Fortezza Europa – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sun, 05 Jul 2026 19:36:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Ancora sulla banalità del male https://www.carmillaonline.com/2020/12/02/ancora-sulla-banalita-del-male/ Wed, 02 Dec 2020 22:00:25 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=63698 di Sandro Moiso

Sara Montinaro, Daeş. Viaggio nella banalità del male, Meltemi editore, Milano 2020, pp. 160, 14,00 euro

Sara Montinaro, laureata in Giurisprudenza e specializzata in violazione dei diritti umani, è stata procuratrice a Parigi presso il Tribunale Permanente dei Popoli sulla Turchia e il popolo curdo, ha collaborato alla realizzazione di diversi progetti nel Rojava (Siria del Nord-Est) e partecipato a numerose missioni umanitarie nei Balcani, in Grecia, in Tunisia, in Cisgiordania-Palestina, in Turchia, nel Kurdistan iracheno e nello stesso Rojava.

E’ stata, probabilmente, questa vasta esperienza pregressa ad averle permesso, nel testo appena pubblicato da Meltemi, di [...]]]> di Sandro Moiso

Sara Montinaro, Daeş. Viaggio nella banalità del male, Meltemi editore, Milano 2020, pp. 160, 14,00 euro

Sara Montinaro, laureata in Giurisprudenza e specializzata in violazione dei diritti umani, è stata procuratrice a Parigi presso il Tribunale Permanente dei Popoli sulla Turchia e il popolo curdo, ha collaborato alla realizzazione di diversi progetti nel Rojava (Siria del Nord-Est) e partecipato a numerose missioni umanitarie nei Balcani, in Grecia, in Tunisia, in Cisgiordania-Palestina, in Turchia, nel Kurdistan iracheno e nello stesso Rojava.

E’ stata, probabilmente, questa vasta esperienza pregressa ad averle permesso, nel testo appena pubblicato da Meltemi, di ripercorrere le tracce di Hannah Arendt nel perseguire, illustrare e portare alla luce quello che l’autrice di origini ebraiche aveva definito, in una delle sue opere più celebri, “la banalità del male”. E Sara ha potuto farlo nei confronti di Daeş e dello Stato Islamico non soltanto grazie alla ricca bibliografia e alla sitografia consultate e citate nell’opera, ma anche, e soprattutto, al rapporto diretto stabilito sul campo, nel corso della primavera e dell’estate 2020, attraverso le sue interviste, tanto con rappresentanti dell’intelligence e combattenti delle forze YPG (Unità di protezione popolare) – YPJ (Unità di difesa delle donne) curde quanto con imam, foreign fighters e donne un tempo, e in alcuni casi ancora attualmente, riconducibili all’ideologia e alle pratiche dell’Isis.

E’ importante poi, dal punto di vista di chi scrive queste brevi note, che a farlo sia stata una donna (in realtà ci sarebbe da dire “ancora una volta una donna”) poiché una parte cospicua del libro è dedicato proprio alle condizioni delle donne dell’Isis, sia che si tratti di volontarie, convertite straniere oppure rapite nel corso delle operazioni di occupazione territoriale. E non sempre questa condizione rinvia ad un modello unico di comportamento, di sottomissione o adattamento alle condizioni imposte dalla pretesa legge islamica imposta dall’organizzazione religiosa, politica e militare riconducibile a Daeş.

L’analisi di Daeş o Isis, qual dir si voglia, richiede però, secondo l’autrice, nuovi schemi interpretativi, capaci di decifrarne la novità e la complessità. Dichiararne la scomparsa, a seguito soltanto della sconfitta militare subita sul campo di battaglia nel 2018, non serve a nulla, anzi rischia di nascondere il fatto concreto della sua riorganizzazione e del suo rafforzamento. Occorre cogliere la sua capacità di penetrazione culturale e ideologica che avviene su più piani e, soprattutto, grazie all’ignoranza dei fattori che lo hanno causato e giustificato agli occhi di tanti diseredati. Nelle metropoli occidentali come nel Medio Oriente e in altre parti del mondo.

