disciplinamento – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 11 Jun 2026 19:53:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Paternalismo di Stato e governo della povertà https://www.carmillaonline.com/2022/06/13/paternalismo-di-stato-e-governo-della-poverta/ Mon, 13 Jun 2022 20:00:31 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=72364 di Sandro Moiso

Joe Soss, Richard C. Fording, Sanford F. Schram, Disciplinare i poveri. Paternalismo neoliberale e dimensione razziale nel governo della povertà, a cura di Sandro Busso e Eugenio Graziano, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2022, pp. 580, 32,00 euro

Il paternalismo aziendale, soprattutto a cavallo tra la seconda metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, costituì tutt’altro che una sorta di benevolo aiuto degli imprenditori ai loro operai e alle loro famiglie. In realtà costituì sempre e ha continuato a costituire, si pensi ad esempio alle politiche aziendali delle maggiori zaibatsu giapponesi, uno [...]]]> di Sandro Moiso

Joe Soss, Richard C. Fording, Sanford F. Schram, Disciplinare i poveri. Paternalismo neoliberale e dimensione razziale nel governo della povertà, a cura di Sandro Busso e Eugenio Graziano, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2022, pp. 580, 32,00 euro

Il paternalismo aziendale, soprattutto a cavallo tra la seconda metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, costituì tutt’altro che una sorta di benevolo aiuto degli imprenditori ai loro operai e alle loro famiglie. In realtà costituì sempre e ha continuato a costituire, si pensi ad esempio alle politiche aziendali delle maggiori zaibatsu giapponesi, uno strumento di contenimento delle lotte salariali dei lavoratori e una forma di ricatto, travestito da aiuto socio-economico e talvolta da vero e proprio progetto urbanistico, nei confronti dei dipendenti.

Basterebbe fare un giro negli ex-villaggi operai del Veneto un tempo caratterizzato dalla presenza dell’industria tessile, come quello di Schio in provincia di Vicenza realizzato tra il 1872 e il 1896 per volontà dell’imprenditore Alessandro Rossi, per rendersi facilmente conto del fatto che casette destinate alle maestranza, asili e scuole per i figli degli operai e delle operaie e altri servizi distribuiti al loro interno rispondessero sia alla necessità di contenere le richieste salariali, all’interno di un ambiente protetto in cui gli investimenti padronali in edifici, impianti e servizi avrebbero contribuito a incrementare sia il capitale dell’azienda che a formare la comunità proletaria secondo standard di convivenza borghese, e a porre il lavoratore in una condizione di sudditanza aziendale in cui il rischio del licenziamento, a seguito di azioni sindacali o altro, avrebbe fatto perdere allo stesso non solo il posto di lavoro, ma anche la casa, la scuola, l’assistenza sanitaria o altre forme assicurative. In fin dei conti si trattava di una sorta di riformismo padronale che, senza passare attraverso richieste sociali ed economiche di carattere politico-sindacale, cercava di anticipare oppure tarpare le ali a qualsiasi conflitto sul lavoro che potesse esondare su un piano più alto o radicale.

Non è affatto un caso che proprio il Fascismo, ancor prima del keynesismo applicato nella gestione dell’economia privata e pubblica, sia stato il portatore di una sorta di paternalismo statale in cui a fianco di nuove forme di organizzazione ricreativa dei lavoratori, l’istituzione dell’INAIL, di un differente sistema assistenziale e pensionistico e dell’intervento sull’urbanistica per far fronte alla crisi degli alloggi oltre che di facilitazioni per gli enti che si occupavano di realizzarne (tra i quali l’Istituto Case Popolari, creato a Roma già nel 1903, o l’Unione Edilizia Nazionale o l’Istituto Nazionale Case Impiegati dello Stato, l’IFACEP o altri ancora) tanto sul territorio metropolitano quanto su quello coloniale, i lavoratori avrebbero dovuto rassegnarsi a salari progressivamente ridotti nel loro valore di acquisto e ad iscriversi a sindacati che non fossero quelli istituzionali fascisti. Senza contare la necessaria rinuncia, pena il licenziamento e la condanna al carcere o al confino, ad ogni tipo di opposizione politica al regime.

