era di Trump – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 02 May 2026 14:39:13 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Di piazze piene a milioni e di carogne, canaglie e cialtroni… https://www.carmillaonline.com/2025/10/21/di-piazze-piene-a-milioni-e-di-carogne-canaglie-e-cialtroni/ Mon, 20 Oct 2025 22:01:44 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=90901 di Carlo Modesti Pauer

Un cattolico dice a un sedicente ateo: “In te vedo comportamenti cristiani…” E il sedicente ateo: “Ma io mica ero nato al tempo di Cristo!”

“Il fascismo è contro la democrazia che ragguaglia il popolo al maggior numero abbassandolo al livello dei più; ma è la forma più schietta di democrazia se il popolo è concepito, come dev’essere, qualitativamente e non quantitativamente, come l’idea più potente perché più morale, più coerente, più vera, che nel popolo si attua quale coscienza e volontà di pochi, anzi di Uno, e quale ideale tende ad attuarsi nella coscienza e volontà di [...]]]> di Carlo Modesti Pauer

Un cattolico dice a un sedicente ateo: “In te vedo comportamenti cristiani…” E il sedicente ateo: “Ma io mica ero nato al tempo di Cristo!”

“Il fascismo è contro la democrazia che ragguaglia il popolo al maggior numero abbassandolo al livello dei più; ma è la forma più schietta di democrazia se il popolo è concepito, come dev’essere, qualitativamente e non quantitativamente, come l’idea più potente perché più morale, più coerente, più vera, che nel popolo si attua quale coscienza e volontà di pochi, anzi di Uno, e quale ideale tende ad attuarsi nella coscienza e volontà di tutti.” (Enciclopedia Italiana, Treccani 1932, voce Fascismo).

In questo breve estratto si può trovare espressa la quintessenza dell’operazione fascista: un rovesciamento della nozione di democrazia. Non più la regola della maggioranza, bensì la concentrazione dell’Idea nel Capo. È un passo intriso di hegelismo filtrato dalle teorie di Gentile, il filosofo al servizio del Dittatore e autore della voce. Vi emerge la fenomenologia del popolo come Spirito oggettivo e dello Stato come Idea morale che si realizza attraverso la mediazione di un soggetto unico, all’interno di un quadro para-teologico in cui prende forma, allo scopo di conferire l’autorità assoluta, un legame mistico tra il Duce e gli imperatori Augusto e Costantino. Infatti, è esemplare come nel catalogo della “Mostra augustea della romanità” (Roma 1937), si leggeva dell’arco di trionfo costantiniano “eretto per celebrare la vittoria su Massenzio del 28 ottobre 312 che segnò l’avvento della Cristianità […] riportata presso quello stesso ponte Milvio, che il 28 ottobre 1922 le Camicie Nere varcarono, iniziando l’Era dei Fasci”.

Dunque, non si tratta solo di retorica propagandistica: questa formulazione afferma una vera metafisica politica, in cui la democrazia “reale” (quantitativa, misurata da libere elezioni) viene bollata come degrado, mentre la qualità “spirituale” è naturale prerogativa di pochi, o meglio, di uno solo. In questo modo, appare decisamente configurato e tracciato il carattere messianico dei fascismi storici: il Capo (duce o fuhrer) come incarnazione della volontà collettiva.

Il fascismo, come e più ancora il nazionalsocialismo (privo degli ingombranti “sovrani” italiani: il re e il papa), si radica in una mitologia messianica monocratica. Mussolini e Hitler si impongono e sono presentati come salvatori, profeti in grado di restituire unità al corpo sociale. Ma poi, la loro parabola si conclude nella catastrofe: il Duce catturato mentre se la da a gambe travestito da soldato tedesco, fucilato ed esposto a testa in giù in piazzale Loreto; Hitler, divorziato dalla Germania e dal popolo che “non ha dimostrato di essere all’altezza del compito. Non è degno di me, del mio genio. Ha meritato la rovina!”, finalmente si sposa con Eva Braun e il giorno dopo si suicida nel bunker.

