elliot edizioni – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 29 Apr 2026 19:58:52 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Segnali di Fumo: Lo zoo / di Marilù Oliva https://www.carmillaonline.com/2017/01/31/segnali-fumo-lo-zoo-marilu-oliva/ Tue, 31 Jan 2017 00:58:42 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=36258 di Nicola Gobbi e Simone Scaffidi

copertina

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di Nicola Gobbi e Simone Scaffidi

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Visioni e Suggestioni dallo Zoo di Marilù Oliva https://www.carmillaonline.com/2015/09/02/visioni-e-suggestioni-dallo-zoo-di-marilu-oliva/ Tue, 01 Sep 2015 22:00:25 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=24292 di Fabrizio Lorusso

ZOO def_Layout 1Marilù Oliva, Lo zoo, Elliot, 2015, € 15, pp. 190.

Lo zoo di Marilù è un boschetto di fantasie umane e disumane, le sue e le nostre, di tutti. Perché i personaggi che compongono il bestiario più stravagante e inquietante del mondo, in qualche modo, anzi in tanti modi diversi, potremmo essere proprio noi, con le nostre paure e perversioni, con le dinamiche di potere e gli sconquassamenti dei valori che sfasciano le nostre certezze e [...]]]> di Fabrizio Lorusso

ZOO def_Layout 1Marilù Oliva, Lo zoo, Elliot, 2015, € 15, pp. 190.

Lo zoo di Marilù è un boschetto di fantasie umane e disumane, le sue e le nostre, di tutti. Perché i personaggi che compongono il bestiario più stravagante e inquietante del mondo, in qualche modo, anzi in tanti modi diversi, potremmo essere proprio noi, con le nostre paure e perversioni, con le dinamiche di potere e gli sconquassamenti dei valori che sfasciano le nostre certezze e frammentano le nostre identità, già duramente messe alla prova e al bando da decenni di relativismo e perdita di senso. In un salentino profondo e surreale avviene la trasformazione forzata e (quasi) definitiva di alcuni esseri umani in fenomeni da baraccone, mitologiche procreazioni di Clotilde, una nobildonna di plastica, ossessionata dall’invecchiamento e ritoccata all’inverosimile per mantenere in età senile almeno qualche barlume dell’antica bellezza. Visioni.

Davvero vorrei provare a passare la notte in una delle gabbie di questo zoo: che freak o personaggio sarei? Cosa spingerebbe un’ingrata, annoiata e imbruttita Contessa, ex vedette e stella della TV sulla via del tramonto, a rapirmi e ad espormi come attrazione nel suo circo? Potrei io abbellire la tenuta di Pescolusa, paradiso verde e privato, oltre che scenario principale di questo teatrale e paradossale noir, in cui sono rinchiuse creature come l’Uomo Scimmia, la Donna Anfora, la Sirena haitiana, il Ciclope, una vecchia Strega, una specie di Angelo etereo ed El Pequeño, nano astuto e adulatore prelevato dall’estremo Occidente? Tutti portiamo maschere, ruoli, personalità. L’autrice, sapiente tessitrice di immaginari e racconti, esplora alcuni casi limite, mettendoci in guardia e facendoci riflettere sulla diversità e sull’autoritarismo, sull’essenza umana e le sue contraddizioni.

Loro malgrado questi figuri diventano l’Attrazione. Hanno perso la libertà, rubata loro a tradimento, e presto prendono coscienza della loro condizione. Dunque alcuni desiderano ribellarsi, scappare. Ma senza unione come fare? La forza viene meno. Le celle li separano e li isolano dal resto, e così la fuga s’allontana, come evanescente utopia di liberazione. Ma non tutto è perduto. Da una parte c’è chi fa il servo dei padroni per ingraziarseli, c’è chi degenera e cede alle più infime pulsioni, ma dall’altra c’è chi s’organizza e chi riesce a risvegliare empatie, affetti e solidarietà. Il tempo scorre a modo suo nella visione-lettura de Lo Zoo, ma si ferma del tutto per gli involontari protagonisti della messa in scena. I nostri hanno visto sfigurare la loro identità, rimodellata in base ai sogni e ai deliri della loro nuova padrona e del suo ultimo marito, di vent’anni più giovane e altrettanto bramoso di riconoscimenti e successo. Vivono come miserabili, maltrattati e sorvegliati dal custode-carceriere Quinn Palmer, sintesi visionaria ma realistica di tutto il peggio dell’italiano grezzo, medio e mediocre, in gabbie nascoste dietro un recinto di siepi con soli due accessi: uno dal mare e uno che arriva dal castello della Contessa. La speranza d’evasione è doppia.

