EPN – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 19 Mar 2026 05:19:54 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Ayotzinapa, un anno dopo https://www.carmillaonline.com/2015/09/27/ayotzinapa-un-anno-dopo/ Sat, 26 Sep 2015 22:00:21 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=25536 di Fabrizio Lorusso

WP_20150926_015 (Small) (2)La manifestazione del 26 settembre 2015, a un anno dalla strage di Iguala e dalla desaparicion dei 43 studenti di Ayotzinapa, è stata un successo. Nonostante la pioggia oltre 100.000 persone hanno riempito le piazze e le strade del centro storico di Città del Messico e di decine di altre città per tutto il pomeriggio. Il corteo, lunghissimo e animato da bande musicali improvvisate, cori, performance teatrali e striscioni di centinaia di collettivi, facoltà, associazioni e gruppi organizzati, con in testa i genitori dei ragazzi [...]]]> di Fabrizio Lorusso

WP_20150926_015 (Small) (2)La manifestazione del 26 settembre 2015, a un anno dalla strage di Iguala e dalla desaparicion dei 43 studenti di Ayotzinapa, è stata un successo. Nonostante la pioggia oltre 100.000 persone hanno riempito le piazze e le strade del centro storico di Città del Messico e di decine di altre città per tutto il pomeriggio. Il corteo, lunghissimo e animato da bande musicali improvvisate, cori, performance teatrali e striscioni di centinaia di collettivi, facoltà, associazioni e gruppi organizzati, con in testa i genitori dei ragazzi di Ayotzinapa, ha raggiunto la piazza centrale della capitale verso le cinque del pomeriggio, dopo cinque ore di marcia. La polizia, seppur presente nelle strade intorno alle principale in cui sono passati i manifestanti, è rimasta in disparte e non ci sono stati né attacchi né incapsulamenti, come invece era accaduto praticamente in ogni manifestazione del 2014. Più che le mie parole, descriveranno meglio la giornata alcune fotografie (foto-galleria qui e alla fine dell’articolo) e alcuni video (inseriti nel testo e in fondo). Il sostegno per il movimento che chiede giustizia e chiarimento delle responsabilità, oltre che la “restituzione in vita” degli studenti e la realizzazione di indagini trasparenti e complete, ha mostrato la sua forza e vitalità dopo alcuni mesi di relativo declino nelle piazze (ma non nelle iniziative politiche e nelle pressioni in Messico e all’estero per smascherare le complicità e le menzogne del governo e della procura). Anche dall’estero arrivano messaggi di solidarietà e prese di posizione decise. I collettivi e le associazioni che formano “La Otra Europa, Abajo y a la Izquierda” (L’altra Europa, dal basso e a sinistra) sul blog EuroCaravana 43 hanno pubblicato un comunicato che rinnova il sostegno alla lotta dei genitori dei normalisti, dichiara che “non dimentichiamo” e che va fatta chiarezza sul crimine di stato del 26 settembre dell’anno scorso.

Il 24 settembre, per la seconda volta, i genitori dei desaparecidos di Ayotzinapa e il presidente messicano Enrique Peña Nieto hanno sostenuto una riunione. E per la seconda volta, subito dopo l’incontro, la delusione campeggiava sui volti dei parenti delle vittime di quella che è ormai nota in tutto il mondo come “la notte di Iguala”. A un anno dall’operazione delle polizie messicane, dell’esercito e dei narcos del 26 settembre 2014, in cui 43 studenti della scuola normale “Raul Isidro Burgos” di Ayotzinapa vennero rapiti e fatti sparire, sei persone furono uccise e almeno 40 ferite dalla polizia di Iguala e di Cocula e dai narcotrafficanti del cartello dei Guerreros Unidos, nel meridionale stato del Guerrero, la “verità storica” costruita dalla procura è stata smontata pezzo per pezzo e le proposte del presidente paiono evidentemente insufficienti agli occhi della società e delle vittime.

I genitori dei ragazzi scomparsi hanno indetto l’iniziativa 43×43, uno sciopero della fame simbolico di 43 ore per i 43 studenti, e hanno montato un accampamento nello zocalo e su Avenida Reforma, la piazza centrale della capitale in cui hanno ricevuto il megacorteo organizzato dai movimenti e dai cittadini solidali a un anno esatto dalla strage di Iguala. Il 26 settembre a mezzogiorno per “il giorno dell’indignazione” il ritrovo dei manifestanti è presso la residenza presidenziale de Los Pinos. Poi la camminata nelle strade del centro, l’Avenida Reforma e il Zocalo, lenta e scandita ancora una volta dal grido “Justicia” e da un assordante e ricorrente richiesta: “Vivos se los llevaron, vivos los queremos”.

Ayotzinapa 25 S 2015 Mexico City (207) (Small)Un anno dopo Iguala l’Azione Globale per Ayotzinapa ridà fiato a un movimento che s’era cominciato a sgonfiare all’inizio del 2015, ma che strenuamente ha continuato a portare avanti le rivendicazioni che oggi in tutto il mondo, di nuovo, accompagnano il risveglio della protesta contro le sparizioni forzate e contro gli apparati del narco-stato: in decine di città del Messico e di altri paesi si moltiplicano i cortei realizzati, le attività e le iniziative, siano esse informative, accademiche, culturali, cinematografiche o di sensibilizzazione: per seguirle si possono consultare gli hashtag e account twitter: #AccionGlobalPorAyotzinapa #MexicoNosUrge @Eurocaravana43 @43Global #Ayotzinapa @MasDe131@ParisAyotzi, tra gli altri. Nel week-end in una ventina di città (vedi lista) è stato proiettato il documentario, sottotitolato in italiano da Clara Ferri, Ayotzinapa. Crimine di Stato. Nell’ambito delle presentazioni de La macchina sognante, nuova rivista “contenitore di scritture dal mondo”, è stata data lettura alla traduzione italiana dei poemi dal volume Los 43 Poetas por Ayotzinapa. Di seguito il trailer del documentario, diretto da Xavier Robles e proiettato in questi giorni in Italia.

