fantascienza araba – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 18 Mar 2026 21:00:27 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Il futuro della Palestina https://www.carmillaonline.com/2025/10/24/il-futuro-della-palestina-2/ Fri, 24 Oct 2025 20:00:05 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=90936 di Valerio Evangelisti

[Pubblicato dall’autore su “Carmilla online” il 16 Marzo 2022. Il testo è uscito originariamente come postfazione a un’antologia di racconti di fantascienza di autori palestinesi: Basma Ghalayini, a cura di, Palestina 2048 – Racconti a un secolo dalla Nakba, Lorusso, Roma, 2021].

Dal 1948 una delle peggiori infamie che la storia ricordi si consuma sulle coste orientali del Mediterraneo. Un popolo perseguitato, in nome di un diritto ripescato in antiche mitologie, si è appropriato con la forza e col denaro di un territorio occupato da secoli da un’etnia diversa. Intenzionato non a fondersi con gli autoctoni, ma per scacciarli, [...]]]> di Valerio Evangelisti

[Pubblicato dall’autore su “Carmilla online” il 16 Marzo 2022. Il testo è uscito originariamente come postfazione a un’antologia di racconti di fantascienza di autori palestinesi: Basma Ghalayini, a cura di, Palestina 2048 – Racconti a un secolo dalla Nakba, Lorusso, Roma, 2021].

Dal 1948 una delle peggiori infamie che la storia ricordi si consuma sulle coste orientali del Mediterraneo. Un popolo perseguitato, in nome di un diritto ripescato in antiche mitologie, si è appropriato con la forza e col denaro di un territorio occupato da secoli da un’etnia diversa. Intenzionato non a fondersi con gli autoctoni, ma per scacciarli, piegarli e nel frattempo schiavizzarli.

Lo Stato di Israele è nato con la violenza, e con la violenza continua ancora oggi a espandersi a spese di genti arabe che abitavano quelle terre, di cui nega persino l’identità: palestinesi. Facenti parte, secondo i governanti israeliani presenti e passati, di un coacervo islamico indistinto in cui ricacciarli a furia di prepotenze e di stragi.

Nel 1948 le Nazioni Unite, nel riconoscere il sopruso iniziale, posero all’invasore dei confini. Inutile: Israele si gonfiò come un tumore, cosparse di metastasi le porzioni di suolo che ancora osavano chiamarsi Palestina. Scoppiò un conflitto mai sopito, con dubbi rigurgiti bellicosi del resto del mondo arabo. Si arrivò alla situazione odierna, in cui ai palestinesi ostinatamente affezionati alla loro terra natia e alla propria identità culturale sono riservate insignificanti frange geografiche divise tra loro, lembi di mare, aree impervie private di acqua.

Ogni volta che si manifesta qualche conato di resistenza, Israele lo punisce non solo con una brutale repressione armata, ma distruggendo case palestinesi, schiantando oliveti, devastando terreni coltivabili, impedendo la pesca, sabotando i commerci, bloccando i rifornimenti vitali. Nel deserto così creato sorgono le colonie (mai termine fu più azzeccato) di nuovi occupanti da sistemare, armati, arroganti, minacciosi, feroci. Se una Palestina unita, non confessionale e democratica non è più all’orizzonte, ancor meno lo è l’ipotesi “due popoli, due patrie”. I tentacoli israeliani, penetrati a fondo nel territorio da annettere, l’hanno resa impossibile. Spinta nel campo della fantasia.

Ed ecco che le possibili soluzioni sono affidate alla fantascienza. Una FS moderatamente utopica e pochissimo tecnologica, proiettata di poco nel futuro e basata su sviluppi attendibili di tecnologie correnti. Realtà virtuali, hackeraggi, inganni informatici. La Palestina del 2048 spesso così prende forma, con contorni onirici e provvisori. Non è un avvenire consolante. La maggior parte delle storie di questa antologia tende alla tristezza, alla perpetuazione del dolore.

Siamo mille miglia distanti dalla fantascienza anglosassone. L’elemento scientifico è tutto sommato marginale, mai descritto in dettaglio. Eppure, la forza espressa in questi racconti supera buona parte di quel che emerge dalla narrativa avveniristica americana o britannica. Contrariamente a quel che si sostiene in uno dei testi, una letteratura utopica esisteva in Medio Oriente fin dal tempo ottomano (L. Mignon, in Cycnos A. 22 n.2, Nizza 2005). Qui però parliamo non di utopia, bensì di distopia. Nulla, nel presente, allude a un rapido riscatto, a un trionfo della giustizia. Al contrario, quel che attende i palestinesi del futuro sono fatica e dolore, ulteriori sofferenze, inganni e false vie d’uscita.

