Epoca – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 11 Jun 2026 19:53:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Terrorismo, guerra psicologica, manipolazione dell’informazione e costruzione del consenso https://www.carmillaonline.com/2015/12/03/terrorismo-e-guerra-psicologica-manipolazione-dellinformazione-e-costruzione-del-consenso/ Thu, 03 Dec 2015 21:17:55 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=27072 di Fiorenzo Angoscini

steranko I recenti avvenimenti francesi (Parigi, 13 novembre) ripropongono all’attenzione generale la funzione del cosiddetto quinto potere: il rapporto tra alcune agenzie di stampa, certuni operatori dell’informazione, testate giornalistiche e gruppi editoriali. In un miscuglio di agenti atlantici, giornalisti-militanti (prevalentemente fascisti) arruolati come consulenti e pennivendoli, vertici militari e dei servizi più o meno segreti, manovali del tritolo, servi senza dignità (politica) e provocatori a tempo pieno. Soprattutto, in riferimento anche ad un recente passato, si può constatare come alcune questioni, per determinati gruppi di pressione, non siano mai superate o passate di moda, ma mantengano piuttosto una [...]]]> di Fiorenzo Angoscini

steranko I recenti avvenimenti francesi (Parigi, 13 novembre) ripropongono all’attenzione generale la funzione del cosiddetto quinto potere: il rapporto tra alcune agenzie di stampa, certuni operatori dell’informazione, testate giornalistiche e gruppi editoriali. In un miscuglio di agenti atlantici, giornalisti-militanti (prevalentemente fascisti) arruolati come consulenti e pennivendoli, vertici militari e dei servizi più o meno segreti, manovali del tritolo, servi senza dignità (politica) e provocatori a tempo pieno. Soprattutto, in riferimento anche ad un recente passato, si può constatare come alcune questioni, per determinati gruppi di pressione, non siano mai superate o passate di moda, ma mantengano piuttosto una loro freschezza e siano sempre d’attualità così che, teorizzazioni di cinquant’anni fa, possono sembrare enunciate in questi giorni.

In particolare modo è stupefacente la capacità e volontà di amplificare, distorcere, piegare alle necessità politiche, sociali ed economiche, fatti ed avvenimenti apparentemente diversi da quello che sono, manipolando e trasfigurando la realtà. Spiegando che, in nome della lotta al terrorismo mondiale, si possono sacrificare libertà minime, acquisite e consolidate. Cercando di convincere la pubblica opinione che, per sconfiggere il terrore, si deve e si può rinunciare a una quota minima(?) di libertà personali; si può sottostare ad un maggiore controllo poliziesco, accettare l’aumento della produttività (è risaputo che un maggiore impegno lavorativo aiuta a sconfiggere le forze del male) e, infine, assecondare gli immancabili necessari sacrifici, sempre conditi con altre rinunce e privazioni. Una guerra psicologica neppur troppo sottile.

Lo si diceva in premessa: una storia vecchia, ma sempre nuova. Che comincia da lontano.
La seconda guerra mondiale non era ancora finita e già l’Office Strategic Service americano, il precursore della CIA, intesseva rapporti con i fascisti italiani per la futura guerra contro il comunismo, mentre nel giugno del 1950, a Berlino Ovest, viene fondato “Il Congresso per la Libertà della Cultura” (Congress for Cultural Freedom-CCF) sostenuto finanziariamente dalla CIA, la cui vocazione era di riunire gli intellettuali anticomunisti e che sovvenzionava parecchie riviste ed organi di stampa: Preuves in Francia, Encoutern in Gran Bretagna1 e tre servizi di stampa. Uno in inglese (Forum Informations Service) a Londra, l’altro in francese (Preuves Informations) a Parigi, e l’ultimo in spagnolo (El Mundo).

Una branca del CCF, il Forum World Features (FWF) è “un servizio di informazioni internazionali che ha lo scopo dichiarato di procurare una base commerciale, un servizio settimanale che copra gli affari internazionali, l’economia, le scienze, la medicina, recensioni di libri, e di altri argomenti di interesse generale”. Il responsabile delle pubblicazioni di stampa del CCF era Brian Crozier, ex giornalista dell’Economist ed agente CIA.

Un altro ex giornalista dello stesso giornale inglese, Robert Moss, che nel 1974, in una corrispondenza da Bruxelles, definì la capitale belga “un centro di sovversione” a causa dell’ “ampio reclutamento operato dalla Quarta Internazionale trozkista…”, è uno degli autori più in vista e prolifici dell’ Istituto per lo Studio dei Conflitti (ISC). .

Nel maggio del 1954, presso l’Hotel Bilderberg di Osterbeck nei Paesi Bassi (Olanda) si tiene il primo convegno noto di “…un altro club che è per parte sua molto più clandestino ed esclusivo ( e molto più ‘militante’ nel suo anticomunismo che non la commissione Trilaterale i cui scopi sono confessati e confessabili): il gruppo Bilderberg”.
Tema dell’incontro: “La difesa dell’Europa contro il pericolo comunista”.
Gli incontri-convegni si susseguirono poi ogni anno (nel 1955 e 1957 due volte) in località di paesi diversi.

