Femminicidio – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 29 Apr 2026 19:58:52 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 42 giorni nell’oscurità (2022) sotto i riflettori mediatici https://www.carmillaonline.com/2025/10/30/42-giorni-nelloscurita-2022-sotto-i-riflettori-mediatici/ Thu, 30 Oct 2025 21:00:58 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91118 di Paolo Lago e Gioacchino Toni

La serie televisiva cilena 42 giorni nell’oscurità (42 días en la oscuridad, 2022 – Netflix), diretta da Claudia Huaiquimilla e Gaspar Antillo, è stata ideata dal giornalista Rodrigo Fluxá derivandola dal suo libro Usted sabe quién: Notas sobre el homicidio de Viviana Haeger del 2019 incentrato sulla vicenda realmente accaduta di Viviana Haeger Massé, una donna scomparsa nel 2010 a Puerto Varas, nel Cile del sud, rinvenuta cadavere 42 giorni dopo. Derubricato per diversi anni come suicidio, il caso è stato più volte riaperto alla ricerca di un colpevole della morte della donna.

Disponendo di tutti [...]]]> di Paolo Lago e Gioacchino Toni

La serie televisiva cilena 42 giorni nell’oscurità (42 días en la oscuridad, 2022 – Netflix), diretta da Claudia Huaiquimilla e Gaspar Antillo, è stata ideata dal giornalista Rodrigo Fluxá derivandola dal suo libro Usted sabe quién: Notas sobre el homicidio de Viviana Haeger del 2019 incentrato sulla vicenda realmente accaduta di Viviana Haeger Massé, una donna scomparsa nel 2010 a Puerto Varas, nel Cile del sud, rinvenuta cadavere 42 giorni dopo. Derubricato per diversi anni come suicidio, il caso è stato più volte riaperto alla ricerca di un colpevole della morte della donna.

Disponendo di tutti gli elementi utili a suscitare l’interesse dei media e della società cilena, la vicenda è stata trasposta in serie televisiva nonostante la contrarietà delle figlie della vittima stanche di vedere la tragedia famigliare sotto i riflettori cosa che, paradossalmente, non manca di denunciare la stessa fiction palesandolo esplicitamente in una sequenza dell’ultima puntata in cui i personaggi delle due sorelle, rivolti ai giornalisti che stazionano sotto casa, scostano la tenda con cui tentano di mantenere un minimo di privacy, espongono dalla finestra un cartello recante la sintetica ma efficace scritta “+ noticias – morbo”, prontamente ripreso dagli obiettivi dei cronisti.

Come in altri casi di crimini che impattano sull’opinione pubblica e che finiscono al centro dell’interesse mediatico, in un meccanismo di reciproco rafforzamento, la stessa fiction che ne deriva mostra tutte le sue contraddizioni nel proporsi da un lato di dar voce a legittimi desideri di verità e giustizia, denunciando le miopie investigative e quanto, al di là del caso specifico, siano diffusi certi tipi di reato e le mentalità da cui derivano, non mancando di condannare la morbosità con cui la gente e i media guarda a questi casi, mentre dall’altro la stessa fiction non è esente dalla morbosità voyeuristica che denuncia.

Risulta davvero un cortocircuito potente quello che deriva dalla sequenza citata di una fiction realizzata a dispetto della contrarietà dalle figlie della vittima, in cui i personaggi che le impersonano espongono un cartello che invita i media a preoccuparsi di fare informazione anziché foraggiare morbosità all’indirizzo dell’obbiettivo dei cronisti e dello spettacolo mediatico. Un cortocircuito di contraddizioni che coinvolge gli stessi spettatori che tentano di controbilanciare la dose di morboso voyeurismo che sentono di avere e di cui, forse, provano qualche imbarazzo, con la necessità di ovviare all’oscurità che rischia di calare su certi crimini accendendo su di essi i riflettori dello spettacolo.

Ambientata nell’esclusivo quartiere residenziale immerso nella natura di Altos del Lago, a Puerto Varas in Cile, la vicenda narrata dalla serie televisiva racconta del ritrovamento, a 42 giorni di distanza dalla scomparsa denunciata alla polizia, del cadavere di Veronica Montes (Aline Kuppenheim), moglie dell’ingegnere Mario Medina (Daniel Alcaino) con cui ha due figlie: la quattordicenne Karen (Julia Lubbert) e la piccola Emilia (Monserrat Lirat) di otto anni.

Una volta che il marito ha denunciato la scomparsa di Veronica, alle indagini della polizia condotte in maniera approssimativa da agenti del tutto impreparati ad affrontare un caso di tal genere, finiscono per affiancarsi – per conto della sorella della donna scomparsa, Cecilia (Claudia Di Girolamo), e del marito di quest’ultima, Arturo (Daniel Munoz) –, le indagini condotte dallo squattrinato e dimesso avvocato Victor Pizarro (Pablo Macaya) coadiuvato dai suoi collaboratori Nora Figueroa (Amparo Noguera) e Braulio Sanchez (Nestor Cantillana).

Il personaggio dell’avvocato Victor rappresenta una variante particolare della figura dell’indagatore ombroso e solitario (lo vediamo spesso con la sigaretta in bocca in atteggiamenti alla Humphrey Bogart) che si ritrova in tanta fiction intento a combattere caparbiamente la sua battaglia per risolvere i casi confrontandosi con la miopia e il disinteresse delle autorità. Padre separato dell’adolescente Joaquin (Ivan Caceres), con cui fatica a mantenere gli impegni, al pari di tanti suoi omologhi che si incontrano nelle narrazioni crime, Victor paga con la compromissione dei legami famigliari il suo farsi assorbire dai casi di cui si occupa.

In questa serie viene messo in rilievo come il protagonista, prima ancora che da ragioni etiche o di prestigio professionale, sia mosso dalla necessità economica di accaparrarsi clienti, anche a costo di promettere loro ciò che potrebbe non essere in grado di mantenere. È un’urgenza di ordine economico quella che conduce Victor a proporsi alla sorella della donna scomparsa per indagare sull’accaduto. A riprova delle difficoltà economiche in cui versa, non disponendo di uno studio personale, l’avvocato è costretto a riunirsi con Nora e Braulio, suoi amici e collaboratori di vecchia data che lo aiutano nelle indagini, al tavolino di una locanda popolare.

La differenza di status sociale tra l’universo in cui vivono la loro quotidianità Victor e i suoi collaboratori e quello della famiglia da cui è scomparsa la donna è evidenziata anche dalle differenti ambientazioni: l’affollato quartiere urbano, con i suoi modesti appartamenti, le sue caotiche stradine disseminate di bancarelle e taverne popolari, da una parte e, dall’altra, l’esclusivo e tranquillo quartiere di Altos del Lago, immerso nel verde, contraddistinto da abitazioni spaziose e ben distinte le une dalle altre.

In 42 giorni nell’oscurità, la natura viene mostrata non solo per l’aspetto paradisiaco che accoglie i facoltosi abitanti di Altos del Lago come in una cartolina, ma anche per il suo lato selvaggio, fatto di freddo e umidità, di piogge incessanti, di monti scoscesi all’orizzonte tra cui svetta il profilo di un poderoso quanto minaccioso vulcano, di oscure ed infinite foreste tagliate da interminabili strade ondulate.

L’ambiente che circonda la vicenda appare rivestito di connotazioni inquietanti e quasi spettrali: quella natura fredda e umida, quei boschi e quelle foreste appaiono quasi come degli enormi fantasmi che potrebbero aver essi stessi celato il “desaparecido” corpo di Veronica. Il bosco e le foreste sono tetri spazi nei quali ci si può irrimediabilmente perdere – simili, in questo, a quelli che vediamo nella serie danese L’uomo delle castagne (Kastanjemanden, 2021 – Netflix) diretta da Kasper Barfoed e Mikkel Serup e nella serie polacca Pantano (Rojst, dal 2018 – Netflix) diretta da Jan Holoubek – che possono essi stessi risucchiare le persone nelle loro terribili viscere. Sono luoghi semisconosciuti nei quali, forse, soltanto un cane addestrato (come vediamo nella serie) potrebbe riuscire a fiutare la pista giusta.

Avvolgente e inquietante appare anche la distesa lacustre ma essa assume delle connotazioni dal carattere regressivo e ‘amniotico’: come un oscuro liquido prenatale, il lago sembra richiamare a sé Cecilia e Karen nel momento in cui le vediamo entrare e successivamente camminare nell’acqua. La distesa d’acqua si associa anche al ricordo di Veronica: nelle sequenze della memoria, Veronica si trova spesso a passeggiare insieme alle figlie e al marito sulla riva. In questi momenti sembra che ci sia un baratro quasi insormontabile fra lei e il marito: infatti, se la vediamo sempre insieme alle due bambine, il marito compare perennemente distaccato da loro, lontano o sullo sfondo e sembra muoversi come un essere meccanico, come un lugubre pupazzo non dotato di volontà propria.

Il ritmo lento e dolente con cui procede la narrazione è accompagnato dalle sonorità e dalle parole di Que entre el frío (2017) di Niña Tormenta – Me quiero congelar / Dejar de sentir / Si no puedo sentir todo / Y que entre el frío / Por la ventana / Me quiero congelar / Y no sentir nada – che contribuiscono a rafforzare la sensazione di dimessa e rassegnata sospensione che contraddistingue una vicenda che sembra destinata a non trovare soluzione definitiva, dunque a prolungare nei famigliari un dolore impossibile da metabolizzare.

La figura e il corpo di Veronica, per tutta la durata della vicenda, sono relegati nell’oscurità; la giovane donna appare sempre fuori scena, dichiarata “desaparecida”, scomparsa, termine che in Cile, come in altri paesi dell’America latina, richiama alla memoria la tragedia dei desaparecidos, quei dissidenti fatti letteralmente ‘sparire’ dopo essere stati torturati e uccisi sotto l’egida di un terribile potere dittatoriale. Per certi versi è come se quel potere dittatoriale non fosse mai morto, continuando a sopravvivere nell’indifferenza, nel maschilismo imperante, nel patriarcato e nell’alone di subalternità a cui, nonostante tutto, appare ancora legata la figura della donna nell’epoca di internet (la vicenda inizia nel 2010 e si trascina lungo tutto il decennio).

Come detto, il cadavere viene trovato in casa. Nei 42 giorni di sparizione la donna non ha mai abbandonato la propria dimora; è come se ne fosse stata inghiottita, vittima di un orrore domestico che non manca di rinviare alla subalternità impostale dalla cultura patriarcale del marito, una cultura che gli concede ogni diritto sulla donna, persino quello di nasconderla al mondo e di darle la morte. Come nella realtà quotidiana, in molte opere di crime fiction la mostruosità si annida tra le mura di casa; il calore promesso dalla dimora famigliare in contrapposizione al freddo mondo esterno non si rivela tale, anziché un rifugio in cui sottrarsi dalle brutture del mondo esterno, quello domestico può rivelarsi uno spazio di prigionia, fin anche di morte e sepoltura.

Siamo in un paese dell’America latina in cui, come del resto anche in Italia, il potere patriarcale risulta ancora molto influente; non sapremo mai con certezza se il colpevole dell’omicidio di Veronica è il marito ma, fra le righe, la serie televisiva suggerisce come le donne siano vittime di un greve ed oscuro potere diffuso che le relega in secondo piano, che letteralmente le nasconde, le fa ‘sparire’, Veronica è “desaparecida” ma risulta viva e attiva nella memoria e nel ricordo. È soprattutto un’altra giovane donna, la figlia Karen a ricordarla: i momenti passati insieme sono ancora vividi nel ricordo e spesso le sequenze in cui vediamo Veronica vivere e parlare si intervallano alla vicenda principale in cui è ormai assente.

La donna è una vittima destinata a sparire, ad essere fagocitata nell’indifferenza: non esposta in una teca di vetro come nella serie svedese Glaskupan (2025) diretta da Lisa Farzaneh ed Henrik Björn o appesa morta e mutilata in boschi e parchi autunnali come nella serie danese citata L’uomo delle castagne, ma sepolta nell’oscurità e occultata, letteralmente “desaparecida” all’intero della dimora in cui viveva. Ci può venire in mente il personaggio femminile rapito e rinchiuso nella camera iperbarica protagonista di un vecchio caso irrisolto nella serie britannica Dept. Q – Sezione casi irrisolti (Dept. Q, 2025 – Netflix) diretta da Scott Frank e Elisa Amoruso. Dopotutto anche l’avvocato Victor Pizzarro si occupa di “casi irrisolti”: intende infatti continuare ostinatamente le indagini archiviate dalla polizia come un suicidio di cui nessuno è responsabile. Il termine “suicidio” suona indubbiamente più tranquillizzante rispetto a “femminicidio”, un delitto che, come ricorda una didascalia alla fine della serie, continua ad essere molto ‘praticato’ in Cile, come, del resto, in Italia.

42 giorni nell’oscurità si conclude in modo affascinante su una situazione sospesa, su una frase non detta, su una sparizione della verità, molto più realistica di altri più ‘risolutivi’ finali più o meno ‘felici’. La verità rimane essa stessa rinchiusa nell’oscurità, come il povero corpo di Veronica: e su questa oscurità la vicenda si chiude, con un greve dolore forse anche catartico. La stessa verità è un fantasma, pesante e umido come la natura, silenzioso come i boschi, il lago, come il poderoso vulcano innevato che, meditabondo gigante, ha osservato in silenzio l’intera vicenda. Qualsiasi situazione risolutiva è “desaparecida”, nell’oscura e invisibile dittatura che ancora governa in modo implacabile le coscienze e la luce dei riflettori dei media non può che restare restare sospesa tra denuncia e spettacolarizzazione.

]]>
Lapislazzuli e terrore. Un femminicidio narrato da Alberto Laiseca https://www.carmillaonline.com/2024/02/24/lapislazzuli-e-terrore-un-femminicidio-narrato-da-alberto-laiseca/ Sat, 24 Feb 2024 21:00:04 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=81359 di Emanuela Cocco

Alberto Laiseca, Il cecoslovacco, trad. di Lorenza Di Lella, dalla raccolta Uccidendo nani a bastonate, pp. 151, € 12, Arcoiris, collana “Gli Eccentrici” diretta da Loris Tassi, Salerno 2016.

Questo articolo è parte di una campagna a cui hanno aderito scrittrici e giornaliste italiane per denunciare la violenza di genere e nominarla.

 

Lapislazzuli. Apro questo breve contributo usando proprio questa parola. Vorrei la tenessimo a mente, vorrei diventasse un sinistro promemoria. È una parola che ognuno di noi avrà sentito nominare più di una volta, il nome di una pietra preziosa. Ma l’ho incontrata in un racconto e [...]]]> di Emanuela Cocco

Alberto Laiseca, Il cecoslovacco, trad. di Lorenza Di Lella, dalla raccolta Uccidendo nani a bastonate, pp. 151, € 12, Arcoiris, collana “Gli Eccentrici” diretta da Loris Tassi, Salerno 2016.

Questo articolo è parte di una campagna a cui hanno aderito scrittrici e giornaliste italiane per denunciare la violenza di genere e nominarla.

 

Lapislazzuli. Apro questo breve contributo usando proprio questa parola. Vorrei la tenessimo a mente, vorrei diventasse un sinistro promemoria. È una parola che ognuno di noi avrà sentito nominare più di una volta, il nome di una pietra preziosa. Ma l’ho incontrata in un racconto e da allora, quando penso alla violenza di genere, la parola mi raggiunge, carica di tormento. Lapislazzuli. Una parola spaventosa.

Questa è la storia di un femminicidio. L’ha scritta Alberto Laiseca, vorrei la leggessimo insieme. Il racconto è stato scritto più di vent’anni ma a leggerlo oggi non sembrerebbe, purtroppo. Come ogni cosa scritta da Laiseca è un racconto che non imita la realtà ma la forza attraverso una resa paradossale che rende le cose di colpo così assurde da pretendere la nostra attenzione. Allora, sotto la patina delirante, sotto la resa insensata degli eventi, le cose strane appariranno così fatalmente simili a quelle che conosciamo bene, di cui sentiamo parlare ogni giorno.

La storia, a suo modo, è un racconto dell’orrore, un domestico racconto dell’orrore. In queste pagine la violenza è ospitata in una casa, vive e prospera dentro una relazione. Laiseca è solito costruire edifici bizzarri nei quali albergano la paura e la sopraffazione, in questo racconto l’aggressione, e la morte che ne seguirà, arrivano attraverso le parole.

Tutto ha inizio con un corteggiamento che assume, però, la forma di un assedio. Le manovre di avvicinamento sono colpi di cannone, lei una roccaforte poco guarnita che cede subito le armi. Una donna viene scelta, si arrende. La relazione, la  tutela che ne deriva, interrompe la sua vita e la precipita in un’esperienza assurda, quella del suo matrimonio.

L’orrore, nell’opera di Laiseca, è sempre una voragine, un intermezzo grottesco, uno strapiombo in cui precipita il senso.

In questa storia il cecoslovacco, il marito, decide di uccidere la moglie servendosi di armi segrete, che sono le parole, parole che lui storpia, parole private del loro significato, un degradare il linguaggio come forma di tortura. La cosa funziona, il racconto inizia quando siamo vicini alla fine. L’uomo e la donna sono sposati da diciassette anni. La donna deperisce, invecchia, si disfa. L’uomo, ci viene detto, prospera del suo disfacimento.

 

«Le donne con le gambe grasse» si diceva per giustificarsi «non dovrebbero proprio esistere; sono un’offesa alla natura. Devono essere eliminate per ragioni etiche, estetiche, mistiche ed erotiche». Diremo inoltre che, stranamente, nonostante già da un bel po’ la moglie non lo eccitasse più, non appena cominciò a coltivare l’idea di assassinarla con armi sofisticate, sentì il desiderio sopito risvegliarsi con violenza dentro di sé. Fu come essere di nuovo innamorato.

 

L’uomo vuole commettere il delitto perfetto. Ci riuscirà. La sua opera di demolizione è accurata. La donna ha paura delle parole che segnalano i suoi errori, che mappano il suo corpo, che di colpo privano la sua esperienza quotidiana di senso. Il marito la terrorizza, la disprezza, la controlla e la schernisce. Le sue mani iniziano a tremare. La donna ha paura di non avere forza nelle mani, le cose le cadono di continuo quando lui la guarda, ha paura di essere grassa e sporca, e idiota. E lui non fa altro che rassicurarla della verità di queste tremende intuizioni.

Lapislazzuli.

Le parole fuori contesto, le frasi dell’uomo con la loro sintassi mostruosa e ridicola, la attraversano come lame.

La storia di questo matrimonio è una storia di violenza e martirio in cui il gesto è sostituito dalla parola ma conduce al dolore, alla paura, alla morte.

Il racconto è un resoconto raccapricciante carico di tormento e risa, perché il cecoslovacco si diverte nel torturare la donna, nel vederla annaspare dentro la camera di martirio che è il loro matrimonio.

 

[…] quelle parole, così assurde e trogloditicamente disposte, la punteggiatura arbitraria e la dislocazione sintattica possedevano la forza carismatica del male. E andavano a scavare nei recessi più profondi dell’animo della donna.

 

La parola è la responsabile della degradazione tanto del corpo quanto della mente della donna, fino alla dissoluzione dell’individuo nella morte. In questa selva di frasi i personaggi e il lettore sono catturati da un fatale spaesamento, un pericoloso abbandono della ragione in forza della rappresentazione di un disordine invincibile che ha catturato il mondo.

Creature orripilanti, equamente divise tra vittime e carnefici, i personaggi, abitano il racconto come marionette che inscenano la violenza del potere, riproducendo l’orrore che è dentro l’eterna ripetizione di una relazione sbilanciata, tra i corpi che hanno il mandato autoriale di infliggere il dolore e quelli che lo subiscono nella carne e, più ancora, nella mente, fino alla perdita della loro identità.

Nei romanzi e nei racconti di Laiseca la parola uccide e ha un aspetto spaventoso, contiene in sé uno strano amalgama di potere e insensatezza.

Lapislazzuli.

La parola si manifesta come ordine che dà il via alla violenza e non è oggetto di discussione, non deve essere compresa per venire eseguita.  Le parole sono ibridi, innesti frutto di invenzioni spregiudicate, mostri di caratteri che celano minacce.

Che sia mentale o fisico, il tormento a cui sono sottoposti i personaggi è un processo che porta alla perdita dello statuto di essere umano e che trasforma il corpo in un oggetto.  Il riso, con la sua carica eversiva, svela l’esistenza di un mondo in cui l’ordine morale è deragliato e la sofferenza altrui è stata trasformata in un grottesco passatempo.

In tutto questo noi lettori, come spesso accade con Laiseca, siamo lasciati completamente soli davanti all’insensatezza dell’esperienza narrata. Scorgiamo dentro le frasi la rapacità dell’uomo, la fine certa che attende la donna prima della conclusione del racconto. Mentre siamo ancora impigliati nella rete di questa delirante violenza semantica, ecco arrivare, tardive, parziali, forse inutili anche, ma inevitabili, le domande.

Perché l’orrore si compie senza nessuna sorpresa? Perché nessuno fa niente? La parola è la chiave che innesta un meccanismo di terrore e dietro la sua modulazione c’è un vuoto di senso che apre le porte alla paura. Le parole feriscono e uccidono. Gli strumenti del supplizio, nella loro varietà, hanno un elemento che li accomuna: realizzano un procedimento in cui la vittima viene fraintesa e il suo dolore viene schernito.

 

Quando gli sembrava che la manovra fosse andata a buon fine, pronunciava una di quelle parole lapidarie che lei temeva ancora di più delle sue frasi mal costruite: «Lapislazzuli».

 

Già, lapislazzuli. Perché Lapislazzuli? Perché?

E ora leggiamo insieme il racconto.

 

Il cecoslovacco

Lei diventava ogni giorno più grassa, sfatta e vecchia. Lui al contrario sembrava acquistare con il tempo sempre maggior vigore. Lei poteva andarci a letto in qualsiasi momento e invariabilmente lo trovava più forte, più sano, più colorito del giorno precedente.

Lui era cecoslovacco. Erano passati quasi vent’anni da quando era emigrato nel paese che lo aveva accolto. Lavorava come ingegnere in una fabbrica e sapeva il fatto suo. Era diventato molto amico del padrone; ne aveva approfittato per cercare di sedurre la figlia, che non mancava di fascino. Stranamente non era riuscito ad accalappiare la corteggiata ma una sua amica, una ragazza un po’ grassottella e non proprio brutta, che non aveva mai né voluto né tentato di conquistare. Non essendo stupido, aveva capito che con l’altra avrebbe perso solo tempo e aveva smesso di insistere; in un batter d’occhio aveva cambiato strada e aveva puntato i suoi cannoni verso la roccaforte meno guarnita, che aveva deposto le armi senza nemmeno tentare – non dico una difesa a oltranza – ma quantomeno una parvenza di manovra diversiva per via diplomatica.

Tre mesi dopo si erano sposati; da quel giorno erano passati diciassette anni.

Aggiungeremo, a titolo di curiosità, che lo avevano soprannominato, chissà per quale ragione, «l’ingegnere delle viti aguzze». Una volta l’ingegnere delle viti aguzze andò al cinema, a vedere un film horror. Ne fu entusiasta. Con i suoi pochi conoscenti citava sempre una battuta che lo aveva colpito e che attribuiva a Dracula: «Amico mio, le donne non sono un vizio, ma una necessità»*.

