Domenico Moro – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 13 Jun 2026 20:00:36 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Europa: rompere la gabbia, recuperare la soggettività https://www.carmillaonline.com/2018/03/20/europa-rompere-la-gabbia-recuperare-la-soggettivita/ Mon, 19 Mar 2018 23:01:53 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=44362 di Luca Cangianti

Domenico Moro, La gabbia dell’euro. Perché uscirne è internazionalista e di sinistra, Imprimatur, 2018, pp. 105, € 11,00.

L’Europa da sogno di pace postbellico si è trasformata in un incubo disciplinare che infesta le vite delle classi subalterne. La fuoriuscita dall’Unione economica e monetaria suscita tuttavia ancora molte obiezioni: alcuni temono il mero ritorno reazionario e xenofobo allo stato nazionale, altri la rinuncia a porre lo scontro con il capitale finanziario sull’adeguato piano globale conseguito negli ultimi decenni. Secondo questi punti di vista, di fronte al deficit di [...]]]> di Luca Cangianti

Domenico Moro, La gabbia dell’euro. Perché uscirne è internazionalista e di sinistra, Imprimatur, 2018, pp. 105, € 11,00.

L’Europa da sogno di pace postbellico si è trasformata in un incubo disciplinare che infesta le vite delle classi subalterne. La fuoriuscita dall’Unione economica e monetaria suscita tuttavia ancora molte obiezioni: alcuni temono il mero ritorno reazionario e xenofobo allo stato nazionale, altri la rinuncia a porre lo scontro con il capitale finanziario sull’adeguato piano globale conseguito negli ultimi decenni. Secondo questi punti di vista, di fronte al deficit di democrazia e agli squilibri dell’Unione europea (assenza di sistemi di welfare comunitari, politica economica e fiscale non omogenea) bisognerebbe spingere innanzi il processo di convergenza fino alla creazione di uno stato federale. Al momento invece assistiamo a una dinamica centrifuga che accentua i divari tra i singoli paesi. D’altra parte è lecito ipotizzare che, dati gli attuali rapporti di forza politici e sociali, qualora si procedesse verso una maggiore integrazione statuale, sarebbero formalizzati assetti regressivi rispetto alle costituzioni nazionali del dopoguerra, con esiti sfavorevoli alle classi subalterne.

In questo panorama La gabbia dell’euro di Domenico Moro sposa una posizione molto netta: le classi popolari per recuperare margine d’azione politica e reagire all’attacco ai redditi e alla qualità della vita devono revocare il trasferimento agli organismi sovranazionali delle funzioni di controllo sul bilancio pubblico e sulla moneta: “L’euro è stato lo strumento principale di riorganizzazione dell’accumulazione nella fase capitalistica globale, nelle specifiche e particolari condizioni economiche e politiche dell’Europa occidentale. Altrove, nei Paesi anglosassoni, il neoliberismo si è attuato senza il ricorso a vincoli esterni. In Europa continentale, soprattutto in Italia, Spagna e Francia, a causa dei particolari rapporti di forza economici e politici esistenti tra le classi sociali, si è reso necessario far ricorso alla leva del vincolo esterno europeo. Questa leva ha consentito di bypassare parlamenti e sistemi elettorali che, esprimendo interessi variegati, non consentivano la tanto auspicata governabilità”.
Secondo l’autore un programma che ponga all’ordine del giorno tale indicazione non deve temere di esser tacciato di nazionalismo o di aderenze a pulsioni reazionarie: l’internazionalismo è il riconoscimento degli interessi delle classi subalterne a prescindere delle differenze nazionali, mentre il cosmopolitismo – che secondo Moro è l’ideologia dell’Unione europea e delle élite finanziarie – è il suo rovesciamento in chiave individualistica. Il capitalismo contemporaneo sviluppa infatti la sua logica accumulativa mediante investimenti all’estero, sia di portafoglio che diretti, per realizzare economie di scala e sfruttare la manodopera a basso costo dei paesi periferici. Le imprese dominanti ormai sono quelle transnazionali, l’imperialismo è deterritorializzato e il debito pubblico, da sostegno al consumo, si è trasformato in una barriera allo sviluppo del capitale finanziario: “La continua pressione a contenere i debiti sovrani (con la conseguente contrazione del welfare e degli investimenti pubblici) e la riforma bancaria sono funzionali a drenare risparmio dal finanziamento del debito pubblico alle imprese, mediante la crescita del mercato dei capitali e della borsa. Così facendo, però, l’euro e le politiche di austerity hanno accentuato la contrazione della crescita complessiva dell’area euro e aumentato la divergenza tra gli Stati europei.”
Moro ammette che concetto di nazione sia “potenzialmente ambiguo” e vada “maneggiato con cura”, tuttavia l’immaginario politico che propone non è quello naturalistico della comunità basata sulla terra e il sangue, ma quella di coloro che subiscono il dominio delle élite transnazionali. Queste, rescisso il legame con i rispettivi territori e nazioni, rendono possibile che il concetto di popolo possa esser utilmente impiegato dalle classi subalterne. L’autore ha in mente l’esempio dei movimenti bolivariani in Sudamerica che in Italia potrebbe esser declinato come “patriottismo costituzionale”, cioè come comunità volontaristicamente costituita sul rilancio dei valori della Costituzione. Meno calzante è il parallelo con i riferimenti nazionali e risorgimentali utilizzati dalle formazioni partigiane collegate al Pci. In quel caso, infatti, ci fu un effettivo regresso dall’internazionalismo comunista delle origini alla linea togliattiana e staliniana di collaborazione nazionale con i monarchici e i partiti borghesi.

