distruzione – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Mon, 12 Jan 2026 06:48:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 E’ uno sporco lavoro / 1: ma qualcuno deve pur farlo… https://www.carmillaonline.com/2025/07/09/e-uno-sporco-lavoro-1-ma-qualcuno-deve-pur-farlo/ Wed, 09 Jul 2025 20:00:00 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=89232 di Sandro Moiso

Almeno per una volta l’alter ego dell’ispettore Stephan Derrick, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, ha lasciato da parte l’ipocrisia con cui da tempo l’Europa maschera le sue posizioni dichiarando che «Israele sta facendo il lavoro sporco anche per noi». Una frase che più che dai dialoghi della serie televisiva che vedeva protagonista l’ispettore interpretato da Horst Tappert, dall’oscuro passato nazista, essendosi arruolato nelle Waffen SS nel 1940, sembrerebbe presa direttamente dai perversi pensieri che, al pari di quelli libidinosi ma vietati dalla morale borghese e cristiana, devono aver alimentato le fantasie non tanto di chi la Shoa [...]]]> di Sandro Moiso

Almeno per una volta l’alter ego dell’ispettore Stephan Derrick, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, ha lasciato da parte l’ipocrisia con cui da tempo l’Europa maschera le sue posizioni dichiarando che «Israele sta facendo il lavoro sporco anche per noi». Una frase che più che dai dialoghi della serie televisiva che vedeva protagonista l’ispettore interpretato da Horst Tappert, dall’oscuro passato nazista, essendosi arruolato nelle Waffen SS nel 1940, sembrerebbe presa direttamente dai perversi pensieri che, al pari di quelli libidinosi ma vietati dalla morale borghese e cristiana, devono aver alimentato le fantasie non tanto di chi la Shoa portò avanti, ma di tutti coloro che, come governanti o uomini comuni non soltanto di origine germanica, negli anni del secondo conflitto mondiale e dello sterminio su larga scala di ebrei, omosessuali, zingari, diversi e disadattati di ogni genere, avevano da tempo trasferito il loro odio e le loro paure su coloro che sembravano rappresentare dei possibili intralci alla loro visione di un mondo ben ordinato e “positivamente” razzializzato.

Israele, si dice ormai spesso e fino ai limiti di una ripetizione talmudica o mantrica, è oggi sempre più isolato come Stato e come popolo, ma il vero dato curioso è dato dal fatto che ad appoggiare la pretesa “vendetta” sionista siano quasi sempre forze di destra un tempo colpevoli della persecuzione degli ebrei e i portavoce di una Chiesa integralista che del massacro degli stessi aveva fatto un proprio dovere, anche solo per la concorrenza con i banchieri “giudei” in tempi in cui l’usura, come allora giustamente si chiamava il traffico di denaro, era ancora proibita ai “buoni cristiani”.

«L’usuraio ebreo, sempre più costretto a questa funzione dalla società cristiana, sebbene non commettesse peccato in rapporto alla legge ebraica né a quella cristiana, subì, sulla base di una latente ostilità agli ebrei, il crescere dell’antisemitismo, le cui vampate erano attizzate dalla lotta antiusuraria della Chiesa e dei prìncipi cristiani» ci narra Jacques Le Goff nel suo La borsa e la vita. Dall’usuraio al banchiere (Laterza Roma-Bari 2003, p. 63). Sempre secondo Le Goff:

L’indebitamento contadino è difficile da studiare nel dettaglio; è stato comunque osservato che nei Pirenei orientali del secolo XIII molti agricoltori avevano per creditori degli ebrei. L’aumento della domanda di contante contribuì alla fortuna degli ebrei, ma spesso in misura ben più modesta rispetto alle voci che correvano. In effetti, in un contesto di bisogni ridotti, fino al XIII secolo a prestare soldi erano state soprattutto le istituzioni monastiche. Fu, quando l’impiego del denaro si urbanizzò che gli ebrei cominciarono a svolgere una funzione importante come prestatori di denaro, dal momento che secondo l’Antico Testamento il prestito a interesse, almeno teoricamente, era vietato tra cristiani da un lato e tra giudei dall’altro, ma ammesso tra cristiani ed ebrei 1.

Fu per questa diffusione di una economia monetaria che imponeva bisogni sempre crescenti di denaro che a partire dal XV secolo, in Italia:

La Fratellanza dell’Uomo divenne la bandiera sotto la quale i frati antisemiti, appartenenti specialmente agli osservanti francescani, celarono i loro demagogici appelli per l’espulsione degli usurai ebrei, i quali erano sciamati da Roma e dalla Germania nelle città italiane in risposta agli inviti municipali di avviare dei negozi, con licenza di richiedere dal 20% al 50% di interesse sui prestiti di non grande entità. Guidati da Bernardino da Feltre (morto nel 1494), i predicatori della famiglia degli osservanti vomitarono le ormai screditate accuse contro gli ebrei incolpandoli di assassini rituali, incitarono la plebaglia ad attentati contro la loro vita e la loro proprietà, arringarono il popolo e i magistrati affinché li distruggessero completamente e creassero agenzie di prestito cristiane, i così detti monti di pietà. Intorno al 1509, ottantasette di queste banche erano state ormai create con il consenso papale, malgrado le lamentele dei teologi tradizionalisti, soprattutto di quelli agostiniani e domenicani, secondo i quali i prestiti a interesse erano contrari a qualunque tradizione a qualunque legge umana e divina e sovvertivano ogni fondamento di fratellanza cristiana2.

Così non è forse un caso che già dal XIII secolo uno dei primi che cercò di formulare le leggi di quella che sarebbe poi diventata la “scienza economica” sia stato proprio un rappresentante dell’Ordine francescano, in cui era entrato all’età di dodici anni: Pietro di Giovanni Olivi, nato nei pressi di Beziérs, in Francia, nel 1248. Che nella sua opera, il Tractatus de emptione et venditione, de contractibus usurariis et de restitutionibus, estremamente moderna se si considera l’epoca e considerato che al centro si poneva il problema dei prezzi delle merci e della loro “giusta” determinazione, non mancava di sottolineare come, nell’Antico Testamento:

per evitare che gli Ebrei fossero ladri o usurai nei confronti dei loro fratelli, è stato loro concesso di poter esigere interessi usurari dagli stranieri. […] La Legge infatti concesse da prima ai Giudei diritti legittimi sui beni dei Gentili, la cui terra fu data da Dio agli Ebrei, oppure su quelli degli altri popoli, che essi potevano giustamente e secondo il volere di Dio vincere, ridurre in miseria e sterminare. Ad essi infatti era permesso opprimerli con i prestiti usurari, così come con ogni altro genere di imposizioni3.