Deflagrata in una consustanziale guerra mondiale, la dimensione messianica implode nel sangue, nella sconfitta militare e nell’orrore di crimini indescrivibili. A Milano, il 25 ottobre 1932, Mussolini aveva detto “Oggi, con piena tranquillità di coscienza, dico a voi, moltitudine immensa, che questo secolo decimoventesimo sarà il secolo del Fascismo”. Nel Mein Kampf (1925) Hitler prefigura che il nazismo “deve presentarsi come il preservatore di un millenario avvenire, di fronte al quale il desiderio e l’egoismo dei singoli non contano nulla e devono piegarsi.” La parusia fascista e nazionalsocialista, nel tentativo di rendere eterno l’istante politico, distruggerà ogni mediazione, ogni differenza, ogni temporalità autentica. La volontà di eternità precipita nel delirio di dominio, perché l’Assoluto, incarnato nel mondo, non può che annientare ciò che gli resiste. Il nazifascismo, proprio nel momento in cui si realizza, si condanna alla rovina: la parousía collassa; è la presenza assoluta che brucia il tempo stesso.

Dopo il 1945, tutto sembrava indicare la fine senza appello di esperienze tanto atroci. Tuttavia, il loro precipitato ideologico non si esaurisce. Il culto del capo, la svalutazione del pluralismo, l’idea di una politica come incarnazione spirituale continuano a riaffiorare quasi fossero un limaccioso fiume carsico, un virus culturale latente: un herpes nel ventre d’Europa.

Il punto cruciale è che, dopo la guerra, il “nuovo” capitalismo yankee non ha – apparentemente – più bisogno dei fascismi storici, così come se ne servì nel primo dopoguerra. La democrazia parlamentare entro certi limiti (anticomunismo ad ogni costo), diventa funzionale al nuovo ordine economico e geopolitico sorto con la Guerra fredda. Come noterà Bobbio, la “democrazia liberale è fragile ma si rivela adattabile: non un ostacolo, ma una forma di governo che il Capitale sa usare”. Tuttavia, le vicende complesse degli ultimi trent’anni, dalla dissoluzione dell’Urss in poi, hanno trasformato profondamente lo scenario geopolitico, mentre si imponeva un’economia globale di stampo neoliberista: deindustrializzazione nei paesi maturi, delocalizzazione produttiva, privatizzazioni, vendita di imprese pubbliche e riduzione dello Stato sociale; concentrazione della ricchezza, erosione dei diritti, crisi ricorrenti, tagli alla spesa pubblica, collasso dei welfare europei; omologazione giuridica al modello anglosassone, erosione della sovranità nazionale. La mattanza alla Diaz, la violenza feroce della repressione a Genova (G8-2001), doveva mettere a tacere chi indicava il nuovo orrore della teologia economica: il Capitale, nella sua autoriproduzione, si pone come realtà ultima, come principio di ogni senso, come Assoluto immanente che non tollera esterno né differenza. Il valore non rimanda più a nulla: è puro esser-presente, pura parusia del denaro che si moltiplica.

Il 2008, che per molti è stato paragonabile al crack del 1929, ha segnato il passaggio successivo: mentre milioni di persone perdevano case e lavoro, gli Stati salvavano le banche. Wolfgang Streeck, direttore emerito del Max-Planck-Institut für Gesellschaftsforschung di Colonia, lo ha detto con chiarezza: la democrazia è stata sospinta “in un corridoio sempre più stretto tra esigenze dei mercati e aspettative dei cittadini”. È qui che il concetto stesso di sovranità popolare si svuota, mostrando come il parlamentarismo contemporaneo sia già parte integrante del governo capitalistico.

