi sono poi aziende in cui i processi decisionali possono ricorrere all’ausilio di sistemi di controllo al fine di centralizzare i processi gestionali evitando così di dover ricorrere a una lunga catena di comando e consentendo a chi ha il controllo del sistema operativo di riappropriarsi totalmente dell’organizzazione di ogni fase lavorativa attraverso l’esercizio di una stretta sorveglianza. L’effetto orwelliano di tale approccio impedisce ogni permeabilità alla condivisione e allo sviluppo di saperi tecnici “taciti”, propri di chi conosce direttamente i processi aziendali e influisce sul mercato del lavoro rendendo possibile l’espulsione non solo di chi ricopre mansioni dequalificate, ma anche di coloro che hanno ruoli più specialistici.

Visto che non è ipotizzabile che in breve tempo i lavoratori e le lavoratrici sostituiti da macchine intelligenti possano acquisire capacità e competenze più elevate, secondo Astrologo, si prospetta il consolidarsi di «una logica alienante, capace di distruggere ogni forma di umanesimo del lavoro. Purtroppo questo è un modello che si sta diffondendo anche a causa della scarsa conoscenza dei reali e potenziali utilizzi dell’IA, ovvero della convinzione che l’automazione spinta dei processi operativi sia tutto quanto l’IA possa offrire, soprattutto se questa “falsa credenza” o vera ignoranza è sostenuta da una grande campagna di magnificazione delle sorti progressive di ciò che è noto come “Industry 4.0”»9.

É stata l’azienda tedesca Bosch ad introdurre per prima nel 2011 l’espressione Industria 4.0 intendendo indicare, spiega Stefano Zamagni, «una delle più rilevanti novità associate alla quarta rivoluzione industriale, ovvero una nuova modalità organizzativa della produzione, manifatturiera e non. Intelligenza artificiale, robotica, genomica, informatica, tra loro collegate secondo una relazione moltiplicativa, stanno letteralmente rivoluzionando sia il modo di produzione sia il senso del lavoro umano. La fusione tra mondo reale degli impianti e mondo virtuale dell’informazione, tra mondo fisico degli uomini e mondo digitale del dato ha fatto nascere un sistema misto cyber-fisico che mira a sciogliere quei nodi che i modelli del passato non erano stati in grado di realizzare: come ridurre gli sprechi, raccogliere informazioni dal processo lavorativo e rielaborarle in tempo reale, anticipare errori di progettazione per mezzo della virtualizzazione della fabbrica, valorizzare appieno la creatività del lavoratore, incorporare le specifiche richieste del cliente in tutte le fasi del processo di produzione»10.

Se l’Industria 4.0, così come si è presentata, richiede l’abbandono del modello ford-taylorista fondato sulla gerarchia e sulla specializzazione delle mansioni, allora un’azienda come Amazon, sostiene Astrologo, potrebbe invece essere definita “cyberfordista”: «tutta controllo gerarchico, catena decisionale lunga, e una moderna versione dei MTM di tayloriana memoria, finalizzati all’efficienza massima e alla riduzione del costo del lavoro»11. Ad oggi l’Intelligenza artificiale tende ad essere finalizzata ad una produttività basata sulla drastica riduzione dei costi e del numero di occupati senza che siano nemmeno prese in esame le possibilità offerte dall’Intelligenza artificiale: si mira a modellare l’organizzazione alle esigenze della tecnologia e non, viceversa, a ricorrere alla tecnologia per incidere qualitativamente sull’organizzazione al fine di migliorare le condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici.