L’aspetto religioso, il piano giuridico-politico, la storia e i conflitti interni, le differenze tra le diverse etnie, tribù e minoranze, l’aspetto sociale proprio di questi luoghi e della società tutta (d’altronde 40.000 foreign fighters sono più che sufficienti per dimostrare che si tratta di un fenomeno globale), assieme ai traffici illeciti, alle relazioni con le mafie nostrane e internazionali, intrecciati con le forme di sciovinismo e nazionalismo implementate e alimentate nell’ultimo secolo, sono tutti pezzi di un puzzle e parte integrante di questo grande mosaico. I riferimenti agli intrecci con il regime Baathista di Saddam Hussein, la prigione di Camp Bucca, i collegamenti con i servizi di intelligence di altri paesi sono dati di fatto. Bisogna essere consapevoli, inoltre, che la politica nostrana (dagli armamenti alla politica energetica di idrocarburi, dagli investimenti delle banche italiane alla gestione migratoria, dalla libertà di culto alla costruzione di moschee, e questi sono solo alcuni esempi) ha degli effetti che si riverberano in altri luoghi e su altre popolazioni1.

Perciò, è da queste considerazioni che occorre procedere a ritroso per cogliere tutti gli aspetti di quella che è ancora corretto definire come la banalità del male. Perché Daeş non è un cane nero sbucato dall’Inferno e i suoi militanti ed esponenti e le loro azioni, per quanto efferate, non sono solo il rigurgito di una o più menti malate. Costituiscono invece l’immagine capovolta di una società e di un modo di produzione che della violenza sulle minoranze, i generi, le etnie e i diseredati e della loro completa sopraffazione e sottomissione ha fatto il suo pane quotidiano.

Una modernità che nei peggiori sostenitori di un ritorno a un mitico passato (Erdogan, Turchia e Arabia Saudita) trova i suoi migliori alleati. Ognuno con le sue strategie geo-politiche, economiche e militari. Ognuno coinvolto in una guerra spietata rivolta sia all’interno che all’esterno dei propri confini. Ognuno attento a costruire o rafforzare un proprio domino o Califfato sulle aree di interesse strategico. Sempre più lontane dai confini nazionali, come succede in Libia, Africa sub-sahariana o alcune aree asiatiche.

Una partita in cui la risorsa energetica simbolo dello sviluppo di marca occidentale, il petrolio, riveste comunque una posizione centrale tra gli interessi che la animano, così come ben dimostrano l’interesse dell’Isis e dei suoi alleati tutt’altro che nascosti e i loro traffici milionari attraverso le frontiere. Ma in cui anche i migranti, più che un pericolo come quello sbandierato dai difensori dei confini occidentali, diventano autentica carne da vendere e macellare, in vista di un maggior profitto, nel mercato mondiale della miseria, dell’emarginazione e dello sfruttamento (sia lavorativo che sessuale o militare).

Ma è proprio questa sua nascita dalla modernità, al di là dello sventolamento utopico di un mitico Califfato ispirato ad un passato sempre travisato, a rendere attualmente l’ideologia dell’Isis e la sua pratica così irriducibili alla mera sconfitta militare.
Nell’Isis e nelle sue pratiche organizzative, nella sua violenza sistematica e nelle sue politiche di dominio si rispecchia la “nostra” società egoista, solitaria, sessista, razzista, classista ed escludente. Il mostro, se così vogliamo chiamarlo anche se con un tal genere di definizione si rischia sempre di cadere nella retorica e nelle semplificazioni, l’abbiamo partorito noi. Certo non, o non soltanto, la millenaria, e troppo spesso travisata, tradizione dell’Islam.

Le complesse burocrazie che governano ogni atto e ogni amministrazione territoriale dello Stato islamico, compreso un complesso sistema di welfare, così ben descritte da Sara Montinaro nella prima parte del suo testo, ricordano le burocrazie complesse non soltanto delle dittature ma anche degli stati sedicenti democratici come quello in cui viviamo. L’uso indiscriminato e abile delle risorse della Rete per arruolare, coinvolgere, convincere i futuri adepti di ogni nazionalità e quello dei social di ogni tipo per permettere loro sia di ritrovarsi in una comunità o umma virtuale che di contattarne le strutture clandestine attraverso Face Book, Instagram, Twitter e, oggi, anche TikTok, non rinvia ad altro che all’uso che oggi viene fatto quotidianamente, e con gli stessi obiettivi formali, non solo dai disseminatori di fake news, ma anche da opinionisti, influencer e capi di Stato.

Sono le abitudini a governare il male, non una forma specifica di devianza culturale e soggettiva. E sono spesso i soggetti deboli a cercare un appagamento nell’esercizio di un potere e di una violenza che per un attimo, forse i famosi quindici minuti di cui parlava Andy Warhol, li rende super-uomini oppure super-donne. Pienamente giustificati e motivati nel loro agire meccanico dal potere della norma abitudinaria. Proprio come sostenne Hannah Arendt a proposito dell’imputato e delle sue azioni scellerate durante il processo Eichmann tenutosi a Gerusalemme nel 19612.

