Edizioni Malamente – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 07 Feb 2026 21:00:44 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 E’ uno sporco lavoro /4: Il primo vertice antiterrorismo internazionale – Roma 1898 https://www.carmillaonline.com/2025/11/19/e-uno-sporco-lavoro-4-il-primo-vertice-antiterrorismo-della-storia-e-la-continuita-repressiva-dello-stato-italiano-e-dei-suoi-molteplici-governi/ Wed, 19 Nov 2025 21:00:14 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91213 di Sandro Moiso

Giulio Saletti (a cura di), I verbali segreti della conferenza antianarchica. Il primo vertice internazionale contro il terrorismo (Roma, 1898), Edizioni Malamente, Urbino 2025, pp. 450, 25 euro

A ben guardare, lo spettro che si aggira per l’Europa a partire dalla fine del XIX secolo più che quello del comunismo è quello dell’anarchismo. Soprattutto nelle redazioni dei giornali, nelle veline delle questure, nelle inchieste dei servizi “segreti”, nell’immaginario politico e securitario prodotto dalla borghesia e dai suoi servitori in divisa o con la penna in mano (ieri) oppure seduti davanti ad una tastiera (oggi), ma forse ancora [...]]]> di Sandro Moiso

Giulio Saletti (a cura di), I verbali segreti della conferenza antianarchica. Il primo vertice internazionale contro il terrorismo (Roma, 1898), Edizioni Malamente, Urbino 2025, pp. 450, 25 euro

A ben guardare, lo spettro che si aggira per l’Europa a partire dalla fine del XIX secolo più che quello del comunismo è quello dell’anarchismo. Soprattutto nelle redazioni dei giornali, nelle veline delle questure, nelle inchieste dei servizi “segreti”, nell’immaginario politico e securitario prodotto dalla borghesia e dai suoi servitori in divisa o con la penna in mano (ieri) oppure seduti davanti ad una tastiera (oggi), ma forse ancora per poco considerato lo sviluppo quasi autonomo dei social e dell’AI.

A confermarcelo, con dovizia di documenti e dettagli, è il corposo volume edito da Malamente e curato da Giulio Saletti, giornalista, cronista, ghostwriter e portavoce di cariche istituzionali. Un testo in cui, per la prima volta in Italia, vengono riportati integralmente i documenti prodotti a seguito della «Conferenza internazionale per la difesa sociale contro gli anarchici», tenutasi a Roma dal 24 novembre al 21 dicembre 1898 a seguito dell’assassinio dell’imperatrice Elisabetta d’Austria, avvenuto il 10 settembre di quello stesso anno a Ginevra.

Probabilmente, però, a preoccupare il governo italiano, promotore della conferenza, più che l’attentato alla principessa di Baviera “Sissi”, in seguito santificata e glorificata in una serie infinita di biografie romanzate, film e serie televisive, erano stati i moti e le insorgenze che da Bari a Foggia, dalla Puglia, dove sarebbe stato inviato il generale Pelloux che dopo la caduta del governo Rudinì nel giugno del 1898 fu incaricato dal re Umberto I di formare un gabinetto in cui assunse anche il dicastero dell’interno facendosi promotore della conferenza anti-anarchica, alla Sicilia e a Napoli, in occasione del 1° maggio 1898 avevano visto passare la popolazione meridionale dalla sollevazione alla rivolta. E poiché dappertutto le classi dominanti mostrarono di voler curare la fame con le fucilate, a partire dal 2 maggio la rivolta si era estesa alla Romagna, alle Marche, all’Emilia, alla Toscana e alle regioni industriali del nord1.

Proprio a Milano, dal 6 al 9 maggio, si ebbe la sollevazione più sanguinosa, durante la quale la classe operaia milanese fu presa a cannonate dal generale Bava Beccaris, dando vita ad un periodo di repressione che permise al governo di mettere fuori legge il Partito Socialista, costituitosi a Genova nel 1892, ma che allo stesso tempo diede inizio ad un nuovo periodo di attentati di cui la vittima più illustre sarebbe stato proprio il re d’Italia Umberto I, caduto sotto i colpi di pistola di Gaetano Bresci a Monza, il 20 luglio del 1900.

E’ in questo contesto, quindi, che va collocata una conferenza che avrebbe costituito il primo esempio di vertice antiterrorismo a livello europeo e che, anche se destinata a dare scarsi risultati immediati, avrebbe contribuito, come afferma il curatore, alla «conversione marcatamente politica dell’ordine pubblico in ordine “governativo o di maggioranza”, che è passaggio non trascurabile nel processo generale di State building e di organizzazione degli spazi di rappresentanza e partecipazione alla vita pubblica»2.

Un evento spesso trascurato dalla storiografia italiana, anche da quella che si è occupata del movimento operaio e delle sue lotte, ma che obbliga a riflettere su una serie di nodi ancora tutti da sciogliere nell’ambito della storiografia dei movimenti di classe e delle contromisure messe in atto nei loro confronti dallo Stato e dai suoi rappresentanti istituzionali e militari.

Uno dei motivi di tale trascuratezza, se non addirittura di disinteresse, nei confronti di un evento destinato a rifondare l’immaginario politico del ‘900, non solo italiano, va rintracciato, secondo Saletti, in una certa abitudine ad una «velata resistenza culturale a riconoscere ruolo e specificità dell’anarchismo nella genesi e nello sviluppo dei movimenti di massa e dell’antagonismo di classe tardo-ottocentesco»3, che ha fatto sì che gli studi sull’anarchismo scontino ancora una certa marginalità all’interno dello studio dei movimenti socialisti ed operai europei, nonostante la ripresa dell’interesse nei suoi confronti sviluppatosi nel corso degli ultimi decenni.

Una rimozione e sottovalutazione che se giustificata dal punto di vista “borghese” e istituzionale, non può esserlo altrettanto quando ad occuparsi della storia delle esperienze di lotta, insorgenza e organizzazione proletaria siano studiosi di formazione socialista o marxista. Eppure, eppure… proprio quest’ultima osservazione ci permette di sviluppare alcune considerazioni che, pur travalicando i limiti specifici dello studio di Saletti e dei documenti annessi, possono essere d’aiuto per una nuova storiografia dei movimenti di classe in tutte le loro manifestazioni.

Manifestazioni spesso disordinate, disorganizzate, violente, improvvisate ma sempre originate da un radicale rifiuto delle condizioni di esistenza proposte dal modo di produzione capitalistico, dalle sue leggi di mercato e dai suoi istituti proprietari e finanziari, contro cui le moltitudini dei diseredati sembrano battersi fin dall’avvento della società mercantile a cavallo tra XIII e XIV secolo, se non già da prima per il tramite delle prime eresie medievali.

Il termine eresia deve, però, essere inteso al di là dello specifico contesto religioso per trascendere, come suggeriva lo scomparso Emilio Quadrelli, l’intero pensiero politico, anche nelle sue manifestazioni classiste e antagoniste4. Considerato che, affinché possa esistere un’eresia, deve per forza sussistere anche un’ortodossia che possa essere trascesa e criticata.

In questo caso la netta separazione tra storia dell’anarchismo e del movimento operaio socialista risponde ad una necessità tutta di ordine ideologico, messa in campo sia da una che dall’altra parte fin dai tempi di Marx e Bakunin, che vede però, proprio nella componente marxista e socialista, una consistente resistenza ad accettare il movimento anarchico come parte integrante del movimento storico per il ribaltamento dell’ordine sociale dettato dagli interessi d’impresa e del capitale.

Per questo motivo si rende sempre più necessario, almeno dal punto di vista storiografico, il superamento di un’impasse che da troppo tempo limita e divide in comparti stagni la comprensione di movimenti che hanno comportamenti e radici materiali comuni. E che nella spontaneità delle insorgenze e nella loro rapida caducità hanno un comune denominatore.

Spontaneità o spontaneismo di cui l’interpretazione anarchica delle contraddizioni sociali e della loro risoluzione radicale sembra fare il vettore principale di, quasi, ogni iniziativa politica e organizzativa. Caducità che spinge, dal lato del marxismo o del socialismo ortodosso, alla ricerca di formule organizzative (partito, cellule, centralizzazione direttiva) capaci di impedire lo sfaldamento delle esperienze, sia dopo la loro riuscita che a seguito di una sconfitta.