Oltre al Club fu creata anche la Commissione Trilaterale che raccoglieva, e raccoglie ancora, nomi del capitale multinazionale americano, europeo e giapponese, uomini politici, sindacalisti e studiosi dei paesi del triangolo: USA, Europa e Giappone.
E’ un gruppo di riflessione, un circolo più o meno chiuso che ha lo scopo di elaborare una teoria e di coordinare le politiche dei vari governi. La Commissione ha proposto in occasione dei suoi seminari una serie di misure concrete per raggiungere nel minor tempo possibile gli obiettivi prefissati. A poco a poco questi obiettivi si sono realizzati, tanto più in fretta in quanto alcuni membri degli attuali governi dei paesi del triangolo hanno partecipato ai lavori della commissione.2

Un’altra università di condizionamento psicologico è costituita dall’ Istituto di alti studi internazionali di Ginevra. L’èlite della diplomazia mondiale è passata per l’istituto. Sino dagli inizi negli anni 60, il bilancio dell’istituto proveniva principalmente da fondazioni americane come Ford e Rockefeller. Ma il sostegno americano non è stato solo finanziario: gli americani vi hanno egualmente trasmesso la loro concezione del ruolo dei diplomatici e dei funzionari internazionali…Formando vari consiglieri ‘diplomatici’ che, in epoche diverse, hanno sparpagliato per il mondo: Corea del Nord, Vietnam, Cile, America Latina, Medio Oriente.

In Italia il primo ‘ingegnere della provocazione‘ è stato Luigi Cavallo. Personaggio che definire ambiguo è riduttivo e che inizia la sua attività già nel 1937. Stranamente, nel 1945 riesce ad iscriversi al PCI, poi inizia, tra tutte la altre imprese, una frenetica attività di collaborazione con Edgardo Sogno. In stretto contatto con Valletta e il colonnello Renzo Rocca (che verrà ‘suicidato’ il 27 giugno 1968) dell’Ufficio Rei del Sifar, pubblica, o è direttore di fogli e riviste ultra reazionarie come Pace e Libertà, oppure fintamente rivoluzionarie: Il Fronte del Lavoro, Satira Socialista, Problemi del Comunismo e del Socialismo, Enciclopedia Operaia, In difesa dell’Albania e della Cina, fino (1960) alla creazione di “Agenzia A”, una vera e propria centrale della falsificazione, della manipolazione, mistificazione e provocazione.

La rivista CONTROinformazione3 nel suo numero 9-10 del novembre 1977 gli dedica un corposo dossier (pag. 22-37) dall’esplicito titolo: “Controrivoluzione di stato, LUIGI CAVALLO, Lo scienziato della provocazione”.

In quegli anni, inizia il proprio ‘lavoro’, coniugando teoria (deformazione della realtà) e pratica (pianificazione di interventi energici su treni, dentro le banche, nelle piazze) l’Aginter Presse emanazione diretta del controspionaggio atlantico in collaborazione con la PIDE polizia segreta portoghese del dittatore Salazar.
Fondata a Lisbona-attorno ad un gruppo di reduci dell’Organisation Armèe Segrète-nel 1966(operativa fino alla vittoria della Rivoluzione dei garofani, aprile 1974) da Yves Guillou, in ‘arte’ Yves Guèrin Sèrac, ex capitano paracadutista del Service de Documentation Extèrieure et de Contre-Espionagge durante la guerra di Algeria, che ha disertato nel 1962 per unirsi all’OAS, insignito dalla Bronze Star americana per ‘meriti’ acquisti nella guerra di Corea e che è stato, per circa vent’anni, il direttore d’orchestra dell’Internazionale nera. La più pericolosa e sanguinaria organizzazione nazi-fascista che abbia operato in Europa negli anni sessanta-settanta. La cui missione principale era di “schiacciare lo sciacallo comunista”, con ogni mezzo necessario.

In Italia, ‘collaboratori’ dell’Aginter Presse sono stati diversi giornalisti-militanti-fascisti: Giano Accame (Sid, Bnd, Il Borghese, Il Fiorino, La Folla, Nuova Repubblica), Gino Agnese (Sid, Il Tempo), Guido Giannettini (Sid, Lo Specchio, Il Tempo, L’Italiano, Il Corriere della Sera), Pino Rauti (Sid e Kyp, Il Tempo) e Giorgio Torchia (Sid e Bnd, Il Tempo).

Accame, Giannettini, Rauti e Torchia sono stati ‘oratori’ (o hanno presentato relazioni scritte) al famigerato I° Convegno di Sudio promosso ed organizzato dall’Istituto Alberto Pollio di studi storici e militari svoltosi a Roma nei giorni 3, 4 e 5 maggio 1965 presso l’hotel Parco dei Principi.4

Il primo ed unico, secondo uno dei fondatori e promotori del convegno, organizzato dall’Istituto dedicato al Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Alberto Pollio.5 Il convegno, sponsorizzato dallo Stato Maggiore Difesa, e il cui tema era “La guerra rivoluzionaria. Il terzo conflitto mondiale è già cominciato”, ha costituito uno degli snodi principali della guerra a bassa intensità scatenata in Italia a partire da quegli anni.

pollio Stranamente, la seconda parte del tema all’ordine del giorno, viene sempre dimenticato, volontariamente rimosso, probabilmente per l’esplicito coinvolgimento che, il solo ricordarlo, comporta. Ammettere cioè che, in quella sede, ma anche prima, è stato dato il via ad una guerra civile di lunga durata mai dichiarata, ma teorizzata, praticata e combattuta da una sola delle parti (agenti di servizi segreti nazionali e transnazionali, appartenenti ad organizzazioni ‘extraparlamentari’ fasciste, forze di polizia e militari, giornalisti nella triplice veste di ‘operatori di una certa informazione’, leader politici, provocatori) in causa. L’altra parte si è trovata costretta a subirla e ha dovuto difendersi. Passando, in certi casi e momenti, al contrattacco.

