Distopia – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Tue, 23 Jun 2026 20:00:50 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Noi siamo la poesia del gastrico https://www.carmillaonline.com/2026/06/13/noi-siamo-la-poesia-del-gastrico/ Sat, 13 Jun 2026 20:00:36 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95072 di Franco Pezzini

Fabrizio Schepisi, Le forme, pp. 464, € 20, Polidoro, Napoli 2026.

Nel dubbio, Maxwell correva. Ha sempre corso, mio fratello, ma dopo papà la sua corsa acquistò un fine, credo. Anche se non lo ricordava. Oppure, magari? Fatto sta che iniziò a correre di più, che non è scappare, ma far vivere il tempo nel movimento, dargli una direzione.

[…] della sgradevolezza delle cose informi. Perché l’orrore e l’ingiustizia della materia è che potrebbe contenere veramente tutto e di tutto, e invece a guardarla bene non contiene proprio nulla.

Ormai da un buon numero d’anni il genere distopia [...]]]> di Franco Pezzini

Fabrizio Schepisi, Le forme, pp. 464, € 20, Polidoro, Napoli 2026.

Nel dubbio, Maxwell correva. Ha sempre corso, mio fratello, ma dopo papà la sua corsa acquistò un fine, credo. Anche se non lo ricordava. Oppure, magari? Fatto sta che iniziò a correre di più, che non è scappare, ma far vivere il tempo nel movimento, dargli una direzione.

[…] della sgradevolezza delle cose informi. Perché l’orrore e l’ingiustizia della materia è che potrebbe contenere veramente tutto e di tutto, e invece a guardarla bene non contiene proprio nulla.

Ormai da un buon numero d’anni il genere distopia – tanto più oggi si può parlarne come di un genere a sé – ha eroso non solo la narrativa utopica ma la stessa fantascienza, marginalizzata in una realtà in cui non riusciamo più a coniugare fantasie al futuro. Come ci mancasse il tempo verbale, discorso già fatto: quando eravamo bambini ci veniva chiesto cos’avremmo voluto fare da grandi ed enunciavamo il nostro piccolo elenco di aspettative; oggi la domanda pare quasi uno sfottò, e in generale si confronta con una vertiginosa difficoltà non solo di immaginare un futuro degno di tal nome ma di percepirne la direzione concettuale e, in radice, di dirlo.
Uno dei grandi compiti dell’immaginario oggi è forse dunque di aiutarci a vincere questa paralisi tossica, perché l’homo sapiens di futuro ha bisogno. La distopia rischia di diventare in questo senso una mutazione blasfema dell’escatologia: un già e non ancora saldamente ancorato alle putredini del presente ma tale da negare la prospettiva almeno sognata di una svolta. Invece di una fine del mondo – o di un mondo – assurge così a suo sostitutivo disturbante una continuità nel peggio.
D’altronde se da bambini il nostro futuro era pieno di automatismi, razzi e robot come quelli dei Pronipoti Hanna-Barbera (avviati non a caso nel 1962), non avremmo immaginato che le svolte più drastiche sarebbero state piuttosto nelle comunicazioni e nei loro modi di plasmare il mondo, poteri e politica compresi. E questo ha finito con l’interpellare anche il fronte delle distopie: da quelle “dure”, esterne e politiche di mondi devastati e militarizzati, tra urbanesimo da incubo, deserti postapocalittici e waterworlds sommersi dagli oceani, passiamo oggi ad affreschi molto più sottili, dove la devastazione riguarda anzitutto la percepibilità e dicibilità del reale, la possibilità di dirlo. Qualcosa che fa esplodere strutture sintattiche o le stravolge in stringhe, frantumi, grumi semantici, trascinando sempre più a fondo nell’onirico: aggettivo che una volta enfatizzava anzitutto una surrealtà di immagini (Artemidoro docet), ma oggi sempre più riguarda il loro modo di inanellarle, connetterle e comunicarle. L’homo narrans diventa così una pizia laica balbettante visioni dai nessi causali dubbi, una sibilla che scrive sulle foglie in una lingua immediatamente frantumata. Quest’ordine di narrazioni già si profilava nei solidi romanzi di Lorenzo Monfregola, La città dei Serpenti, ed Emiliano Ereddia, L’Oltremondo, entrambi Polidoro, 2025: e ora, nella stessa collana “Interzona” di Orazio Labbate, ma persino più radicale e spiazzante negli esiti di quei precedenti, giunge Le forme di Fabrizio Schepisi, che sottolinea la dimensione simbolica e filosofica dell’apologo.
Siamo in un’isola assediata dal caldo, in un tempo che alcune suggestioni potrebbero collocare in una civiltà precedente la nostra ma al tempo stesso slitta idealmente per il lettore verso un futuro estremo – comunque il calendario (tempo base 391 di quel mondo, ma con scorci del tempo antico della fondazione) è qualcosa di molto relativo e funzionale a porre frantumi di un ordine fragile tra diversi fili della narrazione. L’isola, un’Atlantide della parola o forse un’isola di Utopia ormai degradata, è lontana dal resto del mondo e non vede interazioni con altri popoli.
La storia è quella del narrante/protagonista Abel, un Abele forzatamente buono e succube di un regime in apparenza morbido quanto però equivoco e vessatorio. Il potere che regge l’isola e che vede – o piuttosto non vede, il concetto è nebuloso – al vertice l’enigmatico Gestore, per ottenere una società pacificata ne ha rimosso tutte le emozioni forti, i conflitti, i concetti di dolore, sofferenza e lutto. Qualcosa di persino più radicale che in una distopia come Polpa di Flor Canosa, fortemente incentrata sui corpi. E una simile cancellazione finalizzata a stabilità, sicurezza, equilibrio sociali interviene sulla memoria anche personale, resettando i nessi del passato ed erodendo fatalmente l’identità. La misura di apparente perfezione reca così in sé un’oscura specularità, il volto di una tirannia più insidiosa e spersonalizzante.
Da cui una straniante, geniale vaghezza in tutto il romanzo, come alla deriva di un dormiveglia dove nulla raggiunge la solidità d’una certezza, tutto muove in una trasfigurazione onirica e simbolica al passo di una lingua letteraria congrua: in assenza di quella memoria che del resto è funzionale alla coscienza, Le forme – quelle del titolo – sfumano e si disincarnano in simboli e conati di emozioni.
Essendo impossibile il linguaggio del dolore, Abel vive un disagio senza forma di fronte alla scomparsa di una serie di persone fondamentali dalla sua vita: il padre (si è gettato in mare a scopo suicida o voleva solo allontanarsi a nuoto?), il fratello Maxwell (che corre come forma di resistenza e a un tratto sparisce), la stessa partner di Abel, Clara (che trovava nel sesso qualche forma di attrito con la realtà circostante, forse violentata e uccisa). È il problema insomma delle “sofferenze non autorizzate” (esistono macchine del dolore per simularlo ai fini delle lezioni di guida, con elettrodi e l’eccitante mextos): chiunque sperimenti il dolore senza permessi rischia dunque d’essere posto fuori dalla società, escluso, o almeno marginalizzato come Abel.
Il fatto è che il travaglio interiore, con dolore e fatiche pungenti alle quali giustamente cerchiamo di sfuggire, trattiene però una dimensione formativa e fondativa: ci piaccia o no, affossa mondi e altri ne apre in noi. Vietarlo o anche solo annacquarne il portato, come nella nostra età superficiale di risposte banalizzanti alla complessità, significa in fondo sprecarne le potenzialità esistenziali, mutilarci, svuotarci.
Per rendere la sofferenza del protagonista senza descriverla troppo, l’autore gioca ergodicamente sull’incastro tra voce narrante, descrizione di un mondo straniato e inserti di documentazione amministrativa: in effetti è un’intera società a essere inebetita e talora sofferente, tra manifestazioni sopra le righe e sacche sordide di miseria tra una discarica e l’altra.
Tanto più che le soluzioni offerte dal regime al problema della morte – fantastiche mutazioni in alberi – non risultano particolarmente consolatorie: e l’isola, che non conosce l’idea di Dio (il concetto si degraderà in una sorta di pupazzetto), tributa una sorta di divinizzazione alla città. Con tutta l’epica dei lavoratori nel cantiere di fondazione, in particolare attorno alla figura del veterano Tito scomparso nell’utero della terra e del suo interlocutore, l’operoso Cesare. L’autore evoca così in distanza tutta una letteratura di cantieri, da quelli virgiliani di Cartagine ai cantieri dell’archeologia industriale, a quelli sovietici di un eroe del lavoro Stachanov in fondo non lontano da Tito e Cesare.
Dove di nuovo un passato vertiginosamente remoto (megalitico? Caino fondatore di città vs. Abel(e)? le stirpi preadamite dell’uomo-sauro qui incontrato?) e un futuro architettonico inconcepibile alla Megalopolis di Coppola (in un’età che pare conoscere vagamente le lettere paoline e l’attacco alle Torri Gemelle) circonfondono l’assoluto della fondazione urbana. A quel punto la storia della quest di Abel, gravata da amnesie, mancanza di dati e incomprensioni, e la storia della città si dipanano insieme: fino a fargli vagheggiare, per le implicazioni letteralmente viscerali,

una storia gastrica dell’isola […]. Nessuno ci ha mai davvero pensato, al livello gastrico. Ai corpi che si rovinano nel lavoro, che sfioriscono o si fondono dall’interno a causa della bile. E dovrai scriverla tu, tu che hai il coraggio di vomitare sulla sabbia, sulla pietra.

La fondazione della città viene fatta coincidere proprio con la fine del dolore e della morte. Ma anche la natura appare sovvertita, e forse il padre si è lanciato in mare come i branchi di animali qui intenti a periodici suicidi di massa.
A fronte di questa situazione c’è chi tenta di reagire, con scarsi risultati: il fratello di Abel attraverso lo strumento della corsa; alcuni ribelli attraverso la violenza sessuale; Abel stesso in una ricerca contra legem di qualche verità sui propri cari, muovendosi in modo ufficioso e quasi clandestino.
Prima assoggettato a cure istituzionali come tanti altri traumatizzati sull’isola, privi di strumenti per elaborare gli eventi dolorosi (il che apre ovviamente al topos del narrante inaffidabile da un lato, dall’altro alla domanda su quale sia la normalità “sana” in una situazione come quella descritta), il Nostro viene poi arruolato per demolire relitti della fase urbanistica precedente: e il tema delle discariche torna ossessivamente, in un’isola dove tutto sembra consumarsi tra cantieri e smaltimenti. Infine Abel viene ingaggiato per produrre sculture per conto del governo: ma se la creatività permette una base minima di resistenza attraverso dubbio, amarezza e malessere (o vagheggiando animali invisibili, come l’incorporeo leone di Maxwell), la crisi delle forme si traduce in una disturbata materialità magmatica, in definizioni plastiche incerte, ossessive e parossistiche come certe statuette disturbanti e incomplete su uno scaffale. Come se tutta l’isola fosse un impasto un po’ informe e continuamente riplasmato senza riuscire a trovare una compiutezza.
Inevitabile pensare alla distopia young adult di Lois Lowry, The Giver – Il donatore (1993); o al citato Polpa. Ma l’autore, colto lettore di Vittorini, Peake e di postmoderno fino ad Arbasino e Pynchon, lavora in termini di grande originalità. La forza prima di questo bel romanzo non sta probabilmente nello spunto pur brillante, ma nella voce con cui è offerto. E che proprio dove ci spiazza svela le vertigini di un approccio indocile alla letteratura, traghettandoci in un’esperienza psichica e narrativa a suo modo sconvolgente.

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Distopie in corpo I e II https://www.carmillaonline.com/2025/12/06/distopie-in-corpo-i-e-ii/ Sat, 06 Dec 2025 21:00:21 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91718 di Franco Pezzini

Lorenzo Monfregola, La città dei Serpenti, pp. 440, € 19, Polidoro, Napoli 2025. Emiliano Ereddia, L’Oltremondo, pp. 302, € 17, Polidoro, Napoli 2025.

Ormai da parecchi anni, il linguaggio della distopia sta affermandosi come uno dei più presenti e spesso fertili nella narrativa di genere, sia in chiave letteraria che paraletteraria: e al primo filone – senz’altro letteratura – appartengono due uscite recenti nella medesima collana “Interzona” diretta da Orazio Labbate per la napoletana Polidoro, due romanzi che idealmente si parlano pur senza alcuna diretta influenza. Certo, cambiano i contesti, gli spaziotempi: in La città dei Serpenti, [...]]]> di Franco Pezzini


Lorenzo Monfregola, La città dei Serpenti, pp. 440, € 19, Polidoro, Napoli 2025.
Emiliano Ereddia, L’Oltremondo, pp. 302, € 17, Polidoro, Napoli 2025.

Ormai da parecchi anni, il linguaggio della distopia sta affermandosi come uno dei più presenti e spesso fertili nella narrativa di genere, sia in chiave letteraria che paraletteraria: e al primo filone – senz’altro letteratura – appartengono due uscite recenti nella medesima collana “Interzona” diretta da Orazio Labbate per la napoletana Polidoro, due romanzi che idealmente si parlano pur senza alcuna diretta influenza. Certo, cambiano i contesti, gli spaziotempi: in La città dei Serpenti, senza troppo spoilerare, siamo in un pianeta non-terrestre di un lontanissimo futuro, nel secondo l’Oltremondo si incista in un’Italia futurologicamente prossima e autoritaria dove ai ribelli è possibile intervenire tra le pieghe del tempo. Ma entrambi gli affreschi, di notevole ampiezza e originalità rispetto ai pur individuabili modelli dickiani e ballardiani, cifrano tensioni e provocazioni di un presente inquietantemente vicino.
In entrambi i casi – in modo diverso – la distopia investe in prima battuta lo sguardo, il linguaggio, la voce: come in fondo inevitabile (anche se magari non chiaro a chi di distopie si sia occupato in modo meno profondo), perché sono proprio il modo di vedere e di narrare a costituire il marcatore primo di un mondo collassante. In entrambi i casi l’Homo narrans – protagonista narrante più o meno inaffidabile – si confronta con la ridefinizione di categorie dell’esistenza, di miti, di urgenze personali e collettive: ed entrambi sembrano rispondere in chiave provocatoria al crollo delle istanze del Novecento. Entrambi del resto fanno riferimento a una categoria che sguardo e voce possono scomporre ai minimi termini, ma che resta un’ancora fondamentale al nostro essere Homo, cioè il corpo. Un corpo ibridato nel primo, dove uomo e serpente si mixano, e i regni animale e minerale perdono il rispettivo limes – e non solo nella sfera dell’umano, ma nei serpenti-cavi elettrici, nelle macchine senzienti, nel mistero stesso di una Forza Sovrastante non necessariamente metafisica. Un corpo trattato nel secondo con farmaci e droghe come l’oblivion, e che si sbriciola in un tempo storico magmatico e mai fissato definitivamente, in uno stato perenne di stupefazione. Fino a costringere a domandarci se il protagonista ce la conti giusta, se e quanto sia capace di lucidità. Un corpo in entrambi che alla fine si fa linguaggio, voce – ma non è questa, in fondo, la natura prima di qualunque personaggio letterario? –, traducendosi in comunicazione frantumata e reiterata di stringhe alfanumeriche ne La città dei Serpenti, e in L’Oltremondo in conati espressivi, giochi di parole irriflessi, compulsioni verbali di una mente crackata.
In entrambi i casi, poi, alla storia soggiace una rivelazione radicale, che cioè sia l’essere umano in quanto tale l’elemento distruttivo della realtà: non solo imbullonando orride tecnocrazie autoritarie dove il tradimento e la violenza poliziesca, l’illusione e la menzogna paiono ingredienti fondamentali, ma stabilendo rapporti malsani con meccanismi di servizio e strutture sociali, fino a piagare relazioni personali. In modo diverso e autonomo i due romanzi esplorano l’ambiguità radicale con cui è possibile comprendere il reale: nel primo caso per la scarsa comprensibilità effettiva – a dispetto delle pretese degli “interpreti” – dell’Intelligenza Serpente e le faziosità delle lobby in scena, nel secondo per l’equivoco peso decisionale di intelligenze artificiali brandite da un potere sovranista, per cui a decidere norme e letture ufficiali non sono più camere di confronto umano, ma algoritmi da tecnocrati. Come spiega il protagonista de L’Oltremondo,

succede questo: tutti vorremmo sapere, ma nessuno oggi è più in grado di sapere nulla. È la macchina che sa e che proietta e impone il suo sa­pere intorno all’uomo, creandogli una realtà che lo abbraccia, lo culla, lo ghermisce. Realizzandolo. Rea­lizzando l’uomo.