I provvedimenti fascisti portavano alle estreme conseguenze sia le politiche di paternalismo aziendale che avevano caratterizzato tanta parte del capitalismo industriale italiano, e non solo, sia il punto di approdo di tutte quelle politiche riformistiche che avevano usato parole d’ordine “socialiste” per far sì che gli ideali sociali e politici di cui il socialismo delle origini era stato portatore si ribaltassero nel loro contrario, ovvero nel mantenimento della stabilità sociale contrapposto a qualsiasi programma rivoluzionario ed eversivo, in cambio del classico “piatto di lenticchie”.
Da quell’epoca, ma soprattutto dal secondo dopoguerra in poi, tali politiche, declinate secondo le differenti esigenze dei singoli capitalismi nazionali, assunsero la forma del welfare state e del welfare system.

Ma perché dilungarsi tanto in un excursus sulle forme del paternalismo aziendale e sulle origini del welfare state per introdurre una ricerca che, invece, costituisce uno studio sul governo della povertà e della differenziazione razziale, come quello appena edito da Mimesis nella sempre interessante collana “Cartografie Sociali”?
Ce lo spiegano, indirettamente, i due curatori in apertura dello stesso testo:

Perché proporre oggi, a dieci anni dalla sua uscita negli Stati Uniti, un’edizione italiana del volume di Soss, Fording e Schram, “Disciplinare i poveri”? In fondo, almeno a un primo sguardo, non c’è nulla di particolarmente nuovo nel riconoscere il carattere disciplinante delle politiche di contrasto alla povertà e più in generale di welfare. Tuttavia, se è vero che questo aspetto è tutt’altro che sconosciuto alle scienze sociali, lo sviluppo e l’acquisizione di uno statuto autonomo da parte dei cosiddetti poverty studies si sono paradossalmente accompagnati a una progressiva marginalizzazione di questa prospettiva, nel quadro di un processo di restringimento dello spazio discorsivo di cui proveremo a dar conto nelle pagine che seguono. Il dibattito italiano, a cui il volume si rivolge, non fa eccezione a questo trend generale. Anzi, le recenti trasformazioni nell’assetto delle politiche di contrasto alla povertà, con l’avvento delle attese (e discusse) misure nazionali di reddito minimo, sembra aver dato un ulteriore impulso ad una riflessione strettamente policy oriented, che si concentra sull’impatto e sull’efficacia dell’intervento pubblico più che metterne in discussione i presupposti (uno su tutti quello della condizionalità degli interventi) o la logica meritocratica. In questo senso, ridare energia a un dibattito sopito, seppur non del tutto assente, sulla natura disciplinante delle politiche di sostegno al reddito e di attivazione appare quanto mai opportuno. Rompere i confini dello spazio discorsivo è dunque a nostro avviso il principale contributo che il volume può, e vuole, dare al dibattito. Accendere i riflettori sul “lato oscuro” delle politiche di contrasto alla povertà, è bene chiarirlo fin dal principio, non significa predicarne tout court la nocività o auspicarne la dismissione. Piuttosto, l’intento è quello di allargarne la rappresentazione includendo quei tratti che non possono essere derubricati a meri “effetti collaterali”, ma che sono da annoverare tra i possibili, sebbene non sempre esplicitati, obiettivi di policy1.

In fin dei conti

attraverso il tempo e lo spazio, il problema di garantire l’acquiescenza di una parte della popolazione considerata sgradevole e potenzialmente pericolosa è sempre stato ben noto ai governanti, e conseguentemente messo al centro delle ricostruzioni storiche dell’evoluzione delle politiche rivolte alla povertà, a partire dal medioevo e attraverso l’analisi di passaggi cruciali come le Poor Laws2.

Ciò vale tanto per il proletariato di fabbrica, quanto per gli strati marginali e più poveri della società, territori magmatici in cui l’apparente acquiescenza ad una condizione data può nascondere una inconscia e imprevedibile capacità di rivolta e rovesciamento, anche se spesso momentaneo, dell’ordine sociale dato. Non a caso infatti il testo mette in relazione, per quanto riguarda la società statunitense, le politiche neoliberali destinate alla povertà con quelle di carattere razziale di una società in cui ancora troppo spesso le linee di demarcazione tra le classi assumono anche quelle del “colore”.

