EastMed – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 11 Jun 2026 19:53:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Tutelare il gasdotto, soffocare il conflitto: tre sentenze contro il movimento No TAP https://www.carmillaonline.com/2021/03/21/tutelare-il-gasdotto-soffocare-il-conflitto-tre-sentenze-contro-il-movimento-no-tap/ Sun, 21 Mar 2021 09:00:46 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=65471 di Alexik

“Espressioni come “una protesta pacifica” sono, dunque, non particolarmente utili per descrivere le nostre lotte.  “Protesta pacifica” non significa niente, perché dal punto di vista dello Stato e del Capitale, quando qualcuno si impegna in una protesta è, per definizione, non più in pace: l’atto di protestare è un rifiuto. È il rifiuto di uno status pacificato, è il rifiuto della pretesa che si debba accettare ogni cosa che viene imposta nel nome del progresso e dello sviluppo. Quando l’espropriazione viene contrastata dal rifiuto del soggetto, il soggetto diventa un [...]]]> di Alexik

“Espressioni come “una protesta pacifica” sono, dunque, non particolarmente utili per descrivere le nostre lotte.  “Protesta pacifica” non significa niente, perché dal punto di vista dello Stato e del Capitale, quando qualcuno si impegna in una protesta è, per definizione, non più in pace: l’atto di protestare è un rifiuto.
È il rifiuto di uno status pacificato, è il rifiuto della pretesa che si debba accettare ogni cosa che viene imposta nel nome del progresso e dello sviluppo. Quando l’espropriazione viene contrastata dal rifiuto del soggetto, il soggetto diventa un nemico.”

Potremmo partire dalle parole di Mark Neocleous, pronunciate proprio a Melendugno nell’ottobre 20181, per commentare le sentenze di tre procedimenti contro il Movimento No TAP, conclusi in primo grado il 19 marzo scorso con 88 condanne a pene variabili dai 3 mesi ai 3 anni abbondanti. Condanne raddoppiate, e a volte triplicate, rispetto alle richieste del PM, o inflitte anche a fronte della richiesta di assoluzione da parte del PM stesso.

Sanzionati, dunque, i “muri umani” eretti per impedire il passaggio dei mezzi del cantiere TAP, muri di persone indisponibili ad “accettare ogni cosa imposta nel nome del progresso e dello sviluppo”, come la costruzione di un’opera devastante, pericolosa, inquinante, climalterante.
Sanzionate le corna innalzate verso le truppe antisommossa e il dito medio contro l’elicottero in volo, i lanci di uova e di ciclamini, le violazioni dei fogli di via e le “inosservanze di provvedimenti dell’autorità”.
Condannati con il massimo edittale anche 17 compagne e compagni a cui  è stato negato lo status di parti lese, dopo essere stati braccati, feriti, umiliati, sequestrati mentre erano di ritorno dai cancelli del cantiere, dove avevano semplicemente intonato dei cori2. Inutile dire che nessuno procederà contro i loro aguzzini.

Per molti versi questa vicenda processuale infonde una persistente sensazione di dejavu, di cose già viste a circa 1.200 km a nord ovest, presso il Tribunale di Torino.
Per esempio, accomuna gli uffici giudiziari torinesi e salentini la costruzione di maxiprocessi “omnibus”, che raggruppano ipotesi di reato per  fatti commessi in diversi tempi e luoghi e, nel caso del maxiprocesso leccese,  anche completamente scollegati.
Potpourri giudiziari con tantissimi imputati, che tradiscono più la fretta di arrivare a condanna che la volontà di approfondire contesti, dinamiche e reali responsabilità.
Altro particolare comune è l’attrazione che esercitano i movimenti territoriali per i magistrati antimafia. Se Gian Carlo Caselli ha lasciato in Val di Susa un ‘ricordo indelebile’, il maxi processo No TAP ha potuto giovarsi sia di un PM che del giudice monocratico provenienti dai processi alla Sacra Corona Unita. Non si tratta probabilmente di un caso fortuito:

La nomina di un magistrato antimafia si inserisce in un solco già tracciato a livello nazionale, per cui si adottano le prerogative dell’antimafia nei reati di ordine pubblico. Da anni questa tendenza sempre più generalizzata associa i reati tipicamente ascrivibili all’area del dissenso e della conflittualità politica a quelli della criminalità organizzata, e lo fa attraverso l’accostamento dell’antimafia all’antiterrorismo… In questo modo nella prassi giudiziaria e nella strutturazione e interpretazione delle norme si è assottigliata, fino quasi a scomparire, la distinzione tra l’ambito del conflitto sociale e quello dell’eversione3.

