erich priebke – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sun, 14 Jun 2026 20:17:45 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Gli archivi pongono domande, gli armadi le ripongono https://www.carmillaonline.com/2024/03/15/gli-archivi-pongono-domande-gli-armadi-le-ripongono/ Thu, 14 Mar 2024 23:05:29 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=81684 di Luca Baiada

Daniele Biacchessi, Eccidi nazifascisti. L’Armadio della vergogna, prefazione di Bruno Manfellotto, Jaca Book, Milano 2023, pp. 187, euro 18,00.

 

Viene voglia di parlar bene, di un testo così convinto, così animato da passione. Si dà ragione volentieri a una posizione ben schierata. Ma che fatica bisogna fare, per superare inciampi e confusioni.

Nel risvolto di copertina iniziale: «Biacchessi riapre i fascicoli, li confronta con le carte di vecchi e nuovi processi, incontra testimoni, familiari delle oltre 15mila vittime, magistrati, avvocati, segue le tracce degli assassini rimasti di fatto impuniti, ricostruisce un mosaico composto da verità celate». Con questo [...]]]> di Luca Baiada

Daniele Biacchessi, Eccidi nazifascisti. L’Armadio della vergogna, prefazione di Bruno Manfellotto, Jaca Book, Milano 2023, pp. 187, euro 18,00.

 

Viene voglia di parlar bene, di un testo così convinto, così animato da passione. Si dà ragione volentieri a una posizione ben schierata. Ma che fatica bisogna fare, per superare inciampi e confusioni.

Nel risvolto di copertina iniziale: «Biacchessi riapre i fascicoli, li confronta con le carte di vecchi e nuovi processi, incontra testimoni, familiari delle oltre 15mila vittime, magistrati, avvocati, segue le tracce degli assassini rimasti di fatto impuniti, ricostruisce un mosaico composto da verità celate». Con questo sunto non si comincia nel modo migliore: secondo l’Atlante delle stragi i morti sono ventitremila, ma l’Atlante è inadeguato e probabilmente il numero effettivo è intorno a trentamila. È vero, però, che quel mosaico impegna l’autore da anni, nel solco di un lavoro che comprende Il paese della vergogna (Chiarelettere 2007) e I carnefici (Sperling & Kupfer 2015).

È da respingere l’impressione che Biacchessi, come una certa parte del mondo intellettuale, abbia pubblicato più volte lo stesso libro rimescolando i materiali, rispolverando abiti di scena. Esclusa questa ipotesi, è giusto pensare che abbia sempre bisogno di affinare il suo approfondimento, che desideri farlo crescere, ma che nel frattempo ci voglia mettere a parte di dati importanti, senza tenerli in serbo per quando saranno nella forma definitiva. Ci considera di casa e non fa complimenti, non perde tempo ad abbottonarsi la giacca prima di venire in salotto. Bene, allora, che arrivino spunti preziosi anche per chi frequenta già il tema. Qualche esempio.

L’intervista televisiva a Erich Priebke in Argentina, con risonanza internazionale, che apre al nuovo processo sulle Ardeatine, è del 1994, ma esiste un libro precedente, El pintor de la Suiza argentina[1], e a distanza di molto tempo dall’intervista l’emittente riconosce che la trasmissione ha un debito nei confronti del volume.

Poi. Joachim Peiper è un nazista colpevole del massacro di Boves; per quello la giustizia non lo disturba; per un altro, commesso in Belgio, è condannato ma liberato già nel 1956; però, dopo fughe e cambi di nome tra Francia e Germania, nel 1976 Peiper lascia li mal protési nervi nell’incendio della sua casa, assaltata con bombe da sconosciuti.

Ancora. Nell’ottobre 1959 il magistrato militare Massimo Tringali va all’ambasciata tedesca a concertare il sabotaggio della giustizia sulle Fosse Ardeatine; Herbert Kappler è già condannato e incarcerato, ma sono noti almeno altri dodici criminali e il magistrato suggerisce i passaggi tecnici per l’insabbiamento[2]. Il seguito del processo non si farà. La collaborazione di Tringali, strisciante all’ambasciata per ostacolare la giustizia e tradire il suo paese, è apprezzata dall’ambasciatore, che scrive a Bonn: «Mi unisco alle motivazioni di questa richiesta così piena di riguardo…». Cioè: il magistrato militare italiano anticipa così bene ciò che giova alla Germania, che basta prendere la trama preparata da lui e trasmetterla al dicastero tedesco. Questa storia oscena ha una particolarità: tra i dodici – oltre a Priebke e Hass, che saranno condannati negli anni Novanta – ci sono Hans Keller e Kurt Winden, a loro volta, durante l’occupazione di Roma, magistrati militari. Dopo la guerra Keller farà carriera nel mondo giudiziario, Winden in quello bancario, entrambi resteranno impuniti.

