Draghi – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 26 Jun 2026 20:00:01 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 A proposito del Manifesto di Ventotene https://www.carmillaonline.com/2025/03/20/lanno-degli-anniversari-1941-2021-manifesto-di-ventotene/ Thu, 20 Mar 2025 20:00:36 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=68587 di Sandro Moiso

[Poiché si ritengono tutte le forze politiche rappresentate in parlamento ugualmente nemiche della lotta di classe e amiche del partito della guerra e vista la bagarre scatenatasi in quell’aula nei giorni scorsi, a seguito delle parole di Giorgia Meloni e l’uso opportunistico e guerrafondaio fatto del Manifesto di Ventotene dalla cosiddetta sinistra liberal-democratica “europeista”, si è scelto di ripubblicare un intervento sullo stesso tema già apparso su Carmilla nell’ottobre del 2021. S.M.]

Ad agosto (2021) ci siamo dovuti sorbire una farlocca celebrazione di un manifesto che, a dire di autorevoli europeisti come Sergio Mattarella, costituirebbe il fondamento [...]]]> di Sandro Moiso

[Poiché si ritengono tutte le forze politiche rappresentate in parlamento ugualmente nemiche della lotta di classe e amiche del partito della guerra e vista la bagarre scatenatasi in quell’aula nei giorni scorsi, a seguito delle parole di Giorgia Meloni e l’uso opportunistico e guerrafondaio fatto del Manifesto di Ventotene dalla cosiddetta sinistra liberal-democratica “europeista”, si è scelto di ripubblicare un intervento sullo stesso tema già apparso su Carmilla nell’ottobre del 2021. S.M.]

Ad agosto (2021) ci siamo dovuti sorbire una farlocca celebrazione di un manifesto che, a dire di autorevoli europeisti come Sergio Mattarella, costituirebbe il fondamento ideale dell’attuale Unione Europea.
Peccato, però, che a leggerne anche soltanto alcune pagine, guarda caso poste proprio all’inizio dello stesso, la narrazione europeista autorizzata non regga.

Il Manifesto, il cui titolo completo è “Per un’Europa libera e unita. Progetto di un manifesto”, fu infatti elaborato da Altiero Spinelli e Ernesto Rossi nell’agosto del 1941, in piena seconda guerra mondiale, mentre i due antifascisti si trovavano confinati, insieme ad un migliaio di altri oppositori del regime, sull’isola di Ventotene, al largo di Formia.

L’autore principale fu Altiero Spinelli (1907-1986), che aveva iniziato la sua attività politica nelle file dell’allora Partito Comunista d’Italia e proprio per il suo ruolo di segretario giovanile dello stesso per l’Italia centrale era stato condannato nel 1927 a dieci anni di carcere e successivamente al confino, da cui fu liberato soltanto nel 1943 dopo la caduta “istituzionale” di Mussolini. Nel 1937, però, a seguito dei processi di Mosca e di una lunga riflessione sull’esperienza dello stato sovietico stalinizzato, era uscito da quello che era diventato il PCI.

Ernesto Rossi (1897-1967), che pure diede un importante contributo alla stesura del Manifesto, fu tra i fondatori e i principali animatori di Giustizia e Libertà e poi del Partito d’Azione e proprio attraverso gli scambi di idee con Spinelli, durante il periodo di confinamento forzato, divenne un sostenitore del federalismo europeo.

Idea di federalismo che, non dimentichiamolo, era nata e si era sviluppata proprio a seguito di quel secondo conflitto imperialista che stava macellando la gioventù europea e mondiale sui campi di battaglia ed era conseguenza non solo delle brame imperialiste delle potenze coinvolte, ma anche di un feroce nazionalismo che, in varie forme, aveva precedentemente finito con l’ingabbiare le stesse masse dei lavoratori.

Forse prendendo a prestito, almeno in parte, quell’idea di Stati Uniti d’Europa che Leone Trockij era andato sviluppando fin dal 19231, con l’intento di dar vita ad una federazione europea degli operai e dei contadini che desse una risposta concreta alle questioni più scottanti della rivoluzione europea, anche se nel 1915 lo stesso Lenin si era dichiarato contrario a tale parola d’ordine2, con argomentazioni che sarebbero poi in seguito state usate da Stalin per giustificare la teoria del “socialismo in un paese solo”.

Trockij, al contrario, era invece convinto che soltanto dall’unione tra le due parole d’ordine «governo operaio e contadino» e «Stati Uniti d’Europa» fosse possibile ingabbiare e controllare in chiave socialista quelle forze produttive capitaliste che superavano, già allora, il quadro nazionale degli Stati europei ed avevano costituito la vera forza motrice del Primo macello imperialista.

Proprio come la guerra rifletteva il bisogno di un ampio campo di sviluppo per le forze produttive compresse dalle barriere doganali, così l’occupazione della Ruhr, funesta per l’Europa e per l’umanità, riflette il bisogno di unire il ferro della Ruhr con il carbone della Lorena. L’Europa non può sviluppare la sua economia nelle frontiere doganali e statali che le sono state imposte dal trattato di Versailles. Essa deve abbattere queste frontiere, altrimenti è minacciata da una completa decadenza economica. Ma i metodi impiegati dalla borghesia dirigente per sopprimere le barriere che essa ha creato non fanno che aumentare il caos e accelerare la disorganizzazione.
L’incapacità della borghesia di risolvere i problemi fondamentali della ricostruzione economica dell’Europa si manifesta sempre più chiaramente di fronte alle masse lavoratrici. La parola d’ordine «governo operaio e contadino» va incontro a questa crescente aspirazione dei lavoratori a trovare una via di uscita con le loro forze. Ora, è necessario indicare in maniera più concreta questa via d’uscita: è la cooperazione più stretta tra i popoli d’Europa, l’unico mezzo per salvare il nostro continente dalla disgregazione economica e dall’asservimento al potente capitale americano3.

Messe da parte alcune considerazioni forse oggi superate sul tema delle “foze produttive” e del loro inarrestabile sviluppo, va qui compreso come in quelle poche righe già il leader bolscevico prefigurasse quelle che sarebbero state le conseguenze del trattato di Versailles prima e del secondo conflitto mondiale in seguito.

Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi si trovarono invece a scrivere in un periodo in cui erano fallite le speranze di un governo operaio e contadino europeo oppure di una federazione di governi di tal fatta, mentre Stalin si accaniva nella costruzione forzosa di un nuovo e potente capitalismo di Stato, non troppo diverso da quello rimesso in piedi da alleati ed avversari nel corso di quel devastante conflitto. Forse, fu proprio a partire da questa constatazione che, nella terza parte del Manifesto, Compiti del dopoguerra – La riforma della società, i due poterono affermare:

La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l’emancipazione delle classi lavoratrici e la creazione per esse di condizioni più umane di vita. La bussola di orientamento per i provvedimenti da prendere in tale direzione, non può essere però il principio puramente dottrinario secondo il quale la proprietà privata dei mezzi materiali di produzione deve essere in linea di principio abolita, e tollerata solo in linea provvisoria, quando non se ne possa proprio fare a meno. La statizzazione generale dell’economia è stata la prima forma utopistica in cui le classi operaie si sono rappresentate la loro liberazione del giogo capitalista, ma, una volta realizzata a pieno, non porta allo scopo sognato, bensì alla costituzione di un regime in cui tutta la popolazione è asservita alla ristretta classe dei burocrati gestori dell’economia, come è avvenuto in Russia4.
Il principio veramente fondamentale del socialismo, e di cui quello della collettivizzazione generale non è stato che una affrettata ed erronea deduzione, è quello secondo il quale le forze economiche non debbono dominare gli uomini, ma – come avviene per forze naturali – essere da loro sottomesse, guidate, controllate nel modo più razionale, affinché le grandi masse non ne siano vittime. Le gigantesche forze di progresso, che scaturiscono dall’interesse individuale, non vanno spente nella morta gora della pratica “routinière” per trovarsi poi di fronte all’insolubile problema di resuscitare lo spirito d’iniziativa con le differenziazioni dei salari, e con gli altri provvedimenti del genere dello stachanovismo dell’U.R.S.S., col solo risultato di uno sgobbamento più diligente. Quelle forze vanno invece esaltate ed estese offrendo loro una maggiore possibilità di sviluppo ed impiego, e contemporaneamente vanno perfezionati e consolidati gli argini che le convogliano verso gli obiettivi di maggiore utilità per tutta la collettività.
La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa, caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio. Questa direttiva si inserisce naturalmente nel processo di formazione di una vita economica europea liberata dagli incubi del militarismo e del burocraticismo nazionali. In essa possono trovare la loro liberazione tanto i lavoratori dei paesi capitalistici oppressi dal dominio dei ceti padronali, quanto i lavoratori dei paesi comunisti oppressi dalla tirannide burocratica. La soluzione razionale deve prendere il posto di quella irrazionale anche nella coscienza dei lavoratori. Volendo indicare in modo più particolareggiato il contenuto di questa direttiva, ed avvertendo che la convenienza e le modalità di ogni punto programmatico dovranno essere sempre giudicate in rapporto al presupposto oramai indispensabile dell’unità europea, mettiamo in rilievo i seguenti punti:

