Donald Trumpi – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 28 Jan 2026 21:18:11 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Il nuovo disordina mondiale / 32 – L’ultima Thule tra Nato, petrolio, terre rare e…guano https://www.carmillaonline.com/2026/01/21/il-nuovo-disordina-mondiale-32-ultima-thule/ Wed, 21 Jan 2026 20:30:28 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92520 di Sandro Moiso

Peter Apps, Contro la fine del mondo. Una biografia della Nato, Luiss Unversity Press, Roma 2025, pp. 566, 25 euro

«La Russia e la Cina non hanno alcun timore della Nato senza gli Stati Uniti e dubito che la Nato sarebbe lì per noi se ne avessimo davvero bisogno. Tutti sono fortunati che io abbia ricostruito il nostro esercito nel mio primo mandato e continui a farlo. Saremo sempre lì per la Nato, anche se loro non saranno lì per noi. L’unica nazione che la Cina e la Russia temono e rispettano sono gli Stati Uniti ricostruiti da [...]]]> di Sandro Moiso

Peter Apps, Contro la fine del mondo. Una biografia della Nato, Luiss Unversity Press, Roma 2025, pp. 566, 25 euro

«La Russia e la Cina non hanno alcun timore della Nato senza gli Stati Uniti e dubito che la Nato sarebbe lì per noi se ne avessimo davvero bisogno. Tutti sono fortunati che io abbia ricostruito il nostro esercito nel mio primo mandato e continui a farlo. Saremo sempre lì per la Nato, anche se loro non saranno lì per noi. L’unica nazione che la Cina e la Russia temono e rispettano sono gli Stati Uniti ricostruiti da Donald J. Trump.» (Donald Trunp su Truth)

Quando un leader inizia a suscitare repulsione persino nei suoi alleati più fedeli nel mondo, la storia insegna che non è mai finita bene. (Federico Fubini, «Corriere della sera», 19 gennaio 2026)

La pubblicazione della ricerca dell’inglese Peter Apps da parte della Luiss University Press non poteva cascare in un momento migliore, o peggiore a seconda dei punti di vista, per narrare le vicende politiche, militari e ideologiche che hanno portato alla creazione, sviluppo e attuale crisi di una delle alleanze militari multinazionali più longeve della storia. Quella della Nato, per l’appunto, che l’autore paragona alla Lega Delio-Attica, conosciuta anche come lega di Delo, una confederazione marittima costituita da Atene, nel 478-477 a.C. durante la fase conclusiva delle guerre persiane, a cui aderirono dalle 150 alle 173 città-stato greche.

Tra i tanti esempi di alleanze militari come possibili termini di paragone si è preferito questo, da parte di chi scrive, poiché, oltre ad essere volta a difendere l’Occidente, guarda caso, da un nemico proveniente da Oriente, greco fu anche il geografo e viaggiatore, Pitea, che nel 330 a.C., partito per un’esplorazione dell’Atlantico del Nord, riportò la notizia della scoperta di “una terra di fuoco e di ghiaccio su cui non tramontava mai il sole”: Thule (in greco antico: Θούλ,Thoúlē).

Nonostante il discredito gettato su di lui e sulla sua scoperta da Strabone, autore tra il 14 e il 23 d.C. di una delle opere storico-geografiche più importanti dell’antichità, le affermazioni di Pitea furono in seguito rivalutate da Claudio Tolomeo astronomo, geografo e astrologo egizio di cittadinanza greca, vissuto tra il 100 e il 168 d.C., e successivamente quella terra fu variamente individuata da altri autori nelle isole Shetland, nell’Islanda o nella Groenlandia. Soprattutto quest’ultima poiché, una volta corretto l’errore sistematico sulle longitudini della sua Geografia, come proposto da Lucio Russo (1944-2025)1, le coordinate di Tolomeo indicherebbero proprio un punto sulla costa groenlandese.

Oggi, però, quel mito dell’ultima Thule, ovvero di un’isola posta ai confini della Terra e della conoscenza umana, rischia di rivelarsi come l’ultima spiaggia della sopravvivenza della Nato o almeno dell’alleanza nata con il trattato firmato nel 1949 dagli Stati Uniti insieme al Canada e a vari paesi dell’Europa occidentale, non soltanto quelli direttamente affacciantisi sull’oceano che le dava il nome.

Un tempo soldato, poi reporter di guerra e scrittore, Peter Apps oggi è un analista britannico tra i più attenti conoscitori del settore della sicurezza internazionale e dei meccanismi interni della Nato. Pur costretto da un incidente in zona di guerra alla semi-paralisi, continua ancora la sua attività di ricerca come direttore del Project for Study of the 21st Century. Contro la fine del mondo è il suo primo libro pubblicato in Italia. Testo che ha inizio con la seguente, e piuttosto impegnativa, asserzione:

Coloro che hanno fondato l’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico e ne hanno costruito le prime strutture civili e militari credevano di sapere esattamente quale fosse la sua missione. «Considero la Nato come l’organizzazione più importante oggi al mondo», dichiarò nel 1953 agli studenti del nuovo Collegio di Difesa della Nato il primo vicecomandante supremo alleato, il feldmaresciallo visconte Bernard Montgomery. «Credo fermamente che, se la Nato fosse nata prima, non ci sarebbe stata una Seconda guerra mondiale […] credo anche che il rafforzamento della Nato rappresenti la migliore speranza per prevenire la Terza»2.

Ora una tale convinzione, misurata a settantatré anni di distanza dalla sua enunciazione, rivela tutta la fragilità e, allo stesso tempo, la prosopopea di un progetto tipicamente occidentale di governare o rigovernare il mondo attraverso lo strumento militare. Formulazione che, non a caso, è attribuibile a un comandante più noto per il successo avuto dal capo d’abbigliamento che porta il suo nome che al suo genio militare. Anche se Apps cerca di ricordare più i suoi “meriti” che i suoi insuccessi che, invece, un altro autore britannico, saggista ed ex-militare anche lui, Anthony Beevor, ha ripetutamente sottolineato3.

La precisazione era necessaria poiché il lavoro di Apps affronta il problema storico della Nato spesso a partire dal ruolo che il Regno Unito e i suoi rappresentanti politico-militari hanno avuto nella sua creazione e nell’indirizzo dato alla sua funzione. Ruolo che, comunque, risulta, anche negli eventi narrati, sempre subordinato agli interessi e agli indirizzi politici dell’ingombrante alleato, sia per dimensioni effettive che per volontà politica, americano. Fin dagli esordi della suddetta alleanza.

Sappiamo da altre fonti4 quali profonde linee di frattura avessero segnato il rapporto tra Roosevelt e Churchill sulla condotta della guerra e le sue finalità, soprattutto in vista di un accordo con l’URSS di Stalin per la spartizione dell’Europa post-bellica, anche se entrambi non ne avrebbero visto la fine rimanendo al loro posto di comando. Il primo a causa della morte che lo colse il 12 aprile 1945, poco meno di un mese prima della definitiva sconfitta tedesca. Il secondo, forse peggio, per la sconfitta politica subita alle elezioni di quello stesso anno, quando il 17 luglio, ben prima che le atomiche su Hiroshima e Nagasaki ponessero il sigillo sulla vittoria americana sul fronte del Pacifico, il suo governo fu rovesciato dall’avvento di quello laburista di Clement Attlee con Ernest Bevin nominato ministro degli esteri.

In entrambi i casi però, e bisogna dirlo fin da ora, non furono tanto gli uomini a determinare una reale rottura col passato, ma piuttosto, e nonostante le differenze tra Truman e Roosevelt e tra Attlee e Churchill, fu la continuità a trionfare, riaffermando le linee guida fondamentali dei due principali alleati occidentali nel marcare i tempi e l’avvento di un nuovo ordine internazionale. A render chiaro ciò è proprio il percorso politico e ideologico di Bevin, che sarebbe stato tra i protagonisti della conferenza di Postdam e delle successive iniziative per l’avvio del Trattato atlantico.

Nato nel 1881 da una madre single nella campagna del Somerset, Ernest Bevin iniziò a lavorare come operaio non specializzato all’età di undici anni, per poi fondare il sindacato più potente della Gran Bretagna, il Transport and General Workers’ Union. I suoi primi anni, che inclusero la Grande Guerra e la Depressione, lo lasciarono preda della sfiducia nei confronti delle classi dominanti. Nel 1922, tuttavia, dopo esser tornato da una conferenza socialista internazionale a Berlino, sviluppò un’avversione ancor più profonda per lo Stato sovietico e la sua forma di comunismo. […] Dal 1940, durante la Seconda guerra mondiale, Bevin gestì gran parte del “fronte interno” britannico in qualità di ministro del Lavoro del governo di coalizione di Churchill. Dopo le elezioni […] il nuovo primo ministro laburista Clement Attlee lo nominò ministro degli Esteri con lo specifico compito di difendere dal Cremlino la Gran Bretagna e un’Europa devastata5.

