energie rinnovabili – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 13 Mar 2026 23:01:58 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Il nuovo disordine mondiale /17: storia breve di una débâcle inevitabile https://www.carmillaonline.com/2022/09/07/il-nuovo-disordine-mondiale-17-cronaca-di-una-debacle-annunciata/ Wed, 07 Sep 2022 20:00:05 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=73890 di Sandro Moiso

La peggior campagna elettorale di sempre, forse l’unica che nel giro di qualche settimana è riuscita a far passare il numero degli astenuti e degli indecisi dal 40 al 42%, oltre a nutrirsi del solito e farraginoso strumentario ideologico di bassa lega, sia a destra che a sinistra, ha rimpinguato il proprio verboso arsenale propagandistico di tutto quanto proviene dalle fake news che, come in ogni conflitto che “si rispetti”, riguardano la guerra in corso e le sue conseguenze militari, geopolitiche e, soprattutto, economiche.

Così, mentre Giorgia Meloni fa [...]]]> di Sandro Moiso

La peggior campagna elettorale di sempre, forse l’unica che nel giro di qualche settimana è riuscita a far passare il numero degli astenuti e degli indecisi dal 40 al 42%, oltre a nutrirsi del solito e farraginoso strumentario ideologico di bassa lega, sia a destra che a sinistra, ha rimpinguato il proprio verboso arsenale propagandistico di tutto quanto proviene dalle fake news che, come in ogni conflitto che “si rispetti”, riguardano la guerra in corso e le sue conseguenze militari, geopolitiche e, soprattutto, economiche.

Così, mentre Giorgia Meloni fa a gara con Enrico Letta nel tentativo di dimostrare di essere più servilmente atlantista dello stesso PD, il povero “ex-capitano” de noantri, si è visto messo alla berlina, sia dagli avversari che dagli alleati, per aver ribadito ciò che da mesi è possibile riscontrare sulla stampa economica internazionale e nazionale: ovvero che fino ad ora le sanzioni hanno danneggiato l’economia europea ancor più di quella russa e che la “serrata del gas” da parte di Gazprom e di Putin può costituire un pericoloso innesco per un incendio che potrebbe rivelarsi disastroso sia sul piano industriale che sociale.

Ma, prima che il genio giornalistico di Natalie Tocci accomuni chi scrive agli “utili idioti di Putin”1, proviamo a fare qualche passo indietro e, soprattutto, nella realtà. Partendo proprio dalla questione “gas”, inseparabile dalla condizione di esistenza fondamentale di un sistema che, non ci vuole un genio per capirlo, è sostanzialmente energivoro.

Tale passo, prima di ricondurci alla situazione creatasi a livello globale, come conseguenza della guerra in Ucraina, nel settore dei prezzi e dei rifornimenti di gas e idrocarburi, vede costretto l’autore di questo intervento a ricordare come l’avvento della Rivoluzione Industriale, alla metà del XVIII secolo, abbia visto un passaggio epocale dal consumo di energie che oggi si direbbero “rinnovabili “ (vento, acqua, animali e umane) a quello di un’energia che rinnovabile non era, ma che per il tramite della macchina a vapore prima e del motore elettrico o a scoppio poi, forniva alla nascente produzione industriale, e al suo modello di organizzazione sociale, una continuità e regolarità di utilizzazione che le altre non potevano fornire.

Vento, acqua, fatica dell’animale e dell’uomo dovevano infatti sottostare a limiti “naturali” (di carattere stagionale e di tempi di rinnovo) che la macchina a vapore e tutti i suoi derivati (fino all’uso dell’energia nucleare) non dovevano rispettare. Il vento poteva infatti essere troppo (nel caso della stagione invernale o degli urgani estivi) o troppo poco (come nel caso delle bonacce atlantiche, durante le quali una nave a vela poteva dover attendere per settimane il ritorno di condizioni di vento favorevoli) così come l’acqua che faceva funzionare mulini, macine oppure i primi telai meccanici. L’uomo e gli animali, per quanto messi alla catena per remare oppure far girare una macina oppure ancora per trainare strumenti agicoli di un certo peso (ad esempio aratri ed erpici), oltre a dover interrompere il lavoro per i suddetti limiti fisici naturali (si legga “fatica”), finivano comunque col consumare, per quanto in quantità minime nel caso di schiavitù e maltrattamenti connessi all’uso della forza animale, una parte del prodotto che contribuivano a creare.

Per capirci: gas, petrolio, energia elettrica non consumano il prodotto (ad esempio la farina) che concorrono a realizzare. Inoltre sono fonti di energia o energie sempre disponibili nella giusta quantità necessaria, sia di notte che di giorno, in inverno che in estate, senza forzose interruzioni. Inevitabile quindi che, per il “buon funzionamento” della macchina industriale capitalistica e i suoi ritmi produttivi, la scelta si indirizzasse sempre più verso il loro diffuso e devastante utilizzo.

Sistema che nel divenire “energivoro” ha finito col dar vita a una serie di conflitti sempre più intensi, ravvicinati e distruttivi, per l’appropriazione di materie prime di origine fossile che, se ai tempi di Marco Polo potevano costituire una semplice curiosità o una mercanzia tra le altre2, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento e, in particolare, dal Primo macello imperialista diventano il premio di ogni guerra, allargata, coloniale e non3. Prova ne sia il fatto, qui citato a solo titolo di esempio, che la marcia delle truppe dell’Asse verso i territori sud-orientali dell’URSS, interrottasi forzatamente a Stalingrado, poco aveva di “ideologico”, ma molto di pratico vista la cronica fame di risorse energetiche e di petrolio della Germania. Cosa che aveva spinto Hitler a spostare un congruo numero dei tre milioni di soldati inviati sul fronte orientale con l’Operazione Barbarossa sul fronte del Caucaso; nel tentativo di appropriarsi sia delle regioni petrolifere là presenti che delle aree petrolifere incluse dai dominion inglesi in Iraq ed Iran. Come sia andata a finire ce lo dicono i libri di storia. Stesso discorso vale per la campagna d’Africa condotta con l’alleato Mussolini, alla ricerca della conquista o del mantenimento del controllo del petrolio libico e dell’interruzione dei traffici marittimi e commerciali inglesi dall’India e verso la stessa.

