Evel Fanfan – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 13 Jun 2026 20:00:36 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Haiti e l’industria della fame https://www.carmillaonline.com/2016/01/12/haiti-e-lindustria-della-fame/ Mon, 11 Jan 2016 23:00:56 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=27560 di Fabrizio Lorusso

Haiti food aid[Una versione estesa di questo articolo è contenuta nel libro La fame di Haiti, di Romina Vinci e Fabrizio Lorusso, edito da END Ed. di Gignod, Aosta (QUI prologo di M. Vaggi “L’isola dei non famosi”). Segnalo la prossima presentazione del libro venerdì 15 gennaio a Sirtori, Lecco (dettagli a questo link). In versione cartacea il testo è uscito anche sul numero 10 (nov. 2014) di (NRL) Nuova Rivista Letteraria. Semestrale di letteratura sociale, edita da Alegre, Roma, col titolo “Le macerie [...]]]> di Fabrizio Lorusso

Haiti food aid[Una versione estesa di questo articolo è contenuta nel libro La fame di Haiti, di Romina Vinci e Fabrizio Lorusso, edito da END Ed. di Gignod, Aosta (QUI prologo di M. Vaggi “L’isola dei non famosi”). Segnalo la prossima presentazione del libro venerdì 15 gennaio a Sirtori, Lecco (dettagli a questo link). In versione cartacea il testo è uscito anche sul numero 10 (nov. 2014) di (NRL) Nuova Rivista Letteraria. Semestrale di letteratura sociale, edita da Alegre, Roma, col titolo “Le macerie di Haiti, 5 anni dopo il terremoto”. Il numero attuale di NRL è dedicato a “nazionalismi, populismi di destra e razzismi”. Lo trovi qui e puoi leggerne una recensione su Carmilla qui. Sulle nuove e vecchie schiavitù e la migrazione dei lavoratori haitiani nelle coltivazioni di canna da zucchero della vicina Repubblica Dominicana segnalo l’uscita del bel libro di Raùl Zecca Castel Come schiavi in libertà, Ed. Arcoiris, Salerno, 2015]

Aggiornamento introduttivo (12/01/2015). Gli effetti del devastante terremoto del 12 gennaio 2010 ad Haiti furono e sono tuttora amplificati da una lunga lista di fattori storici, politici, economici e sociali. Sei anni dopo il sisma, che fece circa 250mila morti, il paese più povero delle Americhe vive una profonda crisi politica e non è avventato ricorrere alla definizione di “Stato fallito” per parlare del suo sistema di governo e istituzionale. Il quadro è fosco: le elezioni parlamentari, che erano state rimandate per ben tre anni, si sono svolte (primo turno) il 9 agosto in un clima da guerra civile; pacifico, invece, lo svolgimento del secondo turno delle parlamentari e il primo delle presidenziali, il 25 ottobre, anche se da settimane i partiti sconfitti protestano nelle strade denunciando brogli per cui il Consiglio Elettorale ha dovuto posticipare il ballottaggio per l’elezione del presidente dal 27 dicembre al 17 gennaio; l’epidemia di colera, scoppiata a fine 2010, ha fatto 9.000 vittime fino ad ora e nel 2014 era praticamente sotto controllo, mentre nel 2015 c’è stata una nuova impennata dei contagi; il parlamento è rimasto praticamente inoperante e l’esecutivo ha governato via decreto nell’ultimo anno; continua la crisi diplomatica e umanitaria con la Repubblica Dominicana, che sta espellendo in massa haitiani dal suo territorio in base a risoluzioni giudiziarie dal tenore palesemente razzista; le proteste e le manifestazioni post-elettorali denunciano anche cooptazioni massicce del voto e la strategia governativa in favore del suo “candidato ufficiale” (Jovenel Moïse, delfino del presidente Michel Martelly, del partito PHTK, Parti Haïtien Tet Kale); il rinvio del voto al 17 gennaio è anche conseguenza di questa situazione e si sfideranno il governativo Jovenel Moïse e il rappresentante d’una opposizione moderata, Jude Celéstine; anche il nuovo parlamento s’insedierà dunque in ritardo, in attesa dei risultati elettorali].

Haiti e l’industria della fame. Flashback (inizio 2010)

Claire indossa una camicia bianca elegante, i jeans puliti e le scarpe da tennis nuove, adatte alle lunghe camminate. E’ uscita di fretta, il passo deciso. Brilla in mezzo alle macerie. Trotta in salita evitando immensi cumuli di mattoni, tombini scoperchiati e pali della luce divelti in mezzo al marciapiede. Stanca di questa gincana senza scopo, si siede sullo spigolo di un macigno che invade la carreggiata rallentando il traffico. Lungo la Rue Delmas si boccheggia, il sole sembra rimanere fisso allo zenit per tutta la giornata, portando l’asticella del termometro sopra i 30 gradi. Lo smog tipico di una caotica metropoli caraibica si mischia alla polvere della distruzione, al vagare disperato di moltitudini alla ricerca di un motivo per spiegare la tragedia e di un pezzo di pane per palliare i morsi della fame.

Sono passate tre settimane dal terremoto, una tremenda scossa che in 39 secondi ha fatto 250mila vittime nella capitale di Haiti, Port-au-Prince (colloquialmente, PAP). Il 12 gennaio, giorno della catastrofe, Claire era fuori di casa e s’è salvata. A suo cugino, sua zia, a molti amici del quartiere e a tantissime altre persone non è toccata la stessa fortuna. Lei ha ancora una casa e una madre. Un milione e mezzo di suoi concittadini invece dormono nei giardini pubblici, sui marciapiedi o nei campi di accoglienza allestiti alla buona in oltre mille siti d’emergenza sparsi per la città.

Claire, però, ha fame. Sua madre non si fa vedere da un paio di giorni. Qualsiasi bene di prima necessità è diventato un lusso inaccessibile. Solo chi vive nelle tendopoli può accedere a qualche razione di riso e fagioli. Gli altri devono arrangiarsi, ingegnarsi, cercare lavoretti giornalieri o chiedere la carità. Sì, ma a chi? La ragazza osserva i passanti da dietro lo scoglio su cui s’è accovacciata, che in realtà è ciò che rimane del secondo piano di un piccolo albergo. Claire è in attesa d’incrociare qualche blanc, qualche straniero a cui parlare e chiedere aiuto. Siamo in due, in esplorazione nel mezzo delle macerie e della confusione, a pochi giorni dall’arrivo sull’isola. Due sconosciuti di nome Diego e Fabrizio che Claire avvista e segue. Trenta, quaranta, cinquanta passi accelerati dietro di noi, e poi effettua il sorpasso. Gentile, domanda se abbiamo da mangiare. Semplicemente, con lo sguardo abbassato e il tono risoluto. Le offriamo dell’acqua e la invitiamo ad accompagnarci.

La chimera della ricostruzione

Subito dopo il terremoto partì un’ipocrita e sfrenata gara per la solidarietà. Chi offre di più? ONU, governi, impresari, cittadini, siti web, associazioni e ONG riversarono una massa di promesse e buone intenzioni monetizzabili in circa 11 miliardi di dollari. Di questi, a oltre un anno dal sisma, solo il 5% era stato stanziato e “messo a budget”, cioè destinato a opere di ricostruzione. La vera gara, allora, diventò quella per gli appalti, la cui gestione fu affidata all’ex presidente USA Bill Clinton, a capo della CIRH (Commissione Interina per la Ricostruzione di Haiti) insieme al Primo Ministro haitiano. Questa carica, tra l’altro, rimase per più di un anno scoperta per via dell’impasse politica in cui si trovò il presidente-cantante Michel Martelly dopo il suo insediamento nel 2011. E’ allora facile immaginare chi fosse a prendere realmente le decisioni sul destino delle donazioni.