“Questa gente ha il sangue ghiacciato, il loro sguardo dice tutto, dall’incontro con Peña Nieto e il suo governo usciamo con molta rabbia, davvero, non abbiamo ottenuto nulla”, ha spiegato Carmen Mendoza, madre del normalista desaparecido Jorge Aníbal Cruz. Il collettivo dei familiari di Ayotzinapa aveva elaborato un documento con otto punti che hanno consegnato al presidente. “Di fatto il governo non s’è impegnato a dare risposta a nessuno di questi, ma ha presentato unilateralmente altri sei punti che non sono fondamentali per le vittime, secondo quanto riporta il loro avvocato del Centro per i Diritti Umani Tlachinollan.

Ayotzinapa 25 S 2015 Mexico City (209) (Small)Il documento dei genitori dei normalisti scomparsi esige che si rispettino le principali raccomandazioni del Gruppo di Esperti Indipendenti (GIEI) della Commissione Interamericana dei Diritti Umani, che si riassumono nel mantenimento dei processi di ricerca dei ragazzi e in una reimpostazione generale delle investigazioni sul caso.

Gli esperti, infatti, hanno mostrato l’esistenza di cinque autobus, e non quattro come sosteneva, occultando informazioni, la procura, che sono stati sequestrati dagli studenti. Proprio il quinto bus era forse carico di eroina, a insaputa dei ragazzi, e potrebbe aver causato la reazione violenta dei narco-poliziotti di Iguala e dei Guerreros Unidos. Com’è possibile che le indagini ufficiali abbiano “tralasciato” questi elementi per un anno?

I genitori chiedono due garanzie, cioè che come rappresentante dello stato messicano, il presidente si comprometta a stare dalla parte della verità e non della menzogna, com’è stato finora, e che il GIEI possa continuare il suo lavoro d’indagine finché non vengano raggiunta la verità e giustizia non sia fatta. Al riguardo Peña Nieto ha prolungato il mandato del GIEI per altri sei mesi, un periodo giudicato insufficiente dai genitori e da varie ONG che seguono il caso. Sono otto le petizioni o esigenze manifestate nell’incontro col presidente.

  1. Riconoscimento pubblico della legittimità della loro ricerca di giustizia e del fatto che il caso è ancora aperto
  2. Permanenza del GIEI, accettazione piena della relazione del GIEI e delle sue raccomandazioni
  3. Riformulazione delle indagini in una unità specializzata per le investigazioni, con supervisione internazionale, composta da due istanze: una che indaghi a fondo dove si trovano i loro figli e un’altra che indaghi sul montaggio con cui s’è preteso di ingannarli
  4. Rilancio e concentrazione della ricerca a partire dall’uso immediato di tecnologia
  5. Attenzione degna e immediata ai feriti e ai familiari dei loro compagni uccisi extragiudizialmente. Trattamento degno alle vittime
  6. Rispetto per la Scuola Normale Rurale di Ayotzinapa e fine dei tentativi di criminalizzazione dei normalisti
  7. Meccanismi di comunicazione permanente, degna e con rispetto per i loro diritti e privacy
  8. Riconoscimento e azioni di fondo dinnanzi alla crisi d’impunità, corruzione e violazioni ai diritti umani che vive il Messico.

Ayotzinapa 25 S 2015 Mexico City (1) (Small)Peña Nieto ha offerto poco. Per esempio, si prevede una terza perizia che cerchi di riconciliare le grosse contraddizioni tra le conclusioni della procura sulla sparizione dei giovani, che sarebbero stati assassinati e bruciati nella discarica di Cocula, e quelle del GIEI, che invece ha stabilito che è impossibile che i 43 siano stati cremati nella discarica. Il gruppo di periti argentini che accompagnano le ricerche considera, inoltre, che non ci sono prove del fatto che i resti dei due studenti identificati a Innsbruck grazie a prove mitocondriali del DNA provengano dalla discarica di Cocula, come sostiene invece la procura. Questa non ha dimostrato che i resti rinvenuti in sacchetti di plastica provengono dalle ceneri della discarica o dal sottostante Rio San Juan, dove l’ex procuratore Murillo Karam sostiene che sono stati trovati. Se le cose non stanno come dice la procura, ed è probabile che così sia, allora dove sono stati bruciati gli studenti? Chi ha potuto cremare 43 corpi? Forse l’esercito, che era a conoscenza degli spostamenti dei ragazzi e che ha partecipato a varie fase della notte di Iguala? Oppure i 43 sono ancora vivi?

Il governo ha proposto anche la creazione di una commissione speciale interna alla procura della repubblica per proseguire con le ricerche dei ragazzi e degli altri desaparecidos, ma non è questo che viene richiesto dai genitori e dai loro difensori: non si tratta di creare un gruppo nella procura, che come istituzione dall’inizio ha cercato di chiudere il caso frettolosamente, ha torturato i presunti responsabili per estorcere confessioni e ha creato una “verità storica” ridicola e compiacente, quanto piuttosto di rifare l’investigazione con supervisione internazionale.