Proprio la società schiavista, e in particolare quella statunitense dei secoli XVIII e XIX , costituisce un esempio perfetto di paternalismo, nel momento in cui il “padrone” deve prendersi cura dei suoi schiavi per impedirne sia la perdita di valore e redditività produttiva, sia la rivolta e la fuga. Due aspetti entrambi determinati da eccessi di risparmio sulla spesa di mantenimento che di violenza nei confronti dei sottoposti.

Quel paternalismo, come vedremo tra poco, ha esercitato la sua influenza fino al XX secolo e su quello attuale di stampo neoliberale, proprio attraverso un progetto di moralizzazione della vita individuale e sociale delle comunità afroamericane e/o povere che affondava le sue radici nel progetto di conversione degli schiavi alle norme della religione cristiana dei “padroni bianchi”.

Il modello di governo della povertà oggi non rappresenta la rottura netta con il passato che molti osservatori immaginano, ma al contempo è più di un semplice riciclaggio di vecchie tattiche. Per molti aspetti si pone in continuità con una lunga storia che vede in epoca contemporanea la mitigazione della povertà come meccanismo per regolare i poveri. Il sistema attuale ha fatto sue una serie di strategie di lungo corso finalizzate a promuovere il lavoro, soprattutto attraverso la riduzione e stigmatizzazione del welfare. Si tratta del nuovo capitolo di una lunga storia, fatta di campagne moralistiche per “migliorare” i poveri e, come evidenziato dal lavoro di ricerca di storiche femministe, di tentativi di regolare il genere, la famiglia e la sessualità. Al di là del carattere di novità rivendicato dai suoi proponenti, il “nuovo paternalismo” ha una sorprendente somiglianza con le precedenti forme di paternalismo, tra cui le ideologie sottese alle case popolari ottocentesche, alle agenzie di outdoor relief e ai scientific charity movement. Anche gli ambiti di intervento enfatizzati nella politica della povertà oggi – lavoro, sesso, abuso di sostanze, matrimonio, educazione dei figli etc. – fanno eco ai principali obiettivi delle precedenti crociate per elevare e normalizzare i poveri3.

Il governo della povertà, con tutte le iniziative ad esso associate continua così, pur nella diversità dei tempi e dei codici applicati, ad operare non solo come una forma di controllo sociale, ma anche come disciplinamento e regolamentazione del lavoro.

La promozione del lavoro continua a essere perseguita,, attraverso il tentativo di rendere qualsiasi sussidio meno accessibile e allettante rispetto ai peggiori posti di lavoro disponibili. Le procedure amministrative di concessione dei sussidi pubblici rimangono radicate in rituali durkheimiani che scoraggiano e stigmatizzano la fruizione del sussidio stesso, tanto che gran parte della riforma del welfare oggi può essere interpretata proprio come un classico caso di “contrazione dei sussidi”. Screditando e scoraggiando l’accesso ai sussidi, si costringono di fatto lavoratori disperati ad accettare i peggiori lavori per il più misero salario4.

La continuità con il passato emerge però anche nel progetto di inclusione civica che informa ogni forma di paternalismo, compreso quello di stampo neoliberale.

Nel corso della sua storia, il governo della povertà è stato oggetto di visioni contrastanti della civitas – chi siamo e cosa rappresentiamo, chi deve essere incluso e a quali condizioni, cosa ci meritiamo e cosa dobbiamo l’uno all’altro. Allo stesso modo, i programmi per i poveri sono stati tradizionalmente organizzati per promuovere specifiche concezioni di cittadinanza prevalenti in una distinta epoca, compresi i pregiudizi razziali, di genere e di classe che le sottendevano. Come generazioni di riformatori prima di loro, i paternalisti neoliberali hanno sostenuto che un’inclusione civica efficace può essere realizzata solo costringendo i poveri a confrontarsi con una più esigente e adeguata “definizione operativa della cittadinanza” […] A questo proposito, il paternalismo neoliberale può essere interpretato come un palese e ambizioso sforzo di rimodellare i modi in cui la gente povera pensa e si autodisciplina. Eppure, neanche questo aspetto è distintivo esclusivamente dell’epoca attuale, in quanto il governo della povertà ha sempre comportato qualcosa di più di un semplice sforzo per costringere i poveri ad adottare i comportamenti desiderati, indipendentemente dalla loro volontà. Il suo obiettivo più ambizioso, oggi come ieri, è quello di trasformare i poveri in nuovi soggetti che si governeranno da soli secondo le modalità desiderate. Il governo della povertà continua oggi a operare come “mezzo tecnico per la formazione e il rimodellamento dei comportamenti”, e rappresenta pertanto un tentativo di riconfigurare i modi in cui la gente povera sceglie liberamente di comportarsi5.

