Emergency – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 29 Apr 2026 19:58:52 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Sull’epidemia delle emergenze / 6: Crisi pandemica, neo-togliattismo e iniziativa di classe. Una questione aperta. https://www.carmillaonline.com/2020/05/14/sullepidemia-delle-emergenze-6-crisi-pandemica-neo-togliattismo-e-iniziativa-di-classe-una-questione-aperta/ Wed, 13 May 2020 22:01:04 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=59959 di Maurice Chevalier, Sandro Moiso e Jack Orlando

“Se l’aquila ferita vola rasoterra non vuol dire che per questo sia diventata una gallina.” (Sergio Spazzali)

“Non basta lavarsi le mani e mettersi una mascherina, dobbiamo costruire altri mondi” (testo dal Chiapas ribelle)

Mentre nel secondo giorno della “fase 2” si sono contati 5 morti sul lavoro … Mentre già 37000 sono i contagiati sul posto di lavoro, di cui 9000 nelle ultime due settimane… Mentre i padroni chiedono di rilanciare la ripresa delle grandi opere e dei cantieri superando i vari ‘cavilli’ [...]]]> di Maurice Chevalier, Sandro Moiso e Jack Orlando

“Se l’aquila ferita vola rasoterra non vuol dire che per questo sia diventata una gallina.”
(Sergio Spazzali)

“Non basta lavarsi le mani e mettersi una mascherina, dobbiamo costruire altri mondi”
(testo dal Chiapas ribelle)

Mentre nel secondo giorno della “fase 2” si sono contati 5 morti sul lavoro …
Mentre già 37000 sono i contagiati sul posto di lavoro, di cui 9000 nelle ultime due settimane…
Mentre i padroni chiedono di rilanciare la ripresa delle grandi opere e dei cantieri superando i vari ‘cavilli’ riguardo alla sicurezza sul lavoro e i vincoli ambientali…

Mentre, col cinismo classico del capitalismo, Trump dichiara che non si può fermare l’estrazione di plusvalore e quindi bisogna ‘riaprire tutto’ anche se ciò comporta più vittime…
Mentre la pandemia continua ad estendersi nel mondo e il disastro sanitario continua con le stragi nelle Residenze Sanitarie per Anziani, in Italia come nei principali paesi europei…

Mentre la recessione galoppa e la crisi sociale si delinea come sempre più devastante1, come dimostrano già i 36 milioni di nuovi disoccupati nei soli Stati Uniti…
Mentre la guerra civile mondiale si sviluppa in conflitti tra forze reazionarie e forze rivoluzionarie, in conflitti interreligiosi, in conflitti tra gli Stati e all’interno degli Stati fra le differenti fazioni della borghesia…
Mentre l’ONU dichiara che in conseguenza del coronavirus si prospettano carestie di proporzioni bibliche…

Mentre i soldi promessi dal governo Conte per cassa integrazione, bonus ecc. lasciano milioni di persone in attesa e si allungano progressivamente le file davanti agli sportelli bancari, piuttosto restii a praticare i “prestiti” e le casse integrazione in deroga2, e ai banchi dei pegni…
Mentre nelle banlieues parigine continuano le mobilitazioni, il 1 maggio i lavoratori e le le loro organizzazioni sono scesi in piazza in molte parti del mondo, come anche diversi movimenti, a Francoforte, in Turchia, in Cile e in Grecia (con la grande manifestazione indetta dal sindacato PAME), e in Bolivia esplodono ‘petardi’ in tutto il paese…

Mentre accade tutto questo, cosa succede in Italia, nella casa dei movimenti?

L’avvio della fase 2 proposta dal Governo Conte, che estende l’obbligo al lavoro di fabbrica ma con divieto di fare assemblee nei luoghi di lavoro, riporta tutte e tutti al fronte con la quasi certezza di ulteriori morti e feriti3.
Confindustria e padronato, come hanno fatto durante tutto il periodo precedente alla fase 2 con la strage di lavoratori, soprattutto della sanità, in Lombardia, impongono la ‘riapertura totale’; da un lato battono cassa al governo, dall’altro richiedono di mettere in discussione le rimanenti conquiste dei lavoratori del secolo scorso. Bonomi, presidente neo-eletto di Confindustria, chiede infatti che : «Il Governo agevoli quel confronto leale e necessario in ogni impresa per ridefinire dal basso turni, orari di lavoro, numero giorni di lavoro settimanale e di settimane in questo 2020, da definire in ogni impresa e settore al di là delle norme contrattuali» chiedendo di fatto, che i contratti nazionali vengano sospesi e si proceda ad una rinegoziazione totale dei diritti su base aziendale.