WP_20150926_009 (Small)Qualche ora prima della riunione Eduardo Sánchez Hernández, portavoce del governo, ha ribadito che, secondo la volontà del presidente, l’investigazione non verrà chiusa, s’indagherà senza guardare in faccia a nessuno e si seguiranno le raccomandazioni del GIEI. “Stiamo dalla stessa parte e lavoriamo con lo stesso obiettivo: cioè sapere che cosa è successo ai vostri figli e castigare i responsabili, cerchiamo insieme al verità”, ha detto Peña. Retorica, di fronte alle richieste concrete e politicamente significative dei genitori di Ayotzinapa che, giustamente, pretendono anche un riconoscimento degli errori commessi dal governo. La PGR, dal canto suo, risponde solo con cifre che poco dicono e ribadisce che ci sono 111 persone incarcerate per i fatti di Iguala e, di queste, 71 sono poliziotti e 40 sarebbero narcotrafficanti. Il resto è silenzio, o bugie.

Inoltre vanno investigate le responsabilità a tutti i livelli, cioè si deve passare a processare o indagare l’ex governatore del Guerrero, Ángel Aguirre, il suo ex procuratore, Iñaky Blanco, l’ex procuratore federale, Jesús Murillo Karam, l’attuale titolare della Agencia de Investigación Criminal, Tomás Zerón, e la responsabile dei servizi periziali, Sara Mónica Medina. Al riguardo né il presidente, né la procuratrice attuale, Arely Gómez, e il ministro degli interni, Osorio Chong, hanno detto una parola.

Nella conferenza stampa dopo l’incontro, il portavoce Sánchez, interrogato sulla possibilità di aprire indagini su alcuni membri dell’esercito e della polizia federale, una domanda del movimento per Ayotzinapa che ora diventa più forte visto che è stata provata la partecipazione di questi corpi all’aggressione contro gli studenti, ha risposto come un burocrate, cioè non ha risposto: “La procura generale ha un mandato costituzionale per portare a termine le investigazioni senza restrizioni e limitazioni salvo quelle stabilite dal diritto”. Non ci sono quindi aperture rispetto a quanto già dichiarato in passato dalle autorità sul ruolo delle forze armate e della polizia federale nella notta di Iguala.

Quest’anno di sofferenze e lotte, sigillato a inizio settembre dal rapporto degli Esperti e dalla ripresa delle manifestazioni di piazza, ha significato uno spartiacque per Peña Nieto e per il Messico: prima di Ayotzinapa un presidente riformatore si presentava al mondo come il leader modernizzatore che avrebbe traghettato il paese tra le grande potenze e le nazioni sviluppate, ai vertici planetari, mentre oggi, a tre anni dall’inizio del suo mandato, i problemi dell’insicurezza, della corruzione, dell’impunità e del patto criminale vigente in Messico sono ancora sotto gli occhi di tutti e fermano qualunque cambiamento. I poveri sono due milioni in più e le disuguaglianze crescono insieme al debito pubblico. Su tutto questo risposte e proposte da parte del governo non ce ne sono. Le reazioni provengono da settori organizzati o da nuove realtà in resistenza che si formano in una società sfiancata ma viva, che cerca di articolare proposte di rifondazione profonda e di unire le forze per tranciare i vari tentacoli che la criminalità organizzata e il potere politico, sempre più confusi e collusi, allungano su di essa per soffocarla e addomesticarne le esigenze.

Ayotzinapa 25 S 2015 Mexico City (92) (Small)In questo contesto lo scorso 15 giugno il primo ministro italiano Matteo Renzi (link video) ha ricevuto con queste parole, surreali per chi ascoltava la conferenza stampa dal Messico con un minimo di senso critico, il presidente messicano Peña Nieto, in visita ufficiale in Italia:

“Sono molto lieto, perché Enrique è il Signor Presidente, il caro amico Enrique è sicuramente un leader riformatore, capace di avere una visione importante per il proprio paese, sta realizzando risultati significativi grazie al processo di riforme, perché nel mondo della globalizzazione si va avanti soltanto se si ha il coraggio di fare riforme coraggiose, si può proseguire soltanto se si ha la capacità di investire sul futuro…non vivere di ricordi.

E il Messico questo sta facendo, e credo che da questo punto di vista la visita del presidente Pena Nieto, la visita di Enrique, sia molto  importante….[…] abbiamo fatto un business council, un incontro di aziende di altissimo livello, di grande qualità,  per dire le principali aziende italiane erano presenti, sono presenti, in questo rapporto con il Messico: un’economia nella quale il mondo delle imprese Italiane ha voglia di investire e noi allo stesso tempo diciamo che siamo pronti ad ospitare ogni tipo di investimento che viene dall’economia Messicana[…]

Sono in corso di firma accordi significativi sul campo energetico, sia per il governo[..] sia per ciò che riguarda la collaborazione di ENEL che già si concretizza in un progetto sulla geotermia ma che in questo caso lavora sulle reti intelligenti sulle reti smart…e come sapete ENEL è leader mondiale nei contatori intelligenti e nella distribuzione tecnologicamente all’avanguardia”. (Di seguito video del Collettivo Bologna Per Ayotzinapa “Renzi e Peña Nieto-La complicità italiana su Ayotzinapa)

 

Ayotzinapa un anno dopoL’appello #MexicoNosUrge, circolato di recente in mass media e reti sociali, poi presentato al Parlamento UE dopo l’uccisione a inizio agosto del giornalista Rubén Espinosa e dell’attivista Nadia Vera insieme ad altre tre persone in un appartamento a Città del Messico, chiedeva proprio all’Europa di sospendere i trattati commerciali, che prevedono clausole di questo tipo, e le relazioni diplomatiche col Messico per via delle gravi violazioni ai diritti umani e della libertà di stampa. Il documento è stato anche presentato presso l’ufficio stampa della Camera dei Deputati lo scorso 24 settembre. Mentre si creano a livello globale una sensibilità, un’opinione e un’attenzione precise e critiche, costruite passo dopo passo per contrastare le falsità ufficiali, nei confronti delle drammatiche vicende messicane, del conflitto interno e della narcoguerra nel paese, gli affari devono seguire il loro corso, senza fermarsi mai, nemmeno di fronte a uno scempio senza precedenti e a quella che, parlando del caso degli studenti di Ayotzinapa e degli altri 30.000 desaparecidos, anche la Commissione nazionale per i Diritti Umani definisce come il più grave insieme di violazioni dei diritti umani del Messico in epoca recente e che Amnesty International descrive come “la maggiore atrocità commessa dalle forze di sicurezza dello stato che abbiamo visto in Messico in molti anni”.

