Enrico Bondi – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 13 Jun 2026 20:00:36 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Ilva, mancavano solo i russi https://www.carmillaonline.com/2013/11/29/ilva-mancavano-i-russi/ Fri, 29 Nov 2013 22:42:41 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=11018 di Gianmario Leone1

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Ci mancava soltanto la panzana dei russi. Nella giornata di ieri [25.11] infatti, le agenzie hanno battuto la notizia secondo cui oggi [26.11] a Trieste, quando il premier Letta incontrerà il presidente Vladimir Putin e la delegazione dei ministri moscoviti per il vertice italo­russo, si proverà a “sondare” il terreno per un eventuale interessamento da parte russa di investire nelle aree di crisi italiane. Da Palazzo Chigi si sono limitati a sottolineare che la Russia “è già presente nella siderurgia italiana”. E sì [...]]]> di Gianmario Leone1

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Ci mancava soltanto la panzana dei russi. Nella giornata di ieri [25.11] infatti, le agenzie hanno battuto la notizia secondo cui oggi [26.11] a Trieste, quando il premier Letta incontrerà il presidente Vladimir Putin e la delegazione dei ministri moscoviti per il vertice italo­russo, si proverà a “sondare” il terreno per un eventuale interessamento da parte russa di investire nelle aree di crisi italiane. Da Palazzo Chigi si sono limitati a sottolineare che la Russia “è già presente nella siderurgia italiana”. E sì che è presente: ma si evita di ricordare con quali risultati. Dunque, dopo aver assistito mesi addietro alla scenetta sulla possibile joint venture con Piombino, ora tocca sorbirci l’ipotesi russa nel futuro Ilva. Che, guarda caso, riporta ancora una volta al sito siderurgico toscano.

A tal proposito, ripercorriamo nuovamente come già fatto lo scorso giugno, la storia del sito di Piombino, tanto per rinfrescarci tutti la memoria. La storia dell’acciaieria di Piombino è lunga e complessa: basti pensare che prende il via nel lontano 1864. La storia degli ultimi 20 anni, ci dice invece che nel 1992 lo stabilimento viene scorporato dall’Ilva (proprietaria dell’acciaieria dal 1988 dopo una serie di passaggi societari) e conferito alla nuova SpA “Acciaierie e Ferriere di Piombino” della quale fanno parte l’Ilva e la società privata bresciana “Gruppo Lucchini” presieduta dal cavaliere Luigi Lucchini. Tre anni dopo, nel 1995, il gruppo Riva compra dallo Stato l’Italsider di Taranto lasciando Piombino alla gestione privata del gruppo Lucchini diventando “Lucchini Siderurgica”, che nel 1998 diventa “Lucchini SpA”.

Nel 2003 arriva per il gruppo Lucchini una grave crisi finanziaria che Viene affidata alle “sapienti” cure di, guarda un po’, Enrico Bondi, che trasforma la Lucchini SpA in una holding finanziaria a capo delle Business Unit operative. In economia è l’unità presa come Riferimento per definire la strategia, che può coincidere con l’impresa o rappresentare solo una parte di essa. Ad esempio, se un’impresa che commercializza un certo prodotto, opera sia all’ingrosso che al dettaglio, si avranno due business unit prese come riferimento per definire la strategia: una per il commercio all’ingrosso e l’altra per il commercio al dettaglio. Queste definizioni sono fondamentali per comprendere che, per una stessa organizzazione, si possono avere tre diversi livelli di strategia. Detto della Business unit, le prime due sono quella di impresa (che ha un’organizzazione economica il cui fine è il conseguimento di un profitto) e quella di gruppo (quando un’impresa, in genere una società per azioni, possiede azioni o quote di altre società in modo da poterle controllare direttamente o indirettamente.