a) non si possono più lasciare ai privati le imprese che, svolgendo un’attività necessariamente monopolistica, sono in condizioni di sfruttare la massa dei consumatori; ad esempio le industrie elettriche, le imprese che si vogliono mantenere in vita per ragioni di interesse collettivo, ma che per reggersi hanno bisogno di dazi protettivi, sussidi, ordinazioni di favore, ecc. (l’esempio più notevole di questo tipo di industrie sono in Italia ora le industrie siderurgiche); e le imprese che per la grandezza dei capitali investiti e il numero degli operai occupati, o per l’importanza del settore che dominano, possono ricattare gli organi dello stato imponendo la politica per loro più vantaggiosa (Es.: industrie minerarie, grandi istituti bancari, industrie degli armamenti). E’ questo il campo in cui si dovrà procedere senz’altro a nazionalizzazioni su scala vastissima, senza alcun riguardo per i diritti acquisiti;

b) le caratteristiche che hanno avuto in passato il diritto di proprietà e il diritto di successione hanno permesso di accumulare nelle mani di pochi privilegiati ricchezze che converrà distribuire, durante una crisi rivoluzionaria in senso egualitario, per eliminare i ceti parassitari e per dare ai lavoratori gl’istrumenti di produzione di cui abbisognano, onde migliorare le condizioni economiche e far loro raggiungere una maggiore indipendenza di vita. Pensiamo cioè ad una riforma agraria che, passando la terra a chi coltiva, aumenti enormemente il numero dei proprietari, e ad una riforma industriale che estenda la proprietà dei lavoratori, nei settori non statizzati, con le gestioni cooperative, l’azionariato operaio, ecc.;

c) i giovani vanno assistiti con le provvidenze necessarie per ridurre al minimo le distanze fra le posizioni di partenza nella lotta per la vita. In particolare la scuola pubblica dovrà dare la possibilità effettiva di perseguire gli studi fino ai gradi superiori ai più idonei, invece che ai più ricchi; e dovrà preparare, in ogni branca di studi per l’avviamento ai diversi mestieri e alla diverse attività liberali e scientifiche, un numero di individui corrispondente alla domanda del mercato, in modo che le rimunerazioni medie risultino poi pressappoco eguali, per tutte le categorie professionali, qualunque possano essere le divergenze tra le rimunerazioni nell’interno di ciascuna categoria, a seconda delle diverse capacità individuali;

d) la potenzialità quasi senza limiti della produzione in massa dei generi di prima necessità con la tecnica moderna, permette ormai di assicurare a tutti, con un costo sociale relativamente piccolo, il vitto, l’alloggio e il vestiario col minimo di conforto necessario per conservare la dignità umana. La solidarietà sociale verso coloro che riescono soccombenti nella lotta economica dovrà perciò manifestarsi non con le forme caritative, sempre avvilenti, e produttrici degli stessi mali alle cui conseguenze cercano di riparare, ma con una serie di provvidenze che garantiscano incondizionatamente a tutti, possano o non possano lavorare, un tenore di vita decente, senza ridurre lo stimolo al lavoro e al risparmio. Così nessuno sarà più costretto dalla miseria ad accettare contratti di lavoro iugulatori;

e) la liberazione delle classi lavoratrici può aver luogo solo realizzando le condizioni accennate nei punti precedenti: non lasciandole ricadere nella politica economica dei sindacati monopolistici, che trasportano semplicemente nel campo operaio i metodi sopraffattori caratteristici specialmente del grande capitale. I lavoratori debbono tornare a essere liberi di scegliere i fiduciari per trattare collettivamente le condizioni a cui intendono prestare la loro opera, e lo stato dovrà dare i mezzi giuridici per garantire l’osservanza dei patti conclusivi; ma tutte le tendenze monopolistiche potranno essere efficacemente combattute, una volta che saranno realizzate quelle trasformazioni sociali 5.

E’ evidente che numerose affermazioni qui contenute potrebbero, oggi, essere ampiamente riviste, ma ciò non toglie che la domanda da porsi sia: cosa c’entrano il contenuto del Manifesto e le idee dei suoi estensori con l’Europa di Draghi (e oggi di Ursula von der Leyen), della guerra, del capitale finanziario e della BCE oggi celebrata proprio attraverso le sue pagine? Visto che l’Europa unita sognata all’epoca dai due estensori e, prima, forse anche da Trockij andava in una ben diversa direzione.

La prima domanda, però, deve essere accompagnata anche da un’altra: cosa c’entrano gli attuali difensori dello Stato-nazione e dei suoi sacri confini, in un contesto di capitalismo avanzato, col socialismo, il comunismo e la rivoluzione?


  1. Si veda L.Trockij, Sull’opportunità della parola d’ordine Stati Uniti d’Europa (Per la discussione internazionale), «Pravda», 30 giugno 1923, ora in L. D. Trockij. Europa e America (a cura di David Bidussa), Celuc Libri, Milano 1980  

  2. Lenin, Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa, «Sotsial-Demokrat» n. 44, 23 agosto 1915  

  3. L. Trockij, Sull’opportunità della parola d’ordine Stati Uniti d’Europa (Per la discussione internazionale), «Pravda», 30 giugno 1923, in op. cit., p. 100  

  4. Per i lettori che dovessero strabuzzare gli occhi davanti a tali affermazioni, occorre qui ricordare che tale principio era in linea con la Nep, la Nuova politica economica, con cui Lenin aveva cercato di rivitalizzare l’economia dell’U.R.S.S. al termine della devastante guerra civile del 1919- 1921, mentre la statalizzazione assoluta di ogni attività economica e proprietà fu alla base delle politiche staliniane di industrializzazione forzata e competizione economica sul mercato mondiale. – N. d. R. 

  5. Altiero Spinelli, Enesto Rossi, Il Manifesto di Ventotene, Celid per conto del Consiglio Regionale del Piemonte, Torino 2001, Parte Terza: Compiti del dopoguerra- La riforma della società, pp. 24 – 26  

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Il nuovo disordine mondiale / 18: It’s the end of the world as we know it (and I feel fine) https://www.carmillaonline.com/2022/10/05/il-nuovo-disordine-mondiale-18-its-the-end-of-the-world-as-we-know-it-and-i-feel-fine/ Wed, 05 Oct 2022 20:00:29 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=74286 di Sandro Moiso

E’ la fine del mondo che conosciamo e mi sento bene. Quando esattamente 35 anni fa, era il 1° settembre 1987, i R.E.M. fecero uscire sul mercato discografico il loro singolo, certo non potevano nemmeno lontanamente immaginare che la loro canzone fosse destinata ad essere ancora così attuale all’inizio del secondo decennio del terzo millennio. Dimostrando come, quasi sempre, l’immaginario delle culture ritenute “basse”, in questo caso quello legato alla musica rock, ha saputo anticipare il futuro e lo ha letteralmente “cantato” più e meglio degli esperti economico-politici e [...]]]> di Sandro Moiso

E’ la fine del mondo che conosciamo e mi sento bene.
Quando esattamente 35 anni fa, era il 1° settembre 1987, i R.E.M. fecero uscire sul mercato discografico il loro singolo, certo non potevano nemmeno lontanamente immaginare che la loro canzone fosse destinata ad essere ancora così attuale all’inizio del secondo decennio del terzo millennio. Dimostrando come, quasi sempre, l’immaginario delle culture ritenute “basse”, in questo caso quello legato alla musica rock, ha saputo anticipare il futuro e lo ha letteralmente “cantato” più e meglio degli esperti economico-politici e degli esponenti ufficiali della cultura mainstream .

That’s great, It starts with an earthquake

E’ fantastico, inizia con un terremoto.
E’ il primo verso della canzone e serve benissimo per confermare ciò che abbiamo anticipato negli interventi precedenti sul tema della guerra e le sue conseguenze e che oggi si verifica in dimensioni ancor maggiori di quelle che si potevano immaginare fin dai primi giorni del conflitto in Ucraina.