Ma è necessario interrompere qui il Bignami della storia del ‘900 e dei suoi devastanti conflitti, per tornare ai problemi attuali, che dimostrano, comunque, come tale secolo sia stato tutt’altro che breve e si prolunghi ancora nel nostro disastrato presente. Compresa la scarsa passione del capitalismo industriale per l’uso delle fonti energetiche alternative, nonostante la predicazione greenwashing dei media falsamente progressisti.

E visto che si parlava di Germania del Reich, proprio dalla (ex-?) locomotiva d’Europa occorre ripartire per la riflessione sulle sanzioni, e poiché il danno causato all’economia europea dalle sanzioni alla Russia e dal taglio delle forniture di gas sembra appartenere, all’interno della propaganda bellico-politica in cui siamo immersi, soltanto alle fake messe in campo dal Cremlino e dalla sua portavoce Maria Zakharova, torneremo al 30 marzo di quest’anno, quando il quotidiano tedesco «Handelsblatt», l’equivalente dell’italiano «Il Sole 24 Ore», scriveva:

L’industria tedesca ad alta intensità energetica avverte con urgenza il rischio di una possibile interruzione della fornitura di gas naturale russo. Anche il razionamento potrebbe portare a perdite di produzione, che avrebbero conseguenze per l’intera industria di trasformazione in Germania, spiegano ad esempio i manager dell’industria chimica. Laddove è necessario molto gas come fonte di energia e materia prima, le aziende sono minacciate di estinzione in caso di restrizioni.
Mercoledì, il ministro federale dell’Economia Robert Habeck (Verdi) ha annunciato il “livello di allerta precoce” del cosiddetto piano di emergenza gas, avvertendo così l’economia di un significativo deterioramento dell’approvvigionamento di gas. L’ industria che sarebbero più colpita da un’interruzione dell’offerta o dal razionamento è quella chimica che per Christian Kullmann è il “cuore dell’economia tedesca”. In questa frase Boss è contenuto un avvertimento: se non batte più, ha gravi conseguenze per tutte le industrie. E questo è uno scenario realistico in caso di fallimento delle forniture di gas all’industria4.

Per poi continuare il giorno successivo con un’intervista al Direttore delle poste tedesche, in cui si affermava:

Un embargo sarebbe devastante per la Germania e l’Europa, ha detto il manager in un’intervista a Handelsblatt. “Ci sarebbe la minaccia di un collasso di parti del nostro settore”.
Un tale passo non garantirebbe in alcun modo la fine della guerra in Ucraina. “Se ti indebolisci in modo massiccio, non vincerai”, ha detto Appel. Ha anche accolto con favore il fatto che il governo tedesco non stava saltando immediatamente su ogni questione nel conflitto ucraino, ma stava prendendo decisioni “con calma e chiarezza” […] Frank Appel teme un collasso di parti del settore in caso di boicottaggio e si oppone anche a un disaccoppiamento dalla Cina.5.

Mentre, sempre negli stessi giorni, «Die Welt», un altro importante quotidiano tedesco equivalente del «Correiere della sera» italico, occupandosi dell’inflazione, scriveva:

Un mese dopo lo scoppio della guerra, i tedeschi stanno vivendo uno shock storico dei prezzi: al 7,3%, l’inflazione a marzo è stata più alta che mai nella Germania riunificata. Secondo l’Ufficio federale di statistica, la vita nei vecchi Stati federali era aumentata così tanto solo nel novembre 1981.
[…] La Repubblica Federale ha registrato l’inflazione più forte nel dicembre 1973 con il 7,8 per cento. E questo segno potrebbe presto essere rotto se la guerra in Ucraina dura ancora più a lungo o la disputa energetica con la Russia si intensifica.
Perché è l’improvviso aumento del prezzo dell’energia che farà salire il tasso di inflazione nel 2022. “È principalmente energia, ma anche cibo, che ancora una volta si è rivelato un driver di prezzo. L’aumento di quasi il 40% dei prezzi dell’energia spiega più della metà dell’inflazione attuale”, afferma Sebastian Dullien, direttore dell’Istituto per la macroeconomia e la ricerca economica (IMK). […] “Non si prevede che i mercati dell’energia allenteranno le tensioni nei prossimi mesi: i prezzi all’ingrosso del gas e dell’elettricità indicano che l’energia domestica in particolare rischia di diventare ancora più costosa per i clienti finali”. Nel caso del carburante, c’è un certo sgravio, anche perché temporaneamente le tasse su di esso devono essere ridotte.
Tuttavia, queste riduzioni sono matematicamente troppo piccole per compensare l’aumento dei prezzi dell’energia delle famiglie nel tasso di inflazione. “Tutto sommato, l’inflazione rimarrà alta per il resto dell’anno”, è certo Dullien.
L’IMK ha aumentato le sue stime in risposta agli eventi. […] “Se l’energia dovesse diventare ancora più costosa, ad esempio in caso di interruzione della fornitura di energia russa, l’inflazione potrebbe essere di nuovo significativamente più alta”, afferma Dullien.
[…] E oggi non sono solo i prezzi dell’energia a guidare l’inflazione in questo paese. Ad eccezione degli affitti, l’intero carrello della spesa dei tedeschi sta diventando più costoso della media.
“Il rollover a tutti i settori possibili è in pieno svolgimento. Aggiungete a ciò i ricarichi aggiuntivi nei settori dell’ospitalità, della cultura e del tempo libero, una volta terminato l’attuale ciclo di restrizioni, ed è difficile immaginare che l’inflazione diminuirà in modo significativo nel prossimo futuro “, afferma Carsten Brzeski, capo economista di ING.
[…] Gli alti tassi di inflazione stanno mettendo sotto pressione la Banca centrale europea (BCE). Perché mentre gli economisti aumentano le loro previsioni di inflazione, tagliano le loro previsioni di crescita. Il Consiglio tedesco degli esperti economici ha più che dimezzato le sue previsioni di crescita economica quest’anno all’1,8%.
Nelle loro precedenti previsioni di novembre, gli esperti economici avevano promesso una crescita del 4,6% per il 2022. Una tale combinazione di stagnazione economica e alta inflazione (chiamata anche stagflazione) è temuta perché getta le autorità monetarie in un dilemma.
“Per la BCE, questo alto rischio di stagflazione nell’eurozona metterà sotto pressione la prevista normalizzazione della politica”, afferma Brzeski. Mentre la crescita è recessiva, almeno nella prima metà dell’anno, l’inflazione complessiva sarà significativamente più alta nel lungo termine.
In un tale contesto macroeconomico, l’attenzione della BCE sembra spostarsi dalla crescita all’inflazione. “Ma per quanto la BCE possa contribuire a far arrivare i container dall’Asia più velocemente e più a buon mercato in Europa o ad aumentare la produzione di microchip a Taiwan, non può porre fine alla guerra o abbassare i prezzi dell’energia”, afferma Brzeski.
Quanto sia profondo il dilemma è reso chiaro da un’altra cifra: quando l’inflazione in Germania era del 7,3 per cento, il tasso di interesse di riferimento fissato dalla Bundesbank era dell’11,4 per cento. In questo modo, le autorità monetarie volevano contrastare massicciamente ulteriori aumenti dei prezzi. Oggi, d’altra parte, il tasso di interesse di riferimento in tutta Europa è pari a zero.
Gunther Schnabl, professore di politica economica all’Università di Lipsia, critica la BCE. A differenza della Federal Reserve statunitense, l’istituzione di Francoforte ignora il fatto che la stabilità valutaria è minacciata a lungo termine.
[…] Secondo la sua stima, le radici sono più profonde che nella crisi attuale. “Indipendentemente dalla ragione dell’inflazione, la BCE deve agire per contenere i cosiddetti effetti di secondo impatto”, afferma l’economista.
Gli effetti di secondo impatto si verificherebbero se i sindacati chiedessero una compensazione salariale a causa delle pressioni inflazionistiche, che a loro volta costringevano le aziende ad aumentare i prezzi. “Tali spirali salario-prezzo osservate nel 1970 manterrebbero alta l’inflazione per lungo tempo. Ciò sarebbe rischioso a causa della crescita negativa e degli effetti distributivi dell’inflazione dei prezzi al consumo e degli asset” 6.