Haiti cite-soleilNei primi due anni di “ricostruzione” la situazione è rimasta stabile, stagnante, identica a quella che imperava nel febbraio 2010, il mese in cui sono stato a PAP. In quel periodo il presidente René Préval dovette consegnare il paese “chiavi in mano” a un consorzio di banche e governi che avrebbero deciso come (e se) ricostruirlo. Oggi l’80% delle macerie è stato rimosso, ma gli sforzi per la ricostruzione sembrano essersi orientati più all’edificazione di hotel di lusso, impianti d’assemblaggio e fabbriche di indumenti, in beneficio di compagnie e investitori in prevalenza stranieri, che ai bisogni della gente. Tra il 2010 e fine 2012 i fondi stanziati dalla comunità internazionale per Haiti hanno raggiunto la cifra di 6,43 miliardi di dollari, ma solo il 9% di questi è passato in qualche modo dal governo locale. L’ammontare dei contratti concessi dall’agenzia americana UsAid è stato di 485,5 milioni di dollari di cui solo l’1,2% è andato a imprese haitiane.

Nel 2012, quando ancora mezzo milione di persone abitava nelle tendopoli, il “fondo umanitario” per Haiti degli ex presidenti USA Bill Clinton e George Bush (figlio) investì 2 milioni di dollari nell’hotel a cinque stelle Royal Oasis, un’enclave nel mezzo di un’area urbana devastata. Un anno dopo, con 300mila sfollati ancora nelle tende, l’International Financial Corporation (IFC), parte del gruppo della Banca Mondiale, decise di finanziare la costruzione di un nuovo hotel Marriott che avrebbe generato “ben” 200 posti di lavoro dal 2015 e 300 durante la costruzione. L’albergo farà compagnia ad altre strutture dell’americana Best Western e della spagnola Occidental Hotels & Resorts, anch’esse risorte per il benessere turistico dell’isola, anche grazie ai fondi della solidarietà internazionale e a benefici fiscali inusitati di cui godono durante i primi quindici anni di attività. I meccanismi della cooperazione e una bella fetta delle donazioni fungono da ingranaggi e lubrificanti per l’apertura di nuovi mercati, attraenti per le multinazionali americane, giapponesi, latinoamericane ed europee, e per un manipolo di compagnie nazionali in mano alla ristretta élite locale.

haiti pirates“Haiti ha le condizioni fondamentali per una crescita economica sostenuta, incluse una forza lavoro competitiva, la prossimità a grandi mercati e attrazioni turistiche e culturali uniche”, sosteneva Ary Naim, rappresentante di IFC ad Haiti. Probabilmente si riferiva alla schiavizzazione dei lavoratori nelle mine e nelle “fabbriche miserabili”, note in inglese come sweatshops, impiantate dagli investitori statunitensi e poco rispettose del già infimo salario minimo nazionale, fissato a 4 dollari e mezzo. Si tratta, dunque, di una forza lavoro altamente “competitiva”, cioè sfruttata e a basso costo, ma comunque produttiva nonostante la fame, il colera e la precarietà salariale e abitativa imperante nel paese.

Nel 2014, con circa 140mila persone sparse in 243 tendopoli, non s’investe più solo nei progetti alberghieri, ma si punta sull’espropriazione e privatizzazione delle coste e delle isole haitiane, come nel caso della Île à Vache, un piccolo paradiso che  è diventato territorio di conquista per investitori americani, dominicani e di altri paesi. Il Collettivo dei Contadini di Île-à-Vache (KOPI), costituito nel dicembre 2013, lotta per difendere gli abitanti dell’isola dalla migrazione forzata, dall’espulsione dalle proprie terre e dalla crisi alimentare e ambientale che i nuovi megaprogetti turistici stanno provocando: disboscamento, riduzione delle coltivazioni e 20mila persone cacciate via dalle brigate motorizzate della polizia, a cambio di 2000 posti di lavoro promessi dal settore alberghiero e 1500 residence che occuperanno la costa. Il Collettivo non osteggia il turismo in quanto tale, combatte gli effetti nefasti di progetti calati dall’alto e dall’estero, in spregio delle comunità locali, costrette a migrare ingrossando le file dei disoccupati o dei lavoratori sfruttati nelle fabbriche che popolano i quartieri slum delle grandi città.

Flashback (continua)

Haiti tourism-development-projects-haitis-caribbean-coast-2-638Claire si guarda intorno curiosa. Avrà diciott’anni. Ci troviamo a soli tre isolati dalla sede dell’AUMOHD, l’associazione di avvocati per la difesa dei diritti umani che ci ospita. Il suo presidente, Evel Fanfan, usa la casona dell’organizzazione come ufficio, magazzino di viveri e medicine, dormitorio improvvisato, “centro servizi” per gli abitanti del quartiere, e infine come mensa e rifugio d’emergenza per alcuni terremotati e per i cooperanti o i giornalisti in visita. E’ il nostro caso. Claire ha accettato con piacere il nostro invito a pranzo. A sprazzi, in un francese didattico e ben scandito, necessario a farci capire, ci racconta un po’ della sua vita e del giorno del terremoto, le douce janvier, che ha cambiato l’esistenza di tutti e il corso della storia haitiana. Di fronte a noi, adesso, ci sono un muro di cinta bianco e una porta con un cartello in creolo. L’AUMOHD s’è trasformato in un piccolo centro d’accoglienza. Gli operai di un sindacato indipendente usano la sede dell’associazione per fare le loro riunioni e ricostruire vincoli, contare i danni e rimboccarsi le maniche. Le donne e gli uomini incaricati delle pulizie lavorano di mattina e aspettano l’ora di pranzo prima di andarsene.

Instancabile, Evel è sempre indaffarato. Il suo cellulare squilla ogni 5 minuti. Risponde in inglese, in creolo o in francese. Cerca fondi, ascolta racconti, appunta piani d’azione su una lavagnetta, visita tendopoli e ambasciate, cliniche e prigioni. A volte sembra agire d’istinto, in preda a una strana frenesia. Sta provando a rintracciare gli altri avvocati del gruppo per riprendere le attività, ma la situazione è troppo grave, i palazzi ministeriali e i tribunali sono crollati, tutti i lavori sono fermi. Per un po’ non ci sarà tempo per seguire processi, urge sopravvivere, procurare il cibo, comprare la benzina per il generatore, l’acqua e le medicine.

haiti sweat shopsDopo il sisma, l’acqua è diventata un bene di lusso. Per acquistare una bottiglia o una bustina di plastica, da bucare con gli incisivi e succhiare fino all’ultima goccia, ci vogliono 2-3 dollari. Haiti ha sete e trova l’acqua potabile solo nei campi d’accoglienza, allestiti in ogni quartiere cittadino e per la strada, o in vendita sulle bancarelle degli ambulanti. Il supermercato, sebbene abbia riaperto poco dopo il terremoto, è privo della metà dei prodotti e carissimo, inaccessibile agli haitiani. Se prima del 12 gennaio i tre quarti della popolazione vivevano sotto la soglia della povertà, la situazione s’è drasticamente aggravata dopo la scossa tellurica che ha raso al suolo quasi tutta la capitale e il suo hinterland.

