Donald Trump – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sun, 05 Jul 2026 19:36:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Attenzione ai fascisti hi-tech https://www.carmillaonline.com/2026/05/24/attenzione-ai-fascisti-hi-tech/ Sun, 24 May 2026 20:00:45 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94909 di Paolo Lago

Irene Doda, Onnipotenti. Chi sono, cosa vogliono e in che modo i TECNOFASCISTI stanno plasmando il nostro futuro, Fuori Scena, Milano, 2026, pp. 164, euro 16,90.

Il bel saggio di Irene Doda, recentemente uscito per Fuori Scena, parla, come leggiamo in quarta di copertina, di fascismo, “non quello delle camicie nere e dell’olio di ricino, ma di un fascismo più cool: quello hi-tech”. Come ha sottolineato Umberto Eco nel suo saggio del 1995 dal titolo Il fascismo eterno, esiste infatti un ur-fascismo che è esistito e ha continuato ad esistere dopo la contingenza storica che ha visto l’affermarsi [...]]]> di Paolo Lago

Irene Doda, Onnipotenti. Chi sono, cosa vogliono e in che modo i TECNOFASCISTI stanno plasmando il nostro futuro, Fuori Scena, Milano, 2026, pp. 164, euro 16,90.

Il bel saggio di Irene Doda, recentemente uscito per Fuori Scena, parla, come leggiamo in quarta di copertina, di fascismo, “non quello delle camicie nere e dell’olio di ricino, ma di un fascismo più cool: quello hi-tech”. Come ha sottolineato Umberto Eco nel suo saggio del 1995 dal titolo Il fascismo eterno, esiste infatti un ur-fascismo che è esistito e ha continuato ad esistere dopo la contingenza storica che ha visto l’affermarsi dei regimi fascisti. Nella contemporaneità sembra andare per la maggiore il cosiddetto “tecnofascismo”, cool, americano e hi-tech. Ma chi sono, precisamente, i tecnofascisti? Come spiega l’autrice, si tratta di alcuni tecnomiliardari che vedono l’inizio della loro fortuna tra fine anni novanta e inizio del nuovo millennio, tutti impegnati nella realizzazione delle nuove tecnologie digitali, accomunati dall’ideologia “libertarian” (libertaria di destra), individualista, nonché dalla capacità di estendere la propria rete di influenza fino alle più alte sfere politiche auspicando “una convergenza tra industria tecnologica e istituzioni militari, con l’obiettivo di difendere o restaurare la supremazia occidentale nel mondo” (p. 15). Due degli elementi politici e ideologici che caratterizzano le nuove destre egemoniche, secondo la studiosa, sono il culto dell’individuo e il fascino per i valori tradizionali. Quest’ultimo è un tratto comune anche al fascismo storico e all’ur-fascismo secondo Eco, legato al culto della tradizione. Si può ricordare che anche Furio Jesi, nel suo saggio Cultura di destra (1979), aveva scritto che la “cultura di destra” ama a tal punto i valori tradizionali dei tempi andati da creare una vera e propria “pappa del passato” modellabile all’infinito, in cui viene mescolato tutto ciò che è ritenuto importante e degno di venerazione, infarcito di luoghi comuni facilmente spendibili per attirare le masse.

Con l’avvento del tecnofascismo – scrive Irene Doda – stiamo assistendo anche a una prepotente colonizzazione degli immaginari, cioè un “processo attraverso cui visioni del mondo, valori, modelli di futuro e narrazioni prodotte in contesti culturali dominanti si impongono come universali, limitando la capacità di immaginare alternative plurali o emancipative” (n. 2, p. 16). Nella narrazione messa in atto dai tecnomiliardari non è più possibile pensare a un futuro che non comprenda un’élite capitalista in grado di sfruttare le risorse naturali o le invenzioni tecnologiche a proprio (e a nostro, secondo questa stessa narrazione) vantaggio. Persino un luogo simbolico come lo spazio interstellare (che da sempre attrae l’attenzione dei tecnofascisti) diventa uno strumento di potere nelle mani di pochi. Come scrive Doda, “anche le utopie si tramutano in proprietà privata” (p. 91). Insomma, sembra proprio che Alien, diretto da Ridley Scott nel lontano 1979, ci avesse visto giusto: nel film veniva infatti messo in scena un mondo futuro in cui una Corporation globale, assistita da una AI sotto forma di androide, non esita a condurre sulla Terra una mostruosa creatura aliena, letale per gli esseri umani, unicamente per soddisfare i propri interessi e tornaconti.

Eppure, ciò che oggi possiamo definire come “tecnofascismo”, all’inizio degli anni duemila non sembrava così terribile. Al tempo in cui Mark Zuckerberg ha fondato Facebook, la tecnologia digitale pareva promettere orizzontalità, libertà, emancipazione dal controllo. Ma il progressismo iniziale della Silicon Valley si è rivelato un’illusione: “l’uso delle tecnologie digitali, da quelle social a quelle di sorveglianza, è sempre stato ambivalente, al servizio di movimenti sociali così come di dittature sanguinarie” (p. 26). Le tecnologie stesse, in pochi anni, sono diventate un elemento di controllo e di accentramento del potere; un “perfetto trampolino di lancio per l’egemonia politica e culturale dell’estrema destra globale” (p. 32). Le radici politiche della Big Tech risalgono all’ideologia nota come anarcocapitalismo, termine coniato dall’economista e filosofo politico statunitense Murray Rothbard nella seconda metà del XX secolo, che non ha niente a che vedere con il pensiero anarchico di matrice europea o russa, permeato di una spinta egualitaria e comunitaria. Nucleo centrale di questa ideologia è il concetto di libertà: naturalmente si tratta di una libertà strettamente individualista. Ciò che gli oligarchi occidentali hanno a cuore, infatti, è la loro libertà di investimento, estrazione e profitto.

Uno dei “tecnofascisti” più influenti è senza dubbio Peter Thiel. Nato nel 1967 a Francoforte sul Meno, trascorre con la famiglia anche alcuni anni in Sudafrica (non a caso, in Sudafrica è nato un altro pezzo da novanta del tecnofascismo, Elon Musk) a causa del lavoro del padre ingegnere chimico, per poi trasferirsi negli Stati Uniti dove si laureerà in Filosofia all’Università di Stanford. Thiel è il fondatore di PayPal, un’impresa apparentemente user-friendly ma che è in realtà un impero dai molti lati oscuri. Nel 2003, poi, getta le basi di Palantir Techologies, azienda specializzata in analisi dei dati, strettamente legata anche al mondo poliziesco e militare. Punta di diamante della tech right, Palantir, secondo alcune inchieste giornalistiche, “avrebbe ricevuto milioni di dollari dall’ICE per lavorare a un enorme database contenente i dati personali di alcuni segmenti di popolazione, in particolare persone migranti, con fini di sorveglianza” (p. 58). Per Thiel, inoltre, la vita e i suoi ritmi naturali sono delle catene da cui liberarsi. Le frontiere della nuova umanità, secondo il tecnocrate, sarebbero costituite da Internet, lo spazio interstellare e gli oceani. Come nota Doda, “la libertà di Thiel, insomma, è rappresentata da un essere umano che si separa da ciò che lo rende tale” (p. 54). Significativi, poi, sono i suoi agganci con la politica: secondo il “New York Times” sarebbe stato proprio Thiel a presentare Vance a Trump nel 2021.

Il tecnofascismo appare paradossalmente legato anche a un immaginario parareligioso. Attraverso un immaginario simbolico (ecco di nuovo la colonizzazione degli immaginari), coloro che controllano la tecnologia presentano le nuove frontiere di quest’ultima non come un fenomeno socialmente situato e quindi governabile ma come un elemento soprannaturale da cui l’umanità potrebbe essere schiacciata. Interessante, a questo proposito, è quanto viene messo in scena nel film AfrAId (2024), diretto da Chris Waltz, in cui i due tecnocrati miliardari inventori di una nuova e sofisticatissima intelligenza artificiale ne sono in realtà succubi: in realtà non sono loro i leader dell’azienda, ma lo è la stessa intelligenza artificiale tratteggiata come una divinità adorata dentro una teca di vetro. Molti tecnofascisti, mentre continuano a svilupparla, paventano una perdita di controllo negli usi dell’AI e una conseguente sopraffazione dell’umanità. In questo modo, situandosi al di là dei rischi concreti di uno sviluppo incontrollato dell’AI, essi spostano il dibattito lontano dai reali impatti materiali del loro operato. “Si sente molto più spesso parlare dei rischi legati all’estinzione per mano di un super robot senziente” –  scrive Irene Doda – “che del problema, molto più tangibile, del consumo di acqua e suolo per la costruzione dei data center” (p. 78). E poi, a dirla tutta, all’interno del sistema capitalistico, è quasi assurdo parlare di parametri etici negli usi dell’AI, tanto sbandierati dagli stessi tecnomiliardari. Quest’ultima non è altro che una tecnologia orientata al profitto e, come tale, rientra a pieno titolo nella logica del capitale, il quale procede come una gigantesca macchina abulica. In realtà non si dovrebbe temere l’AI in sé, ma una AI creata, sviluppata e governata dal sistema capitalistico. All’interno di esso, come nota Robert Kurz, un produttore può produrre indifferentemente torte al cioccolato, ordigni nucleari o scavare buche per poi riempirle: tutto ciò non è importante, ciò che conta è solo l’astratto interesse monetario. La stessa cosa vale per la tecnologia più avanzata.

Nell’interessante saggio di Irene Doda non poteva poi mancare un capitolo dedicato alla stretta parentela fra tecnofascismo e guerra. Lo stato di Israele (una Startup Nation), ad esempio, utilizza sistemi molto sofisticati di intelligenza artificiale, come Lavender e The Gospel, per identificare rapidamente i target per i bombardamenti. Se la sperimentazione di queste tecnologie avviene sulla pelle dei palestinesi, sono sempre le popolazioni più fragili (migranti, cittadini e ancora di più le cittadine del Sud globale) a subire gli effetti più devastanti della stretta alleanza fra guerra e hi-tech. Lo stato israeliano appare inoltre strettamente legato a Microsoft, a Amazon e a Alphabet, la società madre di Google. Il dual use, cioè il doppio utilizzo civile e militare, sembra investire pressoché tutti i colossi industriali della tecnologia. Strumenti diventati ormai indispensabili alla nostra vita quotidiana, utilizzati anche negli ambiti della sanità pubblica e della scuola, si configurano come conglomerati che traggono profitto dalla violenza genocidaria.

Come si può resistere a questo universo tecnofascista che sembra pervadere ogni angolo della nostra esistenza? Sulla contemporaneità si dispiega un vero e proprio “illuminismo oscuro” (Dark Enlightenment), secondo la definizione coniata nel 2012 dal filosofo britannico Nick Land per definire i principi fondamentali del pensiero neoreazionario contemporaneo. L’esistenza degli individui, oggi, appare fagocitata dall’universo dei social i quali, dai loro inizi, hanno subito importanti modifiche. Pensare di utilizzarli per sostenere movimenti di liberazione radicali appare sempre più un’utopia. In essi, infatti, agiscono tre fattori: “la frammentazione dell’attenzione, la spinta all’autoimprenditorialità (ovvero la trasformazione dell’identità online in brand) e la sorveglianza” (p. 134). Se alle sue origini Facebook aveva un carattere, per così dire, ‘privato’ (condividere materiale con gli ‘amici’) oggi, insieme agli altri social, subisce esso stesso una vera e propria “tiktokizzazione”, cioè una conformazione al social del momento, Tik Tok, nel cui sistema operativo appaiono infatti sempre meno i post dei propri contatti e assai di più quelli di profili divenuti virali, in una sorta di star system il cui unico fine è una vera e propria ‘capitalizzazione’ dell’attenzione. Suona davvero paradossale condurre lotte di liberazione dallo status quo e dalle dinamiche capitalistiche utilizzando strumenti creati da aziende hi-tech di estrema destra che “macinano i nostri interessi, il nostro tempo e la nostra capacità critica, usandoli come fattori di produzione da tramutare in profitto” (p. 140).

Nonostante la pervasività di questo universo hi-tech – scrive Irene Doda nel capitolo finale del suo saggio, dal titolo Appunti di resistenza – “possiamo mettere in atto piccole strategie di rifiuto quotidiano o prendere parte a discussioni collettive sul futuro degli strumenti che plasmano le nostre vite. Anche noi, come il potere che combattiamo, possiamo muoverci su più assi: quello intimo, quotidiano, e quello della resistenza organizzata, della protesta sui luoghi di lavoro. E possiamo arrivare, piano piano, a mettere in campo strategie creative per organizzare altre traiettorie di resistenza” (p. 158). Come ha scritto Valerio Evangelisti, l’immaginario è tra i principali terreni di battaglia e resistere non è mai inutile per contrastare il velo di anomia che sta calando su tutti noi. È ancora possibile e necessario decolonizzare gli immaginari. I fascisti hi-tech saranno anche onnipotenti, ma non sono invincibili.

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Gaza: profilo storico di un genocidio perpetrato con il consenso dell’Occidente https://www.carmillaonline.com/2026/05/18/gaza-profilo-storico-di-un-genocidio-perpetrato-con-il-consenso-delloccidente/ Mon, 18 May 2026 20:00:35 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94829 di Paolo Lago

Gilbert Achcar, Gaza, genocidio annunciato. La catastrofe palestinese in una prospettiva storica e mondiale, trad. it. di G. Morosato, ombre corte, Bologna, 2026, pp. 227, euro 20,00.

Recentemente, diverse voci critiche, tra le poche che sono riuscite a restare umane nelle tragedie che avvolgono il mondo contemporaneo, hanno espresso il loro disappunto venato di incredulità nel constatare, riguardo all’arresto di alcuni attivisti della Flotilla in acque internazionali vicino all’isola di Creta, l’onnipotenza e l’impunità di Israele nel compiere qualsiasi azione bellica al di fuori della propria sfera di competenza, quasi fosse il padrone del mondo. È stato detto [...]]]> di Paolo Lago

Gilbert Achcar, Gaza, genocidio annunciato. La catastrofe palestinese in una prospettiva storica e mondiale, trad. it. di G. Morosato, ombre corte, Bologna, 2026, pp. 227, euro 20,00.

Recentemente, diverse voci critiche, tra le poche che sono riuscite a restare umane nelle tragedie che avvolgono il mondo contemporaneo, hanno espresso il loro disappunto venato di incredulità nel constatare, riguardo all’arresto di alcuni attivisti della Flotilla in acque internazionali vicino all’isola di Creta, l’onnipotenza e l’impunità di Israele nel compiere qualsiasi azione bellica al di fuori della propria sfera di competenza, quasi fosse il padrone del mondo. È stato detto anche che, se a fermare le barche della Flotilla e a compiere gli arresti fossero stati i russi o gli iraniani, in occidente si sarebbe gridato al terrorismo e miriadi di navi da guerra americane e della Nato si sarebbero immediatamente precipitate sul posto. È la pura verità. D’altronde, sono anni che stiamo assistendo a un vero e proprio genocidio a Gaza (iniziato ben prima del 7 ottobre 2023) senza che nessuna nazione si mobiliti per fermarlo; se a compiere questo genocidio fosse l’Iran, l’Iraq o qualsiasi altro stato non ‘occidentalizzato’ – mettiamoci anche la Russia – si griderebbe al terrorismo. Perché, allora, ci sono stati che possono compiere palesemente atti illeciti e gravi sul piano internazionale e altri che non possono farlo? Innanzitutto, verrebbe da dire che tale logica la decide il sistema capitalistico, e siamo d’accordo. Però ci sono anche dinamiche storiche di carattere più contingente. Per rispondere a questa domanda riguardo all’impunità internazionale di Israele è assai utile leggere il bel saggio di Gilbert Achcar, studioso franco-libanese, professore emerito dell’Università di Londra, dal titolo Gaza, genocidio annunciato, che raccoglie diversi saggi e articoli usciti su riviste e giornali, dagli anni Novanta a oggi, pubblicato recentemente da ombre corte.

Le dinamiche storiche di carattere più contingente, cui si è accennato sopra, sono ben spiegate da Achcar. Si può pensare che tale impunità derivi da quella che lo studioso definisce “compassione narcisistica occidentale verso gli israeliani”, cioè quel “complesso di colpa dei paesi dell’Europa occidentale che hanno compiuto o permesso il genocidio nazista degli ebrei – Germania, Austria, Francia e Italia in particolare” che “ha portato a un grado senza precedenti di solidarietà incondizionata con lo Stato sionista, proprio nel momento in cui esso è guidato da persone che hanno sicuramente più cose in comune con i nazisti che con le loro vittime, siano esse vittime dell’odio razzista o membri della sinistra che i nazisti cercarono di annientare” (p. 55). La “compassione narcisistica” fa commuovere di più per le calamità che colpiscono i propri simili piuttosto che per quelle che colpiscono i propri dissimili: ecco che l’Occidente si è commosso molto di più per l’atroce massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023, in cui sono stati coinvolti individui bianchi e dall’aspetto occidentale, che per le reiterate e incessanti uccisioni dei palestinesi di Gaza. Sulla connotazione politica e ideologica dell’attuale governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu – come nota Achcar – basta ricordare quanto scrisse su “Haaretz” nel febbraio 2023 lo storico dell’Olocausto Daniel Blatman dell’Università ebraica di Gerusalemme: “Il governo israeliano ha dei ministri neonazisti. Ricorda davvero la Germania del 1933”. Esso appartiene infatti al Likud, un partito erede del revisionismo sionista di estrema destra di Ze’ev Jabotinsky, ammiratore di Mussolini, che ha vinto per la prima volta le elezioni legislative nel 1977.

Eppure, per comprendere questa deriva è necessario compiere un’analisi storica a ritroso fino al 1947, anno in cui l’Assemblea generale delle Nazioni Unite adottò la risoluzione che autorizzava la creazione di uno “Stato ebraico” in Palestina e in cui avvenne anche l’indipendenza dell’India. In questa “simmetria antitetica” – scrive Achcar – c’era l’elemento comune della partizione: “L’ONU che votò per la partizione della Palestina contro la volontà dei suoi abitanti era composto da soli cinquantasei Stati, dominati dal Nord del mondo, Unione Sovietica compresa, con un ruolo molto preponderante degli Stati Uniti in un momento in cui la maggior parte del resto del mondo aveva bisogno della loro benevolenza economica” (pp. 37-38). Allo “Stato ebraico” veniva così concesso più del 56 % del territorio della Palestina tra il fiume e il mare. Meno nota è la risoluzione 273 dell’Assemblea generale, del 1949, che ammise alle Nazioni Unite lo Stato d’Israele entro i confini che aveva ampliato con la forza durante la guerra del 1948 con i suoi vicini arabi e con i palestinesi. Come nota lo studioso, si tratta di una flagrante violazione del diritto internazionale, uno dei cui pilastri fondamentali è il divieto di acquisizione di territorio con la forza. La maggioranza dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite decise che “Israele è uno stato pacifico (peace-lover State) che accetta gli obblighi della Carta ed è in grado di adempiere a tali obblighi. Come osserva Achcar con amarezza, “raramente una risoluzione adottata dalle Nazioni Unite si è rivelata, col tempo, essere così chiaramente l’esatto contrario della verità!” (p. 38).

La Carta delle Nazioni Unite avrebbe dovuto costituire la base del nuovo ordine democratico istituito nel 1945 all’indomani della sconfitta dell’estrema destra mondiale; un ordine portato avanti da una coalizione guidata dagli Stati Uniti di Franklin Delano Roosevelt. La morte di quest’ultimo nell’aprile del 1945 e la sua sostituzione con il vicepresidente anticomunista e di destra Harry Truman rappresentarono, secondo Achcar, l’evento chiave che portò alla trasformazione della Seconda guerra mondiale in Guerra fredda:

Il liberalismo atlantista sostituì il liberalismo tout court e fu utilizzato come cemento fondativo del mondo libero contro il totalitarismo comunista, mentre i principi liberali fondamentali venivano negati dalle caratteristiche comuni ai principali Stati del mondo apparentemente libero: colonialismo, imperialismo, discriminazione e oppressione razziale e sessista, autoritarismo, alleanza con i principali violatori dei diritti umani, compresi i più elementari diritti delle donne ecc. (p. 59).

Nel corso del tempo, l’anticomunismo venne sostituito dalla “guerra al terrorismo”: “bandiera comune sotto la quale l’amministrazione di George W. Bush e il governo di Ariel Sharon hanno condotto le loro guerre” (p. 62). E, continua lo studioso, “Il «nuovo antisemitismo», attribuito in blocco ai musulmani e alle persone di sinistra che difendono i diritti degli immigrati musulmani e criticano Israele, è così diventato un pretesto ideologico per assolvere l’estrema destra europea e americana dal suo antisemitismo passato e presente, al fine di trovare un accordo con essa sul terreno dell’islamofobia, attuale bersaglio privilegiato del suo razzismo e della sua xenofobia” (p. 64). Tratti di antisemitismo, infatti, si possono intravedere nei sostenitori incondizionati di Israele e non certo nei suoi detrattori (che vanno invece definiti come antisionisti). Come ha scritto la storica dell’antisemitismo Eleanor Sterling (lo ricorda Achcar in un articolo del 2012 riportato nel saggio), i cui genitori furono uccisi in un campo di concentramento nazista, l’antisemitismo e la nuova idolatria degli ebrei hanno molto in comune perché, per l’antisemita come per il filosemita, l’ebreo resta uno “straniero”, un diverso. Se i nazisti vedevano negli ebrei l’incarnazione del male, i filosemiti ritengono che la difesa degli “ebrei”, che vedono rappresentati dallo Stato di Israele, sia un dovere che prevale su tutti gli altri.

Uno dei presidenti americani più sionisti di tutti i tempi è stato Biden, e non certo Trump. Egli, il 18 ottobre 2023 in occasione di una visita ufficiale, affermò che “se non ci fosse Israele, dovremmo inventarlo” (p. 53). Infatti, Israele ha sempre rappresentato per l’Occidente un avamposto nel mondo arabo, una specie di insula felix popolata da individui bianchi e ‘civilizzati’ in mezzo a mostruosi selvaggi. L’allora ministro della difesa israeliano Yoav Gallant, nel 2023 dichiarò che “stiamo combattendo contro animali umani e agiamo di conseguenza” (p. 51). Una dichiarazione che ricorda i modi brutali del personaggio di Kurtz in Cuore di tenebra (Heart of Darkness, 1899) di Joseph Conrad che, parlando degli africani, invita a “sterminare tutte queste bestie”. Nei romanzi di Conrad è possibile intravedere quello che Edward Said definisce come “orientalismo”, cioè l’atteggiamento europeo di fronte ai ‘diversi’ appartenenti all’est e al sud del mondo. Una discreta dose di orientalismo la possiamo riscontrare anche nelle posizioni europee e occidentali in genere nei confronti di Gaza e del genocidio che qui si sta perpetrando. Come spiega Said, l’orientalismo si configura come un vero e proprio “discorso” europeo sull’Oriente, ed è sorretto da istituzioni, insegnamenti, immagini, dottrine “e in certi casi da burocrazie e politiche coloniali” (E.W. Said, Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente, trad. it. di S. Galli, Feltrinelli, Milano, 2013, p. 12). Lo sguardo occidentale su Gaza sembra incastrato in questa prospettiva orientalistica di matrice coloniale e colonialista. Se gli occidentali si autorappresentano (e rappresentano le loro guerre) come perfetti, razionali, eleganti, logici, gli ‘orientali’, gli ‘arabi’ vengono ritratti in modo opposto. Come scrive Said, nella prospettiva orientalistica, “da un lato ci sono gli occidentali, dall’altro gli arabi-orientali; i primi sono, nell’ordine che preferite, razionali, propensi alla pace, democratici, logici, realistici, fiduciosi; i secondi sono quasi esattamente l’opposto” (ivi, pp. 55-56). Se gli israeliani sono bianchi, vestiti all’occidentale, ‘razionali’ e ‘democratici’, professanti una religione assai vicina al cristianesimo, i palestinesi sono scuri di pelle, vestiti all’orientale e professanti la religione musulmana (non dimentichiamo che i musulmani sono stati per secoli i nemici giurati dell’Occidente cristiano). Come nota Said, è stata proprio la sua difficile esperienza personale di arabo-palestinese in Occidente che lo ha spinto a scrivere questo libro: “L’esistenza di un arabo-palestinese in Occidente, e in America in modo particolare, è tutt’altro che facile. Vi è un quasi unanime consenso sul principio che politicamente esso non esista, o esista solo come un ‘problema’ o, nel migliore dei casi, come un ‘orientale’. L’influenza del razzismo, degli stereotipi culturali, di un’ideologia imperialista o disumanizzante nei confronti di arabi e musulmani è assai forte, e con essa ogni palestinese deve fare i conti, come con un avverso destino” (ivi, p. 35).

Come affermò il poeta martinicano Aimé Césaire nel 1950 nel Discorso sul colonialismo, l’Occidente ha sempre adottato due pesi e due misure nei confronti dei bianchi e dei non bianchi. Ciò che il “distinto, umanista, cristiano borghese del XX secolo” non perdona a Hitler non è il fatto di aver compiuto un crimine contro l’uomo in quanto tale, ma contro l’uomo bianco. I nazisti hanno applicato nei confronti degli ebrei bianchi i brutali trattamenti tipicamente coloniali che prima di allora erano stati applicati nei confronti “degli Arabi d’Algeria, dei coolie dell’India e dei negri d’Africa” (p. 77). Come già notato in precedenza, i capi di stato e i governanti europei, nonché i mezzi di informazione occidentale, provano narcisisticamente maggiore empatia nei confronti dei propri simili; ecco perché il genocidio di Gaza può essere perpetrato sotto i loro occhi senza che muovano un dito, un genocidio che vede coinvolti migliaia e migliaia di bambini. Ecco perché la potenza democratica per eccellenza, gli Stati Uniti, insieme a Israele, può massacrare centinaia di bambini in Iran, come è successo recentemente con il bombardamento di una scuola. Gli Stati Uniti e Israele possono massacrare impunemente centinaia di bambini mentre se, ad esempio, a compiere il massacro fosse stato un missile russo, si sarebbe gridato ovunque al genocidio più infame. Evidentemente i bambini bianchi ed europei valgono più di quelli palestinesi o iraniani. Non è una constatazione cinica ma un crudo dato di fatto. Anche la recente guerra in Iran portata avanti da USA e Israele, per una larga fetta dell’Occidente non equivale a un massacro indiscriminato di civili fra cui donne e bambini ma alla sempre più difficile reperibilità e quindi a un aumento dei prezzi dei combustili fossili indispensabili per far muovere la macchina capitalistica.