I sistemi di Intelligenza artificiale si basano sull’elaborazione di dati posseduti, dunque tendono a concentrarsi nelle mani di chi li detiene e può elaborarli ed è in queste corporation che sembra concentrarsi il potere economico del futuro. Le macchine intelligenti possono accantonare parte della forza lavoro, materiale e intellettuale, eliminando attività e aspettative umane, e possono persino sostituirsi all’essere umano nell’elaborazione di decisioni complesse. Ad impattare per prima con tale sistema di disuguaglianze sarà la forza lavoro più debole, adibita ai mestieri meno qualificati e ciò darà luogo alla crescita esponenziale di un sottoproletariato destinato ai lavori occasionali, dequalificati e insicuri non eseguibili da macchine. Mano a mano che l’Intelligenza artificiale diventerà più raffinata, sostiene Astrologo, a pagare l’innovazione saranno quelle figure di tecnici e lavoratori che hanno svolto ruoli gestionali o mansioni specialistiche via via marginalizzate: tali figure sono destinate ad essere sostituite da macchine intelligenti e da sistemi di controllo diffusi. A mantenere le posizioni, continua la studiosa, saranno coloro che operano in ambiti in cui l’Intelligenza artificiale farà da supporto alle presa di decisione, gli addetti alla realizzazione di nuove applicazioni tecnologiche e i produttori e controllori di flussi di dati.

Che fine farà chi non rientra nelle prime due aree del mercato del lavoro (i dannati e i futuri dannati) o chi si trova tra queste e i destinati alla salvezza? A tale interrogativo Dunia Astrologo vede sostanzialmente tre possibili risposte: la prima rimanda all’arte dell’adattarsi o dello sgomitare al fine di mantenersi qualche gradino sopra gli altri; la seconda rinvia alla possibilità di lavorare in campi culturali e dell’intrattenimento che offrono servizi, riservati a chi se li potrà permettere, a cui non possono rispondere le macchine; la terza risposta rimanda a una possibile ribellione la cui portata e i cui effetti risultano al momento impossibili da prevedere.

Il diffondersi delle nuove tecnologie in sostituzione del lavoro umano pare aver determinato due diverse visioni: una propria dei tecno-ottimisti ad oltranza ed una dei tecno-pessimisti12. Astrologo ritiene, come detto, che la diffusione nel mondo del lavoro delle tecnologie basate sull’intelligenza delle macchine più che arginata dovrebbe essere orientata al miglioramento delle condizioni di vita degli esseri umani evitando atteggiamenti deterministici, di entusiastica accettazione o d’indifferenza. Secondo la studiosa lo scenario apocalittico costruito attorno all’Intelligenza artificiale andrebbe ridimensionato alla luce delle potenzialità offerte da questa e dai Big Data per migliorare le condizioni dell’umanità in termini cultuali, partecipativi e di qualità della vita. A tale scopo l’ipotesi della fine del modello capitalistico non può che tornare ad essere presa in considerazione e qua l’autrice riprende la nota riflessione di Marx circa la possibilità dell’auto-dissoluzione del capitale come forma dominante della produzione a partire da quel Frammento sulle macchine che, sin dagli anni Sessanta, di tanto in tanto non manca di rifare capolino agitando il dibattito politico antagonista con interpretazioni e forzature più o meno utopistiche.


  1. F. Lammoglia, S. Pastorino, Black Mirror. Narrazioni filosofiche, Mimesis, Milano-Udine, 2019. 

  2. Ivi, p. 167. 

  3. N. Bostrom, Superintelligenza: Tendenze, pericoli, strategie, Bollati Boringhieri, Torino, 2018, p. 119. 

  4. M. O’Connell, Essere una macchina, Adelphi, Milano, 2018. 

  5. D. Astrologo, L’algoritmo della post-produzione. Come rinunciare al lavoro e vivere felici, in D. Astrologo, A. Surbone, P. Terna, Il lavoro e il valore all’epoca dei robot. Intelligenza artificiale e non-occupazione, Meltemi, Milano, 2019, p. 25. 

  6. J. Crary, 24/7. Il capitalismo all’assalto del sonno, Einaudi, Torino, 2015. 

  7. A. Curioni, Strategie tattiche in A. Giannuli, A. Curioni, Cyber war. La guerra prossima ventura, Mimesis, Milano-Udine, 2019. 

  8. G. Toni, Guerre, immagini, big data e cyber war, Il Lavoro culturale, 02/10/2019. 

  9. D. Astrologo, L’algoritmo della post-produzione, cit., p. 35. 

  10. Intervista a Stefano Zamagni, Lavoro e quarta rivoluzione industriale: alcune riflessioni, in Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi, 3 (2019) []. L’intervista è a cura di Tito Menzani. 

