Disoccupazione – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 29 Apr 2026 19:58:52 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Il complotto dei progetti che non funzionano https://www.carmillaonline.com/2026/01/16/il-complotto-dei-progetti-che-non-funzionano/ Fri, 16 Jan 2026 08:20:07 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92360 di Franco Riciardiello

Luca Giommoni, Nero. Il complotto dei complotti, ed. Effequ 2025, 400 pagg. € 19,00

Il sottotitolo potrebbe farci credere che si tratti di un thriller, o persino di un saggio sul complottismo; tutt’altro: è un romanzo di genere fantastico, scritto con stile realistico e al tempo stesso surreale, che racconta una storia di viaggi nel tempo basata su un’idea diversa da qualsiasi cosa possiate avere letto: il fine è infatti il tentativo di trovare una soluzione definitiva (soluzione finale verrebbe da dire) alla questione della disoccupazione. La storia è divisa in tre parti distinte; la prima è un divertente, [...]]]> di Franco Riciardiello

Luca Giommoni, Nero. Il complotto dei complotti, ed. Effequ 2025, 400 pagg. € 19,00

Il sottotitolo potrebbe farci credere che si tratti di un thriller, o persino di un saggio sul complottismo; tutt’altro: è un romanzo di genere fantastico, scritto con stile realistico e al tempo stesso surreale, che racconta una storia di viaggi nel tempo basata su un’idea diversa da qualsiasi cosa possiate avere letto: il fine è infatti il tentativo di trovare una soluzione definitiva (soluzione finale verrebbe da dire) alla questione della disoccupazione.
La storia è divisa in tre parti distinte; la prima è un divertente, paradossale, surreale romanzo che amplifica, deforma e dileggia la defatigante ricerca di un lavoro da parte di un giovane neolaureato, in una parte qualsiasi d’Italia — in questo caso, un comune della provincia toscana. Direte che è fin troppo facile schernire la macchina burocratica attuale, un’organizzazione che serve solo a mantenere un esercito di giovani inoccupati in perenne attesa, ma nel romanzo c’è di più: c’è la protervia di una “razza padrona”, la sua irrazionalità, la mancanza di visione sul futuro che caratterizza l’apparato produttivo di un paese in stagnazione morale. A volte il tono della narrazione scivola nell’amaro, e la scrittura affonda il dito nella piaga:
“Un mondo in cui genitori, più o meno poveri, avevano fatto di tutto per far studiare i loro figli, nascondendo la loro fragilità, il loro bisogno di rimanere vivi, la rapina ininterrotta della realtà nei loro confronti, dietro menzogne di espansione occupazionale, miraggi di aumenti salariali progressivi, promesse di lieto fine a tempo indeterminato, e tutte queste fraudolente illusioni le dicevano in assoluta buonafede, ad alta voce, forse per coprire il rumore di fondo che minacciava la loro sicurezza, ottenendo come unico risultato dei loro investimenti che, alla fine degli studi, i loro figli si erano ritrovati più poveri di loro” (pag. 106)
Qui il fine dei centri per l’impiego è davvero quello di procrastinare il momento in cui il lavoratore potenziale incontra il lavoro, per un fine che si scopre durante la lettura.
Il protagonista è un giovane di nome Nero, alla disperata e inutile ricerca di un posto di lavoro qualsiasi, coinvolto in un’odissea surreale da un colloquio all’altro, senza alcun risultato pratico. Si trova trascinato in una tragicommedia amara, sbeffeggiato da cacciatori di teste, direttori del personale e datori di lavoro; ogni lettore può riconoscere, nei paradossali colloqui di Nero, le motivazioni di un’organizzazione sociale che non ha alcun interesse per la professionalità, le capacità e il merito individuale, a differenza di quanto ufficialmente sbandierato.
Nero diviene per caso amico di una giovane dipendente del centro per l’impiego, che prende a cuore il suo caso e decide che dovrà trovargli lavoro a ogni costo, mentre il suo migliore amico, a sua volta disoccupato ma inattivo, perché ha rinunciato a cercare un impiego, tende realisticamente a soffocare le sue speranze.
La seconda parte del romanzo inizia con un deciso twist: Nero, che ha come unica competenza la passione per le varie teorie complottistiche, arriva a svelare “Il complotto dei complotti”, del quale egli stesso diviene vittima: grazie alla scoperta, mantenuta segreta, del modo di viaggiare nel tempo, il governo italiano spedisce infatti nel passato i giovani in cerca di occupazione. Un viaggio a senso unico, perché non è previsto ritorno; al massimo si ricorre a un processo di “revisione” nel caso in cui qualcuno di loro compia improvvidamente nel passato un’azione che rischi di modificare il presente.
Il viaggio nel passato di Nero, rispedito indietro agli anni Cinquanta, provoca indirettamente il primo dei grandi complotti che ancora oggi raccoglile proseliti: il “mistero” del possibile atterraggio di creature aliene a Roswell; altri episodi divertenti e agrodolci del romanzo raccontano paradossi innescati da alcuni invii nel passato, uno dei quali coinvolge anche la attuale presidente del Consiglio italiana.
Nella terza parte l’autore trae le fila della narrazione, ritirando una per una le esche narrative che ha lanciato al lettore. Alcuni dei personaggi si troveranno faccia a faccia con il fallimento dei propri ideali e dei propositi che li hanno motivati in passato, come a dire che anche le occasioni che incontriamo nella vita contribuiscono alla visione che abbiamo del mondo, e che quindi saltare da una parte all’altra della barricata sociale cambia la nostra percezione dei diritti e della società — un processo che abbiamo potuto verificare agevolmente, dagli anni Ottanta in poi.
Da questo libro spassoso, sottilmente crudele, talvolta lisergico, esce una rappresentazione dell’Italia che ci diverte e ci fa male allo stesso tempo, perché ci riconosciamo. Questa è la civiltà che abbiamo costruito nel nostro angolo d’Europa.
“Il nostro paese è leader nel dare vita a progetti che non funzionano, l’ha fatto per secoli, eppure se l’è cavata sempre egregiamente, è sempre andato avanti, al contrario di tutti gli altri paesi dove i progetti funzionano e, pensa un po’, si ritrovano sempre in un qualche guaio. Questi viaggi nel tempo invece ci hanno provocato manie di grandezza così insensate che, per un attimo, abbiamo pensato di far funzionare le cose, e guarda dove siamo finiti; nella più gande decrescita economica della storia del paese… (pagg. 365-366)

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Estetiche inquiete. Joy Division e dintorni. Contesto e radici https://www.carmillaonline.com/2021/10/17/estetiche-inquiete-joy-division-e-dintorni-contesto-e-radici/ Sun, 17 Oct 2021 20:00:16 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=68686 di Gioacchino Toni

I primi anni Ottanta segnano il passaggio da un ventennio di radicale messa in discussione dell’esistente, contraddistinto da ribellioni e speranze, a un periodo che non può essere derubricato come semplice “ritorno all’ordine”; sono gli anni in cui si pongono le basi di quel neoliberismo i cui risultati, a distanza di decenni, plasmano la contemporaneità palesando cambiamenti epocali. Sono gli anni in cui a Downing Street si insedia quella Iron Lady intenta a smantellare un pezzo alla volta tutti quei legami sociali condsiderati d’impiccio a uno sistema di sviluppo intento a spingere sempre più sull’acceleratore del cinismo più [...]]]> di Gioacchino Toni

I primi anni Ottanta segnano il passaggio da un ventennio di radicale messa in discussione dell’esistente, contraddistinto da ribellioni e speranze, a un periodo che non può essere derubricato come semplice “ritorno all’ordine”; sono gli anni in cui si pongono le basi di quel neoliberismo i cui risultati, a distanza di decenni, plasmano la contemporaneità palesando cambiamenti epocali. Sono gli anni in cui a Downing Street si insedia quella Iron Lady intenta a smantellare un pezzo alla volta tutti quei legami sociali condsiderati d’impiccio a uno sistema di sviluppo intento a spingere sempre più sull’acceleratore del cinismo più spietato edificando un modello teso a rappresentarsi immodificabile, come Margaret Thatcher non manca di scandire ad ogni occasione: “There is no alternative”.

L’Inghilterra plasmata dalle politiche thatcheriane dei primi anni Ottanta è un Paese afflitto dalla disoccupazione e dalla disgregazione sociale che si abbattono sulla working class tradizionale, dall’individualismo, dall’odio, dal sessismo e dalla violenza che non sempre riescono a essere celati dietro allo scintillio delle prime avvisaglie di gentrificazione dei quartieri, agli status simbol esibiti da rampanti uomini e donne intenti a sgomitare con ogni mezzo necessario per conquistarsi “il successo”.