Due interpretazioni dello scontro e delle sue forme che spesso non possono fare altro che ostacolarsi l’una con l’altra. Soprattutto da parte di quelle interpretazioni marxiste più rigide che pur di salvaguardare organizzazione e prospettive politiche definite in linea teorica “una volta per tutte”, rinunciano a partecipare allo scontro e alle sue manifestazioni concrete, adducendo problemi di “arretratezza” sociale oppure di inadeguatezza politica, giungendo troppo spesso a tacciarle di avventurismo se non addirittura accusarle di esser null’altro che il prodotto di agenti provocatori.

Una storia rintracciabile, almeno qui in Italia, nell’atteggiamento di Turati nei confronti della Settimana rossa del 1914, quando sull’alba del primo conflitto imperialista le manifestazioni antimilitariste furono violentemente represse a partire da Ancona oppure nelle riserve che lo stesso Partito socialista ebbe nei confronti ancora dell’insurrezione torinese del 1917 o nell’abbandono a se stessi dei manifestanti proprio in occasione delle giornate del maggio 1898 a Milano5.

Anche il Partito comunista italiano, il PCI, prima adeguandosi al volere del Comintern e del Cominform e in seguito memore dall’atteggiamento staliniano nei confronti di ogni opposizione alle direttive di partito, non esitò mai, fino alla fine dei suoi giorni, nel condannare qualsiasi iniziativa spontanea della classe nei confronti del comando capitalista. Fascisti, provocatori e traditori, a seconda dei periodi, furono sempre definiti i giovani, gli operai, le donne che dal secondo dopoguerra in poi, passando per piazza Statuto a Torino nel luglio del 1962 fino alle lotte autonome degli anni Settanta insorsero spontaneamente e, spesso, violentemente contro la dittatura del lavoro salariato.

Questo, però, non poteva far altro che avvantaggiare il nemico di classe nella sua azione sia divisa che repressiva nei confronti della classe operaia o degli strati sociali marginali della società, nei confronti dei quali la definizione spesso utilizzata di lumpenproletariato, più che attenersi a quella marxiana di proletariato marginale oppure momentaneamente escluso dal lavoro, si trasformò in autentico stigma, tradotto come sottoproletariato ovvero la classe più degradata, non solo dal punto di vista economico ma anche, e forse soprattutto, morale, priva di alcuna forma di coscienza di classe, o almeno di ciò che il partito ritiene tale, e non organizzata nei sindacati ufficiali.

Una classe, secondo questa diminutiva e offensiva interpretazione del termine, i cui componenti oltre ad essere accusati di trarre il loro reddito da occupazioni vicine all’illegalità (furto, prostituzione, imbrogli di vario genere), proprio per la loro miseria culturale e politica potrebbero facilmente essere preda delle idee più retrograde e reazionarie.

Però, pur essendo vero che porzioni immiserite della società e della classe lavoratrice esclusa dal lavoro possono esser facilmente preda delle rivendicazioni reazionarie e fasciste, è altresì vero che anche porzioni significative di classe operaia, quella un tempo definibile come aristocrazia operaia e oggi inquadrata nel cosiddetto ceto medio produttivo, hanno spesso aderito e ancora aderiscono a tali rivendicazioni di stampo razzista, nazionalista e sessista. Come l’elettorato di Trump può ben dimostrare oggi.

Tutti fattori che nella criminalizzazione di ogni dissenso, non allineato con il discorso ordinativo di carattere socialista e socialdemocratico un tempo e liberal-democratico oggi, trovano lo strumento ideologico più adatto sia per il controllo sociale da parte dello Stato che di quello politico e sindacale da parte di tutti quei partiti, istituzionali e non, che della conservazione o della riforma dell’esistente in nome del progresso hanno fatto il loro, anche se spesso non dichiarato, fine ultimo.

Ma per tornare ai tempi di cui tratta la ricerca di Saletti, occorre ricordare come, almeno per l’Italia, fu lo stesso Engels, in qualità di segretario per l’Italia dell’Alleanza internazionale dei lavoratori, a tracciare una linea distintiva tra socialisti e rivoluzionari autentici, ovvero coloro che aderivano alle idee e ai programmi del socialismo cosiddetto poi autoritario e coloro che, aderendo ancora all’Internazionale bakuninista o antiautoritaria, tradivano la causa del proletariato e della sua emancipazione. Un giudizio spesso greve che allontanò dal socialismo marxiano Carlo Cafiero, che pur era stato il primo a divulgare in Italia un compendio del Capitale di Karl Marx da lui stesso tradotto, per trasformarlo sostanzialmente in uno dei primi e più importanti esponenti dall’anarchismo italiano.

Un giudizio negativo espresso da Engels, soprattutto sul socialismo meridionale6 che sembrava dimenticare che non solo a Napoli, il 31 gennaio 1869, era stata fondata da una società operaia partenopea, la Società operaia di Napoli come fu in seguito designata, la prima sezione italiana dell’Internazionale «che aderì pienamente agli statuti dell’Associazione e si costituì in Comitato centrale per tutta l’Italia»7, ma anche che proprio nella parte meridionale del Regno d’Italia per dieci anni si era svolta quella che in tempi recenti lo storico Gianni Oliva ha definito la Prima guerra civile italiana, ovvero quella che per decenni, se non per più di secolo, è stata troppo spesso, superficialmente oppure opportunisticamente, accomunata al brigantaggio8.

E qui, per ricollegare il tutto al tema del testo edito da Malamente, va ricordato che la resistenza contadina e sociale del Sud, pur con tutte le sue inevitabili contraddizioni, aveva anche rappresentato la prima guerra civile “europea” dopo la fine della Restaurazione, prima ancora della Comune di Parigi che si sarebbe rivoltata contro lo stato francese e Napoleone III soltanto nel 1871. Una guerra civile, quella nel Sud dell’Italia, che aveva anche richiesto da parte dello stato unitario l’emanazione di una prima legge speciale, la legge Pica del 1863, che di fatto per la prima volta definiva una legislazione eccezionale destinata a contenere, reprimere e punire pesantemente i disordino sociali e i loro protagonisti.

Una legge, che nell’iniziale fase di stesura, nell’ambito dei provvedimenti eccezionali da prendere prevedeva la deportazione dei condannati per i fatti di resistenza che avevano iniziato manifestarsi fin dal 1861, e di cui la rivolta di Bronte dell’agosto 1860 in Sicilia, aveva già rappresentato un significativo esempio.

Sin dall’inizio della campagna di Vittorio Emanuele II nel Sud, il governo di Torino ha trasferito i soldati borbonici prigionieri di guerra nelle isole del Tirreno o in zone remote dell’Italia settentrionale, e a mano a mano ha affiancato loro gli «sbandati» e i «camorristi». Nel 1861 il governo Ricasoli ha cominciato a pensare ad un progetto organico di deportazione di «briganti e manutengoli» in luoghi lontani dall’Italia, sull’esempio di quanto ha sempre fatto la Francia nella Guyana e in Madagascar; il successivo governo Rattazzi ha proseguito su quella strada, facendo sondaggi con i diplomatici portoghesi sulla possibilità di impiantare stabilimenti penali in Mozambico o nelle colonie portoghesi del Pacifico (Timor, Macao, Goa) e ha cercato di definire forme di compartecipazione italiana alla sovranità su territori non ancora completamente assoggettati da Lisbona; appena insediato, il governo Minghetti ha apprestato una fregata della Regia marina destinata a partire per i mari dell’Australia e studiare la praticabilità degli stabilimenti di deportazione, ma ha dovuto fermarsi per l’intervento di Napoleone III e dell’Inghilterra, preoccupati che l’istituzione di colonie penali fosse la copertura di un’ambizione espansionistica dell’Italia 9.