Al convegno, “ha partecipato un Gruppo di studio di studenti universitari”. Tra di essi il falso anarchico Michele Mario Merlino e, anche se in alcune circostanze lo ha smentito, il capo di Avanguardia Nazionale Stefano Delle Chiaie. Oltre ai già citati hanno preso parte a questa chiamata alle armi atlantico-fascista, altri ‘giornalisti’ asserviti: Eggardo Beltrametti (Sid), giornalista del quotidiano Roma diretto da Alberto Giovannini (che ama definirsi fascista di sinistra), Gianfranco Finaldi (Sid) seguace di Pino Romualdi ed attivo (anni cinquanta) nei Fasci Azione Rivoluzionari, de Lo Specchio e Il Settimanale, Enrico De Boccard (Sid) Lo Specchio, Marino Bon Valsassina (Sid) Il Giornale d’Italia, Giorgio Pisanò (Sid) direttore de Il Candido, Giuseppe Dall’Ongaro (Sid) Il Giornale d’Italia, Vanni Angeli (Sid) Il Tempo, Fausto Gianfranceschi (Sid) Lo Specchio e Il Tempo.6

Questi principi neri della penna sono stati affiancati da Ivan Matteo Lombardo, ex ministro socialdemocratico (Psdi), Pio Filippani Ronconi, ex ufficiale delle SS italiane, Alfredo Cattabiani, uno dei massimi esponenti dell’integralismo cattolico.
Alla presidenza: Salvatore Alagna, consigliere di Corte d’Appello di Milano, Alceste Nulli Augusti, generale dei paracadutisti, Adriano Giulio Cesare Magi-Braschi, tenente colonnello già responsabile del Nucleo guerra non ortodossa del Sifar ed intervenuto (così qualificato anche negli atti del convegno) sotto le mentite spoglie di avvocato.7 Considerato da Ordine Nuovo l’elemento essenziale di collegamento nella prospettiva del colpo di stato.

In quel convegno, due ‘giornalisti’ di complemento dei servizi, esprimono alcuni concetti di strettissima attualità. Nell’inaugurazione, Gianfranco Finaldi, presidente del Pollio, chiarisce scopi e finalità del convegno: “Noi affermiamo cioè che la terza guerra mondiale è già scoppiata, che essa si sta combattendo nel mondo, anche se, nel suo quadro, non è ancora stata usata l’arma atomica…Simile nuovo tipo di guerra si chiama appunto ‘guerra non ortodossa’ o ‘guerra rivoluzionaria’ “. Poi, ancora: “Abbiamo qui fra noi venti studenti universitari che l’Istituto Pollio ha pregato-dopo una selezione di merito-di prendere parte ai lavori, appunto come gruppo…L’Istituto Pollio si sforzerà di aiutarli in ogni modo: facilitando le loro ricerche, promuovendo le loro sessioni di studio, ponendo a loro disposizione il materiale necessario..”.
Alcune considerazioni: chi fossero alcuni degli ‘studenti universitari’ si è già detto. Interessante sapere che sono stati selezionati per il loro merito, che partecipano ed agiscono come ‘gruppo’. Quale materiale venga, poi, messo a disposizione, viste le successive imprese, potrebbe chiarirlo un esperto balistico…

Finaldi specifica che “la relazione-cardine” del convegno verrà sviluppata da Eggardo Beltrametti. Così, Beltrametti, curatore anche della pubblicazione degli atti del convegno, avvenuta solo un mese dopo il suo svolgimento, oltre ad illustrare perché è stato organizzato il convegno ed essere l’autore dello ‘sguardo riassuntivo’ finale, presenta una relazione imperniata su “La guerra rivoluzionaria: filosofia, linguaggio e procedimenti. Accenni ad una prasseologia per la risposta”.
Ribaltando, come si suol dire, il sacco, Beltrametti attribuisce ai Comunisti (comprendendo in tale definizione tutti coloro che non sono allineati con le convinzioni dei convenuti) quello che, assieme ai suoi accoliti, sta già praticando: “Dalle decisioni di governo alla politica per favorire lo sviluppo scientifico, dall’economia pianificata all’approntamento di mezzi atomici fino al pugnale dato in mano all’attivista fanatizzato per uccidere, dalla propaganda alle manovre diplomatiche…il seminare il senso d’incertezza, d’insicurezza economica e politica, le delazioni e le provocazioni…
Fino al colpo di teatro, alla negazione-affermazione: “…(il) tipo di libertà democratica per cui il nemico ci combatte in nome di quei nostri principi, che egli distruggerà appena avrà raggiunto il successo. Si tratta quindi di un atto di saggezza e di giustizia togliere ai movimenti, ai partiti ed ai gruppi al (loro) servizio la libertà d’azione”.

Come già detto, Finaldi e Beltrametti, non furono gli unici ‘operatori della (dis)informazione’, della manipolazione, della falsificazione plateale a prendere parte alle tre giorni di Parco dei Principi. Probabilmente furono i più espliciti rispetto alle tecniche contro rivoluzionarie da approntare.
Filiazione del Pollio, un anno dopo (siamo sempre a metà, o poco più) degli anni sessanta, è stato il ‘terroristico’ opuscoletto scritto da Giannettini e Rauti (pubblicato con la pseudonimo Flavio Messalla) “Le mani rosse sulle forze armate”. E’ del 1964 il tentativo di colpo di stato (Piano Solo) De Lorenzo-Sifar-Segni e gli ‘artigli’ delle FFAA erano di tutt’altro colore…

A queste azioni ed operazioni di ‘fusione’ fisica, operativa ed ideologica tra agenti atlantici, strateghi della controrivoluzione, vertici militari, pennivendoli di regime, manovali del terrore, provocatori di tutte le risme si sono affiancati anche altri ‘attori’, forse più subdoli ed ambigui, ma sempre mefitici.
Noti anche come il ‘Duo di Padova’: Elio Franzin e Mario Quaranta, che sul finire degli anni sessanta pubblicano, per una delle case editrici (Pamphlets) di Giovanni Ventura, loro mecenate ed editore, un opuscoletto molto significativo, intitolato: “Gli attentati e lo scioglimento del parlamento”. E già si capisce quali sono le tesi sostenute e a cosa si mira.