Così, mentre l’ostinazione imperialista delle parti coinvolte sta avvicinando sempre più la possibilità di una guerra non solo allargata su scala europea ma anche di carattere nucleare, il sistema di alleanze su cui si son basate le politiche economiche e militari occidentali degli ultimi settanta anni sembra destinato a subire scossoni che, fin dall’esplosione (pilotata malamente) della pandemia da Covid-19, se non lo distruggeranno ancora del tutto, sembrano destinati a ridimensionarlo in maniera ritenuta impensabile fino ad oggi.

Infatti, mentre i media mainstream hanno potuto fino ad ora sottolineare soltanto le indiscutibili difficoltà militari e politiche in cui il regime del nuovo zar è venuto a trovarsi, la crisi economica legata alla carenza di gas, alle speculazioni della borsa di Amsterdam sulla stessa materia prima e al disaccordo tra i paesi europei su come reagire alle stesse sta distruggendo nel breve periodo ciò che aveva richiesto anni per affermarsi, ovvero la stabilità e l’utilità degli accordi inerenti al funzionamento dell’Unione Europea.

Ognuno per sé sembra essere diventato il motto dell’azione dei paesi europei nei confronti di questa crisi, con la Germania, über alles, in testa nel perseguire una propria e costosissima politica energetica che risulta speculare alla decisione, presa fin dall’inizio del conflitto, di riarmare pesantemente le proprie forze armate per poter diventare a breve la terza potenza al mondo, dopo Stati Uniti e Cina, per spesa militare.

Posizione avvallata in generale dal fatto che, in forme diverse, tutti i presunti alleati europei ed occidentali stanno già operando scelte che molto spesso danneggiano gli altri componenti delle alleanze europee ed atlantiche. Una corsa al si salvi chi può che negli ultimi tempi ha raggiunto livelli parossistici.

World serves its own needs, don’t misserve your own needs.

Il mondo segue i propri bisogni, non sottovalutare i tuoi propri bisogni.
Continua così la canzone del 1987, involontaria conferma del fatto che, al di là dei discorsi ufficiali, dietro all’europeismo e all’atlantismo si nascondono le stesse spinte sovraniste che i più fessi pensano ancora essere espressione di possibili rivendicazioni popolari o, peggio ancora di classe.

Il nazionalismo non è mai morto, si era solo truccato per meglio colpire le classi meno abbienti all’interno di ogni singolo stato, scaricando le responsabilità delle scelte più dolorose per i lavoratori, il proletariato e le classi medie impoverite sulle imprescindibili regole europee di gestione finanziaria dell’esistente.

Classi imprenditoriali e dirigenti assolutamente vili e pavide, soprattutto qui in Italia ma anche nel resto d’Europa, hanno finto collaborazione e unità di intenti soltanto per non accollarsi scelte assolutamente impopolari, ma ora il travestimento è caduto e il Re è nudo. Come nella paradossale opera teatrale di Alfred Jarry, i diversi protagonisti della vicenda sono condannati a prendersi gioco l’un dell’altro in una spirale che non potrà far altro che peggiorare sempre più la situazione generale.

La Francia ha annunciato che non venderà più la propria energia elettrica all’Italia e, contemporaneamente, che si opporrà alla realizzazione di un metanodotto che porti dalla Spagna alla Germania, attraversando il suo territorio nazionale, il gas alla seconda. L’Austria, per alcuni giorni e per motivi inerenti al pagamento in rubli, ha fatto sì che l’Italia non ricevesse più il gas russo attraverso il valico di Tarvisio. Paesi dell’Est europeo si oppongono, come l’Ungheria, alle sanzioni alla Russia oppure chiedono un maggiore sforzo militare, come la Polonia, nei confronti della stessa, mentre i paesi fondatori dell’Unione Europea e dell’Alleanza Atlantica iniziano a tentennare davanti alla richiesta, ribadita da Zelensky, di un ingresso dell’Ucraina nella Nato per timore di un aggravarsi e di una conseguente svolta in senso nucleare del conflitto.

La narrazione ufficiale dei media, fino a pochi giorni or sono, continuava ad insistere sul progressivo allontanamento della Cina di Xi dalla Russia di Putin, travisando le parole del primo a proposito del “rispetto” dell’integrità territoriale degli stati e della loro autonomia politica che, più che all’Ucraina e ai referendum russi sui territori del Donbasss e del Lugansk, erano rivolte agli Stati Uniti affinché interrompano la loro azione di sostegno politico e militare a Taiwan, epicentro del conflitto futuro tra le due potenze rivali. Che più che libertà e diritti riguarderà lo scontro tra il dollaro e il renminbi yuan come monete di riferimento per gli scambi internazionali.

Nella sguaiata narrazione mediatica occidentale, i problemi sembravano essere sempre e soltanto quelli degli avversari, ignorando quelli altrettanto gravi e forse ancor più reali dello schieramento euro-occidentale, in cui il divide et impera statunitense ha giocato e continua a giocare un ruolo niente affatto secondario. Ma si sa, la speranza è l’ultima a morire e il tam tam della guerra avrebbe dovuto ancora una volta servire a distogliere l’attenzione di massa dai problemi immediati che dalla prima derivano e che potrebbero rimettere in discussione la stessa: caro bollette, crisi azionarie, chiusura di aziende, perdita di posti di lavoro e inflazione.

Alcuni di questi fattori, sovranismo rivelato dietro alle politiche nazionali degli stati più “convintamente europeisti” e divisione tra i membri europei della Nato, potrebbero far buon gioco al nuovo governo di centro destra. L’avvicinamento di Giorgia Meloni a Mario Draghi potrebbe essere più che il frutto di un inciucio europeista, quello della necessità del capitalismo italiano di riprendersi uno spazio di manovra nelle questioni energetiche e lo stesso iper-atlantismo della prima potrebbero ben accordarsi con una protezione accordata dagli Stati Uniti a un nascente governo non troppo allineato con la Germania. La cui riduzione della potenza economica e politica, ma domani anche militare, rimane uno dei principali obiettivi statunitensi in Europa, sia per i governi democratici che per quelli repubblicani. Del quale anche l’ambiguo e disastroso attentato alle condotte di North Strem 1 e 2 potrebbe essere una conseguenza e/o un’espressione.

Ad indebolire la futura azione di governo, però, più che le lotte che iniziano a svilupparsi contro le “bollette di guerra”, potrebbero essere le differenti promesse elettorali degli alleati contro cui la stessa Confindustria, nelle parole di Bonomi (niente flat tax e niente prepensionamenti!), ha levato una differente e contrarissima voce. Rischiando di far nascere un governo già morto allo stato fetale.

The ladder starts to clatter with fear fight.

La scala inizia a traballare con la paura della lotta, continuava ancora la canzone di Bill Berry, Peter Buck, Mike Mills e Michael Stipe.
Lo dimostra il fallimento del governo di Liz Truss alla sua prima uscita con la proposta dell’abbassamento, se non l’abolizione, delle tasse per i più ricchi. Ancora una volta non tanto, per ora, per la mobilitazione del movimento “Don’t Pay” che in qualità di primo ministro aveva cercato di esorcizzare con l’istituzione di un fondo plurimiliardario per la riduzione delle bollette, ma proprio per un attacco implacabile da parte degli organismi finanziari internazionali e del loro principale organo di informazione sul territorio britannico, il «Financial Times».

Dopo l’opposizione dei mercati, di buona parte del partito conservatore e dei maggiori quotidiani britannici, che hanno definito il piano, per l’abolizione delle tasse più alte per i più ricchi e del tetto alla remunerazione dei dirigenti bancari, della Truss e del suo ministro delle finanze Kwarteng, in alcuni casi, come folle e cattivo (mad and bad), il quotidiano della finanza inglese non ha potuto far altro che sottolineare come:

Resta da vedere se la disputa sulla rottamazione del tasso di 45p tempererà le ambiziose riforme dal lato dell’offerta di Truss volte a stimolare la crescita. Quando è diventata primo ministro il mese scorso, si è impegnata ad affrontare questioni di lunga durata relative alla pianificazione per aumentare la costruzione di case e l’accessibilità economica dell’assistenza all’infanzia, ma il suo fallimento con la riforma fiscale potrebbe farla riflettere. Un deputato conservatore che sostiene Truss ha dichiarato: “Se non riesce a ottenere un taglio delle tasse di 2 miliardi di sterline, non riesco a vedere come abbia una speranza nell’inferno di pianificare la riforma o qualsiasi altra cosa. Liz voleva essere radicale, ma ha fallito al primo ostacolo”1.