Cosa di cui questi ultimi due governi si intendevano assai, considerate sia la deportazione in Algeria dei rivoltosi del 1848 francese, proprio da parte di Napoleone III, che quella dei sottoproletari, ribelli irlandesi e donne di “malaffare” portate avanti dal Regno Unito verso l’Australia a partire dal progetto di colonizzazione inglese di quel continente iniziato nel 178710. Elemento che obbliga ancora una volta a riflettere come nei progetti legislativi e repressivi dei governi statali moderni repressione del dissenso, rimozione degli indesiderati e colonialismo siano portati costantemente avanti in parallelo. Fino agli attuali centri di detenzione per immigrati in Albania previsti dall’attuale governo Meloni che oltre ad allontanare gli stranieri indesiderati dal territorio nazionale rilancia virtualmente anche il progetto, in auge fin dalla Prima guerra mondiale e mai abbandonato del tutto, di controllare l’altra sponda del mare Adriatico proprio là dove questo si restringe maggiormente. Senza dimenticare come la legislazione anti-mafia sia sempre stata utilizzata anche al di fuori dei suoi presunti confini per colpire la dissidenza politica, con l’uso dell’articolo 41bis oppure, come si è tentato recentemente a Torino, di dichiarare comportamento mafioso il saluto portato da un corteo di militanti Pro-Pal ad una compagna detenuta agli arresti domiciliari (qui).

Queste le radici su cui poggiava i piedi la convocazione del primo congresso internazionale contro il terrorismo “anarchico” in uno Stato che della repressione popolare e della dissidenza armata aveva già fatto lunga esperienza, sia politico-legale che penale e militare, e a cui la ricca e dettagliata documentazione compresa nel saggio di Giuio Saletti porta un più che significativo contributo per la comprensione non soltanto della repressione della dissidenza anarchica e classista in tutte le sue forme politiche e organizzative, ma anche dei successivi passi intrapresi in direzione della repressione delle lotte sociali durante tutta la storia dello stato italiano fin dalla sua fondazione, passando per le leggi speciali del Fascismo e quelle antiterrorismo della prima repubblica insieme all’uso del 41bis, fino all’attualità politico-governativa odierna. Che con la Legge 9/6/2025 n.80, meglio nota come Decreto sicurezza, non ha fatto altro che continuare una tradizione repressiva che ha preceduto ed è continuata ben oltre il Fascismo storico.

Una continuità della percezione del pericolo, per l’ordine borghese, rappresentato dall’anarchismo e dalla lotta di classe che farà sì che intorno allo stesso o a ciò che si intende per esso, fin dal congresso del dicembre 1898, si vada:

concentrando, ritagliando e raffinando una ‘giurisdizione penale del nemico’ attraverso l’invenzione del delitto sociale (in realtà coincidente con il “delitto anarchico”) quale stabile e organico stato di eccezione che ingloba e va oltre il ‘duplice livello di legalità’– norme del fatto e della colpevolezza/norme del sospetto e della pericolosità – alla base degli ordinamenti penali sul finire del diciannovesimo secolo.
In questo quadro la conferenza di palazzo Corsini, generando una koinè giuridica continentale attraverso la certificazione dell’impoliticità del delitto anarchico, è appunto il tentativo, in una prospettiva nitida (seppure ancora ideale) di ‘universalismo penale’, di imporre su scala europea strumenti normativi e repressivi omogenei e comuni e istituzionalizzare una prima forma di cooperazione tra le polizie contro una minaccia percepita e pervicacemente agitata dalla borghesia d’ordine come il tangibile “danger international permanent” di quegli anni.
[Cosicché] Nel corso della seconda seduta plenaria all’unanimità passa la proposizione di principio, suggerita dall’ambasciatore russo, che «l’anarchisme n’a rien de commun avec la politique» e che pertanto non sarebbe stato trattato, in sede di conferenza, come una dottrina politica. Una decisione in qualche modo scontata, e tuttavia giuridicamente incisiva perché imprime esiti obbligati alla discussione decretando da subito che quello anarchico è delitto impolitico, assimilabile al reato comune e in quanto tale sottratto al favor rei (specie per ciò che riguarda il divieto di estradizione) riconosciuto dagli ordinamenti liberali ai reati politici. E dunque, quando a metà dicembre in seno alla sottocommissione si affronterà l’argomento, sarà agevole stabilire che l’atto anarchico sarebbe stato passibile d’estradizione se giudicato reato nel paese richiedente e in quello richiesto; che estradabili sarebbero stati anche i reati ‘satellite’ (quali la preparazione dell’atto anarchico e la fabbricazione di esplosivi, l’associazione organizzata, l’istigazione e l’apologia dell’atto anarchico); e che l’atto anarchico, per l’appunto, non sarebbe stato considerato delitto politico ai fini dell’estradizione11.

La conferenza di Roma sembra così porre le basi, almeno dal punto di vista teorico, di tutta la giurisdizione penale d’eccezione a livello internazionale fino ai nostri giorni e se precedentemente si è parlato della netta separazione avvenuta tra socialismo e anarchismo occorre qui ricordare che era di pochi anni prima la pubblicazione da parte del socialista positivista Cesare Lombroso del testo Gli anarchici (1894), in cui dall’iniziale collegamento tra dati antropometrici e pulsione alla violenza dei criminali comuni lo studioso aveva tratto indicazioni per studiare gli stessi effetti sui comportamenti dei militanti anarchici12. Contribuendo, anche solo indirettamente, a far sì che:

Il terreno sul quale la conferenza raggiunge intese significative è comunque quello delle misure amministrative e dell’attività di polizia, sul piano ad esempio del metodo antropometrico di identificazione dei criminali, al punto che si ritiene – non senza fondamento – che l’International Criminal Police Organization (ossia l’Interpol) «in several ways can be considered a descendant or at least a step-child of the Rome Conference». Su iniziativa tedesca, i delegati approveranno all’unanimità la proposta di istituire in ogni paese una ‘agenzia centrale’ alla quale affidare il compito di controllare in segreto gli anarchici agevolando lo scambio diretto di segnalazioni e informazioni13.

E anche se il testo finale della conferenza fu approvato ad referendum escludendo così impegni vincolanti per gli stati che vi avevano preso parte lasciando alla valutazione discrezionale di ciascun governo se e a quali proposte dare attuazione, la cosa non avrebbe impedito all’ammiraglio Canevaro di affermare, nel congedare i delegati: «Che anche se tutti gli scopi che alcuni di noi si erano prefissi non sono stati pienamente raggiunti, possiamo tuttavia ritenere che i nostri coscienziosi sforzi per il raggiungimento di un più adeguato ordinamento giuridico sono lontani dall’esser rimasti sterili»14,


  1. Per il clima politico generale in cui si svolse la conferenza si veda: U. Levra, Il colpo di stato della borghesia. La crisi politica di fine secolo in Italia 1896/1900, Feltrinelli, Milano 1977.  

  2. G. Saletti, Gli anarchici, la conferenza di Roma e il delitto sociale, introduzione a I verbali segreti della conferenza antianarchica. Il primo vertice internazionale contro il terrorismo (Roma, 1898), Edizioni Malamente, Urbino 2025, p. 17.  

  3. Ivi, p. 17.  

  4. Si veda in proposito: E. Quadrelli, György Lukács, un’eresia ortodossa introduzione a G. Lukács, Lenin, DeriveApprodi, Bologna 2025.  

  5. Come possiamo ricostruire a partire da una testimonianza inaspettata, quella di Camillo Olivetti, futuro fondatore dell’omonima industria eporediese, in una lettera alla moglie Luisa Revel di qualche anno successiva ai fatti: «Nel maggio ’98 andai a Milano con la ferma intenzione di prendere parte ad una rivoluzione. Stando a Ivrea avevo preveduto, molto meglio che gli uomini che eran sul sito, che qualche cosa doveva succedere. Io credevo che Turati, Rondoni e tanti altri, che per così dire eran a capo del partito, avrebbero saputo condurre le masse e instaurare un nuovo regime. […] A Milano non accadde nulla di quanto io prevedevo, almeno per parte dei capi che non capirono nulla e non seppero né frenare né comandare il movimento. Il risultato furono 500 ammazzati e migliaia di anni di galera distribuiti. Quella volta io la scampai bella! Visto che a Milano non vi era nulla da fare, me ne andai a Torino, ed ero tanto esaltato in quei giorni che se avessi potuto trovare un duecento uomini ben armati avrei cercato di suscitare una rivoluzione […] Dopo questa disillusione a poco a poco mi ritirai dalla vita politica» (C. Olivetti, Lettere Americane, Fondazione Adriano Olivetti, 1999).  

  6. Si veda in proposito: P. C. Masini, Eresie dell’Ottocento. Alle sorgenti laiche , umaniste e libertarie della democrazia italiana, Editoriale Nuova, Milano 1978.  

