ecologia – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 11 Jun 2026 19:53:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Il reale delle/nelle immagini. Il manifestarsi della tossicità capitalista nella fotografia https://www.carmillaonline.com/2026/05/31/il-reale-delle-nelle-immagini-il-manifestarsi-della-tossicita-capitalista-nella-fotografia/ Sun, 31 May 2026 20:00:52 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94045 di Gioacchino Toni

Sara Benaglia, Immagini infestate. Ecologie tossiche della fotografia, Mimesis, Milano-Udine, 2026, pp. 116, € 15.00

«Immagini infestate è un’indagine storica, speculativa, poetica. Scava tra le scorie dell’atto fotografico: estrazione industriale, colonialismo chimico, spettri ibridati nella materia analogica. […] La fotografia è una rovina lucente. Una macchina che imprime, consuma e lascia dietro di sé solo resti. Senza lavoro coatto, senza violenza geologica del capitalismo, nessuna luce sarebbe mai stata impressa su carta. L’immagine non documenta: persiste. Sopravvive come scarto ideologico, come traccia necrotica, come reliquia di un’ecologia collassata» (pp. 7-8). Così Sara Benaglia presenta lo sguardo critico con cui [...]]]> di Gioacchino Toni

Sara Benaglia, Immagini infestate. Ecologie tossiche della fotografia, Mimesis, Milano-Udine, 2026, pp. 116, € 15.00

«Immagini infestate è un’indagine storica, speculativa, poetica. Scava tra le scorie dell’atto fotografico: estrazione industriale, colonialismo chimico, spettri ibridati nella materia analogica. […] La fotografia è una rovina lucente. Una macchina che imprime, consuma e lascia dietro di sé solo resti. Senza lavoro coatto, senza violenza geologica del capitalismo, nessuna luce sarebbe mai stata impressa su carta. L’immagine non documenta: persiste. Sopravvive come scarto ideologico, come traccia necrotica, come reliquia di un’ecologia collassata» (pp. 7-8). Così Sara Benaglia presenta lo sguardo critico con cui guarda alle fotografie riconsocendo loro, alla materia di cui sono fatte, un livello di agentività che contraddice le pretese di unicità autoriale umana.

Il ragionamento proposto dall’autrice prende il via dalla constatazione della naturale trasformazione che subisce nel tempo l’immagine fotografica, del suo sottrarsi all’idea che la vuole strumento in grado di fissare per l’eternità un istante mantenendosi, al contempo, inalterabile. Benaglia invita a non guardare all’infiorescenza che compare con il tempo sulla sua superficie fotografica come a un semplice deterioramento, ma come a una manifestazione di un processo vitale in atto. «L’immagine non si sta spegnendo, si sta riaccendendo in un registro distinto» (p. 11), non si adegua al ruolo di mero deposito di significato umano, autoriale e spettatoriale, ma manifesta le sue potenzialità di generare autonomamente significati infrangendo le pretese di congelamento a documento del realismo capitalista che la vorrebbe documento inerte.

Riconoscere l’agentività dell’immagine fotografica, sostiene Benaglia, significa ripensare il concetto di autorialità abbandonando le pretese di esclusività umana per contemplare la presenza di un creatività non-umana. «Ciò che chiamiamo “autorialità”» scrive l’autrice, «è una struttura mitologica, un apparato normativo costruito per congelare la creazione dentro una griglia di nomi, proprietà, intenzioni. Ma la materia si muove» (p. 21) e, nel muoversi, mostra la natura spettrale del castello giuridico autoriale, insinuando «l’idea disturbante di un diritto (d’autore) multiagentee: non più costruito attorno a un io centrale, ma distribuito tra materia, codice e tempo» (p. 22).

Tanto l’immagine analogica, «costellazione chimica che scaturisce dalla terra e si imprime sulla pellicola», quanto quella digitale, derivata da «materie rare, estratte dal cuore oscuro del pianeta, che alimentano lo splendore immateriale dei pixel», sottolinea Benaglia, «sono epistemologie connesse, visioni del mondo inscritte nella materia. L’analogico sussurra attraverso il decadimento, la corrosione, l’imperfezione. Il digitale simula purezza, ma è anch’esso fondato su una filiera di estrazione invisibile, che lega ogni schermo a un paesaggio devastato» (p. 35). In entrambi i casi, continua l’autrice, si tratta di «un’alleanza tra desiderio ed estrazione, tra visione e sfruttamento. Una miniera che si finge memoria. Un dispositivo che colonizza la luce e la trasforma in superficie. Ma lascia dietro di sé scorie. Polveri. Sostanze. Ogni immagine è un’eco minerale. Una reliquia velenosa di un mondo in esaurimento. Ma questa eco non è astratta. Ha una chimica. Ha un corpo. È composizione attiva della materia» (p. 37).

Nell’osservare una fotografia occorrerebbe prendere atto delle sue connessioni con l’industrializzazione e l’inquinamento, della sua genealogia sostanzialmente distruttiva in quanto gesto colonizzatore, «estrattivo che trasforma la realtà in superficie. In scarto. In residuo energetico» (p. 43).

La fotografia nasce nelle infernali miniere d’argento del Cinquecento sudamericano ed è, al pari del capitalismo, «un’illusione ottica sostenuta da un’infrastruttura invisibile e tossica. Senza la conquista coloniale, senza i combustibili fossili, senza il lavoro coatto e l’estrazione incessante, non ci sarebbe alcuna camera oscura, alcuna immagine da sviluppare. Ogni fotografia è già da sempre una composizione geologica e politica. La materia da cui è fatta è il risultato di violenza storica e raffinazione chimica» (p. 49).

Dietro all’apparente immaterialità dell’immagine fotografica si cela una costruzione ideologica che nasconde il suo essere «un prodotto stratificato di logistica, trasporto, ingegneria» (pp. 49-50), altro che «semplice estensione di un progetto autoriale, un’estetica disincarnata» (p. 50). Insieme alla riorganizzazione del vedere la fotografia concorre alla rovina del pianeta bruciando e dissolvendo ciò che osserva per renderlo visibile. Anziché «contemplare la fotografia per ciò che mostra» scrive Benaglia, la si dovrebbe guardare «come una ferita ecologica, come una macchina produttrice di scarti» (p. 70). Negli aloni di ruggine che affiorano a distanza di tempo dalle stampe fotografiche si dovrebbe allora cogliere il ritorno del rimosso, il manifestarsi della tossicità autodistruttiva del Capitalocene.

Le tecniche marginali, riprese o nuove che siano, attente all’impatto ecologico, muovono dall’idea che, anziché riprodurlo, la fotografia debba entrare in relazione con il mondo. «In un’epoca di collasso climatico, la fotografia non può limitarsi a riattivare il non visto. Deve imparare a denunciare i sistemi che rendono il mondo sempre meno visibile. Se ha ancora una funzione critica, non sta nel documentare il disastro, ma nello smontare le condizioni che lo producono» (p. 96).

Se la fotografia chimica presupponeva una relazione con la luce e con il tempo, la smaterializzazione del digitale ha «convertendo la luce in dato, l’esposizione in calcolo, l’attesa in immediatezza. L’immagine non viene più impressa, ma generata. Non reagisce, esegue. È una funzione algoritmica, un’operazione logistica del visibile» (p. 100) che fa del vedere un atto di ottimizzazione, un calcolo predittivo, non una rappresentazione ma una valutazione.

Viviamo in una fotonecrosi estetica. Ogni immagine è già un resto. La memoria visiva è colonizzata. La luce è necropolitica. Vedere non è più un diritto: è una concessione. Il visibile non è ciò che appare, ma ciò che sopravvive all’occultamento. Le immagini non ci rappresentano: ci regolano. Ogni pixel è il risultato di un processo di selezione che coinvolge silicio, cobalto, rame, lavoro estrattivo. Il digitale non è neutro: è minerale, coloniale, tossico. La fotografia è diventata un atto geologico. Ogni gesto visivo consuma risorse, genera calore, lascia scorie. Nel frattempo, bruciamo. Data center che divorano fiumi. GPU che sciolgono permafrost. Reti alimentate da coltan, cobalto, lavoro esaurito. Il digitale è la nuova plastica invisibile. Non la tocchi. Ma ti entra dentro (pp. 102-103).

Qualcosa sfugge comunque all’ottimizzazione, nella datanecrosi, sostiene Benaglia, «è possibile individuare anche una condizione critica che interroga l’apparato e i suoi rapporti di potere che consente di ripensare la relazione dell’essere umano con le immagini «non come superfici da consumare, ma come sintomi da ascoltare» (p. 103). La fotografia, analogica o digitale che sia, è rappresentazione e al tempo stesso corrosione del tempo, è gestione e non memoria. In un tale contesto, scrive l’autrice di Immagini infestate, la conservazione della fotografia «diventa anch’essa un gesto algoritmico, un tentativo di fissare ciò che per sua natura eccede ogni fissazione. La fotografia non ci mostra più il mondo. Lo divora. E ciò che sopravvive, nelle sue rovine, è la vitalità opaca della materia stessa» (p. 106).

Il reale delle/nelle immagini – serie completa

 

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Capitalismo e Neanderthal https://www.carmillaonline.com/2026/05/07/capitalismo-e-neanderthal/ Thu, 07 May 2026 20:00:15 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94238 di Franco Ricciardiello

Rachel Kushner, Il lago della creazione (Creation lake, 2024), 400 pagg, euro 21,00, Einaudi 2026

“Non ci interessa come vivere nell’epoca attuale, ma come vivere contro l’epoca attuale” Bruno Lacombe, pag. 154

Nel precedente, straordinario I lanciafiamme (2013; Ponte alle Grazie, 2014), Kushner raccontava en passant l’Italia degli anni Settanta, introducendo tra l’altro un personaggio nel quale Nanni Balestrini stesso si sarebbe riconosciuto; nel presente Lago della creazione l’autrice statunitense continua ad affrontare, come pure negli altri due romanzi della sua non prolifica carriera (Telex da Cuba, 2008; Mondadori, 2010 e Mars Room, 2018; Einaudi, 2019), gli [...]]]> di Franco Ricciardiello

Rachel Kushner, Il lago della creazione (Creation lake, 2024), 400 pagg, euro 21,00, Einaudi 2026

“Non ci interessa come vivere nell’epoca attuale,
ma come vivere contro l’epoca attuale”
Bruno Lacombe, pag. 154

Nel precedente, straordinario I lanciafiamme (2013; Ponte alle Grazie, 2014), Kushner raccontava en passant l’Italia degli anni Settanta, introducendo tra l’altro un personaggio nel quale Nanni Balestrini stesso si sarebbe riconosciuto; nel presente Lago della creazione l’autrice statunitense continua ad affrontare, come pure negli altri due romanzi della sua non prolifica carriera (Telex da Cuba, 2008; Mondadori, 2010 e Mars Room, 2018; Einaudi, 2019), gli orrori del capitalismo e storie varie di opposizione: dopo l’insurrezione castrista, la spontaneità operaia e l’assistenza nelle carceri private americane, sceglie un’ambientazione europea, la Francia rurale e l’utopia di un ritorno alla natura.

Nella Guienna, entroterra di Bordeaux, una comunità in qualche modo anarchica ha fondato una comune agricola, Le Moulin, ispirata al pensiero del filosofo radicale post-marxista Bruno Lacombe. Quest’ultimo, ex seguace del situazionista Guy Debord, si è ritirato a vivere in una località non specificata, ma vicina alla comune, e da lì spedisce email ai Moulinard in risposta a domande specifiche, ma divaga anche su questioni filosofiche.

I Moulinard, i componenti della comune agricola, sono sospettati di voler boicottare il progetto di un gigantesco bacino idrico che minaccia di dissestare le risorse e l’ecosistema della regione, al quale si oppongono fieramente anche a nome di molti agricoltori. L’autrice sceglie un punto di vista particolare, il personaggio di Sadie Smith, una statunitense giovane e attraente, che però è pagata da committenti che neppure lei conosce per infiltrare i Moulinard e, nel caso in cui non stessero progettando un sabotaggio illegale, indurli a un’azione violenta, così da scatenare la repressione delle autorità e spazzare via la comune.

Sadie si è trasferita a lavorare in Europa dopo essere stata licenziata da un’agenzia federale Usa per la quale agiva sotto copertina: ha sì indotto un adolescente a un attentato terroristico, ma il successivo processo ha sentenziato che il ragazzo è stato convinto all’atto da una agente prezzolata. Non se ne conosce ancora la vera identità, ma giornalisti investigativi stanno lavorando sui documenti, e Sadie sente sul collo il fiato della giustizia.

A Le Moulin il suo incarico di spia e agent provocateur procede come previsto, tranne il fatto che le email di Lacombe suscitano il vivo interesse dell’infiltrata. Lacombe è in effetti il vero protagonista del romanzo, e la sua filosofia di vita è il cuore della riflessione intorno al problema di come opporsi alla massificazione capitalista e consumista. Nelle sue lunghe email, Lacombe espone una propria “teoria unificata dell’esistenza” basata sulla contrapposizione, fra l’alba dell’umanità e oggi, tra i remissivi Neanderthal e gli aggressivi Sapiens, e sulla sopravvivenza di caratteri Thal (così chiama la razza ominide spazzata via dagli uomini) nella nostra genetica.