Zoo mariluDi passaggio a Pescolusa sceglierei per me una cella attigua a quella della Donna Anfora, l’intelligentissima Martina, ragazza senza gambe e senza braccia che è stata trasformata in un vaso fiorito, coi capelli tinti di verde a riprodurre il fogliame, dalla fantasia perversa della Contessa e del suo consorte, Cristoforo Tommaseo, chirurgo plastico frustrato e perennemente in cerca di gloria. Oppure chissà, cercherei di liberare la Sirena, giovane haitiana a cui il folle medico ha cucito le gambe facendone un tutt’uno per creare una sfortunata coda. E, come se non bastasse, l’ha anche sottoposta a una terapia sbiancante per farle impallidire la pelle. C’è chi pianifica di fare di peggio, molto peggio. L’orrore è tutto da scoprire, ma Oliva riesce a farlo con sottile ironia, senza straripamenti. Martina, l’Anfora o “vaso floreale umano”, ha una sorprendente capacità d’innamorare, pizzica gli appetiti sessuali dell’Uomo Scimmia, il più peloso della Terra, e sa spiegare lucidamente la realtà, anche se ne ha vista poca, dato che vive relegata in casa per la sua difficile condizione e il suo universo è la virtualità del world wide web. Il suo Rafael, carceriere buono, l’apprezza così com’è, dimezzata e completa nel contempo.

E lei non può non chiedersi come faccia Rafael a tenere un piede in due scarpe, quella dell’umanità e quella della disumanità: “Perché lui è complice, inutile farci attorno tanti giri di parole: la sua corresponsabilità lo rende collaborazionista dell’obbrobrio che la Contessa e il suo partner hanno creato. Essere complici ma non artefici non salva dall’assoluzione, anzi, di questo Martina, ormai ridotta a donna-vaso, non ha dubbio alcuno: la complicità rende chi la pratica un attore ancora più spregevole dell’ideatore del misfatto, urla nel silenzio del suo pensiero, per quella parte passiva ma abietta che è insita nel suo favoreggiare”. Sodali, aguzzini, giustizieri e integri sono ruoli le cui etiche s’invertono e si rimischiano nella crisi dei valori dello stato di natura.

andre-derain-golden-age“Gli piace il mare bagnato dal temporale. Valuta di andare sulla spiaggia e sedersi sotto l’ombrellone dei padroni, a rimirare le onde quando accolgono l’acqua pura, loro che sono zuppa di fiumi e pesci e memoria di naviganti. La sera del party, col viso rivolto alle mani della notte sulle acque, la Donna Anfora gli aveva capovolto l’immagine fugace della vita marina, rimandandola dall’alga unicellulare alla ripetizione sempiterna del mare come sistema. E lui si era specchiato dentro al pozzo azzurro di lei, dopo che si era rivelata”. E chi altri potrebbe apprezzarla così, oltre a Rafael?

Forse qualcuno degli ospiti compiaciuti e bizzarri della Contessa, tra cui un Sindaco-boss mafioso e il suo figlio eroinomane, una futile e conturbante aspirante conduttrice TV e un sadico dottore che rivaleggia con Tommaseo. Mentre loro si godono un periodo di riposo ed emozioni nella tenuta e scoprono lo zoo, una delle principali attrazioni scompare e aleggiano sospetti e diffidenze. S’indaga, si scoprono le carte e vengono fuori gli scheletri nell’armadio di ciascun attore di questa tragicommedia costellata di colpi di scena e sferzate di humour nero. Fino alla fine.

Il romanzo è un mosaico, ogni capitolo un frammento che prende il nome da un personaggio all’interno di uno spaccato immaginifico spaventoso e accattivante allo stesso tempo. Lo stile e la scrittura fluiscono eleganti, la scelta delle parole è meticolosa, azzeccata e opportuna. Niente è fuori posto nel bizzarro giardino zoologico di Marilù, le prigionie s’incastrano, e liberano noi dai paraocchi. Il senso delle cose pare uscirne sovvertito, l’estraniamento e il dubbio emergono e la risoluzione delle tensioni non è mai banale. L’afa estiva pervade le sudate pagine dello zoo e il sipario cala sui suoi personaggi lasciandoci felicemente smarriti. Dopo la trilogia sanguinosa, noir e latinamente danzereccia della Guerrera (Tú la pagarás, Fuego e Mala Suerte), Oliva approfondisce la riflessione e l’esplorazione psicologica, letteraria e sociale sulle pulsioni umane e i bassifondi dell’anima, già cominciata con la narrazione delle vicende di tre diaboliche vecchine contenuta nel suo precedente romanzo, Le Sultane.

Leggi un estratto del romanzo qui link

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La vita incerta delle ombre di Pierpaolo Vettori https://www.carmillaonline.com/2015/01/08/vita-incerta-delle-ombre-pierpaolo-vettori/ Thu, 08 Jan 2015 01:10:44 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=19921 di Marilù Oliva

Pierpaolo Vettori, La vita incerta delle ombre, Elliot Edizioni, Roma, 2014, pp. 288, € 17,50

vettPierpaolo Vettori, nato a Venaria Reale (Torino) nel 1967, dopo aver esordito nel 2012 con Le sorelle Soffici (Elliot Edizioni), romanzo segnalato dalla giuria alla XXIV edizione del Premio Calvino, ha da poco pubblicato un nuovo romanzo, sempre con Elliot, nella collana Scatti: La vita incerta delle ombre.

