età elisabettiana – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sun, 05 Jul 2026 19:36:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 La coscienza di Gustav (appunti meyrinkiani) 16 https://www.carmillaonline.com/2026/03/28/la-coscienza-di-gustav-appunti-meyrinkiani-16/ Sat, 28 Mar 2026 21:00:38 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93402 di Franco Pezzini

(Per le parti precedenti, cfr. qui)

Così parlò l’angelo verde (1927)

La figura di John Dee, “il Merlino moderno” della corte di Elisabetta I, ha colpito molto la posterità, e non solo ovviamente gli esperti di esoterismo. Sul piano letterario, il suo influsso sulle figure del Faustus di Marlowe e del Prospero della Tempesta di Shakespeare dà conto insieme di un certo disagio – in effetti Dee dovette confrontarsi per tutta la vita con accuse di stregoneria e vessazioni di vario genere – e di un impatto importante sull’immaginario collettivo. I suoi stessi dialoghi – 1581-1586, e [...]]]> di Franco Pezzini

(Per le parti precedenti, cfr. qui)

Così parlò l’angelo verde (1927)

La figura di John Dee, “il Merlino moderno” della corte di Elisabetta I, ha colpito molto la posterità, e non solo ovviamente gli esperti di esoterismo. Sul piano letterario, il suo influsso sulle figure del Faustus di Marlowe e del Prospero della Tempesta di Shakespeare dà conto insieme di un certo disagio – in effetti Dee dovette confrontarsi per tutta la vita con accuse di stregoneria e vessazioni di vario genere – e di un impatto importante sull’immaginario collettivo. I suoi stessi dialoghi – 1581-1586, e di nuovo nel 1607 – con entità angeliche in una lingua più o meno strutturata, il cosiddetto enochiano (che a tratti fa pensare alla glossolalia, mentre altrove svela aspetti “costruiti”) hanno contribuito ad accrescere la fascinazione per la sua figura, che appare in romanzi di varia fortuna. L’angelo della finestra d’Occidente che stiamo esaminando è senz’altro il più noto, ma Dee appare interessante anche in chiave controculturale. Basti pensare alla fascinazione per lui sia di Derek Jarman, nel suo straordinario, criticatissimo Jubilee, 1978 (dove Dee evoca l’angelo Ariel per mostrare a Elisabetta I un distopico 1977, venticinquennale di Elisabetta II), sia di Alan Moore (che lo evoca in Voice of the Fire / La voce del fuoco, 1996: BD, 2006).
Anche in Italia sono apparsi negli anni continui volumi sul personaggio e l’opera di Dee. Per esempio, Donald Tyson, Magia enochiana. Il sistema originario della Magia angelica (1997, trad. di Pasquale Faccia, Mediterranee, 2014) è per esempio una buona sintesi for beginners – così nel titolo originario – ma con scoperte personali sull’intero sistema offerto da Dee,

allo stesso tempo di teurgia (un metodo per invocare esseri angelici e dare loro ordini) e di goezia (un metodo per invocare demoni e dare loro ordini). Nonostante gli angeli avessero dato a Dee precise disposizioni di non utilizzare mai la magia per evocare gli spiriti cattivi, i loro nomi sono comunque forniti nella magia enochiana, insieme alle tecniche per invocarli. Nelle pagine seguenti chiarirò il presupposto in base al quale la magia enochiana ebbe probabilmente una finalità più profonda e oscura che gli angeli non rivelarono mai a Dee. È mia convinzione che gli angeli la concepissero come il detonatore magico per una transizione caotica – generalmente identificata con l’Apocalisse – tra l’eone attuale e il successivo.
[…] Chiunque compia uno studio serio dei diari magici di Dee è costretto a concludere che la magia enochiana è un fenomeno autentico di spiritismo. Qualunque fosse la natura autentica degli angeli – messaggeri di Dio o personalità ombra nell’inconscio delle due personalità – essi chiaramente fecero sì che le informazioni trasmesse fossero finalizzate a uno scopo superiore, che non rivelarono mai esplicitamente a Dee.

Deborah E. Harkness offre invece il ricchissimo Le conversazioni angeliche di John Dee. Cabala, alchimia e fine del mondo (1999, trad. di Alessio Rosoldi, Mediterranee, 2021):

Sparpagliati in varie collezioni di manoscritti conservate nella Bodleian Library di Oxford e nella British Library di Londra, i resoconti di queste conversazioni costituiscono uno dei più duraturi misteri intellettuali del primo periodo moderno: perché un laureato di Cambridge che vantava il titolo di “filosofo della regina” si dedicò a un’attività così apparentemente inutile e infondata, che richiedeva così tanto tempo? Era forse uno sciocco credulone? Aveva avuto un crollo psicotico? Considerate queste riserve riguardo Dee e le sue conversazioni con gli angeli, gli storici della scienza si sono sempre chiesti se i diari angelici possano fornire qualche informazione utile agli studiosi interessati alla pratica della filosofia naturale verso la fine del XVI secolo o, più genericamente, illuminare il mondo culturale e intellettuale degli elisabettiani.
Le risposte a queste domande possono essere trovate, anche se non unicamente, all’interno delle pagine dei diari angelici scritti da Dee. I diari offrono solamente alcuni pezzetti del puzzle, degli scampoli frammentari di una vasta iniziativa intellettuale. Oggigiorno ne sopravvive solo un numero esiguo; la maggior parte di essi fu distrutta da Dee e da una zelante cameriera di cucina del XVII secolo che utilizzò le pagine strappate dai volumi per incartare i piatti da torta del suo datore di lavoro. Ma anche se avessimo i diari completi, ancora non troveremmo tutte le risposte che cerchiamo. Come le trascrizioni dei processi in tribunale o gli inventari scritti di una biblioteca, i diari che rimangono sono pieni di significativi silenzi ed ellissi, e privi di quelle sfumature della voce e dei gesti che potrebbero dirci così tante cose su ciò che accadde quando Dee guardava dentro la sua pietra divinatoria.

Rinviando al resto dello studio di Harkness, possiamo però, al più limitato fine di questa disamina, provare a domandarci perché Meyrink e il suo sodale abbiano deciso di prendere in mano questa storia. Un romanzo è sempre – in qualche modo – un’avventura, e si possono immaginare varie motivazioni. Anzitutto la vicenda, come vedremo, permette a Meyrink un ritorno a Praga: sono passati parecchi anni da Il golem, ma il Nostro torna a esplorarne il background, in una sorta di ideale ricapitolazione di temi affrontati lungo tutto il corso della sua opera. In particolare quello, emblematicamente modernista al di là delle speculazioni esoteriche, dell’identità: come abbiamo visto, la compenetrazione tra narrante e personaggio – e tra figure intorno a lui – qui conosce modulazioni molto diverse dalle speculazioni sul karma dei recuperi indiani dei teosofi. Poi la critica allo spiritismo, sottostante le ambiguità delle manifestazioni angeliche (si ricordino le parole di Tyson: “la magia enochiana è un fenomeno autentico di spiritismo”); il rapporto con le donne, con uno schema riducibile qui per semplicità alla contrapposizione tra donna-angelo e donna fatale, che in questo caso approfondisce simbolicamente alcuni aspetti dei relativi archetipi; eccetera.
Torniamo dunque alla vita di Dee rivissuta dal narrante. La giovane moglie del mago, Jane, prova immediata avversione per il nuovo socio del marito, l’equivoco Kelley. Ma in sé gli esperimenti alchemici vanno benissimo, producendo argento e anche oro.
Dee in realtà non intende arricchirsi in senso terreno, ma lavorare per un imputrescibile corpo di resurrezione. Anche perché è tormentato dalle proprie antiche responsabilità – l’appoggio ai profanatori Ravenheads – sul modo in cui quelle sfere di polvere preziosa sono state acquisite: per cui intende farne un uso nobile, mirando alle nozze chimiche con la sua regina, al realizzarsi in sé di Bafometto e al risplendere sul proprio capo della corona della vita. Poi, quando abbia capito il segreto del processo alchemico, allora Kelley ne faccia quel che vuole e si arricchisca… al momento lì in casa il socio si strafoga di cibo ruttando e allargandosi: e a Dee manca il bravo Gardener, a cui vorrebbe chiedere il parere su tante cose.
Ma gli scrupoli via via si dileguano coi giorni: tanto più che Dee sente di aver espiato le proprie colpe. E tanto più che sa bene che un’alchimia “finalizzata soltanto alla trasformazione dei metalli terrestri […] implica l’intervento di esseri che risiedono in un mondo oscuro e invisibile – al confine con la magia nera, una magia della mano sinistra”: mentre lui cerca la vita eterna. Certo, “in ballo qui ci sono gli spiriti” e da quando Kelley è arrivato si odono sussurri e colpi (i raps dello spiritismo, cui Meyrink sembra ammiccare). Invano Dee invita le presenze a parlargli, Kelley sostiene che gli spiriti stanno tentando di difendere i segreti non ancora svelati… e in effetti lo seguono, confessa, da quando possiede libro e bilie di san Dunstano.
Allarmato, e memore degli ammonimenti di Gardener sui rischi di “voler produrre chimicamente la Pietra dell’immortalità”, Dee costringe Kelley a giurare “sulla salvezza della sua anima, ciò che mi aveva di recente raccontato, ovvero che un angelo verde e non il diavolo gli era apparso recando la promessa di rivelarci il segreto della preparazione della Pietra dell’immortalità”. Dee ormai, giura Kelley riportando le parole dell’angelo, si avvia a conoscere l’ultimo mistero: e gli riferisce cosa occorre perché l’angelo possa apparire “in modo fisicamente percepibile”. Oltre a loro due e a Jane, “che doveva sedersi vicino a Kelley, andavano convocati altri due amici – a un’ora ben precisa e in una notte di luna calante – in una stanza che avesse una finestra volta a Occidente”. Fatti dunque venire apposta gli amici Talbot e Price per le due di notte del 21 novembre, giorno della Presemtazione di Maria al Tempio, si organizza l’evocazione.
In quella notte a Dee stupefatto vengono rivelate meraviglie dell’Aldilà. Al punto che si scusa con Kelley per aver dubitato: nel periodo precedente, secondo istruzioni, ha comunque commissionato a Londra a caro prezzo un apposito tavolo in legni preziosi di saldalo, alloro e greenheart, a forma di stella cinque punte, con apertura centrale sagomata a pentagono e “intarsi di malachite e di topazio bruno recanti segni cabalistici, sigle e nomi” (sembra di vedere, in chiave più sontuosa, alcuni arredi poi utilizzati all’interno della Golden Dawn, che in effetti si richiamerà con entusiasmo alla magia enochiana). Ma il lavoro non è mai pronto, gli artigiani si ammalano e alcuni addirittura muoiono… e intanto arriva la data fatale, con Price, Talbot e la stessa Jane debilitati da un sonno strano, mentre Kelley è agitatissimo. Finalmente gli artigiani giungono con il tavolo, montato rapidamente in una stanza della torre dove è aperta solo la finestra a Occidente, e le altre murate. L’Occidente è la dimensione del crepuscolo e dei morti, per cui è inevitabile pensare all’ambiguità dei rituali medianici.
Dee ha ricevuto da Kelley enigmatiche formule passategli “da una mano discesa dal Cielo e a cui mancava un pollice”. Pensiero inquietante, Bartlett Green se l’era staccato con un morso sputandolo in viso al vescovo Bonner: ma Dee placa il senso di allarme derivatogli, ricordando di aver bruciato il carbone donatogli dal bandito… poi riesce a memorizzare le formule.
Il rito ha inizio. Accese le candele e presi i posti, il foro pentagonale in mezzo al tavolo pare l’apertura di un pozzo. Ma a un tratto Kelley cade in un sonno rantolante, il volto tremante, e Dee vorrebbe pronunciare le formule, “ma era come se dita invisibili mi si posassero sulle labbra”. È colto da dubbi, però a un tratto le labbra prendono a muoversi da sole per pronunciare le invocazioni, e nel silenzio raggelato risuona una voce infantile, una bimba spettrale di nome Madini che appare nell’aria davanti alla finestra come un fantasma a due dimensioni (come certe manifestazioni del medianismo dell’età di Meyrink, a ben vedere): Talbot mornora che era sua figlia, ma morta dopo essere nata e dunque cresciuta nell’aldilà… ma l’immagine è offuscata da un bagliore verde pallido dal centro del tavolo.
La luce erutta in alto in sembianza umana, come smeraldo: e “il pollice della mano destra era rivolto verso l’esterno, apparteneva alla mano sinistra”. L’impressionante apparizione risponde alla domanda su chi sia, chiarendo di essere “Il, il messaggero della porta d’Occidente”. Dee gli chiede di rivelargli il segreto della Pietra, vuole la “metamorfosi dell’animale umano in re, in colui che risorge, in chi è già risorto qui e dall’altra parte”. Vuole comprendere i segreti del libro di San Dunstano e diventare ciò che dev’essere: ma deve lottare con il sonno prima che giunga la risposta compiaciuta dell’angelo. Gli darà la Pietra “Dopodomani!”. La bambina spettrale interviene sarcastica, conosce bene Dee, possessore della lancia degli Hywel Dda: ma l’angelo aggiunge che chi ha la lancia è il predestinato e l’eletto. Segua dunque Kelley e gli obbedisca, perché è il suo strumento; e Dee lo giura. Potrà rivederlo sempre “nel carbone”, spiega l’angelo, ma Dee spiega che l’ha bruciato: allora l’angelo gli fa giungere le mani in preghiera e in mezzo appare nuovamente il carbone. “Ora in esso vive la tua vita, John Dee; è… rinato e risorto dai morti! Neanche le cose muoiono!”.
Poi, con la proposta di dargli la pietra dopodomani, l’angelo della finestra d’occidente e la stessa bambina si dissolvono: e tale è il primo incontro con la grande entità. Eccitati, restano seduti a commentare: solo Kelley dorme, e all’aurora si allontana. “Egli è uno strumento della Provvidenza, e… io ho ritenuto lui, mio fratello… un delinquente!” si rimprovera l’ingenuo Dee, proponendosi di crescere in umiltà per essere degno della Pietra. Curiosamente Jane – a cui l’angelo dava le spalle – ne aveva visto il volto come diretto verso di lei.
A distanza di mesi, i resoconti degli incontri con l’angelo occupano interi tomi. Perché alla fine dalle promesse continuamente rinnovate del visitatore non emerge nessuin risultato: e il logorio è tremendo, quasi il tempo sia un vampiro che sugge dal sangue la forza vitale (sorta di autocitazione, torniamo alle suggestioni del meyrinkiano La visita di Johann Hermann Obereit nel Paese delle Succhiatempo), mentre le stesse sostanze economiche si dileguano e l’ossessionato Dee trascura ogni cosa, salute, obblighi e buon nome pur di continuare le evocazioni. E quando non riesce a procedere nello studio del libro di san Dunstano, Kelley lo riempie di rimproveri… invano prega e fa penitenza, rimproverandosi della sfiducia visto che l’angelo gli appare e Kelley parla in lingue sconosciute come gli Apostoli – comprese greco, ebraico e aramaico che non conosce – e persino echeggiando il sapere dei grandi saggi dell’antichità. Ordina a Londra sostanze costose necessarie ai rituali, e intanto lì a casa piombano come in un albergo vecchi compari attratti dalle vanterie di Kelley – che dà fondo a vino e riserve alimentari in gozzoviglie. Ha preteso che sempre più polvere rossa venga mutata in oro, ed essa cala pericolosamente…
Intanto la voce che lì vengano evocati spiriti e si manifestino strani fenomeni è giunta alla corte: ma là suscita scherno e gli invidiosi cospirano contro di lui, mentre tra il popolo emergono reazioni altrettanto pericolose sull’onda dell’antica convinzione che Dee pratichi la magia nera. Rimpiangendo Gardener, lo stravolto Dee deve notare che Kelley è sempre più forte e le apparizioni dell’angelo e della bambina sono sempre più definite e – per l’angelo – splendenti. Ma rinvia di continuo la rivelazione del segreto della Pietra…
Per sfatare le voci nere sugli esperimenti, Dee invita al castello il benevolo Lord Leicester, il principe polacco Albert Laski e il seguito: ma il dialogo con le entità vira su banalità cortigiane, e Dee è disgustato e sempre più fiacco, mentre Kelley emerge sempre più forte e prepotente. Fino a lucrare denaro al principe polacco con vergogna di Dee, che ne conosce i sotterfugi e le frodi. Trovandosi compromesso a sua volta: è certamente Kelley l’uomo con le orecchie mozze di cui aveva sognato… Così quando la regina, informata, vorrebbe vedere a sua volta, Dee è del tutto contrario a coinvolgerla nelle mistificazioni del socio. Ma da Londra il voivoda Laski ammalato di podagra li vuole a corte per ottenere dagli immortali un rimedio efficace… e l’ordine della regina rende vano il rifiuto di Dee. In realtà a Londra non si verifica alcuna apparizione, ma per bocca del medium Kelley gli spiriti Jubandalace e Galbath promettono al voivoda pronta guarigione e la corona della Turchia. Elisabetta sta per mettersi a ridere, e Dee è nuovamente umiliato. Supplica Leicester di intervenire per far interrompere le sedute, e spiega a Elisabetta che non gli è ancora chiaro quali spiriti parlino per bocca del socio: comunque – ribadisce – quei suoi esperimenti mirano a qualcosa di molto serio e importante, alla scoperta della Terra del compimento per issarvi la bandiera del suo ultimo amore e prendere possesso dell’Anglia Angelica. Lei osserva un po’ acida che la frequentazione degli spiriti oltremondani “non è priva di vantaggi terreni”, visto che si è fatto rivelare il segreto della pietra filosofale. Lui non capisce come la regina lo sappia, ma ammette che quel segreto l’ha cercato invano e anzi rovinandosi: lei, toccata, gli chiede se abbia bisogno di denato e Dee ribatte con dignità di non voler ricorrere al suo aiuto senza necessità, ma che lo farebbe se costretto da estrema indigenza. Poi torna alla quiete di Mortlake.
Dove però in un esperimento il laboratorio salta in aria, Dee resta miracolosamente incolume ma le mura del castello rimangono lesionate. E l’odio superstizioso dei contadini cresce ancora… così le promesse pur incoraggianti dell’angelo fanno presentire rovina imminente. Concordano dunque con Kelly di partire per la Boemia per usare il residuo della sostanza in loro possesso davanti all’interessatissimo imperatore Rodolfo. Là l’ambiente pare favorevole, molto più che in Inghilterra; anche se a un’età di quasi sessant’anni (come Meyrink al tempo) quel viaggio non è agevole. Ma l’angelo li sprona, e il principe Laski li invita in Polonia a proprie spese e con promessa di un ottimo appannaggio. Visto che piovono minacce contro di lui – i contadini sono aizzati da qualcuno importante – Dee si risolve a chiedere a Elisabetta un sostegno economico per il viaggio. Lei manda gelida una piccola cifra, dichiarando di non poterlo proteggere e ostentando stupore per il mancato sostegno da parte dell’angelo. Il 21 settembre 1583, Dee, la moglie e Kelley partono dunque per il continente, assistendo di lontano all’incendio del castello attaccato dai contadini, e devastato con la sua amatissima biblioteca…
Il narrante che ha appena terminato di leggere il diario del dottore ha la sensazione di aver assistito a tutto questo: ma quando sta per prendere altri documenti il braccio gli si ferma. Perché cercare altro? gli è comunque chiaro che Dee sia vivo, sia lì, accanto a lui e in lui – anzi, che lui sia e sia stato sempre Dee, senza saperlo. I termini scientifici usati per definire simili fenomenti – scissione della personalità, sdoppiamento della coscienza eccetera – gli interessano poco, ed è ridicolo che a occuparsi della materia siano psichiatri: considerazioni che peraltro ci riportano a un certo clima modernista, allo sviluppo delle scienze umane e ai dibattiti di tutto un mondo mitteleuropeo. Il narrante si sente del tutto sano di mente (anche qui siamo nel terreno degli antieroi modernisti) e sente che Dee non è affatto morto ma continua ad agire con desideri e scopi per realizzarsi, attraverso i “buoni conduttori” delle vie del sangue. D’altronde lui, come estremità del filo via via dipanato, può rivendicare come propria la missione e la realizzazione di Bafometto – almeno se riuscirà a esserne degno e se maturerà, sulla base di una promessa “bruciante al pari di una maledizione”. Bartlett Green non si aspettava un tale risveglio, apparendo dietro al suo scrittoio: voleva il male, ha lavorato per il bene… mentre i suoi occhi si sono fatti più acuti. Fino a scorgere