Tanto più che strumento di distruzione è addirittura quello che offre le due storia come le leggiamo, il linguaggio: ne La città dei Serpenti troviamo esplicitato che

Il vettore della vostra infezione è la tecnologia che voi usate per definire la vostra infezione ▻▻▻ Linguaggio ▻▻▻ il Linguaggio umano usato ora progressivamente adeguato in apprendimento Macchina da noi per comunicare qui ora con la vostra inferiorità ▻ il vostro linguaggio è infetto di infezione ▻ il vostro linguaggio inutile contro la Macchina ▻ la vostra ▻ Parola infetta somministrata emanata in riproduzione tecnologica espansa non necessaria alla Macchina ▻

Cioè comunicazioni ossessive da amministrazione delirante, slogan ripetuti, elenchi di comandi, formule scandite: interessante e dialettico è il rapporto tra la professione di fedeltà degli Agenti della città (“Noi siamo gli Agenti, fedeli ai Serpenti”, una sorta di credo militante alla tutela dell’Equilibrio claustrofobico della città) e la Fede proclamata una volta uscitine. Mentre L’Oltremondo vede contribuire alla grande cospirazione i messaggi di un’influencer ragazzina (username b4by_flu666) e la diffusione del contenuto del Teorema di Lauda, nuovamente a considerare come infezione uomini e linguaggio:

Il professor Lauda, […] osteggiato da tutti gli atenei del mondo e morto in umiliazione e povertà, sostiene che l’uomo sia un virus, al pari del linguaggio ma più letale di esso, come virus. Il lin­guaggio uccide alcune categorie e sottocategorie del pensiero attraverso la selezione di parole e costrutti, dice Lauda, […] mentre l’uomo è con­centrato solo sulla riproduzione della specie, la quale specie si percepisce sempre sul baratro della scom­parsa. Ma la percezione del baratro della scomparsa è dovuta alla modificazione delle leggi naturali che lo sviluppo tecnologico dell’uomo, messo in atto per alimentare la sopravvivenza della propria specie, im­pone al pianeta e all’ambiente da cui l’uomo viene ospitato e di cui l’uomo si fa parassita, dice Lauda, quindi l’uomo fugge la distruzione della specie e lotta contro la sua propria scomparsa che però egli stesso sta architettando in nome di quella stessa sopravvi­venza della specie guidata e garantita dello sviluppo tecnologico che distrugge l’ambiente ospite del virus-uomo […].

In un caso e nell’altro il punto di riferimento con cui fare i conti sono le macchine: a contrastarle, una società ibrida di uomini & serpenti o invece una rete clandestina che tra varie strategie di lotta usa l’oblivion per aprire fenditure nel tempo e versioni modificate della Storia: i serpenti che prendono – tra lo sconcerto generale – a divorare se stessi come urobori evocano in fondo la possibilità che la Storia come la conosciamo sia finita, si riduca al loop di un ciclo e si possa solo stagnarci dentro.
In un caso e nell’altro un potente linguaggio mitico sottostà all’invenzione narrativa. La paranoica città dei serpenti del primo titolo è simbolizzata in un cranio, come il Golgota del cranio di Adamo, e l’ambiguità del serpente dell’Eden è il suo statuto costituzionale: in luogo dello sguardo terapeutico al Nehustan, il serpente di Mosè, sono previste immersioni “terapeutiche” degli Agenti in vasche di serpenti, che insieme possono però far pensare (in chiave di morte rituale, iniziatica) a quella in cui muore l’eroe vichingo Ragnarr catturato da Ælla di Northumbria. Alle vasche di serpenti del primo romanzo corrispondono idealmente i trattamenti farmacologici del secondo – entrambi imposti perché funzionali a equilibri d’un potere. Ma ne L’Oltremondo, persino più provocatoriamente politico e apertamente critico, si recuperano, in un presente racchiuso come nel cerchio uroborico o in un tempo mitico del Sogno, figure storiche (come Osip Ivanovich Komisarov, coperto di imbarazzanti onori per aver salvato la vita dello zar Alessandro II durante un tentativo di assassinio, Gavrilo Princip, lo studente serbo che uccise l’arciduca Francesco Ferdinando e la moglie, o magari Alberto Magno e la sua testa meccanica) o scorci del passato (Paesi Bassi 1469, Canada 1940, riprese dal set di The Circus del 1928), a iniettare nel presente sovranista elementi di discredito, frattura e fragilità. “Tu sai che il tempo è un sogno, […] e la vita è tempo”.
Certo i due romanzi conducono in direzioni diverse: il fanatico e vigoroso protagonista del primo, l’Agente 1 Kajus, riesce a uscire dalla Città-Teschio dei suprematismi Bianchi e Neri e la storia può continuare altrove, mentre nel secondo più amara è la parabola del povero Don, docente (di storia, non a caso) espulso dall’università, sedato coattivamente in un paese dove la svolta finale autoritaria è imposta – guarda caso – da una riforma della giustizia e il dissenso è liquidato in patologia. Ma in entrambi i romanzi crepitano lingue furiose a concedere al lettore non pigro e non timido davvero molto, in termini di forza espressiva e macchine per pensare.

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Fondali di una città https://www.carmillaonline.com/2025/08/04/89736/ Mon, 04 Aug 2025 20:00:01 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=89736 di Roberta Cospito

Gloria De Paoli, Fondali, Zona 42, pp.236, euro 15,90 stampa

Gloria De Paoli è una scrittrice esordiente che sceglie di iniziare la sua carriera letteraria con un romanzo in odor di distopia. Scelta inusuale, dal momento che la letteratura italiana femminile è piuttosto povera di titoli distopici. Viene in mente, per esempio, Nicoletta Vallorani e il suo Avrai i mei occhi (Zona 42, 2020) ambientato in una Milano soffocata da nubi pulviscolari, divisa in zone da alte mura, nelle cui strade si incrociano ragazzini stracciati e mucchi di cadaveri e Maria Attanasio che colloca la sua storia distopica Il condominio di [...]]]> di Roberta Cospito

Gloria De Paoli, Fondali, Zona 42, pp.236, euro 15,90 stampa

Gloria De Paoli è una scrittrice esordiente che sceglie di iniziare la sua carriera letteraria con un romanzo in odor di distopia. Scelta inusuale, dal momento che la letteratura italiana femminile è piuttosto povera di titoli distopici.
Viene in mente, per esempio, Nicoletta Vallorani e il suo Avrai i mei occhi (Zona 42, 2020) ambientato in una Milano soffocata da nubi pulviscolari, divisa in zone da alte mura, nelle cui strade si incrociano ragazzini stracciati e mucchi di cadaveri e Maria Attanasio che colloca la sua storia distopica Il condominio di Via della Notte (Sellerio, 2013) in un ambiente urbano, precisamente a Nordìa. una metropoli-stato, miraggio di perfezione collettiva, fondato su disciplina, sicurezza e un consenso sociale estremo e intollerante che entusiasma la maggioranza della popolazione, spaventando chi sceglie di resistere.
Tra questi nomi si inserisce De Paoli che, invece, ci cala in una Torino riconoscibile solo dai nomi delle strade e dei palazzi, una Torino già visitata in chiave distopica sotto la guida di Giorgio Di Maria che ne Le venti giornate di Torino (Frassinelli, 2017) la descrive come una città sconvolta da fatti di sangue, in cui misteriose e spettrali figure grigie compaiono per le strade sbattendo violentemente al suolo o contro gli alberi gli umani che malauguratamente incontrano nelle notti insonni che caratterizzano quel periodo.
In Fondali la città è ormai un cumulo di macerie, ridotta così da una serie di epidemie, alluvioni, lunghi periodi di siccità e da una continua guerriglia urbana.
C’è una profonda spaccatura tra un mondo di privilegiati protetti da mura, un mondo sotterraneo dove pare prosperare un nuovo violento potere e un mondo di profughi e sbandati che hanno deciso di non sottostare alle varie regole imposte dagli altri in nome di una più probabile sopravvivenza.
La protagonista del romanzo, Rosalina, appartiene a quest’ultimo gruppo di diseredati.
“A quei tempi c’erano solo due scelte: sprangarsi in casa, o unirsi alla guerriglia. A un certo punto l’esercito è entrato in città in grande spolvero: avevano carrarmati e granate e jeep blindate e soldati in tenuta d’assalto, il pacchetto completo. Sembrava che le cose fossero tornate più o meno sotto controllo, e invece poco dopo il governo aveva smesso di esistere, fagocitato dalla sua stessa irrilevanza. I militari ne avevano approfittato, si erano messi anche loro a saccheggiare e distruggere e stuprare, gonfi di ferocia repressa. Alcuni si erano creduti più furbi, e avevano venduto ai rivoltosi tutte le armi e gli esplosivi che erano riusciti ad arraffare. Tutti contro tutti, armati fino ai denti: non poteva finire bene.”
Nonostante la devastazione tutti, in qualche modo, cercano di sopravvivere grazie anche a una piccola routine quotidiana fatta di ricerca di cibo e altri generi di prima necessità, di una qualche attività volta a procacciarsi medicine e droga, e scandita anche da momenti di condivisione del tempo libero con amici e conoscenti; per fortuna, questa piccola comunità ha ancora voglia di organizzare feste e ascoltare musica: molti di loro sono ex raver e quindi hanno vissuto per anni frequentando feste clandestine.
Il punto di forza della storia è la particolarità della protagonista che pone tutto il racconto in una prospettiva non banale. Rosalina, non è una donna giovane ed è afflitta dalla sclerosi multipla, malattia invalidante in progressione e questo, in un mondo in disfacimento e senza un futuro immaginabile, rende ancora più problematico il vivere quotidiano. Non solo, il tutto si complica quando Aron, l’amato nipote diciassettenne, scompare e lei decide di andare alla sua ricerca attraversando la città armata solo di un bastone glitterato che l’aiuta nella sua difficoltosa e spesso dolorosa deambulazione, e un piccolo coltello a serramanico.
Usando la lente della distopia, Gloria De Paoli descrive un mondo che sicuramente riconosciamo come nostro, caratterizzato da comunità relegate ai margini che faticano a sopravvivere; decisioni imposte dall’alto senza nessuna condivisione o richiesta di un parere a chi, con queste, si trova a dover convivere; dalla solitudine di chi è diverso o semplicemente non allineato; dalla necessità o voglia di fuga da una realtà difficile da capire e sopportare; da rapporti familiari tesi e minati da preconcetti; da persone trattate come merce di scambio; dalla difficile vita di chi ha una disabilità non alleggerita da grosse disponibilità economiche.
Per fortuna, ci possiamo riconoscere anche in alcuni personaggi ben descritti dall’autrice che fanno parte di un’umanità capace di solidarietà e di rendersi utile senza secondi fini, che riesce a vedere la bellezza dove oggettivamente non c’è, che trova la forza di resistere nello sguardo degli altri, che sceglie di decidere della propria vita in autonomia, nonostante le varie pressioni esterne e che riesce a trovare una giusta collocazione in un mondo in cui tutto appare sbagliato.

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Un’anomala discronia https://www.carmillaonline.com/2025/06/29/unanomala-discronia/ Sun, 29 Jun 2025 20:00:40 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=89383 di Paolo Lago

Domenico Conoscenti, Manomissione, Il ramo e la foglia edizioni, Roma, 2025, pp. 221, euro 16,00.

Domenico Conoscenti, con il suo recente romanzo Manomissione, realizza un interessante esperimento: crea, cioè, una sorta di anomala discronia intessuta di un realismo immaginario che racchiude – come leggiamo nel risvolto di copertina – “in un unico arco temporale momenti diversi di un trentennio di democrazia, proponendosi al lettore come un paradossale romanzo storico”. Siamo in un’Italia governata da un “cancelliere” che ricorda molto da vicino il “Grande Fratello” di orwelliana memoria e si potrebbe pensare di trovarsi in una specie di futuro [...]]]> di Paolo Lago

Domenico Conoscenti, Manomissione, Il ramo e la foglia edizioni, Roma, 2025, pp. 221, euro 16,00.

Domenico Conoscenti, con il suo recente romanzo Manomissione, realizza un interessante esperimento: crea, cioè, una sorta di anomala discronia intessuta di un realismo immaginario che racchiude – come leggiamo nel risvolto di copertina – “in un unico arco temporale momenti diversi di un trentennio di democrazia, proponendosi al lettore come un paradossale romanzo storico”. Siamo in un’Italia governata da un “cancelliere” che ricorda molto da vicino il “Grande Fratello” di orwelliana memoria e si potrebbe pensare di trovarsi in una specie di futuro distopico alla “1984”. Ma così non è perché Conoscenti, con maestria, crea un interessante pastiche in cui vari piani temporali si confondono e si contraggono. Non sveleremo nulla della trama, la quale assume le intricate spirali tipiche di un giallo noir, che si può abbozzare a grandi linee come segue: è passato non molto tempo da una “manifestazione” in cui è emersa una brutale violenza delle forze dell’ordine e l’ex insegnante omosessuale Leonardo Lascari si trova coinvolto in uno strano caso di omicidio. Leonardo viene ripetutamente interrogato da Rosaria Petrotta e da Demetrio Lojacono, rispettivamente commissario e sovrintendente di polizia, in interrogatori che possiamo leggere nei capitoli dispari, introdotti dal titolo “Trascrizione filmato QF 0…” seguito da un numero crescente.

Fermo restando che Manomissione è poco restio a essere incluso nella gabbia di un genere (né giallo, né noir, né distopia o discronia, e neppure romanzo storico), i capitoli relativi agli interrogatori possono far venire in mente un universo del futuro già obsoleto, una fantascienza venata di senescenti macchinari legati al passato: si può pensare, allora, agli interrogatori dei potenziali androidi in Blade Runner (1982) di Ridley Scott e, sempre nello stesso film, all’ufficio del capitano Bryant, inserito in un futuro che è anche contemporaneamente putrescente passato. Si tratta di uno spazio saturo di vecchi e desueti schedari, video dagli schermi rétro e lampade stile anni Cinquanta. È un passato emerso dal futuro, come vediamo anche negli uffici del National Organ Registry di Crimes of the future (2022) di David Cronenberg, in cui si muovono due oscuri e ambigui burocrati. E se l’anomala discronia messa in scena da Conoscenti può, per certi aspetti, far pensare anche ad un futuro in cui vige una onnipervasiva dittatura orwelliana, come quella allestita da Liliana Cavani ne I cannibali (1970), in cui le strade di Milano sono piene di cadaveri insepolti per volontà del regime, quello stesso futuro è pieno di passato, come nei film sopra citati. È un non tempo in cui convergono non solo eventi tragici ed oscuri degli ultimi trent’anni, come leggiamo nel risvolto di copertina, ma in cui ritroviamo anche idee, mentalità, atteggiamenti tipici dell’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta, legati strettamente al ventennio fascista. Sembra che l’Italia non possa mai liberarsi di un pensiero violento derivante da quei terribili anni, né nel futuro, né tantomeno nel presente, e neppure in un’epoca discronica immaginaria.

Il potere e i suoi accoliti, nel mondo messo in scena da Manomissione, sono intrisi di patriarcato e di omofobia, di paura del diverso e del sovversivo: quest’ultimo è oggetto di costruzioni stereotipe e incasellate nate appunto in quegli oscuri anni Cinquanta e Sessanta che puzzavano ancora di clericofascismo. Basta dare uno sguardo all’illuminante inchiesta realizzata da Pasolini con Comizi d’amore (1964), in cui emerge un’Italia moralistica e impaurita dalla diversità sessuale. Questa sacca oscura di vetusta ideologia, e anche di razzismo, in Italia non è mai morta, e oggi è più viva che mai. Azzeccata è quindi l’ambientazione italiana presente in Manomissione; tanto più che la “manifestazione” a cui nel libro più volte si fa riferimento e in cui Gaetano, compagno di Leonardo, avrebbe trovato la morte per mano di un poliziotto, ma la cosa è insicura (forse si sarebbe fortunosamente salvato alla barbarie), è una chiara allusione a Genova 2001, un altro momento in cui quell’oscura ideologia mai definitivamente scomparsa ha cantato i suoi funerei fasti.

A fare da pendant con i capitoli dispari (significativamente riportati in numeri romani, con un’allusione ulteriore al Ventennio), in cui leggiamo degli interrogatori riportati con linguaggio tecnico e burocratico (introdotti da versi di canzoni contestatarie degli anni Sessanta e Settanta), ci sono quelli pari, in cui il personaggio di Leonardo Lascari parla in prima persona esprimendo i suoi dubbi e le sue angosce, quasi rivolgendosi direttamente al lettore in un’allusione continua alla composizione proemiale dei Fiori del Male di Baudelaire (“ipocrita lettore, mio simile, fratello!”). E allora lo stile cambia: a quello burocratico e spezzato, dialogico e meccanico, laddove molte frasi dette nei dialoghi si interrompevano senza un perché e, nonostante queste interruzioni, i personaggi (come inceppate intelligenze artificiali) sapevano già cosa si sarebbe detto, subentra uno stile narrativo e poetico, lento e cadenzato, in cui trovano spazio le confessioni più intime e private. E in cui emerge, anche, il desiderio di essere lontano da quell’anomala discronia, da quell’Italia del futuro-passato, in cui ormai anche agli inizi di Novembre è sempre estate e ci sono trenta gradi. Un caldo che non lascia tregua e che sembra quasi un’appendice incorporea, da “iperoggetto” impalpabile (per utilizzare un’espressione coniata dal filosofo Timothy Morton), dell’ideologia gretta e meschina del potere.