Nella stessa direzione si colloca la scelta delle aule bunker come location dei  processi contro i movimenti,  scelta atta a suggerirne l’equiparazione con le grandi organizzazioni criminali.
Anche a Lecce, come a Torino, ci sono testimoni che pesano come piume ed altri come montagne. Infatti, secondo le dichiarazioni del giudice monocratico, “la testimonianza di un pubblico ufficiale è da considerarsi già di per sé veritiera”.
Anche a Lecce, come a Torino, i procedimenti che tutelano le grandi opere dalle proteste popolari corrono “ad alta velocità”4. I tre processi contro il movimento No TAP, con 126 imputati, sono arrivati a sentenza di primo grado in appena 7 mesi, con udienze pressoché settimanali, addossando alla difesa un carico di lavoro immane, anche per la mole di materiale videoregistrato da consultare.
Mentre il calendario delle udienze contro il movimento, nonostante l’emergenza COVID-19, non ha subito modifiche, un altro processo, che vede imputata per disastro ambientale la multinazionale TAP e le aziende appaltatrici, è stato rinviato per pandemia.
Forse nella prospettiva di poter onorare anche questa volta l’antica tradizione italica della chiusura in prescrizione dei procedimenti che riguardano i reati ambientali.

Foto di Baba Paradiso.

A Torino il Tribunale ha fatto da tempo da apripista nel comminare condanne pesanti anche nei casi il cui l’opposizione alle grandi opere si è espressa attraverso modalità assolutamente “gandhiane”.
Emblematiche a proposito le carcerazioni di Dana, Fabiola, e prima ancora di Nicoletta, condannate per aver parlato al megafono o tenuto uno striscione durante una breve manifestazione sull’autostrada A32 .
Il Salento ha seguito l’esempio, e anche sulle condanne del 19 marzo contro il movimento No TAP è stato buttato il carico da 11. Divers* compagni e compagne potrebbero varcare nel tempo la soglia del carcere se la situazione non viene modificata nei successivi gradi di giudizio.
Molte delle condotte sanzionate, in altri tempi (sempre più lontani), probabilmente non avrebbero comportato nemmeno l’apertura di un processo.
Ma c’era bisogno di dare un segnale, perché il gasdotto vuole continuare la sua corsa verso nord, sotto le forme di “Rete Adriatica Snam”, e non tollera altri ostacoli.

Nel dicembre 2020 il Consiglio Europeo ha approvato “l’obiettivo vincolante di una riduzione interna netta di almeno il 55% delle emissioni di gas serra entro il 2030“, da raggiungere  …. anche tramite “tecnologie di transizione come il gas”, avvallando in questo modo la prospettiva dell’utilizzo del gas come sostituto del carbone.
[Che, per inciso, oltre ad essere un combustibile fossile, è un gas serra molto più potente della CO2, e la sua estrazione e trasporto comportano emissioni fuggitive in atmosfera tali da renderne l’utilizzo più climalterante del carbone stesso.]
Non vengono messi a rischio quindi dal Green New Deal europeo (anzi!) i 32 progetti di interconnessione del gas considerati “di interesse comune” dall’U.E., compresi il TAP, l’EastMed  (dai giacimenti al largo di Israele e Gaza fino alla costa di Otranto) e la Rete Adriatica Snam.
Quest’ultima promette di solcare con un tubo di  120 cm di diametro pieno di gas le aree a maggior rischio sismico della penisola, come la Valle Peligna, i paesi dell’hinterland aquilano, quelli dell’Umbria, delle Marche e dell’Emilia, fino a Minerbio.
In pratica, sfiorando gli epicentri dei più forti terremoti che hanno interessato l’Italia dal 1997 a oggi.
Attualmente il processo di autorizzazione della Rete Adriatica Snam nel tratto Sulmona/Foligno è ancora fermo in attesa di un adeguato studio sulla sismicità, ma esperienza insegna che spesso non bastano le barricate di carta a fermare opere devastanti.
Quando si renderà necessario anche in Abruzzo, Umbria, Marche ed Emilia innalzare “muri umani” contro le ruspe, l’esempio della sentenza salentina rappresenterà un sinistro precedente.