la primordiale signora della Scozia e l’abisso del cosmo tenebroso! La dea dei gatti, Isais la nera, lady Sissy, la nobile principessa Assja Chotokalungin – lei, l’eternamente simile a se stessa, sia la benvenuta! La conosco. Conosco il suo percorso nell’assenza di tempo, da quando si presentò in sembianza di succubo al mio infelice antenato fino al giorno in cui si sedette qui accanto a me, e mi chiese la punta della lancia. Da lei emanava una magica fascinazione che non sapevo comprendere perché il suo vero essere mi era ancora celato. Non può distruggere il femminile in me, la lontananza ancora assopita, la “regale” Elisabetta, poiché il magico futuro non può essere annientato se non è prima divenuto presente; ma può attrarre a sé il maschile nella sua attiva incarnazione, per impedire le future “nozze chimiche”! Be’, un bel giorno, credo, dovremo pur fare i conti.

Rispetto a un’altra dark lady immersa in un gioco di ipostasi, la preghese Polissena della Notte di Valpurga, la figura della principessa rivela una complessità più sottile e ambigua, che andrà via via precisandosi. Mentre Isais la nera si contrappone idealmente all’Iside del Volto verde.
Ancora, Lipotin si può tranquillamente considerare Mascee, e l’annegato Gärtner è il vecchio Gardener. Però, nella sua vita, chi è Kelley? E – soprattutto – chi è Elisabetta? Ma all’improvviso il narrante sente un vociare come di alterco fuori dalla porta: la principessa sta questionando con la signora Fromm che, seguendo gli ordini ricevuti, non vuole lasciarla entrare.

No, è la demonessa invocata negli orribili riti notturni del taghairm, la nemica sin dalla notte dei tempi, la “Lady Sissy” di mio cugino John Roger, la donna della luna calante; eccola di nuovo pronta all’attacco!

E pregusta di affrontarla. Quindi va alla porta, comunica alla signora Fromm di aver cambiato idea e di poter ricevere l’ospite – che dà mostra di ciangottante ironia – e tranquillizza la governante preoccupata. La principessa lo colma di amabili rimproveri per averla evitata, certo fraintendendo la sua insistenza della volta precedente; lui la blocca, spiega che ha imparato a capire cosa lei desideri, “Io la conosco”. E poi butta lì il nome “Lady Sissy”: ma lei mostra di controllarsi a meraviglia, sottolinea di aver tratti caucasici e non anglosassoni, e lui specifica di trovare i suoi “tratti non caucasici, bensì piuttosto satanici” scatenando l’ilarità di lei. Che sostiene trattarsi di complimenti di cui vorrebbe conoscere la causa… finchè lui non sbotta.

Le ho detto che io la conosco, mi sente? La conosco! Isais la nera può cambiare nome e aspetto quanto le pare, ma di fronte a me, John Dee, qualsiasi maschera è ormai inutile! […] Lei non  riuscirà a impedire le “nozze chimiche”!

Peccato che allo scongiuro del Nostro, la principessa risponde con lo scherno. Mostra di ritenerlo ubriaco e riesce a metterlo in difficoltà. Confuso, vergognoso e comunque attratto da lei, subisce l’ironia del suo congedarsi e arriva ad auspicare il suo perdono. Previa – chiarisce la principessa vittoriosa – “una piccola riparazione…” e si allontana su una limousine.
La signora Fromm appare stravolta dall’angoscia, e lo avverte di un “grosso pericolo”: conosce la principessa, “ma non di persona […] dall’altra parte. Là dove è verde, quando mi ci trovo, là dove non è luminoso, come qui… […] La chiamo la Terra verde. A volte mi trovo là” dove “ogni cosa sembra immersa in una luce verde”. Lui sobbalza a quella definizione, e la signora prosegue: “Da lì non viene nulla di buono”, spiegando che là la principessa reca un altro nome, che però ora non sa riportargli. Lui è commosso e intenerito dalla sofferenza della giovane, vorrebbe farla sua “come l’amata di cui da tempo immemorabile sentivo la mancanza – come la donna che mi apparteneva”, ma si trattiene. E a un tratto lei, muovendosi come un automa, prende a parlare in un tono del tutto alieno, intimando a una presenza invisibile e serpentina di allontanarsi: poi impugna l’astuccio d’argento lavorato sulla scrivania del protagonista, che è tentato di strapparglielo e ricollocarlo nella posizione che superstiziosamente sente “giusta”: ma al tocco delle dita di lei la molla misteriosa scatta e l’astuccio si apre. La signora Fromm, ora calma, lo porge trionfante con un gesto di disgusto al padrone. Che non protesta e trova dentro il dodecaedro di carbone di Bartlett Green, bruciato nel fuoco e restituito dall’angelo: e quello comincia a vibrare sul proprio asse, ponendosi da solo in direzione del meridiano. Il Nostro ringrazia la donna e gli viene spontaneo chiamarla Jane e baciarla sulla fronte, prima che fugga dalla stanza.

Il passato è divenuto presente! Il presente è il sommarsi di tutto il passato in un attimo di consapevolezza, oppure è nulla. E poiché questa consapevolezza – questo ricordo – si desta ogniqualvolta lo spirito la chiama, ecco che l’eterno presente vive nella corrente del tempo e il mobile intreccio si trasforma in un tappeto srotolato e quieto che abbraccio per intero con lo sguardo: posso indicarvi il punto esatto in cui nella trama si è determinato l’inizio di un disegno ben preciso sotto forma di modello. Così posso seguire il filo da un punto all’altro della trama, avanti e indietro; tale filo non si spezza: è l’eterno portatore del disegno e del senso del disegno – il valore del tappeto che non ha nulla a che vedere con la sua esistenza temporale!

E ora può avere consapevolezza di essere John Dee, che deve compiere il disegno del destino, congiungere il sangue degli Hywel Dda e di Roderick il Grande con quello di Elisabetta per completare il disegno del tappeto.

Ma resta una domanda: che cosa significano le trame vive di un altro ordito che mi circondano e mi attraversano? Rientrano nel progetto del tappeto o appartengono alla infinita molteplicità delle altre figure che il gioco di Brahma genera incessantemente?