Doveva quindi inserirsi in una situazione in cui, a partire da appena due settimane dopo la scomparsa di Hitler, Winston Churchill aveva già iniziato a pianificare il successivo grande conflitto europeo. Conflitto che sull’altro fronte avrebbe dovuto veder schierata l’Unione Sovietica. L’Europa occidentale continentale era in rovina, le sue forze militari praticamente inesistenti e i suoi cittadini ridotti alla fame, mentre l’armata rossa aveva conquistato la maggior parte dell’Europa orientale e Churchill credeva che potesse avere a disposizione fino a duecento divisioni, ovvero diversi milioni di soldati, mobilitate e pronte a spingersi ancora più a ovest. Tanto da fargli scrivere al neo-presidente americano Harry Truman, il 12 maggio 1945:

«Sono profondamente sconcertato dalla situazione europea. Vengo a sapere che metà delle forze aeree americane in Europa ha già iniziato a spostarsi verso il teatro del Pacifico. I giornali sono pieni di notizie sul ritiro degli eserciti americani dall’Europa.[…] In breve tempo, la nostra potenza militare sul continente sarà svanita, tranne che per l’impiego di forze modeste per tenere sotto controllo la Germania. […] Nel frattempo cosa accadrà riguardo alla Russia?»6

Tanto da fargli poi ancora scrivere, sempre al presidente degli Stati Uniti, che «una cortina di ferro era calata sull’Europa» per dividerla e che era impossibile sapere «cosa stia succedendo al di là». Convinzione che lo spinse, senza consultare gli alleati, a ordinare ai suoi comandanti di redigere i piani per l’operazione Unthinkable (impensabile), un piano unilaterale britannico volto a lanciare una guerra preventiva contro l’URSS nel corso della seconda metà del 1945.

Resta impossibile appurare con certezza con quanta serietà venne presa in considerazione. La smobilitazione britannica – il ritorno di soldati, marinai e aviatori alla vita civile – rallentò notevolmente nei mesi di maggio e giugno, forse deliberatamente o forse come segno di una considerazione ufficiale per cui avrebbero potuto essere necessari altrove. Il feldmaresciallo Montgomery – che, da comandante delle forze armate britanniche e canadesi, si ritrovò improvvisamente governatore militare di una vasta porzione della Germania – riferì in seguito di aver ricevuto l’ordine di cessare la distruzione di armi militari tedesche verso maggio, «nel caso in cui potessero rivelarsi necessarie […] per qualunque ragione». Come suggeriva il nome, l’operazione Unthinkable era un po’ folle. La controversa volontà del piano di trasformare in alleato l’esercito della Germania nazista appena sconfitto era solo uno dei motivi per cui la sua esistenza rimase riservata fino alla fine degli anni Ottanta7.

Motivo per cui, dopo la caduta di Churchill, Truman “il piccolo uomo del Kentucky”, si sarebbe chiesto se la perdita di quell’”alleato”, potesse rendergli più facile il raggiungimento di un accordo con Stalin. «Non era impressionato da Bevin o Attlee: in una lettera alla figlia, Truman definiva Bevin e i suoi collaboratori “musoni”, commentando anche il peso di Bevin»8. Successivamente la sua attenzione fu rivolta a marcare la supremazia militare statunitense nei confronti della Russia di Stalin attraverso l’uso dell’arma nucleare di cui, però, a subire le conseguenze furono sul momento e soprattutto i cittadini di Hiroshima e Nagasaki.

E’ in questo insieme di contraddizioni e diversità di prospettive, alcune sicuramente paragonabili ad altre espresse dal Regno Unito a seguito dello scoppio del conflitto in Ucraina, che mise le radici l’idea del Trattato Atlantico. Probabilmente, da un lato la necessità americana di definire, anche con la forza, ben precise sfere di influenza da condividere, come fu poi fino al 1989, soprattutto con l’Unione Sovietica. Necessità questa che se da un lato giocava sulla superiorità nucleare dimostrata nei confronti del Giappone, ben presto ridimensionata dalle attività spionistiche e scientifiche russe, dall’altra doveva tener conto che:

Fino alla primavera del 1940, i sondaggi di opinione mostravano che il 96,4% degli americani era contrario all’ingresso nella Seconda guerra mondiale e un ritorno all’isolazionismo era una possibilità concreta. Tanto meno un futuro come superpotenza militare era inscritto nel suo dna. L’esercito degli Stati Uniti nel 1939 era il diciassettesimo più grande al mondo, con 189.839 ufficiali e soldati. Nel 1945, contava 11 milioni di uomini – ma molti di loro ora volevano tornare a casa9.

Per questi motivi non era affatto scontato che successivamente gli Stati Uniti fossero coinvolti nella firma di ciò che avrebbe dato vita ad una delle più grandi alleanze militari della storia. Motivi che, tra le altre cose, dimostrano come il nazionalismo statunitense debba essere ricreato di volta in volta proprio a causa dell’impermeabilità della tradizione popolare americana a farsi carico di guerre all’estero in nome di non meglio identificati interessi patriottici o di ambigui e incomprensibili regìme change. Un problema con cui Donald Trump deve fare i conti ancora oggi a a livello elettorale.

Ma se qui si è scelto di dare particolare rilievo alla fasi preparatorie di quella che sarebbe diventata la Nato è perché, come avrebbe detto Cechov a proposito di ciò che appare in scena nel primo atto di una rappresentazione teatrale, tutti gli elementi dell’attuale crisi della Nato erano già disseminati nei suoi, diciamolo pure, confusi passi iniziali.

L’opera di Apps, senza mai nascondere complessità, ambiguità ed errori compresi nello sviluppo storico della Nato, attraverso le sue pagine, ci offre l’immagine di un organismo capace di nascere, crescere e trasformarsi più volte: dai giorni drammatici del dopoguerra a quelli dei conflitti odierni, passando per le grandi crisi internazionali come le guerre nei Balcani, in Georgia e in Ucraina, attraversando cambi di scenario repentini come quelli provocati dall’avvento del fondamentalismo islamista e dalle nuove forme di guerra ibrida.

Apps racconta una Nato imperfetta, problematica, spesso litigiosa, ma capace – tra errori, correzioni di rotta e compromessi – di svolgere il suo compito essenziale: tenere al sicuro il territorio degli Stati membri ed evitare escalation incontrollabili. Capitolo dopo capitolo, Contro la fine del mondo mostra come dottrine, decisioni e crisi abbiano modellato l’ordine di sicurezza europeo e atlantico, e perché oggi quell’ordine sia di nuovo in bilico. Da Dunkerque a Vilnius e Washington, l’opera delinea un percorso storico approfondito con ricchezza di dettagli, perché solo così si può comprendere perché la NATO ha potuto esistere. Spesso a discapito dei concreti interessi di milioni, se non miliardi, di abitanti del pianeta che non avevano la “fortuna” di risiedere all’interno dei suoi confini.

L’opera che vorrebbe essere apologetica, con la pretesa che sia stata la Nato ad evitare un nuovo e definitivo Armagedddon, in realtà fornisce, invece, tutti gli elementi per tracciarne con sufficiente sicurezza un diverso ritratto. Un filo rosso che permette di capire come il contraddittorio tra Stati Uniti ed Europa, dovuto ai reciproci e spesso differenti interessi geo-politici ed economici, sia stato soltanto rinviato nel tempo.

Il testo si apre, e si potrebbe anche dire si chiude, con lo scoppio della guerra in Ucraina, che è tornata a mettere in evidenza le falle di una difesa comune intrecciata con gli interessi geopolitici statunitensi e il loro costo per gli stessi se si fossero dimostrati incapaci di liberarsi dall’immagine di poliziotti e salvatori del “resto del mondo”. Un costo che nel tempo ha dimostrato vere le conclusioni dello storico Paul Kennedy sui motivi dell’ascesa e declino delle grandi potenze10, a proposito dei guadagni inversamente proporzionali alla continua espansione delle spese per il dominio da parte degli imperi. Considerazioni, all’epoca dell’uscita italiana del libro, valide per quello russo, ma oggi anche per quello americano.

Un impero che per rafforzarsi deve chiudersi in difesa e tornare a trattare, magari da posizioni di forza, con altre superpotenze11, autentiche o virtuali, tra le quali al momento non sembra essere annoverata l’Europa. Come il distacco di Trump dal consesso internazionale di valori condivisi (?) rende conto. Anche in maniera violenta, come avviene nei momenti di trapasso e di crisi degli ordini imperiali.