La raccolta di saggi che Gilbert Achcar propone in questo interessante volume ci porta quindi nel cuore di tenebra delle democrazie occidentali, nel lato in ombra di qualsiasi pensiero illuminista, umanista, democratico e liberale soggiogato alla logica atroce del capitale. È un viaggio anche doloroso ma, crediamo, necessario per comprendere al meglio quello che sta accadendo intorno a noi perché ci svela anche i retroscena storico-politici di guerre, accordi, di “cessate il fuoco” più o meno farlocchi avvenuti nell’area del Medio Oriente. I governanti occidentali e i loro media (inclusi quelli italiani) stanno assomigliando troppo ai personaggi della famiglia del comandante del campo di sterminio di Auschwitz nel film La zona d’interesse (The Zone of Interest, 2023) di Jonathan Glazer, tratto dall’omonimo romanzo di Martin Amis. Se nel film la famiglia del comandante continua la sua vita come se niente fosse nel suo giardino fiorito ben sapendo che al di là del muro si sta compiendo un terribile genocidio, nella realtà l’Occidente dei potenti e dei loro leccapiedi mediatici continua la sua insulsa vita nella bolla di un capitalismo fondato su un benessere pronto a esplodergli sotto i piedi ignorando l’atroce genocidio di Gaza. Come scrive Achcar, infatti, in Occidente si sta profilando “l’era del neofascismo”, segnata dal ritorno di Trump alla Casa Bianca mentre il futuro del Medio Oriente si annuncia molto cupo: “Di fronte a tutto questo, non c’è spazio per l’ottimismo. Resta solo la speranza che la resistenza che si sta diffondendo tra i palestinesi, gli israeliani, i popoli arabi e il mondo intero, in particolare tra i giovani, possa alla fine riuscire a contrastare i progetti regionali e globali della nuova internazionale neofascista” (p. 218). Utopia o speranza fondata? A noi e solo a noi l’ardua sentenza perché altro non resta se non una resistenza quotidiana al fascismo strisciante e all’indifferenza, alla “cultura di destra”, come direbbe Furio Jesi, ormai diffusasi ovunque in Occidente e in questo paese, soprattutto nelle idee di chi si crede al sicuro nel suo bel giardino incantato. Ma i muri di questo giardino, ormai, hanno troppe brecce, ci sono troppi buchi da cui penetra l’orrore. L’orrore è più presente che mai e neppure un Occidente cinico, indifferente e razzista può starsene tranquillo a recitare i suoi inutili mantra di pace e democrazia tra un aperitivo e l’altro.

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Il nuovo disordine mondiale / 36 – Imperi e fine dei mondi https://www.carmillaonline.com/2026/05/05/le-conquiste-degli-imperi-e-la-fine-dei-mondi/ Tue, 05 May 2026 20:00:31 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94510 di Sandro Moiso

Lucio Russo, Il tracollo culturale. La conquista romana del Mediterraneo (146-145 a.C.), Nuova edizione a cura di Emanuela Salciccia, Carocci editore, Roma 2026, pp. 298, 27 euro

Francesco Borri, Il regno perduto degli dèi. Il paganesimo nell’Europa medievale (300-1200), Carocci editore, Roma 2026, pp. 455, 42 euro

Nei primi giorni di aprile il demi-monde dell’intellettualità liberal si è mostrato estremamente impressionato e preoccupato per le parole espresse da Donald Trump a proposito dello scontro, da lui voluto insieme al degno compare Bibi Netanyahu, con l’Iran: «Questa notte un’intera civiltà morirà». Minaccia preceduta di poche ore da un’altra: [...]]]> di Sandro Moiso

Lucio Russo, Il tracollo culturale. La conquista romana del Mediterraneo (146-145 a.C.), Nuova edizione a cura di Emanuela Salciccia, Carocci editore, Roma 2026, pp. 298, 27 euro

Francesco Borri, Il regno perduto degli dèi. Il paganesimo nell’Europa medievale (300-1200), Carocci editore, Roma 2026, pp. 455, 42 euro

Nei primi giorni di aprile il demi-monde dell’intellettualità liberal si è mostrato estremamente impressionato e preoccupato per le parole espresse da Donald Trump a proposito dello scontro, da lui voluto insieme al degno compare Bibi Netanyahu, con l’Iran: «Questa notte un’intera civiltà morirà». Minaccia preceduta di poche ore da un’altra: «L’Iran potrebbe essere eliminato in una sola notte, e potrebbe accadere già domani sera». Dichiarazioni che sono proseguite negli ultimi giorni, con la promessa di radere al suolo l’Iran, se questo oserà attaccare le navi della marina statunitense schierate nello Stretto di Hormuz.

Lo stupore per tali affermazioni, da un lato, ci obbliga senz’altro a configurare l’orizzonte storico in cui ci troviamo come fine del mondo, un’apocalisse in cui si corre il rischio che non possa più esserci alcun mondo possibile, mentre dall’altro rivela come per la società occidentale, figlia e nipote del colonialismo, del capitalismo e dell’ideologia del progresso, tale idea costituisca «una novità assoluta, una possibilità che finora, sulla nostra trionfale traiettoria storica, non s’era mai affacciata»1.

Uno stupore, però, che può essere manifestato soltanto da chi, in Occidente, non conosca oppure voglia ignorare una storia di dominio che della cancellazione di civiltà, culture e popoli ha fatto la sua essenza a partire da molti secoli addietro. Una tradizione che le operazioni militari di Israele a Gaza e in Libano e le minacce di Trump nei confronti dell’Iran non fanno che confermare.

La fine del mondo è un tema apparentemente sconfinato – perlomeno, è chiaro, fino a che non accade. Il registro etnografico restituisce una varietà di modi in cui le culture umane hanno immaginato la disarticolazione dei cardini spazio-temporali della storia. Alcune di queste concezioni sembrano aver riguadagnato nuova vita a partire dagli anni ’90 del secolo scorso, quando si è formato un consenso scientifico sulle trasformazioni in corso nel regime termodinamico del pianeta. I materiali e le analisi sulle cause (antropiche) e le conseguenze (catastrofiche) della “crisi” planetaria si accumulano con estrema rapidità, mobilitando sia la percezione popolare, debitamente influenzata dai media, sia la riflessione accademica. […] Su questo tema esistono blockbusters di genere fantascientifico, docu-fiction di History Channel, libri di divulgazione scientifica con vari livelli di complessità, videogiochi, opere musicali e artistiche, blog rappresentativi di ogni sorta di ideologia, congressi scientifici, riviste accademiche e reti di informazione specializzate, rapporti e dichiarazioni di organizzazioni mondiali tra le più diverse, summit sul clima invariabilmente frustranti, simposi di teologia e pronunciamenti papali, saggi di filosofia, cerimonie new age e di altri movimenti neopagani, un numero esponenzialmente crescente di manifesti politici – ogni genere di testi, contesti, strumenti, oratori e tipi di pubblico. La presenza di questo tema nella cultura contemporanea si è intensificata sempre più rapidamente2.

Gli autori di queste considerazioni sottolineano, però, che valgono principalmente per “noi” poiché nel corso della storia, per un gran numero di culture, società e civiltà altre dalla “nostra”, tale fine è già avvenuta, a seguito delle conquiste e devastazioni di cui si è macchiato il cammino del progresso o, almeno, di ciò che l’Occidente ha a lungo presentato come tale.

Vicende drammatiche che non basta soltanto inserire nella storia del dominio coloniale europeo sugli altri mondi possibili e i popoli degli altri continenti, poiché tale rimozione forzata di conoscenze, società, culture e religioni è partita proprio dall’interno dello stesso continente europeo, almeno fin dall’espansione di Roma e del suo, successivo, impero. Cosa che invece ci ricordano i due importantissimi testi pubblicati a breve distanza di tempo da Carocci editore.

Nel primo Lucio Russo spiega come il biennio 146-145 a.C. costituisca uno spartiacque drammatico e fondamentale della storia del mondo mediterraneo, durante il quale Roma si impadronì di fatto di tutto il Mediterraneo, distruggendo Cartagine, sottomettendo la Grecia e riducendo Egitto e Siria alle sue dipendenze. L’espansione del potere di Roma si accompagnò a un grave regresso culturale, finora largamente ignorato, che nel testo viene illustrato nei suoi vari aspetti: il crollo della scienza, la fine delle ricerche filosofiche e linguistiche, la profonda trasformazione della tecnologia, che recise ogni legame con la scienza e la cultura scritta, insieme alla drastica riduzione delle conoscenze geografiche. Contribuendo a dimostrare come quel tracollo e l’oblio che lo ha avvolto nella ricerca storiografica abbiano fortemente condizionato tutta la successiva cultura occidentale fino ai nostri giorni.

Lucio Russo (Venezia, 1944 – Bologna, 2025) è stato fisico, filologo e storico della scienza e ha insegnato nelle Università di Napoli, Modena e Roma Tor Vergata, dove si è occupato di meccanica statistica, probabilità e storia della scienza. Tra le sue tante pubblicazioni vanno ricordate in particolare: L’America dimenticata. I rapporti tra le civiltà e un errore di Tolomeo (Mondadori Università, 2013), La rivoluzione dimenticata. Il pensiero scientifico greco e la scienza moderna (Feltrinelli, 2021), Archimede. Un grande scienziato antico (Carocci Editore, 4ᵃ ristampa 2024) e Euclide: il libro degli Elementi. Una nuova lettura (con G. Pirro ed E. Salciccia, Carocci, 10ᵃ rist., 2025).

Proprio nella sua Introduzione al testo, l’autore ricorda la domanda che più volte gli è stata posta a proposito delle conoscenze scientifiche e geografiche antiche, dopo la pubblicazione di La rivoluzione dimenticata e L’America dimenticata: «Se veramente si erano raggiunte conoscenze di così alto livello, come è stato possibile perderle?»3.

Secondo l’autore, per comprendere l’autentica catastrofe culturale succedutasi alla conquista e alla sottomissione da parte romana di Cartagine, della Grecia, dell’Egitto, della Siria seleucide e degli altri stati del Mediterraneo orientale, avvenuta quasi contemporaneamente intorno al 145 a.C., occorre ricordare come l’attività bellica fosse prioritaria nell’economia romana e come l’esercito svolgesse un ruolo centrale nella società romana e nel suo sistema di valori.

Lo Stato romano era un’estensione dell’esercito: i consoli erano innanzitutto comandanti militari e il cittadino esercitava i suoi diritti politici nei comizi centuriati, ossia come membro della particolare unità militare detta “centuria”.
[…] Gli enormi costi, economici e umani, di un esercito che impegnava le migliori forze lavoro disponibili erano sopportabili solo se le guerre fornivano anche una parte essenziale del reddito.
[Così] Il fondamentale contributo della guerra all’economia della Roma repubblicana (senza analogie in città come Cartagine o Alessandria) è stato spesso sottovalutato; tuttavia diversi storici l’hanno sottolineato: in primo luogo Max Weber, che aveva individuato nella Roma repubblicana una forma di “capitalismo imperialistico” basato sulla guerra […] Naturalmente il sistema poteva funzionare, come in realtà funzionò per tanti secoli, solo se le guerre si succedevano senza interruzioni. Le porte del tempio di Giano erano chiuse in tempo di pace e tenute aperte quando si era in guerra. Tito Livio afferma che nei sei secoli e mezzo trascorsi tra il regno di Numa Pompilio e l’ascesa di Ottaviano Augusto quelle porte erano state chiuse una sola volta: nel 235 a. C., durante il consolato di Tito Manlio Torquato, che aveva appena completato la conquista della Sardegna4.

Si capisce così il motivo per cui i Romani siano rimasti celebri più per le opere di ingegneria, spesso dai risvolti militari come nel caso di strade e ponti oppure strutture e macchine da assedio, che non per la scienza, la filosofia o altre forme di conoscenza teorica ben più sviluppate nelle “civiltà” che avevano sottomesso e/o distrutto. E anche se la rete stradale romana raggiunse la lunghezza di 120.000 chilometri, non vi è dubbio che la tecnologia fosse, secondo l’autore, di carattere post-scientifico, ottenuta assimilando molti elementi della tecnologia scientifica precedente, ma eliminando quelli più complessi e raffinati, contenuti nell’antica manualistica, e tagliandone ogni rapporto con la scienza. Una tecnologia di notevole efficacia, che però si trasmetteva da maestro a apprendista, in assenza di una vera letteratura tecnologica. Una situazione che si protrasse fino al Rinascimento.

Gli elementi perduti di conoscenza, riscoperti soltanto molti secoli dopo, furono numerosi: dalla certezza della sfericità della Terra al concetto di atomo, insieme a quello di molecola che già erano appartenuti alla scienza ellenistica. Anche l’idea dell’interazione gravitazionale tra il Sole e i pianeti è stata tramandata da autori che avevano letto i trattati astronomici ellenistici. Senza contare i risultati raggiunti da Euclide che, nei suoi Elementi, pose le basi, soltanto in seguito esaminate da studiosi arabi ed europei delle epoche successive alla caduta dell’impero romano, per una introduzione al metodo scientifico; oppure da Archimede dallo studio delle cui opere matematiche si sarebbe in seguito sviluppata la moderna analisi infinitesimale. Cui, tra le tante altre scoperte ed intuizioni, vanno ancora aggiunte la “scoperta” del continente americano in largo anticipo sulle successive esplorazioni che avrebbero dovuto prime liberarsi dai divieti e dalle superstizioni sorte con la definizione del mare nostrum romano5 oppure, ancora soltanto per citare un’altra conoscenza perduta, l’esposizione di Diogene Laerzio della storia delle diverse scuole filosofiche leggendo la quale si nota che in genere l’ultimo esponente di ciascuna scuola fu attivo nel biennio 146-145 dopo di che ogni scuola di pensiero si estinse.

Riprendendo i brillanti risultati raggiunti con il suo studio sulle scienze ellenistiche6 in cui si sottolineava dettagliatamente il debito delle rivoluzioni scientifiche e del metodo scientifico moderno nei confronti delle conoscenze di età ellenistica, l’autore ci rivela come le conquiste imperiali romane, più che un tratto di continuità ed evoluzione civile e culturale con le società precedenti, quella greca in primis come vorrebbe la vulgata storiografica e politica più diffusa, abbiano costituito un’autentica catastrofe conoscitiva e culturale. Così come avrebbero spesso fatto le conquiste coloniali e imperiali europee successive. Svelando in tal modo il volto di un imperialismo che ha continuato a chiamare progresso ciò che troppo spesso ha significato soltanto ritorno all’oscurità del dominio basato sull’ignoranza, in nome della convenienza tecnologica, economica, politica o morale.

Proprio come corollario di quest’ultimo punto può rilevarsi estremamente utile e istruttiva la lettura del secondo testo qui presentato. Quello di Francesco Borri dedicato al paganesimo diffuso ancora tra il 300 e il 1200 d. C., un periodo in cui, dalla conversione di Costantino alla conquista di Arkona nel 1168, in una vasta regione che dal Mediterraneo raggiungeva il Mar Baltico e l’Irlanda donne e uomini continuarono a seguire usanze antiche, praticandone i rituali. Lasciando tracce sbiadite che ci conducono in luoghi distanti: le zone d’ombra dei grandi regni, foreste tenebrose e stagni profondi, fino alle sconfinate terre che si estendevano oltre i limiti della parola scritta.

Francesco Borri, docente di storia medievale all’Università Ca’ Foscari di Venezia ci racconta il paganesimo nell’Europa medioevale, i cui caratteri più evidenti risiedevano nel culto della natura e degli animali e che i cristiani chiamarono pagani, narrandone il caleidoscopico mondo spirituale in racconti sospesi tra fascinazione e biasimo, cui la propaganda della Chiesa avrebbe dato toni foschi e demoniaci. Così il volume ci guida in un viaggio attraverso un mondo perduto, oscuro a causa delle smarrite testimonianze che non siano di parte cattolica, ma rischiarato qua e là da frammenti che illuminano ancora il buio di ciò che fu definito come “fede autentica”, ma che in realtà avrebbe definito solo una forma obbrobriosa di superstizione autoritaria.

Sì perché, nonostante i sussulti di scontro tra Papato e Impero ravvisabili nelle odierne polemiche tra Donald Trump e Papa Leone XIV, l’autorità della Chiesa, fin dalla sua affermazione in età costantiniana, si è basata più sull’autorità e la forza di carattere imperiale che non sulla pietas, che invece troppe volte è servita soltanto a giustificarne gli aspetti più impositivi e repressivi.

Un’azione, quella della Chiesa romana, che avrebbe costituito proprio qui in Europa, oltre i confini della passate civiltà mediterranea, un’altra autentica catastrofe culturale e sociale e che, comunque, si era già rivelata anche sulle coste del Mediterraneo con la distruzione, ad esempio, da parte dei Cristiani delle antiche biblioteche, poiché «il rogo di libri è parte della cristianizzazione»7.

Heinrich Heine, nel suo Gli dèi in esilio (Adelphi, 1978), fin dall’Ottocento ci aveva narrato come i rimasugli del pantheon greco-romano fossero stati dispersi e trasformati talvolta in santi quando «il cristianesimo conquistò il dominio del mondo». Ma tra le genti delle campagne, delle montagne e dei boschi rimasero a lungo presenti divinità forse ancor più antiche, spesso legate agli elementi della Natura e delle manifestazioni quotidiane della vita umana. Spesso anche a quelle più essenziali, come ad esempio quelle ricollegabili direttamente alle attività e alle norme di tipo sessuale, che la religione cattolica intendeva nascondere, proibire e rimuovere dall’immaginario collettivo. Con effetti di carattere psichico e sociale che avrebbero ben presto rivelato la loro devastante e divisoria funzione, durata fino ai nostri giorni e amplificata dalle attuali sette evangeliche.

D’altra parte, in un testo pubblicato nell’edizione originale nel 2019, Walter Scheidel, professore di Storia Antica presso l’Università di Stanford, nell’esaltare la liberazione di forze sociali, politiche ed economiche avvenuta con la caduta definitiva dell’Impero romano, ha affermato che «se mai il diritto romano ha avuto influenza è stato perché nel medioevo la Chiesa l’ha mantenuto in vita, non solo consentendo al latino di sopravvivere, ma anche sfruttando parte della sua tradizione per i propri scopi e la formazione del clero»8.

Cosa che dimostra che la sventolata importanza e continuità del diritto romano per le istituzioni europee attuali non sia altro che il risultato di un suo collegamento politico con l’altra forza dominante nella storia europea ovvero quella della Chiesa, prima e dopo la Riforma. Un’osservazione che ci obbliga a considerare come l’idea di unità ideale basata sulla tradizione del diritto romano e della fede cristiana altro non sia che una scelta tutta “politica” atta a preservare un’unità di intenti autoritaria e impositiva nei confronti di qualsiasi altra istanza sociale , politica e culturale proveniente dal “basso”. Anche se fin da subito la Chiesa:

stabilì netti confini tra la sua comunità e le autorità secolari: come dicono i vangeli sinottici, “a Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio”. Da cui derivarono pretese di supremazia, come la celebre distinzione di papa Gelasio I di due secoli dopo (proclamata a distanza di sicurezza dal potere imperiale) tra la “sacra autorità” del clero e la “potestà regale”, tra le quali la prima ha “più grave responsabilità”. Una posizione che poteva contare sulla natura divina del fondatore, un concetto subito adottato (in modo un po’ contorto, data la sorte su questa terra del suddetto fondatore) dai tardi imperatori romani9.

In realtà dando vita ad un matrimonio di convenienza in cui la Fede si armava del braccio dello Stato e il Potere si poteva ammantare di derivazione divina. Cosa che la successiva definizione di Sacro Romani Impero riassumerà con sintetica precisione. Soprattutto in un contesto in cui il Diritto, di origine romana, contornava l’azione dei tribunali della Santa inquisizione, prima autentica forma di organizzazione giudiziaria europea dopo la caduta dell’impero d’Occidente10.

In cui, per tornare al testo qui recensito, gli imputati erano spesso gli eretici oppure i pagani, anche se spesso le due definizioni finivano col coincidere, la cui unica colpa era quella di non volersi adeguare alla norma religiosa cattolica per continuare invece a seguire i culti ancestrali11.

Il bellissimo testo di Borri, nel ricostruire il percorso dal paganesimo medievale fino alle attuali e diversificate forme di neopaganesimo, permette di individuare come a sostenere quelle credenze, contro cui tanto si batterono tanto i primi cristiani quanto i “padri della Chiesa”, erano anche forme di organizzazione sociale altre rispetto a quelle che si sarebbero più tardi affermate in Europa attraverso il fuoco della fede e il ferro dei regnanti.

Per imporsi, le nuove leggi del mercato e le nuove forme dello Stato avrebbero infatti dovuto abbattere ogni forma di opposizione in cui la convivenza egualitaria tra Uomo e Natura troppo spesso prevedeva anche forme di egualitarismo sociale che non era certo quello predicato dalla Chiesa o spinto dalla diffusione dell’economia di tipo monetario.

Anche perché il cristianesimo, che pur all’epoca ebbe carattere parzialmente rivoluzionario rispetto alle istituzioni dello Stato e dell’ordine economico romano, apriva nuove linee di faglia tra chi credeva nell’”unico vero Dio” e chi ostinava a fare della diversità, anche tra gli dèi onorati, una forma di riconoscimento del diritto all’esistenza e alla convivenza tra comportamenti e organismi sociali differenti tra di loro. Un contesto in cui anche il ruolo delle donne era radicalmente diverso da quello affermatosi sia con la romanità che con la cristianità.

Non a caso, come sottolinea l’autore, la figura del pagano finì ben presto, nella narrazione e nell’immaginario cristiani, col coincidere con quella del contadino, del villano, dell’ignorante e arretrato “campagnolo” che se non accettava di evolvere verso una fede superiore doveva essere condannato alla pena o alla gogna, non soltanto nella vita ultraterrena ma anche, e forse soprattutto, in quella mondana, in cui rischiava di diventare un ostacolo per il “progresso” della fede e della società.

Definire chi fossero i “pagani” e chi no costituì quindi un modo per riordinare le società in un modello unico, facendo sì che nel giro pochi secoli un vastissimo repertorio di culti e tradizioni, dall’Irlanda al Baltico, fossero quasi del tutto cancellati. Sacche di paganesimo, inizialmente tollerate forse per lo scontro ancora in corso tra Impero con i suoi Numi e i cristiani ancor minoritari, dovettero essere debellate.

Come fece scrivere l’imperatore Teodosio nell’Editto di Tessalonica (380 d.C.): “Chi segue questa norma sarà chiamato cristiano cattolico, gli altri invece saranno considerati stolti eretici. Costoro saranno condannati anzitutto dal castigo divino, poi dalla nostra autorità che ci viene dal Giudice Celeste”. Così pagani ed eretici furono perseguitati con molta più determinazione di quanto lo fossero mai stati i cristiani e i templi e i santuari degli antichi dèi furono utilizzati come chiese oppure, più spesso, dati alle fiamme.

Tutto ciò anticipava soltanto ciò che nei secoli a venire sarebbe avvenuto nel resto del mondo a seguito delle “scoperte geografiche”, delle conquiste coloniali e della sottomissione e della conversione forzata di interi popoli, di cui a lungo in ambito cattolico si discusse se potessero avere o meno un’anima non avendo mai conosciuto il vero Dio.

Tali sono le catastrofi e le fini dei mondi causate dall’espansione degli imperi, anche nella loro forma apparentemente teocratica. Ciò che ci aspetta in futuro dovrà esser per forza di cose radicalmente diverso e certo non ci farà rimpiangere la fine di un mondo che ha fondato i suoi più intimi rapporti sociali sullo sfruttamento dell’uomo e della natura, sulla sottomissione delle donne e dei diversi, sulla devastazione e sulla guerra generalizzate oltre che sulla violenza dello Stato e dei suoi tribunali, in cui la Legge non è mai uguale per tutti.


  1. Stefania Consigliere, Racconti «de paura» sulla megamacchina, di prossima pubblicazione su «Carmillaonline».  

  2. D. Danowski e E. Viveiros de Castro, E quale rozza bestia… in D. Danowski e E. Viveiros de Castro, Esiste un mondo a venire? Saggio sulle paure della fine, nottetempo, Roma 2014 – nuova edizione 2024, pp. 19-20.  

  3. L. Russo, Introduzione a L. Russo, Il tracollo culturale. La conquista romana del Mediterraneo (146-145 a.C.), Nuova edizione a cura di Emanuela Salciccia, Carocci editore, Roma 2026, p. 16.  

  4. L. Russo, Il tracollo culturale. La conquista romana del Mediterraneo (146-145 a.C.), op. cit., pp. 24-26.  

  5. Di cui l’autore si era già occupato nel già citato L. Russo, L’America dimenticata. I rapporti tra le civiltà e un errore di Tolomeo, seconda edizione con postfazione di obiezioni e risposte, Mondadori Università, Milano 2023.  

  6. L. Russo, La rivoluzione dimenticata. Il pensiero scientifico greco e la scienza moderna, Giangiacomo Feltrinelli editore, Milano 1996 – nuova edizione completamente rivista giugno 2021.  

  7. Come ben ci ha raccontato Luciano Canfora nel suo La Biblioteca scomparsa, Sellerio editore, Palermo 1986, p. 199.  

  8. W. Scheidel, Fuga dall’impero. La caduta di Roma e le origini della prosperità occidentale, LUISS University Press, Roma 2022, p. 511.  

  9. W. Scheidel, op. cit., p. 506.  

  10. Cfr. I. Mereu, Storia dell’intolleranza in Europa. Sospettare e punire, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1979.  

  11. Si veda, per il periodo successivo a quello esaminato dal testo di Borri: C. Ginzburg, I benandanti. Stregoneria e culti agrari tra Cinquecento e Seicento, Giulio Einaudi editore, Torino 1966 e, sempre di C. Ginzburg, Storia notturna. Una definizione del sabba, Adelphi Edizioni, Milano 2017.  

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Il nuovo disordine mondiale / 35 – Come iniziano e come vanno a finire le guerre https://www.carmillaonline.com/2026/04/15/il-nuovo-disordine-mondiale-35-come-iniziano-e-dove-finiscono-le-guerre/ Wed, 15 Apr 2026 20:00:34 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94064 di Sandro Moiso

Peter Fleming, Il destino dell’ammiraglio Kolčak, Edizioni Medhelan, Milano 2024, pp. 300, 26 euro

Potrà sembrare un argomento distante dall’attualità, anche bellica, ma la storia di intrighi, tradimenti, alleanze incerte, signori della guerra e semplici banditi oltre che di mire imperiali di vario genere e di una rivoluzione, che doveva ancora assurgere alla sua piena valenza mitopoietica prima che politica, narrata da Peter Fleming nello studio appena pubblicato dalle edizioni Medhelan, Il destino dell’ammiraglio Kolčak, comparso nell’edizione originale inglese nel 1963, può essere di grande utilità per comprendere ancora oggi i meccanismi reali e concreti che conducono alle [...]]]> di Sandro Moiso

Peter Fleming, Il destino dell’ammiraglio Kolčak, Edizioni Medhelan, Milano 2024, pp. 300, 26 euro

Potrà sembrare un argomento distante dall’attualità, anche bellica, ma la storia di intrighi, tradimenti, alleanze incerte, signori della guerra e semplici banditi oltre che di mire imperiali di vario genere e di una rivoluzione, che doveva ancora assurgere alla sua piena valenza mitopoietica prima che politica, narrata da Peter Fleming nello studio appena pubblicato dalle edizioni Medhelan, Il destino dell’ammiraglio Kolčak, comparso nell’edizione originale inglese nel 1963, può essere di grande utilità per comprendere ancora oggi i meccanismi reali e concreti che conducono alle guerre e, successivamente, alle vittorie o sconfitte che sono, prima o poi, destinate a concluderle.