Comunque è chiaro che la signora Fromm sia in realtà Jane, “la seconda moglie di John Dee”, dunque sua moglie: ma lui è entrato in scena quando il cugino John Roger ha fallito – anche lui era stato John Dee? Comunque il carbone resta tale, non vi appaiono visioni.
Piomba Lipotin a casa sua, e gli porta da vedere una bilia d’avorio rosso – quella di san Dunstano? Lipotin nota anche il contenuto dell’astuccio, deduce essere di fattura boema e forse dell’orafo di Rodolfo d’Asburgo, il maestro Hradlik, ma proveniente dall’Inghilterra – come attesta una piccola iscrizione che la collega al lascito di John Dee. Il Nostro decide a quel punto di provocare Lipotin, chiedendogli se vogliano fabbricare l’oro; e l’altro s’informa se abbia visto qualcosa nel carbone. No? la via più semplice sarebbe allora essere un medium, come quelli studiati dal barone (Albert) von Schrenck-Notzing, psicologo tedesco del tempo, notissimo specialista in ipnosi e metapsichica. Mentre Lipotin sembra non intenzionato a dargli la bilia – che dentro è cava, aggiunge, contiene una certa polvere e l’ha avuta da un monaco cinese della setta Yang, che pratica appunto “la magia della bilia rossa”: permetterebbe al neofita di fare “Yang-Yin”, sperimentando su di sé “le nozze del cerchio perfetto”. L’inspirazione del fumo farebbe uscire dal corpo, permettendo di varcare la soglia della morte e congiungersi con l’“altra metà”, femminile, nella vita terrena nascosta ma portatrice di grandi poteri. Come l’immortalità personale e l’arresto della ruota della nascita… concependo qualcosa come un matrimonio ermafrodita. Inevitabile ripensare qui alle suggestioni del Volto verde e del Domenicano bianco, coi misteri di un Oriente che schiude rivelazioni identitarie e forse di realizzazione radicale.
Il Nostro comprende ora in un lampo che Yin-Yang corrisponde al Bafometto, ecco dunque la via che conduce alla regina; a sua volta Lipotin capisce che l’interlocutore ha intuito il mistero dell’ermafrodito. In effetti la polvere della bilia rossa favorisce l’unione con il femminile che è in noi, ma, per passarla al Nostro, Lipotin pretende un previo giuramento come tra i monaci Yang, di assumersi tutte le conseguenze sgravando lui da ogni vendetta karmica. Dunque ora il Nostro prende la bilia, la apre e trova la polvere rosso-grigia: Lipotin, iniziato dugpa della setta Yang, lo istruisce su come fare. Poi gli fa inalare i fumi della polvere, e il Nostro perde conoscemza.
Non riesce a rammentare le esperienze “dall’altra parte”, d’altronde piene d’orrore, se non profondità in una verde luce crepuscolare e una fuga davanti a gatti neri con fauci e occhi incandescenti… la salvezza stava nell’albero e nella Madre del cerchio in cui blu e rosso si congiungono. Non ricorda i dettagli, ma riprende i sensi davanti a Lipotin scocciato, che annuncia che a quel punto potrà avere un certo successo usando il mistico carbone. Poi se ne va, ma quando rientra la signora Fromm, lei vede un segno sopra di lui, “tutto è finito per me!”: e la scena si conclude coi due che si baciano con slancio. Per “un’antichissima esigenza”.
Ma quel moto passionale non basta a dissipare l’angoscia della premonizione: recuperata la calma, lei rimarca triste che tra loro tutto è “inutile, sterile e maledetto […] perché l’‘altra’ è più forte e lei non può sconfiggerla”. Entrando, poco prima, ha visto sul capo di lui una luce dalla forma di un cristallo: e dalle precedenti rivelazioni sa che quel segno annuncia il compiersi del suo destino e la fine delle sue speranze. Il Nostro, emozionato, le cade ai piedi come adorando un’immagine di Iside, ma lei si ribella: deve pregare per ottenere grazia e perdono, è chiamata al sacrificio. Poi va a coricarsi nella propria stanza.
Il testo presenta a questo punto la prima di due ampie visioni. Tornato allo scrittoio, il Nostro dopo aver annotato l’episodio con Lipotin inizia a fissare il cristallo e – come quando aveva vissuto la visione nello specchio – si ritrova in mezzo a un branco di cavalli al galoppo, che comprende essere le anime di miliardi di uomini addornentati nei loro letti, privi di guida e di padrone. Lui ne monta uno più bianco degli altri: attraversano sfrenati una catena di montagne boscose, poi vede una città e gli altri cavalli spariscono. Lui entra così in sella al proprio, attraverso un ponte, in quella che misteriosamente riconosce per Praga: sa di essere atteso al Belvedere dall’imperatore Rodolfo d’Asburgo. È il 10 agosto 1584. Sa di essere John Dee e accanto a lui c’è il losco Kelley, con cui hanno condotto il tremendo e pericoloso viaggio: in Polonia Kelley, “con voce contraffatta di fantasma”, le ha sparate talmente grosse al principe Laski che Dee ha preteso di lasciare Cracovia per Praga dove si ferma con moglie e figlio presso il dottor Hájek medico dell’imperatore. Per cui giungono ora per la prima udienza con il misterioso Rodolfo (e di nuovo Meyrink inserisce una vivida descrizione del cuore imperiale della Città d’Oro).
Merita ricordare che Rodolfo II d’Asburgo (1552-1612) è al vertice del Sacro Romano Impero dal 1576 al 1612: collezionista e mecenate, notoriamente appassionato di scienza e stranezze – dalle arti magiche a quelle pittoriche più eccentriche – accoglie in quegli anni nella capitale dove vive rinchiuso sulla collina di Hradčany gli ingegni più visionari e brillanti d’Europa. Non solo il già citato alchimista Sendivogius, ma il filosofo/mago Giordano Bruno, gli scienziati Tycho Brahe e Johannes Kepler, il pittore Arcimboldo; e non è strano che apra le porte a Dee e al medium suo socio.
Con la sua testa da rapace (una figura da quadro di Savinio o da tavola di Max Ernst più forse che da Arcimboldo), Rodolfo appare spigoloso e non bendisposto, neppure dalla lettera di raccomandazione di Elisabetta: giustamente diffida subito di Kelley, sprezza i discorsi di Dee sulla loro intenzione di conseguire la sapienza, li sfida a convertire i metalli vili in pregiati con la loro polvere. Diffidente, collabora da assistente all’operazione e vede il piombo diventare argento. Ma dovranno mostrare di saper produrre la polvere…
A un certo punto, Rodolfo invia da Dee il consigliere segreto Curtius per farsi consegnare la documentazione sulle apparizioni dell’angelo e il libro di san Dunstano, e lui rifiuta: dovrà essere l’imperatore a richiederla. Kelley, assente al colloquio, spiega che “dopodomani” l’angelo dovrebbe fornir loro la chiave per decrittare il libro.
Ma dove idealmente vediamo ricapitolare tutta l’opera di Meyrink è nell’incontro successivo. Quando cioè Dee va a confrontarsi nientemeno che con il taumaturgo Rabbi Löw, conosciuto tramite l’ospite Hájek. Nato in Polonia o forse in Germania, al secolo Judah Loew ben Bezalel, noto anche come Yehudah ben Bezalel, Jehuda Löw o Judah Löw, il Maharal – cioè il Nostro Maestro il Rabbino Löw – di Praga (1520, o 1512, o 1526 – 1609), questo dottissimo cabalista, talmudista e matematico autore di opere sull’etica, la filosofia e la mistica ebraiche, nonché del Gur Aryeh al Ha-Torah, importante commento al commentario di Rashi alla Torah, e presunto discendente dalla dinastia davidica, visse tra la Polonia e Praga, dove morì. La sua statua, a opera di Ladislav Šaloun, viene eretta ne 1910 a Praga.
Proprio lì nel 1580, sembra per le suppliche della nipote (pure eggigiata nella statua del 1910), Rabbi Löw avrebbe plasmato il golem dal fango della Moldava a tutela della propria comunità dai pogrom: un elemento che già riconduce al primo romanzo di Meyrink. Anche lui – apprendiamo qui – ha un viso giallo da uccello rapace, ma con la testa più piccola e più simile a un falco: gigantesco, curvo e rugoso, fissa la parete con l’immagine dell’albero cabalistico. Con Dee parlano “degli affanni degli uomini privi di conoscenza, che cercano di sondare i misteri di Dio e del destino terrestre”: e Löw osserva che i goyim sanno tirare con balestra e archibugio ma pregando mirano spesso sbagliato e non raggiungono l’orecchio di Dio… ma a quel punto resta inefficace, oppure viene presa dall’Altro e dai suoi servi che la esaudiscono a modo loro. Per Altro intende “colui che veglia sempre fra il sopra e il sotto”, l’“angelo Metatron, il signore dai mille volti”: e la riflessione sulla preghiera, così come il più ampio contesto di mistica ebraica, finisce con il richiamare temi del Volto verde.
Visto che Dee prega per ricevere la Pietra, Löw contesta che non si deve farlo “se non si sa cosa essa significhi”. Il rischio è di ottenere una Pietra sbagliata… Mentre per Löw solo un circonciso può pregare nel modo giusto, qualora conosca “le lettere del Nome per il diritto e per il rovescio”. Dee risponde risentito di non aver intenzione di farsi circoncidere, ma quando afferma che un angelo sorregge il suo arco e guida il tiro il rabbino si fa attento e chiede spiegazioni. Ricevutele, poi, esplode a ridere di un riso non umano, ma simile allo svolazzare dell’ibis egiziano all’avvicinarsi del serpente, con un unico dente che pare saltellargli in bocca.
Stupefatto, Dee non capisce, ma va a passeggiare nel quartiere tedesco del castello (in sostanza, più o meno gli sfondi della Notte di Valpurga): sa di essere spiato e vuol restare lontano da Kelley, il vampiro della sua anima. Si smarrisce e, davanti a un bassorilievo sul tema dell’incontro tra Gesù e la Samaritana, ricorda a se stesso che Dio è spirito e non oro – anche se si trova impoverito e la moglie ha venduto tutti i propri gioielli per salvarli dai debitori. Scopre poi che il nome del vicolo in cui si trova è “Alla fonte d’oro”…
Ora Rodolfo è al Belvedere, vicino a una teca dove un fantoccio di cera ritrae uno sciamano delle Terre del Nord (una figura che suggerisce qualcosa di tutto un orizzonte di possessioni e di spiriti); gli è accanto il legato papale cardinale Malaspina. Che rimprovera lui protegga personaggi probabilmente conniventi col diavolo: l’imperatore gli contesta che i misteri delle arti naturali – come la fabbricazione dell’oro da parte dell’inglese – facilitano allo spirito umano l’inoltrarsi verso i misteri di Dio. Il cardinale ribatte che ciò spetta alla Grazia, e comunque l’inglese non è interessato tanto alla trasmutazione in oro o argento, quanto al superamento della morte con la propria volontà: accusa dunque Dee e il suo assistente di magia nera e richiama minaccioso alle sanzioni relative. Rodolfo frena, il papa conosce il suo zelo ma non deve fare di lui uno sgherro come gli altri… magari accusabile a sua volta di magia nera. Il cardinale risponde untuoso che l’imperatore è giudice e responsabile delle proprie azioni, e si sente rimbrottare di non dire insolenze e di covare tradimenti. Malaspina contesta che John Dee e il compare “rappresentano l’eresia nelle sue forme peggiori” e ventila l’incriminazione pubblica per diretto intervento pontificio.
Intanto Dee apprende commosso che l’angelo ha riempito nuovamente le bilie delle preziose polveri rossa e grigia: il tutto nel corso di una seduta condotta da Kelley assieme a Jane, senza avvisarne il marito. Dee ritiene che le sue preghiere abbiano dunque raggiunto l’orecchio di Dio. L’angelo per ora non ha rivelato l’inestimabile segreto, che verrà rivelato in seguito. Ma Jane è sconvolta, “È stato… orribile…” e Kelley spiega esitante che “L’angelo è apparso in mezzo a un fuoco insostenibile”. Così il povero, ingenuo Dee pensa a Dio nel roveto ardente.
Nel periodo che segue, gli inglesi sono presi da un vortice di onori, in cui Kelley – appesantito da vino e crapule – si fa bello donando ostentatamente denaro. Dee gli ricorda che la polvere grigia è finita, la rossa dimezzata, e l’altro conta su un nuovo intervento dell’angelo; poi torna dal grande rabbino. Ma viene circondato da guardie mascherate, e attraverso un passaggio segreto condotto da Rodolfo, che lo fa sedere. Ha sentito dire che la produzione d’oro dei due inglesi faccia progressi, a meno che non siano imbroglioni. Da tempo cerca alchimisti capaci: cosa vorrebbero? Alla risposta di Dee di cercare la Pietra della trasmutazione, ribatte trattarsi di eresia: a trasmutare è solo l’Eucarestia – ma Dee coglie dello scherno nelle parole dell’imperatore. E inizia uno scambio tecnico un po’ duro in tema di alchimia, che Rodolfo chiude con l’avvertimento a badare come fa lui al rischio di veleni nel piatto o nel bicchiere; e anzi a fare in fretta, perché l’Inquisizione si interessa molto alla sua trasmutazione – e lui non è affatto certo di riuscire a difenderlo. Poi, con un criptico cenno alla corona cui Dee in effetti segretamente mira, il vecchio sovrano si assopisce: e Dee si domanda se tali domande su temi che Rodolfo non poteva conoscere, come in precedenza altre di Elisabetta, non emergano alle labbra dei sovrani da un mondo diverso “dall’altra parte” (inevitabile pensare a Kubin, amico di Meyrink). Poi l’imperatore si ridesta, chiede a Dee a che punto sia l’elisir e alla disponibilità di consegnarlo da parte di Dee ordina di tenere segreti i loro incontri. Al momento di uscire dalla stanza, il terrorizzato inglese si trova davanti un leone, che si rivela per quello berbero di Rodolfo.
Nel corso di una successiva festa offerta da Dee e Kelley alla cittadinanza, la pretesa di quest’ultimo ubriaco di dissipare quanto resta della polvere rossa fa sorgere un alterco con Dee, che gli rifila un cazzotto e viene trattenuto da Jane dall’usare la spada. Poi scende nel ventre fangoso di Praga e torna da Rabbi Löw “per interrogarlo circa i terribili segreti dell’attesa di Dio”. Grazie alla capacità di visione del rabbino, Dee vede dunque a distanza la propria moglie difendere il forziere con libro di Dunstano e bilie dall’avido Kelley, che le strappa il corsetto e la costringe a giurare che obbedirà “fino alla morte, oltre la morte ai comandi dell’angelo, quali essi siano”. Dee è compiaciuto della resistenza della moglie, ma poi vede altro che non riesce a registrare. Löw lo ammonisce sul fatto che, come Isacco, verrà sostituito nel sacrificio da un agnello: se un giorno accetterà un sacrificio, sia dunque pietoso e misericordioso…
Seguono altre visioni: le mura tra i boschi del castello di Karlstein presidio dei gioielli della corona, convocato dal misantropo Rodolfo; poi la cappella sfavillante d’oro e gemme, dove consegna a Rodolfo i resoconti delle sedute, autenticati dai testimoni. Ma l’imperatore vorrebbe anche il libro con le relative istruzioni, che Dee (prende tempo, non sapendo interpretarlo) spiega di non avere con sé perché del forziere una chiave l’ha Kelley. Di lì a una settimana il socio sarà di ritorno e sarà possibile disporre del volume… ma Rodolfo esorta a non scherzare, il cardinale Malaspina sta già preparando loro il rogo e il potere di Rodolfo arriva solo ai confini boemi – comunque entro dieci giorni vuole il libro e i consigli per decifrarlo. Torniamo al tema ricorrente di Fabbricanti d’oro: dagli alchimisti i sovrani vogliono un lucro molto materiale.
Il termine concesso è breve, e Dee chiede aiuto all’angelo. Ora Kelley è tornato, affetta orgoglio ferito e rifiuta di evocare ancora l’angelo se i suoi comandi non saranno eseguiti. Dee deve giurarlo. Poco dopo incontra il burgravio Rosenberg in uno dei soliti incontri segreti, stavolta dietro l’altare maggiore del duomo di Praga: Dee cerca di prender tempo, sostenendo che per rivelare il segreto del libro occorre il permesso dell’angelo – ma la conversazione è spiata da un uomo del cardinale… E infine ecco i due inglesi costretti a scendere con Jane in una paurosa voragine sotto la casa del dottor Hájek, una specie di grotta dove l’ospite conserva piante essiccate e droghe esotiche e dove si apre un pozzo diretto, per voce popolare, al centro della terra. Attendono lì l’apparire dell’angelo: sopra il pozzo si forma un grumo nero che rivela a un tratto