Il cecoslovacco parlava male, ma non malissimo come voleva far credere. Quando decise di uccidere la moglie servendosi esclusivamente di armi segrete, nel suo arsenale mise anche il linguaggio; quasi fosse il più letale e potente dei suoi missili nucleari a testata multipla.

Voleva commettere il delitto perfetto; a sentir lui, per ragioni estetiche. Così, benché avesse trent’anni più di lei, lei sarebbe morta molto prima di lui per effetto della sua deliberata volontà, e lui grazie quel crimine, anto e ontologico, bello e impunito, avrebbe avuto tutto per sé. «Le donne con le gambe grasse» si diceva per giustificarsi «non dovrebbero proprio esistere; sono un’offesa alla natura. Devono essere eliminate per ragioni etiche, estetiche, mistiche ed erotiche». Diremo inoltre che, stranamente, nonostante già da un bel po’ la moglie non lo eccitasse più, non appena cominciò a coltivare l’idea di assassinarla con armi sofisticate, sentì il desiderio sopito risvegliarsi con violenza dentro di sé. Fu come essere di nuovo innamorato.

Era perfino dolce con lei. Quasi affettuoso. A volte, mentre lei pelava le patate per il pranzo, si metteva alle sue spalle e restava lì in silenzio per un quarto d’ora. Quando lei se ne accorgeva, si innervosiva. «Non può fermare le bucce» diceva lui con voce stridula, meccanica, cecoslovacca, nonostante lei facesse di tutto per non lasciar cadere nulla. Gloria, infatti, cercava costantemente di correggere i tre difetti da cui era ossessionata giorno e notte. Innanzitutto la goffaggine: urtava contro i mobili, le cose le cadevano di mano, era incapace di calcolare l’energia necessaria per allungare il braccio e prendere, per esempio, un bicchiere, per cui il contenuto si rovesciava puntualmente sul tavolo. Quindi la grassezza e un sacro terrore delle malattie e della sporcizia: altri due focolai settici di nevrosi. Di questi tre angeli dell’Apocalisse, quello che riusciva a tenere meglio sotto controllo era il primo. Con grande forza di volontà e facendo molta attenzione – era piuttosto distratta –, muovendosi dapprima molto lentamente, era riuscita a ridurre dell’ottanta per cento gli urti contro mobili e altri oggetti – diventava isterica al minimo fallimento – e aveva eliminato quasi del tutto quella sua grottesca ineleganza.

Per questo motivo considerava inopportuno e ingiustissimo che lui sollevasse un vespaio per un non-nulla quando era ancora convalescente dalla sua goffaggine. Dove voleva andare a parare con il suo «Non può fermare le bucce».

La donna ebbe un sussulto e avvampò. Un istante dopo cominciarono a tremarle le mani. Riemerse tutta la sua insicurezza. E lui, come se non bastasse, aggiunse: «Chi non può fermare le bucce, dalle mani gli cadono».

Gloria era consapevole delle sue difficoltà idiomatiche; ma era convinta che la pessima sintassi della frase fosse stata esagerata di proposito. In casi come questo bisognava starlo a sentire fino alla fine se si voleva capire il senso della frase, che veniva svelato solo dall’ultima parola. Si consideri l’espressione «dalle mani gli cadono»: all’apparenza era solo un’inefficace e mostruosa, perfino ridicola, deformazione. Di fatto, invece, otteneva l’effetto contrario, perché quelle parole, così assurde e trogloditicamente disposte, la punteggiatura arbitraria e la dislocazione sintattica possedevano la forza carismatica del male. E andavano a scavare nei recessi più profondi dell’animo della donna.

Era un piano perfetto e geniale; Stepan, di fatto, disponeva di un’infinità di armi segrete. E allora perché Gloria non chiedeva il divorzio? Be’, per insicurezza e per masochismo. E lui lo sapeva perfettamente, così come non ignorava nessuno degli altri suoi punti deboli.

Poi, in tono comprensivo e accondiscendente, continuava: «Succede, a una certa età. Un mio amico ha il male di Parkinson e trema. Che brutto». Insomma alla fine le cose le cadevano di mano per davvero: per esempio, uno di quei bidoni di latta che rotolano su se stessi facendo un rumore tremendo, e non c’è modo di fermarli. Il modo naturalmente ci sarebbe: basterebbe chinarsi immediatamente e bloccarli subito prima che inizino a girare. Ma questo dimostra quanto sia importante il rumore, quando sappiamo di avere dietro di noi qualcuno che ci osserva: un boia attentissimo e saggio, sempre pronto a coglierci in fallo.

Quando gli sembrava che la manovra fosse andata a buon fine, pronunciava una di quelle parole lapidarie che lei temeva ancora di più delle sue frasi mal costruite: «Lapislazzuli». Poi girava sui tacchi e se ne andava. Era terribile il contrasto tra la bellezza del vocabolo scelto e l’orrenda mancanza di coordinazione motoria a cui faceva riferimento. Ma era proprio per la sua bellezza che lo sceglieva.

Le tendeva agguati per riuscire a osservarla quando si guardava allo specchio. E mentre lei, con aria afflitta, esaminava le rughe e il resto, lui le diceva esattamente la frase che lei temeva di sentire e che era come la materializzazione di un suo pensiero inconscio: «Mi ricordo quando ero giovane, in Cecoslovacchia, nel mio paese…». Non diceva nient’altro. Mai niente di diretto. Oppure sì. A seconda del momento. A volte, con genuina tenerezza, aggiungeva: «Petunia». E non appena lei cominciava a sorridere, specificava: «Petunia avvizzita».

Proprio nel momento in cui lei, tutta in ghingheri, si apprestava a uscire, le diceva in tono impersonale: «Gambe grasse. Non sarebbe meglio dimagrire un poco il collo? Denti d’oro ma bocca rovinata. Che stupida. Lapislazzuli». In questi casi, gli attacchi reiterati su vari fronti facevano sì che lei non potesse difendersi in modo sistematico dalle diverse minacce.

Gloria andava spesso a trovare Julia, una sua amica. Con lei si confidava mentre, sedute al tavolino di un bar, prendevano un tè senza pasticcini – l’altra, che era magra, non mangiava per solidarietà. «Julia, stavolta ne sono sicura: Stepan mi vuole uccidere». «Calmati. Si può sapere che ha fatto?». «Mi ha detto: “Gambe grasse”. “Un microbo e zaff. Kaputt”. “Lapislazzuli”». «Piano, piano, per favore, che non capisco niente. Se non mi racconti l’antefatto non riesco a seguirti. Ti ha detto “Gambe grasse” e poi?». «Qualche giorno fa ho ricevuto per posta una scatola piena di deliziosi cioccolatini. Erano indirizzati a me, ma non c’era il nome del mittente. Probabilmente era una di quelle spedizioni pubblicitarie… Non sanno più che inventarsi. Quei miserabili non hanno trovato niente di meglio che mandare a me, che sto a dieta, una scatola di cioccolatini. Uno più buono dell’altro. Non sono riuscita a trattenermi; ho cominciato dicendomi che ne avrei mangiato soltanto uno, ma poi… Be’ che te lo dico a fare, sai benissimo come vanno queste cose. No, non lo sai. Non sei grassa». «Be’ e allora?». «Stepan mi ha scoperto quando ne avevo già mangiato la metà. Mi ha guardato con aria di disprezzo, ha abbozzato un mezzo sorriso, come fa lui, e ha detto: “Vorace. Vorace come un uccello piccione grasso”. E non è tutto. Sai che ho un problema di circolazione per cui mi sto curando da cinque anni. Stavo vedendo la televisione buona buona, con le gambe appoggiate su uno sgabello per farle riposare. Lui si è messo dietro la mia poltrona e ha detto schifato: “Fibrosa. Quante varici ha. Non sarebbe meglio curarle? Mia madre si è operata, ma poi stava peggio. Calendula”. Eh, che ne pensi?». «Be’… Immagino che la particolarità del suo temperamento implichi una certa propensione alla crudeltà mentale. Ma è una cosa comune a molti uomini. D’altra parte credo che sia un po’ pazzo, che voleva dire con la parola “calendula”, che non c’entra niente?». «Hai visto? Hai visto?». «Sì, be’, però a parte questo… Tutto il resto non è così terribile; se sa che hai problemi di circolazione, è logico che ti dica di farti curare. Lo ha detto in buona fede. In modo un po’ goffo, semmai…». «Un’altra volta mi è passato accanto come se non mi vedesse e ha detto piano, ma con forza sufficiente da farsi sentire: “Gambe grasse, mostro fibroso. Lapislazzuli”. Anche questo lo ha detto in buona fede?». «Be’, mia cara, sai come vanno le cose nelle coppie che stanno insieme da tanto tempo. È normale che ci siano degli scompensi frizionali. Bisogna essere tolleranti e comprensivi. Con un po’ di buona volontà da entrambe le parti…». «Julia, non capisci niente: mi vuole uccidere». «Gloria, mio Dio, non essere così esagerata e catastrofista. Dovresti parlare seriamente con lui». «E che ti credi, che non ci ho provato? Sa benissimo quali sono le mie ossessioni e se ne serve per torturarmi. Un’altra volta avevo comprato un libro nuovo, fantastico: la cura dimagrante del dottor Guoches-Heink. È un best seller che si trova in tutte le librerie. Pare che quell’uomo sia un luminare. Insomma, lo avevo appena aperto che mi si è avvicinato Stepan da dietro, di sbieco, e per demoralizzarmi ha detto con quel tono monotono e didascalico che ha a volte: “Il problema delle cure per non ingrassare è che uno vorrebbe far dimagrire certe parti. E invece disgraziatamente rammollisce solo quello che già era molle”. E se ne è andato. Dimmi tu se non è un maledetto schifoso».

Gloria smette di lamentarsi per un istante e beve un sorso di tè, poi riprende:

«Come sai sto cercando di tenere sotto controllo la mia mania della pulizia e la paura delle malattie. Negli ultimi tempi mi lavo le mani meno volte al giorno e utilizzo anche molto meno disinfettante per sterilizzare gli oggetti che uso quotidianamente. L’altro giorno, tutta contenta, stavo mangiando con le mani un pezzo di pollo croccante. Stepan mi ha guardato con la coda dell’occhio e, fingendo di leggere il giornale, ha detto: “Molta gente morta a Calcutta. Un batterio e zaff. Kaputt”. Non sono riuscita a continuare a mangiare. Mi è venuto in mente che forse non mi ero lavata le mani e allora sono corsa in bagno, pur sapendo che dovevo essermele stralavate almeno due o tre volte, fosse anche solo per abitudine».

Un giorno Stepan la portò a fare un picnic. Lei non ci poteva credere, sapeva bene come era fatto, ma lui l’aveva irretita in un secondo. Partirono con la macchina e la roulotte e andarono sulle rive del fiume. Si accamparono. All’inizio tutto andò per il meglio. Stepan assunse un’aria nostalgica: «Adoro questo fiume. Maestoso. Mi ricorda la Moldava. In verità cosa bella è vedere la Moldava passare sotto i ponti di Praga. Tanti fiori».

Lei lo ascoltava incredula. Per un attimo era riuscita a vedere l’acqua e i ponti, in quella città lontana ed esotica. Le venne voglia di dirgli: «Ah, Stepan, se fossi sempre così!».

Il cecoslovacco continuò dicendo: «Che bell’acqua. In estate è un piacere chinarsi e bere l’acqua della Moldava». Detto questo si girò e se ne andò a preparare il fuoco accanto alla roulotte.

Lei, incantata dalla brevissima descrizione, si chinò per bere l’acqua del fiume. Era deliziosa. Poi raggiunse Stepan.

Lui – che le dava le spalle, apparentemente occupatissimo ad accendere il fuoco – le chiese: «Era fresca l’acqua?». «Oh sì, una meraviglia! Dovresti provarla». E lui, con aria indifferente: «No. Non bevo mai acqua di fiume. Mi è passata la voglia quando un amico medico mi ha raccontato una storia terribile». «Che storia? Che storia ti ha raccontato?» chiese lei spaventata. «Pare che a un matrimonio dove era andato avevano organizzato un picnic. Era una giornata bellissima ed erano molto contenti. Poi il pomeriggio lei stava malissimo. Andarono al pronto soccorso. Riunione di medici, perché non sapevano che aveva. Non ne facevano una giusta. Un medico vecchietto, con molta esperienza, chiese al marito: “Dove siete stati?”. “In campagna. Abbiamo fatto un picnic vicino al fiume”. “Ah ah! E la signora ha bevuto l’acqua del fiume?”. “Sì, perché?”. “E lei l’ha bevuta?”. “No”. Si misero a indagare e nel fiume, non lontano, c’era una mucca morta. Decomposta. Quella notte la donna morì. Setticemia. Infezione generalizzata. Fulminante. Non c’è cura, nemmeno se si interviene subito».

Le aveva rovinato la giornata. Lui, invece, sembrava tranquillo. Tutto contento e soddisfatto.

Qualche tempo dopo Stepan cambiò tattica: cominciò a fare l’amore con lei una volta a settimana. Il giorno in cui prevedeva di andarci a letto, iniziava a sedurla fin dal mattino con dolcezza e sagacia. Per eccitarla usava l’artiglieria pesante: toccava con la lingua la cavità del femminile orecchio, le diceva cose incredibili, le parlava delle sue ginocchia, che erano questo e quest’altro. Insomma, di tutto. Finché lei non si abbandonava a lui. La portava sul letto e con molta dolcezza, come l’uomo più innamorato del mondo, cominciava a spogliarla. E nel bel mezzo dell’atto, quando lei definitivamente conquistata era sul punto di andare in estasi, le sussurrava una di quelle sue paroline, come «fibrosa», «gambe grosse» o «varici», e allora la donna si irrigidiva, diventava di ghiaccio e non riusciva più a godere. Lui, al contrario, nel vederla in quello stato, era travolto da un’eccitazione immensa, colossale, e godeva come non mai. Proprio perché lei non poteva.

Sempre la stessa solfa.

Un giorno Gloria decise di affrontarlo. Con una calma gelida gli disse: «Sei uno stronzo, sei tale e quale ai nazisti che uccidevano gli ebrei. Sei un criminale di guerra frustrato. Questa casa è come un campo di concentramento. La cucina è attraversata dal tuo filo spinato elettrificato e dai tuoi cani. Io sono la prigioniera e tu una SS. Sei un figlio di puttana». Lui, lungi dal sentirsi offeso, sembrava contentissimo di quel paragone. Lo prese come il miglior complimento che potessero fargli. Tuttavia commentò:

«Non avevo mai considerato la cosa da questo punto di vista. Ma, cerchiamo di essere onesti, non mi voglio arrogare meriti altrui: non so se quello che dici è esatto, poiché non mi sono mai preoccupato di studiare i capricci, le manie, le preferenze o le motivazioni di qualcuno che non fossi io stesso. In ogni caso capisco a che ti riferisci e, per risponderti adottando la stessa prospettiva, ti dirò che la vera SS sei tu. Io, al limite, potrei essere un modesto ausiliario; uno di quei subordinati di infima categoria che entravano nelle camere a gas per staccare i denti d’oro ai cadaveri. Lo ammetto anche se non è lusinghiero per il mio orgoglio».

La cosa più sconcertante fu che pronunciò questo discorsetto quasi senza far sentire l’accento slavo e con una costruzione impeccabile. Lei rimase di sasso.

Quando il medico gli disse che sua moglie aveva un cancro, ma che era meglio non farglielo capire per non rischiare di abbreviarle ulteriormente la vita, lui fece tutto quello che poté perché lei non lo venisse a sapere e fino all’ultimo restasse convinta di poter guarire.

Lei era in fin di vita. All’alba sarebbe morta. Ma era ancora lucida. Lui entrò nella stanza in penombra con una candela in mano. La guardò a lungo e disse: «È incredibile quanto ti ha fatto dimagrire la malattia. Sei bellissima».

E se ne andò, lasciando il cero ai piedi del letto.

 

Si ringraziano le edizioni Arcoiris per il permesso di pubblicare il racconto in versione integrale. La traduzione è di Lorenza di Lella.

 

* A dirlo, in realtà, era un altro personaggio, in una versione inglese di Lo strano caso del Dr. Jekyll e del signor Hyde di Stevenson. Non ricordo il titolo del film.

]]>
Don Camillo, Peppone e il silenzio degli innocenti https://www.carmillaonline.com/2021/11/10/don-camillo-peppone-e-il-silenzio-degli-innocenti/ Wed, 10 Nov 2021 21:00:55 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=69158 di Sandro Moiso

No, non si tratta del titolo di un inedito di Giovanni Guareschi e nemmeno di quello di un nuovo sceneggiato televisivo con Terence Hill. Entrambi non sarebbero all’altezza dell’orrore di cui si è tornato a parlare in questi giorni: quello degli abusi perpetrati da decenni, e in tutto il mondo, dai rappresentanti della Chiesa, di ogni ordine e grado, in tonaca oppure laici, nei confronti di minori di ogni sesso ed età.

I numeri parlano chiaro, anche se sono ancora, in generale, sicuramente inferiori a quelli reali. Numeri che, [...]]]> di Sandro Moiso

No, non si tratta del titolo di un inedito di Giovanni Guareschi e nemmeno di quello di un nuovo sceneggiato televisivo con Terence Hill. Entrambi non sarebbero all’altezza dell’orrore di cui si è tornato a parlare in questi giorni: quello degli abusi perpetrati da decenni, e in tutto il mondo, dai rappresentanti della Chiesa, di ogni ordine e grado, in tonaca oppure laici, nei confronti di minori di ogni sesso ed età.

I numeri parlano chiaro, anche se sono ancora, in generale, sicuramente inferiori a quelli reali. Numeri che, nonostante tutto, sono utilizzati anche per “limitare” le responsabilità specifiche di Santa Madre Chiesa. Come succede in Francia in cui si fa ben attenzione a distinguere le responsabilità tra i 330.000 casi che potrebbero dover essere risarciti, con il susseguente e gravissimo danno economico per la chiesa francese. 216.000 episodi di pedocriminalità sarebbero infatti attribuibili direttamente a rappresentanti del clero, mentre altri 114.000 a non meglio identificati “laici” (Diaconi? Semplici “fedeli”? Altri figuri? Boy Scouts?).

Ma se il caso francese scuote le casse più che le coscienze della Chiesa, è da anni ormai che si parla dei crimini perpetrati nei confronti dei minori dal Canada agli Stati Uniti, dall’Australia al Messico, dalla Germania alla Polonia e all’Irlanda. Anche se è chiaro che i numeri sono ancora circoscritti alle inchieste che hanno effettivamente rilevato le responsabilità penali di vescovi, cardinali, preti e altri chierici di ogni ordine e grado1.

Senza contare, come dimostra l’autentica strage di bambini nativi messa in opera nel corso di alcuni secoli in Canada dai rappresentanti dei gesuiti e di altri ordini della Chiesa, che sarebbe ancora più difficile contabilizzare con esattezza le vittime “sacrificali” imposte dall’azione di cristianizzazione dei “selvaggi”, che come ben si sa doveva dominare sui corpi oltre che sulle menti. Opera che la Chiesa ha saputo condurre ormai da almeno quindici secoli, prima sul territorio europeo, come si è già scritto più volte proprio qui su Carmilla, e poi nel resto del mondo.

Spesso il linguaggio ecclesiastico si è ammantato di termini come fede, appartenenza, gerarchia, comunione, spirito santo: ma quante volte queste parole saranno state usate per piegare, convincere, sedurre e costringere, per scopi che definire ignobili sarebbe ancora troppo poco ?
E quante volte l’inossidabile rete delle parrocchie, vero punto di forza del clero cattolico e dell’autorità papale fin dal Medio Evo, è stata testimone e luogo di tali violenze sugli unici e veri “agnelli di Dio”?

Soprattutto qui in Italia, dove sembrano essere assenti dati reali su un fenomeno così diffuso nel resto del mondo da essere ormai inseparabile dagli atti e dalla vita “sociale” della Chiesa cattolica, “santa”, apostolica e romana.
Eppure, eppure…

Nell’italietta sempre democristiana e sempre fascista, almeno fino a quando i rappresentanti politici, di destra o sinistra fa lo stesso, continueranno a rinnovare il Concordato, soltanto lievemente modificato rispetto a quello firmato con i Patti Lateranensi dl 1929, si fa finta di nulla, come al solito.
Le “cose brutte” accadono sempre altrove, perché, in fin dei conti, noi italiani, siamo “brava gente”. E quindi anche i nostri preti. Quindi gli oratori sono luoghi di socializzazione e il catechismo per i bimbi serve ad inserirli nella “comunità”, non importa se di uno dei più mostruosi apparati repressivi che la storia abbia mai visto in atto.

Basta, al solerte popolo italiano, avere un “papa buono”, come Giovanni XXIII, per dimenticare che quel Vaticano di cui fu sommo rappresentante era stato precedentemente retto da un Papa che aveva dato più di un aiutino ai gerarchi fascisti e nazisti in fuga oppure a mantenere la continuità, “senza rotture” come voleva anche Confindustria, tra regime e repubblica.

Che laica non è mai stata, se si considerano le continue interferenze della santa sede non solo in materia politica ed elettorale fin dal 1948, ma anche nelle scelte di semplice civiltà liberale (matrimonio, divorzio, diritti civili, aborto, quest’ultimo ancora definito omicidio da un altro e contemporaneo “papa buono” e “progressista”) che hanno contraddistinto altri paesi, non soltanto di segno protestante, e facendo sì che oggi, nella nazione che ha dato i natali a Mussolini e a una valanga di altri impostori di sinistra, si ritenga di sinistra ciò che appartiene semplicemente e naturalmente al liberalismo.

Un paese culturalmente arretrato, dove si urla ogni quarto d’ora al “lupo fascista”, ma che dell’autoritarismo religioso e patriarcale non sa fare a meno. In cui sia Matteo Salvini che il leader No Green Pass Stefano Puzzer possono impugnare il rosario come simbolo identitario, oppure Chiesa e Partito Comunista hanno potuto tranquillamente farsi piedino sotto il tavolo di ogni trattativa, come alcune positive valutazioni del Concordato, in occasione del Convegno “Problemi e prospettive dei Patti Lateranensi a 25 anni dalla revisione”, organizzato dalla Fondazione della Camera dei Deputati, dell’allora presidente Napolitano (sì, proprio lui, l’uomo del PCI che brindò alla repressione, ad opera dei carri armati sovietici, della rivolta operaia ungherese del 1956) sembrano ancora confermare:

“Solo pochi giorni or sono sono stati ricordati gli ottant’anni dalla firma dei Patti Lateranensi, che hanno posto fine ad un’epoca segnata da profonde lacerazioni fra lo Stato italiano e la Chiesa; oggi ricorrono i venticinque anni trascorsi dalla conclusione dell’Accordo di modificazione del Concordato, che ha consentito di consolidare le relazioni e di arricchirle di sempre nuovi contenuti anche a seguito dell’entrata in vigore della Costituzione. E’ pertanto quanto mai opportuna l’occasione di riflessione offerta dall’importante convegno di studi promosso dalla Fondazione Camera dei Deputati. Dall’insieme degli accordi del 1929 e del 1984 e dei principi enunciati nella Carta Costituzionale, che all’articolo 7 sancisce il principio secondo il quale “Chiesa e Stato sono ciascuno nel proprio ordine indipendenti e sovrani”, si è andata sviluppando una collaborazione feconda fra lo Stato e la Santa Sede. Tale rapporto, ispirato al rispetto reciproco, si traduce in un’operosa convergenza di sforzi volti al bene comune, nel pieno riconoscimento della dimensione sociale e pubblica del fatto religioso. Sono certo che il fruttuoso dialogo esistente tra le istituzioni italiane e la Chiesa, ribadito in occasione della visita ufficiale di Sua Santità Benedetto XVI al Quirinale il 4 ottobre scorso, potrà ulteriormente intensificarsi consentendo alla comunità nazionale di affrontare le sfide del XXI secolo forte della condivisione dei principi e dei valori che sono alla base della nostra identità culturale e spirituale” (qui).