Così, proprio là nella terra dell’ultima Thule sembra giocarsi una partita decisiva tra differenti interessi economici, geopolitici, difensivi e monopolistici, soprattutto per quanto riguarda le materie prime e, tra queste, in particolare, le terre rare, il petrolio e il gas. Dei cui depositi la Danimarca ha già concesso oltre cinquanta permessi di esplorazione mineraria, anche a società cinesi, un elemento che a Washington è stato osservato con crescente preoccupazione. Per questo motivo, Qaanaaq (un tempo nota come Thule), una cittadina di 656 abitanti posta nel nord della Groenlandia, uno dei centri abitati più settentrionali del mondo a appena 1300 km dal Polo nord, apparentemente quanto di meno centrale possa esserci nella geografia del potere mondiale, potrebbe assurgere a un’importanza un tempo riservata soltanto a grandi capitali come Roma, Tokyo o Berlino. Eppure, eppure…

Mentre i leader europei sembrano scandalizzati dalla scoperta delle mire imperialistiche americane, soltanto perché divergono ormai dalle loro e da quelle che davano per scontate per la Nato, proprio già nelle vicinanze di Qaanaaq sorge da circa settant’anni la Pituffik Space Base (in passato Thule Air Base), un’enclave amministrativa e militare statunitense che è la base aerea più a nord tra quelle gestite dalla USAF (United States Air Force), trovandosi a 1.118 km a nord del circolo polare artico e a 1.524 km a sud del Polo nord.

Nel 1953 gli Usa acquistarono il territorio per la base dalla Danimarca e gli Inuit che risiedevano in quell’area furono indotti dal governo danese a trasferirsi 110 km più a nord, dove attualmente sorge Qaanaaq. L’uso della base comporta per gli Stati Uniti, a salvaguardia dei “diritti” della Groenlandia, il pagamento di un “affitto” ovvero di “cessione temporanea della sovranità”, di 300 milioni di dollari annui.

Nel gennaio 1968 nei cieli della base di Thule si verificò un gravissimo incidente nucleare: un bombardiere B-52 precipitò nei pressi della base e i quattro ordigni nucleari di tipo Mark 28 F1 furono compromessi, contaminando con materiale radioattivo una vasta area ghiacciata. Motivo per cui, forse, gli unici ad aver qualcosa da ridire sulla presenza americana o europea in quelle lande dovrebbero essere gli Inuit che costituiscono l’85% della popolazione groenlandese, mentre ad esprimersi in difesa dell’intangibilità di quello stesso territorio sono stati soprattutto i rappresentanti della UE e del colonialismo danese (spesso dimenticato e rimosso, ma non per questo non migliore degli altri prodotti dall’Europa nella sua fase espansiva).

Mentre sulle pretese americane potrebbe pesare un documento firmato nel 1916, rispolverato in questi giorni dal giornale britannico «Guardian» e firmato dall’allora Segretario di Stato americano Robert Lensing, in cui si conveniva che: «Nel procedere oggi alla firma della Convenzione relativa alla cessione delle isole danesi delle Indie Occidentali agli Stati Uniti d’America, il sottoscritto Segretario di Stato degli Stati Uniti d’America, debitamente autorizzato dal suo governo, ha l’onore di dichiarare che il governo degli Stati Uniti d’America non si opporrà all’estensione dei propri interessi politici ed economici da parte del governo danese all’intera Groenlandia».

Ci sarebbe da ridere, se non si intravedesse anche, non solo in prospettiva, la possibilità di un’”unthinkable” conflitto globale, nel momento in cui i ferrei rappresentanti europei della democrazia e dei farlocchi green deal si trovassero a dover gettare definitivamente la maschera per riaffermare gli interessi del capitale europeo e dell’estrattivismo, ancora principale motore di ogni attività finanziaria, industriale ed energetica su scala planetaria. Un conflitto per molti sostenitori, anche a sinistra, di una visione della Nato deus ex-machina di ogni conflitto e assolutamente allineata alla volontà statunitense, certamente impensabile, ma non impossibile e di cui i dazi del 10% o più annunciati da Trump nei confronti dei paesi europei che invieranno soldati in Groenlandia, e per ora soltanto sospesi, costituiscono un anticipo di ciò che potrebbe determinare a breve, come ha affermato il giornalista Federico Fubini sul «Corriere della sera»: la fine dell’Unione Europea insieme a quella della Natp12.

In questo modo diventa chiaro che il compito della Nato che fin dal 1949, l’anno della sua fondazione, era stato riassunto con una battuta: “Tenere l’Unione Sovietica fuori, gli americani dentro e i tedeschi sotto controllo”, non poteva riguardare solamente il contesto dell’epoca, con l’inizio della guerra fredda e la sfiducia ancora forte nei confronti della Germania all’indomani della seconda guerra mondiale, mentre oggi tale affermazione ha finito col rivelare che al posto della Germania si sarebbe dovuto parlare dell’Europa occidentale intera. Forse proprio a partire dalle derive guerrafondaie e tardo-imperialistiche britanniche. Spesso fermate proprio dall’azione congiunta di Stati Uniti e Unione Sovietica, come avvenne nel 1956 per il Canale di Suez. Quando gli USA chiusero un occhio sulla repressione della rivolta ungherese, ma non sul tentativo inglese di rilanciarsi, insieme alla Francia, come protagonista sulla scena mediorientale (da cui gli Inglesi erano stati “cacciati” soltanto qualche anno prima con il riconoscimento dello Stato di Israele).

La lettura del libro di Apps serve dunque, anche involontariamente, a seminare dubbi più che a confermare certezze. E questo, considerata l’ormai insopportabile narrazione istituzionale europea sull’unità di intenti su cui si sarebbe fondato l’Occidente successivo al secondo conflitto mondiale, fa sì che diventi un utilissimo strumento di ricerca non soltanto per meglio comprendere la storia passata e l’attuale miserabile presente, ma anche per provare a fare delle serie ipotesi sugli sviluppi di quella futura.

Se poi, in chiusura, qualcuno fosse ancora dubbioso sul fatto che Trump con i suoi autentici atti di pirateria economica e militare13 non rappresenti affatto una novità nel percorso politico e imperiale americano, dovrebbe prestare attenzione a quanto scritto recentemente da Davide Ferrario, regista, scrittore e documentarista, a proposito della conquista americana delle Isole del guano nel corso della seconda metà dell’Ottocento14.

Bisogna fare un salto indietro a metà dell’Ottocento. Anche allora esisteva una risorsa naturale ambita da ogni nazione. Non era il petrolio, non erano le terre rare. Era il guano. Sì, proprio quella cosa chiamata così per non doverla descrivere per ciò che in effetti è: merda d’uccello essiccata, vecchia di secoli di solito rintracciabile in remoti isolotti disabitati15.

Isolotti dai quali per secoli naviganti e pescatori si erano tenuti lontani per ovvie ragioni, ma che dopo l’avvento della Rivoluzione industriale e la susseguente necessità di sviluppare un’agricoltura più moderna e produttiva e dopo la scoperta di Alexander von Humboldt che tale materiale, ricco di fosfati, poteva essere usato come un fantastico fertilizzante, si trasformarono in autentiche miniere di quello che sarebbe stato chiamato “oro bianco”. Un nuovo e autentico “sterco del demonio”, così come il cristianesimo delle eresie medievali aveva chiamato il denaro. Per il quale sarebbero scoppiate guerre e morti molti uomini sia in battaglia che per la sua pericolosissima e antigienica estrazione fatta a mano da schiavi, prigionieri e lavoratori pagati pochissimo.

A metà dell’Ottocento, gli Usa avevano un continente da coltivare, 25 milioni di abitanti da nutrire e un «destino manifesto» -da poco teorizzato – a cui adempiere. In questo contesto il problema del guano non era marginale. Ne parlò perfino il presidente Millard Fillmore nel suo discorso di insediamento il 9 luglio 1850. «Il guano peruviano è diventato così centrale per gli interessi dell’agricoltura americana che sarà preciso dovere di questo governo utilizzare tutti i mezzi necessari perché nel Paese ne sia consentita la disponibilità a prezzi ragionevoli». E aggiungeva: «Sono convinto che facilitandone il commercio il governo peruviano farebbe anche il suo interesse, fornendo inoltre prova di atteggiamento amichevole verso di noi, cosa che sarebbe debitamente apprezzata»16.

Naturalmente il lettore che in tali parole riscontrasse enormi e immutabili similitudini con le parole di Trump a proposito di Venezuela e Groenlandia non sbaglierebbe affatto. Visto che già allora il governo americano cercò di giustificare legalmente le minacce con una legge ad hoc approvata dal Congresso il 18 agosto 1856: il Guano Islands Act, tuttora in vigore. Sulla base della quale gli Stati Uniti si impadronirono nei decenni successivi di una miriade di piccole isole e isolotti, al momento non rivendicati apertamente da alcuna nazione (e se qualcuno lo avesse fatto la marina americana avrebbe rapidamente inviato le sue cannoniere a discuterne) che si trasformarono spesso, una volta esaurito i puzzolenti e insalubri giacimenti, in basi militari sparse nell’Oceano Pacifico. Come ad esempio accadde per le isole Midway che distano da Washington circa 5 mila miglia (9 mila chilometri).