Si parla, allora di holding. La Società che controlla tutte le altre è detta capogruppo e rappresenta il soggetto economico del gruppo). L’unità produttiva di Piombino diventa, nelle mani di Bondi, una di queste Business Unit, societarizzandosi con la denominazione di “Lucchini Piombino SpA”. Le altre erano la francese Ascometal e la divisione Lucchini Sidermeccanica di Lovere (matariale rotabile ferroviario) poi Lucchini RS. E qui veniamo all’epoca russa. Nel 2005 infatti, a seguito della ristrutturazione finanziaria e degli investimenti sugli impianti, la maggioranza (60%) del gruppo Lucchini passa, attraverso un aumento di capitale, al gruppo russo Severstal (uno dei più grossi gruppi siderurgici al mondo).

La famiglia Lucchini, invece, si lancia nel business ferroviario acquistando proprio da Severstal nel 2007 il 100% della BU Lucchini RS con sede a Lovere (Bergamo) e filiali industriali in altri Paesi europei. La totale separazione tra Severstal e famiglia Lucchini avviene nel 2010, quando la Severstal acquista tutte le quote del gruppo Lucchini ancora in mano alla famiglia bresciana (alla data deteneva ancora una quota del 20%). Dunque, nonostante la quasi omonimia tra Lucchini SpA e Lucchini RS SpA, la proprietà viene totalmente distinta (a qualcuno tutto questo ricorda qualcosa?). Sempre nel 2010, dopo l’acquisto del 20% dalla famiglia Lucchini, severstal dà il via ad un processo di vendita dell’intero pacchetto azionario di Lucchini SpA, che si conclude senza acquirenti.

Visto l’insuccesso, per deconsolidare il debito Lucchini SpA dai bilanci Severstal, il 51% di Lucchini SpA viene ceduto ad una società cipriota facente capo a Mordashov (principale azionista e ad della Severstal), mentre il restante 49% resta di proprietà di Severstal. Dopo la nuova crisi industriale e finanziaria del 2011, il gruppo Lucchini vende la BU Ascometal al fondo di Private Equity “Apollo” per 325 milioni di euro. L’incasso viene utilizzato per redigere un piano di ristrutturazione, omologato a febbraio 2012 dal Tribunale di Milano, col quale si prevedeva di avere altri sei mesi di liquidità per trovare al più presto un compratore. Il 21 dicembre 2012, la società richiede l’amministrazione straordinaria al Ministero dello Sviluppo Economico, che nomina Piero Nardi commissario della Lucchini S.p.A.

Il 7 gennaio scorso, il Tribunale di Livorno ha dichiarato lo stato di insolvenza dell’azienda, accogliendo la richiesta di accesso alle procedure previste dalla legge Marzano. Poi, lo scorso 26 aprile, il governo ha approvato il decreto legge n.43 per il rilancio industriale dell’area di Piombino (tra cui anche il Porto), che attende ancora di essere trasformato in legge (cinque giorni fa è arrivato il voto favorevole della Camera). Infine, il 18 novembre scorso, si è svolto un incontro al MiSE a Roma, dove è stato promesso ­ entro Natale ­ l’Accordo di Programma per il rilancio dell’area industriale di Piombino.

letta_putin2Come dite? Bondi che fine ha fatto in tutto questo? Se n’era andato già ad inizio 2004 per iniziare l’avventura di salvataggio della Parmalat. Ciò detto, difficilmente l’interesse russo, se mai ci sarà, si concretizzerà prima del 2016. Un impianto vecchio come il siderurgico tarantino, non interesserebbe nemmeno il più ricco sceicco del mondo. E nel 2016, ammesso e non concesso che l’area a caldo dell’Ilva sia ancora in funzione, sarà troppo tardi per tornare ad essere appetibile sul mercato. Al massimo, potremo essere un’appetibile succursale “a freddo” per non più di qualche annetto. Dopo di che, “da ssvidagnia” (“ciao” in russo).
Il futuro di Taranto, lo ripetiamo da anni, va rincorso nella direzione opposta.