La guerra di cui si parla nel testo di Fleming è quella civile, successiva alla Rivoluzione d’Ottobre, che si sviluppò tra il 1918 e il 1921 in Russia, che vide come principali protagoniste le armate rosse bolsceviche da un lato e quelle bianche filo-zariste, appoggiate da diversi paesi appena usciti oppure ancora coinvolti nel primo conflitto mondiale, dall’altro. Una guerra dilaniante e devastante da cui sarebbero uscite vincitrici le armate rosse poste sotto il comando di Leone “Lev” Trockij in qualità di Commissario del Popolo alla Guerra. Anche se la lettura del libro di Fleming aiuta a comprendere come quest’ultima parte della narrazione faccia parte di una storia ben più intricata e complessa.

Al cui centro l’autore pone la figura, allo steso tempo tragica e meschina, dell’ammiraglio Kolčak mentre accompagna il lettore attraverso gli alterni destini dell’esercito contro-rivoluzionario; fino alla definitiva sconfitta delle armate bianche e alla cattura e fucilazionei dello stesso Kolčak da parte dei Bolscevichi. Una narrazione, che costituisce anche l’ultima opera di Fleming, condotta con la professionalità dello storico e, allo stesso tempo, con gli occhi del viaggiatore che aveva conosciuto i luoghi estremi della Russia orientale e dell’Asia Centrale.

Robert Peter Fleming (Londra 1907 – Glencoe 1971), è stato uno scrittore, giornalista e militare britannico, noto soprattutto per essere il fratello di Ian Fleming (1908-1964), il ben più celebre autore dei romanzi di James Bond alias agente 007.

The Fate of Admiral Kolchak è la seconda opera di carattere storico di Fleming pubblicata dalle edizioni Medhelan, dopo Baionette a Lhasa. L’invasione britannica del Tibet (ed. originale Bayonets to Lhasa: The First Full Account of the British Invasion of Tibet in 1904 – 1961). Mentre le edizioni Dall’Oglio avevano pubblicato il suo The Siege at Peking (ed. originale 1959), una relazione sulla ribellione dei Boxer e l’assedio di Pechino del 1900, con il titolo La rivolta dei Boxers, già nel 1965.

Anche se l’autore inglese, per formazione e convinzioni, non può essere certo annoverato tra gli ammiratori della Rivoluzione russa e del Partito bolscevico, nella sua ricerca, pur manifestando una certa simpatia per la figura di Kolčak, sceglie spesso l’imparzialità di giudizio, accompagnata talvolta da una certa dose di ironia, nella descrizione degli eventi narrati. Come afferma infatti egli stesso nella Prefazione:

Il mio interesse per gli eventi descritti in queste pagine risale all’autunno del 1931 quando, all’età di ventiquattro anni, intrapresi per la prima volta un viaggio lungo la Transiberiana. All’epoca sapevo ben poco della guerra civile che si era conclusa un decennio prima ma, notando gli scarni scheletri di filo spinato che ancora fiancheggiavano la maggior parte dei ponti e i fori di proiettile non ancora cancellati dagli edifici delle stazioni, mi ritrovai spesso ad interrogarmi sulla lotta che aveva lasciato quelle piccole cicatrici in angoli dimenticati di una terra vuota e sconfinata. Negli anni successivi ho trascorso molto tempo in Manciuria e nelle zone periferiche della Cina settentrionale e nordoccidentale e ho ascoltato, spesso dalla bocca di chi vi aveva preso parte, molte storie sulla guerra civile in Siberia.
[…] Il contesto politico dell’episodio è complesso. La Siberia fu solo uno della mezza dozzina di scenari russi in cui intervennero gli Alleati. Quell’intervento non fu il risultato di una politica concordata: venne intrapreso da ciascuna delle Potenze con motivazioni diverse. Le speranze, le paure e le illusioni che le animavano non rimasero mai costanti a lungo, poiché l’incedere degli avvenimenti al di fuori della Russia superava o rendeva obsoleti i presupposti, per lo più infondati, su cui si basavano i piani degli alleati. L’effetto di tutto ciò è quello di produrre una sorta di palude della storia. In questo pantano è necessario farsi strada1.

In poche righe l’autore condensa il significato di una storia politica, militare e personale atta a comprendere non soltanto le vicende di allora, ma anche le contraddizioni, gli errori prospettici e militari e le giustificazioni, spesso farlocche, dei conflitti odierni e di alcuni personaggi solo apparentemente centrali nel loro attuale e confuso svolgimento. Un autentico pantano, ieri come oggi, in cui non è facile districarsi e in cui occorre assolutamente evitare di addentrarsi armati soltanto di strumenti di carattere ideologico.

Tanto per iniziare occorre perciò ricordare che l’elemento portante per l’avvio successivo della guerra civile in Russia, più che dalla Rivoluzione in sé, fu costituito dal trattato di pace stipulato tra la Russia bolscevica e gli Imperi centrali il 3 marzo 1918 nell’odierna Bielorussia, presso la città di Brest, al tempo conosciuta come Brest-Litovsk, che di fatto sancì la resa e l’uscita della Russia dalla prima guerra mondiale.

La promessa mantenuta da Lenin e dal suo partito di porre immediatamente fine alla partecipazione al macello imperialista, che al contrario non era stata minimamente presa in considerazione dal governo provvisorio di Kerensky rovesciato nell’ottobre del 1917, avrebbe così paradossalmente dato fuoco alle polveri su gran parte del territorio appartenente all’ormai ex-impero zarista. Una sanguinosa dimostrazione, certo non soltanto simbolica, dell’insofferenza del capitale e delle leggi che lo regolamentano per ogni autentico trattato destinato a porre fine alla guerra.

Ciò che risulta chiaro dall’analisi dei fatti condotta da Fleming è che dalle forze alleate la pace di Brest-Litovsk fu considerata un tradimento di fronte da parte della Russia, più che la prima e reale conseguenza di una rivoluzione che, prima ancora che dall’iniziativa bolscevica, era stata avviata dalla diserzione e dall’abbandono del posto di combattimento da parte di un milione e mezzo di soldati russi ritiratisi dalle prime linee nell’inverno tra il 1916 de il 1917 e dall’insorgenza delle giovani operaie di San Pietroburgo nel febbraio del ’172.

Quando nel 1914 Francia e Gran Bretagna scesero in campo contro gli Imperi tedesco e austro-ungarico, riponevano grandi speranze nell’alleato orientale. Il “rullo compressore russo” si rivelò ben presto una macchina che, per quanto innegabilmente ponderosa, […] dopo i primi mesi tendeva a muoversi all’indietro invece che in avanti, e richiedeva un grande sostegno in termini di rifornimenti che non potevano essere distolti dal fronte occidentale […]; ma almeno vi era un fronte russo, e per di più molto lungo. Vi erano concentrate centinaia di migliaia di truppe del nemico: a esso dovevano essere continuamente distribuiti, per quanto il nemico fosse a corto di scorte, per quanto le sue fabbriche fossero sotto pressione, i rifornimenti regolari [e] fu quindi con una certa incredulità, oltre che con allarme e indignazione, che Francia e Gran Bretagna osservarono la Russia ritirarsi dalla guerra quasi da un giorno all’altro3.

Il trionfo del bolscevismo e della rivoluzione in Russia costituì un fenomeno di portata storica, ma sul momento le sue conseguenze immediate più importanti furono, dal punto di vista degli alleati, soprattutto, se non esclusivamente, di ordine militare.

Il 21 marzo 1918 i tedeschi lanciarono l’ultima e più grande offensiva in Occidente. La Quinta Armata britannica arretrò di fronte a essa. L’intero fronte occidentale cedette. Parigi venne bombardata a lungo. Come se fossero stati liberati da un disgelo nefasto, fiumi di scritte in piccolo cominciarono di nuovo a inondare i giornali quando vennero pubblicati gli elenchi dei caduti. In quelle settimane di disperazione nacque l’impulso a intervenire. Sarebbe nato se i bolscevichi fossero stati buddisti o liberali gladstoniani, o qualsiasi altra cosa4.

Gli storici, sia sovietici che non, nelle ricostruzioni successive sembrano aver ignorato, se non rimosso, questa semplice verità, preferendole spesso una ricostruzione in cui a far la parte del leone sarebbe stata invece la chiara e inflessibile volontà imperialista di strangolare e soffocare l’esperimento socialista dello Stato sovietico fin dal suo primo apparire.

Nonostante i segnali di stanchezza nei confronti della guerra avvertibili nella società russa e nel suo esercito fossero da tempo evidenti, così come avevano iniziato ad esserlo anche sul fronte occidentale:

né la Francia né la Gran Bretagna si resero conto di quanto la situazione in Russia fosse precipitata durante il 1917. Entrambi i governi avevano ricevuto rapporti inquietanti dai loro rappresentanti a Pietrogrado e altrove; ma era da molto tempo che non si leggeva un rapporto dalla Russia che non fosse inquietante, e nell’anno di Passchendaele e Caporetto5 gli alleati tendevano, e forse dovevano, guardare agli eventi in Russia con un certo distacco. Ormai si aspettavano poco o nulla ma certo non si aspettavano il peggio. Così quando il peggio arrivò, e videro all’improvviso che la Germania poteva d’ora in poi combatterli con entrambe le mani, non furono disposti come forse avrebbero dovuto a fare sconti alla nuova Russia […] Ricordando le grandi speranze che un tempo avevano riposto nella Russia, i solenni trattat che avevano cofirmato e i prodigiosi aiuti finanziari e materiali che aveva ricevuto, non vedevano nella sua defezione altro che un semplice tradimento; e ben presto si convinsero che questo sviluppo imprevisto, così propizio dal punto di vista della Germania, doveva essere stato provocato da complotti e tangenti tedesche6.

Fermiamoci un attimo e osserviamo le conseguenze di tali convinzioni e ricostruzioni in cui la spontaneità del rifiuto della guerra e delle condizioni e dei sacrifici da essa imposti, che è alla base della rottura in seno alla società russa e con il suo Stato definitivamente messa in opera dal partito di Lenin nell’Ottobre, viene rimossa quasi del tutto sia nelle ricostruzioni ex-post ad opera degli studiosi filo-sovietici dei decenni successivi, che preferirono, e ancora preferiscono, darne una ricostruzione decisamente più ideologica e partitica, che dai politici e dai comandi militari occidentali che in tutto ciò seppero soltanto, ed erroneamente, cogliere il complotto e il tradimento.

Incapaci di leggere, ieri come oggi, i movimenti profondi del malcontento di classe e dell’autonomia operativa dell’antagonismo nei confronti del modo di produzione dominante, delle sue leggi e delle sue conseguenze. Una lezione che anche oggi non andrebbe invece mai dimenticata.

Entrambe le ipotesi erano false. Lenin, Trockij e i loro collaboratori non erano interessati alla guerra. Poiché il concetto di lealtà verso gli alleati capitalisti di un regime imperialista non trovava posto nella loro ideologia, […] per le loro menti dure e stracolme di idee una simile accusa (di tradimento – NdR) sarebbe parsa frivola più che eretica. Nessuno di loro era al soldo dei tedeschi7.

Paradossalmente, però, un secondo importante, anche se casuale, elemento per lo scatenamento della guerra civile e dell’intervento alleato in Russia, fu costituito proprio dalla stanchezza dei soldati nei confronti della guerra, delle sue conseguenza e della prigionia che ne era derivata per molti di loro. A dimostrazione di ciò può servire quanto avvenne a Čelyabinsk, una località all’epoca di scarsa importanza situata lungo la ferrovia che dagli Urali corre verso la grande pianura siberiana, il 14 maggio 1918.

In quella data, nella summenzionata stazione, si incrociarono diversi treni carichi di prigionieri di guerra, tutti appartenenti all’esercito imperiale austro-ungarico, ma con mete differenti. Quello diretto verso ovest era un treno carico di soldati austriaci e ungheresi destinati ad essere riportati in patria dopo essere stati liberati in seguito agli accordi intervenuti tra la Russia sovietica e gli Imperi centrali nel marzo di quell’anno.

Su quelli diretti a Oriente, nello specifico in direzione del porto russo di Vladivostock, viaggiavano i soldati del Primo Corpo d’Armata cecoslovacco che, a differenza degli altri, erano considerati apolidi poiché le terre boeme di origine facevano ancora parte dell’Impero asburgico, ma erano stati riconosciuti in febbraio dal governo bolscevico come parte autonoma dell’armata cecoslovacca dislocata in Francia. Per questo motivo dovevano rientrare in Europa seguendo un percorso più tortuoso e via mare per andare a rinforzare il fronte occidentale, messo sotto pressione dai tedeschi, su richiesta del Consiglio supremo di guerra alleato.

Il treno cecoslovacco a Čelyabinsk era l’anello di una catena frammentata; lungo le 5.000 miglia di ferrovia tra il Volga e il Pacifico c’erano sessanta o settanta treni cechi […]. I treni di testa avevano già raggiunto Vladivostock, ma durante l’ultima parte di aprile il movimento verso est dei treni di coda, lento e imprevedibile nel migliore dei casi, si era praticamente arrestato.
A Čelyabinsk non c’era simpatia tra i viaggiatori diretti a est e quelli diretti a ovest. I cechi vedevano negli austriaci e negli ungheresi un odioso popolo di presuntuosi, personificazione della tirannia di cui desideravano liberarsi; mentre ai prigionieri di ritorno, i cechi – molti dei quali avevano disertato o si erano arresi alla prima occasione alle armate dello zar – apparivano come dei traditori. Da parte ceca, un motivo di risentimento più immediato risiedeva nella consapevolezza che ai prigionieri invidiabilmente diretti a casa era stata data la precedenza ferroviaria8.

Fu quindi sufficiente un nonnulla per scatenare una violenta rissa in cui un soldato ceco perse la vita. Così i cechi, che a differenza degli altri portavano con sé le armi, bloccarono il treno diretto a ovest, si fecero consegnare l’ungherese colpevole dell’omicidio e lo linciarono sul posto. Per tale motivo un distaccamento di Guardie rosse giunse alla stazione per portare nella prigione della città diversi cechi come “testimoni”.

Da questo fatto e dal successivo tentativo riuscito dei soldati cechi di “liberare” i loro commilitoni trattenuti in città si svilupparono conseguenza che possono essere considerate tra le più decisive per la successiva guerra civile poiché la dura risposta del governo sovietico, che intervenne in maniera repressiva su indicazione di Trockij e non seppe tener conto della situazione psicologica dei soldati dell’armata ceca, così come invece aveva saputo fare a proposito delle richiesta di cessazione del conflitto da parte dei soldati russi, spinse i distaccamenti cechi, dispersi lungo la linea ferroviaria, ad occupare molte stazioni, avamposti militari e cittadine siberiane in direzione di Vladivostock.

Ma proprio in quel porto continuavano ad essere assenti o scarsamente presenti le navi a disposizione per il trasferimento delle divisioni ceche verso il fronte occidentale, mentre vi era una piccola concentrazione di navi da guerra alleate, il cui compito era quello di:

sorvegliare, come meglio potevano, le enormi giacenza di materiale bellico che si trovavano all’interno o intorno al porto. Queste scorte per un valore di un miliardo di dollari, erano state fornite alla Russia dagli Alleati che poi aveva abbandonato; non solo non erano state pagate ma c’era – o sembrava esserci – il pericolo che questo materiale, dopo essere stato trasportato verso ovest, finisse nelle mani dei tedeschi9.

A questo timore, per gli alleati, andava aggiunto quello derivante dalla grande massa di prigionieri turchi, tedeschi, austro-ungarici e di altri paesi che si trovavano in mano ai russi.

Di questi senza contare i turchi ce n’erano circa un milione e mezzo; solo il dieci per cento circa erano tedeschi; la metà, o forse più della metà, si trovavano in Siberia. Dopo la ratifica del trattato di Brest-Litovsk gli uomini, molti dei quali godevano già di un’ampia libertà personale, cessarono tecnicamente di essere prigionieri. Ma in ragione delle condizioni caotiche delle ferrovie russe, il rimpatrio fu, nella migliore delle ipotesi, molto lento e cominciarono ad arrivare notizie che questi grandi contingenti di soldati dispersi venivano armati o si stessero armando. Non passò molto tempo prima che i prigionieri assumessero lo status di spauracchi strategici. Non è mai stato chiarito con esattezza in che modo si pensava potessero danneggiare la causa alleata. Era sufficiente che venissero considerati tedeschi e, sebbene la stragrande maggioranza di loro non fosse nulla di tutto questo, tanto bastava per ammantarli di mistero e di minaccia sullo sfondo chimerico di una cospirazione bolscevico-tedesca. Gli inglesi temevano che quelli detenuti in Turkestan potessero costituire il nucleo di una minaccia per l’India10.

Incapaci di liberarsi dei fantasmi del “Grande Gioco”, che era stato condotto per quasi due secoli tra l’impero zarista e quello britannico per il controllo dell’Asia centrale e del sub-continente indiano11, gli inglesi soprattutto risultavano essere totalmente incapaci di comprendere le nuove condizioni politiche venutesi a creare dopo la Rivoluzione d’ottobre. Il cui unico spauracchio in quel momento era rappresentato, sempre per i rappresentanti alleati, dal fatto che i prigionieri potessero essere reclutati nell’esercito russo.

Questa, come molte altre affermazioni dello stesso tenore era una sciocchezza, Era comunque vero che le autorità sovietiche stavano facendo del loro meglio per indurre i prigionieri a rinunciare a servire il proprio paese e a unirsi all’Armata Rossa […]; ai prigionieri veniva data la possibilità di entrare in azione diventando “internazionalisti”, come venivano chiamati quelli che si arruolavano. Più tardi, quando Trockij si accinse a ricostruire l’Armata Rossa, la necessità di reclute, e soprattutto di uomini già addestrati, fece sì che venissero privilegiati i prigionieri di guerra. Fin dall’inizio i volontari erano stati deludentemente scarsi, ma [comunque] venne costruito sulla carta un considerevole contingente di internazionalisti, [anche se] sembra che rappresentasse solo il cinque o il sei per cento del numero totale dei prigionieri., pochissimi dei suoi membri arrivarono ad essere armati e agli internazionalisti non fu permesso, tranne in un paio di casi, di formare distaccamenti propri, ma vennero distribuiti in diversi scaglioni tra le unità russe12.

Occorre, per analizzare a fondo i fatti storici inerenti quel periodo, comprendere, esattamente come per le diserzioni sul fronte russo, a Caporetto, in Francia e per le proteste dei soldati inglesi dislocati ad Arkhangelsk e per quelli americani destinati a proteggere la linea transiberiana tra il 1918 e il 1919, che tali iniziative, quasi sempre spontanee e di massa, derivavano più dalla stanchezza per la guerra e il servizio militare in sé che non da una precisa scelta di campo ideologica. Così come quella dei marinai della portaerei Gerald Ford che qualche settimana fa è stata danneggiata gravemente da un incendio, molto probabilmente doloso, sviluppatosi a partire dalle lavanderia. Cosa che ha costretto i comandi americani a ritirarla dalla posizione assunta nel Mar Mediterraneo per sostenere le operazioni nel Golfo Persico per farla riparare prima in un porto greco e successivamente a riprendere la via del ritorno verso gli Stati Uniti, dopo una permanenza in mare durata ben oltre i sei mesi di servizio attivo programmato normalmente per le portaerei americane.

Sarebbe stato inoltre il caso da parte dei comandi alleati, che già nel luglio del 1918, su suggerimento dell’addetto militare britannico a Pechino, affermavano che non c’era dubbio che in Trans-Baikalia l’influenza tedesca stesse pericolosamente aumentando, di considerare gli uomini non soltanto come pedine, ma come tutt’altro che immuni alla nostalgia di casa, alla malnutrizione, alle malattie e alla demoralizzazione.

Il buon senso avrebbe dovuto dire agli strateghi alleati che i prigionieri di guerra, molti dei quali per più di tre anni erano stati ammassati in condizioni spaventose, che appartenevano a una mezza dozzina di razze reciprocamente antipatiche e tra i quali gli ufficiali erano divisi dai soldati, non avrebbero mai potuto costituire più di un fattore trascurabile nella situazione russa. Il buon senso però non era certo un ingrediente fondamentale della strategia interventista13.

E’ proprio la casualità del moto, ancor più che la sua causalità, che deve infatti essere compresa da chi voglia opporsi all’esistente, motivo per cui la funzione di un ‘eventuale direzione politica o partito non è quella di creare, ma di comprendere le condizioni in cui sia possibile agire in maniera utile e, possibilmente, vincente. Mentre, come affermava già Marx, «il bue borghese crede e diffonde» le stesse falsità che ha contribuito a creare14, ieri con i giornali e oggi con i social media così massivamente usati da politici e capi di governo per ogni “sommaria” comunicazione!

D’altra parte se gli Alleati si stavano lentamente avvicinando alla decisione di intervenire partendo da indizi sbagliati, anche i bolscevichi furono a tratti confusi da fenomeni come quello dei soldati cechi in rivolta che sembravano operare secondo chissà quali ordini invece che per se stessi. Così come dalla presenza di vari signori della guerra che cercavano di spadroneggiare tra le grandi pianure della Siberia e la vicina Manciuria per scopi prevalentemente banditeschi, approfittando del crollo dell’ordine precedente.

Tra questi un ruolo di rilievo sarebbe stato svolto da un ataman cosacco, un ventottenne capitano di nome Grigori Semënov, compagno per un periodo del famigerato barone Ungern-Stemberg15 che si sarebbe guadagnato nella guerra civile una reputazione di sadica brutalità superata da ben pochi rivali, che con un rapido colpo di mano si era assicurato il controllo di una piccola località, Manzhouli, appena all’interno della frontiera della Manciuria, in cui la Transiberiana si collegava alla Ferrovia Orientale cinese, che forniva la via più diretta per Vladivostock.

Prima di comprendere che il cosacco operava sotto la guida delle autorità giapponesi, interessate già all’epoca ad estendere il dominio imperiale sulla Cina, gli alleati videro in lui un potenziale punto di riferimento per il controllo del territorio siberiano a occidente del porto russo. La sua piccola armata di seicento “canaglie” (di cui due terzi erano costituiti da mongoli e cinesi) venne sbaragliata, nella sua avanzata, da un contingente, che comprendeva alcuni prigionieri di guerra ungheresi, al comando di Lazo, un capo partigiano bolscevico di talento, ma nonostante ciò suscitò tra i francesi e gli inglesi un certo interesse. Così, nei primi giorni di febbraio del 1918, Semënov ricevette 10.000 sterline e gli inglesi gli promisero una somma simile per ogni mese a venire.

Anche i francesi, informati di questa transazione, cominciarono a sovvenzionare Semënov, mentre i giapponesi fornirono – oltre ai soldi – armi e munizioni e un certo numero di “volontari” che arrivarono a Manzhouli in borghese e, oltre a presidiare i cannoni da campo di Semënov, costituirono il fiore della sua fanteria. […] Il Giappone, unico tra i tre benefattori di Semënov, esercitò una certa misura di controllo sulle sue attività16.

Le illusioni riconducibili alla figura di Semënov, sul quale gli alleati europei smisero ben presto di far conto, sono da ricordare soltanto per sottolineare le profonda confusione, le contraddizioni e le rivalità che animavano lo schieramento dei fautori dell’intervento in Russia. Così, anche se una fotografia contenuta nel volume ci mostra i rappresentanti di nove paesi17 apparentemente uniti dallo scopo comune, in realtà gli obiettivi rimanevano spesso confusi e sostanzialmente nemici tra di loro.

L’unica cosa che inglesi e francesi continuavano a sbandierare era il pericolo rappresentato dalle “forze tedesche” ancora presenti sul campo durante il maggio-giugno dello stesso anno, quando le commissioni tedesco-austriache arrivarono in Russia per definire le condizioni del rimpatrio dei soldati. Cosa che, tra le altre, aveva fatto sì che il riarruolamento degli “internazionalisti” nelle armate sovietiche fosse sospeso.

Tuttavia ciò non impedì agli Alleati di continuare a parlare, e infine di agire, come se ampie quanto imprecisate zone di territorio russo ospitassero importanti concentrazioni di truppe nemiche. Ancora nel settembre 1918 – almeno due mesi dopo che l’ultimo magiaro perplesso aveva restituito il proprio obsoleto fucile Berdan ai magazzini del quartier generale – il Primo Ministro britannico si congratulava con il dottor Masaryk18 per gli “eclatanti successi dalle forze cecoslovacche contro gli eserciti di truppe tedesche e austriache in Siberia”19.

Certo non è stata soltanto la guerra in Iraq ad avere bisogno di inesistenti “pistole fumanti” per giustificare interventi militari destinati soltanto al fallimento dopo inutili distruzioni di vite umane. Mentre la politica militare condotta dal Giappone in Siberia serve a rivelare, insieme a quella americana, la profonda diversità di vedute e di obiettivi tra gli “alleati”. Infatti, mentre Semënov, autentico fantoccio dei giapponesi, si era installato a un’estremità della Ferrovia Orientale cinese:

all’altra estremità, saldamente confinato in un luogo chiamato Pogranichnaia, un altro leader cosacco, di nome Kalmykov, un delinquente minore ma per certi versi più rivoltante di Semënov, era ancora più alle dipendenze dei padroni giapponesi.
Cosa ancor più importante di tutti questi intrallazzi, il Giappone concluse a metà maggio un accordo militare segreto con la Cina che prevedeva la cooperazione tra le rispettive forze armate se “il nemico” avesse minacciato i loro territori o “la pace o la tranquillità generale in Estremo Oriente”. Poiché il nemico non veniva identificato, i limiti geografici dell’Estremo Oriente non erano definiti e non veniva offerta alcuna interpretazione di ciò che poteva essere considerato una minaccia alla pace generale e alla tranquillità, il trattato dava di fatto al Giappone il diritto di dispiegare le proprie truppe sul territorio cinese ogni volta che avesse voluto inventarsi un pretesto per farlo. [Il Giappone] Voleva consolidare la propria sfera d’influenza in Manciuria. [I suoi] obiettivi finali erano quindi diametralmente opposti, anche se non dichiaratamente, a quelli degli alleati. L’ultima cosa che il Giappone voleva era proprio […] un’amministrazione russa forte e stabile in Siberia. Il Giappone aveva tutto l’interesse a creare l’anarchia, o perlomeno il sistema di signori della guerra che Semënov, con il suo aiuto, aveva così vividamente esemplificato20.