Che c’è di autenticamente palestinese in ciò, di lontano dall’imitazione di prose occidentali? Metterei al primo posto una scrittura raffinata, elegante, che lascia trapelare una cultura antica mai soffocata interamente. E la costruzione di caratteri credibili, simpatetici, umani, molto più di quanto accade nella fantascienza corrente: brillante nelle idee, fragile nelle psicologie.

Cosa augurare a questo nucleo di scrittori palestinesi? Quello che nemmeno loro osano immaginare; una Palestina unita, laica, aconfessionale, in cui arabi ed ebrei possano convivere. E magari una Palestina socialista, perché no. Serviranno molti scontri e lutti per giungere allo scopo, ma chi sa scrivere così bene sa anche battersi bene.

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Futurismo arabo https://www.carmillaonline.com/2025/03/31/futurismo-arabo/ Mon, 31 Mar 2025 05:00:57 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=87238 di Andrea Pighin

Cristina Jurado e Francesco Verso (a cura di) Arabilioso, Future Fiction, pp. 230, euro 16,00 stampa

La fantascienza araba è tanto in fermento quanto poco nota al grande pubblico internazionale. In un’analisi precedente su questo sito, dedicata al romanzo Paradiso in Terra (Future Fiction, 2023) del giordano Fadi Zaghmout, veniva affrontata la diffusione del fantastico nel contesto arabo. Arabilioso, antologia del futurismo arabo, offre un indispensabile supporto informativo a nove racconti selezionati tra Giodania, Egitto, Palestina, Iraq, Libano, Bahrain e Siria. Lo scrittore egiziano Emad El-Din Aysha, autore del testo critico e storico di che chiude l’antologia, [...]]]> di Andrea Pighin

Cristina Jurado e Francesco Verso (a cura di) Arabilioso, Future Fiction, pp. 230, euro 16,00 stampa

La fantascienza araba è tanto in fermento quanto poco nota al grande pubblico internazionale. In un’analisi precedente su questo sito, dedicata al romanzo Paradiso in Terra (Future Fiction, 2023) del giordano Fadi Zaghmout, veniva affrontata la diffusione del fantastico nel contesto arabo. Arabilioso, antologia del futurismo arabo, offre un indispensabile supporto informativo a nove racconti selezionati tra Giodania, Egitto, Palestina, Iraq, Libano, Bahrain e Siria. Lo scrittore egiziano Emad El-Din Aysha, autore del testo critico e storico di che chiude l’antologia, intitolato Fantascienza araba: la speranza in un futuro e un passato migliori, offre una disamina dei precursori e mostra come il sottogenere della fantapolitica o dell’utopia fosse diffuso già nella prima metà del Novecento (come i romanzi Introduzione a un’utopia egiziana dell’egiziano Salama Musa, Il continente perduto del tunisino Sadek Rezgui e molti altri). Tutte queste pubblicazioni riflettevano le ferventi aspettative di un’indipendenza dal giogo coloniale, talvolta abbracciando la prospettiva del panarabismo.

Aysha prosegue descrivendo il pieno sviluppo della fantascienza egiziana tra gli anni Cinquanta e Sessanta, con scrittori come Tawfiq al-Hakim e con l’esplorazione di un genere spesso ignorato dalla fantascienza tradizionale: la poesia modernista in chiave tecnico-scientifica. Un filone destinato a perdere importanza intorno agli anni Ottanta quando Paesi come la Tunisia finirono per identificare «nel realismo sociale il vero strumento per far avanzare la nazione» e questa tendenza – sottolinea l’Autore – fu comune all’intero mondo arabo.