La citazione può apparire troppo lunga, ma è importante perché rivela come tutto quanto sta accadendo a livello europeo e italiano fosse ampiamente prevedibile fin dall’inizio del conflitto in Ucraina. Non solo, ma anche che i paletti per la risposta all’inflazione erano già stati messi dalla BCE, insieme alla necessità, per il capitale, di contrastare qualsiasi richiesta proveniente dai sindacati o da movimenti sociali auto-organizzati per aumenti salariali o aiuti di altro genere, non alle imprese, ma alle famiglie e ai lavoratori in difficoltà.

Ma anche su altri quotidiani europei, in quei giorni si sottolineavano le conseguenze, presenti e future, dei processi inflattivi messi in atto a partire dal conflitto e dalle politiche adottate dall’Unione Europea e dell’Occidente per “contrastarlo”. Ad esempio il quotidiano spagnolo «Cinco Días», sempre in data 31 marzo, scriveva:

L’inflazione si rivela sempre più come una tassa per i poveri e i lavoratori. I prezzi hanno iniziato a salire in Spagna a cavallo dell’estate del 2021, trainati principalmente dal prezzo dell’energia, con il quale l’IPC medio annuo ha chiuso lo scorso anno al 3,1% […]. Ma quello che sembrava un aumento molto congiunturale i cui effetti sarebbero scomparsi in primavera, secondo i primi calcoli degli analisti, è diventato un vero incubo per il paniere della spesa, a causa degli effetti della guerra in Ucraina, che ha già completato un mese.
I dati sull’inflazione anticipata pubblicati dall’Istituto Nazionale di Statistica (INE) per il mese di marzo, sono arroccati ad un tasso su base annua del 9,8%, molto vicino al livello psicologico delle due cifre, dopo un aumento mensile del 3%, che colloca questa cifra tra le più alte da quella registrata nel maggio 1985. Ci sono voluti 36 anni per vedere questa mancanza di controllo dei prezzi in Spagna, anche se tutto indica che questa escalation non si fermerà qui, in quanto potrebbe persino raggiungere due cifre a breve e persino superarle.
[…] Dietro questa evoluzione continuano a pesare fattori geopolitici esterni come la durata della guerra in Ucraina e la tensione nei prezzi di prodotti strategici come il petrolio o il gas, che distorcono completamente i prezzi della componente energetica, che si manifesta in aumenti dei prezzi di elettricità, combustibili e per effetto indotto cibo e bevande analcoliche. […] Da qui la continuità dei messaggi del governatore della Banca di Spagna per raggiungere un patto di reddito che mitighi questa escalation.
Il tasso sottostante, che misura l’evoluzione dei prezzi, eliminando i prodotti alimentari freschi ed energetici, ha raggiunto un tasso su base annua del 3,4% a marzo, aumentando di quattro decimi in più rispetto a febbraio. Un fatto che lungi dall’essere rassicurante sull’evoluzione futura, anticipa le tensioni rialziste nell’indicatore generale per tutti i prossimi mesi.
Lo tsunami a cui sono sottoposti i prezzi di tutti i prodotti del carrello ha come effetto più diretto sui cittadini una netta e sempre più profonda perdita di potere d’acquisto. […] Questo calo del potere d’acquisto è particolarmente sentito nei redditi salariali e nei risparmi delle famiglie e delle imprese.
Quindi è relativamente facile fare un’approssimazione quantificabile del denaro che potrebbe supporre questo impatto dell’escalation inflazionistica in questi redditi e che potrebbe essere di circa 70.000 milioni di euro di riduzione del potere d’acquisto di salari e depositi. Come ci si arriva?
La prima cosa che bisogna specificare per fare questo calcolo è quanto i prezzi siano diventati più costosi e per questo, la cosa più giusta è prendere non solo i dati del mese – in questo caso marzo, 9,8% – ma determinare quanto i prezzi sono aumentati in media negli ultimi dodici mesi. Ciò produrrebbe un aumento misurato dell’IPC che tocca il 4,9% tra aprile 2021 e marzo 2022.
Una volta calcolata questa domanda, vengono presi i dati sul reddito salariale inclusi nei dati dei conti nazionali trimestrali, anch’essi preparati dall’INE, e mostrano che la massa salariale annuale del paese ammonta a circa 600.000 milioni di euro. Tenendo conto che l’aumento salariale medio concordato nei contratti collettivi alla fine dello scorso anno per 8,3 milioni di dipendenti – che salirà a circa 10 milioni nel corso di quest’anno a causa dei ritardi nella registrazione dei contratti – è stato dell’1,47% e che finora quest’anno questo aumento supera leggermente il 2%, si potrebbe dire che questi lavoratori secondo l’inflazione media degli ultimi dodici mesi (che sfiora il 5%) stanno perdendo tra i 3 e i 3,5 punti di potere d’acquisto. Ciò si traduce in una perdita di potere d’acquisto compresa tra 18.000 e 21.000 milioni di euro.
Inoltre, le prospettive salariali non sono molto migliori e, nel migliore dei casi, se i datori di lavoro e i sindacati raggiungessero l’accordo pluriennale di accordi di cui stanno parlando, la raccomandazione di un aumento salariale per quest’anno sarebbe di circa il 3 per cento, in modo che di fronte all’incertezza di come si evolveranno i prezzi, se la spirale inflazionistica continua, quel piccolo miglioramento dei salari potrebbe essere azzerato già nel corso di quest’anno. Pertanto, la suddetta perdita vicina a 20.000 milioni di reddito salariale a causa dell’impatto dell’inflazione sarebbe possibile anche nella fascia bassa di perdite.
Il conto successivo è ancora più semplice, la Spagna ha poco più di un trilione di euro di risparmi depositati in conti correnti. Questo denaro non è praticamente remunerato, quindi l’impatto vicino al 5% sarebbe completo, riducendo un importo approssimativo a 50.000 milioni di euro della capacità di acquisto dei risparmi degli spagnoli. Con la somma di entrambi gli importi, si ottiene il suddetto costo di 70.000 milioni di reddito e risparmio salariale.
[…] Jakob Suwalski e Giulia Branz, analisti di Scope Ratings, prevedono entro il 2022 che il tasso di inflazione supererà il 5% “anche in uno scenario di graduale convergenza verso l’obiettivo della BCE del 2% entro la fine dell’anno”. Se lo scenario è quello di una continuazione delle pressioni sui prezzi, il tasso annuo sarebbe in media dell’8%. Ritengono che un rialzo dei tassi da parte della BCE non affronterebbe direttamente gli effetti inflazionistici7.