Se al lettore paziente tutto ciò facesse venire in mente non soltanto l’attuale politica di Israele nei confronti del Medio Oriente, ma anche il miglior romanzo a fumetti di Hugo Pratt21, non sarebbe molto lontano dal vero e proprio per questo motivo si è scelto di illustrare questo articolo con immagini provenienti dai bozzetti preparatori o dalle pagine dello stesso.

Ma ancor più destinato a creare confusione fu l’intervento americano, per giustificare il quale l’allora presidente Wilson scrisse pagine degne del miglior Donald Trump, in piena crisi di senescenza personale e imperiale americana. Una decisione di intervento, ratificata il 6 luglio del 1918, a favore di quella che, nel frattempo, era stata denominata Legione ceca, ovvero quell’insieme di circa 40.000 soldati, di cui 12.000 arrivati a Vladivostock in attesa di navi che non c’erano, dislocati lungo i 4.800 chilometri della Transiberiana tra Irkutsk e Penza. Una decisione presentata da Wilson al suo Segretari di Stato e successivamente agli ambasciatori alleati per mezzo di un memoir composto alla macchina da scrivere dallo stesso presidente22.

«L’azione militare», vi si affermava, «è ammissibile in Russia […] solo per aiutare i cecoslovacchi a consolidare le proprie unità, a cooperare con successo con i fratelli slavi e per sostenere qualsiasi sforzi di autogoverno o di autodifesa in cui i russi stessi potrebbero essere disposti ad accettare aiuto.» E anche se una nuova versione presentata successivamente avrebbe ripreso il pericolo rappresentato dai prigionieri armati tedeschi e austriaci, quel documento non aveva quasi alcun significato: «Quali russi? Autodifesa contro chi? E soprattutto cosa aveva a che fare con la vittoria della guerra contro la Germania il fatto che i cechi “potessero collaborare con successo con i loro fratelli slavi”?»23 Soprattutto una volta considerato il fatto che molti fuggitivi e ufficiali russi filo-zaristi avevano dato vita ad Harbin ad una comunità piuttosto numerosa, presieduta dal generale Horvat, dove:

Nelle sale pubbliche sovraffollate dell’Hotel Moderne gli speroni tintinnavano senza posa, risuonavano brindisi patriottici e gli occhi si riempivano di lacrime. Gli opinionisti anatomizzavano i pettegolezzi, le canaglie portavano avanti intrighi e gli speculatori facevano fortuna. Si scambiavano saluti, si baciavano le mani, si lucidava l’elsa della spada. Ma a parte qualche losco e deplorevole avventuriero nessuno lasciò la scena di questo tableau vivant marzial-patriottico per prendere un treno verso il fronte24.

E se tutto ciò, ancora una volta, suggerisse al lettore qualche parallelo con le politiche internazionali, e soprattutto europee, nei confronti del conflitto russo-ucraino attuale…beh, ancora una volta non si sbaglierebbe di certo. Così come sembra confermare l’immagine di un territorio frammentato in vari governatorati e percorso da piccoli e grandi eserciti, ognuno rispondente ad esigenze ed interessi diversi.

Deve essere allora chiaro, in chiusura, che il successivo ruolo svolto dall’ammiraglio russo Aleksandr Vasil’evič Kolčak (San Pietroburgo 1874-Irkutsk 1920), ex-comandante della flotta russa del Baltico destituito dall’incarico a seguito della Rivoluzione, nella posizione assunta nelle armate Bianche dopo essersi volontariamente presentato ai comandi alleati per continuare a battersi anche come semplice soldato, tanto da far ipotizzare in un primo tempo ai comandi britannici di usarlo in Mesopotamia, sarebbe stato destinato all’insuccesso fin dall’inizio.

Nonostante i suoi progetti di liberare la famiglia del zar, che non contribuirono ad altro che a indurre i bolscevichi ad eliminarne tutti i componenti il più rapidamente possibile nella notte tra il 16 e il 17 luglio 1918 a Ekaterinburg; le sue iniziali vittorie e la fondazione di una Repubblica siberiana di cui si autonominò dittatore, Kolčak finì come tutti i mercenari di talento, come Wallenstein nella Guerra dei Trent’anni oppure Yevgeny Prigozhin nell’odierna guerra in Ucraina, ovvero tradito dai suoi stesi padroni, infastiditi da una personalità tendente ad ampliare i limiti entro cui avrebbe dovuto esclusivamente muoversi.

Kolčak avrebbe allora perso l’appoggio della legione Ceca e della Quinta divisione fucilieri polacca che si ritirarono dal conflitto già nell’ottobre 1918, mentre il nuovo comandante della Legione Ceca, il generale francese Janin, lo considerava un mero strumento dei britannici. Kolčak non poté neppure contare sull’aiuto dei giapponesi che temevano che volesse interferire con la loro occupazione dell’estremo oriente russo, mentre le truppe americane stanziate in Siberia finirono col dichiarsi strettamente neutrali riguardo “agli affari interni russi” e rimasero solo per sovraintendere alla “sicurezza” della Ferrovia Transiberiana.

Quando nel 1919 le forze dell’Armata Rossa riuscirono a riorganizzarsi e passarono al contrattacco, l’esercito di Kolčak iniziò a perdere terreno. I bolscevichi scatenarono la controffensiva nell’aprile, e, alla fine del mese di giugno, le forze di Michail Tuchačevskij sfondarono le difese dei Bianchi sugli Urali, catturando Čeljabinskil 25 luglio. Ma Kolčak era anche sotto la minaccia di nemici interni al proprio Stato: oppositori locali iniziarono a cospirare contro il suo potere e persino il supporto inglese venne meno, riponendo il governo britannico più fiducia in Denikin.

Kolčak fu costretto a lasciare Omsk, sede del suo comando, utilizzando la ferrovia Transiberiana il 13 novembre 1919; attraversando aree controllate dai Cecoslovacchi fu più volte fermato e successivamente dichiarato decaduto dal comando. Anche se a Kolčak fu promesso che sarebbe stato consegnato al comando britannico a Irkutsk, dove però, il 20 gennaio 1920, il governo della città aveva rimesso il potere nelle mani di un comitato bolscevico. A seguito dell’arrivo di un ordine da Mosca, fu condannato a morte e fucilato all’alba del 7 febbraio.

Anche se la guerra sarebbe finita circa due anni dopo, con la tragica repressione della ribelle Kronstadt e la disastrosa iniziativa di avanzata bolscevica e delle armate rosse sulla Vistola, che non avrebbe tenuto conto del fatto che la possibilità di un appoggio rivoluzionario in Germania era venuto meno con la repressione dell’insurrezione spartachista del gennaio 1919 da parte del socialdemocratico Noske, che aveva concesso piena libertà d’azione ai Freikorps formati da volontari nazionalisti, in realtà fruttò alcuni risultati degni di attenzione.

In particolare la disarticolazione dell’intervento alleato, cui alla confusione di intenti si sovrappose molto rapidamente il rifiuto dei soldati, soprattutto inglesi e americani, di continuare la permanenza e lo stato di belligeranza in Russia. La piena riaffermazione del governo bolscevico sui territori dell’ex-impero zarista e la diffusione verso l’Asia centrale e l’Estremo Oriente delle idee rivoluzionarie e socialiste. Diffusione che, contribuendo ad animare le iniziative rivoluzionarie in tutto l’area fino alla costituzione della Repubblica Popolare cinese e ancor più avnti nel tempo, compensò l’autentico scacco subito in Occidente dalle altalenanti politiche dell’Internazionale comunista, prima e dopo l’avvento dello stalinismo.

Se, infine, il disastro delle strategie alleate e delle armate bianche in Siberia nel corso del 1918-19 dovesse suggerire al paziente lettore un parallelo con il recente fallimento politico e militare americano nel Golfo Persico, non dovrebbe fare altro che leggere qui per trovare conferma delle proprie supposizioni.


  1. P. Fleming, Prefazione a Il destino dell’ammiraglio Kolčak, Edizioni Medhelan, Milano 2024, pp. 17-18.  

  2. Si veda: C. Miéville, Ottobre. Storia della Rivoluzione russa, Nutrimenti, Roma 2017.  

  3. P. Fleming, Il destino dell’ammiraglio Kolčak, Edizioni Medhelan, Milano 2024, pp. 35-36.  

  4. P. Fleming, op. cit., p. 37.  

  5. La battaglia di Passchendaele fu combattuta tra il 31 luglio e il 6 novembre 1917. L’obiettivo franco-britannico consisteva nel prendere possesso dei crinali meridionali e orientali nei pressi della città belga di Ypres nelle Fiandre, ma per le elevatissime perdite subite, i modesti risultati e l’incapacità dei generali britannici, la battaglia di Passchendaele nella storiografia britannica diventò sinonimo di fiasco militare, mentre lo storico militare Basil Liddell Hart la definì”il più triste dramma della storia militare inglese”.  

  6. Fleming, op. cit., pp. 38-39.  

  7. Ibidem, p.39.  

  8. Ibid., pp. 25-26.  

  9. Ivi, pp. 29-30.  

  10. ibid., p. 74.  

  11. Si veda: P. Hopkirk, Il Grande Gioco, Adelphi Edizioni, Milano 2004.  

  12. Fleming, op. cit., pp. 75-76.  

  13. Ivi, p. 75.  

  14. K. Marx – Lettera a Kugelmann del 27 luglio 1871.  

  15. Si veda: V. Pozner, Il barone sanguinario, Adelphi Edizioni, Milano 2012.  

  16. Fleming, op. cit., pp. 63-64.  

  17. Si tratta di una fotografia scattata a Vladivostock in cui sono presenti, in pose più o mene austere e marziali, gli ufficiali americani, giapponesi, polacchi, inglesi, rumeni, francesi, italiani, cinesi e cecoslovacchi dei contingenti militari presenti in città.  

  18. Tomáš Garrigue Masaryk, primo presidente della Cecoslovacchia eletto nel 1918.  

  19. Fleming, op. cit., p. 77.  

  20. Ibidem, pp. 86-89.  

  21. Corte Sconta detta Arcana, appartenente al ciclo di Corto Maltese e uscito originariamente a puntate su «Linus» tra il 1974 e il 1977.  

  22. Oggi avrebbe avuto a disposizione X, Truth o gli altri social usati quotidianamente da “The Donald”.  

  23. Fleming, op. cit., pp. 82-83.  

  24. Ivi, p. 64.  

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Il nuovo disordine mondiale / 34 – Di cosa parliamo quando parliamo di guerra https://www.carmillaonline.com/2026/04/08/il-nuovo-disordine-mondiale-34-di-cosa-parliamo-quando-parliamo-di-guerra/ Wed, 08 Apr 2026 20:00:50 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93819 di Sandro Moiso

Nulla sarebbe più nefasto se il proletariato preservasse dall’attuale guerra mondiale una pur minima illusione e speranza sulla possibilità di una continuazione idilliaca e pacifica del capitalismo. (Rosa Luxemburg, Juniusbrochüre)

Warzone, warzone / We’re living in a warzone / It’s a warzone. (Yoko Ono, Warzone, 2018)

Il giornalista ed economista Mario Deaglio ha recentemente scritto su «La Stampa» che:

Al centro dell’attuale guerra che tutto avvolge c’è lo stretto di Hormuz, diventato il simbolo molto concreto di una stretta alla crescita mondiale. Occorre però ricordare che alle guerre esterne si aggiungono quelle interne, contro gli immigrati [...]]]> di Sandro Moiso

Nulla sarebbe più nefasto se il proletariato preservasse dall’attuale guerra mondiale una pur minima illusione e speranza sulla possibilità di una continuazione idilliaca e pacifica del capitalismo. (Rosa Luxemburg, Juniusbrochüre)

Warzone, warzone / We’re living in a warzone / It’s a warzone. (Yoko Ono, Warzone, 2018)

Il giornalista ed economista Mario Deaglio ha recentemente scritto su «La Stampa» che:

Al centro dell’attuale guerra che tutto avvolge c’è lo stretto di Hormuz, diventato il simbolo molto concreto di una stretta alla crescita mondiale.
Occorre però ricordare che alle guerre esterne si aggiungono quelle interne, contro gli immigrati illegali [con] le note tensioni che questo ha provocato e sta ancora provocando in numerose parti degli Stati Uniti. Per non parlare delle guerre economiche, condotte dalla presidenza Trump in pratica contro tutti i paesi del mondo: alle loro esportazioni verso gli Stati Uniti Trump ha applicato dazi all’entrata nel territorio americano variandoli in maniera “capricciosa” e molto frequentemente.
[…] Il marchio “guerra” è rimasto in questo modo il solo elemento dominante, in un mondo che era abituato a considerarlo come ultimissima possibilità da evitare con cura finché possibile1.

Occorre iniziare da queste parole per osservare come, ad un primo e disattento sguardo, la guerra, come attività distruttiva e di conquista, costituisca invece una caratteristica ineludibile delle società umane, poiché un certo grado di violenza ha sempre caratterizzato i rapporti all’interno della specie e della stessa con l’ambiente fin dalle sue origini.

Basti pensare ai graffiti lasciati dai nostri antenati sulle pareti delle grotte di Lascaux in Francia o, più a nord oltre il circolo polare artico, ad Alta in Norvegia, oppure ancora ai più recenti graffiti in Val Camonica, che rendono evidente come l’uso della forza organizzata socialmente, almeno per la caccia di grossi animali e di branchi interi, abbia costituito un elemento importante per lo sviluppo delle antiche società di cacciatori-raccoglitori.

Tutto ciò andava ricordato per sottolineare come l’uso della violenza o della forza organizzata non costituisca, come oggi troppo spesso si tende ad enfatizzare, una deviazione da un’etica del ripudio della violenza che si vorrebbe data una volta per sempre e che dovrebbe costituire una delle principali caratteristiche dell’essere umani.

Gli stessi scavi archeologici e le ricerche paleontologiche, oltretutto, continuano a riportare alla luce resti umani, sia maschili che femminili, sui quali i segni della violenza sono ancora, a migliaia di anni di distanza, ben visibili. Confermando spesso che il ruolo “attivo” nell’uso della violenza non sia sempre e solo stato caratteristico del carattere maschile, dimostrando come le idealizzazioni e le semplificazioni rispetto agli scenari possibili per l’interpretazione della storia passata non siano certo utili per la comprensione della stessa, proiettando visioni utopiche, prodotte in tempi recenti, sul passato.

Anche le guerre portate a termine dalle civiltà successive, che spesso hanno costituito come nel caso dell’Iliade omerica il fondamento dello sviluppo dell’immaginario “epico” dell’Occidente, non possono essere messe in un unico calderone cui dare il nome di «guerra» e come tale usarlo per definire il fenomeno una volta per tutte. Ieri, oggi, domani: senza alcun riferimento alle motivazioni materiali e ai modi di produzione che, di volta in volta, l’hanno determinata, la determinano e la potrebbero determinare ancora nell’immediato futuro.

Certo, fin dal poema omerico, passando per il Mahābhārata per poi giungere a ricostruzioni di carattere storico come La guerra del Peloponneso di Tucidide o La guerra gallica di Giulio Cesare, le memorie e le pagine antiche sono cariche di episodi di violenza belluina e di distruzioni crudelissime di vite umane. E proprio a partire dal poema indiano appena citato, su questa narrazione violenta del passato si è anche basato il mito di una razza, quella degli Arii 2, che della propria forza e determinazione avrebbe fatto la propria caratteristica, giustificandone il diritto a dominare i popoli sottomessi.
Una visione della società che si rifletterà nelle caste guerriere che domineranno per diversi secoli l’Europa, tra la caduta dell’Impero romano e i primi secoli dopo il Mille a seguito delle successive invasione di popoli di stirpe germanica.

L’aristocrazia feudale medievale, infatti, proprio sulla “festa crudele“ della guerra avrebbe fondato il proprio potere e il proprio diritto a governare e a nominare i re3. Un gioco riservato principalmente a uomini cresciuti e addestrati nel culto della guerra, all’interno dei cui schemi il ruolo delle fanterie, costituite principalmente da contadini e servi trasformati alla bisogna in soldati, sarebbe per diversi secoli rimasto secondario. Lasciando così alla cavalleria il ruolo di protagonista, anche in termini di violenza esercitata e subita.

Una società cavalleresca che si sarebbe anche espressa in nuovi poemi, dal Ciclo Arturiano alla Chanson de Roland, sviluppatisi essenzialmente in terra di Francia. Poemi che esaltavano la figura del nobile cavaliere, rimuovendo del tutto il carico di violenza che questo poteva esercitare sugli strati inferiori della popolazione, sottoposta, spesso, a soprusi, imposizioni e umiliazioni, e che a loro volta furono alla base delle rivolte contadine destinate a mettere in crisi lo stesso ordinamento sociale feudale4.

Sarà soltanto con l’avvento delle milizie mercenarie e, soprattutto, con quello dell’arma da fuoco che la cavalleria aristocratica avrebbe dovuto lasciare sempre più il campo alla fanteria, ben inquadrata e armata di picche e archibugi, armi destinate a portare lo scompiglio e la sconfitta tra le schiere dei vecchi professionisti della guerra. Soprattutto a partire dalla battaglia di Pavia (24 febbraio 1525), in cui l’esercito francese guidato personalmente dal re Francesco I sarebbe stato duramente sconfitto dall’armata imperiale di Carlo V, formata da 12000 lanzichenecchi tedeschi e 5000 soldati dei tercio spagnoli5, che fece prigioniero lo stesso re di Francia.

L’episodio avrebbe in seguito svolto un ruolo non secondario nel cambiamento dell’immaginario collettivo6 artistico e popolare. Un cambiamento di prospettiva che non avrebbe solo permesso ad un poeta di corte come Ludovico Ariosto di irridere la figura del cavaliere con un poema (prima edizione 1516) in cui il paladino più noto della cristianità, Orlando o Rolando, non solo perdeva il senno, ma si trasformava in un’autentica belva destinata, una volta persi i paramenti della nobiltà (corazza, armi, elmo e scudo), a distruggere più che gli avversari militari, la vita e gli averi di pastori, agricoltori e abitanti dei borghi7. Ma che, successivamente, avrebbe rivelato tutta la fragilità, anche militare, di un sistema che si riteneva innato: quello della tripartizione dei ruoli tra chierici, guerrieri e contadini. Scoperta e allo stesso tempo anche rifiuto che avrebbe da lì a poco portato alla guerra dei contadini tedeschi (ma non solo) che coinvolse al suo apice, nella primavera-estate del 1525, un numero stimato intorno ai 300 000 insorti8.

Il periodo tra il XVI e il XVII secolo si rivela così come un autentico turning point per la storia non solo economica, sociale e coloniale dell’Europa, e dei continenti conquistati con la forza, ma anche per quella militare. Nascono infatti in quel periodo gli eserciti direttamente finanziati dai governi e dagli stati sovrani, si diffonde a macchia d’olio l’uso delle armi da fuoco e delle artiglierie (navali e di terra), giungendo a determinare la fine di quei castelli le cui alte mura e torri avevano rappresentato, non solo simbolicamente, il potere feudale. Cambiava così il ruolo della nobiltà, che nel frattempo si era imborghesita, e prendevano forma gli eserciti moderni, in cui il potere della finanza per armarli e sostenerli diventava importante quanto quello dell’addestramento all’uso delle armi e della logistica.

La guerra civile europea rappresentata dalla Guerra dei Trent’anni (1618-1648) avrebbe costituito un passaggio decisivo verso le guerre moderne del capitale che dopo aver imposto quella senza quartiere ai popoli altri, con cui la “civiltà cristiana” era entrata in contatto, l’avrebbe importata sul suolo europeo in occasione di quelle che furono definite «guerre di religione», il cui imperativo per i vinti sarebbe stato soltanto quello di arrendersi e sottomettersi oppure perire.

Complessivamente si stima che la Guerra dei Trent’anni sia costata all’Europa tra i diciotto e i venti milioni di morti, considerato anche che ai disastri provocati dal conflitto stesso (battaglie, saccheggi, distruzioni) andarono ad aggiungersi carestie prolungate ed epidemie ricorrenti di peste bubbonica e polmonare. Diffuse spesso dalle compagnie mercenarie che per un periodo sembrarono poter addirittura prendere il sopravvento decisionale e militare sugli stessi stati e imperi9.

Se da un lato, però, un tale disastro umano ed economico sarebbe stato destinato a infiammare l’immaginario millenaristico della guerra civile o Prima Rivoluzione inglese (1642 – 1651) che, nel 1649, fu per la prima volta testimone dell’esecuzione “sacrilega” di un re da parte del popolo e dei suoi rappresentanti, dall’altro avrebbe anche convinto i governanti della difficoltà insostenibile di una guerra di tal fatta, sia dal punto di vista dei costi che della riduzione del numero dei sudditi civili. Aprendo così la strada a quelle guerre “barocche” in cui le manovre ben ordinate e lo schieramento sul campo avrebbero spesso, anche se non sempre, determinato l’esito delle battaglie.

Sarebbero poi state la Guerra di indipendenza americana, la guerra dei Sette anni e la Rivoluzione francese, soprattutto con l’avvento di Napoleone e del suo pensiero militare, a riportare il treno della guerra sui binari della ormai prossima modernità. Sia in chiave di efficienza e riorganizzazione degli apparati bellici e del pensiero militare che di sviluppo delle tecnologie applicate alla distruzione degli esseri umani come frutto avvelenato, dalla fine del XVIII secolo in poi, del tanto vantato progresso introdotto dalla Rivoluzione industriale. Mentre la guerra stessa, con la costituzione degli eserciti su base nazionale e il servizio di leva, diventava anche strumento di formazione ed educazione dei “cittadini”.

Motivo per cui la guerra civile americana (1861-1865), la guerra franco-prussiana e le guerre coloniali, soprattutto in Africa, degli imperi europei, avrebbero definitivamente posto le basi per le guerre del XX secolo con l’uso di fucili a ripetizione, mitragliatrici e trincee10. Aprendo così la strada al primo grande macello imperialista, meglio noto come Prima guerra mondiale, che avrebbe poi informato di sè tutto il secolo successivo, e ancora l’attuale, non solo dal punto di vista militare, ma anche politico, ideologico, economico, produttivo, sociale e ambientale.

Ma, occorre qui dirlo, tale distruttività sistemica che avrebbe visto crescere in maniera esponenziale sia le distruzione che il numero di vittime militari11 e civili, soprattutto queste ultime a partire dalla Seconda guerra mondiale12 principalmente a causa dei bombardamenti a tappeto su obiettivi civili teorizzati fin dal 1921 dall’italiano Giulio Dohuet13, affondava e tutt’ora affonda le sue radici in un modo di produzione che della guerra ha fatto, a ogni livello, la sua norma esistenziale. Più, e forse al contrario, di ogni altra società precedente. In cui la guerra poteva essere sì crudele e spietata, ma quasi sempre rappresentava un momento transitorio, di passaggio si potrebbe dire, necessario ma non di primario interesse. Compresa quella cavalleresca.

L’attuale attenzione per la guerra o le guerre in corso che l’odierna crisi militare, politica ed economica internazionale, che vede coinvolti attori grandi e piccoli della scena geopolitica mondiale, risvegliatasi nei media, nei discorsi governativi e in un’opinione pubblica in gran parte tutt’altro che favorevole a farsi macellare in nome dei più alti ideali di libertà e “democrazia” suggeriti dai primi due, ci deve però spingere ad individuare i caratteri di una tendenza alla guerra che caratterizza i rapporti di produzione, scambio e ridistribuzione della ricchezza della società venutasi a costituire non solo nel corso del XX secolo, ma fin dai tempi dell’accumulazione originaria e delle successive e diacroniche rivoluzioni industriali.

Una società o un’economia, quella che per comodità espressiva si può definire tout court come capitalistica, che fin dalle sue origini ha fatto della prevaricazione e della sottomissione della specie e della natura agli interessi di pochi la sua normale condizione di esistenza. Una società in cui la concorrenza tra gli individui, le imprese, le nazioni e gli imperi economici e politici costituisce la pratica quotidiana, data per scontata, inevitabile e irrimediabilmente destinata a dare vita a conflitti di ordine giuridico, militare, politico e di classe. Conflitti e contraddizioni, destinati a sorgere e ad ingrandirsi in maniera esponenziale, che non costituiscono la conseguenza di anomalie del sistema oppure i suoi frutti marci o una momentanea necessità, ma, al contrario, il pieno realizzarsi di un avvicendamento politico, economico e militare che non potrà aver fine se non con un radicale rovesciamento della sua essenza e dei suoi paradigmi.

Come affermava ancora Rosa Luxemburg, già citata in epigrafe, «il suo ulteriore dominio non è compatibile con il progresso dell’umanità»14 poiché per la prima volta nella storia, sfruttamento e disoccupazione, alienazione e crisi, guerra e distruzione non sono i prodotti accidentali e gli effetti collaterali di un dato modo di produzione e riproduzione della vita e del suo sostentamento, ma, piuttosto, la sua inevitabile e necessaria conseguenza, la sua «condizione di vita».

In una società in cui, arricchendo la definizione data da Thomas Hobbes con l’intuizione di John Stuart Mill, Homo oeconomicus – homini lupus, l’uomo egoisticamente rivolto alla realizzazione del proprio interesse individuale è lupo tra gli altri uomini, la polemologia, lo studio della guerra e delle sua cause psicologiche e sociali, pare essere, insieme alla critica del modello sociale basato sull’estrazione del plusvalore, lo strumento più adatto per comprendere i rapporti tra uomini, imprese, classi e nazioni. Tanto da spingere in direzione di un ribaltamento della celebre frase di Karl von Clausewitz, “la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi”, tratta dalla sua opera più celebre, in ”la politica non è che la continuazione della guerra con altri mezzi” come intuì già più di quarant’anni fa Michel Foucault.

Molti degli attori che criticano Donald Trump per il suo approccio destabilizzante (unpredictable) e pericoloso per gli equilibri globali, sono gli stessi che traggono vantaggio diretto dall’economia della guerra. Perché al netto dell’ipocrisia, di una narrazione di facciata, la guerra moderna è parte integrante dell’economia globale. Non una sua deviazione, ma un ingranaggio del sistema.
Un approfondito report pubblicato in questi giorni sul sito di intelligence Debuglies.com analizza proprio la trasformazione del cosiddetto “complesso militare-industriale-finanziario” […] sostenendo che il sistema occidentale della difesa non può più essere interpretato come semplice relazione tra Stato e industria militare, ma come una struttura integrata in cui capitale finanziario, politiche pubbliche e conflitto armato si alimentano reciprocamente. L’idea centrale è che la sicurezza sia diventata un asset. Gli interessi finanziari del settore della Difesa non sono più concentrati in una classe identificabile di ricchi proprietari dell’industria e dei loro sostenitori politici. Sono diffusi nell’infrastruttura di risparmio e previdenza di ampi segmenti di popolazione15.