A seguito di un caso giudiziario sorto per una violenta rivolta di lavoratori afro-americani su una di quelle, in prossimità di Haiti, la Corte suprema, invitata ad esprimersi da uno degli avvocati difensori dei rivoltosi, che rischiavano la condanna a morte, a proposito della extraterritorialità in cui erano avvenuti i fatti e quindi sulla applicabilità delle leggi americane in tale contesto, argomentò nel modo seguente la propria risposta: «Non è nostra materia investigare, e tanto meno determinare, se gli atti del potere esecutivo siano giusti o sbagliati. Basta sapere che il governo ne abbia deliberato nell’esercizio dei suoi poteri costituzionali. Chi sia sovrano di un territorio de jure o de facto, non è questione legale, ma politica»17.

E di forza verrebbe da aggiungere, considerato anche lo stato attuale dei rapporti tra gli Stati e le classi18.


  1. Si veda in proposito: L. Russo, L’America dimenticata. I rapporti tra le civiltà e un errore di Tolomeo, Mondadori, Milano 2013. (seconda edizione con postfazione di obiezioni e risposte, Mondadori, Milano novembre 2013.)  

  2. P. Apps, Contro la fine del mondo. Una biografia della Nato, Luiss Unversity Press, Roma 2025, p. 11.  

  3. Si vedano, a proposito degli errori di valutazione di Montgomery durante il secondo conflitto mondiale e che a più riprese lo misero in contrasto con i comandi americani, le seguenti opere di A. Beevor: L’ultima vittoria di Hitler. Arnhem 1944, (titolo originale: Arnhem. The Battle for the Bridges, 1944), RCS Libri, Milano 2018; Ardenne. L’ultima sfida di Hitler, (Ardenne 1944), RCS Libri, Milano 2015 e D-Day. La battaglia che salvò l’Europa, (D-Day. The Battle for Normandy), RCS Libri, Milano 2010.  

  4. Si veda, soltanto a titolo di esempio: J. Dimbelbay, 1944 Finale di partita. Come Stalin vinse la guerra, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2025.  

  5. P. Apps, op. cit., p. 49.  

  6. Cit. in P. Apps, op. cit., p. 47.  

  7. Ibidem, p. 48.  

  8. Ivi, p. 49.  

  9. Ibid., p. 52. Sulle ribellioni dei soldati americani alla fine della Seconda guerra mondiale si vedano: G. Poole, Nazione guerriera. Il militarismo nella cultura degli Stati Uniti, Colonnese Editore, Napoli 2002 e J. O. Killens, Doppia V (edizione originale And Then We Heard the Thunder, 1962), Vincitorio Editore, Milano 1972, un romanzo quest’ultimo sul malessere e la rivolta dei soldati afroamericani al loro ritorno dal secondo macello imperialista.  

  10. P. Kennedy, Ascesa e declino delle grandi potenze, Garzanti Editore, Milano 1989.  

  11. Solo a titolo di esempio si veda l’intervista allo storico e politico canadese Michael Ignatieff contenuta in: A. Lombardi, Ignatieff:”L’America vuole un mondo ib tre blocchi ma l’Unione deve resistere, «la Repubblica», 19 gennaio 2026.  

  12. F. Fubini, I nuovi dazi, una mina sui mercati, «Corriere della sera», 19 gennaio 2026.  

  13. Si veda ancora: F. Fubini, art. cit.  

  14. D. Ferrario, Mossa del guano. Strategia Usa, La lettura n° 738, supplemento al «Corriere della sera» del 18 gennaio 2026, p.37.  

  15. D. Ferrario, op. cit.  

  16. Ibidem  

  17. ivi  

  18. Si veda in proposito il rapporto Oxfam presentato a Davos secondo cui una dozzina di miliardari che detengono un capitale di 2.635 miliardi di dollari superano da soli le risorse possedute da 4,1 miliardi di persone, la parte più povera della popolazione mondiale. Se a questo si aggiunge che i miliardari complessivi sono diventati 3.000 con un capitale complessivo di 18.300 miliardi, si può tranquillamente affermare che ci si trova di fronte a una concentrazione di ricchezze mai registrata prima nella storia, Cfr. R. Amato, Oxfam: una dozzina di potenti più ricca di metà del mondo, «la Repubblica», 19 gennaio 2026.  

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Il diluvio oltreoceano https://www.carmillaonline.com/2025/07/29/il-diluvio-olteoceano/ Tue, 29 Jul 2025 20:00:19 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=89622 di Franco Ricciardiello

Stephen Markley, Diluvio (The Deluge, 2023), trad. Manuela Francescon e Tiziana Mennella, Einaudi, 2025

Lo scorso giugno ho partecipato a Futuri ambientali, un incontro pubblico organizzato dal Politecnico di Torino. Tra i relatori c’era Paola Mercogliano, scienziata che studia come difendersi dai danni della catastrofe climatica. Durante il dibattito ha ribadito una cosa ovvia, che però non è recepita a sufficienza dai media, e di conseguenza non fa presa sulla coscienza delle persone e nel dibattito politico: il fatto, cioè, che la catastrofe climatica non produce soltanto effetti climatici, ma, soprattutto, effetti sociali, tanto più gravi quanto meno abbienti sono le popolazioni [...]]]> di Franco Ricciardiello

Stephen Markley, Diluvio (The Deluge, 2023), trad. Manuela Francescon e Tiziana Mennella, Einaudi, 2025

Lo scorso giugno ho partecipato a Futuri ambientali, un incontro pubblico organizzato dal Politecnico di Torino. Tra i relatori c’era Paola Mercogliano, scienziata che studia come difendersi dai danni della catastrofe climatica. Durante il dibattito ha ribadito una cosa ovvia, che però non è recepita a sufficienza dai media, e di conseguenza non fa presa sulla coscienza delle persone e nel dibattito politico: il fatto, cioè, che la catastrofe climatica non produce soltanto effetti climatici, ma, soprattutto, effetti sociali, tanto più gravi quanto meno abbienti sono le popolazioni colpite. In sostanza, la disuguaglianza sociale, la forbice della ricchezza, è un indicatore dell’incidenza dell’innalzamento della temperatura media.

Molta della fiction climatica pubblicata oggi nel mondo si concentra sulla descrizione di effetti particolari, locali, del climate change, come La memoria dell’acqua della finlandese Emmi Itäranta, La foresta brucia sotto i nostri passi dello svedese Jens Liljestrand o C’era una casa sopra la collina dell’inglese Jessie Greengrass. Rara è una prospettiva più ampia, che tenti di raccontare la catastrofe nel suo farsi, e i tentativi di opporsi e di riportare la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera a livelli non dannosi.
Abbiamo avuto, qualche anno fa, Il Ministero per il Futuro di Kim Stanley Robinson, scrittore statunitense di fantascienza, libro che ha anche ispirato un dibattito politico-scientifico sulle soluzioni tecniche che sembra suggerire, e abbiamo di recente un altro statunitense, Stephen Markley, scrittore non di genere, che pubblica questo monumentale Diluvio, concentrato sull’immediato futuro, fino al 2039, partendo però da qualche anno dietro di noi, dal 2013, quando uno dei protagonisti, lo scienziato Tony Pietrus, esperto della transizione degli idrati di metano, pubblica un libro molto radicale in cui esorta i governi a prendere misure drastiche contro l’innalzamento della temperatura media del pianeta, e per la decarbonizzazione dell’atmosfera, prima che sia troppo tardi. Naturalmente viene considerato un eccentrico menagramo, e ignorato.
Ha scritto l’accademico Sean Adams, specializzato in storia del capitalismo statunitense, che “The Deluge non è solo un catalogo impressionante, ben congegnato e fin troppo realistico dei modi in cui la crisi climatica potrebbe mutare in qualcosa di molto peggiore; è anche un libro avvincente e ricco di emozioni e di cuore”. Infatti questo complesso, magnifico, colossale romanzo di 1300 pagine che possiamo ascrivere al genere “fiction climatica”, è anche un romanzo politico sugli Stati Uniti del futuro prossimo, troppo prossimo purtroppo. Infatti, racconta la crisi ecologica, di democrazia e di rappresentanza di quel Paese che ancora oggi pensa se stesso come il centro del mondo, e che tanti danni ha inferto al pianeta in termini di emissioni di carbonio.
La lettura all’inizio può sembrare impegnativa, perché Markley presenta a rotazione Pietrus e gli altri protagonisti in lunghi capitoli introduttivi, ambientati nel nostro presente o nel passato prossimo; ma lo stile è di semplice lettura, anche nei passaggi che spiegano teorie scientifiche, applicazioni tecnologiche e sofismi politici statunitensi.
I differenti registri politico-sociali del romanzo sono esemplificati dai personaggi principali, che insieme a Pietrus raccontano gli anni terribili della crisi prossima ventura. La più importante è Kate Morris, giovane attivista climatica che fonda l’associazione Fierce Blue Fire per combattere l’establishment negazionista (la vediamo in azione attraverso il PdV del suo compagno Matt); ci sono poi Keeper, un marginale tossicodipendente che cerca di sbarcare il lunario, e tenta di rimettersi in sesto quando si fa una famiglia; Ashir al-Hasan, l’analista politico che supporta le scelte dei decisori politici; Shane, inafferrabile terrorista che organizza attentati contro stabilimenti industriali che emettono anidride carbonica; Jackie Shipman, che lavora nel mondo della finanza ma si rende conto della mancanza di responsabilità sociale e ecologica del sistema capitalista. A questi si aggiunge un insieme di personaggi secondari, politici di primo piano, predicatori cristiani integralisti, suprematisti bianchi, spacciatoli di stupefacenti, attivisti climatici, agenti FBI, deputati al Congresso, terroristi, e via dicendo. Senza contare, tra i protagonisti non umani, eventi come incendi devastati, mostruosi uragani , inondazioni rovinose. I media si sono sbizzarriti nella ricerca di risposte al declino dell’America media e alla disperazione dei trumpisti, scrive il New York Times in un trafiletto, ma Markley è uno dei primi romanzieri a riflettere pienamente le forze sociali in gioco senza sacrificare un briciolo del lavoro sui personaggi o di tensione narrativa.