La cacciata del presidente, i caschi blu e il colera

Nel 2004, quando Haiti stava per festeggiare 200 anni d’indipendenza, l’ex prete Jean-Bertrand Aristide, primo presidente eletto in democrazia nel 1990 e costretto all’esilio da un golpe tra il 1991 e il 1994, fu deposto nuovamente da un colpo di stato e inviato fuori dal paese, anzi, fuori dall’emisfero occidentale. I militari USA lo deportarono nella Repubblica Centroafricana, dove rimase per più di sette anni, prima di tornare in patria nel marzo 2011. Oggi Aristide deve difendersi da vari capi d’accusa: traffico di droga, sottrazione di beni pubblici, espropriazioni illegali, concussione e riciclaggio. Due mesi prima era rientrato anche l’ex dittatore (1971-1986) Jean-Claude “Baby Doc” Duvalier, figlio di un altro tiranno, François “Papa Doc” Duvalier (al potere dal 1957 al 1971). Pasciuto e ora disposto a “aiutare il suo popolo”, dopo un quarto di secolo di esilio dorato in Francia grazie ai soldi di famiglia, cioè del popolo haitiano, Baby Doc è stato messo sotto processo per crimini contro l’umanità e corruzione, ma ad Haiti i processi andavano al rallentatore e i gruppi organizzati di vittime della dittatura hanno presentato il caso alla Corte Interamericana dei Diritti Umani. Ma purtroppo nemmeno in quella sede otterranno giustizia. Infatti, il 3 ottobre 2014 Duvalier è morto d’infarto. Ha potuto passare serenamente gli ultimi momenti della sua vita nel suo paese, nel lussuoso quartiere della capitale in cui risiedeva, e rimanere impune.

Haiti flagAristide, da presidente, aveva osato troppo: tentativi d’aumento del salario minimo, soppressione dell’esercito, protezione sociale per i più deboli, rivendicazione del debito storico pagato da Haiti alla Francia e un piano per recuperare il controllo di alcune risorse strategiche suscitarono i timori americani e internazionali di dover fronteggiare un “Hugo Chávez caraibico”. Gli USA, tramite la CIA e l’IRI (International Republican Institute), fomentarono gruppi ribelli e paramilitari per destabilizzare il suo esecutivo e tra il 2004 e il 2006 sostennero il governo autoritario di Alexandre Boniface e del Primo Ministro Gérard Latortue. Fu un periodo d’eccezionale violenza politica, con scontri tra i “ribelli” e la polizia, da una parte, e le bande armate pro-Aristide, le note chimères, ma anche gruppi di comuni cittadini, dall’altra. In pochi mesi si contarono quattromila omicidi politici e l’incarceramento di decine di leader sociali e oppositori.

Nel frattempo la Missione ONU ad Haiti, la MINUSTAH, si stava occupando di “ripulire” con la violenza i quartieri marginali della capitale, in particolare Citè Soleil, dove con la scusa di combattere la criminalità, nel luglio 2005, le “forze di pace” fecero decine di vittime sparando sulle case della povera gente, proprio in uno dei bastioni elettorali del partito del presidente in esilio (il Fanmi Lavalas). Da un decennio l’avvocato Evel Fanfan difende alcune vittime delle stragi di Citè Soleil e di altri brutali episodi del terrorismo di stato. Perciò è stato minacciato di morte, vive con la scorta, formata solo da un poliziotto che fa atto di presenza, e qualche mese fa, dopo nuove minacce e un attentato cui è riuscito a sfuggire per puro caso, ha deciso di mettere al sicuro sua moglie e i suoi due figli negli Stati Uniti.

WikiLeaks ha rivelato che nel 2008, durante il mandato dell’ex delfino di Aristide, Préval, l’ambasciatrice americana a Porto Principe, Janet Sanderson, parlò addirittura di una minaccia emisferica costituita dal risorgere di “forze politiche populiste e anti-mercato”, e poi chiarì che “l’impegno latinoamericano coordinato regionalmente ad Haiti non era possibile senza l’ombrello delle Nazioni Unite che aiuta gli altri principali donatori, con in testa il Canada, gli USA, la Francia, la Spagna, il Giappone e altri, a giustificare internamente la loro azione d’assistenza bilaterale”. In soldoni l’ONU e la MINUSTAH, che è comandata dal Brasile e svolge funzioni di polizia e militari, aiutavano e aiutano i paesi coinvolti a spiegare alle loro rispettive opinioni pubbliche perché investono in imprese e missioni neocoloniali sotto l’egida statunitense. Proprio i caschi blu, in particolare il contingente nepalese, sono responsabili di aver portato sull’isola il virus del colera che ha fatto 9mila vittime e quasi 750mila contagi dall’ottobre 2010. Ci sono voluti 813 giorni dallo scoppio dell’epidemia perché l’ONU presentasse delle scuse.

Flashback (fine)

haiti graph Breakdown of HUMANITARIAN fundingIl pranzo all’AUMOHD è un rituale. A turno uno degli ospiti o qualcuno dello staff, formato da conoscenti di Evel che lui prova ad aiutare con piccoli lavori, un tetto e un paio di pasti al giorno, s’occupa di preparare un pentolone di riso coi piselli o coi fagioli, oppure una copiosa razione di pasta, condita con improvvisate salse di pomodoro e pesce maciullato. Noi, oltre a svariati pacchi di spaghetti, abbiamo portato tre chili di cuscus che rende tantissimo. Spugnoso e assorbente, si gonfia d’acqua, imbiondisce e cresce a dismisura per sfamare tutti e tutte. Arricchiamo il piatto con zucchine, cipolle e carote soffritte per offrire un pasto completo. Qui lo chiamano “Piti Mi”, il “piccolo me”, anche se abbiamo scoperto che quel termine significa miglio o sorgo e non cuscus. Essendo un alimento mediterraneo, risulta quasi sconosciuto a queste latitudini e viene assimilato al locale Piti Mi. E’ una parola molto musicale che i commensali non si stancano mai di ripetere, ridendo fragorosamente e chiudendo il verso con la rima “Piti-Mi-Haitì”, “il-cus-cus-Haitì”, un vero rap culinario. Claire ne mangia due porzioni, ride di gusto, ringrazia e ci saluta: “Au revoir”, ma non l’abbiamo più rivista.

Ogni mattina e dopo pranzo, io e Diego siamo gli incaricati ufficiali della preparazione del caffè espresso. Abbiamo con noi un’impeccabile moka da quattro, quindi dobbiamo fare almeno quattro caffettiere una dopo l’altra per poter accontentare tutti. Per gustare meglio la bevanda, abbiamo riciclato una decina di vasetti di vetro degli omogeneizzati come tazzine. Li abbiamo comprati al supermercato per avere a disposizione delle “merendine extra” o dei rinforzini per la cena, ma poi, una volta consumate le saporite pappette per bebè, abbiamo preso a riutilizzare i contenitori per berci il caffè. Abbiamo scoperto, però, che i nostri compagni haitiani non li lavavano insieme alle altre stoviglie, ma li buttavano e preferivano usare al loro posto dei grossi bicchieri di plastica che, a loro volta, finivano nella spazzatura. Ci abbiamo comunque riprovato. Abbiamo acquistato un nuovo set di tazzine-vasetti e, dopo aver rimosso l’etichetta degli omogeneizzati, siamo riusciti a fargli ottenere un posto d’onore nell’apposito scaffale insieme agli altri veri bicchieri di vetro.