Foto-Galleria del 26 settembre 2015 a Città del Messico (clicca sulla foto per ingrandirla):

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Uccidi il Messaggero: Rubén, Nadia e la Strage dei Giornalisti in Messico https://www.carmillaonline.com/2015/08/07/uccidi-il-messaggero-ruben-nadia-e-la-strage-dei-giornalisti-in-messico/ Thu, 06 Aug 2015 22:00:27 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=24367 di Fabrizio Lorusso

ruben-espinosaRubén Espinosa era un reporter, un fotografo scomodo per il potere che aveva lavorato per oltre sette anni nello stato messicano del Veracruz. Aveva 31 anni. Nadia Vera era un’attivista, antropologa del Chiapas e aveva frequentato l’università a Xalapa, capitale del Veracruz. Aveva 32 anni. Entrambi sono morti. Sono stati torturati e in seguito giustiziati con uno sparo alla testa da un gruppo di sicari. Nadia è stata anche violentata prima della fine. La notte di giovedì 30 luglio è stata l’ultima per Nadia e Rubén che l’hanno [...]]]> di Fabrizio Lorusso

ruben-espinosaRubén Espinosa era un reporter, un fotografo scomodo per il potere che aveva lavorato per oltre sette anni nello stato messicano del Veracruz. Aveva 31 anni. Nadia Vera era un’attivista, antropologa del Chiapas e aveva frequentato l’università a Xalapa, capitale del Veracruz. Aveva 32 anni. Entrambi sono morti. Sono stati torturati e in seguito giustiziati con uno sparo alla testa da un gruppo di sicari. Nadia è stata anche violentata prima della fine. La notte di giovedì 30 luglio è stata l’ultima per Nadia e Rubén che l’hanno passata a chiacchierare con due amiche in un appartamento della colonia Narvarte di Città del Messico. Sono state uccise anche loro, le coinquiline di Nadia, e la domestica, Alejandra, che nella giornata del 31 luglio stava prestando servizio in casa delle ragazze. Sono state percosse, poi forse stuprate e infine freddate da un proiettile in testa.

La zona, colonia in spagnolo, Narvarte è nota come un quartiere sicuro e pulito, di classe media ma non troppo chic, vitale con le sue taquerias, le sue cantine per bene e i ristorantini aperti fino a tardi, anche se resta un’area prevalentemente residenziale. Si trova fra il centro storico e il rione coloniale di Coyoacán, nel sud dell’immensa capitale messicana. Venerdì mattina, 31 luglio nella via Luz Savignon le attività sono cominciate normalmente e nessuno avrebbe previsto che in uno dei suoi tanti condomini, al numero 1909 per la precisione, si stesse ammazzando atrocemente. Agli occhi di chi s’illude ancora di vivere in un’isola felice di civiltà e modernità gli orrori della narcoguerra messicana e della violenza paiono arrivare solo attraverso la televisione e comunque da regioni lontane e “selvagge” come il Guerrero, Ciudad Juárez, la frontiera col Guatemala o magari Veracruz.

justicia para lxs cincoE invece no, la morte è proprio qui, in casa e sulla tua strada, questa volta: cinque ragazzi trucidati in un appartamento qualunque di un circondario placido e benestante. Da subito il massacro non passa inosservato, come purtroppo capita con tanti altri, perché non si tratta di un delitto “comune” o di un furto, come sta cercando di far credere la Procura Generale di Giustizia del Distretto Federale (PGJDF), ma di un pluriomicidio, cioè di quattro femminicidi e un omicidio che, oltre a essere crimini gravissimi, costituiscono in questo caso anche attentati contro la libertà d’espressione e di manifestazione. Secondo le denunce lanciate nei mesi scorsi da Rubén e Nadia, che erano consapevoli del pericolo che correvano, potrebbero essere coinvolti direttamente l’intorno politico e gli apparati di sicurezza del governatore di Veracruz, Javier Duarte de Ochoa. Crimini di genere, contro le donne, e nel contempo attacchi violenti e fatali contro attivisti e giornalisti che, a ragione, ripetutamente avevano segnalato le minacce ricevute e temevano per la loro vita.