I contatti di Tringali con l’ambasciata sono diversi da quelli – Biacchessi non ne parla – di un altro magistrato, Marco De Paolis, procuratore generale militare in appello, che nel 2021 riceve dalle mani dell’ambasciatore un’alta onorificenza tedesca in una cerimonia ufficiale. Tringali commette un crimine e De Paolis, sessant’anni dopo, certamente no. Eppure, le ombre dei contatti segreti o i riflettori della cerimonia accompagnano la mancata giustizia, allora e adesso, segnando un prima e un dopo, un passaggio attraverso tempi e contesti che sottolinea la stratificazione della società dello spettacolo.

Insomma, materiali interessanti ce ne sono: Biacchessi lavora sodo e, visto che ce la mette tutta, bisogna perdonargli le poche inesattezze e versioni superate[3].

L’ammirazione per Franco Giustolisi, il giornalista che rese nota sulla stampa nazionale la presenza dell’archivio con le stragi nazifasciste, percorre tutto il libro e va condivisa. Altro tema è il Premio Giustolisi, ricordato con entusiasmo dall’autore e da Bruno Manfellotto: il premio ha dato riconoscimenti a personalità, per lo più appartenenti al circuito chiuso che ha successo nella cultura e nella comunicazione, ma purtroppo non risulta che li abbia dati per ricerche nuove e originali sulle stragi.

Quanto al ruolo di Giustolisi nell’emersione dell’archivio – poi chiamato Armadio della vergogna per una scelta felice che si deve a lui – la questione è affrontata male. Non si tratta di Biacchessi ma della prefazione di Manfellotto, L’ostinazione della memoria, quando ricorda il giornalista:

In [Franco Giustolisi] si aggiunse, come chiamarla?, una certa ostinazione della memoria che completò e arricchì quella sua originaria febbre per la verità. Accadde quando nell’estate del 1996 scoprì che a Roma, in una stanza della Procura militare adibita a cancelleria, giaceva un vecchio armadio dimenticato, addossato al muro verso il quale erano state rivolte le ante: perché a nessuno venisse la tentazione di aprirlo. Una rozza barriera. Evidentemente studiata per nascondere qualcosa. E naturalmente Franco lo aprì e lì dentro trovò quasi 700 dossier e un grande registro con più di duemila notizie di reato che documentavano puntigliosamente crimini efferati commessi dai nazisti e dai loro alleati fascisti nel terribile biennio 1943-’45.

A parte i dettagli (le ante, il muro eccetera), discutibili e non decisivi, va detto: non è stato Giustolisi, a scoprire l’archivio, né ad aprirlo. L’archivio fu rifrequentato a partire dal 1994, l’opinione pubblica rimase all’oscuro, lui ne scrisse sulla stampa nel 1996. Forse non ci si rende conto delle conseguenze di attribuire a qualcuno ruoli iniziali, determinanti, propulsivi: se Giustolisi, lui, avesse riaperto l’armadio nel 1994, ci si dovrebbe chiedere come potesse conoscerlo prima degli altri e perché sino ad allora non l’avesse riaperto.

Proprio la riemersione dell’archivio, quella iniziale nel 1994, è un punto di frizione. Biacchessi è documentato e riporta dati noti ma che si rileggono volentieri: soprattutto dichiarazioni di magistrati e funzionari. Il fatto è che tutto questo è presentato senza offrire a chi legge una riflessione più profonda, neanche a livello dubitativo.

L’autore collega la riemersione – è una versione tralatizia – a ricerche di documenti fatte nel 1994 dal procuratore militare di Roma Antonino Intelisano, sia occasionate dal processo Priebke sia connesse alla visita di una «giovane ricercatrice» piuttosto misteriosa (neanche la Commissione bicamerale è riuscita a identificarla); ricerche seguite, poi, da reazioni e attivazioni nella sede centrale della giustizia militare. Il volume non prova a sciogliere l’intreccio.

Altra questione su cui si resta a mani vuote è quella dell’archivio di Giustolisi. È difficile pensare che un giornalista di quella caratura lavorasse senza un buon archivio personale. Anni fa è stata fondata la onlus Archivio Franco Giustolisi, e nel 2020 l’allora presidente della Toscana, Enrico Rossi, ha annunciato il trasferimento dell’archivio Giustolisi a Firenze, con supporto della Regione per riordinarlo e fare un centro studi; sede, il vecchio ospedale di San Giovanni di Dio[4]. Non se ne sa di più, e il libro non indica l’archivio del giornalista tra le numerose fonti consultate, italiane ed estere.

In fondo questi due passaggi, questi ologrammi impalpabili che anche i migliori osservatori quasi sempre trascurano, si collocano in due fasi importanti della storia dell’Armadio: prima un archivio emerge nel chiaroscuro di un ufficio e la notizia viene alla luce grazie a un giornalista; poi l’archivio di quel giornalista resta in una penombra senza corpo. Un archivio pubblico affiora dal buio alla luce, uno privato scivola dalla luce al buio, e in mezzo c’è un uomo che sa la cosa giusta al momento giusto.