L’”economista” francescano, che aggiungeva poco più avanti che «utilizzare il peccato dell’usura per realizzare un bene è una buona azione» (p. 113), riusciva così con grande maestria dialettica ad aprire, forse involontariamente, sia la strada a quella diversa visione delle pratiche bancarie che già nel secolo precedente aveva portato, sempre secondo Le Goff, all’”invenzione” del Purgatorio per rendere redimibile ciò che per la dottrina cristiana precedente era insalvabile, ovvero il peccato di usura4; sia a dare la stura alla giustificazione biblica delle rivendicazioni millenaristiche israelitiche sulla Terra Promessa contemporaneamente alla visione negativa dei Giudei che poteva essere tratta dalle stesse righe citate.

Ecco allora come la battaglia contro l’antisemitismo per cui Merz si batte ipocritamente il petto e incita ad appoggiare i lavori sporchi di Israele in ogni angolo del Medio Oriente, come aveva già precedentemente sostenuto affermando che «Israele ha il diritto di difendersi», affonda le sue origini in un clima culturale e religioso che ebbe nei “fraticelli” un importante campionario di miserie e riflessioni dottrinarie e morali che avrebbero poi messo saldamente le radici nell’immaginario cristiano, popolare e non.

Un’immagine di ebrei ladri, profittatori e sfruttatori che, dopo essere stata giustificata con l’uso della legge mosaica contenuta nell’Antico Testamento si è rovesciata in un carico di odio e persecuzioni che avrebbero accompagnato le vicende degli Ebrei dal Medioevo in poi. Fino, per l’appunto, al “lavoro sporco” condotto dal regime nazista nei loro confronti tra la fine degli anni Trenta del ‘900 e il 1945.

Lavoro sporchissimo non soltanto per la barbarie e la determinazione con cui fu condotto, soprattutto nelle lande dell’Europa Orientale, Polonia e Ucraina in primis, nel corso del secondo macello imperialista, ma anche perché questo avvenne sotto gli occhi impassibili delle potenze “democratiche e liberali” che, anche se finirono coll’opporsi militarmente all’espansione economica e militare del Terzo Reich, inizialmente ne condivisero alcuni assunti, soprattutto quello dell’inimicizia nei confronti di chi praticava la religione ebraica.

Come spiega Theodore S. Hamerow nel suo Perché l’Olocausto non fu fermato:

E’ ormai noto che la notizia dello stermino sistematico degli ebrei ad opera dei nazisti circolava in Europa e negli Stati Uniti fin dal 1942. Eppure ci vollero tre lunghi anni prima che si ponesse fine alla barbarie del genocidio. Nel frattempo, nessuna azione militare specificatamente finalizzata a sabotare la macchina nazista dell’orrore. Nessuna iniziativa diplomatica esplicitamente rivolta a fermare la mano degli aguzzini. Anzi, l’accoglienza di rifugiati ebrei in fuga dalla Germania fu resa ancora più difficile e le porte delle frontiere si chiusero per loro quasi ermeticamente […] L’Olocausto non fu fermato prima perché anche le democrazie occidentali furono percorse al loro interno da una fortissima ondata di anrisemitismo […] Perfino negli Stati Uniti si tentò di far passare le notizie sullo sterminio degli ebrei per semplice propaganda e la questione ebraica come un problema locale5.

Che continua poi annotando come:

In realtà, l’atteggiamento del popolo americano nei confronti degli ebrei non era mai stato completamente favorevole. In larga misura assomigliava all’atteggiamento popolare in Europa. Gli Ebrei sembravano diversi, strani, stranieri. Non erano come la maggior parte degli americani, come i veri americani. Erano spesso avidi, invadenti, furbi e chiusi. Tutte le accuse che erano state scagliate contro di loro nel Vecchio continente potevano essere udite anche nel Nuovo mondo.
[…] Le indagini sull’opinione pubblica mostrano, inoltre, che la diffidenza nei confronti degli ebrei aumentò, in realtà, durante gli anni della guerra. Quando veniva chiesto quale gruppo nazionale , etnico o sociale presente negli Stati Uniti rappresentasse una minaccia per il paese […] la maggioranza degli interpellati indicava sistematicamente gli ebrei […] Gli antichi timori popolari relativi al ruolo degli ebrei nella vita nazionale vennero esasperati dagli stenti della vita quotidiana in tempo di guerra. Tali timori erano in realtà più diffusi del sospetto che gli ebrei costituissero una minaccia per l’America. Le risposte a un sondaggio d’opinione che domandava “Lei pensa che gli ebrei abbiano troppo potere negli Stati Uniti?” mostrarono una crescita costante della convinzione popolare di un’eccessiva influenza ebraica nella vita pubblica. Negli anni immediatamente precedenti lo scoppio della guerra la maggioranza relativa degli interpellati dichiarò – seppure talvolta con un margine molto ristretto – di non credere che ebrei avessero troppo potere. Nel marzo del 1938 le percentuali furono 41 “sì” e 46 “no”; nel maggio del 1938 36 e 47; nel novembre del 1938 35 e 49 e nel febbraio del 1939, 41 e 48.

Poi l’equilibrio cominciò a cambiare […] l’aspro dibattito in America sul coinvolgimento nella guerra condusse a un rafforzamento dell’opinione che gli ebrei esercitassero in realtà un’influenza eccessiva e che stessero usando quell’influenza per trascinare gli Stati Uniti in un pericoloso conflitto militare. Nell’aprile del 1940 i sì diventarono per la prima volta maggioranza, 43 per cento contro 40 per cento. Nell’agosto del 1940, le risposte furono ancora equamente divise tra i due pareri opposti, 42 e 42. Da allora in poi le risposte affermative diventarono sempre più numerose, arrivando prima alla maggioranza relativa e, poi, a quella assoluta.
[…] Da quel momento il popolo americano fu sempre più convinto che gli ebrei esercitassero effettivamente un’influenza eccessiva, benché la vittoria cominciasse ad apparire sempre più probabile. Nel maggio del 1944, dopo il trionfo americano in Nord Africa, dopo la caduta di Mussolini e dopo l’occupazione alleata dell’Italia meridionale, il sospetto popolare di un’influenza ebraica negli Stati Uniti conobbe addirittura in aumento, come indicato in un sondaggio in cui il 56 per cento degli interpellati si disse preoccupato, mentre il 30 per cento non vedeva alcuna minaccia. Nel marzo del 1945, dopo la liberazione della Francia e durante l’invasione del Terzo Reich, le percentuali rimasero quasi invariate, 56 e 29. Nel giugno del 1945, dopo la resa incondizionata della Germania e alla vigilia della vittoria contro i giapponesi a Okinawa, la forbice si allargò leggermente, 58 e 29. In realtà, non più tardi del febbraio 1946, sei mesi dopo la fine della guerra, il convincimento popolare sul potere ebraico non era praticamente cambiato. La percentuale di quanti lo giudicavano eccessivo era ancora 55, mentre quanti la pensavano diversamente erano saliti al 336.