Il giornalista e fotografo, collaboratore dell’agenzia Cuartoscuro e del settimanale Proceso, Rubén Espinosa Becerril, è stato freddato da un colpo d’arma da fuoco alla testa. Ma i segni sul suo corpo sono testimoni anche di torture e botte. Nadia Vera, attivista originaria del meridionale stato del Chiapas, e altre tre donne sono state violentate, torturate e assassinate con il tiro de gracia, uno sparo o “colpo di grazia” alla testa che si riserva normalmente ai nemici giurati o ai membri di gang rivali. In genere non è un sistema scelto a caso, anzi è un segnale, una minaccia rivolta all’intera società, ai media liberi e ai gruppi coinvolti.ruben narvarte2

Nessun vicino di casa pare aver udito le detonazioni. O semplicemente si opta per non raccontare. Lo stato spesso non è capace di proteggere, come già comprovato in molti altri casi, per cui la fiducia in una denuncia o nelle istituzioni diminuisce. Nemmeno le urla dei ragazzi sarebbero state udite. Eppure lo scempio s’è consumato nel pomeriggio, dopo le 14:13, ossia dopo che Rubén ha inviato un SMS a un amico per dirgli che stava per andarsene dall’appartamento numero 401 di via Luz Savignon dove aveva passato la notte. Sette ore dopo, verso le 21, è stata un’amica delle vittime, affittuaria di una camera, a ritrovare i cadaveri abbandonati nell’appartamento. Esbeidy, infatti, era andata a dormire presto la sera prima perché il giorno dopo doveva lavorare e al suo ritorno, afine giornata, s’è trovata davanti i corpi senza vita delle vittime: uno in sala, uno nel bagno, due in una camera da letto e un altro in un’altra stanza. C’erano Nadia e Rubén, che appunto erano entrati in casa verso le 2 am e s’erano addormentati all’alba, ma anche la studentessa diciottenne Yesenia Quiroz Alfaro, una truccatrice originaria di Mexicali, nella Bassa California. E poi Nicole, una cittadina colombiana ventinovenne, e una donna quarantenne, la domestica, che risponde al nome di Alejandra.

Ma perché commettere un efferato quadruplo femminicidio e un omicidio in questo modo e in pieno giorno? Non per rubare i pochi gioielli e denari sottratti dall’abitazione, come pure ha ipotizzato la procura cittadina. E nemmeno pare verosimile l’ipotesi, avanzata negli ultimi giorni, secondo cui potrebbe esserci di mezzo “il narcotraffico”, vista la nazionalità colombiana di una delle ragazze vittima di femminicidio. Eppure la procura, sostenuta nelle sue elucubrazioni da alcuni mezzi stampa filogovernativi come il quotidiano La Razon, che tra l’altro ha ricevuto e diffuso in anteprima video e documenti che legittimano le narrazioni ufficiali, ha provato anche a far passare questa versione e sta investigando. “Non si scarta nessuna linea”, spiega il sindaco della capitale (Distretto Federale), Miguel Ángel Mancera, facendo eco al suo procuratore, Rodolfo Rios.

Dopo le numerose manifestazioni di piazza del week end, le denunce pubbliche di giornalisti e cittadini e le segnalazioni di istituzioni e organizzazioni internazionali di questi ultimi giorni la procura ha in qualche modo incluso anche una linea d’indagine legata al lavoro da fotoreporter di Espinosa e alle attività politiche di Nadia Vera nello stato del Veracruz. Si parla di elementi come “indizi e testimonianze” e della possibilità di far testimoniare chi potrà essere utile alle indagini. Dichiarazioni piuttosto blande che, solo per il momento, hanno dato una risposta alle interrogazioni dei giornalisti in conferenza stampa ma non alla società civile che annuncia nuove iniziative di protesta per le strade e uno sciopero nazionale il 14 ottobre. D’altronde la linea d’indagine legata all’attività giornalistica resta in secondo piano, non è stata aperta ufficialmente siccome avrebbe un costo politico e d’immagine altissimo. Quindi per ora la procura s’occupa solo dei reati di omicidio, femminicidio e furto, ma fa melina per quanto riguarda l’attacco alla libertà di stampa e i moventi politici e professionali del crimine.

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Gli stessi mass-media che speculano sui pregiudizi della gente e sulla nazionalità presuntamente “a rischio”, perché colombiana, di Nicole hanno anche inventato una presunta “festa”, smentita da una testimone, l’inquilina dell’appartamento sopravvissuta, e dai vicini, che sarebbe stata organizzata la notte prima della carneficina e a cui avrebbero partecipato anche gli assassini. Queste “ipotesi”, che spesso però diventano dei veri e propri depistaggi e manipolazioni dell’opinione pubblica, cercano di far sì che non si parli dei veri motivi che possono nascondersi dietro alle stragi.
In realtà Rubén e Nadia erano scappati a Città del Messico da Veracruz, dove vivevano e lavoravano fino a un paio di mesi fa, per via delle minacce che avevano ricevuto da parte di funzionari statali del governo di Javier Duarte, politico soprannominato el mata-periodistas, “l’ammazza giornalisti”, dato che sono una quindicina i professionisti della comunicazione uccisi nel corso della sua amministrazione nel Veracruz. In un video registrato da una delle telecamere piazzate fuori dall’edificio della zona Narvarte si notano tre uomini incappucciati che escono dal portone e si separano. Sono loro, per ora, i presunti colpevoli degli omicidi: uno cammina con una valigetta, uno se ne va a bordo di un’auto di proprietà della ragazza colombiana e l’ultimo si dilegua con una valigia più grande.

Bene lo sintetizza un estratto dall’appello #MexicoNosUrge che un gruppo di scrittori, intellettuali e giornalisti sta facendo circolare per poi inviarlo al Parlamento Europeo e al governo italiano affinché prendano posizione, condannino e sospendano i trattati che hanno col paese nordamericano: “Non è stato sufficiente fuggire a Città del Messico, considerata finora un porto sicuro in cui ripararsi dalle aggressioni contro la libertà di stampa. Il messaggio è chiaro: non si è sicuri da nessuna parte. Tutti i giornalisti critici devono avere paura perché possono essere raggiunti nelle loro case, torturati e ammazzati”. L’appello comincia col ricordare l’articolo 1 del trattato di libero commercio tra il Messico e l’unione Europea: “Fondamento dell’accordo. Il rispetto dei principi democratici e dei diritti umani fondamentali, così come si enunciano nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, ispira le politiche interne e internazionali delle parti e costituisce un elemento essenziale del presente Accordo” (qui il testo completo dell’appello).