Fin da piccolo Alessandro combatte contro gli spiriti del sonno. Forse per paura che gli incubi diventino tangibili e non basta sperare che le coperte siano protezione sufficiente. Anche [...]]]> di Marilù Oliva

Pierpaolo Vettori, La vita incerta delle ombre, Elliot Edizioni, Roma, 2014, pp. 288, € 17,50

vettPierpaolo Vettori, nato a Venaria Reale (Torino) nel 1967, dopo aver esordito nel 2012 con Le sorelle Soffici (Elliot Edizioni), romanzo segnalato dalla giuria alla XXIV edizione del Premio Calvino, ha da poco pubblicato un nuovo romanzo, sempre con Elliot, nella collana Scatti: La vita incerta delle ombre.

Fin da piccolo Alessandro combatte contro gli spiriti del sonno. Forse per paura che gli incubi diventino tangibili e non basta sperare che le coperte siano protezione sufficiente. Anche perché alcune volte sente delle presenze, altre si sveglia con graffi sulle braccia e sulle gambe, come se si fosse appena azzuffato. E quando sogna, sogna intensamente, con inquietudine.

Se l’idea di dormire lo terrorizza, c’è però una persona che è in grado di condurlo serenamente tra le braccia di Morfeo, una donnina piccola, lentigginosa e ossuta che risponde al nome di zia Severina, non proprio una parente, piuttosto un’amica della madre di Alessandro.

Il protagonista, una volta cresciuto, soffre di crisi di panico e capogiri, ragion per cui quando zia Severina – che nel frattempo non aveva più frequentato la loro casa – , chiede di incontrarsi per essere accompagnata da Alessandro a un concerto sul lago, il giovane non si sottrae. Terminato il concerto, chiaro preludio a più ampie rivelazioni, proprio mentre si incamminano verso l’albergo e il profilo della cittadina di Malvento appare immerso in una luce lontana – alle spalle le rovine del tempio di Asclepio – lui le chiede di raccontargli una storia, prima di entrare nell’oscurità. E così il romanzo prosegue con il capitolo Il tempo degli dei, lungo la scia dei ricordi.

Una seconda narrazione che parte nel 1962, quarantaquattro anni prima rispetto al tempo dell’incipit, e risponde alla voce di Severina portando a epicentri due luoghi suggestivi: l’esclusivo collegio femminile del Sacré Coeur, cui Severina era iscritta, e la fortezza di Boccafolle, un’accademia militare maschile. La tensione e attrazione tra essi è fortissima, anche perché entrambi hanno storie poderose alle spalle:

vett2La fortezza di Boccafolle dominava il lago con i suoi bastioni squadrati e le sue mura grigio sabbia. I merli, singolarmente aguzzi, erano tinti di un rosso vivo tanto che, visti dalla città, sembravano una grande bocca sorridente. Boccafolle fu sempre fuori dal tempo. Le lentezza della costruzione la rese obsoleta ancor prima della fine dei lavori. Costruita come baluardo contro le invasioni del nord, la fortezza si trovò a fronteggiare con sguardo truce una nazione da sempre neutrale come la Svizzera e a fare da guardia alle invasioni dei turisti nella città termale di Malvento Riviera. Utilizzata nei primi anni del Novecento come lazzaretto per le malattie infettive, dopo la guerra fu rimodernata e trasformata in scuola militare.

Luoghi quasi epici descritti con potenza lirica seguono le vicende di ragazzi e di ragazze, tra i quali Elisa, Delia, Milena, Fabrizio, Stern, Zomer. Figure memorabili, tra le quali spicca la collegiale Miranda Montelimar, che mi ha ricordato Picnic ad Hanging Rock, di Peter Weir – cito il regista perché il libro di Joan Lindsay non l’ho letto – a partire appunto dal tributo onomastico. Ma non solo: il film torna alla mente anche per la fuga e le atmosfere oniriche, sospese in un sottobosco di mistero, trepidazione e ansia di svelamento che è poi metafora del limbo della giovinezza, a metà tra scoperta, esitazione, paura e caduta. Non mancano i riti iniziatici, anche solo metaforici, tanto più che il il tempio di Asclepio, al centro del lago, catalizza energie e forse serba poteri magici. Perché lì Miranda, a causa di un tuono violento, è svenuta assieme alle tre compagne con cui era scappata: solo lei è rimasta in uno stato di sonnambulismo e chissà se è vero, come sostiene, che è stata posseduta dal dio dei sogni. Chissà se e come si scioglierà quella specie di malattia, quel leggero malessere annidato nel corpo e nella mente:

Al principio è un richiamo innaturale a fare qualcosa d’altro, anche se non sai cosa. È una forza che bisbiglia in te, anzi, sono le tue orecchie che stanno guarendo e sentono solo un sommesso mormorio di quello che, col passare dei giorni e con l’udito che prende vigore, avverti sempre più come una possente voce che guida le tue azioni. […] È una lotta nella quale il tuo unico desiderio è soccombere, ma durante la battaglia il tuo spirito e il tuo copro desiderano resistere fino all’ultimo sangue. Probabilmente è la vecchia Miranda che sa di dover morire per lasciare posto alla nuova e lotta per prolungare la sua esistenza anche solo di un attimo. Tutto ciò che vive, anche ciò che è malvagio, si aggrappa al tempo.