Certo, non può sfuggire il fatto che le indagini di opinione possano spesso essere manipolate oppure, ancor più frequentemente, lasciare il tempo che trovano, ma i dati riportati da Hamerow servono a definire un ambiente ed un’atmosfera che all’epoca non dovevano essere propri soltanto degli Stati Uniti e del loro popolo e del loro governo. Come si dimostrerà poco più avanti, la stessa indifferenza nei confronti delle sorti di un popolo ritenuto estraneo alla tradizione cristiana, anzi che si era “sporcato le mani” con il sangue di Cristo, era ben presente sia in Francia, non solo per merito di personaggi come Louis-Ferdinand Céline sul quale nel dopoguerra fu lanciato un autentico (e liberatorio per altri indifferenti) anatema, che in Gran Bretagna oltre che nelle stesse Polonia e Ucraina occupate.

A provare questo diffuso disinteresse nei confronti di tanti ebrei tedeschi, ma soprattutto di quelli appartenenti alla tradizione askenazita dell’Europa orientale, più poveri e invisi degli altri proprio per questo motivo, fu anche un preciso episodio: quello della trattativa condotta da Joel Brand (1906 – 1964), uno dei membri fondatori del movimento ebraico clandestino Aid and Rescue Committee (Va’adat ha-Ezra ve-ha-Hatzala be-Budapest or Va’ada) di Budapest, con i rappresentanti dei governi alleati per giungere alla liberazione di un milione di ebrei sulla base di una proposta di Adolf Eichmann, l’uomo incaricato da Himmler di liquidare gli ebrei in Europa7. Come racconta lo stesso Brand, attraverso la penna del fisico Alex Weissberg, la proposta, fatta a Budapest già nell’aprile del 1940, consisteva, nelle parole dello stesso Eichmann in questo:

«Dunque sono pronto a venderle un milione di ebrei. Tutti non posso venderglieli, non riuscirebbe a procurarsi merci e denaro sufficienti. Ma un milione può andare, Merce contro sangue, sangue contro merce. Può prendere questo milione da qualunque paese dove ci siano ancora degli ebrei. Può prenderli dall’Ungheria, dalla Polonia, dalla Marca Orientale, da Theresienstadt, da Auschwitz, da dove vuole. Chi preferisce salvare? Uomini in grado di generare? Donne in grado di procreare? Vecchi? Bambini? Si sieda e parli.»

Joel Brand sedette a quel tavolo e successivamente a molti altri con i rappresentanti del suo movimento, che da anni agiva in Ungheria, con quelli della Jewish Agency a Costantinopoli e con quelli inglesi al Cairo, ma nessun ebreo fu salvato con uno scambio à la Shylock rovesciato di segno. Come ben spiega, riassumendo il testo di Weissberg e Brand, un articolo ritenuto eretico pubblicato in Francia nel 1960 da un organo di stampa della Sinistra Comunista, l’incarico di quella missione consisteva nel:

recarsi presso gli anglo-americani per negoziare la vendita di un milione di ebrei. Le SS domandavano in cambio 10.000 autocarri, ma erano pronte a tutti i mercanteggiamenti, tanto sul tipo che sulla quantità delle merci. Di più proponevano la consegna immediata di 100.000 ebrei al momento dell’accordo per dimostrare la loro buona fede. Era un affare serio.
Disgraziatamente l’offerta esisteva, ma non esisteva la domanda! Non solamente gli ebrei ma anche le SS si erano lasciate prendere dalla propaganda umanitaria degli Alleati. Gli Alleati non volevano questo milione di ebrei. Né per 10.000 autocarri, né per 5.000, né per altro.
Qui non possiamo entrare nei dettagli delle disavventure di Joël Brand. Egli partì per la Turchia e finì nelle prigioni inglesi del Medio Oriente. Gli Alleati rifiutarono di “prendere sul serio quest’affare”, facendo di tutto per screditarlo e soffocarlo. Finalmente Joël Brand incontrò al Cairo Lord Moyne, ministro di Stato britannico per il Medio Oriente. Egli lo supplicò di ottenere almeno un accordo scritto che, anche se non rispettato, avrebbe permesso almeno la salvezza delle prime 100.000 persone.

“E quale sarà il numero totale?” “Eichmann ha parlato di un milione”. “Come potete immaginare una cosa simile, signor Brand? Che farò di questo milione di ebrei? Dove li metterò? Chi li accoglierà?” “Se la Terra non ha più posto per noi, non ci resta che lasciarci sterminare”, disse Brand disperato8.

Le SS furono più lente a capire: esse credevano agli ideali dell’Occidente! Dopo lo scacco della missione di Joël Brand e durante lo sterminio, esse tentarono ancora di vendere degli ebrei al Joint (organizzazione degli ebrei americani), versando persino un “acconto” di 1.700 ebrei in Svizzera. Ma, a parte le SS, nessuno ci teneva a concludere questo affare.
[…] Lord Moyne fu assassinato da due terroristi ebrei, e Joël Brand apprese più tardi che costui aveva sovente compatito il tragico destino degli ebrei: “La sua politica era dettata dall’amministrazione inumana di Londra”. Ma Brand, che citiamo per l’ultima volta, non aveva compreso che questa amministrazione inumana non è che l’amministrazione inumana del capitale, e che è il capitale ad essere inumano. Il capitale non sapeva che fare di questa gente. E non ha neppure saputo che fare dei rari sopravvissuti, condotti alla condizione di “esuli” che non si sapeva dove ricollocare9.

Certo, in tempi oscuri e drammatici come quelli che stiamo vivendo soprattutto sul fronte genocidario di Gaza, qualcuno potrebbe osservare che tali narrazioni sono servite in seguito a giustifica il terrorismo ebraico in Palestina e a spingere le ali più estreme del sionismo ad un regolamento di conti non solo con la potenza inglese in Medio Oriente, prima del riconoscimento dello Stato di Israele, ma anche con gli abitanti di quella regione che non erano stati certamente coinvolti nella distruzione degli ebrei europei.