I sindacati confederali, mentre vengono vietate le assemblee e le iniziative nei luoghi di lavoro, rilanciano ancora una volta la concertazione e per bocca di Maurizio Landini, dichiarano «come associazioni sindacali, non da soli ma assieme ad associazioni e governo, abbiamo fatto cose importanti» e ‘gongolano’ per aver ottenuto i tavoli di lavoro programmatici.
Governo, Confidustria e Sindacati Confederali rilanciano ancora una volta “l’unità nazionale – tutti uniti contro il covid”, poi, sconfitto il virus, si potrà tornare a manifestare ‘in modo democratico e consociativo’. Un autentico trionfo dei principi della Carta del Lavoro fascista e del suo collaborazionismo di fondo, coperto mediaticamente dal canto immarcescibile e interclassista di “Bella ciao”.

Sul fronte dei movimenti e dei gruppi antagonisti, invece, sta prevalendo una sorta di neo-togliattismo, una politica dei due tempi potremmo dire, ovvero: oggi ci occupiamo di assistere i settori più poveri ed emarginati, chi ha bisogno della spesa ecc., rischiando spesso di diventare gli scaricatori dei camion con gli aiuti alimentari della Caritas, di Emergency o di altre organizzazioni cattoliche, valdesi oppure laiche …. e domani, quando ci sarà permesso di uscire di casa, quando sarà tolto il divieto di assembramento, ripartiremo con le lotte e “allora sì che ci organizzeremo per fargliela pagare”.

Oggi sembra che si possa agire solo, o quasi, sul piano delle videoconferenze o scioperi e cortei virtuali. Questa posizione comprende varie sfumature, da chi fa circolare petizioni ai parlamentari, finanche al Papa, per i detenuti e i migranti, a chi richiede a Confindustria e più in generale ai padroni di garantire la sicurezza in fabbrica; da chi si stupisce della violenza di carabinieri, guardia di finanza e polizia a chi richiede redditi ‘di sostegno’ allo stato: tutte iniziative condivisibili, ma nulle politicamente per chi abbia individuato nell’attuale devastante e vampiresco modo di produzione l’origine di una ‘catastrofe’ la cui accelerazione non permette più di coltivare l’illusione riformistica.

Tralasciando le iniziative di denuncia sardinesche, che come la propaganda del regime del ventennio, non sanno far altro che ripetere ossessivamente: «tutto nello Stato, nulla al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato»4, va subito annotato come troppo spesso compagni e compagne, i movimenti, pur nelle rispettive differenze temano di essere identificati come untori se si cerca di aggirare i divieti sugli assembramenti e l’uscire di casa. Temono che oggi accompagnare la giusta costituzione di brigate per l’aiuto ai soggetti più colpiti dalla crisi con un’esplicita denuncia del capitalismo come responsabile di questo virus possa far passare per avvoltoi… per chi strumentalizza la sofferenza del covid 19; finendo così col dare vita, per l’appunto, a strategie che ricordano quelle togliattiane del PCI del secolo scorso, quelle che promettevano: “oggi unità nazionale per ricostruire l’Italia del dopoguerra, domani, risanata l’Italia, si farà la Rivoluzione”. 
Ma questo, purtroppo, significa consegnarsi al Nemico, essere sconfitti senza lottare.
Anche perché è proprio la parola ‘Rivoluzione’ ad essere sospinta, forse ancora più di allora, fuori dal discorso.

Non può esserci sempre un prima e un dopo, poiché è proprio nella lotta che ci si organizza.
Non si può infatti stare solo ad aspettare gli aiuti statali, oltretutto fantasma e non si può partecipare alla distribuzione di cibo con le pettorine del Comune, di Emergency o della Caritas … tutto è immediato: fame, paura, sangue, merda … sono concreti adesso e non rispettano le fasi stabilite dalle discussioni, neanche quelle della critica radicale.