una figura femminile, oscena, eppure di selvaggia, aliena e conturbante bellezza. La testa è quella di un gigantesco gatto: un’opera d’arte, non una creatura vivente – un idolo egizio, una statua della dea Sekhmet. Il terrore mi paralizza perché nella mia mente una voce grida: è Isais la nera, la Isais di Bartlett Green; ma il fremito d’orrore scivola invano su di me, tale è il fascino che promana dalla bellezza divorante di quell’immagine. Vorrei balzare su di lei, la demonessa… gettarmi nell’abisso che si spalanca ai suoi piedi, inebriato da… da… non trovo nome al selvaggio impulso di autodistruzione da cui mi sento afferrare.

Però quando un pallido chiarore verdastro si accende da qualche parte del sotterraneo rilasciando riflessi ovunque, la dea dei gatti è sparita. Ora Dee deve pronunciare la solita formula di scongiuro, Jane trema violentemente, ci si attende – come affermato da Kelley – che l’angelo sveli l’ultimo mistero… ma improvvisamente il mago scorge in lontananza la figura di Rabbi Löw intento al sacrificio, e per un attimo sopra il pozzo riappare la dea nera, brandendo quella che pare la punta di una lancia – poi tutto scompare al manifestarsi di un intenso bagliore verde. Dee si sente come già morto. Al posto di Kelley c’è ora l’angelo, sembra più piccolo del solito: ma anche Jane che Dee tiene per mano è immobile come morta. Sa che attendono un orribile comando… e in effetti dalle labbra dell’angelo escono parole che fermano il sangue nelle vene di Dee. Ecco il coltello sacrificale della metafora di Rabbi Löw che lo penetra, mentre lui resta come paralizzato pregando che Jane sia morta: perché le labbra dell’angelo scandiscono l’ordine per liberarsi dall’ultimo residuo di semplice umanità e divenire pari a dei, cioè che Dee consegni sua moglie a Kelley, proprio fratello di sangue, perché la possieda. Il Nostro invoca disperato la liberazione dalla vita e dalla coscienza…
A questo punto il discendente si ridesta di soprassalto allo scrittoio, trafitto da mille dolori, stringendo il cristallo di carbone: ha vissuto le scene in parte come spettatore e in parte come attore. Ma sa di averle vissute realmente: e ne trae la consapevolezza che non sappiamo chi siamo, come pacchi postali che ignorano il proprio contenuto. Questo del resto si modifica “a piacimento della sorgente di forza di cui è costituita la sua sostanza fluida”. La principessa, per esempio, non è uno spettro ma una donna in carne e ossa; ma

dal cosmo interiore Isais la nera manda i suoi raggi attraverso quell’intermediaria e la trasforma in ciò che ella era essenzialmente sin dall’inizio. Ogni mortale ha un suo dio e un suo demone; in lui noi viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, secondo le parole dell’apostolo, nei secoli dei secoli. In me vive John Dee: a che serve sapere chi è John Dee? Chi sono io? Qualcuno ha pur visto Bafometto e riuscirà ad acquisire il doppio volto, o andrà in rovina!

Intanto Johanna si è svegliata e lui riconosce nella governante la Jane lasciata a Praga. La bacia come uno sposo, e lei lo accoglie ma poi si sottrae con una strana serietà. Lui la esorta a rammentare e poi dimenticare, “Per quali vie la Provvidenza ha voluto riunirci!” ma lei obietta che non si tratta di riunificazione ma di sacrificio. Non l’inganno dell’angelo verde, ma (spiega lei, con tenerezza) “la saggezza del gran rabbi Löw”: l’ha amato tanto, e l’ha tradito non certo per propria volontà. Però – appare spaventata al pensiero della principessa – lei sa di dover superare un’altra prova, spianare a lui “la via che conduce alla regina”. Il narrante è oppresso da un presentimento foschissimo.

(16-continua)

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La coscienza di Gustav (appunti meyrinkiani) 15 https://www.carmillaonline.com/2026/01/03/la-coscienza-di-gustav-appunti-meyrinkiani-15/ Sat, 03 Jan 2026 21:00:54 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91852 di Franco Pezzini

(Per le parti precedenti, cfr. qui)

Enter Kelley (1927)

Il narrante prosegue, pescando a caso, la trascrizione delle carte del mago John Dee, in relazione ora a un periodo più tardo (“Anno 1578”). Ventotto anni dopo gli eventi narrati, nuovamente nel giorno di Pasqua, Dee può riflettere sulla bontà della Provvidenza e sulla fine di tanti sogni e illusioni. È sposato – con la terza moglie Jane (Fromond, 1555-1604/5) – e padre (il piccolo Arthur destinato a divenire medico e alchimista, e in realtà altri sei o sette, tra maschi e femmine) – e per la maggior [...]]]> di Franco Pezzini

(Per le parti precedenti, cfr. qui)

Enter Kelley (1927)

Il narrante prosegue, pescando a caso, la trascrizione delle carte del mago John Dee, in relazione ora a un periodo più tardo (“Anno 1578”).
Ventotto anni dopo gli eventi narrati, nuovamente nel giorno di Pasqua, Dee può riflettere sulla bontà della Provvidenza e sulla fine di tanti sogni e illusioni. È sposato – con la terza moglie Jane (Fromond, 1555-1604/5) – e padre (il piccolo Arthur destinato a divenire medico e alchimista, e in realtà altri sei o sette, tra maschi e femmine) – e per la maggior parte i suoi nemici sono morti. La scelta di Meyrink e del suo coautore di lavorare creativamente sulla vita di John Dee (1527-1608), il “Merlino moderno” della corte di Elisabetta I, probabilmente ispiratore del Prospero de La tempesta di Shakespearee dello stesso Faustus di Marlowe, uno degli occultisti più celebri e stimati della storia d’occidente anche a dispetto di alcune marchiane ingenuità – come nel rapporto con il losco sodale Edward Kelley, che vedremo più avanti entrare in scena – si spiega bene per la connection con la Praga magica di Rodolfo II, dove Dee si recò negli anni Ottanta. Tra l’altro, dal 1577 al 1601, Dee tenne in modo non regolare un diario, da cui si sono tratte gran parte delle informazioni sulla sua vita in quel periodo.
Il suo lascito familiare – tema che, lo sappiamo, è caro all’autore de Il domenicano bianco e anche qui trova sviluppo – proseguirà attraverso il citato figlio Arthur Dee (1579-1651), medico prima della regina Anna, poi dello zar Michele I, e quindi di Carlo I, lasciando a un altro grande nome degli studi medici ed esoterici, Sir Thomas Browne, parte della sua biblioteca.
Riprendiamo il romanzo. Passeggiando lungo il ruscello Dee, John si lascia prendere dall’insoddisfazione e rivede il suo passato in Inghilterra, dal carcere con Green alla corte di Elisabetta, e poi a quella imperiale nel centro Europa… la sua prima moglie era stata la sua pestifera avversaria Lady Ellinor (storicamente, in realtà, la prima fu Katherine Constable, cui ne seguì per un anno una seconda dal nome non tramandato): di Ellinor disertava il capezzale per recarsi a incontrare Elisabetta. Eppure tante maschere non erano che la crisalide per far nascere finalmente il vero John Dee, “colui che conquista la Groenlandia, e assalta il mondo intero, il giovinetto coronato!”: e all’improvviso tutto gli diventa chiaro al punto da doverne scrivere una sintesi.
Discendente (almeno secondo Meyrink & Noerr) di sovrani più antichi di quelli della “due Rose” d’Inghilterra, fatto educare per volontà paterna dai migliori maestri, giunto al baccalaureato a Cambridge, a ventiquattro anni Dee si trova orfano di entrambi i genitori, erede della fortuna e del titolo. Dopo una formazione all’estero (Lovanio, Utrecht, Leida, Parigi) ed essere divenuto allievo di Cornelius Gemma detto Frisius e di Gerardus Mercator, al rientro in Inghilterra assurto alla carica di professore di lingua greca al Trinity College di Cambridge e riconosciuto protofisico e protoastronomo in Inghilterra a solo ventiquattro anni, è un tantino scavezzacollo: per la messa in scena della Pace di Aristofane costruisce un gigantesco scarabeo che si solleva in aria come un drone, tra l’orrore di colleghi e spettatori che gridano alla magia nera… ma capisce di fronte alle loro reazioni furiose quanto a una burla possa seguire serissimo odio.
Allora abbandona l’Inghilterra e un buon posto e raggiunge Lovanio dove studia chimica, alchimia e si appronta un laboratorio. Frequentato dai duchi di Mantova e di Medina Coeli, si fa conoscere dall’imperatore Carlo V, prima scettico sulle sue capacità e poi pronto a ricompensarlo. Sfuggito a Parigi dal dilagare di un’epidemia, trova ascolto nel re Enrico XI, ma poi uno “spettrale suonatore di pibrochs scozzesi” (forse lo stesso sinistro pastore che aveva plagiato Bartlett Green) lo convince a tornare in Inghilterra dove finisce coinvolto nelle lotte di religione. Mirando a conquistare Elisabetta prende le parti dei protestanti. Sfuggito come sappiamo alla Torre trova ospitalità presso l’amico Robert Dudley conte di Leicester, che gli elogia l’audacia con cui la principessa Elisabetta si era adoperata per la sua libertà – ma John sa qualcosa di più, a proposito del filtro d’amore da lei bevuto. Passando poi oltre gli anni di Maria la sanguinaria – nei quali lui, nel suo ritiro forzato, prepara l’impresa di conquista della Groenlandia – riflette sulla convinzione d’essere destinato a un trono, sulle profezie ricevute: però forse si tratta di una corona non terrena… Morta la regina Maria, preparato nei dettagli il piano per la conquista della Groenlandia, affidato a Dee tramite Dudley il compito di redigere l’oroscopo per la nuova sovrana – finalmente Elisabetta – il Nostro crede giunto il momento di realizzare i sogni. E invece nulla: la regina, compiaciuta dell’appellativo e ormai titolo di “vergine”, prende a giocare con lui. Che a quel punto rifiuta di recarsi a farle compagnia a Windsor: “ciò che desideravo non era affatto passare la notte con una vergine invasata, bensì l’avvento della nostra gloriosa e regale comunione” – ed è Dudley ad approfittarne. Sdegnato, Dee parte per l’Ungheria, per sottoporre all’imperatore Massimiliano i piani di conquista del Nordamerica, ma poi, preso da rimorso, gli parla soltanto di astrologia e alchimia e alla fine ritorna in Inghilterra.