Ma quello che serve qui sottolineare è il fatto che le parole del cancelliere Merz da cui è iniziata questa riflessione servono per comprendere appieno lo sguardo cinico, opportunista e ipocrita che sta alla base di quella inumanità di cui parla l’articolo del 1960 precedentemente citato, quanto il tentativo di negare le responsabilità tedesche e occidentali di quello sterminio. Purtroppo per il cancelliere tedesco, però, il Corriere della Sera del 31 dicembre 1987 riportava un’interpretazione attribuita a un certo Rainer Reinhart, vicepresidente del settore amministrativo del VII distretto bavarese il quale, su un manuale di amministrazione militare, aveva definito lo sterminio organizzato come vittoria dei principii di economicità. Si legge infatti nel manuale:

Si pone la questione di carattere fondamentale se l’economia, intesa come principio formale, in caso di un potere dedicato al servizio del benessere pubblico, possa essere applicato universalmente. Se noi consideriamo tutto ciò partendo dal principio che il fine giustifica i mezzi, allora anche l’uso del gas venefico per lo sterminio di massa degli ebrei invece di una lunga serie di esecuzioni individuali è stata un’applicazione del principio di economicità.

Nonostante si tratti di un evidente paradosso che porta alle estreme conseguenze, nell’ambito di un certo sistema di riferimento, il cosiddetto principio di economicità, l’osservazione non è peregrina. Si tratta di vedere, appunto, quali sono i limiti, vale a dire il sistema di riferimento, entro i quali si applica il supposto principio. Il capo della comunità israelita di Berlino Ovest, Heinz Galinski, aveva reagito dichiarando che il brano incriminato «è carico di disprezzo per la memoria delle vittime dell’Olocausto e fornisce la prova di un modo di pensare antidemocratico». Mentre il «Corriere» aggiungeva: «L’imbarazzo delle autorità militari è temperato dal fatto che, anche se di largo uso, il manuale non è adottato ufficialmente».

L’economicità non è un “principio universale”, ma se il sistema di riferimento è il capitalismo, in quell’ambito lo è e basta. Se il nazismo è una delle forme in cui si manifesta il capitalismo, ecco che il “principio” trova la sua naturale e più conseguente applicazione. Galinski sbagliava di grosso attribuendo al “modo di pensare antidemocratico”, un’osservazione fin troppo banale: si cade infatti nell’ovvietà notando che la democrazia non è meno massacratrice del totalitarismo. Ciò che cambia è solo la giustificazione formale, ma l’ambito giuridico è stabilito ad hoc e non fa cambiare la natura profondamente economica e inumana dell’atteggiamento sociale del capitale e della mentalità borghese.

Rifiutandosi di vedere nel capitalismo stesso la causa delle crisi e dei cataclismi che sconvolgono periodicamente il mondo, gli ideologi borghesi e riformisti hanno sempre preteso di spiegarli con la malvagità degli uni o degli altri. Si vede qui l’identità fondamentale tra le ideologie (se così si può dire) fasciste e antifasciste: entrambe proclamano che sono i pensieri, le idee, le volontà dei gruppi umani che determinano i fenomeni sociali.
Contro queste ideologie, che noi chiamiamo borghesi perché sono le ideologie di difesa del capitalismo, contro tutti questi “idealisti” passati, presenti e futuri, il marxismo ha dimostrato che sono, al contrario, i rapporti sociali che determinano i movimenti ideologici. È qui la base stessa del marxismo, e per rendersi conto di fino a che punto i nostri pretesi marxisti l’hanno rinnegato, è sufficiente vedere che per loro tutto passa attraverso le idee: il colonialismo, l’imperialismo, il capitalismo stesso, non sono che degli stati mentali. Cosicché tutti i mali di cui soffre l’umanità sono dovuti a malvagi fomentatori: di miseria, d’oppressione, di guerra, etc.
[Ma] Il marxismo ha dimostrato che, al contrario, la miseria, l’oppressione, le guerre e le distruzioni, ben lungi dall’essere dovute a volontà deliberate e malefiche, fanno parte del funzionamento “normale” del capitalismo. Ciò si applica in particolare alle guerre dell’epoca imperialista. […] Anche quando i nostri borghesi e riformisti riconoscono che le guerre imperialiste sono dovute a conflitti di interessi, essi restano largamente al di sotto della comprensione del capitalismo. Si veda la loro incomprensione del significato della distruzione. Per loro il fine della guerra è la Vittoria, e le distruzioni di uomini e di impianti dell’avversario non sono che mezzi per giungere a questo fine. Noi abbiamo dimostrato che la distruzione è, invece, il fine principale della guerra. Le rivalità imperialiste che sono la causa diretta delle guerre, non sono esse stesse che la conseguenza della sovrapproduzione sempre crescente10.

Distruzione di uomini, donne,, ambiente, città, paesi e nazioni che, come tutto ciò che sta avvenendo dall’Ucraina a Gaza, passando per la guerra in tono minore dei dodici giorni, non fa altro che confermare nel modo più crudele. Sotto gli occhi di funzionari del capitale per i quali ebrei, immigrati, palestinesi e minoranze etniche, religiose e di genere non sono altro che fattori intercambiabili di una medesima, inafferrabile dal punto di vista della specie, scrittura contabile, consistente nel registrare in partita doppia simultaneamente su due conti (“dare-avere”, secondo il principio della duplice rilevazione simultanea) i costi, guadagni e ricavi dei movimenti monetari-finanziari della gestione delle economie di un impero ormai quasi totalmente sfuggito di mano ai suoi stessi demiurghi.

Che, naturalmente, possono soltanto spargere lacrime di coccodrillo sulle vite perdute dei gazawi così come su quelle degli ostaggi ancora detenuti nei sotterranei di Hamas, bombardati quotidianamente. Uno sporco lavoro di rimozione e deportazione di vite ribelli o ormai considerate inutili, apprezzato sia dalle monarchie del Golfo che dai sempre pii europei, che nel macellaio Bibi e nella sua banda di fanatici vendicatori con la kippah in testa ha trovato il suo attuale esecutore. A distanza di ottanta anni da quello morto suicida in un inutile bunker a Berlino.


  1. J. Le Goff, Lo sterco del Diavolo. Il denaro nel Medioevo, Laterza, Roma-Bari 2012, p. 76.  

  2. B. Nelson, Usura e cristianesimo. Per una storia della genesi dell’etica moderna, Sansoni editore, Firenze 1967, pp. 45-46.  

  3. Pietro di Giovanni Olivi, Usure, Compere e Vendite. La scienza economica del XIII secolo, (a cura di A. Spicciani, P. Vian e G. Andenna), Europía, Novara 1990, p. 112.  

  4. Si veda J. Le Goff, La nascita del Purgatorio, Einaudi, Torino 1996.  

  5. T. S. Hamerow, Perché l’Olocausto non fu fermato. Europa e America di fronte all’orrore nazista, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2010.  