  7. G. de Martino, V. Simeoli, La polveriera d’Italia. Le origini del socialismo anarchico nel Regno di Napoli (1799-1877), Liguori editore, Napoli 2004, p.131.  

  8. G. Oliva, La prima guerra civile. Rivolte e repressioni nel Mezzogiorno dopo l’Unità, Mondadori Libri S.p.a., Milano 20255.  

  9. G. Oliva, La prima guerra civile, Mondadori, Milano 2025, pp. 33-34.  

  10. Si veda in proposito: R. Hughes, La riva fatale. L’epopea della fondazione dell’Australia, Adelphi Edizioni, Milano 1990.  

  11. G. Saletti, op.cit., pp.18-24.  

  12. Si veda in proposito: M. Bucciantini, Addio Lugano bella. Storie di ribelli, anarchici e lombrosiani, Giulio Einaudi Editore, Torino 2020.  

  13. G. Saletti, op. cit., p.25.  

  14. Cit. in G. Saletti, op. cit., p. 27 – traduzione a cura del recensore.  

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Una Storia di banditi, guerre e rivolte https://www.carmillaonline.com/2025/09/03/storie-di-banditi-di-guerre-e-di-rivolte/ Wed, 03 Sep 2025 20:00:23 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=90178 di Sandro Moiso

Raoul Dalmasso, Storia dei Quaranta. La verissima storia de li quaranta banditi di Amandola che se ne andarono a menar guerra al Turco, Edizioni Malamente, Urbino 2024, pp. 150, 14 euro

I banniti sono una moltitudine sulle montagne della Marca. Gente di ogni tipo, venuta fuori da ogni fosso, stamberga o villaggio e salita sui monti a protezione della propria vita. Alcuni di loro sono homini di mala sorta, di mestiere latroni e di vocazione homicidiarii. Molto più spesso sono solo gente minuta: senzaterra e quartifigli, scavatori di fossi e raccoglitori di sterco, erbaticanti e serpari. Sono [...]]]> di Sandro Moiso

Raoul Dalmasso, Storia dei Quaranta. La verissima storia de li quaranta banditi di Amandola che se ne andarono a menar guerra al Turco, Edizioni Malamente, Urbino 2024, pp. 150, 14 euro

I banniti sono una moltitudine sulle montagne della Marca. Gente di ogni tipo, venuta fuori da ogni fosso, stamberga o villaggio e salita sui monti a protezione della propria vita. Alcuni di loro sono homini di mala sorta, di mestiere latroni e di vocazione homicidiarii. Molto più spesso sono solo gente minuta: senzaterra e quartifigli, scavatori di fossi e raccoglitori di sterco, erbaticanti e serpari. Sono figli del popolo delle montagne che si sono fatti banditi perché lasciarsi morir di fame mentre il ricco mangia troppo è cosa insopportabile. (Raoul Dalmasso, Storia dei Quaranta)

Potrebbe essere di per sé un magnifico romanzo di avventura quello che l’autore finge di aver ricevuto dalle mani di un conoscente che l’avrebbe ritrovato fortunosamente tra antiche carte nascoste in una nicchia precedentemente murata. In realtà, però, il libro di Raoul Dalmasso, pubblicato nell’autunno dello scorso anno dalle edizioni Malamente di Urbino nella collana «Voci», costituisce un ottimo esempio di nuova Storia che sa far buon uso delle cronache tardo medievali quanto della scuola delle Annales, dell’opera di Fernand Braudel oppure delle ricerche di storia locale.

Come ci rivela, infatti, la ricca bibliografia contenuta nelle pagine finali l’autore (classe 1984), antropologo e ricercatore indipendente che vive nei luoghi in cui si svolge una parte non secondaria delle vicende narrate, ha saputo perfettamente ricollegare tra di loro i fattori soggettivi della Storia con quelli oggettivi, senza però mai tralasciare il punto di vista e l’azione ribelle delle classi soggette al dominio di classe. Sia che questo fosse esercitato da un papa e dai suoi sgherri dello Stato Pontificio quanto dalla Serenissima repubblica di Venezia oppure, ancora, dalle mire espansionistiche del Gran Turco, fuori e dentro i confini del suo sterminato impero.

Storia e non romanzo si diceva prima, perché l’abilità di Dalmasso consiste proprio nel sapere mescolare alto e basso della cultura e della società dell’epoca, mettendo a nudo tutti gli aspetti, spesso crudeli e disumani, che accompagnano concetti dati troppo spesso per scontati e universali, quali ad esempio quello di onore.
Un concetto che se per le classi abbienti e nobiliari ha un significato utile a garantirne censo, ruolo politico e sociale e, talvolta, la stessa possibilità di sopravvivenza, per la miriade degli umili, uomini e donne, soldati e contadini, schiavi e servi, spesso non rappresenta altro che una giustificazione per mandarli al massacro e al macello in nome di più alti ideali che certo non possono appartenere loro.

Soprattutto in occasione di guerre sanguinose come quelle che si svolsero per mare e per terra nel decennio narrato (1565- 1575) oppure ancora, e magari con ancor più foga, in quelli che stiamo vivendo in questo oscuro e drammatico inizio di XXI secolo. E anche se in qualche caso, come in quello di Marcantonio Bragadin orgoglioso e presuntuoso difensore veneziano di Famagosta, il prezzo dell’onore nobiliare può essere duramente pagato, saranno sempre gli ultimi, sia in veste di mercenari che di civili, a pagarne il costo più alto.

Così le vicende dei Quaranta banniti marchigiani di Amandola, che per sfuggire alle grinfie delle truppe papaline si trasformano in mercenari al soldo della Serenissima, si snodano a partire dall’Appennino umbro-marchigiano fino all’isola di Cipro e alla successiva schiavitù sulle galee turche o in torri che racchiudono inenarrabili sofferenze per i prigionieri senza valore (l’altra faccia della medaglia del sempre preteso onore) incrociando, però, anche la rivolta di altre popolazioni oppresse. Come nel caso dei Parici ciprioti, i servi della gleba e schiavi della nobiltà crociata di Cipro che rivestiranno un ruolo non secondario nella caduta di Nicosia e dell’isola di Cipro nelle mani degli Ottomani.

La nobiltà crociata di Cipro non esiste più. Il popolo dei campi non è sceso in guerra contro di loro, ma ha avuto la sua vendetta. I vecchi padroni sono devastati e perduti, i Parici sono liberi. E’ una vendetta che aspettano da generazioni, da quando i frengi hanno messo in schiavitù i loro avi. Dall’inizio dei tempi, per quanto quei miserabili possono saperne. Ora di padroni non ce ne sono più. Giacciono per le strade nei mucchi di cadaveri, insieme alla carcasse dei porci ammazzati dai Musulmani, oppure sono schiavi di Selim. Le vecchie matriarche sono state abbattute a bastonate, le contessine dalla pelle candida vendute ai bordelli, i giovanissimi eredi dei nobili casati scelti come eunuchi. […] E’ una gioia torbida, quella che riempie i contadini dell’isola, è una delizia oscena, è un orgasmo nero. Le catene sono rotte. Il Diavolo è morto1.

Ed è in questa descrizione dell’odio di classe, che ancora non sa di esser tale, che la cronaca di Dalmasso raggiunge i punti più alti, descrivendo sia le condizioni di origine di tali infiniti e giustificati odii che il quadro generale di un’epoca in cui l’espansionismo ottomano si scontra con quello veneziano. Anticipatore di un Occidente già stanco, allora come oggi, ma ancora in grado di contribuire a conflitti dolorosi in cui potrà al massimo raggiungere un compromesso con l’avversario. Nonostante vittorie solo apparentemente importanti come quella di Lepanto nel 1571.