Le trasformazioni epocali inaugurate in apertura di quel decennio sono inevitabilmente accompagnate da una generale messa in discussione di identità che sembravano granitiche con cui, del tutto impreparati, si sono trovati a fare i conti individui sempre più atomizzati. Lo scrittore David Peace ha saputo far affiorare le macerie tra le immagini patinate di quel periodo tratteggiando nel ciclo di romanzi Red Riding Quartet il contesto in cui si danno alcuni crimini efferati tra miniere abbandonate, fabbriche chiuse o automatizzate, città in rovina e violente di cui fanno le spese soprattutto donne e bambini, oltre che individui e comunità dall’identità frantumata.

Gli anni Ottanta, in un modo o nell’altro, hanno plasmato l’immaginario contemporaneo tanto da fungere da serbatoio da cui si continua ad attingere, più o meno nostalgicamente, recuperando segni e testi culturali assecondando inclinazioni edonistiche o esistenziali. A questo secondo versante fa riferimento il volume curato da Alfonso Amendola e Linda Barone, Our Vision Touched the Sky. Fenomenologia dei Joy Division (Rogas, 2021) che, analizzando in un percorso trasversale a più voci l’opera del gruppo di Salford, Greater Manchester, ricorrendo a un’ottica interdisciplinare, ricostruisce l’universo Joy Division indagato sia nel contesto in cui è nato che nel lascito da cui l’attualità continua ad attingere più o meno rispettando l’esperienza originaria. [A tale libro sarà dedicato un secondo scritto nei prossimi giorni su Carmilla]

Alfonso Amendola e Novella Troianiello muovono la loro indagine a partire dalla convinzione che un genere musicale non sia esclusivamente il prodotto di un determinato gruppo sociale ma che esso stesso contribuisca a generare delle identità sociali che concorrono a plasmare i confini e a mutare le forme culturali nel corso del tempo.

Se il punk può essere visto come una sorta di risposta rabbiosa e nichilista all’incertezza sociale e politica del periodo in cui esplode espressa dai rimasugli di comunità in disarmo soprattutto in ambito londinese, il post-punk si presenta come un fenomeno proprio di alcune città del Nord dell’Inghilterra caratterizzate dalla cupezza urbanistico-architettonica ereditata dagli anni Sessanta.

Città industriali in declino come Manchester, Liverpool e Sheffield che hanno conosciuto la violenza della rivoluzione industriale sembrano ormai capaci di offrire ai figli della working class e della piccola borghesia soltanto il senso di alienazione e di inquietudine della grigia periferia lontana dal punk della Capitale presto trasformatosi in patinato fenomeno di consumo. Nelle città industriali del Nord nasce dunque una

generazione post-punk che al nichilismo dell’annientamento del futuro e al fascino della moda irriverente [del punk londinese] rispondevano con l’inquietudine e l’incertezza del presente e con il racconto dell’apatia della periferia. Allo stesso modo dei Fall, anche i Joy Division, seppur con diversi riferimenti dichiarati, dipingevano attraverso la musica e la lirica un paesaggio industriale periferico che portava con sé solo immagini di fallimento, gelo, perdita del controllo, smarrimento (p. 32).

Se già il punk, operando una sorta di opera di bricolage, aveva saputo attingere da diversi stili e sottoculture britanniche del dopoguerra, il post-punk, sostengono Amendola e Troianiello, ha ulteriormente ampliato i confini allargandosi all’ambito europeo attingendo, ad esempio, dai suoni metallici dei tedeschi Kraftwerk e da esperienze alle prese con sonorità sintetizzate.

In una contesto urbano sempre più caratterizzato dal frantumarsi delle comunità sono spesso i mass media a proporre/costruire nuovi ambiti identitari.

In questo modo è possibile intendere l’immagine delle culture giovanili figlie della working class protagoniste del movimento sottoculturale del post-punk (così com’è stato per la corrente punk) come l’immagine coesa di una cultura della resistenza. Pertanto se il dolore, l’introspezione, il disagio post-industriale e l’assenza di bellezza così come la sua ricerca, l’uso di droghe, la disoccupazione e l’inesorabile declino di una nazione potente diventavano le colonne portanti del discorso sottoculturale del post-punk, l’estetica, i luoghi di consumo della musica e i luoghi di creazione di nuovi network dove esercitare pratiche condivise di ascolto e condivisione secondo rituali consolidati, rappresentavano il linguaggio necessario, coerente e coeso di un movimento che, partendo da un desiderio di costruzione alternativa al rock classico, ha finito per dar vita ad una nuova ondata di produzioni mainstream degli anni Ottanta (p. 30).

La scena discografica post-punk di Manchester si contraddistingue anche per un’eleganza e pulizia formale – sconosciute all’ambiente musicale londinese dell’epoca – che richiama palesemente le estetiche di alcune avanguardie europee primonovecentesche. Se a Manchester, al passaggio tra gli anni Settanta e gli Ottanta, gruppi come Joy Division, A Certain Ratio, Durutti Column, The Fall, cresciuti attorno alla Factory Records, si mostrano più inclini a sonorità cupe, a Liverpool, altra città in declino alle prese con la disoccupazione, band che gravitano attorno all’Eric’s Club, come Echo and the Bunnymen, ricavano dall’angoscia, dalla solitudine e dal dolore atmosfere decisamente meno fosche.

Un caso un po’ diverso è rappresentato da Sheffield, uno dei centri nevralgici della rivoluzione industriale: nonostante nell’immediato gli effetti del thatcherismo si rivelino meno devastanti dal punto di vista occupazionale rispetto alle alte città del Nord, anche questa realtà non manca di pagare il suo tributo in termini culturali. Se nel cuore della lavorazione dell’acciaio e dell’orgoglio operaio il punk rimane un fenomeno sostanzialmente di superficie tra i figli della working class, maggior interesse viene invece da questi riservato all’universo delle sonorità sintetizzate. Il fenomeno post-punk di Sheffield ha nell’esperienza del laboratorio creativo Meatwhistle, da cui provengono gruppi come Music Vomit, un riferimento importante sebbene non l’unico, visto che anche per altre vie nascono band destinate alla notorietà (es. Cabaret Voltaire).

Dal racconto della periferia post-industriale al centro della cultura globale condivisa dai grandi pubblici, dai focal places, luoghi di costruzione di relazioni e rapporti, il post-punk nella sua veste eversiva eppure reificata perché inserita nei processi produttivi e distributivi, è un forte esempio di identità culturale che si muove continuamente dai bordi del racconto sovversivo verso il centro del consenso comune, creando nuove metafore, racconti e atmosfere (pp. 35-36).

Nel volume Daniele De Luca approfondisce il rapporto tra i Joy Division e l’area di Machester in cui crescono; una realtà urbana all’epoca in balia della disoccupazione e dal tessuto sociale lacerato in cui figli della classe operaia sembrano trovare per un istante nel punk, arrivato dall’odiata Capitale, un modo per rialzare la testa e dar voce alla rabbia accumulata in corpo.

Ma il punk era stata l’improvvisa scintilla per accendere un fuoco ancor più duraturo. Dopo la pubblicazione in puro stile do-it-yourself, nel gennaio 1977, di Spiral Scratch da parte dei Buzzcocks (con la produzione di Martin Hannett, il creatore indiscusso del suono dei Joy Division), la scena mancuniana stava per partorire qualcosa di nuovo. Nel 1978, il punk si stava trasformando nel post-punk: le idee scaturite dal punk venivano usate per creare un modo diverso di fare musica. Manchester diventerà leader della nuova scena. Il miracolo del riscatto era iniziato. I Magazine, i Warsaw (diventati ben presto Joy Division), i Fall, i A Certain Ratio inaugurarono la strada lastricata di sottile e prezioso alabastro della new wave (p. 43).

De Luca insiste su come il degrado urbano e lo sfilacciamento sociale di Manchester facciano parte della quotidianità dei Joy Division e di come questi ultimi derivino da un proficuo incontro tra ambiti sociali, luoghi e formazione culturale diversi da cui hanno saputo originare un sound capace di coniugare insicurezze, smarrimenti, energia repressa e, soprattutto, la sensazione della perdita che, insieme al senso di solitudine, pare davvero essere una delle caratteristiche che stanno alla base del gruppo e più in generale del post-punk nelle città dell’Inghilterra settentrionale.

Eugenio Capozzi pone l’accento su come l’esperienza post-punk nasca sull’onda delle grandi differenze che caratterizzano la generazione dei ventenni di fine anni Settanta da quella degli anni Sessanta. Se quest’ultima può dirsi caratterizzata da un’aspirazione a un «nuovo comunitarismo senza repressione, gerarchie, obblighi», la generazione del decennio successivo si contraddistingue per una rabbiosa e distruttiva assenza di progettualità attraversata da una visione del mondo decisamente soggettiva, quando non individualista.