Si è continuato citando giornali stranieri e titoli di diversi mesi or sono proprio per dimostrare come quanto recentemente affermato sul peggioramento delle condizioni di vita di gran parte della popolazione dell’Europa e dell’Italietta, sempre falsa e buonista, non appartenga ad un immaginario distorto dovuto soltanto alla abilità russa nel produrre disinformatja, ma alla realtà di ciò che era ampiamente prevedibile fin dall’inizio del confronto militare, economico e politico con la Russia di Putin. Non un imprevedibile svolto di una situazione altrimenti normale, ma una conseguenza “certificata” per tempo delle scelte operate a livello politico ed economico dalla UE e dagli USA.
I quali ultimi, con il loro ruolo nel settore del controllo, produzione e vendita del petrolio e del gas, non potevano mancare in questo excursus a ritroso. Come affermava infatti il «Financial Times», giornale notoriamente filoputiniano, nei primi giorni di aprile di quest’anno:

Prima la crisi finanziaria, poi la pandemia globale e adesso la guerra in Europa spingono i governi a cambiamenti inediti, che prima sembravano impensabili. L’ultimo in ordine di tempo è costituito dalla decisione degli Stati Uniti di attingere a 180 milioni di barili di greggio dalle loro riserve petrolifere strategiche: il più grande ricorso alle scorte nazionali mai avvenuto nella storia. Tuttavia, la reazione del mercato suggerisce che anche una mossa di così ampia portata potrebbe non essere sufficiente a ridurre la spirale dei prezzi del carburante come era nelle intenzioni di Biden.
[…] Un problema della decisione di Washington è che rischia di apparire come disperata, e quindi ottenere il risultato opposto di quello desiderato. Questi sei mesi di utilizzo delle riserve nazionali lasceranno le scorte petrolifere di emergenza più grandi del mondo ai livelli più bassi dal 1984, per di più in una fase in cui l’offerta di greggio è in una situazione di grave instabilità.
Questo milione di barili in più al giorno non basterà a risolvere la crisi, comunque. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha segnalato che la produzione russa potrebbe diminuire di tre milioni di barili al giorno, a causa non solo dell’embargo statunitense sul greggio e delle altre sanzioni stabilite dai Paesi occidentali, ma anche di quella sorta di “auto-sanzione” applicata indirettamente dagli acquirenti cominciano a rifiutarsi di comprare i prodotti russi. C’è anche il rischio che il prolungamento della guerra spinga definitivamente l’Ue a limitare i suoi acquisti di petrolio russo.
Biden ha anche rivelato un piano per fare pressione sui produttori statunitensi e spingerli a pompare di più, imponendo tasse su quelli che non trivellano dove hanno licenze sulle terre federali. Affermare che le scorte torneranno a essere riempite quando i prezzi scenderanno a 80 dollari al barile è un tentativo di fissare un prezzo minimo a lungo termine per il greggio più alto di quello degli scambi futures attuali. Ma gli addetti ai lavori ritengono che gli azionisti potrebbero cercare prezzi ancora più alti prima di portare i nuovi flussi a regime. Ci sono poi dei vincoli oggettivi all’aumento della perforazione americana da considerare, non da ultimo la carenza di materiali, mezzi e uomini per comporre le squadre addette al fracking (la perforazione idraulica delle rocce).
Se gli Stati Uniti intendevano scalare posizioni per diventare il produttore di greggio più importante del mondo, in realtà il loro annuncio potrebbe avere l’effetto di rinforzare ancora di più il peso dell’Opec. Secondo le stime, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti insieme avrebbero una capacità inutilizzata di oltre 2 milioni di barili al giorno. Ma il cartello mediorientale si è mantenuto prudente rispetto alla guerra e non ha dato seguito alla richiesta di Biden di aumentare l’offerta.
[…] La Casa Bianca affronta anche un altro dilemma. Biden ha cominciato il suo mandato assumendosi l’impegno di portare avanti una politica vigorosa sul clima, ma rischia di perdere entrambe le camere del Congresso alle elezioni di mid-term di novembre. Il balzo del 50% dei prezzi della benzina in un anno fa arrabbiare soprattutto gli elettori repubblicani8.