Nessuna altra Tatcher sembra dunque delinearsi all’orizzonte, sia sul piano internazionale che italiano, e questa potrebbe già essere una buona notizia per chi si oppone al modo di produzione dominante. Le cui difficoltà stanno esplodendo ben più rapidamente di quanto si potesse immaginare e senza nemmeno una sconfitta militare intercorsa davvero sul campo.

Semmai se c’è una cosa che, sul campo di battaglia, può essere anch’essa sintomo della fine di un certo mondo che conosciamo può essere individuata nel fatto che uno dei fattori delle difficoltà militari russe deriva proprio dal rifiuto di combattere e arruolarsi di molti giovani, e meno giovani, russi richiamati o chiamati alle armi in questo periodo.
Confermando quanto sostenuto da tempo, oltre che da chi scrive queste note, da Domenico Quirico in un coraggioso articolo su «La Stampa» del 30 luglio di quest’anno.

L’unica speranza che questo macello finisca dunque non è nelle abilità e nelle qualità dei leader dell’Est e dell’Ovest, regrediti a termini rozzi e primitivi, stupefacenti in un tempo e in un mondo reputati civili. Risiede semmai nella volontà rivoluzionaria di porvi fine di coloro che combattono, che vengono ogni ora, ogni giorno uccisi, da una parte e dall’altra, ucraini e russi. Abbiamo bisogno tutti, e soprattutto noi europei che questa guerra subiamo a un passo, di uno sciopero, eversivo, rivoluzionario, dei combattenti che riproponga con successo quanto accaduto nel 1917, durante la Prima guerra mondiale.
Dalle trincee in cui milioni di uomini ogni giorno sopportavano il contatto con la morte e ogni istinto di vita sotto i bombardamenti, la sporcizia, il furore omicida sembrava dover inaridire fino alla radice, esplose, dilagò improvviso irresistibile universale il grande sciopero della pace. In Russia fu, subito, Rivoluzione. Negli altri Paesi belligeranti (in Italia fu Caporetto) ci vollero i plotoni di esecuzione per domare la rivolta. Ma non fu che una breve tregua prima che il moto dilagasse un anno dopo come un fuoco in una pianura riarsa.
Ucraini e russi sono entrati in guerra ammalati dei loro particolarismi, di nazionalismo orgoglioso gli uni, di imperialismo brutale gli altri. Per due, tre mesi questi particolarismi e l’odio che la sofferenza fa crescere nei confronti del nemico, di chi ha aggredito e specularmente di chi, ostinato, non si arrende, resiste, uccide, sono stati sufficienti per motivare i combattenti, per sorreggere la propaganda.
Ma a contatto delle verità eterne e immutabili che la sofferenza sociale della guerra rimette ferocemente in luce giorno dopo giorno, gli uomini nelle trincee del Donbass e di Cherson sentiranno che il cerchio del loro orizzonte impedisce loro di pensare e di agire, li soffoca in una atmosfera assassina di morte e di inutili volontà.
[…] La fine rivoluzionaria di questa guerra criminale avverrà quando i combattenti si ribelleranno, insieme, alla sofferenza. Sono loro che gettando contemporaneamente i fucili possono rompere il cerchio dei pregiudizi, degli interessi, dei simboli vani, delle bugie. Sono loro che rifiutando di combattere spazzeranno, con il soffio del loro possente respiro di vittime, di sacrificati, il cerchio degli interessi che a Mosca e a Kiev non sono i loro.
[…] Non sono Putin e Zelensky, o Biden, che possono spezzare il cappio della guerra. Gli uomini di buona volontà a cui deve rivolgersi, scavalcando, ignorando i capi, sono gli uomini disperati, sporchi, esausti, straziati delle trincee. Il popolo della guerra.
Dopo mesi di sofferenza, di avversione alimentata tra loro, ora ucraini e russi hanno una cosa in comune: la sofferenza. Ora non credono più a quello che è accaduto, sanno che ancora una volta tutto è avvenuto per un errore di calcolo criminale2.

Ipotesi rafforzata ancora dagli scontri avvenuti in una base di arruolamento in prossimità di Mosca.

Nel 223esimo giorno di guerra in Ucraina, una maxi rissa tra nuove reclute e soldati è scoppiata in una base dell’esercito russo vicino Mosca. Secondo quanto riferito da Baza, «i nuovi arrivati» non hanno ricevuto un caldo benvenuto, ma al contrario «i soldati che prestavano servizio» nella base gli «hanno ordinato di consegnargli i vestiti ed i telefoni cellulari». Le nuove reclute – chiamate alle armi nel quadro della mobilitazione parziale annunciata da Puti – hanno respinto le richieste e ne sarebbe scaturita una rissa nella quale avrebbero avuto la meglio, tanto che circa 20 soldati si sarebbero rinchiusi in un edificio e avrebbero chiamato la polizia per chiedere aiuto3.

And a government for hire and a combat site
But it’ll do, save yourself, serve yourself.
World serves its own needs, listen to your heart bleed
It’s the end of the world as we know and I feel fine

E un governo a noleggio e un sito di combattimento/ma lo faranno e allora salvati, servi te stesso/Il mondo serve i propri bisogni, ascolta il tuo battito cardiaco/È la fine del mondo come lo conosciamo e mi sento bene.

Sì, a vederla in positivo e nonostante tutto, il vecchio mondo sta finendo. Con i suoi conflitti imperialistici e il suo scellerato dominio di classe. Con le sue tragiche diseguaglianze e le sue menzogne. E’ un mondo solo, come Draghi mentre parlava davanti ad un’aula delle Nazioni Unite deserta. Un mondo vecchio e moribondo che vorrebbe pace sociale e stabilità soltanto per continuare con lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla donna, dell’ambiente e di ogni risorsa vitale fino al loro esaurimento. Un treno che sta lentamente rotolando sui binari della propria distruzione.

Per tutto questo, dunque, è giunto il momento per chi si batte nei movimenti di carattere sindacale, territoriale e ambientale di unire le forze in direzione di un unico obiettivo comune: accelerare la tendenza all’inevitabile superamento dell’attuale modo di produzione. Whatever it takes!

(18 – continua)


  1. Sebastian Payne, George Parker e Jim Pickard, Truss finally admits defeat on tax benefit for the wealthy, «Financial Times», 3 ottobre 2022  

  2. Domenico Quirico, Uno sciopero dei soldati come nel 1917, l’unica speranza per arrivare alla pace, «La Stampa», 30 luglio 2022  

  3. Guerra Russia-Ucraina, maxi rissa tra reclute e soldati in una base vicino a Mosca, «La Stampa», 4 ottobre 2022  

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Riotta VS Riot https://www.carmillaonline.com/2021/10/22/riotta-vs-riot/ Fri, 22 Oct 2021 21:55:26 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=68813 di Nico Maccentelli

Non entrerò nel merito di tutte le scemenze che Gianni Riotta ha scritto nel suo “dotto” articolo di ieri l’altro su La Repubblica: “Sinistra radicale e green pass un legame pericoloso”, dove cita i Wuming e il sottoscritto. Non merita neppure una risposta. L’unica osservazione che mi viene da fare in questo mio intervento a titolo personale, è che il mio accenno a Mosca, che Riotta menziona, è palesemente falso, dato che non ho mai parlato della Russia di Putin nei miei articoli, in particolare in [...]]]> di Nico Maccentelli

Non entrerò nel merito di tutte le scemenze che Gianni Riotta ha scritto nel suo “dotto” articolo di ieri l’altro su La Repubblica: “Sinistra radicale e green pass un legame pericoloso”, dove cita i Wuming e il sottoscritto. Non merita neppure una risposta. L’unica osservazione che mi viene da fare in questo mio intervento a titolo personale, è che il mio accenno a Mosca, che Riotta menziona, è palesemente falso, dato che non ho mai parlato della Russia di Putin nei miei articoli, in particolare in quello menzionato dai Wuming e ripreso dal Riotta. 

Ma si sa, i nemici dell’Occidente vengono sempre messi in unico calderone e dall’alto delle loro tribune queste penne strapagate possono raccontarci anche che Cristo è morto dal freddo, così come la Lamorgese, ministra degli interni, può dire in Parlamento che il poliziotto infiltrato tra i manifestanti a Roma stava collaudando le sospensioni del blindato.

Fatta questa doverosa precisazione, voglio cogliere l’occasione per affrontare due punti che emergono dagli sproloqui del Riotta: l’antiscientificità della “sinistra radicale” e la sua pericolosità se associata al movimento no green pass.