  11. D. Astrologo, L’algoritmo della post-produzione, cit., p. 37. 

  12. «I tecno-ottimisti ad oltranza basano la loro visione circa gli effetti della rivoluzione digitale sulla celebre profezia di John Maynard Keynes, che diceva che le macchine avrebbero liberato gli uomini dal lavoro, per cui l’umanità avrebbe potuto dedicarsi alla coltivazione delle arti e del pensiero filosofico. Non poteva certo immaginarsi che dopo la seconda, sarebbero scoppiate due altre rivoluzioni industriali, la cui cifra è la marcata accelerazione con cui si realizza il mutamento tecnologico: da intergenerazionale a intragenerazionale. È questa iperaccelerazione che non consente una metabolizzazione del nuovo: l’avanzamento tecnico-scientifico corre più velocemente della riflessione etica. Secondariamente, il meccanismo della distruzione creatrice, colpisce più pesantemente quelle economie la cui forza lavoro è meno capace di recepire il nuovo. E infatti sono i paesi emergenti quelli che oggi più risentono dei rischi occupazionali associati alla nuova ondata di automazione. D’altro canto, i tecno-pessimisti pensano che il lavoro diventerà sempre meno importante e sempre più lavoratori saranno rimpiazzati dalle macchine. Un recente rapporto del centro di ricerca britannico Nesta pare confermare questo pessimismo quando chiarisce che non bastano più le skills specialistiche ad assicurare l’occupabilità. Quel che in più la nuova traiettoria tecnologica richiede sono abilità di tipo relazionale, quali empatia, propensione al lavoro di squadra, autonomia» Intervista a Stefano Zamagni, Lavoro e quarta rivoluzione industriale: alcune riflessioni, op. cit. 

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Neurocapitalismo. Dalla sussunzione reale alla sussunzione vitale https://www.carmillaonline.com/2016/04/14/neurocapitalismo-dalla-sussunzione-reale-alla-sussunzione-vitale/ Wed, 13 Apr 2016 22:01:10 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=29643 di Giovanni Iozzoli

neurocapitalismo_coverGiorgio Griziotti, Neurocapitalismo. Mediazioni tecnologiche e linee di fuga, Mimesis, Milano – Udine, 2016, 260 pagine, € 20,00

Negli ultimi trent’anni la categoria marxiana della “sussunzione reale” è stata spesso utilizzata come cartina di tornasole per leggere materialisticamente molti passaggi epocali che l’avvio della rivoluzione tecnologica e la globalizzazione ci ponevano davanti. Nel suo ricchissimo Neurocapitalismo Giorgio Griziotti argomenta, con grande efficacia, l’avvenuto inveramento/superamento di quella stessa categoria: la transizione dalla sussunzione reale alla “sussunzione vitale”. L’epoca in cui la valorizzazione capitalistica riesce a mettere in valore non [...]]]> di Giovanni Iozzoli

neurocapitalismo_coverGiorgio Griziotti, Neurocapitalismo. Mediazioni tecnologiche e linee di fuga, Mimesis, Milano – Udine, 2016, 260 pagine, € 20,00

Negli ultimi trent’anni la categoria marxiana della “sussunzione reale” è stata spesso utilizzata come cartina di tornasole per leggere materialisticamente molti passaggi epocali che l’avvio della rivoluzione tecnologica e la globalizzazione ci ponevano davanti. Nel suo ricchissimo Neurocapitalismo Giorgio Griziotti argomenta, con grande efficacia, l’avvenuto inveramento/superamento di quella stessa categoria: la transizione dalla sussunzione reale alla “sussunzione vitale”. L’epoca in cui la valorizzazione capitalistica riesce a mettere in valore non solo le forme del lavoro e della cooperazione sociale, ma la vita stessa, nella sua intelligenza, nelle sue potenzialità relazionali, nel suo portato di desideri e aspettative, finanche nella sua nuda essenza.