Escluso il fallimento dei rapporti tra USA e Opec, messo in risalto anche dal rifiuto degli ultimi giorni da parte dei principali produttori di gas e petrolio di incrementare l’offerta per abbassarne i prezzi9, e sconfitta la speranza di coinvolgere Cina e India nelle sanzioni alla Russia10 non è difficile vedere che quanto previsto dal Ministro Cingolani per affrontare la prossima crisi nell’autunno-inverno 2022/2023, non è affatto lontano da quanto prospettato dalla BCE o desiderato dagli USA. Indipendentemente dall’uso che farà di tutto questo la propaganda russa.

D’altra parte, va ancora qui ricordato che una parte degli aumenti del costo del gas è da attribuire alle manovre speculative in atto sul mercato di Amsterdam, tanto da far pensare, alla Commissione europea di mettere il Ttf olandese sotto il controllo dell’Esma (Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati)11, confermando così l’analisi marxiana del fatto che «l’unico limite del capitale è il capitale stesso». In questo caso inteso non come controllo sulla libera definizione dei prezzi in Borsa, ma per l’intralcio che gli interessi del capitale finanziario e della rendita finiscono col creare alla produzione industriale, peggiorandone le condizioni incrementandone i costi.

Infine, per non fare troppo torto alla stampa nazionale, val la pena di ricordare che già in data 18 marzo 2022, poco più di venti giorni dopo l’inizio delle operazioni militari in Ucraina e delle prime decisioni prese in ambito europeo e atlantico, il «Sole 24 ore» titolava in prima pagina: Ocse: la guerra costa all’Ue l’1,4% del Pil. Dal neon al grano, l’Italia più esposta.

Mentre ancora pochi giorni or sono, poteva denunciare i paesi della Nato che guadagnano con la crisi del gas, dalla Norvegia agli Usa12. Sottolineando come gli Stati Uniti esportino in Europa il triplo di Gazprom e come la Norvegia abbia scalzato la Russia come primo fornitore. Ma non solo, poiché anche la Cina starebbe facendo affari d’oro rivendendo all’Europa Gnl, mentre la Russia ha visto aumentare i profitti sul gas nonostante, e forse grazie, le sanzioni13.

La ciliegina sulla torta del disastro l’ha messa però Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, che nel corso di un’intervista concessa a Rai News24 il 7 settembre ha esordito affermando seccamente: «Noi ormai siamo sconfitti».
Giustificando tale affermazione col fatto che se non ci sarà una “rcessione” i prezzi del gas e del petrolio, e perciò dell’energia, continueranno a crescere. Anche l’incremento dell’utilizzo delle centrali a carbone, ha continuato lo stesso Tabarelli, non porterà a decisivi miglioramenti, poiché non solo la maggior parte del carbone utilizzato in Italia proviene comunque dalla Russia, ma anche perché pur utilizzando le stesse al massimo si passerebbe da un 6 al 13% dell’energia elettrica prodotta. Concludendo poi col dire che, questo inverno, se la Russia continuerà a tagliare o azzerare le forniture di gas, si dovranno fare sacrifici da tempi di guerra e che, se non ci saranno significative riduzioni dei consumi e i prezzi continueranno a salire, ci saranno inevitabilmente chiusure di stabilimenti industriali e licenziamenti.

Ma allora perché sforzarsi di spiegare ad ogni costo che le cose «andranno bene», come nei primi giorni della pandemia per gli Italiani e gli Europei e male per i Russi14? Forse in grazia di un accordo stilato da Draghi con uno stato, l’Algeria, che è in attesa di entrare a far parte dei Brics e che nei giorni scorsi ha affiancato Russia, Cina, India, Corea del Nord e altri partner ancora nelle manovre militari Vostock 2022 tenutesi nelle vicinanze del Mar del Giappone?

Non è che tutta questa propaganda militar- parlamentare sia destinata soltanto a tenere buona quella parte di opinione pubblica che prima o poi sarà portata ad esplodere imprevedibilmente per le conseguenze coincidenti di pandemia, guerra, crisi ambientale ed energetica? E’ così che i governi dei migliori o dei peggiori, fa lo stesso, pensano di poter affrontare la crisi sociale, politica ed economica che inevitabilmente verrà? Con bonus ridicoli, ristori indirizzati solo alle aziende, la promessa della riduzione di un solo grado delle temperatura domestiche e il ritardo nell’accensione dei riscaldamenti privati e pubblici? Senza mai parlare seriamente dell’inevitabile disoccupazione e miseria che conseguirà a tutto ciò? Oppure, come è successo in questi ultimi giorni a Torino con la società Iren, accontentandosi di staccare il teleriscaldamento a coloro e ai condomini che sono già in difficoltà con il pagamento delle bollette arretrate15?

Speriamo di sì, a patto che chi rifiuta il nefasto modo di produzione attuale rinunci a qualsiasi illusione parlamentaristica e voglia tornare all’organizzazione dal basso e alla lotta di strada. In modo da poter rivendicare, ancora una volta con forza, come negli anni ’70: le bollette e la crisi le paghino i padroni!


  1. Si veda: Natalie Tocci, Lo Zar, le sanzioni e gli “utili idioti”, «La Stampa» 6 settembre 2022  

  2. Nel XIII secolo Marco Polo narrava di cammellieri che esportavano un liquido nero e puzzolente, da Baku, nella zona del Mar Caspio, una regione al centro di contese belliche fin dai tempi di Alessandro Magno. Una sostanza densa, non raffinata, esportata in tutto il Mediterraneo e fino a Baghdad, per essere usata come mezzo di illuminazione e come balsamo o unguento. Sostanza che in quella localita’ era particolarmente abbondante, fino al punto di sgorgare naturalmente dal terreno, formando autentici laghi.  