Dopo il maggio del ’68 c’è stata una scissione tra lui e diversi compagni marxisti. Lacombe era l’unico a sostenere che il proletariato non fosse più in grado di distruggere la società capitalista. Anzi, era diventato parte integrante del capitalismo, un pilastro di quel mondo che, secondo lui, dobbiamo abbandonare. (par. 154)

Il lago della creazione non è un romanzo d’azione, anche se gli ultimi capitoli sono piuttosto concitati; l’autrice ci trascina inevitabilmente a simpatizzare con Sadie Smith, anche se non condividiamo i suoi intenti e disprezziamo i metodi e le motivazioni di chi l’ha inviata. Un colpo di coda nell’epilogo giustifica retrospettivamente la nostra fiducia nel personaggio, senza distoglierci dalla consapevolezza che l’autrice “si è ispirata a vicende reali di infiltrazione poliziesca e persecuzione giudiziaria contro l’attivismo ecologista”, come leggiamo nei risvolti di copertina.

La scrittura di Rachel Kushner è molto particolare; è noto che è stata paragonata a quella di Don DeLillo (da David Ulin sul New York Times); è estremamente adatta a inserire divagazioni, storie collaterali, flashback, documenti apocrifi e tutto ciò che fa di un romanzo come questo una pietra importante nella riflessione su come sostituire il capitalismo con un sistema più umano — e più thal se preferite.

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Un fare mondo dove le lingue si affievoliscono in mormorii https://www.carmillaonline.com/2025/09/26/un-fare-mondo-dove-le-lingue-si-affievoliscono-in-mormorii/ Fri, 26 Sep 2025 20:00:26 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=90709 di Sara Passannanti

Francesca Matteoni, Animali, custodi di storie, pp. 252, € 17,90, Nottetempo, Milano 2025.

Animali, custodi di storie è una mappa celeste poetica con cui l’autrice ci indica un percorso possibile per metterci in ascolto del non umano attraverso costellazioni di storie. Le storie e i miti affondano le radici in un mondo in cui l’incontro tra l’essere umano e l’animale è più frequente e immediato, in cui umano e non umano partecipano di una prossimità che oggi attribuiremmo soltanto a una “vita secondo natura”, caricando questa espressione di uno sguardo antropocentrico che annienta le sfumature e rende netti [...]]]> di Sara Passannanti

Francesca Matteoni, Animali, custodi di storie, pp. 252, € 17,90, Nottetempo, Milano 2025.

Animali, custodi di storie è una mappa celeste poetica con cui l’autrice ci indica un percorso possibile per metterci in ascolto del non umano attraverso costellazioni di storie.
Le storie e i miti affondano le radici in un mondo in cui l’incontro tra l’essere umano e l’animale è più frequente e immediato, in cui umano e non umano partecipano di una prossimità che oggi attribuiremmo soltanto a una “vita secondo natura”, caricando questa espressione di uno sguardo antropocentrico che annienta le sfumature e rende netti i confini tra un’ideale natura pura e la società.
È lo stesso sguardo che ci fa percepire soltanto i limiti imposti dall’umano. Dovremmo invece riconoscere e rispettare le soglie tracciate dagli animali, anche se questo significa “accettare di non essere ospiti graditi nel loro mondo”.
Una tale riflessione, che si allarga verso orizzonti antispecisti, è quanto mai necessaria, tanto più che l’occupazione di ogni luogo da parte degli umani fa sì che la presenza animale, quando non normata, viene vissuta come un’intrusione. Il lupo, l’orsa, sono intrusi pericolosi, che vanno puniti con l’abbattimento perché valicano un confine, salvo dimenticare che siamo noi umani ad aver annientato lo spazio vitale di queste specie con l’estensione dello spazio “nostro” ben oltre il necessario.
È ancora lo stesso sguardo antropocentrico che dovremmo riconoscere quando parliamo di ecosistemi e loro gestione, perdendo di vista il fatto che la nostra è una delle specie all’interno di un ecosistema e che le sfide della sostenibilità (della sopravvivenza ormai) passano non dalla gestione degli ecosistemi, ma dalla gestione della nostra specie dentro gli ecosistemi.
Così come la soglia che separa umano e animale non può essere un limite invalicabile imposto dall’essere umano, anche la forma del libro è ibrida. Matteoni procede infatti costruendo un memoir che parte dal racconto degli incontri con gli animali nei luoghi in cui è vissuta e abita, esperienze ordinarie che assumono lo statuto di straordinario grazie alla postura poetica con cui l’autrice le attraversa. Si tratta di incontri con scoiattoli e ghiri sull’Appennino pistoiese, ma anche con altri animali nelle brughiere del Devon o nella baia di Dublino.
Queste esperienze sono quotidiane. Altre volte, sono esperienze ricercate intraprendendo viaggi con il proposito di raggiungere stazioni di avvistamento e soccorso e santuari. Ognuna è caratterizzata dalla ricerca di modalità per essere accoglienti e non invadenti verso il non umano. Molte volte sono esperienze letterarie, proprio perché gli animali popolano le storie ed è necessario incontrarli anche in esse. “Ogni rivoluzione ecologica deve essere prima di tutto poetica: un fare mondo dove le lingue si flettono le une nelle altre. Si affievoliscono in suoni, mormorii”.

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Le parole di una sollevazione terrestre: L’abbecedario dei Soulèvements de la Terre https://www.carmillaonline.com/2024/10/18/le-parole-di-una-sollevazione-terrestre-labbecedario-dei-soulevements-de-la-terre/ Thu, 17 Oct 2024 22:36:05 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=84981 Di Jack Orlando

Abbecedario dei Soulèvements de la Terre. Comporre la resistenza per un mondo comune; Ortothes Edizioni; Napoli 2024; 193 pp. 18€

Il cordone di gendarmi, bardati come robocop o stormtroopers, è schierato davanti a un mostruoso macchinario, gigantesco, vorace, che sbuca da uno strato più basso del terreno. È Luzerath, Germania, una protesta di massa contro l’estrazione mineraria. Ma potrebbe tranquillamente essere un capitolo di Star Wars. Francia: un monaco dal volto coperto dal cappuccio brandisce un manganello sottratto ai poliziotti che arrancano nel fango. Gli ultimi bagliori della ZAD di Notre Dame de Landes. Figure umane [...]]]> Di Jack Orlando

Abbecedario dei Soulèvements de la Terre. Comporre la resistenza per un mondo comune; Ortothes Edizioni; Napoli 2024; 193 pp. 18€

Il cordone di gendarmi, bardati come robocop o stormtroopers, è schierato davanti a un mostruoso macchinario, gigantesco, vorace, che sbuca da uno strato più basso del terreno.
È Luzerath, Germania, una protesta di massa contro l’estrazione mineraria. Ma potrebbe tranquillamente essere un capitolo di Star Wars.
Francia: un monaco dal volto coperto dal cappuccio brandisce un manganello sottratto ai poliziotti che arrancano nel fango. Gli ultimi bagliori della ZAD di Notre Dame de Landes.
Figure umane saltano da un albero all’altro, si rintanano dentro bizzarri rifugi costruiti tra gli alberi, dal terreno sottostante di nuovo gli uomini con caschi e scudi. Li bersagliano con proiettili di gomma e gas lacrimogeni, provano ad ancorare scale ai tronchi per raggiungere i rifugi.
Può essere una scena del secondo episodio di Planet of apes, e invece è l’occupazione contro la Cop City di Atalanta, o ancora di uno dei mille parchi che si vuole sottrare al cemento.
Andando a ritroso nel tempo e nell’infinito archivio di internet si può trovare, con un po’ di fortuna, un vecchio e ormai quasi introvabile frame video in cui figure scure fanno a pezzi una ruspa dentro un bosco, fumo e caos intorno. È un tre di luglio tra le montagne della Val di Susa.

Le immagini, a prescindere dalla loro capacità di farsi icona al tempo dei social media, ci parlano di una potenza delle lotte che si manifesta nel loro aprire scenari impensabili solo un momento prima, squarci di mondi possibili che precipitano in piccole parentesi del tempo presente.
Il fatto che possano essere montate dentro una pellicola fantascientifica o post-apocalittica, oltre all’immediato senso di straniamento, dovrebbe aprire a una riflessione su quale sia la posta in gioco su quei campi di battaglia.

Parliamo di potenza perché è questa che si dispiega e diventa visibile nel momento in cui una forza collettiva confligge con un nervo scoperto del suo mondo: che il collasso climatico sia ormai la cornice entro cui la specie umana deve muoversi è ormai una banalità, che quel collasso sia il terreno su cui avverrà la ristrutturazione del sistema capitalista e delle sue catene di comando, dovrebbe essere altrettanto ovvio, ma spesso così non è, facendo della pratica ecologica una stampella riformista di un pensiero liberale ormai al tramonto.

Ma per andare oltre le enunciazioni di principio, occorre scendere su di un piano più concreto: le forme della sopravvivenza. Le possibilità cioè di poter mangiare e vivere, di attraversare spazi la cui aria impestata non ci condanni a una morte a orologeria, la possibilità di determinare il percorso proprio e della propria collettività senza lo spettro della fame.

Fine del mondo o fine del mese, stessa battaglia!
Una parola d’ordine, quella generata nel movimento dei Gilets Jaunes, che più efficace non potrebbe essere, racchiudendo in sé tutti gli elementi che compongono la lotta tra le forze della vita terrestre e il vampirismo del capitale.
Ed è nel laboratorio francese, forse il più ricco ambito di sperimentazione politica dell’Europa contemporanea, che questo slogan si è riproposto dal 2021 nelle pratiche dei Soulèvements de la Terre, il movimento ecologista sorto da una costellazione di lotte locali e che ha trovato il suo battesimo di fuoco tra le flashball e i lacrimogeni, nei campi attorno a Saint Soline, muovendosi contro il progetto dei megabacini per lo stoccaggio delle acque.

L’ampiezza del movimento, i suoi numeri, il caleidoscopio di pratiche poste all’offensiva ne hanno fatto il nemico assoluto dell’ex ministro dell’interno Gérald Darmanin che mosse ogni strumento repressivo a sua disposizione per soffocare questa creatura, fino a imporne lo scioglimento per via giudiziaria.
Ne seguì una sconfitta su tutti i fronti: non solo il movimento è ancora in piedi, ma la stessa sentenza del tribunale ha finito per essere ritirata.

In un rapido processo di maturazione, i Soulèvements non solo hanno messo radici, ma sono stati in grado di ordinare un piccolo compendio attorno alle parole chiave su cui ruota la loro esperienza.
L’Abbecedario tradotto in italiano per Ortothes, non è quindi solo una raccolta di spunti, riflette in controluce un processo di elaborazione collettivo e plurale: hanno contribuito studiosi, militanti, realtà politiche e singoli; si mostra così l’estrema varietà di soggetti coinvolti in una lotta a tutto tondo.

La composizione è quindi il primo dato d’interesse: quel costante tentativo d’individuare il soggetto rivoluzionario, che nel pensiero politico specialmente italiano diventa quasi la ricerca della pietra filosofale, qui si dà in una frattura quasi antropologica tra quella parte di specie umana che intende abitare la Terra e quella che intende usarla per estrarne valore a costo di comprometterne definitivamente l’esistenza.
Non è una soluzione al quesito, sempre che ne esista una, ma di certo è un processo in grado di sviluppare forme di conflitto radicali e diffuse.

La capacità di far convivere pratiche differenti, di mettere in dialogo soggettività apparentemente estranee dentro il movimento crea un terreno comune dove ciascuno può trovare il proprio posto; una configurazione di contropotere che ricorda la suggestione dell’“Idra dalle molte teste”1 : privo di una direzione univoca, di un centro di comando, la resistenza è impossibile da decapitare e capace di rigenerarsi ad ogni colpo del nemico.
Eppure, se questa è la sua forza, il limite sta nell’incapacità del movimento di far emergere le proprie istituzioni, i centri di accumulazione e tutela del potenziale indispensabili al superamento delle fasi di riflusso fisiologico che seguono ad ogni momento di zenit di una lotta.
Non è un caso che ad ogni stagione di forte conflitto francese, segua una crisi delle strutture che ne determina l’inabissamento fino ad una nuova fase.
In altri termini, la ciclotimia movimentista sfugge ai tentativi di pacificazione ma manca nella costruzione di un’architettura in grado di separare antagonisticamente i corpi del sociale. Forza contro forza.

Ciò nonostante, qualcosa in più rispetto al passato aleggia nei Soulévements, l’intuizione del futuro possibile si lega alla riemersione del mondo antico.
La lotta non è più questione di mesi o di anni, ma di secoli. Le radici si allungano nelle zolle di un passato in cerca di giustizia.
Dietro l’appropriazione e finanziarizzazione delle acque si staglia il fantasma delle enclosures delle terre comuni, l’accumulazione originaria non come mito fondativo ma come processo in continuo rinnovamento. L’esproprio delle risorse vitali con tutta la violenza necessaria al suo stabilirsi, con le sue leggi e cani da guardia, rimette quotidianamente in scena il copione della sottomissione di enormi masse umane: la guerra alle donne e la brutalizzazione delle colonie, lo sterminio delle dissidenze e la messa al lavoro coatta.
Ogni spettro del capitale vive nelle condizioni del presente; allora incidere la plastica di un megabacino con un cutter o sabotare una fabbrica di cemento o armi, occupare un terreno per costruirvi una zona liberata sono tattiche di lotta che trascendono la contingenza per vendicare un passato che si rifiuta di lasciare la sua presa sulla vita.
L’emersione della potenza passa anche di qui, nel farsi movimento tellurico che smuove i rapporti di forza e ristabilisce torti e ragioni di un mondo che muore e potrebbe ancora fiorire.