La trama è vasta, piena di storie collaterali, colpi di scena, ribaltamenti di prospettiva; volendo riassumerla, possiamo dire che mentre diverse organizzazioni preoccupate dalla catastrofe climatica lavorano per giungere a leggi molto restrittive contro i combustibili fossili, manovre lobbiste e interessi politici introducono negli USA una stretta securitaria che porta all’arresto di diversi presunti oppositori e alla loro detenzione senza processo, mentre si prosegue come se nulla fosse con le immissioni di CO2 nell’atmosfera. L’organizzazione Fierce Blue Fire, fondata dall’attivista Kate Morris, arriva persino a appoggiare una candidata repubblicana alla Presidenza che ha garantito, in cambio, il varo di una legge sul clima; questa legislazione viene però bloccata, ritardata, stravolta in una stretta autoritaria che ricorda ciò che sta succedendo negli USA dopo l’elezione di Donald Trump.
Il paese si trasforma gradualmente in uno Stato di polizia, il Presidente non esita a ordinare un intervento militare contro i manifestati che protestano pacificamente nella capitale, provocando un sanguinoso massacro.
Diluvio è un’opera straordinaria e agghiacciante, estremamente documentata e altrettanto plausibile: non è difficile riconoscere negli USA dei nostri giorni, con l’opera di fascistizzazione portata avanti da Trump e dal suo entourage, i primi passi di questa deriva ultra-autoritaria, negazionista e violenta: la tipica risposta delle élites liberiste alla crisi politico-sociale.
La lettura di questo romanzo ci conferma che è impossibile disgiungere capitalismo e catastrofe climatica, e che per affrontare la seconda sarà necessario che termini il lungo dominio del primo, se non vogliamo che si trasformi in una sorta di “fascismo fossile”.

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La guerra che viene/1: Le porte dell’Inferno si sono dischiuse a Bagdad https://www.carmillaonline.com/2020/01/04/la-guerra-che-viene-1-le-porte-dellinferno-si-sono-dischiuse-a-bagdad/ Sat, 04 Jan 2020 22:52:12 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=57252 di Sandro Moiso

Il brutale omicidio del generale dei corpi speciali iraniani per le operazioni all’estero (Divisione Quds) Qassem Soleimani, avvenuto a Bagdad ad opera di un drone o, forse, di elicotteri americani alzatisi in volo in quei minuti, è già stato paragonato, da un importante membro per l’Iran del think tank International crisis group, Ali Vaez, all’omicidio di Francesco Ferdinando avvenuto a Sarajevo il 28 giugno 1914 che, nella sostanza, avrebbe scatenato il primo macello interimperialista .

In effetti la situazione scaturita dall’azione americana può essere ben definita come “momento Francesco [...]]]> di Sandro Moiso

Il brutale omicidio del generale dei corpi speciali iraniani per le operazioni all’estero (Divisione Quds) Qassem Soleimani, avvenuto a Bagdad ad opera di un drone o, forse, di elicotteri americani alzatisi in volo in quei minuti, è già stato paragonato, da un importante membro per l’Iran del think tank International crisis group, Ali Vaez, all’omicidio di Francesco Ferdinando avvenuto a Sarajevo il 28 giugno 1914 che, nella sostanza, avrebbe scatenato il primo macello interimperialista .

In effetti la situazione scaturita dall’azione americana può essere ben definita come “momento Francesco Ferdinando” proprio perché sia a livello internazionale che nello specifico dell’area mediorientale i fattori destinati a dar luogo ad un nuovo e devastante conflitto globale sono andati accumulandosi in maniera esponenziale nel corso degli ultimi anni. Tanto che sarebbe qui impossibile elencarli tutti in una rapida sintesi.1

L’azione di stampo terroristico, voluta, a quanto pare, direttamente dal presidente americano e capo delle forze armate statunitensi, si inserisce in un quadro che però è ben distante da quello troppo superficialmente disegnato da coloro che nell’unico deus ex-machina imperialista e americano vedono accumularsi tutta la volontà, le responsabilità e la pianificazione dell’attentato e delle sue conseguenze.

Se la scelta scellerata di Donald Trump si inserisce in un clima da campagna elettorale interno piuttosto movimentato dalla richiesta di impeachment formulata dal Congresso nelle scorse settimane, è altrettanto vero che lo “scandalo” urlato e recitato dai membri del Partito Democratico, Nancy Pelosi in testa, è piuttosto ridicolo considerata l’attitudine guerrafondaia dimostrata dagli ultimi quando erano al governo (stesse modalità di eliminazione fisica dei nemici attraverso l’uso dei corpi speciali, come quella di Osama Bin Laden) o si apprestavano a tornarvi (si pensi al curriculum finanziario-bellicista di Hillary Clinton), anche senza tornare ai tempi di Kennedy della Baia dei Porci o di Johnson col Vietnam. E’ chiaro dunque che il primo scontro interno agli Stati Uniti passa tutto attraverso una propaganda elettorale che rischia di scatenare un’autentica tempesta a livello globale.

Il secondo elemento, tutt’altro che secondario, sul fronte statunitense riguarda sicuramente anche il previsto aumento del costo del petrolio che potrebbe scaturire già dall’attentato e in previsione delle sue conseguenze: il petrolio e il gas americani sono ancora cari, ma gli Stati Uniti da tempo dichiarano di avere raggiunto l’autosufficienza energetica. Tale costo si rifletterebbe pertanto principalmente sui competitors europei, obbligandoli a schierarsi per convenienza economica con i padroni di una fetta importante del cosiddetto oro nero: americani e arabo-sauditi.
Vantaggio economico e geopolitico con cui gli interessi nordamericani possono continuare a premere sulla già moribonda comunità europea.

La sicurezza degli interessi statunitensi passa infatti maggiormente attraverso questo tipo di azione ricattatoria più che attraverso l’azione militare che ne costituisce il corollario. Da sempre.
Anche se poter schierare mezzi e uomini e muovere flotte di mare e aeree con rapidità in ogni parte del mondo dovrebbe e potrebbe costituire ancora un valido strumento di pressione su qualsiasi tipo di avversario. Una propaganda nei fatti dell’American Way of Life che trova nell’omicidio e nel terrorismo scatenato a livello di massa il suo principale strumento di convinzione, ancor più che nella produzione di immaginario hollywoodiano.

Ma, come si diceva all’inizio, l’azione dei droni americani si inserisce in un contesto in cui tale propensione americana all’uso della forza non rappresenta solo la forza della Land of the Free, ma anche tutta la sua debolezza. Debolezza politica innanzitutto, ma anche economica (avendo perso da tempo il primato mondiale a vantaggio della Cina).
Debolezza politica che si è manifestata nel corso degli ultimi anni con i due golpe falliti in Turchia e in Venezuela2 ed economica che si manifesta nella perdita di quote importanti di mercato mondiale e il ricorso a sotterfugi finanziari e speculazioni che al loro esplodere faranno impallidire le crisi del 2008 e del 1929.3 Al di là delle muscolari prove di forza sui dazi (imposti, lo ricordo sempre, a cinesi ed europei). Mentre anche il dollaro sembra perdere sempre più il proprio appeal sui grandi investitori a livello mondiale (qui). Un declino che si manifesta anche nel gran numero di poveri e di homeless presenti negli Stati Uniti e che le promesse elettorali di Trump potranno al massimo portare a morire in guerra invece che di fame ai bordi delle sue strade. Una volta che le truppe arrivate dal cielo e dal mare dovranno posare gli stivali sul suolo nemico.