Insomma, la controcultura/cultura hippie prima, il no future del punk dopo. La differenza tra l’atteggiamento assunto dalle punte più inquiete delle due “sub-generazioni” è quella tra utopia spericolata e disillusione; tra la fede misticheggiante in una sorta di ritorno all’innocenza neo-rousseauiano e la presa d’atto di una frammentazione “tribale” delle società occidentali su base “postmaterialista”, del dominio di una “cultura del narcisismo”. […] A partire dal punto di vista periferico della sua Manchester operaia, Ian Curtis appartiene in pieno alla seconda “subgenerazione” […] assimila, dunque, la rabbia nichilista del punk, ma nutrendola di un pessimismo filosofico dalle radici profonde, imperniato su una meditazione intorno al disorientamento dell’individuo rispetto a sistemi sociali, economici, culturali, istituzionali mossi da forze estranee, incomprensibili, crudeli (p. 47).

Se l’esordio dei Joy Division – con l’EP An ideal for living (1978) – sembra derivare da una necessità di estrinsecare una rivolta esistenziale ed etica attraversata da amarezza e disillusione – e quest’ultima rappresenta un’altra delle parole chiave dell’esperienza del gruppo –, con il primo album – Unknown pleasures (1979) – a emergere è soprattutto la solitudine dell’individuo e il senso di incomunicabilità che si manifestano in particolare attraverso «il rimpianto per una condizione ideale di armonia sentita come irrimediabilmente perduta e la domanda di affetto, solidarietà, comprensione» (pp. 48-49). Il senso di radicale distacco dal mondo diviene evidente, così come una certa indifferenza nei confronti della morte dal momento che ogni rapporto affettivo appare ormai come un semplice lontano ricordo. Ian Curtis, sostiene Capozzi, sembra per certi versi avviarsi ad abbandonare ogni impulso teso alla liberazione per trasformarsi in un “giovane vecchio”, intraprendendo un percorso personale che lo vede passare da una “rivoluzione senza utopia” a un “soggettivismo estremo” evitando di percorrere altre strade, all’epoca battute dai più, indirizzate invece verso derive edonistiche.

Nella sua improvvisa maturazione, o senescenza, si riflette in maniera deformata ma nel complesso fedele l’effimera fiammata della ribellione punk, la rapidissima involuzione dei baby boomers “maturi” dei medi anni Cinquanta da persone-massa della morente golden age, colpita dalla grande crisi economica degli anni Settanta, a ribelli iper-soggettivisti, privi di una piattaforma ideologica, fino a “soggetti smarriti” di una dinamica storica per loro ancora illeggibile ed incomprensibile: l’embrionale trasformazione dell’Occidente dagli Stati nazionali, dalla guerra fredda e dall’economia “mista” allo stato “liquido” della globalizzazione, la cui nascita sarebbe stata individuata almeno un decennio dopo (p. 50)

Il successivo album – Closer (1980) –, pubblicato dopo la morte di Curtis, appare a tutti gli effetti la resa definitiva di fronte alla sofferenza esistenziale dopo quella che può essere vista come l’ultima flebile e disperata richiesta di aiuto rivolta all’esterno espressa da Unknown pleasures. Quasi una “rinuncia per sfinimento”. Sarebbe però limitativo, suggerisce ancora Capozzi, limitare tutto alla sfera dei rapporti individuali; i testi di Closer evidenziano

la lancinante mancanza di una dimensione comunitaria. Una mancanza che si era già affacciata come nostalgia della gioventù e della “normalità” in Unknown pleasures, e qui si ripropone come una condanna, a cui Curtis fantastica ancora a momenti di poter sfuggire, ma senza crederci più [Non a caso] nel brano conclusivo, Decades, la rassegnazione all’estinzione viene raffigurata non come uno scacco individuale, ma collettivo, e addirittura generazionale […] Quella generazione dipinta spesso come fortunata, superficiale, votata al divertimento e al piacere, insofferente a ogni costrizione. E che invece, nella visione profetica costruita da Curtis sul ritmo di una sorta di reggae ibernato tra i ghiacci, è composta da individui precocemente invecchiati, curvi sotto un peso insopportabile, che nella loro breve vita hanno accumulato tutta la stanchezza e la disillusione di generazioni e generazioni precedenti […] Ha un significato storico inestimabile il fatto che l’ultima parola artistica di Curtis prima dell’atto finale di congedo, l’ultimo suo contatto con il mondo, sia un «noi». In Decades come in Love will tears us apart. Anche la fine dell’amore non è più per lui a questo punto un’esperienza puramente individuale, ma riguarda tutti coloro che condividono con lui l’aspirazione a ritrovarsi in una comunità ormai svanita (pp. 52 e 55).


Decades

Here are the young men, the weight on their shoulders,
Here are the young men, well where have they been?
We knocked on the doors of Hell’s darker chamber,
Pushed to the limit, we dragged ourselves in,
Watched from the wings as the scenes were replaying,
We saw ourselves now as we never had seen.
Portrayal of the trauma and degeneration,
The sorrows we suffered and never were free.
Where have they been?
Where have they been?
Where have they been?
Where have they been?
Weary inside, now our heart’s lost forever,
Can’t replace the fear, or the thrill of the chase,
Each ritual showed up the door for our wanderings,
Open then shut, then slammed in our face.
Where have they been?
Where have they been?
Where have they been?
Where have they been?


This video combines the 1980 studio version of this song with images from a live performance at the BBC Something Else Show in September 1979


Estetiche inquiete serie completa su Carmilla

 

 

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Slittamenti imprevisti https://www.carmillaonline.com/2020/11/05/slittamenti-imprevisti/ Thu, 05 Nov 2020 22:00:15 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=63281 di Gioacchino Toni

Se in ambito francese film come L’Odio (La Haine, 1995) di Mathieu Kassovitz e I Miserabili (Les Misérables, 2019) di Ladj Ly hanno portato sugli schermi le banlieues, opere come A tempo pieno (L’Emploi du temps, 2001) di Laurent Cantet e la serie televisiva Lavoro a mano armata (Dérapages, 2020) di Gilles de Verdière, pur affrontando problematiche individuali, hanno a loro volta tratteggiano un altro spezzone di realtà sociale destrutturata, ove gli individui espulsi dal lavoro, in questi casi provenienti da ambienti impiegatizi, non potendo contare su una rete solidale, [...]]]> di Gioacchino Toni

Se in ambito francese film come L’Odio (La Haine, 1995) di Mathieu Kassovitz e I Miserabili (Les Misérables, 2019) di Ladj Ly hanno portato sugli schermi le banlieues, opere come A tempo pieno (L’Emploi du temps, 2001) di Laurent Cantet e la serie televisiva Lavoro a mano armata (Dérapages, 2020) di Gilles de Verdière, pur affrontando problematiche individuali, hanno a loro volta tratteggiano un altro spezzone di realtà sociale destrutturata, ove gli individui espulsi dal lavoro, in questi casi provenienti da ambienti impiegatizi, non potendo contare su una rete solidale, si trovano soli a fronteggiare le conseguenze esistenziali e la compromissione dei rapporti familiari e amicali causate dalla perdita del lavoro e con esso del precedente status sociale.

Nel film di Cantet il protagonista, interpretato da Aurélien Recoing, incapace di confessare ai famigliari e agli amici la perdita della sua attività di consulente, si trova costretto a mentire agli altri, inventando impegni e viaggi di lavoro inesistenti, e a se stesso, immaginando di poter trovare un posto attraverso comportamenti autoingannevoli. Tali comportamenti finiscono per compromettere gli affetti famigliari e amicali del protagonista mettendolo di fronte a una realtà che ormai percepisce come del tutto estranea.

Come suggerisce lo studioso Roberto Lasagna – Da Chaplin a Loach. Scenari e prospettive della psicologia del lavoro attraverso il cinema (Mimesis, 2019) – confrontando il film di Cantet con La classe operaia va in paradiso (1971) di Elio Petri è possibile cogliere la portata dei cambiamenti intercorsi tra le due epoche. Nel giro di qualche decennio nel cinema si è passati dalla denuncia delle condizioni lavorative, con le annesse ricadute sulla vita spesa al di fuori della fabbrica, alla messa in scena del disagio psichico dell’individuo che, in un’inedita solitudine, si trova a fare i conti con l’incertezza esistenziale propria di un’epoca caratterizzata dalla precarietà.