  6. T. S. Hamerow, op. cit., pp. 12–14.  

  7. Si veda: A. Weissberg, La storia di Joel Brand, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 1958.  

  8. La missione di Brand non fu l’unica. Un altro vano tentativo fu compiuto a Londra da Jan Karsky, che cercò di ottenere aiuti dagli anglo-americani per il Ghetto di Varsavia. L’episodio è raccontato da Annette Wiewiorka, una storica francese specialista di ebraismo, Shoah e di storia degli ebrei nel XIX secolo:

    «Lo scontro [fra resistenti e truppe tedesche] era stato condotto nell’isolamento più completo, malgrado la situazione del Ghetto fosse nota a tutti. Il polacco Jan Karsky, per esempio, lo aveva visitato nell’ottobre del 1942 prima di recarsi in missione a Londra dove aveva cercato invano di ottenere l’aiuto degli alleati. Si incontrò con Arthur Zygielbojm, emissario del Bund, che aveva lasciato la Polonia clandestinamente nel gennaio 1940. Anche gli sforzi di Zygielbojim per sensibilizzare gli inglesi e gli americani sulla sorte degli ebrei di Varsavia furono vani. Il 12 maggio 1943 si uccise con un colpo di pistola. Nella sua ultima lettera scrisse: ‘Assistiamo passivamente allo sterminio di milioni di uomini, di donne e di bambini senza difesa e torturati a morte; questi paesi sono diventati i complici degli assassini […] Non posso restare in silenzio, non posso continuare a vivere mentre viene eliminato quanto resta della popolazione ebraica in Polonia, cui appartengo […] Con la mia morte intendo protestare energicamente contro lo sterminio del popolo ebraico» («Storia e dossier», Luglio-Settembre 1993, Giunti, Firenze). 

  9. Auschwitz, ovvero il grande alibi, «Programme Communiste» n° 11 (aprile -giugno 1960), pp. 49-53.  

  10. Auschwitz ovvero il grande alibi, cit.  

]]>
In un distopico XXIII secolo, quando la Puglia sarà una megalopoli infernale https://www.carmillaonline.com/2017/02/26/36752/ Sat, 25 Feb 2017 23:18:22 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=36752 di Paolo Lago

le_tre_resurrezioniCosimo Argentina, Le tre resurrezioni di Sisifo Re, Meridiano Zero, Bologna, pp. 218, € 14,00

È una vera e propria visione distopica apocalittica quella che Cosimo Argentina ci offre con Le tre resurrezioni di Sisifo Re. Una scrittura rapida, frammentata, caratterizzata da una continua serie di impennate che mimano l’oralità e il parlato ci delinea – in uno stile postcyberpunk – quello che l’intera Puglia sarà nel XXIII secolo, Apuleia, una immensa megalopoli, una delle più grandi e importanti città del mondo:

La città è un’enorme striscia di terra una volta considerata una regione. APULEIA. Duemila chilometri quadrati [...]]]> di Paolo Lago

le_tre_resurrezioniCosimo Argentina, Le tre resurrezioni di Sisifo Re, Meridiano Zero, Bologna, pp. 218, € 14,00

È una vera e propria visione distopica apocalittica quella che Cosimo Argentina ci offre con Le tre resurrezioni di Sisifo Re. Una scrittura rapida, frammentata, caratterizzata da una continua serie di impennate che mimano l’oralità e il parlato ci delinea – in uno stile postcyberpunk – quello che l’intera Puglia sarà nel XXIII secolo, Apuleia, una immensa megalopoli, una delle più grandi e importanti città del mondo:

La città è un’enorme striscia di terra una volta considerata una regione.
APULEIA.
Duemila chilometri quadrati incluse le piattaforme su ben due mari e alcune isole coperte da tensostrutture che le fanno apparire dei circhi galleggianti.
La città è saldata alla crosta terrestre e artigliata al cielo. Lo spazio aereo è solcato da elicotteri, dirigibili, elicomobili e aerei a reazione destinati verso stazioni orbitanti e colonie del sistema solare e dello spazio interstellare (p. 19).

In questo spazio che ammicca alla Los Angeles di Blade Runner, si muovono i protagonisti della storia, i detective privati Sisifo Re, il cui volto è coperto da una maschera da clown e che, come i precox di Minority Report di Philip K. Dick (nonché, cinematograficamente, di Steven Spielberg), possiede la facoltà di prevedere i delitti e Oscar Orano, detto Oh-Oh, il narratore intradiegetico di buona parte delle avventure. I due vengono ingaggiati dalla bellissima Selina Corbeves per indagare sull’omicidio del proprio marito, che ancora dovrà essere commesso. Intanto, dopo la deposizione e l’uccisione del dittatore, ad Apuleia si è scatenata una micidiale guerra civile fra le due fazioni capeggiate dai figli del tiranno caduto, che miete vittime e distruzione nelle strade.

La città è rappresentata come uno spazio abnorme che disintegra gli stessi concetti della metropoli postmoderna: la mescolanza più ostentata di stili architettonici – grattacieli, edifici-cattedrali, enormi pale eoliche, «condomini uno uguale all’altro, un vero incubo di cemento armato grigio» costruiti «a ridosso di vecchie caverne neolitiche» (p. 51), piattaforme spaziali, circhi galleggianti, fabbriche abbandonate, una vecchia torre saracena – è resa uniforme e annientata, nei suoi stessi nuclei basilari legati all’estetica postmoderna, dalla distruzione, dal sangue che scorre a fiumi nelle strade, dal vero e proprio inferno che regna dovunque. Si legga, ad esempio, questa descrizione della città:

Quaranta milioni di esseri viventi che strisciano sul catrame bagnato leccando l’asfalto e mormorando preghiere laiche. Vermi sclerotizzati che sbavano sul calcestruzzo finendo nei rotori dei seduttivi elicotteri. Territorio come lastre funebri, tumuli di marmo venato di acrimonia. Quartieri saldati uno all’altro da un’architettura schizofrenica e dalle mani dei profanatori della madre terra (p.15).