  1. M. Rediker; Ribelli dell’Altlantico; Ferltrinelli 2018 

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La guerra dei metalli rari https://www.carmillaonline.com/2024/10/01/la-guerra-dei-metalli-rari/ Tue, 01 Oct 2024 20:00:24 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=84585 di Gioacchino Toni

Guillaume Pitron, La guerra dei metalli rari. Il lato oscuro della transizione energetica e digitale, Traduzione di Ondina Chirizzi, Prefazione di Stefano Liberti, Luiss University Press, Roma 2024, pp. 276, € 23,00

Non si può che condividere quanto scrive Stefano Liberti nella prefazione alla nuova edizione aggiornata ed ampliata di La guerra dei metalli rari del giornalista e documentarista francese Guillaume Pitron: la descrizione che l’autore fa «dei risvolti nascosti della cosiddetta “transizione ecologica e digitale” somiglia a un film di fantascienza: con miniere di metalli oscuri sfruttate da eserciti di operai in condizioni semischiavistiche, grandi potenze che [...]]]> di Gioacchino Toni

Guillaume Pitron, La guerra dei metalli rari. Il lato oscuro della transizione energetica e digitale, Traduzione di Ondina Chirizzi, Prefazione di Stefano Liberti, Luiss University Press, Roma 2024, pp. 276, € 23,00

Non si può che condividere quanto scrive Stefano Liberti nella prefazione alla nuova edizione aggiornata ed ampliata di La guerra dei metalli rari del giornalista e documentarista francese Guillaume Pitron: la descrizione che l’autore fa «dei risvolti nascosti della cosiddetta “transizione ecologica e digitale” somiglia a un film di fantascienza: con miniere di metalli oscuri sfruttate da eserciti di operai in condizioni semischiavistiche, grandi potenze che si accaparrano le risorse e si assicurano il dominio sulla tecnologia per gli anni a venire, speculatori privati che scommettono sulla penuria e responsabili politici che hanno deciso scientemente di non occuparsi del problema e scaricarlo sulle generazioni future».

A ciò si può aggiungere lo spettacolo indecoroso che, attorno al disastro ambientale ed umano a cui il modello di sviluppo egemone ha condotto, vede contrapporsi da un lato i cantori di una svolta green praticata sulla testa dei ceti meno abbienti e dall’altro chi si rifugia demagogicamente nel negare la gravità della crisi ambientale contemporanea proponendo, di fatto, di continuare a produrre, consumare, sfruttare, distruggere, uccidere e crepare come da tradizione. Classisti i primi, nel pretendere di far pagare ai più i disastri su cui si sono arricchiti i pochi (questi ultimi sì pronti, dovesse servire, a riconvertire tutto e tutti pur di non perdere il vizio del business), classisti i secondi, nel voler perpetuare un modello di sfruttamento e devastazione classista nel suo DNA. Per certi versi ancora più delirante è la posizione di alcune frange della sinistra che, per contrapporsi ai primi, fanno propri gli slogan dei secondi, negando di fatto l’urgenza del problema ambientale: del resto le opzioni populiste – al pari delle parenti complottiste – hanno il vecchio vizio di assomigliarsi a prescindere dall’etichetta con cui si presentano.

Steso originariamente nel 2018, La guerre des métaux rares di Guillaume Pitron ha necessitato di un corposo aggiornamento in quanto a pochi anni dalla sua uscita la situazione è mutata in diversi aspetti. Nel giro di un solo lustro è decisamente aumentata la richiesta di terre rare: l’obbligo imposto nel 2023 alle case automobilistiche di vendere, dal 2035, esclusivamente veicoli elettrici da parte del Parlamento europeo ha comportato un tale incremento della domanda di batterie per i veicoli elettrici da prevedere la necessità di mettere in funzione 400 nuove miniere da cui estrarre soprattutto grafite naturale, litio e nichel e di dare vita a una serie di partenariati con paesi minerari (Cile, Indonesia, Ghana ecc.).

Nonostante il Parlamento europeo abbia, nel giro di un solo anno, già iniziato a rivedere al ribasso la cosiddetta svolta green, resta il fatto che la richiesta di terre rare è decisamente aumentata rispetto ad alcuni anni fa. Rispetto all’epoca in cui è uscita la prima edizione, sono cambiati anche gli atteggiamenti delle popolazioni rispetto alle attività estrattive, si sono sviluppati dibattiti controversi ad esempio sulla possibilità di ricollocare una parte della produzione dei metalli in Occidente o a proposito dell’estrazione di noduli polimetallici dai fondali oceanici. Ad essere cambiato, eccome, è anche il contesto geopolitico; tra pandemie e conflitti è decisamente mutata la percezione diffusa della globalizzazione: «mentre la mano invisibile dei mercati doveva garantirci un accesso senza ostacoli alle risorse, eccola ora percepita come la causa di dipendenze economiche e fragilità strategiche». In particolare l’Europa è sembrata accorgersi improvvisamente della sua dipendenza da dispositivi medici e da risorse energetiche prodotti in contesti con una diversa agenda strategica.

La guerra dei metalli rari di Pitron evidenzia gli interessi, i conflitti e i rischi ambientali e sociali che gravitano attorno ai metalli rari necessari alle moderne tecnologie ed ai settori strategici dell’economia del futuro (robotica, internet del cose, intelligenza artificiale ecc.) che spesso si propongono come soluzioni alle problematiche ambientali. Prima di ricorrere alla definizione di “energia pulita”, suggerisce l’autore, occorrerebbe considerare l’intero ciclo di produzione prendendo dunque in esame i costi energetici e ambientali dell’accaparramento dei metalli rari necessari, così come servirebbe una certa cautela nel parlare dello smart working come se fosse a costo energetico ed inquinante zero ed altrettanta cautela servirebbe nel presentare la sostituzione del parco veicoli ancora funzionanti con la altri nuovi come se la costruzione di questi ultimi non impattasse a sua volta sull’ambiente. Non è possibile pensare alla transizione energetica astrattamente; occorre situarla in una realtà fatta di miniere, di esseri umani sfruttati in maniera ignobile, di territori devastati, di speculazioni capaci letteralmente di affamare intere popolazioni. Di tutto ciò non vi è traccia nell’eco-storytelling patinato o su carta riciclata propinato quotidianamente alla popolazione.

Se è enorme la distanza fisica che separa i luoghi di produzione da quelli di consumo, non è da meno la distanza cognitiva che separa ciò che si guarda e conosce dei beni e servizi che si utilizzano quotidianamente e ciò che sta dietro alla loro produzione. Come se il “sapere d’acquisto”, scrive Pitron, avesse ormai definitivamente abdicato al “potere d’ acquisto”. «È proprio la scarsa trasparenza della filiera a trasmetterci l’illusione che la rivoluzione energetica e digitale sia universale e democratica», scrive Liberti nella Prefazione al volume. Occorrerebbe domandarsi chi stia pagando il prezzo a “buon mercato” dei dispositivi a cui ricorriamo e che, in alcuni casi, ci fanno persino pensare di essere green solo per il fatto di utilizzarli .

Se l’Occidente non è particolarmente propenso a cercare le terre rare in casa propria, secondo l’autore è anche perché la loro estrazione richiederebbe standard lavorativi, sanitari ed ambientali che le grandi corporation non intendono affrontare. Buona parte delle terre rare è oggi estratta in Cina. Così come la civiltà del carbone ha avuto un epicentro inglese e quella del petrolio statunitense, la civiltà delle terre rare pare destinata ad avere un epicentro cinese.

Se l’energia verde proveniente dal sole e dal vento è rinnovabile e, virtualmente, inesauribile, sarebbe bene tenere presente che altrettanto non avviene per le risorse di metalli indispensabili alla sua produzione. E la penuria di ciò che è ritenuto indispensabile, come la storia insegna, comporta situazioni conflittuali che mal si conciliano con le magnifiche sorti e progressive del green propagandate da chi non ha interesse a mettere davvero in discussione il sistema egemone.

Indagare e rendere pubblico il “lato oscuro” della transizione energetica, sottolinea più volte l’autore, non significa voler limitare la transizione energetica, bensì cercare di pensarla in modo tale che i suoi effetti negativi siano il più possibile attenuati. Far finta che i problemi ambientali e sociali non ci siano non aiuta di certo a risolvere le cose. Come ripartire costi e benefici della transizione energetica quando Paesi in via di sviluppo si trovano a farsi carico dell’impatto ecologico estrattivo delle terre rare per permettere agli occidentali di viaggiare con le loro auto elettriche? Come conciliare le necessità di aprire nuove miniere di litio e terre rare con la contrarietà degli abitanti della zona? Quanto gli occidentali saranno disposti a diminuire i livelli di consumo con cui sono cresciuti sin qua?

A dare l’idea dell’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo-consumo e di quanto quanto questo dovrebbe cambiare per rendersi compatibile con le esigenze ambientali, dunque anche umane, basta un dato: si stima che «per soddisfare le necessità di un solo europeo vanno estratte dal sottosuolo 20 tonnellate di materie l’anno». Un dato come questo può aiutare ad immaginare con che occhi il Sud del mondo possa guardare gli occidentali e senza stare a fare troppe distinzioni di censo.

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Un sentiero per la salvezza https://www.carmillaonline.com/2024/01/29/un-sentiero-per-la-salvezza/ Mon, 29 Jan 2024 21:00:00 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=80953 di Paolo Lago

Gabriele Belletti, Tok, Zest Edizioni sostenibili, 2023, pp. 159, euro 14,00.

Il poemetto Tok di Gabriele Belletti (che si presenta, grazie alla traduzione inglese di Pasquale Verdicchio, in una versione bilingue) è il primo volume che esce per “Zest edizioni sostenibili”, un marchio guidato da Antonia Santopietro la quale da diversi anni porta avanti, col sito “Zest Letteratura sostenibile”, da lei curato, un progetto di studio e di analisi delle tematiche ambientali ed ecologiche applicate alla letteratura. Tok è infatti un’opera in cui tali tematiche rivestono un’importanza fondamentale, fin dal titolo. Come leggiamo in una nota dell’autore, la [...]]]> di Paolo Lago

Gabriele Belletti, Tok, Zest Edizioni sostenibili, 2023, pp. 159, euro 14,00.

Il poemetto Tok di Gabriele Belletti (che si presenta, grazie alla traduzione inglese di Pasquale Verdicchio, in una versione bilingue) è il primo volume che esce per “Zest edizioni sostenibili”, un marchio guidato da Antonia Santopietro la quale da diversi anni porta avanti, col sito “Zest Letteratura sostenibile”, da lei curato, un progetto di studio e di analisi delle tematiche ambientali ed ecologiche applicate alla letteratura. Tok è infatti un’opera in cui tali tematiche rivestono un’importanza fondamentale, fin dal titolo. Come leggiamo in una nota dell’autore, la parola “tok”, per i Kaluli, indigeni della Papua Nuova Guinea, significa “sentiero”, “accesso” fino ad assumere il senso più esteso di “mappa”. Un sentiero che può rappresentare una via di salvezza per la società contemporanea, rappresa nelle dinamiche di una quotidianità basata su ripetitivi rituali imposti dal capitale e in cui gli individui trascorrono la propria esistenza in “altissimi palazzi” non conoscendo nulla della dimensione del “fuori”. Una società in cui “le proiezioni delle cose / sono diventate le cose” e in cui “si vive / di pulsanti / e contatori”. Dentro “l’appartamento parco” è rinchiuso anche il bambino che “non sa ancora” che in una dimensione lontana “già lo attende / una foresta”. Il poemetto racconta infatti il viaggio di uscita di un bambino dalla “Città-mondo”, un ambiente fatto di cemento, verso l’universo della foresta, in cui la natura pare magicamente essere sopravvissuta agli scempi della società capitalistica che, come un abulico zombie, non fa altro che devastare qualsiasi elemento naturale – alberi, piante, prati e animali – che ostacola la sua meccanica e cinica crescita.

I primi momenti del poemetto mettono in scena un universo fatto di palazzoni, cemento, apparenze, un vero e proprio “carcere della terrestrità” – per utilizzare il titolo di una bella raccolta di poesie di Francesca Fiorentin del 2021, alcune delle quali rappresentano questo stesso mondo alienato1 – dal quale si deve ‘evadere’ per ritrovare finalmente la dimensione del “fuori”. Non è un caso che Gabriele Belletti scelga un bambino come alfiere di questa possibile liberazione: chi, infatti, meglio di lui, può muovere verso una nuova e libera rinascita? D’altra parte, si può ricordare anche come la figura del bambino rappresenti, in diversa narrativa ecodistopica italiana contemporanea, l’incarnazione di una possibilità di salvezza e rinascita. Si può pensare, allora, a Bambini bonsai (2010) di Paolo Zanotti, in cui in una Genova del futuro, connotata dal cambiamento climatico e da una cementificazione senza precedenti, sono proprio i bambini, nel momento in cui gli adulti si rinchiudono in casa impauriti dalla “stagione delle piogge”, ad uscire per esplorare il mondo cercando una via di fuga dalla devastazione. Ricordiamo anche Anna (2015) di Niccolò Ammaniti, in cui a muovere verso il “fuori”, sfidando le distruzioni provocate da un’epidemia che uccide solo gli adulti, sono Anna e il suo fratellino Astor o il più recente racconto dal titolo La fiaba di Miriam, inserito nella raccolta Quando qui sarà tornato il mare (2020) del collettivo Moira Dal Sito, in cui la piccola Miriam riesce ad incontrare un lembo di territorio sopravvissuto a un disastro ambientale ed esistenziale.