Nel film di Petri la fabbrica viene mostrata come il luogo egemone dell’esistenza di Lulù Massa, interpretato da un magistrale Gian Maria Volonté, luogo capace di trasformare la percezione della realtà del protagonista anche al di fuori del luogo di lavoro: l’intera sua esistenza gli appare, al pari della vita in fabbrica, sottoposta al controllo. Anche il montaggio e i movimenti della macchina scelti da Petri contribuiscono a restituire l’alienata percezione della realtà del protagonista derivata dalla ripetitività lavorativa e, al tempo stesso, nota Lasagna, testimoniano come lo stesso cinema, figlio della medesima civiltà industriale, ne resti imprigionato.

Se Petri mostra l’assoggettamento dell’esistenza quotidiana del lavoratore, compresa la sua sfera erotica, alla ripetitività del lavoro in fabbrica, quello di Cantet, mette in scena il disagio psichico dell’individuo sottoposto a un’incertezza esistenziale vissuta in totale solitudine che caratterizza un’epoca di precarietà occupazionale. La flessibilizzazione del mercato del lavoro, con annessa molteplicità di forme contrattuali, e lo spostamento del rischio sulle spalle del lavoratore, ha comportato una frammentazione dei percorsi professionali che ha finito col generare sempre più instabilità, insicurezza e solitudine, con tutto ciò che ne consegue a livello sociale e psicologico.

Nel confrontare le due pellicole si vede come si sia passati dalla categoria dell’alienazione – utilizzata per analizzare la condizione del lavoratore sottoposto a una routine portatrice di disadattamento, insoddisfazione e demotivazione – al mettere in scena gli effetti della precarizzazione lavorativa che si traducono in una quotidianità fatta di incertezza, stress, ansia e, soprattutto, solitudine.

Se il protagonista di A tempo pieno tanta invano di negare l’evidenza per poi finire con il lasciarsi trasportare alla deriva dagli eventi, quello di Lavoro a mano armata opta per un’altra strada.

La vicenda narrata dalla serie televisiva di Gilles de Verdière deriva dal romanzo Cadres noirs del 2010 di Pierre Lemaitre, che a sua volta trae ispirazione da vicende realmente accadute. Si racconta di un individuo ormai alle soglie dei sessantanni che, licenziato improvvisamente, dopo una vita spesa a lavorare come responsabile del personale, si trova ormai da diverso tempo a fare i conti con la disoccupazione che lo costringe ad accettare lavori saltuari e malpagati.

La reazione all’ennesima umiliazione subita da un caporeparto lo mette nei guai e lo lascia nuovamente senza alcuna fonte di reddito. A questo punto Alain Delambre, interpretato da Éric Cantona, è pronto a tutto pur di ritrovare un lavoro e quando gli si prospetta un’imprevista possibilità di un’occupazione di rilievo presso una multinazionale, accetta senza tropi tentennamenti di prendere parte a un cinico gioco di ruolo organizzato dall’impresa per mettere alla prova la fedeltà aziendale dei propri quadri. Resosi conto che tutto ciò non darà luogo alla sua assunzione, Alain decide di prendere il controllo del proprio futuro ordendo un machiavellico piano a mano armata.

Passando da un genere all’altro – dal thriller, allo psicodramma familiare, fino al prison e al legal drama – la serie racconta una storia di violenza fisica e psicologica che finisce per compromettere anche i legami umani più stretti. Si tratta di una storia di disoccupazione che, al di là della specificità, racconta un tratto caratteristico dei tempi attuali: la tragedia di un colletto bianco scivolato improvvisamente nella miseria.

In mancanza di un contesto solidale, la battaglia che il protagonista si torva a intraprendere lo vede inevitabilmente solo contro tutti oscillando tra il desiderio di farsi vendicatore di tutti gli sfruttati e il cinismo individuale che lo porta, a sua volta, a sfruttare anche gli affetti più cari per dar luogo al suo obiettivo.

Difficile individuare personaggi totalmente positivi nello scenario messo in scena; tutti, in un modo o nell’altro, rivelano tratti negativi. La figura più interessante finisce per essere quella di Charles Bresson, interpretato da Gustave Kervern, un amico di lunga data del protagonista: un non più giovane esperto informatico che vive su un van ai margini della società, un po’ perché vi è stato obbligato e un po’ per scelta. Sarà proprio lui, sul finale, anche per rimediare a qualche precedente reticenza nel comportarsi in maniera solidale nei confronti dell’amico, a compiere deliberante un gesto estremo che pur non bloccando la macchina dello sfruttamento, almeno prende di mira uno dei tanti suoi spietati manovratori.

Contraddittori, cinici e individualisti finché si vuole, con personaggi immiseriti provenienti dalla classe media occorrerà presto fare i conti anche nelle piazze, visto che da qualche tempo a questa parte, nel bene nel male, hanno iniziato a frequentarle carichi di una rabbia che non credevano di avere in corpo e non è affatto detto che questa sia ancora a lungo arginabile o indirizzabile da demagogia a reti unificate

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Un altro 12 dicembre https://www.carmillaonline.com/2016/12/14/un-altro-12-dicembre/ Tue, 13 Dec 2016 23:10:47 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=35298 di Sandro Moiso

12_dicembre_2016 Quarantasette anni fa, il 12 dicembre 1969, al culmine di una stagione di formidabili lotte, lo Stato, la classe dirigente italiana e i loro servi non seppero rispondere in altro modo che con una provocazione di stampo terroristico che, con l’attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, causò 17 morti e 87 feriti. La Strage di Piazza Fontana, come sarebbe stata in seguito ricordata, aprì però non solo una stagione di attentati, ma anche quella in cui la strategia della tensione contribuì a provocare una levata di scudi antifascista in difesa [...]]]> di Sandro Moiso

12_dicembre_2016 Quarantasette anni fa, il 12 dicembre 1969, al culmine di una stagione di formidabili lotte, lo Stato, la classe dirigente italiana e i loro servi non seppero rispondere in altro modo che con una provocazione di stampo terroristico che, con l’attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, causò 17 morti e 87 feriti.
La Strage di Piazza Fontana, come sarebbe stata in seguito ricordata, aprì però non solo una stagione di attentati, ma anche quella in cui la strategia della tensione contribuì a provocare una levata di scudi antifascista in difesa dei diritti dei lavoratori, delle donne, dei giovani e della Costituzione che avrebbe rafforzato notevolmente le ragioni dello scontro di classe e liberato istanze e forze prima apparentemente sopite.

Sarà un caso, ma il 12 dicembre di quest’anno un mondo politico asfittico, una classe dirigente in fuga dalle proprie responsabilità e una concezione dittatoriale del potere e dei rapporti tra cittadini e Governo hanno prodotto qualcosa di molto simile. In faccia a milioni di italiani (che hanno compattamente votato affinché il regime della corruttela bancaria e mafiosa, dello sfruttamento scellerato di una manodopera sottopagata e maltrattata e dell’esaurimento di qualsiasi risorsa ambientale ed economica ai fini della pura e semplice appropriazione privata se ne andasse per essere sostituito da un governo, almeno apparentemente, eletto democraticamente) il PD e il suo ciarliero segretario, un incartapecorito rappresentante delle istituzioni, una sua pallida ed insignificante controfigura, i rappresentanti nemmeno più tanto oscuri delle consorterie bancarie e massoniche oltre che i rimasugli di un europeismo che vive ormai soltanto nella rappresentazione mitologica e punitiva che ne viene fatta, hanno fatto scoppiare un’altra bomba. Forse di portata ancora peggiore e anche più dannosa.

Il Governo clone, più che fotocopia, del governo Renzi, nasce con già sulle spalle l’aumento dei morti sul lavoro, l’aumento delle vittime del disastro ambientale (dall’inquinamento di Taranto, Brescia e della Terra dei fuochi al dissesto idrogeologico fino al mancato rispetto delle norme anti-sismiche), l’aumento dei suicidi per fallimenti, perdita del posto di lavoro oppure dei risparmi di una vita; tutti causate dai suoi consimili negli ultimi cinque anni:
Oltre ad avere alle spalle un aumento della povertà che è stato del 141% negli ultimi dieci anni, più del doppio rispetto al 2005.1

Disagio, rabbia, stanchezza sono stati sicuramente il motore principale della fragorosa vittoria del No nel recentissimo referendum costituzionale. Hanno costituito la molla del poderoso calcio in culo con cui i lavoratori, i giovani, i disoccupati, le donne italiane hanno risposto all’arroganza del governo e dei suoi ducetti. Risultato che potrebbe raddoppiare con il referendum contro il job act che dovrebbe svolgersi questa primavera. Eppure una classe dirigente priva di capacità politiche, o fosse anche solo di “impresa”, ha voluto, cercato, imposto un’altra prova di forza. Più brutale e coatta di quel referendum che ha già virtualmente fatto saltare i denti dalla bocca di parecchi suoi imbonitori. Probabilmente per fare vedere davvero chi ha le palle, sia a livello nazionale che in Europa.

ministri-2016 Questa è infatti la narrazione che il segretario del PD Matteo Renzi vorrebbe dare ancora per vincente sia presso le congreghe europee che presso i suoi dissennati elettori. Poletti ancora al Ministero del Lavoro, la Boschi premiata con un innalzamento della sua funzione e del suo ruolo, Lotti ministro con varie deleghe alle nomine più delicate, Alfano passato dagli Interni agli Esteri per evitare la prossima valanga delle conseguenze delle menzogne e delle omissioni sul caso Shalabayeva e così via tutte le altre conferme indicano proprio questa strategia o, meglio, mancanza di strategia. Così come ogni atto dissennato del potere spesso rivela. Tanto da far rilevare che l’unica rimossa d’ufficio, la Giannini, con il pretesto che sarebbe stata la “buona scuola” (ma non era renziana la proposta?) a causare la vittoria del No, era l’unica ministra i cui dipendenti (gli insegnanti), secondo alcuni istituti di ricerca, avrebbero votato, anche se con una maggioranza risicata, principalmente per il Sì.