  1. Questo articolo è stato pubblicato su “TarantoOggi” e su InchiostroVerde il 26.11.2013 

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Ecco a voi il “salva Ilva bis”: un decreto beffa https://www.carmillaonline.com/2013/07/14/ecco-a-voi-il-salva-ilva-bis-un-decreto-beffa/ Sun, 14 Jul 2013 19:00:23 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=7575 di Gianmario Leone  vendola_riva

[Questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano TarantoOggi e su Inchiostro Verde il 12.07.2013]

È arrivato ieri il via libera della Camera al decreto 61 del 4 giugno, meglio conosciuto come “salva Ilva bis”: 299 i sì, 112 i contrari (M5S e Lega), 34 gli astenuti (SEL). Il provvedimento originario dall’affascinante titolo “Nuove disposizioni urgenti a tutela dell’ambiente, della salute e del lavoro in imprese di carattere strategico nazionale“, sarà applicato all’Ilva di Taranto e di Genova, Novi Ligure, Racconigi, Marghera e Patrica, ma varrà anche per tutti gli altri complessi industriali che dovessero [...]]]> di Gianmario Leone  vendola_riva

[Questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano TarantoOggi e su Inchiostro Verde il 12.07.2013]

È arrivato ieri il via libera della Camera al decreto 61 del 4 giugno, meglio conosciuto come “salva Ilva bis”: 299 i sì, 112 i contrari (M5S e Lega), 34 gli astenuti (SEL). Il provvedimento originario dall’affascinante titolo “Nuove disposizioni urgenti a tutela dell’ambiente, della salute e del lavoro in imprese di carattere strategico nazionale“, sarà applicato all’Ilva di Taranto e di Genova, Novi Ligure, Racconigi, Marghera e Patrica, ma varrà anche per tutti gli altri complessi industriali che dovessero trovarsi in una situazione analoga. Il testo è stato modificato sia nelle commissioni riunite Ambiente e Attività produttive che dall’Assemblea e passa ora all’esame di Palazzo Madama (salvo altri emendamenti oltre i 30 inseriti a Montecitorio).

Come riportato nei giorni scorsi, tra le modifiche più rilevanti vi è la possibilità che il commissariamento possa riguardare il solo ramo di azienda che non abbia rispettato le prescrizioni AIA (autorizzazione integrata ambientale) e non tutta l’impresa, ma soltanto «in caso di reiterai pericoli gravi e rilevanti»: se ne accade uno alla settimana o al mese, non ci saranno “problemi”. Inoltre, il commissario avrà facoltà di intervenire solo nei siti industriali di interesse strategico nazionale con non meno di mille dipendenti (cassa integrazione compresa).

Ma le novità più “interessanti” sono tutte in ambito AIA: confermata l’abrogazione della figura del Garante per l’attuazione delle prescrizioni, introdotta con la legge 231/2012 dal governo Monti: adesso sarà lo stesso commissario Bondi, d’intesa con Regione ed enti locali, a fornire ai cittadini “dettagliatissime” e “continue” informazioni sul reale andamento delle operazioni di risanamento all’interno dell’Ilva. Confermata anche la previsione del termine di tre anni per attuare le prescrizioni. Ma i dolori, purtroppo, sono ben altri. Il rapporto di Valutazione del danno sanitario introdotto da una specifica legge regionale la scorsa estate, non potrà modificare le prescrizioni AIA. Ovvero viene cassato l’unico motivo per cui quella legge avesse un senso. Del resto, dopo che lo scorso 29 maggio il direttore di ARPA Puglia, Giorgio Assennato, durante l’audizione in V Commissione presieduta da Donato Pentassuglia, illustrò il rapporto elaborato dall’ente regionale per la protezione ambientale nell’ambito della valutazione del danno sanitario prevista dalla legge regionale 21/2012, la decisione non poteva certo essere diversa.