Se così non fosse, come spiegare la condizione e le convinzioni delle “spose di Daeş” che l’autrice ha potuto indagare da vicino, all’interno dei campi profughi e di detenzione di Al-Hol e Roj. Condizioni che se da un alto vedono lo sfruttamento sessuale delle donne yazide, letteralmente tratte in schiavitù dall’Isis con l’unico fine di trarre vantaggio dalla vendita e dall’uso dei loro corpi, dall’altra vedono la convinta partecipazione al ruolo di spose dei combattenti e madri dei loro figli di migliaia di donne, spesso straniere. Donne che spesso, come i e le kapò di ogni campo di concentramento che si rispetti, diventano le peggiori aguzzine delle loro simili e, talvolta, anche degli uomini rinchiusi insieme a loro.

Al-Hol è un campo profughi che si trova lungo il confine siriano iracheno tra le montagne calde e steppose del deserto; […] Diviso in otto sezioni, al momento ospita circa 69.000 persone: il 65% sono bambini, il 30% donne e il 5% uomini. Delle otto sezioni, tre sono dedicate a famiglie irachene, quattro ospitano famiglie siriane e euna è un mix tra le due nazionalità. Accanto a queste sezioni vi è l’Annex, che ospita le famiglie [dei combattenti dell’Isis] provenienti da tutto il mondo. Al momento della mia visita nell’Annex si potevano contare cinquantaquattro diverse nazionalità provenienti, per la maggior parte da Europa, Africa (paesi maghrebini), India, Turchia e Russia (in particolar modo dal Kazakistan)3.

E’ considerato uno dei luoghi più pericolosi al mondo come spiega una comandante YPJ che ne supervisiona il servizio di sicurezza.

«Dopo la campagna militare avviata dalla Turchia a Serê Kaniyê, la situazione è peggiorata; come se si fossero risvegliati. Gli omicidi avvengono per lo più nella zona irachena, mentre all’interno dell’Annex bruciano le tende di chi pensano voglia collaborare con noi. […] Nella parte irachena è ancora più complicato. Lì ci sono pochi uomini e hanno paura delle donne. Fanno quello ch edicono loro».
All’interno del campo c’è un problema di sicurezza reale. Queste donne non hanno paura di niente e sono in attesa del ritorno del Califfato. Ne sono convinte e te lo dicono senza alcuna remora […] Le donne straniere, in particolare, sono le più pericolose: con un’istruzione superiore, sono consapevoli del proprio status e dei diritti di cui godono: “Sono una rifugiata di guerra come tutte le altre, quindi devo aver accesso ai miei diritti”, mi diceva Abd Almanya, una donna tedesca tedesca che si trova all’interno del campo. I suoi occhi azzurri e la carnagione chiara non lasciavano spazio a fraintendimenti sulla sua nazionalità: “Ho studiato alla Business School in Germania poi sono venuta qui con mio marito. La Germania che dice di esere un paese democratico, che cosa fa? Non voglio rientrare lì, non potrei seguire il mio credo religioso. Ma sono una rifugiata come tutte le altre e rivendico i miei diritti”.
«Loro arrivano da Hajin e da Baghouz,» mi spiega Amina, la comandante, «mentre chi aveva perso fiducia in Daeş aveva iniziato già ad arrendersi dopo la battaglia di Raqqa, queste sono persone che hanno continuato a combattere fino all’ultimo! Queste sono le più pericolose perché ci credono davvero. Si sono riorganizzate all’interno del campo, proprio come se fossero nel Califfato. C’è la hisbah, la loro polizia religiosa […] I bambini a nove anni sanno come costruire un rudimentale esplosivo utilizzando il materiale che c’è nel campo […] Sono disposte a tutto. Adesso le donne, quelle più carismatiche, passano tenda per tenda, fanno lezione di Corano ai bambini e insegnano loro l’ideologia di Daeş.»4

La questione dell’istruzione rivela poi ancora un altro aspetto, non secondario, degli aderenti e dei combattenti dello Stato islamico, poiché un buon numero di questi ha un livello di formazione scolastica superiore o universitario. Alcuni sono ingegneri, altri medici (cosa che ha permesso il funzionamento degli apparati amministrativi del Califfato) e questo deve suggerire la necessità di una battaglia che non può essere condotta soltanto sul piano militare, ma anche culturale.