In astratto non è possibile affermare che per le classi subalterne sia preferibile una forma statuale o parastatuale con i confini dell’Europa, di una parte di essa o dei singoli stati nazionali. Alla domanda se sia preferibile uscire o meno dall’Unione economica e monetaria non bisognerebbe rispondere con un “sì” o con un “no”, ma con un “dipende”. La questione infatti più che economica è politica e cioè: a quale livello è ipotizzabile che si presentino conflitti tali da prefigurare una rottura con l’ordine dominante? La situazione più auspicabile sarebbe sicuramente un ciclo di lotte sincronizzato su tutto il territorio europeo. Ma si tratta di uno scenario probabile a fronte delle politiche europee che aumentano i divari tra i vari paesi membri? È più facile immaginare che situazioni di rottura si diano a livello nazionale o al limite di specifiche regioni dell’Unione. Di conseguenza è bene porre per tempo e con la dovuta chiarezza un’ipotesi di fuoriuscita dall’euro, altrimenti si rischia di replicare la tragica esperienza greca.
Alla luce di questi ragionamenti il saggio di Domenico Moro ha una grande utilità politica. Le sue pagine, scritte con linguaggio accessibile a tutti spiegano come l’Unione europea sia un formidabile dispositivo di dominio da smontare affinché il massacro sociale sia fermato e le classi subalterne possano rafforzare la propria soggettività politica. Tale ipotetica rottura tuttavia non sarà un mero ritorno alla dialettica novecentesca, quando nello stato nazionale il livello politico e quello economico erano sostanzialmente coincidenti. Oggi questi due universi sono disallineati dalla stessa dinamica dello sviluppo capitalistico e spetta alla soggettività antagonista capire come sincronizzare i due aspetti – un compito titanico, forse non attuabile nell’immediato, ma teoricamente ineludibile per immaginare un futuro dal volto umano.

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La spirale del capitalismo https://www.carmillaonline.com/2016/02/15/la-spirale-del-capitalismo/ Mon, 15 Feb 2016 22:00:43 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=28683 di Luca Cangianti

spirale-bianca-e-neraDomenico Moro, Globalizzazione e decadenza industriale. L’Italia tra delocalizzazioni, “crisi secolari” ed euro, Imprimatur, 2015, pp. 254, € 16,00

La figura geometrica che rappresenta meglio lo sviluppo del modo di produzione capitalistico è la spirale: una sequenza di cerchi che si allargano e collassano ciclicamente, per riprendere poi il proprio movimento da un nuovo punto d’inizio. Domenico Moro, nel saggio Globalizzazione e decadenza industriale, illustra con chiarezza la causa di tali movimenti, sia sul piano alto e modellistico della critica dell’economia politica marxiana, che su quello empirico delle cronache economiche [...]]]> di Luca Cangianti

spirale-bianca-e-neraDomenico Moro, Globalizzazione e decadenza industriale. L’Italia tra delocalizzazioni, “crisi secolari” ed euro, Imprimatur, 2015, pp. 254, € 16,00

La figura geometrica che rappresenta meglio lo sviluppo del modo di produzione capitalistico è la spirale: una sequenza di cerchi che si allargano e collassano ciclicamente, per riprendere poi il proprio movimento da un nuovo punto d’inizio. Domenico Moro, nel saggio Globalizzazione e decadenza industriale, illustra con chiarezza la causa di tali movimenti, sia sul piano alto e modellistico della critica dell’economia politica marxiana, che su quello empirico delle cronache economiche e politiche contemporanee.