Le iniziative da un punto di vista individuale (anche apprezzabili) di sostegno e aiuto ai più colpiti dalla crisi che, però, non sanno tenere insieme questo con una pratica anticapitalista e la denuncia delle responsabilità per la diffusione del virus e della gestione della pandemia, che non costruiscono autorganizzazione, sono nulle sul piano collettivo, nulle nella costruzione della/delle comunità resistenti, necessarie per l’oggi e fondamentali per il domani.

Le iniziative che si sono invece tenute in varie città, in occasione del 1° maggio, come a Trieste, Torino (con una provocatoria ‘chiusura’ di Mirafiori) e in Valle di Susa a Bussoleno; lo sciopero dei riders e dei lavoratori della logistica, anche se non hanno portato in piazza grandi numeri, costituiscono esempi di altri percorsi possibili. Se le azioni mutualistiche permettono infatti di costruire rapporti nei territori, sono utili a patto che coltivino già da oggi il radicale rifiuto del modo di produzione vigente e delle sue regole.

Se le varie forme di assenteismo, i blocchi, le fermate, gli scioperi nei luoghi di lavoro, torneranno a esplodere come nel mese di marzo, finiranno col divenire un elemento cruciale dei conflitti scatenati dalla crisi. Mentre anche le lotte in carcere e dei migranti potranno trarre vantaggio dallo sviluppo e dalla diffusione di una forte mobilitazione intorno al tema centrale del conflitto tra capitale e lavoro. Come è già avvenuto in passato.

Soprattutto tornando a parlare dei migranti come proletari sfruttati e non come vittime di un generico razzismo atemporale cui contrapporre l’amore caritatevole e la generica solidarietà che tanto piacciono alla Chiesa e ai benpensanti di ‘sinistra’. Gli stessi che coltivano come una grande dimostrazione di civiltà la concessione di permessi di soggiorno temporanei per i braccianti agricoli, da rimettere al lavoro in pandemia e da riscaricare nel nero a emergenza finita. Una dimostrazione, più lampante che mai, di come il razzismo, quello di Stato da cui discendono tutti gli altri, sia quello nei confronti della ‘razza’ messa a produrre profitto5, e che si può combattere con i subalterni in quanto lavoratori, non in quanto vittime di una generica disuguaglianza.

Oggi, superare i divieti, aprire vertenze sui luoghi di lavoro, autorganizzarsi, praticare l’essere comunità e classe, con autodisciplina rivoluzionaria, applicando le necessarie misure sanitarie di autodifesa dal virus, è fondamentale per chi si dice antagonista del modo di produzione vigente. Così come in montagna e sui territori è importante che le comunità continuino a ritrovarsi, organizzarsi, fare il pane, coltivare le terre, lottare in modo collettivo.

Una comunità in salute si costruisce con intelligenza e consapevolezza volta al benessere collettivo e all’antagonismo irriducibile; si costruisce nella lotta, non con opere di assistenza, droni e decreti presidenziali finalizzati al profitto di pochi. Perché, in fin dei conti la gemeinwesen, la comunità umana di marxiana memoria, è ben altra cosa dalla comunità nazionale o da quella definita dalle strutture giuridiche e amministrative derivate dagli interessi del capitale.

Le limitazioni sull’assembramento, sul diritto di assemblea ecc. saranno durature e aspettare un ‘dopo’ basato su un vaccino miracoloso prodotto e distribuito da Big Pharma, delega allo Stato la questione della salute e ci costringe all’angolo, lasciando spazio soltanto alla mobilitazione reazionaria, che in Italia già è scesa in piazza con i bottegai, con i gruppi neofascisti che occupano case ‘solo per gli italiani’ o con manifestazioni fintamente spontanee, come quelle promosse dalle Mascherine Tricolore, nuovo cartello di CasaPound, oppure ancora, come negli Stati Uniti, con lavoratori e miliziani del Michigan che chiedono, armi alla mano, di riaprire tutte le attività lavorative6.