Secondo Streeck, il modello di “capitalismo democratico” del dopoguerra (keynesismo) si basava su un patto sociale in cui lo Stato limitava gli “spiriti animali” del Capitale per garantire stabilità, crescita e pace sociale. La rivoluzione neoliberista, a partire dagli anni ‘70, ha liberato il Capitale da questi vincoli politici e istituzionali, portando a uno svuotamento dello spazio decisionale delle politiche nazionali e rendendo la politica subalterna all’economia. La crisi attuale non è più una crisi di legittimazione, ma una crisi economica evidente che si esprime attraverso il debito e la disuguaglianza. L’individualismo consumista di massa, infatti, ha neutralizzato le resistenze al processo di mercificazione. Si profila non già un crollo improvviso seguito da un nuovo ordine (come una rivoluzione socialista), ma un “interregno prolungato” di decadimento e disordine caratterizzato da instabilità, incertezza e caos, dove “tutti saranno in guerra con tutti”.

Il volto nuovo del fascismo non ha la forza né la necessità di costruire un ordine alternativo come nel 1932. Non organizza corporazioni, non genera un nuovo modello di Stato. Si riduce a un doppio ruolo: a) l’intensificazione repressiva, attraverso leggi securitarie, restrizioni di libertà e sorveglianza hi tech; b) la mobilitazione simbolico-identitaria intorno a bandiere, retoriche nazionaliste, slogan sulla patria e sulla tradizione, richiami strumentali e infantili a disegni divini. Il nuovo fascismo è dunque un attrezzo residuale, non più totalità organica, e quando arriva al potere, si riallinea immediatamente con il Capitale e con lo Stato imperiale.

L’Italia offre un esempio perfetto di questa condizione. L’attuale presidentessa del consiglio ha costruito la propria legittimazione attraverso il richiamo all’eredità neofascista: “non rinnegare, non restaurare”, la formula almirantiana del 1948, riproposta in una fisionomia aggiornata: “Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana”; è la forma con cui si propone come incarnazione del popolo che crede di “unificare” in sé stessa “quale coscienza e volontà di pochi (FdI), anzi di Una (lei)”, non è certo un caso che in questo slogan urlato nel 2019, echeggi il dettato del 1932. E ancora: “Il mio sogno è vivere in un’Italia nella quale, pur nelle differenze, tutti possano definirsi e agire da patrioti, ovvero da persone che antepongono l’interesse della Nazione all’interesse di parte o di partito”, un’affermazione che pare velata e tuttavia, rimanda apertamente all’idea di Stato del Mein Kampf, per cui “il desiderio e l’egoismo dei singoli non contano nulla e devono piegarsi”. Dunque “fascista” (neo, post, non importa), laddove si annulla il molteplice, si nega la complessità, si schiaccia la democrazia come collettore costituzionale del pluralismo, si violenta la polifonia politica, per imporre un monismo metafisico (la mistica della “Nazione”) che vorrebbe condurre a un “presidenzialismo” (mimetizzato nel “premierato”) vettore dell’accentramento del potere esecutivo, cui devono essere sottomessi, fino all’annientamento, i poteri legislativo (il parlamento già di “pianisti”) e giudiziario (l’anticamera dovrebbe essere la farsa della “separazione delle carriere”), così che il “potere sovrano” è legibus solutus.

Ma quando è al governo del “reale”, nello scenario mondiale, la Presidentessa del Consiglio abbandona la maschera e pratica la proskynesis davanti agli interessi degli Stati Uniti e dell’Unione Europea. Nessuna autonomia di politica estera (con un ministro che dichiara “il diritto internazionale vale fino a un certo punto”), pieno appoggio alla NATO, fedeltà al Patto Atlantico perinde ac cadaver. Il “sovranismo” si rivela quel che è: mera retorica, turpe spettacolo politico da lanciare in pasto a una plebe indifferente, distratta, impaurita, abbrutita, e prigioniera del proprio orizzonte.

Nel mondo vero, fuori della bolla di menzogne gonfiata grazie all’ampio controllo dell’informazione, l’Italietta di Giorgia è un solo una miserabile provincia dell’impero: un’economia deindustrializzata, incapace di competere nei settori strategici; un debito pubblico strutturale che blocca ogni margine di manovra; una crisi demografica che erode la base stessa della società; l’assenza totale di una visione di lungo o medio periodo (si veda l’uso ignobile dei 200 mld del PNRR).