Haiti, le ONG e l’emergenza permanente

Haiti nike-sweatshopsNell’aprile 2014 il World Food Program ha lanciato un allarme sull’insicurezza alimentare nel Nordovest di Haiti, ma, anziché fungere da denuncia delle cause reali del problema o da invito per il governo e la comunità internazionale a stimolare la produzione locale, il monito è servito da scusa per chiamare a maggiori sforzi nelle donazioni e nell’invasione di prodotti alimentari dall’estero. Negli ultimi due anni il prezzo di fagioli, riso e altri alimenti è cresciuto del 40% e si sono moltiplicate le proteste popolari, soprattutto nel Nord, nel distretto di Cap-Haïtien. For Haiti With Love, organizzazione cristiana “non profit”, ne ha approfittato per chiedere ai suoi sostenitori maggiori sforzi: “Dobbiamo pregare veramente affinché più gente s’interessi ad Haiti e più gente aiuti a condividere il fardello degli aiuti laggiù, ma l’aiuto finanziario diretto è quello di cui abbiamo realmente bisogno proprio ora”. E così, tappando qualche buco con cibi importati e orazioni, la protesta sociale viene ammansita e il business può continuare.

L’80% dei dieci milioni di haitiani vive in povertà, con un reddito inferiore al già di per sé miserabile salario minimo di 4,54 $ al giorno. Un milione e mezzo di loro soffre la fame, 6 milioni e 700mila non riescono a coprire regolarmente i loro bisogni alimentari e un quinto dei bambini è in stato di denutrizione, nonostante gli innumerevoli programmi assistenziali internazionali. Anzi, è più realistico, anche se paradossale, pensare che alla radice del problema ci siano proprio questi. La stampa tende a presentare i problemi di Haiti, estrapolandoli dal contesto neocoloniale in cui si sono generati, come causati dal clima o dalle catastrofi naturali, dalla presunta violenza dei suoi abitanti o dalla corruzione dei suoi politici. Le responsabilità e gli abusi dei governi e delle agenzie straniere, che si spartiscono gli aiuti e limitano lo sviluppo democratico, sono spesso taciuti o normalizzati. E così succede anche con le operazioni delle ONG, oltre 10mila in territorio haitiano, i cui sprechi e costi logistici arrivano a mangiarsi fino al 60% del loro budget. Inoltre Haiti non è un paese violento, il suo tasso di omicidi è di 7 ogni 100mila abitanti, mentre la media dei Caraibi è 17, in Messico è 24, in Honduras 91 e nella “pacifica” Costa Rica 10.

Perché Haiti ha fame?

Haiti graph money goesGli appelli sulla “emergenza fame” ad Haiti finiscono spesso per soccorre le economie dei produttori americani e degli intermediari, agenzie governative e non, che amministrano la distribuzione o rivendita degli alimenti. Haiti Grassroots Watch (HGW) è uno dei pochi media alternativi su Haiti. “Perché Haiti ha fame? Perché la fame morde più adesso che negli ultimi 50 anni?”, recita il titolo di un articolo sul loro sito. I portavoce della Rete Nazionale per la Sovranità e la Sicurezza Alimentare (RENAHSSA) imputano al governo l’aggravamento della situazione, ma è da molto più tempo che economisti, agronomi agenzie umanitarie ed “esperti” internazionali disegnano progetti e vincono commesse, contratti e generose borse per affrontarla.

I donanti controllano miliardi di dollari per “aiuti alimentari”, “allo sviluppo”, “assistenza umanitaria” e programmi agricoli che non toccano le cause strutturali della fame. HRW ne cita sei: (1) la povertà, la precarietà salariale e la privatizzazione di tutti i servizi pubblici, indisponibili alla maggior parte della popolazione; (2) il sistema di proprietà della terra e la mancanza di una gestione razionale, l’inesistenza di un catasto, l’uso politico della terra data in ricompensa dai governanti ai propri alleati; (3) le politiche commerciali neoliberali, impulsate da USA, BM e FMI, che hanno ridotto le protezioni tariffarie sui prodotti nazionali e causato esodi dalle campagne alle città (anche per questo la sovrappopolazione e la precarietà abitativa a PAP fecero incrementare i danni e le vittime del terremoto del 2010); (4) l’aumento demografico in un contesto di produzione agricola stagnante, basata su tecniche e strumenti obsoleti, abbandonata dallo stato e soffocata da donazioni e importazioni straniere e dall’uso del carbone vegetale come combustibile, con la conseguente deforestazione quasi totale del territorio; (5) l’impatto negativo di vari meccanismi di “assistenza” che portano soldi a progetti e organizzazioni estere ma non al governo haitiano o alle associazioni locali, per cui non ci si concentra sulle cause strutturali della fame ma solo su emergenze e contingenze; (6) le inefficienze del mercato interno, le pratiche oligopolistiche degli importatori di cibo che mantengono i prezzi alti.

L’industria della fame

Gli aiuti internazionali e le politiche commerciali legate alla fame di Haiti, al settore alimentare e a quello agricolo, sono state disastrose e contradditorie. Secondo HGW la quota maggiore (più del 50%) degli aiuti alimentari mondiali diretti a Haiti proviene da programmi governativi statunitensi e arriva in parte al governo haitiano, in parte ad alcune agenzie come il World Food Program e in parte a contrattisti come World Vision, CARE, ACDI-VOCA e Catholic Relief Service. Tra il 5% e il 10% del cibo consumato ad Haiti entra con queste “importazioni” a basso costo che sfiancano i produttori locali facendo dumping e favorendo la cosiddetta “monetizzazione” degli aiuti alimentari. In pratica il governo USA compra riso, grano, farina, oli vegetali, carne di pollo e fagioli ai propri produttori, dato che per legge la stragrande maggioranza del cibo donato deve essere made in USA. Poi lo spedisce a enti governativi stranieri o alle organizzazioni umanitarie che a loro volta possono venderlo, “monetizzandolo”, per ottenere contanti freschi per i loro progetti.

La “industria della fame” è un grosso affare per cui si devono creare mercati coatti e negli USA il governo deve periodicamente segnalare le emergenze alimentari internazionali per attribuire contratti e riattivare consumi nei paesi in via di sviluppo. Negli anni ottanta e novanta Haiti è stata forzata da FMI, USA e World Bank a fissare le più basse tariffe all’importazione di prodotti agricoli tra i paesi dei Caraibi, mentre prima la protezione arrivava fino al 50%. Così nel 2011 l’esportazione agricola americana verso Haiti ammontava a 326 milioni di dollari e la dieta degli haitiani era cambiata: il riso e il pollo avevano sostituito il mais, il sorgo (il Piti-Mi!) e i tuberi. I coltivatori locali sono stati progressivamente estromessi dai più produttivi e sovvenzionati competitors statunitensi e gli aiuti hanno contribuito ad aprire mercati che in precedenza erano marginali o serviti dagli agricoltori nazionali. Anche per questo le campagne haitiane languiscono e la fame è una piaga endemica. La fame e le macerie di Haiti non hanno bisogno di carità e promesse ma dell’autonomia e della libertà che le possano rimuovere, trasformandole in nuove lotte e speranze.