Il volume è arricchito da un’intervista a Giustolisi fatta nel 2014, per interposta persona, dopo che la salute l’aveva abbandonato. Ecco il suo ricordo sull’origine della più alta, fra le strutture che si sono occupate dell’Armadio, cioè sull’origine della Commissione bicamerale istituita nel 2003:

Insieme a Massimo Rendina, allora presidente dell’Anpi di Roma, vero uomo e vero partigiano (capo di stato maggiore della 1ª Divisione Garibaldi, nome di battaglia «Max»), ci recammo più volte al Senato per sostenere l’opportunità di una commissione parlamentare d’inchiesta. Ma la destra, in particolare i fascisti, non ne volevano sapere. Poi, a parte le nostre insistenze, tutto cambiò all’improvviso. Il progetto della commissione fu varato, contemporaneamente fu istituita la giornata del ricordo per gli istriani e dalmati. Io sono un antipolitico di natura, di questo tipo di politica intendo, quella che sottobanco dice io do una cosa a te e tu dai una cosa a me. Comunque, i risultati della commissione furono completamente negativi, addirittura un autoceffone che si era dato il Parlamento.

Mettendo da parte ogni considerazione sulla moralità, si nota la convenienza, davvero: il Giorno del ricordo per un’inchiesta. La Commissione lavorò una tantum, chiuse nel 2006 e da allora le due relazioni prodotte non sono mai state discusse in aula; il Giorno del ricordo, invece, torna ogni anno e se ne parla. Come dar via un orologio a cucù per ricevere una sveglia ferma. Il giornalista si rese conto della trappola, dell’autoceffone, e non si diede per vinto:

Tentai altre strade. Cercai di parlare con Luciano Violante, che conoscevo bene anche se non c’erano ottimi rapporti tra di noi, ma il suo portavoce mi riferì: «Il presidente dice che si tratta di questioni di 50 anni fa». […] Cercai anche di parlare con Fausto Bertinotti, uno dei successori della presidenza alla Camera, verso il quale non ho mai nutrito un minimo di stima. Ma la sua risposta, così tranchant, mi lasciò di sasso: tramite portavoce mi fu detto che «dell’armadio della vergogna si era parlato anche troppo». Non ricordo la mia risposta, ma certamente non fu un inno per quest’uomo forse noto per le sue giacche di tweed.

Giustolisi si spense proprio nel 2014, a novembre, poche settimane dopo una sentenza della Corte costituzionale – tappa di una vertenza di rilievo internazionale – favorevole ai risarcimenti per le famiglie colpite dalle stragi[5]. Era anziano, stava male e forse neanche ebbe la notizia. L’autore, però, è al corrente della contesa in corso sui risarcimenti, perché cita la sentenza civile del Tribunale di Novara del 2022 sulla strage di Borgo Ticino; eppure non valorizza il tema. È un altro aspetto su cui il suo impegno si mostra rivolto nella direzione giusta, ma debole sulla tutela delle vittime, e quindi ancora con una bella strada davanti.

Il libro conclude: «Oggi il vero pericolo è che la storia possa essere riscritta non dal vincitore, ma da chi ha perso la guerra». Sì, ma c’è anche il pericolo che la storia la scrivano insieme, i vincitori e i vinti, o per meglio dire la scrivano parallelamente, contrapponendo posizionamenti opposti sulle medesime vicende, però senza effetti quanto alle conseguenze che quelle vicende hanno o devono avere. È ciò che può accadere se il lavoro culturale di impronta soprattutto memoriale – anche quello da apprezzare come il libro di Biacchessi – non tiene conto per intero delle vertenze non risolte e della giustizia non realizzata.

 

 

[1] Esteban Buch, El pintor de la Suiza argentina, Editorial Sudamericana, Buenos Aires 1991.

[2] Biacchessi cita Felix Nikolaus Bohr, L’indagine indesiderata. Una testimonianza di «politica del passato» italo-tedesca, 1959-1961, in «Contemporanea. Rivista di storia dell’800 e del ’900», XVI, n. 3 (luglio-settembre 2013), pp. 429-442, con trascrizioni di documenti, tradotti, e con segnature d’archivio.

[3] Per esempio. A p. 36 il golpe Borghese slitta dal 1970 al 1980, quando il fascista era già morto. A p. 39 la Germania del 1960 è divisa dal muro di Berlino, che sarà costruito nell’anno successivo. A p. 81 l’ordine di compiere la strage delle Fosse Ardeatine viene da Hitler, una tesi superata da anni.

[4] https://www.toscana-notizie.it/web/toscana-notizie/-/la-regione-ospiter%C3%A0-a-firenze-l-archivio-giustolisi.

[5] Corte costituzionale 22 ottobre 2014 n. 238.