L’Eurostat, l’istituto di statistica dell’Unione europea, in un recente report ha rilevato che gli stipendi in Italia restano i più bassi dell’Europa occidentale e che peggio fanno solo Spagna e Portogallo, che però si possono consolare con un maggior potere d’acquisto.2 Ma il clone di Renzi in un discorso durato appena 17 minuti, in un’aula parlamentare semi-deserta, non ha nemmeno sfiorato l’argomento mentre invece ha confermato sostanzialmente tutti gli obiettivi del precedente governo e la volontà di rimanere in sella fino a quando il potrà contare su una risicata maggioranza di voti.

Bluffatori patentati che fingono di essere determinati, ma che in realtà, come tutti i rappresentanti di regimi autoritari, non possono far altro che ribadire la propria arroganza e la propria incoerenza travestendola di effimera progettualità (“Oggi dico una cosa e poi domani un’altra, tanto che differenza fa? Ho salde in mano le redini del potere!”). Uomini e donne di governo su cui sarebbe forse ora di indagare più approfonditamente per verificare da dove arriva , per esempio, l’autorevolezza di un ministro che rappresenta un partito da 2% dei voti oppure quella di un Ministro dedito “obbligatoriamente” alle infrastrutture (con altro vocabolario: alle grandi opere).

A tutto ciò gli italiani che hanno votato No il 4 dicembre sapranno ancora adeguatamente rispondere, non c’è dubbio. E magari anche con gli interessi. Mentre c’è da dubitare, piuttosto, che siano quelli che hanno cavalcato il fronte dello scontento a sapere o volere rispondere in maniera adeguata a questa provocazione. Giornalisti che rinunciano a girare il coltello nella piaga per non fare soffrire il governo appena insediato oppure leader politici che promettono generiche manifestazioni di piazza. Ma dove, quando, come: no, non lo dicono. Magari aspettando, con un po’ di sceneggiate da Aventino (Che, ricordiamolo, già non servì a un cazzo con Mussolini…figuriamoci adesso!), che gli animi sbolliscano per conservare il loro apparente stato di perenne opposizione. E di moderatori, si intende!

Certo le scuse possono essere molte: le scadenze europee (sempre quelle al primo posto); il salvataggio delle banche anzi della Banca più antica del mondo; la definizione della nuova legge elettorale….certo! Ma tutto ciò potrebbe essere fatto sotto l’occhio attento di piazze occupate, magari proprio nella capitale, da cittadini, lavoratori e giovani furiosi, incazzati e vigili.

Dietro al clone non c’è solo l’originale fiorentino con il suo cerchio magico. C’è l’Europa dei sacrifici e del taglio della spesa pubblica, dell’impoverimento generalizzato,3 del salvataggio degli interessi dei grandi speculatori e delle banche. Un’Europa imbottigliata nelle sue contraddizioni il cui tappo sta per saltare. Come i timori sollevati in Germania e Francia dalla sconfitta referendaria del Sì hanno ben dimostrato fin dal 5 dicembre.

grande-dittatore Oggi quelle forze si stanno giocando il tutto per tutto e non c’è molto da scegliere: occorre rovesciare il tavolo delle trattative e degli accordi, del bon ton e dei sorrisi sprezzanti, delle minacce sovra-nazionali e degli accordi internazionali. In gioco ci sono la sopravvivenza e il miglioramento o il peggioramento ulteriore delle condizioni di vita di decine di milioni di persone e questo governo è un baluardo davvero troppo debole per contenere l’ondata in arrivo.

Certo non ci sarà da andare troppo per il sottile: “se ci sarà, lui non ci sarò io” non è più un modo per ragionare del presente stato di cose. Oggi occorre costruire la più larga opposizione possibile a partire dal basso: dai movimenti di lotta come quello NoTAv ai centri sociali, dai sindacati di base a tutti i residui di opposizione che rimangono nei partiti e nei sindacati di ogni risma e a tutta la rabbia e l’insoddisfazione che si sono depositate nella società. E non importa se in alcuni casi il tutto potrebbe assomigliare ad una sorta di movimento dei forconi: saranno la determinazione di chi partecipa e le parole d’ordine e i programmi a scegliere chi dovrà porre un severo stop al ceto politico ed imprenditoriale parassitario che ci sta soffocando. E a determinarne la vittoria, elettorale e/o sociale, assediando i palazzi del potere in cui si sono arrogantemente, ma anche paurosamente e vilmente arroccati i nostri avversari.


  1. Secondo una recente inchiesta oggi 4,6 milioni di persone vivono nell’indigenza assoluta: quasi l’8% della popolazione residente in Italia. Basti pensare che erano poco meno di 2 milioni nel 2005 (il 3,3% del totale). Un incremento che non ha risparmiato nessuna area della penisola: al nord il numero dei bisognosi è addirittura triplicato. E’ il profilo degli effetti causati dalla crisi (economica e occupazionale) iniziata nel 2008. Ma il dato che emerge con prepotenza è che spesso il lavoro – per come si è configurato dopo la crisi – a volte non basta a mettere al riparo da ristrettezze e immiserimenti. Tra le famiglie operaie, ad esempio, il tasso di povertà è salito dal 3,9 all’11,7 per cento. Tuttavia gli oltre 22 milioni di occupati italiani non sono tutti lavoratori a tempo pieno. Per l’Istat è sufficiente un’ora di lavoro a settimana per essere considerati occupati. In diversi casi una situazione lavorativa precaria o part-time può essere il fattore scatenante di una condizione di povertà. Rispetto al decennio scorso, aumentano coloro che lavorano poche o pochissime ore a settimana: il numero di chi è occupato meno di dieci ore è cresciuto del 9% dal 2005, e salgono addirittura del 28% quelli che lavorano tra le 11 e le 25 ore. I lavoratori pagati con i voucher erano meno di 25mila del 2008, sono saliti a quasi 1,4 milioni nel 2015. Fino al 2011 non c’erano grandi differenze tra le varie fasce d’età, e i più poveri erano gli over 65 (circa 4,5% si trovava in povertà assoluta). La crisi, distruggendo posti di lavoro e riducendo le opportunità di impiego, ha capovolto questa situazione. In un decennio il tasso di povertà è diminuito tra gli anziani (4,1%) mentre è cresciuto nelle fasce più giovani: di oltre 3 volte tra i giovani adulti (18-34 anni) e di quasi 3 volte tra i minorenni e nella fascia tra i 35 e i 64 anni.
    Il numero di donne che vivono in povertà assoluta è più che raddoppiato tra 2005 e 2015, un andamento coerente con quello del resto della popolazione. Nel 2005 viveva in povertà assoluta il 3,5% delle donne, percentuale molto simile a quella di tutti i residenti in Italia (3,3%). Una quota che nel 2009 era salita al 4%, sia per le donne che per l’intera popolazione. Nel triennio successivo per le donne si arriva fino al 5,8%, per poi superare il 7% nel 2013, livello su cui si attesta anche nel 2015. Questo dato complessivo nasconde ulteriori situazioni di disagio sociale che riguardano in particolare il genere femminile. Cfr. qui 