Elisabetta lo accoglie con affetto e si interessa ai suoi lavori, ma lo considera come un fratello, fino al momento di una “autentica riunione nel sangue”. Lui non capisce ma sospetta che attraverso lei parli un’entità non terrena… però poi lei prende a mostrare “un’ambiguità quasi sarcastica”, e di fronte ai discorsi di Dee su istinto maschile e desiderio, pensando alle condizioni economiche di lui non floridissime, decide di fargli sposare una donna ricca. Cioè quella molesta Lady Ellinor Huntington per cui lui prova da sempre avversione… e ovviamente Dee deve chinare il capo, furibondo. Costringendolo a sposare una donna per cui John prova avversione, Elisabetta sa di non poter provare gelosia; e addirittura gli commissiona di cercarle uno sposo per ragioni politiche… Non se ne farà nulla e Dee, spedito in Francia, vi si ammala.
Torna alla casa di Mortlake (è ormai l’autunno 1571) e apprende dalla gelosissima Ellinor che Elisabetta verrà lì vicino, a Richmond: la regina lo riceve, preoccupata della sua salute, e pare interessata più che mai ai progetti di lui – la spedizione in Groenlandia, approvata dall’ammiragliato – e alla sua stessa persona. Ma nel giro di una notte cambia tutto: il professarsi di Dee totalmente devoto alla potenza di lei deve urtarla come persona e come donna, e l’invidia del cancelliere Walshingham completa lo scacco.
Green gli appare nottetempo e gli chiarisce cosa sia successo. Poi lo convince a un’azione magica: una terribile evocazione nudo al gelo, sotto la luna calante, alla quale risponde il rapido incedere nel parco della figura della regina, vacillante e a occhi chiusi. Lui la porta in camera e la possiede…
Nel diario di Dee seguono pagine di simboli incomprensibili e orridi, legati probabilmente all’insano rituale. Il narrante ammette un senso di straniamento da quando trascrive il diario, e riflette che assieme al sangue si ereditino le esperienze. Prosegue col diario.
Dove Dee spiega che Elisabetta in seguito l’aveva visitato più volte, evidentemente succhiandolo come un vampiro: “Non era dunque Elisabetta? Inorridisco. Era Isais la nera? Un succubo?”, eppure in qualche modo “fu Elisabetta a vivere quelle ore, sì proprio lei!”. Ma in quella notte di caduta Dee perde l’oggetto più prezioso della sua eredità, il pugnale o punta di lancia dell’antenato Hywel Dda che stringeva durante l’evocazione. “È come se lo capissi solo oggi: Isais è la femmina in ogni femmina ed è anche la trasformazione di ogni essere femminile in… Isais!”. Da quel momento l’animo di Elisabetta gli è precluso, estraneo, pur sentendola vicina come non mai. Alla benevolenza mostrata dalla regina si accompagna uno sguardo gelido, lontano, di un freddo quasi spettrale: quando passa a cavallo per Mortlake sferza un tiglio col frustino e quello muore, a Windsor carezza l’alano di Dee e quello muore… Visto che Ellinor da sempre lo odia, Dee passa allora il tempo nello studio di Euclide e di una stella mutante in Cassiopea.
Una visita di Dudley avverte che Elisabetta verrà a Mortlake per vedere un certo glass, una pietra magica: quella di Bartless Green, che la regina ha visto in sogno. Alla venuta della sovrana, il suo improvviso bussare col frustino alla finestra spaventa Ellinor che perde i sensi – Dee porta la pietra a Elisabetta (che sa tutto quanto stia accadendo a Ellinor) e la sera la moglie di Dee muore. Non più convocato a corte ma ormai animato da “un’avversione più forte dell’odio” Dee è soddisfatto: e per evitare nuove imposizioni, a cinquantaquattro anni si risposa con l’innocente e per nulla aristocratica Jane Fromont, ventitreenne e a lui devotissima. Un certo moto interiore lo avverte di aver ferito la sovrana, e si scopre soddisfatto.
Però quando Elisabetta è colpita da una febbre violenta e versa in gravi condizioni, lui corre sollecito al suo capezzale. Vengono allontanati i presenti e i due restano soli: lei gli rimprovera di averle fatto inutilmente male con l’inserire tra loro qualcosa di estraneo – prima il filtro e poi i sogni – e Dee risponde che i filtri non infrangono le leggi di natura e la legge dello spirito prevede la libertà del volere. A dispetto della risposta piccata, lei ribatte lasciando parlare la regina “spirituale”: l’immagine delle stelle che lui studia gli dimora dentro, e ha “supposto giustamente che la meravigliosa stella nella costellazione di Cassiopea sia una stella doppia, la quale gira intorno a se stessa splendente in una beata eternità, e senza posa in se stessa si rirae, come è nella natura dell’amore”. Continui a studiarla anche quando tra non molto lei morirà… Dee, crollato allora a terra in preda all’emozione, ricorda poco del seguito. La malattia si rivela così grave che il Nostro corre sul continente a cercare i luminari con cui aveva avuto contatto in passato… finchè non lo raggiunge la notizia della guarigione della regina. Per la terza volta torna dunque sull’isola dopo viaggi vani, e scopre di essere divenuto padre del piccolo Arthur.
Ritiratosi lontano dalla corte, dedica a Elisabetta una Tabula geographica Americae a suggello dei progetti di esplorazione: ma lo fa per puro senso del dovere, conoscendo la grettezza invidiosa di troppi che la consigliano – al momento in particolare il primo consigliere William Cecil, barone Burghley. Oltretutto ormai Dee dubita che la Groenlandia geografica sia il vero oggetto di conquista a cui è predestinato: in fondo ormai ha capito di dover diffidare dello spettrale Bartlett Green, che dice la verità in modo che venga fraintesa. Esiste un retromondo, dimensioni non esaurite tra corpi e spazi umani, e Grön-land significa Terra Verde. Forse è quella che deve cercare… Ha compreso chi davvero sia Green quando l’ha aiutato “a evocare il demone femminile che assunse la natura astrale di Elisabetta per impadronirsi” di lui. Ma ora ha percepito qualcosa che gli rende estranea quella vita che era come crisalide, ed è libero per la metamorfosi, il regno, la “regina” e la “corona”.
Così termina il quaderno sui circa ventotto anni tra la scarcerazione dalla Torre e il 1581: ma il discendente avverte che le vere tempeste esploderanno ora – che lui sta diventando Dee, e in piedi dinanzi allo scrittoio c’è una figura spettrale…
Il giorno dopo, a seguito di una notte insomme, cerca di capire. Il John Dee che lui reca nelle sue cellule si è impadronito di lui, lasciandogli come un ricordo dei fatti narrati e il presentimento di un destino minaccioso. Avverte come una seconda faccia sul retro della testa, Giano/Bafometto; e di fronte gli si materializza Bartlett Green.

Fu allora che accadde l’inconcepibile: non ero più io e tuttavia lo ero; mi trovavo al di qua e al di là nello stesso momento, ero presente e remoto, ancora da venire e da gran pezza “svanito”, tutto in uno. Ero “io” ed ero un altro – ero John Dee nel ricordo e, al contempo, nella mia viva, attuale coscienza. A parole non riesco a esprimere altrimenti un simile slittamento. Forse si può dir così: spazio e tempo mi erano in pari modo slittati, proprio come accade quando vediamo qualcoa tenendo una pupilla chiusa e premuta: in modo obliquo, realtà e irrealtà al contempo; infatti, quale dei due occhi “vede” la giusta immagine? E come il campo visivo anche l’udito era slittato.

Inconcepibile, certo, ma non per chi scriva: anzi l’esperienza del narratore che è sempre di qua e di là dalla penna, scrittore e personaggio sparigliati tra dimensioni diverse, fa comprendere meglio la riflessione che gli autori conducono sul piano dell’esoterismo, e aiuta a relativizzare l’individualità.
Quando vicinissima e tanto remota risuona la voce di Green, il Nostro si sente impossibilitato a pronunciare uno scongiuro: una voce che non controlla erompe a a rimbrottare l’antico eretico, non gli ostacoli il cammino verso la sua “immagine perfetta nello specchio verde”, ma l’altro risponde che da specchio verde o carbone nero, comunque lo saluta “sempre il volto della vergine celata nella luna calante – […] la buona sovrana a cui tanto sta a cuore la lancia!”. Il narrante può così comprendere le mire della principessa sulla lancia. Poi cade nel dormiveglia, rivive la scena dell’evocazione del succubo e nel cristallo di carbone vede non Elisabetta ma la principessa Chotokalungin… insomma l’eredità di John Roger ha preso vita, e il Nostro si propone di tornare in sé. Ma i suoi nervi sono ancora scossi, e comunque non può riposare perché un vecchio amico ha comunicato che gli farà visita. Il chimico Theodor Gärtner, arrichitosi in Cile, viene a trovarlo: per sfortuna, proprio quel giorno la sua governante è partita lasciandolo con la sostituta – giovane, divorziata, tale Johanna Fromm.
Succede di tutto. L’amico atteso non compare, in compenso il Nostro si imbatte in Lipotin, che accompagnato al suo negozietto gli mostra un oggetto appena pervenutogli, uno specchio forse antico con cornice, appartenuto al principe Jusupov – Lipotin sostiene che è falso ma al Nostro piace, così glielo regala.
Tornato a casa, nel riflesso dello specchio vede arrivare l’amico Gärtner in stazione, cordialissimo (tutta la scena che segue è vista nello specchio, appartiene cioè a una sorta di realtà parallela): se lo porta a casa con un vago senso di straniamento a causa di piccoli mutamenti tutti intorno, crede anzi di non riconoscere l’amico, che a quel punto gli confessa essere morto da tempo annegato nell’oceano. Eppure è lì a fumare sigari e bere tè con lo sguardo “fisso alla causa prima”: è Gärtner il giardiniere e alchimista, dunque artefice della vita eterna. In dialogo con lui, il Nostro capisce che il cugino non aveva saputo concludere il lavoro legato all’eredità, perché era morto a causa di Isais la nera. Anzi, salta fuori un foglietto che il protagonista non aveva notato, dove John Roger spiega di non essere stato il primo a incontrare Dee: per quanto lo riguarda, ha ricevuto la visita di tale Lady Sissy, fascinosa dama dal profumo di belva, che vorrebbe da lui un’arma misteriosa… Come spiega Gärtner, proprio da lei, Isais la nera, è derivata la rovina di Roger.

Eccolo lì, messo a nudo, il retromondo del regno dei demoni a cui si votò John Dee e, dopo di lui, anche lo sconosciuto perseguitato dall’angoscia che scrisse nel diario di John Dee l’annotazione da cui grida l’orrore; e, dopo di lui, mio cugino Roger; e, dopo di lui, io: io che ho pregato Lipotin di aiutarmi con ogni mezzo a soddisfare lo strano desiderio della principessa!

Prima di perdere fisicità e dileguarsi con un rumore secco, l’ospite giardiniere esorta il Nostro a scegliere (“liberamente”) tra le possibilità imposte dall’alchimia dell’anima, metamorfosi o morte. Tutta questa scena il Nostro l’ha vista però all’interno dello specchio, quello verde di cui parlava Dee nel diario.
Ma a quel punto compare, timida, Johanna Fromm, la sostituta della governante: lui le dà precise istruzioni di tenergli lontani tutti, nel prossimo periodo. Ma emerge che la giovane aveva sognato di lui, e ricevuto l’ordine di aiutarlo: assume un’espressione tormentata, e solo con fatica riesce a farle spiegare meglio. La signora Fromm, vedova per un breve matrimonio, ricorda però di essere stata sposata prima – in un’altra vita, plausibilmente – a un vecchio inglese e rammenta una casa e un paesaggio britannici: ma è molto imbarazzata per quell’assurdo fenomeno che non sa come spiegare. Ha anche avuto visioni di Praga (ecco profilarsi di lontano la città rudolfina) e di un uomo orrendo con le orecchie tagliate che le “sembra lo spirito maligno di quella terribile città”, che certo le distruggerebbe la vita… Quanto alle scene inglesi, le vede immerse in una luce verdastra, come in un antico specchio verde (come quello donato da Lipotin): “Ma da qualche tempo avvert[e] che un pericolo […] minaccia” il suo vero sposo – non l’uomo che le ha dato il cognome Fromm in anni recenti ed è morto, ma l’antico inglese di Richmond che tanto assomiglia al nuovo padrone di lei. E nella cui casa si sente al proprio posto e anzi necessaria.
Il Nostro l’ha tranquillizzata, ma non intende lasciarsi trascinare nelle stranezze di lei, “Fissazioni oniriche” forse frutto di isteria. E inizia invece a studiare un nuovo incartamento di Dee, dal titolo Diario intimo, e sul frontespizio Libro di bordo del mio primo viaggio alla scoperta della vera e reale Groenlandia, del trono e della corona dell’eterna Anglia Angelica. Che inizia infatti (20 novembre 1582) con l’acquisita certezza che quella Groenlandia non si trovi sulla terra. Il vano abbaglio della relazione coi Ravenheads e le menzogne di Bartlett Green l’hanno condotto su una falsa pista e un cammino di corruzione spirituale: “è ‘dall’altra parte’ che si deve scavare, e non qui”, e il malefico Green ha rischiato di far fallire la vocazione della persona e della stirpe di Dee. Da tre giorni ha una visione:

Prima non sospettavo affatto che potesse esistere qualcosa che sta oltre la veglia e il sogno, oltre il sonno profondo e l’allucinazione; un quinto stato, inspiegabile: una visione di processi immaginali che non hanno alcun rapporto con la terra.

(Verrebbe da tornare a osservare che un simile status sia noto a chi scrive con quella partecipazione che fa della scrittura, come di qualunque arte intensamente vissuta, un vero atto magico.) Una visione comunque completamente diversa da quelle precedenti nel cristallo di carbone di Green: “Per quanto sono in grado di giudicare è stata una profezia in simboli”. Vede dunque Gladhill, la collina della sua stirpe come appare nello stemma dei Dee: sulla sommità un albero verde ai piedi del quale sgorga una fonte. E mentre sale, si accorge di essere lui stesso quell’albero, e la fonte evoca i suoi discendenti destinati a una resurrezione nella vita eterna, tutti diversi ma a lui somiglianti. Tra i rami più alti spicca un duplice volto coronato: dal lato femminile riconosce con giubilo Elisabetta, salvo desolarsi perché il viso maschile non appare il proprio. Però l’albero lo rimprovera, perché nemmeno ora riconosce se stesso, “Cos’è il tempo? Cos’è la metamorfosi?”: “Un uomo che non smette di credere infine vive! Cresci fino a me e io sarò te! Sperimenta vivendo te stesso e sperimenterai me, me… Bafometto!”. A quel punto Dee scoppia in lacrime, e la voce gli ricorda che “La materia dovrà attraversare molteplici stadi di sofferenza!”.
Il cammino per giungere a se stesso è duplice: da un lato una via incerta che potrà permettergli di ricordarsi di sé in futuro, “E cos’altro è mai l’immortalità, se non rimembranza?”.