La guerra è la norma di esistenza di un modo di produzione basato sull’appropriazione circoscritta e privata della ricchezza socialmente prodotta e la politica che accompagna la sua azione sociale, sia nelle fasi in cui le armi tacciono che in quelle in cui le stesse sgranano i loro tristi rosari di morte, è sempre una politica di guerra. Anche perché, a ben vedere, è difficile differenziare nettamente le due attività, quella politica e quella militare, considerando i conflitti armati che sembrano accompagnare, vicini o lontani che siano, ogni fase del percorso della società in cui siamo immersi.

Soprattutto in una fase storica in cui la rimozione del discorso della guerra dall’orizzonte politico è stata a lungo accompagnata da una militarizzazione costante della società civile. Non soltanto perché sempre più spesso le operazioni militari sono state definite come “missioni di pace” oppure “di polizia internazionale”, ma soprattutto perché le politiche securitarie, portate avanti da anni contro i migranti, il terrorismo vero o presunto e i conflitti sociali territoriali (come quelli del Valsusa e della Zad, solo per citarne alcuni) hanno abituato i cittadini degli stati ancora “non belligeranti” ad una presenza costante dei militari sul territori metropolitani e ad un uso sconsiderato delle armi da guerra (gas CS, granate accecanti e stordenti, proiettili di gomma ad alta velocità, autoblindo nelle città e durante le manifestazioni, la definizione delle grandi opere inutili come “opere di importanza strategica” ) che di fatto hanno finito col trasformano ogni dettaglio del cosiddetto ordine pubblico in un’azione militare vera e propria.

Senza considerare poi il fatto che gli stessi videogame di carattere bellico abituano, fin dalla più tenera età, i giocatori ad utilizzare di fatto quelli che nella guerra condotta “a distanza” saranno poi i droni, i visori notturni e allo stesso tempo allo sterminio di un nemico disumanizzato per procedere nel gioco e passare a livelli superiori di complessità e di violenza. Come le trasformazioni tecnologiche avvenute direttamente sul campo in Ucraina, ma anche in Medio Oriente e a Gaza hanno spietatamente confermato e ancora confermano.

Un po’ come per la morte, l’Occidente sembrava aver allontanato da sé il memento mori per fingere che morte, anch’essa dipinta sempre più spesso come un fatto casuale e inaspettato, e guerra siano in fin dei conti frutto di errori e di problemi ancora non risolti dallo stesso ordine sociale che ne causa il rinvigorimento e la massiccia diffusione. Una sfortunata disgrazia insomma, e nulla più.

Con la conseguenza che a partire dal 2022, non importa qui delineare le responsabilità di quel conflitto allora apertosi e ancora ben lontano da una possibile conclusione essendosi nel frattempo allargato a tutto il Medio Oriente, davanti alla politica occidentale si è aperto un autentico baratro, che si è cercato di riempire con vacue promesse di vittoria sulla barbarie asiatica o sulle autocrazie, e con lo sviluppo di economie di guerra che per ora hanno soltanto ridotto all’osso la spesa sociale, soprattutto in quell’Europa occidentale che aveva fatto del welfare lo status symbol di una integrazione tra le classi e le etnie mai realmente realizzata e, anzi, in fase di decurtazione ormai da anni.

Cosa cui i recenti, pesanti dazi di Donald Trump, accompagnati dalle parole sul possibile abbandono della NATO, che dovrebbe così accollarsi il cento per cento della spesa per il rifornimento dell’esercito ucraino, insieme all’invito rivolto alla stessa a partecipare direttamente allo scontro militare nel Golfo Persico e alla grave crisi dei costi di gas e petrolio che ne è derivata, hanno finito col negare ogni speranza di ripresa se non attraverso un rilancio dell’industria bellica, unica risorsa possibile, economica e mediatica, rimasta in mano ai governi in carica in Europa.

Soprattutto dopo le letali sanzioni, per l’economia europea, adottate «per costringere Putin alla resa». Arma che si è sempre accompagnata a quella di dichiarare «crimine di guerra» quasi ogni azione portata a termine dagli avversari, dimenticando o, meglio, nascondendo il fatto che ogni atto di guerra e della sua economia politica costituisce già di per sé un crimine: contro la specie, l’ambiente e la vita sul pianeta.

Tutto questo va sottolineato non in nome di un generico e inutile pacifismo, ma per sottolineare come le distruzioni, le violenze, gli stupri, le mutilazioni degli adulti e dei bambini, la loro morte, la fame, il freddo, la mancanza di acqua e l’inquinamento di ogni possibile risorsa agroalimentare sono tutte il naturale corollario delle guerre del capitale. Non importa da che parte siano state dichiarate, perse o vinte. Considerato, inoltre, che proprio questo modo di produzione ha già portato una volta la guerra sull’orlo dell’Apocalisse per mezzo di quelle bombe atomiche che quarant’anni fa erano state testate su Hiroshime e Nagasaki, e che oggi, in un contesto in cui molti governi hanno già scelto la Bomba come arma di pronto impiego, come ad esempio fa pensare la Dichiarazione di Northwood del luglio di quest’anno, per la fornitura di un ombrello nucleare all’Europa da parte di Francia e Regno Unito, per cui la l’atomica torna :

ad essere quel che fu ottant’anni fa, a Hiroshima e a Nagasaki: estremo rimedio per finire il nemico. Ma in un contesto drasticamente diverso. La guerra dei dodici giorni fra Israele e Iran con la partecipazione straordinaria degli Stati Uniti non sarà ricordata per i suoi modesti esiti tattici ma per lo sconvolgimento che ha innestato su scala globale. Perché ha sancito la fine della deterrenza nucleare basata sulla mutua distruzione assicurata.[…] Il regime di non proliferazione formalizzato dal trattato voluto nel 1968 dai detentori della Bomba per impedire che altri se ne dotassero è saltato da tempo. Siamo a quota nove potenze nucleari, con l’Iran sulla soglia e otto variamente latenti […] Giappone su tutti, poi Germania, Corea del Sud, Canada, Paesi bassi, Brasile, Argentina, Taiwan. Presto anche Turchia e Arabia Saudita. persino in Italia potrebbero riaffiorare sepolte velleità nucleari, espresse nel programma segreto franco-germanico-italiano del 1957, bloccato dagli americani (poi da De Gaulle)16.

Come se ciò non bastasse anche le minacce di distruzione e cancellazione di un’intera civiltà espresse da Donald Trump nelle ore scorse nei confronti dell’Iran, nonostante la fittizia trattativa per una tregua portata avanti, ancora una volta, più per guadagnar tempo che per raggiungere concreti risultati sul piano della cessazione del conflitto, sottendono un chiaro riferimento al potenziale uso dell’arma nucleare per risolvere un conflitto che né gli Sati Uniti, né tanto meno Israele, nonostante le sempre più roboanti e trionfali dichiarazioni, possono sperare di vincere in tempi brevi e forse nemmeno in quelli lunghi.

Va infine ricordato come ogni guerra e lo stesso sistema di guerra su cui si basano i rapporti socio-economici di stampo capitalistico rappresenti, sempre, un’aggressione commerciale, economica, finanziaria, ambientale, politica e militare rivolta non soltanto contro i potenziali avversari esterni ma, e forse soprattutto, verso l’interno delle proprie aree nazionali e metropolitane e le comunità che le abitano. Finendo così col porre le basi di una possibile guerra civile, di cui da tempo si avvertono prodromi negli Stati Uniti e nella loro crisi che l’attuale presidente cerca di attutire con escamotage economici, politici, militari e diplomatici rivolti a danneggiare soprattutto gli alleati di un tempo, ma oggi troppo pericolosi dal punto di vista della concorrenza e, soprattutto, del costo per la loro protezione.

Una guerra civile strisciante che è già operante anche qui in Europa e in Italia dove, dalla ZAD alla Valsusa e ogni altro luogo in cui si resiste al modo di produzione dominante e alla sua distruzione dell’ambiente, dei territori e dei rapporti interni alla specie umana per sostituirli, come già detto, con quelli basati sulla competizione e l’odio reciproco, l’azione dello Stato e del suo braccio armato repressivo (polizia, magistratura, forze armate nazionali e mercenarie) assume fisionomie sempre più rigide e aggressive. Una guerra civile che i media stanno preparando e sostenendo, come i conflitti militari esterni, parlando di pacificazione, modernizzazione e democratizzazione.

La resistenza all’estrattivismo e allo sfruttamento dei territori e delle risorse economiche disponibili attraverso l’impianto di grandi opere inutili e dannose va trattata come un tempo i popoli che si opponevano alla colonizzazione europea e proprio come allora chi si oppone al “progresso” deve essere distrutto, umiliato e cancellato dalla faccia della Terra.
Una guerra civile che, sulle tracce di Lenin, secondo le riflessioni del recentemente scomparso Emilio Quadrelli (1956- 2024)17, potrebbe, però, portare, all’interno di un conflitto di più ampia portata, a un radicale cambiamento dell’esistente.

Anche se, in chiusura, quest’ultima riflessione porta chi scrive a ricordare che qualsiasi guerra di fatto costituisce un crimine, poiché “fare la guerra” significa sporcarsi le mani di sangue. Fatto che in sé non può essere né dimenticato né rimosso o, ancor meno, esaltato e rivendicato con la scusa della vendetta o della “giustizia proletaria”. Proprio per impedire che ancora una volta un’eventuale rivoluzione politica finisca col rinnovare solamente i fasti di ciò che si sarebbe voluto abbattere, invece di rappresentare, così come aveva già auspicato Karl Marx, la definitiva uscita della specie umana dalla preistoria.

N.B.
Questo articolo, ampiamente modificato e aggiornato per questa occasione, è precedentemente comparso come postfazione al Quaderno di Into the Black Box #7 – Una congiuntura di guerra.


  1. M. Deaglio, Donald, il fattore G e l’economia del caos, «La Stampa» 3 aprile 2026.  

  2. Il Mahābhārata è un poema epico dai contenuti mitici e religiosi che narra il lontano passato degli Arii, ovvero di un popolo indoeuropeo invasore dell’India. Intriso di epica guerriera propria degli kṣatriya (la casta guerriera), la vicenda si svolge nella regione del Doab, ovvero nell’area compresa tra il fiume Gange e il fiume Yamunā che corrisponde a uno dei primi stanziamenti del popolo degli Arii.  

  3. Si veda: F. Cardini, Quell’antica festa crudele. Guerra e cultura della guerra dal Medioevo alla Rivoluzione francese, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1995.  

  4. Si vedano in proposito i recentissimi: AA.VV., Taboriti. Apocalisse anarco-comunista in Boemia. Analisi e documenti di una rivoluzione tardo medievale, edizioni Tabor, 2025 e AA.VV., Tumulti rusticani. Rivolte e resistenze contadine tra il Medioevo e la Modernità, edizioni Tabor, 2025.  

  5. Il tercio era un’unità militare dell’esercito spagnolo, utilizzato dai monarchi cattolici nel periodo degli Asburgo. Questa formazione di fanteria, composta all’incirca da trecento soldati tra picchieri e moschettieri, si rivelò fondamentale per le guerre tra il XVI e il XVII secolo. Il termine derivava dall’italiano “terzo”, indicando una divisione in tre parti e, di fatto, un’unità d’èlite.  

  6. Si pensi soltanto al poema ariostesco Orlando furioso che nel 1532, con l’edizione definitiva cantò «la brutta invenzione dell’arma da fuoco» (canto XI, vv. 23-28).  

  7. Canti XXIII e XXIV.  

  8. Si veda: M. Pianzola, «Io affilo la mia falce». Thomas Müntzer e la guerra dei contadini tedeschi, edizioni Tabor, Valsusa 2026.  

  9. Si veda: G. Mann, Wallenstein, Sansoni editore, Firenze 1981.  

  10. A solo titolo di esempio occorre qui sottolineare che nella guerra civile americana, o Guerra di Secessione, si stima che tra il 1861 e il 1865 vi furono almeno 620 000 morti, anche se studi più recenti sostengono che 750 000 soldati siano caduti, con un numero imprecisato di civili. Secondo tali stime la guerra causò la morte del 10% di tutti gli uomini degli Stati del Nord tra i venti e i quarantacinque anni e il 30% di tutti gli uomini del Sud tra i diciotto e i quarant’anni.  

  11. La stima del numero totale di vittime della prima guerra mondiale non è mai stata determinata con certezza e varia molto: le cifre più accreditate parlano di un totale, tra militari e civili, compreso tra 15 milioni e più di 17 milioni di morti, con le stime più alte che arrivano fino a 65 milioni di morti includendo nell’insieme anche le vittime mondiali della influenza spagnola del 1918-1919.  

  12. I dati odierni riguardanti le vittime del secondo conflitto mondiale si aggirano intorno ai 70 milioni di cui 45 milioni civili. Probabilmente, però, si tratta di un calcolo ancora al ribasso.  

  13. E che, prima delle atomiche di Hiroshim e Nagasaki, avrebbero raggiunto il loro apice con quelli di Dresda (13 e 15 febbraio 1945) e di Tokyo (9 e 10 marzo 1945).  

  14. R. Luxemburg, «Juniusbrochüre».La critica dell’economia politica, in Id. Scritti scelti, a cura di L. Amodio, Einaudi, Torino 1976, p. 513.  

  15. C. Conti, Chi ci guadagna. La difesa diventa un asset. Così i fondi si arricchiscono, «il Giornale» 5 aprile 2026.  

  16. Quando non ci sei non capisco dove mi trovo, editoriale di «Limes», n° 6/2025, pp. 7-8.  

  17. E. Quadrelli, Sulla guerra. Crisi Conflitto Insurrezione, con quattro contributi di G. Bausano, Red Star Press, Roma 2017.  

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Il nuovo disordine mondiale / 33 – Guerra infinita e fine delle alleanze (tra stati e classi) https://www.carmillaonline.com/2026/03/11/il-nuovo-disordine-mondiale-33-ritorno-al-futuro-per-una-critica-delle-illusioni-perdute/ Wed, 11 Mar 2026 21:00:20 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93384 di Sandro Moiso

Redazione di InfoAut, La lunga frattura, DeriveApprodi, Bologna 2025, pp. 168, 15 euro

E’ ormai chiaro che se ci fosse la terza guerra – od anche in funzione di quella forma cronica di conflitto che potrebbe sostituirla – in ogni paese del mondo agiranno due gruppi opposti che reciprocamente si imputeranno il crimine di tradimento alla civiltà alla democrazia e soprattutto alla pace. Per la cerchia dei politicanti di professione e per larghi strati soprattutto dei famosi ceti medi, si rinunzia in partenza a decifrare il grande problema teorico e storico delle ragioni e dei fini dei [...]]]> di Sandro Moiso

Redazione di InfoAut, La lunga frattura, DeriveApprodi, Bologna 2025, pp. 168, 15 euro

E’ ormai chiaro che se ci fosse la terza guerra – od anche in funzione di quella forma cronica di conflitto che potrebbe sostituirla – in ogni paese del mondo agiranno due gruppi opposti che reciprocamente si imputeranno il crimine di tradimento alla civiltà alla democrazia e soprattutto alla pace. Per la cerchia dei politicanti di professione e per larghi strati soprattutto dei famosi ceti medi, si rinunzia in partenza a decifrare il grande problema teorico e storico delle ragioni e dei fini dei contendenti. (A. Bordiga, Neutralità, in “Prometeo” n.12 – 1949)

Nonostante il fatto che l’attacco statunitense e sionista contro l’Iran, il bombardamento delle scuole e l’ennesimo omicidio “mirato” nei confronti di un leader avversario possano far propendere l’opinione dei più in direzione di una esclusiva e scontata condanna dell’imperialismo americano e delle sue trame e azioni militari messe in atto per rallentare il declino della sua egemonia politica ed economica, occorre cogliere con lucidità le cause di un conflitto che potrebbe diventare planetario; cercando di vedere come questo possa essere non soltanto il frutto di un’univoca volontà di potenza, ma di una sempre più estesa crisi egemonica dell’ordine americano e occidentale del mondo.

Un conflitto allargato, ormai tutt’altro che latente, cui l’aspirante Premio Nobel per la pace, entrato ormai in un irrefrenabile loop discorsivo, sta imprimendo una spinta senza precedenti, probabilmente senza avere un piano del tutto preordinato o una visione delle conseguenze della promessa di poter reggere una “guerra infinita”, così come ha sottolineato «Foreign Affairs»:

le domande più importanti sono rimaste senza risposta dall’amministrazione Trump. In particolare, come finirà questa guerra? E quali saranno le implicazioni strategiche ultime della scommessa sull’Iran? La storia dell’intervento militare americano offre una lezione coerente: le guerre iniziate senza chiari obiettivi politici raramente finiscono bene. Quando gli obiettivi politici sono indefiniti o contestati, la guerra manca di un punto di arresto logico. I successi tattici sollevano interrogativi su cosa verrà dopo, mentre le battute d’arresto tattiche diventano giustificazioni per fare di più. La missione si espande, la linea temporale si allunga e la logica originale svanisce sullo sfondo mentre la guerra acquisisce il suo slancio. Il teorico militare prussiano del diciannovesimo secolo Carl von Clausewitz sosteneva notoriamente che la guerra è politica con altri mezzi. Ma il corollario è altrettanto importante: senza un chiaro scopo politico, la guerra diventa un fine in sé1.

Una guerra dai costi militari ed economici altissimi, condotta a discapito non solo dei principali competitor economico-politici, come vorrebbe la vulgata più diffusa, ma anche di molti alleati: dall’Europa ai paesi del Golfo preoccupati dall’evoluzione di un conflitto che non avrebbero voluto fino alla Turchia di Erdogan che, giorno dopo giorno, si dimostra sempre più riluttante a farsi coinvolgere in un conflitto che, probabilmente, la dissanguerebbe a vantaggio di Israele. Compreso Netanyhau, le cui mire sull’Iran e il regime change divergono profondamente da quelle degli Stati Uniti, ancora decisi a trovare un accordo con una parte dell’attuale regime.

Un conflitto “globale” la cui mancata comprensione delle cause rischia di spingere tra le braccia degli interessi dei vari capitalismi nazionali proprio coloro che dovrebbero essere in prima linea nella lotta contro lo stesso: i giovani e i lavoratori (di ogni genere e nazionalità). Offrendo loro in cambio un’alleanza tra le classi tendente a mascherare le responsabilità delle scelte operate da governi, consessi internazionali, imprese e partiti, anche di sinistra e non soltanto di destra, che stanno portando a un risultato i cui prodromi si potevano intravedere negli avvenimenti internazionali già da molti anni a questa parte.

Una farlocca proposta politica che troppo spesso sembra voler mondare non solo i peccati delle potenze europee, ma anche quelli dei regimi autoritari, falsi socialismi e movimenti di liberazione che, dopo aver assolto il loro compito di superamento dei regimi coloniali precedenti, hanno soltanto arricchito le proprie classi dirigenti, in divisa e non, teocratiche o meno, a discapito degli interessi economici e politici di tutte quelle altre che le avevano affiancate nelle lotte di liberazione.

Mentre gli avvenimenti e le contraddizioni sociali degli ultimi decenni hanno invece contribuito a portare alla luce quel substrato di violenza, forza, corruzione, potere economico e militare che da sempre ha caratterizzato non soltanto l’azione coloniale, imperiale e controrivoluzionaria dell’Occidente, ma anche di quelle borghesie che si sono andate affermando negli spazi lasciati liberi dal ritiro dell’onda colonizzatrice di marca bianca e cristiana. Spesso sfruttando i propri giacimenti di materie prime, gas e petrolio per lo sviluppo di sistemi economici basati principalmente su un estrattivismo destinato a nutrire le potenze coloniali da cui si erano precedentemente distaccate oppure i nuovi imperi economici sorti nel frattempo. Uno scambio ineguale (petrolio e gas, oppure ancor peggio zucchero di canna come nel caso di Cuba, in cambio di tecnologia e armi) che ha permesso ampi margini di guadagno per le potenze con cui si erano stabiliti tali accordi di cooperazione (dell’Est come dell’Ovest).

Rapporti tra stati, imperi e classi che sono stati anche la conseguenza delle narrazioni tossiche dei vincitori del secondo conflitto mondiale (USA e URSS), giustificato con la necessità della lotta per la difesa della democrazia liberale oppure del “socialismo in un solo paese” contro il totalitarismo fascista. Una giustificazione destinata a rimuovere dall’orizzonte politico l’autonoma azione di classe, nemica dell’esistente e dell’ordine borghese e imperiale, da qualsiasi parte questo provenga e sotto qualsiasi veste questo si mascheri.

Un’azione che, invece, avrebbe dimostrato nei fatti, come l’insurrezione operaia di Berlino Est nel 1953 oppure la breve esperienza dei consigli operai ungheresi nel 1956, la falsità dell’idea di “socialismo in un solo paese” di staliniana memoria, che confliggeva radicalmente con quella dell’internazionalismo e dell’unità dei proletari di tutto il mondo, e che, dopo aver contribuito all’eliminazione delle opposizioni e le pratiche politiche antagoniste all’interno dell’Unione Sovietica degli anni Venti e Trenta e nel corso della guerra civile spagnola, era giunta poi a giustificare la necessità della collaborazione tra le classi durante la seconda carneficina mondiale.

Soprattutto quando, sul finire della stessa, i popoli e le classi in rivolta, ma ancora illusi da una visione “frontista” che derivava dai precedenti giri di valzer condotti dai supposti rappresentanti del socialismo al potere con gli avversari fascisti, finirono coll’accodarsi, non sempre con piena convinzione, alla battaglia delle Resistenze in nome della libertà, dell’indipendenza nazionale e della democrazia elettoralistica e parlamentare proposte proprio da coloro che li avevano trascinati in un conflitto che aveva causato centinaia di milioni di morti, precludendo loro ogni speranza di ribaltamento dell’ordine capitalistico internazionale. A differenza, invece, di quanto era successo al termine del Primo conflitto imperialista mondiale.

In tal modo le istanze potenzialmente rivoluzionarie che avevano animato gli intenti dei soldati disertori, degli operai, dei giovani e delle donne che avevano deciso di impugnare le armi per affermare il proprio, reale, diritto alla vita e al godimento collettivo delle ricchezze socialmente prodotte, furono incanalate nelle alleanze con i propri aguzzini che, nel frattempo e dopo essersi serviti dei governi autoritari per reprimere le conseguenze sociali e le speranze in/sorte negli anni successivi alla fine della prima guerra mondiale, avevano deciso di cambiare campo per ri/fondare le nuove nazioni mondate dal peccato fascista e imperialista.

Un periodo di autoritarismi, guerre e distruzioni veniva così ridotto a un breve momento di sbandamento che poteva e doveva essere dimenticato e rimosso dietro alla promessa di una nuova età dell’oro e dei consumi in cui questi ultimi avrebbero dovuto costituire le basi della vera ed unica eguaglianza sociale. Davanti al capitale con qualche miserabile spicciolo in tasca, in cambio della cessione della gestione dell’autonomia di classe ai partiti e sindacati mandatari.

Così anche se, a partire dagli anni Sessanta, in Occidente i movimenti dei lavoratori e dei giovani, trascinati come nel ‘68 proprio dai moti dei popoli delle colonie, riuscirono a ritagliarsi relativi spazi di autonomia politica con forme di lotta che sfuggirono al controllo degli incaricati del mantenimento della pace sociale (Stato, sindacati e partiti social/democratici), lo fecero troppo spesso affidandosi ancora a parole d’ordine d’ispirazione liberale oppure di stampo resistenziale che impedirono di fare completa chiarezza sulle reali cause dei conflitti e delle crisi da cui avevano tratto spunto, dall’Algeria al Vietnam. Finendo così col tradire, sotto l’ombrello di un terzomondismo buono per tutte le stagioni e tutte le cause, oltre che il proletariato delle metropoli imperiali, anche i popoli che ancora lottavano contro i regimi coloniali. Proprio a causa di concezioni politiche ancora ispirate da idee riconducibili sia a quelle liberal-democratiche che a quelle di un “socialismo in un solo paese” da moltiplicarsi per il numero dei paesi coinvolti.

Che sostituivano l’unità del proletariato mondiale con la fiducia riposta in istituzioni internazionali che mai funzionarono se non a vantaggio delle grandi potenze, o in quegli strani conglomerati di paesi ex-coloniali come quello definito, ad esempio, dei “non allineati”, alla cui guida fu designato un uomo come Sukarno che non avrebbe poi mai saputo o voluto opporsi con decisione al massacro dei proletari e dei comunisti indonesiani2 oppure, peggio ancora, con l’alleanza “tattica” con governi o singole nazioni interessate a scalzare la presenza di un avversario imperialista da aree che ritenevano “vitali” per i propri interessi.

Tutto questo andava succintamente ricordato prima di giungere alla recensione del testo redatto collettivamente da InfoAut e pubblicato da DeriveApprodi, per non confondere nemmeno per un secondo quanto qui di seguito sarà detto con le banalizzazioni fin qui denunciate che, su temi importanti come quelli contenuti ne La lunga frattura, rischiano periodicamente di ridurre questioni dirimenti come quelli dell’opposizione alla guerra, all’imperialismo, al colonialismo, se non al modo di produzione capitalistico tout court a livello di semplice partigianesimo se non addirittura a tifoseria da stadio, per cui basterebbe tenere per una delle parti per avere bella e pronta una valida causa per cui battersi. Mentre la realtà è sempre ben più complessa.

Lo sforzo operato dai redattori del testo per fornire una base per un dibattito comune dei movimenti sugli eventi che da qualche tempo scuotono l’ordine sociale e politico occidentale non è certo di poco conto, anche se la collettività del testo forse ha contribuito al far sì che si glissasse su alcune asperità interpretative che avrebbero potuto risultare divisive rispetto alla necessità di dare una prima interpretazione generale di quanto si è annunciato prima.

Il testo inizia proprio là dove una interpretazione più oggettivizzante dei fatti avrebbe invece concluso la riflessione, ovvero mettendo al primo posto le soggettività che hanno dato vita ai movimenti riconducibili allo slogan Blocchiamo tutto! e che hanno visto nel corso dell’autunno del 2025 una straordinaria mobilitazione dal basso riconducibile, in primo luogo, alla difesa del diritto all’esistenza e alla lotta del popolo palestinese e alla contemporanea condanna dell’intervento genocidario dello Stato di Israele a Gaza.