Chi sostiene il maistream vaccinale sarebbe depositario della scienza infusa e chi critica questo approccio sarebbe invece antiscientifico? Così come la solita sinistra antagonista? In realtà vero è il  contrario e questi giornalisti alla Riotta, Mentana e compagnia bella sembrano diventati degli imbonitori di elisir miracolosi da farwest.

Poliziotto mentre verifica l’oscillazione del blindato con la supercazzola prematurata come fosse antani

In questi mesi, infatti, abbiamo visto come la scienza sia diventata ancor di più un soggetto economico rilevante al servizio di interessi dominanti. Persino uno dei massimi esponenti della grande borghesia statunitense, Robert Kennedy jr, è intervenuto per svelare il vero complotto, la vera manovra a dir poco criminale attuata nei confronti di intere popolazioni. L’intervista che gli ha fatto Giletti su La7 è stata illuminante. Siamo in presenza di una scienza che diviene il suo contrario, un dogma, una religione che nessuno può mettere in discussione, che viene veicolata con una campagna messianica, fanatica, ossessiva che azzera ogni voce critica, anche la più autorevole. I talebani del vaccino. E chi dissente viene criminalizzato.

Con l’inizio della pandemia e la gestione che ne hanno fatto due governi, abbiamo avuto un ulteriore imbarbarimento della democraiza stessa, o meglio: di ciò che ne restava dopo anni di Parlamento svuotato delle sue funzioni, inciuci, super esecutivi decisionisti in un autoritarismo montante.

Un astensionismo mai visto così stratosferico dovrebbe allarmare chi ha a cuore la democrazia, basata sula partecipazione popolare alla politica. E invece assistiamo alle dichiarazioni trionfali di politici “di sinistra” come il segretario del PD Enrico Letta, che esulta per i successi di Roma e Torino. A questa classe politica sta bene questa situazione, perché in questo modo nessuno arriverà a disturbare il manovratore se non altro in ambito istituzionale. E poi non c’è nessuno nella classe politica che voglia riconoscere e collegare questo astensionismo a una vera e propria rivolta sociale che sta animando le piazze italiane da mesi. Tanto qualsiasi cosa tu faccia, il governo non ascolta, il governo va avanti col suo ruolino di marcia.

Qualcuno ha usato un termine che ritengo molto appropriato: Draghistan. E il batustan italiano del capitale multinazionale è da sempre un suo laboratorio. Quindi personaggi come Riotta devono solo darci una visione edulcorata se non oscurata di quanto sta avvenendo.

Al comando del paese (comando è il termine più appropriato) è stato chiamato uno dei massimi esponenti della nomenklatura internazionale della finanza, uno degli uomini più fedeli del sistema Europa, che doveva portare a termine il compito lasciato a metà da un Conte meno ferreo e affidabile. La coalizione doveva prendere dentro tutta la partitocrazia e avere una falsa opposizione esterna come i fascisti, per obbedire ai dettami dei burocrati della UE. Chi meglio di Draghi?

Già sin dai primi tempi della gestione pandemica si era capito che l’emergenzialismo non aveva nulla di sanitario, tra mezzi di trasporto pieni zeppi nelle ore di punta, aziende prive di sicurezza e di controlli, il tutto condito con il terrorismo mediatico che colpevolizzava gli inadempienti, in tandem con l’azione poliziesca che sanzionava i cittadini pescati a girare col cane in pieno coprifuoco. Un’Italia arlecchino demenziale che ha macinato morti in tachipirina e vigile attesa, in attesa del grande business dei vaccini. Nulla doveva disturbare il ruolino di marcia degli uomini in conflitto di interessi, messi ai posti giusti dalle multinazionali del farmaco. Qualsiasi approccio terapeutico alternativo è stato semplicemente cassato e boicottato dai vertici corrotti della “scienza” ufficiale e del governo. Altrimenti come si poteva autorizzare in emergenza i vaccini?

Un giorno, nel ricostruire questi fatti, se le future generazioni vivranno in una vera democrazia, sarà doverosa una Norimberga.

Si è capito subito che a essere colpiti da misure contraddittorie, che spesso poco o nulla avevano a che vedere con la profilassi sanitaria erano i lavoratori/trici, costretti a lavorare in condizioni di insicurezza, senza controlli, le piccole attività commerciali e artigianali che non avevano la forza di sostenere i costi delle fermate e degli orari contingentati dai coprifuoco. Le misure governative a sostegno sono state del tutto insufficienti sia per i salariati che per le attività. Ho già analizzato in contributi precedenti queste tendenza che è ascrivibile sostanzialmente a due grandi processi economici: la concentrazione di capitali e la ristrutturazione capitalistica a favore delle filiere del grande capitale, che per esempio col delivery prendevano non solo quote di mercato ma anche il controllo dei processi di circolazione delle merci e di erogazione dei servizi. Questi due processi sono sintetizzati nel concept di distruzione creatrice di Draghi, una sorta di selezione della aziende utili e “sane” da quelle obsolete e non funzionali alle filiere, in cui si inserisce perfettamente il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che non prevede alcun sostegno né alla popolazione, né allo stato sociale, nella misura in cui questi non siano funzionali i cicli di produzione e circolazione di capitali.

Per articolare questi processi, l’esecutivo di governo che è espressione di questi interessi dominanti del capitale finanziario e monopolistico, doveva piegare ulteriormente il mondo del lavoro nella sua complessità a questi desiderata e aumentare la soglia di controllo sociale utilizzando i livelli tecnologici raggiunti.

Quindi, il ragionamento di Agamben che rovescia la questione: non è il green pass a essere funzionale alla vaccinazione, ma è la vaccinazione come espediente a essere funzionale al progetto autoritario, quindi a un primo importante tassello come il green pass, è sostanzialmente azzeccato.

Il green pass è un dispositivo autoritario che impone l’obbligo vaccinale di fatto, lasciando sulla carta la “libera scelta” per non far pagare allo Stato le conseguenze degli effetti collaterali, di cui ancora non abbiamo nemmeno una vaga idea. È dunque qualcosa di ignobile, vigliacco, un abuso di potere sui cittadini, l’espressione dell’arroganza a cui è arrivato un regime politico al soldo di potenti lobbies private. Tutto questo milioni di persone, vaccinati e non, l’hanno capito e vivono il green pass proprio come un abuso di potere, come l’ingresso in un orrido tunnel che ha stravolto la vita di tutti e da dove non si vede l’uscita. Ma Riotta vive nel mondo della fate e gli basta definire scienza questo abominio. E partecipa attivamente alla grande menzogna, al dividi et impera tra pro e contro pass, pro e contro vaccini, questo sì arma di distrazione di massa. Sin dal mio primo intervento, a luglio, vado sostenendo che non è questo il punto, i vaccini, non è la strada terapeutica, ma il salto autoritario che un potere classista, di ristretti circoli borghesi, esercita in un’emergenza permanente con la scusa della pandemia.

È di questi giorni la manovra del governo. In un paese di oltre 6 milioni di poveri (1), la risposta è l’aumento delle bollette di luce e gas, la “ridefinizione” del reddito di cittadinanza verso un taglio drastico e una più difficile possibilità di ottenerlo e di condizioni per mantenerlo in essere, il taglio dell’assegno di invalidità se hai un reddito anche da fame, la “riforma” dell’estimo catastale che prelude a una bella tassa sulla prima casa, e via così. Non va dunque dimenticato che l’attacco ai diritti sociali e sul lavoro è organico all’intero pacchetto neoliberista, a questo ero e proprio massacro sociale. Per cui s c’era qualcuno che pensava che la lotta contro il green pass fosse il ribellismo edonista di qualche appassionato cultore della ristorazione, ebbene questo qualcuno ha pensato proprio male, perché il contesto riassume tutta la sofferenza sociale diffusa nel paese., imposta con dei diktat autoritari che di sanitario non hanno nulla ma che palesemente esprimono una prova di forza da parte del comando statale su tutta la popolazione, a partire da chi non ci sta a subire.

Ed è in questa stretta autoritaria che si inserisce un vasto movimento di massa che giuste o sbagliate che siano la miriade di visioni sulla pandemia di cui è contenitore, in sintesi rappresenta oggi una forma variegata ma potente di resistenza popolare a questa dinamica reazionaria e liberticida. E visto che sotto attacco e la messa in discussione dei rapporti economici e sociali del paese sono più strati sociali, è evidente che è la borghesia ad avere assunto sul piano ideologico la visione dominante del movimento stesso. Anche il piccolo capitale sta subendo il reset economico imposto dalla grande borghesia oligarchica della finanza e delle multinazionali.