Il massacro di giornalisti, fotografi e comunicatori professionisti di stampa, TV e Web non sembra avere mai fine in Messico. Dal 2000 ad oggi sono oltre un centinaio i giornalisti uccisi (Reporter senza frontiere ne ha contati 88, ma a seconda della fonte la cifra cambia, anche in base ai criteri secondo cui viene considerato un giornalista). Solo nello stato di Veracruz, in cui governa Duarte Lista-de-periodistas-asesinados-900del PRI (Partido Revolucionario Institucional), partito del presidente Enrique Peña Nieto, si contano ben 18 omicidi dal 2000 e 15 dal 2010, anno d’insediamento dell’attuale governatore. Da anni il Messico è ai primi posti nella classifica dei luoghi più pericolosi per l’esercizio della professione giornalistica in compagnia di paesi in guerra come l’Iraq, la Libia, la Siria, l’Afganistan e la Somalia. Secondo l’organizzazione internazionale Article 19 le aggressioni contro la stampa nel primo semestre di quest’anno sono aumentate del 39,26% rispetto allo stesso periodo del 2014 e Veracruz rimane tra le regioni più pericolose al mondo per i reporter. Ci sono stati tre omicidi nel 2015 (Moisés Sánchez, Armando Saldaña y Juan Mendoza) e 18 dal 2000 ad oggi solo in questo stato (link video sui 15 giornalisti uccisi durante durante il mandato di Duarte: https://www.youtube.com/watch?v=ybpCVveH-no&feature=share).

“E va anche capito il constesto, chi è Javier Duarte de Ochoa: tu dagli un po’ di potere a un ignorante ed è questo quel che succede. Perché nemmeno ha consapevolezza del costo politico di niente. Regina Martínez, l’hanno ammazzata, e non è successo niente. Hanno appena ucciso pure Gregorio Jiménez, un altro giornalista, e non è successo niente. Quanti giornalisti assassinati abbiamo e non è successo niente?”, aveva denunciato Nadia Vera in un’intervista recente a RompeViento TV, un canale di Web-TV indipendente (link ultima intervista: http://rompeviento.tv/RompevientoTv/?p=2031) La reporter Regina Martinez lavorava come corrispondente da Veracruz di Proceso e fu assassinata a casa sua il 28 aprile 2012. Aveva 49 anni. Il suo caso commosse l’intero paese e da allora la rivista ha un banner sulla sua pagina web che ricorda quanti giorni sono passati dalla sua morte e l’impunità che ancora oggi regna intorno a quel crimine.
In un’intervista per il documentario “Veracruz: la fossa dimenticata” Nadia aveva aggiunto: “Ci inizia a preoccupare molto perché comincia a aumentare l’indice delle sparizioni dal 2010, con l’entrata di Javier Duarte al governo, la violenza comincia a esplodere; quindi ci preoccupa perché risulta che noi cominciamo a essere il prodotto di cui loro hanno bisogno. A te ti prendono come donna per la tratta, a te come studente per fare il sicario, sta qui il problema, siamo tutti noi che siamo un disturbo per il governo e per i narcos; siamo dinnanzi a due fronti di repressione, quella illegale e quella legale”.
javier-duarte-procesoLe organizzazioni Artículo 19, Centro “Fray Francisco de Vitoria OP”, Centro Miguel Agustín Pro Juárez, Centro de Justicia para la Paz y el Desarrollo, Colectivo de Abogadas y Abogados Solidarios CAUSA, Fundar, el Instituto Mexicano de Derechos Humanos y Democracia, Propuesta Cívica, Servicios y Asesoría para la Paz, la Rete di organismi civili “Todos los Derechos para Todas y Todos” e Resonar hanno espresso la loro preoccupazione per la mattanza di venerdì, un “chiaro messaggio intimidatorio per tutti e tutte i giornalisti e le giornaliste”.

E’ stata lanciata una petizione su Change.org perché venga aperta un’indagine sul Governatore Duarte de Ochoa. Il testo invita la procura del Distretto Federale e quella generale della Repubblica a investigare Duarte e denuncia l’attacco contro la libertà di espressione. Se questo on viene fatto, si spiega, è perché si non si riconosce il legame molto probabile degli omicidi con le minacce ricevute per il lavoro che i due avevano svolto. Sono arrivate subito anche le condanne di Amnesty International, che ha definito come “necessaria” l’apertura di indagini sul lavoro da giornalista di Espinosa e, per il caso delle ragazze, a partire da una prospettiva di genere”, e dell’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani ha condannato i fatti e “se le indagini confermano che questo aberrante multiplo omicidio ha un nesso con il lavoro giornalistico di Espinosa, saremmo in presenza di un atto gravissimo contro la libertà d’espressione”.

Rubén viveva a Xalapa da più di sette anni e si dedicava a coprire i movimenti sociali e di protesta nella regione di Veracruz. Durante le manifestazioni contro il governatore per l’assassinio della corrispondente della rivista Proceso, Regina Martinez, gli era stato impedito di fare fotografie alla polizia che picchiava alcuni studenti e un funzionario governativo, probabilmente un poliziotto in borghese infiltrato, l’aveva afferrato per il collo dicendogli: “Smetti di fare foto se non vuoi finire come Regina”. La mattina del 9 giugno aveva notato una persona che lo teneva d’occhio e nel pomeriggio aveva visto, questa volta, tre persone in un taxi col motore acceso che gli scattavano fotografie. Uno di loro era lo stesso della mattina. Più tardi altri due uomini vestiti di nero l’hanno pedinato sotto casa (le denunce nell’ultima intervista rilas.ciata dal giornalista: http://rompeviento.tv/RompevientoTv/?p=2003).