Ma il problema più grande che agita la Serenissima è il fatto che non arrivano più le galee grosse da merchato che portano il grano per sfamare la città. Perché i Veneziani hanno danari come nessuno, sanno fare panni finissimi e sono maestri di far vetro, ma di grano non ne hanno e certamente panni e vetri no se magna. […] Non si può mica seminare l’acqua salza dei canali, quindi gran parte del pane che i Veneziani mangiano è fatto con grano coltivato nei domini del Sultano, da sempre. […] Oltretutto, nonostante la grande vittoria di Lepanto, l’isola di Cipro è ormai persa e il Sultano ha fatto costruire e armare la più grande flotta da guerra che abbia mai solcato i mari.
I pragmatici Veneziani sono costretti a piegarsi e a mostrare al mondo intero che alla bisogna anche il feroce leone di San Marco si lecca il buco del culo come un gatto qualunque: nel marzo dell’anno 1573 i Veneziani fanno quello che va fatto e la Repubblica firma un apace umiliante con la Sublime Porta. I Veneziani riconoscono Cipro come possedimento dell’Impero ottomano, cedono i loro possedimenti in Dalmatia e versano al Turco un tributo di guerra di trecentomila ducati. La guerra di Cipro è finita2.

Compromesso ben diverso da quelli che, più per necessità che per amore reciproco, potevano svilupparsi tra gli strati più poveri delle popolazioni dell’epoca. Spesso dando rifugio ai banniti, dopo che questi hanno saccheggiato le case e le proprietà dei ricchi e nobili signori.

I villici, infatti, li accolgono come fratelli carissimi e figliuoli diletti, anche perché i banditi portano con sé caciotte e presutti, sacchi di fave, pani neri e bianchi, olive e noci. Sono anni incerti e penuriosi per i montanari della Marca. Preti e Priori gareggiano per ingordigia e sono sempre più le bastonate che si abbattono sul groppone del Popolo dei monti. Se non fossero tornati i Quaranta così carichi di bottino, quell’anno, in molti si sarebbero trovati a mangiarsi tutte le pecore e tutta la sementa solo per restare scarsamente in vita. Invece quell’inverno i montanari di Amandola, i quali ospiterebbe lu Signor Diaulu in persona pe’ mezzo rubbiu de grà, danno rifugio ai quaranta banditi co’ lu core contentu3.

Ma anche perché, comunque, banniti da tutti li lochi, quei Quaranta, che non hanno vessilli né tamburri e trumpette, hanno condotto la loro spietata guerra tra le montagne contro i nemici comuni del popolo: «li preti fottuti, li maledetti Priori e quelli cagnacci bastardi de li birri loro»4.

E’ una nuova storiografia quella messa in campo da Dalmasso, in cui l’utilizzo delle fonti, passate e contemporanee, non svolge il ruolo di obiettiva ed accademica ricostruzione dei fatti oppure, come troppo spesso accade ancora in ambito storico forse a causa dei troppi ricercatori che mirano soprattutto ad acquisire un posto nelle file della docenza universitaria, per giustificare minuziosamente un’opinione o un’interpretazione attraverso il linguaggio dell’accademia. No, qui si mette in campo la soggettività degli ultimi, al di là degli schemi ideologici che rischiano sempre e comunque di far dipendere la comprensione dei fatti materiali e concreti da quadri ideali di riferimento che finiscono col ridurli a corollari di piani interpretativi filosofici e politici che non hanno nulla a vedere con l’effettivo svolgimento delle rivolte.

Una nuova Storia che si appropria della lingua passata per annunciare il futuro e non per mostrare soltanto la pedanteria o l’erudizione dell’autore, perché una nuova storiografia militante avrà bisogno di scelte coraggiose e linguaggi nuovi, così come per Galileo Galilei il volgare fu necessario per il suo Saggiatore (1623) che annunciava la nascita di una nuova scienza che nel latino non avrebbe potuto trovare altro che impedimenti che occorreva defalcare con un taglio netto e preciso, come si è già detto qui nel recente passato e che il testo delle edizioni Malamente non fa altro che confermare. Magnificamente.


  1. R. Dalmasso, Storia dei Quaranta. La verissima storia de li quaranta banditi di Amandola che se ne andarono a menar guerra al Turco, Edizioni Malamente, Urbino 2024, p. 76.  

  2. Ivi, p.128.  

  3. Ibidem, p. 24.  

  4. p. 18.  

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A morte il Grande Fratello. Pensare al futuro e ai suoi pericoli https://www.carmillaonline.com/2022/12/14/a-morte-il-grande-fratello-pensare-al-futuro-e-ai-suoi-pericoli/ Wed, 14 Dec 2022 06:00:33 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=75036 di Domenico Gallo

Ombre del futuro è un’enciclopedia della distopia che va al di là della fantascienza e delle mode più recenti, dimostrando quanto fosse radicata nella letteratura la capacità di descrivere le forme del pensiero autoritario e poi totalitario. Mondi di regole, paure, obbedienze, poteri capaci di insinuarsi nella testa, dove si formano i pensieri. 82 romanzi, di cui molti poco conosciuti, che sono in attesa di essere letti e riletti per insinuare dubbi e indebolire le distopie che viviamo qui e ora.

Marco Sommariva, Ombre del [...]]]> di Domenico Gallo

Ombre del futuro è un’enciclopedia della distopia che va al di là della fantascienza e delle mode più recenti, dimostrando quanto fosse radicata nella letteratura la capacità di descrivere le forme del pensiero autoritario e poi totalitario. Mondi di regole, paure, obbedienze, poteri capaci di insinuarsi nella testa, dove si formano i pensieri. 82 romanzi, di cui molti poco conosciuti, che sono in attesa di essere letti e riletti per insinuare dubbi e indebolire le distopie che viviamo qui e ora.

Marco Sommariva, Ombre del futuro. Viaggio nella letteratura distopica. Edizioni Malamente, pp. 702, euro 24,00

 

Lo scrittore uruguayano Eduardo Galeano, interrogato su cosa fosse l’utopia, pronunciò queste parole destinate a diventare famose. “Lei è all’orizzonte. Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l’orizzonte si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare”[1]. Un concetto simile, questo di intendere l’utopia come qualcosa che si allontana da noi man mano che raggiungiamo l’obiettivo che ci siamo dati, lo ritroviamo anche ne Le città invisibili di Italo Calvino. “Se ti dico che la città cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla. Forse mentre noi parliamo sta affiorando sparsa entro i confini del tuo impero; puoi rintracciarla, ma a quel modo che t’ho detto.”[2]        Di questa mobilità, di questo sfuggire che ricorda la nota che conclude il romanzo di Antonio Tabucchi Il filo dell’orizzonte, che, “di fatto, è un luogo geometrico, perché si sposta mentre noi ci spostiamo”[3], Darko Suvin, il più importante studioso mondiale della fantascienza, ha dato una lettura dell’utopia come genere letterario che non si può evitare di affrontare quando si pensa a questo tipo di immaginazione politica e si discute su di lei. Il punto di partenza è la reinterpretazione proposta da Ernst Bloch del termine utopia, negandone l’impossibilità e individuandola come un percorso verso un obiettivo certo non immediato ma teoricamente raggiungibile, ovvero un “qualsiasi superamento dei confini presentatisi all’uomo” [4], e, nell’accezione di Karl Manheim, ancora nel testo di Suvin, “ogni orientamento che trascenda la realtà e spezzi i limiti dell’ordine esistente”. Pur tenendo conto della limitatezza delle citazioni, l’elemento dinamico e l’incessante lavoro di ridefinizione dei contenuti sono al centro della tensione verso l’utopia, sia come superamento delle condizioni socio-politiche esistenti, sia come metodologia del sapere ed essere politico. Lo studio di Suvin è rivolto all’utopia come genere letterario, tuttavia la fitta dialettica tra la lotta politica e la letteratura, e la potente battaglia che oggi si combatte contro il capitalismo proprio sul terreno dell’immaginario, giustifica anche l’appropriazione di strumenti e metodi sviluppati all’interno della critica letteraria per calarli tra gli strumenti di lotta di chi vuole una vita migliore. In Italia dobbiamo ad Antonio Caronia e Valerio Evangelisti, un filosofo e un narratore di fantascienza, la lezione che l’immaginario è diventato il più importante “luogo produttivo” del capitalismo contemporaneo, dove si crea profitto e, nello stesso momento, controllo e consenso al sistema economico mondiale e al suo modello di sfruttamento delle persone e del pianeta. In questo modello, alla tradizionale produzione e consumo dei mezzi materiali, così magistralmente descritti in maniera epica da Émile Zola in Germinal (1885), si è affiancato un enorme meccanismo di assoggettamento che, attraverso le tecnologie della comunicazione, ha connesso ogni individuo della Terra a un complesso sistema narrativo a cui ognuno collabora condividendo il proprio immaginario con gli altri utenti delle piattaforme. Se oggi al profitto ingiustamente accumulato da chi domina le filiere mondiali dei beni materiali, si affianca chi accumula i profitti generati dallo sfruttamento dei beni immateriali, costituendo in realtà un unico sistema di sfruttamento interdipendente, allora le nuove forme di liberazione, oltre allo scontro sui salari, sulla sicurezza e sulla nocività del lavoro, si devono alleare in una guerra civile di lunga durata per la conquista dell’immaginario e delle sue forme espressive. Questo perché, e le classi dirigenti lo hanno compreso molto bene, se si vuole distruggere questa società bisogna pensarne un’altra, e il pensiero è progressivamente diventato l’oggetto più importante da conquistare per difendere i privilegi dei pochi.