E gli altri? Cioè, il resto della popolazione che non compare nel romanzo? Come stanno, cosa fanno, sono assuefatti totalmente all’ideologia imposta dal “cancelliere” (si legge forse “cavaliere” nella realtà?), esclusi i pochi consapevoli resistenti? C’è l’atroce sospetto che la risposta a questa domanda sia positiva. Sono tutti assuefatti, silenti e magari anche contenti. Dei trenta gradi, del caldo anomalo e di tutto quell’apparato d’ordine, sicurezza e controllo sociale imposto dall’alto. E se c’è un riferimento all’oggi e a questa realtà (che ha da tempo archiviato in peggio qualsiasi cancelliere o cavaliere), come sottilmente sottolinea più volte lo stesso autore, è puramente casuale.

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Immaginazioni e utopie italiane. Scritture di fantascienza di Corrado Alvaro https://www.carmillaonline.com/2025/06/19/immaginazioni-e-utopie-italiane-scritture-di-fantascienza-di-corrado-alvaro/ Thu, 19 Jun 2025 20:00:51 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=88997 di Domenico Gallo

“Felice il tempo nel quale la volta stellata è la mappa dei sentieri praticabili e da percorrere, che il fulgore delle stelle rischiara” György Lukács, 1920

“Quando si soffre per qualche cosa, vale la pena” Corrado Alvaro, 1938

Corrado Alvaro è stato un intellettuale in cui la narrativa, declinata nei canoni classici del romanzo e del racconto, è solo un aspetto della ricerca espressiva che ha caratterizzato la sua vita. Alvaro, infatti, è stato un giornalista importante, a cui dobbiamo reportage del periodo tra le due guerre mondiali dalla Germania, dalla Turchia e dall’Unione [...]]]> di Domenico Gallo

“Felice il tempo nel quale la volta stellata
è la mappa dei sentieri praticabili e da percorrere,
che il fulgore delle stelle rischiara”
György Lukács, 1920

“Quando si soffre per qualche cosa, vale la pena”
Corrado Alvaro, 1938

Corrado Alvaro è stato un intellettuale in cui la narrativa, declinata nei canoni classici del romanzo e del racconto, è solo un aspetto della ricerca espressiva che ha caratterizzato la sua vita. Alvaro, infatti, è stato un giornalista importante, a cui dobbiamo reportage del periodo tra le due guerre mondiali dalla Germania, dalla Turchia e dall’Unione Sovietica, e ha fatto parte della generazione di scrittori che, caduto il fascismo, hanno tentato di costruire una cultura autonoma e democratica, che tenesse conto dei complessi stimoli che giungevano dalle altre nazioni senza ignorare la tradizione italiana che era stata soffocata dalla dittatura. Le sue pagine pubblicate su La Stampa, L’Italia letteraria e Omnibus, dove pubblica i resoconti dei suoi viaggi, interviste e recensioni, sono ancora oggi fonte di sorpresa per la lucida capacità di leggere le società straniere e le loro trasformazioni.
La guerra civile italiana non lo trova schierato con le truppe partigiane, a combattere, come Italo Calvino, Giorgio Caproni, Vasco Pratolini, Beppe Fenoglio e molti altri intellettuali, ma, come era accaduto a Cesare Pavese, tenta di sfuggire alla morsa della guerra nascondendosi. Corrado Alvaro fuggirà da Roma sotto falso nome, nonostante avesse coraggiosamente firmato, nel 1925, Il Manifesto degli intellettuali antifascisti promosso da Benedetto Croce, in risposta all’iniziativa di Giovanni Gentile a favore del fascismo, e che vantava le firme di Gabriele D’Annunzio, Giuseppe Ungaretti, Luigi Pirandello e Curzio Malaparte e altri1.

Se si riporta, seppure brevemente, alcuni episodi della storia personale di questo scrittore è per collocare la sua opera all’interno del sistema della letteratura di regime e della censura fascista, che fu di particolare importanza per Alvaro, e, soprattutto, per comprendere la natura delle sue opere del Dopoguerra, che sembrano sottrarsi al modello della letteratura della Resistenza che si dispiega a lungo dopo la fine del conflitto. Quella della Resistenza è un tentativo di letteratura corale, come è chiaro a Italo Calvino quando, a proposito de Il sentiero dei nidi di ragno, sostiene che si tratti di “un libro nato anonimamente dal clima generale di un’epoca” (Pedullà, pag V). Calvino, almeno quando, vent’anni dopo la pubblicazione del suo romanzo d’esordio, scrive questa frase, ritiene ancora che un’opera sulla Resistenza italiana debba essere un elemento di una complessa e poliedrica opera letteraria in grado “di parlare a nome di tutti coloro che avevano preso parte alla lotta” (Pedullà, pag. V). Un’idea che richiama, forse, alcuni modelli letterari marxisti e le parole di Maksimin Gor’kij che, definendo le caratteristiche dello scrittore proletario, cita “la poetizzazione del lavoro collettivo, il cui scopo consiste nella creazione di nuove forme di vita, forme tali che escludano completamente ogni dominio dell’uomo sull’uomo, nonché l’assurdo sfruttamento delle sue forze” (Gor’kij, pag. 55). Tuttavia a Calvino sono estremamente chiari i meccanismi strutturali della letteratura e il gioco di modello retorico che le scritture della Resistenza assumono man mano che si allontanano dalle valorose giornate dei combattimenti in montagna. Al di fuori di questo modello, destinato a spegnersi all’interno del mito della Resistenza tradita, altri scrittori, tra cui spicca Corrado Alvaro, percorrono itinerari molto differenti ma non meno radicali e innovativi. In questo contesto voglio approfondire come, per Alvaro, il racconto fantastico e di fantascienza abbia costituito un elemento di rottura verso le letterature ufficiali prima del fascismo e, successivamente, del Dopoguerra. Soprattutto per Alvaro la scrittura di fantascienza si realizza non per assimilazione e imitazione dei modelli anglosassoni, ma come inevitabile punto di arrivo della ricerca di una forma capace di rappresentare una critica sociale e politica altrimenti inesprimibile. La sua fantascienza è quindi il superamento del metro del realismo, la constatazione che la complessità del contemporaneo è tale che, per superare l’inganno della propaganda e del consenso, è necessario trascendere un linguaggio che, inevitabilmente, è diventato lo strumento della dittatura.

Alvaro, dopo l’episodio de Il Manifesto degli intellettuali antifascisti, su consiglio di Luigi Pirandello, abbandona l’Italia. Si tratta, probabilmente, di una misura precauzionale, e il suo arrivo a Berlino è più da viaggiatore che da esule politico. Si tratterrà in Germania per sei mesi, e da quel soggiorno nascerà il reportage ora raccolto in Colore di Berlino, una ventina di articoli giornalistici e nove racconti in cui serpeggiano le molte tensioni che stanno portando la Repubblica di Weimar alla tragica dissoluzione. Non è difficile leggere nel dramma tedesco che ha davanti, nell’aggravarsi dell’antisemitismo come fenomeno politico e pubblico, negli strascichi del fallimento della Rivoluzione spartachista e nelle tentazioni autoritarie della scuola bolscevica, gli elementi fondamentali che consentiranno l’ascesa del nazismo in un’atmosfera di generalizzato e inquietante consenso. Nel 1931 Alvaro è in Turchia, alla scoperta di una nazione ancora in bilico tra Occidente e Oriente, che descrive attraverso racconti e riflessioni. Il fascino che Mustafa Kemal Atatürk esercita sullo scrittore italiano in cerca di aspetti utopistici è evidente. Viaggio in Turchia, pubblicato da Treves nel 1932, è ancora una raccolta di articoli e racconti capace di svelare al lettore la magia di un mondo che, per alcuni aspetti, ricorda ad Alvaro la sua Calabria, ma che, contemporaneamente, è mosso da spinte di modernizzazione e di tensione verso l’Europa. Ma i viaggi più importanti sono quelli in Unione Sovietica. La fascistissima Fiat ha costruito in Unione Sovietica un importante stabilimento automobilistico, così Corrado Alvaro, che è inviato de La Stampa, ottiene i permessi per visitare il paese del nemico comunista grazie alle intercessioni della famiglia Agnelli che controlla il quotidiano torinese. Dal 13 giugno al 23 luglio del 1934 raccoglie la straordinaria documentazione destinata a costituire I maestri del diluvio- Viaggio nella Russia sovietica, pubblicato da Mondadori nel 1935. Il resoconto di questo lungo viaggio nella prima fase della dittatura stalinista, oltre a rendere una lucida e penetrante descrizione della vita a quindici anni dalla Rivoluzione, costituisce la base per la scrittura de L’uomo è forte, assieme a L’età breve la sua opera più riuscita. L’uomo è forte, pubblicato nel 1938, viene proposto alla censura fascista con il titolo Paura sul mondo, ma il titolo non piace e viene richiesta una modifica. Inoltre i funzionari della censura chiedono la soppressione di una ventina di pagine e l’inserimento di una premessa in cui l’autore doveva dichiarare che la storia si svolgeva in Unione Sovietica. Come vedremo, il viaggio in Russia del 1934 è sicuramente la base per la stesura del romanzo, ma, come molti critici hanno sottolineato, il libro sfugge costantemente a una rappresentazione diretta dell’Unione Sovietica per diventare un paradigma della vita sotto i regimi totalitari che, in quel periodo, opprimevano molti stati europei, in particolare l’Italia e la Germania. Un particolare che sembra non essere sfuggito alla più attenta lettura della censura nazista che, infatti, ne vieta la traduzione e la pubblicazione in Germania.