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Che ne è stato di Haiti? Una voce da Porto Principe https://www.carmillaonline.com/2015/08/20/che-ne-e-stato-di-haiti-una-voce-da-porto-principe/ Wed, 19 Aug 2015 22:00:08 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=24301 di Fabrizio Lorusso e Romina Vinci

evel fanfan haiti[A poco più di cinque anni e mezzo dal devastante terremoto che fece oltre 250mila vittime a Port-au-Prince, capitale haitiana, presentiamo di seguito un aggiornamento da Haiti, un’intervista, che è anche un estratto dal libro di Romina Vinci e Fabrizio Lorusso La fame di Haiti (End, 2015), a Evel Fanfan”, [1] Avvocato e Direttore Esecutivo di AUMOHD – Difensore dei Diritti Umani e del Lavoro. Proprio in queste ore si sta svolgendo sull’isola il conteggio dei voti del primo turno elettorale, tenutosi [...]]]> di Fabrizio Lorusso e Romina Vinci

evel fanfan haiti[A poco più di cinque anni e mezzo dal devastante terremoto che fece oltre 250mila vittime a Port-au-Prince, capitale haitiana, presentiamo di seguito un aggiornamento da Haiti, un’intervista, che è anche un estratto dal libro di Romina Vinci e Fabrizio Lorusso La fame di Haiti (End, 2015), a Evel Fanfan”, [1] Avvocato e Direttore Esecutivo di AUMOHD – Difensore dei Diritti Umani e del Lavoro. Proprio in queste ore si sta svolgendo sull’isola il conteggio dei voti del primo turno elettorale, tenutosi l’8 agosto, per il rinnovo delle camere (118 deputati e 20 senatori). Il secondo turno sarà il 25 ottobre, in concomitanza con il voto per scegliere il nuovo presidente che andrà a rilevare Michel Martelly, al governo dal 2011. L’impasse politica ad Haiti, spiegata nell’intervista, durava da oltre un anno e mezzo per cui il parlamento non era stato rinnovato]

Cinque anni dopo il terremoto che ha cambiato la storia di Haiti, come ci puoi descrivere la situazione del paese?

Bene, parlando di com’è la situazione nel paese, cinque anni dopo il terremoto letale del 12 gennaio 2010 che ha distrutto buona parte del territorio haitiano, direi che questa non è cambiata realmente. Ad alcuni sembra addirittura che il sisma ci sia appena stato, come fosse accaduto solo un anno fa e non cinque. Nel paese, nonostante la generosità della gente, dei cittadini e delle organizzazioni di tutto il mondo, il cambiamento non è apprezzabile. Il paese dipende ancora dagli aiuti umanitari. Ci sono ancora macerie in vista e ospedali, scuole, istituzioni statali che ancora attendono di essere ricostruite. Migliaia di persone vivono tuttora in pessime condizioni sanitarie, ambientali e di sicurezza. La nuova città-slum di Canaan è un esempio concreto di quanto dico.

Che ne è stato della ricostruzione e del denaro teoricamente donato dalla comunità internazionale?

Il fatto è che il denaro raccolto per le vittime da persone solidali e dalla comunità internazionale è stato orientato in beneficio degli stessi manager della comunità internazionale. Il 13 ottobre 2014 all’ex presidente statunitense Bill Clinton e all’ex primo ministro haitiano Jean Max Bellerive, copresidente della Commissione ad Interim per la Ricostruzione di Haiti (CIRH), è stato richiesto di rendere pubblici i rapporti sulle loro gestioni dei fondi raccolti e stanziati dalla Commissione durante 18 mesi di amministrazione. Al momento non è stata resa pubblica nessuna relazione e da allora il popolo haitiano, per il quale quei fondi erano stati ottenuti, continua a chiedere spiegazioni sui conti. Moralmente gli haitiani e i donatori devono chiedere chiarezza su questi soldi e si deve prevedere una sessione pubblica per ottenere una chiara e forte relazione sui conti.

Quattro anni fa un’epidemia di colera cominciò a diffondersi, facendo migliaia di vittime. E’ ancora un’emergenza o un problema ad Haiti?

Il colera è stato introdotto ad Haiti dalla missione MINUSTAH dell’ONU, attraverso il battaglione nepalese, i cui escrementi hanno contaminato le acque del più lungo fiume haitiano, in una maniera negligente e sospetta. C’è chi pensa anche a una cospirazione internazionale contro la prima repubblica nera, libera e indipendente al mondo. Numerose ricerche confermano in modo unanime la unica responsabilità dell’ONU nella reintroduzione del colera ad Haiti. Uno studio dell’Università di Yale riporta le conclusioni degli epidemiologi che hanno stabilito una connessione tra i caschi blu nepalesi e lo scoppio dell’epidemia, una delle più grandi della storia moderna. I ricercatori hanno scoperto che il ceppo di questo batterio ad Haiti è lo stesso identificato in Nepal, un paese in cui il colera è endemico.

L’epidemia ha fatto più di 8.330 vittime e ha infettato oltre 680.000 persone. Le Nazioni Unite si sono sempre rifiutate di riconoscere ufficialmente le proprie responsabilità, malgrado tutte le prove apportate da studi nazionali e internazionali. Nel 2013 sono stati registrati oltre 70.000 casi e più di mille infettati sono morti. Nel 2014, secondo certe stime, ci sarebbe stato un incremento nel numero dei casi, oltre il doppio, che farebbe aumentare i contagi a 200.000 e le persone defunte a oltre 2.000. Dunque l’epidemia presenta ancora dei picchi. Sta diventando sempre più una preoccupazione nazionale e internazionale. Il colera è un crimine contro l’umanità e deve essere considerato alla stregua della schiavitù, un programma criminale contro Haiti.

Le Nazioni Unite devono necessariamente prendersi le proprie responsabilità verso la gente di Haiti dal punto di vista morale, economico, sociale e sanitario. Deve anche farsi notare che l’Esperto Indipendente dell’ONU per i diritti umani ad Haiti, il Sig. Michel Forst, ha passato metà del tempo durante il suo incarico a sottolineare come fosse immorale e irresponsabile l’atteggiamento delle autorità delle Nazioni Unite sulla questione del colera sull’isola.

Copertina La fame di Haiti libro vinci lorusso (Small)Il parlamento haitiano è stato “sospeso” il 13 gennaio 2015. Si sono sviluppate molte proteste nell’ultimo anno, in parte legate a questa situazione. Ci puoi spiegare cosa è successo? Cosa chiedono i manifestanti che hanno invaso le strade di Haiti in questi mesi?

Di certo la crisi politica peggiora sempre più ad Haiti: il Parlamento è ridotto, i due terzi dei suoi membri sono decaduti e non ci sono elezioni dal 2011. Per comprendere la crisi è necessario per prima cosa osservare e capire quanto previsto dall’articolo 136 della Costituzione, il quale attribuisce certe prerogative al Presidente della Repubblica, in qualità di capo di Stato che ha la responsabilità di far osservare e ubbidire alla Costituzione per garantire la stabilità delle istituzioni. Ha l’obbligo di assicurare l’adeguato funzionamento dei poteri pubblici e la continuità dello stato. In questa situazione d’impasse la responsabilità primaria è sua. Per cui aumentano le proteste di piazza che chiedono le dimissioni del presidente perché non ha adempiuto alle sue responsabilità costituzionali e quindi il paese è ritornato in una situazione anomala, di governo di fatto senza parlamento. Dunque la situazione politica è la seguente: il Parlamento non esiste più, il presidente del Consiglio Superiore della Magistratura s’è dimesso e c’è un nuovo governo che s’è appena insediato de facto e può governare per decreto.