L’Italia, che nell’illusione dopata del “miracolo economico” (1958-63) fu una media potenza, è oggi una realtà marginale, travolta da un inarrestabile declino e costretta nella camicia di forza della sudditanza agli Stati Uniti.

Su questo versante, Donald Trump – orrendo intruglio tra Kingpin e il Dottor Destino (per dirlo attraverso l’universo Marvel) – rappresenta l’altra faccia della medaglia. Il suo percorso verso la conquista del potere, sintetizzando, va letto alla luce di due momenti decisivi del XXI secolo: l’11 settembre 2001, che ha formalizzato la logica della guerra permanente e dello stato d’eccezione normalizzato; e la crisi del 2008, che ha distrutto la fiducia nella promessa americana (il mito dell’American way of life), mostrando che le élite – “comitato d’affari” orami assurto a un migliaio di persone su otto miliardi – salvano le banche e sacrificano i cittadini.

Il grottesco megalomane sbarcato alla Casa Bianca, una distopia peggiore dei più cupi romanzi e film fantapolitici, è l’espressione di questo collasso: un capo messianico che catalizza il risentimento popolare, ma arraffato il potere è totalmente – e ci mancherebbe altro – allineato al Capitale (tagli fiscali, deregulation e soprattutto affari suoi). Solo i gonzi e la marmaglia giornalistica in malafede non colgono la dimostrazione adamantina: il trumpismo non è un’alternativa, ma l’oscena, ultima variante compatibile dell’ordine neoliberale, nella sua estrema violenza e catastrofica ferocia.

Il fiume carsico che dal fascismo storico si dipana fino al presente mostra, perciò, discontinuità e continuità. Nel primo caso, c’è una deviazione principalmente nell’assenza della necessità d’una fondazione dello Stato totalitario. Mentre in continuità si manifesta, senza più veli, il nesso tra capitalismo e autoritarismo, tra economia turbo-liberista e violenza strutturale, la cui terribile espressione politica è la fatale trasformazione della democrazia stessa in mero strumento di dominio. Se da tempo si discute di post-democrazia (2003), ora è l’epoca della “democrazia illiberale” (taluni usa il termine meno felice democratura).

Non occorre più distruggere, come al tempo del fascismo storico, le istituzioni democratiche, sono state svuotate dall’interno, piegate alle logiche del mercato e della geopolitica imperiale. I fascismi mimetici con il volto di Meloni, Trump, Orban, non fanno che intensificare la repressione e agire simbolicamente alimentando la direttiva schmittiana amico-nemico, scatenando ovunque divisioni orizzontali (per es. ceto medio impoverito vs disgraziati) in modo da cancellare ogni possibilità di conflitto verticale (masse diseredate in rivolta contro ricchi e potenti), ma la sostanza resta immutata: il tragico simulacro della democrazia è solo un dispositivo del capitale globale, una catastrofe sistemica.

I milioni e milioni di cittadini che in tutta Europa, in decine di città, sono scesi in piazza in questi giorni, mossi dall’orrore di Gaza, sono al tempo stesso atto politico e domanda etica. Sono, perciò, un gigantesco grido collettivo davanti alla fine della democrazia cui attoniti stavano assistendo. Gaza e il genocidio palestinese sono percepiti all’interno di questo scenario più ampio, terribile, pericoloso: quello del collasso definitivo della Modernità, con tutto il suo portato di diritto e di diritti come strumenti di pacificazione, nel senso kantiano di una “pace perpetua” fondata sulla ragione e sul riconoscimento reciproco tra gli Stati e tra gli uomini.

Oggi quella promessa kantiana si è rovesciata nel suo contrario. L’idea di diritto universale è diventata una retorica dell’intervento (il diritto internazionale “vale fino a un certo punto” dice un raccapricciante clown a capo del Ministero degli Esteri italiano); la pace, un dispositivo di guerra preventiva; l’umanitarismo, una copertura ideologica per la violenza sistemica. Gli Stati democratici che si proclamano custodi dei diritti dell’uomo si rivelano, nei fatti, complici di pratiche genocidarie.