Lo studio presentato da Assennato, di ben 99 pagine, ha infatti sostenuto che «i miglioramenti delle prestazioni ambientali, che erano conseguiti con la completa attuazione della nuova AIA (prevista per il 2016), comportano un dimezzamento del rischio cancerogeno nella popolazione residente intorno all’area industriale». Dato poi rivisto fortemente al ribasso dall’ISDE, come relazionò il dott. Agostino Di Ciaula durante la sua audizione alla commissione Ambiente della Camera dei Deputati lo scorso 26 giugno: al termine della relazione, Di Ciaula avvisò i presenti di come nonostante il nuovo decreto legge e la futura applicazione dell’AIA, la salute dei tarantini «resta ancora negoziabile».

Non è dato sapere il perché quella relazione non abbia ancora oggi visto la luce su nessun organo di informazione locale o nazionale, tranne che su queste colonne (e sul sito di informazione www.inchiostroverde.it). Tuttavia, alla Regione un contentino è stato garantito: la stessa potrà infatti chiedere il riesame dell’AIA: l’ennesimo. Restando in ambito controlli, gli ispettori ISPRA avranno la qualifica di ufficiali di polizia giudiziaria nello svolgimento delle attività di accertamento, contestazione e notificazione delle violazioni. All’ente saranno destinati 90mila euro all’anno per il personale che «svolga attività che richiedano particolare impegno».

È stato infine previsto l’allentamento del Patto di stabilità interno della Regione Puglia per favorire le azioni di bonifica. L’ente potrà sforare il patto per 1,3 milioni nel 2013 e per 40 milioni nel 2014 per le spese necessarie agli interventi previsti. Ma i calcoli qui non tornano per niente. Perché il protocollo firmato lo scorso 26 luglio, prevedeva fondi stanziati per 119 milioni. Lo sforamento di 41,3 milioni sino al 2014, non garantirà infatti l’adeguata copertura per gli interventi previsti: 40 milioni per la sola messa in sicurezza delle aree PIP di Statte, 21 per la “Bonifica e messa in sicurezza permanente dei sedimi contaminati da PCB nel Mar Piccolo”, altri 50 per la “Messa in sicurezza e bonifica falda superficiale” (anche in questo caso con la dicitura “copertura da definirsi a carico dello Stato”), ed altri 8 per la “Messa in sicurezza e bonifica dei suoli contaminati del quartiere Tamburi”, stanziati dalle “Risorse MATTM presenti nel bilancio 2012”. Da dove saranno presi questi soldi?

Ma il dramma non finisce certo qui. Perché mentre alla Camera si votavano gli emendamenti al decreto, al ministero dell’Ambiente andava in scena un vertice tra il ministro Andrea Orlando, il commissario Ilva Enrico Bondi, il subcommissario Edo Ronchi, il governatore della Puglia Nichi Vendola ed il sindaco di Taranto Ippazio Stefàno. Al termine della cabina di regia, il subcommissario Ronchi ha finalmente scoperto le carte di quello che è un clamoroso inganno, che su queste colonne denunciamo da esattamente un anno. «Si sta predisponendo un piano finanziario che attraverso una negoziazione con le banche e la BEI, metterà a disposizione 1,8 miliardi di euro in tre anni per l’attuazione delle disposizioni contenute nell’AIA».

Dunque, come ampiamente previsto e dimostrato in questi mesi, non solo il gruppo Riva non scucirà un euro per il risanamento degli impianti dell’area a caldo, ma non lo farà neppure l’Ilva Spa. Eppure, al comma 2 dell’articolo 1 del testo del decreto ancora oggi si legge che «la prosecuzione dell’attività produttiva durante il commissariamento è funzionale alla conservazione della continuità aziendale ed alla destinazione prioritaria delle risorse aziendali alla copertura dei costi necessari per gli interventi AIA». Del resto da sempre denunciamo come l’Ilva Spa non disponga delle risorse finanziarie per espletare una sola delle prescrizioni più importanti inserite nell’AIA. Lo stesso responsabile delle relazioni Martino infatti, ha spiegato ieri ai sindacati che le risorse generate dall’attività industriale bastano soltanto per pagare stipendi, materie prime e fornitori.