Questo non toglie che quella parte sociale salariata, che ricopre una posizione sociale ed economica decisiva: la classe operaia, non stia dimostrando in queste ultime settimane nell’ambito del movimento no green pass la sua forza materiale e sociale nel corso del conflitto di classe. È il caso dei lavoratori della logistica, che del resto sono da anni in prima linea nello scontro capitale/lavoro: uno scontro duro, che vede arresti, violenze poliziesche, denunce e che ha i suoi morti nelle vertenze come Abdel Salam e Adil. Il capitale e lo Stato sanno bene infatti che l’attacco alla circolazione delle merci va a toccare quell’aspetto di cui il capitale stesso è più sensibile: i profitti, la realizzazione del plusvalore nella fase della circolazione, il mondo dei consumi.

 

SOGGETTIVAZIONE operaia e popolare… Un’esponente del coordinamento No Green pass di Trieste su La7: “… stiamo portando avanti una scintilla che sta esplodendo, abbiamo bloccato un porto per giorni, abbiamo fatto un danno all’economia enorme…”

La lotta dei portuali a partire da Trieste segue la stessa dinamica ed è questo che ha preoccupato il governo, le associazioni padronali e i sindacati concertativi. L’attacco poliziesco violento di lunedì 18 contro il presidio pacifico di lavoratori, che faceva addirittura passare chiunque volesse lavorare, la sinistra di lotta e il sindacalismo di base lo conoscono bene, non è una novità. Ma a maggior ragione il messaggio del governo e dei sindacati socialfascisti venduti arriva forte e chiaro: non tollereranno alcun impedimento ai cicli di produzione e circolazione del capitale, non permetteranno alcuna rottura con l’ordine esistente che prima che politico e ideologico è economico.

Dunque, ha poca importanza la cifra ideologica della soggettività che si esprime ai fini della decisione di essere interni a un movimento che ha questa qualità conflittuale nei confronti dello Stato e del capitale. Quello che è importante è stare nella contraddizione e orientare il movimento sui contenuti politici antagonisti, di classe e socialisti. Esattamente quello che gruppi dirigenti della sinistra di classe non hanno fatto. Riotta lo capisce, certe anime candide e puriste no. Niente politica rivoluzionaria dunque (2).

Nello scontro sociale in atto cosa sta accadendo? Che una punta avanzata della classe operaia ha preso la direzione dello scontro, introducendo spontaneamente, senza marxismo, un concetto fondamentale: o tutti o nessuno, o tutto o niente. I portuali di Trieste hanno rifiutato la corsia preferenziale dei tamponi gratuiti perché ritenuta discriminatoria rispetto a tutti gli altri lavoratori. Questo mentre c’erano puristi che disquisivano sul pope Gapon di turno, sul sindacato FISI su risi e bisi, chi ci sta dietro e menate utili solo a restarsene fuori.

E qui si entra nel secondo punto, che poi è quello centrale e che dà il titolo all’articolo di Riotta.

Come tutti gli scagnozzi borghesi, anche il Riotta ha il fiuto di capire da dove provenga il vero pericolo per il sistema di potere che si è incardinato nelle istituzioni del paese. La saldatura tra le istanze espresse dal sindacalismo di base e dalle realtà politiche della sinistra rivoluzionaria con questo movimento, avrebbe dato un’impronta coscientemente anticapitalistica allo scontro sociale. La lotta per l’egemonia sarebbe stata incerta, ma la presenza dei comunisti, organizzati con intelligenza nel movimento, avrebbe prodotto un salto qualitativo al conflitto sociale.

La borghesia imperialista questo lo sa bene, ma al momento sembra che possa dormire tra due guanciali poiché non c’è nulla di tutto ciò. Per il momento…

Tuttavia noi non possiamo sapere se e come questo conflitto sociale continuerà. Ma certamente la soluzione per vaste masse popolari alle loro condizioni di precarietà, di discriminazione al lavoro e a una vita sociale, di accesso a cure adeguate con la sanità pubblica e all’istruzione, in un quadro di impoverimento generale del paese è il riot, la rivolta sociale. Che sia a gatto selvaggio, sfruttando ossia la sospensione dal lavoro imposta con il green pass o lo sciopero generale, non ci sono altre strade per contrastare il progetto di regime e andare a incidere sui rapporti di forza. La vera strada è stata aperta non da dei marxisti, da dei sistematici della rivoluzione, ma da dei portuali, dei lavoratori. E su questo dovremmo imparare e molto.

Riotta ha mostrato la sua preoccupazione per il riot, che è quella del capitale e dei governanti. Ed è ora che in Italia avvenga proprio questo: una rivolta sociale generalizzata perché le classi dominati ci stanno togliendo sempre di più diritti sociali e sul lavoro, spazi democratici, servizi del welfare pubblico. E continueranno a farlo se restiamo fermi e ci limitiamo a delle innocue sfilate.

Riotta e quelli come lui devono indorarci la pillola. Questo sistema di potere sta svuotando la stessa democrazia borghese come un cucchiaio fa con un uovo alla coque, lasciandone il guscio, il vuoto involucro. Impadronendosi poi di concetti come  “antifascismo”, svuotato anch’esso del suo valore primario di antiautoritarismo. Così una democrazia inesistente diviene nuova forma di fascismo operante per gli interessi e le politiche di un capitalismo che sta vivendo la sua stessa democrazia borghese come un orpello. La gestione pandemica ci insegna questo.

Riot contro Riotta è blocco totale, è ribellione contro il senso dominante e le campagne da fanatismo orwelliano imposte dal mainstream, è rivolta negli spazi e nei modi che il comando impone dal lavoro al territorio, è rendere ingovernabile lo stato di cose presente, finché questi signori non arriveranno a più miti consigli e anche oltre. È lotta di classe per ottenere salario, reddito e una vita dignitosa, ma soprattutto per inquadrare il conflitto sociale in una prospettiva di potere politico da parte delle classi subalterne e di rivoluzione socialista che spazzi via un sistema economico-sociale che oltre a essere profondamente ingiusto, vorace e liberticida, ha dimostrato di non essere all’altezza dei grandi problemi che affliggono l’umanità intera. Di essere proprio lui, il capitalismo, il vero problema.

Ancora una volta è il Movimento NoTav(3) a centrare la questione con alcune semplici ma efficaci considerazioni (non ci vuole molto a capire, se ci si toglie gli spessi occhiali del moralismo politico che lancia strali se la piazza non è a modino):

«… non abbiamo dubbi nel dire, che delle piazze di Trieste, ci ha colpito il carattere popolare delle iniziative e la varietà di soggettività che si sono ritrovate a condividere quelle strade in un contesto di rivendicazione di un diritto necessario, come quello al lavoro, visto che la vita che ci viene offerta è ormai impiccata alla corda delle ingenti spese quotidiane. Un crogiolo variegato che, in barba ad apparati precostituiti e istituzioni dai lunghi tentacoli, ha saputo esprimersi e darsi dei linguaggi che hanno colto nel segno, inserendosi in un percorso di lotta sociale che, prima o poi, era chiaro sarebbe esploso.

Quella piazza, forse più di altre, fa paura ai nostri cari politici per tutto quello che porta con sé e proprio per dare prova di forza e dimostrare che uno dei suoi obiettivi primari sia quello di lavorare indisturbato, sono state messe in atto le forme di repressione del dissenso che ben conosciamo qui in Valsusa: il presidio davanti al porto di Trieste è stato sgomberato con violenza dalle forze dell’ordine in tenuta antisommossa che hanno utilizzato manganelli, idranti e lacrimogeni.

Il malcontento diffuso su più fronti apre a delle possibilità di riconquista di quegli spazi di libertà necessari per chiamare davvero “vita” quello che facciamo tutti i giorni.»

Nelle prossime settimane vorrei vedere nei sabati di resistenza popolare le bandiere rosse e i cartelli di una sinistra di classe e rivoluzionaria che si riscatta dal rimbambimento iniziale. Ma so che al momento sarà difficile.