La popolazione chiede il rispetto della Costituzione e delle leggi della repubblica, il rispetto del paese stesso e delle sue istituzioni repubblicane, il rispetto per le eredità culturali, storiche e anche naturali del paese, includendo il mare, il sottosuolo marino e terrestre e i giacimenti minerari. Chiede una chiara separazione delle ricchezze private dalla cosa pubblica (Res Publica), chiede dunque sovranità e la partenza senza condizioni della missione ONU, la MINUSTAH. Chiedono un governo d’unità con una tabella di marcia chiara senza l’interferenza della comunità internazionale. La riqualificazione del sistema giudiziario. Elezioni democratiche libere, oneste e includenti. Chiedono di ridefinire i contratti stipulati irregolarmente tra lo Stato e le compagnie transnazionali. Di condurre indagini contro tutti i funzionari statali che hanno sperperato risorse pubbliche per condurre progetti mai conclusi.

Aristide (ex presidente, esiliato nel 2004 e tornato sull’isola nel 2011) gioca ancora un ruolo nel Partito Lavalas e nelle proteste?

Sì, il partito dell’ex presidente Jean Bertrand Aristide svolge un ruolo importante all’interno dei movimenti di piazza. Ci sono quattro gruppi che stanno riattivando la protesta popolare nelle strade: Pitit Desalinn, Fanmi Lavalas, MOPOD e MONOP Platfom.

Ci puoi parlare del problema dei prigionieri politici e di cosa ha potuto fare AUMOHD al riguardo?

Dall’arrivo al potere del presidente Michel Martelly, molti cittadini sono stati arrestati per le loro convinzioni politiche, sono stati rimossi alcuni funzionari e, per esempio, il caso dei fratelli Josué e Eneld Florestal è emblematico delle violazioni ai diritti umani nel paese. Il primo maggio 2014 sono stati arrestati dodici attivisti politici e sbattuti in prigione. AUMOHD e il suo team di assistenti legali è interevenuta e ha lavorato per la difesa dei detenuti presso l’ufficio del PM. Il 20 maggio sei prigionieri sono stati rilasciati e il 6 giugno sono stati liberati gli altri sei per mancanza di prove.

Il 17 ottobre 2014 diciotto attivisti che stavano partecipando a una manifestazione pacifica sono stati attaccati, umiliati e arrestati da un gruppo di individui con l’uniforme della polizia nazionale haitiana, senza nessun ordine d’arresto né evidenze di flagranza.

Si tratta di militanti stavano manifestando pacificamente insieme ad altri, professionisti, studenti e docenti, e, mentre facevano ritorno alle loro normali attività, sono stati aggrediti dagli agenti della polizia che hanno sgomberato violentemente la zona all’altezza della via Delmas 29 ricorrendo a gas lacrimogeni e manganellate. Il 26 ottobre due leader politici, Rony Thimoté e Biron Spiritually, sono stati arrestati, sempre senza flagranza di reato e senza mandato, durante un atto di protesta che avevano organizzato per chiedere il rispetto della Costituzione e il ripristino della vita democratica ad Haiti.

Questi attivisti, arrestati arbitrariamente al di fuori delle procedure, sono stati giudicati così pericolosi da meritare la conferma dell’arresto in spregio alle loro garanzie individuali. E, ancora peggio, non sono mai comparsi dinnanzi al loro giudice naturale perché decidesse sulla legalità del loro fermo, in violazione dei diritti garantiti dalla Costituzione e gli accordi internazionali sottoscritti da Haiti come la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e la Convenzione Americana sui Diritti Umani.

Dall’arresto del gruppo di 18 attivisti politici, AUMOHD ha lavorato in loro favore in vari modi, agendo presso tutte le autorità giudiziarie competenti e riuscendo a ottenere la loro liberazione nel mesi di novembre 2014, mentre stiamo ancora seguendo il caso di Rony Thimoté e Biron Spiritually.

Come difensore dei diritti umani ad Haiti, quali sono le minacce e i pericoli che hai dovuto affrontare?

Dal 2005 la mia vita, la mia famiglia e lo staff del nostro ufficio di AUMOHD continuano a essere l’obiettivo costante di minacce e intimidazioni fino al punto che nel luglio 2006, in seguito alle richieste di protezione di Amnesty International, dalla Organizzazione Stati Americani e da Front Line International, è stato richiesto al Comando della Polizia Nazionale Haitiana di affidare la nostra sicurezza a un agente di scorta che protegge la sede dell’organizzazione.

Nonostante questa decisione la mia vita e quella della mia famiglia sono sotto costante minaccia. Subiamo intimidazioni da anonimi, arrivano messaggi di testo e chiamate telefoniche da sconosciuti. Nella notte di domenica primo giugno del 2014 alcuni individui non identificati ci hanno attaccati scavalcando le mura intorno all’edificio, sede centrale dell’organizzazione, per appiccare il fuoco nella parte retrostante della casa e hanno bruciato tutti i materiali e gli oggetti che vi si trovavano: impianti elettrici, generatori, impianti stereo, apparecchi per la registrazione sonora, varie casse acustiche e diversi compact disk che utilizziamo per la formazione dei lavoratori.

haiti mapL’otto giugno, pochi giorni dopo il sabotaggio, tre uomini armati su una motocicletta hanno preparato un’imboscata nei dintorni di casa mia con la chiara intenzione di uccidermi. Mente mi dirigevo alla mia macchina, uno dei tre individui stava facendo da palo e informava gli altri due dei miei spostamenti. Stavo camminando verso l’auto quando i due hanno iniziato ad avvicinarsi a me per portare a termine il loro piano. Grazie all’immediato intervento e alla solidarietà di alcuni vicini e residenti della zona, ho avuto salva la vita e, grazie al deciso intervento della comunità del quartiere, gli aggressori hanno dovuto abbandonare il loro macabro progetto e la loro motocicletta, di colore grigio e con targa MCTB-4544. In seguito a questo attentato mia moglie ha dovuto lasciare il paese per cercare rifugio negli Stati Uniti.

Quali sono le prospettive per Haiti nei prossimi mesi?

Parlando di prospettive, credo che nello stato di emergenza haitiano ci debbano essere libere e democratiche elezioni per rinnovare la classe politica e far tornare il paese a una situazione standard secondo il dettato della costituzione. Questo deve avvenire senza interferenze né imposizioni da parte della comunità internazionale, com’è stato il caso del presidente in carica.

AUMOHD deve continuare a svolgere un gran lavoro di promozione dei diritti e della dignità della persona umana, una nobile battaglia per la difesa e il rispetto dei diritti di tutti. Purtroppo, proprio nel momento in cui rispondo a queste domande, affrontiamo serie difficoltà economiche per andare avanti, per cui, ringraziando in anticipo, vi lanciamo un appello, una richiesta d’aiuto per poter continuare nelle nostre attività.