Un piccolo saggio delle loro perle di verità a proposito del libro contro inchiesta “La strage di stato”: “…è il caso di Giovanni Ventura, a cui il libretto attribuisce fatti e atteggiamenti di tutta invenzione. E’ noto che quando si prospetta un caso giudiziario particolarmente vistoso, si fanno avanti mitomani, pazzi, cretini, i quali garantiscono di avere decisive rivelazioni da fare”.
Così, il povero Giovanni Ventura è “…stato costretto a denunciare e a querelarmi nei confronti della casa editrice Samonà e Savelli di Roma e “La strage di stato”, a causa del carattere calunniatorio nei miei confronti delle affermazioni ivi contenute”.

Franzin e Quaranta, in compagnia di altri, compaiono anche come componenti promotori del ‘Comitato di Controinformazione “Giuseppe Pinelli” di Padova’, il quale, nel febbraio del 1971, per un’altra casa editrice di Ventura, la Galileo Editori, pubblica “Pinelli: un omicidio politico”. Tanto per intorbidire ancora un po’ le acque. In maniera, direi stupefacente, nel maggio 1970, per Marsilio editori (casa editrice da sempre ‘vicina’ al PSI) riescono a farsi pubblicare: “Eugenio Curiel. Dall’antifascismo alla democrazia progressiva”. Dei veri camaleonti.

Infine, in questa piccola galleria del condizionamento ideologico e della manipolazione dell’informazione, non poteva mancare un rimando al settimanale Epoca (1959-1997) di proprietà della Mondadori, per le sue capacità ‘divinatorie’ ed anticipatorie di avvenimenti non ancora (naturalmente) accaduti.
Il primo colpo da ‘sfera di cristallo’ è del luglio 1964-il tentativo di golpe non era ancora stato denunciato e rilanciato da L’Espresso– e, con sospetta tempestività, la rivista esce con una copertina tricolore sulla quale campeggia questa dichiarazione: “L’Italia che lavora chiede al Capo dello Stato un governo ENERGICO E COMPETENTE che affronti subito con responsabilità la crisi economica e il malessere morale che avvelena la nazione”. Si potrebbe dire: c’è chi agisce, e chi rivendica, anticipando l’avvenimento.

Un altra fortuita coincidenza si verifica con il numero della rivista in edicola l’11 dicembre 1969, proprio il giorno prima della strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana a Milano, con la seconda operazione tricolore. Il settimanale neo-gollista titola: “Senza peli sulla lingua, senza conformismi. CHE COSA PUO’ ACCADERE IN ITALIA”. Un incredibile fiuto per i colpi di stato e le manovre che destabilizzano per stabilizzare il sistema.
Il giorno dopo, durante il mercatino pomeridiano degli agricoltori, a Milano, in Italia, accade che una bomba atlantico-clerico-fascista, provoca, nel salone di una banca, sedici vittime (diventeranno 17).
Nel 1951, corrispondente dagli Stati Uniti per la rivista dei ‘tre colori’ è l’immancabile Luigi Cavallo.8

A metà anni sessanta, per tutti questi logorroici e monotoni (ma pericolosi) arnesi della reazione e soldati della contro guerriglia, il nemico sempre presente, che si materializzava ad ogni iniziativa e in qualsiasi circostanza e contesto diverso dal loro, era il Comunismo. Oggi è mutato (relativamente) il bersaglio: gli hanno cucito addosso l’abito di precostituiti fanatici religiosi oppure è fornito dai migranti in fuga da ‘guerre umanitarie’, disperazione e fame e, naturalmente, da qualsiasi tipo di antagonismo sociale non ancora integrato nei partiti di regime. Le strategie e le tattiche non sono cambiate di molto e la sostanza e gli antidoti proposti neppure: falsità, manipolazione della realtà, forzatura del contesto generale, diffusione del senso di paura, innalzamento del livello di allerta, per stimolare la richiesta di ritorno all’ordine, naturalmente con l’instaurazione (o consolidamento) di un governo ‘forte’.

Così la peste bruna potrà mietere nuove vittime e, forse, ottenere ancora una volta i suoi trofei di barbarie e di sangue.


  1. Su Encounter, Tom Braden, ex direttore del Dipartimento delle organizzazioni internazionali della CIA, scrisse un articolo dall’eloquente titolo: “Sono felice che la CIA sia immorale”  

  2. Per CCF, ISC, Bilderberg, Trilaterale, Istituto alti studi internazionali, vedi CONTROinformazione n° 11-12, luglio 1978  

  3. Che Umberto Eco e Patrizia Violi (in La Controinformazione, in V. Castronovo e N. Tranfaglia, La stampa italiana del neocapitalismo, Laterza, Bari, 1976) descrivono così: “Controinformazione che appare subito come una fra le riviste più curate nella veste grafica…Coerentemente all’impegno di rigore e precisione documentativa, anche il linguaggio tende ad essere il più puntuale e scientifico possibile, pur mantenendosi ad un elevato grado di leggibilità, realizzando una scrittura di tipo saggistico dimostrativo. Sono del tutto assenti, anche là dove si parla di situazioni particolarmente tragiche e drammatiche, le forti connotazioni emotive, le invettive, le ingiurie o le forme sarcastiche e allusive utilizzate da altre pubblicazioni di informazione alternativa…dove si attua un vero e proprio smontaggio di tutti quegli artifici tecnici e linguistici di cui comunemente l’informazione ufficiale si serve per deformare e modificare la portata e il senso di certe notizie e tanti altri espedienti ancora che possiamo quotidianamente verificare su qualsiasi foglio di informazione, tutti rigorosamente suffragati da esempi”per concludere con la denuncia: “…(del) ruolo egemone dell’imperialismo americano alla funzione portante delle multinazionali, dalla riorganizzazione del lavoro in fabbrica all’uso del fascismo e della provocazione, dalla più aperta repressione poliziesca e giudiziaria, ai vari aspetti che essa assume nella quotidiana manipolazione culturale ed ideologica, fino ad una precisa denuncia dei meccanismi dell’inganno informativo da parte della stampa e della radiotelevisione”  