Come ha scritto Étienne Balibar, “il confine tra democrazia e barbarie non passa più tra i popoli, ma all’interno della stessa civiltà occidentale”.

In questo senso Gaza non è una “questione regionale”, ma il luogo in cui il dispositivo moderno — quello fondato su diritto, Stato, mercato e progresso — mostra la propria crisi terminale. Lì si misura il fallimento dell’universalismo occidentale, che pretende di difendere la libertà mentre distrugge la possibilità stessa di un mondo comune.

La catastrofe della Modernità non è solo politica, ma ontologica. È la crisi del soggetto occidentale che, dopo aver ridotto la terra a merce e il vivente a risorsa, si scopre privo di futuro. La guerra infinita, l’emergenza climatica, l’esaurimento delle democrazie rappresentative e la sorveglianza digitale sono le forme contemporanee di questa fine dell’umano come misura.

E tuttavia, proprio per questo, le piazze europee e mondiali in solidarietà con Gaza sono più che protesta: sono un atto di riappropriazione del senso politico. In un tempo in cui gli Stati hanno rinunciato alla giustizia, e le istituzioni internazionali tacciono, la società civile diventa l’unico luogo residuo della verità. È lì, in quella moltitudine che rifiuta l’indifferenza, che riappare ciò che resta della politica come possibilità etica del mondo. Contro il trionfo del “disumano”.

Non si tratta più di invocare un ritorno alla democrazia del Novecento, ormai svuotata e funzionale al capitale, ma di immaginare un nuovo universalismo post-occidentale, fondato non sull’astrazione dei diritti, ma sulla concreta esperienza della vulnerabilità condivisa.

La domanda che sale dalle piazze, e che nessun potere può soffocare, è allora la seguente: può ancora esistere un mondo comune dopo la fine della Modernità, dopo Gaza, dopo l’impero?

È una domanda terribile, ma necessaria. Perché da essa dipende non solo il futuro della politica, ma la possibilità stessa della civiltà.

 

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La notte dell’American Way of Life https://www.carmillaonline.com/2018/01/25/la-notte-dellamerican-way-of-life/ Wed, 24 Jan 2018 23:01:17 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=42940 di Sandro Moiso

Mi sono chiesto se fosse il caso di parlare ancora di un film che ha fatto incetta di premi all’ultima edizione dei Golden Globes (come miglior film drammatico, migliore attrice di un film drammatico, migliore attore non protagonista e migliore sceneggiatura) e sono giunto alla conclusione che sì, ne valesse la pena. Perché Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Three Billboards Outside Ebbing, Missouri) è una storia, magistralmente diretta dal regista inglese Martin McDonagh, di solitudine e violenza che ci mostra uno spaccato di quell’America profonda di cui tanto si sente parlare e che così poco si conosce.

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di Sandro Moiso

Mi sono chiesto se fosse il caso di parlare ancora di un film che ha fatto incetta di premi all’ultima edizione dei Golden Globes (come miglior film drammatico, migliore attrice di un film drammatico, migliore attore non protagonista e migliore sceneggiatura) e sono giunto alla conclusione che sì, ne valesse la pena.
Perché Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Three Billboards Outside Ebbing, Missouri) è una storia, magistralmente diretta dal regista inglese Martin McDonagh, di solitudine e violenza che ci mostra uno spaccato di quell’America profonda di cui tanto si sente parlare e che così poco si conosce.

Una società esplosa, si potrebbe dire forse disintegrata, in cui anche i valori più tradizionali e identitari (religione, famiglia, appartenenza alla comunità possibilmente WASP), spesso sbandierati sia dai suoi estimatori che dai suoi critici più feroci, non sono più ormai che vuoti feticci. Valori che sopravvivono soltanto accettandone la finzione persuasiva e consolatoria, ma che non reggono alla prova dei fatti.