Se infatti, a parte pochi casi, i movimenti si sono astenuti dal mobilitarsi, ciò è stato comunque agito in forma spontanea e spesso disorganizzata con modalità e in situazioni diverse. Dei nuovi fronti si muovono e compongono nell’ombra, spesso esplicitamente alla ricerca di una chiave di lettura o di una direzione politica, e sono i rigagnoli di quelle forze sprigionate dalla crisi, che hanno iniziato a sgorgare dalle crepe nell’edificio della tenuta sociale, spesso sporchi e senza ideologia, ma potenzialmente fecondi e agguerriti7.
Come insegna la teoria dei piani inclinati, dove non avanza la rivoluzione allora avanza la reazione. Se questi rigagnoli reclameranno soviet o case del fascio è tutto ancora da scrivere. Intanto, però, l’affermazione del fascismo storico una cosa ci insegna ancora:

“Nella misura in cui, nella crisi della vita sociale italiana, il movimento socialista commetteva un errore dopo l’altro, il movimento opposto – il fascismo – cominciò a rafforzarsi, riuscendo in modo particolare a sfruttare la crisi che si profilava nella situazione economica, e la cui influenza cominciò a farsi sentire anche sulla organizzazione sindacale del proletariato […] Il proletariato era disorientato e demoralizzato. Il suo stato d’animo […] aveva subito una profonda trasformazione […] (e) quando la classe media constatò che il partito socialista non era in grado di organizzarsi in modo da ottenere il sopravvento, espresse la propria insoddisfazione, perse poco a poco la fiducia che aveva riposto nelle fortune del proletariato e si rivolse verso la parte opposta […]. È in questo momento che ebbe inizio l’offensiva capitalistica e borghese. Essa sfruttò essenzialmente lo stato d’animo in cui la classe media era venuta a trovarsi. Grazie alla sua composizione estremamente eterogenea, il fascismo rappresentava la soluzione del problema di mobilitare le classi medie ai fini dell’offensiva capitalistica […] Nell’industria l’offensiva capitalistica sfrutta direttamente la situazione economica. Comincia la crisi e si afferma la disoccupazione. […] La crisi industriale fornisce ai datori di lavoro il punto di partenza che permette loro di invocare la riduzione dei salari e la revisione delle concessioni disciplinari e morali che precedentemente erano stati costretti a fare agli operai” (A. Bordiga, Rapporto sul fascismo al IV congresso dell’Internazionale Comunista – 16 novembre 1922)

Cogliere l’occasione e afferrare il tempo del cambiamento e del rifiuto dell’esistente, quando si presentano, è dunque un’indicazione necessaria e tutt’altro che velleitaria, considerato che ai movimenti che intendono superare il modo di produzione dominante non sarà mai concesso, dai loro avversari, di procedere per fasi dilazionate nel tempo. A meno che non accettino di essere diluiti come uno sciroppo colorato nell’acqua.

“Come possono vincere, pensavo? Come può il nuovo mondo, pieno di confusione e di equivoci e di illusioni e abbacinato dal miraggio delle frasi idealistiche, vincere contro la ferrea combinazione di uomini abituati a governare, legati da una sola idea, quella di non mollare quanto posseggono?” ( Introduzione alla guerra civile: 1916-1937 – John Dos Passos).


  1. Il Financial Times continua ad annunciare la crisi più grave e profonda degli ultimi tre secoli: Bank of England warns UK set to enter worst recession for 300 years, F.T. 8 maggio 2020  

  2. V. Conte, Cassa in deroga solo a uno su cinque. In mezzo milione sono ancora senza, la Repubblica 9 maggio 2020  

  3. Si veda, già citato in apertura, C. Voltattorni, Covid-19, 37mila contagiati sul posto di lavoro: 9mila in più in due settimane, Corriere Economia, 8 maggio 2020  

  4. B. Mussolini, Opera omnia, vol. XXI, p.425; cit. in R.J.B. Bosworth, Mussolini. Un dittatore italiano, Arnoldo Mondadori Editore 2004, p.257  