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Le Sultane di Marilù Oliva https://www.carmillaonline.com/2014/07/16/15848/ Tue, 15 Jul 2014 22:04:04 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=15848 copertina okÈ da pochi giorni in libreria il quinto romanzo della nostra redattrice Marilù Oliva, di cui pubblichiamo sotto l’incipit. Si intitola Le Sultane, edito da Elliot Edizioni, e segna un punto di svolta nella sua produzione: dopo averci condotto nel baratro delle devianze psicotiche e delle morti storiche con il romanzo d’esordio Repetita e dopo la Trilogia della Guerrera dedicata all’antieroina Elisa Guerra e al tema del precariato lavorativo ed esistenziale, Marilù si addentra in un nuovo progetto, il cui leit-motiv è il tempo. Si tratta di un ciclo di romanzi non seriali, [...]]]> copertina okÈ da pochi giorni in libreria il quinto romanzo della nostra redattrice Marilù Oliva, di cui pubblichiamo sotto l’incipit. Si intitola Le Sultane, edito da Elliot Edizioni, e segna un punto di svolta nella sua produzione: dopo averci condotto nel baratro delle devianze psicotiche e delle morti storiche con il romanzo d’esordio Repetita e dopo la Trilogia della Guerrera dedicata all’antieroina Elisa Guerra e al tema del precariato lavorativo ed esistenziale, Marilù si addentra in un nuovo progetto, il cui leit-motiv è il tempo. Si tratta di un ciclo di romanzi non seriali, svincolati l’uno dall’altro, ma che costituiscono un tassello nella recherche che da anni costituisce l’indagine dell’autrice: cos’è il tempo, al di là delle nozioni cui è giunta la fisica? Il tempo, in letteratura, si svincola dagli argini delle formule e sguscia via ancora più velocemente, ragion per cui è preda infida e Marilù non pretende di poter rispondere esaurientemente alla domanda. Però accerchia la risposta e lo fa cominciando con Le Sultane, ovvero proiettando il lettore alla fine del tempo umano, quando il tramonto si staglia all’orizzonte.
È la storia di tre vecchie – ma non solo: dei loro familiari, dei loro vicini, della loro giovinezza – ridotte allo stremo dalla solitudine e dall’invidualismo altrui. Come recita la quarta, esse: «sono abituate a non ricevere considerazione, ragion per cui, quando l’esistenza le costringe a una svolta forzata, osano quello che non hanno mai osato fare e rompono tutti i tabù. Come tre parche potenti che inseguono disperate lo scoccare del loro tempo, si muovono lentamente nell’ombra e filano i destini di chi ha tentato di metter loro i bastoni tra le ruote.
Con atmosfere nere e suscitando sorrisi amari, questo libro racconta uno spaccato sociale che abbiamo costantemente sotto agli occhi, ma soprattutto tenta di riportare quanto la noncuranza e l’autoreferenza possano lacerare la collettività, perché dimostra che se non sei nulla per gli altri, gli altri non saranno nulla per te».  (La redazione)

Qui il book-trailer.

Le Sultane

Bisogna immaginare Sisifo felice. (Albert Camus)

Guardo il mio Juri e i suoi occhi di acero, un sopracciglio inarcato, l’altro più spigoloso.

Ho scoperto che era un maschio solo alla nascita, allora non esistevano le apparecchiature che oggi contano perfino i capelli del feto. Non serve diventare mamme per scoprire la magia dei figli, basta essere donne e io, poco prima che nascessero i miei, sapevo che mi avrebbero tolto una costola.

Il tempo che passa non vale niente, tutto cambia e si sfrangia, intorno, eppure il cordone che unisce te al frammento di te si mantiene intatto. È invisibile ma, delle volte, se allunghi la mano, puoi toccarlo e palparne il ruvido. Non si tratta solo di amore. È lava di vulcano, purezza e sgomento, e non puoi rifiutarlo né tagliarlo: puoi solo permettergli l’invasione totale.

Eccola, la mia invasione totale.

Juri, il mio pezzo d’osso.

Chissà se sente la mia fatica. Ho girato come una pazza per la bassa ferrarese, le mie amiche dicono che venderei l’acqua santa al diavolo. Figuriamoci. Non è più come una volta: noi mercanti ambulanti abbiamo vita grama. La gente non butta più via i soldi, così faccio credere che quelli delle mie clienti siano spesi bene. Mi piazzo al loro tavolo, nel cuore delle case, giù un caffè, una sigaretta, e, tra una chiacchiera e l’altra, ci scappa sempre un completo matrimoniale o un lenzuolino. Forse si impietosiscono a vedere una vecchia come me capace di percorrere centinaia di chilometri in un pomeriggio, boccheggiante sulla Ford Escort diesel, e lo sanno bene, le mie acquirenti, che c’è un motivo per cui mi spezzo la schiena: ho in mente un progetto e mi servono soldi. Parecchi soldi. Imbarcarsi in un piano come il mio, a settant’anni suonati e senza sostegni monetari, non è mica roba da ridere.