Anche in Tok è presente una diffusa deriva esistenziale e la figura del bambino può quindi incarnare un frammento di resistenza che potrebbe estendersi ed allargarsi. Non per la sua ‘innocenza’ – credo – ma, anzi, per la sua maggiore consapevolezza e sensibilità. Donna Haraway, nel saggio Chtulucene. Sopravvivere su un mondo infetto, affida proprio a una generazione di “bambine del Compost”, le “Camille”, la possibilità di una rinascita anche esistenziale e culturale. Secondo la studiosa, è necessario generare continue connessioni e “parentele” per poter continuare a sopravvivere su un pianeta infestato dalla spinta distruttiva del “Capitalocene”2. Anche nella raccolta di Belletti è possibile incontrare un’aspirazione a una nuova “interconnessione” tra esseri viventi. Come scrive Pasquale Verdicchio nell’introduzione (un’altra introduzione al testo è firmata da Serenella Iovino), “Tok suggerisce che la guarigione può dipendere dalla ricerca o dall’elaborazione di un «linguaggio» comune, un percorso comune che poggia sulla conoscenza dell’interconnessione di tutti gli esseri, il riconoscimento di ciò che Thich Nhat Hanh ha chiamato «interbeing» («inter-essere»)”. Il bambino inizia quindi la sua erranza verso il “verde partigiano”, verso la possibilità di una “rivoluzione”, per poter raggiungere una nuova forma di connessione con gli altri esseri viventi, animali e vegetali. Raggiunge il bosco e “un maestoso vegetale / in mezzo al bosco / è il punto cardinale. / La sua chioma è madre / di un’ombra espansa / – una timida corona. Un’isola piena / di aria antica”. Il grande albero è significativamente definito “isola piena di aria antica” come se si trattasse, proprio come un’isola, di uno spazio nettamente separato da tutto ciò che lo circonda. In esso c’è un’“aria antica”, un’atmosfera che rimanda ad un mondo precedente alle devastazioni contemporanee. Dall’albero si leva il canto di un uccello e, sembra, proprio grazie ad esso si crea una nuova interconnessione fra le creature (“Trasporta una canzone / – fa quello che si deve – unisce le creature / le fa ascoltare insieme”): alberi grandi come isole, sulla cui canopia si poteva incontrare un affascinante mondo sconosciuto, ce li aveva raccontati anche Richard Powers nel suo romanzo Il sussurro del mondo (The Overstory, 2019). Alberi che erano capaci di entrare in connessione fra di loro e parlarsi, in una eterna e continua lotta di resistenza. Da una parte c’è la spazialità della foresta, fatta di alberi in connessione e sinergia fra di loro, dall’altra, invece, lo spazio cementificato della città, in cui si elevano i palazzi che rappresentano il trionfo dell’individualità e dell’individualismo, ‘carceri’ nelle quali si trascorre la vita in preda alla solitudine e all’alienazione.

Il viaggio del bambino è scandito da un incedere ritmico e sonoro che Belletti rende con sicura maestria ricalcando la sintassi lenta e spezzata tipica delle canzoni popolari: “Il ritmo è già nel cuore / – distillato – / pulsa e ripete / il suo semplice dettato. – Torna al luogo / dove il colore è colore / dove il pavimento è prato”. Le pause, le anafore, lo stile cantilenante conferiscono al testo un andamento da racconto popolare che ci può far venire in mente i versi di Peter Handke dal titolo Elogio dell’infanzia (connotati dall’intercalare “quando il bambino era bambino”) che Wim Wenders ha inserito nel suo film Il cielo sopra Berlino (Der Himmel über Berlin, 1987). Il movimento di erranza del bambino protagonista di Tok si srotola in un universo devastato, in cui la distopia sembra appartenere già al presente: “Fuori / il bambino sùbito si perde / – tra scheletri di paesaggi scomparsi, / mutili fossili / di fuggiti passi. / Vaga / tra cumuli di polveri / di scordate epoche”. Al pari dei “bambini bonsai” di Zanotti, di Anna di Ammaniti, del ragazzino che insieme al padre percorre le strade post-apocalittiche degli Stati Uniti in La strada (The Road, 2006) di Cormac McCarthy, si trova inserito in un universo di devastazione. Lo scenario eco-distopico e post-apocalittico descritto da Belletti è però già qui, è la nostra contemporaneità devastata dal tecnocapitalismo avanzato. Forse non ce ne siamo nemmeno accorti, ma la distopia la stiamo già vivendo. La dimensione post-apocalittica che avvolge il poemetto è stata rilevata anche da Serenella Iovino nella sua introduzione: la studiosa scrive infatti che “un diluvio c’è già stato. Un diluvio di cemento e dimenticanza, di lontananza e solitudine” forse riferendosi al “diluvio” (cioè, fuor di metafora, una pandemia globale) che ha devastato la società del futuro raccontata da Margaret Atwood in L’anno del diluvio (The Year of the Flood, 2009). Gli spazi verdi ormai ricoperti di cemento, dove si vive lontani e in solitudine, è già una dimensione post-apocalittica che tutti abbiamo sotto gli occhi nella nostra contemporaneità.

Nella seconda parte della raccolta, intitolata Cantica dei cerchi, sono gli stessi alberi a prendere la parola. Uno di essi dice che “dell’antico prato / avevano fatto un parcheggio. / Mi avevano graziato / per essere albero / prediletto / di un poeta morto ammazzato”. Insieme ad altri alberi superstiti – afferma – “scambiavamo / il nostro ricordo paesaggio / rinnegavamo i fabbricati che con desideri altissimi / imprigionavano / tutti”. Chissà se in quel “poeta morto ammazzato” vi è un riferimento all’assassinio di Pasolini; certo è che la chiusa del poemetto, come vedremo, è affidata a dei versi in friulano del poeta, scrittore e regista ucciso all’Idroscalo di Ostia nel 1975. E poi quando l’autore descrive il prato trasformato in parcheggio ci viene in mente quello che Pasolini scrive ne Il pianto della scavatrice (Le ceneri di Gramsci, 1957): “[…] Piange ciò che ha / fine e ricomincia. Ciò che era / area erbosa, aperto spiazzo, e si fa / cortile, bianco come cera, / chiuso in un decoro ch’è rancore”3. D’altra parte, l’andamento sintattico della versificazione, in cui alcune volte risuona un rintocco grazie alla presenza della rima, può ricordare, per certi aspetti, lo stile pasoliniano presente nelle Ceneri (si legga, ad esempio, da Tok: “Lontano, si elevava / la Città-Mondo / e il deserto / si faceva / latifondo”). Quell’apocalisse descritta da Belletti pare essere cominciata, almeno in Italia, già negli anni Cinquanta, quando si distruggevano prati e boschi per erigere palazzi di cemento tutti uguali, allineati come impietriti zombie silenziosi. Il bosco nel quale si perde il sentiero percorso si contrappone, come già notato, alla cieca edilizia avanzante creatrice di quella “Città-Mondo” che è “sbiadita prigione”. L’incedere del bambino è accompagnato dall’accendersi di tante lucciole (della cui “scomparsa”, metaforicamente, aveva scritto sempre Pasolini) che si muovono incessantemente – quasi come in un film di Miyazaki – foriere di una nuova incantata e magica dimensione. Una dimensione che appartiene fortemente alla terra – come suggeriscono, a guisa di suggello, due versi di Pasolini in friulano appartenenti a La meglio gioventù (1954) che, come già notato, chiudono il poemetto – e che sta a noi riuscire a riscoprire. Contro future e peggiori distopie e apocalissi, contro lo zombie dominio capitalista che sta distruggendo il mondo e la natura.


  1. Cfr. F. Fiorentin, Carcere della terrestrità, Macabor, Francavilla Marittima, 2021. 

  2. Cfr. D. Haraway, Chtulucene. Sopravvivere su un mondo infetto, trad. it. di C. Durastanti e C. Ciccioni, nero, Roma, 2020, pp. 143 e seguenti. 

  3. P.P. Pasolini, Tutte le poesie, vol. 1, a cura di W. Siti, Mondadori, Milano, 2003, p. 848. 

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Eminenti ecologie. Ambiente e Bellezza in età vittoriana tra idillio e apocalisse https://www.carmillaonline.com/2023/09/02/eminenti-ecologie-ambiente-e-bellezza-in-eta-vittoriana-tra-idillio-e-apocalisse/ Sat, 02 Sep 2023 20:00:21 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=78745 di Franco Pezzini

[È appena uscito in libreria a cura di Emanuela Chiriacò, per i tipi Primiceri di Padova, il volume La Regina Cannibale. L’immaginario ecologico nell’età vittoriana e post vittoriana, con un saggio conclusivo di Paola Del Zoppo. Quella che segue è la mia prefazione.]

Lo sappiamo, l’età vittoriana con il suo impatto tanto vivido sull’immaginario di oggi, sorta di Paradiso perduto di eroi in mantellina e trine, pince-nez e ombrello (perennemente a spasso nell’odierno orizzonte transmediale, attraverso nuove edizioni di romanzi e racconti, trasposizioni su schermo, pastiche) rappresenta per [...]]]> di Franco Pezzini

[È appena uscito in libreria a cura di Emanuela Chiriacò, per i tipi Primiceri di Padova, il volume La Regina Cannibale. L’immaginario ecologico nell’età vittoriana e post vittoriana, con un saggio conclusivo di Paola Del Zoppo. Quella che segue è la mia prefazione.]

Lo sappiamo, l’età vittoriana con il suo impatto tanto vivido sull’immaginario di oggi, sorta di Paradiso perduto di eroi in mantellina e trine, pince-nez e ombrello (perennemente a spasso nell’odierno orizzonte transmediale, attraverso nuove edizioni di romanzi e racconti, trasposizioni su schermo, pastiche) rappresenta per altri versi e in modo concretissimo, in grazia del suo impero quasi planetario, una sorta di prova generale del nostro mondo globalizzato. Compreso per quanto riguarda i rapporti con la natura e le minacce che la insidiano, il clima e le sue crisi, il fronte che definiamo ecologico. Certo, è dall’inizio dell’Ottocento – o anche molto prima – che emergono inquinamento, sfruttamento industriale e altre situazioni lesive di un’alleanza tra uomo e natura, garantendo senz’altro una serie di benefici moderni ma ponendo al contempo fiumi di domande (comprese quelle di Mary Shelley col suo Frankenstein): però è con l’età vittoriana che una certa consapevolezza emerge in modo più acuto tra nubi di fuliggine spessa.

Grande pregio del testo che andate a leggere è nella proposta di un ventaglio di contributi, articoli, prove in punta di penna niente affatto noti al grande pubblico e per nulla scontati: a offrir voci che in valori e limiti – limiti che non paia ingeneroso rilevare, considerando quanto nell’ultimo secolo sia cresciuta una sensibilità all’ambiente e la percezione di rischi molto concreti – presentano sul tema un ampio panorama di provocazioni.

Si parte da Industrializzazione e città tentacolari, sul rapporto – paradigmatico nel caso di Londra – con la nuova urbanizzazione. Un fenomeno del resto tanto felicemente evocato in pagine di autori-cardine del periodo in questione: si pensi solo a Dickens (dagli impagabili Sketches by Boz, 1833-36, a mille scene dei suoi grandi romanzi, compreso l’emblematico Tempi difficili, 1854, che pure si ambienta a Coketown, trasfigurazione di Preston presso Manchester), a L’uomo della folla di Poe, 1840, ambientato significativamente in una Londra mitizzata, visionaria e febbrile – con il suo vampiresco Ebreo errante della labirintica modernità urbana, in osmosi/dipendenza dalla Notte etica di massa –, ai bassifondi evocati dai polizieschi di Conan Doyle e dalle incredibili tavole a incisione di Gustave Doré per lo “scandaloso” reportage London: a pilgrimage, 1872. È un fatto che, nel corso dell’Ottocento, Londra sia cresciuta in modo vertiginoso, dal primo quarto del secolo è divenuta la città più grande del pianeta (da oltre 1 milione di abitanti nel 1801 ha conosciuto un’impennata a 5,567 milioni nel 1891), il maggior porto esistente e il cuore pulsante di finanza e commercio internazionale, connesso in vario modo a tutto il resto della Terra; e alla fine dell’età vittoriana rappresenta un intero mondo, il luogo delle contraddizioni della modernità (al punto che proprio lì i movimenti dei lavoratori sono spinti a trovare un importante luogo di confronto). Non è un caso che nel Dracula (1897) il Grande Vampiro intenda trasferirsi nella gigantesca pasticceria di una Greater London stimata di 6,292 milioni di persone; e neppure che per intervenire urbanisticamente sull’infernale Babilonia dei quartieri poveri occorra il clamore mediatico del caso Jack the Ripper, 1888. Per contro, autori flâneur come Machen rilevano l’estrema complessità del panorama umano a Londra: dal narrante de La collina dei sogni (1895-1897, pubbl. 1907) nella sua catabasi urbana, al Dyson di La luce interiore, che vede nella capitale “il più grande soggetto che mente umana possa concepire. […] Vede, a volte mi sento disarmato al pensiero dell’immensità di Londra, della sua complessità. Con ragionevole sforzo si può capire Parigi, ma Londra no, Londra resterà sempre un mistero”.

Ma nelle pagine che andrete a leggere il soggetto non è soltanto la pur emblematica Londra. Parte infatti nientemeno che dal Bosforo di Pierre Loti il primo contributo di questa raccolta, l’articolo The Ugliness of Modern Life – La bruttezza della vita moderna di Ouida (all’anagrafe Maria Louise Ramé, 1839-1908), prolificissima e oggi quasi dimenticata scrittrice inglese che ebbe però la stima di Oscar Wilde, morì a Viareggio e fu sepolta a Bagni di Lucca, dalla sua raccolta Critical Studies, T.F. Unwin 1900: e da quel fronte esotico si avventura in una serie di speculazioni sul rapporto tra modernità & cinica indifferenza alla bellezza. Con le sue riflessioni a volte interessanti e controcorrente, a volte discutibili o (ci pare) sgangherate, una libera battitrice come Ouida è forse emblematica della fatica di un’epoca a focalizzare problemi su un fronte tanto ampio, uscendo da soggettivismi e limiti di strumenti d’analisi: una fatica che, senza concederci alibi, fa meglio comprendere resistenze e ritardi in una percezione collettiva anche molto più recente.