Stando così le cose, è ancora più probabile che siano state le stesse banche e la BEI ad indicare Enrico Bondi come unica persona adatta a ricoprire l’incarico di commissario, con il governo che si è dovuto piegare pur sapendo di palesare alla luce del sole un conflitto d’interessi macroscopico, visto che lo stesso Bondi era stato nominato soltanto ad aprile scorso dalla famiglia Riva come ad dell’Ilva Spa. Saranno invece circa 300 i milioni che saranno impegnati per le bonifiche “di acque, rifiuti e discariche” all’interno del siderurgico (per cui però mancano ancora le prescrizioni AIA), ha spiegato Ronchi, che ha aggiunto come si stia predisponendo «una struttura con elementi anche esterni, che avrà al suo interno un gruppo dedicato all’innovazione tecnologica, per creare quel know-how ambientale utilizzabile anche dopo l’adozione delle misure». Inoltre, Ronchi ha assicurato come sia in fase di «progettazione esecutiva gli interventi prioritari come la copertura dei parchi minerari». Fase che l’Ilva annuncia essere in corso da oltre un anno e la cui presentazione progettuale, che l’AIA prescriveva entro lo scorso 27 aprile, è stata già bocciata dal Comune di Taranto per carenza dei documenti preparati dall’azienda.

Ciliegina finale: il piano industriale dell’Ilva sarà pronto soltanto dopo l’estate. Auguri.

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l’Ilva ha il destino segnato https://www.carmillaonline.com/2013/06/17/lilva-ha-il-destino-segnato/ Mon, 17 Jun 2013 19:45:38 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=6724 di Gianmario Leonevendola_riva_prestigiacomo.jpg

[Questo articolo è stato pubblicato sulla testata locale “TarantoOggi” e su quella on line Inchiostro Verde il 15 giugno]

Alla fine anche i sindacati sono costretti ad uscire allo scoperto. Ammettendo che, come scriviamo da tempo immemore, l’Ilva è oramai una fabbrica che è stata abbandonata al suo destino dal gruppo Riva e che è destinata a non essere mai più il maggiore siderurgico europeo. Perché l’allarme lanciato ieri dagli esecutivi di Fim Cisl, Fiom Cgil e Uilm Uil, fa il paio con quello dei mesi scorsi degli operai, che denunciarono come il sistema di sicurezza interno [...]]]> di Gianmario Leonevendola_riva_prestigiacomo.jpg

[Questo articolo è stato pubblicato sulla testata locale “TarantoOggi” e su quella on line Inchiostro Verde il 15 giugno]

Alla fine anche i sindacati sono costretti ad uscire allo scoperto. Ammettendo che, come scriviamo da tempo immemore, l’Ilva è oramai una fabbrica che è stata abbandonata al suo destino dal gruppo Riva e che è destinata a non essere mai più il maggiore siderurgico europeo. Perché l’allarme lanciato ieri dagli esecutivi di Fim Cisl, Fiom Cgil e Uilm Uil, fa il paio con quello dei mesi scorsi degli operai, che denunciarono come il sistema di sicurezza interno del siderurgico fosse saltato del tutto.

Logica conseguenza gli oltre 15 incidenti, di cui uno mortale, verificatisi dall’inizio dell’anno ad oggi in quasi tutti i reparti dell’Ilva. Tra l’altro, non è dato sapere perché i sindacati parlino soltanto adesso: probabilmente perché la situazione è realmente arrivata al limite. Nella loro nota infatti, i sindacati parlano di una “condizione inverosimile” che si sta protraendo da tempo, con “la mancanza di approvvigionamento di materiali di consumo e ricambi”. La nota è diretta al direttore dello stabilimento siderurgico, Antonio Lupoli, ed al responsabile delle relazioni industriali, Enrico Martino.