Dopo ques’episodio Rubén era tornato a Città dal Messico dalla sua famiglia che risiede nella zona ovest, a Santa Fe. Si era rimesso a lavorare e, ancora il 28 luglio, a poche ore dall’uccisione, aveva pubblicato sul suo account di Instagram (espinosafoto) gli ultimi scatti di una manifestazione contro le espropriazioni per la costruzione dell’autostrada Naucalpan-Toluca, a nord della capitale. I suoi amici raccontano che, soprattutto per la mancanza di un’entrata economica fissa, stava pensando di tornare a Veracruz, ma anche a Città del Messico, comunque, era stato seguito costantemente e perseguitato. Moisés Pablo Nava, editore dell’agenzia di fotografi Cuartoscuro, ha confermato che Rubén sarebbe rimasto a lavorare con loro, dato che era stata avanzata un’offerta concreta di lavoro da parte dell’agenzia.ruben narvarte

Il governatore Duarte s’era particolarmente arrabbiato e pare avesse fatto comprare ed eliminare quante più copie possibile della rivista Proceso quando uscì un numero del settimanale che gli dedicava in copertina una foto di Espinosa in cui il politico è ritratto con un cappellino da poliziotto e campeggia il titolone “Veracruz: stato senza legge”. “Questo delitto segna Città del Messico. Il rifugio è stato violato. Le autorità, e specialmente il sindaco, Miguel Ángel Mancera, sono obbligati a chiarire l’assassinio del nostro compagno. Devono differenziarsi da quelle del governo di Veracruz, il miglior esempio del fatto che l’impunità sia sinonimo di morte”, hanno scritto i colleghi di Espinosa in un comunicato. E continuano: “Lui aveva denunciato minacce, pressioni e persecuzioni. Ha parlato con tutti i colleghi che ha trovato sul suo cammino e con i suoi datori di lavori e ha percorso tutte le redazioni e i media alternativi e le organizzazioni per la difesa della libertà di stampa per denunciare l’impossibilità di realizzare un lavoro giornalistico nel Veracruz, così come il clima di violenza che l’ha costretto a esiliarsi e abbandonare la vita che aveva costruito in quella regione. Anche la paura che aveva per i compagni che restavano nel Veracruz. Ma la violenza di Veracruz l’ha raggiunto nel Distretto Federale”.

mexico periodistasLe intimidazioni e la violenza contro i giornalisti sono solo uno dei meccanismi dello stato messicano, o almeno di varie sue parti e apparati, che vanno a reprimere la dissidenza sociale e a blindare la “democrazia”, gli investimenti, lo sfruttamento delle risorse, l’adesione alle politiche neoliberiste, il modello di paese voluto dalle élite e la sicurezza interna. Il contesto della guerra alle droghe, combattuta con una strategia di “mano dura” e militarizzazione dei territori che si ripercuote sulla popolazione civile, scardinando il tessuto sociale, e sui movimenti di protesta, crea un ambiente propizio per le ripetute violazioni ai diritti umani, denunciate ormai da anni da migliaia di persone e organizzazioni. Le desapariciones forzate, le sparizioni di cittadini messe in atto dalle autorità o dai gruppi criminali in combutta con queste che ammontano a 30mila casi negli ultimi 8 anni e mezzo, sono un altro meccanismo, così come lo sono le “esecuzioni extragiudiziarie” dell’esercito e dei vari corpi di polizia e la cosiddetta “fabbrica del colpevoli”, per cui il sistema di amministrazione della giustizia tende a fabbricare accuse e a incarcerare attivisti e cittadini delle fasce vulnerabili o esposte della società (donne, indigeni, studenti, abitanti di comunità rurali e quartieri o barrios marginali) valendosi di procedure autoritarie e abusive o di legislazioni speciali e repressive approvate ad hoc dai governi locali e nazionali. La società, in particolare i gruppi militanti che lottano per il cambiamento dal basso, si trovano quindi tra due fuochi: da una parte uno stato che non protegge ma minaccia o agisce contro di loro, e dall’altra la criminalità organizzata con cui lo stesso stato, a seconda dei casi, scende a patti o collabora. Senza dubbio anche il femminicidio, lo scempio e l’abuso del corpo delle donne e i delitti contro la libertà di stampa sono parte di un meccanismo che abbiamo visto all’opera in passato e ora di nuovo con il caso di Rubén e Nadia.

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NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei Cartelli della Droga https://www.carmillaonline.com/2015/06/03/narcoguerra-cronache-dal-messico-dei-cartelli-della-droga/ Tue, 02 Jun 2015 22:46:51 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=23057 di Pino Cacucci

Copertina NarcoGuerra Fronte (Small)[Prologo del libro di Fabrizio Lorusso, NarcoGuerra. cronache del Messico dei cartelli della droga, Odoya, Bologna, 2015, pp. 416, € 20 (€ 15 Sito Web Odoya)]

Secondo un vecchio detto che i messicani amano ripetere, “como México no hay dos”. Per molti versi è vero, che il Messico è unico e irripetibile. Ma la realtà odierna dimostra purtroppo che il paese è anche schizofrenicamente sdoppiato: esistono due Messico. Perché qualsiasi viaggiatore, viandante o lieto turista affascinato dalla sua incommensurabile bellezza, può [...]]]> di Pino Cacucci