Nel corso degli ultimi anni i confini della “Fortezza Europa” ci sono stati raccontati come qualcosa da difendere a tutti i costi, ma ciò che la storia ci narra è che i confini sono limiti dei popoli e l’unica cosa da difendere è l’umanità tutta. E non per una semplice questione di solidarietà, ma per un amore comunitario basato sul principio di coesione, dignità e libertà. L’essere umano è l’animale più debole sulla Terra. E’ l’unico animale che, sin dalla sua nascita, ha bisogno della cura di qualcuno per poter sopravvivere […] Questo ci insegna che siamo in grado di sopravvivere solo in una forma di cooperazione e solidarietà reciproca. In un mondo in cui avanza una politica dell’odio e una politica della barbarie, è arrivato il momento di rimettere al centro l’essere umano in quanto tale e costruire relazioni in cui l’amore diventi uno strumento per resistere a chi ci vuole indifferenti, individualisti e soli 5.

Un bel sogno? Un’utopia? Un mondo in cui le donne possano sfuggire alle logiche del patriarcato e fondare un nuovo modo di intendere i rapporti sociali sta forse già nascendo con il confederalismo democratico del Rojava, utopia concreta che potrebbe contribuire alla sconfitta dell’Isis e del mondo che lo ha reso possibile. Esattamente come ci suggerisce l’autrice di questo agile, coinvolgente e ben documentato saggio.


  1. S. Montinaro, Daeş. Viaggio nella banalità del male, Meltemi editore, Milano 2020, pp. 155-156  

  2. H. Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli Editore, Milano 2001 (prima edizione italiana 1964)  

  3. S. Montinaro, op. cit. p.121  

  4. ibidem, pp.121-123  

  5. ivi, pp. 157-158  

]]>
Terminal https://www.carmillaonline.com/2017/08/06/terminal/ Sun, 06 Aug 2017 18:34:46 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=39807 di Alessandra Daniele

Sbaglia chi accusa Macron di scarso europeismo perché tratta l’Italia a pesci in faccia. Macron è ancora europeista, solo che non considera l’Italia parte dell’Europa, la fortezza carolingia della quale è impegnato a difendere gli interessi commerciali e coloniali. E non è certo il solo. “Fuori dall’Europa”. Cosa prometteranno adesso i nostri abbronzati demagoghi? Siamo già fuori dall’Europa. Dopo più d’un ventennio di sanguinosi sacrifici, imposti sempre agli stessi lavoratori dalle stesse classi dirigenti in nome dell’europeismo, siamo fuori dall’Europa che conta qualcosa, e ci [...]]]> di Alessandra Daniele

Sbaglia chi accusa Macron di scarso europeismo perché tratta l’Italia a pesci in faccia. Macron è ancora europeista, solo che non considera l’Italia parte dell’Europa, la fortezza carolingia della quale è impegnato a difendere gli interessi commerciali e coloniali.
E non è certo il solo.
“Fuori dall’Europa”. Cosa prometteranno adesso i nostri abbronzati demagoghi? Siamo già fuori dall’Europa.
Dopo più d’un ventennio di sanguinosi sacrifici, imposti sempre agli stessi lavoratori dalle stesse classi dirigenti in nome dell’europeismo, siamo fuori dall’Europa che conta qualcosa, e ci resteremo per sempre.
Allo Château Macron-Merkel serviamo ancora solo come buttafuori.
Il buttafuori che sta fuori.
Questo compito infame e meschino è l’approdo terminale della stirpe italica: stare sulla soglia del terminal a respingere quelli che i nostri padroni ritengono indegni d’essere ammessi al loro servizio.
Renzi, Salvini, Di Maio, il coro è unanime: “Anneghiamoli a casa loro“.
Siamo i nuovi Gheddafi.
Cosa ci fa credere che alla fine non subiremo la stessa sorte?
Che negando la salvezza agli altri compreremo la nostra?