Addirittura i sindacati segnalano “la mancanza di ricambi e di strumentazioni impiantistiche all’interno dei reparti di esercizio per la corretta marcia degli stessi”, la “mancanza di ricambi all’interno dei reparti di manutenzione che dovrebbero garantire il corretto funzionamento dei locomobili che assolvono al normale funzionamento degli impianti” e in proposito citano “autocisterne ferme per assenza di ricambi” nonché “il ritardo sul rifornimento del gasolio” e “le difficoltà di reperimento dei dispositivi di protezione individuale”. Una situazione talmente paradossale da far scrivere ai sindacati che “senza alcun intervento urgente da parte della direzione aziendale tale condotta a stretto giro potrebbe determinare la naturale fermata dello stabilimento per le ragioni in primis legate alla mancanza delle norme di sicurezza”. I sindacati hanno anche concluso sottolineando che questa situazione si è già verificata il 12 giugno in alcuni reparti e che quindi sussiste “un’impossibilità di marcia di esercizio impiantistico”.

Certo, appare irreale che all’interno del più grande siderurgico europeo, strategico per l’economia dell’ottavo paese più industrializzato del mondo, si viva alla giornata e manchino addirittura i ricambi. Che la più grande fabbrica italiana, che sostiene la produzione siderurgica e mantiene in vita comparti la gran parte delle piccole e medie imprese del manifatturiero e della meccanica, sembri una grande officina in stato di semi abbandono. Un’azienda per salvare la quale sono stati varati ben due decreti legge, sfidando l’operato della magistratura e creando per la prima volta in Italia un scontro tra poteri (legislativo e giudiziario), sembra stia per crollare da un momento all’altro. In realtà, siamo soltanto di fronte ad un lento ed irreversibile passaggio di consegne e cambi al posto di comando.

Dalla scorsa estate su queste colonne denunciamo come i Riva abbiano abbandonato al suo destino un’azienda che ha permesso loro di costruire un impero economico da tempo al sicuro nelle holding di famiglia nei mercati offshore (e smettiamola una buona volta di dire che gli 8 miliardi sequestrati preventivamente per equivalente dal gip Todisco serviranno per la bonifica e la rinascita di questa città, perché tutti sappiamo che quei soldi non li troveranno mai). Una fabbrica vecchia, irreversibilmente condannata all’estinzione. Talmente vetusta che nessuno sa indicare con esattezza quanti miliardi di euro occorrano per renderla “decente”, non certo eco-compatibile con l’ambiente circostante. Un’azienda che sarà costretta a breve a ridimensionare l’attività produttiva, non certo per problemi tecnici, ma perché costretta dal mercato internazionale. Riduzione della produttività che comporterà inevitabilmente un ridimensionamento delle unità lavorative.

Un compito che non a caso lo stesso gruppo Riva aveva affidato al manager italiano più “competente” e longevo nel campo del risanamento e della liquidazione. E visto l’addio anticipato della famiglia lombarda, lo Stato ha pensato bene di ingaggiarlo per affidargli il compito di portare avanti l’azienda, chiedendogli di garantire la continuità produttiva per i prossimi tre-quattro anni, perché in questo momento la crisi economica non permette di fare altrimenti. Gli utili incamerati dovranno servire per mantenere in piedi la baracca, garantendo il pagamento dei fornitori della materie prime e gli stipendi degli operai. Il resto, servirà da garanzia per le banche e la BEI (Banca Europea degli Investimenti) che finanzieranno parte dei lavori di risanamento per gli impianti dell’area a caldo previsti dall’AIA (il governo ha scelto Bondi anche e soprattutto per la sua figura che per le banche da sempre rappresenta garanzia certa in termini di pagamenti e soldi restituiti).