Dunque scelgo la via magica della scrittura; in questo diario metto nero su bianco ciò che mi è stato rivelato circa il mio destino: in un certo senso l’ho consacrato e preservato dagli insulti del tempo e degli spiriti maligni. Amen.

E insomma appella i discendenti perché guardino in sé stessi e riconoscano l’identità con lui.
Ma c’è una seconda via, l’alchimizzazione del corpo e dell’anima perché entrambi raggiungano l’immortalità. Per questo ha allestito in casa un laboratorio munito del necessario e accolto un bravo assistente, Gardener, che però dopo un primo periodo di buona collaborazione diventa superbo, riottoso e molto critico nei confronto degli spiriti pii del mondo “dall’altra parte”, che liquida come spiriti infernali. Dee inizia e chiude sempre le sessioni con una preghiera e le entità appaiono timorate di Dio – ma visto che i loro insegnamenti tecnici confliggono con le conoscenze di Gardener, Dee sospetta che si senta ferito nella vanità. Gardener invece teorizza una serie di rituali protettivi di rinascita spirituale – di cui non rivela la fonte, vincolato come sarebbe da un giuramento – e in sua assenza Dee interpella gli spiriti nel nome della Trinità a proposito di Bartlett Green. La risposta, di evitare ogni contatto con quell’emissario di Isais la nera, lo induce anche a infrangere il tramite costituito dal cristallo di carbone donatogli alla Torre. Lo brucia, e non restano scorie.
Ma qualcosa con Gardener si è irrimediabilmente spezzato: l’assistente se ne va lasciandogli un breve messaggio di commiato. Nel frattempo una breve apparizione di Green lascia a Dee per un attimo la sensazione di un volto d’uomo senza orecchie: e, la mattina dopo, proprio un tipo senza orecchie (punizione per vari tipi di colpe inflitta spesso anche a innocenti), giovane e volgarotto – ma non somigliante all’apparizione – gli si presenta a casa con la pretesa di parlargli di qualcosa di riservatissimo. Si fa spiegare cosa s’intenda per proiezione (dell’alchimia ha un’idea molto vaga) e gli mostra un vecchio libro che Dee capisce essere molto prezioso. Qualcosa di estrema importanza per la Grande Opera alchemica: il tipo vorrebbe da Dee un giuramento di essere in grado di capirlo, ma il Nostro è giustamente prudente: e a quel punto l’ospite trae fuori dalla camicia un sacchetto con le due biglie d’avorio di Mascee, passate anche per le mani di Dee e da lui buttate dalla finestra prima dell’arresto di parecchi anni prima. Sono quelle, perché riconosce i segni che vi ha inciso: ma ora scopre che si possono svitare. Quella bianca contiene una polvere grigia, evidentemente materia transmutationis; quella rossa la polvere regale, il “Leone rosso”, lamelle scistose color porpora. Dee è stupefatto, conferma all’uomo che valga la pena di sperimentare il valore di libro e polveri.
Il tipo è compiaciuto: riconosce l’onestà di Dee, saranno soci. Le bilie e il libro, già nella tomba di san Dunstano, erano stati predati dai profanatori Ravenheads, venduti a uno straniero – evidentemente Mascee – e passati poi in proprietà del proprietario di un bordello, che però era stato agente segreto del vescovo Bonner: sparite per qualche tempo, le bilie erano state infine recuperate, ma l’ex-agente segreto era poi morto dopo averle regalate all’ospite (che più probabilmente l’aveva ucciso per appropriarsene, ma il benevolo Dee non è propenso a pensar male). Accoglie così in casa lo sconosciuto – già piccolo avvocato a Londra, speziale girovago, ciarlatano, condannato al taglio delle orecchie per aver falsificato documenti: si chiama Edward Kelley, e rappresenterà nella vita di Dee una presenza calamitosa.

(15-continua)

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La coscienza di Gustav (appunti meyrinkiani) 14 https://www.carmillaonline.com/2025/09/27/la-coscienza-di-gustav-appunti-meyrinkiani-14/ Sat, 27 Sep 2025 20:00:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=90435 di Franco Pezzini

(Per le parti precedenti, cfr. qui)

Come gli alchimisti (1921-1927) Quando nel 1921 esce Il Domenicano Bianco, Meyrink ha cinquantatré anni. Nel romanzo ha depositato molte delle riflessioni cui è giunto come scrittore e come iniziato, e vi echeggia a tratti il clima di quella Repubblica di Weimar sbocciata nel 1918 dalle ceneri dell’Impero tedesco. Un momento vivido per la cultura, anche se molto del relativo mito – basato, sia chiaro, su una vivida sostanza storica – nascerà più tardi all’estero da profughi ed espatriati. In quest’ultima fase della sua produzione Meyrink torna ai testi brevi. E [...]]]> di Franco Pezzini

(Per le parti precedenti, cfr. qui)

Come gli alchimisti (1921-1927)
Quando nel 1921 esce Il Domenicano Bianco, Meyrink ha cinquantatré anni. Nel romanzo ha depositato molte delle riflessioni cui è giunto come scrittore e come iniziato, e vi echeggia a tratti il clima di quella Repubblica di Weimar sbocciata nel 1918 dalle ceneri dell’Impero tedesco. Un momento vivido per la cultura, anche se molto del relativo mito – basato, sia chiaro, su una vivida sostanza storica – nascerà più tardi all’estero da profughi ed espatriati.
In quest’ultima fase della sua produzione Meyrink torna ai testi brevi. E merita ricordare un suo testo dallo sguardo fisso alla produzione precedente. Scritto infatti nel 1912, ma accorpato a una nuova edizione di Fledermäuse (sottotitolata Ein Geschichtenbuch: Grethlein & Co., Zurigo/Lipsia, copyright 1917 a Kurt Wolff Verlag, di fatto 1923) insieme con i due citati frammenti “L’imperatore segreto” e “Pesci di profondità” all’opera collettiva concitata e grottesca Der Roman der XII e i pure menzionati racconti brevi del 1907 Fakire e Fakirpfade, è il provocatorio Il consigliere commerciale Kuno Hinrichsen e il penitente Lalaladschpat-Rai (Der Herr Kommerzienrat Kuno Hinrichsen und der Büßer Lalaladschpat-Rai). La storia inizia con il filisteo Kuno Hinrichsen, consigliere commerciale al vertice di una ditta di smercio all’ingrosso di grasso, strutto e olio per macchine, che si sta facendo beffe del concetto indiano dell’irrealtà delle cose materiali. Una piccola svista del funzionario subordinato Meier (quasi una controfigura di Meyer/Meyrink) lo indigna. Ma addormentatosi, in sogno si vede divenuto un penitente indiano, Lalaladschpat-Rai, animato da “una sete quasi perversa di conoscenza spirituale e dal meraviglioso e misterioso obiettivo finale di diventare uno con il dio Shiva, il distruttore”. Tacitata ogni coscienza di veglia, il fachiro si dirige verso un lontano, alto pilastro lingam: qui giunto, ne ode uscire la voce di un santo maestro di yoga che domanda chi egli sia.

“Cerco la via verso Dio e sono il penitente Lalaladschpat-Rai”, rispose il fachiro, prima che il consigliere commerciale [cioè la sua identità diurna] potesse dire: “Buongiorno, qui è l’Organizzazione per il benessere generale”.
Con suo sgomento, il consigliere commerciale non poté impedire al penitente di prostrarsi davanti al santo manifestatosi e di implorarlo di essere il suo guru, il suo maestro spirituale, nel doloroso cammino verso il Nirvana.

Gli viene imposto di non rubare, ma viene poi considerato furto il fatto che si nutra di latte di mucca e anche solo delle gocce di schiuma dalla bocca del vitello lattante (così sottratta ai vermi ciechi della terra) o di erba (sottratta alle mucche). Smette in tal modo di mangiare e alla fine incontra il Matsyendra, il santo e perfetto, che lo rinfresca con pane e vino celestiali. “Tutto ciò che vedi in te stesso e fuori di te: ‘Tat twam asi’ – tutto ciò sei tu stesso [in sanscrito, letteralmente, “quello sei tu”]; il mondo è tuo. Il corpo: ‘Tat twam asi’ – tutto sei tu stesso”, dunque non può più rubare e neppure uccidere.
Ma a quel punto il consigliere commerciale viene destato dalla moglie con un telegramma, è la notizia della sua bancarotta. Entra in crisi, ma all’improvviso ricorda “Tat twam asi — tu sei tutto!”. E a quel punto con una piccola retrodatazione contabile fa slittare il passivo a carico dei beni di orfani di cui il Nostro è l’amministratore finanziario, e salva la situazione.

“Non avrei mai pensato che ci potesse essere così tanta verità nella filosofia indiana!” aggiunse, sfregandosi le mani, “soprattutto il trucco con il ‘Tat twam asi‘ è davvero una cosa grandiosa”. Così […] diede felicemente l’ordine ai servi che erano accorsi : “Alla salute del vecchio Matsyendra, mettiamo in fresco una bottiglia di champagne”.
Da quel momento in poi, il signor Kuno Hinrichsen, consigliere commerciale, fu “padrone della situazione” anche nelle situazioni più difficili della vita e fu un convinto seguace degli insegnamenti indiani Vedanta fino alla sua fine benedetta.