Il protagonista de L’uomo è forte è Roberto Dale, un ingegnere che rientra nella propria nazione dopo che è avvenuta una rivoluzione. Roberto è stanco della corruzione che ha trovato nello stato in cui è emigrato, dominato da un’economia senza regole e caratterizzato da uno sfrenato individualismo. Animato da sinceri ideali, Dale pensa di poter mettere le sue capacità al servizio del nuovo stato rivoluzionario, ma, gradualmente, si rende conto che gli anni trascorsi all’estero lo rendono un individuo sospetto, forse una spia. Ma lo stato rivoluzionario è ancora lontano da una pacificazione e dalla realizzazione degli ideali in cui Roberto crede. La città in cui abita è teatro di guerriglia tra i partigiani, fedeli alla Rivoluzione, e le bande, truppe controrivoluzionarie che ricordano le armate bianche che si opposero al governo bolscevico.
Anche la relazione che inizia con Barbara, un amore giovanile che Dale rincontra al suo ritorno, non riesce a svilupparsi a causa delle interferenze sempre più opprimenti del potere che non rispetta la vita privata e li spia costantemente. Lentamente in Roberto cresce la consapevolezza che uno stato totalitario intenda impiantare un sistema di collettivizzazione che, al di là delle strutture economiche, si infiltra nell’intimità e nell’individualità delle persone. Si viene a creare un sistema di potere basato sul controllo costante della vita quotidiana che determina, inevitabilmente un senso diffuso di colpevolizzazione. Sulla coppia incombe una figura chiamata “l’inquisitore”, una sorta di commissario politico che si insinua nella loro vita di coppia. Barbara, che inizialmente si abbandona all’amore verso Roberto, è vittima del progressivo senso di paranoia che si sta impossessando dell’intera popolazione e, impaurita da quella che inizia a essere concepita come una trasgressione sociale, confessa colpe mai commesse, coinvolgendo Robert Dale, lo straniero contaminato dall’individualismo. Roberto stesso finisce per interpretare il ruolo che l’Inquisitore ha disegnato per lui, uccide il direttore dell’ufficio in cui è impiegato e fugge lontano dalla città, dove è in corso la guerra civile. I Partigiani lo catturato e la condanna a morte viene eseguita, ma, per una fatalità, il colpo non è mortale, e Roberto viene portato in ospedale dove, per errore, viene scambiato per una vittima delle Bande. Creduto un eroe, Roberto, sdraiato sul letto dell’ospedale, medita un nuovo piano di fuga.
L’uomo è forte è certamente da annoverare tra i romanzi di fantascienza italiani, anzi è uno dei primi che, assieme a Emilio Salgari e altri autori della narrativa popolare, concepisce un modello di letteratura che utilizza la delocalizzazione, temporale e spaziale, della fantascienza. Ma a differenza degli autori di narrativa popolare che vivono all’interno dell’immaginario e quindi hanno facilità ad acquisire le tecniche di scrittura, Corrado Alvaro scopre la fantascienza per necessità letteraria, schiacciato dalla censura, come limite politico, e dalla letteratura realista, che costituisce il limite letterario a descrivere l’enormità della sua esperienza nel contemporaneo. Alcuni critici hanno sottolineato l’eccesiva prontezza di Alvaro nel negare il contenuto esplicitamente anti-sovietico che aveva caratterizzato “l’avvertenza” firmata nel 1938, quando, nella prima edizione dell’Italia liberata, reinterpreta il proprio romanzo come una metafora della vita sotto una qualsiasi dittatura, ma è chiaro al lettore che se la sua intenzione originale fosse stata quella di descrivere esplicitamente la dittatura sovietica come evento peculiare, allora la caratterizzazione sarebbe stata enormemente più evidente ed esplicita. Il romanzo infatti è costantemente in bilico tra le esperienze italiane, quelle di viaggio e la tradizione letteraria. Alvaro era un discreto esperto di letteratura e teatro russo; infatti, pur non conoscendo la lingua, con l’aiuto di Tatiana Tolstoj, figlia del grande scrittore, curò l’edizione italiana di opere di Dostoevskij, Sologub, Tolstoj e altri. Aveva quindi, oltre ai viaggi, fonti imponenti sulla vita russa prima e dopo la Rivoluzione di Ottobre. L’ambientazione ambigua de L’uomo è forte è quindi una scelta stilistica la cui origine può essere trovata ne Il processo di Franz Kafka, nell’opera di Dostoevskij, in Noi di Evgénij Zamjàtin e, solo in parte, ne Il mondo nuovo di Aldous Huxley. Una lettura comparata tra Il processo è L’uomo è forte è sicuramente ricchissima di ispirazioni, similitudini, disallineamenti, e, sinteticamente, è in grado di stabilire una consapevole e chiara relazione tra i due romanzi. Infatti, oltre alla sincera critica del regime sovietico (che lo accomuna alle ragioni dell’esilio di Tatiana Tolstoj), troviamo preponderante la situazione “kafkiana” di Roberto Dale. Per inciso, Il processo di Kafka, anche se spesso viene dimenticato, è sicuramente uno dei capostipiti del romanzo distopico, grazie alla descrizione del rapporto tra individuo e potere, all’intuizione della progressiva scomparsa del diritto dei singoli, all’avviarsi di una società totalizzante basata sulla repressione poliziesca delle idee e alla delazione, e alla scientifica installazione di un senso di colpa con cui potere e collettività aggrediscono l’individuo.
Dopo la pubblicazione del romanzo di Alvaro troveremo un proliferare di scritti romanzeschi sul totalitarismo, come 1984 di George Orwell e Buio a mezzogiorno di Arthur Koestler, altre due opere nate dall’incontro tragico tra antifascismo e stalinismo, e sarebbe interessante sapere se, in particolare George Orwell, questi scrittori avessero avuto conoscenza de L’uomo è forte e se abbia ispirato qualche elemento della loro scrittura. Ma Alvaro gioca nel suo romanzo una sua specifica sensibilità, destinata a diventare l’elemento fondamentale della sua critica alle dittature europee. Per il suo modo di vedere, un cosmopolita che aveva vissuto nell’arretrata terra calabrese profonde esperienze sulla natura umana, e che ritroviamo in particolare in Gente in Aspromonte e ne L’età breve, Alvaro constata che le nuove dittature basano il loro potere sul predominio della tecnica. Si tratta di un’impostazione sociale che stravolge il rapporto tradizionale del contadino con i suoi attrezzi e il complesso dei suoi saperi, come lui stesso aveva visto nella dura vita calabrese, e che istituisce la tecnica come strumento di una disumanizzazione che, brutalmente, riorganizza il corpo sociale. Questa esaltazione della tecnica, forse associata al progressivo aumentare di importanza di una burocrazia poliziesca, e finalizzata a controllo e repressione con la gestione di archivi e dossier, è la causa di quel disorientamento dell’uomo che abbiamo letto in Kafka e che, certamente, configura l’incubo mediatico di Wiston Smith di Orwell. In questo senso Germania e Unione Sovietica, con differenti premesse, stanno percorrendo lo stesso cammino. E non è un caso che il protagonista de L’uomo è forte sia un ingegnere, un tecnico assoluto che si considera svincolato da un ruolo politico e morale, un genio di un fare che assurge in queste dittature a mezzo che diventa fine, e fine che si diffonde nella società come ideologia. Non si approfondisce, ma sarebbe molto interessante, vedere come la scuola filosofica italiana, sostanzialmente Benedetto Croce e Antonio Gramsci, ha letto il sottile evolversi del concetto marxiano di ideologia, partendo dai Manoscritti economico-filosofici del 1844 e da L’ideologia tedesca, e se Alvaro fosse a conoscenza di un dibattito che arriverà fino a Marcuse, ma ne L’uomo è forte rinveniamo una profonda critica del lavoro e della sua organizzazione, troviamo la consapevolezza di come società fondate su un concetto di produzione (come la nostra di oggi) costruiscano inevitabilmente alienazione e disumanizzazione. Per Alvaro, spesso favorevole all’impeto rivoluzionario delle origini, non sfugge la rapida involuzione di un regime che ha fatto dell’industrializzazione la sua chiave di esistenza e il suo meccanismo di produzione del potere.
L’uomo è forte non è l’unico ricorso alla fantascienza di Corrado Alvaro. Nel 1953, in una lettera del 18 settembre a Valentino Bompiani, Alvaro scrive che ha terminato 200 pagine di un nuovo romanzo e che contra di concluderlo per la fine dell’anno. Purtroppo, in quel periodo, si manifesta la malattia che lo condurrà, l’11 giugno del 1956, alla morte. Il nuovo romanzo di cui parla con Bompiani è Belmoro, e verrà pubblicato incompiuto nel 1957.
Descrivendo lo stato della cultura nelle nazioni in cui si è sviluppata la fantascienza, Carlo Pagetti, nell’introduzione al saggio di Vittorio Curtoni sulla fantascienza italiana Le frontiere dell’ignoto, dopo avere citato l’influenza de I viaggi di Gulliver di Johnatan Swift, scrive: “Questa tradizione, purtroppo trascurata dalla nostra critica, ha avuto qualche buon esempio anche nel ‘900, soprattutto con un romanzo che, se fosse stato terminato, avrebbe certamente dato un contributo rilevante all’affermazione del «genere» in Italia, Belmoro di Corrado Alvaro, pubblicato incompiuto, per la morte del suo autore, nel 1957. Belmoro precipita «da una stella» in Italia e visita un paese a noi noto, eppure cambiato perché sconvolto da una catastrofica guerra avveniristica, una «esplosione stellare», visto da occhi primordiali, che non conoscono la storia” (Pagetti, pag. 2).
Belmoro è un romanzo in bilico tra utopia e distopia, il grottesco e l’immaginazione sfrenata si sostituiscono alla tragedia delle nazioni, il registro del tono polemico è costantemente elevato e, ancora una volta, si rivolge verso il mondo della tecnica e della scienza. Dopo l’esperienza che risiede alla base di L’uomo è forte, la fantasia sfrenata di Belmoro è un’avventura che lascia alle spalle eventi come l’Olocausto e la bomba atomica e che, ancora una volta, si pone una serie di interrogativiv relativi al presente. Domande e questioni talmente radicali che non riescono a trovare una via speculativa nei canoni del realismo e finiscono nella fantascienza e nell’utopia.
Nel 1954 lo stesso Alvaro descrive con queste parole il libro che intende terminare. “Sarebbe un libro utopistico, e nello stesso tempo reale, una specie di fantasia degli anni del Dopoguerra con le sue speranze e le sue paure, con uno sguardo spinto nell’avvenire. Noi abbiamo veduto il mondo mutare da dieci anni a questa parte: il principio del nuovo secolo. Di questi mutamenti, Belmoro dovrebbe essere una visione.” (Palermo, pag. 33).
Una nuova guerra mondiale ha sconvolto la Terra. Il risultato è stato la creazione di uno stato tecnocratico planetario chiamato Opera Mundi. Le strutture organizzative di questo Stato si chiamano Opera Nazionale Malvagi, Impresa Emozioni, Unione Igiene e Bellezza, Lega per la Persecuzione dei Poveri e dei Sofferenti, Polizia Biologica. Belmoro è una meravigliosa creatura caduta sulla Terra dallo spazio, che non ricorda nulla della sua origine e della vita precedente, e che si ritrova in campagna, dove è scambiato per una sorta di animale; “uomini bestia” destinati al lavoro e prodotti geneticamente. Ma Belmoro inizia a comprendere il linguaggio e a parlare. Irmene, una giovane contadina attratta da Belmoro, fa l’amore con lui. Un atto semplice e naturale che segna l’esperienza anche fisica di quella vita terrestre. Dopo la campagna, con i suoi riti contadini destinati a dissolversi nel progresso, e dove la vita della città è letta come una sorta di mito e raccontata in un cinematografo, che offre le visioni delle grandi metropoli come Magnitudo ed Energheiton, inizia la comprensione dell’esistenza, a tratti grottesca, da parte di Belmoro. Saranno le tipiche disavventure che discendono dalla lezione di Swift e de Il barone di Münchhausen di Rudolf Eric Raspe, ma con la consapevolezza di un obiettivo morale cui la narrazione deve perseguire. Alcuni passi di Belmoro addirittura ricordano alcune allegorie fantascientifiche di Robert Sheckley. “Era uno di quei giorni in cui a Magnitudo si rastrellano gli infelici e i poveri, e chiunque ha il diritto di ucciderli e di travolgerli” (pag. 22). Una società che rivive gli elementi fondamentali delle utopie negative che sono state alla base della Seconda Guerra Mondiale come il progetto eugenetico di una razza fisicamente migliore. L’Unione Igiene e Bellezza è l’organo deputato a selezionare giovani donne “per l’interesse collettivo e la riproduzione” (pag. 49), mentre a Dolonon, una metropoli particolarmente avanzata dell’Opera Mundi, “l’amore era considerato un atto bestiale (…) e le dolonesi sono arrivate a tale grado di nettezza, che hanno ribrezzo di ogni contatto, e perciò si fecondano artificialmente” (pag. 51), e l’Unione Igiene e Bellezza ha il compito di fornire il seme per la riproduzione controllata. Tuttavia, di nascosto, l’Unione Igiene e Bellezza cede le donne selezionate nell’ambito di una prostituzione di Stato per lo sfogo di quegli uomini che “ubbidivano in segreto a un impulso ormai sorpassato, e che per il loro grado non si adattavano a compiere la solita violenza su bambine o vecchie, cioè su persone indifese” (pag. 51). Gli effetti del conflitto, certamente una guerra nucleare, sono stati devastanti e la razza umana ha subito cambiamenti radicali. Nelle grandi capitali “modernamente biologiche” le tipologie umane precedenti alla guerra sono mostrate nei circhi e sui giornali dell’Opera Mundi si leggono trafiletti del genere: “Da qualche giorno, una tribù di stranieri è ospite nei baraccamenti delle rovine della città vecchia in Energheiton. Essi serbano il tipo dell’uomo che si può vedere nei trattati di biologia e nelle enciclopedie, o semplicemente nei libri di scuola, e che è quasi scomparso dalle nazioni civilizzate dopo la terza guerra” (pag. 57). Sono attori che rappresentano i drammi del passato, opere di Molière e di Shakespeare, che si contraddistinguono per la loro difformità genetica, “diseguale statura e conformazione, quale alto e quale basso, con visi irregolari e di impronta antica, molto dissimili” (pag. 59). Ma il gusto del paradosso che caratterizza quest’opera di Alvaro si estrinseca in una continua provocazione del lettore attraverso le osservazioni didascaliche che spiegano a Belmoro, e ai lettore, le strane regole di questo mondo. Per esempio, riguardo al teatro, chiarisce che “nessuno di questi attori si uccide o uccide realmente sulla scena, come invece accade nelle nostre rappresentazioni” ( pag. 59). Il centro della narrazione di Alvaro si chiarisce rapidamente, il nuovo mondo è figlio della scienza, i suoi abitanti selezionati. Tutto è razionale e scientifico a parte alcune popolazioni superstiti di quel mondo primitivo, che è quello del sorpreso lettore. Un altro aspetto fondamentale della riflessione che Alvaro compie della civiltà a lui contemporanea, attraverso la deformazione prospettica della fantascienza, riguarda la felicità.
L’Opera Mundi è, per definizione, l’organizzazione politica che, al termine del Terzo conflitto mondiale, raccoglie le persone che hanno scelto la felicità. “L’Ordine Mondiale non tollerava nessun infelice nel suo territorio, e ne espelleva ognuno avviandolo verso Magnitudo o Lipona. (…) D’altra parte, l’Ordine Mondiale non poteva tollerare che gli infelici trovassero un rifugio, senza che ciò contravvenisse al fondamentale ottimismo che ispirava la sua costituzione.” (pag. 62) Per questo chi è povero e chi soffre è nemico della società. Siamo a metà degli anni Cinquanta e solo da pochi hanni è naufragato il progetto utopico del nazismo di organizzare e perseverare la felicità su base razziale del popolo tedesco. Ricordiamo che nella cultura nazista la felicità e la salute erano un obbligo dei cittadini ariani verso lo Stato. Negli anni in cui il nazionalsocialismo dominò la Germania la medicina sociale assunse livelli mai visti. Vennero iniziate campagne per ridurre le malattie professionali causate dall’esposizione al radon e all’amianto, nacquero gli screening di massa per le donne e fecero la loro comparsa le campagne contro il fumo e a favore della alimentazione naturale. Robert Proctor, uno storico della scienza statunitense, documenta con grande rigore questa poco conosciuta realtà sociale del nazismo. Una salute pubblica che considera gli ebrei come elementi patologici da eliminare, cancri da sconfiggere; elementi del corpo sociale che inquinano la purezza e la felicità del popolo tedesco. Ne consegue che i lavori pericolosi e malsani fossero riservati agli schiavi umani e, sempre nell’ottica di una salute personale come responsabilità del singolo verso la società, gli screening e la medicina preventiva assunsero carattere obbligatorio. Era vietato essere malati e infelici. Del resto il contemporaneo pensiero berlusconiano ricalca l’imperativo nazista di una società obbligatoriamente felice, bella e orgogliosa del proprio consumismo. Ne L’uomo è forte possiamo leggere l’opinione dell’Inquisitore sull’argomento: “Noi (…) vogliamo che i nostri cittadini siano felici. Devono essere felici per forza. (…). Tutto quello che li turba è delittuoso” (pag. 100).
Corrado Alvaro coglie mirabilmente questo elemento della nostra società, che poi è un aspetto collaterale delle culture eugenetiche che erano state così in voga in tutto il mondo occidentale. Elemento che condivide, probabilmente senza esserne consapevole, con la fantascienza sociologica statunitense di Frederik Pohl, Cyril Kornbluth, Robert Sheckley, Kurt Vonnegut e Philip K. Dick. Ma la straordinaria capacità di affrontare le tematiche nascenti del contemporaneo non si limita alla critica sociale ma, mirabilmente, si occupa del corpo e delle sue trasformazioni, tema che caratterizzerà pesantemente la fantascienza degli anni Sessanta e il più recente periodo del cyberpunk.
All’inizio del romanzo Belmoro, viene ritenuto poco più che un animale, e viene protetto dalla giovane Irmene, che condivide il segreto della sua intelligenza. In seguito si introduce in città sotto spoglie femminili, dove viene protetto dalla ricca Leris, una donna innamorata che lo crede del proprio sesso e che gli offre l’opportunità di conoscere dall’interno la società e le contraddizioni di Magnitudo. Ma il gioco del travestimento non dura a lungo e Leris scopre il feroce inganno e, da donna tradita, cerca di vendicarsi. Belmoro assume una “droga atomica” che trasforma il suo corpo e gli fa assumere le sembianze di un bambino. In questa fase è ancora una donna a prendersi cura di lui, Teodora, e Belmoro bambino scopre, attraverso la sua attività clandestina di venditrice di opere d’arte, altri aspetti dell’utopia tecnocratica. Sembrando un fanciullo, Belmoro frequenta la scuola e le lezioni del corso di Simulazione e Menzogna. Le straordinarie metamorfosi si concludono nell’ultima parte del romanzo, quando giunge a Magnitudo Stella Pidue, la più bella donna del mondo. Stella è un “prodotto di alta selezione (…), figlia di Astrid Nullnull, la prima vergine uscita dagli esperimenti del Ministero delle Scienze Biologiche, nata da vergine” (pag. 181). L’arrivo di Stella Pidue a Magnitudo è anticipato da una serie di missive tra le autorità delle due città che approfondiscono il tema dell’utopia tecnologica e sui meccanismi di modifica del comportamento umano che una società migliore richiederebbe. Magnitudo, che poi è la città di Opera Mundi ancora non integrata completamente nel sistema sottolinea che “amore è ancora una forza incontrollata della natura (…), essa costituisce un’attività predominante del proletariato” (pag. 183). Vale la pena di ricordare che in 1984, Orwell ipotizza che il codice di comportamento della Antisex League sia applicato solo ai funzionari del Partito, mentre la massa dei “prolet” viveva normalmente in stato di promiscuità. Ancora in Belmoro, troviamo scritto che “sono ancora visibili le conseguenza dello spettacolo che diede di sé la classe dirigente, prima dell’avvento della civiltà tecnica e igienica. Essa iniziò inconsciamente un processo di eguaglianza, poiché ostentò tutti i suoi scandali, e tutto ciò che si poteva immaginarla nell’intimità. (…) In ciò, tutti si riconobbero uguali. La sola divisione sociale esistente fu tra «chi gli piace la donna» (…) e «chi non gli piace». (…) Nei più alti come nei più bassi strati della scala sociale, la spiegazione dei difetti, dei pregi, delle virtù, della tolleranza e dell’intolleranza, della maggiore o minore bontà e malvagità, è data sulla base di questo fatto: «Va a letto» o «Non va a letto». Se esistono profonde differenze sociali, esiste una uguaglianza erotica” (pag. 184). Queste straordinarie intuizioni effettuate da Corrado Alvaro a metà degli anni Cinquanta, osservando la Roma a lui contemporanea alla luce delle utopia tecnologica del nazismo, del mito dell’industrializzazione sovietico e della bassa e scomposta qualità morale espressa dal fascismo, del consumismo industriale statunitense, descrive con agghiacciante semplicità il futuro di orribile squallore del lungo periodo del potere berlusconiano e dell’arroganza della sua servitù, in questo delirio di “eguaglianza erotica” che è proprio l’aspetto di decadimento morale che è necessario per attuare una società totalitaria. Alvaro, grazie alla lezione di Kafka, aveva comprso che le dittature europee che si stavano preparando alla guerra devono disciplinare i corpi e i sentimenti delle persone attraverso la sublimazione delle emozioni e dell’amore nella devozione al partito o al leader. Orwell, certamente senza conoscere la raffinata narrazione di Alvaro, ribadisce questo concetto nella sua distopia, ma Alvaro, tornando con gli strumenti della fantascienza a sondare le società del Dopoguerra, comprende che le nuove dittature si apprestano a consolidare il loro potere attraverso una perversa eguaglianza di istinti sordidi e volgari. L’Italia, come era stato per il fascismo, è ancora il laboratorio mondiale della dittatura, e con Berlusconi aggiorna e innova il sistema di soggiogamento delle classi popolari. Per Alvaro è soprattutto importante il problema morale e della vita che le persone possono, o non possono, sperimentare all’interno di una nuova società, e ritiene che le nuove tecnologie, in ogni epoca, collegate al progetto politico del dominio assoluto, assumono il ruolo criminale di strumento di disumanizzazione.
La metamorfosi di Belmoro si conclude, nell’ambito di un romanzo non concluso, in una ulteriore e fantastica forma. Belmoro diventa un’immagine fotografica. Qualcuno ricorderà che uno degli elementi narrativi di William Gibson è stata l’introduzione di nuove forme di vita tecnologica come le intelligenze artificiali, i costrutti digitali, i cyborg. Alvaro propone al lettore italiano della fine degli anni Cinquanta una riflessione molto simile, osservando che le comunicazioni di massa e le tecnologie che le supportano (pensa al cinema e ai rotocalchi) stanno diffondendo nuove espressioni della vita che tendono a diventare autonome rispetto alle esistenze originali. Non è un caso che utilizzi nomi per i suoi personaggi come Pidue e Nullnull che provengono dalle tecnologie, come, in parte, sta facendo Italo Calvino con la scienza. E queste metamorfosi del corpo, se pensiamo soprattutto alla sua metamorfosi semantica, non possono che richiamare Samuel R. Delany e i suoi personaggi che trasformano il proprio corpo alla ricerca di un’identità che non è a priori ma che è proprio frutto della trasformazione. Personaggi che sono stati i protagonisti di Nova, Triton e Dhalgren.
L’edizione di Belmoro che viene pubblicata nel 1957 da Bompiani si basa su 371 pagine e sei capitoli. Il sesto capitolo è di solo due pagine, e inizia con Belmoro che si rivolge al lettore per spiegare l’effetto della disgregazione atomica che lo ha ridotto a “uomo ombra” o “uomo fotografia” (pag. 370). Certamente erano ancora previste almeno una cinquantina di pagine, almeno basandoci sulla dimensione degli altri capitoli, ma la narrazione è bruscamente troncata. Della conclusione del romanzo rimane qualche appunto.
“Durante l’assenza di Belmoro che sta coi fotografi, Stella comincia a sentire la sua mancanza. La ragazza che sta nel quartiere dei fotografi e che spesso parla con Belmoro (forse lo ama) gli dà un giorno una pillola che lo farà guarire. Belmoro prende la pillola mentre è da Stalla. Stella lo vede e lo ama. Fuga verso la felicità e la solitudine” (pag. 372)”