Il Neurocapitalismo è la fase bio-cognitiva della valorizzazione: la connessione mente, corpo, dispositivi e reti appare inestricabile e definisce la onnipervadenza della mediazione tecnologica. Il soggetto, i suoi desideri, le sue potenzialità, sono integralmente “messi in valore” dentro la dimensione di iperconnessione globale in cui tutta l’umanità, dalle savane alla metropoli, con gradi differenti, è ormai pienamente immersa.
Per scrivere un testo così necessitavano due condizioni: una grande competenza scientifica sulle rivoluzioni tecnologiche in atto da 30 anni e una mai spenta propensione verso la prospettiva della liberazione anticapitalistica; la biografia dell’autore, militante autonomo nel 77 milanese e poi ingegnere per grandi multinazionali delle comunicazioni, risponde a entrambe queste condizioni (ce ne fossero di più di “rossi ed esperti”, in un’epoca in cui scarseggiano gli uni e gli altri…).

Griziotti parte dalle categorie marxiane classiche – la “sussunzione reale”, il general intellect, la scienza come forza produttiva centrale e la legge del valore/lavoro come orizzonte in perenne forzatura, quindi il Marx dei Gundrisse e del “Frammento sulle macchine” (che come tutti i testi profetici si è prestato in 100 anni a ogni genere di interpretazione) – per connettere queste macro categorie ai mutamenti concreti, tecnologici, che hanno scandito l’egemonia della meta macchina informatica. E (passaggio non scontato) come tutte queste soglie tecnologiche abbiano segnato i grandi eventi politico-economici a cavallo dei due secoli: la fine del sistema di Bretton Woods, l’avvio della rivoluzione liberista, l’egemonia del capitale finanziario, la sconfitta operaia in occidente e la gigantesca ridislocazione della divisione internazionale del lavoro che – proprio grazie alla rivoluzione tecnologica – consente la convivenza della vecchia produzione di massa nelle periferie del mondo (mai così tanti operai nella storia) con le nuove forme dello sfruttamento “cognitivo”, quello in cui, appunto, non le braccia ma l’intelligenza, le attitudini cooperative, il sapere sociale consolidato dentro l’esperienza singolare dell’umano, costituiscono la base moderna di estrazione del plusvalore.

Ben narrata, anche per i profani, è la lunga sequenza storica che porta il capitalismo cognitivo ad appropriarsi del movimento del freesoftware e dell’innovazione che l’intelligenza socialmente diffusa è in grado di produrre solo se libera: una dinamica appropriativa che parte dall’epopea di Unix, il primo grande sistema operativo (sviluppato dal basso) e arriva fino alla persistente e raffinata capacità di captazione dei grandi gruppi, a partire da quello di Steve Jobs, che continuano a “recintare” e mettere in valore ciò che nasce come sapere comune.

La storia del capitalismo, ricorda Griziotti, è da sempre il tentativo di “sussumere” saperi e qualità del lavoro vivo dentro la Macchina, fin dal tempo dei telai a vapore; con l’elettronica, negli anni 60/70 il passaggio segna un salto di qualità (simboleggiato dalla macchina a Controllo Numerico e dalle prime linee automatizzate), con l’uomo che cede alla macchina parte dei suoi saperi e si sposta “al fianco” del processo produttivo, con una funzione di sorveglianza e controllo. Da lì, anche sulla spinta del conflitto operaio, si innesterà la formidabile rivoluzione delle comunicazioni nell’ultimo trentennio: un salto quantico nella messa in valore dei saperi, del linguaggio, dei sensi e finanche della sfera emozionale.