 

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La carne e la memoria https://www.carmillaonline.com/2015/01/20/carne-memoria/ Mon, 19 Jan 2015 23:01:16 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=20079 di Luca Baiada

(da «Il Ponte», LXXI n. 1, gennaio 2015)Crimini nazifascisti foto

[Si ringrazia la rivista Il Ponte per la gentile concessione]

La stagione dei settantesimi anniversari delle più gravi stragi nazifasciste – furono compiute nel 1944 – è chiusa, ed è tempo di qualche nota. Prendo spunto soprattutto dalla strage del Padule di Fucecchio del 23 agosto, di 174 morti, perché è delle più gravi e meno conosciute.

I caduti. In Italia sono almeno quindicimila, di cui cinquemila in Toscana. E questo considerando solo i morti civili, esclusi i partigiani uccisi in combattimento, ed esclusi anche i militari uccisi dopo l’8 settembre [...]]]> di Luca Baiada

(da «Il Ponte», LXXI n. 1, gennaio 2015)Crimini nazifascisti foto

[Si ringrazia la rivista Il Ponte per la gentile concessione]

La stagione dei settantesimi anniversari delle più gravi stragi nazifasciste – furono compiute nel 1944 – è chiusa, ed è tempo di qualche nota. Prendo spunto soprattutto dalla strage del Padule di Fucecchio del 23 agosto, di 174 morti, perché è delle più gravi e meno conosciute.

I caduti. In Italia sono almeno quindicimila, di cui cinquemila in Toscana. E questo considerando solo i morti civili, esclusi i partigiani uccisi in combattimento, ed esclusi anche i militari uccisi dopo l’8 settembre 1943, o deportati e uccisi, o deportati e tornati stremati, per una breve sopravvivenza.

I castighi. Pochi ufficiali tedeschi sono condannati, subito dopo la guerra, e già negli anni Cinquanta in Italia restano in carcere solo Kappler e Reder, colpevoli l’uno delle Ardeatine, e l’altro di un fascio di massacri. Figure intermedie, un colonnello e un maggiore: non troppo in basso, per non infierire sul sano popolo tedesco, e non troppo in alto per non disturbare gli alti comandi. Uno lo fanno fuggire nel 1977, l’altro nel 1985 si finge pentito e lo lasciano andare in Austria, dove subito chiarisce di non essersi pentito per niente. Dopo la fine della guerra fredda si celebrano altri processi, ma solo le condanne di Erich Priebke e Michael Seifert hanno esecuzione. Il primo lo consegna l’Argentina, il secondo il Canada. Tutti gli altri restano in Germania, anche da condannati.

I risarcimenti. In pochi casi, solo a partire dal 2006, si condanna al pagamento lo Stato tedesco, ma quello ricorre alla Corte di giustizia dell’Aia, l’Italia si difende benone, e quindi la Germania vince ottenendo dalla Corte, nel 2012, una pronuncia contro i risarcimenti di Stato. I privati tedeschi, invece, restano condannati a pagare i danni alle famiglie italiane e agli enti locali. Ma non pagano. E già che ci sono, siccome questi esborsi li hanno messi sul lastrico, non pagano neanche le spese. A proposito di Fucecchio: le condanne ai risarcimenti, disposte nel 2011, contenevano le provvisionali, cioè liquidazioni in acconto, in favore di enti e famiglie. In tutto, per questa sola strage, 14.690.000 euro. L’acconto i tedeschi non l’hanno pagato, quindi il saldo non vedono l’ora di pagarlo.