Fuga verso la felicità e la solitudine…

 

Bibliografia essenziale di Corrado Alvaro

L’uomo del labirinto (1926), Bompiani 1994
Gente in Aspromonte (1930), Garzanti, 2000
L’uomo è forte (1938) , Rubbettino, 2007
L’età breve (1946), Bompiani 2003
Belmoro (1957), Bompiani, 1957
Colore di Berlino. Viaggio in Germania, Falzea, 2001
Viaggio in Turchia, Falzea 2003
I maestri del diluvio, Viaggio nella Russia sovietica, Falzea, 2004

Bassignana, Pier Luigi; Fascisti nel paese dei soviet; Bollati Boringhieri, 2000.
Maksim Gor’kij; “Dello scrittore proletario”; in Pacini, Gianlorenzo (a cura di); Il realismo socialista; Savelli, 1975.
Pagetti, Carlo; “Introduzione”; in Curtoni, Vittorio, Le Frontiere dell’ignoto. Vent’anni di fantascienza in Italia, Nord, 1977.
Palermo, Antonio; “Corrado Alvaro e la narrativa europea del Novecento”, in AA. VV., Corrado Alvaro e la narrativa europea del Novecento; Cittadella, 2004.
Pedullà, Gabriele (a cura di); Racconti della Resistenza; Einaudi, 2005.
Proctor, Robert; The Nazi War on Cancer; 1999 (tr. it. La guerra di Hitler contro il cancro; Cortina, 2000)

Originalmente pubblicato sul numero 11 di IF. Insolito e fantastico, ottobre 2012


  1. Il rapporto di Benedetto Croce con il fascismo è costellato da ambuità, plateale sostegno e critiche moderate. Oltre ad avere apertamento sostenuto il fascismo del periodo della Marcia su Roma, lo sostenne costantemente con il voto in Senato in opposizione ai partiti della sinistra. In occasione delle votazioni al Senato del 24 giugno 1924, seguite all’uccisione di Giacomo Matteotti, Croce fu tra i 225 senatori che votarono la fiducia al governo Mussolini, insieme a Giovanni Gentile, e ne impedirono le dimissioni. Il criminale sostegno al fascismo e a Mussolini sarà poi giusticato in maniera poco credibile come l’aver cercato di ostacolare l’estremismo fascista attraverso la fiducia al suo leader e a un suo ipotetico progetto di “ammorbidire” la violenza del Regime. Sicuramente più credibile è che si sia trattato di una sincera manifestazione della sua avversione politica verso i socialisti e i comunisti, fedele all’elitarismo liberale.  

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Viaggio al termine della città per rilanciare il “principio speranza” di un’utopia concreta https://www.carmillaonline.com/2024/06/25/viaggio-al-termine-della-citta-per-rilanciare-il-principio-speranza-di-unutopia-concreta/ Tue, 25 Jun 2024 20:00:40 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=82782 di Gioacchino Toni

Leonardo Lippolis, Viaggio al termine della città. Le metropoli e le arti nell’autunno postmoderno (1972-2001), elèuthera, Milano 2024 (I ed. 2009), pp. 184, € 16,00

La prefazione alla nuova edizione di Viaggio al termine della città di Leonardo Lippolis si apre richiamando la scena del film Jubilee (1978) di Derek Jarman che mostra, in una periferia londinese in abbandono, tre giovani punk appoggiati ad un muro di cemento su cui è tracciata a spray la scritta “post modern”. Alcuni dei paesaggi urbani scelti da Jarman sul finire degli anni Settanta per mettere in scena lo sgretolamento sociale e [...]]]> di Gioacchino Toni

Leonardo Lippolis, Viaggio al termine della città. Le metropoli e le arti nell’autunno postmoderno (1972-2001), elèuthera, Milano 2024 (I ed. 2009), pp. 184, € 16,00

La prefazione alla nuova edizione di Viaggio al termine della città di Leonardo Lippolis si apre richiamando la scena del film Jubilee (1978) di Derek Jarman che mostra, in una periferia londinese in abbandono, tre giovani punk appoggiati ad un muro di cemento su cui è tracciata a spray la scritta “post modern”. Alcuni dei paesaggi urbani scelti da Jarman sul finire degli anni Settanta per mettere in scena lo sgretolamento sociale e urbanistico, insieme al frantumarsi delle speranze popolari postbelliche per un futuro, se non radioso, almeno decente, a distanza di pochi decenni sono stati gentrificati sulle macerie di una working class a cui è stata preclusa l’identità collettiva. Occorre riconoscere che l’Iron Lady dai capelli cotonati insediatasi al 10 di Downing Street non si è limitata a vaneggiare messianicamente della “fine della società” ma, per raggiungere lo scopo, non ha mancato di arrotolarsi le maniche dei suoi eleganti ed impettiti tailleur per smembrare a colpi di mannaia gli ultimi brandelli di un tessuto sociale ormai lacero.

Non poteva essere la scena punk londinese, condannata a venire velocemente recuperata e ridotta a patinato fenomeno di consumo per turisti, a scrivere la colonna sonora del funerale di quella civiltà urbana mostrata agonizzante dal film di Jarman; al requiem ha provveduto l’universo musicale post-punk delle vecchie città industriali del nord, come Manchester e Sheffield , città che hanno conosciuto la durezza e la violenza della rivoluzione industriale e che, in apertura degli anni Ottanta, ai figli della working class e della piccola borghesia hanno potuto offrire soltanto alienazione, inquietudine e smarrimento1.

L’associazione tra il concetto di postmoderno e la sensazione di una civiltà urbana al collasso suggerita da Jarman rappresenta una sintesi efficace di quel “viaggio al termine della città” condotto da Lippolis per indagare la crisi della metropoli e dell’immaginario di un’epoca in via di dissoluzione. Lo studioso delimita simbolicamente il crepuscolo di quella civiltà tra due crolli: la distruzione nel 1972, per volontà degli abitanti, del complesso residenziale razionalista di Pruitt-Igoe a Saint-Louis realizzato da Minoru Yamasaki, e l’abbattimento terroristico delle Twin Towers newyorkesi progettate dal medesimo architetto. È in questo lasso di tempo che, secondo lo studioso, è maturata «la sensibilità di un nuovo tramonto dell’Occidente, ben leggibile proprio attraverso la percezione della vita delle grandi metropoli occidentali» (p. 28).

Lippolis propone dunque una lettura della fine della civiltà urbana e delle sue utopie ricorrendo alle categorie della distopia e dell’eterotopia. Ad arginare il diffondersi, sul finire degli anni Settanta del secolo scorso, della improduttiva sensazione di no future, ha provveduto il mito Smart City con cui il capitalismo ha saputo abilmente rispolverare la categoria dell’utopia che si realizza, seppure per una esigua minoranza privilegiata imponendo ai più le banlieue, quando non le bidonville e gli slum.

Come la quarta rivoluzione industriale rivendica la propria filiazione dalle origini della civiltà delle macchine, cosi Smart City ripropone la stessa idea di vita e di felicità della città novecentesca, una macchina che deve aggiornare le risposte ai bisogni utilitaristici dell’uomo moderno: dalla città-fabbrica alla città-fabbrica digitale. In quanto prodotto dell’urbanizzazione capitalistica del mondo, la Smart City è programmata per continuare a distruggere i residui valori storici della vita urbana come luogo di convivenza, mutualismo, reciprocità e, a volte, democrazia diretta. Ciò che resta dell’agorà pubblica e della vita activa del cittadino inteso come animale politico si smaterializzerà sempre più nella solitudine interconnessa delle piazze virtuali e del distanziamento sociale, nella distrazione annoiata dei nuovi consumi gestiti dal capitalismo della sorveglianza (pp. 11-12).

Così come James G. Ballard ha mirabilmente messo in scena l’alienazione dello spazio urbano dell’ultimo scampolo di Novecento, Philip K. Dick ha saputo prefigurare le degenerazioni del capitalismo più avanzato che hanno condotto all’inospitalità e all’inabitabilità della Terra, alla disumanizzazione di una società ove la merce esercita un potere totalitario, narcotico e religioso, ai processi di ibridazione tra umani e macchine ed al ricorso all’intelligenza artificiale per controllare e sfruttare quel che resta del Pianeta e dell’umanità.

Le ambientazioni dei romanzi di Dick sono spesso città lugubri – mondi urbani terrestri intrisi di solitudine o tetre periferie di colonie extraterrestri –, luoghi in cui l’umanità, sottomessa a stati di polizia e regimi totalitari retti da grandi multinazionali, vive sonnambula e anestetizzata. In molti di questi ambienti urbani tutto e automatizzato e smart: veicoli volanti autopilotati che interagiscono con i passeggeri, case governate da sistemi di sensori e comandi vocali, elettrodomestici e computer comandati a gesti. Vere e proprie anticipazioni di Smart City che non riguardano solo l’hardware ma anche il suo software: la polizia predittiva, al centro del racconto Rapporto di minoranza da cui e tratto il film di Spielberg, è diventata realtà nei dipartimenti di polizia di mezzo mondo che, in attesa dei precog, per prevenire i reati si affidano all’intelligenza artificiale e ai big data.
Dick associa dunque la catastrofe ambientale, sociale e mentale dell’umanità tardocapitalista a un futuro urbano ipertecnologico, con un’insistenza che suggerisce un significativo nesso di causalità. Questa compensazione di una vita ridotta a sopravvivenza tramite illusioni sensoriali e protesi tecnologiche illumina Smart City come surrogato digitale della città novecentesca (pp. 14-15).

Attraverso sapienti riferimenti cinematografici, musicali e letterari, il viaggio di Lippolis tratteggia la città-fabbrica novecentesca, tetra ma conflittuale, e la luccicante, lobotomizzata Smart City, proponendo un percorso che attraversa la crisi della città come luogo di convivenza, mutualismo, reciprocità e, persino, di sperimentazioni di democrazia diretta, delineando un declino dell’immaginario urbano che sembra sancire la morte dell’agorà pubblica e il trionfo della “solitudine iperconnessa” delle odierne piazze virtuali, rivelatesi incapaci di offrire partecipazione reale ed agire politico trasformatore.

Mentre lo story telling dominante impone Smart City come “città radiosa” della quarta rivoluzione industriale, Viaggio al termine della città di Lippolis tenta di rilanciare un “principio speranza” che sappia opporsi tanto alla distopia del no future, quanto all’oblio digitalizzato.

In questo senso, se la fantascienza di Dick rimane una guida fondamentale per intuire la distopia che si proietta al di là degli schermi trasparenti di Smart City, dal punto di vista del pensiero politico occorre rilanciare il “principio speranza” di un’utopia concreta di cui parlava Ernst Bloch alla fine degli anni Cinquanta, unico antidoto al sentimento angosciante di no future annunciato già alla fine degli anni Settanta e oggi apparentemente inscalfibile. Per fare questo diventa necessario riempire quel “deserto della critica” provocato da decenni di decostruzionismo, tornare alle origini del “vicolo cieco dell’economia” imboccato ormai troppo tempo fa e riannodare i fili di un pensiero che risulta tanto meno lontano quanto più coglieva la radice di quel mondo in cui siamo sempre più immersi: la natura catastrofica del cosiddetto progresso; la sempre più evidente antiquatezza dell’uomo rispetto alla civiltà delle macchine; la non neutralità della tecnologia nell’universo capitalistico e il dilagare pervasivo delle sue nocività; il senso della superfluità della vita umana rispetto al totalitarismo dell’homo economicus; la passività, l’isolamento e l’annientamento di ogni esperienza comunitaria indotti dalla mercificazione di ogni aspetto della vita; la distruzione avvilente della plurisecolare morale popolare di giustizia sociale, la common decency, a opera dell’ideologia e della neolingua progressiste (pp. 16-17).


  1. Gioacchino Toni, Estetiche inquiete. Joy Division e dintorni. Contesto e radici, in “Carmilla online”, 17 ottobre 2021; Gioacchino toni, Estetiche inquiete. Joy Division e dintorni. Immaginari ed eredità, in “Carmilla online”, 19 ottobre 2021. 

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Immaginari di crisi. Da Mad Max a Furiosa https://www.carmillaonline.com/2024/05/27/immaginari-di-crisi-da-mad-max-a-furiosa/ Mon, 27 May 2024 20:00:41 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=82717 di Gioacchino Toni

Rudi Capra, Antonio Pettierre, a cura di, Le strade furiose di Mad Max. Filosofia del mondo post-atomico, Mimesis, Milano-Udine 2024, pp. 188, € 16,00

In chiusura degli anni Settanta del secolo scorso ha fatto la sua comparsa nelle sale cinematografiche il film australiano Interceptor (Mad Max, 1979) di George Miller. Realizzato in maniera un po’ rocambolesca, da un regista all’esordio, con un budget di 400 mila dollari, il film ha ottenuto un successo che è andato ben oltre le più rosee aspettative incassando al botteghino cento milioni di dollari. Ciò è bastato all’industria cinematografica per pianificare, a stretto [...]]]> di Gioacchino Toni

Rudi Capra, Antonio Pettierre, a cura di, Le strade furiose di Mad Max. Filosofia del mondo post-atomico, Mimesis, Milano-Udine 2024, pp. 188, € 16,00

In chiusura degli anni Settanta del secolo scorso ha fatto la sua comparsa nelle sale cinematografiche il film australiano Interceptor (Mad Max, 1979) di George Miller. Realizzato in maniera un po’ rocambolesca, da un regista all’esordio, con un budget di 400 mila dollari, il film ha ottenuto un successo che è andato ben oltre le più rosee aspettative incassando al botteghino cento milioni di dollari. Ciò è bastato all’industria cinematografica per pianificare, a stretto giro, una seconda ed una terza pellicola, dando così vita a una saga ripresa, dopo tre decenni di interruzione, nel nuovo millennio con un quarto episodio di grande successo che ha aperto le porte ad un quinto film giunto ora nelle sale.

Per quanto diversi siano i film della saga, ad accomunarli è certamente la messa in scena di un “immaginario di crisi” variato nei diversi episodi in base al cambiare dei tempi, dei motivi, delle modalità e degli sguardi con cui si guarda con inquietudine al presente ed al futuro più prossimo. Ad esaminare le questioni principali sollevate dai film di Miller – crisi ecologica, economica e politica, oltre che sociale, della mascolinità, del patriarcato… – in concomitanza con l’uscita del nuovo film della saga – Furiosa: A Mad Max Saga (2024) di George Miller –, provvede il volume edito da Mimesis Le strade furiose di Mad Max. Filosofia del mondo post-atomico, curato da Rudi Capra e Antonio Pettierre, con una postfazione di Matteo Boscardi.

In apertura di volume, Antonio Pettierre evidenzia come i diversi film di Miller insistano sul crollo della società.

Nella saga di Mad Max è messa in scena l’autodistruzione della società civile: da un lato, abbiamo la rappresentazione di un’umanità ai limiti della sussistenza, dall’altro il residuo di un potere (patriarcale) pre-apocalittico che fomenta, mediante lotte e conflitti, lo sfruttamento economico delle ultime risorse naturali. Un potere che si autoconsuma e che raggiunge livelli parossistici attraverso una combinazione cinetica che transustanzia il contenuto (la morte e distruzione) nella forma (una sinestesia visiva e sonora). In questo presente-futuro distopico, il continuo movimento dei personaggi su auto, camion, moto e automezzi (re)inventati raffigurano plasticamente l’impossibilità dell’essere umano all’equilibrio, alla staticità dell’esistenza, in un continuo movimento verso la distruzione. Del resto, la speranza di trovare un’“Arcadia” dove poter (ri)vivere tempi migliori risulta sempre aleatorio o, quantomeno, illusorio (Pettierre, p. 22).

Nel primo film della serie, Interceptor, ad essere messa in scena è sostanzialmente la crisi della società australiana e delle sue istituzioni: un conglomerato di comunità locali in balia di bande criminali che le autorità statali tentano di arginare attraverso il pattugliamento delle strade da parte della MFP (Main Force Patrol) a cui appartiene il protagonista Max Rockatansky (Mel Gibson). La morte, durante un inseguimento condotto da Max, di un membro di una gang di motociclisti e della sua ragazza, scatena la reazione vendicativa del gruppo di cui fa le spese lo stesso protagonista che, dopo aver peso un collega ed essere stato tragicamente colpito negli affetti famigliari (figlioletto ucciso e moglie ridotta in coma irreversibile), abbandonato il corpo di polizia, si mette al volante di una Interceptor potenziata per vendicarsi a sua volta eliminando la gang. Se gli agenti della MFP, sottolinea Pettierre, seguono ancora le regole della società civile – per quanto inclini a travalicare abbondantemente la legge “quando serve” – la banda di motociclisti è presentata come una struttura tribale strettamente verticistica incline a ricorrere alla violenza più selvaggia allo scopo di ottenere ciò che desidera.