Don Camillo e Peppone, nonostante le critiche da “sinistra” all’opera di Guareschi, confermano la loro attualità rimanendo sulla breccia, in un profluvio di ignoranza e arretratezza culturale che, qui al centro dell’impero ecclesiastico delle gerarchie nere e bianche e delle “eminenze grigie”, non ha nulla da invidiare ad altre esperienze sociali e religiose che ogni giorno ci vengono indicate come nemiche e arretrate. Madrase (madāris), scuole coraniche, studenti coranici (talebani), in cui, ad esempio, viene individuato ipocritamente l’inizio e la continuazione di una condizione femminile subordinata, repressa e brutalizzata (non soltanto nel corpo).

Dimenticando la “lunga” caccia alle streghe, i tribunali dell’Inquisizione che le interrogavano e torturavano e, in tempi a noi più vicini, le donne (per loro fortuna e merito, a giudizio di chi scrive) scomunicate per il giro tondo in Duomo a Milano nel 19762, oltre tutte le altre amenità costruite intorno alla figura sacrificale della donna madre, sposa e, possibilmente, “madonna” oppure colpevolizzata, torturata, repressa e uccisa, in un paese, sempre il nostro, in cui, dopo l’abrogazione del reato di adulterio nel 1968, dopo l’introduzione del divorzio nel 1970 (legge 898), dopo la riforma del diritto di famiglia nel 1975 (legge 151), dopo l’introduzione dell’aborto nel 1978 (legge 194), le disposizioni sul delitto d’onore sono state abrogate soltanto il 5 agosto 1981 (legge 442).

Un paese dove lo “scandalo” del femminicidio è sempre poco collegato alla concezione della sacralità del matrimonio e del ruolo sottomesso della donna, “sposa” o “fidanzata” che sia.
Una mentalità arcaica in cui il ruolo della Chiesa nella sua diffusione, nonostante i piagnistei papali alla finestra affacciantesi su Piazza San Pietro, non ha eguali e in cui l’istruzione impartita ai minori nei catechistici corsi, così simili all’indottrinamento mussoliniano (Chi è Dio? Chi è il Duce?), ha ancora una funzione socio-culturale importantissima e altrettanto negativa. Motivo per cui se, come affermava Marx, “la religione è l’oppio dei popoli”, lo stivale al centro del Mediterraneo è la patria dei bigotti oppiomani.

Forse proprio per tutti questi motivi, in Italia, non esiste ancora un’associazione per la denuncia dei crimini della Chiesa contro i minori che abbia la forza di quello francese, La Parole liberée, nata a Lione nel 2015 per opera delle vittime delle violenze perpetrate in ambiente ecclesiastico e neppure una commissione indipendente come quella denominata Sauvé che ha indagato per tre anni sullo stesso tema, portando, il 5 ottobre di quest’anno, alla presentazione di un rapporto che, di fatto, ha già messo in ginocchio la chiesa non solo francese, aprendo prospettive disastrose per la stessa in tutto il mondo.

La fede in unico Dio, non solo costituisce una menzogna e una violenza fatta alla Natura e alla specie umana, ma è anche la fonte di odi e violenze giustificate soltanto dall’idea del popolo eletto e della crociata per imporre un’unica verità3. Forse sarebbe ora di superare il provincialismo, i timori, il perbenismo marcio di cui è permeato questo avanzo di paese, prima che sia dato libero sfogo all’ira, come nella Barcellona del luglio 19094 o nella Spagna del guerra civile (per non parlare delle rivolte medievali e moderne contro la corruzione della Chiesa e del papato).


  1. Si veda: Domenico Agasso, Lo tsunami della vergogna sull’Europa pioggia di denunce per 60 anni di abusi, «La Stampa», 9 novembre 2021  

  2. Si veda qui un interessante articolo dell’epoca  

  3. Come ha dimostrato Jan Assmann in due splendide ricerche storico- antropologiche: Non avrai altro dio (il Mulino, Bologna 2007) e La distinzione mosaica (Adelphi, Milano 2011)  

  4. Si veda: Escuela Moderna / Ateneo Libertario (a cura di), Chiese in fiamme, Milieu edizioni 2019, recensito su Carmilla il 1° luglio 2020  

]]>
“Se mi uccidono”: femminicidi e violenza di genere all’università https://www.carmillaonline.com/2017/06/06/vivas-femminicidio-rivittimizzazione-ribellione-universita-simematan/ Mon, 05 Jun 2017 22:00:29 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=38704 di Caterina Morbiato*

Lesvy Berlín Osorio: #SiMeMatan

Sono le due di pomeriggio del 5 maggio. Il corteo inizia a muoversi dalla facoltà di Scienze Politiche lungo, rabbioso. Avanza lento e grida forte. La testa è formata da un contigente di sole donne, gli uomini sono ammessi ma devono restare nella parte posteriore. Quando svolta verso la zona delle facoltà scientifiche il passaggio si restringe e i corpi si comprimono, il passo rallenta mentre i tamburi della batucada e centinaia di lingue pestano nelle orecchie: “non una di più: non una assassinata in [...]]]> di Caterina Morbiato*

Lesvy Berlín Osorio: #SiMeMatan

Sono le due di pomeriggio del 5 maggio. Il corteo inizia a muoversi dalla facoltà di Scienze Politiche lungo, rabbioso. Avanza lento e grida forte. La testa è formata da un contigente di sole donne, gli uomini sono ammessi ma devono restare nella parte posteriore. Quando svolta verso la zona delle facoltà scientifiche il passaggio si restringe e i corpi si comprimono, il passo rallenta mentre i tamburi della batucada e centinaia di lingue pestano nelle orecchie: “non una di più: non una assassinata in più! Non è stato un suicidio: è stato un femminicidio! No no no, non è un caso isolato: i femminicidi so-no-un-cri-mi-ne-di-Sta-to!” Da quanto gli stessi slogan? Ci sono momenti in cui la loro interminabile ripetizione provoca uno smarrimento profondo – Applaudite! applaudite! non smettete di applaudire che il maledetto machismo deve morire! – e la sensazione che le cose non potranno mai migliorare può diventare devastante. La notte tra il 2 e il 3 di maggio Lesvy Berlìn Osorio è stata assassinata nell’area della facoltà di Ingegneria dell’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM). Il suo corpo esanime è stato ritrovato legato a una cabina telefonica con il cavo dell’auricolare. Secondo i primi accertamenti Lesvy sarebbe rimasta fino alle quattro di notte nelle strutture dell’università in compagnia di alcuni amici e del suo ragazzo. I due si sarebbero poi separati dopo un litigio.

*

“Il giorno dei fatti la coppia si era riunita con vari amici nell’università, dove si sono alcolizzati e drogati”

“La madre e il fidanzato assicurano che lei non studiava più dal 2014 e aveva smesso di frequentare il CCH Sur (scuola superiore) dove era ripetente in varie materie”

“Il fidanzato, con cui viveva la vittima, ha informato che lavora nell’area amministrativa della Preparatoria 6 (scuola superiore)”

A poche ore dall’identificazione di Lesvy, la Procura di Città del Messico provvede a diffondere questi tweet: non informazioni rivelanti sugli eventuali sviluppi dell’indagine, ma dettagli della vita personale della vittima. Dettagli che vengono utilizzati per spiegare (legittimare?) il delitto, facendo leva su quell’universo di stereotipi e pregiudizi di cui si nutrono le costruzioni del genere. Dettagli che propiziano nuove forme di aggressione, che esibiscono e vittimizzano Lesvy  per una seconda volta: una dinamica fin troppo comune nei casi di femminicidio. Varie testate giornalistiche e media digitali si affrettano a replicare i dati diffusi dalla procura anche se poi c’è chi farà autocritica, chiedendo scusa per la mancanza di professionalità e sensibilità. Lo stesso farà la Procura, la cui responsabile dell’area comunicazione si dimette dopo pochi giorni.

In reazione ai tuits centinaia di donne iniziano a diffondere l’hashtag #SiMeMatan (Se mi uccidono), elencando una serie di dettagli della loro vita personale per cui dovrebbero, secondo la logica imbastita dalla retorica della procura, meritarsi la morte: se mi uccidono è perché uso gonne corte e scollature, perché mi ubriaco, perché mi piace viaggiare da sola, perché sono bisessuale, perché dico NO quando lui vuole che sia un si. Se mi uccidono è per i miei tatuaggi, perché vado a far festa con le mie amiche, perché ho avuto relazioni prima del matrimonio e ho debiti con la banca.

Non importa che siano messaggi grondanti dolore e rabbia, non mancano le varie soggettività maschili che colgono l’occasione al volo per far parlare di sé, stravolgendo il significato della protesta: “#SiMeMatan rivivo”, scrive in un tweet Pascal Beltràn del Rìo, direttore della testata nazionale Excelsior, mentre Fernando Belaunzaràn, politico del Partito della Rivoluzione Democratica (PRD), esordisce: “#SiMeMatan che sia per amore”. Entrambi si commentano da soli.

*

Centinaia di donne e decine di uomini sono riunite intorno a una cabina telefonica. Qualcuna legge delle testimonianze in ricordo di altre donne uccise: la voce spesso si impiastra di lacrime e muco e allora cori energici – Non sei sola! Non sei sola! – si innalzano per abbracciare simbolicamente chi non ce la fa a contenere l’emozione. C’è un altare improvvisato con candele e fiori e cartelli rosa: Lesvy è stata ammazzata qui. Aveva 22 anni, era una accanita lettrice e amava le lingue: parlava inglese, catalano, rumeno. Era figlia di madre messicana e padre guatemalteco. I risultati della sua autopsia hanno confermato segni di tortura e la morte per strangolamento: è stato un femminicidio e non un suicidio come inizialmente, per quanto inverosimile possa suonare, avevano ipotizzato le autorità.

Caso Perelló: se non c’è cazzo, non c’è stupro

È il 28 di marzo 2017 e dalle frequenze di Radio UNAM, la stazione radiofonica dell’Università Nazionale Autonoma del Messico, la voce ruvida di Marcelino Perelló Valls inonda l’etere. È l’ora di “Sentido Contrario” (Contromano), la trasmissione che conduce da quasi sedici anni.

“Lo stupro implica necessariamente il cazzo. Se non c’è cazzo, non c’è stupro. Cioè: con pali di scopa, dita e vibratori non esiste stupro. Semmai c’è una violazione della dignità, ma di queste ce n’è di vario tipo. Per esempio se ti spalmano in faccia merda di cavallo”.

Per quasi tre ore, il conduttore radiofonico nonché ex lider del movimento studentesco del ’68 e accademico dell’UNAM, passa in rassegna diversi casi di abuso sessuale avvenuti di recente nel paese, facendosi beffe delle donne coinvolte e ridicolizzando le loro azioni di denuncia.

“Succede soprattutto con le donne fighe, e non c’è nemmeno bisogno di strappargli i vestiti di dosso: il fatto è che gli piace. Ci sono donne che hanno avuto un orgasmo solamente quando sono state violentate. È registrato nella letteratura specializzata. Ti hanno stuprato e quindi godi”.

Tra una risata e l’altra si impegna a commentare la violenza sessuale commessa all’inizio del 2015 ai danni di Daphne Fernández (minorenne al momento dei fatti) da parte di quattro giovani, figli di influenti imprenditori e di un politico dello stato di Veracruz. Il giudice che segue il caso, che in Messico è conosciuto come il caso de Los Porkys, ha da poco assolto uno degli indagati dal delitto di pederastia: a suo giudizio l’imputato avrebbe agito “senza lascivia e senza l’intenzione di arrivare alla copula vaginale, orale, né anale”, quindi l’abuso sessuale non sarebbe pienamente dimostrabile.

Secondo il giudice la “sola” introduzione delle dita nella vagina della ragazza e il palpeggiamento dei seni non sarebbero elementi sufficienti per comprovare l’abuso sessuale e poco importa se l’articolo 190 quater del Codice Penale dello Stato di Veracruz prevede una condanna fino a dieci anni per chi “senza arrivare alla copula o all’introduzione vaginale, anale o orale, abusi sessualmente di un bambino, bambina o adolescente o lo obblighi, lo induca o lo convinca a eseguire un qualunque atto sessuale in circostanze pubbliche o private”. Poco importa perché è l’impunità a dettar legge, specie quando gli imputati sono persone che si muovono nelle alte sfere del potere, ancor di più quando si tratta di casi in cui le vittime sono donne.

Non è la prima volta che Perelló si diletta in quest’attività di cui sembra andar piuttosto fiero. Nel suo account twitter il professore si è più volte dichiarato uno “stupratore compulsivo” e anche ora ci tiene a dire la sua, facendo inoltre sfoggio di una solida formazione in materia. La “letteratura specializzata” – dice – gli dà ragione: “se non c’è cazzo, non c’è stupro”.

“Se ti offende tuo figlio o tuo marito, allora sì che è un casino. Se ti offende qualcuno che rispetti. Ma se ti offende un coglione per la strada, o anche se ti introducono le dita: l’unica preoccupazione è se erano pulite o no”.

“Ma allora, perché ti metti le gonne corte? Perché ti si vedano o non ti si vedano le gambe? La prossima volta che esci in strada mettiti un’armatura, figlia di puttana!”

Questa volta però il fine esercizio ermeneutico del professore provoca un’ondata di disgusto nelle reti sociali e diventa presto trending topic. Tra le tante voci che si alzano ripudiando la violenza verbale dell’accademico c’è chi decide di non fermarsi ai tuits: il 17 di aprile un gruppo di femministe consegna alla UNAM una petizione firmata da quasi 12mila persone per esigere l’allontanamento di Perelló dalla Radio e la sua destituzione dall’incarico di docente che svolge presso la Facoltà di Scienze.

Passano i giorni e il 5 di maggio la UNAM annuncia che dal 26 di aprile Marcelino Perellò Valls non lavora più per l’università. Il 26 di aprile Perellò ha effettivamente smesso di lavorare alla UNAM, ma dopo aver lui stesso data per terminata la sua relazione con l’università: manovra che gli ha permesso sottrarsi alle evenutali sanzioni. Non solo la comunicazione da parte dell’università arriva dieci giorni dopo, ma le querelanti vengono informate della notizia leggendola nei media e non attraverso una risposta ufficiale dell’istituzione.

Violenza all’università

Anche di fronte al femminicidio de Lesvy Osorio la reazione della UNAM (Universidad Nacional Autonoma de México, la più grande dell’America Latina) è stata tiepida: nel comunicato ufficiale diffuso subito il ritrovamente del cadavere della ragazza si leggeva che l’università “ripudia ogni tipo di illicito commesso” all’interno delle proprie installazioni. Ora, riferirsi a un assassinio come a un illecito non sarà giuridicamente erroneo però genera una minimizzazione del delitto. Significa impiegare un eufemismo per nominare una violenza grave che, inoltre, succede con preoccupante frequenza dentro gli spazi universitari. Di fatti quello di Lesvy non è il primo femminicidio che vede coinvolta una delle più importanti università del paese, solo nel 2002 in meno di un mese vennero ammazzate due ragazze poco più che ventenni: Areli Osorno Martìnez, 26 anni, studentessa di Ingegneria, assassinata da un altro studente e Cristel Estibali Alvarez, 21 anni, studentessa di Scienze, assassinata anche lei da un compagno di studi.

L’area delle facoltà scientifiche è stata segnalata come una delle dipendenze dell’università in cui si registrano più casi di molestie. Il passato 19 aprile, appena due settimane prima che Lesvy fosse ritrovata strangolata con un cavo del telefono, un professore della UNAM aveva denunciato attraverso le pagine del quotidiano nazionale La Jornada l’insicurezza e gli abusi che vivono sulla propria pelle le studentesse e ogni donna in generale che transitano nella zona delle facoltà di Ingegneria e Chimica.

Femminicidi, molestie, violenze sessuali e psicologiche, mobbing, ricatti sessuali, minacce: i casi di violenza di genere che si consumano all’interno del perimetro universitario sono svariati e numerosi. Inutile dire che nella maggior parte degli episodi le vittime sono donne e che spesso i soggetti responsabili delle violenze sono docenti che abusano della propria posizione di potere, proteggendosi dietro alla logora maschera di ottimi docenti, luminari, uomini dalla traiettoria accademica brillante.

Nel 2013 la Commissione Nazionale per i Diritti Umani (CNDH) ha per la prima volta emesso una raccomandazione nei confronti dell’università per il caso di un professore di una delle scuole superiori appartenti al sistema UNAM: il docente aveva cercato di ricattare sessualmente una sua alunna minorenne in cambio della promessa di aumentarle la valutazione di un esame.

Anche se esiste il diritto a un accesso trasparente alle statistiche degli abusi, per cui chiunque può presentare un richiesta formale ai rispettivi organismi universitari, una semplice ricerca in rete apre le porte al caos. I dati sono confusi e alle volte contradditori. Questo può essere dovuto in parte al fatto che la UNAM si è dotata solo in tempi recenti, nell’agosto del 2016, del Protocollo di Assistenza ai Casi di Violenza di Genere, e che questo meccanismo di prevenzione, attenzione, sanzione e gestione dei casi di violenza non stia funzionando ancora con celerità e precisione. D’altra parte i dati duri non sono mai degli strumenti neutrali e il loro utilizzo, a seconda delle circostanze, può essere un’arma a doppio taglio: una cifra “pulita” e presentata con rigore parlerebbe di un’istituzione che si impegna a fare i conti con la situazione di crisi che sta vivendo, ma potrebbe anche mostrare l’ambiente universitario come un nido di violenze, attentando alla sua immagine pubblica.

Detto ciò è utile ricordare che, per quanto le stime possano diventare accurate, queste solitamente non rispecchiano la totalità delle violenze dato che molte non vengono denunciate per paura di rappresaglie, per vergogna del possibile stigma sociale e anche per la complessità dei procedimenti legali, spesso farraginosi e sfiancanti.

Secondo dati diffusi dall’Unità di Assistenza e Monitoraggio di Denunce della UNAM dal 2003 al 2016 si sono registrate 396 denunce di diversi tipi di violenza di genere: molestie, abuso, discriminazioni, atti immorali; altri dati sollecitati alla stessa Unità e resi pubblici a marzo 2017, riportano come dal 2013 al febbraio 2017 la suddetta entità abbia registrato 73 denunce: 38 di queste per molestie, mentre 35 per abuso sessuale; in 50 casi i responsabili sono stati sottoposti a una non meglio specificata “sanzione”. Un’altra richiesta di informazioni, presentata questa volta da un’accademica della facoltà di Scienze Politiche, riporta come solamente da maggio 2015 a maggio 2016 l’UNAM abbia ricevuto 85 denunce di violenza contro le donne.

 

Secondo un altro report presentato dall’università solo nel primo mese e mezzo di funzionamento del Protocollo di Assistenza ai Casi di Violenza di Genere ci sarebbe stato un aumento esponenziale delle denunce: 70 in soli quarantacinque giorni. Il Protocollo è stato lanciato in concomitanza con l’adesione della UNAM alla campagna globale della ONU #HeForShe, progettata per promuovere l’uguaglianza di genere a partire dal coinvolgimento degli uomini in quanto “agenti di trasformazione” e “alleati dei diritti delle donne”. Il programma ha raccolto numerose critiche da parte di gruppi femministi tanto per il binarismo di genere che ripropone, cioè un he e un she in cui si dovrebbero riconoscere senza esitazioni tutte le persone, come per la necessità di presentare in maniera acritica gli uomini come soggetti alleati e salvatori delle donne.

Dal canto suo, anche il Protocollo è stato duramente criticato: come sottolinea, ad esempio, il collettivo universitario No Están Solas, sono anni che le femministe si battono per ottenere una riforma della legislazione universitaria in materia di violenza di genere, ma il tanto atteso Protocollo non sembra aver tenuto troppo in considerazione il lavoro svolto fino ad ora. Opacità e confusione continuano a caratterizzare l’operato delle autorità universitarie.

Tra i punti critici del documento il collettivo segnala la mancanza di sanzioni specifiche ed esplicite per i diversi tipi di delitto; l’assenza di misure di riparazione del danno della vittima; l’obbligo di confidenzialità, un concetto confuso che potrebbe arrivare ad ostacolare la denuncia a livello sociale della violenza subita. Il Protocollo inoltre prevede sanzionare chi deposita denunce false, ma non chiarisce quali siano i procedimenti e i criteri attraverso cui si definirebbe se una denuncia è vera o falsa; allo stesso modo richiede di videoregistrare le testimonianze delle vittime, senza però giustificarne la necessità. Oltre a produrre un analisi critico del Protocollo, No están Solas ha anche accusato l’università di occultare informazioni rilevanti e di minacciare diverse docenti che aiutano i sostengono i processi di denuncia. Evidentemente la dotazione di un Protocollo per trattare le denunce di chi soffre un abuso non è una misura sufficiente, specie se non viene accompagnata da un percorso integrale che includa, ad esempio, una formazione in materia di genere rivolta al personale amministrativo e più in generale agli integranti della comunità universitaria.

Patrimonio e censura o della normalizzazione dell’orrore

La UNAM rientra tra le 50 migliori università del mondo. In Messico è considerata l’alma mater per eccellenza, culla di cultura, libertà e rispetto, ed è uno dei primi motivi d’orgoglio nazionale. Che sia un luogo consagrato alla ricerca non assicura che sia immacolato e includente. Crederlo sarebbe un’illusione. Come buona parte delle università del mondo anche la UNAM è uno spazio marcato da dinamiche di esclusione, razzismo, misoginia e machismo: le violenze avvengono anche qui dato che i ruoli stabiliti dal privilegio culturale, sociale e politico, non restano ad aspettare, obbedienti, fuori dal cancello.

Il giorno della manifestazione per Lesvy Berlín Osorio varie delle partecipanti hanno deciso di mettere la rabbia per iscritto ricoprendo le grosse lettere di plastica che, nei pressi dell’edificio del Rettorato, recitano #HechoEnCU (una buona traduzione sarebbe: “made in UNAM”). Quasi d’immediato una grossa parte della comunità universitaria, assente all’ora di manifestare contro l’assassinio della loro coetanea, si è sollevata protestando con veemenza contro “il vandalismo” delle femministe. Uniti nell’hashtag #IbuoniSiamoDiPiù, molti giovani volontari sono accorsi per ripulire il “patrimonio” vilipendiato, ossia le grosse lettere di plastica, dicendosi offesi per le azioni violente e senza rispetto delle manifestanti. Le lettere hanno presto riacquistato il loro aspetto originale: la loro materialità glielo permette. Non succede lo stesso ai corpi violentati, degradati, offesi.