  4. Per Aginter Presse e Convegno Pollio: S. Ferrari, I denti del drago. Storia dell’Internazionale nera tra mito e realtà, BFS Edizioni, Pisa, 2013; M. Dondi, L’eco del boato. Storia della strategia della tensione 1965-1974, Editori Laterza, Roma-Bari, novembre 2015  

  5. Per Alberto Pollio: Giovanni d’Angelo, La strana morte del tenente generale Alberto Pollio. Capo di stato maggiore dell’esercito. 1° luglio 1914, Gino Rossato Editore, Valdagno (Vi) 2009 e http://www.archiviostorico.info/interviste/4215-la-strana-morte-del-tenente-generale-alberto-pollio-intervista-con-giovanni-dangelo  

  6. Vedi: M. Dondi, citato 

  7. Per Parco dei Principi: E. Beltrametti (a cura di) La guerra rivoluzionaria. Il terzo conflitto mondiale è già cominciato, Atti del primo convegno organizzato dall’ Istituto Pollio, Giovanni Volpe Editore, Roma, 1965  

  8. Per Piano Solo e copertine Epoca: Brescia, 28 maggio 1974. Strage di Piazza della Loggia, Colibrì edizioni, Paderno Dugnano (Mi) giugno 2008  

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Un uomo fortunato: intervista a Morando Morandini https://www.carmillaonline.com/2014/07/17/uomo-fortunato-intervista-morando-morandini/ Thu, 17 Jul 2014 21:10:35 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=15601 di Filippo Casaccia

Intervista MorandiniLunedì prossimo Morando Morandini, decano della critica cinematografica italiana, compie novant’anni. Questa intervista inedita – concessami nell’estate del 1998 – è l’omaggio di Carmilla a un maestro discreto e illuminante.

Quando nasce la sua passione per il cinema? E con quali film? Sono stato uno spettatore precoce. Avevo dodici anni nel 1936 quando cominciai a ritagliare le recensioni di Filippo Sacchi sul “Corriere della Sera”, e le corrispondenze dai festival di Venezia. Le incollavo su un quadernone che purtroppo s’è perso nei traslochi di guerra. Insomma, cominciai presto ad andare al cinema in un certo modo: [...]]]> di Filippo Casaccia

Intervista MorandiniLunedì prossimo Morando Morandini, decano della critica cinematografica italiana, compie novant’anni. Questa intervista inedita – concessami nell’estate del 1998 – è l’omaggio di Carmilla a un maestro discreto e illuminante.

Quando nasce la sua passione per il cinema? E con quali film?
Sono stato uno spettatore precoce. Avevo dodici anni nel 1936 quando cominciai a ritagliare le recensioni di Filippo Sacchi sul “Corriere della Sera”, e le corrispondenze dai festival di Venezia. Le incollavo su un quadernone che purtroppo s’è perso nei traslochi di guerra. Insomma, cominciai presto ad andare al cinema in un certo modo: possiamo chiamarlo “critico”? Meravigliavo le signore, amiche di mia madre, snocciolando i nomi di attori e attrici, e a poco a poco cominciai a distinguere un regista dall’altro. Da molti anni ho un sogno che non realizzerò mai: un saggio sulla critica italiana di cinema, suddivisa in generazioni. Sono convinto che in ciascun critico conti la sua infanzia cinematografica, cioè i film con cui “è nato al cinema”, quelli che cominciato a vedere in un certo modo. Parlo di film, ma il discorso si potrebbe estendere ad altri settori: libri, quadri, musica. C’è anzitutto una generazione, ormai quasi scomparsa, che nacque al cinema negli ultimi anni del muto, a cavallo tra gli anni ‘20 e ‘30. Venne poi quella degli anni ’30 sonori, quando, poiché il cinema italiano contava poco, si nutriva di film americani e francesi. Clair, Carné, Duvivier e un po’ meno Renoir che per ragioni politiche era poco importato. Seguirono la generazione del neorealismo, che scoprì il cinema a partire dal ’45 con Rossellini, De Sica, Visconti e quella della Nouvelle Vague a cavallo tra i ’50 e i ’60. In termini anagrafici dovrei appartenere a questa generazione, ma, essendo stato un precoce (ride), faccio parte della precedente. Venne poi la squadra degli anni ’70, quella che rivalutò Matarazzo, Mattoli, Totò e gli altri, insomma quel cinema commerciale, artigianale, non d’autore che le generazioni precedenti avevano ignorato, snobbato, spregiato. L’ultima generazione è quella che ha tettato il cinema sul televisore, ha l’inconscio colonizzato dai film hollywoodiani e scrive saggi pensosi e interminabili sul trash e sul gore. Ma per dirla secca, sono nato al cinema con i film francesi degli ultimi anni ’30. I miei idoli erano Jean Gabin, Arletty, Michèle Morgan. E Gary Cooper tra gli attori americani. Tra le attrici la Davis, la Hepburn, Carole Lombard. E Dorothy Lamour di cui mi innamorai col tramite di John Ford in Uragano (1937). Ford e Hawks erano i miei director preferiti, ma ricordo che mi lasciai incantare da Winterset (Sotto i ponti di New York, 1936) di Al Santell e rimasi sconvolto da Delitto senza passione (1934) di Ben Hecht. Riuscivo già ad andare fuori dai sentieri battuti. A dodici anni, come ho già detto, leggevo Filippo Sacchi, poi passai al settimanale “Film” di Doletti (era un lenzuolo, come il primo “Espresso”) e, infine, al liceo approdai alla rivista “Cinema” e a qualche numero di “Bianco e nero”.