Così un certo passatismo dell’autrice risulta simpatico dove contesta le crudeltà sugli animali, gli orrori dell’inquinamento industriale e gli sconci paesaggistici un po’ in tutto il mondo, le sirene svianti di un commercio cieco e avido e del militarismo imperante, nonché l’eccesso di ordine, “sicurezza” e uniformità (“La polizia è ovunque […] mentre fuori casa i ragazzi e le ragazze non devono cantare o ballare, il cane non deve giocare o abbaiare, la sedia non deve spiccare sul marciapiede”) – anche se poi biasima i verdetti troppo miti dei tribunali. Per contro forzate e datatissime sono altre sue valutazioni, scandalizzate e tonitruanti quanto confusive: come la stroncatura dell’arte moderna in generale, la miope ed elitaria critica al fatto che i bambini siano spinti a disegnare, lo sdegno sulla postura antiestetica sui mezzi di locomozione (a due ruote, soprattutto)… Per non parlare del suo grottesco Medioevo idealizzato alla Walt Disney, della guerra di una volta piena “di colore e di sfarzo”; o dell’imputazione dei frequenti traslochi della “maggior parte delle persone del ceto borghese e della classe operaia” a una deprecabile incapacità di capire il valore di una casa – laddove le cause sembrano ben più concrete e drammatiche, specie per i ceti più bassi. Del resto superficialotto è il suo giudizio sulla Comune di Parigi e in generale sul socialismo – a dimostrare, se mai ve ne fosse bisogno, quanto la cifra dell’antimodernismo resti in sé ideologicamente equivoca.

“Penso che non ci sia dubbio che la bellezza fisica stia degenerando rapida, e la frequenza con cui si vede la bocca scrofolosa nei bambini, anche nei bambini degli aristocratici, è allarmante per il futuro della specie”, il che Ouida imputa – non senza alcune ragioni – all’inquinamento: ma certo le preoccupazioni eugenetiche fanno avvertire non distante il Max Nordau di Entartung, 1892. Del resto, nella “Canaglia che si precipita con un urlo stridulo di risate quando colpisce e getta a terra una donna debole o un bambino piccolo” sembra di ritrovare le brutalità del signor Hyde di Stevenson (1886), lui pure ipoteticamente frutto degli ultimi pericolosi studi scientifici. E il dottor Moreau di Wells è appena un passo in là.

L’autrice torna sul tema in un articolo, The Streets of London La bruttezza di Londra. Un appello per le strade belle (inizialmente su Women’s World  data incerta ante 4 settembre, più avanti sul Western Star 8 dicembre 1888), dove interviene con proposte e censure su temi della vita urbana. Ed è interessante ricordare quanto una narratrice popolare quale Ouida, per quanto anticonformista, possa restituire l’eco di discorsi diffusi all’epoca tra persone molto più convenzionalmente allineate.

In ogni caso a rispondere a Ouida è una voce eccellente, William Morris, con il pezzo Ugly London – Londra la brutta (Pall Mall Gazette 4 settembre 1888): dove cerca di affinare la discussione. Che Londra sia brutta, sia scoraggiante (“C’è, davvero, come dice Ouida, qualcosa di mortificante e scoraggiante nella bruttezza di Londra; altre città brutte possono essere più minacciose e feroci nella loro crudeltà, ma nessuna è così disperatamente malmessa, così irrimediabilmente volgare come Londra”), non ci sono dubbi; e Morris si limita a qualche suggerimento che però – ne è cosciente – resta un palliativo. Ma è importante capire la chiave sociale: la bruttura della Londra Ricca deriva in modo diretto dal furto organizzato e legalizzato ai danni della Londra Povera. E di qui, se vogliamo, l’urgenza dell’utopia della Bellezza coltivata da Morris con il suo progetto Arts and Crafts: dove il recupero di istanze di bellezza proprio dal medioevo – ma istanze reali, non stereotipo di maniera, con cui portare bellezza nelle case non dei soli straricchi –, e il riconoscimento di una dignità artistica di buoni artigiani con lo sviluppo di una peculiare poetica delle arti applicate, muovono nel segno di un tentare pace con l’ambiente in modo creativo e illuminato. Certamente non può bastare, ma resta uno degli esempi più alti prodotti su questo fronte nell’Inghilterra vittoriana.

Dalla constatazione dei guasti della modernità e particolarmente in quella capitale che ne è quasi un simbolo, promana la seconda interessantissima sezione, Urbanizzazione e cambiamenti climatici, che vede in primo piano il fenomeno London Fog. Un fenomeno allarmante, presentato da uno scritto di Thomas Miller, London FogLa nebbia di Londra (Picturesque Sketches of London Past and Present, Office of the National Illustrated Library, 1852) come “una concentrazione di zuppa di piselli gialli, densa quel tanto che basta da farsi attraversare senza rimanere del tutto sommersi o soffocati”, che costringe ad accendere le luci e causa surreali incidenti. L’evocazione dei medesimi, in particolare nei quartieri sul Tamigi, è condotta con piglio d’ironia atroce alla Hogarth, ma l’enfasi non toglie nulla alla gravità del quadro.

Non stupisce che il pezzo seguente sia un vero e proprio racconto distopico, in qualche modo di fantascienza: The Doom of LondonLa tragica sorte di Londra di Robert Barr (The Idler, novembre 1892, poi nella raccolta The Face And The Mask, 1894). Barr (1849-1912) è un novellista scozzese-canadese trapiantato a Londra, autore di storie umoristiche, poliziesche e del sovrannaturale, amico di Stephen Crane e Conan Doyle (di cui però parodia l’arcidetective nelle avventure di Sherlaw Kombs). In questo caso è in scena una vicenda catastrofistica proprio incentrata sul tema della nebbia soffocante, chiamiamola pure smog: un testo che è di estremo interesse paragonare al successivo della raccolta, The Doom of the Great City; Being the Narrative of a Survivor, Written A.D. 1942La Tragica Fine della Grande Città del micologo e narratore William Delisle Hay (ca. 1853-1885: in volume, Newman and Co. 1880). Anche i titoli originali sono simili, citando entrambi il Doom/destino, ma quello di Hay è precedente di dodici anni: il sospetto è che Barr possa conoscerlo ma, con il suo racconto più neutramente catastrofistico, preferisca smarcarsi dai toni ideologici e moralistici del predecessore. Hay è in effetti un personaggio un po’ particolare, mixa nei suoi testi fantascientifici confusi conati socialisteggianti e spiacevoli posizioni da suprematista bianco. Il suo testo qui presentato è stato considerato il primo racconto moderno di apocalisse urbana, sull’onda della grave crisi d’inquinamento del 1873: ma l’autore vi vede una sorta di punizione per la depravazione della “Grande Città”, una Londra-Babilonia dove la disonestà regna nel lavoro, i poveri sono oppressi, una Chiesa ingiusta benedice lo stato delle cose e la depravazione trionfa, in un meretricio dilagante. A castigare tanta corruzione è la nebbia, che inevitabilmente colpisce anche gli innocenti…

La sezione successiva, La natura tra urbano e rurale, riconduce idealmente a un altro degli spunti di Ouida: e un eccellente punto di partenza è il pezzo Town and CountryCittà e campagna di Morris (The Journal of Decorative Art, aprile 1893), che rendendo più dialettica la contrapposizione, ne affronta una rapida disamina storica. Puntualizza così come a un certo punto il discrimine non sia più stato “tra le città e le campagne, ma tra Londra e il resto del paese, tra le città e il resto” – e il discorso torna a Madre Londra, come la chiamerà Michael Moorcock. Sottolineando anche la complessità del quadro:

 

Per ora si comprende che abbiamo tre cose da affrontare: Londra, la brutalità e la sordidezza apparenti che la vita intellettuale in qualche modo compensa; gli snodi commerciali, che non hanno una tale compensazione, e anche in apparenza sono ben più orrendi di Londra; e il paese, che, invece di essere il giusto compagno e aiutante delle città e della Città, è un’appendice fastidiosa, un incidente imbarazzante della vita cittadina, commerciale o intellettuale, che è la vita reale del nostro tempo.

Il risultato di tutto ciò è la solita confusione arrabattata che opprime l’intera vita di questo tempo di strano e rapido cambiamento, se siamo precipitati in un così angoscioso bisogno di organizzazione ragionevole. Anche Londra, di gran lunga migliore delle città commerciali, è volgare in modo meschino nei quartieri ricchi, fetida e squallida in modo indicibile nei quartieri poveri. E il paese – in questa fine di maggio non dirò che non sia bello – bello più o meno dappertutto dove non ci sono molte case moderne all’orizzonte. Ma conosco bene il paese: e anche per un uomo ricco, un uomo benestante perlomeno, il paese si lascia coinvolgere dalla stupidità arrabattata del tempo. Fra tutta la bellezza soverchia di foglie e fiori, tutta la ricchezza di prati, e terreni, e colline, è avaro, oh così avaro!

 

Il vero Ebenezer Scrooge sembra doversi insomma individuare in questo tessuto di rapporti, che vedono sacrificata al soldo ogni istanza di bellezza. Ma Morris non si ferma alla lamentela e ci parla di come vorrebbe riformata la città, anche in vista di un futuro migliore.

Una sorta di diritto di replica è concesso a Ouida con il brano GardensGiardini (Views and Opinions, 1895), a celebrare il gusto del giardino privato, luogo del pensiero e del sentimento, contro i giardini e parchi pubblici: raccomandando di non eccedere in “pulizie” (“Il giardino, come una donna può essere troppo pulito, troppo freddo, troppo tiré à quatre épingles”), l’autrice vede il giardino ideale in quello di Corisande, nel Lothair di Disraeli, politico celebre ma in precedenza dandy e autore di fiction alla moda, e si mette a ragionare sui migliori accostamenti di piante e sulla tradizione inglese dei giardini. Di nuovo si può discutere sulle affermazioni della Nostra ove polemizza contro “tutto il ‘realismo’ delle esistenze dei poveri [che] si giudica in base a squallore, carestia, crimine, ubriachezza e invidia” – in un’apparente incomprensione del fatto che i “poveri” non si scelgano da soli simili inferni,  che quelli costituiscano il frutto di non casuali contingenze di classe e che i romanzieri non inventino nulla. Basti vedere la documentazione fotografica sulle stanze dormitorio dei bassifondi dove la gente dorme seduta sostenuta da una corda: c’è allora poco spazio per pensare agli idilliaci cottage fioriti di rose di gente pur semplice descritta dall’autrice. Lodevole l’insegnamento ai piccoli dell’amore per i fiori, “Non bisognerebbe mai permettere ai bambini di cogliere i fiori, nemmeno nei campi e nelle siepi, soltanto per buttarli via; bisognerebbe insegnare loro grande rispetto per la bellezza floreale che li circonda”; per contro vivaci – e comprensibili – critiche riguardano lo spreco di fiori nelle case dei nobili e nelle chiese. In generale apprezzabile è il senso del colore e la documentazione d’ambiente nelle pagine di Ouida, pur appesantite da brontolii e comunque non troppo illuminanti dal punto di vista dell’analisi sociale.

Di altro livello, per qualità stilistica e intensità lirica sono le pagine che seguono: il piccolo gioiello In the Botanical GardensAi giardini botanici di Katherine Mansfield (1888- 1923: con lo pseudonimo di Julian Mark, è il suo primo racconto pubblicato a 19 anni, 1907); la visione Dame NatureLa Signora Natura della scrittrice e naturalista scozzese Elizabeth Brightwen (1830-1906: da More about Wild Nature, T.F. Unwin 1893); il vividamente pittorico Where The Forest MurmursDove mormora la foresta di Fiona MacLeod (pseudonimo ma vero e proprio “secondo sé” di William Sharp, 1855-1905, autore di notevole interesse spentosi in Italia a Bronte nel Catanese: da Where The Fortest Murmurs. Nature Essays, R. & R. Clark, 1906) coi suoi bozzetti invernali poeticamente documentaristici. Le stagioni come punto d’osservazione emergono con passo insieme letterario e rigorosamente scientifico anche in The Biology of AutumnBiologia dell’autunno del naturalista scozzese Sir John Arthur Thomson (1861-1933: da The Evergreen A Northern Seasonal. The Book of Autumn, T.F. Unwin 1895). Nell’età vittoriana schiere di studiosi gentiluomini – zoologi, botanici, esploratori, entusiasti a vario titolo – mostrano così di affrontare il mondo della natura con sguardo elegantemente elegiaco e insieme puntuale sui dati scientifici, ma senza immaginare le crisi che un secolo dopo vedranno gli assetti da loro celebrati esposti a rischi radicali.

Il frutto dell’interpretazione essenzialmente patriarcale offerta da gran parte di loro – emblematici gli studi di Bram Dijkstra sulle letture artistiche d’epoca sulla Donna, supportate da un impressionante bacino sessista di convinzioni spicciole e pretese verità scientifiche – verrà ridiscusso in tempi più recenti dalla cosiddetta queer ecology, con la denuncia del predominio del maschile su natura e femminile. Cui è dedicata l’ultima sezione: anche qui, il pregio della raccolta è di scelte per nulla banali e scontate.