  2. Cfr. qui 

  3. Sul piano dell’impoverimento fanno peggio di noi soltanto Germania, Estonia e Bulgaria, mentre ancora più ampio è il numero di persone a rischio povertà o esclusione sociale. In questo caso agli individui a basso reddito vengono sommati coloro che vivono in situazioni di grave privazione materiale oppure in famiglie a “bassa intensità di lavoro”. Secondo l’Eurostat, tra 2005 e 2015 la quota di popolazione a rischio povertà o esclusione sociale è passata dal 25,6% al 28,7 per cento. In tutta l’Unione europea, l’Italia ha registrato un peggioramento inferiore solo a quello di Grecia, Spagna e Cipro. Il rischio è cresciuto anche in Svezia e Germania. La quota di famiglie in povertà assoluta è quasi raddoppiata. Erano 819mila nel 2005, mentre oggi sono quasi 1,6 milioni, con un balzo dal 3,6 al 6,10%. Su 100 famiglie, 6 non possono permettersi un tenore di vita accettabile. Ma il disagio è ancora più vasto secondo altri indicatori: il 38,6% delle famiglie non può far fronte a spese impreviste (erano il 29% nel 2005). Sono aumentate del 65% quelle che non possono permettersi di riscaldare la propria abitazione e dell’81% quelle che non consumano pasti proteici almeno 3 volte a settimana. I nuclei familiari più in difficoltà sono quelli in cui la persona di riferimento è un operaio o è in cerca di occupazione. Le famiglie che dipendono da una persona che sta cercando lavoro in un caso su cinque non possono permettersi uno standard di vita accettabile. Come si diceva, tra le famiglie operaie il tasso di povertà assoluta è triplicato rispetto al 2005, passando dal 3,9% all’11,7% del 2015. È più che raddoppiata la probabilità di trovarsi in povertà assoluta se il capofamiglia è un lavoratore autonomo, mentre la stessa probabilità rimane contenuta per le famiglie dei colletti bianchi, anche se in proporzione, rispetto al 2005, anche per esse è aumentata di quasi dieci volte. Cfr. ancora qui 

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ALLARME BOMBA https://www.carmillaonline.com/2014/07/14/allarme-bomba/ Mon, 14 Jul 2014 17:48:18 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=16229 di Sandro Moiso bomba 1

La scorsa settimana, nell’arco di quattro giorni, per ben due volte la Procura della Repubblica di Brescia è stata sgomberata d’urgenza a causa di un allarme bomba. Non è la prima volta che questo accade, ma in questo caso il dispiegamento di mezzi, vigli del fuoco e forze dell’ordine è stato superiore alla norma, mentre le vie circostanti venivano chiuse al traffico e gli impiegati e il personale di servizio venivano a loro volta allontanati anche dal piazzale antistante l’edificio.

Oltre a tutto ciò, già di per sé [...]]]> di Sandro Moiso bomba 1

La scorsa settimana, nell’arco di quattro giorni, per ben due volte la Procura della Repubblica di Brescia è stata sgomberata d’urgenza a causa di un allarme bomba.
Non è la prima volta che questo accade, ma in questo caso il dispiegamento di mezzi, vigli del fuoco e forze dell’ordine è stato superiore alla norma, mentre le vie circostanti venivano chiuse al traffico e gli impiegati e il personale di servizio venivano a loro volta allontanati anche dal piazzale antistante l’edificio.

Oltre a tutto ciò, già di per sé in grado di suscitare allarme tra i presenti, sono state fatte circolare voci che attribuivano l’allarme ad una telefonata di avvertimento di stampo jihadista o No Tav.
Naturalmente nessuna bomba è esplosa o è stata ritrovata, ma l’idea che tutto ciò non fosse frutto di uno scherzo è sorta tra chi ha avuto modo di riflettere a freddo sull’avvenimento. Che naturalmente è stato subito accompagnato in rete da messaggi tipo: ”Ecco, oltre a rubarci il lavoro, adesso provano anche ad ammazzarci!”.

Ciò che ha aggiunto qualche sospetto, poi, sono state le rivelazioni, a distanza di circa quarantotto ore dalla seconda evacuazione, riguardanti un ampio articolo del sottosegretario con delega all’intelligence Marco Minniti, che sarà pubblicato sul prossimo numero della rivista Italiani europei diretta da Massimo D’Alema, cui hanno dato immediatamente spazio La Repubblica e RaiNews24.

Negli ultimi anni – spiega Minniti – si sta assistendo alla partenza dall’Europa di volontari, spesso indottrinati sul web, per i teatri di jihad così da “unirsi alla causa”. “Gli elementi di preoccupazione – prosegue il sottosegretario con delega ai servizi segreti e sicurezza – sono legati alla possibilità che questi soggetti, dopo essere entrati in contatto sul campo con gruppi qaedisti e aver acquisito specifiche capacità offensive, decidano di tornare in Occidente, Italia compresa, per attuare attacchi o creare filiere radicali1 .

Il fenomeno – aggiunge Minniti -, benché si presenti con maggiore incidenza in altri paesi europei, esiste anche in territorio nazionale, come reso evidente dalla morte in Siria, principale meta di dispiegamento per i «foreign fighters», di un cittadino italiano unitosi all’insorgenza islamista dopo un periodo di radicalizzazione. Nel contempo, profili di rischio sono legati anche a eventuali iniziative estemporanee in nome della cosiddetta ‘jihad individuale’ da parte di soggetti radicalizzatisi soprattutto sul web”2 .

Che gli avvenimenti in Medio Oriente, dalla Palestina all’Iraq e alla Siria, prima o poi possano ricadere sui paesi limitrofi a causa delle dissennate politiche filo-israeliane e di ingerenza perseguite dai paesi occidentali è possibile. Ma ciò che turba in quell’articolo è la continuazione. Infatti, secondo il sottosegretario resta “alta l’attenzione in Italia all’estremismo antagonista” sulle “rivendicazioni ambientaliste, sul diritto al lavoro e alla casa” sottolineando “la potenzialità dell’eversione di matrice anarco-insurrezionalista” capace di “infiltrare manifestazioni di dissenso, come la mobilitazione No Tav3 .

Ecco il nodo. La Corte Costituzionale ha appena invitato i PM di Torino a riformulare le loro accuse nei confronti di quattro militanti NoTav accusati di terrorismo che già il campo della propaganda tesa a criminalizzare ogni forma di lotta e di dissenso si allarga e si fa più manifesto, anche con l’arresto di altri attivisti NoTav con la stessa accusa e proprio nel giorno, 11 luglio, di uno di questi nuovi boatos.

Uno storico avversario della lotta di classe, Giulio Andreotti, era solito affermare che “a pensar male si fa peccato, ma quasi sempre ci si azzecca”. Ecco, appunto.
Vediamo perché si può pensare male, partendo proprio dall’allarme in quel di Brescia. Infatti, anche se non è dato sapere se nei giorni scorsi tali allarmi o evacuazioni siano avvenuti anche in altre città italiane, certamente Brescia potrebbe costituire, ancora una volta, un buon terreno per la strategia della tensione.

E’ la città con la più alta percentuale di immigrati rispetto alla popolazione residente, in Italia. Nonostante questo il leghismo ha subito sul territorio bresciano durissimi colpi e una certa qual solidarietà anche di stampo cattolico non ha mai smesso di manifestarsi sia in cittòà che in provincia. Proprio per questo la lotta per la casa è abbastanza sentita e rimane un’area di intervento importante per i giovani dei centri sociali.

E’ una città destinata, nei prossimi anni, ad essere sconvolta dai lavori per la realizzazione della nuova linea ferroviaria ad Alta Velocità che l’attraverserà per buona parte. Lavori che con gli espropri di terreni a l’abbattimento con le ruspe, in stile “israeliano”, delle case presenti sul tracciato hanno già sollevato tensioni e proteste. E, com’era logico aspettarsi, un rafforzamento dell’attenzione non solo giovanile nei confronti delle problematiche NoTav.

E’ una città al centro di una provincia ormai de-industrializzata in cui le statistiche ufficiali registrano ormai 130.000 disoccupati, di cui 21.100 soltanto in città.
I dati dell’osservatorio provinciale del mercato del lavoro, che fanno riferimento ai dati raccolti dai Centri per l’impiego, parlano di cifre da capogiro. Ci sono comuni come Castelcovati, Orzinuovi o Sirmione dove la disoccupazione raggiunge vette di 17, 14, 23 punti percentuali. Un quadro destinato a peggiorare secondo la Cgil di Brescia e Giorgio Bontempi, assessore provinciale al Lavoro. Nel complesso in territorio bresciano il dato della disoccupazione, secondo questi rilievi, supera il 20 per cento4 .

E’ una città, quindi, in cui il malcontento può ancora salire e allo stesso tempo, però, è ancora una città dove la strage del 1974 non ha mai trovato una risposta definitiva. Dove l’elenco dei colpevoli per Piazza della Loggia è ancora ufficialmente tutto da scrivere. E, anche se molti sono sicuramente già morti, potrebbero non mancare i degni eredi.