  3. Si veda in proposito: Daniel Yergin, Il premio. L’epica storia della corsa al petrolio, Biblioteca Agip, Sperling & Kupfer Editori, 1996  

  4. Livello di allerta precoce dichiarato: queste industrie sarebbero le più colpite da un congelamento della fornitura di gas. Le imminenti strozzature di approvvigionamento di gas stanno allarmando l’economia. Per molte aziende, un arresto delle forniture dalla Russia minaccerebbe la loro esistenza, «Handelsblatt», 30 marzo 2022  

  5. INTERVISTA A FRANK APPEL: Il capo delle poste avverte dell’embargo sul gas: “Se ti indebolisci in modo massiccio, non vincerai”, «Handelsblatt», 31 marzo 2022  

  6. Daniel Eckert e Holger Zschäpitz, Inflazione senza fine? Siamo intrappolati nella trappola dei tassi di interesse chiave, «Die Welt» 30.03.2022  

  7. JESÚS GARCÍA – RAQUEL PASCUAL CORTÉS, L’inflazione inghiotte 70 miliardi di euro di salari e risparmi in 12 mesi, «Cinco Días», 31 marzo 2022  

  8. Citato in Financial Times: effetto Ucraina, gli Usa vogliono diventare il primo produttore di petrolio, «il Fatto Quotidiano» 4 aprile 2022  

  9. Matteo Meneghello, L’Opec+ taglia la produzione, «Il Sole 24 ore» 6 settembre 2022  

  10. Sissi Bellomo, Sfida dell’India sul gas: noi con Mosca, «Il Sole 24 ore» 6 settembre 2022  

  11. Gas, la Ue vuole mettere la piattaforma Ttf sotto l’ombrello dell’Esma, «Il Sole 24 ore» 7 settembre 2022  

  12. Sissi Bellomo, Gas, emergenza ma non per tutti. Eldorado per alcuni paesi della Nato, «Il Sole 24 ore» 2 settembre 2022  

  13. Riccardo Sorrentino, In sei mesi l’Ue ha versato 85 miliardi alla Russia, «Il Sole 24 ore» 7 settembre 2022  

  14. Si veda ancora Natalie Tocci, cit., «La Stampa» 6 settembre 2022  

  15. cfr. PIER FRANCESCO CARACCIOLO, L’incubo di un inverno al freddo: a Torino boom di morosità nelle bollette e LODOVICO POLETTO, Termosifoni chiusi per morosità, la rabbia di Mirafiori contro l’Iren: “Questi rincari sono un salasso”, entrambi su «La Stampa», 8 settembre 2022  

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Sinistra ecologia – Parte settima https://www.carmillaonline.com/2014/03/30/sinistra-ecologia-parte-settima/ Sun, 30 Mar 2014 01:50:43 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=13751 Pala eolicadi Alexik

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Dalla fine del 2012 venne riaperta in grande stile la stagione dei “decreti salva Ilva”, con conseguenze talmente pesanti da porre in secondo piano anche le infinite ambiguità della giunta Vendola.

A colpi di decreto legge i governi Monti e Letta imposero la decadenza del sequestro degli impianti, la nomina di un commissario amico della proprietà, ma soprattutto misero al riparo dall’azione giudiziaria i profitti accumulati dai Riva, ipotecando ogni prospettiva di risanamento e bonifica del siderurgico. Da qui l’attuale situazione di stallo di uno stabilimento [...]]]> Pala eolicadi Alexik

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Dalla fine del 2012 venne riaperta in grande stile la stagione dei “decreti salva Ilva”, con conseguenze talmente pesanti da porre in secondo piano anche le infinite ambiguità della giunta Vendola.

A colpi di decreto legge i governi Monti e Letta imposero la decadenza del sequestro degli impianti, la nomina di un commissario amico della proprietà, ma soprattutto misero al riparo dall’azione giudiziaria i profitti accumulati dai Riva, ipotecando ogni prospettiva di risanamento e bonifica del siderurgico. Da qui l’attuale situazione di stallo di uno stabilimento dalle casse vuote, dove la gestione commissariale non riesce a portare avanti le prescrizioni dell’Aia perché i proventi di decenni di siderurgia si sono volatilizzati off shore.

Se è vero, comunque, che gli ultimi provvedimenti dello Stato sono riusciti a far impallidire, a confronto, anche le responsabilità e ipocrisie dimostrate negli anni dal governatore pugliese, non sono stati tali da cancellarle o farcele dimenticare. Al di là della specificità tarantina, esse rimandano infatti a considerazioni più generali sulla rappresentanza politica dei movimenti, sul ruolo della cd “estrema” sinistra istituzionale, sulla condivisibilità o meno dei suoi obiettivi.

Cominciamo proprio dagli obiettivi, dal progetto originario di Vendola, da quel modello di sviluppo economico e ambientale che provocò l’iniziale infatuazione di comitati di base e componenti di movimento.  Uno degli equivoci di fondo, alla base di tanti effimeri entusiasmi, fu quello di credere che la green economy,  parte fondante del programma del “rivoluzionario gentile”, fosse un modo per garantire alla gente una vita migliore, e non, al contrario,  un ulteriore salto di qualità nella messa a profitto delle risorse  naturali. Una sorta di industrialismo 2.0, da affiancare, senza contraddizione alcuna, a quello consueto.

L’esempio più emblematico a riguardo su cui vale la pena di soffermarsi,  è la politica di sviluppo delle energie “alternative”. Una partita che il governatore poteva giocarsi in tutta tranquillità visto che, a differenza di quella dell’ Ilva, non comportava lo scontro diretto col potere industriale o con lo Stato.  Era dunque l’ambito ideale per dare prova della propria idea di sviluppo,  per praticare compiutamente i propri obiettivi.

Obbiettivi raggiunti, visto che dal 2009 al 2012 la produzione pugliese di rinnovabili passò da 2.686,70 GWh a 8.205,80 GWh1, raddoppiando l’eolico e determinando un aumento vertiginoso del solare, oltre a una crescita del 60 % dell’energia derivante da biomasse.

Tabella 1Risultati da capogiro, che potrebbero farci immaginare benefiche ricadute sulla qualità della vita, sulla salvaguardia ambientale e sull’economia della regione. Se non fosse che lo sviluppo dell’energia green ha lasciato sul territorio nient’altro che pochi spiccioli, speculazioni a gogo ed ulteriori devastazioni ambientali. E non poteva essere altrimenti, visto che la crescita vorticosa delle rinnovabili non si è rivolta all’autosufficienza energetica delle comunità, allo sviluppo di energia per l’autoconsumo (a filiera corta e km zero)  ma alla produzione industriale di gigawatt/ora ad uso e profitto delle multinazionali del settore.