Si parte dunque con un testo narrativo, il racconto Pan di un’autrice notevolissima, George Egerton (all’anagrafe Mary Chavelita Dunne Bright 1859-1945) tratto dalla raccolta Symphonies, John Lane 1897. La vicenda si ambienta non in Inghilterra, ma nel coevo mondo basco machista e brutale dei Bassi Pirenei: qui il richiamo dell’uomo capra suonato a una gara di ballo avrà conseguenze sessualmente esplosive e tragiche. A far esplodere la situazione non stupisce che una scrittrice come Egerton, associata almeno agli inizi a un certo orizzonte decadente attraverso marcatori emblematici come le illustrazioni di Aubrey Beardsley, convochi in scena quella divinità della natura scatenata – pulsioni comprese – che in tale arco di decenni conosce un allegro ritorno: si pensi solo a Machen (The Great God Pan, 1894), al romanzo di Knut Hamsun (Pan, 1894), a The Blessing of Pan di Lord Dunsany (1927), a The Goat-Foot God di Dion Fortune (1936) e allo stesso Peter Pan di Barrie, per non parlare dell’attenzione offertagli da pittori, filologi come Wilhelm H. Roscher (poi ricordato da James Hillman nel suo Saggio su Pan) e storici delle religioni come Sir James George Frazer. La fisionomia spiazzante ed eversiva di Pan permette richiami alla natura non mansueti o manieristici, e il significato del suo nome – “il tutto” – svela alle sue evocazioni connotati di spiazzante latitudine.

Un secondo racconto, il bellissimo The Music on the HillLa melodia sulla collina (dalla raccolta The Chronicles of Clovis, John Lane 1911), è pure di firma celebre, Hector Hugh Munro noto come Saki (1870-1916), e pure torna a Pan, con il misto di macabro e ironia caro all’autore. In questo caso il devoto al dio pagano è l’uomo, ma la protagonista ha fatto proprio il sistema di un mondo patriarcale. Con risultati di cui dovrà dolersi…

Mentre il terzo, Miss  Ormerod (The Dial, 1924) di Virginia Woolf è ispirato a un personaggio autentico, l’entomologa Eleanor Ormerod (1828-1901): non sposata e a sua volta perfettamente integrata nella società patriarcale dell’epoca – con una scienza saldamente in mano agli uomini – non mostrò mai interesse a criticare tale assetto. Virginia Woolf ne offre un ritratto scintillante, gustosamente ironico e spiritosamente convenzionale. “Sotto il microscopio si percepisce chiaramente che quegli insetti hanno organi, orifizi, feci; e, sottolineo, copulano”: a richiamare a una delle dimensioni di natura più essenziali e in fondo più provocatorie per un certo orizzonte sociale. Ma senz’altro soggetta al ministero di Pan.

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Siamo marxisti, oltre il produttivismo c’è di più https://www.carmillaonline.com/2023/07/18/siamo-marxisti-oltre-il-produttivismo-ce-di-piu/ Tue, 18 Jul 2023 04:00:03 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=77545 di Fabio Ciabatti

Kohei Saito, Marx in the Anthropocene: Towards the Idea of Degrowth Communism, Cambridge University Press, 2023, edizione Kindle, pp. 278, € 25,48. 

Il rapporto tra ecologia e marxismo non è mai stato molto semplice. I verdi si sono spesso cullati nell’illusione di uno sviluppo sostenibile compatibile con il capitalismo o hanno pensato l’ambientalismo come una sorta di terza via tra capitalismo e comunismo. Ci sarebbe bisogno di una buona dose di critica dell’economia politica per svegliarsi da questi pallidi sogni, ma la diffidenza ha spesso prevalso nei confronti [...]]]> di Fabio Ciabatti

Kohei Saito, Marx in the Anthropocene: Towards the Idea of Degrowth Communism, Cambridge University Press, 2023, edizione Kindle, pp. 278, € 25,48. 

Il rapporto tra ecologia e marxismo non è mai stato molto semplice. I verdi si sono spesso cullati nell’illusione di uno sviluppo sostenibile compatibile con il capitalismo o hanno pensato l’ambientalismo come una sorta di terza via tra capitalismo e comunismo. Ci sarebbe bisogno di una buona dose di critica dell’economia politica per svegliarsi da questi pallidi sogni, ma la diffidenza ha spesso prevalso nei confronti del pensiero di Marx perché considerato intriso di produttivismo e dunque una sorta di gemello diverso del moderno sviluppo ecologicamente devastante.
La domanda sorge spontanea: Marx era davvero un produttivista? La risposta potrebbe sembrare scontata perché per il materialismo storico, comunemente inteso, lo sviluppo delle forze produttive rappresenta il lato positivo della storia che, arrivato ad un certo punto, rompe la gabbia dei rapporti di produzione e consente di passare ad un modo di produzione più progredito. Questo è accaduto con il passaggio dal feudalesimo al capitalismo e lo stesso accadrà quando il capitalismo sarà soppiantato dal comunismo. È incontrovertibile che Marx abbia sostenuto queste posizioni. Ma è tutto qui?
Kohei Saito, marxista giapponese che ha goduto di una inaspettata fama tra il grande pubblico del suo paese, sostiene che oltre il produttivismo c’è di più. Nel suo Marx in the Anthropocene: Towards the Idea of Degrowth Communism, argomenta che nella biografia intellettuale del rivoluzionario tedesco è possibile trovare le tracce di uno sviluppo teorico che pone le premesse, come indica il titolo del libro, di un comunismo della decrescita. Una tesi senz’altro originale e radicale che vale la pena di conoscere, anche al di là dei suoi possibili aspetti problematici. 

Due sono i passaggi fondamentali che, secondo l’autore giapponese, mettono in luce l’importanza fondamentale di concetti come metabolismo tra uomo e natura e frattura metabolica che pur appaiono sporadicamente nel corpus marxiano: negli anni Sessanta la formulazione del concetto di “sussunzione reale” e, nel periodo successivo al 1867, anno di pubblicazione del Capitale, le estensive ricerche di Marx sui sistemi precapitalistici e sulle scienze naturali.
Partiamo dal metabolismo. A differenza delle altre specie, i rapporti degli esseri umani con la natura possono assumere differenti forme che corrispondono ai molteplici modi di produzione che si succedono nella storia. Rimane il fatto che in ogni forma sociale il lavoro deve mediare il rapporto con la natura e che, quest’ultima, pone dei limiti invalicabili per quanto essi possano essere elastici. Si può dunque parlare di unità nella separazione per quanto riguarda il rapporto tra esseri umani e natura è ciò viene espresso nel concetto marxiano di metabolismo. Fonte di valori d’uso, cioè della  ricchezza effettiva, al pari del lavoro, la natura non può essere ridotta, come pretende la logica capitalistica, a mero veicolo della valorizzazione perché possiede “una sua indipendente finalità”, indifferente alla volontà umana. L’unità nella separazione implica la possibilità di una rottura, come accade con il capitalismo che, sempre secondo Marx, genera “le condizioni che provocano una incolmabile frattura nel nesso del ricambio organico sociale prescritto dalle leggi naturali della vita”.1 Il rivoluzionario tedesco ha in mente la cosiddetta legge della restituzione di Justus von Liebig: secondo il chimico tedesco è necessario restituire al suolo i nutrienti che la crescita delle piante tende a sottrargli, altrimenti la terra non può rimanere fertile e assicurare rendimenti durevoli. Per Marx l’agricoltura intensiva capitalistica, votata ai rendimenti di breve periodo, e la concentrazione della popolazione nelle città impedisce un sostenibile ricambio organico tra esseri umani e natura.
L’innovazione tecnologica è uno dei modi in cui il capitale cerca di superare la frattura metabolica che esso stesso provoca. Rimanendo all’agricoltura e facendo un salto temporale oltre il periodo in cui visse Marx, l’introduzione dei fertilizzanti chimici consente di rimediare alla perdita di fertilità dei terreni sottoposti a coltura intensiva. Di fatto si tratta di uno spostamento del problema che, alla lunga, produce più difficoltà di quante ne risolva (aumento di emissioni di anidride carbonica, inquinamento delle falde acquifere, maggiore vulnerabilità delle piante a malattie e insetti ecc.). In breve, la tecnologia sviluppata dal capitalismo non consente di arrivare a un’agricoltura sostenibile. 

Alla stessa conclusione si può arrivare, in termini più generali, attraverso la teoria di Marx. E qui torniamo alla distinzione tra sussunzione formale e reale che compare nei Manoscritti del 1861-1863 ed è poi sviluppata nel Capitale, mentre non ce n’è ancora traccia nei Grundrisse, scritti alla fine degli anni Cinquanta. In quest’ultimo manoscritto abbiamo, invece, il concetto di general intellect che scomparirà successivamente e che, non a caso, ha rappresentato spesso il punto di riferimento per chi ha cercato di pensare il passaggio al post-capitalismo attraverso lo sviluppo estremo delle forze produttive. Nei Grundrisse si ipotizza infatti uno sviluppo tecnologico che determina una produttività del lavoro tale da rendere obsoleta la misurazione della produzione attraverso il tempo di lavoro. Detto altrimenti, le forze produttive possono raggiungere un livello così alto da consentire la liberazione dal lavoro in un contesto di abbondanza materiale per tutti.
Lo scenario cambia, secondo Saito, quando appare il concetto di sussunzione reale del lavoro al capitale e il conseguente concetto di “forze produttive del capitale”. Lo sviluppo tecnologico diventa inestricabilmente intrecciato con le finalità storicamente determinate del capitale, comando sul lavoro e produzione di plusvalore su scala sempre più ampia. 

In questo senso, dobbiamo capovolgere radicalmente la tradizionale visione del materialismo storico sulla relazione effettiva tra forze produttive e rapporti di produzione: «I rapporti di produzione determinano le forze produttive».2

La critica delle forze produttive, dunque,

rappresenta un cambiamento importante nella sua visione del progresso tecnologico sotto il capitalismo. Marx si rese conto che lo sviluppo capitalistico delle tecnologie non prepara necessariamente una base materiale per il post-capitalismo.3

Alla luce di questa nuova consapevolezza si possono comprendere, secondo Saito, i vasti studi cui Marx si dedicò dopo la pubblicazione del Capitale, documentati dai suoi numerosi quaderni composti di estratti dai libri letti e relativi commenti. La ricerca di Marx copre ambiti molto vasti come la geologia, la chimica, la mineralogia e la botanica e si occupa di problemi come l’eccessiva deforestazione il trattamento crudele del bestiame, lo sperpero della fonti di energia fossili e l’estinzione delle specie. Negli ultimi quindici anni della sua vita, egli riempì un terzo dei suoi quaderni di appunti, metà dei quali comprendono estratti da libri sulle scienze naturali. Contemporaneamente Marx, con un occhio attento all’agricoltura non capitalistica e ai sistemi di proprietà fondiaria, lesse libri sull’antica Roma, sull’India, sull’Algeria, sull’America Latina, sugli Irochesi in Nord america e sulla comune contadina russa.
La principale originalità dello studio di Saito sta, probabilmente, nel connettere questi due campi di indagine, legando strettamente l’abbandono da parte di Marx di ogni residuo eurocentrico e il superamento delle precedenti concezioni produttivistiche. Lo studio delle società non capitalistiche unito a quello delle scienze naturali mostra a Marx la possibilità di un ricambio organico tra umani e natura che sia al contempo egualitario e ecologicamente sostenibile. È importante, notare, infatti, che lo stato stazionario della produzione e la persistenza nel tempo delle tecniche impiegate sono alcune delle caratteristiche essenziali delle comuni agricole precapitalistiche strettamente connesse alle limitazioni nei confronti dell’appropriazione individuale delle terre e alle restrizioni relative al commercio dei prodotti al di fuori delle comunità di villaggio. Caratteristiche che, nel loro insieme, e consentono di realizzare un’economia circolare, rispettando la già citata legge della restituzione, per quanto ciò accada inconsapevolmente, cioè sulla base di tradizioni e consuetudini, e non a partire dalla conoscenza scientifica delle leggi naturali.

In altri termini,

non è soltanto che le vie al comunismo diventano plurali ma è la stessa idea del comunismo di Marx a cambiare significativamente negli anni Ottanta dell’Ottocento come risultato della sua riflessione cosciente sui precedenti difetti teorici e sulle unilateralità del materialismo storico.4

È chiaro che per questa nuova interpretazione dei testi marxiani non possono essere presentate prove definitive, ma soltanto indizi, per quanto consistenti. A sostegno della sua tesi Saito sottolinea come Marx all’inizio del 1868 legge l’opera del botanico e agronomo Carl Fraas sull’agricoltura sostenibile praticata dall’“associazione della marca” germanica e poi, visto che questo lavoro si basa sull’analisi dello storico Georg Ludwig von Maurer sulla medesima comune germanica, passa alla lettura di questo secondo autore. Da questa successione Saito conclude che “le questioni dell’ecologia e delle società precapitalistiche sono connesse sin dall’inizio”.5 Cita poi un una lettera a Engels in cui Marx parla dei due autori appena menzionati attribuendo loro “un’inconscia tendenza socialista” che implica anche la scoperta di “ciò che è più nuovo in ciò che è più vecchio”.6
Questi accenni potrebbero rimanere una mera curiosità se non venissero messi in connessione con quanto scrive Marx nel 1881, dopo aver approfondito lungamente i temi delle scienze naturali e delle società precapitalistiche. Nelle bozze preparatorie alla lettera a Vera Zasulic Marx descrive la comune russa come possibile “elemento di superiorità sui paesi ancora asserviti dal regime capitalistico”.7 Ipotizza, inoltre, che la crisi del capitalismo finirà “attraverso il ritorno a una forma più alta di un tipo ‘arcaico’ di proprietà e produzione collettive”.8 In ogni caso Marx non è un romantico. La comune russa per sopravvivere e diventare la leva per la rigenerazione della società deve svilupparsi acquisendo la capacità di cooperare su scala più ampia e appropriandosi delle conquiste tecnologiche del capitalismo.