Ma ce la farò, vero Juri?

Non mi rispondi?

Sai cosa ti dico?

Ora mi piego, anche se vedo le stelle da quanto mi fa male la schiena, e ti do un bacio sulla guancia. Poi lustrerò la tua foto col glassex per vetri – ne tengo sempre un po’ in borsa – e verserò secchiate d’acqua fresca sulla lapide. Non sopporto le infiltrazioni di terriccio tra le scanalature del marmo.

 

Torno a casa stanca morta, mi fermo da Carmela, al secondo piano: stavolta glielo devo dire. Avevo scelto il terzo e ultimo piano dell’appartamento in equo canone del Comune sperando nella quiete. Juri era mancato da poco, quando rincasavo volevo starmene lontana dalle voci e dedicare i pensieri ai miei morti. Il silenzio era venuto meno perché, nell’appartamento di sotto, dove abitavano i Pennascia, una famiglia di siciliani un po’ loschi, questi avevano deciso di rimpatriare nell’amata isola e di lasciare alla figlia Carmela le chiavi, pur continuando a figurare residenti qui. Furbetti, loro: non avrebbero rinunciato al diritto di prelazione per un futuro acquisto dell’immobile a prezzo ridicolo. Fatto sta che ora in quella casa si era di botto scatenato il putiferio, con musica a tutto volume e scenate da ubriachi nel cuor della notte.

I primi tempi noi del vicinato confidavamo che la situazione si sistemasse da sola. Avendo in seguito capito che di buonsenso, nella testa di Carmela, nemmeno un grammo, abbiamo deciso di farle notare le sue mancanze. Disturbo della quiete pubblica. Schiamazzi notturni. Disprezzo per il regolamento Iacp, che prevede osservanza degli orari di riposo: dalle quattordici alle sedici e dalle ventitré alle sette di mattina. Ci siamo lamentati in tutte le salse, ma Carmela tuttora se ne frega.

Quando i sipari si chiudono e i suoi amichetti se ne vanno, non è finita. Perché allora, nel momento in cui restano soli lei e Boubacar detto Bubi, il senegalese di seconda generazione che si è impiantato a casa sua, ecco: allora si danno alla cuccagna nel letto e… chi riesce più a dormire?

Io, però, ho fiducia nella cortesia. Se c’è ancora qualcosa di recuperabile, su questa Terra, bisogna lavorarci sopra: l’educazione salverà il mondo, forse. E ora che Carmela mi apre la porta assonnata e inviperita, perché costretta a svegliarsi solo alle undici di mattina, sfodero le buone maniere: «Buongiorno, Carmela».

«Che vuoi?» ringhia anche con lo sguardo.

«Sì, senti… stanotte avete fatto troppo baccano… qui non si riesce a dormire».

Si tira indietro i capelli sbuffando. Indossa una maglietta estiva taglia uomo, anche se è autunno. Le gambe nude sbucano pallide fino ai piedi a papera. L’incrocio tra una madre carina e un padre inguardabile è riuscito a radunare i difetti di ciascuno: viso scimmiesco e corpo tozzo del padre, bei capelli e sederone della madre.

Cerco un andamento materno con la voce: «Dai mo’, non possiamo andare avanti così… eh?».

Mi guarda con una faccia da schiaffi, io proseguo: «Qui siamo anziani, devi tenerne conto. Abbiamo i nostri orari, su: fai la brava».

Annuisce contrariata, fa un passo indietro, chiude la porta, non prima di aver lanciato un cenno cafone con la mano. Ci rimango male. Non ci vuole niente a farmi piangere, la mia tenuta è bassissima, così cerco un diversivo, non voglio sprecare le lacrime per una fetente come lei.

Decido di concedermi una gratificazione: anziché salire in casa, torno in macchina e mi dirigo al negozio cui sto dedicando da giorni i miei pensieri.

È gremito di gente, ma in meno di cinque minuti mi ritrovo in fila alla cassa. Rimiro in mano le scarpe decolleté Dolce & Gabbana, rosa shocking, lucide, con fiocchetto rifinito esternamente in panna e tacchetto di tre centimetri, che sciccheria. È da due mesi che le ho puntate, prima dei saldi erano inavvicinabili. Il prezzo di partenza di centocinquanta euro si è abbassato. Prima del venti, poi del trenta, poi del cinquanta per cento, fino a scendere, per questo ultimo paio, addirittura al settanta, incredibile: riuscirò a pagarle solo quarantacinque euro, un affarone. Certo, ho notato un difettuccio: la vernice della calzatura di destra è leggermente rigata sul fianco, ma non si può avere tutto nella vita.

Attendo beata in fila alle casse, queste sono le parentesi capaci di farmi dimenticare la tragedia del mio Juri. Tiepidi sollievi che durano al massimo mezz’ora. Negli altri intervalli la mia vita è pantano. Che dire di Melania, la figlia rimasta? Dovremmo stringerci forte forte, noi due superstiti alle lune storte del destino, invece viaggiamo distanti anni luce. Lei è così imprevedibile, scostante. L’avevo chiamata Melania in onore del personaggio femminile di Via col vento, una donna buona come il pane, che nulla – proprio nulla – ha in comune con quella scapestrata di mia figlia.