Valori che possono disciogliersi come neve al sole di fronte al minimo soprassalto di coscienza. Nemmeno di una coscienza “politica”, ma semplicemente individuale. Coscienza di essere vittime di una violenza efferata e immotivata che sembra pervadere, e in effetti è così, ogni ambito della vita sociale. Pubblica o privata che sia. Una violenza che si fa forte della solitudine o dell’emarginazione delle vittime, designate o casuali che siano.

Frances McDormand interpreta, in maniera straordinariamente efficace, una madre (Mildred Hayes) la cui giovane figlia è stata stuprata ed uccisa. Dopo sette mesi le indagini sull’efferata violenza non hanno dato risultati, così la donna, pur di modestissime condizioni economiche, decide di affittare tre cartelloni pubblicitari, posti lungo una strada secondaria nelle vicinanze di casa sua, per chiedere alle autorità locali (lo sceriffo Bill Willoughby, interpretato da Woody Harrelson) perché tale delitto non sia stato ancora risolto e i suoi responsabili perseguiti.

Lo chiede alle autorità locali, sceriffo e agenti, perché li vede più attenti a perseguire i piccoli o inesistenti reati degli afro-americani più che a far valere i principi più generali della Legge e della Giustizia. E lo fa con i modi bruschi di una donna della middle-class ormai proletarizzata, di una donna abbandonata dal marito per una ragazza della probabile età della figlia, di una donna che beve per consolarsi e di una madre dai grandissimi sensi di colpa per una tragedia di cui si sente, almeno in parte, responsabile.

Su quei manifesti compare così simbolicamente l’immagine rovesciata di quella trasmessa durante l’era di Roosvelt dello stile di vita americano. La crisi odierna non ha sbocchi, non concede speranze e la depressione sociale non è più soltanto economica. Come nei tre manifesti fatti affiggere da Mildred, i “successi” dell’economia e della politica della nazione si riflettono negli sguardi, nei corpi e nei gesti dei suoi abitanti, così come ce li trasmette la fotografia del film.

Siamo in una cittadina del Missouri, la cui unica statua è quella ad un soldato della Guerra di Secessione, anche se non si sa a quale dei due schieramenti in campo appartenga visto che all’epoca il Missouri fu uno stato cuscinetto all’interno del quale le fazioni filo-sudiste e filo-nordiste lottarono duramente in oltre 1.200 scontri armati di varia entità, che lacerarono profondamente sia il territorio che la popolazione.

La maledizione di quella lacerazione sembra strisciare ancora sul fondo delle vicende narrate, anche se non sembra mai destinata a comparire pienamente. Alcuni agenti, ed uno in particolare (l’agente Jason Dixon, interpretato da Sam Rockwell), sono decisamente razzisti e lo sceriffo forse chiude un po’ troppo gli occhi su ciò che accade intorno a lui. Ma l’ignoranza, la dipendenza alcolica e le tare famigliari sono mostri che non si possono sconfiggere facilmente e lo sceriffo ha a che fare con un altro invincibile mostro: un cancro al pancreas.
Questo serve a giustificare qualcosa per Mildred o per lo spettatore? No.
Serve soltanto ad amplificare il senso di solitudine e di impotenza in cui ognuno si muove, vittima o meno che sia. In una società svuotata di ogni residuo valore umano, così come è stata svuotata dalle sue ricchezze minerarie la collina spaccata e devastata che fa da sfondo ai tre cartelloni e, metaforicamente, a tutta la vicenda.

Sullo sfondo si agitano i fantasmi del razzismo e di una guerra lontana che tracima oltre i suoi confini reali, per portare fino a casa i suoi frutti più marci. Meno sullo sfondo è presente quello del sessismo e della violenza famigliare, ma contro ognuno di essi anche la vendetta, così liberatoria in tante altre narrazioni, può rivelarsi incerta ed inutile.