  5. “Non era una straniera Paola Clemente, 49 anni e tre figli, morta di fatica nei campi di Andria mentre lavorava all’acinatura dell’uva per due euro l’ora. Non era straniero Paolo Fusco, 55 anni e tre figli pure lui, stroncato da un infarto mentre caricava cocomeri a temperature intollerabili, per 40 euro a giornata.” F. Perina, La scelta della civiltà, La Stampa 12 maggio 2020  

  6. A.Lombardi, America in piazza, dal Texas all’Illinois. Armati pur di riaprire, la Repubblica 13 maggio 2020  

  7. Secondo un recentissimo sondaggio di Euromedia Research, 7 italiani su 10 pensano che la crisi economica generata dalla pandemia possa far esplodere rivolte sociali, soprattutto al Nord, mentre soltanto più il 5% dichiara di aver fiducia nei politici; si veda A. Ghisleri, Il virus alimenta le paure degli italiani, La Stampa 12 maggio 2020  

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Libertà duratura https://www.carmillaonline.com/2016/10/07/liberta-duratura/ Fri, 07 Oct 2016 02:35:10 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=33828 di Alexik

woman_mourning_death_of_son_killed_in_raid_laghman_1_may_2012Ricorre oggi l’anniversario dei primi bombardamenti aerei britannici ed americani sull’Afghanistan, che diedero inizio all’operazione Enduring Freedom. Non so se a tale ricorrenza saranno tributati gli stessi onori della cronaca dell’attentato alle torri gemelle. In teoria la notizia dovrebbe monopolizzare i telegiornali, se non altro per i centoquattromila afgani ammazzati negli ultimi 15 anni, a cui vanno a sommarsi altri sessantunomila nel vicino Pakistan. Come dire: le vittime dell’attentato alle Twin Towers moltiplicate per 55. Poco fiduciosa riguardo all’obiettività del giornalismo nostrano, qualche cifra proverò a darvela io. Ad occuparsi della conta dei [...]]]> di Alexik

woman_mourning_death_of_son_killed_in_raid_laghman_1_may_2012Ricorre oggi l’anniversario dei primi bombardamenti aerei britannici ed americani sull’Afghanistan, che diedero inizio all’operazione Enduring Freedom. Non so se a tale ricorrenza saranno tributati gli stessi onori della cronaca dell’attentato alle torri gemelle.
In teoria la notizia dovrebbe monopolizzare i telegiornali, se non altro per i centoquattromila afgani ammazzati negli ultimi 15 anni, a cui vanno a sommarsi altri sessantunomila nel vicino Pakistan. Come dire: le vittime dell’attentato alle Twin Towers moltiplicate per 55.
Poco fiduciosa riguardo all’obiettività del giornalismo nostrano, qualche cifra proverò a darvela io.
Ad occuparsi della conta dei cadaveri, nonché dei feriti e dei mutilati, è il rapporto periodico della Brown University del Rhode Island, di commento ai dati della United Nations Assistance Mission in Afghanistan (UNAMA).

Fonte: Neta C. Crawford, Update on the Human Costs of War for Afghanistan and Pakistan, 2001 to mid 2016.

Fonte: Neta C. Crawford, Update on the Human Costs of War for Afghanistan and Pakistan, 2001 to mid 2016.

Leggendo queste stime, probabilmente redatte per difetto, non suscita particolare stupore il fatto che fra i caduti complessivi in 15 anni di guerra afgana solo il 6,32 % sia costituito da soldati e contractors stranieri, e che quasi 32.000 morti siano vittime civili, a fronte di 42.100 miliziani antigovernativi.
Questi ultimi due dati potrebbero essere soggetti a correzione, a giudicare dalla vicenda del così detto ‘Kill Team’ che nel 2010 disvelò come anche i soldati USA in Afghanistan avessero preso il vizietto dei ‘falsi positivi’.
Lo stesso vizietto dei loro colleghi dell’esercito colombiano, responsabili dell’assassinio di civili innocenti fatti passare per guerriglieri uccisi in combattimento.

Gli assassini del distretto di Maywand

I componenti del ‘Kill Team’ erano membri della Bravo Company del Terzo Plotone dell’esercito USA di stanza a Maiwand, provincia di Kandahar.