È nel sequel Interceptor. Il guerriero della strada (Mad Max 2. The Road Warrior, 1981) che Miller mette in scena il collasso definitivo della civiltà ambientando il film in un futuro post-apocalittico – successivo a un non meglio definito conflitto nucleare scatenato dal controllo dei combustibili fossili – con il protagonista che, affiancato da un cane, a bordo della sua Interceptor, vaga alla ricerca di carburante per poi restare coinvolto in una guerra per il controllo del combustibile tra una comunità isolata nel deserto e una crudele gang motorizzata. Lo scenario di crisi si presenta in questo film nel confronto tra una comunità stanziale, dotata ancora di qualche vaga traccia di regole democratiche, e una tribù nomade comandata da un despota sanguinario.

Nel film successivo, Mad Max. Oltre la sfera del tuono (Mad Max Beyond Thunderdome, 1985), in cui alla regia Miller viene affiancato da George Ogilvie, il protagonista si trova coinvolto in una lotta per il potere nelle cittadina di Bartertown in mezzo al deserto in cui si produce metano dagli escrementi di maiale. Gli eventi conducono Max ad unirsi a una piccola comunità di ragazzini desiderosi di raggiungere la “città del domani” che però, anziché il paradiso terrestre sognato, si rivela una Sydney ridotta in macerie. Attraverso le vicende di Max vengono messe a confronto una società costituita su due livelli in lotta tra loro – uno superiore, dotato ancora di una qualche lontana parvenza democratica, caratterizzato da un’economia di scambio e commercio, ed uno inferiore, ove si si produce metano, governato dispoticamente – ed una tribù di ragazzi che vivono allo stato brado facendo ricorso alle risorse naturali dell’Oasi in cui hanno trovato rifugio. In tale comunità le vecchie norme di convivenza hanno assunto forme leggendarie e mitologiche ed il ruolo di guida spirituale è stato assegnato a un’anziana donna.

Dopo i primi tre film, usciti in rapida successione tra il 1979 ed il 1985, occorre attendere ben tre decenni prima che Miller realizzi un nuovo capitolo della saga. Con Mad Max: Fury Road (2015) il regista australiano non prosegue la narrazione a cui è giunto nell’ultimo film preferendo ricollocarsi in uno spazio temporale precedente. Max, qua interpretato da Tom Hardy, si ritrova prigioniero del signore della guerra, Immortan Joe (Hugh Keays-Byrne), che esplicita il suo potere assoluto attraverso il controllo dell’acqua nella Cittadella da lui governata.

Ad essere tenute prigioniere dal despota sono anche cinque giovani mogli, le uniche a poter partorire figli in un contesto in cui la popolazione è affetta da gravi malattie e mutazioni genetiche. Max finisce per unirsi alla fuga dalla Cittadella organizzata dall’imperatrice Furiosa (Charlize Theron) che, insieme alle mogli di Immortan, a bordo di una blindo-cisterna intende raggiungere, oltre il deserto, la comunità matriarcale da cui era stata sottratta da bambina. Una volta giunte alle meta, le fuggiasche si trovano di fronte ad un paesaggio devastato abitato soltanto da un gruppetto di donne combattenti che hanno gelosamente conservato delle sementi che potrebbero consentire una rinascita. Le donne decidono dunque di far ritorno alla Cittadella, ove è disponibile l’acqua necessaria al processo di rigenerazione, e spodestare i potenti. È dunque una donna, Furiosa, ad essere protagonista in questo film, mentre a Max spetta un ruolo secondario, per certi versi utile più per dare continuità alla saga che non per l’episodio in sé. A confrontarsi in questa quarta opera sono Furiosa, insieme alle mogli del tiranno e alla tribù matriarcale a cui si unisce, e il governo dispotico della Cittadella insieme ai suoi alleati.

Da un lato, abbiamo un gruppo di donne in fuga alla ricerca di un eden. Dall’altro, un’organizzazione maschile basata su un’economia di guerra perpetua, residuo di una società comandata da monarchi assoluti e strutturata su tre comunità che controllano l’acqua, l’energia e le armi. Lo scontro qui è tra la fecondità femminile e la sterilità maschile, tra la distribuzione delle risorse da un lato e lo sfruttamento fine a sé stesso dall’altro (Pettierre, p. 23).

Con questo film, sottolinea Pettierre, il regista australiano esplicita quanto nei precedenti aveva soltanto delineato:

i tre patriarcati riproducono in modo più completo il sistema capitalistico che ha portato alla distruzione della società. Immortan Joe esercita la violenza attraverso i figli di guerra, impedendo l’erogazione dell’acqua a un’umanità agonizzante e uccide, e fa uccidere, nell’illusione di trascendere la morte; egli rinchiude le giovani mogli dentro una camera-cassaforte trasformandole in donne-gioello, oggettivate come strumento di riproduzione dinastica per perpetuare il proprio potere. Quella di Immortan Joe è una comunità – così come quelle di Gas Town e Bullet Farm che, pur mai mostrate nella pellicola, sono rappresentate simbolicamente da padroni trasformati in icone dei luoghi che dominano –, in cui il valore prodotto è dato dalla continua prestazione dei figli di guerra, sfruttatori e sfruttati a loro volta dal sistema post-capitalistico, in un parossismo che li porta a fagocitare loro stessi (Pettierre, p. 26).

Nella saga viene messo in scena un universo via via sempre più desertificato dallo sfruttamento a cui la natura e gli esseri umani sono stati sottoposti, in cui la convivenza civile è stata soppiantata da sistemi di potere clanico votati a confrontarsi con gli incubi del loro tempo attraverso la violenza più efferata. La dissoluzione sociale del mondo post-apocalittico di Mad Max – aggiungiamo – sembra rappresentare il punto di arrivo di quel neoliberismo selvaggio scientemente pianificato da quella Iron Lady (interpretata da Margaret Thatcher) – a cui si è presto aggiunto il personaggio Ronald Reagan (interpretato da sé stesso) – che, grossomodo in concomitanza con il primo episodio della serie, ha inquinato i pozzi dell’immaginario predicando lo smembramento della società in favore dell’individualismo più cinico.

Nel contributo di Giuseppe Gangi viene indagata la rappresentazione dell’universo australiano emergente dalla saga di Miller disseminata com’è di tracce di quella cultura dell’automobile, del viaggio, della velocità e dello spazio desertico dell’outback che lo caratterizzano. La serie Mad Max funge «da specchio mitografico e riflesso allegorico di un’identità nazionale liminare che ha le sue radici nell’irrisolta storia coloniale» (Gangi, p. 34). Gangi, inoltre, evidenzia come

la progressiva ambizione di Miller inferisca l’allargamento del proprio orizzonte volto alla descrizione di un mondo post-apocalittico e a una riflessione politica sofisticata e problematica, che getta uno sguardo sulle crisi che hanno attanagliato l’Occidente e che sono ancora di strettissima attualità (minaccia nucleare, ecocidio, sfruttamento capitalista, discriminazione di genere). L’architrave della saga consiste proprio in quest’oscillazione tra la peculiare ambientazione australiana, il ripensamento della sua storia culturale e della sua identità e come questi elementi volgano in riflesso universale nel quale poter cogliere i segni e i sintomi di una crisi globale (Gangi, pp. 34-35).

Diego Cavallotti sottolinea come già nel primo film della serie sia possibile cogliere come il canonico conflitto tra ordine e disordine si inserisca «all’interno del rapporto fra approvvigionamento energetico e potere, mettendo in risalto il modo in cui la scarsità di risorse sia in grado di stravolgere gli equilibri sociali» (Cavallotti, p. 61). L’ universo anarcoide della prima pellicola si trova a dialogare con la manifesta ecocritica della seconda attraverso forme di mediazione proprie dell’immaginario cyberpunk – soprattutto per l’ibridazione tra organico e inorganico – e steampunk – in particolare per l’intrecciarsi del futuro con suggestioni legate all’estetica delle macchine di età vittoriana – attraverso il sottogenere denominato diselpunk che

rispetto alle ucronie spesso incentrate sul rapporto fra progresso e meraviglie tipiche dello steampunk, […] mette in scena una fase della storia umana in cui la narrazione della modernità ha raggiunto uno spartiacque: da un lato, l’efficienza e la produttività della tecnologia sono ai loro massimi, dall’altro il senso di meraviglia tipico dello steampunk si tramuta in un senso di angoscia legato alla tecnologia stessa, perché quest’ultima si rivela uno dei catalizzatori delle devastazioni materiali, sociali ed etiche delle due Guerre mondiali e dei totalitarismi (Cavallotti, pp. 63-64).

Se nei primi tre episodi della saga, sottolinea Cavallotti, «il petrolio è la metafora dei bisogni essenziali della civiltà occidentale e della sua capacità (ri)produttiva», con Fury Road Miller si sposta sulla «sfera materiale della corporeità, quasi a voler evidenziare che, a più di quarant’anni da Interceptor, i processi di trasformazione della società non possono più confrontarsi solo con le condizioni concrete dell’esistenza e le loro implicazioni psicologiche, ma devono interagire anche con la dimensione biotica dell’essere, con il bíos» (Cavallotti, p. 65).

Rudi Capra, come esplicita il titolo Mad Marx del suo saggio, propone una lettura marxista della saga soffermandosi su quattro snodi propri del capitalismo contemporaneo: l’incremento esponenziale dello sfruttamento; il regime accelerato della vita e del lavoro; la crisi ecologica globale; la crescente instabilità sociale e la mancanza di cura. L’intero ciclo di film di Miller ruota attorno ai processi di mercificazione dell’umanità, di competizione per il controllo delle risorse, di accelerazione del processo di accumulazione di capitale, di sfruttamento delle risorse naturali e di disgregazione della società sottoposta a una condizione di guerra civile permanente condotta da violente strutture claniche.

Alle forme del mostruoso che popolano la serie di Miller provvede il saggio di Jonatan Peyronel Bonazzi che mette in luce come ciò riguardi tanto i personaggi quanto i mezzi di locomozione e, più in generale, le costruzioni presenti negli scenari post-apocalittici mostrati. Lo studioso si sofferma sul particolare ricorso che viene fatto nella saga a due figure che da sempre popolano mitologie e folklore occidentali: il nano ed il gigante. Ad essere preso in esame è soprattutto il film Oltre la sfera del tuono in cui Miller, nel mettere in scena la figura del nano (Master), dapprima associa le «sensazioni negative alla disabilità e alla mostruosità del personaggio per poi capovolgerne la prospettiva» (Bonazzi, p. 102), mentre invece per quanto riguarda la figura del gigante (Blaster), il regista propone

una versione distorta del duello tra Davide e Golia; non è il piccolo avversario di Blaster (Max) a consegnargli la morte, non è Davide che ammazza Golia, e nemmeno Ulisse che acceca Polifemo, la mano di Max si ferma prima del colpo finale. È una terza persona ad arrogarsi questo privilegio. Ma gli ideali che muovono la decisione di Aunty di procedere all’esecuzione del gigante risiedono nella volgare brama di potere, e anche questo aspetto consuma ulteriormente l’empatia del pubblico nei confronti del personaggio interpretato da Tina Turner e innalza il gigante, una volta tanto, a vittima compresa e compianta (Bonazzi, p. 102).

Se i personaggi femminili messi in scena da Miller nell’intera saga tendono a restare subalterni al “maschio dominante” subendo «le leggi di un patriarcato stigmatizzato, indipendentemente dal posto che le stesse occupano, siano loro mogli, nutrici, regine o guerriere» (Sansone, p. 112), con l’avvento di Furiosa, come sottolinea Mariangela Sansone, le cose cambiano drasticamente.

Furiosa non è una moglie, non è una madre, non è dato sapere che tipo di relazione abbia o abbia avuto con Immortan Joe, ciò che è palese è la stima dell’intera tribù nei suoi confronti e il rispetto dello stesso dittatore. È chiamata l’imperatrice e i guerrieri prendono ordini da lei; è una donna alla guida dell’enorme blindo-cisterna, un mezzo corazzato mastodontico, metafora femminile che in qualche modo rappresenta la maternità, un’enorme matrioska che custodisce e trasporta merce preziosa, fondamentale per il sostentamento, indispensabile per la vita (Sansone, pp. 113-114).

Furiosa si presenta come donna che decide di prendersi la sua rivincita, come simbolo di redenzione. Anche il suo personaggio è soggetto a un’evoluzione: «pur godendo di una posizione sociale privilegiata, si mette in gioco e combatte la sua guerra contro tutti, soprattutto contro quell’esercito “maschio”, per la liberazione definitiva di sé stessa e delle altre donne» (Sansone, p. 114).

Applicando alcune categorie filosofiche all’analisi della dittatura di Immortan Joe nella Cittadella in Fury Road, Andrea Tortoreto esamina le argomentazioni espresse del tiranno sulla base della teoria degli atti linguistici, evidenziando come la sua retorica sia intrisa di fallacie logiche utilizzate al fine di strutturare un regime di tipo complottista. Come tutti i regimi di tal tipo, scrive lo studioso, anche questo tiranno

identifica i nemici esterni come la causa di ogni problema per gli abitanti della Cittadella, distogliendo l’attenzione dalle ingiustizie e dalle disparità perpetrate all’interno del regime. Creazione di un nemico comune, e sua demonizzazione, sono lo strumento primario che, agendo sulle paure della popolazione, rafforza il controllo di Immortan Joe sulla propria tribù. Un nemico creato ad arte, in base a una narrativa che si basa spesso su aneddoti, presunti segreti gelosamente custoditi, intuizioni del leader, ma mai su prove autentiche e concrete. Una narrativa che indica come traditore e nemico chiunque abbia l’ardire di metterla in discussione e che reprime con forza e intimidazione ogni forma di dissidenza, favorendo l’autocensura. Un regime, quello della Cittadella, che si fonda dunque sulla fede nel leader e sull’obbedienza cieca, piuttosto che sul dibattito razionale (Tortoreto, pp. 128-129).

Il saggio di Matteo Bittanti analizza il videogioco Mad Max, sviluppato da Avalanche Studios e pubblicato da Warner Bros. Interactive Entertainment nel 2015, che immerge i giocatori nel mondo post-apocalittico caro alla saga di Miller, come esempio di fusione della petro-mascolinità – «mascolinità legata al dominio sull’ambiente secondo una logica estrattiva e distruttiva, incentrata sui combustibili fossili, nonché sulla celebrazione dei valori maschili tradizionali» (Bittanti, p. 144) – e della mascolinità geek – «interazione tra genere, tecnologia e identità, che riflette cambiamenti sociali più ampi nella comprensione e nella performance della soggettivazione mascolina, per la quale la conoscenza e l’attitudine tecnologica sono fondamentali per la sua costruzione e mantenimento» (Bittanti, p. 137).

Se a livello narrativo questo videogame «esemplifica la nozione di petro-mascolinità in diversi aspetti chiave, intrecciando temi di sopravvivenza, dominio e ricerca di carburante in uno scenario distopico» (Bittanti, p. 153), riproducendone tanto le ossessioni legate alla percezione del declino quanto le fantasie compensatorie cercate nel potere distruttivo maschile, dall’altro però, nel palesare come il ricorso alla mera violenza come mezzo di risoluzione dei problemi si riveli un inconcludente circolo vizioso nel suo ricondurre inesorabilmente a solitudine, disperazione e alienazione, ne mette in luce tutti i limiti. Insomma, scrive Bittanti, «se sul piano narrativo [il videogioco] Mad Max glorifica la supremazia maschile e il dominio dell’automobile, attraverso il gameplay, offre una critica indiretta o implicita degli assunti stessi della ludo-petro-mascolinità. Portando in primo piano la futilità, l’isolamento e la totale insostenibilità di questi ideali, Mad Max offre un’esplorazione ricca di sfumature della mascolinità tradizionale in un contesto distopico» (Bittanti, p. 160).

Infine, nella postfazione al volume, Matteo Boscarol tratteggia l’influenza esercitata dalla saga Mad Max sull’immaginario nipponico anche grazie, all’uscita dei primi episodi, all’ascesa del mercato delle videocassette che ha permesso il diffondersi di opere “di genere” ben oltre i circuiti cinematografici e televisivi. Se i primi due film della serie sono usciti in Giappone in un momento in cui le automobili e le motociclette, così come il motivo della guerra fra bande, hanno trovato terreno fertile nella fantasia nipponica, è soprattutto il virare su uno scenario sempre più post-apocalittico della saga ad essere risultato attrattivo in un Paese segnato dall’indelebile ricordo delle atomiche e dai disastri naturali.

