Federico Giudiceandrea – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 21 May 2026 20:00:01 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Escher: rigore matematico e incanto dell’immaginazione oltre le miserie e le prigioni dell’ovvio https://www.carmillaonline.com/2026/05/21/escher-rigore-matematico-e-incanto-dellimmaginazione-oltre-le-miserie-e-le-prigioni-dellovvio/ Thu, 21 May 2026 20:00:01 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93731 di Gioacchino Toni

M.C. Escher, Esplorando l’infinito, introduzione di Luca Taddio, presentazione di Federico Giudiceandrea, Aesthetica Edizioni, Milano, 2026, pp. 214, € 26,00

Come scrive Luca Taddio introducendo il volume Esplorando l’infinito, coniugando rigore matematico e incanto dell’immaginazione, Escher sfida la percezione dello spettatore, «celebra l’enigma della visione: invita chi guarda a smarrirsi nei labirinti della percezione, a seguire scale che non portano in nessun luogo, a contemplare superfici che si trasformano e a indagare oggetti impossibili dove l’infinito sembra sfidare il finito» (p. 7). La potenza dell’inatteso delle opere di Escher deriva l’onirico e l’incanto dal rigore delle geometrie impossibili che [...]]]> di Gioacchino Toni

M.C. Escher, Esplorando l’infinito, introduzione di Luca Taddio, presentazione di Federico Giudiceandrea, Aesthetica Edizioni, Milano, 2026, pp. 214, € 26,00

Come scrive Luca Taddio introducendo il volume Esplorando l’infinito, coniugando rigore matematico e incanto dell’immaginazione, Escher sfida la percezione dello spettatore, «celebra l’enigma della visione: invita chi guarda a smarrirsi nei labirinti della percezione, a seguire scale che non portano in nessun luogo, a contemplare superfici che si trasformano e a indagare oggetti impossibili dove l’infinito sembra sfidare il finito» (p. 7). La potenza dell’inatteso delle opere di Escher deriva l’onirico e l’incanto dal rigore delle geometrie impossibili che inventano metamorfosi e trasformazioni, scambi sorprendenti tra pieno e vuoto, alto e basso, interno ed esterno, ecc…

Derivando la realtà dall’illusione, scrive Taddio, «Escher sembra volerci ricordare che il mondo non è fatto solo di ciò che vediamo, ma anche di ciò che immaginiamo»; il suo è «un invito a guardare oltre, a sfidare i limiti della percezione, a perdersi per il puro piacere di scoprire nuove possibilità di visione: virtualità dove ogni curva rivela un paradosso, ogni angolo una possibilità, ogni spazio un segreto». Insomma, l’olandese si rivela «un creatore di mondi, un poeta dell’infinito, un artigiano della forma che ha saputo intrecciare arte e scienza, trasformando la realtà in sogno e il sogno in realtà» (p. 8), mostrando la reversibilità del confine tra illusione e verità.

Esplorando l’infinito, sottolinea Federico Giudiceandrea nel presentare il volume ideato dalla M.C. Escher Foundation, cede la parola direttamente all’olandese raccogliendo numerosi suoi interventi: dai testi preparati per le conferenze negli Stati Uniti, che poi non ha avuto modo di tenere, agli studi dedicati alla divisione regolare del piano da cui emerge la volontà di trasformare un principio matematico in immagine poetica, dalle riflessioni sull’impossibile a quelle sull’infinito ove rivela il desiderio di rendere visibile ciò che non ha fine.

Escher sottolinea più volte come la creatività non derivi dalla totale spontaneità, ma da regole consapevolmente accettate. Le prospettive ingannevoli e le figure geometriche complesse dell’olandese sfidano la percezione abituale stimolano riflessioni sulla natura della realtà. I suoi paradossi visivi invitano a «vedere oltre l’ovvio, a esplorare i confini della percezione e a comprendere che la realtà può essere molto più complessa e meravigliosa di quanto i nostri sensi ci permettano di percepire» (p. 24).

Apprezzato inizialmente negli ambienti matematici e cristallografi, solo in un secondo momento Escher ottiene l’interesse del mondo dell’arte e del grande pubblico. Il successo in ambito artistico, tuttavia, non scalfisce la sua preferenza per essere annoverato tra i grafici piuttosto che tra gli artisti.

A rendere le tecniche grafiche affascinanti, sostiene Escher in uno scritto pubblicato nel 1950, sono il desiderio di moltiplicare l’opera, la bellezza del mestiere e i limiti imposti dalla tecnica. Il desiderio di ottenere immagini multiple risponde, secondo l’olandese, a un non meglio definibile «istinto primordiale», la bellezza del mestiere ritiene derivi dall’esperienza artigianale del confronto diretto dell’intagliatore e dell’incisore con «una materia ribelle», gioia, a suo avviso, sconosciuta all’illustratore. Circa i limiti imposti dalla tecnica, Escher sottolinea come la libertà di cui gode l’illustratore non è permessa a chi si cimenta nelle arti grafiche. Chi ha scelto di confrontarsi con la materia

vuole coscientemente porsi delle limitazioni precise, preferendo la disciplina alla seduzione della molteplicità e del caos. Infatti, semplicità e ordine sono, se non le principali, almeno le più importanti direttive per gli esseri umani in generale. Il bisogno di semplificazione e ordine ci guida lungo la nostra strada e ci ispira in mezzo al caos. Il principio è caos, la fine è semplicità. Il già citato fattore di ripetizione e moltiplicazione non è in conflitto con questo. Al contrario, l’ordine è ripetizione delle unità; il caos è molteplicità senza ritmo (p. 40).