Chissà cosa ho sbagliato con lei. Chissà perché il suo cordone è tanto sciupato. Lei lo strattona ma, per quanto tenti di squarciarlo, non ce la farà a romperlo.

Cosa penseranno le tizie in fila del fatto che una settuagenaria acquisti un accessorio del genere? Nel dubbio, mi tampono con la mano libera i ciuffetti biondi cotonati in stile Marilyn Monroe, tra bigodini e piega ogni mattina perdo una quarantina di minuti, ma esco di casa sempre a posto. Nessuno può sospettare che fine faranno queste scarpe, supporranno che siano un regalo, magari per una nipote. La gente comune non è in grado di immaginare cosa accadrà appena metterò piede in casa: mi rimirerò davanti allo specchio con il nuovo acquisto, indossando solo la mia guêpière color carne – un pezzo d’epoca, classe 1955, ereditato da una duchessa formosa cui avevo rifilato un copriletto di viscosa, spacciandolo per seta indiana.

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Bella mia https://www.carmillaonline.com/2014/05/22/bella-mia/ Wed, 21 May 2014 22:44:29 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=14800 di Marilù Oliva

bellaDonatella Di Pietrantonio, Bella mia, Elliot Edizioni, Roma, 2014, pp. 191, € 17,50.

Il titolo Bella mia non è riferito a Caterina, la protagonista del romanzo, e nemmeno alla sua gemella morta. È un’invocazione affettuosa intonata a L’Aquila, cantata in una filastrocca popolare che rievoca la nostalgia di chi la ricorda da lontano. E lontana è ormai la città, agli occhi dei suoi cittadini, dopo il 6 aprile 2009. Le macerie si amplificano a simbolo interiore di distruzione, lo sgomento allenta i vincoli e dissipa le aspettative. Le C.A.S.E., ovvero il complesso di nuovi alloggi prefabbricati in [...]]]> di Marilù Oliva

bellaDonatella Di Pietrantonio, Bella mia, Elliot Edizioni, Roma, 2014, pp. 191, € 17,50.

Il titolo Bella mia non è riferito a Caterina, la protagonista del romanzo, e nemmeno alla sua gemella morta. È un’invocazione affettuosa intonata a L’Aquila, cantata in una filastrocca popolare che rievoca la nostalgia di chi la ricorda da lontano. E lontana è ormai la città, agli occhi dei suoi cittadini, dopo il 6 aprile 2009. Le macerie si amplificano a simbolo interiore di distruzione, lo sgomento allenta i vincoli e dissipa le aspettative. Le C.A.S.E., ovvero il complesso di nuovi alloggi prefabbricati in cui le famiglie sentono moltiplicarsi il senso di precarietà, diventano scenario minimo di un romanzo che si arricchisce di più ampi sfondi: quello del fantasma di una città sventrata e, soprattutto, quelli interiori di vite in via di ricostruzione, alla ricerca di un equilibrio che si rintraccia solo dopo aver camminato sul dolore. Il dolore non è solo il lutto, in questo caso quello della gemella che Caterina ha perso durante la fatidica notte del terremoto: è morta e ha lasciato in eredità suo figlio Marco. Il dolore è anche la ricomposizione, l’incastro tra quelli che rimangono e che, a volte, non sanno quali misure prendere con l’esistenza. Anche perché i ricordi premono, delle volte costringono a fughe forzate, come nel brano che vi proponiamo qui sotto (pp.38-40): è la notte di quello che sarebbe stato il compleanno delle gemelle e Caterina può superarla solo in solitudine.
Donatella Di Pietrantonio, tra i dodici finalisti dell’edizione 2014 del Premio Strega, è nata e ha trascorso l’infanzia ad Arsita, un paesino della provincia di Teramo. Oggi vive a Penne. Esercita la professione di dentista pediatrico e il suo primo romanzo, Mia madre è un fiume, è uscito per Elliot tre anni fa.  [ Marilù Oliva]

«L’uomo alla reception mi registra senza neanche uno sguardo e sono contenta di non doverlo ricambiare. Salgo nella stanza.

La notte trascorre, in qualche modo. Le tende pesanti odorano di polvere e fumo stagionato quando le tiro al massimo per escludere il sole dell’alba, un coltello doloroso nelle pupille ancora dilatate. Siedo sul letto sfatto, verso il comodino. Alla luce stretta della lampada preparo il bicchiere di cognac versato dalla bottiglia che mi sono portata dietro da sola, le dieci compresse di Tavor in fila sul ripiano di legno finto. Avverto l’amaro della prima sulla lingua, il sorso di liquore brucia la mucosa da tanto astemia, ne butto giù un’altra, sorso di cognac e un’altra un’altra un’altra, sempre seguita dal sorso che non vuota mai il bicchiere infinitamente capace. O forse l’ho riempito una o due volte. Sento tutti i centimetri di lunghezza dell’esofago incendiato, la rivolta nello stomaco digiuno. Resisto. Reprimo i conati con una fredda sequenza di deglutizioni.