AIA che sicuramente sarà rivista dal comitato dei “tre esperti” che a breve nominerà il ministero dell’Ambiente (pare che il sub commissario sarà Edoardo Ronchi) ed allungata nei tempi oltre che annacquata nei termini. E che, come abbiamo denunciato da subito, dovrà comunque essere visionata da Bondi e dalla persona che il Cda dell’Ilva nominerà come rappresentante dell’azienda. Eppure, la storia non è ancora finita. Perché quando il presidente di Federacciai sostiene che senza un’azionista di maggioranza l’Ilva a breve si fermerà, non solo non dice il falso, ma lascia intendere ciò che a breve potrebbe avvenire. L’Ilva Spa, infatti, potrebbe presto essere mandata in liquidazione. Perché in molti forse dimenticano che i debiti finanziari totali della società ILVA Spa sono passati da 335 milioni di euro nel 1996 a 2,9 miliardi di euro nel 2011, di cui soltanto 705 milioni con le banche, corrispondenti a circa un quarto del totale.

Il rimanente 75% sono debiti finanziari nei confronti delle altre società del Gruppo ILVA e della controllante Riva FIRE Spa (oramai lontana anni luce dall’Ilva e che ha lasciato nella casse della controllata soltanto i debiti). I debiti finanziari sono aumentati soprattutto nell’ultimo quadriennio (da 1,8 a 2,9 miliardi) a causa della riduzione dei flussi di cassa provocata dai risultati negativi della gestione industriale (-805 milioni di euro). Alla fine del periodo considerato dai vari decreti e dall’AIA (2013-2016), i debiti finanziari della società salirebbero a 4.500 (50% degli investimenti per il risanamento finanziati con prestiti), 6.200 miliardi di euro (100% degli investimenti finanziati con prestiti), mentre il patrimonio diminuirebbe per far fronte alle perdite d’esercizio provocate dal peggioramento dei risultati della gestione industriale e dai maggiori oneri finanziari.

Dunque, in assenza di un consistente aumento di capitale, la società registrerebbe una significativa perdita. La conclusione è intuibile, oltre che ovvia: “senza un intervento dello Stato per alleggerire gli oneri connessi agli investimenti che l’ILVA dovrà sostenere nei prossimi anni e/o un apporto di capitali freschi da parte dei soci attuali o altri che potrebbero entrare nella compagine azionaria, la prosecuzione dell’attività dell’ILVA nel medio periodo appare molto difficile”. Bondi, dunque, quasi certamente dichiarerà il fallimento dell’attuale Ilva Spa, per ricreare una nuova società. Che non è ancora dato sapere da chi sarà composta, fino a quando vivrà e quanti lavoratori prevederà.BMa sia lo Stato che Bondi, come del resto le nostre istituzioni e sindacati, sanno perfettamente che tutto questo gioco è destinato a durare non più di qualche anno. Dopo di che ci si dovrà arrendere all’evidenza di un mercato dell’acciaio che parlerà una lingua molto diversa da quella italiana.

Se Taranto si salverà, avendo impegnato gli anni che restano prima della fine del siderurgico, ad investire in alternative economiche serie (porto con distripark e aeroporto cargo) e sulle risorse che ancora oggi offre il territorio (il mare, il turismo e l’agroalimentare), non è dato sapere. Certo, vedendo l’aria che tira, c’è poco da stare allegri. Non tanto per i personaggi che continuano a gestire la cosa pubblica, quanto per una società civile che pare non avere alcuna voglia di lottare con coerenza e serietà. E i mezzi della lotta (sulla cui liceità solo i cittadini hanno diritto di scelta e parola), non possono certamente più essere riunioni segrete, missioni a Bruxelles, inutili conferenze stampa, vuoti comunicati stampa, marce, fiaccolate, sit-in e presidi di un paio d’ore, concerti e quant’altro. O assurde letterine al Presidente della Repubblica in stile Babbo Natale. Chi ha orecchie per intendere, intenda. Una volta e per tutte.

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