Il soldato Jeremy Morlock in posa con il cadavere di Gul Mudin.

2010. Il soldato Jeremy Morlock in posa con il cadavere di Gul Mudin. Fonte: Rolling Stone.

Il 15 gennaio 2010 uccisero con una granata a frammentazione il quindicenne disarmato Gul Mudin, mentre lavorava nel campo di suo padre. Sotto la guida del sergente Calvin Gibbs, ne spogliarono il cadavere e si misero in posa per le foto, fingendo di aver catturato un miliziano. Poi abbandonarono in campagna il corpo nudo.

Un mese dopo, il 22 febbraio, la stessa squadretta fece il tiro a segno su Marach Agha, sordo con problemi mentali, ponendo poi un Kalashnikov vicino al suo corpo per giustificarne l’uccisione. I soldati presero come souvenir frammenti del suo cranio (Calvin Gibbs amava collezionare ossa e denti estratti dai corpi degli afgani morti).

2010. 2010. Messa in scena. Cadaveri di contadini afgani messi in posa come miliziani.

2010. Messa in scena. Cadaveri di contadini afgani messi in posa come miliziani. Fonte: Rolling Stone.

Il due maggio fu la volta del Mullah Adahdad, ucciso dal Kill Team con una granata.
E’ stato colpito perché ha intrapreso un’azione aggressiva contro le forze della coalizione“. Così il comandante del plotone Stefan Moye giustificò l’uccisione del religioso disarmato davanti agli anziani del villaggio di Qualaday.

Ma la vera passione dei macellai del Kill Team era la fotografia.

Un giorno trovarono due contadini ammazzati da un’altra pattuglia.
Li appoggiarono a un cippo legandogli i polsi fra di loro, per poi fotografarli con un AK47 e un cartello in grembo con scritto ‘Talebani morti’. In un’altra occasione, oggetto dei loro scatti fu l’oltraggio nei confronti della testa mozzata di un afgano.
Probabilmente i membri del ‘Kill Team’ non sapevano di inserirsi nell’alveo di una lunga tradizione figurativa, tipica di ogni invasione coloniale (a cominciare dalla guerra al brigantaggio dell’Italia postunitaria), tesa alla reificazione del ‘nemico’ ritratto come mera carne, alla riduzione allo stato animale dei corpi nudi, spogliati dalla loro condizione umana e civile.

2010. Oltraggio al cadavere di un afgano.

2010. Oltraggio al cadavere di un afgano. Fonte: Rolling Stone.

Chissà da chi avrà preso esempio il Daesh per le sue lugubri messe in scena ?

I componenti del ‘Kill Team’ sono stati condannati da un tribunale militare statunitense a pene variabili.
Oggi sono quasi tutti fuori, tranne i due più alti in grado.
Nel loro caso la Corte ha deciso che ammazzare civili per gioco è reato. Massacrarli con i bombardamenti aerei no.

Effetti collaterali

Marc Herold, docente presso l’Università del New Hampshire, ha stimato, sulla base di fonti giornalistiche, che solo nel primo anno di Enduring Freedom i bombardamenti hanno ucciso fra i 2.730 e i 3.199 civili (vedi qui e qui).
Il conteggio è superiore a quello riportato nel grafico dell’UNAMA, che però ha il pregio di registrare una serie storica più completa.

Civili afgani uccisi dal 2001 al 2015. Fonte: UNAMA.

   Civili afgani uccisi dal 2001 al 2015. Fonte: UNAMA.

Ottobre 2006. Quattordicenne ferito dai bombardamenti NATO nel villaggio di Panjwaye. Fonte: RAWA.

Ottobre 2006. Quattordicenne ferito dai bombardamenti NATO a Panjwaye. Fonte: RAWA.

Il grafico mostra come il numero delle vittime civili abbia subito un primo forte aumento nel 2006.
Quell’anno il contingente multinazionale ISAF, formato principalmente da truppe britanniche, canadesi, olandesi, australiane e danesi, diede il cambio allo US Army nel sud del paese, rilanciando l’offensiva contro i talebani  (vi prese parte anche una task force italiana).
E gli effetti sui civili si videro.