Negli ultimi anni stiamo assistendo a una nuova crescita della fantascienza che tiene conto delle esperienze trascorse ma che in alcune opere attinge anche a un passato pre-islamico e pre-cristiano. Un esempio lo troviamo nel romanzo steampunk Malaz. La città della rinascita (2017) dell’egiziano Ahmed Salah al-Mahdi (pubblicato in Italia da Atmosphere Libri), ambientato in una città-stato guidata da una casta sacerdotale ispirata alle antiche civiltà egizie. Nello stesso filone si colloca la trilogia di Atlantide dell’autore Ammar al-Masry, egiziano, che mescola la leggenda della civiltà perduta al tema di una scienza che rischia di divenire incontrollabile. Hosam Elzembely, fondatore della Società Egiziana di Fantascienza (ESSF), «ha descritto la fase successiva alla primavera araba della fantascienza egiziana come una fase di autenticazione in cui i giovani aspiranti autori hanno smesso di imitare la fantascienza occidentale e si stanno battendo per definire la loro identità di arabi e musulmani.»

Tra gli autori presenti in Arabilioso spiccano l’iracheno Hassan Abdulrazzak, autore teatrale e di sceneggiati radiofonici, Nadia Afifi del Bahrain, autrice della Trilogia Cosmica, il cui primo volume, The Sentient, ha ottenuto un discreto successo, presente con due racconti e Farah Kader, che ha ricevuto diversi premi letterari, tra cui il Ghassan Kanafani del Movimento giovanile palestinese. I loro temi spaziano dagli effetti dei cambiamenti climatici all’impatto delle tecnologie nelle società arabe, approfondendo il rapporto tra comunità e individuo, le tensioni politiche e religiose, la malinconia per un passato storico, personale o mitologico.

Il racconto Pan-Umanesimo: speranza e pragmatismo è opera di una coppia libanese e statunitense, Sara Saab e di Jess Barber, e ha al centro il problema della crisi idrica e delle modalità con le quali la tecnologia sta permettendo di conservarla. Sullo sfondo di questo scenario, la storia d’amore e di incomprensioni tra Mani e Amir, che dura un’intera vita e apre ad altre tematiche, tra cui la sessualità del futuro, la famiglia allargata e l’educazione domestica. Lo stendardo di Ur di Hassan Abdulrazzak, invece, racconta un dipendente del British Museum che viene inviato a Baghdad per valutare la possibilità di riconsegnare all’Iraq un reperto archeologico sumero, ritrovato in una tomba della necropoli reale di Ur risalente al 2500 a.C. circa, e oggi conservato al British Museum di Londra. Il tema delle opere d’arte trafugate nel mondo dall’Occidente è centrale nell’intero mondo arabo ed è l’appariscente contraddizione delle strategie coloniali e post-coloniali portate avanti dall’Occidente, e Abdulrazzak lo interconnette ad altre tematiche tipicamente fantascientifiche come la pacificazione sociale favorita da microchip cerebrali. Ma i temi del contemporaneo incontrano le radici storiche della cultura araba, descrivendo richiami ancestrali ormai sempre più deboli.

Il bazar sotterraneo del Bahrein di Nadia Afifi descrive un luogo in cui si vivono esperienze di immersione virtuale. La protagonista è una donna che si sta preparando a morire di tumore vivendo le esperienze di morte di altre persone registrate con un apparato neuronale. Il suo secondo racconto compreso nell’antologia è Esposizione K. La protagonista viene risvegliata nel 2354 dopo un trattamento criogenico e vive lo scontro culturale tra le due epoche. Un giorno nella vita di Anmar 20X1 del palestinese Abdulla Moaswes è la storia del presidente dell’Autorità Palestinese del futuro, abituato a trascorrere le sue giornate nel benessere e a ignorare la sofferenza dei propri concittadini. Aggrappato al potere personale non si cura del bene comune del suo popolo e il racconto descrive il senso di frustrazione di molti palestinesi di fronte all’incapacità o alla corruzione della propria classe dirigente. La mancanza di uno stato sociale adeguato e della scarsezza di risorse è al centro del racconto Gomma da masticare alla cannella della siriana Maria Dadouch. Un’epidemia che causa la cecità costringe una madre a donare i propri organi per poter vaccinare i propri figli. Nel racconto Alla Nuova Gerusalemme di Farah Kader, palestinese che risiede negli Stati Uniti, è descritto uno scenario apocalittico in cui  il livello dei mari si è alzato e molte coste del Mediterraneo sono divenute invivibili a causa di acide tossiche. La protagonista ritorna nel suo paese di origine durante la bassa marea, nel tentativo di salvare alcuni ricordi personali abbandonati dalla sua famiglia in fuga dalle innondazioni marine. Nel racconto non è presente l’opposizione tra Occidente e Medio Oriente perchè la catastrofe è stata globale e non ha risparmiato le nazioni ricche e potenti.