Se questa interpretazione dovesse, agli occhi di qualche lettore, apparire forzata ed eccessivamente negativa, sarebbe allora opportuno ricordare come anche in pieno New Deal, apparente “epoca d’oro” della collaborazione “positiva” tra capitale, lavoro e Stato in funzione para-riformistica, le cose non funzionassero troppo diversamente.

Il programma Aid to Families with Dependent Children (AFDC), terminato nel 1996, è iniziato con il nome di Aid to Dependent Children (ADC) nel 1935, come provvedimento minore del Social Security Act. La legge del 1935 stabilì un sistema di assistenza sociale a due livelli, differenziati in termini di utenza secondo divisioni di classe, razza e sesso, con programmi di assicurazione sociale gestiti a livello federale e programmi di assistenza pubblica per i poveri amministrati a livello statale e locale. I programmi di assicurazione sociale erano di fatto riservati alle famiglie dei lavoratori maschi bianchi, in quanto escludevano le categorie lavorative che statisticamente includevano un gran numero di donne e neri – il lavoro domestico, agricolo e nelle charities. Le famiglie povere con capofamiglia donna e gli americani non bianchi venivano di conseguenza dirottati sui programmi di assistenza pubblica. Lo status sussidiario del programma ADC rappresentava il riflesso delle gerarchie civiche prevalenti elaborate su base razziale. La legge del 1935 aveva consolidato un particolare “assetto della questione sociale”, dando la priorità civica al “capofamiglia maschio e alla famiglia dipendente dai suoi guadagni”, partendo dal presupposto che “lo stato-nazione [fosse] l’arena appropriata” di protezione sociale per questi “cittadini in piena regola”. L’esclusione dai programmi nazionali di assicurazione sociale da una parte rifletteva e dall’altra istituzionalizzava de facto la posizione civica subordinata delle donne e delle minoranze6.

Il governo della povertà è sempre stato uno strumento di assimilazione e regolazione dei gruppi emarginati, ma l’emarginazione stessa non ha una relazione statica con la razza, la classe, il genere o le altre categorie di differenziazione sociale. Le dimensioni della stratificazione sociale si intersecano per dare forma al governo della povertà in modi storicamente situati perché, in ogni epoca, operano in modo diverso per definire i termini di appartenenza alla società, posizionare i gruppi in relazione alle istituzioni sociali e sottoscrivere le nozioni prevalenti di obbligo e merito. Consideriamo, per esempio, i modi complessi in cui le costruzioni razziali si intrecciavano con la classe, il genere e la cittadinanza nelle prime fasi di sviluppo dello stato sociale americano “a due livelli” dell’assicurazione sociale e dei programmi di assistenza pubblica. Il primo passo verso la protezione sociale per gli uomini, ossia la creazione delle pensioni per i reduci della Guerra Civile alla fine del XIX secolo, avvenne in un’epoca in cui l’idea di supremazia bianca permeava la vita sociale e pubblica degli Stati Uniti. L’integrazione del soldato nell’apparato militare dello stato, marcatore centrale del contributo civico maschile, legittimò però l’estensione delle protezioni sociali oltre la linea del colore, cosicché oltre 180.000 veterani afroamericani dell’Unione vennero ritenuti idonei ai sussidi federali esattamente quanto le loro controparti bianche. Per quanto riguarda la questione di genere, il sistema di sussidi statali per le madri (Mothers’ Pension) – creato all’inizio del ventesimo secolo – rifletteva una miscela ancora più complessa di dinamiche razziali. I sussidi alle madri erano infatti il frutto dell’epoca progressista, finalizzati a ridurre il numero di bambini bianchi che venivano messi negli orfanotrofi perché le loro madri povere non potevano prendersi cura di loro. I riformatori che si batterono per la concessione di questi sussidi lo fecero attingendo a retoriche basate sull’idea di maternità repubblicana, per cui le donne erano detentrici dello specifico dovere (e diritto) civico di crescere e prendersi cura della prossima generazione di cittadini. Non sorprende che tale retorica, rispecchiando le coordinate razziali di appartenenza civica prevalenti all’epoca, immaginasse come madri della Repubblica americana le donne bianche. Il sostegno alle madri (bianche) faceva parte della battaglia contro la “morte della razza” davanti alla minaccia importata dalle crescenti file di immigrati “non bianchi”. I sussidi per le madri venivano di solito negati alle donne nere e latinoamericane, da una parte perché erano ritenute immeritevoli e dall’altra perché la loro esclusione rafforzava il prestigio del programma in quanto sostegno destinato alle “buone madri”. “I gruppi oggi considerati minoranze ricevevano solo una minima parte degli aiuti alle madri. A Los Angeles, i messicani furono esclusi dal Mothers’ Pension in base al fatto che il loro background inferiore rendeva troppo probabile la possibilità di un abuso nell’utilizzo del sussidio. A volte le minoranze erano escluse dai programmi; altre volte i programmi non venivano istituiti in località con un’ampia popolazione appartenente alle minoranze”. Sussidi come il Mothers’ Pension servirono anche per veicolare politiche razziali che enfatizzavano l’integrazione civica, promossi dai riformatori come efficace strumento per “americanizzare” le famiglie di immigrati polacchi, irlandesi, tedeschi e italiani, gruppi che all’epoca erano considerati “non bianchi” e che alla fine costituivano un numero sproporzionato di beneficiari7.