Una mobilitazione di centinaia di migliaia, se non di milioni di persone che in Italia, e non solo, hanno riscoperto nella strage dei palestinesi e nella loro orgogliosa rivendicazione del diritto a vivere con dignità la propria esistenza una condizione comune, una bandiera in cui riconoscersi non soltanto sul piano dei sentimenti e dell’umanitarismo, ma anche su un altro più direttamente politico, in cui studenti, lavoratori, lavoratrici, membri delle classi medie impoverite, immigrati recenti, giovani di seconda generazione e settori di quel vasto proletariato marginale del cui sfruttamento si nutre l’economia attuale hanno colto la necessità di una comune lotta allargata contro un modo di produzione che sulla guerra, sul massacro dei civili e dei soldati, sulla disoccupazione generalizzata e sull’arricchimento di settori sempre più ristretti della società ha costruito l’unica risposta possibile alle conseguenze del collasso dell’ordine mondiale nato dalla Seconda guerra mondiale. Si badi bene: sia tra i suoi sempre più delusi sostenitori che tra i suoi avversari emergenti dal “brodo primordiale” di conflitti nazionalistici e interimperialistici che dalla crisi del precedente ordine derivano.

E qui, proprio per iniziare a rispondere ad alcune formulazioni espresse nel testo, occorre sottolineare il fatto che l’esistenza di conflitti interimperialistici invece di contribuire alla formazione di un super-imperialismo unificato da un comune interesse, come predetto da Kautsky, citato nel testo, abbia invece condotto ad un inasprimento e a una moltiplicazione dei conflitti locali, regionali e in prospettiva di carattere planetario di cui gli Stati Uniti e la Nato non sono più gli unici e meticolosi artefici. Fatto che il termine “multipolarismo” riassume, come si afferma nel testo, in maniera ancora superficiale e fuorviante.

Proprio a partire da ciò si è potuto assistere, nel corso degli ultimi anni, ad una disgregazione dei rapporti di alleanza occidentali che proprio nella Nato avevano trovato per sessant’anni il loro centro direzionale e motivazionale. Una crisi, di cui Trump è manifestazione e non artefice come molti paiono più o meno sinceramente credere, che fa sì che gli Stati Uniti sentano la necessità, dopo l’illusoria ubriacatura della globalizzazione e averne misurato le effettive conseguenze, di riaffermare con l’uso della forza ampie sfere di influenza da cui ripartire per controllare parti di mondo e materie prime, esattamente come al termine del secondo conflitto mondiale, quando la vera spartizione del pianeta era avvenuta tra USA e URSS.

Una spartizione che ora, però, deve comprendere, oltre alla Russia, un terzo commensale: la Cina. Una spartizione che certo non prelude ad una pace universale ma che, almeno per coloro che la impongono, dovrebbe servire a rinviare nel tempo l’inevitabile scontro per il controllo delle ricchezza e delle risorse del pianeta. Che da parte statunitense, come nella guerra che sta infiammando l’intero Medio Oriente, assume le forme devastanti e autoritarie di una sorta di scacchistico “arrocco attivo”.

Scelta che ha portato il pokerista Trump, come lui stesso ama definirsi, ad agire pericolosamente per mantenere l’egemonia nel controllo delle risorse petrolifere mondiali, nell’illusione, forse, di giungere ad una “soluzione venezuelana” della guerra e dell’assedio marittimo, ma senza tener conto del controllo ferreo del regime degli ayatollah sul territorio e sulle risorse dell’Iran.

Dando vita a contraddizioni, come quelle sulla reale paternità dell’attacco (l’ha voluto Trump o è stato trascinato da Netanyhau?) e giravolte che hanno condotto la fu superpotenza globale ad agire come una potenza impazzita, «scenario ideale per Cina e Russia»3 e, allo stesso tempo, come il ritardo nella nomina del successore di Khamenei e il fatto che sia Ali Larijani a prendere la parola al posto del neo-eletto Mojtaba Khamenei (ferito?), a rivelare la presenza all’interno del regime di fratture non solo di carattere sociale, che la chiusura delle università a tempo indeterminato e l’invito rivolto agli abitanti di Teheran a non uscire di casa per il pericolo rappresentato dalle possibili piogge acide causate dal bombardamento dei depositi di petrolio fanno intravedere, ma anche interne allo stesso.

Un conflitto che, al momento attuale, ha parzialmente favorito la Russia di Putin attraverso il rialzo dei prezzi del gas e del petrolio, il momentaneo allentamento delle sanzioni proposto dal presidente americano e l’allontanamento della soluzione del conflitto ucraina dalle priorità americane. Così come, nonostante il rallentamento dei rifornimenti energetici provenienti dal Golfo, anche la Cina potrebbe trarre vantaggio dagli spostamenti di capitali da Dubai a Hong Kong e Singapore, secondo investitore estero in Cina e paese con cui i legami di cooperazione si sono andati intensificando e rafforzando nel corso degli ultimi decenni, soprattutto a causa della predominanza dell’etnia cinese al suo interno4. Facendo scrivere sul «Washington Post» che:

Non c’era alcuna minaccia “imminente” da parte dell’Iran che giustificasse la guerra lanciata da Trump il 28 febbraio all’improvviso – e il costo di tale guerra (finanziata con ladessa in deficit in un momento in cui il debito pubblico è già vicino ai 39.000 miliardi di dollari) probabilmente ostacolerà gli sforzi degli Stati Uniti per competere con avversari molto più significativi, in particolare […] Russia e Cina.
La Russia sta già beneficiando della guerra con l’Iran. L’aumento dei prezzi del petrolio (oltre 100 dollari al barile domenica dai 73 dollari al barile alla vigilia della guerra) e la decisione di Trump di allentare le sanzioni all’India per l’acquisto di petrolio russo contribuiranno a finanziare la macchina da guerra russa. Gli Stati Uniti stanno inoltre rapidamente bruciando le limitate scorte di missili, in particolare intercettori antiaerei, di cui l’Ucraina ha urgente bisogno. Il presidente Volodymyr Zelensky ha affermato che in soli tre giorni di combattimenti con l’Iran sono stati utilizzati più missili Patriot di quanti ne siano stati utilizzati dall’Ucraina dal 2022. […] Più in generale, tutta l’energia e l’attenzione che gli Stati Uniti stanno riversando sul Medio Oriente rappresentano un’ulteriore distrazione dalla crescente sfida economica e militare rappresentata dalla Cina. All’inizio degli anni 2000, mentre gli Stati Uniti erano concentrati sulle guerre post-11 settembre, furono colpiti dallo “shock cinese” – un’ondata di importazioni cinesi a basso costo che contribuì alla perdita di circa 2 milioni di posti di lavoro nel settore manifatturiero . Gli economisti David Autor e Gordon Hanson ora avvertono che stiamo per assistere a un secondo shock cinese, che potrebbe essere ancora più destabilizzante del primo.
Mentre Trump bombardava vari paesi, imponeva dazi, scoraggiava gli studenti stranieri dall’andare in America e tagliava i fondi per la ricerca, la Cina stava facendo ingenti investimenti volti a dominare le industrie del futuro. L’Australian Strategic Policy Institute riporta che la Cina è ora leader negli Stati Uniti nella ricerca su 66 delle 74 tecnologie di frontiera, tra cui intelligenza artificiale, superconduttori, informatica quantistica e comunicazioni ottiche. La Cina produce già circa il 70% dei veicoli elettrici mondiali, l’80% degli smartphone, l’80% delle batterie agli ioni di litio e il 90% dei droni. L’anno scorso, circa la metà di tutti i veicoli venduti in Cina erano veicoli elettrici o ibridi. […] Nel frattempo, l’amministrazione Trump sta spendendo decine di miliardi di dollari per bombardare il regime iraniano e ridurlo in mille pezzi.
È troppo presto per dire chi vincerà la guerra tra Stati Uniti e Iran. Ma, a questo punto, punterei su Russia e Cina5.

Un gioco certamente incerto e pericoloso che, in qualsiasi momento e per qualunque imprevisto, potrebbe trasformarsi in conflitto globale, ma che ha il pregio, proprio per l’affarismo con cui l’attuale presidente americano ha cercato di caratterizzarlo in ogni occasione, di rivelare la vera essenza del modo di produzione capitalistico ovunque e sotto qualsiasi forma esso si sia instaurato6. Dando vita a potenziali regolamenti di conti interni che, come in Venezuela, oltre a favorire l’ingresso delle compagnie americane in settori petroliferi da cui fino ad ora erano state parzialmente o del tutto escluse, lasciano comunque la maggior parte dei diseredati esclusi dall’esercizio di qualsiasi azione politica, pur rischiando sempre di essere coinvolti nella “difesa” degli interessi della Patria e della Nazione.

Questa netta denuncia della separazione degli interessi di classe all’interno di ogni paese, qualsiasi sia il colore della bandiera sventolata dalla borghesia in nome degli interessi nazionali, dovrebbe costituire l’elemento cardine su cui articolare una adeguata tattica e strategia dell’azione di classe: sia che si tratti dell’Iran, dell’Ucraina o di casa nostra. L’italietta in cui il fascino del “secondo” o “terzo” o altro ancora Risorgimento non ha mai smesso di risplendere alla luce dei discorsi opportunistici e fuorvianti, da Gramsci o Togliatti fino a tutti gli altri padri della Patria repubblicana (e prima ancora monarchica e fascista).

Per questo motivo occorre liberare il pensiero e la pratica antagonista dalle maglie degli interessi nazionali presupposti comuni e dai richiami alle alleanze con le “borghesie progressiste” o, soltanto illusoriamente, “nemiche dell’imperialismo”, spesso indotte da movimenti e partiti che hanno pencolato, e pencolano ancora, tra “destra” e “sinistra” cercando di raccogliere e tenere insieme contraddizioni e bisogni che spesso hanno più a che spartire con gli interessi delle classi medie impoverite che con la causa della reale liberazione della specie. Ispirando invece moti che, molto spesso, propendono per comodità e viltà più al fascismo e al suo collaborazionismo tra le classi, nella speranza di far tornare le classi medie in crisi a rivestire un ruolo sociale e a godere di frutti migliori senza per questo rinunciare a quelli che si pensavano essere privilegi ormai “inalienabili”, a discapito di tutti gli altri esclusi.

Così, in questo marasma, la divisione “settoriale” delle lotte di genere, ambientali, antirazziste e per i diritti di cittadinanza ha finito con incrociare le richieste di maggior sicurezza che possono provenire da ampi settori di quelle stesse classi medie, causando un deragliamento ideologico che indebolisce sia la possibilità di vincere sui singoli terreni che su quello più ampio di una attesa trasformazione dei rapporti sociali, politici ed economici.

In tal senso, non vi può essere dubbio che il movimento «Blocchiamo tutto!», invece, ha sicuramente influito positivamente ed è andato nella giusta direzione, unificando i diversi settori di lotta piuttosto che continuare a dividerli, e, almeno da questo punto di vista, le enormi mobilitazioni per Gaza e per la Palestina hanno egregiamente funzionato da banco di prova per un movimento che tenga insieme gli interessi di vasti settori di società con l’internazionalismo. Caratterizzato, però, non dalla solidarietà con gli stati oppure tra stati, ma tra le classi e per la classe dei diseredati.

Da Gaza a Cuba, oggi nuovamente nel mirino del fatiscente impero americano, fino alle donne e agli uomini in rivolta nell’Iran degli ayatollah, il fatto di schierarsi non dovrà più dipendere dalla logica che il nemico del mio nemico è mio amico e quindi dalla simpatia per i singoli governi che, per interessi nazionalistici o di influenza regionale, possono schierarsi contro qualche satrapo occidentale o orientale, ma sulla base di comuni interessi di classe, anticapitalisti e antiimperialisti. Come ha affermato Domenico Quirico in un recente articolo su Cuba:

Difficile che oggi Putin voglia correre i rischi di Kruscev per difendere i cari alleati de L’Avana, già traditi da Gorbaciov. Nella ambigua partita che sta giocando con Trump il leader russo sembra disposto a sacrificare molti pedoni della sua scacchiera: Bashar al-Assad, Nicolas Maduro, forse perfino Ali Khamenei [Così] I cubani sono disperatamente soli. Nulla più li unisce al castrismo se non la repressione e la forza di inerzia, sono diventati figli del nulla in questo disordine mondiale […] Come i palestinesi, gli iraniani, i sudanesi, i curdi, i siriani anche loro sono anomalie non più sopportate, infrazioni a una presunta regola universale, realtà riducibili, vittime dei fautori dell’istante contro la durata, del virtuale contro la realtà, delle bugie contro i fatti. Hanno un’unica via: iniziare con sé stessi7.

Un invito valido per il movimento antagonista, ovunque, da Minneapolis a Milano, dagli scontri per Askatasuna alla Cisgiordania, ma anche in Iran: là dove la necessità della ricostituzione a livello più alto di una comunità umana degna di questo nome e degli strumenti politici per raggiungere tale obiettivo attraverso la soppressione del capitalismo, del colonialismo e dell’imperialismo, impone la rottura con ogni fasulla alleanza o fronte con la borghesia, il capitale, sia nazionale che internazionale, e i suoi scherani e funzionari. Anche quando vorrebbero allettarci con offerte dipendenti, sempre, da una maggiore malleabilità dei movimenti e dalla loro rinuncia ad esser irrevocabilmente classisti.

Da qui, e soltanto da qui, occorre ripartire e il testo prodotto da Infoaut può costituire una base iniziale per un confronto allargato sulla ripresa della lotta di classe, a partire dall’opposizione alla guerra poiché quest’ultima costituisce l’aspetto ultimo, più chiaro, divisivo e dirimente dei rapporti tra le classi, fuori e dentro i confini nazionali.

Soltanto nelle lotte, nel tumulto, nella ribellione e nell’insurrezione si manifesta apertamente il temuto demone del comunismo che costituisce ancora l’elemento più pericoloso per l’ordine globale, poiché dà vita nei fatti alla rappresentazione della società futura e della fine delle illusioni politiche, ideologiche e economiche che hanno sostenuto e continuano a difendere un asfittico presente che, per ora, può soltanto vendicarsi con gli strumenti dell’inquisizione politica e della repressione.

Come ha fatto a Torino con i giovani che hanno difeso il diritto del palestinesi e di Askatasuna di continuare ad esistere, colpendo chi ha osato levarsi contro le sue norme. Una soggettività che nessun oggettivismo e nessuna norma o decreto securitario potranno sottomettere ancora a lungo senza ricorrere in modi diversi, ma paralleli, ad un aperto uso della violenza dello Stato nei confronti dei singoli, come a Minneapolis, in Cisgiordania o a Rogoredo, obbligandoci fin da ora a riflettere sul fatto che guerra estesa e guerra civile andranno sempre più spesso di pari passo. Entrambe dichiarate dai governi e dagli stati contro i loro cittadini e la comunità umana.

Considerazioni cui occorre aggiungere che per chi, come il sottoscritto, si occupa da anni di guerre e geopolitica il problema non è tanto di carattere accademico o partigiano quanto piuttosto costituito dalla necessità di individuare in ogni frangente le contraddizioni, le linee di faglia e le crepe in cui poter vittoriosamente inserire la leva costituita da una lotta di classe internazionalizzata e generalizzata in grado di far crollare le pareti dell’oppressione e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sulla donna e sulla natura.

Una concezione che, in assenza di un’azione “proletaria” e classista cosciente e determinata, può accogliere con favore qualsiasi sconfitta degli imperialismi maggiori e, in particolare, proprio di quello americano o della Nato, ma senza per questo mai appoggiare apertamente i nemici borghesi al governo delle nazioni che si contrappongono all’Occidente e ai suoi mastini della guerra oppure chiamando i lavoratori e gli altri appartenenti alle classi impoverite ad affiancare quei governi nel conflitto, ma, piuttosto, incoraggiandoli ovunque sia possibile ad approfittare della eventuale crisi e debolezza dello Stato nazionale borghese per insorgere ed imporre un altro governo della cosa comune. Esattamente come accadde nel 1870 in quel di Parigi: lezione irrinunciabile della storia delle lotte del proletariato internazionale. Oppure, ancora, come fecero i contadini tedeschi fin dal 1525: Omnia sunt communia!.

Un’opposizione alla guerra a fianco dei diseredati e degli oppressi, quindi, e non certo dei governi né, tanto meno, degli appelli di Trump e Netanyhau rivolti al popolo iraniano mentre lo si bombarda. Appelli fasulli ad una rivolta che se fosse davvero tale vedrebbe in prima linea tra i suo avversari le armate americane, israeliane, dell’Arabia Saudita e dei principati del Golfo, che tutto potrebbero digerire, compresa la permanenza al potere degli ayatollah e dei pasdaran, piuttosto che un’autentica rivoluzione sociale in grado di rimettere in discussione gli equilibri politici di tutta l’area.

Una posizione, infine, che non può e non deve permettersi di cogliere nel gruppo dei BRICS un’alternativa al modo di produzione dominante, ma soltanto un ulteriore aspetto dello stesso in cui, però, il tradimento di ogni alleanza in nome del proprio profitto oppure, più semplicemente, della propria sopravvivenza, a scapito dei popoli coinvolti e massacrati dai conflitti, costituisce l’elemento determinante per le politiche dei principali rappresentanti degli stessi.


  1. C. H. Kahl, What Is the Endgame in Iran? Trump Needs to Figure Out What He Wants— and Quickly, «Foreign Affairs» 9 marzo 2026.  

  2. Si vedano in proposito: V. Bevins, Il metodo Giacarta. La crociata anticomunista di Washington e il programma di omicidi di massa che hanno plasmato il nostro mondo, Giulio Einaudi editore, Torino 2021 e N. Tanno, Arcipelago rosso. Lotta politica e genocidio in Indonesia, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2026.  

  3. L. Caracciolo, Tre scenari per capire cosa succede ora, «la Repubblica», 1 marzo 2026.  

  4. Si veda: Parte la fuga dei capitali da Dubai. Meglio Singapore o Hong Kong, «La Stampa» 7 marzo 2026.  

  5. M. Boot, There are two winners in Iran. Neither one is America. Oil disruption benefits Russia, as does less U.S. aid for Ukraine. And Iran distracts China, «Washington Post» 9 marzo 2026.  

  6. Sulle diverse e ingannevoli forma del dominio capitalistico sul lavoro si veda qui.  

  7. D. Quirico, I fantasmi di Cuba, «La Stampa» 27 febbraio 2026.  

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La casa sull’abisso https://www.carmillaonline.com/2026/03/04/la-casa-sullabisso/ Wed, 04 Mar 2026 21:00:08 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93352 di Sandro Moiso

William Sloane, La porta dell’alba, traduzione di Gianni Pannofino, Adelphi Edizioni, Milano 2026, pp. 295, 20 euro

Pensò alle antiche leggende del Caos Primigenio, al cui centro brancica goffamente, cieco e idiota, il dio Azathoth, Signore di Tutte le Cose, circondato dalla sua inetta schiera di danzatori ottusi e amorfi e cullato dal sottile, monotono lamento d’un flauto demoniaco stretto da mani mostruose. (H.P. Lovecraft – L’abitatore del buio, 1935)

La mia paura non aveva un oggetto su cui proiettarsi: colorava ogni mio pensiero, ma non aveva contorni precisi. (W. Sloane – La porta dell’alba, 1939)

Azathoth [...]]]> di Sandro Moiso

William Sloane, La porta dell’alba, traduzione di Gianni Pannofino, Adelphi Edizioni, Milano 2026, pp. 295, 20 euro

Pensò alle antiche leggende del Caos Primigenio, al cui centro brancica goffamente, cieco e idiota, il dio Azathoth, Signore di Tutte le Cose, circondato dalla sua inetta schiera di danzatori ottusi e amorfi e cullato dal sottile, monotono lamento d’un flauto demoniaco stretto da mani mostruose. (H.P. Lovecraft – L’abitatore del buio, 1935)

La mia paura non aveva un oggetto su cui proiettarsi: colorava ogni mio pensiero, ma non aveva contorni precisi. (W. Sloane – La porta dell’alba, 1939)

Azathoth è un dio appartenente al Ciclo di Cthulhu ideato dallo scrittore Howard Phillips Lovecraft. Conosciuto anche come il Caos Primigenio o il Demone Sultano, Azathoth è il più antico e potente dei Grandi Antichi descritti nei lavori dell’autore americano. Pur definito come il più potente degli Dei Esterni, viene descritto mentre «bestemmia e farfuglia al centro dell’Universo».

Mentre Azathoth veglia in questo stato di semi-incoscienza, gli altri antichi dei ballano ininterrottamente intorno a lui, perché se si il dormiente si risvegliasse del tutto potrebbe ordinare la distruzione dell’universo, compito che spetterebbe a Nyarlathotep. Oppure rivelare che l’universo è solo un sogno di Azathoth che, con il suo risveglio, cesserebbe semplicemente di esistere.

E’ da qui che occorre partire per comprendere come il vero orrore descritto e immaginato da Howard Phillips Lovecraft non sia tanto quello rappresentato dalle divinità mostruose del summenzionato Ciclo o dalle aberranti trasformazioni fisiche e mentali di esseri umani casualmente entrati in contatto con entità che di divino per la nostra specie non hanno assolutamente nulla, quanto piuttosto da un universo caotico in cui la vita, almeno così come l’uomo si immagina di conoscere proiettandola anche in un inesistente “aldilà”, più ancora che il frutto della casualità ricombinatoria degli elementi che l’hanno resa possibile, costituisce nient’altro che un errore.

Un cosmo freddo, buio e inconoscibile in cui ogni umano tentativo di esplorazione, comprensione o controllo non può essere destinato ad altro che al fallimento e alla scoperta di orrori prima inimmaginabili. Ed è questa visione del mistero che circonda l’uomo sbattuto nell’universo che fa sì che sia possibile avvicinare il romanzo di William Sloane pubblicato da Adelphi ai racconti e ai romanzi del solitario di Providence.

Sono passati quattro anni da quando Richard Sayles, psicologo e professore, ha perso le tracce di Julian Blair. Prima suo insegnante, poi fraterno amico, Blair è stato un geniale elettrofisico, almeno finché la morte improvvisa della moglie Helen non ne ha ottenebrato la mente. Ed eccolo ora rifarsi vivo, con un messaggio con cui invita Richard a raggiungerlo a Barsham Harbor, nel Maine, dove si è ritirato per poter continuare le sue ricerche lontano dagli occhi indiscreti della comunità scientifica. Sayles si rende subito conto che la salute mentale di Julian non è affatto migliorata, il che non gli ha impedito di dedicarsi a esperimenti sempre più temerari, fino alla soglia di quello che definisce «il progresso più grandioso mai immaginato». Prende così avvio una vicenda che nel volgere di poco più di settantadue ore vedrà i suoi protagonisti giungere pericolosamente ai margini estremi della conoscenza umana, senza trarne alcun profitto e ricavandone invece soltanto orrore, morte e odio.

La figura di Julian Blair e la sua richiesta di aiuto e consiglio rinviano non soltanto a numerosi altri scienziati descritti dalla letteratura fantascientifica o dell’orrore, ma in particolare a quella folle e disperata dell’invisibile protagonista del racconto Colui che sussurrava nel buio (1931) di Lovecraft in cui, ancora una volta, compare Azathot, ovvero il dio che incarna la casualità e il caos che governano un universo in cui soltanto gli esseri umani possono credere di individuare leggi precise e forze comprensibili e controllabili.

In cinque anni una persona può cambiare notevolmente, e Anne mi aveva avvertito che avrei trovato Julian molto diverso da come lo ricordavo. Eppure, quando entrai in soggiorno, fu un colpo vedere com’era ridotto. Dava le spalle alle finestre e alla luce, seduto su una poltrona sfondata, ma già a prima vista notai quant’era invecchiato. La sua faccia, stretta e spigolosa, non aveva mai avuto un colorito granché vivace, ma ora la pelle era sottile come pergamena, tesa sugli zigomi, e le labbra erano di un grigio sbiadito, quasi come se in lui non fosse rimasta una stilla di sangue.
[…] Quell’uomo trasandato, nello squallido soggiorno della vecchia casa, era un’altra persona, una sorta di decrepita controfigura. I vestiti erano sporchi, oltre che sgualciti. [Ma] Da vicino, la sua faccia non era così spenta come mi era parsa a prima vista. Gli occhi erano vivaci, ardenti dello stesso entusiasmo dei vecchi tempi […] Quel giorno, però, notai qualcos’altro, un’intensità che non era solo semplice entusiasmo. Nelle sue pupille c’era una luce che mi parve fuori dal normale e mi costrinse, dopo un attimo, a distogliere lo sguardo1.

La vecchia casa, quella “dei Talcott” come è conosciuta in paese, sembra essere, nel suo isolamento, sospesa su un abisso di orrori, inimmaginabili e inspiegabili, esattamente come quella Casa sull’abisso che dava il titolo all’omonimo romanzo (1908) di William Hope Hodgson che H.P. Lovecraft annoverava, insieme al Re in giallo (1895) di Robert Chambers, tra le sue maggiori influenze.

Una casa, quella immaginata da Hope Hodgson, nelle cui vicinanze è nascosto un passaggio che scende nell’oscurità e conduce ad eoni di distanza, in un mondo che travalica spazio e tempo e che viene dominato da altre e sconosciute comete, stelle e soli alieni. Un universo da cui possono sorgere e librarsi dall’abisso sottostante creature mostruose con cui hanno dovuto fare i conti i precedenti proprietari, il Vecchio recluso e sua sorella. Una casa in rovina, ottocentesca e in prossimità di un fiume, esattamente come quella descritta nel romanzo di Sloane.

Come in Attraverso la notte (1937), Sloane gioca con i generi letterari e ne ricombina gli elementi – una grande casa isolata, un complicato macchinario da romanzo di fantascienza, una fugace ma terrificante sbirciata nell’orrore cosmico, un rompicapo degno di un mystery d’antan, perfino un po’ di storia d’amore e l’intuizione dei buchi neri la cui esistenza era stata teorizzata dal fisico Karl Schwarzschild nel 1916, un anno dopo la pubblicazione della Teoria della relatività generale, nella quale il campo gravitazionale viene descritto come deformazione dello spazio-tempo – per ricavarne qualcosa di inclassificabile e perturbante che resta a lungo nella mente del lettore, come l’eco di un segnale proveniente da qualche pianeta sconosciuto. Segnale che, nel romanzo, il professor Blair e la sua ambigua assistente, la medium Esther Walters, scambiano per la possibilità di comunicare effettivamente con il mondo dei morti

Un gioco di rimandi che giunge fino al maestro dell’orrore cosmico se si considera che Robert M. Price, un importante studioso di Lovecraft, abbia suggerito come anche quest’ultimo si sia ispirato, per la creazione Azathoth, all’opera di Lord Dunsany intitolata The Gods of Pegana, poiché in quella compariva Mana-Yood-Sushai, il dio supremo creatore dell’universo e di tutti gli altri dei, che, secondo Dunsany, è eternamente addormentato, cullato dalla musica delle altre divinità, poiché se si dovesse risvegliare distruggerebbe tutto ciò che ha creato. Motivo per cui non c’è da stupirsi che William Sloane abbia tratto ispirazione da così tante fonti e generi letterari.