Una Jaha nel metaverso di Fadi Zaghmout, che in Giordania è un attivista per la parità di genere, usa la fantascienza per ribaltare una realtà della propria tradizione. Il racconto è scritto in prima persona da parte di una giovane donna che, per suparare l’ostilità tra la sua famiglia e quella del suo fidanzato, organizza l’incontro di fidanzamento in un ambiente virtuale. Il signore del Mediterraneo di Emad El-Din Aysha, inglese di genitori egiziano-palestinesi, racconta dell’esperienza di un turista che si trova a Tripoli e che viene controllato dalle autorità locali. Tripoli è una città-stato che rispetta l’ambiente e che critica con durezza coloro che vivono al di fuori delle sue mura. Lo sguardo verso l’UE è impietoso: una «buffonata» governata da cinici affaristi. Il Vecchio Continente è descritto come un territorio socialmente devastato.

Lo sguardo speculativo del mondo arabo costruito dai molteplici punti di vista di Arabilioso passa dalla crisi climatica al desiderio di una completa diustizia sociale, dall’incontro-scontro tra la tradizione e le nuove forme di dominio tecnologico, ma è anche un modo per le scrittrici e per gli scrittori arabi di riappropriarsi della loro storia. E ancora, i concetti della sostenibilità e della gestione delle risorse si intrecciano in una nuova definizione delle società e dei legami affettivi tra i singoli individui.

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Libertà di vivere o di morire. Paradiso in Terra di Fadi Zaghmout https://www.carmillaonline.com/2024/10/04/liberta-di-vivere-o-di-morire-paradiso-in-terra-di-fadi-zaghmout/ Fri, 04 Oct 2024 05:00:32 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=84490 di Andrea Pighin

Fadi Zaghmout, Paradiso in Terra, Future Fiction, pp. 182, euro 16,00

Tra le storie remote del mondo arabo appartenenti al reame del fantastico, alcune mostrano i primi segni di ciò che in Occidente siamo soliti definire “fantascienza”. Un esempio è il trattato romanzato del matematico Ibn al-Nafis, noto in Europa come Theologus Autodidactus e risalente al Duecento. L’opera affronta temi quali la generazione spontanea e la resurrezione, non in termini metafisici ma attingendo a discipline quali l’anatomia e l’astronomia dell’epoca. In questo modo, l’Autore intendeva spiegare la teologia islamica con un approccio filosofico e scientifico. Inoltre, alcune storie de Le [...]]]> di Andrea Pighin


Fadi Zaghmout, Paradiso in Terra, Future Fiction, pp. 182, euro 16,00

Tra le storie remote del mondo arabo appartenenti al reame del fantastico, alcune mostrano i primi segni di ciò che in Occidente siamo soliti definire “fantascienza”. Un esempio è il trattato romanzato del matematico Ibn al-Nafis, noto in Europa come Theologus Autodidactus e risalente al Duecento. L’opera affronta temi quali la generazione spontanea e la resurrezione, non in termini metafisici ma attingendo a discipline quali l’anatomia e l’astronomia dell’epoca. In questo modo, l’Autore intendeva spiegare la teologia islamica con un approccio filosofico e scientifico. Inoltre, alcune storie de Le mille e una notte presentano elementi che mescolano fantasy e fantascienza, tra viaggi nello spazio, automi e tecnologie perdute.