Per questo è il momento di dare un segnale di controtendenza, dimostrando che anche davanti a queste squallide operazioni siamo uniti e solidali con chi subisce rappresaglie per aver difeso i territori, con i loro ecosistemi e comunità umane, in Salento come altrove.
E anche per gratitudine, perché non dimentichiamo che proprio grazie alla Carovana No TAP e all’intervento informativo dei compagni salentini, si è innescato a Minerbio (BO) quel processo di coinvolgimento e attivazione di realtà locali che ha portato al blocco di un pericoloso progetto di sovrappressione degli impianti di stoccaggio del gas gestiti dalla Stogit. E di questo va dato atto proprio a quei compagni e a quelle compagne che oggi subiscono la criminalizzazione giudiziaria.

Support the fight !

Avanti NO TAP !


  1. Mark Neocleous, What is Pacification?, intervento al workshop “Policing Extractivism: Security, Accumulation, Pacification”, Melendugno (LE), 5-6-7 ottobre 2018. QUI la traduzione in italiano. 

  2. Ne abbiamo già parlato su Carmilla nella puntata n.  5 di “Il nemico interno” 

  3. Lecce: processo No Tap, aggiornamenti e qualche riflessione, Comunella Fastidiosa, 12/03/21. 

  4. Sulla velocità dei processi contro il Movimento No Tav, si veda, su Carmilla, la puntata n. 6 di “Il nemico interno“. 

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La posta in gioco/2 https://www.carmillaonline.com/2018/12/08/la-posta-in-gioco-2/ Sat, 08 Dec 2018 04:00:52 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=50106 di Alexik

Quanta distanza – abissale – fra le strade che oggi si riempiranno dei cortei contro le Grandi Opere Inutili e Imposte e per il diritto al clima, e le sale dei colloqui istituzionali della COP24 di Katowice. Quanta distanza fra la generosità di chi è capace di mettersi in gioco a proprio rischio, e l’ipocrisia dei cd “decisori politici” riuniti in Polonia, la cui ultima delle preoccupazioni pare siano proprio i cambiamenti climatici.

Probabilmente nessun luogo è più idoneo di Katowice – nel cuore [...]]]> di Alexik

Quanta distanza – abissale – fra le strade che oggi si riempiranno dei cortei contro le Grandi Opere Inutili e Imposte e per il diritto al clima, e le sale dei colloqui istituzionali della COP24 di Katowice.
Quanta distanza fra la generosità di chi è capace di mettersi in gioco a proprio rischio, e l’ipocrisia dei cd “decisori politici” riuniti in Polonia, la cui ultima delle preoccupazioni pare siano proprio i cambiamenti climatici.

Probabilmente nessun luogo è più idoneo di Katowice – nel cuore del bacino carbonifero della Slesia – per rendere l’idea di un brutto clima, in termini sia atmosferici che politici.
Katowice è infatti al 19° posto nella classifica 2016 dell’OMS delle 50 città più inquinate d’Europa, in compagnia di altre 32 città polacche, come risultato di una politica energetica basata per l’80% sul carbone1.
Per mantenere tale invidiabile primato la Polonia, unica in Europa, continua a progettare nuovi impianti e nuove miniere (in particolare di lignite, la tipologia di carbone più inquinante) col beneplacito della Commissione Europea che ha concesso al governo polacco la possibilità di sovvenzionare le sue centrali a carbone con aiuti di Stato2.
E lo rivendica – fin dal primo giorno della Conferenza – per bocca del suo presidente Andrzei Duda, che ha messo subito in chiaro  l’indisponibilità a rinunciare al carbone che “garantisce la sovranità energetica dei polacchi”.3

Se questo è il messaggio di “benvenuto” da parte dei padroni di casa, anche le premesse all’incontro non sono fra le migliori, a giudicare dal negazionismo di Trump (smentito poi dalla sua stessa amministrazione), dall’annullamento da parte del governo australiano del piano per la riduzione delle emissioni di carbonio, e dalle dichiarazioni del neo ministro degli esteri brasiliano, Ernesto Araújo, convinto che i cambiamenti climatici siano un dogma messo in atto da un gruppo di marxisti per promuovere la crescita della Cina.