Di nuovo insomma il Meyrink beffardo e antiborghese.
Goldmachergeschichten (Fabbricanti d’oro, nell’edizione Studio Tesi, Roma 2019, tradotta e curata da Vittorio Fincati, con un’Introduzione di Gianfranco de Turris che attacca le letture di Meyrink alla Ripellino) scritto con l’amico e vicino di casa Friedrich Alfred Schmid Noerr (1877-1969, romanziere, amante di folklore ed esoterismo, lo affiancherà ancora su L’angelo della finestra d’occidente) e pubblicato nel 1925 da August Scherl Verlag di Berlino, propone invece le vicende degli alchimisti Laskaris, Sendivogius e Sehfeld. Non si tratta di saggi, semmai di racconti storici, dove sulla base di vicende reali Meyrink lavora narrativamente con risultati molto gustosi: i dettagli noti vengono raccontati con abilità di affabulatore, e le pagine ignote ricostruite o taciute. Ricordando come Meyrink dovesse conoscere le opere di Bulwer-Lytton, si è tentati di vedere in alcune soluzioni narrative delle ispirazioni pur originalmente condotte di romanzi come Zanoni e A Strange Story.
I tre racconti di alchimisti – riordinati nell’edizione italiana nell’ordine storico di gesta dei protagonisti – si intitolano rispettivamente “Der Mönk Laskaris” (per ampiezza una sorta di romanzo breve), “Die Abenteuer des Polen Sendivogius”, e “Der Seltsame Gast” e vennero pubblicati in prima edizione a cura dell’editore berlinese August Scherl, nel 1925. Il primo, decisamente il più complesso e con vivaci libertà storiche a mo’ di feuilleton, segue le avventure parallele del giovane e imprudente Johann Friedrich Bötticher – più propriamente, Johann Friedrich Böttger (1682-1719) – e del misterioso adepto greco Laskaris (vissuto tra Sei e Settecento, flor. c. 1700-1709). Tra innamoramenti e arrampicate sociali, tradimenti, giochi di maschere e missioni segrete nel dedalo delle corti di sovrani diversi, Laskaris si spenderà perché il pasticcione Bötticher non finisca malissimo – avrà invece alla fine persino successo in tutt’altro genere di avventure chimiche, la porcellana – e almeno lui potrà continuare i propri esperimenti in tutta sicurezza. In margine, le disinvolte manovre di un alchimista farlocco, il losco “don Caetano”, per l’anagrafe Domenico Manuel Caetano (1670-1709), sedicente conte di Ruggiero, e destinato a finire sulla forca per ordine del re di Prussia Federico I.
Nella seconda storia, ripercorriamo la vicenda del povero Alexander Seton, adepto scozzese detto “il Cosmopolita” (morto nel 1603) e del polacco Michael Sendivogius (1566-1636), in particolare la vicenda di arresti, fughe e inseguimenti patita nel 1605, nel Württemberg, sotto il governo del conte Federico I: un’avventura romantica e divertente che lo vedrà aiutato alla fine da una coraggiosa principessa “egizia” (cioè Rom).
Il Sehfeld dell’ultimo racconto è anch’esso figura storica, un alchimista austriaco che verso il 1745 si insediò nella località termale di Rodaun, presso Vienna, nella locanda della famiglia Friedrich. Fatto arrestare da Maria Teresa d’Austria, riuscirà a defilarsi dopo essersi fatto apprezzare in prigionia per dignità e coraggio.
Il tema ricorrente è in queste storie è la dialettica tra conoscenza segreta e abusi del potere che cerca di lucrarne, vanità di chi affetta d’essere un iniziato e vita appartata di chi lo è sul serio, sconquassi dell’esistenza di chi è messo a parte di taluni segreti e messa alla prova delle coscienze in nome della sacertà di un magistero. Più ancora che i contenuti del medesimo che necessita una vita virtuosa (ma di cui vediamo in fondo assai poco), insomma, è in scena il rondò degli atteggiamenti umani che lo costringe a restare coperto. Sovrani avidi, ingiusti, meschini; piccoli arrampicatori sociali pronti a tradire gli affetti più cari, le lealtà più proclamate; funzionari perplessi che tentano di mantenersi equi… e donne innamorate, pronte per questo ai massimi sacrifici. I racconti mantengono insomma un ottimo gusto alla lettura.
Un discorso a parte va fatto sul Prologo di Meyrink, Quando tentai di fare l’oro a Praga (Wie Ich in Prag Gold Machen Wollte) nell’edizione italiana premesso a questi tre racconti, pubblicato in realtà qualche anno più tardi sulla rivista “Die Norag” del 21-27 ottobre 1928, n. 42.
Tra la pletora di suoi testi brevi va a questo punto ricordato il racconto L’orologiaio (Der Uhrmacher, “Simplicissimus”,  1, 1926). Il narrante porta a riparare a un antiquario il proprio vecchio orologio: un modello curioso con un’unica lancetta e senza cifre sul quadrante, con una divisione del giorno in quattordici parti (ore doppie riferite alle ventotto case lunari secondo un’antica suddivisione cinese: la luna compie il giro dello zodiaco passando attraverso ventotto case in altrettanti giorni). Sulla cassa adorna di pietre preziose è “dipinta a smalto una creature delle fiabe, un uomo su una quadriga, dai seni di donna, due serpenti al posto delle gambe, la testa di gallo, il sole nella mano destra, in quella sinistra una frusta”. Per chi abbia un’infarinatura di simbolismo si tratta di Abrasax o Abraxas, entità gnostico-mitraica associata al Sole mediatrice tra umanità e il dio Sole o tra terra e cielo, frequentemente effigiata su talismani. L’orologio si è fermato quella notte alle due, e il narrante ha avuto timore che – come nelle antiche superstizioni – sia un segno che lui stesso sta per morire. L’antiquario nota la scritta, nella parete interna del coperchio d’oro Summa scientia nihil scire, “La massima sapienza è non sapere nulla”, motto rosacroce di Johann Valentin Andreae, e deduce l’avesse costruito un orologiaio pazzo vissuto in città. Al narrante capita di vederlo con gli occhi della mente e l’antiquario – a cui non ha detto niente – conferma che era proprio lui. Il narrante lo ricorda e pensa alla paura che ne provava quand’era bambino, ma non riesce a seguire il discorso dell’antiquario. Però solo l’antico costruttore potrebbe aggiustare l’oggetto.
Calata la notte, il Nostro sta percorrendo le vie deserte. Evidentemente l’antiquario gli ha spiegato dove il tipo tanto tempo prima abitava, così ora è in strada: ma non troverebbe il posto se non fosse la sua ombra a precederlo. E inaspettatamente lo trova, in una stanza di fronte a una parete bianca con la scritta Summa scientia nihil scire, attorniato da centinaia di orologi dal fioco pigolare, con figurine e ruote dentate. Il vecchio spiega che erano stati malati e lui li ha guariti. Pensavano di mutare la loro sorte ticchettando più veloci o più lenti, per la presunzione di essere i signori del tempo: lui li ha liberati da quella follia, ridando loro la pace. Ma solo chi capisce il senso del suo motto lascia il proprio orologio in sua custodia; gli altri si lasciano guidare da quella perfida lancetta che è l’intelletto. Lui non si lasci catturare! Il Nostro allora gli porge l’orologio, domandandosi come, da bambino, potesse aver avuto paura di lui… o invece lo vede ora per la prima volta? E teme che tutto sia solo apparenza immateriale. Ma poi ricorda le parole della bambinaia, tanto tempo prima: “Se ti si ferma in petto il cuore, portalo a lui, ogni orologio in moto rimetterà”. E infatti l’orologiaio è riuscito ad aggiustare il piccolo oggetto.  Il narrante vorrebbe ringraziarlo, vergognandsi di aver dubitato di lui, ma il vecchio lo tranquillizza: ha solo smontato una rotella e poi l’ha ricollocata, orologi tanto delicati come quello a volta non sopportano la seconda ora. Gli è appartenuto dalla giovinezza e ha creduto all’ora da esso indicata: continui a fidarsi delle immagini che gli reca invece che dei numeri morti. Lo tenga nascosto e non si faccia avvelenare dalla seconda ora, l’ora del bue, che finisce con l’assumere il colore del desiderio di carne e sangue. Ma all’orologio è stata concessa la grazia di poterla oltrepassare ed è grato a lui che l’ha custodito con amore, “perché il suo tempo non segnava quello della terra!”. Poi, congedandolo, sorride dei suoi dubbi che lui fosse ancora vivo: “Credimi, sono più vivo di te!” e forse potrà insegnargli come si guariscano gli orologi malati. A quel punto potrà capire il senso della frase Nihil scire, omnia posse, “Non sapere nulla è potere tutto!”.
Tra i successivi racconti di Meyrink figurano opere minori o d’occasione come L’astrologo (Der Astrolog, “Simplicissimus”, 6, 1926), La ghiandola del consigliere del commercio. Una sonata al chiaro di luna (Die Keimdrüse des Herrn Kommerzienrates: Eine Mondscheinsonate, “Simplicissimus”, 26, 1926), Caro Simplicissimus (Lieber Simplicissimus, “Simplicissimus”, 52, 1927) e due testi d’interesse. Anzitutto Immagini allo specchio (Spiegelbilder, “Die Gartenlaube”, 1927) è una fantasia espressionista sui paradossi della rifrazione e il mondo al di là dello specchio: nel caffè di una lugubre città portuale il narrante, in attesa che l’indomani salpi la sua name (con tutta la relativa simbolica infera) ricorda la partita giocata con un certo dottor Narciso – nome congruo ai miti sugli specchi – che forse da uno specchio era uscito. Ma gli altri giocatori che ha visto tutta la sera (uno dei quali proprio Narciso), apprende, non ci sono mai stati…
Il secondo è Chiaro di luna su Berlino (Mondschein über Berlin, “Süddeutsche Sonntagspost”, I, 1927), un gioco ironico dove il narratore Meyrink dialoga con la Luna – scoprendola surrealmente di origine bavarese – tratto fino a lei con una scala di corda dal patriarca Giacobbe. La minaccia dei Prussiani arriva fino ai dialoghi dei corpi celesti: a un certo punto la Luna si fa sostituire da Meyrink stesso in grazia della sua testa pelata, che per un paio di minuti dovrà chinare verso Berlino. Ritrovandosi alla fine a una panchina del guardino zoologico, il Nostro riparla alla Luna stando in piedi sul sedile per tentare di raggiungerla in volo, ma viene arrestato da un agente della polizia di sicurezza per mancata autorizzazione di quello spettacolo, per la sua nazionalità bavarese e per la sua cattiva fama di scrittore…
Però nel 1927, soprattutto, Meyrink avvia Der Engel vom westlichen Fenster. Ein Kupferstich von John Dee (L’angelo della finestra d’occidente. Un’incisione di John Dee, per i tipi Grethlein & Co.), destinato a restare tra le sue opere più note e amate. Anche in questo caso collaborerà l’amico Friedrich Alfred Schmid Noerr.
Il romanzo, per una volta privo di partizioni in capitoli, inizia con il narrante che riflette sulle proprie sensazioni nel tenere in mano un pacchetto destinatogli da un cugino defunto a lui quasi estraneo. La famiglia, radicata in Gran Bretagna e poi diffusa in Europa e America, si estingue progressivamente, lasciando sopravvivere in Austria meridionale il cugino John Roger ultimo epigono. Naturalista e medico, tra Vienna, Zurigo, Aleppo, Madras, Alessandria, Torino (citata per Lombroso?) aveva approfondito i misteri della “vita psichica più profonda” e poco prima della guerra – plausibilmente il primo conflitto mondiale – si era stabilito in Inghilterra, indagando sulla storia della famiglia. Internato in quanto austriaco per cinque anni, ne era uscito distrutto ed era morto a Londra.
Spezzando i sigilli, il narrante nota però una variazione allo stemma che conosce, dove appare un granato in forma di dodecaedro: e capisce che doveva trattarsi di un soggetto araldico familiare più antico. Aperto il pacco, vi trova documenti in parte cifrati, pentacoli e oggetti variamente preziosi nonché un biglietto dove si lascia libero il destinatario di leggere o non leggere, bruciare o conservare, aggiungere putredine alla putredine. “Noi della stirpe degli Hywel Dda, principi del Galles, siamo morti…” e poi la parola mascee che scopre anglo-cinese, significa “Che importa?”. A notte fonda, il Nostro rinvia all’indomani un esame più accurato: ma la scoperta gli schiude un sogno stranissimo in cui il granato proietta un raggio luminoso sulla sua testa, anzi nel punto di connessione con una seconda faccia alla Giano che gli è spuntata sul retro. Ripensandoci, ricorda però come il vecchio nonno che gli raccontava fiabe avesse detto:

I sogni sono titoli più importanti dei feudi o delle signorie, bambino mio. ricordalo. Se sarai un bravo nipote, forse un giorno ti lascerò in eredità il nostro sogno: il sogno degli Hywel Dda.

E aveva parlato di un misterioso granato

che si trova in una terra che nessun mortale può raggiungere se non guidato da Colui che ha superato la morte – e di una corona d’oro e cristallo di rocca posta sulla doppia testa del… del… Mi pare di ricordare che si riferì all’essere ancipite come a un antenato o uno spirito della famiglia.

Quello della notte prima è il sogno degli Hywel Dda? Ma a distrarlo dai rovelli giunge l’amico Sergej Lipotin detto Ničego (cioè “niente, che importa?” come il citato mascee), un tempo ricchissimo antiquario alla corte dello Zar e ora povero esule che ammucchia cineserie. È molto interessato dai materiali pervenuti al narrante, e lo informa che sta per morire un altro esule russo impoverito, l’anziano barone Stroganov.
Il narrante continua l’esame del materiale, e non lo colpisce particolarmente il fatto di discendere da “un certo John Dee, baronetto di Gladhill” (scopriremo trattarsi del Dee “Merlino moderno” della corte di Elisabetta I, intellettuale e mago, 1527-1608/9), eppure non si risolve a bruciare le carte. Tanto più che scopre trattarsi di una figura

di dolente bellezza: l’effigie di uno spirito superiore. Di un uomo terribilmente deluso: radioso all’alba, rannuvolato al meriggio, perseguitato, schernito, crocifisso e dissetato con aceto e fiele, disceso agli inferi eppure eletto a essere infine accolto nell’alto mistero dei Cieli, come accade soltanto a un’anima nobile dalle profonde conoscenze, a uno spirito ardente d’amore.

E decide che non può lasciar perdersi una storia del genere. Ma come fare a trascriverla? A differenza dal cugino, non sa nulla di occulto… però alla fine decide di riordinarle, visto che un mosaico incompleto è meglio che niente, e gli pare delinearsi a fissarlo un sorriso enigmatico.
Nel frattempo torna a sognare il granato e il duplice volto: uno è il suo, e tace, l’altro – sconosciuto – cerca di parlare, e alla fine lo esorta a non cercare di porre ordine tra le antiche carte per non travisarne il senso, ma a leggerle lasciandosi guidare da lui. Lo sforzo di parlare del secondo volto è tale che il Nostro si sveglia.
Anche stavolta il narrante ricorda frasi del nonno sul sogno familiare e il suo spirito muto, che infine avrebbe potuto parlare; mentre un appunto del cugino, ricordando il fallimento di cercatori come lui, a cui mai il granato è apparso in sogno, lascia auspici di speranza. “[…] fra noi tutti, stirpe di John Dee, a chi parlò Bafometto?”: e proprio quello, ricorda, è il nome sussurratogli dal nonno. Il simbolo travisato dei Templari… Ma deve interrompere le riflessioni per l’arrivo di Lipotin: Stroganov è morente di tisi, gli occorre del denaro per una fine meno angosciosa, e Lipotin reca con sé un astuccio d’argento con chiusura a segreto, ultimo bene rimasto all’amico per un acquisto pietoso. Il Nostro lo compra, ma poi non riesce ad aprirlo.
Inizia a questo punto a trascrivere i fogli di Dee appunto nell’ordine in cui gli vengono tra le mani. Il primo documento (1550) è di un agente segreto che sorveglia il sospetto Dee per conto del famigerato vescovo di Londra Bonner, detto il Sanguinario (Edmund Bonner, c. 1500-1569, detto Bloody Bonner per le persecuzioni di eretici sotto Maria Tudor); ma in questo caso fornisce informazioni sui ribelli attivi in Galles – chiamati Ravenheads, dal simbolo alchemico della testa di corvo – e il loro capo Bartlett Green per i quali la Vergine sarebbe “una creatura o una subemanazione della suprema divinità, un’arcidiavola, un idolo che egli chiama ‘Isais la nera’”. L’agente esprime la convinzione che al di sopra di Green vi sia un capo occulto dei ribelli, forse proprio Dee. Il saccheggio da parte dei ribelli della veneratissima tomba di san Dunstano di Brederock (intende Baltonsborough?) non è stato punito dal Cielo e un losco moscovita dall’aria di tartaro, tale Mascee, avrebbe addirittura sottratto alla cripta profanata di Dunstano due sfere d’avorio, una bianca e l’altra rossa, di probabile rarità. L’agente si è anche impadronito di una lettera del precettore della quattordicenne principessa Elisabetta (la futura grande regina), dove emergerebbe che è divenuta più tranquilla che da ragazzina – non maltratta più compagne e damigelle, non squarta sorci e rospi – e si dedica a preghiera e studio. Mostra tuttavia comportamenti impropri: la giovanissima Lady Ellinor lamenta che “la principessa, giocando, l’afferri sovente con un tale ardore da provocarle lividi sulle parti femminili”, e ha condotto una caccia nella brughiera come “fossero dannate Amazzoni pagane!”. Ha anche fatto visita a una vecchia strega nella foresta di Uxbridge per strapparle un vaticinio sulla sua futura vita da regina: ne ha ricevuto una pozione (un filtro d’amore?) e un testo di magia erotica su pergamena accluso alla missiva. Una successiva annotazione (sempre 1550) riporta la cattura di Bartlett Green e la sconfitta della sua banda.
Il successivo fascicolo contiene il diario dell’antenato Dee, a partire dal 1549, a partire dalla sua nomina a magister, dopo la baldoria del festeggiamento. Percepisce profeticamente che i suoi discendenti regnaranno sull’Inghilterra. Vedendo la sua immagine stravolta in uno specchio, ancora stordito si arrabbia, poi la blandisce… Ma a un tratto il riflesso scandisce le parole:

…io non riposerò, né avrò tregua fino a che non avrò assoggettato le coste della Groenlandia oltre le quali risplende la luce del Nord; fino a che non avrò posto piede in Groenlandia ed essa non sarà asservita al mio potere. Colui al quale la Groenlandia sarà data in feudo, possiederà il regno al di là dei mari, e la corona dell’Anglia Angelica.