Declino di cui sembrano voler approfittare da tempo avversari e presunti amici dell’Impero a stelle e strisce, per ricavarsi un nuovo spazio di protagonismo politico, militare ed economico sullo scacchiere internazionale. Guarda caso un buon numero di questi (Israele, Turchia, Arabia Saudita e Iran) si trovano proprio a confliggere nell’area in questione, mentre nella stessa sembra veder risorgere le proprie aspirazioni geopolitiche e diplomatiche la Russia dell’abile e spregiudicatissimo Vladimir Putin.

Ci piaccia o meno, infatti, in quell’area sta avvenendo (come d’altra parte all’altro capo del mondo) una trasformazione epocale, che vede protagonisti paesi che una vulgata ritardataria e superata dalla Storia (anche a sinistra) vuole vedere come arretrati, complementari e completamente sottomessi al giogo occidentale. In realtà sono proprio i conflitti sociali sorti negli ultimi mesi in Libano, Iraq, Iran come in Cile e nel resto del Sud America a comunicarci che l’unione tra le forze proletarie e popolari e le classi al governo si è ormai completamente consumata e che nel pieno dispiegarsi della modernità nazionale il conflitto diventa irrinunciabile. Sia sul piano sociale interno che su quello militare internazionale.

Turchia, Iran e Arabia Saudita (soltanto per citare l’area che qui più ci interessa) sono nazioni che giocano già le loro carte in vista di un ruolo politico ed economico internazionale che non potrà più a lungo essere negato loro, se non dai propri popoli in rivolta.
Non comprendere ad esempio che, sicuramente, l’assalto all’ambasciata statunitense di Bagdad nei giorni scorsi, da parte delle milizie irachene filo-iraniane, ha rappresentato un diversivo ad uso interno per cercare di frenare le proteste, legate spesso proprio alla popolazione sciita, contro la corruzione del governo, il malaffare e la mancanza di lavoro per i giovani, e vedere tutto soltanto in un’ottica vetero anti-imperialista può far sì che si giunga travisare parecchio i fatti. Magari giungendo a tirar fuori il solito complottismo giudaico, ancor prima che sionista.

Certo che l’occasione di un conflitto piacerebbe anche ad Israele e soprattutto al sempre più debole premier Benjamin Netanyahu, proprio per uscire dai guai politici interni che hanno condannato lo Stato sionista a tornare più volte al voto nello stesso anno e ancora per quello a venire, probabilmente senza grandi possibilità di risoluzione della crisi interna. Mentre ogni nuova guerra nell’area può sempre fornire ad Israele la possibilità di allargare i suoi confini, ai danni di Gaza, della Cisgiordania, della Siria e, magari, questa volta anche del Libano; nella speranza di regolare una volta per tutte i conti con la resistenza palestinese e gli hezbollah.

L’Arabia Saudita ha problemi sia interni che finanziari (legati ad una enorme riduzione delle sue riserve petrolifere), nonostante il presunto e strombazzato rinnovamento legato al progetto Vision 2030; internazionali (la guerra prolungata e costosa, ma senza risultati, nello Yemen in cui comunque si sta già scontrando con forze appoggiate dallo stesso Iran), il drammatico affaire Khasshoggi (in cui tutto il mondo ha potuto cogliere lo zampino criminale del principe ereditario Mohammad bin Salman Al Sa’ud) e di controllo dei propri impianti petroliferi e delle rotte navali ad essi collegate.4 La guerra potrebbe servire per definire una volta per tutte il primato petrolifero tra gli stati che si affacciano sul Golfo e per il controllo degli stretti e delle vie marittime e degli oleodotti per il trasporto del greggio. Magari incrementando ancora il valore delle azioni della Saudi Aramco, la compagnia petrolifera saudita da poco tempo quotata in borsa (qui).

Anche l’Iran, ormai stella di prima grandezza politica e militare nell’area, ha la necessità di risolvere i problemi legati ai propri equilibri interni: sia sociali che politici di apparato. E’ risaputo che Soleimani poteva essere considerato il braccio destro di Ali Khamenei e come possibile futuro presidente. Ma accanto e intorno al regime si muovono forze più giovani e radicali, legate ai pasdaran e all’industria bellica, che nella scomparsa di Soleimani possono vedere allargarsi il proprio peso politico. Iniziando già da subito a suonare le fanfare delle piogge di razzi e colpi di mortaio sulla Green Zone della capitale irachena e sulla base aerea di Balad.

La Turchia del sultano Erdogan, infine, sarà quella che cercherà di trarre più vantaggio dalla fase attuale: sia nei confronti degli Stati Uniti (chiudendo come sembra abbia già fatto nei giorni scorsi lo spazio aereo intorno alla base aeronautica di Inciclirk, impedendone così l’uso da parte dell’aviazione americana già impegnata a trasferire uomini e mezzi nell’area del possibile conflitto), sia nei confronti dell’Europa minacciando una sua riconquista della Libia con conseguente controllo sia delle aree petrolifere che delle rotte delle migrazioni internazionali. Tornando ad occupare un territorio perso a vantaggio dell’Italia nel 1911, la novella potenza ottomana potrebbe spartire con i russi (che virtualmente appoggiano Haftar) il petrolio e il gas libico e allo stesso diventare la padrona incontrastata delle rotte verso l’Europa, sia balcaniche che mediterranee, dei milioni di migranti che fuggiranno dalla guerra. Oltre a poter fare ciò che vorrà nel Nord della Siria e nel Rojava.

Un mondo nuovo sta venendo alla luce. Un mondo che non per forza deve piacerci o con cui dobbiamo schierarci a favore o contro. Un mondo che comunque cambierà radicalmente gli equilibri (e le analisi) a cui da troppi anni ci siamo assuefatti, dando per scontato ciò che già non lo è più. Un mondo in cui nuove potenze capitalistiche, estrattiviste e finanziarie oltre che militari dovranno per forza competere tra di loro e con i vecchi giocatori alla roulette delle errabonde fortune del capitale e dell’imperialismo, regionale o internazionale che sia, per sopravvivere ed affermarsi come tali.
Les jeux sont faits, rien ne va plus!

E’ proprio tutto ciò, e non solo il fatto che diverse delle nazioni interessate (Arabia Saudita e Iran soprattutto, ma anche per altri versi il Venezuela) detengono alcune delle riserve più grandi di petrolio e gas insieme a USA e Russia oppure che siano divise dal credo religioso (sunniti, sciiti, ebrei), a determinare il reale pericolo di una guerra allargata. Molto di più di quando USA e URSS si spartivano allegramente il pianeta fingendo di fronteggiarsi digrignando i denti ad uso di spettatori distratti oppure imbevuti di ideologie e visioni del mondo oggi morte e sepolte.

I veri esclusi in tale gioco, ridotti al ruolo di testimoni imploranti o, al massimo, di attori di secondo piano o di comparse, sono gli europei. La vecchia Europa, presunta cristiana e democratica, ma intimamente fascista, resta alla finestra. Balbetta oppure spara stronzate come quelle di Salvini a favore di Trump. Ma è sostanzialmente imbelle, divisa al suo interno. Con una politica estera che piuttosto che essere comune vede il trionfo degli interessi nazionali e un gioco al massacro in cui la Francia, pur di veder cancellato il precedente vantaggio delle società petrolifere italiane in Libia preferisce perdere tutto a vantaggio di Haftar, dell’Isis o della Turchia.

L’Italietta dei Mattei, di Luigino e dei Giuseppi si troverà in prima linea senza averlo neanche deciso, mentre già da questi giorni le forze aeree e di terra americane hanno iniziato ad usare in maniera massiccia le basi di Aviano e Vicenza e gli impianti radar e di contollo dei droni distribuiti sul territorio nazionale da Sigonella al nord (qui). Il tutto senza nemmeno una telefonata pro-forma del falco Pompeo al titolare del Ministero degli Esteri italiano. Altro che pericolo per le forze mercenarie italiane dislocate all’estero di cui i media vanno blaterando: lo scoppio di una guerra in Medio Oriente vedrà in futuro in prima linea la popolazione civile italiana, esposta alle ritorsioni di qualsiasi avversario dotato di missili a media e lunga gittata.

L’Europa degli Stati è finita. Una nuova epoca potrebbe ricominciare soltanto dal diffondersi delle lotte sociali e ambientali, dal basso e di classe, mentre le sardine trasformate in struzzi dal precipitare degli eventi continueranno a blaterare, con la testa ben coperta di sabbia, di non violenza e di equiparazione della violenza verbale a quella fisica. Autentici morti in piedi in attesa di una morte reale che arriverà attraverso le porte dell’Inferno che potrebbero spalancarsi a partire da Bagdad.