Morandini 1E quand’è che questa passione diventa un mestiere?
C’è un intervallo bellico, diciamo il biennio 1944-45, in cui ho visto pochissimi film. Un buco nero. A guerra finita mi trovai iscritto al quarto anno di Lettere alla Statale di Milano senza aver dato nemmeno un esame. Qui comincio a fare il giornalista in un quotidiano cattolico di Como. Si chiamava “L’Ordine”. Sono un milanese che ha passato vent’anni, tra i 5 e i 25, sulle rive del Lario, dunque in provincia, il sale d’Italia. Il I° luglio del ’47 ero già giornalista professionista. Nella primavera di quest’anno una medaglietta dell’ordine per i 50 anni di professionismo, e ti assicuro che tra gli altri colleghi medagliati e cinquantenari ero tra i più arzilli. Non capitava spesso nemmeno allora di entrare in giornalismo a ventun anni. All’“Ordine” eravamo in quattro, e facevo un po’ di tutto, ovviamente, soprattutto cronaca nera e bianca. Anche un po’ di recensioni di film, ogni tanto. Recensì Paisà, parlandone bene (ride). Succede che nel ’49 mi licenziano. Passo nove mesi da disoccupato o, meglio, senza stipendio poiché collaboravo all’altro quotidiano comasco, “La Provincia”: teatro, cinema, libri, mostre d’arte, qualche articolo di cronaca locale. Nel ’50 trovo un posto a Milano, in un altro quotidiano cattolico: “L’Italia”, dove lavoro per due anni come redattore alle pagine provinciali. Raramente, approfittando delle vacanze o delle distrazioni del titolare della critica cinematografica, riesco a fare anche qualche recensione: Cronaca di un amore (1950) dell’esordiente Antonioni, per esempio. Finché alla fine del ’52 esce un nuovo quotidiano del pomeriggio, “La Notte”: fui promosso sul campo, sin dal primo giorno, critico del teatro di rivista. Si giocava a tutto campo, allora. A fare il successo della “Notte” contribuirono molto la pagina degli spettacoli e quella complementare del “Dove andiamo stasera?” dove per la prima volta su un quotidiano apparvero le famigerate “stellette” della critica, presto accompagnate dai “pallini” del successo di pubblico. Per nove mesi feci anche il vice di Biagi (e così mi firmavo) per il cinema. Recensivo più film io come vice che lui come titolare, ma in quel momento Enzo Biagi aveva il suo daffare come redattore capo del settimanale “Epoca”, appena uscito. Al festival di Venezia 1953 andai io, e da quel momento divenni titolare. Da ragazzo avevo due passioni: la letteratura e il cinema. Se mi guardo indietro, posso dire di essere un uomo fortunato: ho fatto coincidere presto uno di quei due amori col lavoro.

Morandini 2Il piacere della visione: doversi porre davanti a un film con un atteggiamento critico l’ha mai privata di qualcosa?
Sono cresciuto in provincia, a Como, città che non è mai stata culturalmente vivace come Bergamo, Pavia, Parma. Nel ’49 a Como fondai un Circolo del cinema. C’erano molte ragioni per farlo, non ultima quella che volevo vedere i film del passato. Il piacere della visione… è un discorso complesso. Parto da un esempio. Negli anni ’50 a Milano ci si incontrava spesso, tra colleghi, alla prima proiezione pomeridiana dei film nuovi. Incontravo Ugo Casiraghi dell’“Unità”, amico carissimo con cui poi lavorai nella supervisione del primo cinema d’essai italiano. Mi capitava di vedere con lui un film di Jerry Lewis o con Jerry Lewis (il suo primo film di regia è del 1960). A certe gag Ugo rideva come un matto, mentre io rimanevo in silenzio. Non che non mi divertissi anch’io, ma è una questione fisiologica: posso divertirmi moltissimo, ma non rido. Mi capita raramente. Poi, però, leggevo la sua recensione del film con Jerry Lewis, e non si capiva che s’era divertito. È soltanto un esempio, s’intende, ma fin d’allora mi ero posto il problema: come superare i filtri ideologici? Fino a che punto un critico ha il dovere di controllare la propria soggettività? È giusto rimuovere il piacere della visione? D’accordo: Casiraghi era comunista, un marxista di quelli veri, mentre io non lo ero. Di sinistra, è vero, ma di difficile collocazione. Qualche volta penso di essere un liberalsocialista un po’ anarchico: oggi, che si sposta tutto a destra, faccio figura di estremista perché non mi sono mosso! Ebbene, come critico, almeno nella misura in cui ne ero consapevole, mi sono sempre posto il problemi dei filtri ideologici. Facciamo un altro esempio: Samuel Fuller. Da quando alla mostra di Venezia del ’53 arrivò Mano pericolosa, Fuller era stato presentato come un regista di destra, reazionario, muscolare e un po’ fascista. Nel 1961 lascio “La Notte” per “Stasera”, altro quotidiano del pomeriggio, ma di sinistra, pendant del romano “Paese Sera”. Esce a Milano quel che per me ancor oggi rimane uno dei film migliori di Fuller: L’urlo della battaglia (1962). Lo recensisco in modo molto, molto positivo. E su “Cinema nuovo” di Aristarco, baluardo della critica marxista, si scandalizzarono. Già non avevano probabilmente digerito il fatto che su un quotidiano di sinistra avessero preso me, critico di “La Notte”. Per giunta elogiavo apertamente un film di Fuller. Uno scandalo. Mi bacchettarono con un corsivo anonimo al quale risposi con una letterina troppo ironica perché potessero capirla. L’umorismo non era il loro forte.