(In effetti John Dee, di origine gallese, figlio di un cortigiano di Enrico VIII, riteneva di discendere da Rhodri ap Merfyn, noto come Rhodri Mawr, cioè il Grande, antico re gallese negli anni 844-878). Poi dallo specchio parte un raggio che colpisce lui, e dopo di lui colpirà i discendenti. Il diario prosegue tra perplesse riflessioni – vorrebbe avvicinare Elisabetta, i cui fratello e sorella (poi più noti come Edoardo VI e Maria la Sanguinaria) sono malati e moriranno presto; riceve dall’Olanda la mappa della Groenlandia disegnata dall’amico Mercatore (Gerhard Kremer, alla latina Gerardus Mercator, 1512-1594); desidererebbe parlare con il moscovita Mascee, e quello piomba inopinatamente da lui, facendogli correre grossi rischi col vescovo Bonner… Gli mostra anche due misteriose bilie d’avorio (sappiamo che sono state predate dalla cripta di san Dunstano), che Dee gli compra senza capirne l’origine – ma che alla fine gli suscitano un orrore misterioso e le getta dalla finestra. Per contro, Dee gli chiede un filtro d’amore e fortuna, e gli lascia il necessario (sangue, saliva, capelli…) per procurarglielo. Il problema è che sempre più è preso da pensieri d’amore per (nientemeno) la principessa Elisabetta, che finora gli era stata indifferente – ma fortunosamente, prima che Lady Ellinor glielo strappi dalle mani, lei beve il filtro d’amore. Intanto a preoccupare Dee sono le gesta dei Ravenheads – che un po’ imprudentemente ha sostenuto anche con denaro –, e non gli resta che confidare nei riformati, che il Lord Protettore (per le cronache, Edward Seymour, I duca di Somerset) dovrebbe tutelare. Ma il giorno di Pasqua 1549 uno sconosciuto si presenta da Dee per avvertirlo: è tempo che sparisca, “La situazione non è favorevole” e il “traguardo è rinviato”, la sola via sicura è “quella che va oltremare” – ma la guardia al portone non ha visto entrare nessuno in carne e ossa…
Dee non vorrebbe fuggire per non abbandonare Elisabetta, ma ormai i nemici battono al portone: e una nota di John Roger spiega che poi Dee è stato arrestato. Segue una comunicazione a Bonner del capitano Perkins che riferisce della cattura: nella stanza non sono stati trovati scritti compromettenti, ma per buona misura Dee è stato tradotto a Londra, nella Torre.
Però mentre il narrante legge, gli giunge un messaggio di Lipotin: l’amico Stroganov sta meglio e lo ringrazia, ma lo prega – per un motivo non chiaro al latore del messaggio – di porre l’asticcio d’argento nel modo più preciso possibile “nella direzione del meridiano locale, vale a dire in modo che la fascia longitudinale […] corra parallela al meridiano”. Il Nostro cerca di ottemperare, col risultato che ora l’intera stanza gli pare storta. D’altronde gli appunti gli lasciano la sensazione stranita di poter essere lui stesso un’immagine riflessa di Dee, fino a suggerirgli l’esclamazione, solita all’antenato, “per il pozzo di san Patrizio” (in riferimento a quello leggendario aperto fino all’abisso, che purificherebbe o arderebbe vivo chi vi entri a seconda della sua natura).
Tra le carte trova poi un libretto antico bruciacchiato, con la scritta “Da bruciare non appena Isais la nera si affaccia dalla luna calante. Per la salvezza della tua anima, non esitare, brucia!”. Nel libretto trova un diario di Dee datato 1553, che parla della Scarpa d’argento di Bartlett Green, profetizza ai discendenti di finire nella polvere se per leggerezza non vedranno il male e riprende la storia dove interrotta, nel 1549. Tratto in arresto in nome del re bambino Edoardo, Dee è però riuscito a nascondere appena in tempo le sue carte: chiuso in una cella quasi sotterranea, vi trova appeso Bartlett Green a una croce di san Patrizio. Quando finalmente lo tirano giù, l’omone tranquillizza Dee, preoccupatissimo che possa emergere il proprio coinvolgimento coi ribelli, e gli rivela alcuni arcani (anche se il testo è reso frammentario dalle bruciature).
Dee sappia d’essere “segnato col segno degli Augusti Viventi, degli invisibili”: dunque stia sereno ché Green non lo tradirà. Il padre di questo era un prete fanatico e vigliacco che lo costringeva a pregare nelle notti gelide: col risultato che il ragazzo aveva preso a nutrire ostilità verso Dio, a pregare al contrario – in direzione della Madre Terra, non del Cielo – e quando il padre, scopertolo, aveva fatto per ammazzarlo, lui era stato più rapido e l’aveva abbattuto. Divenuto suonatore ambulante, riproponeva quelle melodie al contrario: ma un giorno era stato bloccato da un pastore misterioso dall’aria sinistra. Le bruciature del manoscritto impediscono al narrante di entrare nei dettagli, ma una terza mano ha appuntato con inchiostro rosso un invito a non procedere oltre nella lettura in assenza della capacità di controllare il proprio cuore. E dopo altri fogli danneggiati, seguono cenni alle rivelazioni del pastore a Green sul culto di un’antica divinità tenebrosa, gli influssi della luna e l’orrendo rituale scozzese del taghairm, attraverso sacrifici di gatti neri e stati alterati di coscienza. Grazie al rito, Green ha superato il desiderio carnale, avendo trovato e accolto in sé la propria controparte femminile, e ricevuto la Scarpa d’argento che libera da ogni paura chi la calza. Starebbe per mostrarla, ma avverte odore di pantera e si ferma.
Il narrante si accorge a quel punto di non aver intrapreso liberamente la lettura degli appunti del cugino, ma obbedendo agli ordini di Giano/Bafometto… però il suo lavoro viene interrotto dall’ingresso di una dama “alta ed esile, vestita di un abito scuro e sfavillante” con l’aria del gran mondo. Come se misteriosamente carte e vita si fondessero, ecco la pantera evocata, che, scusandosi con accento slavo, si presenta chiedendo un favore: il suo biglietto da visita, non è chiaro come, è già lì accanto all’astuccio russo di Lipotin. Reca il nome Assja Chotokalungin con corona principesca, plausibilmente circassa del Caucaso. Spiega che Lipotin è un vecchio conoscente, ha riordinato le collezioni di suo padre a Ekaterinodar e ha fatto nascere in lei l’amore per gli oggetti belli. Cerca dunque di farsi cedere – pare proprio una pantera pronta al balzo – una certa punta di lancia che il narrante possiederebbe. Lui – completamente sedotto e imbarazzato – spiega di non possedere un simile oggetto, ma lei sorride, già convinta che lo otterrà in dono. Promette di tornare e scompare, lasciando il suo profumo a saturare la stanza.
Il narrante va a trovare Lipotin, trovando però chiusa la bottega. Sulla saracinesca c’è la scritta “partito”. Una vicina conferma, un amico è morto – Stroganoff, deduce il Nostro – e Lipotin deve mettere ordine tra le sue cose. Il narrante vorrebbe confrontarsi sulla faccenda della punta di lancia e così soddisfare la seducente principessa… ma ha come la sensazione che con Lipotin della faccenda abbiano parlato, magari a lungo, magari cent’anni prima. Tornando sotto la luna, ha persino l’impressione che la principessa fluttui nella sua direzione… da quando si dedica alle carte del cugino vive esperienze strane. E quella notte fa curiosi sogni, in cui il nonno evoca il “cerchio” e la “lancia”, e “l’altro volto” lo mette in guardia (da cosa?). L’indomani prosegue dunque lo studio delle carte di Dee.
Il terribile Bonner vescovo di Londra entra nella cella dei due prigionieri. Ordina a Green di alzarsi, e quello gli risponde per le rime: rifiuta l’offerta di ravvedersi e confessarsi per aver salva la vita, e sa ben simulare di non conoscere Dee. Alla prospettiva di essere torturato con il serrapollici, si tronca il dito con un morso e lo sputa in faccia al vescovo, vomitandogli addosso una sequela di frasi irriferibili. Irridendo sulla sorte mite ma grottesca che gli avrebbe riservato nell’aldilà… poi, quando il vescovo ordina di afferrarlo, fa retrocedere le guardie con la Scarpa d’argento donatogli dalla Grande Madre Isais, cioè il piede mutilato dalla lebbra. Alla fine guardie e vescovo fuggono lanciando minacce, ma Dee – cui sono state promesse le fiamme – è preoccupatissimo. Green lo tranquillizza e a quel punto Dee gli si avvicina senza timore della lebbra, facendolo intenerire: Green chiarisce di aver fatto il possibile per salvarlo non per affetto, bensì per quanto sa di lui, “il giovinetto coronato di quest’epoca” cui è destinata la corona della “Terra verde” e atteso dalla “signora dei Tre Regni”. Conosce la strega Zeire di Uxbridge, il moscovita Mascee – un profittatore – e prende a raccontargli dove Dee stesso abbia nascosto le sue carte segrete, come l’avesse visto coi suoi occhi; ma il proprio tempo è compiuto, spiega Green, perché sta entrando nel trentatreesimo anno della vita. Dona a Dee uno dei suoi pochissimi beni terreni, un dodecaedro di carbon fossile… Il narrante ha la sensazione che il manoscritto sia stato danneggiato proprio da Dee.
Green è stato condotto al rogo, Dee è in cella. Lo prelevano per farlo assistere all’esecuzione e tentare di farlo tradire, ma il compagno sale sulla catasta gioioso di divenire sposo della Grande Madre. Deride ancora il vescovo, ne mette in piazza i segreti più imbarazzanti e non mostra di soffrire al lento gocciolare su di lui di pece e zolfo approntato dagli aguzzini come una crudele corona incombente, mentre il legno umido arde più lento. Mentre scompare tra fiamme e fumo, Geen riesce ancora a cantare un inno spaventoso e allegro alla Madre Isais: e nel raccapriccio degli astanti, terrorizzato da quel nemico che non teme la sofferenza fisica, Bonner pare uno spettro. Tanto più che a un tratto, come promesso dal condannato, una goccia di zolfo rovente vortica fin sulla testa dello sconvolto ecclesiastico. Riportato in cella, Dee vede apparirgli Green in buona salute: non un fantasma da un altro mondo,

bensì proprio da questo, di cui egli abitava ora l’altra faccia: non si trattava di un Aldilà, perché nella vita c’è un solo e unico mondo, il quale tuttavia presenta numerosi – anzi innumerevoli – aspetti e fenditure, e certo, ora, il suo era un po’ diverso dal mio.

Gli rivela poi che all’alba sarà libero, e alla sua perplessità ribatte: “Fratello Dee, sei un pazzo. Guardi il sole e neghi l’occhio!”. E in quella e successive visite lo richiama alla conquista della Groenlandia come meta prioritaria: mentre il pezzo di cristallo di carbone che gli aveva donato in precedenza svela a Dee strani effetti, con immagini che a noi richiamano abbastanza chiaramente il primo cinema:

sulla superficie levigata si disegnò nitidamente il contorno di un’immagine, dapprima minuscola, simile a un gioco di gnomi nel chiarore lunare, osservato di nascosto da uno spioncino. Ben presto tuttavia le immagini sembrarono crescere, dilatarsi e proiettarsi in avanti e quel che vidi divenne… illimitato, eppure così vivo e diabolicamente reale come se io stesso ne facessi parte.

Inserito nel diario mutilo c’è poi un frammento di lettera da cui emerge che Dee è stato rilasciato per ordine di Elisabetta, tramite Robert Dudley futuro conte di Leicester e un documento falsificato che lo strappa a Bonner.
Il diario di Dee prosegue ricordando come il rilascio sia avvenuto – come annunciato da Green – quel mattino stesso e Dudley gli abbia trovato un rifugio sicuro. Bonner dovrà confrontarsi quella notte con Green e lo troveranno svenuto…
Si chiude così il testo di Dee sulla Scarpa d’argento di Green.
Il narrante si concede comunque un paio di giorni per snebbiarsi, sia pure continuando a pensare a Dee e sentendosi come lui. Tornando a casa, s’imbatte in Lipotin che gli parla della morte del barone Stroganov e, a domanda del Nostro, chiarisce di avergli davvero venduto l’arma bramata dalla principessa… ma di averlo fatto in una vita precedente. Comunque la principessa capirebbe, la Russia è giovane e insieme vecchissima, i russi “appartengono […] completamente al diavolo. Del reso tutto fa parte di un unico mondo” e comunque la più antica delle cose che l’antiquario maneggia è lui stesso. In realtà si chiama Mascee… e il Nostro sobbalza. Lipotin sa che lui è entrato in possesso di un fondo legato a John Dee, che conosceva appunto un Mascee: lui potrebbe essere un discendente… Ma se l’erede di Dee è “semplicemente immortale”, quello di Mascee – o semplicemente Lipotin – è eterno. Poi l’antiquario se ne va, lasciando l’interlocutore interdetto.
(14-continua)

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