Le critiche rivolte alle utopie si distinguono in due filoni, quelle che ritengono le impossibili da realizzarsi (e quindi è inutile qualsiasi sforzo dedicato al cambiamento delle società in cui abbiamo vissuto), che è una narrazione costante e divenuta dominante durante il riflusso degli anni Ottanta, oppure che mascherano in sé o si evolvono inevitabilmente in una negazione della libertà (e quindi sono utopie negative, distopie), che è il tema classico della critica liberale e individualistica. Le prime utopie a carattere religioso erano isole o città lontane, comunque costruzioni terrestri e quindi realizzabili, che ritengono di raggiungere il massimo livello di giustizia attraverso un sistema di regole molto rigido e condiviso. Adeguarsi a questo sistema, fino al punto di modificare le proprie pulsioni e aspettative individuali, è stato visto dal pensiero liberale come una forma di tirannia talmente grave da ribaltare l’utopia nel suo contrario, almeno nella tradizione europea. Ma è la macchina (prima a vapore, poi elettrica) a creare una profonda separazione tra la tradizione hobbesiana e la visione positivista che si sviluppa negli Stati Uniti. L’Inghilterra è la nazione in cui per prima esplode l’odio popolare contro le macchine. A partire dal 1811 la furia luddista esplode a Nottingham, quando vengono distrutti decine di telai da parte di lavoratori tessili. Il capo della rivolta è considerato Ned Ludd, forse un personaggio inesistente che veniva affiancato a Robin Hood, e la rabbia dei lavoratori si diffonde violenta per sparire e riapparire con azioni armate, sabotaggi e incendi per almeno vent’anni. La visione di quella classe operaia individuava nella meccanizzazione un modello antagonista a quello umano e destinato a ridurre assunzioni e sottrarre salario, e non la prospettiva di alleviare i lavoratori dai lavori faticosi, e aumentare la produzione con il conseguente aumento i salari. La contrapposizione lavoratore-macchina rimane centrale nell’elaborazione politica europea. La critica espressa da Marx ed Engels verso le rivolte luddiste è limitata allo spontaneismo del movimento e alla mancanza di una critica radicale verso il sistema di classe, all’accettazione del ruolo subalterno dei lavoratori, intrinsecamente dipendenti dai padroni, ma condividono la visione estremamente negativa della macchina come strumento di sfruttamento unilaterale del padrone. In “Macchine. Impiego delle forze naturali e della scienza”, il testo tratto dal Quaderno V della collezione di manoscritti agosto 1861 – giugno 1863, riscoperto in Italia alla fine degli anni Settanta, e che costituisce la base del capitolo sulle macchine del primo libro de Il Capitale, afferma che “l’introduzione delle macchine nel quadro della produzione capitalista non ha affatto lo scopo di alleviare e ridurre la fatica quotidiana dell’operaio”, né di ridurre il suo orario di lavoro, ma di innescare un processo di indebolimento della classe operaia attraverso la despecializzazione dei lavoratori, il lavoro minorile e quello delle donne consentito dall’introduzione delle macchine e dalla conseguente semplificazione delle fasi del lavoro. Ancora nel “Frammento sulle macchine” proveniente dai Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica, Marx descrive come “il mezzo di lavoro percorre diverse metamorfosi, di cui l’ultima è la macchina, o, piuttosto, un sistema automatico di macchine”[5]. In questo processo, che si è evoluto fino all’odierna invasività del cyborg, dove lavoratore e macchina sono fusi in un unico oggetto produttivo, la macchina non è lo strumento di lavoro dell’operaio, ma progressivamente diventa potere estraneo e ambiguo che sottomette la volontà operaia, limitandone lo spazio di azione e autonomia e frustrandone la creatività. La macchina del tempo di Herbert George Welles, romanzo che introduce il viaggio nel tempo, ma che, contemporaneamente, apre uno squarcio sull’evoluzione del capitalismo e della classe operaia, rappresenta l’entrata diretta della fantascienza all’interno del dibattito politico più radicale. La profonda ambiguità dell’estrapolazione wellsiana si colloca proprio nella dialettica utopia-distopia. Prima la descrizione del mondo degli Eloi, gli eredi della classe dirigente, con la riproposizione della città-giardino, l’apparente mancanza di proprietà privata e il prevalere della vita sociale, l’abbondanza e la bellezza degli abitanti (per quanto instupiditi), poi la scoperta dei Morlock, le ripugnanti creature notturne che si cibano degli Eloi, evoluzione darwiniana estrema della classe operaia, ridotti a mostri costretti a vivere nelle fabbriche sotterranee. Sebbene nel romanzo gli Eloi si rivelano anche essere una sorta di bestiame a disposizione dei Morlock, in una sorta di ribaltamento rivoluzionario, è evidente che il monito di Wells è centrato sulla critica a quella società che ha indotto nei Morlock la mutazione fino a sfigurarli a causa delle condizioni di lavoro e dell’imbarbarimento della vita di fabbrica e nella povertà endemica dei quartieri operai. Sebbene collocato dall’altra parte della Manica, è ancora quella di Germinal l’immagine consapevole dei lavoratori dell’epoca, quella che costituisce un immenso immaginario capace di rinforzare le lotte di un intero continente.

La società statunitense, invece, mostra un approccio molto differente riguardo alle conseguenze sociali e politiche dell’introduzione nel mondo del lavoro di macchine molto complesse. Come nella cultura europea, è chiaro che il progressivo perfezionamento delle tecnologie richiede l’adattamento della classe operaia al sistema di regole e orari necessario ai nuovi mondi macchinici, ma questo sistema di dominio è destinato a estendersi sistematicamente fuori dalle fabbriche e a riconfigurare il mondo intero e il tempo di vita offrendo al potere la possibilità di estendere il disciplinamento scientifico del lavoro all’intera esistenza umana. Le distopie che leggiamo, spesso concentrate sulla sofferenza dell’uomo liberale privato della propria libertà, in prima misura personale e solo secondariamente collettiva, sono la rappresentazione letteraria di una società configurata con le regole della fabbrica che nuove tecnologie rendono possibili e sempre più efficaci. Anzi le nuove tecnologie sembrano offrire un ulteriore livello di disciplinamento. Marshall McLuhan nel saggio Gli strumenti del comunicare aveva scritto: “Dopo oltre un secolo di impiego tecnologico dell’elettricità, abbiamo esteso il nostro sistema nervoso centrale in un abbraccio globale che, almeno per quanto concerne il nostro pianeta, abolisce tanto il tempo quanto lo spazio. Ci stiamo avvicinando rapidamente alla fase finale dell’estensione dell’uomo: quella in cui attraverso la simulazione tecnologica, il processo creativo di conoscenza verrà collettivamente esteso all’intera società umana, proprio come tramite i vari media abbiamo esteso i nostri sensi e i nostri nervi.”[6] La visione rigorosamente antropologica e funzionale di McLuhan neppure sfiora la dimensione politica e le logiche di potere che la diffusione novecentesca delle tecnologie è in grado di attuare, semplicemente ne osserva l’evoluzione evitando di riflettere sulla riconfigurazione che dei corpi e delle loro menti che un tale “ambiente” richiede. Un esempio per tutti ce lo offre il capolavoro di Alan Parker, il film distopico The Wall (1982), che riprende il filo narrativo dell’omonimo album dei Pink Floyd. Una misteriosa macchina didattica collegata a una catena di montaggio trasforma i giovani inglesi prima in studenti senza volto e poi in carne tritata. Sono, insomma, i nuovi Morlock.