Adesso, per i settantesimi anniversari, tante commemorazioni, con parole, musiche e spettacoli. Tutto necessario, certo. Eppure, ripetuta ossessivamente, la parola memoria prende un senso strano. Già ebbe un che di acidulo dopo il 1989, perché prima memoria non aveva questa cittadinanza nel linguaggio politico. Ma ora, con la memoria al posto di altro, sembra una toppa peggiore del buco. La giustizia è zoppa, ma eccovi la memoria. Assassini impuniti, ma tanta memoria. Nessun risarcimento alle vittime, ma abbiamo buona memoria. Come quella della funzionaria tedesca che ha parlato alla commemorazione di Fucecchio. Pazienza che abbia detto Pàdule invece che Padùle, ma non ha nominato affatto il nazismo, e ha ricordato 170 morti invece che 174. Un piccolo sconto, dai. Peso bono, prezzo tondo. In quel momento, nei cimiteri del Valdarno, 174 diversamente vivi si sono guardati sbigottiti, e si son chiesti chi sono i quattro di troppo, gli sforbiciati per alleggerire la colpa ai tedeschi: Maria Malucchi, di quattro mesi? Carmela Arinci, di 94 anni? Angiolo e Angiola Borghini, marito e moglie? Chissà chi sono i quattro, ammazzati nel 1944, e dimenticati davanti a un monumento nel 2014.
A questi incontri, eventi coi vip nella location, c’è la Germania. Invitata e riverita, alacremente commemora. Costa meno che pagare i risarcimenti. Già, il risarcimento: non è una parolaccia, eppure questo personaggio dev’essere proprio sozzo e pustoloso, se in pubblico è stato ricordato così poco. A Fucecchio, per esempio, per niente. Al suo posto, un’altra parola è stata ripetuta fino a consumarla: riconciliazione. Dopo un conflitto ci si riconcilia, certo. E davvero, la battaglia fra una bambina di pochi mesi e la Wehrmacht è deplorevole, perciò merita di essere chiusa con un brindisi: zum Wohl!
Risarcimento, invece, significa pagare il dovuto alle famiglie e agli enti, cominciando con le provvisionali disposte nelle sentenze dopo il 1994. A volte, negli ultimi tempi, si è parlato di riparazioni. Magia delle parole. Le riparazioni sono somme modeste, pagate solo agli enti, non alle persone, per iniziative memoriali: qualche albero, una lapide, una gita scolastica. Corre voce che così un Comune abbia ottenuto tre o quattromila euro. No, non ci credo: è il prezzo di una moto usata, e per quel Comune una sentenza ha stabilito un acconto di 50.000 euro. Certamente sono maldicenze.
Risarcimento, dicevo, significa denaro, e neppure questa è una parolaccia, anche se un certo senso di colpa trattiene i familiari delle vittime dal rivendicare il denaro. Non per tutti è così, ma molti provano vergogna, un sentimento in cui gli assassini, o piuttosto i loro eredi, zuppano tranquilli l’impunità. Ma a Fucecchio, lo scorso agosto, la funzionaria tedesca si è commossa, la voce spezzata, e al sentimento ha aggiunto la poesia: pioveva, e ha spiegato che nell’anniversario della strage anche il cielo versava lacrime. No, la poesia dopo: bisogna che la Germania versi denaro, a cominciare da quei quasi quindici milioni di euro di acconti.
Il risarcimento del danno non economico, come quello da lutti e privazioni, nelle università italiane lo insegnano, pensa un po’, con un nome tedesco, Schmerzengeld: il denaro del dolore. Denaro, appunto. Invece le lacrime del dolore, Schmerzentränen, non sono previste come mezzo di pagamento. Se lo fossero, ci si potrebbero rimborsare i titoli italiani, quando li mette all’incasso la Germania. Ma questa possibilità è remota, e sono sereni, i sorrisi dei funzionari di Berlino alle cerimonie. Sereni come il cielo dopo un temporale.
E i discorsi delle autorità? Sono autorevoli discorsi, certo. Però, e torno sempre a Fucecchio, un italiano di Cintolese ha parlato così:

«Mi chiamo Quinto Malucchi. Ho settantasette anni. Perciò, settant’anni fa avevo sette anni. Un bambino come tanti, che abitava in via del Fossetto, dove ora c’è una fabbrica di scatole. Eravamo sei figli. Quando la casa venne requisita dai tedeschi, che ci posizionarono un cannone, ci costrinsero a lasciarla. Il mio babbo, insieme a’ suoi cugini, trovò una capanna all’inizio del Padule, di sotto la Nievole. Il proprietario utilizzava questa capanna per metteci il fieno che allevava i cavalli. Fra tutti eravamo ventuno. Si dormiva in terra sui materassi di cartocci di granturco. Mamma insieme alle cugine andava a fare ’l pane a casa, gli omeni andavano a badare agli animali. I tedeschi quando c’avevano da fare dei lavori prendevano trenta-cinquanta uomini. La mattina del 23 agosto gli omeni si nascosero nelle fosse dietro l’erba alta. Il mio babbo si nascose in una buca, che aveva scavato per allevare i maiali. Lì i tedeschi lo uccisero, lasciando vivi gli animali. Mia madre aveva quarant’anni, vedova con sei figli, la più grande vent’anni, la più piccola quattr’anni. Convivere con un dolore così forte e con una miseria nera. La guerra non risolve i problemi. La guerra porta miseria, dolore e disperazione».

Ecco i fatti. Ecco un uomo. Perché le autorità non possono essere queste, perché? L’Italia profonda ha persone così, vengono fuori quando meno te le aspetti, a smentire l’idea funesta che ci facciamo vedendo troneggiare una qualsiasi grisaglia.
Poi ci sono i paragoni coi crimini di guerra che si consumano oggi, lontano o sulle soglie dell’Europa. Paragoni come compitini, e se ne sono sentiti alle commemorazioni delle stragi, con disinvoltura sospetta, sempre ripetendo che la memoria serve a impedire altra violenza. La realtà è diversa. Meglio che gli armati di oggi non sappiano nulla delle commemorazioni italiane, altrimenti potrebbero ragionare così: i responsabili delle stragi naziste sono rimasti impuniti, si è parlato di riconciliazione, ma niente risarcimenti. Insomma, a commettere stragi si rischia, tanto tempo dopo, di fare discorsi, spettacoli e deposizioni di fiori, e di mandare qualcuno a commuoversi e a parlare di lacrime del cielo (speriamo che piova).
Sciagattata, la memoria diventa al centro lo spettacolo di una classe dirigente autoreferenziale, ai margini il brusio di chi ricorda veramente, di chi porta i lutti sulla carne, ma non è abbastanza visibile. In certe occasioni pubbliche c’erano superstiti che mormoravano la loro scontentezza, la delusione, l’insoddisfazione per il senso di retorica, di posticcio. A contrariarli sono le parole di circostanza, le frasi consumate, le lacune.