Schiaccio l’interruttore e mi avvolgo nelle coperte, di nuovo gemella dormo in questo grande utero scuro la mia morte provvisoria. Il risveglio cade in un’ora imprecisa della sera. Non so dove vomito. Dopo sprofondo in una seconda filata di ore, più breve. Alla fine accendo l’abat-jour e vomito ancora un po’ di acido cloridrico sul pavimento tra il letto e il tappeto. La testa è un alveare impazzito e pulsante, ricomincia piano a percepire il corpo, la debolezza. Bevo acqua dal rubinetto del lavabo, in bagno. Evito con cura lo specchio e resto a lungo sotto la doccia, attenta alle garze della mano infortunata. Poi asciugo una pelle estranea e sorda, un deserto di cellule dove il sangue tarda ad affluire, i nervi stentano a riattivarsi. Durante il giorno del sonno, l’organismo si è ridotto a un grumo battente centrale, un piccolo nucleo di vita condensata, e da lì riparte adesso l’onda del calore conservato, verso la superficie pallida e spenta. I tessuti si dispongono a ricevere nutrimento, i cicli riprendono. Non mi oppongo.

Apro le tende. Il tempo che ho voluto perdere è già ieri. In uno ieri più vecchio ho aiutato mia madre a lavarla, vestirla. All’inizio c’era qualcun altro con noi nello stanzone gelido, una figura indistinta sullo sfondo, sul bianco della parete, di sicuro una donna, non so chi. Poi deve essere uscita, ci ha lasciate sole quando ha capito che avevamo trovato la forza, sul momento, per quello che andava fatto.

Non avremmo permesso a nessuno di occuparsi del nudo di Olivia, dei suoi orifizi indifesi, del torace schiacciato. Lei ci contrastava passiva, con una rigidità minerale. Una polvere a grana grossa le copriva soprattutto le mani e il viso intatto, come una cipria pesante per un carnevale atroce.

I capelli non si potevano lavare, li abbiamo solo scossi per liberarli di quello sporco secco e friabile. Alla fine era bella, l’abbiamo guardata e baciata, io uno sulla fronte e sua madre tanti, ai piedi, alle mani, alle guance e alla testa, accarezzandola. Solo allora l’ha bagnata di lacrime, non prima, mentre la preparava. Le ha parlato, a lungo, con parole che non ricordo. Olivia era pronta all’incontro con Marco. Anche di quello non ricordo niente, o devo essermi allontanata. All’ultimo minuto le ho tagliato una ciocca, dalla nuca, altrimenti non me lo avrebbe perdonato, e l’ho presa per me. L’ho conservata in una scatolina di carta fiorita, ogni tanto la apro per vedere se almeno questo ricciolo può restare uguale nel tempo che lo separa da lei. Per adesso l’unico cambiamento percettibile è che i capelli appaiono un po’ più aridi, opachi, a passarli tra pollice e indice si sente subito la differenza. Non sono attaccati alla vita».

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Aurelio Grimaldi: MALASPINA https://www.carmillaonline.com/2013/10/17/malaspina-aurelio-grimaldi/ Wed, 16 Oct 2013 22:01:26 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=10054 di Marilù Oliva

Aurelio Grimaldi, Malaspina, Elliot, Roma 2013, pp. 306, € 18,50

Elliot_MalaspinaAurelio Grimaldi ha scritto diversi libri – ricorderete Mery per sempre, del 1987 – e ha diretto vari film, tra cui La ribelle (con Penelope Cruz), Le buttane, la triade dedicata a Pasolini: Nerolio, Rosa Funzeca e Un mondo d’amore. Cito inoltre la trilogia del 2004 dedicata ad Aldo Moro e una pellicola erotica in costume, L’educazione sentimentale di Eugénie, del 2005 ma ambientato nel XVIII secolo, i cui riferimenti sono De Sade e il Decameron di Pasolini.

Ma torniamo [...]]]> di Marilù Oliva

Aurelio Grimaldi, Malaspina, Elliot, Roma 2013, pp. 306, € 18,50

Elliot_MalaspinaAurelio Grimaldi ha scritto diversi libri – ricorderete Mery per sempre, del 1987 – e ha diretto vari film, tra cui La ribelle (con Penelope Cruz), Le buttane, la triade dedicata a Pasolini: Nerolio, Rosa Funzeca e Un mondo d’amore. Cito inoltre la trilogia del 2004 dedicata ad Aldo Moro e una pellicola erotica in costume, L’educazione sentimentale di Eugénie, del 2005 ma ambientato nel XVIII secolo, i cui riferimenti sono De Sade e il Decameron di Pasolini.