Autori statunitensi come David F. Noble, Howard P. Segal e Jeremy Rifkin leggono con attenzione il rapporto tra sogno americano, tecnologia e utopia. Senza negare l’esistenza di visioni antitecnologiche di natura religiosa e conservatrice, legate alla tradizione quacchera e caratterizzante gli immensi territori extraurbani, la migrazione del pensiero utopista europeo negli Stati Uniti incontra spazi quasi infiniti e una forte realtà di autogoverno del mondo contadino. Rifkin scrive nel suo classico La fine del lavoro: “In questi spazi fantasmagorici l’America, e soprattutto gli Stati Uniti, occupano un posto d’onore: dal vangelo del profitto alla conquista di nuove frontiere, dalle corse all’oro (…) alla scalata degli spazi (il continente, la terra, il cosmo), il sogno è il sacro nutrimento del popolo americano, la transustanziazione della sua pratica storica, mentre per gli europei è l’allegoria”[7]. Inoltre, con il concludersi della colonizzazione della Terra e il restringersi, fino a sparire, delle zone inesplorate, comporta che le città utopiche sorte in luoghi ancora sconosciuti si debbano trasformare in città future. È questo il passaggio chiave che porta queste teorizzazioni dal trattato etico e morale della tradizione utopistica alla fantascienza, genere che è nato proprio con il progetto di raccontare l’impatto tra nuove tecnologie e umanità. Non dimentichiamo che il socialismo, a partire dalla laicizzazione dell’escatologia cristiana, pone la possibilità di determinare la forma sociale del futuro come una forma di organizzazione più equa trasferendo le proprietà dai capitalisti alla classe operaia, mentre l’utopismo statunitense sostiene che il lavoro delle macchine avrebbe sostituito quello operaio, descrivendo “un futuro nel quale le macchine avrebbero sostituito la manodopera, creando una società senza lavoro, di abbondanza e divertimento” (J. Rifkin). Il testo più importante di questa tradizione è Guardando indietro di Edward Bellamy, pubblicato nel 1888.  Julian West, il protagonista del romanzo, a seguito di una seduta di ipnosi, si ritrova nella Boston dell’anno 2000. Il sistema economico del futuro è il capitalismo di stato controllato da un esecutivo tecnico-politico che governa i mezzi di produzione e divide equamente il profitto tra tutti i cittadini. Un’organizzazione chiamata Esercito Industriale ha il compito operativo di attribuire le mansioni ai cittadini e distribuire le merci che sono in visione in enormi magazzini e consegnate direttamente nelle abitazioni attraverso un sistema capillare di posta pneumatica. Ogni cittadino ha ricevuto una formazione universitaria e deve lavorare fino a quarantacinque anni. Musica e libri sono disponibili gratuitamente.

A partire dall’enorme successo del libro di Bellamy, negli Stati Uniti si sviluppa una cultura utopistica che vede nella tecnologia pubblica la chiave per eliminare la fatica, la ripetitività e il rischio dal lavoro, per elevare socialmente la classe dei lavoratori ed eliminare il parassitismo delle classi dirigenti, arricchitesi generazione dopo generazione all’interno di un sistema di privilegi. E sarà proprio la prima fantascienza, quella delle riviste popolari chiamate pulp, a teorizzare la scomparsa delle nazioni e lo svilupparsi di uno stato mondiale gestito da un’unica classe tecnica, stabilire la parità tra i sessi e disegnare nuove forme delle città. Tuttavia, in Europa, a partire dalla Prima Guerra Mondiale, diventa evidente che al progredire delle tecnologie corrisponde una maggiore capacità distruttiva e un rafforzamento dei poteri elitari. Non è solo il rischio paventato da Marx di un’applicazione della legge del profitto che condanni i lavoratori a produrre di più, lavorando sempre più ore e senza un aumento della paga, ma una trasformazione antropologica del potere. La moda frivola che negli ultimi tempi ha colpito il termine distopico, diventato di uso comune e utilizzato con un senso improprio, sta tentando di alterarne l’ambito squisitamente politico, ma il suo significato rimane, ovvero il fallimento dell’utopia e l’instaurarsi dello stato totalitario.

I motivi per cui le utopie si trasformano in distopie sono sostanzialmente due: l’utopia parziale e l’utopia statica. Le utopie parziali sono quelle che costruiscono società egualitarie e felici, ma delimitate, coinvolgono solo specifici territori o tipologie di abitanti. Anzi spesso occultano sfruttamenti esterni crudeli e violenti. Un esempio lo possiamo trovare nel mondo descritto dalla serie portoghese 3% (2016), ideata da Pedro Aguilera, dove un’idilliaca isola tropicale è la sede di una microsocietà ecologica chiamata Offshore, in cui regnano l’abbondanza, la raffinatezza e l’eguaglianza tra gli abitanti. Tuttavia quel benessere è garantito dall’assoluta povertà di una terra desolata e povera, senz’acqua e cibo, abbandonata alla violenza, l’Entroterra. La scelta dei fondatori di questa colonia utopica è di rendere sterili gli abitanti e di garantirsi il ricambio generazionale attraverso una selezione a cui sono posti annualmente i giovani dell’Entroterra. I migliori abbandoneranno i quartieri degradati dell’Entroterra, per entrare a fare parte dell’élite, i perdenti trascorreranno la loro esistenza nella miseria accuratamente pianificata. In qualche modo 3% ripropone il tema dell’utopia dei pochi che era alla base del film Zardoz (1974), diretto da John Boorman, dove in un mondo regredito e selvaggio garantisce il cibo agli abitanti del Vortex, una città tecnologica e chiusa da una cupola in cui i privilegiati abitanti sono indifferenti alle sofferenze che patiscono coloro che sono tenuti fuori. In generale, sul modello de La macchina del tempo di Wells, gli abitanti di queste utopie parziali e privilegiate sono gli eredi delle classi dirigenti che, grazie alle risorse che hanno espropriato e sottratto alle comunità, sono in grado di allontanarsi e fuggire da un mondo diventato, a causa loro, inospitale, sovrappopolato e violento. Non è un caso che storicamente lo stesso fascismo tedesco, il nazismo, abbia a più riprese evocato componenti utopiche da riservarsi ai soli ariani, sia nella progettazione delle città affidata all’architetto Albert Speer sia ai frequenti richiami della propaganda che ostentava la ricerca della felicità per i tedeschi. Non serve specificare quanto questo utopismo fosse patologico e progettato su una piramide razziale che riservava la possibilità di accedervi solo a chi poteva vantare il necessario livello di purezza. Agli altri toccava subire discriminazione, terrore e schiavitù. Infatti, liquidate le prime esperienze utopiche tipiche di un mondo ancora inesplorato, l’utopia, se vuole evitare la caduta distopica, non può che richiedere l’universalità dei suoi principi su tutto il pianeta.