Selve di torri eoliche e distese fotovoltaiche sono andate non a sostituirsi, ma a sommarsi alle centrali termoelettriche già esistenti (i cui livelli produttivi sono pressoché invariati), lasciandone perfettamente intatto il carico inquinante sui territori. Del resto, la crescita dell’energia “pulita” e quella dell’energia “sporca” sono due fenomeni intimamente legati dai “certificati verdi”, che permettono ai pionieri delle rinnovabili di vendere ai combustori di fossili i crediti per continuare a inquinare.

Torre Santa SusannaNel 2012 la Puglia poteva già vantare due primati: quello di essere la regione con la maggiore potenza di origine fotovoltaica installata sul territorio, e quello di essere la regione con la più bassa percentuale di fotovoltaico sui tetti degli edifici (il 15 % contro il 91 % del Trentino, l’84 % della Valle D’Aosta, l’80 % della Lombardia). Il 78 % del solare pugliese risultava infatti piazzato a terra negli impianti di produzione industriale dell’energia, collocando la regione in pole position per il consumo di suolo a scopi energetici2.

Ma chi aveva reso possibile questo sviluppo impetuoso di pale e pannelli ?  Ai suoi esordi, la prima giunta Vendola non sembrava così favorevole ad un’evoluzione selvaggia del settore, tanto da tentare di imporre una moratoria dell’eolico. Ma qualche anno dopo la sua politica virò di 180 °, quando la Legge Regionale  n. 31/08 , in nome della “semplificazione”, introdusse la sostanziale deregulation per i così detti “mini” impianti, quelli fino a un megawatt di potenza, sottraendoli all’onere della valutazione di impatto ambientale.

Va detto, per i profani, che un “mini” impianto da 1 Mw consiste, per l’eolico, in un pilone alto 80 m dotato di basamento largo 5×5 e di un plinto di almeno 16 m piantato nel terreno (qualche centinaio di tonnellate di cemento armato)3. Per il fotovoltaico si tratta di una distesa di pannelli di almeno due ettari. Grazie a Vendola, nel 2008 impiantare tutto questo divenne possibile con una semplice denuncia di inizio attività presso il comune interessato, con procedure prive di evidenza pubblica4, e con i 30 giorni canonici oltre i quali, se il comune non ha nulla da ridire, si può partire con i lavori grazie al silenzio assenso. La legge regionale venne in seguito dichiarata incostituzionale  dalla Consulta5, perché estendeva la  procedura semplificata oltre i limiti della norma nazionale. Ma poco dopo ci pensò il ministro forzaitaliota Romani a copia/incollare l’innovazione pugliese all’interno di una legge dello Stato. Vendola si fece dunque apripista di una deregulation del settore a livello nazionale.

Nel frattempo la regione si era riempìta di sciami di contractors, operatori per conto terzi (mafiosi e non) in corsa per l’incetta di terreni agricoli su cui piazzare, a centinaia, i propri singoli impianti da un megawatt, spesso senza neanche l’accortezza di distanziarli l’uno dall’altro. Fra i committenti c’era di tutto e di più6: magnati russi, società con sede a Malta o in Lussemburgo, multinazionali cinesi, ditte in odor di riciclaggio, trafficanti di rifiuti da seppellire sotto le distese di pannelli.

Una varia umanità che  si andò ad affiancare nel saccheggio degli ecoincentivi ai gestori dei grandi impianti, fra i quali troviamo per il solare Enel Green Power, Sorgenia, Sanyo/DeutscheBank , e per l’eolico Edison, ERG, GDF Suez, Fri-El/EDF, Endesa, API, Falck, Sorgenia e varie altre holdings italiane7.   A proposito dei grandi impianti, la  giunta Vendola non lesinò certo sulle nuove autorizzazioni.Tabella 3

Tutto questo in nome di un’energia eco-compatibile? Non proprio. Oltre all’evidente impatto paesaggistico, i parchi eolici comportano la costruzione di reti viarie di servizio dimensionate per trasporti eccezionali e di km di scavi per cavidotti, che assieme alle profonde fondamenta dei piloni favoriscono l’erosione dei suoli ed alterano la fondamenta pala eolicacircolazione superficiale delle acque. Sorgono cave in prossimità degli impianti per la fornitura dei materiali da fondazione, si aprono piste in zone selvagge che poi vengono usate per bracconaggio e discariche abusive. Pale e rotori tritano tutto ciò che vola, senza discernere fra specie protette e non, e producono un impatto acustico tale da rendere inabitabili le zone circostanti8. Quanto alle distese di fotovoltaico, nei suoli sottratti alle colture ed alla luce l’attività biologica tende a morire, dando luogo a fenomeni di desertificazione e infertilità, i terreni si induriscono  rendendo il territorio più vulnerabile alle piogge9. L’aumento industriale della produzione di energia obbliga infine Terna alla costruzione di nuovi elettrodotti, per non mandare in sovraccarico quelli esistenti10.

Altrettanto delicato è il discorso sulle centrali a biomasse,  impianti termoelettrici che in vari casi presentano il solito corollario di emissioni di polveri, IPA, ossido di azoto, ecc.11  La legge regionale ne permetteva la costruzione in zona agricola purché alimentate almeno per il 40 % da biomasse locali.  Come dire che si poteva procedere alla costruzione di impianti dipendenti per il 60 % da biomasse del tutto estranee alla zona, non finalizzati cioè allo smaltimento degli  scarti delle normali attività agricole del territorio. Centrali che, secondo una logica inversa, possono potenzialmente snaturare il  contesto agricolo dove sorgono, inducendo la produzione di  colture finalizzate al proprio approvvigionamento di biomasse (soia, mais, girasoli, colza, ecc). Una possibile evoluzione dell’agricoltura pugliese che ha trovato nella giunta regionale orecchie attente12.