L’apertura dei lavori di COP24 del 3 dicembre scorso ha dato il via allo scontro sui principali temi in discussione, e in particolare sui trasferimenti di fondi, tecnologie e informazioni a favore dei “paesi in via di sviluppo” per sostenere i loro sforzi verso il raggiungimento degli obiettivi definiti dall’accordo di Parigi.
Lo scontro riguarda anche i concetti di equità e “responsabilità comune ma differenziata“, che attiene al riconoscimento  di maggiori responsabilità storiche dei “paesi sviluppati” per le loro emissioni passate, che non possono essere trascurate concentrandosi unicamente sulle emissioni attuali e future.

Inutile dire che i “paesi sviluppati” stanno opponendo ostacoli continui al trasferimento di fondi, tecnologie e informazioni, ed al riconoscimento delle loro responsabilità storiche, e che si sottraggono alla discussione quando si  tratta di fare un bilancio degli impegni non rispettati.
Per esempio quando qualcuno gli chiede conto dei 100 miliardi di $ annui promessi alla Conferenza sul clima di Cancun a favore dei paesi in via di sviluppo.

I due fronti che si contrappongono in questa disputa, combattuta su ogni singola parola dei documenti in discussione, vengono schematicamente rappresentati dal gruppo di Umbrella (formato da USA,  Federazione Russa, Bielorussia, Kazakistan, Ucraina, Australia, Canada, Islanda, Giappone, Nuova Zelanda, Norvegia, Israele) e dal G77, un gruppo formato nel 1964 da 77 paesi in via di sviluppo.

Potrebbe sembrare un classico scontro di ordine neocoloniale, e sicuramente in parte lo è.
Il fatto è che nessuno dei due blocchi contrapposti è credibile sul fronte della lotta ai cambiamenti climatici.
Il gruppo di Umbrella annovera i negazionisti degli USA, l’Australia che si è appena disimpegnata rispetto agli obiettivi di contenimento dei gas serra, la Federazione Russa e la Norvegia che hanno tutto l’interesse a continuare a vendere petrolio, Israele che progetta la costruzione dell’EastMed, un gasdotto lungo fino ad Otranto che serve a trasportare il gas rubato ai palestinesi.

Dall’altra parte il G77 comprende fra i suoi membri tutti i singoli Stati dell’OPEC. Comprende la Cina e l’India, le nazioni da cui ci si aspetta la maggiore domanda addizionale di energia da qui al 20404, e quantità colossali ne serviranno a servizio della “nuova via della seta” .
Il G77 viene rappresentato alla COP24 dall’Egitto, che dopo la scoperta del giacimento Noor accarezza l’ambizione di diventare esportatore di gas.

Insomma: siamo sicuri che tutta sta gente abbia la benché minima intenzione di muoversi verso un superamento dei combustibili fossili ?
Possiamo aspettarcelo dalle illuminate democrazie dell’Occidente, che per il controllo delle risorse petrolifere non hanno esitato a distruggere interi Stati lasciando sul terreno migliaia e migliaia di morti ?

Ancora una volta, l’onere di invertire la tendenza grava sui movimenti. (Continua)

 


  1. Daniele Olivetti, Smog, studio Oms: le 50 città più inquinate d’Europa, 3 sono italiane, 3bmeteo.com, 19 febbraio 2017 

  2. Marina Forti, Come si vive circondati dal carbone in Polonia, in “Internazionale” , 16 aprile 2018.
    Commissione europea, Aiuti di Stato: la Commissione approva sei meccanismi di regolazione della capacità di energia elettrica per garantire la sicurezza dell’approvvigionamento in Belgio, Francia, Germania, Grecia, Italia e Polonia, Bruxelles, 7 febbraio 2018. 

  3. Cop24, il presidente Duda spiazza tutti: “Polonia non può rinunciare al carbone”, Il Fatto Quotidiano, 3 dicembre 2018. 

  4. OPEC, 2017 Annual Report, 2018, pp. 110. 

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