 

NOTE:

1) https://coniarerivolta.org/2021/10/20/aumentano-i-poveri-e-il-governo-attacca-il-reddito-di-cittadinanza/

 

2) Riporto un post di Emilio Quadrelli, che tra tutte le considerazioni che ho letto in questo periodo, mi sembra la più pertinente e azzeccata riguardo l’atteggiamento che i comunisti, i leninisti, devono tenere di fronte ai movimenti di massa:

“Ammettiamo pure, anche solo come semplice ipotesi di scuola, che quanto sta andano in scena intorno al Green Pass sia frutto di un radicalismo di destra che sta conquistando quote non proprio irrilevanti di masse subalterne. Un movimento che, pur con tutte le tare del caso, possiamo considerare affine alle SA. Tutti sanno che furono proprio le SA a svolgere un ruolo determinante nell’ascesa del nazismo al potere. Gran parte delle SA erano ex operai comunisti, disoccupati e piccola borghesia declassata. Il loro “credo” si sintetizzava in una mitica “rivoluzione del popolo” sicuramente senza costrutto e prospettiva ma tanto bastò per farli battere con non poca determinazione. Furono loro, infatti, che distrussero le scarne forme organizzate di resistenza comunista e socialdemocratica e consegnarono la Germania a Hitler. Certo, dietro a loro, si muovevano altre forze di ben altra natura le quali, non per caso, una volta conquistato il potere si liberarono manu militari di questi imbarazzanti compagni di strada. “La notte dei lunghi coltelli” pose fine alle SA e alla fantasiosa “rivoluzione del popolo”. Queste cose, immagino, siano note a tutti. Quanto andato in scena fu un fulmine a ciel sereno oppure, in ciò, una qualche non secondaria responsabilità deve essere attribuita al movimento operaio comunista e socialdemocratico. Tutto ciò era così inimmaginabile? Nessuno aveva compreso cosa avrebbe comportato il radicalismo di destra di non secondarie masse di subalterni? No. Qualcuno lo aveva compreso e non si trattava proprio di un personaggio di poco conto. Dimitrov era il capo dell’Internazionale Comunista e nel podio del movimento comunista si posizionava al secondo posto a pochi millimetri da Stalin. Dimitrov rimproverò, e non proprio in maniera leggera, ai comunisti tedeschi l’incapacità di interagire con la multiforme realtà che le SA e i gruppi affini rappresentavano in virtù di un atteggiamento snobistico e intellettualizzato. Oggi diremmo radical chic. Dimitrov rimproverò ai comunisti tedeschi il non intervento nelle situazioni di massa o il farlo in maniera intellettualistica. Con non poca ironia,se non ricordo male, fece anche l’esempio in cui, di fronte a una assemblea di disoccupati, l’oratore comunista si dilungò in una dotta esposizione in merito alla caduta tendenziale del saggio medio di profitto. Dimitrov, sulla scia di Lenin e della sua nota asserzione sul carattere spurio e contraddittorio dei movimenti di massa (in fondo il 1905 “nasce” a opera di Gapon), raccomandò e spronò i comunisti tedeschi a stare dentro la contraddizione. Su ciò i quadri comunisti tedeschi fecero per lo più orecchie da mercante con il risultato che quote sempre più ampie della base operaia comunista, che aveva bisogno di azione e non di proclami, transitarono verso le SA o gruppi a queste coevi. Allora, se quanto sta andando in scena, ha qualche attinenza con ciò è più sensato reiterare l’esempio dei comunisti tedeschi o fare proprie le indicazioni di Dimitrov?”

 

3) https://www.notav.info/post/a-trieste-si-respira-aria-di-lotta-sociale/

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Gli Aristocazzi https://www.carmillaonline.com/2021/02/28/gli-aristocazzi/ Sun, 28 Feb 2021 22:00:26 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=65053 di Alessandra Daniele

Per amministrare i 2o9 miliardi del Recovery Fund, il padronato scende in campo personalmente col banchiere Mario Draghi, detto l’Atermico. Il suo governo è un insieme di tecnocrati e riciclati, Draghi ha piazzato i suoi nei posti chiave, e ha lasciato il resto all’appetito dei partiti. Tutti, tranne Fratelli d’Italia e Sinistra Italiana. Leghisti, piddini, renziani, grillini, forzisti, centristi, leuini, tutti insieme, come nel circense girotondo finale di Otto e Mezzo. Senza differenza. Perché non c’è differenza. Si sono definiti “il governo dei migliori”, l’aristocrazia. Dopo Lega e PD, adesso il Movimento 5 Stelle s’allea anche con Forza Italia. [...]]]> di Alessandra Daniele

Per amministrare i 2o9 miliardi del Recovery Fund, il padronato scende in campo personalmente col banchiere Mario Draghi, detto l’Atermico.
Il suo governo è un insieme di tecnocrati e riciclati, Draghi ha piazzato i suoi nei posti chiave, e ha lasciato il resto all’appetito dei partiti.
Tutti, tranne Fratelli d’Italia e Sinistra Italiana.
Leghisti, piddini, renziani, grillini, forzisti, centristi, leuini, tutti insieme, come nel circense girotondo finale di Otto e Mezzo.
Senza differenza. Perché non c’è differenza.
Si sono definiti “il governo dei migliori”, l’aristocrazia.
Dopo Lega e PD, adesso il Movimento 5 Stelle s’allea anche con Forza Italia.
Ormai è routine, non c’è niente che il M5S non sia disposto a trangugiare pur di restare al governo.
Difficilmente però stavolta riuscirà a toccare palla, il percorso del governo Draghi è già segnato e non prevede nessuna digressione grillina.
L’era Conte è finita.
Renzi è stato un sicario efficiente.
C’è da chiedersi se qualcuno in Italia creda ancora alla democrazia. Perché ormai è come credere alla fatina dei denti.
Il golpe di fatto è la norma. Il nostro vero sistema di governo.
I golpisti italici non assaltano il Palazzo come gli sciamannati di Trump, non ne hanno bisogno.
Loro sono gia dentro.
Come un patogeno cronico.
Sono connaturati al sistema.
Il plauso del media mainstream per Mario Draghi è unanime, un coro di osanna.
Si sono raggiunte vette di idolatria delirante.
I politici non sono da meno, da Matteo Salvini che chiede il ponte sullo stretto di Messina per poterlo chiamare “Ponte Draghi”, a Italia Viva che smette di chiedere il Mes perché “il nostro Mes è Draghi”.
Questi partiti non rappresentano più niente, se non il servilismo verso il capitale, e la miserrima fame di potere, o delle sue briciole.
Opporsi a questa “aristocrazia”, a questo grottesca accozzaglia di tecnocrati padronali e politici cazzari è un dovere basilare, non solo politico, ma anche igienico, per chiunque abbia ancora un minimo di rispetto per se stesso.

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La Fregatura https://www.carmillaonline.com/2018/07/22/la-fregatura/ Sun, 22 Jul 2018 17:00:28 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=47385 di Alessandra Daniele

C’è qualcosa che in questo periodo spiazza profondamente i complottisti: hanno vinto le elezioni, e sono arrivati al governo. Questo naturalmente non quadra con la loro visione del cosmo, formatasi sulle vecchie stagioni di X Files, insieme alla fissa per l’invasione aliena. Alla fine di ogni episodio sulla Cospirazione, Mulder e Scully tornano sempre a casa scornati, non succede mai che vengano creduti, e promossi ai vertici dell’FBI. Cosa sta succedendo, si chiedono quindi i complottisti al governo, dov’è la fregatura, where is the catch? Sì, Mattarella è parso abbozzare un mezzo tentativo di bloccarli, ma è sembrata più che altro [...]]]> di Alessandra Daniele

C’è qualcosa che in questo periodo spiazza profondamente i complottisti: hanno vinto le elezioni, e sono arrivati al governo.
Questo naturalmente non quadra con la loro visione del cosmo, formatasi sulle vecchie stagioni di X Files, insieme alla fissa per l’invasione aliena. Alla fine di ogni episodio sulla Cospirazione, Mulder e Scully tornano sempre a casa scornati, non succede mai che vengano creduti, e promossi ai vertici dell’FBI.
Cosa sta succedendo, si chiedono quindi i complottisti al governo, dov’è la fregatura, where is the catch?
Sì, Mattarella è parso abbozzare un mezzo tentativo di bloccarli, ma è sembrata più che altro una di quelle cose che si fanno solo per poter dire d’averci provato. E secondo il leghista Giorgetti, Mario Draghi s’è subito occupato d’intercedere perché la crisi si risolvesse.
I complottisti sono al governo, e non riescono a spiegarsi come sia potuto succedere.
L’aver venduto il culo a Berlusconi non gli sembra una spiegazione sufficiente. Dopo la presidenza del Senato e il ministero chiave dell’Economia, hanno consegnato a Forza Italia e a Mediaset anche la Giunta per l’Immunità parlamentare, e la Commissione per la Vigilanza Rai. Eppure si ritengono ancora duri e puri nemici del Sistema.
Quindi a ogni ombra sobbalzano, e strappano una tenda convinti ci sia nascosto dietro un killer transgenico, trovandoci però soltanto un termosifone con due pantofole sotto.
È successo anche la settimana scorsa. Come richiesto dallo stesso governo, l’Inps ha fatto i conti in tasca al cosiddetto Decreto “Dignità”. Luigi Di Maio ha gridato al complotto, dicendo “me la sentivo!” E ha sferrato un calcio al termosifone dietro la tenda.
Intanto Savona della loro Squadra Antieuro finiva indagato per usura bancaria.
Questa non se la sentivano.
Come al solito i complottisti cercando dettagli nell’ombra, si perdono quello che è sotto gli occhi di tutti.
Con la fine di quest’anno si conclude anche il Quantitative Easing, l’espediente inventato proprio da Mario Draghi per preservare in animazione sospesa l’economia europea.
S’annuncia all’orizzonte una tempesta di merda che chiunque al governo dovrà affrontare, e i porti per la nave Italia saranno chiusi.
Non che ci sia stata una trappola, i populisti hanno messo la testa sul ceppo da soli, promettendo l’impossibile per vincere. Hanno voluto la bicicletta, e al ritorno dalle vacanze gli toccherà pedalare.
The catch is out there. La fregatura è là fuori.