Non sono certo le attenzioni della capitale, a consolare. La commissione parlamentare sull’armadio della vergogna, insediata nel 2003, ha chiuso i lavori nel 2006 e non c’è stata una discussione in aula. Nel 2014 un’interpellanza alla Camera, firmata da vari gruppi, ha chiesto al governo di muoversi per l’esecuzione in Germania delle sentenze italiane, e per eliminare ogni segretazione sugli atti acquisiti dalla commissione 2003: non è stata trattata, sta lì e arrugginisce. Visto che l’armadio della vergogna fu riaperto nel 1994, l’interpellanza e le relazioni della commissione saranno discusse quando l’italiano sarà una lingua morta.
Ma non tutto è fermo, e si è aperta una bella pagina: in processi civili contro lo Stato tedesco, il Tribunale di Firenze ha sollevato la questione di costituzionalità, smentendo la sentenza dell’Aia del 2012: «Invocare l’eguaglianza sovrana tra gli Stati […] vuol dire rifiutare di pronunciare giustizia». E a ottobre 2014 la Corte costituzionale ha accolto la tesi, disturbando il letargo del diritto internazionale e riaprendo la strada alle azioni legali sui beni della Germania:

«Il limite che segna l’apertura dell’ordinamento italiano all’ordinamento internazionale e sovranazionale (artt. 10 e 11 Costituzione) è costituito […] dal rispetto dei principi fondamentali e dei diritti inviolabili dell’uomo, elementi identificativi dell’ordinamento costituzionale. E ciò è sufficiente a escludere che atti quali la deportazione, i lavori forzati, gli eccidi, riconosciuti come crimini contro l’umanità, possano giustificare il sacrificio totale della tutela dei diritti inviolabili».

Questo successo civile e umano, prima ancora che giuridico, si deve alla tenacia dei deportati e dei superstiti, e anche all’avvocato Joachim Lau, un legale tedesco attivo in Toscana, al magistrato di Firenze Luca Minniti e ai giudici della Corte, soprattutto al presidente Giuseppe Tesauro. C’è chi cerca la giustizia senza accontentarsi della memoria.
Cos’è, la memoria? Un italiano di Empoli, deportato in Germania nel 1943: «Confidavo al mio diario le mie amarezze, le umilianti azioni degli aguzzini tedeschi, ma anche i miei desideri e le mie speranze». Quel diario glielo trovarono le guardie:

«Un vastissimo campo isolato nella campagna: era la prigione, e me ne resi conto dalla numerosa sorveglianza e dal ferro spinato a forma di croce ad ogni finestrino. Mi fu tolto vario vestiario e rimasi con la camicia e in pantaloni, e il misero corredo fu completato da un paio di enormi zoccoli di legno, che dovetti calzare per tutto il tempo di permanenza nel campo. Il freddo era tremendo, dieci gradi sotto zero, i giorni monotoni e interminabili li trascorrevamo stretti l’un l’altro con gli altri tre occupanti la cella, conversando a bassissima voce pena l’esser puniti con un nerbo che feriva a sangue le carni. Ogni mattina sveglia alle quattro, appena giorno venivamo mandati fuori per svolgere la consueta marcia quotidiana punitiva, che consisteva nel trascinarsi dietro i pesanti zoccoli, di circa un chilo e mezzo l’uno, attorno alle aiuole del giardino, coperte di neve, con la testa china, ciò dalle due alle tre ore».

Colpevole di scrivere: pericolosa, la memoria vera. Invece, quella al posto della giustizia è parole al posto dei fatti, peggio dell’oblio. Ultimo sipario della società dello spettacolo, la memoria tappabuchi nutre professionisti della parola, confezionatori di brutti opuscoli e di messe in scena rozze, sperimentatori di cose vecchie che è facile contrabbandare per avanguardia, dopo i saldi di stagione e prima della sagra del coniglio. Un piccolo notabilato abbocca, la pastura è buona e costa poco, il pubblico non paga perché non si accorge che ha già pagato, e si torna a casa con le mani colme: guardate, ho preso gratis la memoria.
Viene in mente la novella Passaggio memorabile di Renato Fucini, scrittore toscano dell’Ottocento. In un paesino arriva una compagnia di imbonitori girovaghi, che distrae dalla miseria e poi se ne va lasciando tutto come prima. E alla fine: «Il medico sfogliava gli ultimi fascicoli dello Sperimentale per trovarci qualche condotta vacante, e Nando barrocciaio scordava la fame abballottandosi in braccio la sua creaturina che rideva».