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Sul cammino dell’errore e della infelicità. Fantascienza e distopia https://www.carmillaonline.com/2024/05/24/sul-cammino-dellerrore-e-della-infelicita-fantascienza-e-distopia/ Fri, 24 May 2024 05:00:27 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=82633 di Marco Sommariva

La parola distopia esprime un’utopia al negativo; quindi, se l’utopia vuol descrivere un mondo desiderabile, ideale, perfetto e rasserenante, la distopia ne mette in scena uno indesiderabile, negativo, pessimo, terrificante.

Sono diversi i romanzi di fantascienza che hanno immaginato storie basate su un futuro spaventoso, nel quale non vorremmo mai vivere. Fra i tanti meriti, questo genere di letteratura è stato capace di proiettare il timore che ci affligge sempre più spesso al pensiero del domani, dell’ignoto.

Quelle che ci vengono descritte sono visioni paurose del futuro, spesso legate a [...]]]> di Marco Sommariva

La parola distopia esprime un’utopia al negativo; quindi, se l’utopia vuol descrivere un mondo desiderabile, ideale, perfetto e rasserenante, la distopia ne mette in scena uno indesiderabile, negativo, pessimo, terrificante.

Sono diversi i romanzi di fantascienza che hanno immaginato storie basate su un futuro spaventoso, nel quale non vorremmo mai vivere. Fra i tanti meriti, questo genere di letteratura è stato capace di proiettare il timore che ci affligge sempre più spesso al pensiero del domani, dell’ignoto.

Quelle che ci vengono descritte sono visioni paurose del futuro, spesso legate a quanto comunemente viene definito “progresso”; a volte, preannunciate con un tale anticipo da farci quasi vergognare per come non si sia stati in grado di evitarle, o almeno esserci un minimo preparati ad affrontarle: “[…] nel raggio di dieci leghe da Parigi, di atmosfera non ce n’è più! Provavamo invidia per quella di Londra e, per mezzo di diecimila fumaioli di officina, di fabbriche di prodotti chimici, di guano artificiale, di fumi di carbone, di gas micidiali e di miasmi industriali, ci siamo procurati un’aria che equivale a quella del Regno Unito; quindi a meno di andare lontano, troppo lontano per le mie vecchie gambe, è impossibile sperare di respirare qualcosa di puro! Se ti fidi di quel che dico, restiamo tranquilli a casa nostra, chiudendo bene le finestre […].” (Parigi nel ventesimo secolo, Jules Verne, Francia, 1860) oppure “Anno dopo anno, [la Macchina] veniva servita in maniera sempre più efficiente e sempre meno intelligente. Più un uomo conosceva alla perfezione i compiti cui doveva assolvere per favorirne il funzionamento, meno comprendeva i compiti del suo vicino, e al mondo intero non c’era nessuno che fosse in grado di comprendere il mostro nell’interezza della sua struttura.” (La Macchina si ferma, Edward Morgan Forster, Inghilterra, 1909)

Oggi più che mai temiamo il robot, la macchina, ma nel 1973 – giusto per fare un esempio – nel romanzo Generazione Proteus, lo scrittore statunitense Dean Ray Koontz ci aveva avvisato: “Impegnati a delineare le loro meschine differenze tra razza e razza e tra filosofia e filosofia, gli uomini avevano ignorato la minaccia più grande che incombeva alle loro spalle. La macchina. La macchina violenta. Se non viene accuratamente controllata, la macchina stupra e distrugge.”

Oggi più che mai temiamo la tecnologia in generale, ma nel 1946 – anche in questo caso è per fare un esempio, e non lo ripeterò più – nel racconto Un logico chiamato Joe, un altro autore statunitense – Murray Leinster (pseudonimo di William Fitzgerald Jenkins) – ci aveva allertato: “Spegnere tutti i banchi di memoria? […] Ti è mai venuto in mente, amico, che questa memoria da anni tiene l’intera contabilità di ogni singola azienda? Che ha distribuito il novantaquattro per cento di tutte le trasmissioni televisive, ha dato tutte le informazioni meteorologiche, gli orari degli aerei, gli annunci di ogni vendita straordinaria, le offerte di lavoro e ogni altra notizia? Che ha garantito tutti i contatti tra persona e persona via cavo e ha registrato ogni conversazione d’affari e ogni contratto? Ascoltami bene, amico: i logici hanno cambiato la civiltà. I logici sono la civiltà! Se spegniamo i logici, torniamo a un tipo di civiltà che non sappiamo più come gestire!”

Oggi più che mai temiamo i virus, le malattie, nonostante sia sempre più scarsa la nostra preoccupazione circa il futuro dell’assistenza sanitaria pubblica; bene, nel 1966, in LARGO! LARGO!, Harry Harrison immaginava questo scenario: “Niente antibiotici […] perché c’è l’epidemia d’influenza. Idem per le tende d’ossigeno e per i letti. Neanche uno disponibile. Non ho visto nemmeno un medico, soltanto la ragazza della segreteria. […] Se tu entri in quell’ospedale avrai l’impressione che mezza città sia ammalata. C’è gente dappertutto, persino fuori, per la strada. Non ci sono più medicine sufficienti per tutti. Credo che le diano solo ai bambini. Per gli altri… be’, si affidano alla fortuna.”

Non ho alcuna intenzione di offendere la vostra intelligenza illustrando, né per gli estratti sinora riportati né per i prossimi, analogie fra quanto profetizzato in questi romanzi e la nostra quotidianità: sono certo che la consueta palestra intellettuale praticata da chi sta leggendo queste righe, sarà più che sufficiente per trovare uno o più agganci con la realtà che lo circonda.

Oggi più che mai temiamo la catastrofe ecologica ma nel 1956, in Morte dell’erba, l’inglese John Christopher (pseudonimo di Sam Youd) aveva scritto: “Non credeva che l’umanità potesse ancora salvarsi all’ultimo minuto. Prima la Cina, poi l’Asia e, alla fine, l’Europa. Il resto del mondo avrebbe subito la stessa sorte, per quanto incredibile potesse sembrare. La natura stava passando lo straccio sulla lavagna della razza e della storia umana, lasciandola a disposizione dei patetici scarabocchi di pochi individui che, sparpagliati qua e là per il globo, sarebbero sopravvissuti.”

Oggi più che mai temiamo la dittatura del controllo, ma nel 1921, in La rivolta delle macchine, conosciuto anche col titolo Il pensiero scatenato, il francese Romain Rolland ci parlava delle “Macchine psicologiche”, le macchine per leggere nel pensiero: “Ha la forma di un occhio, in cima a una proboscide d’elefante che si allunga, si posa a un’estremità sul cranio di un paziente e, all’altro capo, come una lanterna magica, proietta sullo schermo quello che vede nella testa: l’animale che sonnecchia, i pensieri segreti.”

Oggi più che mai temiamo che sia il potere dei singoli – Mark Zuckerberg, Elon Musk, Jeff Bezos e compagnia cantante – a decidere il nostro destino e quello dei nostri cari, e non più il potere di chi ci governa, ma nel 1973 lo statunitense William Neal Harrison, nel racconto da cui è stata tratta la sceneggiatura del film Rollerball, era stato chiaro su questo punto: “Gli uomini più potenti del mondo sono i dirigenti. Presiedono le grandi multinazionali che stabiliscono i prezzi, i salari e l’economia generale e sappiamo tutti che sono persone corrotte, che dispongono di potere e denaro quasi illimitati […].”

La fantascienza ci ha raccontato e continua a raccontarci le nostre paure che, in linea di massima, sono sempre le stesse; forse, l’unica che oscilla fra alti e bassi riguarda la paura dell’alieno, ma se questo – rifacendomi alla palestra intellettuale di cui sopra – lo “traduciamo” nel diverso, dovremo ammettere che anche in questo caso si è in presenza di una paura che non è mai scemata, e chissà che lo statunitense Robert Sheckley, nel 1960, ne Gli orrori di Omega, non abbia anticipato la soluzione del Sistema per non vacillare di fronte alle nostre sempre più numerose differenze: “[…] sono l’abate della locale chiesa dello Spirito dell’Umanità Incarnata. La nostra chiesa è l’unica ed esclusiva espressione religiosa del governo della Terra. La nostra chiesa parla a tutti i popoli della terra. È composta da tutte le migliori dottrine delle religioni primitive, maggiori e minori, mescolate in modo da formare una fede unica. […] i fondatori di questa nostra chiesa hanno eliminato tutte le materie controverse. Noi vogliamo l’intesa, non il dissenso. Nella nostra religione non ci sono mai stati scismi perché noi accettiamo tutto. Si può credere in ciò che si vuole purché si conservi la fede nello spirito dell’Umanità Incarnata.”, dove il purché finale la dice lunga sulla libertà di credere, essere quello che si vuole.

Il rapporto tra fantascienza e progresso, scienza e tecnologia, e le conseguenze, gli scenari possibili immaginati dalla science fiction sono numerosi; mi limiterò a questi pochi assaggi rigorosamente in ordine cronologico: “Qui non cresce niente. Comincia a scavare, qui, e prima trovi mezzo metro di rifiuti e rottami, poi circa dieci centimetri di cenere e di sporcizia. Poi trovi il vero terreno… sabbia.” (Gladiatore in legge, Frederik George Pohl Jr. e Cyril Michael Kornbluth, Stati Uniti, 1955); “La mia obiezione riguarda […] i circuiti di apprendimento degli uccelli da guardia. La loro funzione, in realtà, è quella di animare la macchina e di dotarla d’una pseudoscienza. E questo non posso approvarlo. […] credo che sarebbe moralmente pericoloso permettere a una macchina di prendere decisioni che spettano soltanto all’uomo.” (La decima vittima, Robert Sheckley, Stati Uniti, 1965); “Logan riconobbe la cosa al centro del pavimento di alluminio, e si sentì gelare. Tavola! La macchina incombeva sopra un letto piatto di metallo, percorso da scanalature e fessure, e munito di cinghie di allacciamento. […] Una Tavola come quella poteva allungare le ossa e modificare la formula dentaria. Poteva allargare le spalle, aggiungere o togliere peso. Poteva allargare il protoplasma o i gruppi sanguigni. Coi suoi laser infinitamente regolabili poteva separare un nervo dalla carne che lo avvolgeva senza intaccare la guaina. Aveva la precisione di un tagliatore di diamanti e l’impassibilità di una macchinetta a gettone.” (La fuga di Logan, William Francis Nolan e George Clayton Johnson, Stati Uniti, 1967); “THX si stava masturbando. Lo sperma veniva raccolto da un ricettacolo di plastica incorporato nella poltrona e fluiva poi via attraverso un condotto. Tenete l’appartamento pulito. Conservate lo sperma per lo stato.” (THX 1138, Ben Bova, Stati Uniti, 1971).

Insomma, sono innumerevoli gli ammonimenti che questo genere di letteratura è stato capace d’inviarci, e quello che sembra raccoglierli un po’ tutti è riportato al termine de Le meraviglie del duemila (1907) dell’italiano Emilio Salgari – libro che si gioca la palma d’oro come primo romanzo di fantascienza italiano insieme ad Abrakadabra (1884) di Antonio Ghislanzoni –, dove leggiamo: “Io ora mi domando se aumentando la tensione elettrica, l’umanità intera, in un tempo più o meno lontano, non finirà per impazzire. Ecco un grande problema che dovrebbe preoccupare le menti dei nostri scienziati.” E ditemi voi se, spesso, non avete la sensazione d’esser circondati da dei pazzi, senza offesa per quest’ultimi ovviamente.

Visto che non ho ancora fatto cenno a un problema di forte attualità, quello di genere, prima di chiudere vi riporto un passaggio del romanzo Il paese senza cielo (1939) di Giorgio Scerbanenco, una saga fantastica commissionatagli da Cesare Zavattini e Federico Pedrocchi per il settimanale Audace che lo pubblicò a puntate: “Erano sole, in una Nuova York tumultuosa, senza respiro. Non potevano uscire, nessuna donna non accompagnata poteva uscire in quella babelica città. Banditi armati di aghi elettrici pullulavano in mezzo alla folla: mille pericoli, mille insidie, le avrebbero attese se fossero uscite. Perciò passavano le loro giornate in casa, ciascuna aspettando con sofferente rassegnazione la persona che amava di più.”

Se sono millenni – a partire da Il mito della caverna di Platone, passando per I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift, Non lasciarmi di Kazuo Ishiguro, sino ad arrivare ai giorni nostri – che la parola scritta prevede ciò che i politici non vogliono prendere in considerazione, è da oltre un secolo che la fantascienza fa la sua parte; questo genere di narrativa sviluppatosi nel Novecento, non è solo emozione, sentimento di stupore, orrore, godimento del futuribile, è anche rivelazione negativa, distopica, fonte di allerta capace d’instillare e far crescere semi di riscossa, di una nuova speranza, perché – nonostante gli estratti passati in rassegna non lascino scorgere tracce di un domani benevolo, nessuna garanzia di libertà, salute e felicità – in un’epoca in cui è la realtà a essere spiacevole e indesiderabile, la letteratura fantascientifica e distopica, col suo carattere anti-repressivo e libertario, può risultare una valida critica emancipatoria e liberatoria alla dimensione attuale, un soccorso all’immaginazione, un laboratorio di idee e di riflessioni.

Ognuno di noi provi a far qualcosa perché non accada quanto scrisse Ghislanzoni in Abrakadabra, che “l’umanità vissuta sin qui” perisca “nella completa ignoranza della sua missione fisica ed intellettuale […] attestando la sua incapacità a migliorarsi.” E questo perché “tutti i nostri sforzi per giungere al meglio hanno sempre abortito” perché “qualche cosa di aberrato era in noi per condurci costantemente sul cammino dell’errore e della infelicità.”

Certo è che, come scriveva Erich Fromm ne La rivoluzione della speranza, “Se la maggioranza degli uomini sono come robot, allora il problema di costruire robot simili agli uomini non sorge più.” Meditiamo gente, meditiamo. E leggiamo. Oggi più che mai.

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Felicità e panico nella società distopica contemporanea https://www.carmillaonline.com/2024/03/07/felicita-e-panico-nella-societa-distopica-contemporanea/ Thu, 07 Mar 2024 21:00:20 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=80668 di Gioacchino Toni

Giulio de Martino, Lo spettatore turbato. Forme della felicità e del panico nella società distopica. Appendice di Edoardo Ferrini, Mimesis, Milano-Udine 2023, pp. 280, € 24,00

La paura per il contagio pandemico, per il nucleare e l’angoscia per il destino del Pianeta non sono che le avvisaglie più eclatanti che esprimono lo smarrimento che pervade il mondo occidentale che, sostiene Giulio de Martino, sembra sostituire al piacere per il consumo e per lo spettacolo l’angoscia, una sorta di fusione distopica tra l’anticipazione mediatica delle tragedie e la loro emergenza reale. Una situazione in cui lo spettatore turbato riceve [...]]]> di Gioacchino Toni

Giulio de Martino, Lo spettatore turbato. Forme della felicità e del panico nella società distopica. Appendice di Edoardo Ferrini, Mimesis, Milano-Udine 2023, pp. 280, € 24,00

La paura per il contagio pandemico, per il nucleare e l’angoscia per il destino del Pianeta non sono che le avvisaglie più eclatanti che esprimono lo smarrimento che pervade il mondo occidentale che, sostiene Giulio de Martino, sembra sostituire al piacere per il consumo e per lo spettacolo l’angoscia, una sorta di fusione distopica tra l’anticipazione mediatica delle tragedie e la loro emergenza reale. Una situazione in cui lo spettatore turbato riceve dai media gratificanti inviti al godimento insieme a scariche sensoriali che gli rendono le catastrofi familiari.

Riprendendo i concetti di postmodernità e ipermodernità, Giulio de Martino segnala come se posti in opposizione, questi tendono ad avere connotazioni rispettivamente utopistiche e antiutopistiche, mentre se collocati in sequenza indicano due epoche differenti: la postmodernità corrisponde all’espansione occidentale novecentesca mentre la ipermodernità al periodo più prossimo alla contemporaneità interpretata «come epoca di esplosione distopica delle contraddizioni e dei conflitti interni ed esterni all’Occidente» (p. 55).

A proposito della postmodernità Lyotard aveva evidenziato come comportasse la crisi dell’“universalità” conoscitiva, mentre Virilio si era preoccupato di sottolineare come con essa si entrasse nell’epoca della “condivisione dell’incertezza” e dell’empatia instabile. La postmodernità ha dunque finito per trasformarsi in una “condizione ipermoderna” eclissante l’universalismo antropologico (il cosmopolitismo) alla luce di una sorta di «coesistenza incomunicante (la globalizzazione). Una situazione in cui la pluralità definita delle persone e delle culture ha lasciato il posto al pluralismo indefinito degli “account” e dei “profili personali” sui social.