Attraverso questi elementi è possibile anche leggere retroattivamente alcuni passaggi dei testi marxiani. Quando, per esempio, Marx parla di regno della libertà nel III libro del Capitale non lo identifica con il dominio sulla natura che sarebbe in grado di introdurci in un mondo di abbondanza. Nel campo della produzione materiale la libertà può consistere solo nel fatto che i produttori associati governano razionalmente il metabolismo umano con la natura lavorando in condizioni degne dell’essere umano e, cosa rilevante ai fini ecologici, con il minimo dispendio di energia. Ma questo rimane pur sempre il regno della necessità. La vera libertà inizia solo quando, su questa base, è possibile sviluppare le capacità umane come fini a se stesse.
Interpretando queste posizioni alla luce delle preoccupazioni ecologiche dell’ultimo Marx è possibile sviluppare un concetto di ricchezza che vada al di là del suo aspetto meramente quantitativo e che dunque non richiede uno sviluppo indefinito delle forze produttive. Saito, a questo proposito, è ben consapevole che sta partendo da Marx per andare oltre Marx che, sebbene negli anni Sessanta abbia chiaramente fatto sue alcune istanze ambientaliste ante litteram, non ha mai parlato esplicitamente del comunismo come connotato da uno stato stazionario dell’economia e ancor meno dalla decrescita, neanche negli ultimi anni della sua vita.
Rimane il fatto che proprio a partire da Marx si può distinguere tra una scarsità socialmente indotta e una determinata dalla natura. La prima, che è consustanziale al capitalismo, può essere superata recuperando una dimensione collettiva e cooperativa, della ricchezza e della sua produzione. La seconda, invece, non può mai essere eliminata del tutto perché la natura presenta a qualunque società umana dei limiti che non possono essere oltrepassati, pena la catastrofe ecologica.
Di certo, finché consideriamo la merce come forma naturale della ricchezza non è possibile porre limiti alla crescita. Il vero problema non è costituito dalla potenziale illimitatezza dei bisogni umani perché il fine ultimo della merce è quello di soddisfare la brama illimitata di profitto del capitale che la produce piuttosto che i desideri e le necessità di chi la consuma. Nella merce, il valore d’uso è solo il necessario supporto del “valore che si valorizza” senza posa.
All’opposto di questo tipo di ricchezza, che si può pure moltiplicare all’infinito ma non cessa mai di essere scarsa, c’è quella che Marx nella Critica del programma Gotha definisce genossenschaftlicher Reichtum. Si tratta di un termine che, nota Saito, pur comparendo una sola volta è di grande importanza. Può essere tradotto come “ricchezza comune/cooperativa/comunitaria” e richiama le modalità di produzione, di distribuzione e di rapporto con la natura tipiche delle comuni agricole. Solo quando tutte le sorgenti di questo tipo di ricchezza scorrono con abbondanza “l’angusto orizzonte giuridico borghese può essere superato”,9 sostiene Marx. Insomma il rivoluzionario tedesco non rinuncia mai all’idea che il comunismo debba essere un regno dell’abbondanza, ma ciò non richieda la soddisfazione di desideri illimitati e una crescita infinita delle forze produttive perché “l’abbondanza non è una soglia tecnologica, ma una relazione sociale”.10 In altri termini, “l’abbondanza della ricchezza comune riguarda la condivisione e la cooperazione attraverso la distribuzione sia della ricchezza sia degli oneri più equamente e giustamente tra i membri della società”.11

Queste discussioni possono apparire il frutto di una oziosa acribia filologica, ma occorre notare come la posta in gioco sia politicamente significativa. Finché l’ambientalismo sarà sinonimo di una limitazione generalizzata dei consumi in nome della sostenibilità ecologica difficilmente potrà diventare una prassi generalizzata delle classi subalterne in un mondo caratterizzato da una enorme sperequazione nella distribuzione della ricchezza. Per vincere la battaglia nel territorio conteso dell’immaginario collettivo occorre mettere in campo una concezione completamente diversa di benessere sociale che, basandosi sull’idea di ricchezza comune, sappia coniugare equità sociale e rispetto dei limiti naturali.
Marx certamente non basta, ma senza la sua critica dell’economia politica si fatica a capire come le catastrofi ecologiche e quelle sociali hanno la medesima radice, la produzione capitalistica che si sviluppa “solo minando al contempo le fonti da cui sgorga ogni ricchezza: la terra e l’operaio“.12 E si corre
 il serio rischio di rimanere teoricamente disarmati di fronte all’imbroglio rappresentato dal capitalismo green, ennesimo esempio di come la borghesia sia in grado di trarre profitto dai disastri che essa stessa produce. “Après moi, le déluge! è la parola d’ordine di ogni capitalista e di ogni nazione capitalista”,13 sosteneva Marx. Oggi il diluvio è arrivato, non solo metaforicamente come dimostra il recente disastro in Emilia Romagna, ma il capitalismo è ancora qui con la sua infinita brama di profitto che gli impedisce di accettare qualsiasi limite, sociale e naturale, perché l’unico vero limite che la produzione capitalistica può riconoscere è il capitale stesso.

 


  1. Karl Marx, Il capitale, libro III, Editori Riuniti, Roma 1980, p. 926. Il termine tedesco Stoffwechsel è tradizionalmente reso nelle traduzioni italiane con l’espressione “ricambio organico”, mentre Saito lo traduce con “metabolism”. 

  2. Kohei Saito, Marx in the Anthropocene: Towards the Idea of Degrowth Communism, Cambridge University Press, 2023, edizione Kindle, p.156. Traduzione mia, come le successive. 

  3. Ivi, p. 80. 

  4. Ivi. p. 278. 

  5. Ivi, p. 200. 

  6. K. Marx, Lettera a Engels, 25 marzo 1868, cit. in K. Saito, cit. p. 201. 

  7. Karl Marx, Lettera a Vera Zasulic, 16 febbraio 1881, in K. Marx, Russia, Editori Riuniti, Roma 1993, p. 82-83. 

  8. Ivi, p. 83. 

  9. Karl Marx, Critica del programma Gotha, Editori Riuniti, Roma 1990, p. 17.  

  10. K. Saito, cit., p. 232 

  11. Ibidem. 

  12. Karl Marx, Il capitale, Libro I, Editori Riuniti, Roma 1980, p. 553. 

  13. Ivi, p. 305. 

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La natura che ci possiede https://www.carmillaonline.com/2023/05/26/la-natura-che-ci-possiede/ Fri, 26 May 2023 20:00:58 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=77407 di Francesca Fiorentin

Enrico Testa, L’erba di nessuno, Einaudi, Torino, 2023, pp. 142, euro 12,50

La terra e la sua vegetazione sono al centro della poetica di Enrico Testa, non come entità distanti, estranee, ma come realtà capaci di attraversarci dentro e di costruire un sesto senso che in noi si fa persona, la sesta persona, quel senso capace di esperire un altro ordine sensoriale rispetto alle sei persone della grammatica, le quali, con le loro declinazioni nelle tre coniugazioni verbali, indicano solo la relazione attiva e passiva con il mondo esterno. [...]]]> di Francesca Fiorentin

Enrico Testa, L’erba di nessuno, Einaudi, Torino, 2023, pp. 142, euro 12,50

La terra e la sua vegetazione sono al centro della poetica di Enrico Testa, non come entità distanti, estranee, ma come realtà capaci di attraversarci dentro e di costruire un sesto senso che in noi si fa persona, la sesta persona, quel senso capace di esperire un altro ordine sensoriale rispetto alle sei persone della grammatica, le quali, con le loro declinazioni nelle tre coniugazioni verbali, indicano solo la relazione attiva e passiva con il mondo esterno. Attraverso questo senso percepiamo voci misteriose e viviamo in stretta unione con la natura, in un legame vitale, fatto anche di sentimento. Si tratta certamente di una espansione delle facoltà di percezione, di un ampliamento della capacità di immaginazione. La creazione poetica di E. Testa rappresenta un modo di pensare rivoluzionario perché cambia radicalmente i soliti schemi dell’intelligenza e del sentimento circa la natura, proprio in un tempo in cui il disastro climatico fa prevedere l’estinzione della specie umana, senza che il mondo faccia nulla per evitarla. Al posto di una natura inerte, siamo di fronte a un cosmo e una vita che non lasciano fuori la dimensione dell’ignoto, perché un aspetto inconoscibile delle parole proviene dalla profondità della terra, dai suoi elementi vegetali e inorganici, e suscita una comunicazione “che si sente” e “non si può ripetere”; è proprio questa visione a interessare il poeta, che predilige le persone “vedove della vita”, lepri che scappano e non hanno niente da spartire con chi affronta la vita, con i suoi problemi ordinari, con grinta. Le poesie sono voci che vengono a noi in modo oscuro: “tante voci/notturne in pieno giorno”. Voci ebbre che devono legarsi alla catena materiale del conscio, con la sua grammatica e le sue regole. Vi è una visione della bellezza del linguaggio come mondo sonoro, di voci e di muto, ancora prima di essere vergato sul foglio: “A me piace sentire le cose cantare”.

Il linguaggio della memoria e la voce come suono si materializzano in segni, ma prima della lettera scritta vi fu il refuso, il sussurro, la parola orale involontaria e inconscia, appartenenti alle voci della terra e a ciò che vive al suo interno. Anche dalle cose emana una eco che filtra non il niente ma “un tiepido soffio”, il soffio di una dirompente dimensione ctonia. Un’energia primordiale che attraversa la persona è quella che gli elementi naturali trasmettono, il contatto con una pietra, ad esempio. Sono, queste, le uniche sensazioni positive della vita, tangibili ma non esprimibili.

Lo stato esistenziale desiderato del poeta è quello di “essere invisibile nel completo anonimato”, “fuori dalla vita”, “solo di fronte al mio io”, in uno “stato provvisorio di esilio”, “in una soglia notturna d’elisio”. Uno stato di abbandono se consideriamo l’abbandono come distacco dalla vita laboriosa del mondo. Quasi ogni poesia contiene figure del mondo vegetale e di animali, soprattutto di volatili. Vivere in sordina vuol dire vivere come cuciti dietro il risvolto di un arazzo, nascosti e poggiati a qualcosa di materiale. Ma legare la propria vita al futuro dei figli, all’umanità in generale, considerando la casa come vita che continua, può essere pericoloso: una poesia (La caduta del cielo) mostra, in una sorta di allucinazione, come il peso dei morti fa sprofondare nel più profondo della terra i loro corpi, inghiottendo anche la casa costruita sopra, in una specie di implosione. Possiamo morire in qualsiasi momento, e conosciamo la morte solo attraverso il volto dei morti, il loro accumulo nella terra.

Vivere “fuori dalla vita” vuol dire vivere come cuciti dentro la terra, come radici di alberi o come rocce, dove un mondo di solitudine e di silenzio vive in pace. Come un cupo e scuro pino da pece, albero molto resistente al fuoco e al vento, impermeabile alla pioggia, è il poeta: estraneo agli eventi esteriori. Della terra siamo prigionieri, come le sterne che salgono e scendono continuamente al mare. A volte succede che nella solitudine senza gente, i passi diventino la trama sotterranea delle radici, e la lingua madre, la lingua dei primi rudimenti diventa viva e ci parla. Il sole che rende viva la terra sorride per lei, per le gemme di aprile, e l’aria è abitata da suoi propri sogni che vengono a noi la notte.

Dobbiamo pensare la condizione di separazione dal mondo come una condizione di lavoro della fantasia, ben descritta da una poesia in cui il poeta immagina, al mattino, di essere come un merlo zoppo che vaga nell’orto e di cantare sotto la sua pianta preferita. Benedetto è l’abbandono che è capace di stordire in una estasi di bellezza, come il profumo dei fiori di narciso.

Oppressive sono le immagini della vita terrena: un grand Hotel dalle finestre che sono lastre di vetro non apribili; l’esumazione di cadaveri nel cimitero; i morti che appaiono nel sonno operosi e attivi come erano in vita.
La morte dovrebbe essere un salto verso un altro cielo, che non ci limiti a ritornare a terra per cercare il cibo, in una terra dove ogni pezzetto è accaparrato dalla proprietà privata ai fini della grande produzione, impoverito dallo sfruttamento intensivo delle coltivazioni o della pesca. Sarebbe bello un volo in una terra, verso un’erba di nessuno. Quando un uccello muore, sembra che voli in picchiata, come precipitando in un altro cielo: è così che la morte dovrebbe essere nel suo significato. Anche gli oggetti vivono una sorta di morte, quando non esiste più l’ambiente a cui appartenevano. Se vi siete fermati a osservare oggetti d’infanzia o di parenti non più viventi, noterete come una tristezza in essi, vi accorgerete che gli oggetti e le persone sembrano condividere lo stesso desiderio di oblio nel viaggio del tempo che corre, in un credo comune: “parole carezze cenere”, dopo la vita sia l’oblio di quello che un tempo fu.

Non si può trovare nella scrittura un luogo in cui trovare riparo per il proprio essere. Non siamo noi a decidere dove andare, prevalgono i rovi da evitare, nella vita come nella scrittura.
Il distacco del poeta dal mondo ha anche un aspetto teologico, vi è un vissuto di lontananza di Dio, una disperazione che ha una certa somiglianza con quella di Giobbe, una disperata empietà: da una parte vi sono accuse di essere da Lui abbandonato e nello stesso tempo vi sono invocazioni di carezze. Dio è un “superbo bugiardo”, “un brigante di strada”. Al “Dio ignoto” chiede però una carezza, perché forse è “il mio solo compagno”, e al “mio grande nemico” dice: “non sparire!”. Dio ha un volto così muto da essere accecante. Ci viene in mente G. Anders quando affermava che “la disperata empietà è meglio della virtù che non dispera mai”.