La fantascienza araba contemporanea non è molto nota in Occidente, ma sta avendo in questi anni un’interessante diffusione.  L’Introduzione di Arabilioso (2024), scritta da Cristina Jurado e pubblicata dall’editore militante Future Fiction, precisa sùbito, in riferimento ai testi di scrittrici e scrittori del mondo arabo come il termine fantascienza «potrebbe non rappresentare la complessità delle riflessioni e della ricchezza culturale che lə accompagnano e che animano le loro storie.» È il caso dell’antologia curata da Basma Ghalayini Palestina 2048, traduzione italiana di Palestine+100, che contiene il saggio di Valerio Evangelisti intitolato “La distopia palestinese” o dell’analoga raccolta Iraq+100, curata da Hassam Blasim, stampata nel 2016 da Comma Press, che raccolgono storie che immaginano le popolazioni del Medio Oriente nel futuro. Anche alcuni premi letterari dedicati alla letteratura araba contemporanea sono stati vinti da romanzi di fantascienza, come Frankenstein a Baghdad, che nel 2014 valse all’iracheno Ahmed Saadawi il Premio internazionale per la narrativa araba, e tradotto in italiano dalle edizioni e/o, e La seconda guerra del cane del giordano-palestinese Ibrahim Nasrallah, che ha vinto nel 2018 l’Arab Booker Prize, di cui in Italia conosciamo la traduzione di Dentro la notte. Diario palestinese (Edizioni Ilisso). La fantascienza araba è servita non solo a proiettare speranze e paure nel domani, ma anche a elaborare le conseguenze delle guerre in Medio Oriente e la delusione seguita alle Primavere arabe. Cristina Jurado, nell’introduzione a Arabilioso. sottolinea anche l’importanza del “Futurismo del Golfo”, espressione coniata dall’artista americano-qatariana Sophia Al-Maria, che indica quegli scritti che approfondiscono «gli effetti della rapida ipermodernizzazione e della crescita dilagante del consumismo e della cultura del lusso nella regione del Golfo Persico.» L’esempio citato è il romanzo The Girl Who Fell To Earth (2012) della stessa Al-Maria. Un quadro più completo è offerto dal saggio di Ada Barbaro La fantascienza nella letteratura araba, pubblicato da Carocci.

Fadi Zaghmout, attivista giordano per l’uguaglianza di genere e autore di quattro romanzi, è una delle dieci voci presenti in Arabilioso, e Paradiso in Terra (Future Fiction, 2023) si presenta come un romanzo-contenitore, una raccolta di quesiti intorno alle conseguenze di un mondo in cui la vita è diventata potenzialmente eterna. Nella Giordania del 2090, grazie alla biotecnologia, l’invecchiamento è stato sconfitto da una «cura magica contro i segni del tempo», una pillola dorata che rivitalizza le cellule del corpo tramite migliaia di nanobot. È stato Jamal Abdallah, fratello della protagonista Janna, a contribuire a molti progressi medici in tal senso. Egli, tuttavia, ha deciso di morire, scatenando così un conflitto familiare. È proprio la dicotomia tra la libertà di vivere in eterno e quella di perire ad accompagnare l’intera opera.

Problemi politici e di morale
L’eterna giovinezza rimette in discussione ogni convinzione etica, morale e religiosa. Per prima cosa, Janna si pone una domanda classica: come è possibile che persone odiose quali il personaggio di Jihan continuino a esistere, mentre gente buona come Jamal decide di andarsene? Sul lungo periodo, che cosa comporterebbe avere una società composta da persone che si attaccano alla vita, senza mai davvero viverla con la profondità del fratello?

Il governo giordano non esita a inserirsi nel dibattito e l’intromissione della politica non fa che esasperarlo, portando alle consuete fazioni in bianco e nero che uccidono il dialogo. Scrittori al soldo del governo premono per far passare come un suicidio il rifiuto di sottoporsi alla cura. Certi pensatori indipendenti si oppongono in nome delle libertà individuali, in quello che viene trasformato – loro malgrado – in una scelta tra dovere civico o libero arbitrio. Il Ministero della Salute rincara la dose e evidenzia l’aumento delle spese dovute all’invecchiamento, perché «gli anziani, come sappiamo tutti, non producono né contribuiscono alla ricchezza collettiva». Questo passaggio mi ha sùbito ricordato il racconto “L’estate di Tongtong” di Xia Jia, contenuto nella raccolta Nebula (Future Fiction, 2018). Qui, al contrario, la scrittrice cinese racconta di un vecchio nonno che non è più autonomo, fino a quando una tecnologia gli permette di tornare indipendente, risolvendo quella problematica che il ministero giordano sembra invece voler strumentalizzare.

Queste dinamiche si riscontrano anche a livello personale. Jihan – benché sia un’alto-borghese – si spinge a citare il Manifesto di Marx ed Engels per mettere in cattiva luce Janna, rea di averla privata della possibilità di diventare madre: «Invece di tendere la mano per aiutare i poveri che erano stati trattati ingiustamente dal sistema sociale dominante, anche solo con piccoli gesti, [Jihan] preferiva lanciare dardi per aria, che di certo non contribuivano a cambiare il sistema né aiutavano i bisognosi.» In effetti, il loro scontro non si basa su grandi princìpi morali, tra cui il diritto pubblico di poter salvaguardare l’esistenza di tutte le famiglie giordane (e non solo di una piccola parte di privilegiati). In realtà, Jihan ha a cuore un egoistico desiderio materno che si trasforma in frustrazione.