Nel discorso tenuto in occasione del conferimento di un premio nella cittadina olandese di Hilversum nel 1965, Escher ha modo non solo di esplicitare che nonostante l’influenza esercitata dai matematici e dai cristallografi sul suo lavoro egli continui a muoversi da profano in campo matematico, ma anche di sottolineare come le sue produzioni siano permeate di giocosità. «Non riesco a fare a meno di scherzare con quelle che consideriamo certezze inconfutabili» (p. 47). L’olandese ritorna ancora sulle caratteristiche artigiani del suo mestiere, ribadendo di sentirsi «un grafico anima e corpo» e di provare imbarazzo per la qualifica di artista che gli viene attribuita.

Nei testi delle conferenze che avrebbe dovuto tenere negli Stati Uniti, puntualmente corredati delle immagini che intendeva proiettare, Escher palesa i suoi debiti nei confronti degli esempi giapponesi e arabi, facendo riferimento diretto soprattutto a quanto visionato nei palazzi spagnoli dell’Alhambra, ove sono presenti veri e propri capolavori di riempimento del piano con figure perfettamente incastrate tra loro senza spazi vuoti.

Nel testo per la prima conferenza, Escher inizia con il mostrare esempi pratici delle tre regole principali per il riempimento regolare del piano – per trasposizione, per assi e per riflessi speculari –, dunque illustra gli sviluppi di forma e di contrasto e si sofferma su ciò che chiama funzione e significato degli sfondi, sull’idea di immensità e su storie per immagini che suggeriscono trasposizioni dal piano nello spazio.

Nel testo per la seconda conferenza prevista, l’olandese presenta una serie di cinquanta diapositive che illustrano svariati temi: esempi di osservazione meticolosa della realtà (paesaggi e architetture) o di mera fantasia realizzati durante i soggiorni in Italia; immagini riflesse (sull’acqua, su specchi orizzontali e curvi, su occhi…); nastri ricurvi o strisce capaci d suggerire tridimensionalità, in alcuni casi ispirati alla fantasia di H.G. Wells o all’opera di Möbius; stampe che mettono in scena il conflitto tra bidimensionalità e tridimensionalità; esempi di inversione del concavo nel convesso; poliedri regolari; opere incentrate sulla relatività della funzione di un piano; animali fantastici e giochi di relatività.

In Esplorando l’infinito vengono ripresi anche alcuni importanti riflessioni di Escher relative alla divisione regolare dei piani, tematica affrontata, oltre che in un celebre saggio pubblicato sulla rivista d’arte «De Delver» (1941), nel volume Regelmatige vlakverdeling (1951), poi confluito in Leven en werk van M.C. Escher (1981), dandone una definizione: «Un piano, che immaginiamo si estenda in tutte le direzioni, può essere riempito o diviso all’infinito, seguendo un numero limitato di sistemi, con figure geometriche simili che siano contigue in tutti i lati senza lasciare “spazi vuoti”» (p. 129). In tale pubblicazione Escher si sofferma anche sull’importanza esercitata sulle sue teorie dalla musica di Bach:

La razionalità, gli arrangiamenti matematici e la severità delle regole probabilmente svolgono un ruolo importante, sebbene non diretto. È un’influenza che nasce dalle emozioni, o almeno così la percepisco consapevolmente mentre ascolto quella musica. Eppure, o forse proprio per questo motivo, il fluire delle note di Bach ispira e rende fertile la mente. Ciò accade sia perché evoca precise ispirazioni o immagini, sia perché suscita un bisogno irresistibile di inventarne di nuove. Nella musica di Bach, più che in qualsiasi altra, classica o moderna, qualcosa si rivela a me con chiarezza. Qualcosa che aspettavo senza saperlo, come quando si riconosce un paesaggio visto per la prima volta. Un senso vago e improvviso di attesa si manifesta durante un concerto, in un periodo di infertilità creativa. Il desiderio di creare precede il bisogno stesso di creazione ed è la scintilla iniziale che mette in moto il processo di generazione delle immagini. Così, nei momenti di svogliatezza, di vuoto mentale e di indifferenza, mi rivolgo alla musica di Bach come a un tonico che risveglia il mio desiderio di creatività (p. 162).

A concludere Esplorando l’infinito sono un saggio sull’infinito e due conferenze, una sulla prospettiva e l’altra sull’impossibile. A proposito di quest’ultimo, Escher sottolinea come gli esseri umani, nel cercare l’innaturale o il soprannaturale per fuggire dall’ordinaria, noiosa e prevedibile realtà tridimensionale, tendano a precludersi il fascino della tridimensionalità dello spazio quotidiano. Per quanto sia già di per sé sufficientemente enigmatica e misteriosa, la realtà in cui vive, l’essere umano si ostina a volersi allontanare da essa rifugiandosi nei racconti e nelle immagini.

Chiunque voglia rappresentare qualcosa che non esiste deve seguire alcune regole, valide più o meno anche per chi narra storie di fate: sfruttare la funzione dei contrasti; suscitare emozioni. L’elemento misterioso su cui si vuole focalizzare l’attenzione deve essere circondato e velato da fatti quotidiani chiari e riconoscibili da tutti. Questo contesto, naturalmente credibile per un osservatore superficiale, è fondamentale per raggiungere l’effetto desiderato. Proprio per questo, un gioco del genere può essere compreso e apprezzato solo da chi è capace di andare oltre la superficie, disposto a usare la propria mente come se risolvesse un enigma. Non si tratta quindi di affidarsi ai sensi, ma al pensiero. La serietà non è affatto necessaria, ma è invece fondamentale un certo tipo di umorismo e autoironia, almeno da parte di chi crea queste rappresentazioni (p. 178).

Insomma, in controtendenza rispetto a tanti altri artisti, Escher sceglie la via mentale, non quella emotiva, per andare oltre le miserie e le prigioni dell’ovvio.

 

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