Ma se si sposta lo sguardo da Brescia al resto d’Italia ci si accorge che l’intera nazione è pronta per una nuova strategia della tensione.
Le carte buone, si fa per dire, sono state già giocate (Monti, Letta) ed hanno fallito. E’ rimasto il Governo dei cazzari: promesse vacue, fuffa, discorsi beceri in pseudo anglo-toscano.

Un governo che deve distrarre con giochi delle tre carte da quattro soldi perché non ha alcunché d’altro da offrire. Supportato da un’informazione sempre più simile ad un circo mediatico di equilibristi, nani e ballerine preoccupati soltanto di ingrassare all’ombra del regime piuttosto che di svolgere un corretto lavoro giornalistico.

Niente per i milioni di disoccupati. Niente per i giovani. Niente per i poveri integrali che, in cinque anni, sono passati in Italia da 2,4 milioni a 4,8 milioni.
Nessuna risposta per i giganteschi problemi ambientali e i danni alla salute che non si possono più tener nascosti. Dai tumori della Terra dei Fuochi e di Taranto fino a quelli del bresciano prodotti dall’inceneritore , dal PCB oppure dal cromo presente nelle acque “potabili”.

Mentre trionfano il ladrocinio, la truffa e la rapina travestiti da Grandi Opere che di grande avranno solo i danni e i debiti che lasceranno dietro di sé. Un debito pubblico, arrivato a maggio a 2.166 miliardi euro ed aumentato in un solo mese di 20 miliardi, che cresce al ritmo vertiginoso del 10% all’anno (grazie soprattutto ai titoli di stato orgogliosamente e irresponsabilmente ancora emessi e degli interessi pagati a favore delle grandi istituzioni finanziarie) mentre il PIL sale e scende tra + 0,1% e -0,1% su base annua.

Una politica ed un’economia indirizzate soltanto a sfruttare l’istante, la vendita di imprese, la fuga di capitali, l’abbassamento del costo del lavoro e l’annullamento di ogni sua garanzia a fronte dell’accaparramento di prebende e immunità a favore delle compagini politiche di ogni colore e stella. Una folle propensione a far vedere i muscoli, sia militarmente che diplomaticamente, là dove non si hanno nemmeno quelli, già miserabili, di Mussolini. Un paese corrotto, allo sbando, prossimo al commissariamento della troika europea, privo di qualsiasi opposizione reale che non sia quella sui territori e delle lotte locali.

Eppure, eppure…una soluzione la si può sempre trovare.
Perché non criminalizzare l’opposizione reale, le lotte, i movimenti e gli immigrati con un bel botto?
Per ora di carta e/o mediatico…poi si vedrà.


  1. Riportato in Terrorismo, l’allarme di Minniti: ”Jihadismo minaccia anche l’Italia”, La Repubblica, 13 luglio 2014  

  2. art. cit.  

  3. idem  

  4. Silvia Ghilardi, Lavoro, disoccupazione alta ma il mercato è dinamico, Il Corriere della Sera, 12 luglio 2014  

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Ben scavato vecchia talpa! https://www.carmillaonline.com/2013/05/31/ben-scavato-vecchia-talpa/ Thu, 30 May 2013 23:00:46 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=5914 di Sandro Moiso

mole 1

Più volte qui, sulle pagine di Carmilla, si è insistito sul fatto che esistono già, di fatto, due società contrapposte i cui interessi sono totalmente contrastanti e inconciliabili. Di fatto un doppio potere in cui uno dei due attori (quello che è stato definito per comodità il 99%), però, non è ancora cosciente della propria forza. Nell’apparente assenza di lotte sociali generalizzate e in mancanza di un chiaro indirizzo politico (partito formale) tale affermazione potrebbe apparire priva di fondamento. Eppure, eppure…

Eppure l’1% ha paura. E hanno paura i suoi [...]]]> di Sandro Moiso

mole 1

Più volte qui, sulle pagine di Carmilla, si è insistito sul fatto che esistono già, di fatto, due società contrapposte i cui interessi sono totalmente contrastanti e inconciliabili. Di fatto un doppio potere in cui uno dei due attori (quello che è stato definito per comodità il 99%), però, non è ancora cosciente della propria forza. Nell’apparente assenza di lotte sociali generalizzate e in mancanza di un chiaro indirizzo politico (partito formale) tale affermazione potrebbe apparire priva di fondamento. Eppure, eppure…

Eppure l’1% ha paura. E hanno paura i suoi servi. Tutti: ministri, politici, giornalisti, responsabili del disordine pubblico e magistrati asserviti. Fino ai gradi più bassi: pennivendoli, agenti delle forze del disordine, presidi e burocrati vari. Gli invisibili radar che ricoprono i loro corpi sono in allarme. Come fiere braccate avvertono il pericolo e reagiscono sfoderando armi, minacce e denti. A tutti i livelli e per qualsiasi motivo.

I rilevatori sismici nei palazzi del potere oscillano in continuazione, senza riuscire ad individuare chiaramente l’origine esatta del sisma in arrivo. A quale profondità stiano avvenendo i movimenti della tettonica sociale destinati, più che probabilmente, a sfociare in scosse politiche in confronto alle quali le lotte degli anni sessanta e settanta non potranno sembrare altro che allegre passeggiate e divertenti scampagnate. Un venticello primaverile in confronto ai tornado attuali sull’Oklahoma.

Infatti, non sarebbe possibile spiegare altrimenti l’accanimento con cui negli ultimi mesi, sempre più spesso, la repressione collettiva ed individuale abbia assunto un parossismo che,  se non fosse per i drammi individuali di chi è stato colpito dalla vendetta preventiva dell’apparato statale, potrebbe apparire addirittura farsesco. Così come sempre più farsesca appare la lotta di tutti contro tutti che agita, al di là delle apparenze, i vertici dello Stato, del Governo fantoccio e dell’Economia.

Stanno in piedi per miracolo e sono attaccati ai seggi parlamentari e ministeriali, letteralmente, con lo sputo e lo sanno. Tutti i passi sbagliati li hanno fatti e continueranno a farli, incapaci ed impossibilitati, allo stesso tempo, a correggere la propria traiettoria. Come la nave porta-container in avaria nel porto di Genova: destinata a schiantarsi su una torre di controllo molto mal costruita e insicura. Chiamatela Governo Letta se volete.

Accusano di terrorismo chiunque si ponga al di fuori della semplice e supina accettazione di ciò che è “già stato deciso”: da Caselli e Il Fatto Quotidiano che si avventano su Davide Grasso (reo dell’occupazione di un ufficio di una ditta coinvolta nella realizzazione del TAV in Val di Susa) all’esponente del PD piemontese Stefano Esposito che denuncia un giornalista e blogger No TAV (Fabrizio Salmoni, titolare del blog anti-TAV Maverick) come pericoloso eversore per aver definito i lavoratori che pur di lavorare accettano qualsiasi compromesso, in barba agli interessi sociali e di classe, “crumiri”.

Il neo-eletto segretario del PD accusa di tradimento chi non si allinea all’alleanza con Berlusconi, mentre il mummificato migliorista Emanuele Macaluso ricorda che Berlinguer e Togliatti non partecipavano ai cortei operai (dimenticando, però, di dire che all’epoca, stalinianamente, la CGIL-Fiom era considerata la cinghia di trasmissione delle posizioni del Partito all’interno della classe operaia). Urlano all’omicidio per l’annerimento di un escavatore e approvano i peggiori massacri sull’altra sponda del Mediterraneo.

Preparano leggi autenticamente fasciste per bloccare l’ascesa dei movimenti al Parlamento, ma si inchinano alle proposte del Pdl e alle leggi ad personam. Si preoccupano dell’Imu, sperando che il loro elettorato sia ancora composta da una classe media sempiterna e non si accorgono dell’impoverimento che ha colpito anche quella loro, unica classe di riferimento elettorale. Mentre il Presidente della Repubblica, tra un allarmato e sentito proclama e l’altro, recalcitra di fronte ai giudici di Palermo. Straparlano, si insultano sulle piazze e in Tv ma predispongono una legge per incarcerare chiunque oserà ancora contestare i comizi e qualsiasi altra manifestazione del carrozzone politico e mediatico.

Hanno svuotato le casse dello Stato e le tasche dei cittadini ed ora pietiscono miseria e misericordia davanti ai cerberi dalla Bundesbank e della UE. Promettono lavoro per i giovani, ma intanto preparano leggi per  abbassare ulteriormente il costo del lavoro e le pensioni pagate a chi ha versato i contributi per quarant’anni e più. Hanno svuotato le casse dell’INPS per pagare miliardi di ore di Cig, quando la FIAT lo riteneva necessario, e le pensioni e le liquidazioni d’oro di dirigenti abili solo a tagliare le teste dei dipendenti ed ora faticano a coprire le spese minime per gli esodati.