Anche la trasfigurazione, fisica e psicologica, di uno dei personaggi cardine (interpretato dal bravissimo Rockwell) può rivelarsi vana. Condotto sulle note della canzone della Band dedicata alle sofferenze della popolazione del Sud degli Stati uniti nel corso della parte finale della guerra civile (The Night They Drove Old Dixie Down) e cantata da una Joan Baez ascoltata attraverso un vecchio juke-box il punto di volta della storia, il suo climax, servirà soltanto a rivelare ulteriormente le contraddizioni che agitano ognuno dei personaggi più che a consegnare alla Legge, o almeno a un giudizio definitivo, il reale assassino.

La canzone inserita all’interno di una colonna sonora molto bella, firmata da Carter Burwell, compositore statunitense noto per la sue collaborazioni con Joel ed Ethan Coen, costantemente presente, tesa a sottolineare con maestria ogni istante delle vicende narrate, sembra qui assumere un significato molto più ampio di quello legato alla delusione per il crollo del vecchio Sud, per assurgere a delusione per tutto un sistema di valori ormai definitivamente ed irreversibilmente crollato.

We were hungry / Just barely alive (“Affamati, a malapena vivi”): sono parole che vanno infatti ben al di là del loro significato immediato e fisico, in un mondo in cui non c’è salvezza, non c’è vendetta e la Legge del Signore è poco gradita. Come si dimostra in un dialogo crudissimo tra Mildred e il pastore locale che va a trovarla per consolarla e dissuaderla dalla sua intenzione di continuare ad esporre i tre manifesti. Così semplici, così provocatori, così insopportabili per della coscienze morte e sepolte. L’American Way of Life è definitivamente scomparsa nell’era di Trump. Non ha più maschere, bianche o nere, dietro cui nascondere la propria violenza di classe, razza o genere.

Mentre anche i media , così attratti dalla denuncia elementare e superficiale dei delitti o degli scandali, tremano e si schierano dalla parte della conservazione dell’esistente quando la critica rischia di farsi più radicale.
Quello che va infatti sottolineato è che il film va ben al di là dell’ambito “femminista” in cui lo si è voluto recintare in un periodo fortemente segnato dalle pubbliche denunce delle violenze e dai soprusi subiti dalle donne che lo star system di Hollywood, e non solo, aveva cercato fino ad ora di nascondere. E non è certo una “commedia nera” come la distribuzione italiana l’ha fin qui voluto presentare.

Perché in realtà si tratta di un’autentica tragedia che da personale si trasforma in corale; da dramma individuale e famigliare a dramma di un intero popolo e di un’intera nazione che ha perso tutti suoi punti di riferimento e che non sa più nemmeno immaginare in quale tipo di giustizia si possa credere o sperare. Scavando nelle contraddizioni spietatamente e fino all’osso, a differenza di un altro film, il recente e farlocco Detroit di Katryn Bigelow, in cui si preferisce trasformare le vicende corali della più grande rivolta razziale degli Stati Uniti1 in un fatto riguardante pochi individui, in cui il bene e il male sono facilmente individuabili e ben definiti e la giustizia (pur non soddisfatta) anche, così come piace alla buona coscienza perbenista e manichea.

Mentre un altro bel film della stagione passata, Get Out (Scappa) co-prodotto, scritto e diretto da Jordan Peele, attore afro-americano al suo esordio dietro la macchina da presa, è stato relegato anch’esso a “commedia nera”, pur essendo in realtà un autentico horror movie ispirato dalla critica alla falsa coscienza liberal dell’età di Obama, quando ogni “negro” è da considerarsi buono soltanto nel momento in cui perde la sua reale identità. Violenza estrema e negatrice degli individui e delle comunità alla quale si può rispondere soltanto con la violenza. Per una volta liberatrice.


  1. Si veda il mio https://www.carmillaonline.com/2013/08/09/detroit-e-morta-viva-detroit-prima-parte/ e https://www.carmillaonline.com/2013/08/14/detroit-e-morta-viva-detroit-seconda-parte/  

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