Anche nel caso Perelló non sono mancate le voci solidarie che hanno invocato la libertà d’espressione, accusando di censura la sospensione del programma Sentido Contrario: non importa che Perelló abbia silenziato con il suo linguaggio violento l’esperienza delle donne, revittimizzandole e degradandole a routa libera per ore.

Anche se suona scoragginate dirlo, il fatto che anche nella “massima casa di studi” tanti abusi vengano sistematicamente invisibilizzati non sorprende più di tanto. Ciò non significa che deve sembrarci normale o inevitabile. È grave, invece: gravissimo. Perché se allunghiamo lo sguardo fuori dalla porta ci affacciamo all’orrore.

In Messico vengono assassinate sette donne ogni giorno; è un paese in cui moltissime giornaliste, attiviste e femministe vengono minacciate nei social da orde di trolls che promettono di ammazzarle o stuprarle e che inviano fotografie di corpi di donne sventrate per seminare panico e per silenziare, ancora una volta, le voci scomode che criticano lo status quo. Il Messico è un paese in cui moltissime famiglie continuano a cercare ii propri cari scomparsi: migliaia di desaparecidas e desaparecidos che abbondano sempre più di fronte alla passività complice dello Stato.

L’impunità riprodotta all’interno degli spazi universitari o la priorità data a delle lettere, o a dei muri, imbrattate con degli slogan non fanno che riprodurre e legittimare ognuna di queste violenze.

La voce di Araceli Osorio si mantiene solida di fronte alle decine di manifestanti; non riesco a non notare l’immediatezza con cui coniuga i verbi al passato quando parla di sua figlia Lesvy. Lo noto e mi dà i brividi: perché le sue parole -come lei stessa afferma- sono soprattutto parole di indignazione. Ho l’amaro in bocca: quello che è successo sembra non sorprenderla completamente perché prevale la sua consapevolezza di star vivendo in un paese squassato, perverso. “Il mio orrore è una goccia minuscola in un oceano di orrori”, dice, e la sua lucidità colpisce come un pugno alla bocca dello stomaco.

quanto vorrei essere un muro: così ti indignerai se mi toccano senza permesso

slogan scritto sul cartello di una manifestante

*Antropologa alla UNAM-Messico e collaboratrice di Carmilla. Galleria fotografica a questo link (foto di C. Morbiato e Roberta Granelli)

]]>
#LottoMarzo come e perché partecipare allo sciopero delle donne https://www.carmillaonline.com/2017/03/03/lottomarzo-come-e-perche-aderire-allo-sciopero-delle-donne/ Fri, 03 Mar 2017 08:42:01 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=36865 Sciopero donne 8 Marzo 2017Di Cassandra Velicogna

E se le donne non lavorassero più? Cosa succederebbe? L’otto Marzo si terrà uno sciopero internazionale delle donne. I sindacati italiani hanno recentemente dato la copertura per i settori pubblico e privato, ma la mobilitazione non è dedicata solo alle lavoratrici classicamente intese. L’idea di uno sciopero delle donne è partita dalle compagne argentine, impegnate a combattere l’incremento della violenza sulle ragazze nel loro Paese e da subito ha convinto le donne polacche, già mobilitate per il diritto all’aborto e quelle di mezzo mondo. In Italia non [...]]]> Sciopero donne 8 Marzo 2017Di Cassandra Velicogna

E se le donne non lavorassero più? Cosa succederebbe?
L’otto Marzo si terrà uno sciopero internazionale delle donne. I sindacati italiani hanno recentemente dato la copertura per i settori pubblico e privato, ma la mobilitazione non è dedicata solo alle lavoratrici classicamente intese. L’idea di uno sciopero delle donne è partita dalle compagne argentine, impegnate a combattere l’incremento della violenza sulle ragazze nel loro Paese e da subito ha convinto le donne polacche, già mobilitate per il diritto all’aborto e quelle di mezzo mondo. In Italia non siamo da meno, forti di un riaccendersi del movimento femminista che già era dilagato per le strade di Roma il 26 novembre scorso.
Le ragioni della protesta italiana non sono difficili da intuire. Basta aprire un quotidiano, qualche sito ben fatto o ascoltare un radiogiornale per conoscere i fatti di cronaca. Ne cito alcuni: il femminicidio, uno dei temi caldi dello sciopero a livello globale, è ancora un fenomeno più che preoccupante, in Italia. La blanda legge sugli orfani approvata due giorni fa non deve far abbassare la guardia, in un Paese che ha visto morire una donna per mano dell’ex partner o del partner ogni tre giorni nel 2016. Anche nel caso in cui le vittime avessero denunciato atteggiamenti  violenti in precedenza…
Non a caso il coordinamento si chiama “Non una di meno”.
Il diritto all’aborto è messo costantemente in discussione dalla carenza di medici non obiettori nelle strutture sanitarie pubbliche, come approfondiva Alexik su Carmilla qualche giorno fa (Dioxinity day 3).
Si pensi inoltre a quanto sia discriminatorio il mercato del lavoro e quanto le donne siano ancora ricattabili in questo ambito. Mobbing subito dalle neomamme, disparità dei salari e precarizzazione del lavoro femminile sono fatti all’ordine del giorno. Recentemente giunto agli onori delle cronache il tragico caso di Paola Clemente, la lavoratrice dell’agricoltura pugliese che nel 2015 ha perso la vita per un salario di due euro l’ora. Senza parlare del baratro di ingiustizia in cui sono immerse le donne migranti e va dall’assenza di tutele assicurative delle badanti fino allo stupro sistematico (vedi la situazione del comparto dell’agricoltura in serra nel ragusano).
Come ciliegina sulla torta, le campagne decise a tavolino e probabilmente anche in una scatola a chiusura stagna in tema maternità del ministro Lorenzin (anche di questo se n’è già parlato su Carmilla vedi  Dioxinity Day). Siamo in un Paese in cui è facile mettere alla pubblica gogna la vittima di un sopruso come Tiziana Cantone, meno facile far condannare  lo stupratore di una bambina di 7 anni… Vedi il caso di Torino in cui un pedofilo stupratore l’ha fatta franca grazie alla prescrizione, mentre i No Tav sono processati in quattro e quattr’otto…
Si potrebbe continuare, anche per molto, ma ci sembrano già ragioni sufficienti per promuovere la mobilitazione dell’otto Marzo prossimo. Abbiamo però voluto approfondire le modalità e le tematiche di quello che in rete compare come #LottoMarzo con una delle organizzatrici bolognesi dell’evento ovvero Elisa Coco.
Dopo l’intervista, che contiene informazioni pratiche su COME  aderire allo sciopero troverete la piattaforma “8 punti per l’8 Marzo” e il link alla mappa dei punti di concentramento locali.

Ciao Elisa, grazie per aver accettato la nostra proposta di intervista.

Mi fai una panoramica sintetica delle premesse dello sciopero delle donne? Mi riferisco in particolare al 26 novembre 2016 e alla due giorni di Bologna, che si è tenuta  il 4 e 5 Febbraio scorso.

Lo sciopero globale delle donne, nella sua articolazione italiana, nasce da due processi che si sono intersecati: da un lato la mobilitazione internazionale femminista che, come un’onda, sta attraversando interi continenti, dall’Europa all’America, dall’altro lo specifico percorso italiano che, dopo quasi 10 anni, riconnette su una dimensione nazionale il lavoro che migliaia di attiviste femministe hanno continuato caparbiamente a portare avanti nei propri contesti territoriali, con un processo  inaudito di messa in rete, allargamento e coinvolgimento. E proprio dal percorso internazionale, dall’energia che ci ha trasmesso, credo che prenda linfa lo slancio di passione politica che il movimento contro la violenza maschile sulle donne e contro tutte le forme di violenza di genere sta vivendo nel nostro paese. Il 26 novembre le strade di Roma sono state attraversate da una delle più grandi mobilitazioni di piazza degli ultimi anni: 200.000 donne, con qualche migliaio di uomini, incazzate e coloratissime, totalmente autorganizzate da ogni città e ogni provincia del paese, hanno dato vita a una bellissima proliferazione di pratiche creative di piazza e comunicative. E il giorno successivo in oltre mille ci siamo riunite per iniziare una avventura ambiziosa: scrivere insieme un piano femminista antiviolenza. Per farlo ci siamo divise in 8 tavoli di lavoro, che hanno prodotto una prima traccia di elaborazione del piano femminista con l’individuazione delle priorità e linee politiche per ogni tavolo, confluite nella piattaforma “8 punti per l’8 marzo” [lo potete leggere dopo l’intervista]. Da qui ripartiremo il 9 marzo per proseguire il lavoro, con l’obiettivo di arrivare alla stesura definitiva del piano entro giugno, in modo da iniziare una stagione di conflitto con il governo prima dell’approvazione della nuova legge sulla violenza, in calendario prima dell’estate.

Questo nasce come uno sciopero politico: come si sciopera in pratica #LottoMarzo?

Lo Sciopero dell’8 marzo è una scommessa: è uno sciopero politico che però vuole configurarsi pienamente e concretamente come sciopero reale. Tutte noi ci stiamo impegnando, con assemblee nei luoghi di lavoro e negli spazi pubblici, volantinaggi, collaborazioni con i sindacati che hanno accolto il nostro appello a indire lo sciopero, per far sì che le donne si astengano concretamente dal lavoro produttivo, cioè aderiscano allo sciopero e non si presentino al lavoro nella giornata dell’8 marzo, in nessuna fascia oraria.  Inoltre chiediamo  di astenersi anche dal lavoro riproduttivo, dalle mansioni di cura, e da tutte le forme di lavoro socialmente attribuite alle donne: fare la spesa, pulire la casa, accudire i figli, prendersi cura di malati ed anziani. Quel giorno ogni donna che sarà in sciopero potrà scegliere il suo modo di rendere visibile la  propria astensione dal lavoro riproduttivo, appendendo la matrioska di Non Una di Meno alla propria finestra, spegnendo tutti gli elettrodomestici, facendo circolare in rete un video autoprodotto per spiegare #ScioperoPerché, ma soprattutto  scendendo fisicamente in piazza, perché i nostri corpi possano davvero occupare lo spazio pubblico, insieme.

Lo sciopero ha copertura sindacale? E chi non può scioperare dal lavoro, ma aderire a suo modo, cosa può fare?

Alcuni sindacati di base (Usi, Slai Cobas per il sindacato di Classe, Cobas, Confederazione dei Comitati di Base, Usb, Sial Cobas, Usi-Ait, Usb, Sgb) hanno proclamato per l’8 marzo lo sciopero generale di 24 ore. Flc-Cgil, la federazione dei lavoratori della conoscenza della Cgil, ha convocato lo sciopero per 8 ore. Questo garantisce la copertura sindacale per tutte e tutti, indipendentemente dall’iscrizione a qualunque sindacato. Chi ha forme di lavoro non tutelate o in nero può comunque cercare dei modi  di sottrazione dal lavoro, o di visibilizzazione della propria adesione, e, oltre alle iniziative che copriranno il consueto orario lavorativo, in tutte le città in maniera coordinata ci siamo date appuntamento alle 18 organizzando dei cortei notturni, proprio per favorire la partecipazione di tutte. E’ importante essere in piazza, per questo chiediamo a tutte le donne di “forzare” anche la propria consueta organizzazione familiare: chiediamo, e un po’ anche imponiamo, agli uomini che fanno parte delle nostre reti di cura di supportarci accollandosi per quel giorno tutte le mansioni riproduttive. È anche questa una forma di sciopero dal genere, visto che, nella divisione sessuale del lavoro, la cura è storicamente appannaggio femminile. L’8 marzo le donne, ma anche lesbiche, trans, gay e persone di genere fluido, possono scioperare anche sabotando tutte quelle forme con cui i nostri generi vengono continuamente messi a valore: rifiutarsi di riprodurre, ad esempio, l’accondiscendenza, l’accoglienza e la seduzione come “doti femminili”, o mettendo in discussione i dispositivi aziendali di diversity management.

La manifestazione delle donne quest’anno sarà “glocale”, passami il termine cacofonico. Nel senso che se non erro l’idea per una mobilitazione per la festa della donna è partita dall’Argentina e si è diffusa in tutto il mondo, ma ognun* potrà farlo sotto casa, nella propria piazza. A chi vorresti che arrivassero gli slogan gridati qui, in Italia?

Il termine in effetti è cacofonico ma efficace: l’iniziativa è stata lanciata dalle femministe argentine e di tutto il centro e sud america insieme alle compagne polacche e irlandesi: si sta davvero lavorando alla costruzione di una rete internazionale, con scambi quotidiani attraverso i social network ma anche incontri fisici. Però la sua realizzazione, almeno in Italia, è localissima, perché tantissime città si stanno autorganizzando, in modo che tutte le donne e le persone che aderiranno allo sciopero possano partecipare alle iniziative organizzate nella città più vicina. Qui in Italia i nostri slogan devono arrivare a tantissime e tantissimi, quindi abbiamo proprio l’ambizione di essere in tante e di gridare parecchio forte! Il nostro progetto è decisamente rivoluzionario: vogliamo parlare di come la violenza innerva tutto il sistema sociale in cui viviamo, tutti gli aspetti delle nostre vite, e quindi parleremo prima di tutto alle altre donne,  alle lavoratrici e alle tantissime precarie il cui lavoro è invisibile o diffuso, alle persone trans, lesbiche e gay che subiscono forme spesso molto efferate di violenza di genere. Partiamo dall’autorganizzazione, e dall’allargamento della mobilitazione, per poter poi parlare, e confliggere, con tutti i soggetti che quel potere, sessista, misogino, patriarcale, lo esercitano, lo mantengono e lo riproducono.

Cosa sta cambiando? Da dove nasce la marea? I numeri e la determinazione della due giorni cosa ci dice della forza di questo movimento?

Non credo che questa marea nasca dal nulla, i movimenti femministi hanno sempre avuto andamenti carsici, ma anche nei momenti di “bassa marea”, chiamiamola così, il lavoro prosegue, anche se a minore intensità. Quello che mi sembra nuovo, in questo processo, è la ripoliticizzazione di parti importanti del femminismo, che in questi decenni hanno presidiato la questione della violenza attraverso la relazione con le donne che quella violenza l’hanno vissuta nelle loro storie concrete e singolari. I centri antiviolenza hanno subito e subiscono con sempre più forza una pressione verso l’istituzionalizzazione, che, come abbiamo visto con i consultori, neutralizza esperienze nate come pratiche di femminismo trasformandole in servizi standardizzati. Questo significa perdere il contatto con l’esperienza delle donne che hanno subito violenza, forzarne l’autodeterminazione entro percorsi standard, come quello della denuncia, in  un paese in cui tra l’altro spesso di denuncia si muore. I centri si sono ribellati e sono scesi in piazza, dando nuova linfa anche alla riappropriazione politica dei consultori. L’altro grande elemento di novità credo che sia la caparbietà del lavoro di rete e il tentativo di coniugare radicalità e allargamento delle istanze. È tutta una scommessa, ma noi ci stiamo veramente impegnando per vincerla.

Pensi che si riusciranno ad evitare le trappole di provocatori e detrattori? Non faccio esempi, ma sui giornali e sui siti di movimento si cerca di proporre una propria visione, fare dei discrimini e domande capziose. Per esempio come rimanderesti al mittente la questione degli “uomini che volessero scioperare lottomarzo”?

Gli uomini possono scioperare l’8 marzo, ma sia chiaro che chi lo fa ci aspettiamo lo faccia in due modi.  Prima di tutto partendo da sé e scioperando dal sistema di potere patriarcale che attribuisce un privilegio agli uomini cisgender, ossia tutti quegli a cui è stato attribuito un sesso maschile alla nascita e che si riconoscono in quel sesso. Questo significa che Non Una di Meno non è l’occasione per avere facili patentini di antisessismo: uno dei nostri tavoli ha affrontato proprio la questione del sessimo nei movimenti, e siamo risolute nel non fare sconti a nessuno, a maggior ragione negli spazi dove condividiamo la nostra pratica politica con gli uomini. Dagli uomini che vogliono lavorare all’interno di questo movimento ci aspettiamo una messa in discussione reale, a partire dalle proprie pratiche, nella politica così come nelle relazioni. E sicuramente non solo l’8 marzo. In secondo luogo, se il potere e la decisionalità politica, a tutti i livelli, è degli uomini, scioperare dal proprio genere significa anche fare un passo indietro, e sostenere l’autonomia transfemminista, senza nessun tentativo di sovradeterminazione:  il protagonismo quel giorno sarà delle donne e delle persone lgbtq che stanno lavorando a questo percorso da mesi, da anni, e la centralità sarà data alle pratiche che noi, tutte insieme, stiamo costruendo.

Ti faccio una domanda un po’ spinosa e me ne scuso: che differenza c’è col movimento degli anni passati chiamato “Se non ora, quando”?

Premetto che questa è una mia opinione personale, che non vuole in alcun modo offendere le donne che hanno creduto e investito nel progetto Se non ora quando, perché tra loro molte erano sicuramente in buona fede. Detto questo, io penso che la differenza ci sia e sia abissale: “Se non ora quando” era un movimento “dall’alto”, studiato a tavolino per mobilitare l’opinione pubblica in chiave antiberlusconiana, con un taglio politico spesso moralistico, bigotto e borghese. Molte di noi al tempo contestammo la divisione tra donne per bene e donne per male che quella esperienza poneva tra i propri presupposti politici. Non una di meno è un movimento dal basso, nato e alimentato dal lavoro collettivo di migliaia di donne, di centinaia di associazioni, collettivi, gruppi, forse più caotico perché appunto autorganizzato, ma, a mio parere, molto più vitale, appassionante e trasformativo. E sicuramente molto più radicale, perché non si pone a difesa della “dignità delle donne” ma chiede una trasformazione radicale della società dal punto di vista dei rapporti di genere.

Ecco il testo uscito dalla due giorni di Bologna, per approfondire quel che si è detto nei tavoli di lavoro in preparazione allo sciopero delle donne:

“8 punti per l’8 marzo. È questa la piattaforma politica formulata dalle 2000 persone riunite in assemblea nazionale a Bologna il 4 e 5 febbraio, che hanno proseguito il lavoro sul piano femminista antiviolenza e stanno organizzando lo sciopero delle donne dell’8 marzo che coinvolge diversi paesi nel mondo. I punti esprimono il rifiuto della violenza di genere in tutte le sue forme: oppressione, sfruttamento, sessismo, razzismo, omo e transfobia. L’8 marzo quindi incrociamo le braccia interrompendo ogni attività produttiva e riproduttiva: la violenza maschile contro le donne non si combatte con l’inasprimento delle pene ‒ come l’ergastolo per gli autori dei femminicidi in discussione alla Camera ‒ ma con una trasformazione radicale della società. Scendiamo in strada ancora una volta in tutte le città con cortei, assemblee nello spazio pubblico, manifestazioni creative. Scioperiamo per affermare la nostra forza. Ribadiamo ancora una volta la richiesta a tutti i sindacati di convocare per quella giornata uno sciopero generale di 24 Ore, Non un’ora meno, e chiediamo alle realtà confederali ed in particolare alla Cgil di rispondere pubblicamente sulla convocazione dello sciopero generale.

Scioperiamo perché

La risposta alla violenza è l’autonomia delle donne

Scioperiamo contro la trasformazione dei centri antiviolenza in servizi assistenziali. I centri sono e devono rimanere spazi laici ed autonomi di donne, luoghi femministi che attivano processi di trasformazione culturale per modificare le dinamiche strutturali da cui nascono la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere. Rifiutiamo il cosiddetto Codice Rosa nella sua applicazione istituzionale e ogni intervento di tipo repressivo ed emergenziale. Pretendiamo che nell’elaborazione di ogni iniziativa di contrasto alla violenza vengano coinvolti attivamente i centri antiviolenza.

Senza effettività dei diritti non c’è giustizia né libertà per le donne

Scioperiamo perché vogliamo la piena applicazione della Convenzione di Istanbul contro ogni forma di violenza maschile contro le donne, da quella psicologica a quella perpetrata sul web e sui social media fino alle molestie sessuali sui luoghi di lavoro. Pretendiamo che le donne abbiano rapidamente accesso alla giustizia, con misure di protezione immediata per tutte, con e senza figli, cittadine o straniere presenti in Italia. Vogliamo l’affidamento esclusivo alla madre quando il padre usa violenza. Vogliamo operatori ed operatrici del diritto formati perché le donne non siano rivittimizzate.

Sui nostri corpi, sulla nostra salute e sul nostro piacere decidiamo noi

Scioperiamo perché vogliamo l’aborto libero, sicuro e gratuito e l’abolizione dell’obiezione di coscienza. Scioperiamo contro la violenza ostetrica, per il pieno accesso alla Ru486, con ricorso a 63 giorni e in day hospital. Scioperiamo contro lo stigma dell’aborto e rifiutiamo le sanzioni per le donne che abortiscono fuori dalle procedure previste per legge a causa dell’alto tasso di obiezione: perché ognun* possa esercitare la sua capacità di autodeterminarsi. Vogliamo superare il binarismo di genere, più autoformazione su contraccezione e malattie sessualmente trasmissibili, consultori aperti a esigenze e desideri di donne e soggettività LGBTQI, indipendentemente da condizioni materiali-fisiche, età e passaporto.

Se le nostre vite non valgono, scioperiamo!

Scioperiamo per rivendicare un reddito di autodeterminazione, per uscire da relazioni violente, per resistere al ricatto della precarietà, perché non accettiamo che ogni momento della nostra vita sia messo al lavoro; un salario minimo europeo, perché non siamo più disposte ad accettare salari da fame, né che un’altra donna, spesso migrante, sia messa al lavoro nelle case e nella cura in cambio di sotto-salari e assenza di tutele; un welfare per tutte e tutti organizzato a partire dai bisogni delle donne, che ci liberi dall’obbligo di lavorare sempre di più e più intensamente per riprodurre le nostre vite.

Vogliamo essere libere di muoverci e di restare. Contro ogni frontiera: permesso, asilo, diritti, cittadinanza e ius soli

Scioperiamo contro la violenza delle frontiere, dei Centri di detenzione, delle deportazioni che ostacolano la libertà delle migranti, contro il razzismo istituzionale che sostiene la divisione sessuale del lavoro. Sosteniamo le lotte delle migranti e di tutte le soggettività lgbtqi contro la gestione e il sistema securitario dell’accoglienza! Vogliamo un permesso di soggiorno incondizionato, svincolato da lavoro, studio e famiglia, l’asilo per tutte le migranti che hanno subito violenza, la cittadinanza per chiunque nasce o cresce in questo paese e per tutte le migranti e i migranti che ci vivono e lavorano da anni.

Vogliamo distruggere la cultura della violenza attraverso la formazione

Scioperiamo affinché l’educazione alle differenze sia praticata dall’asilo nido all’università, per rendere la scuola pubblica un nodo cruciale per prevenire e contrastare la violenza maschile contro le donne e tutte le forme di violenza di genere. Non ci interessa una generica promozione delle pari opportunità, ma coltivare un sapere critico verso le relazioni di potere fra i generi e verso i modelli stereotipati di femminilità e maschilità. Scioperiamo contro il sistema educativo della “Buona Scuola” (legge 107) che distrugge la possibilità che la scuola sia un laboratorio di cittadinanza capace di educare persone libere, felici e autodeterminate.