Hanno usufruito di ogni margine, legale ed illegale, per evadere le tasse ed avvalersi di benefit statali (cassa integrazione in deroga, finanziamenti, favori e commesse basate sulle peggiori corruttele), senza mai investire in ricerca e sviluppo ed oggi piangono sulla perdita di competitività, la cui causa è fatta ricadere, tra l’altro, interamente sulla classe operaia e i suoi diritti, conquistati a costo di dure e sanguinose lotte.

Si sono lanciati nelle più spericolate operazioni finanziarie, spesso sulla pelle di milioni di cittadini dei paesi meno sviluppati e dipendenti economicamente dall’Occidente, per ritrovarsi poi con un pugno di mosche in mano e come unica possibilità di salvezza, per le banche e i manager, quella di affamare i propri cittadini attraverso l’acquisto continuo di titoli di stato garantiti. Incrementando così sempre più il debito pubblico e la necessità di tagliare ciò che resta ancora dei servizi sociali, della sanità e dell’istruzione.

Hanno tagliato i fondi alla scuola pubblica ed oggi, mentre il candidato Presidente “di sinistra” Prodi esalta l’attribuzione dei finanziamenti pubblici alle scuole private cattoliche, i dirigenti scolastici perseguitano studenti e professori che si sono opposti alle ridicole ed inutili prove Invalsi. Così, mentre il bastone diventa sempre più grosso e minaccioso, si cerca di distrarre ancora il pubblico con l’offerta di una carota sempre più striminzita e marcia.

E’ stato detto, su queste pagine, tante volte: i margini di aggiustamento tra gli interessi della maggioranza dei cittadini e quella di chi governa la politica, le banche e l’economia non ci sono più o sono talmente ridotti da far sì che anche un compianto ed un recupero tardivo delle politiche keynesiane possa essere inutile e, tutto sommato, soltanto di facciata. Senza contare che anche quelle originali non avrebbero portato da nessuna parte se di mezzo non ci fosse stato il secondo conflitto mondiale.

Ma oggi non esiste nemmeno un governo forte di parte, la dittatura del capitale si affida ormai a rituali sciamanici che non funzionano più nemmeno televisivamente. Hanno sbagliato tutto, da anni e lo sanno. Prima con Berlusconi, la cui colpa maggiore non risiede, agli occhi del Capitale, nelle orge da puttaniere e nei probabili legami mafiosi, ma piuttosto nell’aver disvelato agli occhi dei cittadini, per primo e in maniera inequivocabile, i legami tra interessi privati degli imprenditori e politica.

Poi con Monti, che ha rivelato la profonda dipendenza dell’azione politica ed economica statale dagli interessi e soprusi della finanza internazionale, e con la ministra Fornero, che ha rivelato l’assoluta imbecillità dei provvedimenti presi dagli esperti e dai tecnici bocconiani. Ed in fine, come si era pronosticato su queste pagine, con la definitiva perdita di ogni tipo di maschera sociale e politica di sinistra da parte del PD-DS-PDS-PCI, dopo un risultato elettorale disastroso e il rinnovo di un patto di alleanza per il potere con un nemico tutt’altro che mortale.

Stop! Ce n’è davvero abbastanza per far dire: siete finiti su un binario morto, senza prospettive e senza futuro. Per voi e per la società che vi deve ancora sopportare. E non è certo Grillo a spaventare gli gnomi al governo. No, dopo le prove di conformismo ed imbecillità date dai parlamentari grillini e visto anche il programma elettorale sbandierato ultimamente dal comico genovese(taglio dell’Imu, referendum sul jus soli, referendum per l’uscita dall’euro, etc.), tutto sommato poco distante da quello delle destre, senza contare il recentissimo flop elettorale in occasione delle amministrative.

E non sono nemmeno le iniziative di tipo offensivo messe in atto sui territori occupati militarmente o altrove. Quelle al massimo sono pretesti, come i colpi di pistola e le reazioni viscerali e suicide di qualche disperato. No, fa più paura una classe operaia che va in piazza e spinge, anche confusamente, la Fiom a prendere sempre più le distanza, magari ancora solo strumentalmente, dal PD e dai vertici della CGIL. Fa paura il  non voto di milioni di cittadini e il loro progressivo e smagato distacco nei confronti delle sirene politiche e parlamentari. Fa paura l’organizzazione e la discussione che viene dal basso. Fanno paura l’incontro tra studenti ed operai in piazza Verdi a Bologna e lo sciopero interrazziale e spontaneo dei facchini. Fanno paura Anonymous e l’azione degli hacker, spesso giovanissimi, che infrangono i portali degli apparati di stato e dei loro segreti.

Fanno paura gli otto milioni e mezzo di cittadini che versano, secondo le ultime stime dell’Istat, in gravissime condizioni economiche (raddoppiati nel corso degli ultimi due anni), i 15 milioni di individui che versano in condizione di deprivazione e disagio economico, i due milioni e mezzo di giovani (tra i 15 e i 29 anni) che non studiano e non lavorano e i circa sei milioni di disoccupati cronici. Il capitale, insomma, ha paura di se stesso e delle conseguenze delle sue politiche.

Così il premier Enrico Letta è costretto a scrivere, in una lettera, al presidente del Consiglio della Ue, Herman Van Rompuy:  “Avere finanze pubbliche sane serve. Ma se l’Ue non è capace di intervenire per risolvere la disoccupazione, finirà per alimentare sentimenti di frustrazione e risentimento facendo crescere movimenti populisti ed antieuropei“.

Il potere accusa, condanna, denuncia, costringe alla latitanza decine di cittadini. Lo stesso potere che fa i salti mortali per nascondere verità sempre più evidenti, come quella che, forse, negli attentati a Falcone e Borsellino sono più coinvolti i servizi, tutt’altro che deviati, dello Stato che la mafia stessa. Lo stesso potere che si guarda intorno spaventato e vede pericoli ovunque. Tutto questo ha un nome: controrivoluzione preventiva. Ma, per nostra fortuna, Marx ci ha già spiegato  che là dove c’è necessità di un’azione controrivoluzionaria, sicuramente la Rivoluzione (sì, quella con la R maiuscola) è già all’opera. Anche al di là del sentire della classe direttamente interessata.

Così oggi occorre saper incassare, subordinare qualsiasi giovanile esuberanza ed intemperanza alla necessità di sviluppare organizzazione politica, sociale e sindacale sul territorio; dando la priorità alla  necessità di andare avanti nell’approfondimento del dibattito sulle prospettive di un movimento che non potrà essere altro che radicalmente anti-capitalista, ma senza rinunciare alla denuncia dei soprusi e delle ingiustizie e senza arretrare sul piano della decisa ed intransigente difesa delle idee, dei diritti sindacali e degli spazi di iniziativa politica e sociale .

Negli anni ottanta del XIX secolo Engels, che pur di barricate ed organizzazione militare se ne intendeva, esortava gli operai tedeschi a far fronte con determinazione alle leggi anti-socialiste di Bismarck e a preparare l’organizzazione politica e sociale per rovesciare la prassi dell’esistente modo di produzione,  senza cadere nella trappola dello scontro per lo scontro, sul  terreno scelto dalla borghesia. Tale indicazione vale, forse più, anche oggi.

La scossa sismica in arrivo non farà solo oscillare i rilevatori, ma ne frantumerà scale, vetri e lancette. Ma, forse, per giungere a ciò non saranno più necessari gesti romantici  come un’altra presa del Palazzo d’Inverno o qualche clamorosa, e facilmente sconfiggibile sul piano militare,  iniziativa insurrezionale: il destino di questo morente modo di produzione sarà quello di afflosciarsi ed accartocciarsi sulle proprie contraddizioni ed errori e non varrà nemmeno uno scoppio di petardo. Sarà solo allora che  il 99% potrà cogliere il frutto della sua azione di contrasto e procedere oltre.

Ma la rivoluzione va fino al fondo delle cose. Sta ancora attraversando il purgatorio. Lavora con metodo. Fino [ad ora] non ha condotto a termine che la prima metà della sua preparazione; ora sta compiendo l’altra metà. […]      essa spinge alla perfezione il potere esecutivo, lo riduce alla sua espressione più pura, lo isola, se lo pone di fronte come l’unico ostacolo, per concentrare contro di esso tutte le sue forze di distruzione. E quando la rivoluzione avrà condotto a termine questa seconda metà del suo lavoro preparatorio, l’Europa balzerà dal suo seggio e griderà: Ben scavato, vecchia talpa!” (K: Marx, Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, dicembre 1851 – marzo 1852)

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