È possibile giudicare serenamente un cinema ideologicizzato? O semplicemente distinguere destra da sinistra?
Forse per ragioni d’età, ma, nonostante la confusione che regna oggi, so ancora distinguere tra destra e sinistra, almeno in certi campi. Dipende dai livelli, però. Sopra un certo livello mi rifiuto di discutere in termini di destra e sinistra. Nel cinema hollywoodiano che conta, per esempio: che m’importa di stabilire se Ford o Hawks siano o no di destra? È di destra o di sinistra Kubrick? E Altman, Coppola, Abel Ferrara, Scorsese dove li mettiamo? Passiamo in Francia. Resnais è sempre stato un uomo di sinistra: Notte e nebbia (1956), Hiroshima mon amour (1959), La guerra è finita (1966). Ma ha diretto anche L’anno scorso a Marienbad (1961) e Smokin – No smoking (1993). Sono film di sinistra? Godard cominciò con film anarchici di destra (Le petit soldat, 1960, per esempio) e dieci anni dopo diventò maoista. Come la mettiamo con Truffaut? L’alternativa destra-sinistra si riferisce ai contenuti o anche alla forma? Comunque credo nella distanza critica, non ideologica.

Morandini 3Va al cinema con amici? Discute con loro dei film visti?
Al cinema vado solo o in coppia, quasi sempre con mia moglie, raramente in gruppo. Certo che discuto con gli amici, ma quasi sempre a botta fredda. Non ho mai fatto presse parlé, anche perché non sono tanto bravo a parlare. Anche ai festival raramente scambio opinioni con i miei colleghi all’uscita da un film. Non voglio farmi influenzare né influenzare gli altri, soprattutto quando si esce da un film che mi ha intrigato, colpito, sorpreso. In quei casi ho bisogno di una fase di riflessione, e voglio farla in solitudine prima di scrivere. Negli altri casi posso limitarmi a un sí o un no, mi piace o non mi piace. Per quel che ricordo, una volta sola sentii il bisogno di scambiare impressioni e idee, e trovai la persona adatta come interlocutore. Fu nel 1959 quando a Cannes si vide Hiroshima mon amour. E l’interlocutore era Casiraghi. Un critico di una generazione successiva non può immaginare l’impressione che a molti fece quel Resnais che, dieci anni dopo, rivedendolo per la terza o quarta volta, mi sembrò di una semplicità straordinaria. Non in quel giorno di maggio del ’59. Non fui sconvolto da À bout de souffle, ma da Hiroshima mon amour che mi sembrò un film libero come può esserlo un romanzo. Dieci anni dopo era un film trasparente, ma in mezzo c’erano stati gli incontri con i film nuovi degli anni ’60.

Guardando a ritroso, riconosce errori di valutazione su certi registi e sui loro film?
Secondo me sono più gravi le sottovalutazioni che le sopravvalutazioni. Ritengo più grave – nel mio mestiere ma anche nella vita di ogni giorno – sbagliare per difetto che per eccesso, per avarizia che per generosità. Ovviamente anch’io ho commesso errori di questo tipo. Qui bisognerebbe parlare dei rapporti tra espressione e comunicazione. Forse dipende dal fatto che, tirate le somme, sono un giornalista prima di essere un critico. Il primo dovere di un giornalista è saper comunicare, no? Se poi riesce a esprimersi, tanto meglio. In termini diversi, il problema si pone anche per l’artista. Il suo primo dovere è esprimersi, ma non può trascurare la comunicazione, ossia il rapporto col pubblico, con lo spettatore. Diffido dei film che sono “contro” il pubblico, per principio. O forse sono soltanto più esigente. Fossi costretto al gioco della torre, tra Truffaut e Godard, butterei giù Godard. Estremizzo, è chiaro, ma , secondo me, il problema critico dell’ultimo decennio è la svalutazione eccessiva dei film ben costruiti. So anch’io che è una vecchia storia, si ripete in letteratura da duecento anni: classici contro romantici. Se si va contro il pubblico, o si è a un livello molto alto – come Tarkovskij, per esempio – o è meglio lasciar perdere. So benissimo che Lo specchio (1974) è un film per pochi, e io faccio parte di quei felici pochi! Il mio compito di critico è di far aumentare il numero di quei pochi.

Avrà delle antipatie…
Ne ho tante, e non le nascondo. Tinto Brass o Zeffirelli, tanto per fare dei nomi, per non scendere al livello dei Vanzina. Anche in questi casi, però, seguivo un criterio etico: mi astenevo. Dopo due o tre stroncature consecutive, lasciavo il compito di recensire il nuovo film al mio socio Silvio Danese. Insomma, evitavo quel che poteva sembrare un accanimento critico. E risparmiavo il mio tempo. Oltre alle antipatie esistono le ottusità. C’è un regista che ho amato subito, sin dall’inizio: Marco Ferreri. Eppure, di fronte al suo Diario di un vizio (1993), io, ferreriano della prima ora, sono rimasto chiuso. Non mi è piaciuto, non l’ho capito. Le chiamo ottusità provvisorie. Vai a vedere un film e per ragioni tue private (fisiologiche?), lo vedi “male”. Magari sei costretto a scriverne subito, non hai il tempo di rivederlo, ma sai che l’hai visto male. Il guaio è quando non lo sai.