A fine ottobre, un bombardamento ISAF/NATO uccise 90 abitanti nel distretto di Panjwaye, provincia di Kandahar.
Il portavoce dell’ISAF/NATO dichiarò che si trattava di 38 talebani.
Sempre a fine ottobre 5 ‘talebani’ arrivarono anche all’ospedale di EmergencyLashkargah.

Ottobre 2006. Ospedale di Lashkargah. Fonte: Peace Reporter.

Ottobre 2006. Ospedale di Lashkargah. Fonte: Peace Reporter.

L’uomo che li ha portati qui ci ha detto che le bombe cominciarono a cadere sul loro insediamento lunedi sera. Due sono i suoi stessi figli. Gli altri tre sono bambini Kuchi, i nomadi dell’Afghanistan. Sono stati portati dalla loro sorella maggiore. Lei non ha le parole per dire i loro nomi e la loro età. Lei non ha nemmeno le parole per urlare la sua rabbia“.

Le operazioni dell’ISAF si intensificarono nel 2007, anno in cui le vittime fra i non belligeranti salirono a 1.582, di cui 629 sicuramente attribuibili alle forze filo governative, afgane e straniere.

Afghanistan. Responsabilità nelle uccisioni di civili, 2007/2015. Fonte: UNAMA.

    Afghanistan. Responsabilità nelle uccisioni di civili, 2007/2015. Fonte: UNAMA.

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Giugno 2007. Bambina ferita nel bombardamento ISAF di Grishk. Fonte: RAWA/Middle East Times.

Fra queste sono da annoverare le vittime del 29 giugno a Girishk, nella provincia di Helmand, dove un bombardamento ISAF/NATO uccise almeno 45 civili, soprattutto donne e bambini.

Il 2 agosto venne bombardato anche Qaleh, un villaggio sotto il controllo dei talebani, durante un raduno al santuario di Ibrahim Shah Baba. Per l’occasione il Generale Zahir Azimy, esponente del Ministero della Difesa afgano, ebbe a dire che erano stati colpiti più di 100 talebani. Alcuni di questi molto giovani, a giudicare dalla foto qui sotto.

Nel 2007 finirono davanti ai tribunali militari gli autori dei massacri di Shinwar e di Nangar Khel.

Agosto 2007. Uno dei feriti nel bombardamento del santuario di Ibrahim Shah Baba. Fonte: RAWA.

Agosto 2007. Uno dei feriti nel bombardamento del santuario di Ibrahim Shah Baba. Fonte: RAWA.

Nel distretto di Shinwar, il 4 marzo, un convoglio americano aveva subito un attentato con un’autobomba.
Mentre si allontanavano dalla zona dell’agguato, i marines del convoglio cominciarono a mitragliare indiscriminatamente tutte le auto che incontravano sull’autostrada, lasciando 19 morti e 50 feriti fra i passanti.

A Nangar Khel (provincia di Paktika) il 16 agosto 2007 una pattuglia di soldati polacchi aprì il fuoco sul villaggio con una mitragliatrice pesante. L’attacco provocò la morte di sei civili, tra cui una donna incinta e tre bambini, e il ferimento di altre tre donne.

Entrambi i crimini vennero sottoposti a giudizio nei paesi di provenienza dei militari, perché sia ben chiaro che l’Occidente democratico è patria del diritto e della legalità.

Tanto da poter dare lezioni in tema di giustizia: all’inizio di luglio del 2007 si tenne a Roma la ‘Conferenza sullo stato di diritto in Afghanistan‘, dove gli stessi paesi facenti parte dell’ISAF fecero il punto sulla ricostruzione del sistema giudiziario afgano.
Ma forse avrebbero fatto meglio ad occuparsi della ricostruzione del proprio.

L’anno dopo un tribunale militare USA concluse che a Shinwar “i marines avevano agito in maniera appropriata e secondo le regole di ingaggio”.

Lo scorso febbraio, la sezione militare della suprema corte di Varsavia ha deciso che i soldati polacchi non hanno compiuto un crimine di guerra a Nangar Khel, ma “una negligenza nell’esecuzione degli ordini“. (Continua)

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