Ancora una volta la violenza sarà levatrice della Storia: una violenza spietata e distruttiva, rapace e implacabile che solo la rivolta dei popoli e di coloro che si opporranno alla guerra, senza parteggiare per nessuna delle nazioni coinvolte ma in nome di una superiore comunità umana, potrà rovesciare nell’atto di nascita di un’altra nuova e più egualitaria società. Libera dal profitto, dal lavoro coatto e dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo su una Natura considerata come separata dalla specie e dai suoi interessi fondamentali.


  1. A questo proposito preferisco rinviare al mio testo La guerra che viene, Mimesis 2019; in particolare alla Prima sezione, Sangue sul Medio Oriente ( e non solo), pp. 41-110  

  2. Per la Turchia si veda il mio https://www.carmillaonline.com/2016/07/25/ucuncu-dunya-savasi/ contenuto anche in La guerra che viene, op.cit.  

  3. Si veda come esempio recente: https://it.businessinsider.com/il-jaccuse-del-re-dei-giornalisti-finanziari-il-capitalismo-e-nelle-mani-dei-capitalisti-senza-capitale/  

  4. Sono proprio dei giorni scorsi le manovre navali congiunte tra Russia, Cina e Iran, tra l’Ocean Indiano e il Golfo di Oman, denominate Cintura di sicurezza marina.  

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Ancora su i dieci anni che sconvolsero il mondo https://www.carmillaonline.com/2019/10/20/ancora-su-i-dieci-anni-che-sconvolsero-il-mondo/ Sat, 19 Oct 2019 22:01:05 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=55211 di Piero Pagliani

Raffaele Sciortino, I dieci anni che sconvolsero il mondo. Crisi globale e geopolitica dei neopopulismi, Asterios, Trieste 2019, pp. 312, euro 25,00

I libri che permettono di orientarsi tra quanto sta succedendo, non sono poi molti. Sono invariabilmente scritti da autori che non si concentrano su un solo punto – tipicamente l’economia – ma prendono in considerazione la complessità delle società umane e della loro storia. A parte il II e III libro del Capitale di Marx, che io consiglio sempre di ripassare, per quanto riguarda la letteratura contemporanea [...]]]> di Piero Pagliani

Raffaele Sciortino, I dieci anni che sconvolsero il mondo. Crisi globale e geopolitica dei neopopulismi, Asterios, Trieste 2019, pp. 312, euro 25,00

I libri che permettono di orientarsi tra quanto sta succedendo, non sono poi molti. Sono invariabilmente scritti da autori che non si concentrano su un solo punto – tipicamente l’economia – ma prendono in considerazione la complessità delle società umane e della loro storia.
A parte il II e III libro del Capitale di Marx, che io consiglio sempre di ripassare, per quanto riguarda la letteratura contemporanea non italiana suggerirei per iniziare coi lavori di Giovanni Arrighi, Karl Polanyi, Samir Amin, David Harvey e Michael Hudson (non specifico le opere perché si trovano facilmente con una ricerca sul web).
Per quanto riguarda l’Italia la scelta ricade su pochi autori che condividono una particolare caratteristica “esogena”: non essere noti al pubblico che si forma sulle pagine culturali, economiche o politiche dei media mainstream.
Ma l’Italia è un Paese dove si stanno ancora a sentire due economisti che quando la Lehman Brothers fallì scrissero su un prestigioso quotidiano che non ci sarebbe stato alcun contagio, che la crisi dei subprime sarebbe stata passeggera ed era dovuta sostanzialmente al fatto che il pubblico statunitense non sapeva calcolare il montante quando chiedeva un prestito.

Non sapendo nulla di economia, ma conoscendo quasi a memoria i lavori degli autori sopra citati, io affermai invece (assieme a pochi altri) che c’era da aspettarsi una crisi almeno decennale. Non ci voleva in realtà un grande sforzo d’immaginazione e fui persino troppo ottimista.
Bastava aver studiato un autore come Giovanni Arrighi, che nella prima metà degli anni Novanta, mentre i nostri intellettuali ed economisti per la quasi totalità non avevano ancora smaltito la sbornia da Belle Époque reaganiano-clintoniana della “Milano da bere”, avvertiva che si sarebbe andati incontro a una successione di crisi, a partire da quelle finanziarie, e che la globalizzazione avrebbe lasciato il posto a guerre di carattere mondiale (come era successo dopo la Belle Époque edoardiana). Ma un autore così non poteva essere capito e quando era capito doveva essere silenziato, perché andava contro la narrativa ufficiale che – e questo è un punto da non sottovalutare perché ci tocca da vicino – veniva spesso (e viene ancora) reinterpretata e riproposta en marxiste, cosa che nel tempo ha prodotto un conformismo che con variazioni di stile spazia da destra fino a sinistra.

E’ quindi una ventata d’aria pura l’uscita recente di lavori che seguono linee di indagine che possiamo definire di “irriverente rigore”, dove l’irriverenza riguarda il rosario di formule che la sinistra è solita sgranare mentre tutto gli sta sfuggendo di mano. Con alcuni di questi studiosi mantengo rapporti regolari, diretti, come con Pierluigi Fagan, o epistolari come, per l’appunto, Raffaele Sciortino, che incontrai diversi anni fa ad una conferenza, accorgendomi subito che aveva un’attrezzatura teorica e una sensibilità politica di notevole caratura.
Se mi si domanda se suggerisco I dieci anni che sconvolsero il mondo. Crisi globale e geopolitica dei neopopulismi, la mia risposta è: Sì! Leggetelo. Vi farà capire – con chiarezza – molte cose e vi permetterà di interpretare con più libertà e cognizione di causa ciò che è successo e ciò che sta succedendo.

Il titolo stesso è già una sfida cognitiva e politica, perché se la prima parte riecheggia il famoso Dieci giorni che sconvolsero il mondo di John Reed, rivelando così che per Raffaele Sciortino il movimento comunista è un riferimento (cosa che l’Unione Europea ha deciso che d’ora in poi si dovrà sanzionare), la seconda parte tira in ballo un concetto tabù per la sinistra, cioè “geopolitica” e un altro, quello di “populismo”, che per la sinistra in realtà è un insulto, rimanda a una realtà che non deve essere analizzata ma solo, per l’appunto, insultata ed esorcizzata, così come Hillary Clinton fece col basket of deplorables che avrebbe votato Trump (e lo avrebbe fatto vincere!).

Ma se devo individuare un filo conduttore nel lavoro di Sciortino io direi che, a dispetto del sottotitolo, è proprio l’analisi delle relazioni di classe e della loro rilevanza per gli eventi nazionali e globali in un periodo storico in cui gli eventi globali e di conseguenza quelli nazionali sono invece visibilmente dominati da scontri tra nazioni derivanti da strategie geopolitiche mentre gli scontri di classe rimangono – in apparenza – solo di sottofondo.
Malgrado ciò, far riemergere l’importanza, la natura e gli effetti della lotta di classe in questo quadro di scontri tra specifici raggruppamenti nazionali, è un compito essenziale. Non ripeterò mai abbastanza, ad esempio, che la morbosa difesa statunitense (da Bush jr a Trump passando per Obama) del proprio “stile di vita” nasconde il terrore di dover affrontare un enorme scontro sociale qualora i privilegi imperiali degli Usa dovessero venir meno. Ancora, la famosa “strategia del caos” statunitense ha come componente (e speranza) essenziale il deterioramento della situazione interna dei grandi competitor strategici, come la Russia e la Cina, a causa di gravi contraddizioni sociali, prima che il contenimento degli sfidanti l’egemonia mondiale Usa diventi impossibile. E riguardo a questo punto sono tentato di suggerire di imparare a memoria il capitolo intitolato Cina a un bivio?.

Infine, ed è un punto decisivo, la sinistra antimperialista sperimenta notevoli difficoltà a coniugare assieme la questione sociale e la lotta all’aggressività americana, difficoltà speculari a quelle dei puristi del conflitto di classe.
Insomma, quello che si è posto Raffaele Sciortino non è un compito facile, ma è necessario. Se le linee di scontro geopolitiche sono un corollario della natura della crisi sistemica, gli effetti sulla “classe” (un termine che userò come segnaposto dell’ambito politico e sociale di intervento di un ipotetico soggetto anticapitalistico di impostazione marxista), gli effetti sulla classe, dicevamo, di questi scontri geopolitici e i vincoli che la reazione della classe alla crisi pone agli spazi e alle direzioni di manovra di ogni nazione, sono un terreno largamente da scoprire e il lavoro di Sciortino è una sorta di rompighiaccio, non dico solitario ma quasi.