Morandini 6Come si comporta con i film degli amici o dei registi che conosce?
Occorre fare una distinzione tra i critici romani (intesi come critici che abitano a Roma) e gli altri. Io sono un critico di frontiera, per esempio. Abito a 50 km. da Chiasso, (ride), dunque ho meno occasione di frequentare la gente del cinema: produttori, sceneggiatori, registi, attori ecc. Detto questo, considero l’ambiente del cinema italiano romanocentrico un cortile di merda. Puoi scriverlo: un cortile di merda, per intrallazzi, ruberie, omertà mafiosa, raccomandazioni di partito o di corrente, meschinità, gelosie, invidie, politica per bande. È di una corruzione almeno pari a quella di tutto il resto dell’Italia. Il guaio è che, pur vivendo a Milano, questa corruzione mi è più evidente. Sono pochi, pochissimi i registi che posso definire come amici: Bertolucci (tutti e due), Luigi Faccini, Nichetti a Milano, Olmi, Vincenzo Cerami tra gli sceneggiatori. Potrei aggiungere Valerio Zurlini e Gianni Amico, ma se ne sono andati. Per altri può esserci stima e una certa confidenza. Per Gianni Amelio, per esempio, ho una stima grandissima, anche a livello personale, come per De Seta, così come ho stima e confidenza con Marco Tullio Giordana, Emidio Greco, lo stesso Benigni, Bellocchio. Nel 1997 a Venezia diedero a Bertolucci il premio Pietro Bianchi. Poiché di Bianchi sono il successore sul “Giorno” e di Bernardo sono amico, il Sindacato Giornalisti Cinematografici mi chiese di fare un discorsino prima della consegna del premio. Parlai anche del problema che si pone al critico quando deve giudicare il film di un autore amico. Può capitare che si scrivano sul film riserve, qualche dissenso. I casi sono due: se i due sono veramente amici, continuano a esserlo, magari dopo un periodo di silenzio da parte del ferito; se rompono i rapporti, non erano veri amici. Nel primo caso, però, può rimanere un’ombra, paragonabile a quella di un tradimento tra marito e moglie. Appartiene al passato, può essere stata metabolizzato, il tradimento, ma l’ombra resta. Non è un gran problema, comunque. Se ho riserve da fare sul lavoro di un amico, cerco di scriverle in maniera più gentile. Tutto qui. C’è un altro rischio, invece. Se si conosce bene un regista, e gli si vuol bene, il rischio, per il critico è di scambiare le intenzioni per risultati.

Questi erano gli amici. E, invece, le polemiche con occasionali “nemici”?
Polemiche? Le ho avute più a voce che per iscritto, ma molte le ho dimenticate. Magari non so perdonare, ma dimentico spesso. Ebbi una polemica scritta con Alberto Bevilacqua, strascico di un duro attacco che gli feci da Venezia nel 1985 quando fu messo in concorso La donna delle meraviglie. Non replicò subito. Aspettò un’altra occasione per mandarmi una lettera oltraggiosa. Non aveva tutti i torti, però: la mia era stata un’invettiva. Ebbi una polemichetta in pubblico con Tinto Brass. A proposito di un suo film scrissi sul “Giorno” che mi aveva fatto venire la tentazione – come si ha voglia ogni tanto di fare con certi bambini – di mettere il regista nella condizione di non nuocere. Apriti cielo! Brass mandò una lettera al giornale accusandomi di voler limitare la sua libertà d’espressione e di avere auspicato la sua messa al bando. Gli risposi che avevo commesso uno sbaglio nel ricorrere all’ironia sebbene mi meravigliasse il fatto che non fosse stata capita da chi, come Brass, si dava tante arie di trasgressivo, ironico, caustico. Eppure conoscevo la regola: non usare mai l’ironia quando si scrive sui giornali perché c’è il rischio che un lettore su due prenda alla lettera quanto hai scritto. Se scrivessi per iperbole antifrastica e ironica, che Pieraccioni è più grande di Chaplin, sicuramente qualche lettore si scandalizzerebbe.

Morandini 4Ha scritto che le piace essere invaso dai film, non evadere grazie ai film… cosa rende buono un film?
Al più alto grado, come per certi libri, un film dovrebbe cambiare lo spettatore. Uno vede un film e ne esce cambiato nel senso che ha ricevuto tanto che non è più la stessa persona. È un po’ un paradosso letterario, ma ha un suo fondo di verità. Sai, mi tengo sempre sul paragone con la letteratura o con la poesia: i film per il 99% sono in prosa però ci sono anche quelli di poesia. Per cui un film ti può emozionare, ti può dar da pensare, porti delle domande, anche perché credo che l’arte in generale ponga delle domande, non dia delle risposte. Anzi, sono i film che danno delle risposte che sono discutibili. Significa che sono “a tesi”, in fondo in funzione di un programma, politico, civile… o un programma pornografico (ride). Insomma, film che subordinano la loro autonomia di prodotto artistico a qualche cosa d’altro.

Non ha mai provato la tentazione di passare dall’altra parte della barricata?
La questione va divisa in due parti, una autobiografica ed una più generale. Il primo libro di cinema che ho posseduto, mi fu regalato da mia madre quando avevo quattordici quindici anni e purtroppo è un libro che è andato perso negli anni di guerra. Un libro pubblicato da Bompiani, l’autore era Seton Margrave, ma non ricordo più il titolo. Fu un regalo di compleanno di mia madre e mi ricordo ancora la dedica: “a Morando che vuole diventare regista”. C’è stato anche un momento a guerra finita, credo nel ’47, in cui andai a sostenere un esame di iscrizione al Centro Sperimentale – facevo già il giornalista – e non fui ammesso. Ho avuto l’occasione di collaborare alla sceneggiatura di un altro, ma sono sfumate. Una volta è stato quando il mio amico Gianfranco Bettetini m’invitò ad andare ad Alba per conoscere Beppe Fenoglio perché c’era in ballo il progetto di un film su soggetto suo, tra l’altro non sulla guerra partigiana, ma ambientato nelle Langhe del dopoguerra. Andai due volte almeno ad Alba e conobbi Fenoglio. Passammo delle bellissime ore assieme. Si parlò pochissimo del film da fare (ride). Si parlò molto delle Langhe, del vino e poi sei mesi dopo Fenoglio s’ammalo.

E ci sono film che avrebbe comunque voluto fare?
Ogni tanto, una volta ogni due o tre anni, mi succede o di leggere un libro o di vedere un film che mi piace tanto e mi piace in un modo particolare che mi dico che questo è un film che avrei voluto fare io. Non chiedermi titoli perché non me li ricordo più! È un pensiero che hanno in molti, credo. Non è molto profondo!
(Milano, 24/7/98 e Levanto, 4/8/98)

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