La discussione dell’utopia statica ci riporta invece alle considerazioni dell’inizio, alla necessità di porre in discussione costantemente il sistema di regole su cui una società si basa. A capire che sistemi di regole resisi necessari nelle emergenze devono essere abbandonati e ridiscussi appena possibile. Sicuramente il modello storico di riferimento è quello dell’involuzione della Rivoluzione Bolscevica, un fattore che non si limita necessariamente ai soli anni di Stalin, ma che affonda le sue origini nel periodo della guerra civile, nella gestione delle emergenze, nell’instaurarsi di nuove discipline, nella militarizzazione della classe operaia. Oggi possiamo scorgere, alla distanza di un secolo, quanto l’esperienza bolscevica sia stata influenzata dai fattori di aggressività esterna che hanno consentito il prevalere delle componenti più autoritarie, intrinsecamente più adatte a gestire la guerra, sacrificando gli aspetti di partecipazione dal basso, di diffusione della libertà e di autogestione. Senza dimenticare la miseria, la condizione di schiavitù, la precarietà e la mancanza di ogni diritto in cui versavano da secoli le popolazioni della Russia, della Cina, della Cambogia, del Vietnam e di ogni nazione in cui siano avvenute rivoluzioni che hanno sovvertito le strutture di classe per imporre regimi autoritari, è evidente che il trauma europeo è quello della rivoluzione tradita, la delusione di un evento da cui, soprattutto gli intellettuali, si aspettavano molto di più della proletarizzazione dell’intera società. Nella raccolta di Marco Sommariva sono molti i romanzi che rileggono l’involuzione rivoluzionaria, da Noi di Evgenij Zamjatin a R.U.R. di Karel Čapek, per approdare a 1984 di George Orwell, il romanzo che più di tutti crea il canone della distopia, definendone le funzioni e il suo registro etico. Non è un caso che la società di 1984 sia caratterizzata da una guerra continua in cui i tre grandi stati alternano le loro alleanze, ma il conflitto che conta è quello interno, quello del Socing, il socialismo inglese, contro la sua stessa società. E per vincere la guerra interna, c’è bisogno di una guerra esterna che giustifichi sacrifici, riduzione della libertà, stato di emergenza e coprifuoco. In questo modo Orwell riporta la sua Gran Bretagna alla situazione dell’Unione Sovietica staliniana, accerchiata dalle potenze mondiali, ma concentrata sull’istituzione di un forte biopotere. Giulia, la protagonista femminile di 1984, infatti dubita che la guerra esterna esista veramente: “Julia lo lasciò di stucco affermando con noncuranza che secondo lei questa guerra non esisteva. Le bombe-razzo che cadevano tutti i giorni su Londra erano probabilmente sganciate dallo stesso governo di Oceania, «per mantenere la gente nella paura»”. È dunque una società oppressiva per consentire alle strutture di oppressione il mantenimento del loro potere, un potere che dipende da quelle particolari condizioni di instabilità e che finirebbe se si realizzasse il socialismo libertario che Orwell non ha mai mancato di seguire. Non è un caso che in 1984, in più punti, ci si riferisca ai prolet come l’unica possibilità per uscire dall’oppressione del Partito, e non a una classe intellettuale o borghese per ristabilire quelle libertà assolutamente individuali a cui si richiama costantemente uno scrittore come Anthony Burgess, pessimista e incapace di concepire società con un’aspirazione collettiva. Per Orwell, invece, si doveva riprendere faticosamente la strada della libertà globale, della lotta alla superstizione e al dogmatismo politico, del coinvolgimento degli strati più bassi della popolazione nella gestione del potere, come era stato in Spagna per un breve periodo. Dunque l’utopia deve essere dinamica o muore, non devono esserci obiettivi raggiunti da difendere in eterno, affidando a nuove élite poliziesche il compito di reprimere ogni critica di quel sistema. Ma Eduardo Galeano lo ha detto, utopia è camminare e la distopia è fermarsi.

[1] Eduardo Galeano, Parole in cammino, Milano, Sperling & Kupfer, 2006.

[2] Italo Calvino, Le città invisibili, 1972, Milano, Mondadori, 2016.

[3] Antonio Tabucchi, Il filo dell’orizzonte, 1986, Milano, Feltrinelli, 2014.

[4] Darko Suvin, Le metamorfosi della fantascienza, 1979, Bologna, Il Mulino, 1985

[5] Karl Marx, “Frammento sulle macchine”, in «Quaderni Rossi» n. 4, Roma, Nuove Edizioni Operaie, 1964

[6] Marshall McLuhan, Gli strumenti del comunicare, 1964, Milano, Saggiatore, 2015.

[7] Jeremy Rifkin, La fine del lavoro, 1995, Milano, Mondadori, 2002.

Dalla prefazione del volume Ombre dal futuro.

 

Prefazione. A morte il Grande Fratello di Domenico Gallo

1. La Terra Australe di Gabriel de Foigny (1676)
2. I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift (1726)
3. L’ultimo uomo di Mary Shelley (1826)
4. Tempi difficili di Charles Dickens (1854)
5. Erewhon di Samuel Butler (1872)
6. I cinquecento milioni della Bégum di Jules Verne (1879)
7. La terra delle tenebre di Margaret Oliphant (1888)
8. Un racconto del XX secolo di Ignatius Donnelly (1890)
9. La macchina del tempo di Herbert George Wells (1895)
10. Il risveglio del dormiente di Herbert George Wells (1899)
11. Le meraviglie del Duemila di Emilio Salgari (1907)
12. Il tallone di ferro di Jack London (1907)
13. Il padrone del mondo di Robert Hugh Benson (1907)
14. L’altra parte di Alfred Kubin (1908)
15. Guerra alla Cina. L’inaudita invasione di Jack London (1910)
16. La principessa delle rose di Luigi Motta (1911)
17. La peste scarlatta di Jack London (1912)
18. L’osteria volante di Gilbert K. Chesterton (1914)
19. R.U.R. Rossum’s Universal Robots di Karel Čapek (1921)
20. Noi di Evgenij Zamjatin (1924)
21. Metropolis di Thea von Harbou (1925)
22. Blocchi di Ferdinand Bordewijk (1931)
23. Il mondo nuovo di Aldous Huxley (1932)
24. Da noi non può succedere di Sinclair Lewis (1935)
25. La notte della svastica di Katharine Burdekin (1937)
26. Il mal bianco di Karel Čapek (1937)
27. L’uomo è forte di Corrado Alvaro (1938)
28. Antifona di Ayn Rand (1938)
29. Schiavi degli invisibili di Eric Frank Russell (1939)
30. L’invenzione di Morel di Adolfo Bioy Casares (1940)
31. Kallocaina di Karin Boye (1940)
32. Buio a mezzogiorno di Arthur Koestler (1940)
33. La fattoria degli animali di George Orwell (1945)
34. Un mondo sinistro di Vladimir Nabokov (1947)
35. La peste di Albert Camus (1947)
36. 1984 di George Orwell (1949)
37. Piano meccanico di Kurt Vonnegut (1952)
38. Il richiamo del corno di Sarban (1952)
39. I mercanti dello Spazio di Frederik Pohl e Cyril M. Kornbluth (1953)
40. Abissi d’acciaio di Isaac Asimov (1953)
41. Fahrenheit 451 di Ray Bradbury (1953)
42. Il signore delle mosche di William Golding (1954)
43. Io sono leggenda di Richard Matheson (1954)
44. Belmoro di Corrado Alvaro (1957)
45. Giustizia facciale di Leslie Poles Hartley (1960)
46. Ritorno dall’universo di Stanislaw Lem (1961)
47. Arancia meccanica di Anthony Burgess (1962)
48. L’isola di Aldous Huxley (1962)
49. Il seme inquieto di Anthony Burgess (1962)
50. Storie naturali di Primo Levi (1966)
51. L’epidemia di Per Wahlöö (1968)
52. Ma gli androidi sognano pecore elettriche? di Philip K. Dick (1968)
53. Diario della Guerra al Maiale di Adolfo Bioy Casares (1969)
54. Epepe di Ferenc Karinthy (1970)
55. Vizio di forma di Primo Levi (1971)
56. Il gregge alza la testa di John Brunner (1972)
57. L’uomo che voleva essere colpevole di Henrik Stangerup (1973)
58. Lo smeraldo di Mario Soldati (1974)
59. I viaggiatori della sera di Umberto Simonetta (1976)
60. Dissipatio H.G. di Guido Morselli (1977)
61. 1984 e 1985 di Anthony Burgess (1978)
62. L’ombra dello scorpione di Stephen King (1978)
63. Il pianeta irritabile di Paolo Volponi (1978)
64. Futuro in trance di Walter Tevis (1980)
65. Neuromante di William Gibson (1984)
66. Gli Antimercanti dello Spazio di Frederik Pohl (1984)
67. Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood (1985)
68. L’incarico di Friedrich Dürrenmatt (1986)
69. La parabola del seminatore di Octavia E. Butler (1993)
70. Cecità di José Saramago (1995)
71. Non lasciarmi di Kazuo Ishiguro (2005)
72. La scuola dei disoccupati di Joachim Zelter (2006)
73. La strada di Cormac McCarthy (2006)
74. Utopia di Ahmed Khaled Tawfiq (2011)
75. Il Cerchio di Dave Eggers (2013)
76. Il condominio di Via della Notte di Maria Attanasio (2013)
77. Sottomissione di Michel Houellebecq (2015)
78. Qualcosa, là fuori di Bruno Arpaia (2016)
79. Orologi rossi di Leni Zumas (2018)
80. Il muro di John Lanchester (2019)
81. Avrai i miei occhi di Nicoletta Vallorani (2020)
82. Melma rosa di Fernanda Trías (2022)

Postfazione. La distopia oggi di Marco Piracci

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