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Il ritorno https://www.carmillaonline.com/2013/10/20/il-ritorno/ Sun, 20 Oct 2013 21:20:41 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=10177 di Alessandra Daniele

nazistaL’uomo in giacca blu scoperchia la bara. Il tanfo di decomposizione invade il piccolo sotterraneo tappezzato di svastiche. Gli altri attorno alla bara si ritraggono, tappandosi naso e bocca con aria disgustata. L’uomo in blu gli lancia un’occhiata severa. Poi scatta nel saluto romano: – Onore al camerata Erich Priebke! Dopo un attimo d’esitazione, gli altri lo imitano. – Onore al camerata Erich Priebke! L’uomo in blu chiede – Cosa dicono i Tg? Qualcuno sospetta che l’abbiamo preso noi? La donna alla sua destra traffica con lo smartphone dorato. [...]]]> di Alessandra Daniele

nazistaL’uomo in giacca blu scoperchia la bara. Il tanfo di decomposizione invade il piccolo sotterraneo tappezzato di svastiche.
Gli altri attorno alla bara si ritraggono, tappandosi naso e bocca con aria disgustata. L’uomo in blu gli lancia un’occhiata severa. Poi scatta nel saluto romano:
– Onore al camerata Erich Priebke!
Dopo un attimo d’esitazione, gli altri lo imitano.
– Onore al camerata Erich Priebke!
L’uomo in blu chiede
– Cosa dicono i Tg? Qualcuno sospetta che l’abbiamo preso noi?
La donna alla sua destra traffica con lo smartphone dorato.
– Qui sotto non c’è campo – risponde, delusa.
– Cominciamo – taglia corto l’uomo in blu, estraendo un libretto consunto, e un pugnale.
Gli altri porgono l’avambraccio destro. Uno dopo l’altro, ricevono un taglio. Il sangue sgocciola sulla salma, mescolandosi.
L’uomo in blu apre il libretto, e intona una sinistra cantilena.
Gli altri guardano la salma, ancora immobile.
– Forse è passato troppo tempo…
Il cadavere sussulta, come percorso da una scarica elettrica.
– Funziona!
Il corpo solleva la testa, spalanca gli occhi vuoti.
L’uomo in blu s’avvicina. Il cadavere lo azzanna alla gola.
Il sangue schizza violento sugli altri, che si ritraggono urlando. Corrono verso la porta del sotterraneo. E’ bloccata dall’esterno.
Il cadavere sgozzato dell’uomo in blu si rialza.

Nella stanza di controllo, due uomini in grigio osservano il massacro sul monitor.
– Tutto come previsto.
– Avremo presto l’emergenza che ci serve per dichiarare la legge marziale.

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La soluzione per la salma di Priebke https://www.carmillaonline.com/2013/10/17/la-soluzione-per-la-salma-di-priebke/ Thu, 17 Oct 2013 15:33:09 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=10148 di Alessandra Daniele

soluzione-acida

Soluzione acida.

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di Alessandra Daniele

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Soluzione acida.

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Il Papa PDofilo https://www.carmillaonline.com/2010/10/18/il-papa-pdofilo/ Mon, 18 Oct 2010 08:18:52 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=3651 di Alessandra Daniele

pdleader2.jpgE’ terminata l’estrazione dei minatori cileni (numero jolly 33) continua invece quella dei parenti di Sarah Scazzi che avrebbero partecipato al suo omicidio. Ogni giorno se ne aggiunge uno, e le analisi del movente si diversificano. La Padania ha titolato: ”Pugliese uccisa perché voleva vivere all’occidentale”. Entro la fine di questa settimana i Misseri assassini potrebbero essere abbastanza da formare un loro gruppo parlamentare, e Bonaiuti auspica che non facciano mancare l’appoggio al governo. Intanto lo scenario politico è in fermento come una discarica satura. Mentre i polifascisti si scindono per moltiplicarsi, le Brigate Redshirt piddine continuano a [...]]]> di Alessandra Daniele

pdleader2.jpgE’ terminata l’estrazione dei minatori cileni (numero jolly 33) continua invece quella dei parenti di Sarah Scazzi che avrebbero partecipato al suo omicidio. Ogni giorno se ne aggiunge uno, e le analisi del movente si diversificano. La Padania ha titolato: ”Pugliese uccisa perché voleva vivere all’occidentale”. Entro la fine di questa settimana i Misseri assassini potrebbero essere abbastanza da formare un loro gruppo parlamentare, e Bonaiuti auspica che non facciano mancare l’appoggio al governo.
Intanto lo scenario politico è in fermento come una discarica satura. Mentre i polifascisti si scindono per moltiplicarsi, le Brigate Redshirt piddine continuano a fottersi con le loro mani, lo slogan ”Rimbocchiamoci le maniche” è infatti un chiaro riferimento al fisting. Il PD è alla ricerca dell’ennesimo nuovo leader, il cosiddetto ”Papa Straniero”. S’è parlato prima di Lapo Elkann coi fratelli Harpo e Zeppo, poi di Montezemolo, Marchionne, Marcegaglia, Bernie Madoff. In realtà i nomi più quotati, pienamente in linea coi valori del PD, sono altri. Eccoli:

Erich Priebke
Parzialmente liberatosi dai suoi precedenti impegni, condivide col PD l’alto senso dello Stato, l’intransigenza legalitaria, e il rispetto per le Forze Armate. La sua esperienza e la sua competenza sarebbero preziose sia nella soluzione finale del problema immigrazione, che in tema di lotta al terrorismo, e riguardo all’invio di bombardieri in Afghanistan proposto dal governo, che Fassino ha approvato. Inoltre, la sua leadership potrebbe migliorare i rapporti col Vaticano, instaurando con Joseph Ratzinger un’intesa basata sulle comuni radici culturali.