Vogliamo fare spazio ai femminismi

Scioperiamo perché la violenza ed il sessismo sono elementi strutturali della società che non risparmiano neanche i nostri spazi e collettività. Scioperiamo per costruire spazi politici e fisici transfemministi e antisessisti nei territori, in cui praticare resistenza e autogestione, spazi liberi dalle gerarchie di potere, dalla divisione sessuata del lavoro, dalle molestie. Costruiamo una cultura del consenso, in cui la gestione degli episodi di sessismo non sia responsabilità solo di alcune ma di tutt*, sperimentiamo modalità transfemministe di socialità, cura e relazione. Scioperiamo perché il femminismo non sia più un tema specifico, ma diventi una lettura complessiva dell’esistente.

Rifiutiamo i linguaggi sessisti e misogini

Scioperiamo contro l’immaginario mediatico misogino, sessista, razzista, che discrimina lesbiche, gay e trans. Rovesciamo la rappresentazione delle donne che subiscono violenza come vittime compiacenti e passive e la rappresentazione dei nostri corpi come oggetti. Agiamo con ogni media e in ogni media per comunicare le nostre parole, i nostri volti, i nostri corpi ribelli, non stereotipati e ricchi di inauditi desideri.

Se le nostre vite non valgono, noi scioperiamo. #NonUnaDiMeno #LottoMarzo

MAPPA delle mobilitazioni: segui il link qui sotto.

https://nonunadimeno.wordpress.com/portfolio/appuntamenti-8marzo/

Ultima nota estetica. Trovo sia meraviglioso il simbolo dello sciopero, quelle matrioske che evocano l’idea di una “reductio ad infinitum”: esprimono perfettamente il concetto di solidarietà tra donne.

]]>
L’ultimo narcos: epopea e segreti del Chapo Guzmán https://www.carmillaonline.com/2016/01/30/lultimo-narcos-epopea-e-segreti-del-chapo-guzman/ Fri, 29 Jan 2016 23:00:32 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=28358 di Fabrizio Lorusso

chapo pensoso[La narrazione viaggia su cinque capitoli, intervallati da alcuni video e foto. Si può pure saltare da uno all’altro in caso di necessità. Indice: 1. Il Cartello  2. Ayotzinapa  3. La terza cattura  4. Estradizione?  5. Triangolo: Kate del Castillo, Sean Penn e “El Chapo” Guzmán]

“A cosa starà pensando El Chapo?” Questa semplice domanda, contenuta in un tweet del giornalista messicano Diego Enrique Osorno diventa virale la sera dell’8 gennaio. Sono passate poche ore dalla cattura, la terza, del narcotrafficante [...]]]> di Fabrizio Lorusso

chapo pensoso[La narrazione viaggia su cinque capitoli, intervallati da alcuni video e foto. Si può pure saltare da uno all’altro in caso di necessità. Indice: 1. Il Cartello  2. Ayotzinapa  3. La terza cattura  4. Estradizione?  5. Triangolo: Kate del Castillo, Sean Penn e “El Chapo” Guzmán]

“A cosa starà pensando El Chapo?” Questa semplice domanda, contenuta in un tweet del giornalista messicano Diego Enrique Osorno diventa virale la sera dell’8 gennaio. Sono passate poche ore dalla cattura, la terza, del narcotrafficante più ricercato al mondo, Joaquín Archivaldo Guzmán Loera, capo dell’organizzazione criminale di Sinaloa. Più conosciuto ormai per il suo alias, “El Chapo”, ossia il tozzo o tarchiato, il capo rinchiuso è diventato un numero: prigioniero 3870 del penitenziario di massima sicurezza El Altiplano, prima La Palma. Nel tweet di Osorno è incorporata una delle foto diffuse dalla stampa dopo l’arresto. Guzmán sta seduto al suo posto vicino al finestrino, in canotta, con lo sguardo perso nel vuoto e la testa reclinata sul vetro. Pensoso, con un suo scagnozzo affianco, e provato dopo un risveglio di sparatorie e fuggifuggi. Il cartello di Sinaloa, conosciuto anche come del Pacifico o Federazione, è l’organizzazione criminale più potente del continente americano e probabilmente del mondo. Muove la gran parte dell’eroina, della cocaina, della marijuana e delle droghe sintetiche negli Stati Uniti e ha espanso le sue attività illegali nel pregiato mercato europeo, in Asia e in Oceania, dove i prezzi degli stupefacenti crescono ancora promettendo lauti guadagni. Il cartello di Sinaloa la fa da padrone nella spartizione di una torta globale psicotropica stimata tra i 300 e i 400 miliardi di dollari. E’ forte a New York come a Buenos Aires ed è presente in ogni grande città tra queste due. Al di là del tradizionale business delle droghe, i cartelli messicani hanno diversificato le loro attività delinquenziali orizzontalmente, cioè si dedicano al contrabbando di metalli preziosi e petrolio, al commercio di armi e alla tratta di persone, al traffico di migranti, all’estorsione, al sequestro di persona, al riciclaggio, e a un’altra dozzina di tipologie criminali.

Capitolo 1. Il Cartello

winslow cartelLe aree degli affari mafiosi non dipendono da una sola persona ma da reti, franchigie, gruppi, bande, strutture, organizzazioni, connivenze e associazioni che tendono a persistere: morto un Papa, cioè un boss, o smantellato uno degli anelli della catena, se ne fanno altri o altri già ne esistono, mentre i flussi globali di merci e servizi seguono il loro corso. In seguito all’arresto di un capo o allo smantellamento del grosso delle sue reti, possono avvenire scissioni o ristrutturazioni all’interno dell’organizzazione. Alcuni gruppi, clan o famiglie provano a “lavorare in proprio” o si specializzano in uno o più business criminali su cui avevano acquisito un vantaggio competitivo.

Circolano queste ipotesi circa le possibili future evoluzioni del cartello di Sinaloa che, sia ora sia nel precedente periodo di incarceramento del Chapo (febbraio 2014-luglio 2015), ha continuato a funzionare “normalmente” vista la solidità dei suoi affari e delle sue ramificazioni. E grazie anche ad altre leadership consolidate: c’è Ismael “El Mayo” Zambada, suo figlio “El Vicentillo”, attualmente neutralizzato e in carcere negli USA, i figli di Joaquín Guzmán o vecchie glorie come Rafael Caro Quintero che, nel silenzio, potrebbe essere tornato in attività dopo la sua liberazione nel 2013. E infine c’è anche “El Azul”, Juan José Esparragoza Moreno, capo storico dato per morto nel giugno 2014 ma che pare possa essere redivivo secondo varie fonti.

Infine, come sostiene lo scrittore noir americano Don Winslow, autore dei bellissimi Il potere del cane (2005) e Il cartello (2015), c’è e lì resta il Cartello, inteso non solo come l’organizzazione criminale, ma anche come tutto quello che ci sta intorno e la fa funzionare, ossia gli apparati dello stato, le polizie e i politici implicati nel contrabbando di stupefacenti o nella protezione di tali illeciti commerci (ascolta qui un’interessante intervista del giornalista di RSI Daniel Bilenko allo scrittore).

Missione compiuta? E Gisela Mota, la sindaca ammazzata?

gisela mota“Missione compiuta: ce l’abbiamo. Voglio informare i messicani che Joaquín Guzmán Loera è stato arrestato”. Arriva alle 12:19 PM – 8 Jan 2016 il cinguettio di @EPN, account twitter del presidente del Messico Enrique Peña Nieto. Per lui e il suo esecutivo è un momento di rivincita e festeggiamenti, mentre le voci critiche parlano di una “finzione compiuta”, alludendo alle incoerenze nelle narrazioni che si susseguono ora dopo ora, alle filtrazioni premeditate di informazioni e dettagli, secondo un copione occulto, e infine alla pomposità dello spettacolo presidenziale riprodotto dalle TV.

Tra l’altro la ricattura del boss arrivava proprio in un momento delicatissimo, con un timing e una precisione impressionanti. Il 2 gennaio, infatti, veniva uccisa Gisela Mota, neosindaca di Temixco, vicino a Cuernavaca, nella regione del Morelos, da un commando armato di presunti narcos del gruppo dei Los Rojos. Questi, come i tristemente famosi Guerreros Unidos, sono una cellula scissionista dell’ex potente cartello dei fratelli Beltrán Leyva, a loro volta fuoriusciti da quello di Sinaloa nel 2009.

La notizia del crudele assassinio, perpetrato nella casa della giovane funzionaria nel secondo giorno del suo mandato di fronte ai suoi familiari, ha fatto il giro del mondo, mettendo nei guai il governo e il presidente, giusto nel mese in cui si preparava la sfilata nella vetrina del World Economic Forum. In terra azteca sono un centinaio i presidenti municipali, come sono chiamati i sindaci nei comuni, ammazzati negli ultimi dieci anni. Gisela non s’era piegata ai dettami della delinquenza organizzata della zona, sempre più confusa e infiltrata nelle polizie locali e statali. Graco Ramírez, governatore del Morelos, ha approfittato del femminicidio mafioso per assumere pieni poteri sulle polizie dei comuni, il che di per sé non risolve le gravi disfunzioni di questi corpi corrotti, putrefatti. Di fatto gli osservatori più attenti, tra cui il poeta attivista Javier Sicilia, attribuiscono proprio all’incapacità e ai contuberni del governo statale la deriva violenta degli ultimi cinque anni. Si protegge il crimine organizzato, i suoi affari e i loro complici nella funzione pubblica, ma non si tutelano gli amministratori e i politici onesti che sono minacciati.

Quando in Italia e in Colombia la violenza crebbe sproporzionatamente fino a toccare il cuore del mondo politico e dell’élite, lo scossone cominciò a smuovere l’opinione di coloro che vivevano nel e del sistema politico-mafioso e della classe dirigente nel suo complesso. Il dilemma era diventato: o noi, o loro. E quindi arrivarono misure d’emergenza e maxiprocessi. E’ la spiegazione del paradosso che hanno vissuto questi paesi a detta dell’accademico Edgardo Buscaglia. In Messico, invece, gli assassini politici a tutti i livelli non hanno provocato nessuna reazione complessiva e decisa del sistema e nel sistema, per cui la violenza pare inarrestabile.

chapo entrevistaEcco che allora prendere il Chapo diventa strategico, vitale, di fronte all’opinione pubblica mondiale. Le critiche per l’insicurezza e l’indignazione per l’ennesimo crimine di stampo mafioso vengono smorzate e, almeno momentaneamente, dimenticate dinnanzi allo show del jefe de jefes che viene scortato nell’aeroporto Benito Juárez della capitale. L’intervista dell’attore Sean Penn al Chapo, che esce sulla rivista Rolling Stone il 9 gennaio, e la persecuzione contro lo stesso Penn e l’intermediaria dell’incontro, Kate del Castillo, fungeranno da distrazione massiva per tutto gennaio e oltre, mentre la memoria di Gisela Mota e delle altre vittime della narcoviolenza e del narco-stato solo viene difesa da parenti, movimenti sociali e media indipendenti.

Il 22 febbraio del 2014 il capo sinaloense era stato imprigionato, ma il 12 luglio di un anno dopo era riuscito a fuggire clamorosamente dal carcere di “massima sicurezza” El Altiplano, nei pressi della capitale, grazie a un tunnel di un chilometro e mezzo scavato sotto la prigione. Fu uno sberleffo per i responsabili della sicurezza e specialmente per il governo che dal momento del suo insediamento, nel dicembre 2012, ha provato a costruire di fronte al mondo l’immagine di un Paese sicuro e moderno, pronto ad accogliere investimenti e capitali offrendo le garanzie di un vero stato di diritto e d’una economia dinamica. Che poi in soldoni non si traduce in sicurezza sul lavoro, diritti, certezza della legge e responsabilità sociale, come il discorso ufficiale ambiguamente prova a comunicare, ma in una forza lavoro sottopagata, ricattabile e “ben disciplinata”, in vantaggi fiscali enormi per le multinazionali, nella privatizzazione di educazione, salute e beni comuni e infine nell’apertura allo sfruttamento delle risorse naturali, in primis quelle minerarie ed energetiche.

Capitolo 2. Ayotzinapa

Di lì a poco, il 26 settembre, la “notte di Iguala” avrebbe nuovamente e definitivamente stravolto i sogni di gloria dell’esecutivo, rivelando le trame della narco-politica e della narco-polizia, così come la volontà di governo e procura di sotterrare il caso, occultare responsabilità e adulterare le indagini. Ma ormai non si poteva più lasciare all’oscuro il grosso dell’opinione pubblica nazionale e internazionale e i genitori dei 43 ragazzi, sostenuti da un solido e indignato movimento di protesta, sono diventati subito una spina nel fianco, ancor più di quanto non lo fosse stata la fuga del boss più ricercato e ricco del mondo (leggi qui gli articoli su Iguala-Ayotzinapa).

Tanto in là s’è spinta la brama di manipolare, prima, e chiudere, poi, il caso, oltreché di zittire le proteste e le voci discordanti, che è stata creata una confusa “verità storica”, sbandierata messianicamente come “buona e giusta” dall’ex procuratore Jesús Murillo Karam. Era invece fallace e menzognera, un insulto. L’effetto boomerang è stato dirompente e il movimento di sostegno ai genitori di Ayotzinapa e alle vittime di sparizione forzata, tra cui si contano migliaia di centroamericani, oltre che 30mila messicani, s’è internazionalizzato e rinforzato, malgrado le continue denigrazioni mediatiche e la repressione fisica di attivisti e giornalisti.

Gli studenti restano desaparecidos, cioè in un limbo burocratico e ontologico tra la vita e la morte, introvabili, per cui campeggiano i loro volti e i loro nomi, giganti di dignità e lotta, per le strade e le piazze, come a simboleggiare e denunciare le infinite impotenze e corruzioni strutturali dei diversi apparati statali coinvolti nei delitti commessi contro di loro. Il rischio che venga riconosciuto internazionalmente il crimine di lesa umanità per il caso Iguala-Ayotzinapa è alto e concreto e il presidente, che è capo supremo delle forze armate, ne dovrebbe rispondere direttamente. I pochi “punti d’immagine” che gli restano sarebbero immediatamente seppelliti in una delle tante fosse comuni dell’oblio, colme di ossa e segreti di stato, di cui per lungo tempo s’è voluta negare financo l’esistenza. Ma prima di tornare al Chapo…

Ayotzi 2016Breve aggiornamento

Al termina di una carovana che ha portati in 15 stati della repubblica messicana, il 26 gennaio 2015, a 16 mesi dalla sparizione dei loro figli, i genitori di Ayotzinapa e i movimenti solidali hanno marciato per le strade di Città del Messico e hanno chiamato i collettivi all’estero a realizzare una giornata globale di protesta. La rivista Proceso ha pubblicato un reportage che mostra come vi sia del materiale audiovisuale importantissimo per il caso che è estato lasciato fuori dalle indagini ufficiali e come nella notte del 26 settembre 2014 il C4 (Centro di Controllo, Comando, Comunicazione e Computer) di Iguala fosse controllato da militari. Stiamo parlando del più importante snodo per il commercio di oppiacei ed eroina del continente americano. Iguala e i vertici del “pentagono dell’oppio” messicano nello stato del Guerrero sono vigilati da distaccamenti militari, ben informati circa i flussi che vi transitano. Le forze armate sono state protette dal governo durante le indagini e sono blindatissime per cui non è possibile interrogare nessuno dei militari che erano presenti durante i massacri e le desapariciones della notte di Iguala. Nel video occultato dalle autorità si nota chiaramente il passaggio di un convoglio composto da varie auto della polizia e, tra queste, vi sono altri veicoli che potrebbero essere “ufficiali” e avere a bordo funzionari pubblici. Viene quindi confermata la natura organizzata e complessa dell’operazione contro gli studenti sopravvissuti, le vittime e i desaparecidos di Ayotzinapa. Il 5 e 6 febbraio si svolgerà il Primo Incontro Nazionale dell’Indignazione, convocato dai genitori di Ayotzinapa e dai gruppi solidali, per articolare un fronte nazionale di lotta comune.

 

Capitolo 3. La terza cattura

chapo capturado“Burla e sfida”, furono le parole usate da Peña dopo la fuga di luglio. La sua credibilità cadde in picchiata, il mito del narcos Guzmán si consolidava. Invece la sera di venerdì 8, in attesa di una risalita negli indici di gradimento, il presidente appare raggiante di fronte alle telecamere. Declama sorridente la riacquisita solidità di quelle stesse istituzioni che, pochi mesi prima, s’erano mostrate porose e corrotte nel custodire e lasciar scappare il jefe de jefes. Certo, adesso i complimenti veri vanno alla Marina, probabilmente l’apparato meno corrotto e più efficiente nel Messico della narcoguerra, ma vengono profusi altresì elogi e complimenti a tutte le istituzioni e in generale a presunti miglioramenti nello stato di diritto.

Peña s’è vantato dei 98 arresti compiuti dei 122 “obiettivi criminali” prioritari nel Paese. L’opinione pubblica invece si chiede come mai i mercati delle droghe illecite siano fiorenti come mai prima e la violenza di omicidi, sparizioni forzate e sequestri di persona non dia cenni di cedimento. La guerra alle droghe, così com’è stata concepita sin dai tempi di Nixon negli anni ’70, è una sfida persa in partenza. Ciononostante il trionfalismo di Osorio Chong, il ministro degli interni, è imperturbabile: “Oggi il cartello di Sinaloa è totalmente un altro”. “Gli Zetas e il Jalisco Nueva Generación sono polverizzati”, ha chiosato al quotidiano La Jornada provando a ridisegnare a modo suo la mappa del crimine organizzato in Messico. Nel 2015 gli omicidi dolosi hanno superato la cifra di 18mila, in crescita rispetto ai due anni precedenti in cui c’era stato un calo. I desaparecidos sono ufficialmente quasi 27mila, ma Ong e associazioni della società civile ne contano oltre 30mila. L’Ufficio delle Dogane e il Controllo di Frontiera statunitense (CBP, in inglese) in un rapporto del 2010 spiegava che la cattura dei narco-boss non colpisce la dinamica del narcotraffico che, al contrario, vive e si rinnova anche grazie al ricambio dei vertici.

La procuratrice generale della repubblica, Arely Gómez, ha annunciato il ritorno di Guzmán nello stesso reclusorio in cui si trovava prima della fuga, El Altiplano. Ci resterà almeno un anno, mentre s’attendono i risultati dei processi di estradizione negli USA e i vari ricorsi che i suoi avvocati stanno già inoltrando a ripetizione. L’operazione di cattura della Marina messicana è durata alcune ore e il bilancio finale è di un militare ferito, cinque presunti delinquenti uccisi e sei arresti. El Chapo, raggiunto dai marines in una delle sue case-nascondiglio (casa de seguridad, in spagnolo) a Los Mochis, città costiera dello stato del Sinaloa, s’è inizialmente addentrato nei condotti delle fognature per poi riemergere da un tombino nel bel mezzo di un viale e rubare un’automobile. Non era un copione nuovo. Lo accompagnava Orso Iván Gastélum Cruz, alias “El Cholo”, sicario al suo servizio. Con il mezzo sono riusciti ad allontanarsi prima di essere fermati dalla polizia federale. Dapprima i due hanno cercato di corrompere i poliziotti, senza successo. Poi, una volta ammanettati, sono stati condotti in un motel dove i marines li hanno chiusi in una stanza e fotografati in attesa dei rinforzi.

Anche El Cholo è un personaggio interessante, di certo non un novellino: era già stato preso il marzo scorso a Guamúchil, in Sinaloa, e nel 2008 era evaso dal carcere di Culiacán. Il 24 novembre 2012 la reginetta di bellezza Miss Sinaloa venne crivellata durante uno scontro a fuoco tra i pistoleri di Gastélum e l’esercito. Restano ignote le ragioni per cui, dopo l’arresto solo pochi mesi fa, già si trovasse di nuovo in libertà e operativo affianco al suo mentore. La città de Los Mochis, una delle più prospere del Nordovest messicano, vive dal 2009 l’incubo della violenza scatenata dalla scissione tra il cartello di Sinaloa e quello dei fratelli Beltrán Leyva, ormai decadente a livello nazionale ma forte e presente in città. La cattura del Chapo minaccia di far esplodere reazioni a catena che rischiano di mettere a ferro e fuoco l’intera zona.

Trofeo e narco-capitali

MLOS MOCHIS, SINALOA, 08ENERO2016.- En un operetivo realizado por la Marina Armada de México durante la madrugada, fue recaptrado Joaquín "El Chapo" Guzman Lorea. FOTO: ESPECIAL /CUARTOSCURO.COMFOTO: Cuartoscuro ESPECIAL /CUARTOSCURO.COM

Gli USA vogliono El Chapo e ne hanno chiesto l’estradizione il 25 giugno scorso, poco prima della sua fuga. Non se lo sono portati via subito dopo l’arresto per via dello zelo e prontezza dei suoi avvocati che si sono dati da fare sin da prima della cattura. E’ ricercato in sei corti statunitensi per reati di crimine organizzato, traffico di droga, riciclaggio e omicidio, tra gli altri.

Guzmán e Zambada, quest’ultimo ancora a piede libero, sono accusati di 21 reati e le procure sperano di recuperare capitali stimati tra i 4 e i 14 miliardi di dollari, in buona parte ricavati dal traffico di una quantità di cocaina che va da 127 a 465 tonnellate tra il 1999 e il 2014. In Messico un altro grande interrogativo riguarda proprio i patrimoni dei capi estradati. Il rischio di perderli è altissimo, dato che non vengono sequestrati a tempo debito, e dunque la beffa per una società violentata dalla narcoguerra e poi espropriata dei proventi del traffico illecito diventa doppia. La rivista Forbes stimava il patrimonio del Chapo in un miliardo di dollari, chi, o quale governo, riuscirà mai a recuperarne anche solo una quota?

Molti capitali sono già nei circuiti legali, ma non vengono né tracciati né, in caso, sequestrati. Men che meno si riutilizzano socialmente in beneficio delle comunità colpite dalla violenza. E’ il paradiso dell’impunità imprenditorial-criminale, finanziaria e del riciclaggio. Decine di imprese legalmente costituite, anche se legate all’organizzazione criminale, funzionano coll’annuenza o le sovvenzioni dello stato e non sono sottoposte a auditing tributario. L’esperto Edgardo Buscaglia, autore di un libro sul riciclaggio del denaro sporco, sostiene che “non si mette mano al patrimonio del cartello di Sinaloa perché la stessa classe politica ha paura di farlo visto che ci sarebbero ripercussioni sul finanziamento delle campagne elettorali”. Inoltre, sul tema dell’estradizione, Buscaglia ritiene che sarebbe l’ammissione del collasso dello stato messicano e che “se succede, nel processo giudiziario il PM americano si concentrerà sui delitti commessi negli USA e non coinvolgerà la classe politica messicana […] cioè coinvolgerà alcuni imprenditori messicani e statunitensi ma non la classe politica nel suo insieme”.

chapo sierra esconditeContro la brama statunitense di mettere le mani sul loro cliente gli avvocati del boss difendono coi cosiddetti “amparos”, strumenti legali del diritto messicano che bloccano temporaneamente i processi per tutelare i diritti dell’accusato. Dunque ci potrebbero volere mesi o anni, sempre che la volontà politica del capo dell’esecutivo si orienti per l’estradizione. La PGR, Procura Generale della Repubblica, vi s’era opposta nel 2014, ma ora ha cambiato opinione, così come l’esecutivo di Peña che comunica posizioni possibiliste. E d’altronde è una scelta quasi obbligata, dopo quanto è successo. “Non ci sono prigioni adatte al Chapo in Messico”, ha sentenziato a ragione il giornalista e specialista di criminalità organizzata Ricardo Ravelo. “La notizia dell’arresto è stata una sorpresa all’inizio perché nessuno credeva che lo stessero cercando dopo la sua fuga che, a detta di molti dentro e fuori dal Messico, era stata quasi pattuita”, ha spiegato a caldo dopo l’arresto al sito Aristegui Noticias. “Più che un colpo della Marina, sembra che ci sia stato un errore di logistica del team di Guzmán”, ha aggiunto.