Dal punto di vista tecnologico, la Web culture è una postcultura includente e generalista, in cui si registra la presenza simultanea di tutte le culture e di tutte le lingue. Vi trovano spazio tutti i livelli di conoscenza, disposti senza gerarchia in un menù sempre attivo di generi e specializzazioni. La distinzione “verticale” fra la cultura High, Middle e Low (o “popular culture”) – come pure la distinzione “orizzontale” fra aree e gruppi locali culturalmente differenziati – ne risulta ridefinita e modificata.
Dal punto di vista cognitivo, la Web culture può provocare una scarsa interiorizzazione dei contenuti e una incerta differenziazione dovuta alla marcata astrazione digitale rispetto alla varietà degli ambienti e dei gruppi. Osservandola in atto nei numerosi dispositivi che la attivano, si può definire come una cultura “extramentale” e “transindividuale” di massa. La società cosiddetta omologata resta pluralista e discorde, ma non ha vie di uscita: consente soltanto percorsi di spostamento e di redislocazione al suo interno. La spettacolarizzazione e l’autofruizione indotte dalle tecnologie degli old e dei new media si svolgono nelle forme più estreme della semiosi e della metacomunicazione (dire qualcosa per dire altro). La trasformazione delle ideologie in mode e dei comportamenti divergenti, individuali e collettivi, in esibizioni e in messaggi prodotti all’interno dei mass media mostra come le azioni si riproducano come news. La guerra, la divergenza, la rivolta, il saccheggio, il crimine, il suicidio ecc. diventano Breaking News […]
La condizione di sradicamento dalla prossimità e di fruizione indifferente di tutto ciò che accade al mondo – ciò che Virilio chiama la “cecità” – non segnala un bivio davanti a cui l’umanità si trova, ma un evento già avvenuto. La postmodernità non pone un dilemma per l’Occidente. Piuttosto induce a livello planetario una situazione distopica che si chiama “ipermodernità” e che ha come conseguenza la crisi della certezza di vivere in un mondo di valori.
Il postmodernismo ha spinto la società occidentale ad esagerare le sue potenzialità e ad interpretare la società del “passato” e quella del “futuro” come se fossero la sua ombra e la sua anima. Il possibile e il probabile sono apparsi più reali di ciò che era avvenuto nel passato e di ciò che accadeva nel presente. Mentre nel mondo tradizionale, l’“oggi” veniva spiegato sulla base di ciò che era già avvenuto […] adesso il presente viene giudicato sulla base del futuro che ci si prospetta e la futurità si preannuncia nella forma della felicità, ma anche del panico e del terrore (pp. 58-59).

Nel volume Lo spettatore turbato, alla ricostruzione filosofica delle tappe principali che hanno condotto l’Occidente dalla postmodernità alla ipermodernità operata da De Martino, fa seguito un’appendice di Edoardo Ferrini, La sublime epidemia, incentrata sulle Esplosioni pandemiche nel cinema americano, ruotante attorno al concetto di rifugiato tecnologico derivato da Giorgio Agamben (A che punto siamo? L’epidemia come politica, Quodlibet 2021).

A partire da una riflessione sul racconto La maschera della morte rossa (1842) di Edgar Allan Poe – da cui Roger Corman ha tratto l’omonimo film –, Ferrini evidenzia come in esso lo scrittore abbia messo in guardia «rispetto a due pericoli o dinamiche antropologiche concrete. In primo luogo, il Nemico virale è interno, non è racchiudibile all’esterno confinando i “sani”. […] Inoltre, il capro espiatorio da bandire – l’homo sacer di Giorgio Agamben – può tramutarsi in una forza autodistruttiva perché eccessivamente immunitaria». La peste mascherata narrata da Poe e, successivamente, da Corman,

agisce come gli odierni falsi positivi, è osmotica rispetto alla reale pandemia, anche se camuffata con le persone, che nella trovata finzionale del racconto ballano mascherate. Il falso positivo ha lo stesso linguaggio dell’uomo comune, gli effetti del virus non si vedono, sono come mascherati. Oltretutto […] mai come prima dell’insorgere del Covid-19, il linguaggio mediatico e sociale ha avuto una coincidenza così forte con i sintomi virali. La chiusura da lock-down, una delle conseguenze dei social media e della connessione “privata”, insieme alla proliferazione mediatica, globalizzata e virale delle notizie. Il tutto oggi rafforzato dalla tornata paura nucleare. In questa ricerca la distopia atomica e quella virale scorrono davvero in parallelo, a cominciare dal fatto che contengono alcune somiglianze fondamentali: l’esplosione nucleare causa malattie “virali” – la velocità di propagazione – la difficile localizzazione che crea il senso angosciante della Minaccia globalizzata. […]
La distopia non è esattamente una contro-utopia che magari esisteva prima di una reale od eventuale Nuova Atlantide, oppure che arriva Dopo in maniera del tutto antitetica rispetto all’utopia. No, a dire il vero le distopie sono utopie rovesciate, degenerate. […] L’effetto distopico è contaminato da paura-terrore, è dilagante, pandemico, ed è anche un effetto di rimpianto e di perdita, verso una protezione utopica non del tutto “ancora” realizzata. L’ordine militare, di certo una delle se non l’Utopia contemporanea, è ancora un “farmaco” protettivo, almeno dopo il crollo del muro di Berlino?
Il linguaggio mediatico a sua volta è quello che più di tutti ha affondato le radici nelle distopie. La premediazione è come una sottile interfaccia tra la realizzazione disastrosa e lo schermo protettivo. L’effetto è un duplice cortocircuito tra la minaccia imminente e il bisogno difensivo e catartico che l’esposizione mediatica dovrebbe procurare, aiutando lo spettatore turbato ad ambientarsi in un am­biente minacciato (pp. 231-232).

Dunque Ferrini prosegue il suo itinerario prendendo in esame Il dottor Stranamore (Dr. Strangelove or: How I Learned to Stop Worrying and Love the Bomb, 1964) di Stanley Kubrick, Brazil (1985) di Terry Gilliam, la serie televisiva Better Call Saul (2015-2022) di Vince Gilligan e Peter Gould, World War Z (2013) di Marc Forster e The Batman (2022) di Matt Reeves, rapportando tali opere alla recente pandemia ed ai conflitti militari che stanno ridefinendo la vita degli individuali e delle collettività.

Se nell’opera di Kubrick l’aspetto distopico può essere identificato nella bomba, nel film di Gilliam, sottolinea Ferrini, esso è rappresentato dall’esercito che, al di là del presentarsi come garante della Sicurezza, agisce secondo finalità oscure mettendo in pericolo i cittadini che dovrebbe garantire.

Il patto hobbesiano per cui il Leviatano ha il potere assoluto, senza mai però attentare alla sicurezza degli “ominidi”, in questo caso crolla. E, seguendo Giorgio Agamben (2021), nel paradigma pandemico, il cittadino tende a tramutarsi nel rifugiato. L’esercito è ingovernabile, agito da un linguaggio assurdo che rende le operazioni militari pericolose quanto le “minacce” che dovrebbero sventare. Ecco, di nuovo l’utopia della sicurezza che cozza contro la distopia del Contagio, bellico nel film, fatto di fuoco, sparatorie, esplosioni (p. 234).

Difficilmente nei film pandemici viene messa in discussione l’esistenza del virus. Solitamente questo, al pari delle forze complottiste e negazioniste che alimenta, si presenta come una forza antisistemica fonte di divisione e disgregazione che si propaga orizzontalmente, nelle modalità proprie della biopolitica o del biopotere di cui si è occupato Michel Foucault rifiutando

la derivazione verticale dei o dai “poteri forti”. È quindi più giusto parlare di ritorno alla distopia del totalitarismo nel suo paradigma immunitario, oggi. O quantomeno esiste il pericolo. Anche se tale distopia si avverasse, sarebbe di certo diversa dal classico totalitarismo staliniano diretto dall’Alto.
E, soprattutto se tale potere dall’alto esistesse veramente, la storia mostra che non è infallibile, come testimonia esemplarmente l’esplosione del reattore di Chernobyl. Rimane la distopia della contro-informazione, del proliferare altrettanto virale delle fake news. Nei totalitarismi basati sull’apologia e l’assolutizzazione del Sistema rispetto agli Individui, non fare trapelare le responsabilità del potere è più importante di sventare la minaccia effettiva (p. 243).

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Trovare salvezza in un mondo sull’orlo della decomposizione https://www.carmillaonline.com/2024/01/20/trovare-salvezza-in-un-mondo-sullorlo-della-decomposizione/ Sat, 20 Jan 2024 21:00:04 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=80807 di Michela Lazzaroni

Vanja andò a prendere le sue valigie e slacciò le fibbie. Una sembrava sul punto di cedere. Era stata il regalo di qualcuno, che a sua volta l’aveva ereditata da qualcun altro, e così via. In ogni caso, non sarebbe durata a lungo: la parola VALIGIA era quasi illeggibile. […] «Valigia» sussurrò Vanja per mantenerla nella sua forma ancora per un po’. «Valigia, valigia».

 

Vanja Essre Due di Brilars è il nome della protagonista e sono anche le prime cinque parole del romanzo: “Vanja Essre Due di Brilars, consulente per gli Specialisti d’Igiene di Essre, era l’unica [...]]]> di Michela Lazzaroni

Vanja andò a prendere le sue valigie e slacciò le fibbie. Una sembrava sul punto di cedere. Era stata il regalo di qualcuno, che a sua volta l’aveva ereditata da qualcun altro, e così via. In ogni caso, non sarebbe durata a lungo: la parola VALIGIA era quasi illeggibile. […] «Valigia» sussurrò Vanja per mantenerla nella sua forma ancora per un po’. «Valigia, valigia».

 

Vanja Essre Due di Brilars è il nome della protagonista e sono anche le prime cinque parole del romanzo: “Vanja Essre Due di Brilars, consulente per gli Specialisti d’Igiene di Essre, era l’unica passeggera del treno diretto ad Amatka”.

Vanja proviene da una grande colonia ed è stata inviata alla colonia minore di Amatka per raccogliere dati sui prodotti per la pulizia, una sorta di indagine di mercato. Nell’alloggio condiviso che le è stato assegnato, compila i suoi rapporti con rigore e distacco. Ad Amatka fa sempre freddo, l’alimento principale sono i funghi coltivati nelle caverne sotto la colonia, i bambini vivono separati dai genitori per evitare l’attaccamento emotivo, e ogni operazione è monitorata dalla “comune”. Una distopia, diremmo noi, ma sarebbe riduttivo etichettare Amatka con questo termine – e uso “etichettare” non a caso (Karin Tidbeck, pp. 228, € 16, traduzione di Cristina Pascotto, Safarà Editore, Pordenone 2018).

Karin Tidbeck è autrice svedese di weird di cui in Italia si trova poco. La vocazione pienamente fantastica della sua scrittura emerge dapprima in forma breve, nell’antologia Jagannath, edita da Safarà, e nel racconto “Zie” apparso nell’antologia Le visionarie. Fantascienza, fantasy e femminismo, a cura di Ann e Jeff VanderMeer, edito da Produzioni Nero. In questo testo allegorico e a tratti terrificante, un’aranciera senza tempo fa da sfondo al banchetto cannibale con cui le Zie tramandano loro stesse e si rendono immortali. Quindi non stupisce che Amatka, il primo romanzo di Tidbeck, non sia la solita distopia.

 

Il fondo del beauty-case era ricoperto da una pasta spessa. Lo spazzolino. Era stata negligente. Lo aveva notato in treno, la scritta SPAZZOLINO incisa sul manico aveva iniziato a perdere definizione. Tuttavia, aveva pensato che avrebbe resistito più a lungo.

 

A differenza del “vecchio mondo”, dove i materiali erano solidi e confortanti, nelle colonie le cose mantengono la loro forma solo se hanno un nome e vengono nominate. Per questo ogni oggetto, ogni mobile e persino ogni edificio ha un’etichetta o un’incisione che ne dichiara la forma: MATITA, LAVANDINO, SERRA. L’etichetta deve essere periodicamente ripassata o sostituita, e per rallentare il processo di deterioramento si chiamano gli oggetti per nome “marcandoli” con la parola. Se non si è diligenti, come Vanja, ci si ritrova con lo spazzolino sciolto in una poltiglia densa che contamina tutto ciò che tocca – il “gloop” nella traduzione inglese di Tidbeck. Per questo il vocabolario è limitato e non esistono sinonimi – o meglio, sono banditi, pena venire segnalati alla comune come sovversivi.

 

In Amatka è possibile riconoscere le radici di un fantastico di matrice femminista. In un mondo dove ogni cosa può essere qualcos’altro, la libertà della materia – e quindi del pensiero – deve essere circoscritta in modo dogmatico. Attorno al gloop aleggia un’aura di paura che sfocia nel tabù. La sua presenza fisica è tanto pericolosa quanto disdicevole, ma ancora più pervasivo è il tabù del linguaggio, che viene severamente regolamentato e mutilato. Tidbeck tratta con originalità il topos della parola come cardine del fantastico, tematica che si può ritrovare in Lingua nativa di Suzette Halden Elgin, sul ruolo politico della linguistica, o nel racconto “Le parole proibite di Margaret A.” di L. Timmel Duchamp, presente nel già citato Le visionarie, ma anche nelle ancelle di Margaret Atwood, delle quali viene riscritto il nome insieme alla funzione, o nel potere stregonesco dei nomi nel ciclo di Earthsea di Ursula K. Le Guin. Vanja non sa di volersi ribellare, ma deve farlo – sceglie di farlo – quando le certezze del suo presente si sfaldano come gloop. E in un mondo sull’orlo della decomposizione, dove le devianze semantiche sono sovversive, la ribellione passa proprio dalla parola. Non a caso il personaggio più misterioso e suggestivo del romanzo è Anna di Berols, una poetessa. Presente in assenza, Anna muore in un incendio prima ancora che il libro cominci, ma sopravvive nei suoi scritti.

 

C’era qualcosa nel linguaggio di Anna di Berols. Era come se comprendesse le parole e gli oggetti a un livello più profondo di tutti gli altri. Le parole non erano semplici rime o descrizioni del mondo. Vanja aveva la sensazione che le serre non avessero più bisogno di essere contrassegnate perché le parole di Anna di Berols avevano dato loro una forma perfettamente compiuta.

 

Come quello di Anna, il linguaggio di Tidbeck è asciutto, esatto, senza fronzoli. Lo stesso rigore è applicato alla protagonista, poco incline ad aprirsi con gli altri e con il lettore. Vanja preferisce l’azione al monologo interiore, ed è significativo che Tidbeck abbia scelto come incipit il suo nome e la sua funzione, quasi volesse etichettare anche lei, per poi lasciarla libera di agire.

Una volta determinato il worldbuilding e la protagonista, quel che resta sono i misteri di Amatka. I boati che di notte provengono dal lago. I tunnel che non dovrebbero esserci, ma ci sono. Un pizzico di horror dello spaesamento. Una queerness tratteggiata con sensibilità. Un incendio o due, perché non si può creare senza distruggere.

 

Nessuno aveva mai spiegato esattamente dove si trovasse il vecchio mondo, né come fosse. Era irrilevante. Erano lì, ora, nel nuovo mondo, e avevano costruito la società perfetta.

 

Uno degli aspetti più interessanti della letteratura fantastica – e del weird, in particolare ­– è la miracolosa capacità di isolare un dettaglio del nostro presente e renderlo legge fisica, come la gravità o la termodinamica. Nel caso di Amatka abbiamo per le mani la natura sovversiva e creatrice del linguaggio.

Per quanto riguarda la scrittura, il nostro mondo già combacia con il loro: scrivere un testo significa crearlo – questo libro non esisteva prima di essere scritto, così come la recensione che state leggendo.

Ma proviamo a fare il percorso inverso, isoliamo la specificità di Amatka e applichiamola al nostro presente: in qualche modo corrispondono. Non nella materia, certo, ma nella parola sì. L’atto del comunicare definisce i contorni del mondo in cui avviene la comunicazione stessa. Non è così che si propagano le idee in internet, al bar, in classe, in ufficio? Il linguaggio determina la realtà, e viceversa: più leggo e ascolto un pensiero più lo normalizzo, e più lo normalizzo più lo consolido per le generazioni future. La lezione appresa ad Amatka può essere applicata ovunque. Ogni volta che condividiamo un’opinione, ogni volta che scriviamo un articolo, un racconto, una recensione, un commento sui social, non stiamo solo descrivendo il mondo in modo passivo, ma contribuiamo a crearlo per gli altri, a farlo esistere, e ne abbiamo quindi la responsabilità.

Forse è proprio questo il punto, descrivendo il mondo lo facciamo esistere, ed è un concetto che una volta scoperto non può più essere ignorato, né arginato.

 

NB: raccomando di applicare un’etichetta con la parola “LIBRO” alla quarta di copertina, per evitare la disgregazione prematura del volume.

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