Anche se una certa sua passione per il realismo lo allontana da Lovecraft e dagli altri autori citati, soprattutto quando ironizza sulle tattiche del Partito comunista americano all’epoca dei fatti narrati oppure delinea con grande maestria la netta separazione tra città e campagna e l’enorme differenza tra la mentalità razionale della borghesia e quella irrazionale delle classi meno abbienti che ancora oggi, soprattutto nell’America di Donald Trump, può essere motivo di divisione e odio fuori controllo.

Una razionalità positivista che, però, quasi sempre non mantiene le sue promesse e le illusioni che diffonde con troppo entusiasmo, finendo così troppo spesso, proprio come capita nella buia casa circondata da una campagna ridente e vicina a un fiume impetuoso, col fomentare le paure, non sempre del tutto irrazionali, di chi per censo e cultura ne è escluso. Proprio come avviene nel duro confronto tra i frequentatori della magione e gli abitanti del vicino villaggio di Barsham Harbor.

Da La porta dell’alba (The Edge of Running Water -1939) fu tratto, nel 1941, il film The Devil Commands diretto da Edward Dmytryk con Boris Karloff, uno dei tanti film in cui, tra il 1930 e i primi anni Quaranta, l’attore avrebbe interpretato la figura di uno scienziato pazzo, prima che nello stesso anno la Universal producesse il film che lo avrebbe reso definitivamente celebre: The Wolf Man (L’uomo lupo), diretto da George Waggner e scritto da Curt Siodmak.


  1. William Sloane, La porta dell’alba, Adelphi Edizioni, Milano 2026, pp. 67-68.  

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Un nero caso di evangelizzazione nel Giappone del dopoguerra https://www.carmillaonline.com/2026/01/28/tra-lonore-della-katana-e-lumiliazione-della-croce/ Wed, 28 Jan 2026 21:00:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92408 di Sandro Moiso

Matsumoto Seichō, Vangelo nero, traduzione di Alessandro Passarella, collana «Fabula», Edizioni Adelphi, Milano 2025, pp. 420, 22 euro

Mentre intorno a Taiwan le fiamme della guerra tornano a surriscaldare un’antica eredità di rivalità, conquiste e dominio coloniale tra Cina e Giappone, il loro bagliore più che riflettersi sulle lame delle tradizionali spade dei samurai sembra oggi riflettersi, dalle parti di Tokyo, sull’heavy metal di cui, prima di assurgere al ruolo di premier bellicista, Sanae Takaichi era una fan, tanto da essersi spinta, durante gli anni degli studi universitari, a suonare la batteria in una band il cui [...]]]> di Sandro Moiso

Matsumoto Seichō, Vangelo nero, traduzione di Alessandro Passarella, collana «Fabula», Edizioni Adelphi, Milano 2025, pp. 420, 22 euro

Mentre intorno a Taiwan le fiamme della guerra tornano a surriscaldare un’antica eredità di rivalità, conquiste e dominio coloniale tra Cina e Giappone, il loro bagliore più che riflettersi sulle lame delle tradizionali spade dei samurai sembra oggi riflettersi, dalle parti di Tokyo, sull’heavy metal di cui, prima di assurgere al ruolo di premier bellicista, Sanae Takaichi era una fan, tanto da essersi spinta, durante gli anni degli studi universitari, a suonare la batteria in una band il cui suono si ispirava ai Black Sabbath e agli Iron Maiden (qui).

Un modo, questo, per segnalare l’enorme distanza che separa la tradizione giapponese dalle attuali mode e posizioni espresse da una società che per lunghi periodi si oppose alla penetrazione occidentale entro i suoi confini, rifiutandone merci, imposizioni politico-militari e cultura religiosa e subendo, a sua volta, alcuni dei traumi imprescindibili dalla sua storia.

Il primo nel 1853 con l’apertura a suon di cannonate dei suoi porti da parte della flotta del commodoro americano Matthew Perry, che portò alla firma della Convenzione di Kanagawa con gli Stati Uniti; un trattato commerciale che pose termine all’isolamento con in cui il paese aveva difeso i propri confini per circa duecentoventi anni. Trattato poi seguito da quello di amicizia anglo-giapponese firmato il 14 ottobre 1854 che riproponeva in sostanza gli stessi accordi della convenzione firmata pochi mesi prima, fortemente sbilanciato a favore della Gran Bretagna, sancendo l’apertura alle navi britanniche dei porti di Nagasaki e Hakodate e riconoscendo alla stessa lo status di nazione favorita.

Nagasaki tornerà in scena novantun anni dopo quando il Giappone sarà sottoposto ad un secondo shock, ancora più violento del primo, quando il 6 e il 9 agosto 1945 le forze aeree statunitensi sganciarono due bombe atomiche sulle città di Hiroshima e Nagasaki, crimine mai sottoposto a processo e mai nemmeno registrato come tale alla fine del secondo conflitto mondiale1. Due traumi che si sono diversamente riflessi nella cultura, nella politica e nell’immaginario, anche cinematografico e dei manga, giapponesi. E che dovrebbero da soli ricordare anche qui, in un Occidente ormai in crisi e fortemente diviso dalla competizione per la sopravvivenza del benessere per i suoi cittadini, o almeno quelli che costituiscono la parte più ricca degli stessi, che la politica delle cannoniere e dell’imperialismo americano, ma anche europeo, non è certo iniziata con l’avvento di Donald Trump al potere. Ma cosa c’entra tutto ciò con l’opera di uno scrittore, Seichō Matsumoto (1909-1992), reso famoso soprattutto dai suoi romanzi polizieschi lo vedremo tra poco.

Dopo aver abbandonato gli studi molto presto il futuro scrittore giapponese lavorò per qualche tempo in una tipografia, iniziando soltanto nel 1942 a lavorare per una rivista dove riuscì a pubblicare alcuni racconti di carattere storico. Proprio in questo ambito, nel 1953, avrebbe vinto il Premio Akutagawa e tale successo gli permise, nell’arco di pochi anni, di dedicarsi a tempo pieno all’attività di scrittore. Così dal 1955 avrebbe iniziato a pubblicare romanzi polizieschi di stampo realistico, in netto contrasto con l’allora vigente letteratura di genere giapponese, impregnata di elementi fantastici.

Per questo motivo le tematiche dei suoi polizieschi affondano le radici nei problemi della società giapponese, cosa che farà sì che sia stato avvicinato a Georges Simenon. Probabilmente non soltanto per i temi scelti e lo stile, ma anche per aver scritto più di 300 romanzi, oltre a moltissimi racconti, che hanno riscosso un certo successo anche al di fuori del Giappone.

In Italia, dopo un lungo ritardo, prima Mondadori, nella collana «Il Giallo Mondadori» (con cinque romanzi e una raccolta di sei racconti pubblicati tra il 1971 e il 2021) e successivamente le Edizioni Adelphi (cinque romanzi di cui quattro nella collana «Fabula» e due raccolte di racconti di cui una nella medesima collana tra il 2018 e il 2025) hanno iniziato a pubblicare le sue opere. Mentre va infine segnalato che dalla sua opera sono stati tratti 19 film, due speciali televisivi dedicati ai suoi racconti, ed una serie televisiva basata su Come sabbia tra le dita (Il Giallo Mondadori n.2112, Milano, luglio 1989), rimasti ancora del tutto sconosciuti al pubblico italiano.

E’ interessante qui ancora sottolineare come del suo passaggio dal genere storico al romanzo poliziesco, sia rimasta traccia nel romanzo pubblicato ora da Adelphi, Vangelo nero, apparso originariamente in Giappone prima a puntate fra il 1959 e il 1960 e poi in volume nel 1961. La trama, infatti, non solo si ispira a fatti realmente accaduti, ma rinvia a ciò che della storia del paese del sol levante si è detto poc’anzi.

Per esempio al fatto che se, dall’inizio del XVII secolo, lo shogunato Tokugawa che governava il Giappone perseguì una politica di pressoché completo isolamento del paese questo non fu dovuto soltanto al fatto che il commercio estero fosse stato mantenuto solo con gli olandesi e i cinesi e condotto esclusivamente a Nagasaki sotto uno stretto monopolio del governo, ma anche alla volontà di impedire la diffusione del cristianesimo nel paese.

Quel periodo, cosiddetto “Sakoku” (paese chiuso), fu caratterizzato dalla pace interna, dalla stabilità sociale, dallo sviluppo commerciale e dall’espansione dell’alfabetizzazione e i Tokugawa temevano che il commercio con le potenze occidentali, portando influenze quali il cristianesimo avrebbe finito col creare instabilità nel paese Così, anche se in un recente film di Martin Scorsese, Silenzio (2016), tratto da un romanzo di Shūsaku Endō pubblicato nel 1966, si tratta la storia delle persecuzioni subite dai cristiani giapponesi in quel periodo attraverso la storia di due gesuiti portoghesi in chiave di martirologio cristiano, è possibile qui ricordare che lo scontro sui confini economico-politici e le tradizioni religiose rivestì un’importante ruolo anti-coloniale della storia del Giappone prima della sua modernizzazione politica, industriale e militare.

Un elemento che non va separato dalle successive reazioni antiamericane e antioccidentali che avrebbero percorso il paese dopo la fine, catastrofica, del secondo conflitto mondiale non soltanto nelle file della sinistra di ispirazione comunista e socialista contro l’imposizione di basi americane nell’arcipelago giapponese e il ferreo controllo esercitato dai vincitori sulla vita sociale, economica e politica del paese2, ma anche in quei settori più conservatori, nostalgici della potenza passata e delle sue tradizioni, come ad esempio quello rappresentato dallo scrittore e militante tradizionalista Yukio Mishima, morto suicida praticando il rito del “seppuku” il 25 novembre 1970, quando, insieme a quattro membri della sua milizia, aveva fatto irruzione in una base militare di Tokyo, preso in ostaggio il comandante della base e tenuto, dal balcone del suo ufficio, un discorso alle truppe accorse, incitandole all’insurrezione contro la costituzione post-bellica.

Vangelo nero, inevitabilmente, risente di questo contesto e di queste reazioni al dominio occidentale, così la detective novel ancora una volta, si rivela essere un valido strumento per denunciare, in maniera audace e implacabile, ciò che una normale, per quanto coraggiosa, inchiesta potrebbe non poter del tutto fare, rivelando non soltanto i fatti in sé, ma anche ipotizzando le loro meschine motivazioni e la macchina messa in moto per nasconderle e rimuoverne le tracce. Come afferma il curatore nella nota posta al termine del volume:

Nel corso della sua articolata attività di scrittore, la vocazione di Matsumoto Seicho all’indagine storica e sociale si è misurata e non di rado scontrata con i limiti della finzione narrativa, fino ad approdare alla produzione di opere dal taglio documentaristico e di marcato impegno civico. Vangelo nero si colloca in una fase ancora germinale di questa metamorfosi: a metà strada fra l’inchiesta giornalistica e la fiction, impiega « nomi falsi in una storia vera » […].
Al centro della narrazione vi è un omicidio realmente avvenuto nel marzo del ’59, e ancora oggetto di una forte copertura mediatica quando, nel novembre dello stesso anno, il romanzo cominciò a uscire a puntate sulla rivista « Shukan Koron ». Il 10 marzo 1959, la ventisettenne Takekawa Tomoko (alias Ikuta Setsuko), hostess giapponese della British Overseas Airways Corporation, fu trovata morta sulle rive del fiume Zenpukuji, a Tokyo. Il principale sospettato fu il sacerdote belga Louis Charles Vermeersch (Charles Tolbecque nel romanzo), un salesiano dell’ordine di Don Bosco, che non venne mai arrestato né formalmente incriminato. Il caso venne archiviato nel ’74, e Vermeersch morì da uomo libero in Canada nel 2017, all’età di novantasei anni3.

La trama della vicenda narrata, molto semplicemente, è tutta riassunta in queste poche righe. Ciò che interessa all’autore non è far arrivare poco a poco il lettore alla scoperta dell’assassino poiché, in fin dei conti, l’evento divenne celebre come «il caso della hostess BOAC» rendendo inutile nascondere l’identità di colui che rimase soltanto l’assassino presunto. Ma delineare un ambiente, uno stile di vita, una scelta culturale religiosa che non può portare ad altro che alla rovina.

Nei sobborghi a nord di Tokyo c’è una ferrovia privata con due linee che corrono verso ovest partendo da due stazioni differenti. Attraversano Musashino quasi in parallelo, a una certa distanza l’una dall’altra. A causa dell’aumento demografico nella capitale, che di anno in anno preme sulle aree periferiche, sia al mattino sia alla sera le affolla un gran numero di passeggeri. Tuttavia, fra le due linee, lo spazio è rimasto come in sospeso, e ci sono luoghi che non sono più rurali ma nemmeno pienamente urbani o frequentati.
Sparse ovunque vi sono macchie d’aceri e di querce lobate, appuntite e glauche. La strada vecchia serpeggia in mezzo agli alberi, e nel fitto della vegetazione si cela un gruppetto di case contadine. Proseguendo oltre, il piccolo abitato si trasforma all’improvviso in un’area residenziale di recente costruzione, una nuova Tokyo che stride con i vecchi campi di Musashino su cui sorge.
A tarda ora il panorama è splendido, bucolico: i campi aperti e il bosco in lontananza si fanno lividi, poi neri, mentre la bruma della sera si solleva bianca ai margini. Il tetto acuto di una chiesa si profila come un’ombra ritagliata sugli estesi nuvoloni accesi di luce, suscitando un sentimento poetico e carico di religiosità anche in chi ne è sprovvisto.
[…] Di notte, invece, la zona è terribilmente desolata. Da qualunque stazione delle due linee ci si arrivi, superato il distretto commerciale che corre tutto in una via, la vivace luminaria cede il passo a un susseguirsi di recinzioni buie. Cessate le luci artificiali, si avverte a un tratto l’oscuro estendersi della natura4.

Si traduce quasi in un sussurro tutta l’abilità narrativa dello scrittore che, in poche righe, rende l’idea di una città in trasformazione dove il passato viene rimosso insieme al suo originario panorama per lasciar spazio a stazioni, casette della classe media e a un classico elemento dell’alterità occidentale: una chiesa. Che in prossimità delle ombre serali sembra celare una pace opposta all’oscurità della notte che scende. Ma è proprio l’oscurità a circondare già il primo personaggio che ci viene incontro dalle pagine del libro: Ebara Yasuko, vestita all’occidentale, che frequenta quella chiesa quasi quotidianamente, anche se dista tre chilometri da casa.

«Di corporatura florida, aveva sopracciglia fini, occhi a mandorla molto sottili, un grosso naso e un paio di labbra carnose. Non era bella, affatto, ma nemmeno brutta, e le sue rotondità la rendevano procace. Rideva in modo sguaiato»5. Una donna dalla riservatezza estrema, al limiti della scontrosità che non permette a nessun di entrare in casa sua. Tranne che a un prete europeo.

I vicini, quando scoprivano che quella donna di mezza età dall’aria non particolarmente affabile era una fervida credente e si occupava di traduzioni bibliche, si vedevano costretti a riconsiderarla in quanto religiosa, e anche i suoi scarsi contatti con il prossimo potevano essere letti come un segno della sua devozione.
[…] Stando così le cose, il fatto che un prete europeo si recasse a bordo di una piccola vettura dalla chiesa a casa della donna non pareva poi tanto strano. Incontrava la traduttrice, era evidente. Eppure le ripetute visite di un prete dai capelli rossi, per giunta a cadenza quotidiana e a qualsiasi ora del giorno e della notte, avvenivano un po’ troppo spesso. Ma si trattava pur sempre di traduzioni bibliche, non potevano certo essere affrontate alla leggera, occorreva zelo negli incontri.
L’uomo che arrivava in auto era sempre lo stesso prete, un tipo magro, alto, con un viso rubicondo. Era calvo, ma gli restava una corona di capelli fulvi che da dietro le orecchie gli scendeva sulla nuca. Sebbene per i giapponesi non sia mai facile capire quanti anni abbiano gli occidentali, lui doveva averne cinquantadue o cinquantatré. Si chiamava René Villiers ed era il parroco, ovvero la massima autorità presso la chiesa di San Guglielmo6.

L’evidente carnalità del rapporto, nonostante il non detto, e la jeep americana con cui si muove il parroco costituiscono già elementi significativi e certo non soltanto simbolici del dramma che si svilupperà a partire dal ritrovamento del cadavere di una giovane hostess, Ikuta Setsuko, restituito dalle acque del vicino fiume Genpakuji. In cui entreranno in gioco anche delle misteriose casse consegnate da un gruppo di energumeni, due o tre volte la settimana, proprio a Ebara.

Così, poco a poco, per centri concentrici come quelli creati da un sasso scagliato in uno stagno, verrà a galla tutto il malessere, la corruzione, la perdita di dignità ricollegabile al lungo e sofferto dopoguerra giapponese. Un periodo in cui, religiosi e stranieri, protetti da una rete di potenti amicizie, i sacerdoti della chiesa cattolica appaiono intoccabili.

Almeno fino a quando la morte della hostess rivelerà anche il sordido desiderio di nuove esperienze del più giovane dei sette sacerdoti della chiesa di San Guglielmo, Charles Tolbecque, che la frequentava in segreto. E in questo intrico di vergognosi interessi e protezioni tra le alte sfere ecclesiastiche e non solo, dovranno mettere le mani, nella seconda parte del romanzo, più dedicata all’inchiesta sull’omicidio, il detective Fujisawa Rokuro e il cronista Sano la cui ricerca della verità darà vita a una impari lotta contro le gerarchie della Chiesa, risolute a insabbiare il caso, e contro il potere politico, timoroso di urtare le nazioni di cui queste sono espressione.

Specchio di un Giappone ferito, ma animato dai primi sussulti di orgoglio, Vangelo nero è un implacabile atto d’accusa contro chi ha trasformato il Paese in un «territorio in concessione», dove persino la Chiesa pensa di potersi impunemente arricchire ai danni di un popolo che in fondo disprezza.

[Matsumoto] prendendo le mosse dal suo precedente Suchuwadesu-goroshi ron (Saggio sull’omicidio della hostess), uno studio rigoroso dedicato al caso BOAC, nella stesura del romanzo […] in assenza di un movente certo, congetturò la presenza di un terzo uomo, Lancaster, e l’esistenza di una rete di traffici internazionali che spiegasse la sistematica e occulta opposizione dei poteri forti, non solo giapponesi, ai tentativi della polizia di dare un volto all’assassino.
Dopo l’esperimento di Vangelo nero Matsumoto, sempre più convinto che « l’inserimento di finzione finisca per offuscare e indebolire la verità oggettiva », diede il via alla stesura di Nihon no kuroi kiri (Nebbia nera sul Giappone ), vasta silloge saggistica redatta nel bel mezzo delle proteste del ’60 contro l’Anpo – il trattato che permetteva agli Stati Uniti di mantenere basi militari sul suolo giapponese –, culminate nel ’70 in quell’apice simbolico che fu il suicidio rituale di Mishima Yukio7. Se Nebbia nera sul Giappone affronta di petto casi irrisolti e scandali, riconducendoli all’inquietante e vasta rete delle ingerenze estere nella politica nipponica, Vangelo nero rappresenta il primo vero tentativo di squarciare questa coltre oscura8.

Una storia nera come l’abito talare dei suoi protagonisti, ma che aiuta il lettore a prendere coscienza di alcuni aspetti del modo in cui si affermarono in Asia i sacri valori dell’Occidente uscito vittorioso dal secondo conflitto mondiale.


  1. Si veda in proposito: Gary J. Bass, Il processo di Tokyo. La seconda guerra mondiale a giudizio, Mondadori Libri S.p.a., Milano 2025.  

  2. Realtà ben descritta nei romanzi della Trilogia di Tokyo dell’autore inglese David Peace (Tokyo anno zero; Tokyo città occupata e Tokyo riconquistata, tutti editi in Italia da Il Saggiatore), quando sotto l’occupazione dei vincitori americani Tokyo era ridotta in macerie, con le strade invase da cani randagi e da un’umanità disperata. Mentre le notti erano dominate dai traffici del mercato nero, dalle lotte tra gruppi criminali, dall’impotenza della polizia, dalla connivenza della stessa e il passato cancellato insieme ai simboli dell’impero e ai nomi svuotati di significatp dai cambi d’identità. Ma dove, soprattutto, la memoria collettiva e individuale era rimossa e cancellata.  

  3. A. Passarella, Nota al testo in Matsumoto Seichō, Vangelo nero, Edizioni Adelphi, Milano 2025, p. 419.  

  4. Matsumoto Seichō, op. cit., pp. 13-14.  

  5. Ivi, p. 16.  

  6. Ibidem, p. 17.  

  7. Le proteste del 1959 e del 1960,riprese poi ancora nel 1970, contro l’Anpo si verificarono per contrastare la revisione, avvenuta definitivamente nel 1960, del Trattato di mutua cooperazione e sicurezza tra Stati Uniti d’America e Giappone e finirono per dare vita alle più grandi manifestazioni popolari del Giappone moderno. Già il 27 novembre 1959, 80.000 tra lavoratori e studenti irruppero nel cortile della Dieta avendo ragione di 5.000 agenti di polizia; successivamente, il 15 giugno 1960, i manifestanti si fecero ancora strada all’interno dell’edificio della Dieta, dove uno scontro violento con la polizia portò alla morte di una studentessa dell’ Università di Tokyo. A seguito di questo incidente, la visita pianificata in Giappone del presidente americano Dwight Eisenhower fu cancellata e il primo ministro conservatore Nobusuke Kishi costretto a dimettersi. Un secondo ciclo di proteste si verificò nel 1970, con il rinnovo del Trattato. Nonostante la minor durata, le proteste raggiunsero ugualmente dimensioni significative. – NdR – cfr. L’Ampo ‘60 in S. Bellieni, Hiroshi Sano (a cura di), Zengakuren Zenkyoto. Giappone: rapporto su una generazione in rivolta, Gian Giacomo Feltrinelli Editore, Milano 1969, pp. XVI-XXI.  

  8. A. Passarella, op. cit., p. 420.  

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Il nuovo disordine mondiale / 31 – Le guerre del Nord e il futuro degli equilibri geopolitici ed economici mondiali https://www.carmillaonline.com/2025/12/10/il-nuovo-disordine-mondiale-31-le-guerre-del-nord-e-il-futuro-degli-equilibri-geopolitici-ed-economici-mondiali/ Wed, 10 Dec 2025 21:00:34 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91754 di Sandro Moiso

Mary Thompson-Jones, La legge del Nord. La conquista dell’artico e il nuovo dominio mondiale, Luiss University Press, Roma 2025, pp. 340, 22 euro

Il titolo scelto dalla Luiss University Press per la traduzione italiana della ricerca di Mary Thompson-Jones, pubblicata negli Stati Uniti con il titolo America in the Arctic: Foreign Policy and Competition in the Melting North, evoca più un romanzo di Jack London che non un saggio di geopolitica quale in effetti è. A ben guardare, però, lo scontro apertosi ormai da anni, per il controllo delle rotte artiche e delle materie prime custodite dal [...]]]> di Sandro Moiso

Mary Thompson-Jones, La legge del Nord. La conquista dell’artico e il nuovo dominio mondiale, Luiss University Press, Roma 2025, pp. 340, 22 euro

Il titolo scelto dalla Luiss University Press per la traduzione italiana della ricerca di Mary Thompson-Jones, pubblicata negli Stati Uniti con il titolo America in the Arctic: Foreign Policy and Competition in the Melting North, evoca più un romanzo di Jack London che non un saggio di geopolitica quale in effetti è. A ben guardare, però, lo scontro apertosi ormai da anni, per il controllo delle rotte artiche e delle materie prime custodite dal mare di ghiaccio che corrisponde al nome di Artico ricorda per più di un motivo la saga della corsa all’oro del Grande Nord che l’autore americano narrò oppure utilizzò come sfondo in molti dei suoi romanzi e racconti.

Un Nord gelido, al limite della sopravvivenza umana, che nasconde grandi tesori verso cui uomini (un tempo) e governi avidi di ricchezze e risorse (in quello attuale) indirizzano i propri sforzi e la propria forza muscolare oppure militare al fine di appropriarsene. In questo facilitati e stimolati, oggi, dal generale riscaldamento climatico che ha definitivamente reso possibili tali iniziative o perlomeno i tentativi di realizzarle.

Infatti, secondo le più recenti analisi del Copernicus Climate Change Service, il 2025 è destinato a classificarsi come il secondo anno più caldo mai registrato insieme al 2023, subito dopo il 2024. Analisi che hanno evidenziato come la media triennale 2023-2025 stia per superare la soglia critica di 1,5 gradi. Un risultato che non rappresenta un semplice dato statistico, ma la conferma di un riscaldamento globale sempre più veloce. Cosa che ha contribuito a far rilevare come il mese di novembre abbia visto registrare anomalie di caldo particolarmente marcate in Canada settentrionale e lungo l’Oceano Artico, dove il ghiaccio marino artico ha mostrato una riduzione del 12% rispetto alla media di riferimento, il secondo valore più basso mai osservato per lo stesso mese1.

Così i buoni e i cattivi di oggi, nel nuovo grande romanzo della conquista del Nord polare, non sono più i desperados, i nativi americani, i violenti e i famelici, ma spesso sfortunati, cercatori d’oro che hanno animato le pagine e le vicende vissute in prima persona e poi narrate romanzescamente da London tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo. No, i protagonisti di La legge del Nord sono prima di tutto gli Stati Uniti con i loro attuali interessi globali insieme a Canada, Islanda, Groenlandia, Danimarca, Norvegia, Finlandia, Svezia, Russia e, in una più ampia e dinamica prospettiva, la Cina.

Tutti stati che si affacciano sull’Artico e la cui estensione territoriale potrebbe definire le dimensioni delle fette di torta, proporzionali alle parti di territorio di ognuno degli stessi compreso al di là del circolo polare artico, destinate a spartire le ricchezze di quel continente. E anche se la Cina non confina con l’area interessata, sicuramente è enormemente interessata alle nuove rotte marittime che il riscaldamento globale già permette e sempre più permetterà di aprire nel prossimo futuro.

Rotte che abbrevieranno di parecchie settimane il trasporto delle merci da un capo all’altro del mondo, così come già è successo con l’utilizzo delle rotte tracciate sul settentrione del pianeta per il traffico aereo destinato al trasporto di merci e passeggeri. Una autentica rivoluzione marittima che potrebbe avere gli stessi effetti sull’Europa, in particolare mediterranea, che già ebbe quasi sei secoli fa l’apertura delle rotte atlantiche per i traffici e i commerci intercontinentali.

L’autrice, Mary Thompson-Jones, è tra le massime esperte mondiali di sicurezza nazionale, con esperienza nel campo della marina militare e della geopolitica delle rotte oceaniche. Già Foreign Service Officer ha ricevuto incarichi diplomatici in Canada, Guatemala e Spagna. Professoressa in Sicurezza nazionale presso l’U.S. Naval War College, e il testo appena pubblicato dalla Luiss University Press è il suo primo libro tradotto in italiano.