In Paradiso in Terra, ci sono tecnologie utili a risolvere problemi del genere, ma certi personaggi appaiono ostinati nel remare contro l’innovazione. Altri, invece, la mettono in ridicolo, come nel reality sul ringiovanimento o come accade alla figura del marito di Janna, Zayd. Questi ha deciso di tornare bambino e un giorno, raggiunta la fase adolescenziale, comincia a usare una stampante 3D per produrre componenti femminili che ne appaghino il desiderio sessuale. La scena che lo vede circondato da pezzi di carne, che parrebbe macabra, si risolve in un imbarazzante rimprovero da parte della moglie, sempre più simile a una madre per lui.

Avvicinandosi al finale, Janna matura una consapevolezza: «Quando la vita diventa così lunga come lo è oggi, e i desideri diventano facilmente raggiungibili, allora i sogni diventano strani, folli, privi di qualsiasi valore e logica.» Jihan e Zayd hanno in comune questa totale concessione al desiderio, anche e soprattutto a discapito del prossimo. La tecnologia viene piegata da loro non per migliorare le proprie vite o quelle altrui, ma per renderle più piacevoli.

Problemi sociali e intergenerazionali
Janna sembra essere una delle poche persone a porsi qualche quesito. Incerta della sua relazione con Zayd, si domanda come sarebbe vivere con lui per altri cento anni. La donna è sincera con se stessa: «La nostra relazione si era trasformata in affetto, più che amore.» Ora desidera altro: il romanticismo dei primi appuntamenti, per fare un esempio.

Desidera anche diventare madre, ma a modo suo. Nella Giordania del futuro non è possibile rimanere incinta, se non per la morte di un membro della famiglia. D’altra parte, Janna non vuole figli da Zayd, per paura che possano ereditare l’Alzheimer come due dei loro genitori. Il suo inconscio macina pensieri che lei teme di portare in superficie: prima di tutto, il desiderio di far tornare il fratello e la madre. Ovvero, la ricomposizione del nucleo familiare, perché esso non muoia mai come fonte inesauribile di nuove dolci memorie, ma anche come monolito ereditario da non disperdere (e quest’ultimo è un ragionamento destinato a rimanere nell’inconscio). Rivolgendosi a Jamal, la donna utilizza parole inequivocabili: «Voglio che qualcuno riempia il vuoto che lascerai.»

Talvolta Janna si contraddice, ma è normale di fronte a uno scenario inedito. Lei sa che «il tempo non si può riavvolgere» e che ciò che rimane dei bei ricordi è «solo la loro impronta e il loro sapore unico». Riferendosi a Jamal, introduce una delle riflessioni che trovo più lucide da parte sua: «Il dolore per la morte di Jamal aveva purificato il nostro rapporto, facendo sparire la forza repulsiva esistente tra noi».

La morte che raschia le inezie e le incomprensioni, fino a far emergere la sostanza di un rapporto tra due persone. Un ragionamento che non può valere tra Janna e Zayd. La moglie si sforza di convincere l’uomo (e forse anche se stessa) che la coscienza del marito rimarrà la stessa, che sarà sempre lui benché nel corpo di un bambino. Presto cade l’illusione che niente possa cambiare nel profondo nell’identità di chi ringiovanisce e Janna accetta il passaggio dal rapporto marito-moglie a quello madre-figlio. Non esclude nemmeno che, un giorno, lei vorrà tornare bambina, così che sua madre, cresciuta da lei, «potrà nuovamente prendermi e farmi sedere sulle sue gambe».

Questa fluidità relazionale è anche intergenerazionale: «Al giorno d’oggi l’età non conta nulla, facciamo tutti parte della stessa generazione». Già soltanto questa sentenza, pronunciata da Janna, porta con sé la caduta di gerarchie millenarie fondate sulla gerontocrazia.