Il virus Ebola
Da molti anni si prodiga efficacemente per contrastare la sovrappopolazione, e limitare l’immigrazione. Il valore umanitario del suo impegno in Africa è secondo solo a quello di Walter Veltroni. La straordinaria capacità di diffusione del suo influsso sarebbe preziosa nell’annunciata campagna porta a porta del PD. Il suo intervento ridurrebbe drasticamente il numero dei disoccupati in Italia, e successivamente anche in Europa.

L’asteroide Apophis
Benché in rotta verso la Terra, da molti è ritenuto destinato a rimanere solo una meteora passeggera nell’orizzonte politico italiano. In realtà, il suo impatto potrebbe rivelarsi enorme e decisivo, modificando drasticamente il panorama istituzionale. Inoltre, le ricadute della sua discesa in campo cambierebbero notevolmente il clima politico, portando all’estinzione di molte specie di problemi, e instaurando la tanto auspicata era delle Riforme.

El Chupacabra
Pare che non esista. Proprio come il PD.

A decidere il nuovo leader saranno come sempre le primarie, nelle quali uno di questi candidati esterni – o forse tutti e quattro – sfideranno l’attuale segretario in quella che sarà anche una gara di popolarità. Pierluigi Bersani parte nettamente sfavorito.

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Zombie Cabinet https://www.carmillaonline.com/2008/05/30/zombie-cabinet/ Fri, 30 May 2008 06:17:31 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=2660 di Alessandra Daniele

BombaAtomica.jpgFlash News

Viva preoccupazione viene espressa dalla comunità internazionale per la decisione dell’Italia di dare il via alla costruzione di centrali nucleari. Il timore condiviso è che l’annunciata intenzione di dotarsi di energia atomica a scopi civili nasconda in realtà quella di servirsene a scopi militari. L’imposizione italiana del segreto di Stato su luoghi e metodi di stoccaggio delle scorie alimenta ulteriormente questi sospetti. “Il regime italiano non offre sufficienti garanzie democratiche. Oltre a governare senza nessuna vera opposizione, Berlusconi controlla già tutta l’informazione, e buona parte del mercato italiano, ed è collegato alle autorità religiose più [...]]]> di Alessandra Daniele

BombaAtomica.jpgFlash News

Viva preoccupazione viene espressa dalla comunità internazionale per la decisione dell’Italia di dare il via alla costruzione di centrali nucleari. Il timore condiviso è che l’annunciata intenzione di dotarsi di energia atomica a scopi civili nasconda in realtà quella di servirsene a scopi militari. L’imposizione italiana del segreto di Stato su luoghi e metodi di stoccaggio delle scorie alimenta ulteriormente questi sospetti. “Il regime italiano non offre sufficienti garanzie democratiche. Oltre a governare senza nessuna vera opposizione, Berlusconi controlla già tutta l’informazione, e buona parte del mercato italiano, ed è collegato alle autorità religiose più integraliste del paese — ha dichiarato il portavoce dell’ONU — Non possiamo permettere che abbia anche la bomba atomica”.

Dawn of the PDead

Il principale esponente dell’esiguo schieramento dei neuroni di Veltroni ha partorito di recente un’altra delle sue fantozziane imitazioni anglofile: tentare di copiare il britannico Shadow Cabinet, nominando per ognuno dei ministri del Berlusconi Flying Circus un finto omologo PDino, che s’aggiri simulandone le attività, ovviamente però senza poterle svolgere realmente. Un po’ come i morti viventi di Dawn of the Dead s’aggiravano vanamente attorno al supermercato nel quale da vivi facevano la spesa. Lo Zombie Cabinet.
Questo spiega anche la sempre crescente fuga dei cervelli dall’Italia.
Se restassero, finirebbero mangiati.

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Nuovi scrittori sul mercato.

– Hai appena detto o fatto un’enorme cazzata che devi assolutamente negare contro ogni evidenza? Chiamaci, ti scriveremo una smentita così appassionata e indignata da far passare da stronze le tue vittime, e qualsiasi testimone oculare e/o televisivo del fattaccio!

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Tg 4 Flash news

Un’altra verità troppo a lungo nascosta dalla disinformazione comunista viene finalmente a galla. Nessun movente politico all’origine dell’eccidio delle Fosse Ardeatine. Il massacro di 335 italiani da parte delle truppe naziste al comando di Herbert Kappler ed Erich Priebke fu soltanto un tragico episodio di bullismo.

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