La distruzione e l’orrore livellano e annientano quell’estetismo postmoderno che, secondo Fredric Jameson, appartiene alla «logica culturale del tardo capitalismo». L’autore, infatti, ci presenta gli orrori e le devastazioni, dipinte come in un fumetto fantasy-horror, come una deriva dello stesso meccanismo neocapitalista. Le distruzioni, le uccisioni, gli orrori vengono perpetrati solo e soltanto in nome di un potere che, grazie all’orrore e alla morte, riesce costantemente ad autogenerarsi: «Il potere genera potere, non lo abbatte. I figli del tiranno avranno carne e terra in abbondanza. Le corporation più importanti non vedranno diminuire i loro traffici interni ed esterni alla terra. Le colonie hanno paura e un po’ di paura non guasta» (p. 65). I figli del deposto dittatore seminano morte e distruzione per nuovo potere e nuovi affari:

Nessuno. Nessuno fermerà nessuno. L’esercito combatterà il minimo indispensabile e le forze in campo si distruggeranno a vicenda. I figli del tiranno appariranno quando sul terreno non ci sarà che morte finale e desolazione. Si mette in conto la distruzione della più grande città terrestre per una svolta, per la nuova era. Il tiranno aveva puntato su Apuleia, i figli del tiranno vivranno lontano da qui, avranno femmine nordiche o nere, commerceranno con il punto di Lagrange L1 e L2 e con le basi lunari. Le corporation fonderanno altre colonie e lì prolifereranno gli affari. Il sangue degli infetti abitanti di Apuleia sarà un vessillo da sbandierare in faccia a futuri moti insurrezionali. Tutti muoiono se osano ribellarsi al potere (ibid.).

Se il potere, in sé, non potrà essere abbattuto e continuerà a mietere vittime anche sulle colonie interstellari, i singoli esponenti del potere possono essere eliminati e trovare la morte, grottescamente, in mezzo ai simboli della loro ricchezza. Così accade, ad esempio, al potente Egisto Crovo che viene ucciso nel suo ufficio e il cui sangue bagna «gli incartamenti dei suoi lucrosi affari» (p. 74), mentre «il tronco del suo corpo è appeso al lampadario fatto di migliaia di gocce Swarovski» (ibid.).

All’interno di questo mondo devastato da lotte per il potere, Sisifo Re e Oh-Oh si muovono in varie dimensioni: se Sisifo sfugge all’orrore – un po’ come il Billy di Mattatoio n. 5 di Kurt Vonnegut – viaggiando nel tempo grazie ad uno squinternato macchinario, Orano si catapulta in dimensioni parallele per mezzo di un trasmettitore tascabile i cui sensori sono innestati nella sua corteccia cerebrale. Nella dimensione parallela, non meno devastata dall’orrore di quella reale, Sisifo Re è un tenente di polizia, Orano un sergente, il suo assistente, mentre Selina Corbeves si trasforma addirittura nel capo della polizia. Nonostante queste ‘fughe’ nel tempo e nello spazio, l’orrore e la devastazione imperversano su Apuleia non meno delle bombe alleate sulla Dresda di Vonnegut. Sulla megalopoli e sui vari quartieri periferici – ribattezzati con neologismi, in alcuni casi legati a luoghi reali, come Brundisium o Otrantown – si è scatenata una vera e propria ridda di demoni, di zombie, di spettri, di «gnomi deformi» e «nani pazzi», di stregoni «dauniani», di «stigiani», creature infernali il cui nome rimanda al fiume dell’Ade, lo Stige, di divoratori di cadaveri. Fin dalle prime pagine del libro gli scenari di un orrore splatter si ripetono in attoniti sipari infernali. Ad esempio:

Bagliori, fuochi, insegne in innaturale esplosione, gruppi armati che si scontrano nella notte. La zona sudoccidentale in mano alle bande di fedeli al tiranno. Donne crocifisse agli angoli delle strade. Bambini incandescenti. Tutti che fuggono da tutto. Le case forzate, le porte sventrate. I primi piani dei palazzi, vuoti: abbandonati. Sangue a secchiate (p. 24).

Diversi sono, nel testo, i diretti riferimenti all’Inferno. Per esempio, in uno dei suoi viaggi nella dimensione parallela, Oh-Oh compie una vera e propria catabasi, una discesa all’inferno, nel «regno dei morti del Corvisea» (p. 67), mentre durante la loro fuga finale, i due protagonisti si ritrovano in un «tetro girone dantesco» (p. 213). Una vera e propria ‘cattedrale’ infernale è l’istituto di psichiatria e bioantropologia, divenuto un gigantesco obitorio dove regnano incontrastati il professor Guglielmo Federico Zoro, «l’ultimo dei lombrosiani sulla terra» (p. 29) e il suo assistente, il gobbo Roald Amundsen (che ha lo stesso nome dell’esploratore norvegese del Polo Sud). Dal professor Zoro, Sisifo e Oh-Oh si recano per avere consigli riguardo alle loro indagini.

Il pastiche e la mescolanza sembrano essere i punti di forza del romanzo di Argentina; oltre alla già citata mescolanza architettonica ed estetica che investe anche le descrizioni degli interni degli edifici – come lo stesso istituto del professor Zoro o l’ex sanatorio di San Bartolomeo – la città di Apuleia è presentata come uno squinternato melting pot di razze e culture differenti, in un curioso ibrido fra antichità e modernità: «Polacchi, dervisci, ugonotti, lettoni, turcomanni, afrogiamaicani, ittiti, siberiani… li puoi trovare tutti se osservi bene e se conosci un po’ di etnologia» (p. 45). La stessa lingua è oggetto di ardite mescolanze: a neologismi e vocaboli inglesi si alternano riferimenti al mondo classico e citazioni dall’epica, come «Cantami o diva», o «arma virumque cano».

Questo stile rapido, incline al pastiche e all’ibridazione grottesco-carnevalesca, racchiude, nel profondo, un cuore triste e malinconico: Sisifo, non a caso, nel nome rimanda direttamente al personaggio della mitologia greca condannato da Zeus a trascinare sulla cima di un monte una pietra destinata in eterno a ricadere giù. Nel libro, infatti, vi sono diversi riferimenti al mito, al fatto che anche Sisifo Re sta continuamente trascinando una pietra, la pietra di un dolore personale che non lascia tregua. Sotto il trucco da clown si cela un personaggio martoriato, oppresso dalla stanchezza e dalla depressione, ferito di fuori e di dentro, nella seconda parte della storia ostinatamente deciso a trascinare con sé il cadavere di un bambino ucciso durante gli scontri di Apuleia. Sisifo con in braccio il piccolo cadavere diventa un po’ l’emblema del dolore degli uomini oppressi da un potere violento che infligge guerre e distruzioni in nome del denaro e delle ricchezze. Anche Oh-Oh è presentato come un derelitto alla deriva in quel mondo apocalittico, soprattutto nelle parti in cui vengono narrate le sue avventure nella dimensione parallela: allora appare perennemente tormentato e martoriato dalla ricerca della sua amata Dori, perduta e mai più ritrovata. I due si muovono come nuovi picari nell’inferno metropolitano di Apuleia – che potrebbe benissimo rappresentare una metafora della nostra attuale società distopicamente rivisitata – insieme a una massa di esseri umani che hanno letteralmente toccato il fondo dell’abiezione e del dolore. E, una volta toccato il fondo, forse, i nostri personaggi non possono fare altro che risalire: forse, in fondo al baratro dell’odio e del dolore brilla ancora qualche barlume di speranza.