Ormai abbiamo capito che le rinnovabili,  fiore all’occhiello del leader di SEL e motivo di fierezza da esibire nei comizi e pamphlets elettorali, non sono propriamente un’energia pulita e priva di conseguenze. Ma almeno è utile ?  Per un eccesso di ottimismo, potremmo supporre che il loro impatto ambientale sul suolo pugliese sia l’amaro prezzo da pagare per evitare i disastri maggiori, provocati dalla filiera dei combustibili fossili. Ma ancora una volta non è così, visto che nel foggiano le attività di ricerca ed estrazione di idrocarburi fervono come non mai.

Anche su questo versante, la Regione negli ultimi anni non si è negata. Nonostante le campagne mediatiche contro le trivelle in mare, non ha fatto mancare (con molto meno clamore) il parere favorevole per le trivellazioni a terra a favore dei soliti noti (Eni, Edison, Società Gas Plus, Vega Oil/ Cygam Energy), spesso escludendo di dover assoggettare tali attività alle procedure di valutazione di impatto ambientale13. In mancanza di valutazioni,  risulta normale che le sia sfuggito l’uso di pratiche devastanti, come il “fracking” (fratturazione delle rocce tramite pompaggio di liquidi ad alta pressione) o la “stimolazione acida” (iniezioni nel sottosuolo, con o senza fracking, di acidi per sciogliere le rocce calcaree) che non ci risultano da documenti dell’Arpa, ma emergono qua e là, negli atti di un convegno di tecnici del settore petrolifero o nel bilancio consolidato di una multinazionale14. Non vi è traccia, nella documentazione regionale, di indagini sugli effetti collaterali delle perforazioni, quali l’inquinamento delle falde, le emissione di idrogeno solforato in atmosfera, la subsidenza e il dissesto idrogeologico dei suoli.

Insomma,  la politica energetica, industriale ed ambientale di Vendola dimostra la capacità di coniugare il nuovo schifo che avanza col vecchio schifo che resta, accomunati dalle stesse logiche: la priorità della crescita del Pil regionale, a cui subordinare ogni altra considerazione;  la spoliazione o rovina delle risorse pubbliche ad uso e consumo dell’interesse privato.  Logiche al cui interno anche le politiche del governatore nei confronti dell’Ilva riacquistano una loro coerenza.

Che conclusioni trarre al termine di questa lunga saga vendoliana ?

Si potrebbe obiettare che altri avrebbero fatto di peggio, come quel tal Raffaele Fitto filonuclearista e amante degli inceneritori che riceveva contributi elettorali dai padroni dell’Ilva. Ma la logica del meno peggio serve solo a condurci sempre più in fondo. Il metro di giudizio per valutare l’operato Vendola non è il confronto con il suo mostruoso predecessore, ma con tutte le aspettative di cambiamento da lui generate e tradite.

Qual’è infatti il ruolo svolto dal “rivoluzionario gentile” rispetto a quel vasto movimento che nove anni fa ne sostenne l’ elezione?

Sicuramente  annullarne la spinta dal basso, convogliandola dentro il vicolo cieco delle compatibilità. Ma anche qualcosa di peggio: trarne linfa per concretizzare un’idea di sviluppo antitetica alle istanze che quel movimento esprimeva, una cd “economia verde” capace di dare nuovo ossigeno all’accumulazione del capitale tramite l’espansione su territori e risorse ancora intonse.

Ora, al termine del suo mandato, il governatore lascia ai pugliesi una regione un po’ più disastrata, e ai movimenti un monito per il futuro:  mai delegare l’attuazione dei propri sogni ai rivoluzionari gentili, perché le “rivoluzioni un po’ troppo gentili” non mutano i rapporti di produzione, il fine della produzione, i rapporti sociali, che rimangono sempre gli stessi di prima. (Fine)

 


  1. Terna, Dati statistici produzione di energia elettrica in Italia – 2009, p. 115;  Terna, Dati statistici produzione di energia elettrica in Italia – 2012, p. 113.  

  2. Gestore Servizi Energetici, Rapporto statistico 2012. Solare fotovoltaico, p. 23. 

  3. Giovanni Mastino, Gli impatti “invisibili” ma gravi sul suolo e sulle reti degli impianti eolici. 

  4. La procedura di V.I.A. impone l’obbligo della pubblicazione dell’avviso di deposito del progetto, con la possibilità, da parte di chiunque, di presentare delle osservazioni. La richiesta di D.I.A. invece risulta solo sull’albo pretorio del comune. 

  5. Sentenza della Corte di Cassazione n° 119 del 26.03.2010.  

  6. Nel dettaglio vedi la rassegna stampa Puglia: Truffe & mafie rinnovabili

  7. Parchi Eolici Puglia – stima per difetto 

  8. LIPU Capitanata, Speciale eolico selvaggio 

  9. Campo fotovoltaico e suolo agrario, in Rivista di agraria n. 139, 1 febbraio 2012. 

  10. Terna, Piano di Sviluppo della Rete di Trasmissione Nazionale 2012, 30 maggio 2012 

  11. Gabriele Curci, Giovanni Cinque, Paolo Tuccella, Guido Visconti, Marco Verdecchia, Marco Iarlori, Vincenzo Rizi, Corrigendum to “Modelling air quality impact of a biomass energy power plant in a mountain valley in Central Italy, Atmos. Environ. 62 (2012), 248-255.  Federico Valerio, Problematiche ambientali e sanitarie derivanti dall’uso di biomasse quali fonti di energia 

  12. Energia da biomasse, ora la Puglia ci sta pensando, La Gazzetta del Mezzogiorno, 23 marzo 2011. 

  13. Concessioni di ricerca e coltivazione idrocarburi – Puglia 2006/2012.  

  14. Roberto Luis Ceccarelli (Eni E&P), Raffaele Perfetto Eni). Luis Enrique Granado (Eni), Roberta Garritano (ENI S.P.A.), Roberto Lorefice (Eni E&P), Revitalizing Mature Gas Field Using Energized Fracturing Technology In South Italy, (abstract), North Africa Technical Conference and Exhibition, 15-17 April 2013 , Cairo, Egypt. Il conference paper si riferisce alle attività di fracking nel campo di Roseto-Montestillo – concessione di coltivazione Tertiveri. Cygam Energy inc., Consolidated Financial Statements for the Years ended December 31, 2009 and 2008, p. 15. Entrambi i documenti sono stati scovati da  Maria Rita Dorsogna e riportati nel suo sito “No all’Italia petrolizzata” 

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