Note:

[1] Desidero ringraziare davvero tanta gente in Italia per i contributi e il supporto umanitario al popolo haitiano. Devo ringraziare gli amici di Senza Frontiere, di Nova, di SOS Bambino. Un grazie specialmente a tutti gli amici giornalisti, per non menzionare anche Italo, Alma, Romina, Fabrizio, amici del sindacato FIOM, i cui gruppi e media hanno svolto un gran lavoro sul tema delle migliaia di prigionieri politici, delle vittime dei massacri di Grand Ravine e sui diritti dei lavoratori. Evel Fanfan.

QUI: “L’isola dei non famosi”, il prologo al libro La fame di Haiti scritto da Massimo Vaggi.

Sul grave conflitto tra Haiti e la Repubblica Dominicana e i rimpatri forzati degli haitiani, leggi l’articolo di Raul Zecca Castel su Carmilla QUI

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Haiti, l’isola dei non famosi https://www.carmillaonline.com/2015/05/29/haiti-lisola-dei-non-famosi/ Thu, 28 May 2015 22:00:38 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=22884 di Massimo Vaggi

Copertina La fame di Haiti libro vinci lorusso (Small)[Prologo del libro La fame di Haiti, di Romina Vinci e Fabrizio Lorusso, END Edizioni, 2015, pp. 120, € 10,20]

Viste dall’alto, quelle macchie blu sparse senza ordine preciso sulla terra ancora lontana sembrano belle, come un tocco di grazia. Il colore è quello del mare aperto, è un blu intenso, allegro. Come sempre, però, la lontananza sfuma i contorni e nasconde la verità, scopriremo che quel segno gentile sono i teloni degli aiuti [...]]]> di Massimo Vaggi

Copertina La fame di Haiti libro vinci lorusso (Small)[Prologo del libro La fame di Haiti, di Romina Vinci e Fabrizio Lorusso, END Edizioni, 2015, pp. 120, € 10,20]

Viste dall’alto, quelle macchie blu sparse senza ordine preciso sulla terra ancora lontana sembrano belle, come un tocco di grazia. Il colore è quello del mare aperto, è un blu intenso, allegro. Come sempre, però, la lontananza sfuma i contorni e nasconde la verità, scopriremo che quel segno gentile sono i teloni degli aiuti internazionali, stesi sopra quel che resta di muri aperti a metà o legati a quattro pali conficcati in terra. Sono quelli che nessuno voleva, quei teloni, quelli di cui nessuno sa cosa si potrà fare, un giorno. Quelli che il primo ciclone di passaggio da queste parti porterà sulle coste di Cuba. Dateci tende! Ma ecco plastica, invece, per quanto dal colore acceso e invitante. Una volta atterrati, perché prima o poi lo si deve fare, le cose cominciano a cambiare, e più da vicino, dalla stessa altezza che è quella di ogni uomo si comincia anche a vedere cosa c’è sotto al telo, e poi magari si ha la malaugurata idea di chiedere: qual è la zona che è stata più colpita? E così gli ospiti, che son gentili e non si sottraggono a nessuna richiesta, ti fanno vedere qual è la zona che è stata più colpita.

In macchina, saltando da una buca a un cratere e nel mezzo di un traffico impensabile, ti avvicini e piano piano, sempre più ammutolito, ti trovi a entrare, benché la memoria del terremoto abbia compiuto già un anno, nel territorio che si trova al confine del dolore più profondo della città. Lo fai come un coltello nel burro, senza resistenza, e da quel momento ci troviamo senza più niente da dire, non ci sono parole ma solo odori nauseabondi, montagne di immondizia ed enormi maiali che grufolano, capre e feci e rumori e gasolio e ruderi pericolanti e tende cinesi e i nostri teli blu che, visti da qua sotto, non hanno più niente di affascinante.

Lì sotto, a bollire sotto un sole che farebbe marcire ogni cosa viva, ci sono uomini e donne, centinaia e migliaia e decine di migliaia che si muovono in un orizzonte confinato dal niente delle merci riciclate e dall’inesistenza di una speranza, anche fosse una sola, che le cose per loro cambieranno. Sono qui, camminano, parlano, vivono anche in qualche modo, ma a noi sono saltate le valvole della capacità di comprendere come sia possibile, nemmeno riusciamo più ad avvicinarci davvero al loro dolore, ma solo possiamo guardarlo, stupefatti. Qui è tutto diverso, è troppo per poter comprendere, addirittura immagina- re, bisognerebbe viverci dentro e per chissà quanto tempo, è molto   peggio che da ogni altra parte disgraziata di questo mondo storto che ci è capitato di vedere.

Ci spiegano che un censimento notturno conterebbe molte meno persone di quelle che ci vivono di giorno, in questo inferno. Perché risultare residenti qui dà diritto a due litri d’acqua potabile al giorno e a una visita medica al mese. Dove sono finiti gli aiuti umanitari? Le montagne di dollari sono state sostituite dalle montagne di immondizia e nulla è rimasto, se non i cessi chimici arrivati in grande quantità durante i primi giorni del sisma secondo le propor- zioni volute dagli uffici delle Nazioni Unite (uno ogni venticinque persone circa), salvo poi accorgersi che non c’erano camion che li potessero svuota- re o strade sgombre di macerie dove i camion potessero circolare. Dov’è la portaerei italiana che un mese dopo il terremoto ha raggiunto Port-au-Prince (non prima di aver fatto un saltino in Brasile per vendere tecnologia militare) al fine di portare un «concreto aiuto» nella forma di una sala operatoria e di degenza per una trentina di pazienti. E che un mese e un giorno dopo il suo arrivo era ancorata a Santo Domingo, come ha affermato il suo comandante nel corso di una telefonata in diretta a Porta a Porta, mentre dall’altra parte dell’isola Medici senza frontiere aveva già operato migliaia di persone, in ospedali da campo la cui installazione è costata infinitamente di meno del viaggetto del gioiello della nostra marina militare.

Gli aiuti. L’ufficio che si occupa di redigere statistiche per conto dell’Unhcr dell’Onu ha certificato che nell’immediatezza del terremoto l’Italia ha contribuito con un importo pro capite inferiore di circa un ventesimo rispetto a quello, ad esempio, della Svezia, e inferiore, sempre con riferimento al numero di abitanti, a una nazione ricca e prosperosa come il   Gabon.

Nell’aprile del 2011, sotto i nostri teli o nelle tende vivono 700.000 persone, qualcuno dice un milione. Dice che erano un milione e 800.000 un anno fa. Port-au-Prince di abitanti ne aveva quasi tre milioni e in almeno 600.000 sono scappati verso le campagne per scoprire ben presto che gli aiuti alimentari si fermavano nella capitale e nelle campagne si moriva di fame. Così sono tornati, e sotto i teloni blu degli aiuti internazionali adesso sguazzano nel mare di fango nero che si forma quando piove – e come piove, a volte – e cercano di scampare almeno al colera portato dai soldati nepalesi delle Nazioni unite, e che i cessi chimici delle Nazioni unite dovevano evitare.