Per tutta la nostra Storia, per quanto la situazione potesse sembrare disperata, ci siamo sempre illusi che all’ultimo minuto l’avremmo fatta franca. L’Arca non sarebbe partita senza di noi.
E invece sta succedendo.
Chi ci salverà stavolta, Michelangelo, Buffon, Sophia Loren, Sorrentino?
Di certo non Renzi, che non è più in grado di salvare neanche se stesso.
Come i replicanti sintetici a sviluppo accelerato di Blade Runner, il Cazzaro è invecchiato alla stessa velocità alla quale era cresciuto. Adesso è politicamente più vecchio di Berlusconi, e ogni suo tentativo di recuperare il controllo non fa altro che accelerare la decomposizione della sua leadership e del suo partito, che ogni giorno perde un brandello putrefatto.
Per citare Blade Runner: “I topi abbandonano la nave che affonda. E poi la nave affonda”.
Che fine faremo?
Se dalle prossime elezioni non uscirà una maggioranza accettabile per le élite, il paese sarà definitivamente commissariato.
L’Italia sarà divisa in una good company, che comprenderà le bellezze naturali e artistiche, e una bad company, della quale faranno parte gli italiani.
La good company sarà venduta per un euro. La bad company sarà smantellata.

]]>
I desaparecidos del Mediterraneo e La via del pepe di Massimo Carlotto e Alessandro Sanna https://www.carmillaonline.com/2015/04/28/i-desaparecidos-del-mediterraneo-e-la-via-del-pepe-di-massimo-carlotto-e-alessandro-sanna/ Mon, 27 Apr 2015 22:01:53 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=22096 di Simone Scaffidi L.

«Ma come, la Morte sa raccontare storie?» domandò Amal.

Qualche giorno prima dell’eccidio del 19 aprile 2015, che ha visto la scomparsa di oltre 800 persone nelle acque del Mediterraneo, ho letto La via del pepe: finta fiaba africana per europei benpensanti scritto da Massimo Carlotto e illustrato da Alessandro Sanna per le edizioni E/O. Poche parole e colori essenziali: tinte azzurre come il mare che diventa abisso e una storia leggera come un corpo che fluttua verso i fondali del Mediterraneo. I protagonisti di questa finta [...]]]> di Simone Scaffidi L.

«Ma come, la Morte sa raccontare storie?» domandò Amal.

Qualche giorno prima dell’eccidio del 19 aprile 2015, che ha visto la scomparsa di oltre 800 persone nelle acque del Mediterraneo, ho letto La via del pepe: finta fiaba africana per europei benpensanti scritto da Massimo Carlotto e illustrato da Alessandro Sanna per le edizioni E/O. Poche parole e colori essenziali: tinte azzurre come il mare che diventa abisso e una storia leggera come un corpo che fluttua verso i fondali del Mediterraneo. I protagonisti di questa finta fiaba sono il mare, la morte e Amel, che in arabo significa «speranza». Amel porta chiusi stretti nel pugno cinque grani di pepe donatigli dal nonno Boubacar Dembélé, «guaritore, saggio, poeta, narratore delle storie della settima via del sale e custode dei segreti del foggara, l’arte di scavare i pozzi nel deserto». Quei grani rappresentano la speranza di una salvezza, da stringere forte per non cadere dalla prua del peschereccio Firouz e per resistere, una volta caduti, alle onde. Lampedusa è vicina ma nello specchio di mare che separa le coste africane dall’isola che un tempo fu porto franco per marinai e pirati, cristiani e musulmani, si nascondono le migliaia di fuochi fatui che alimentano la fiaccola della Santissima dei Naufragati. Una santa dal grembo azzurrissimo e dal viso nero come l’ebano.

Qualche giorno prima dell’eccidio del 3 ottobre 2013, che ha visto la scomparsa di circa 400 persone nelle acque del Mediterraneo, leggevo invece Le irregolari. Buenos Aires Horror Tour di Massimo Carlotto, edito sempre dalle edizioni E/O. Un libro terribile che scava lo stomaco, un viaggio nelle atrocità della dittatura argentina e nel vuoto clinico creato dalla sistematizzazione delle pratiche di desaparición, probabilmente il miglior libro in italiano sul regime militare e la resistenza delle donne argentine alla repressione. Ma cosa c’entra l’Argentina con il Mediterraneo?

Le irregolari e La via del pepe sono due libri e due storie distanti solo geograficamente. La forma differisce perché l’autore, per il primo, ha ritenuto più funzionale all’emersione dei significati la testimonianza e il racconto d’inchiesta, e per il secondo la fiaba – che per l’appunto è finta ed è africana solo per gli europei benpensanti. Entrambe le esperienze infatti, quella dei desaparecidos argentini e quella dei desaparecidos africani, sono narrate da Carlotto attraverso la medesima operazione: scavare nell’oblio della storia per disseppellire la memoria di persone che scompaiano nel nulla, nel silenzio e con la complicità delle democrazie occidentali. Se il regime dittatoriale argentino pianificava nei minimi dettagli la scomparsa degli oppositori, i regimi democratici europei pianificano da almeno vent’anni la sistematica scomparsa dei migranti africani nel mar Mediterraneo.