Tra burocrazie e ritardi, oltre ai dovuti passaggi legali, El Chapo avrà il tempo per provare a fuggire di nuovo trovando spiragli nelle maglie del sistema penale e carcerario. Oppure per negoziare con calma un accordo con gli Stati Uniti da un posizione di forza, magari in seguito a una ammissione di colpa e al pagamento di una multa milionaria. Ci sta lavorando su la sua squadra di difensori: erano ben sette nel 2014, ma ora ne sono stati ratificati solo due. D’altronde un’estradizione fast track violerebbe i diritti del boss e sarebbe l’ammissione dell’impotenza di una lunga serie di istituzioni messicane, ossia il contrario di quanto ha cercato d’affermare il governo dopo la sua cattura.

A cosa starà pensando El Chapo? Era la domanda iniziale. Di certo l’elaborazione di un nuovo piano di fuga è un’ipotesi plausibile, nonostante i notevoli mezzi messi in campo per la sicurezza della cella e dell’intero penitenziario: un centinaio di federali all’esterno e trentacinque custodi all’interno, cinque filtri di controllo e due elicotteri all’esterno e persino un mastino (con la museruola) all’interno. Il boss sinaloense, almeno per il momento, non gode più delle prerogative che aveva in prigione nel 2014, cioè le visite intime di sua moglie, la ventiseienne Emma Coronel, la televisione con casse acustiche e non con le cuffie e incontri più lunghi del normale coi suoi avvocati-messaggeri. In alcune occasioni aveva anche ricevuto visite di una deputata dello stato del Sinaloa, Lucero Guadalupe Sánchez, del partito conservatore Acción Nacional, la quale s’era introdotta con documenti falsi e, secondo le versioni giornalistiche dei fatti, aveva una relazione sentimentale con El Chapo.

Capitolo 4. Estradizione?

chapo pena nietoCi sono motivi validi contro l’estradizione. Da una parte il governo cerca di difendere almeno una qualche parvenza di autonomia e sovranità nella sua relazione col Paese vicino, dall’altra esiste il rischio concreto che un capo storico come Guzmán possa trasformarsi in collaboratore di giustizia negli USA e rivelare le complicità nel mondo politico e imprenditoriale che gli hanno permesso di evadere due volte e di creare un’organizzazione criminale tra le più potenti del mondo, presente in 59 paesi. In questo caso si scoperchierebbe un vaso di Pandora che potrebbe provocare un collasso del sistema politico messicano, oppure, vista la capacità di persistenza dell’élite al potere, solo qualche rimpasto e giustificazione da sotterrare col sostegno dei mass media “amici” alla prima occasione. El Chapo potrebbe testimoniare addirittura contro alcuni membri della sua stessa organizzazione, ormai usciti dalle sue grazie, in cambio di sconti di pena e altri benefici. Si vedrà, ma intanto c’è ancora tempo prima che la giustizia americana e la messicana seguano il loro corso. C’è tempo anche per digerire la massa di opinioni e dichiarazioni che nei cinque continenti cercano di spiegare questo arresto e le complesse evoluzioni della “guerra alle droghe”.

La fuga del trafficante sinaloense nel luglio 2015 aveva provocato un problema di stato, comparabile solo alla crisi di legittimità provocata dal caso dei 43 studenti di Ayotzinapa e dalla conseguente emersione delle trame della narco-politica. Quindi, così come era successo con la “versione storica” delle autorità sui 43, la cattura del Chapo viene ora esibita come un successo, un trofeo, ma potrebbe trasformarsi in un nuovo incubo per l’intera classe politica e generare un effetto domino dalle conseguenze imprevedibili. Inoltre per l’evasione dell’anno scorso sono sotto processo solo pesci piccoli dell’amministrazione del carcere e quel gravissimo scandalo sta rientrando senza grossi scossoni.

ESTRADIZIONE BOSS MESSICOLa logica e gli argomenti del governo messicano in tema di estradizione dei baroni della droga sono state storicamente erratiche e poco incomprensibili: il leader del cartello del Golfo è stato inviato negli USA, ma un suo successore, Eduardo Costilla “El Coss”, è rimasto in Messico; quando era possibile farlo, Guzmán Loera non è stato estradato, mentre il figlio e il fratello de “El Mayo” Zambada sì (vedi infografica di Insight Crime). Un caso clamoroso è quello del ex capo del cartello di Guadalajara Rafael Caro Quintero, coinvolto nell’omicidio dell’agente americano della DEA (Drug Enforcement Administration) Enrique Camarena nel 1985, poi condannato e imprigionato, il quale è stato liberato “per motivi tecnici” da una corte messicana nel 2013. Ora è latitante. Lo stupore e l’indignazione statunitensi raggiunsero l’apice dopo la sua scarcerazione. Ad ogni modo la decisione sull’estradizione resta squisitamente politica, tecnicamente nelle mani del Ministero degli Esteri, e per adesso El Chapo è considerato “estradabile”.

Bio e un po’ di storia

Joaquín Archivaldo Guzmán Loera, comunità La Tuna, città di Badiraguato, stato di Sinaloa, 4 aprile 1957. Figlio di Consuelo ed Emilio, copia di contadini, genitori di undici figli, otto maschi e tre femmine, cresciuti in povertà e senza possibilità di studiare oltre le scuole elementari in una casa dal tetto di lamiera. Una storia abbastanza comune nel Messico rurale.

Dopo anni d’esperienze come coltivatore di amapola o papavero da oppio durante l’adolescenza, il “padrino” del mitico cartello di Guadalajara degli anni ottanta, Miguel Ángel Félix Gallardo, prende il giovane Guzmán Loera al suo servizio e questi si fa le ossa nella principale organizzazione per il contrabbando di stupefacenti nel Paese. Tra il 1985 e il 1989 i principali capi dell’organizzazione vengono arrestati e comincia la lotta per la successione.

Chapo Guzman FUGAS infografica TeleSurIl Padrino stabilisce dalla prigione una spartizione dei territorio tra le varie famiglie e gruppi, anche se poi gli equilibri non reggono. Guzmán si allea con Ismael “El Mayo” Zambada e nasce il Cártel de Sinaloa o Pacífico. I fratelli Arellano Félix fondano l’organizzazione di Tijuana e Amado Carrillo si stabilisce a Ciudad Juárez. Carrillo decide di modificare i suoi tratti somatici e si reca in una clinica privata di Città del Messico. E’ il 1997. I medici “sbagliano” la dose di anestetici e lo uccidono. La pagheranno cara e moriranno tutti ammazzati. Negli anni Novanta Amado Carrillo era riuscito a dominare la scena del narcotraffico ed era noto come “Il Signore dei Cieli”. In Messico l’omonima serie di successo è arrivata alla quarta stagione. Nel 1993, durante una sparatoria tra sicari del Chapo Guzmán e pistoleri degli Arellano Félix, viene ucciso il cardinale Juan Jesús Posadas Ocampo a Guadalajara. Guzmán è accusato dell’omicidio e viene arrestato in Guatemala prima di essere spedito in Messico, nelle prigioni di Almoloya e Puente Grande, in Jalisco. Qui, paradossalmente, riesce a rafforzare i suoi affari e nel 2001 evade nascondendosi in un carrello della lavanderia.

I dettagli di questa evasione sono ormai un cocktail di storia e leggenda, ma il fatto certo è che da quell’anno Sinaloa inizia la scalata al potere criminale globale. Tra il 30% e il 50% della coca in entrata negli USA passa dalle sue mani. I colombiani, dopo l’intensificazione dei blocchi navali statunitensi nei Caraibi negli anni ’80, la morte del capo del cartello di Medellín, Pablo Escobar, nel 1993 e l’avvio del Plan Colombia, a direzione statunitense, nel 2002, sono progressivamente soppiantati dai messicani. Nel 2000 in Messico vince il PAN, partito di destra che promette grossi cambiamenti, dopo oltre settant’anni di egemonia del populista PRI. Il fiammante presidente Vicente Fox s’insedia nel dicembre di quell’anno. Il suo successore, Felipe Calderón, anche lui del PAN, governa dal 2006 al 2012 e lancia un’offensiva militare contro i baroni della droga conosciuta come “narcoguerra”. Almeno 100.000 morti in sei anni e decine di migliaia di desaparecidos sono le eredità di quella strategia che, però, non è stata modificata sostanzialente fino ad oggi.

Nel frattempo le droghe sperimentano un boom nei mercati “sviluppati” ed “emergenti”, la globalizzazione e l’impennata del commercio interessa anche loro. El Chapo entra nella classifica di Forbes tra gli uomini più ricchi del mondo, con un patrimonio stimato di un miliardo di dollari. Gli anni del PAN sono gli anni in cui Sinaloa diventa “il Cartello”, grazie alle connivenze e alla partecipazione delle istituzioni a tutti i livelli. Nel 2012 il PRI torna al potere e il presidente Peña mantiene i soldati per le strade, continua a ricevere i fondi USA dell’Iniziativa Merida, in diminuzione e criticati ormai anche dal congresso americano, e solo cambia il suo discorso, improntato alla modernizzazione e alle riforme. Le armi made in USA inondano e invadono il Paese. I giornalisti e gli attivisti vengono perseguitati senza tregua, il numero dei desaparecidos cresce a dismisura, la società viene limitata nelle sue possibilità d’espressione, nell’esercizio delle libertà e della democrazia ed è preda della morsa tra autorità inefficienti o corrotte e criminalità organizzata. Due facce della stessa medaglia, frequentemente confuse tra loro o indistinguibili.

Capitolo 5. Triangolo: Kate del Castillo, Sean Penn e “El Chapo” Guzmán

Chapo-Guzmán-y-Sean-Penn1A poche ore dall’arresto di Guzmán la procuratrice Arely Gómez ha dichiarato che l’intenzione del capo di girare un film autobiografico e proprio i suoi contatti con attori e produttori avevano permesso alle autorità di trovarlo, anche se le indagini duravano comunque da sei mesi. Su tutta la vicenda ad oggi restano più domande che risposte.

Il 2 ottobre 2015 l’attore Sean Penn e l’attrice Kate del Castillo, che ha stabilito il contatto tramite gli avvocati del capo, hanno fatto visita a Joaquín Guzmán Loera in una delle sue proprietà sperdute nella sierra tra il Durango e il Sinaloa e hanno passato la serata con lui, con le sue guardie del corpo e i suoi figli. Tequila e tacos a volontà. E anche qualche chiacchiera, giustamente.

Nel gennaio 2012 del Castillo pubblicò un tweet che diventò virale e polemico perché l’attrice affermava, provocatoriamente, di avere più fiducia nel Chapo Guzmán che nel governo messicano. Pare che il boss, che presumibilmente ha avuto diciotto figli con sette mogli e amanti diverse, sia avvezzo ai messaggini di testo e alle donne, quando è in libertà e quando è recluso. Inoltre l’idea del film lo stimolava. Kate del Castillo comunicava con lui servendosi del sistema di messaggeria BBM Black Berry e di lettere manoscritte. Solo a lei, come persona ritenuta di fiducia, El Chapo avrebbe rivelato e concesso i diritti sulla sceneggiatura. Anche per questo è stata fissata una visita in un luogo segreto e alcuni produttori di Hollywood, informati da del Castillo, hanno deciso di contattare Sean Penn che ha accettato di accompagnare la messicana nel viaggio nella sierra occidentale e ha proposto al narcos di realizzare un’intervista.

Però il video di 17 minuti spedito dal Chapo a Kate del Castillo non è stato registrato quella sera ma nelle settimane seguenti. Si tratta di un documento interessante anche se rappresenta più che altro una confessione, un messaggio di Guzmán al mondo, e non una vera e propria intervista in cui il giornalista ha la possibilità di controbattere. D’altronde, per come è stata fatta, non ce n’era il modo. Il testo finale è dovuto passare dall’approvazione del Chapo prima della pubblicazione. In questo senso sono piovute critiche a Rolling Stone e all’autore, accusato di aver costruito l’apologia di un delinquente responsabile di migliaia di morti. Penn ha definito El Chapo “prima di tutto un business man, che ricorre alla violenza quando lo considera vantaggioso per se stesso o i suoi interessi commerciali”.

Una visione forse romantica, anche se un po’ di verità c’è. Stiamo parlando di un impresario e commerciante, ma anche di un capo mafioso corresponsabile di mattanze e atrocità, malgrado l’affabilità e semplicità teatrali che ha sfoggiato nel video e durante la visita degli attori. Grazie ad essi ha potuto lanciare al mondo messaggi importanti, comunicare il suo potere come trafficante e burlarsi in diretta delle “solide istituzioni” propagandate da Peña Nieto. Il tempismo è stato eccellente: il giorno dopo l’arresto è uscita l’intervista, come a voler dare una sberla al governo e a comunicare che il capo resta il capo anche in prigione.

Sean Penn ha accusato le autorità messicane di mettere in pericolo la sua vita. Infatti, la procura ha sostenuto che l’intervista è stata un elemento decisivo per poterlo riacciuffare. Comunque la sua intenzione era quella d’accendere i riflettori su una giusta causa, cioè la denuncia dell’ipocrisia della guerra alle droghe, per cui i morti restano a sud mentre gli stupefacenti e i narco-capitali e le sostanze vanno a nord, e sul ruolo che gli Stati Uniti hanno in essa. In qualche modo c’è riuscito, nonostante le critiche e le speculazioni che immediatamente hanno ricoperto lui e Kate del Castillo. La strategia dei mass media s’è concentrata dunque sui personaggi, sulle frasi dei governanti, sull’etica giornalistica, sui messaggini tra Kate e Guzmán e i suoi legali e su vari dettagli morbosi, ma non sul nucleo del problema e sulle responsabilità a monte dell’ondata di violenza e corruzione che sta distruggendo la società e l’economia messicana.

Rivelazioni, film e depistaggi

chapo kate del castilloEl Chapo voleva eternizzarsi con un film, prodotto da Kate del Castillo e soci, che raccontasse la sua vita e che potesse offrire una visione diversa da quella cristallizzata nei libri, nelle inchieste, negli articoli, nei miti e nelle cronache. Per questo motivo aveva contattato tramite i suoi legali l’attrice messicana, di recente naturalizzata statunitense, che era nota al capo e al grande pubblico per il ruolo da protagonista nella serie La Reina del Sur (La Regina del Sud). Del resto da anni i suoi avvocati fanno da intermediari anche con vari potenziali ghost writer per far scrivere la sua biografia che dovrebbe intitolarsi “El Ahijado”, il figlioccio.

Nella video-intervista El Chapo ha senza dubbio rotto una tradizione, quella dei capi-mafia che mai dichiarano d’essere dei trafficanti, ma si definiscono invece imprenditori o semplici lavoratori e negano ogni vincolo con la delinquenza fino alla fine. “Traffico più eroina, metanfetamine, cocaina e marijuana di chiunque altro al mondo, ho una flotta di sottomarini, aerei, camion e autobotti”, ha dichiarato invece il sinaloense. E poi ha aggiunto, perentorio: “Il giorno in cui io non ci sarò più, non cambierà niente [nei traffici]”. Infine ha ammesso: “Son più di vent’anni che non consumo droghe” e “le droghe distruggono”.

chapo triangulo doradoIl reportage dell’attore, intitolato “El Chapo parla”, ha fatto sorgere dubbi sostanziali sul governo messicano dato che vi si descrive il momento in cui le auto su cui viaggiavano Penn e Kate del Catillo vengono fermate da un posto di blocco dell’esercito. Alcuni soldati riconoscono Alfredo, uno dei figli del Chapo, e lo lasciano passare non senza nascondere un certo imbarazzo. Il testo su Rolling Stone narra di come gli aeroplani del cartello di Sinaloa, a disposizione del gruppo, riescono a rendersi invisibili ai radar di terra e, inoltre, conferma che l’organizzazione criminale è puntualmente informata quando l’esercito esegue perlustrazioni aeree a grandi altezze che possono scoprire i loro movimenti.

Non si tratta di informazioni nuove, ma l’impatto sull’immagine dell’esecutivo è stato dirompente e imbarazzante, così come lo è stato il fatto stesso che un incontro di questo genere si sia potuto realizzare. In qualche modo le affermazioni di diversi funzionari subito dopo l’intervista hanno preannunciato la “vendetta”, cioè il ciclone mediatico e accusatorio contro Sean Penn e, in particolare, contro la sua compagna di viaggio nel ranch del Chapo.

L’attrice è oggetto di continui attacchi che mettono in pericolo persino la sua vita. La procura ha fatto in modo che venissero alla luce informazioni e comunicazioni provate contro di lei secondo un piano-montaggio orchestrato per sviare l’attenzione e colpevolizzare l’attrice. La giornalista Lydia Cacho su Proceso ha parlato di una “persecuzione di stato” che fa sospettare vi siano molti altri segreti inenarrabili dietro a tutta la vicenda e che la “logica della comunicazione politica istituzionale non solo si focalizza sulla spettacolarizzazione del caso, ma anche sulla violazione della legge”. E conclude: “L’impero di Guzmán non esisterebbe senza la connivenza delle autorità federali”. Altro che messaggini e chat. Tutti si chiedono piuttosto dove sono i soldi del Chapo e chi se li intascherà.

La polemica delle alte autorità messicane, gli inviti a comparire delle procure messicane e americane per Penn e del Castillo e l’attacco mediatico contro di loro risponde alla volontà di voler sotterrare i particolari vergognosi di questa storia per lo stato messicano: la prima fuga del narcos grazie alla corruzione di funzionari e politici, la rete intoccata delle imprese legate al cartello, la corruzione nelle forze armate, le menzogne raccontate per tappare la cloaca della narco-politica, l’omicidio di una giovane sindachessa in un territorio fuori controllo e l’impossibilità di offrire spiegazioni per il crimine di stato di Iguala contro gli studenti di Ayotzinapa e per gli altri 26mila desaparecidos. Ecco le vere questioni aperte.

]]>
Zitta! Un video-inchiesta https://www.carmillaonline.com/2015/11/26/26872/ Thu, 26 Nov 2015 21:27:45 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=26872 DOLCE“Esiste un legame tra svalutazione delle donne, oggi, in Italia, e violenza in tutte le sue forme incluso il femminicidio?” Questa è una delle domande che si pongono le autrici di questo video inchiesta, Zitta, prodotto dalla factory Kinedimorae con Marilù Oliva e la filmmaker Elena Araldi. Attraverso interviste con Dacia Maraini, l’inviato delle Iene Matteo Viviani, l’economista Marcella Corsi, lo scrittore Matteo Strukul, e una puntuale indagine sulle pubblicità sessuofobe, le canzoni ammiccanti di rappers piuttosto confusi, gli insulti sul web, la situazione economica e tutte le versioni più o meno striscianti di emarginazione-svalutazione, questo lavoro si addentra nelle mille [...]]]> DOLCE“Esiste un legame tra svalutazione delle donne, oggi, in Italia, e violenza in tutte le sue forme incluso il femminicidio?”
Questa è una delle domande che si pongono le autrici di questo video inchiesta, Zitta, prodotto dalla factory Kinedimorae con Marilù Oliva e la filmmaker Elena Araldi. Attraverso interviste con Dacia Maraini, l’inviato delle Iene Matteo Viviani, l’economista Marcella Corsi, lo scrittore Matteo Strukul, e una puntuale indagine sulle pubblicità sessuofobe, le canzoni ammiccanti di rappers piuttosto confusi, gli insulti sul web, la situazione economica e tutte le versioni più o meno striscianti di emarginazione-svalutazione, questo lavoro si addentra nelle mille forme del maschilismo, dello svilimento e della violenza. Ma non solo: senza reticenze indaga anche sull’atteggiamento complice di alcune donne, che contribuiscono in maniera subalterna alla svalutazione di loro stesse, adeguandosi alle cosiddette “regole mediatiche del mercato”.

C’è una via d’uscita?

]]>
La lunga notte di Ciudad Juárez https://www.carmillaonline.com/2014/06/05/la-lunga-notte-di-ciudad-juarez/ Wed, 04 Jun 2014 22:01:24 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=15223 di Franco Avicolli

1 Mural Luciano Cd Juarez 137[Questo testo, che traduco dallo spagnolo, è stato letto il 4 aprile scorso alla presentazione, presso il Palacio legislativo de San Lázaro di Città del Messico, dell’enorme dipinto, ispirato al muralismo messicano, di Luciano Valentinotti, artista di cui abbiamo parlato su Carmilla nell’articolo “Luciano Valentinotti, partigiano italiano in Messico”. L’opera racconta La lunga notte di Ciudad Juárez, ma riassume benissimo molte altre realtà del Messico degli ultimi anni. Presento alcune foto del murale in una galleria in fondo al post, basta cliccare su un’immagine [...]]]> di Franco Avicolli

1 Mural Luciano Cd Juarez 137[Questo testo, che traduco dallo spagnolo, è stato letto il 4 aprile scorso alla presentazione, presso il Palacio legislativo de San Lázaro di Città del Messico, dell’enorme dipinto, ispirato al muralismo messicano, di Luciano Valentinotti, artista di cui abbiamo parlato su Carmilla nell’articolo “Luciano Valentinotti, partigiano italiano in Messico”. L’opera racconta La lunga notte di Ciudad Juárez, ma riassume benissimo molte altre realtà del Messico degli ultimi anni. Presento alcune foto del murale in una galleria in fondo al post, basta cliccare su un’immagine per ingrandirla, F. L.]

Cos’è la pittura? E’ un’attività che si realizza con pennelli e altri strumenti con il fine di distribuire su una superficie piana o curva alcuni colori o tracciare linee che disegnino una forma o nessuna. Di fronte ai nostri occhi c’è La lunga notte di Ciudad Juárez del pittore italiano, da oltre quarant’anni in Messico, Luciano Valentinotti. Per come si presenta sugli enormi pannelli che la compongono, è un’opera di pittura, vale a dire un modo di distribuire linee e colori su una tela per raccontare qualcosa, per dirci qualcos’altro, andando oltre il significato ordinario delle cose. Con i suoi strumenti, le sue tinte e i suoi pennelli Luciano cattura l’attenzione del pubblico, disegnando gruppi di figure, forme e colori che sono viva e cruda testimonianza. Se avviciniamo lo sguardo un po’, possiamo apprezzare che i tratti e le forme si definiscono: sono uomini, donne, bambini, fiori, alberi, ma sono anche armi, soldati in uniforme o uomini “mascherati”, incappucciati, con il viso coperto. Ci sono bare, case, soli, palloncini. I colori sono molti, come nei mercati e nelle essenze del Messico, e sono organizzati in modo che ciascuno di essi, e poi tutti insieme, riescano a creare un certo ordine nello spazio, affinché le forme esatte di cui si parlava interpretino un ruolo adeguato.