Che isola perduta ci sembra Haiti. Improvvisamente ha invaso le pagine dei giornali con il terremoto e dopo un silenzio di secoli ne ha fatto un graffio sulle carte geografiche, un luogo inesistente e relegato all’interno di una dimensione che confina con il mito (Tortuga, i pirati, gli schiavi ribelli, il vo odoo…). Eppure, per un tempo troppo breve, precisamente quello concesso dai ritmi della nostra informazione, più che imperfetta e sensazionalistica, è diventata un luogo reale, capace di farsi scoprire tanto drammaticamente e storicamente segnato dal dolore, da sempre segnato dal dolore e dal sopruso, da far scrivere a un’autrice haitiana contemporanea, Yanick Lahens, che questa terra altro non è che «l’Isola dove la disgrazia ha logorato le anime». Piuttosto impietosa, la definizione, così come impietoso e duro è l’auspicio conseguente che la stessa Lahens pone ad esordio di un capitolo del suo Il  colore dell’alba (Barbès Editore, 2010): «Se è vero che Dio ha creato questo mondo, gli auguro di essere torturato dai rimorsi».

Sull’aereo per Port-au-Prince ho letto un romanzo molto bello (Fratello, sto morendo di Edwige Danticat, Piemme, 2008). Tante Denise, una donna anziana profondamente rispettosa dei santi cristiani ma anche dei loas della tradizione voodoo, nella sua saggezza antica e disincantata, confusa e di- sperata, racconta la storia di Dio e dell’Angelo della morte, che si trovano in rue Tirremasse e si sfidano a chi è più benvoluto dalla gente del quartiere. Bussano a una porta e chiedono alla vecchia che li accoglie un bicchiere d’acqua, che a Dio viene rifiutato, non invece all’Angelo della Morte: «Perché l’Angelo della Morte non fa preferenze. Ci prende tutti, magri e grassi, giovani e vecchi, ricchi e poveri, brutti e belli. Tu, invece, dai la pace ad alcuni e la guerra ad altri, come a noi di Bel Air. Alcuni li fai rimpinzare di cibo e altri morire di fame. Dai potere a certuni e rendi indifesi altri. Dispensi la salute a qualcuno e la malattia a qualcun altro. Concedi a taluni tutta l’acqua di cui hanno bisogno e a noi appena un goccio».

La storia dell’isola è quella di un luogo segnato nel momento stesso in cui decide di nascere. E’ il 1804 e Haiti riscatta la conquistata libertà di nazione di schiavi affrancati con un debito enorme che contrae nei confronti di Bonaparte e delle sue dodici cannoniere al largo della capitale. Ci dice il nostro amico Evel, che ci accompagna nel viaggio: «è stato nella storia l’unico paese risultato vincitore ad aver pagato un debito (e che debito!) alla nazione sconfitta». Un debito che avrebbe continuato a onorare per secoli, fino a condannarsi a una nuova schiavitù, quella del prestito internazionale e poi delle banche statunitensi e dei marines che la occuparono la prima volta nel 1914, quando fu ritenuto prudente garantire il credito prelevando due casseforti della Banque National d’Haiti, la seconda volta dal 1915 al 1934, la terza dal 1959 al 1963.

Che nazione, con il suo Stato che non esiste e la sequela di dittatori che in forme sempre più creative hanno depredato l’isola, da Lescort a Magloire brache di ferro, ai Duvalier padre e figlio, a Cédras, con le bande criminali al soldo dei presidenti di turno, anche di quelli che dopo aver rappresentato la speranza di un popolo intero, sono passati dal coraggio rivoluzionario di sciogliere l’esercito (Aristide del primo mandato, terminato, guarda caso, con un colpo di stato dopo sette mesi) alla militarizzazione di bande criminali che hanno rispolverato le violenze e la ferocia dei tonton macoutes duvalieristi, a loro volta affrancati e cooptati dal governo. Un paese che è il peana dell’assenza dello Stato e che ha rappresentato il trionfo della dottrina Monroe del «cortile di casa».

Un paese tropicale ormai deforestato al 90%, dove si importano le banane. Un paese di infinitamente poveri, che adesso stanno sotto i nostri teloni. A vivere, si fa per dire. Rispondeva  Yanick Lahens, a chi domandava: «Cosa lascia il terremoto?» «Lascia l’oscenità della povertà», quella stessa che ancor prima del 2010 le faceva scrivere che «in quest’isola la miseria non ha mai fine. Più scavi e più ti trovi in una miseria più grande della tua».

Dunque, vivere o condurre una guerra quotidiana? Eccone il bollettino dell’aprile 2011: 14 milioni di cittadini, di cui 4 all’estero, il 15% della popolazione che detiene l’85% della ricchezza nazionale, il 90% della popolazione senza acqua potabile, il 60% non ha assistenza sanitaria, un terzo non dispone in casa di servizi igienici, il 95% delle abitazioni utilizzano legna o carbone. Solo il 20% dei giovani frequenta la scuola primaria. Il salario minimo giornaliero (minimo per legge e massimo di fatto) è di circa 200 gourde –  tre euro – quando se ne spendono in media almeno 120 al giorno per il trasporto e il vitto di un operaio. Il resto, 80 gourde − poco più di un euro − serve per: affitto, alimentazione della famiglia, scuola, trasporti, cure mediche, vestiario e poi cinema, teatro, crociere, parrucchiera e pizza, la domenica. Che vi basti e soprattutto, ammonisce Monsieur Georges Sassine, presidente dell’Associazione delle industrie: «è inaccettabile che nelle industrie si vadano formando sindacati».

Viene da chiederci cosa ci facciamo in questo disastro. Mi sarebbe venuto poi da chiedermi cosa ci siano venuti a fare Fabrizio e Romina, e quanto possano contare le nostre gocce di niente in un mare infernale. Evel però ci dice che Haiti ha bisogno di noi. Ci sorprende. La nostra associazione – Nova Onlus – si occupa di adozioni internazionali, ma Evel non dice «i bambini di Haiti», non dice «i bambini abbandonati di Haiti» ai quali è stata riservata in Italia, terra di mamme e di pastasciutta, tanta pelosa e inutile attenzione. Qualcuno si ricorda di un dibattito in televisione in cui l’onorevole Alessandra Mussolini, allora presidente della commissione bicamerale infanzia, tuonava che era indispensabile intervenire subito per portare via dall’isola i bambini, perché subivano oltre che le devastanti conseguenze del terremoto anche ogni genere di sevizia? Qualcuno si ricorda che durante lo stesso dibattito nemmeno l’onorevole Carlo Giovanardi, che pure era parte della stessa maggioranza di governo, ha potuto sottrarsi al dovere di legalità e buon senso, rispondendole che ciò che invocava l’onorevole Mussolini era di fatto un’invasione militare dell’isola e un rapimento di massa?

Evel ci dice che ad aver bisogno sono loro, gli haitiani, dimenticati per secoli e ricoperti dai teloni blu dopo aver vissuto pochi mesi di telegiornali quando un terremoto li ha resi famosi. Evel ci dice, e lo ripete tante volte: «Haiti ha bisogno di voi». «Non al nostro posto – dice – ma per noi». Sarà vero? O sarà vero il contrario, che siamo noi ad aver bisogno di loro per non perdere quel che resta della nostra umanità e per non sentire mai – o quasi mai – la nostalgia della televisione e dell’Isola dei famosi? Che domande stupide che si fanno a volte. Siamo stati qui e ci siamo ritornati, e questo è un fatto. Ed è un fatto che Fabrizio e Romina si ostinino ancora a parlare di Haiti, con stupore, umanità e ferocia. E senza umanità, come ama ripetere il nostro amico Evel, l’uomo non è niente. Il resto sono chiacchiere.

Leggi l’introduzione de La fame di HaitiLink

Prossima presentazione del libro – 15 giugno ’15 – Pavia – Volantino Link

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