D’altra parte, il rischio è di precipitare in una gerarchia familiare o dinastica, basata sull’accumulo da parte di individui che, ben posizionati a livello sociale, hanno a disposizione un tempo illimitato per arricchirsi. È quello che in sostanza il personaggio di Kamil dice a Janna: non è soltanto un problema di ricchezza centralizzata, ma anche di esperienza, perché un ultracentenario in salute avrà verosimilmente sempre più conoscenze e capacità rispetto all’ultimo arrivato. Questo sistema caratterizzato da un “eterno ritorno” incancrenisce le società, in un pericoloso ritorno al tribalismo. «Non ci avete lasciato niente.»: l’espressione usata da Kamil fa comprendere come l’età conti ancora qualcosa. E, all’acuirsi del divario socio-economico, la rassegnazione potrebbe mutarsi in ribellione.

Problemi esistenziali o religiosi
Nemmeno la pillola dorata dell’eterna giovinezza è in grado di scardinare costrutti sociali secolari. La religione ne è un esempio, così come viene declinata nel romanzo. Janna pone una delle sue domande: «E quali sarebbero state le conseguenze nel lungo periodo in una società che continuava a credere nelle ricompense e nelle punizioni divine?».

Il libro di Zaghmout discute anche di alcune possibili risposte spirituali all’avvento di una tecnologia impattante. Viene citato il Corano alla IV Sura, Versetto 29, che in un passaggio recita: «[…] e non uccidete voi stessi.» Se ne discute al parlamento giordano, con toni sempre più accesi. In genere, le religioni monoteiste vietano il suicidio: eppure, mi viene da pensare che, in un tale scenario, finirebbero per perorare la causa della morte naturale, in un cortocircuito in seno a fedi – come il Cristianesimo – che si sono sviluppate intorno al distacco dalla natura.

Janna parte da una posizione moderata e attendista: se non abbiamo reso illegale il suicidio quando la vita era limitata, non dovremmo farlo nemmeno ora. Nel corso del romanzo, questa opinione si arricchisce di varie sfaccettature. Viene citato il Buddhismo e il concetto di reincarnazione: «È come se gli spiriti di chi muore fluttuassero in una stanza sul retro, in fila d’attesa, impazienti di afferrare l’opportunità di nascere di nuovo e tornare sulla terra.» Una frase che mi ha ricordato l’immagine dei Warawara nel film Il ragazzo e l’airone (2023) di Hayao Miyazaki.

In un altro passaggio, Janna descrive le chiese cristiane della capitale, ricolme di bambini in attesa della fine del mondo, secondo quanto riportano i Vangeli: «Se non cambiate e non diventate come i piccoli fanciulli, non entrerete affatto nel regno dei cieli.»

La protagonista trova una via personale rispetto ai precetti religiosi; matura una propria consapevolezza che abbraccia posizioni contrastanti, fino a convincersi di voler essere lei portatrice di un “paradiso in terra”, qui e ora, che infrange le posizioni di principio in nome del desiderio. In fondo, per lei l’approvazione o meno della religione è un fattore irrilevante.

Questo processo interiore si dipana a ritmo lento tra le pagine, fino alla clamorosa scelta finale. Un lettore potrebbe avere l’impressione che succeda poco di significativo nei primi capitoli, ma bisogna abbandonarsi al testo di Zaghmout, tradotto dall’arabo da Roberta Loi, poiché l’intreccio relazionale si infittisce silenzioso. Verso la fine, ciò che Janna non voleva affrontare come ipotesi le si presenta come fatto compiuto, che lei stessa ha contribuito a determinare.

Sorgono allora le responsabilità. Si potrebbe pensare che in un mondo del genere non ce ne siano, dato che esiste sempre una seconda occasione. Eppure, aumenta la responsabilità di chi si trova ad accudire ex-adulti tornati bambini, nella prospettiva che un giorno toccherà a loro, per ringiovanimento o per vecchiaia.

La scelta finale di Janna mi ha infastidito, e questo per me è un merito dell’Autore. Mi ha fatto pensare che forse, per davvero, quando una tecnologia fa la sua comparsa bisogna cominciare a chiedersi come sia possibile adattarsi alle nuove potenzialità, continuando a restare umani e senza autodistruggersi. Al pensiero di dover vivere su un pianeta tanto a lungo, sarebbe preferibile renderlo il più vivibile possibile, anche in termini ambientali: potrebbe sembrare una motivazione egoista, ma contribuirebbe certo a responsabilizzare più persone. La Terra futura non sarebbe data in eredità alle generazioni successive, ma diverrebbe una responsabilità continua: un giardino da curare giorno e notte, proprio come un paradiso in Terra.

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