La tesi dell’autore è che le nuove tecnologie – nella loro devastante capacità di impatto sull’umano – vadano oltre la dialettica storica macchina/lavoro vivo e definiscano una rivoluzione antropologica in cui viene demolita e rifondata l’essenza stessa della soggettività e ridefinito il bios, la nuda vita. In quest’epoca non solo viene a mancare la tradizionale distinzione tra lavoro e non lavoro, sfera produttiva e non produttiva, non solo la giornata lavorativa si diluisce in un continuum in cui sei perfettamente produttivo anche mentre gironzoli sui social, alimentando i colossali big data che lavorano sui nostri desideri e su come trasformarli in input compulsivi, ma è il confine tra umano e macchina che tende a sfumare: dove finisce e dove comincia la nostra mente/coscienza, dentro l’immersione nel flusso della bioiperconnessione continua? C’è “qualcuno” dentro e distinto da questo flusso? E che cos’è propriamente l’umano, dentro questo scenario, appunto post-umano?
Domande terribili. L’autore cerca di sottrarsi al consueto schieramento tra apocalittici e integrati: tra gli ottimisti che da 20 anni vedono un potenziale di liberazione nella rivoluzione tecnologica (le macchine lavoreranno al posto nostro e noi svilupperemo le facoltà umane liberi dall’assillo del lavoro) e quelli che temono un’irreversibile dittatura digitale totalizzante ormai in atto. Per l’autore il terreno dello scontro è il capitalismo cognitivo, così come è storicamente dato, e anche nel cybertempo e nel cyberspazio continuamente rimodificati dal potere, non possiamo sottrarci a questo terreno, nella necessità di costruire sempre nuove “vie di fuga” in cui un sapere cooperante e costituente, riesca a sottrarsi al comando e alla valorizzazione. Non se ne vedono grandi segnali, al momento, solo qualche potenzialità. Il vecchio militante degli anni 70 ricorda il devastante impatto dell’eroina sui movimenti e lo paragona all’effetto alienante della connessione continua che dà un’illusione di apertura globale e invece isola l’individuo dalla realtà e dalla prossimità umana, nella più brutale delle alienazioni.

L’ultima sezione del libro, la più problematica, è quindi dedicata all’organizzarsi: esistono percorsi e processi reali e attuali, attraverso cui il comune, la cooperazione diffusa, possono riappropriarsi della loro autonomia? Lo scenario è desolato. Nomadismi esistenziali, perenni attraversamenti verso il nulla, che rifiutano le appartenenze (o si rifugiano in quelle più effimere), disegnano un individuo senza approdi nella sfera bio-ipermediatica, dai sensi perennemente saturi, dentro uno spazio tempo continuamente ridefinito da algoritmi e automatismi di sistema studiati per classificare e valorizzare miliardi di singolarità e le loro pratiche.

L’autore sa bene che senza conflitto, le potenzialità del comune (soprattutto sui temi centrali dell’energia e della comunicazione) non si libereranno mai, alla faccia dei profeti alla Rifkin che narrano di transizioni dolci e dell’avvento inevitabile del mondo nuovo dell’abbondanza, della sharing economy e della conoscenza comune.
Ma cosa c’è nell’agenda del presente, come si organizza il lavoro salariato oggi, mentre permangono le sue vecchie modalità di prestazione lavorativa? L’operaio fordista assumeva nella sua figura un intero ciclo di emancipazione ed egemonizzava un largo spettro di figure: programma e composizione di classe marciavano insieme, ma oggi, quale settore di “proletariato cognitivo” è in grado di ripercorrere la moderna filiera del valore – dal facchino al programmatore? E’ il problema dei problemi dell’oggi: la definizione di una nuova cartografia dei soggetti reali in cui “infilare le mani”, al di là delle macro-narrazioni sistemiche.

Decenni di conricerca, l’antica grana operaista, la passione del militante e il sapere accumulato “sul campo”, rendono il lavoro di Griziotti ricco, denso e utile. Neurocapitalismo è un libro poderoso, che apre squarci nuovi e allo stesso tempo produce giusta sintesi su quella che ormai è una massa sterminata di letteratura sulle derive del capitalismo cognitivo.

Mentre mezza Europa si interroga terrorizzata sulla possibile “sottomissione” alla Houellebecq (moloch sapientemente agitato per terrorizzare i popoli europei), così poco ci preoccupiamo della “sottomissione reale” (sinonimo della sussunzione) della nostra esistenza alla merce e al profitto, ormai totalmente dispiegata in ogni ambito della nostra esperienza quotidiana e del nostro spazio-tempo. Nessuna sharia potrebbe condizionarci più brutalmente. Più che un futuro a centralità teocratica, si intravede un orizzonte di nichilismo tecnologico efficacissimo, iperproduttivo e disperato.

 

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