Ma torniamo ai suoi libri. Se a proposito di Mery per sempre e Ragazzi fuori si è parlato di dittico – per entrambi Dino Risi ha realizzato un film –, Malaspina, da poco uscito per Elliot, segna in qualche modo la chiusura del cerchio, perché epicentro è ancora il carcere minorile di Malaspina, in acronimo C.R.M.M., lo stesso in cui annaspavano e sopravvivevano alcuni personaggi di Mery per sempre – che ne è una versione minima –, a partire dal travestito eponimo. In quella fatiscente struttura, nella Palermo degli anni Ottanta – la città dei duecento omicidi l’anno, con il sindaco DC Martellucci che non nominava mai la parola “mafia” – il protagonista, Aurelio, un maestro ventiquattrenne che ha vissuto quattro lustri in Lombardia, ottiene l’incarico per una docenza in quarta elementare. Ha l’aspetto di un ragazzo, abbigliamento casual e – anagraficamente parlando – non è poi così lontano dai minori che si trova in classe, adolescenti dai tredici anni in su. È elettrizzato, all’inizio, per quella che ritiene una missione, anche se a poco a poco il suo entusiasmo deve fare i conti con i muri di gomma in cui rimbalza: le abitudini malsane, il clima invivibile, la rassegnazione dei detenuti alle soverchierie, l’omertà alla mafia e l’ottusa obbedienza alla stessa, le gerarchie insidiose da cui nessuno è esentato: direttore, agenti, educatori. Chi è lì rinchiuso si porta dietro solo storie tristi, scolarizzazioni disastrose, povertà, disagi sociali, famiglie la cui cifra comunicativa sono le percosse, delinquenza precoce. Il crimine è stato indossato come muta di sopravvivenza e non è raro che dallo spaccio di droga si sia passati al consumo e al furto.

Il nostro protagonista è armato di buona volontà e di speranza, talvolta sbaglia, talvolta ci prende, tenta comunque di avvalersi della potenza della persuasione e conta sulle finalità educative del suo ruolo, proponendo un modello alternativo di libertà di pensiero, uguaglianza, democrazia e diritti, anche attraverso proposte didattiche inusuali – che gli varranno l’ostilità di colleghi ed educatori –, prendendo iniziative concrete contro la mafia, come quando cerca di scalfirne la carica di tabù. E si spinge anche oltre: denuncia le violenze degli agenti contro alcuni allievi e non teme di condividere in pubblico le dichiarazioni scritte dai suoi ragazzi. Ma gli ostacoli da superare sono tanti, dai più titanici ai più ovvi, quali la totale mancanza di senso etico e civile, l’abitudine a fregare il prossimo e un maschilismo che ha radici ataviche:

«La classe si surriscaldò: ‘a fimmina non deve lavorare perché metterebbe subito le corna al marito, deve starsene a casa, non deve avere amici perché per amico ci basta il marito; appena una sorella o una figlia diventano “signorine” non devono più andare a scuola perché c’è il pericolo che sbaglino. E tutto l’angusto repertorio del caso.[…]

La verginità era giusta perché “il piacere è nel marito che la rompe” (Franco); la moglie non doveva avere amici perché “ci rumpu i iammi” (Gaetano); il maschio invece poteva avere tutte la amiche che voleva, “così ficchiamo” (in molti” e “io ‘u fazzu sulu pi sfiziu” (in moltissimi). Se la moglie avesse tradito il marito sarebbe stata uccisa a coltellate, lei e il suo amante, e i loro corpi gettati in mezzo alla strada perché tutti vedessero e capissero; il marito, invece, poteva avere tutte le amanti che voleva, “perché ‘u masculu è cacciaturi” (Ignazio)»

Quest’esperienza pedagogica però non piace ai superiori, tanto che tutti premono perché il docente non venga confermato l’anno successivo:

meryevidentemente i suoi metodi formativi stanno irritando qualcuno e l’ostruzionismo che riceve ne è segnale significativo. La passione di Aurelio viene scambiata per irresponsabilità e ansia da protagonismo, in realtà mancano i presupposti per un concorde metodo didattico coi colleghi, dato che essi non credono nelle possibilità rieducative del carcere e nel recupero: in sostanza tutto quello per cui il giovane maestro si è speso. Lui confida nell’articolo 27 della Costituzione, mentre gli operatori che lo affiancano vivono la prigione solo come momento repressivo, esausti: «La colpa era tutta dell’istituzione carceraria; in galera non si può far niente se non gestire alla meno peggio il quotidiano. Questo il postulato». Pochi sfuggono a tale logica, come dimostra il comportamento degli agenti di custodia:

«Ormai non mi sorprendevo più del loro atteggiamento ostile, degli sguardi bassi, dei ritardi consapevoli con cui mi consegnavano le chiavi dell’aula, facendo finta di non vedermi e lasciandomi impalato finché non perdevo la pazienza e andavo nel loro corridoio a reclamarla: e quelli trovavano la faccia di scusarsi dicendo di non avermi scorto».

Una storia indimenticabile, tanto più sapendo che è vera, scritta con precisione e sentimento, storia che, involontariamente, è un po’ metafora della nostra Italia, del suo stato di abbandono, dello scarso senso civico, della cura del particolare, del dilagare di furberie e mani che si allungano per strappare un po’ di potere. Anche nel libro, infatti, «ormai era tutto chiaro; perché li dentro, a Malaspina, ogni settore operativo era un compartimento stagno, un clan, una camarilla».

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