Se approfondiamo il dipinto e gli diamo tempo, l’attenzione necessaria, possiamo osservare in ogni scena una dura realtà, il tentativo di descrivere l’orrore ma anche la speranza. Alcune donne sono senza vestiti. La loro nudità non è capricciosa, non è casuale, ma rappresenta l’abuso, la volontà di coloro che le obbligano, le sottomettono perché si trasformino in oggetti. Mural Luciano Cd Juarez 141E rimandano alla strage irrisolta del Campo Algodonero (Campo di cotone), alle violazioni sistematiche dei diritti umani. Nell’immagine di questa città, sita alla frontiera con El Paso, appaiono persone che hanno indosso le scarpe, mentre alcuni, molti, camminano scalzi. Il rosso, il verde, l’azzurro, il nero e gli altri colori si distribuiscono e si abbinano in modo tale che la loro stessa consistenza passa a raffigurare un ente formale, un significato. Il sole compare quattro volte e si tinge di quattro colori diversi. Perché? Ci si chiede legittimamente. Altrove, dopo una sequenza che finisce con un funerale e un uomo con il volto coperto che punta un fucile contro un uomo inginocchiato, appare una scena in cui prevale l’impatto cromatico del verde, come se stessimo in un campo di mais, e di nuovo ci si può chiedere perché? Sono tante le questioni aperte, le domande legate al dipinto e ai perché della notte di Ciudad Juárez, e questo significa che viene suscitata la curiosità, che si aprono le porte verso dimensioni che non sono evidenti ma esistono.

Questa lunga notte, che in spagnolo si chiama La larga noche de Ciudad Juárez, comincia a diventare qualcos’altro, va oltre il dipinto e la vista immediata. Contiene storie. Ho chiesto all’autore Luciano Valentinotti di dirmi qualcosa di più sulla sua opera e mi ha risposto che il mondo che è raffigurato nel dipinto è fatto di bambini che giocano o desiderano giocare, cosa che succede a tutti i bambini: portano in giro aquiloni e palloncini ma passeggiano scalzi perché i loro genitori, contadini, non hanno modo di comprare loro sandali o scarpe. “Guarda”, mi dice, “ce ne sono alcuni che sì hanno le scarpe e in genere sono i ricchi, i potenti, i militari e i preti”. Tra di loro si notano uomini incappucciati e armati che arrestano, violentano e uccidono. E poi cercano di mettere paura ai genitori, agli amici delle vittime, affinché non celebrino un funerale.

Mural Luciano Cd Juarez 151“Il verde che appare poco più avanti è come un invito che faccio a chi guarda”, spiega Luciano che chiama “visitante” chi osserva il suo dipinto, “un invito a riposare per i visitanti, magari per pensare un po’ prima di fare ingresso in una città in cui li attende un’altra, l’ennesima, prova, il dolore di un altro fatto violento”. E’ notte, c’è una festa di compleanno in corso e, nel frattempo, altri uomini, anche loro mascherati, anche loro armati, irrompono per distruggere vite, per assassinare giovani che hanno meno di diciotto anni, forse bambini che nemmeno ne hanno dieci. Sequestrano alcune ragazzine per violentarle e dopo le uccidono, le interrano. Il femminicidio.

Un giovane appare crocifisso e dietro di lui un sole di colore arancione è puntellato da macchie di oscurità. E poi ci sono altre persone, gente minacciata. Un po’ appartati dalla scena, un gruppo di contadini a piedi nudi e un nugolo di bambini che tengono tra le dita i fili di alcuni palloncini, colorati con i toni della pace e della sua bandiera. Un po’ più avanti alcune chiome femminili, le teste di alcune donne, compaiono tra i palloncini. Sullo sfondo, dietro, è appeso al cielo un sole giallo, il sole vero che conosciamo, e domina la scena. Si susseguono decine di teste di donne senza i rispettivi corpi e ancora oltre ci sono braccia di ragazzini e bambini che spuntano dalla terra come se fossero fiori e permettono ai palloncini un libero volo nell’aria.

Mural Luciano Cd Juarez 150In seguito il dolore della moltitudine si compone in file di dignità e silenzio lungo una processione di candele e fiori. Un’altra pausa verde per il riposo e alla fine un gruppo di giovani ragazze che annunciano una vita che deve ancora essere. Le scene sono dominate da un sole mezzo rosso, passionale forse, e per metà nero, a significare o anticipare un prossimo lutto che la pistola, collocata nell’ultima sequenza del murale, sembra voler annunciare. Luciano mi ha condotto attraverso questa Larga noche de Juárez con le sue parole, io seguivo il suo racconto, rivedendolo nel dipinto, e guardavo il volto della sofferenza, interiorizzando l’essenza della violenza e la forza dell’amore per la vita, capendo quanto può essere indifesa, terribile e umanamente degna la povertà e quanto la speranza riesca indefessa a spingersi oltre l’abuso e l’ingiustizia. Grazie a un’opera di pittura che è arte, come questa lunga notte di città Juárez, ho rivisto il dolore di tanti, la violenza terribile, la faccia vitale dell’ingenuità che ricerca la vita, la speranza che mette in moto gli uomini, la povertà nella dignità e la ricchezza che invece anela tutto quel che è possibile. Ho pensato alla visione di Luciano che l’ha potuto raccontare.

]]> La cultura del femminicidio 3 https://www.carmillaonline.com/2013/11/13/la-cultura-del-femminicidio-3/ Wed, 13 Nov 2013 02:59:24 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=10676 di Marilù Oliva

femminicidioDopo aver analizzato una serie di dati sulla situazione odierna e aver sostenuto quanto sia pervasiva, in Italia, una cultura tendente a svalutare la donna, le sue competenze e, in generale, le sue possibilità, proseguo il mio approfondimento sul femminicidio con un’intervista all’Assessore al Welfare del Comune di Parma – con delega a Politiche sociali, Igiene e sanità, politiche della casa, assegnazione alloggi, politiche per le famiglie, T.S.O. –, dott.ssa Laura Rossi, concentrando l’attenzione su quel lasso di tempo che intercorre [...]]]> di Marilù Oliva

femminicidioDopo aver analizzato una serie di dati sulla situazione odierna e aver sostenuto quanto sia pervasiva, in Italia, una cultura tendente a svalutare la donna, le sue competenze e, in generale, le sue possibilità, proseguo il mio approfondimento sul femminicidio con un’intervista all’Assessore al Welfare del Comune di Parma – con delega a Politiche sociali, Igiene e sanità, politiche della casa, assegnazione alloggi, politiche per le famiglie, T.S.O. –, dott.ssa Laura Rossi, concentrando l’attenzione su quel lasso di tempo che intercorre tra violenza e delitto.

Come ho ribadito negli articoli precedenti, la questione femminicidio – radici, cause, moventi, conseguenze, legislazione, provvedimenti, etc – è talmente complessa che presta facilmente il fianco a distorsioni.

(nell’immagine sopra, Dati rapporto Eures-ANSA)

Così accade che – per una sorta di tendenza che forza la contro-informazione trasformandola in dis-informazione – si liquidi l’argomento con tanto fumo negli occhi e conclusioni banalizzanti, quali:

– sì, vengono uccise tante donne, però… com’è brutta la parola femmincidio

– sì, vengono uccise tante donne, però… a me i numeri e le statistiche non piacciono

– sì, vengono uccise tante donne, però… non chiamatela emergenza. L’emergenza è quella dei terremotati.

Sorvolando sul giudizio soggettivo inerente eventuali cacofonie o eufonie del lemma – non è questo che ci interessa –, sorvolando anche sulle tendenze dei nostalgici aristotelici che ai dati e al metodo scientifico preferirebbero ripristinare il principio di autorità, m’incuriosisce come mai ci si affanni tanto a trovare un pretesto – un qualsiasi pretesto, basta il suono di una parola ad allarmare, appunto, o un grafico o una successione di numeri – per negare quella che è un’evidenza talmente eclatante che viene urlata quotidianamente dai giornali, i quali spesso peccano, sì, di sensazionalismo e strumentalizzano femminicidi-Italial’indignazione o utilizzano infelicemente locuzioni fuorvianti come “raptus di gelosia” o “delitto passionale”, però quando scelgono di attenersi alle statistiche lasciano parlare le stesse. In questo sta la forza dei numeri: nella loro attendibilità, ecco perché alcuni preferirebbero metterli da parte e lasciare campo libero al proprio pontificare. I numeri sono precisi, democratici, valgono per tutti e il bravo saggista sa che vi si deve attenere anche qualora facessero decadere la sua tesi: è l’informazione corretta che conta, non aver ragione a tutti i costi. Ecco perché ad alcuni sono antipatiche le cifre. Invece io partirò proprio da queste.

L’ultimo bilancio estivo del Viminale ha individuato che circa il 30% degli omicidi commessi in un anno in Italia (505) ha come vittime le donne, una percentuale che sale all’83% se si prendono in considerazione i soli delitti (45) commessi dal partner e al 100% quelli in cui l’assassino è l’ex compagno (20). Non sarà un’emergenza per alcuni, ma sono dati significativi e in un paese civile è sano che se ne parli. Non solo. Dal primo agosto del 2012 al 31 luglio del 2013  sono state presentate quasi diecimila denunce (9.116) per stalking. A denunciare, nel 77% dei casi, sono state le donne. E ai suddetti numeri ne aggiungo altri, chiarificatori sulla situazione di violenza contro le donne in Italia, oggi, estrapolati dal rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità presentato il 3 luglio in una conferenza stampa a Palazzo Chigi, promossa dall’Organizzazione nazionale sulla salute della donna (O.N.Da):

– oltre sei milioni e 700 mila italiane tra i 16 e i 70 anni sono state vittime di abusi fisici e sessuali

– solo il 7% delle donne sporge denuncia, lasciando così nell’ombra il 93% degli abusi.

Proprio partendo da quest’ultima percentuale, concludo l’introduzione con una piccola domanda sul sommerso, prima di far parlare la dottoressa Laura Rossi: chi di noi non conosce almeno una donna che ha subito molestie e, per una serie di ragioni, ha scelto di non sporgere denuncia, portando avanti, suo malgrado, quello che la dottoressa Roberta Bruzzone, psicologa, criminologa e ambasciatrice di Telefono Rosa, chiama patto scellerato?

Quante donne si rivolgono a voi all’anno?

Circa 30 tra nuclei (madre con minori) e donne sole o in gravidanza. Il dato è parziale, ossia si riferisce solo alle donne che accettano di essere ospitate c/o le strutture di accoglienza. Il dato non è rilevato per le donne che si presentano dichiarando il maltrattamento ma declinano aiuto e accoglienza. Di norma viene chiesta la disponibilità a denunciare anche per poter individuare le situazioni di reale rischio ma ovviamente si valuta situazione per situazione. Certamente la “crisi economica” in atto sta diventando una importante concausa. Le tensioni familiari si acuiscono e situazioni tamponabili con interventi di sostegno si trasformano in luoghi di maltrattamento e di violenza.

Per quanto tempo, in media, vengono seguite?

I tempi di permanenza sono quasi impossibili da definire e sono strettamente legati alla problematicità complessiva della situazione: presenza o meno di minori, gravidanza, risorse economiche, fragilità… In ogni caso la presa in carico non termina con le dimissioni dalla comunità. Le donne vengono seguite sino a quando l’autonomia complessiva non permette loro di autogestirsi ed autodeterminarsi. È complicato ed avviene in tempi lunghi e non solo per incapacità della donna. Non sono molti i supporti e condizioni favorevoli per la vita di una donna sola e/o con figli.

Quali sono le problematiche più frequenti?

Si potrebbero individuare alcune criticità ricorrenti:

– la condizione economico-lavorativa

– la presenza/assenza di risorse sul territorio

– le fragilità personali

– l’abitudine a subire

Un caso che ti ha colpita, senza fare nomi.

Sono molti i casi e tutti molto simili…

Ho in mente una donna molto fragile con visibili segni di violenza sulla pelle abituata a subire da sempre insieme ai figli. All’ennesima proposta di protezione dice di accettare perché sente di aver toccato il fondo ed è in grande apprensione per la figlia. Dopo qualche giorno chiede di rientrare  a casa dicendo che secondo lei il marito ha capito di avere sbagliato e che in fondo è un bravo marito e bravo padre. Io ricordo il terrore nel suo sguardo e la tristezza della disperazione. Ho sentito chiaro il suo urlo silenzioso: “se voglio salvarmi la vita e salvare quella di mia figlia devo tornare e subire!”.

Un altro caso è quello di A. che subisce violenze e maltrattamenti per una vita intera e rifiuta ripetutamente l’offerta di protezione dei servizi. Solo quando vede nella figlia poco più che adolescente l’accettazione delle violenze da parte del giovanissimo compagno, trova finalmente la forza per accettare un percorso di protezione insieme alla figlia procedendo con denuncia.

C’è qualche tratto che accomuna le donne maltrattate?

Forse l’aver vissuto un clima familiare di violenza: vivere in situazioni dove il rispetto della donna non è ritenuto fondamentale o dove è il primo a saltare di fronte alle difficoltà.

Spesso ci sono alle spalle storie familiari di maltrattamento: violenza assistita oltre che subita. Ciò vale sia per gli uomini che per le donne

Quando una vittima si rivolge a voi per fuggire da una situazione molto grave – ad esempio il marito la picchia selvaggiamente davanti ai figli –, quali sono i provvedimenti che prendete nell’immediato?

Immediato collocamento in protezione anche ad indirizzo segreto, valutazione complessiva della situazione con particolare attenzione alle fragilità in termini di tenuta rispetto ad un percorso di protezione – provvedimenti di tipo amministrativi a tutela – segnalazioni obbligatorie al Tribunale Ordinario ed al Tribunale per i Minori.

Come dimostrano le statistiche, il femminicidio non è questione di un attimo, ma è l’atto finale di una parabola – spesso fatta di dolore, solitudine, paura – durante la quale le donne hanno un certo margine d’azione. Possono reagire, insomma. Quali sono i momenti della reazione?

In generale non esistono i momenti della reazione, ognuna ha il suo. Ogni “dipendente” (la dipendenza affettiva è una dipendenza a tutti gli effetti) ha il suo momento di reazione. Il famoso “toccare il fondo” è personale.

Perché una donna, magari dopo anni di soprusi e di botte, sceglie il silenzio o di coprire il proprio uomo?

– non avere un’alternativa: non sapere dove andare, come ricostruirsi, come mantenere i bambini

– la consapevolezza dell’impunità del colpevole o la sua maggiore pericolosità in caso di reazione

– la fragilità personale: l’abitudine ai maltrattamenti è una sorta di dipendenza affettiva

– la paura di non essere credute e/o la vergogna di esporre il proprio vissuto di sofferenze

– il senso di colpa: la donna sottoposta a violenza che si considera lei stessa responsabile

– il “senso di responsabilità”: la donna spesso ritiene di dover subire per il bene superiore della famiglia

Perché alcune ritirano la denuncia?

Non alcune, molte, anche se hanno ancora le ferite aperte (e non solo in senso metaforico) è la paura di star da sole, è sentirsi sole, non approvate, colpevoli, è una falsa idea dell’amore, è la paura che la persona possa fare ancora più male, è sentirsi nullità, è la paura di subire ulteriori violenze, è la mancanza di risorse economiche, è la mancanza di sostegno da parte della famiglia e della comunità tutta, ma ancora del sistema giuridico e tanto altro ancora. Basta una sola di queste motivazioni per ritirare una denuncia.

Un tempo non troppo lontano si era accettate solo se figlie, fidanzate, mogli, madri…e non parliamo di chi non aveva figli: una donna a metà!!!

Pensiamo soltanto alle “vedove bianche” provocate dalla migrazione. Uomini che tornavano a casa una volta all’anno e magari con la nuova fidanzata/amante svizzera o tedesca….perché non si ribellavano? L’abitudine a subire viene da lontano.

A volte “uscire” da una situazione di maltrattamento richiede più “forza” della sopportazione di una realtà che già si conosce. Per questo l’attenzione alla costruzione e ricostruzione dell’identità e l’attenzione ed il sostegno alle relazioni “squilibrate” deve essere sempre maggiore.

Si può parlare di una piccola percentuale di responsabilità? O, quando c’è di mezzo la paura e una cultura che rema contro, non ha nemmeno più senso parlare di responsabilità?

No, assolutamente. Se la domanda allude al famoso “se l’è cercata in qualche modo” escludo fermamente. Non c’è mai una responsabilità da rimandare indietro davanti ad atti estremi di questo genere.

Questo non significa affatto dire che il femminicidio è imputabile solo agli uomini. Se le radici sono da ricercare nella matrice culturale di fondo, le donne sono altrettanto in causa: molte madri difendono ad oltranza figli o mariti violenti, alcune donne ritengono che il sacrificarsi per il bene della famiglia sia un valore, alcune donne ritengono di dover vivere da mantenute e garantirsi uno stile di vita di un certo livello senza lavorare e fanno scelte strumentali che possono ingenerare situazioni conflittuali, molte donne sostengono un concetto di società che “congela” il ruolo della donna al lavoro domestico e di cura

Cosa ne pensi della legge recente?

E’ una legge che comprende per quasi la metà degli articoli tematiche che nulla hanno a che fare con il femminicidio. Un Ddl che usa strumentalmente le tematiche del femminicidio per far passare norme di tutt’altro genere: dalla TAV alla proroga delle Province (art. 12 in seguito soppresso). Perché? Quest’usanza della politica è aberrante.

Per quanto riguarda gli articoli attinenti sono ovviamente d’accordo: tutte le aggravanti mi sembrano sensate così come l’irrevocabilità della denuncia a fronte alla gravità del rischio e i limiti della revocabilità di fronte all’autorità giudiziaria. A tutela di tutti e di tutte

Le normative, le aggravanti penali, ecc. sono certamente utili, ma a nulla serviranno se non si muta, se non si capovolge la mentalità e la cultura.

Una legge può inasprire le pene ma non cambia la vita, una legge non fa crescere, una legge non cambia la cultura di una nazione. Dobbiamo domandarci dove risiedono le radici profonde degli atteggiamenti prevaricatori e disequilibrati degli uomini nei confronti delle donne.

Qualcuno trova questa legge “paternalista” perché la donna è vista ancora una volta vittima, da proteggere e da tutelare anche con la querela che non si può ritirare. Ma forse una legge non può che fare questo. Sono le politiche che devono incidere invece sui cambiamenti culturali.

Le questioni secondo me sono due: una è quella dell’indifferenza: ci facciamo sempre meno domande, ci stiamo abituando a relazioni sociali sempre più conflittuali ed aggressive. Nei servizi registriamo negli ultimi anni un aumento esponenziale di separazioni conflittuali ben oltre i livelli di soglia accettabili.

L’altra questione è quella del ruolo della donna nella società. In Italia, così come in altri modelli culturali, il ruolo femminile è ancora caratterizzato da subordinazione e inferiorità. Il ruolo cardine rimane quello della casalinga che si occupa della casa e della cura e anche quando lavora deve mantenere in equilibrio il ruolo domestico e della cura, pena il facile giudizio sociale negativo, il sottile senso di colpa che si insinua. E’ necessario, a mio parere, superare tale modello sociale per cui la donna occupa un ruolo sociale solo in apparenza paritario. Non voglio darne una lettura lineare ma è evidente che quando si occupa una posizione sociale inferiore è più facile che scattino soprusi e maltrattamenti. In ogni società.

Se fossi ministro per le pari opportunità, quali migliorie apporteresti?

Non credo che il femminicidio possa essere materia solo del Ministro alle pari opportunità. Ripeto che secondo me è una questione di politiche complessive che vanno ad incidere sulla cultura che non si cambia con un decreto legge né con una legislatura o un bravo Ministro.

Bisogna agire su più fronti:

– le istituzioni dovrebbero farsi carico di una tematica che è prima di tutto politica e culturale

– i media ancora troppe volte tendono a derubricare il femminicidio a delitto passionale, attacco di gelosia, raptus di follia

– le forze dell’ordine dovrebbero essere formate affinché non minimizzino, come a volte succede,  le denunce delle donne maltrattate rimandandole a casa magari passando a fare una paternale al compagno

– azioni di sensibilizzazione nelle scuole di ogni ordine grado verso l’eliminazione degli stereotipi ed educazione al rispetto oltre che libri di testo che non parlino solo al maschile

– servizi di formazione e di supporto della comunità: misure di prevenzione, comprendenti programmi di informazione e di educazione pubblica miranti a modificare la concezione dei ruoli e della relativa posizione di uomini e donne

– nell’uso del linguaggio il femminile non è quasi mai contemplato… e anche qui si invoca la tradizione, la complicazione dello scrivere e del leggere

– vanno garantiti i servizi e le normative sul lavoro affinché entrambi i partner possano essere attivi nel mondo del lavoro superando il modello assistenziale che fa perno sul ruolo di cura della donna.

Quanto al termine “femminicidio”?

“Chiamare le cose con il loro nome – affermava Rosa Luxemburg – è il primo atto rivoluzionario”.

]]>
Performare il confine: genere, geocorpi e tecnologia a Ciudad Juarez https://www.carmillaonline.com/2013/09/28/performare-il-confine-genere-geocorpi-tecnologia-ciudad-juarez/ Sat, 28 Sep 2013 13:30:42 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=9605 di Antonella Festa (di incroci de-generi)

immagine1Come è noto, il termine “femminicidio” viene coniato per connotare le uccisioni seriali verificatesi a Ciudad Juarez, in Messico, a partire dagli anni 1993/1995, quando svariate centinaia di donne cominciarono ad essere uccise  tutte secondo una stessa modalità: donne esili, dai lunghi capelli neri, povere, soprattutto lavoratrici, più di rado studentesse,  violentate, torturate, accoltellate o strangolate ed il loro cadavere  abbandonato nel deserto. Spesso, le vittime si assomigliavano, i loro corpi ed i loro vestiti venivano ritrovati in posti diversi, oppure con indosso abiti che appartenevano ad [...]]]> di Antonella Festa (di incroci de-generi)

immagine1Come è noto, il termine “femminicidio” viene coniato per connotare le uccisioni seriali verificatesi a Ciudad Juarez, in Messico, a partire dagli anni 1993/1995, quando svariate centinaia di donne cominciarono ad essere uccise  tutte secondo una stessa modalità: donne esili, dai lunghi capelli neri, povere, soprattutto lavoratrici, più di rado studentesse,  violentate, torturate, accoltellate o strangolate ed il loro cadavere  abbandonato nel deserto. Spesso, le vittime si assomigliavano, i loro corpi ed i loro vestiti venivano ritrovati in posti diversi, oppure con indosso abiti che appartenevano ad altre donne scomparse. Molte di loro erano appena arrivate dalla città, nessuno le conosceva né ha reclamato i loro corpi. La polizia stessa non si è scomodata troppo per le indagini, così gruppi di femministe e di attiviste/i si sono fatti carico di redigere una lista di disperse, di investigare e di analizzare la serie di femminicidi.