Copertina NarcoGuerra Fronte (Small)[Prologo del libro di Fabrizio Lorusso, NarcoGuerra. cronache del Messico dei cartelli della droga, Odoya, Bologna, 2015, pp. 416, € 20 (€ 15 Sito Web Odoya)]

Secondo un vecchio detto che i messicani amano ripetere, “como México no hay dos”. Per molti versi è vero, che il Messico è unico e irripetibile. Ma la realtà odierna dimostra purtroppo che il paese è anche schizofrenicamente sdoppiato: esistono due Messico. Perché qualsiasi viaggiatore, viandante o lieto turista affascinato dalla sua incommensurabile bellezza, può tranquillamente attraversarne migliaia di chilometri senza mai percepire un clima di violenza sanguinaria. Eppure… esiste anche l’altro Messico, quello che Fabrizio Lorusso sviscera nei suoi reportage, nei suoi approfondimenti giornalistici, nei racconti di vita quotidiana. E lo fa con esemplare giornalismo narrativo, che attualmente è l’unica fonte di informazione attendibile, non essendo schiava di una gabbia ristretta di “battute” né di censure, o meglio di autocensure, perché tutti, quando scriviamo per una certa testata, abbiamo in mente che questa ha un preciso proprietario e quindi certi limiti ce li mettiamo da soli, prima ancora che vengano imposti. Ovviamente, il giornalismo narrativo non può che trovare spazio in un libro, che poi faticherà non poco a trovare uno spazio nell’editoria. Oppure – come è il caso di alcuni di questi scritti – lo spazio se lo prendono su internet, l’universo che ci illude di essere liberi di esprimere qualsiasi opinione: peccato che, siamo sinceri, finiamo per leggerci l’un l’altro, cioè tra quanti una certa sensibilità già ce l’hanno, senza scalfire la cosiddetta “informazione di massa”, che altro non è se non disinformazione massificata.

Esiste, dunque, anche l’altro Messico, dei corpi appesi ai cavalcavia, delle teste mozzate e infilate sui pali, dell’orrore che ormai viene acriticamente ascritto ai “narcos” quando nessuno capisce più se siano effettivamente i ben armati e ben entrenados Zetas (in maggioranza ex militari di reparti speciali e mercenari centro e sudamericani con master in centri di addestramento di Usa e Israele), o se si tratti di squadroni della morte, milizie di latifondisti, regolamenti di conti d’ogni sorta, ed eliminazione spiccia di oppositori sociali.

E questa è anche la mia schizofrenia, perché…

Il Messico è dove torno ogni anno per qualche mese e dove vorrei concludere i miei giorni, e se, dopo averci vissuto per anni tanto tempo fa, continuo questo incessante andirivieni, forse è per un inconfessabile timore dell’abitudine: ovunque vivi per troppo tempo, finisci per vederne solo i difetti e non più i pregi. Io vado e vengo perché, come un vampiro, continuo a succhiarne gli aspetti migliori. Troppo comodo, lo so. Ma è così. Amo talmente il Messico, da impedirmi di trasformarlo in una consuetudine, in una routine quotidiana che ne assopirebbe le emozioni: è un po’ come con le droghe, l’assuefazione ti priva di rinnovare la sensazione inebriante della prima volta. Meglio rinnovare la crisi di astinenza – chiamiamola struggente nostalgia – che assuefarsi, svilendo quel miscuglio di energie rinnovate e sensazioni ineguagliabili che mi dà ogni volta che ci torno. Se non tornassi ma rimanessi per “sempre”, temo che l’abitudine spegnerebbe tutto.

Odoya Bandiera messicana coca proiettiliE chiarisco: la semplificazione di “pregi e difetti” è improponibile, proprio perché semplifica l’immane complessità della situazione. Difetti: non si può relegare a questo vocabolo l’orrore dei morti ammazzati. Pregi: quei milioni di messicani che in ogni istante ti dimostrano quanto siano diversi dall’orrore, con la loro sensibilità, creatività, ribellione, resistenza… dignità. La cronaca, purtroppo, privilegia gli orribili e trascura i dignitosi.

Leggendo i coraggiosi scritti di Fabrizio Lorusso (coraggiosi per il semplice e spietato fatto che lui, lì, ci vive e si espone alle eventuali conseguenze) riconosco me stesso come ero trent’anni fa: lodevole donchisciotte che, penna – o tastiera – in resta, affronta i mulini a vento dei todopoderosos di sempre, di ieri e di oggi… E in fin dei conti, oggi, mi appare come un’illusione, il tentativo di informare gli altri sulla realtà, perché la sensazione è che tutti (be’, quasi tutti) se ne freghino, della realtà. Quindi, è un’utopia. Ma cosa saremmo, senza illusioni e utopie?

Nada más que amibas. Saremmo parassiti intestinali, tanto per restare sul campo messicano. Miserabili parassiti assuefatti a una realtà ingiusta e insopportabile. È per questo, che abbiamo bisogno di illusioni e utopie. Persino dell’illusione che, scrivendo, informando, potremmo rendere meno feroce e nefasto questo mondo in cui viviamo. Che è anche l’unico che abbiamo.

Petizione del collettivo Paris-Ayotzinapa: “NO alla presenza del presidente messicano Enrique Peña Nieto alle celebrazioni del 14 luglio 2015” – LINK Firma

Prossime presentazioni a Milano: 13 giugno Libreria Les mots e 16 giugno Macao

Leggi l’introduzione del libro: QUI – Risvolto/Riassunto del libro+Bio: QUI 

Pagina NarcoGuerra: QUI – Scarica PDF Indice + Intro + Prologo del libro: QUI

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