La vita, nel migliore dei casi, è “serena infelicità” che trova riparo nell’ombra, o guarda “l’esterno dall’interno”, come fanno le piante. Esiste una forma di gioia, ma è esuberanza che prende senza motivo. L’autore cerca un luogo dove nascondersi dal mondo, dove non vi sia il controllo sulla nostra mente. La comunicazione digitale ci ha addomesticato a non dire niente se non un “tritume di parole, albume della voce”. La voce come albume, viscida appiccicosa e incolore, insapore, è la voce filtrata dallo schermo, inautentica e spettrale.

La vita è schiacciata da una pena tremenda, la distruzione e la corruzione di tutte le cose. La vita umana è la stessa identica vita di un dente di leone, “una vita plebea”, che viene “calpestato sui crocevia”, strappato dalle persone per il gioco di soffiarci sopra, e “la fine indecifrabile, nel vento”. Variando dei brani originali di F. Nietzsche, l’autore scrive:

“Sono facile alle lacrime in questi giorni e talmente irritabile verso l’umanità da aver sempre bisogno di medicine. Mi servono per contrastare il veleno che mi hanno inoculato: la sdegnosa indifferenza altrui mi ha spinto al disprezzo di me stesso e io non ho la forza per sopportarlo. La gente si stupisce del mio volto: sembra quello di chi è appena arrivato da un paese dove non abita nessuno. […]. Nelle mie notti in bianco vado a fondo e getto dal bordo del letto lo scandaglio nelle acque nere della coscienza. Per scovare un’aurora, per afferrare le mie idee: uccelli – gufo aquila allodola picchio – in volo. Non ho però nessuno con cui parlare. Sono stanche le stelle. Nel mio cielo, sono solo. Totalmente solo. E così! Arrivederci!”

Procedere dal buio verso un buio più profondo, non verso la chiarità, vuol dire dimenticare la vita, e questo non è un male, perché “la vita è l’invenzione meglio riuscita del diavolo”; gli affetti una promessa di amore non mantenuta.
L’erba di nessuno è una risorsa improduttiva; un luogo non privatizzato e non soggetto a un valore di mercato della quale all’inizio dell’età moderna in Inghilterra l’economia si era appropria indebitamente, creando delle recinzioni, le enclosures.

Era, la terra di nessuno, la risorsa di sostentamento e di sicurezza per chi viveva prima che nascessero le enclosures, recinzioni che dividevano la classe dei proprietari terrieri da chi non aveva terra e quindi separavano il mondo in ricchi e poveri.
Senza nominare i processi economici dell’economia di mercato, il poeta scrive:

finita quella su cui si può vantare
qualche diritto
di consuetudine o di proprietà
s’incomincia a tagliare
l’erba di nessuno.
La falce passa veloce
sulle ripe scoscese,
nei fossati umidi di guazza
anche ad agosto,
sui muri delle lunari
piramidi azteche dei monti.
L’esile pianta di una terrazza
e la sua tenera malva
sono una riga lontana
tra cielo e mare.
Qui pietra su pietra
e poco prato:
i pruni graffiano le mani.
Ma nessun filo, stelo o stecco
Deve andare perduto.
Tutto serve
per sfamare bestie e cristiani
– per dare fiato
a questo dolore muto

Bisognerebbe invece dare tributi e nutrimenti alla terra: il poeta, tagliandosi un dito, è orgoglioso che il suo sangue sia finito in terra. L’erba di nessuno è anche la vita in uno stato di concentrazione e solitudine, destinata purtroppo a essere continuamente interrotta dalle sollecitazioni che vengono dal mondo: innanzi tutto quella di inserirsi nella sfera sociale e nelle relazioni del consorzio umano. Lo stato di solitudine e di silenzio significa trovarsi soli in quello che si fa senza distrazione alcuna; una elevata forma di concentrazione in cui la mente fa tabula rasa del mondo: vera e propria meditazione spirituale che rappresenta una pace interiore estatica.

 

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Lo sguardo ecocritico dell’entomologo https://www.carmillaonline.com/2021/11/23/lo-sguardo-ecocritico-dellentomologo/ Tue, 23 Nov 2021 22:00:24 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=69359 di Paolo Lago

Tommaso Lisa, Memorie dal sottobosco. Un coleottero dei funghi, Exorma, Roma, 2021, pp. 189, € 15,00.

Tommaso Lisa, in Memorie dal sottobosco, uscito recentemente per Exorma, allestisce una scrittura diaristica che ruota attorno a un oggetto intimo e privato legato alla sua passione di entomologo, il coleottero Diaperis. Se la scrittura scientifica ha ormai già detto tutto a proposito del Diaperis, quella privata e personale ancora no. Ed è proprio quello che l’autore si propone di fare: «Se nella dimensione pubblica del linguaggio tutto sembrava quindi essere stato già detto, [...]]]> di Paolo Lago

Tommaso Lisa, Memorie dal sottobosco. Un coleottero dei funghi, Exorma, Roma, 2021, pp. 189, € 15,00.

Tommaso Lisa, in Memorie dal sottobosco, uscito recentemente per Exorma, allestisce una scrittura diaristica che ruota attorno a un oggetto intimo e privato legato alla sua passione di entomologo, il coleottero Diaperis. Se la scrittura scientifica ha ormai già detto tutto a proposito del Diaperis, quella privata e personale ancora no. Ed è proprio quello che l’autore si propone di fare: «Se nella dimensione pubblica del linguaggio tutto sembrava quindi essere stato già detto, nel rapporto privato tra me e l’insetto c’era una vasta zona oscura da indagare, sul perché avessi scelto di studiare questa specie: come fosse nata, appunto, la “relazione”». Il coleottero diventa quindi oggetto di una scrittura attenta e precisa, a volte intarsiata di intonazioni poetiche che sembrano ergersi in una dimensione lirica e contemplativa fino a ricercare «il limite fin dove il linguaggio può spingersi verso il “privato” prima di perdere senso, scivolando nel delirio». Il discorso messo in atto da Tommaso Lisa si articola perciò su diversi piani: «entomologico, etologico, antropologico e psicanalitico».

Eppure, in una scrittura così precisa che fa precipitare i termini tecnici e scientifici dell’entomologia in una dimensione intima e privata, appare estremamente importante anche il piano ecocritico, inteso nel senso di uno sguardo capace di raccogliere in sé le dense problematiche che investono le relazioni tra esseri umani e natura. Infatti, nel discorso srotolato dall’autore, c’è la volontà di «individuare il limite del “vedere-come” il Diaperis in maniera oggettiva, senza rendere il coleottero un simbolo o una metafora. Volevo mettermi al suo pari, regredendo nella giungla – “Cuore di Tenebrionide” – ma in fondo al nero della materia non ho scorto “l’orrore”». In fondo non c’è l’orrore perché è messo in atto un approfondito percorso di regressione in un «alternativo “paese delle meraviglie”», il sottobosco in cui vive l’insetto. “Vedere-come” il Diaperis nel suo ambiente naturale implica un certo processo di identificazione che conduce l’esperimento narrativo di Lisa in una prospettiva diversa da come si pone il tema ‘dell’io di fronte alla natura’ che, secondo Niccolò Scaffai, rappresenta una delle principali articolazioni messe in campo dagli scrittori italiani contemporanei per esprimere la propria idea di natura e paesaggio1.

Lo sguardo dell’autore non è soltanto quello dell’entomologo, scientifico e distaccato ma, proprio in virtù di questa forte dimensione privata che riveste la sua scrittura, diventa sguardo intimo e personale, confessione psicanalitica, memoria e ricordo che risale dai momenti dell’infanzia e che si esplicita, durante tutto l’arco della narrazione, negli spazi della casa paterna, che assumono quasi una valenza regressiva. Lo stesso autore, per “vedere-come” il Diaperis, va oltre l’‘io di fronte alla natura’ ed entra in una dimensione quasi fiabesca nella quale è «come se fossi rimpicciolito e mi trovassi a vagare, simile a Nausicaä, nella Valle del vento». Successivamente, in un altro momento della narrazione, si chiede: «Che io stia forse lentamente diventando quest’insetto, con sforzi pari a quelli d’una kafkiana metamorfosi?». Ma una possibile metamorfosi che può investire l’io narrante non è soltanto quella in insetto, bensì anche in albero: «Perciò, infine il Diaperis abita nel mio corpo, nella carne fatta albero. Nel tronco del torace, fino nelle midolla, nel cuore. Nel silenzio del sottobosco». Fino a divenire, quasi in forma mitica come nelle Metamorfosi ovidiane, sia insetto che albero, corteccia, fungo: «Sono situato dentro una corteccia. Io sono la corteccia, il fungo, l’insetto, in un procedimento infinito di echi e di mimesi».

L’operazione attuata da Tommaso Lisa si avvicina, per certi aspetti, a quella realizzata da Italo Calvino col suo racconto La formica argentina. Sempre secondo Scaffai, «anche per Calvino, come sarà poi per Pasolini, l’immaginario ecologico è la forma letteraria assunta dalla riflessione storico-sociale; anche per Calvino, l’unico esito possibile è sostanzialmente regressivo»2. E, continua lo studioso, «anche per Calvino, come per Pasolini, l’immagine emblematica è quella di un insetto: quel che la lucciola rappresenterà negli Scritti corsari, qui nei Racconti è la formica»3.

Infatti, come già notato, l’immaginario ecologico non manca davvero nella narrazione di Memorie dal sottobosco, ed esso assume una spiccata impronta ecocritica. Le riflessioni che seguono scaturiscono, probabilmente, dalla capacità dello sguardo dell’entomologo di trasformarsi in insetto e in albero, nonché di rimpicciolirsi e di vagare nel sottobosco:

L’ecologia dell’economia umana, di scala come di sussistenza, è inconciliabile con quella degli ecosistemi naturali. L’ecologia dell’economia ha come fine la messa a frutto della natura. Ossia il suo sfruttamento tramite il lavoro, che porta al logorio, all’usura. All’estinzione. Non credo che homo sapiens possa emanciparsi dall’economia predatoria, fondata sullo sfruttamento delle risorse, tratto costitutivo della sua natura. Tramite la parola, l’essere umano apre la strada alla tecnologia e rompe l’equilibrio con l’ecosistema naturale in cui vive: il processo degenerativo che deriva da questo disequilibrio è inarrestabile. Le buone pratiche ecologiste sono un palliativo. Allungano i tempi, come per un malato terminale. La natura si è già estinta ai miei occhi di cittadino. Sopravvivo in spazi antropizzati. Questa periferia senza centro in cui sono intrappolato da una vita, uniforme nel suo alternarsi senza soluzione di continuità di centri commerciali, auto, tram, cemento, asfalto.

Fuori dalla finestra della casa paterna, i “non-luoghi” della periferia non sono poi troppo diversi da quelli dell’alienazione industriale tratteggiata da Calvino negli anni Sessanta. Soltanto che, adesso, si tratta di «non-luoghi di una periferia planetaria globale»: «Fuori dalla finestra di quest’appartamento in condominio vedo il quartiere oltre il quale seguono uno dopo l’altro i non-luoghi di una periferia planetaria globale: lo Sprawl, la scansione asettica di aeroporti, stadi e centri commerciali». Chiuso nel suo appartamento-scatola, uguale a tante altre scatole enormi che svettano nella periferia industriale della contemporanea società digitalizzata, l’autore riflette su ciò che lo circonda: «C’è ancora splendore oltre i giardini, le baracche, i fili spinati e le reti, i cantieri delle autostrade, gli aeroporti più grandi, i nuovi stadi, gli hotel in vetro e acciaio, i centri commerciali con insegne accese e casse aperte tutto il giorno. Mi sento estraneo in questa casa».

Le Memorie dal sottobosco mettono quindi in moto diversi livelli di narrazione: quella lucida e precisa (intrisa di termini tecnici e scientifici) dello sguardo dell’entomologo che osserva i suoi campioni, tutti riposti nelle loro scatole custodite nella libreria; quella di carattere memorialistico e psicanalitico, per cui l’insetto osservato, come oggetto dal forte valore simbolico, assume anche connotazioni feticistiche; quella di carattere poetico, che include riflessioni sul passare del tempo impresse sulla pagina per mezzo di un lirismo perfettamente sposato col tecnicismo scientifico; quella, infine, di carattere ecocritico che sviluppa riflessioni sulla condizione dell’individuo contemporaneo alle prese con una forse imminente ‘apocalisse’ quando tutta la tecnologia dell’uomo si bloccherà e ci sarà solo «una smisurata luna nel cielo nero. O un sole all’orizzonte zigrinato di cirrostrati, tondo e rosso come il Diaperis».

Cosa può comunicarci, perciò, lo sguardo ecocritico dell’entomologo? Le sue osservazioni vanno al di là del puro impianto riflessivo: come tutte le parole della letteratura che, in qualche modo, si occupa di ecologia, sono infatti proiettate in una dimensione ben reale e ben attuale. Per mezzo dello sguardo del Diaperis, dell’albero e delle piante, dei funghi, di tutto il sottobosco, la parola letteraria di Tommaso Lisa ci inchioda al qui e ora, al nostro tempo, al momento attuale: quello in cui dobbiamo agire per invertire la rotta, prima che sia troppo tardi.


  1. Cfr. N. Scaffai, Letteratura e ecologia. Forme e temi di una relazione narrativa, Carocci, Roma, 2017, p. 211. 

  2. Ivi, p. 199. 

  3. Ibid. 

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