]]>
Se i migranti sono gli europei: apocalissi future per la disumanità del Potere https://www.carmillaonline.com/2016/11/20/migranti-gli-europei-apocalissi-future-la-disumanita-del-potere/ Sat, 19 Nov 2016 23:01:52 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=34370 di Paolo Lago

cover_qualcosa_fuoriBruno Arpaia, Qualcosa là fuori, Guanda, Milano, 2016, 220 pp., € 16,00

Qualcosa là fuori, l’ultimo romanzo di Bruno Arpaia, parla, in forma distopica, soprattutto del nostro tempo, piuttosto che del futuro: non soltanto perché l’intero racconto ruota attorno al reale pericolo del surriscaldamento globale del pianeta, ma anche perché l’autore insiste continuamente sulla fine dell’umanità, intesa sia come razza umana che come humanitas, come sentimento di comprensione, solidarietà e apertura all’altro. Ed è così che, nello specchio dell’Europa del 2070 tratteggiata nel libro, dobbiamo guardare noi stessi. Sembra che [...]]]> di Paolo Lago

cover_qualcosa_fuoriBruno Arpaia, Qualcosa là fuori, Guanda, Milano, 2016, 220 pp., € 16,00

Qualcosa là fuori, l’ultimo romanzo di Bruno Arpaia, parla, in forma distopica, soprattutto del nostro tempo, piuttosto che del futuro: non soltanto perché l’intero racconto ruota attorno al reale pericolo del surriscaldamento globale del pianeta, ma anche perché l’autore insiste continuamente sulla fine dell’umanità, intesa sia come razza umana che come humanitas, come sentimento di comprensione, solidarietà e apertura all’altro. Ed è così che, nello specchio dell’Europa del 2070 tratteggiata nel libro, dobbiamo guardare noi stessi. Sembra che Arpaia abbia utilizzato la stessa strategia attuata a suo tempo da George Orwell in 1984: ambientare un racconto nel futuro per denunciare (a cominciare dal titolo, rovesciamento della data della stesura del romanzo, 1948) le problematiche del suo tempo.

Protagonista della storia è il napoletano Livio Delmastro, anziano professore universitario di neuroscienze, che si ritrova incolonnato insieme a migliaia di altri profughi italiani verso l’Europa del Nord. Siamo intorno al 2070 e tutta l’Italia e l’Europa centrale si sono trasformate in deserto. A causa dell’inquinamento, infatti, il pianeta si è surriscaldato e le fasce climatiche aride si sono espanse; il clima temperato, quello che ha sempre caratterizzato la zona del Mediterraneo e l’Europa, ormai, si è spostato a nord, in Scandinavia la quale, insieme al Canada e ai territori settentrionali del Globo, si presenta come l’unica terra abitabile. Il racconto ci mostra, in forma distopica, un futuro che però non è solo fantascienza, purtroppo: la principale denuncia del romanzo è contro la leggerezza con la quale i governanti affrontano il problema del surriscaldamento globale. Come Arpaia scrive in una Avvertenza finale, il suo racconto si basa sugli scritti e sui saggi di numerosi scienziati, nonché sui rapporti dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change) – e non è la prima volta che lo scrittore si confronta direttamente con la scienza: basti ricordare il precedente L’energia del vuoto (2011), ambientato nel mondo dei fisici delle particelle.

Si tratta di un immaginato scenario futuro apocalittico che potrà essere non troppo lontano da quello reale se non si ridurranno drasticamente e rapidamente le emissioni inquinanti. La narrazione prosegue alternando le vicende di Livio e degli altri profughi in viaggio verso il Nord a quelle di un lungo flashback in cui viene raccontata la giovinezza del protagonista: l’amicizia con Victor e la loro diversità di opinioni in fatto di cambiamento climatico, l’innamoramento con la fisica Leila e la loro successiva convivenza, la nascita del figlio Matias, la decisione dei due giovani di trasferirsi in California per seguire le proprie ricerche scientifiche. Sullo sfondo, l’aumento progressivo delle temperature, l’inaridimento della terra e l’innalzamento del livello dei mari, eventi segnati, periodicamente, da terribili catastrofi naturali.

Oltre, quindi, al ‘macrotema’ del cambiamento climatico, il romanzo ci offre altri ed interessanti spunti di riflessione. Come precedentemente accennato, quell’Europa del futuro che si sta sgretolando sotto distruzioni e disumanità non è nient’altro che uno specchio in cui guardare la nostra società. Quelle migliaia di migranti europei che si muovono verso il Nord come profughi in fuga dalla desertificazione e dalle guerre chi altro sono se non i migranti del nostro tempo, che fuggono dalle guerre e dalla progressiva desertificazione di molti paesi africani e asiatici? E quegli stati, Svezia, Norvegia, Finlandia, Canada ecc. che nel racconto di Arpaia si chiudono a riccio in una Unione del Nord e che, dopo un rigidissimo controllo, permettono l’ingresso solo ai profughi che abbiano già dei parenti sul loro territorio cos’altro sono se non la civilissima, attuale Unione Europea, all’interno della quale si erigono muri e si creano sempre maggiori controlli per impedire l’arrivo di profughi dal sud e dall’est del mondo? E quella specie di campi di concentramento, che l’autore descrive con orrore, come veri e propri inferni, che si trovano sulle coste del Mare del Nord e nei quali vengono rinchiusi i profughi che non riescono a entrare in Svezia, cos’altro sono se non i nostri cosiddetti “CPT”, i “centri di permanenza temporanea”, spesso dei veri e propri lager dove vengono rinchiusi gli immigrati?
Vale la pena, a questo proposito, leggere uno dei numerosi flashback presenti nel libro, nel quale, quando ancora Livio e Leila sono giovani e non si è arrivati al disastro finale, si narra una situazione mondiale in netto peggioramento, situazione che sembra avere le sue radici al giorno d’oggi:

Il Mar Mediterraneo era relativamente piccolo e poco profondo: si stava riscaldando molto, perdendo la capacità di mitigare le temperature sulla terraferma dei paesi che bagnava. E l’afflusso di clandestini dalle sue coste meridionali sembrava impossibile da arginare se non con le maniere forti. Alla Germania, alla Francia e ai paesi nordici non era bastato cancellare gli accordi di Schengen per evitare di essere invasi da quei disperati, anche se l’Unione europea aveva deciso di vendere a prezzo ridotto derrate alimentari all’Italia, alla Spagna e alla Grecia per calmare le acque. Il capitano dell’incrociatore Ardito, Olimpio De Falco, era diventato famoso perché era stato il primo a dover eseguire l’ordine di sparare a vista sui barconi degli immigranti. Il numero dei morti non era mai stato accertato (p. 65).