Uno dei temi principali del libro riguarda la perdita di capacità produttiva subita dall’Italia. Nel periodo 2007-2014 nel nostro paese gli investimenti fissi lordi in valore reale sono diminuiti del 30,4% a fronte del 12,3% nell’Unione europea. Ciò tuttavia non va considerato un fallimento del sistema, mera decadenza industriale, ma una “riorganizzazione complessiva dell’economia e della struttura delle imprese italiane, in quanto necessario adattamento alla nuova fase di accumulazione caratterizzata dalla globalizzazione e dallo stato endemico di sovrapproduzione in cui versa il capitale.” In sostanza, le perdite dell’Italia non sono frutto di scelte sbagliate di avidi operatori economici, né dell’inefficienza e corruzione di un ceto politico-amministrativo che avrebbe impedito l’adeguamento del paese al nuovo contesto internazionale. Il rallentamento economico del nostro paese rispetto ad altre zone industrializzate è il risultato dell’applicazione profonda e tempestiva di strategie neoliberiste utili a contrastare la caduta del saggio di profitto che misura il ritorno del capitale investito.

domenico_moro_globalizzazioneDi contro all’incapacità di spiegare teoricamente la crisi da parte delle scuole economiche convenzionali che individuano cause sempre diverse e contingenti (prezzo del petrolio, eventi bellici, speculazioni di ogni sorta), Moro trova più convincente l’approccio monistico marxiano e impiega la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, e specialmente le sue cause antagonistiche, come griglia analitica. Consistendo il saggio di profitto nel rapporto tra plusvalore (numeratore) e capitale investito in macchine e salariati (denominatore), l’aumento costante di questo capitale anticipato nella dinamica di sviluppo del capitalismo comporta il ridursi del tasso. Ciò, tuttavia, non consente d’immaginare nessuna forma d’implosione del modo di produzione dominante. La caduta del saggio di profitto è infatti contrastata da altri fattori: l’aumento del grado di sfruttamento della forza-lavoro, la riduzione del salario al di sotto del suo valore, la svalorizzazione delle macchine e delle materie prime, l’aumento dell’offerta di forza-lavoro sul mercato, la crescita del capitale azionario (che può sfuggire al livellamento del saggio medio di profitto) e infine lo sviluppo del commercio estero. Quest’ultimo è uno dei fattori più importanti, comportando migliori economie di scala, la vendita delle merci a prezzi di produzione superiori al loro valore e il drenaggio di quote di plusvalore dalle economie meno sviluppate verso quelle più sviluppate.

Non a caso negli ultimi anni le istituzioni europee hanno agevolato in tutti i modi l’esportazione di capitale e di merci mediante la contrazione dei costi di produzione. Gli investimenti diretti esteri (ide) in uscita dall’Italia sono passati dall’1,6% del pil nel 1980 al 28,9% del 2013. Inoltre tra il 1990 e il 2013 la crescita annua degli ide italiani è stata del 22,4% in confronto al 19,8% dell’Eurozona. Tale dinamica sottrae all’economia nazionale risorse per l’occupazione e gli investimenti generando recessione. Sul versante delle esportazioni di merci è vero che l’Italia ha perso delle quote relative sul mercato mondiale passando dal 3,9% del 2003 al 2,8% del 2014, tuttavia l’incidenza delle esportazioni sul pil è in crescita e la competitività internazionale del nostro paese nel periodo 2010-2014 è stata superiore ai livelli del 2007-2008 precedenti alla crisi. Il calo delle esportazioni insomma va messo in relazione con la sovraccumulazione di capitale ormai presente anche nelle aree periferiche del globo grazie all’affluenza di investimenti diretti esteri.

La recessione permanente in questo modo diventa strumento di gestione della crisi: “il capitale, in questa fase storica del suo sviluppo, non ha interesse né alla crescita né alla piena occupazione e, essendo il mercato globale, non ha neanche un interesse particolare al mercato nazionale.” Questo significa che piuttosto che di decadenza industriale in Italia si deve parlare di decadimento sociale per tutti quei settori, e sono la maggioranza, esclusi dai benefici del nuovo assetto economico: salariati pubblici e privati, piccola e media impresa, grandi imprese non inserite nelle catene transnazionali del valore o nei monopoli. Tra i vincitori invece abbiamo il grande capitale globalizzato che controlla i settori dell’economia italiana capaci di esportare, le élite professionali tecnico-scientifiche e manageriali collegate a questi comparti, e in generale chi riesce a vendere sul mercato competenze adeguate a un contesto più tecnologico e internazionalizzato. Insomma, conclude l’autore, “Ciò a cui si assiste è il rialzo dei profitti del vertice capitalistico, sempre più integrato con il capitale internazionale, al prezzo del peggioramento delle condizioni di vita della maggior parte della società e della stagnazione di lunga durata dell’economia”.

Secondo Moro a fronte di una situazione che spontaneamente tende verso una recessione permanente, nuovi investimenti che rilancino lo sviluppo e la produzione di beni e servizi socialmente utili (ma non necessariamente profittevoli) possono provenire solo da un’organizzazione statuale sottratta ai vincoli sovrannazionali di bilancio e di gestione della moneta unica. Tuttavia parlare oggi di uno stato “espressione degli interessi della collettività” che non sia “un organismo separato e contrapposto a essa” è un obiettivo di natura titanica, impensabile se non con l’emergere in Europa di una forte conflittualità sociale in congiunzione con uno dei momenti di collasso ciclico della spirale capitalistica.

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