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L’ultimo vaffanculo https://www.carmillaonline.com/2018/04/29/lultimo-vaffanculo/ Sun, 29 Apr 2018 20:00:22 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=45273 di Alessandra Daniele

Gli elettori erano stati chiari: basta inciuci, basta PD. Cos’ha proposto il Movimento 5 Stelle? Un inciucio col PD. Quel Demostelle che tutte le élite chiedono fin dal 5 marzo, perché il PD è il garante dell’establishment, di quel pilota automatico di cui parlava Mario Draghi. E ormai è chiaro che non gli è affatto necessario sopravvivere alle elezioni per restare al potere. Così, dopo essersi insultati a vicenda per anni chiamandosi mafiosi, fascisti, assassini e zombie, grillini e piddini, se non fosse per Renzi, potrebbero allearsi, col PD che torna al governo [...]]]> di Alessandra Daniele

Gli elettori erano stati chiari: basta inciuci, basta PD.
Cos’ha proposto il Movimento 5 Stelle? Un inciucio col PD.
Quel Demostelle che tutte le élite chiedono fin dal 5 marzo, perché il PD è il garante dell’establishment, di quel pilota automatico di cui parlava Mario Draghi. E ormai è chiaro che non gli è affatto necessario sopravvivere alle elezioni per restare al potere.
Così, dopo essersi insultati a vicenda per anni chiamandosi mafiosi, fascisti, assassini e zombie, grillini e piddini, se non fosse per Renzi, potrebbero allearsi, col PD che torna al governo dopo l’ennesima sconfitta alle urne, riuscendo ancora una volta a spacciarlo come un sacrificio per il Bene del Paese, e il Movimento 5 Stelle che si rimangia anche l’ultimo dei suoi distinguo, dei suoi principi “non negoziabili”.
Non c’è da stupirsi che parte della base grillina sia in rivolta, c’è da stupirsi che non lo sia tutta.
Dopo aver raccolto per anni il voto di protesta solo per congelarlo, il Movimento 5 Stelle adesso vorrebbe consegnarlo al PD. Adoperare milioni di voti anti-sistema per mantenere al governo il principale garante del Sistema. Ed è stizzito dal rifiuto di Renzi.
È lo sputtanamento del secolo, ed è già irreversibile, a prescindere dall’esito della trattativa, perché Casaleggio e Di Maio sono pronti, e se l’inciucio salterà, sarà soltanto a causa di Renzi che ancora spera nel Governissimo, e nella Controriforma.
È lo smascheramento definitivo di un’opposizione farlocca, completamente funzionale al sistema di potere che millanta di voler abbattere.
Pur d’insediarsi sul trono di Re Sòla, il M5S attraverso il preservativo bucato d’un ridicolo “contratto alla tedesca”, s’è prima offerto ai fascioleghisti alleati storici di Berlusconi, che dopo averlo definito “Il mafioso di Arcore”, da 24 anni ne controfirmano tutte le peggiori porcate. E poi al PD del Cazzaro, responsabile del Jobs Act, del Salva Banche, della Buona Scuola, della Dottrina Minniti, del tentativo di smantellare la Costituzione.
“Il giorno in cui il Movimento 5 Stelle si dovesse alleare coi partiti responsabili della distruzione dell’Italia, io lascerei il Movimento 5 Stelle”. Parola di Alessandro Di Battista.
Se una delle due profferte a Lega e PD alla fine sarà accettata, cosa farà l’ala “movimentista” del Movimento, Lascia o Raddoppia?
Il voto del 4 marzo era stato definito “un terremoto”. “Niente sarà più come prima” avevano vaticinato gli editorialisti.
In realtà, votare serve solo a scegliere quale maschera indosserà l’establishment.
Grillo lanciò la sua “rivoluzione” cercando inutilmente di candidarsi alle primarie del PD. Oggi il cerchio si chiude. “L’era del vaffanculo è finita”, Beppe dixit.
Col PD o con la Lega, affanculo ci andranno la “rivoluzione” grillina, e tutti quelli che ci avevano creduto.

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Cazzari e canguri https://www.carmillaonline.com/2014/08/17/cazzari-e-canguri/ Sun, 17 Aug 2014 18:27:18 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=16698 di Alessandra Daniele

segnale-canguroGufi, sciacalli, canguri, lumache, Renzi ha in comune con Bersani la curiosa ossessione per le metafore zoologiche. Col Giaguaro invece condivide quasi tutto il resto, a cominciare dall’attitudine a negare l’evidenza, e nella fattispecie la gravità della recessione in Italia, proprio come Berlusconi fece nel 2011. Se tanti si bevono ancora le sue balle è solo per disperazione. Come quei dispersi nel deserto che finiscono per bere la propria stessa urina. Renzi sa ormai così tanto di riciclato che lo slogan ”Ammazziamo il Gattopardo” del suo agiografo Friedman [...]]]> di Alessandra Daniele

segnale-canguroGufi, sciacalli, canguri, lumache, Renzi ha in comune con Bersani la curiosa ossessione per le metafore zoologiche. Col Giaguaro invece condivide quasi tutto il resto, a cominciare dall’attitudine a negare l’evidenza, e nella fattispecie la gravità della recessione in Italia, proprio come Berlusconi fece nel 2011.
Se tanti si bevono ancora le sue balle è solo per disperazione. Come quei dispersi nel deserto che finiscono per bere la propria stessa urina.
Renzi sa ormai così tanto di riciclato che lo slogan ”Ammazziamo il Gattopardo” del suo agiografo Friedman starà cominciando a suonargli come una minaccia.
Intanto Angelino Alfano ha individuato ciò che ritiene la vera causa della crisi: i lavoratori italiani hanno ancora troppe garanzie, sono ancora troppo difficili da licenziare.
In effetti c’è qualcuno che, nonostante la totale, disastrosa incompetenza più volte dimostrata, non si riesce a cacciare a calci come meriterebbe: Angelino Alfano, ministro dell’Interno a sua insaputa.
Come molti di noi, la propaganda governativa non è andata in vacanza neanche durante la settimana di Ferragosto. Gli spot renziani spacciati per interviste e interventi hanno intasato la programmazione estiva con il loro giovanilismo sudaticcio, e il loro ottimismo di cartapesta come le più becere repliche anni ’80.
Il riferimento al bonus mensile è diventato ormai così disperatamente ossessivo da essere sempre la prima risposta ad ogni domanda. A prescindere dalla domanda.

– L’epidemia di Ebola sembra difficile da controllare, ci sono pericoli di contagio in Italia?
– No. Il bonus salvavita di 80 euro che somministriamo mensilmente agli italiani li immunizza completamente.
– La situazione in Medio Oriente peggiora. C’è qualcosa che potremmo fare per favorire una soluzione pacifica del conflitto?
– Certamente. Spendere il bonus di 80 euro per far ripartire l’economia in tutta l’area del Mediterraneo.
– La riforma costituzionale riguarderà anche la parte dei principi generali?
– Sì. a cominciare dal primo articolo. L’Italia è una repubblica fondata su 80 euro.
L’Attimo Fuggente, Mork & Mindy, Good Morning Vietnam… Robin Williams ha segnato l’immaginario collettivo delle nostre generazioni. La sua morte l’ha colpita?
– Molto. Sono andato subito a comprare i DVD dei suoi film che ancora mi mancavamo. Ho speso 80 euro.
– Grazie per l’intervista. Scusi, che ora s’è fatta?
– Le 80 euro.

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