E, successivamente, dopo alcuni anni, quando Livio, Leila e Matias sono tornati in Italia, a Napoli, per stare vicino alle rispettive famiglie, la situazione è notevolmente peggiorata: le strade della città ormai sono irrimediabilmente sconnesse, i cinema, i teatri e le librerie sono scomparsi, dovunque “baraccopoli di cartoni e lamiere che nascevano e si sviluppavano come un cancro alla periferia e nel cuore del centro urbano” e i “pochi ricchi si barricavano in quartieri recintati da poliziotti e cani”, mentre per le strade imperversa la violenza in uno scenario socialmente e politicamente apocalittico:

i moti di piazza di folle affamate e assetate che saccheggiavano supermercati, magazzini, chiese, moschee e palazzi, Venezia che sprofondava in mare, piazza Navona e la fontana del Bernini completamente distrutte durante i violenti scontri del 2068, il Colosseo ridotto a un accampamento di senzatetto, la terra arida delle campagne che si spaccava e luccicava di sale, i profughi africani e italiani che si spostavano in massa verso nord, i palazzi Vaticani razziati da un’orda di miserabili, il mare che lambiva Padova, L’ultima cena ridotta a calcinacci durante gli scontri fra bande rivali per il controllo di Milano, gli Uffizi accartocciati su se stessi sotto un fitto fuoco di mortai, gli attentati ai server e la Rete che funzionava sempre peggio finché una sera non aveva più dato segni di vita e anche l’Italia si era ritrovata catapultata a un secolo prima, ma senza più nessuno che fosse in grado di fare a meno dei computer. Livio l’aveva visto da bambino nei vecchi film di fantascienza, ma non avrebbe mai pensato di potervi assistere davvero: l’ultima finzione di Stato si esaurì per stanchezza, per inutilità. Senza troppa sorpresa, le elezioni non vennero più celebrate e nessuno sembrò sentirne la mancanza. Le bande dei signorotti locali, spesso malavitosi, si spartirono il territorio in miriadi di guerre locali che sembravano non avere mai fine. Era già successo in Spagna e in Grecia, poi avvenne in Francia, in Belgio, nell’Olanda risucchiata dal mare, nella Germania centrale, lontana dalle acque fredde dell’Atlantico e devastata ormai quasi quanto l’Italia. Allora l’Unione del Nord si era chiusa a riccio come l’Inghilterra: aveva arretrato le proprie frontiere allo Skagerrak e al mar Baltico, abbandonando al proprio destino il resto dell’Europa (pp. 190-191).

Si tratta di uno scenario veramente apocalittico: un mondo devastato dal disastro climatico ma anche dall’autodistruzione verso cui l’umanità si è incamminata, un’umanità che, sempre più chiusa in se stessa, ha perduto le sue prerogative ‘umane’. Lo scenario inquietante delineato da Arpaia fa venire in mente un altro bel romanzo italiano di questi ultimi anni, Nina dei lupi (2011) di Alessandro Bertante – venato comunque di tonalità più fantastiche – nel quale si narra di una “sciagura” che avviene in Italia e nel mondo e che provoca una grave crisi finanziaria. Anche nella storia di Bertante, le città vengono abbandonate, tutti si chiudono in se stessi e vige il diritto del più forte: quelli che nella società erano stati i più cinici ed egoisti (rozzi manager e uomini di potere) adesso imbracciano armi e fucili e si organizzano in bande violente. Solo il montanaro anarchico Alessio, intrepido e generoso, erede della Resistenza partigiana, riuscirà, in un paesino perduto fra le montagne, a salvare e proteggere la piccola Nina dalle violenze e dal disastro.

In questa apocalisse infernale, i muri, le barriere, la chiusura non sono altro che sinonimi di autodistruzione. Il più significativo punto di forza di Qualcosa là fuori, perciò, è la capacità di rappresentare questa devastata società del futuro come se fosse la nostra società en travesti, in una narrazione all’interno della quale l’allusione spesso si fa metafora. Come a voler dire: non dimentichiamo, noi europei ‘benestanti’, che, se un tempo fummo noi stessi migranti, potremmo ridiventarlo in futuro a causa di una apocalisse naturale scatenata dall’incuria e dal cinismo degli uomini di potere sottoposti al diktat neocapitalistico. Nel romanzo si possono intravedere, inoltre, altre allusioni alla società contemporanea, soprattutto a quella statunitense. Ad esempio, nel poliziotto corrotto che, a un posto di blocco a Napoli ferma Leila e il piccolo Matias diretti all’ospedale e che, di fronte all’impossibilità di Leila di pagarlo, non esita ad ucciderli, si può incontrare un riferimento alla violenza della polizia nei confronti di molti giovani di colore in America; oppure, nella figura del reverendo Thomas Hayne, della Coalizione di Dio, ferocemente xenofobo, in corsa per la presidenza degli Stati Uniti nel 2050, si può intravedere un riferimento all’attuale candidato repubblicano Donald Trump.

Nei momenti finali del libro, i personaggi, dopo essere stati controllati da poliziotti in tute protettive e rinchiusi in una stanza in attesa (davvero, vengono in mente molte sequenze del toccante documentario Fuocoammare, del 2016, di Gianfranco Rosi, dedicato agli sbarchi dei migranti a Lampedusa), guardano da una finestra la vita che si svolge nella cittadina svedese, una vita ancora ‘normale’. Due bambini, che facevano parte della colonna dei migranti europei e italiani – e che potrebbero essere benissimo bambini africani che al giorno d’oggi vedono per la prima volta una città italiana – la osservano: “loro non avevano mai visto una città calma e ordinata, la gente che passeggiava tranquilla in riva al mare, le auto silenziose, i grattacieli, l’acqua delle fontane sul corso principale, le case dai colori accesi senza una sbavatura nell’intonaco, i giardini così belli e rigogliosi” (pp. 209-210).

Perciò, in quel “qualcosa là fuori”, nella realtà codificata dal nostro cervello, come spiega Livio a Marta, una compagna di sventura con la quale si stabilisce un rapporto di affetto, mentre marciano incolonnati per il Nord, ci dovrebbe essere spazio per l’umanità, per l’apertura all’altro, per l’ibridazione di società e di culture. Nell’erigere muri contro i migranti, nella chiusura a riccio di un’Unione europea che conosce solo le leggi dell’economia e della finanza, dimenticandosi i diritti umani, nell’arringa populista dello xenofobo di turno, c’è la distruzione, la catastrofe, l’apocalisse. Nell’apertura all’altro, nella solidarietà, nell’ibridazione, nel “restare umani”, invece, c’è un mondo da guadagnare.

]]>