Nel 1999 Ursula Biemann, artista, teorica e curatrice di studi su migrazioni, genere e tecnologie, ha realizzato un video-documentario dal titolo Performing the border, girato al confine tra Messico e Stati Uniti, dove le corporations americane hanno installato  stabilimenti per l’assemblaggio di componenti elettroniche e digitali. Nella forma dell’inchiesta, Biemann intreccia diverse fonti: interviste con lavoratrici, prostitute, attiviste, giornaliste, intervallate dal commento dalla voce fuori campo della regista, da filmati e immagini d’archivio. Il documentario, diviso in quattro sezioni, apre con la presentazione della frontiera Usa-Messico in quanto area geografica e spazio performativo, prosegue con le condizioni di vita e di lavoro delle donne, il mercato del sesso e, infine, i femminicidi. Nel 2001 Biemann è ritornata sul documentario per scriverne un breve saggio nel quale ha enfatizzato la connessione tra tecnologia e una frontiera resa altamente performativa sia  dalla rappresentazione discorsiva delle due nazioni, sia dalla cultura tecnologica della ripetizione, registrazione e controllo introdotta dal lavoro di assemblaggio svolto nelle maquiladoras, imprese a capitale estero, per la maggior parte statunitense, che però contrattano, esentasse, manodopera locale a basso costo.

L’interesse di Ursula Biemann non è raccontare tragedie personali, ma  analizzare come il confine, da astratta metafora delle diverse forme di marginalità, diventa una materializzazione delle stesse non solo nell’architettura spaziale, ma anche nell’ organizzazione sociale.  In particolare, la videomaker  focalizza l’attenzione sulla mobilità dei corpi  delle donne in un’area transnazionale e sulle  relazioni razializzate e genderizzate nella politica riproduttiva delle maquiladoras, ma anche nell’industria del divertimento e del sesso, evidenziando il potenziale sovversivo delle sfaccettate identità di confine. Infine, Biemann propone una lettura dei femminicidi seriali di Ciudad Juarez, tentando di rivelare come i  nessi tra politiche urbane, violenza sessuale di natura seriale e tecnologia convergono, attraverso profonde stratificazioni, nel significato psico-sociale della frontiera.

Ogni giorno centinaia di donne, per lo più giovani e giovanissime, attraversano la frontiera spostandosi da El Paso, Texas, a Ciudad Juarez. Queste donne, che rappresentano  la maggioranza della popolazione dei paesi di frontiera, hanno creato nuovi spazi di vita e di consumo, hanno cambiato strutture sociali e relazioni tra i generi e in questo modo hanno riscritto le regole dei  corpi e della  società. Sono queste donne a produrre gli strumenti che rendono possibile il cyberspazio,  la mobilità e la libertà di consumo, una libertà che non è goduta da loro, ma dai milioni di consumatori che vivono al nord della frontiera. La loro mobilità rimane confinata nei limiti della “free zone” concessa dalla produzione post-fordista. Queste donne sono i nuovi membri del transnazionalismo, ma la loro cittadinanza funziona in maniera assai differente da quella del consumatore transnazionale, che vive a nord del confine.

L’idea di transnazionalismo è generalmente associata con quelle di lavoro delocalizzato, reti di comunicazione globale, libero mercato e la sensazione positiva di poter essere in più luoghi contemporaneamente. Ma il transnazionalismo che ha profondamente mutato le rurali condizioni di vita messicane è lo stesso che ha trasformato lo schiavo coloniale in un robot post-fordista che monta microcircuiti in una produzione continua.

MARGINI COMUNICANTI

immagine2 Attraverso il linguaggio delle compagnie offshore ogni attività, struttura o persona può essere definita in termini di smontaggio e rimontaggio. I termini utilizzati per il lavoro di assemblaggio sono stati trasferiti sui corpi dei soggetti che svolgono tali mansioni. La maquila woman, in particolare, viene tecnologizzata da una terminologia che frammenta e disumanizza il suo corpo e lo trasforma  in un componente usa e getta, sostituibile, commerciabile. Solo ai corpi che si rendono commerciabili, sostituibili, trasformabili in merce e riciclabili, saranno concessi visti di ingresso che permettono una certa mobilità transnazionale. Gli annunci di lavoro, prima di ogni cosa, funzionano come tecnologia di sorveglianza, esibendo dei geocorpi, ossia corpi trasformati in un’allegoria in cui si intrecciano processi di razializzazione e genderizzazione della forza lavoro, subordinata agli interessi delle compagnie. Ne sono riprova gli annunci come quelle della “Elamex communications”, in cui donne dall’aspetto per così dire azteco, in costume tradizionale, si rivolgono ad un possibile cliente in un codice facilmente comprensibile, che capta il desiderio di taglio dei costi, esenzione dalle tasse,  facile riconversione, avviamento veloce.  In questi termini il lavoro è ridotto unicamente ad una cifra, peraltro bassa, ed è rappresentato in forma  spersonalizzata, quantificabile come unità, alla stregua di un qualsiasi altro incentivo offerto per attrarre i produttori nella free zone.

Storicamente, il corpo delle donne ha incapsulato il desiderio di conquista. In particolar modo, i clienti americani hanno bisogno di  essere rassicurati del fatto che quei corpi non sono fuori controllo. Gli annunci insistono nell’assicurare una forza lavoro femminile addomesticata, docile, affidabile e disciplinata. Le  mani curate soddisfano gli standard dell’azienda; il volto esprime serietà, concentrazione e precisione, la postura non tradisce emozioni. In breve, la donna  rappresenta la riproduzione in sé ed il suo corpo, inscritto in una funzione robotica, è stato completamente tecnologizzato. Così, la connessione normativa tra “femminile” e “naturale” è stata rimpiazzata da un’incerta mistura di “naturale” e “tecnologico”. In questo groviglio di meccanica e genere, il “naturale” corpo femminile è disarticolato, inscritto nella macchina e incorporato di nuovo in qualità di occhio o  mano del corpo unico aziendale.  Questo accade a quelle parti del corpo per le quali una maquila woman viene affittata, cioè i suoi occhi e le sue mani, perché la produzione digitale e della microelettronica richiede sia  grande precisione ottica sia prontezza tattile. Ma le sue componenti biologiche sono anche ciò che la rendono estremamente fragile e vulnerabile, poiché la sua vista è precisa per qualche anno, dopo di ché dovrà essere rimpiazzata da un’altra giovane e fresca lavoratrice. La maquila woman appartiene ad un processo di periodica sostituzione di pezzi e, pertanto, ha bisogno di essere continuamente riciclata.

TECNOLOGIE DI CONTROLLO

Le tecnologie del controllo della frontiera e  del lavoro  installate a Ciudad Juarez rendono violentemente ovvie le relazioni tra l’atto del vedere, la sorveglianza, il potere ed i corpi. L’organizzazione del lavoro è fermamente proibita a Ciudad Juarez e una delle ragioni per cui le maquiladoras preferiscono lavoratrici è che queste sono ritenute più docili e meno inclini ad organizzarsi attraverso sindacati. Quindi, poiché sin dall’adolescenza le ragazze sono spesso le uniche in famiglia con un’entrata economica,  grande è la pressione dai membri della famiglia sulle stesse affinché siano accondiscendenti con le condizioni esistenti di lavoro per salvaguardare il loro impiego. Insomma, la maquila è programmata per accordarsi con lo stampo prevalentemente patriarcale della famiglia.  In ogni caso, negli anni recenti l’intera area industriale è stata interconnessa con un computer network, e gli stabilimenti  hanno compilato liste nere con i nomi delle persone indesiderabili, a cominciare da assassini, delinquenti e nemici della maquila, cioè chi cerca di alterarne le condizioni di produzione. Le donne hanno paura di perdere il lavoro a causa di una benché minima disobbedienza, hanno paura di non essere in grado di trovarne un altro e di farne ricadere le conseguenze sulle loro famiglie.

Per il governo messicano l’economia che si fonda sulla maquiladora è estremamente importante  in quanto si colloca ben al di sopra di ogni altro introito derivante dal petrolio o dal turismo. Così, il governo chiude un occhio sugli interessi della maquiladora e la massiccia presenza militare statunitense non serve solo a impedire che gli “illegali” attraversino il confine, ma anche a proteggere il gigantesco investimento industriale degli Stati Uniti sul territorio messicano.

La gestione del tempo è un altro efficace mezzo di controllo. Prima dell’alba, la lavoratrice lascia la sua abitazione in periferia, cammina fino alla stazione degli autobus in centro e viaggia per un’ora fino alla maquila per fare il turno delle 6. Passa 9 ore in fabbrica e torna a casa nello stesso modo.  Non viene lasciato  tempo per vivere, né per pensare, né per organizzarsi.

In un sistema di lavoro  collegato elettronicamente, ogni individuo è identificato e schedato. Il tempo, la produttività e il corpo delle lavoratrici delle maquiladoras è strettamente controllato spesso da manager bianchi di sesso maschile. Il controllo del corpo procede fino al punto da richiedere cicli mensili di esami per verificare che la lavoratrice non sia incinta. Il controllo forzato delle nascite e i test di gravidanza sono all’ordine del giorno  e, non c’è bisogno di dirlo, una gravidanza significa il licenziamento immediato. La riproduzione di questi corpi è strettamente sorvegliata dal momento in cui si stabilisce che essi debbano essere produttivi.

La veloce industrializzazione ha imposto trasformazioni piuttosto violente  tra le pieghe dei registri dello spazio pubblico e di quello privato, tra il lavoro e la fabbrica da un lato e la famiglia e la casa dall’altro, e, più in generale, tra l’economico ed il sessuale. In Messico, come altrove, questi registri sono stati tradizionalmente scissi lungo le linee della differenza sessuale, perché, tradizionalmente, le donne si prendono cura della casa mentre gli uomini sostengono economicamente la famiglia. Ciò che Juarez ha conosciuto in un breve lasso di tempo è stata la fusione tra la sfera privata, femminile, lo spazio domestico della riproduzione  e la consunzione di quella pubblica, lo spazio maschile della produzione. Con l’assumere prevalentemente giovani donne questi modelli tradizionali sono stati forzatamente trasformati e, ovviamente, non senza conflitto. Dunque, non meraviglia il fatto che la lavoratrice emerga come la figura centrale di questo conflitto, dal momento che incarna le due funzioni di produzione e riproduzione. È lei a concretizzare il problema che deve essere contenuto e gestito ed è a partire dal NAFTA che la frontiera ha materializzato il conflitto medesimo.

SESSUALIZZARE IL TERRITORIO

A Ciudad Juarez il lavoro non è soltanto femminilizzato, ma anche sessualizzato. Per una giovane donna in cerca di lavoro, infatti, si danno tre opzioni: diventare un’operaia dell’assemblaggio; se non è assunta in fabbrica perché non ha le conoscenze minime richieste, può diventare una domestica; se non ha le referenze necessarie, l’unica possibilità di lavoro è quello sessuale. Spesso il lavoro in fabbrica non è la fine della storia, perché i salari bassi costringono molte donne a cercare un’entrata supplementare prostituendosi nei week end. Così, il mercato del lavoro e quello del sesso si compenetrano in tale assetto economico. Pertanto,  la prostituzione non è semplicemente una parte o un servizio esentasse di una serata di baldoria, ma un elemento strutturale del sistema capitalista. Inizialmente, le donne offrivano servizi sessuali a chiunque potesse pagarli, poi la situazione si è evoluta in industria del divertimento ed è interessante sottolineare che a Juarez, dove la prostituzione emerge dall’economia della maquila, i distretti del sesso non hanno mediatori.

immagine3 Nel discorso ufficiale dei media, il confine è sempre rappresentato come luogo di delinquenza, depravazione e prostituzione, un magnete per tutte quelle soggettività che non rispondono agli standard morali della società, ma i media raramente sprecano anche una sola parola sul fatto che queste condizioni sono generate dall’industria della maquila, la quale implementa  quel piano di una zona franca designato e segnato dagli enti amministrativi di entrambe le nazioni e dalla gente del Dow Jones.

Alla frontiera, le identità si formano e collassano di continuo, diventano conformi e trasgressive. Ed è cosi che la sessualità è diventata il campo in cui il desiderio dell’espressione di sé e i dispositivi di controllo cozzano violentemente. Migliaia di lavori di assemblaggio sono stati creati nel deserto e le donne ne sono le addette. Poiché le relazioni tra i generi sono in larga misura determinate dall’economia, la trasformazione di quest’ultima, e soprattutto il fatto che il reddito dipenda dal lavoro delle donne,  ha avuto un impatto immediato nel modo in cui le donne si relazionano agli uomini. Per questa ragione, le donne hanno acquisito una maggiore autonomia sulla loro sessualità. Così, il fatto che le donne siano coloro che guadagnano e garantiscono un reddito alle famiglie ha fatto sì che queste guadagnassero potere anche nelle loro relazioni, ha reso possibile l’aperta espressione del loro desiderio sessuale ed ha affrancato il soddisfacimento del desiderio da significati economici o tradizionali quali, per esempio, ambienti domestici o percorsi sentimentali ed esigenze riproduttive.

TECNOLOGIE DI SOPRAVVIVENZA

immagine4 Il continuo movimento diasporico delle donne nello spazio transnazionale attesta la loro flessibilità, resilienza e resistenza. Spesso sono molto giovani, 13/15 anni , quando lasciano le loro famiglie per andare a lavorare al confine. Una volta arrivate, non trovano sistemazione perché gli investimenti municipali sono rivolti solamente ai transnazionali, ma non alle persone che lavorano per loro. Così cercano un posto libero, spesso lontano dagli stabilimenti e costruiscono baracche nel deserto con avanzi delle maquiladoras. Alcuni definiscono queste procedure “invasioni”, perché le migranti occupano un posto, ci edificano e aspettano i documenti per regolarizzare le  case, ma questa, seppur irregolare, è l’unica via per arrangiare una sistemazione. Ecco quindi lunghe strisce di territorio dove vivono essenzialmente donne, strade di sabbia, senza illuminazione e trasporti pubblici. Non è inusuale vedere giovani maquila women muoversi nei quartieri sorti nel deserto con addosso le protesi che le proteggono dalle cariche elettromagnetiche che corrono nei loro corpi durante il lavoro di assemblaggio, protesi che trasformano i loro corpi in banchi da lavoro. La vita al confine insegna alle sue abitanti a tener testa alle contraddizioni, a cambiare quotidianamente abitudini e adottare molteplici strategie perché la flessibilità è una questione di sopravvivenza. È questa una vita perennemente in transizione e la  lotta per la sopravvivenza è un buon punto da cui iniziare. Il coraggio di resistere alla situazione è un desiderio che eccede il potere. Non pretende di sconfiggere l’oppressione o di avere la meglio, ma solo di sopravvivergli.

IDENTITÀ TRASGRESSIVE – LA STORIA DI CONCHA

Anche le più sofisticate tecnologie di controllo hanno crepe e falle, esistono brecce alla difesa del confine e piste che conducono nella valle del deserto. E’ qui che, di notte,  alcune donne aiutano altre, incinta, ad attraversare il confine, perché partoriscano figli nati in America con la speranza di poterli usare per ottenere benefici in territorio americano.  La storia che segue parla di soggettività nomadi, trasgressive, che, nelle loro traiettorie, esprimono un desiderio altro rispetto ai processi di normazione cui sono sottoposte.

Concha viveva in una delle baracche fatte di materiali di risulta delle maquiladoras. Ad un certo punto, quando il marito la abbandonò, si rese conto che una donna incinta non aveva chances di trovare lavoro a Juarez. Qualcuno le disse che avrebbe potuto vendere sigarette a basso costo negli USA  perché non avrebbe pagato tasse e così cominciò il suo commercio. In seguito, approfittando dell’abilità con cui riusciva ad attraversare la frontiera eludendo i controlli, diventò una wetback, cioè cominciò, dietro compenso, ad aiutare altri, spesso donne che volevano partorire in America,  ad oltrepassare la frontiera in maniera “illegale”. Concha e la sua storia di trasgressione è una radicale contraddizione ai docili, riconoscibili, maneggevoli corpi presentati negli annunci della Elamex. Concha attraversa il confine, muovendosi dentro e fuori la legalità. Questo attraversamento non si dà una volta per tutte e non coincide con l’obiettivo di diventare qualcun’altra dall’altra parte. Piuttosto, si tratta di un soggetto in transito continuo, che si muove attraverso la zona transnazionale cercando sempre nuove strategie per aggirare le strutture di potere che si frappongono sulla sua traiettoria clandestina. Questa soggettività si fa mediatrice e costantemente traslatrice di differenti sedimentazioni, registri linguistici e codici culturali. Non è incastrabile in un senso ordinario  dal sistema di controllo dei cittadini. Tale soggettività è profondamente sovversiva in ragione della fugace, assolutamente mobile e transitoria natura della sua attività e della non conformità a  qualsiasi programma nazionale. Con l’aiuto di Concha, il corpo gravido, materno, che ordinariamente è oggetto di un  grande interesse biotecnologico e del controllo riproduttivo, diventa lo spazio della trasgressione. È lei a condurre questi corpi dallo spazio transnazionale, dove i servizi sociali sono negati loro dai datori di lavoro, a un nuovo spazio nazionale che è ironicamente dominato dalle stesse corporations, ma dove si possono ottenere forme di assistenza proprio da loro.

FEMMINICIDI SERIALI

immagine5 Nei suoi studi sui serial killers Mark Seltzer traccia una serie di connessioni  tra violenza sessuale e tecnologie di massa tipiche di una cultura meccanizzata, cioè tra questa forma di violenza ripetitiva e compulsiva e le tecniche di produzione e riproduzione che costituiscono la cultura della macchina. In particolare, Seltzer mette in relazione i processi di identificazione, registrazione e simulazione alla disposizione psicologica del serial killer.  Anche se non viene fatto esplicito riferimento ai casi di Ciudad Juarez, l’attinenza con gli stessi è innegabile.

Seltzer attribuisce al serial killer un problema di identità: il serial killer soffre la mancanza di confini, non riesce a distinguere se stesso dagli altri e questa incapacità è immediatamente traslata in violenza lungo la linea della differenza sessuale, la differenza fondamentale che è in grado di riconoscere, scrive Seltzer  nella sua introduzione Serial Killing for Beginners. Stando alle sue approfondite ricerche sulla violenza sessuale seriale, un comune denominatore psicologico degli assassini risiede nell’annullamento dell’identità  fino al punto di diventare una non-persona, fino al desiderio di dissolversi nell’ambiente circostante.  Abbiamo già visto che c’è una particolare permeabilità tra i corpi e l’ambiente a Jaurez, dove  le costruzioni si disperdono nelle strade non asfaltate. Il delitto viene compiuto spesso all’alba, quando la distinzione fra giorno e notte non è chiara ed i confini fra le case abitate, le strade polverose ed il deserto sono indistinguibili.  Nelle prime ore del giorno, un gran numero di donne attraversa questi spazi indefiniti in direzione delle maquiladoras, in transito dallo spazio privato a quello lavorativo, tra deserto e urbanizzazione. La frontiera, dunque, è una gigantesca metafora di concetti divergenti e, nello stesso tempo, il luogo dove il venir meno delle distinzioni si esprime in forme violente. A livello di rappresentazione, le immagini usate dalla Elamex esemplificano come la tecnologizzazione del corpo femminile esprime simultaneamente i demarcatori di natura, genere, razza. Ad un livello materiale, tale processo è accompagnato dai ripetitivi meccanismi robotici del lavoro di assemblaggio, dalle profonde implicazioni del corpo con le funzioni tecnologiche cui assolve e dalla costruzione di un corpo genderizzato e razializzato. Il serial killer non fa altro che tradurre la violenza di questo groviglio in una patologia urbana, riproducendo sul corpo una ripetitiva performance che smonta e disidentifica. Nella sua maniera morbosa, il serial killer non fa niente di più che rendere letterale e visibile il discorso prevalente.  È lui il performer. L’erotizzazione della violenza sessuale penetra i confini del corpo collettivo, facendo del desiderio privato uno spettacolo pubblico. Il serial Killer performa questa trasgressione su un corpo genderizzato e razializzato e la frontiera diventa il perfetto palcoscenico per questo spettacolo. Persi i confini tra il sé e l’altro, il serial killer è perennemente alla ricerca di un confine. E’ attratto dal confine della sua nazione, precisamente perché questo significa il limite di una più grande entità di appartenenza, cioè la nazione. Recarsi  al confine significa allora l’espressione fisica di una mente estrema, la sovrapposizione del proprio corpo con quello della nazione, la confusione tra il dentro ed il fuori.

Dunque, una riflessione discorsiva sui femminicidi seriali di Ciudad Juarez permette di cogliere le conseguenze dell’accellerata  trasformazione economica del confine messicano in seguito alla ratifica del NAFTA. A questo punto, non c’è dubbio che la società post-industriale ha determinato i  profondi cambiamenti che si sono verificati al confine e che hanno avuto, e continuano ad avere, un potente impatto sulla vita delle donne. Il movimento femminista, a Juarez, ha il coraggio di sopravvivere e di combattere, nonostante la repressione, per opporsi non solo all’indifferenza, ma anche allo sfruttamento del lavoro e trovare alternative migliori di vita, riscrivendo le loro soggettività e la società, nella misura in cui questa cambia, ma anche nella misura in cui loro stesse contribuiscono a cambiare la società.

Rivolgendo per un attimo l’attenzione all’Italia, pur riconoscendo le innegabili differenze tra le congiunture storico-geografiche, culturali ed in parte economico-produttive dei rispettivi paesi, non possiamo far a meno di evidenziare la tensione delle femministe sudamericane, messicane e non solo, a includere nelle loro analisi anche, anzi soprattutto, il piano economico-produttivo e a denunciarne l’incidenza nei meccanismi a monte del femminicidio. Ne consegue che le loro rivendicazioni non si limitano, come in Italia, alla richiesta di più sicurezza e aggravanti per le pene, né ad un generico cambiamento culturale, ma si fondano essenzialmente sulla denuncia dello sfruttamento del capitale, che riduce i corpi a mere unità di produzione, di cui ci si può disfare quando da questi non è più possibile estrarre valore.

Insomma, siamo convinte con Ursula Biemann e con i gruppi femministi attivi a Ciudad Juarez che un’azione efficace di contrasto alla violenza di genere non possa prescindere dall’analisi delle relazioni che intrecciano, identità, territorio, tecnologia, migrazioni, ma anche  sessualizzazione dei corpi e  femminilizzazione  del lavoro nell’era dell’economia globale.

BIBLIOGRAFIA

Ursula Biemann, Performing the Border: on gender, transnational bodies and technology, pubblicato in Globalization on the Line: gender, nation, capital at Us Borders, edito da Claudia Sadoswky, 2001, http://www.opa-a2a.org/dissensus/wp-content/uploads/2008/10/performing_the_border.pdf

Performing borders: the Transnational video, by Ursula Biemann, http://piseagrama.org/artigo/original/142/performing-borders-the-transnational-video/

Alice Driver, Representations of Feminicide in Ciudad Juarez in Performing the Border. An Interview with Ursula Biemann, http://alicelaureldriver.files.wordpress.com/2013/01/biemann-interview.pdf

]]>