Il curriculum professionale dell’autrice indica già di per sé che lo sguardo sulla questione è impostato a partire dagli interessi nazionali, economici e militari, degli USA, ma questo non inficia affatto la lettura che la relatrice dà delle forze e delle contraddizioni in atto in quell’area che, da marginale quale poteva essere considerata dalla politica internazionale, si è trasformata in uno dei possibili epicentri dei conflitti, anche militari, a venire.

Infatti, il rapido scioglimento dei ghiacci artici sta riscrivendo la geografia del potere globale. Sotto questo punto di vista il Grande Nord non è più quello remoto e impenetrabile dei romanzi d’avventura, ma la nuova frontiera della geopolitica contemporanea: una scacchiera dove si intrecciano rotte commerciali, ambizioni militari e crisi climatica. Il disgelo impone una diversa geografia del pianeta, apre passaggi tra continenti e porta alla luce giacimenti di gas e terre rare.

Non è certo un caso che il primo atto strategico del Cremlino dopo l’inizio della guerra in Ucraina nel 2022 sia stato il varo della nuova «dottrina marittima» del luglio di quell’anno, il cui punto essenziale non riguardava affatto il Mar Nero, ma l’Artico. Senza quel testo, gli obiettivi che esso esplicita e i rapporti con la Cina che implica, sarebbe più difficile comprendere le insistenti pretese di Donald Trump sulla Groenlandia.

La posta in gioco commerciale è potenzialmente immensa, considerato che ancora nel 2018 si pensava che la via artica aperta dal cambio climatico potesse essere navigabile, al massimo, tre o quattro mesi all’anno, mentre l’accelerarsi del riscaldamento globale permette a Mosca, che ha la più potente flotta di rompighiaccio al mondo, di puntare a tenere quella via sempre aperta.

Per questo Pechino ora mira a consolidare nella regione la relazione con Mosca, considerato che già dal 2018 un «Libro bianco» del governo definisce la Cina «uno Stato quasi-artico» e un’«importante parte in causa» nell’area. L’obiettivo è ottenere dal Cremlino un diritto esclusivo di transito, condiviso solo con i russi e in cambio di contenute commissioni, per trasportare prodotti cinesi verso l’Europa e l’Atlantico a costi più che competitivi nei confronti di tutti gli altri concorrenti commerciali.

Secondo il linguaggio ufficiale del governo cinese si aprirebbe così una «Via della Seta polare» fondata sul rapporto privilegiato fra Xi Jinping e Vladimir Putin. Uno dei vantaggi per la grande potenza asiatica, peraltro, sarebbe in direzione opposta: avere una rotta nordica completamente navigabile significa, per la Repubblica popolare, poter portare gas liquefatto e greggio russi verso Shanghai, Shenzhen o Hong Kong senza temere l’eventuale strangolamento occidentale all’altezza dello Stretto di Malacca. Del resto, era stato proprio il blocco anglo-americano di quello snodo nell’Asia del Sud-Est a indebolire fatalmente il Giappone nella Seconda guerra mondiale2.

Il confine tra cooperazione e conflitto è più sottile del ghiaccio che si frantuma e Thompson-Jones andando oltre la cronaca, intrecciando mito e realtà in un fragile equilibrio tra sicurezza, diplomazia e giustizia climatica, fa sì che La legge del Nord dimostri come, tra i ghiacci che si ritirano, si stia decidendo il vero futuro del dominio mondiale.

Questa impostazione permette di interpretare meglio le affermazioni del «Wall Street Journal» che vede gli accordi possibili tra Trump e Putin sulla questione ucraina ruotare, oltre che sul controllo dei giacimenti minerari ucraini, anche sullo sfruttamento dei giacimenti situati in area polare3, ma anche di andare al di là delle semplicistiche letture filo-europeistiche o monotonamente antimperialiste antiamericane fatte a proposito delle “minacce” trumpiane alla Groenlandia e per il suo controllo. Mentre, allo stesso tempo, può anche aiutare a comprendere la centralità che i paesi dell’Europa del Nord hanno assunto in ambito Nato e nello svolgimento del conflitto ucraino.

In realtà però, per quanto riguarda gli spazi e le rotte marittime, si tratta di questioni che risalgono alle origini delle società imperiali, per le quali il dominio dei mari ha sempre rappresentato un enorme vantaggio, tanto da far parlare gli storici di autentiche talassocrazie a proposito di quelle come Atene, Roma, Portogallo, Spagna, Olanda, Regno Unito, Stati Uniti e magari domani la Cina, considerato il numero e la qualità delle portaerei già varate oppure messe in cantiere dalla marina militare della Repubblica popolare, che in epoche successive hanno fondato e sviluppato la propria espansione e la propria potenza, sia economica che militare, sul controllo e il dominio, prima, del Mediterraneo e, successivamente, degli oceani.

Una questione che fin dagli inizi del Novecento e, successivamente, per tutto il XX secolo si era spesso identificata nella divisione principale tra due grandi aree geopolitiche del continente euroasiatico: l’Heartland (letteralmente: il Cuore della Terra) e Rimland (la fascia marittima e costiera che circonda l’Eurasia e che si divide in tre zone: zona della costa europea, zona del Medio Oriente e zona asiatica).

L’ideatore del concetto di Heartland era stato un generale britannico, Sir Halford Mackinder, che lo sottopose alla Royal Geographical Society nel 1904. Il termine derivava dal fatto che tale vastissimo territorio era delimitato ad ovest dal Volga, ad est dal Fiume Azzurro, a nord dall’Artico e a sud dalle cime più occidentali dell’Himalaya. Per Mackinder, che basava la sua teoria sulla contrapposizione tra mare e terra, l’Heartland costituiva il “cuore” di tutte le civiltà di terra, in quanto logisticamente inavvicinabile da qualunque talassocrazia.

A “coglierne” in pieno il significato politico fu il generale, geografo e politologo tedesco Karl Haushofer che sottolineò, a partire dagli anni ’20 nella rivista “Zeitschrift für Geopolitik”, come le potenze marittime (la Francia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti) avessero costruito una sorta di “anello” per soffocare le potenze continentali. A suo avviso le potenze marittime si ergevano come custodi dello status quo non solo attraverso il colonialismo inglese e francese, ma anche tramite l’ideologia wilsoniana che, attraverso il diritto all’autodeterminazione dei popoli, aveva contribuito allo smantellamento dell’impero austro-ungarico e del Reich guglielmino e alla creazione di una serie di stati cuscinetto destinati a contenere il risorgere della potenza tedesca e l’espansione bolscevica in Europa, compromettendo seriamente “il diritto classico dei popoli”. Entrambi i temi, quello dell’inevitabile scontro tra potenze marittime e terrestri e quello del soffocamento dello jus publicum europeo, sarebbero poi stati ripresi da Carl Schmitt, giurista e filosofo tedesco accusato di essere vicino al regime hitleriano, negli anni precedenti e successivi al secondo conflitto mondiale4.

Il concetto di Rimland invece è frutto delle teorie elaborate da Alfred Thayer Mahan (1840 – 1914), che nel 1890, con il suo studio The Influence of Sea Power in History, definì la dottrina marittima degli Stati Uniti andando oltre la Dottrina di Monroe che, nel 1823, aveva già delineato una prima area di interesse statunitense su tutto il continente americano dal Canada alla Terra del Fuoco. Tale teoria sarebbe poi stata ripresa ed impugnata con forza da Nicholas Spykman che, pur essendo di origini olandesi, sarebbe diventato il padre della geopolitica statunitense.

Spykman negli anni trenta rivisitò la geopolitica così come era stata concepita da Mackinder. Contrariamente al geografo britannico, Spykman non credeva che il “cuore”, il perno geografica del mondo, come un focus economico e territoriale, dovesse essere situato nell’Europa Centrale o in Russia, ma sulle coste. Secondo lui, il centro del mondo era formato dalle regioni costiere, che egli definiva “terra di confine” o “terre anello”, il Rimland per l’appunto. Spykman pensava che gli USA, in un modo o nell’altro, dovessero controllare questo Rimland, al fine di imporsi come una superpotenza, e quindi dominare il mondo.

La teoria di Spykman fu adottata dagli strateghi americani sia nel corso del secondo conflitto mondiale che durante la Guerra Fredda e fu alla base della politica di contenimento messa in atto nei confronti dell’Unione Sovietica e nulla impedisce di cogliere come tale teoria sia valida ancora oggi per gli Stati Uniti, dal mar della Cina e dal Pacifico orientale fino al Medio Oriente attuale. Sia in chiave anti-russa e anti-cinese che anti- europea.

Ma è chiaro che la situazione cui si accennava più sopra, venutasi a creare con lo scioglimento dei ghiacci polari artici, richieda una sorta di cambio di strategia transcontinentale e marittima da parte degli USA. Motivo per cui le apparenti “smargiassate” di Donald Trump, sul Canada come 51° stato dell’Unione o dell’occupazione della Groenlandia a discapito della Danimarca, rispondono in realtà alla necessità di una nuova strategia difensiva-offensiva.

Sicuramente uno degli elementi che spingono in tale direzione è costituito dal riscaldamento delle acque settentrionali della Russia, cosa che ha fatto sì che Putin e i suoi strateghi, nonostante le sanzioni imposte ai suoi commerci successivamente all’invasione dei territori ucraini, abbiano potuto ipotizzare e sperimentare:

una rotta che permette di navigare dall’Asia all’Europa risparmiando tempo e denaro, la rotta marina artica russa (o rotta del Nord – Northern Sea Route, Nsr). La Nsr va dallo stretto di Bering al mare di Barents, per una distanza di circa 5470 km. In condizioni ottimali, riduce distanza e durata del viaggio dal 35 al 40% rispetto alla consueta rotta attraverso il canale di Suez. Per esempio, il viaggio di una nave dalla Corea del Sud alla Germania non durerebbe più 34 giorni, ma 23.
La Nsr nonè una novità. Già negli anni Ottanta dell’Ottocento, una nave finanziata da Svezia e Russia riuscì a percorrerla. Nel 1934, i sovietici vi mandarono una nave rompighiaccio, e continuarono a navigarla soprattutto per piccoli spostamenti da un avamposto artico all’altro, finché gradualmente non venne accantonata. «Con il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, l’utilizzo della rotta terminò quasi del tutto, e il tonnellaggio dei carichi calò a picco, persino tra una città russa e l’altra. Oggi, con l’aumento delle temperature, ci si aspetta che la costa nord, un tempo una frontiera ghiacciata, possa diventare un’animata rotta per la navigazione5 »6.

Osservazioni dell’autrice del libro cui, però, vanno aggiunte quelle recentissime di Mauro De Bonis, giornalista esperto di Russia e paesi ex-sovietici, sul numero 10, ottobre 2025 di «Limes»:

La via d’acqua polare lavora attualmente a basso regime. Oltre alle turbolenze geopolitiche dovute al non roseo rapporto russo-occidentale, la rotta è ancora poco navigabile e quando lo è resta soggetta a regole e vincoli che scoraggiano le compagnie straniere dall’utilizzarla. La Federazione Russa, in base all’articolo 234 della convenzione Onu sul diritto del mare, ne regolamenta la navigazione visto che il percorso si snoda all’interno delle acque comprese nella propria Zona economica esclusiva. Mosca concepisce dunque la rotta come un sistema di trasporto nazionale unificato e storicamente consolidato. E ne stabilisce le regole di utilizzo, come il dovere di preavviso per navi militari di altri paesi che intendano percorrerla e conseguente autorizzazione. Oppure un sistema di tariffe a oggi meno conveniente di quello applicato a Suez ola norma sancita da Rosatom7 che costringe i cargo di passaggio a utilizzare il supporto di navi rompighiaccio. Inutile dire che Stati Uniti e satelliti europei rifiutano la lettura russa della gestione artica, e che le compagnie di navigazione occidentali ne trascurano per il momento la convenienza.

Così, a solcare il tragitto artico, oltre alle russe, restano le navi cinesi, che nel 2024 hanno raddoppiato la presenza e rappresentato il 95% dei carichi in transito. L’anno passato ha registrtao 37,9 milioni di tonnellate di merci trasportate lungo quelle acque polari, tonnellate che dovranno diventare 109 entro il 2030 secondo quanto stabilito dal Cremlino. Obiettivo ambizioso ma raggiungibile, almeno stando ai dati snocciolati da Maksim Kulinko, della direzione rotte marittime di Rosatom, sicuro che proprio entro fine decennio il trasporto attraverso itinerari artici diventerà consuetudine, con un tempo medio di transito garantito per l’intero arco dell’anno di soli dieci giorni. A salvaguardia di questo tesoro d’acqua, della sovranità sulla Zona economica esclusiva, dei suoi interessi economici, delle ricchezze minerarie e aree contese nella regione, daMosca si procede a un rafforzamento della capacità militare presente lungo la rotta e al necessario aumento della flotta di navi rompighiaccio8.

Alla luce di quanto fin qui scritto, diventa più facile individuare alcuni dei motivi che hanno fatto sì che l’incontro ufficiale tra Trump e Putin sia avvenuto il 15 agosto 2025 nella base militare di Elmendorf-Richardson ad Anchorage, in Alaska, e questo rende anche evidente come tale incontro al suo interno abbia obbligatoriamente affrontato temi che sono andati ben al di là della questione ucraina. Considerata anche l’irrilevanza numerica della flotta di navi rompighiaccio statunitensi a fronte di quella già attuale russa, quasi interamente composta da navi a propulsione nucleare, e il problema rappresentato, già ora e non soltanto in prospettiva, dal traffico navale artico cinese.

Problemi e prospettive, sia di accordo che di conflitto, che sicuramente la potenza, pur declinante, statunitense preferisce trattare con il gigante russo accantonando i nani europei. Come Mara Morini che, sulle colonne del «Domani», ha sottolineato: «i due presidenti (Putin e Trump) sono in sintonia perfetta nell’accerchiare e isolare l’Unione europea senza alcuno scrupolo»9. Sintonia dovuta non solo a una scelta di Trump e del suo entourage, ma derivante dalla storia della strategia americana di condivisione di prospettive geopolitiche, militari ed economiche con la Russia, oggi, e l’Unione Sovietica, ieri, che risale, al di là delle leggende narrate dopo il 1945 e in età, altrettanto leggendaria, di “Guerra fredda”, almeno ai rapporti instauratisi tra Roosevelt e Stalin già durante il secondo conflitto mondiale, sia durante le conferenze di Teheran (1944)10 che di Yalta (1945).

Il testo edito dalla Luiss University Press si rivela, proprio per questi motivi e molti altri, una lettura utilissima; ricca di dati, osservazioni e commenti indispensabili per chiunque voglia avvicinarsi ai problemi di quello che abbiamo da tempo definito, proprio su queste pagine, il nuovo disordine mondiale.


  1. Clima, il 2025 potrà essere il secondo anno più caldo mai registrato, «Il Messaggero», 9 dicembre 2025.  

  2. F. Fubini, La «rotta artica» di Russia e Cina: ecco perché Trump vuole la Groenlandia (e a Xi va bene il climate change), «Corriere della sera», 10 gennaio 2025.  

  3. In proposito si veda, tra i tanti, A. Simoni, Il patto tra Usa e Mosca dettato solo dagli affari, «La Stampa», 3 dicembre 2025, oppure il più recente articolo di Alan Friedman, ancora su «La Stampa» del 7 dicembre 2025: Se Putin diventa il partner di Trump.  

  4. C. Schmitt, Terra e mare. Una riflessione sulla storia del mondo, Edizioni Adelphi, Milano 2002 e C. Schmitt, Il nomos della terra nel diritto internazionale dello «Jus publicum europaeum», Adelphi, Milano 1991.  

  5. K. Hille, Russia’s Arctic Obsession, “Financial Times”, 21 ottobre 201.  

  6. M. Thompson-Jones, La legge del Nord. La conquista dell’artico e il nuovo dominio mondiale, Luiss University Press, Roma 2025, pp. 245-246.  

  7. Rosatom acronimo della Corporazione statale russa per l’energia atomica  

  8. M. De Bonis, Per Mosca l’Artico è russo, in Tutti contro tutti, «Limes», numero 10, ottobre 2025 pp. 66-67.  

  9. M. Morini, La strategia di Putin e Trump. Accerchiare Kiev (e pure l’Ue), «Domani», 4 dicembre 2025.  

  10. Si veda in proposito: J. Dimbleby, 1944. Finale di partita. Come Stalin vinse la guerra, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2025, in particolare il capitolo 5 – I Due Grandi, più uno, pp. 122-138.  

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Virus letale https://www.carmillaonline.com/2025/11/26/virus-mortale/ Wed, 26 Nov 2025 21:00:43 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91113 di Sandro Moiso e Jack Orlando

La parola è ora un virus. Una volta forse il virus dell’influenza era una cellula polmonare sana. Ora è un organismo parassita che invade e danneggia i polmoni. Una volta forse la parola era una cellula neurale sana. Ora è un organismo parassita che invade e danneggia il sistema nervoso centrale. L’uomo moderno ha perso la facoltà di scegliere il silenzio. (William S.Burroughs – Il biglietto che esplose, 1962)

Chissà se Ari Aster, quando ha iniziato a progettare Eddington, ha riflettuto sulle parole di William Burroughs inscritte in uno dei testi imprescindibili della [...]]]> di Sandro Moiso e Jack Orlando

La parola è ora un virus. Una volta forse il virus dell’influenza era una cellula polmonare sana. Ora è un organismo parassita che invade e danneggia i polmoni. Una volta forse la parola era una cellula neurale sana. Ora è un organismo parassita che invade e danneggia il sistema nervoso centrale. L’uomo moderno ha perso la facoltà di scegliere il silenzio. (William S.Burroughs – Il biglietto che esplose, 1962)

Chissà se Ari Aster, quando ha iniziato a progettare Eddington, ha riflettuto sulle parole di William Burroughs inscritte in uno dei testi imprescindibili della letteratura americana della seconda metà del ‘900. Il film, di cui Aster aveva scritto la sceneggiatura ancora prima di esordire nel 2018 con Hereditary – Le radici del male, amplia infatti l’intuizione di Burroughs ben oltre il linguaggio vocale per adattarla all’odierna trasformazione antropologica seguita alla diffusione dei social media e delle tecnologie digitali. Una diffusione virale di cui la pandemia da Covid 19, che fa da sfondo al film, ambientato nel 2020, non può che costituire l’ovvia metafora.

La trama, sostanzialmente, è riassumibile in poche righe. Nel maggio del 2020, nel pieno esplodere del Coronavirus, delle proteste organizzate da Black Lives Matter per la morte di George Floyd a Minneapolis e della campagna elettorale per le elezioni presidenziali del novembre dello stesso anno, la cittadina di Eddington, nel Nuovo Messico, sale agli onori della cronaca quando una disputa tra l’asmatico e conservatore sceriffo Joe Cross (interpretato da Joaquin Phoenix) e il sindaco finto-progressista Ted García (Pedro Pascal) degenera rapidamente in un tragico bagno di sangue, mettendo gli abitanti gli uni contro gli altri.

Definito come un “western contemporaneo” il film è, invece, ascrivibile a quello che sta diventando rapidamente un vero e proprio genere per il cinema statunitense: quello della “guerra civile” strisciante o che viene. A differenza però dell’altrettanto recente Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson, rifiuta l’ambientazione ucronica, che già aveva caratterizzato anche Civil War di Alex Garland (2024), per inserirlo in un contesto sociale, storico e politico ben definito, dove fa spesso capolino il volto di Trump. Dando così origine a qualcosa che si potrebbe definire come una sorta di neo-realismo dell’era della comunicazione digitale.

Il regista, nato nel 1986 a New York, si è sempre mosso tra atmosfere horror, dark e noir, di cui costituiscono una significativa testimonianza i precedenti Hereditary (2018), Midsommar – Il villaggio dei dannati (2019) e Beau ha paura (2023). Ma questa volta, pur non attenuando il gusto per il noir e la violenza esplicita, prova a sviluppare un discorso, così come ha spiegato in un’intervista ai «Cahiers du cinéma», su come la diffusione degli smartphone, dei social media e dell’Intelligenza Artificiale abbia finito col dare vita ad un mondo caratterizzato da una sorta di iper-individualismo di massa in cui nessuno sembra essere più d’accordo sul concetto di “reale” o, perlomeno, su quelli che sono, o dovrebbero essere, gli elementi che costituiscono concretamente la “realtà”.

Non a caso, sullo sfondo delle vicende troneggia la proposta di costruzione nelle vicinanze della cittadina posta ai margini del deserto, e già afflitta dalla siccità, di un enorme data center. Un data center vorace di acqua ma, secondo i promotori dell’iniziativa, sindaco Garcia in testa, necessario a riportare la prosperità (se non la modernità) in un contesto economico e sociale in cui la pandemia, con tutte le sue restrizioni, sembra aver dato il colpo di grazia.

Intorno a tutto questo, però, si muovono non soltanto gli appetiti economico-produttivi della ditta specializzata in gestione dati ma anche le speranze di una parte dei cittadini, le paure dei complottisti, la volontà di riscatto di uno sceriffo debole attanagliato dai suoi fallimenti, dalle sue paure e dalle preoccupazioni per una moglie mentalmente instabile (interpretata da Emma Stone), la pervasività di una farlocca moralità di origine religiosa e le denunce degli abusi sessuali su bambini e adolescenti in loco e nell’intera America dei cinquanta stati.

Si muove la politica con la campagna trumpiana per la Casa Bianca e i giovani Antifa che promuovono manifestazioni e confusi disordini in seguito alla morte di George Floyd. Con parole d’ordine e slogan che spesso appaiono grotteschi, come quelli che riguardano una “bianchezza” che, da metafora universale delle diseguaglianze di classe, genere e razza, si tramuta in discorso assoluto da realizzare individualmente.

Con tutto il seguito, ridicolmente pomposo, di autodenunce, scuse, vittimismo e rimozione della storia portate poi parzialmente a compimento dai movimenti della cancel culture1 che proprio nel 2020 esplodeva definitivamente e di cui, in qualche modo, in tempi recenti Donald Trump ha approfittato ribaltandone il significato, per proporre la rimozione dai 21 musei e dai 14 centri di ricerca dello Smithsonian Institute i riferimenti ritenuti eccessivi e fuorvianti alla schiavitù negli Stati Uniti, in occasione del 250esimo anniversario della nascita dello Smithsonian. Una revisione orientata a “ristabilire verità e sanità nella storia americana”. Un’iniziativa tesa, sempre secondo il presidente, “ad assicurare l’allineamento con la direttiva di celebrare l’eccezionalismo americano, rimuovere narrative divisive e di parte e ristabilire la fiducia nelle nostre condivise istituzioni culturali” (qui).

Un atteggiamento che, sempre secondo quanto ha dichiarato il regista ai «Cahiers», rivela le responsabilità della sinistra che a partire dagli anni Sessanta, stanno alla base delle distorsioni destinate a dare vita a molte teorie complottiste, che si ritengono oggi patrimonio della destra populista degli Stati Uniti e non soltanto. Ma che, ancor prima di costituire un discorso di propaganda, rappresentano l’esternazione di una società che ha perso i suoi punti di riferimento, materiali e simbolici, e con essi la capacità di tenere insieme le persone, che vanno ora cercando nuovi cardini nelle verità più assurde, senza alcuna capacità di confrontarsi su un terreno comune.

Una società del piagnisteo, dell’autocompatimento e dell’autocommiserazione, in cui tutti trovano sfogo e motivi di rivincita, grazie soprattutto alle tempeste che si scatenano a partire dai social media e dal loro uso ossessivo. Fornendo parole d’ordine vuote quanto roboanti e “cause” pret-a-porter a tutte le parti in causa.

Così, se le tematiche del western classico sono spesso indirizzate nella direzione della fondazione di nuova società, dell’invenzione di una legge di fronte all’anarchia sociale, con il deragliamento dei social media prima e l’avvento dell’intelligenza artificiale poi ci si trova di fronte a una specie di “nuova frontiera”. In cui le immagini generate dall’intelligenza artificiale, ormai virulente come le parole di cui sopra, sono quelle destinate a “dirigere tutto” come un tempo si pensava della classe operaia. Anche se, come afferma ancora lo stesso Aster, tutto ciò non è normale, ma semplicemente demenziale.

Esattamente come succede nel caso di Joe Cross, non un autentico villain o principe del male, ma, piuttosto, un fallito in tutti gli aspetti della vita (lavorativi, umani e affettivi) che, nelle distorsioni prodotte dai video e dalle foto pubblicate su Instagram, “trova la forza” per affrontare e risolvere le cause dei suoi mali, più che di un unico male.

Tutti elementi cui si aggiungerà, nel granguignolesco finale che altro non potrebbe essere in una società che letteralmente affoga tra le armi, l’arrivo di un presunto commando di suprematisti bianchi sotto copertura, a bordo di un jet privato che determina il definitivo abbattimento del muro tra finzione e reale, tipico della mente paranoide che sembra governare il comportamento sociale (non solo) americano. Probabilmente convocati dalla stessa agenzia risoluta a realizzare il grande data center di Eddington, nonostante l’apparente progressismo dei suoi intenti, per innaffiare l’incendio tutt’altro che latente con un’ultima tanica di benzina.

Un film dunque ad elevato grado di ottani, confusione, violenza e follia che lascia lo spettatore frastornato, stordito dal flusso degli eventi, delle immagini e delle parole trasmesse da smartphone e computer portatili. Sfondo uditivo permanente, che molesta ogni interazione e frantuma ogni silenzio in modo ossessivo. Un gioco di rinvii in cui le immagini prodotte dall’AI e i discorsi deliranti diventano normali e facilmente spendibili. Per qualsiasi causa. Un autentico virus, mortale e irrefrenabile allo stesso tempo.

Lo spettatore esce confuso anche in virtù di una colonna sonora minimale, curata da Bobby Krlić, alla sua terza collaborazione con Aster, dopo Midsommar e Beau ha paura, insieme a Daniel Pemberton. In cui oltre ai suoni si mescolano, quasi costantemente, le voci degli utenti dei servizi digitali. In una cacofonia che risulta poter essere l’unica colonna sonora possibile per una guerra civile sicuramente in arrivo, ma priva di alcuna linea di condotta. Sia politica che di classe.

Un film spiazzante e frastornante, e per questo assolutamente riuscito, che con il lungo fermo immagine che accompagna i titoli di coda rivela chi o cosa, almeno sul momento, è davvero uscito vincitore dallo scontro feroce e insensato che lo ha percorso dall’inizio alla fine.


  1. Si veda in proposito: C. Rizzacasa D’Ortogna, Scorrettissimi. La cancel culture nella cultura americana, Gius. Laterza e Figli S.p.a., Bari-Roma 2022.  

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