Il problema è che gli studiosi di sinistra e/o di derivazione marxista quasi sempre fanno riferimento a una lotta di classe paradossalmente immateriale, cioè fanno riferimento a uno scontro tra il Basso e l’Alto che avverrebbe in vuoti interstellari, dove divisioni geografiche, localizzazione delle potenze, localizzazione delle risorse, formazioni sociali particolari, insomma tutto quanto costituisce la “fisicità” delle società umane è considerato solo uno schermo di una territorialità che offusca la perfetta geometria di un conflitto che si svolgerebbe nello spazio etereo di un Empireo immaginario.
Raffaele Sciortino, al contrario, immerge la lotta di classe nella materialità del mondo storico e della crisi sistemica che stiamo attraversando. Non è un compito agevole per due ordini di motivi. Il primo è che questa materialità è molto complessa e bisogna passare attraverso una selva di rovi: le comunità, le “organizzazioni territorialiste” (Arrighi) cioè le nazioni, le culture, e la conseguente frantumazione e separazione degli interessi, delle motivazioni e degli obiettivi. Il secondo è che chi prova a districarsi tra questi rovi cercando di comprenderne le radici, gli sviluppi e gli inviluppi, rischia costantemente di essere impallinato con astio da chi pensa che quel groviglio debba essere semplicemente dato alle fiamme, o ignorato con disdegno, o da chi pensa che non esista nemmeno e sia tutta opera della “reazione” per confondere “la classe”.

Ma la crisi sistemica è frutto di un carattere ineliminabile del capitalismo: la sua intrinseca conflittualità che è dovuta alla sua impossibilità di esistere in uno spazio che sia omogeneo, non diviso da differenziali di ogni tipo (sociali, economici, finanziari, militari, organizzativi) da riprodurre in continuazione.
Come ribadiva Fernand Braudel, non esiste capitalismo senza Stato. E infatti Sciortino fin dalle prime pagine fa entrare nel suo quadro la componente statale, che è una componente territoriale e quindi geopolitica: Stato e mercato, uniti nella lotta alla crisi, si tengono per mano …. Che il liberismo sia a-statale e mosso esclusivamente da una logica economica intrinseca dichiarata unica e matematizzabile, è un mito.

E’ in questo quadro che bisogna interpretare la storia della crisi e di quei suoi due esiti coniugati tra loro, la globalizzazione e la finanziarizzazione, che hanno dominato il mondo negli ultimi decenni e che ora sono essi stessi in crisi. La descrizione, nella Parte Prima del libro, dei meccanismi finanziari, delle cause materiali della finanziarizzazione e degli effetti di questa sull’economia materiale (o reale) è precisa. Così come è precisa la descrizione di quella che viene chiamata la “genealogia” della crisi: Nixon shock del 1971 (dichiarazione dell’inconvertibilità del Dollaro in oro), il “lungo ’68” (le lotte studentesche, proletarie e afroamericane, le lotte di liberazione nazionale e la guerra del Vietnam) e infine il Volcker shock del 1979 (aumento improvviso e drammatico dei tassi d’interesse). Qui penso di dover fare solo un paio di appunti. La finanziarizzazione privata che prenderà piede con la Reaganomics e il Thatcherismo è stata resa possibile da quella che possiamo chiamare “finanziarizzazione di stato” che prende l’avvio col Nixon shock, ovvero con la presa d’atto che la grande espansione materiale occidentale del dopoguerra era in fase conclusiva e che la parte economica del sistema mondiale stabilito a Bretton Woods non funzionava più (mentre la parte politico-militare rimaneva in piedi nonostante l’imminente tracollo geopolitico della guerra del Vietnam). In secondo luogo, il Volcker shock era frutto della pace stabilita tra il potere politico e il potere economico, perché la finanziarizzazione, che prese l’avvio già alla fine degli anni ’60, fu per diversi anni contrastata da Washington con le politiche espansive di Lyndon (boia) Johnson e poi di Richard (boia) Nixon (che dichiarò “Adesso siamo tutti keynesiani”) fino all’ultimo anno dell’amministrazione Carter, il 1979 per l’appunto, quando Washington firmò la pace con Wall Street.

Questo è importante perché illustra come le strategie del potere politico e quelle del potere economico non sempre coincidono. E’ nel 1979 che, per dirla con Sciortino, Geoeconomia, geopolitica e lotta di classe (qui dei padroni) si ricongiungono.
Per conoscere questa “genealogia” (e se non la si conosce non si capisce nulla) e ciò che essa ha prodotto, il libro di Sciortino è quanto di meglio si possa trovare. E’ impossibile farne un riassunto ma voglio sottolineare qualche punto specifico. Il primo, che potrebbe sfuggire a una lettura poco attenta, riguarda l’annotazione che Washington oltre ad essere il “massimo predatore e l’unico [soggetto] dotato di rendita sistemica è anche caratterizzato di attitudine revisionista, anti-status quo” (p. 31).

Può sembrare paradossale o bizzarro, ma di questa propensione “rivoluzionaria” del capitale ci si dimentica spesso. Eppure l’aveva sottolineata con chiarezza già Marx. Quel che qui importa però è che essa negli ultimi decenni, grazie proprio alla finanziarizzazione e alla conseguente “liquefazione” della società, per dirla con Zygmunt Bauman, ha fagocitato e preso quando serviva l’aspetto di ribellioni popolari, ha mimato agevolmente movimenti dal basso (come già metteva in guardia Gramsci), e ha suscitato movimenti “popolari” al proprio servizio. Non si tratta solo delle cosiddette “rivoluzioni colorate” ma di qualcosa che in Occidente, cioè qui da noi, ha indotto il fenomeno delle ribellioni contro quegli aspetti macroscopici della “reazione seconda”, ovvero secondaria e residuale, lasciati lì “temporaneamente” dalla “reazione prima”, cioè quella perseguita dalle élite al comando, perché vi si “smaltiscano, accademicamente, i vecchi sentimenti” così che il vero potere possa prosegue nei suoi piani “al riparo della lotta diretta di classe”, come aveva avvertito Pier Paolo Pasolini.

La lotta di classe, quindi. Se c’è un punto che distingue l’analisi di Sciortino dalle altre è proprio questo continuo volere e dovere far riferimento alla lotta di classe.
“Ma non c’è più!” dirà qualcuno. Non è vero, perché la società c’è. Il capitale vorrebbe abolirla, ma non può, perché ne ha bisogno sia in quanto terreno per la produzione di plusvalore, sia in quanto terreno sul quale si erge lo Stato. E dove c’è la società c’è anche, in una forma o in un’altra, la lotta di classe. La crisi stessa c’è perché il capitalismo è un rapporto sociale di classe, non per altro.
Sciortino non fa però riferimento a una lotta di classe che si svolge in spazi eterei, bensì in uno spazio storico. Questo lo porta tra l’altro a criticare l’idea di “capitalismo immateriale” (o cognitivo), visto come “fase” del capitalismo e non come effetto della combinazione finanziarizzazione-globalizzazione che l’autore, giustamente, sceglie di analizzare attraverso il concetto marxiano di “capitale fittizio”.

Sciortino sottolinea la storia e la storicità delle vicende capitalistiche globali (il capitalismo coincide con la sua storia, diceva Samir Amin) e questo gli permette di comprendere in modo profondo i problemi oggi dibattuti. Ad esempio quello del cosiddetto “sovranismo”. Ha senso in ottica storica un ritorno alla “lira keynesiana” (è un termine che uso io, non l’autore, ma credo che mi scuserà)? Ha senso, cioè, il ritorno a un sistema che diede i suoi frutti in una precisa e limitatissima fase della storia capitalistica? Certo, se si esclude la Storia ha un senso, direi un senso accademico, ma se non la si esclude, no (anche perché la crisi è proprio il risultato dell’impetuoso sviluppo “keynesiano” del dopoguerra). Questo è quel che penso io ed è quello che, a quanto ho capito, pensa anche Raffaele Sciortino. Ma se è così non c’è formula capitalistica per superare la crisi senza che essa si ripresenti più aggressiva in tempi non distanti. E se è così, quali sono le gambe materiali su cui far reggere la sovranità democratica di cui le élite fanno strame e che è necessaria all’agibilità politica?
Non solo, ma come si supera la fase populista della lotta di classe senza ricorrere a inutili esorcismi e a richiami a una composizione di classe che non esiste più? Per iniziare ad avere gli strumenti per rispondere io suggerisco di leggere e rileggere almeno il capitoletto intitolato No Tav.
Come è possibile, insomma, districarsi nel complesso dinamico nazione-classe-società?
Sono problemi che Raffaele Sciortino non evita ma, al contrario, getta con forza sul tavolo.
I dieci anni che sconvolsero il mondo è quindi un libro scomodo. Non offre soluzioni né semplici, né elaborate e soprattutto mette in guardia dalle soluzioni astratte. Offre però le coordinate necessarie per impostare correttamente i problemi. Non è poco.

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