Da un giorno all’altro, a cavallo tra gli anni ’80 e gli anni ’90, le democrazie occidentali hanno deciso che la gente del sud del mondo doveva starsene a casa propria, le frontiere si chiudevano ancor di più e i visti si negavano. Non c’era nessuna emergenza, le guerre in Africa ci sono oggi come allora e prima di allora, e si sono moltiplicate a dismisura quando l’uomo bianco ha deciso che quelle terre andavano saccheggiate e quelle popolazioni soggiogate. «Il deserto avanza perché l’uomo bianco mangia ananas e banane ma non sa coltivare la terra, la fa morire e i giovani se ne vanno. L’uomo bianco è così sventato che avvelena il cielo, e il sole e la pioggia sono diventati strani, e i giovani se ne vanno. L’uomo bianco le sue guerre le combatte a casa nostra, e i giovani se ne vanno». I giovani prima degli anni ’90 se ne vanno in aereo dall’Africa, con mille difficoltà perché il loro è un passaporto di serie Z ma se ne vanno via cielo. Lavorano sodo, si guadagnano il necessario per comprarsi il biglietto aereo, richiedono un visto, fanno la valigia e vanno in aeroporto. Proprio come fa l’uomo bianco. Ma l’Italia o la Svezia o l’Australia decidono che «la legge della settima via del pepe, che affermava il diritto naturale di ogni donna e uomo a vivere dove desiderava» non ha più valore. E allora niente visti, neanche per Amel, niente aereo ma un lungo viaggio per terra e per mare della durata di quanto? Per qualcuno dura una vita, che si spezza tra le mille insidie che s’incontrano sul cammino, per altri dura anni di frontiere e lavoro e carcere e botte, altri ancora sono più fortunati e magari ci mettono soltanto mesi per raggiungere le coste libiche e tentare la traversata verso la Fortezza Europa.

«Fortunati» mi sono trovato a pensare il pomeriggio del 19 aprile, tornato a casa da una partitella a calcio al parco con chi è sopravvissuto alla traversata e appresa la notizia dell’eccidio di 800 migranti. «Fortunati» ho pensato di loro che giocavano a calcio con me, straniero tra i superstiti, e mi sono vergognato. Solo un europeo benpensante può credere che questi ragazzi e ragazze che raggiungono l’Europa vivi siano «fortunati». Più di 21.000 uomini e donne hanno provato a raggiungere le coste europee dal 1988 ad oggi, almeno 18.000 sono morti in mare, di questi più di 10.000 sono tecnicamente desaparecidos, i loro corpi non sono mai stati ritrovati. Nella tavola a pagina 11 de La via del pepe, magistralmente illustrata da Alessandro Sanna, undici corpi danzano negli abissi del mare. Per arrivare a 18.000 bisognerebbe riprodurre quella singola pagina 1637 volte. Le braccia, le gambe e la testa formano tante stelle deformi su uno sfondo blu. Stelle che non brillano e non rispettano l’ordine del cerchio, ma rappresentano con più profondità la bandiera dell’Unione Europea.

Senza il talento e la sensibilità del tratto di Sanna La via del pepe non avrebbe la stessa forza semantica ed espressiva. Carlotto come un foggara del deserto disseppellisce una storia che restituisce la dignità della vita alla morte, acqua nel deserto. Sanna s’immerge nel pozzo e attraverso il segno e il colore delinea non un volto ma dieci, cento, mille vite desaparecidas. «Resto in apnea fino a quando il foglio imbarcato non si rapprende e si asciuga» spiegava il disegnatore nel suo capolavoro dedicato al fiume Po (Fiume lento. Un viaggio lungo il Po, Rizzoli, 2013). Ne La via del pepe Sanna riesce a trasportare l’apnea che prova nella creazione delle immagini, sinestesia tra colore e silenzio mai più azzeccata.

Il risultato dell’intreccio di immagini e parole dei due autori è una fiaba leggera – a dispetto del contesto trattato – e piena d’umanità, adatta ai bambini e alle bambine, che non faranno nessuna fatica a comprendere il viaggio di Amel. Il dubbio, evidente, sarà l’intelligibilità dello stesso viaggio da parte degli uomini e delle donne adulte.

]]>