La ricerca di Soss, Fording e Schram, troppo ampia e dettagliata per essere riassunta fedelmente in sede di recensione, si rivela dunque duplicemente stimolante, non soltanto nel delineare le caratteristiche del neo-paternalismo neoliberale odierno, ma anche nel tracciare la storia dell’evoluzione sociale e politica di un pensiero e di formule di governance che sia a destra che a sinistra, in ambito repubblicano o democratico, liberal o tory, hanno sempre avuto la prioritaria funzione di privare gli strati inferiori della società di qualsiasi padronanza del proprio destino, attraverso il mantenimento di una specifica identità (nazionale, razziale, di genere e/o di classe) in nome di un superiore e ben identificabile interesse, interamente normato dalle necessità dello sviluppo del capitale nazionale e internazionale.

Estremamente documentata e ampia la ricerca è accompagnata nell’attuale edizione da un aggiornamento redatto dagli autori (intitolata Disciplinare i poveri: ieri e oggi, pp. 511-536) e da un utile glossario curato da Irene Fattacciu e Eugenio Graziano, oltre che da un’appendice di Antonella Meo (dal titolo La povertà e il suo contrasto in Italia: il disciplinamento come chiave analitica, pp. 537-569) che serve ottimamente a ricollegare il discorso condotto dagli autori americani alle azioni messe in atto nel nostro paese in termini di sostegno dei redditi fino all’attuale reddito di cittadinanza e alle pratiche di infantilizzazione degli utenti dello stesso attraverso una definizione, contenuta nel decreto attuativo del 2019 «dell’elenco delle spese ammesse e di quelle vietate con il RdC, [in cui] l’idea che gli acquisti dei poveri debbano seguire una certa morale, e che la carta elettronica trovi giustificazione nella possibilità che offre di tracciare e controllare le spese, è ancora radicata8.


  1. Sandro Busso, Eugenio Graziano, GUARDARE OLTRE LE POLICY Un contributo al dibattito sulla povertà, in Joe Soss, Richard C. Fording, Sanford F. Schram, Disciplinare i poveri. Paternalismo neoliberale e dimensione razziale nel governo della povertà, a cura di Sandro Busso e Eugenio Graziano, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2022, p.9  

  2. ivi, p.10  

  3. Joe Soss, Richard C. Fording, Sanford F. Schram, Disciplinare i poveri. Paternalismo neoliberale e dimensione razziale nel governo della povertà, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2022, p. 41  

  4. op. cit., p. 42  

  5. Ibidem, pp. 42-43  

  6. ibid, pp. 110-111  

  7. ibid., pp.108-109  

  8. Antonella Meo, La povertà e il suo contrasto in Italia: il disciplinamento come chiave analitica, p 560  

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I ratti dell’immaginario https://www.carmillaonline.com/2021/04/21/i-ratti-dellimmaginario/ Wed, 21 Apr 2021 21:00:20 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=66087 di Redazione

Dedicato a Giovanna e a tutti coloro che subiscono ma, ancora, resistono

Prima li sentivamo muoversi nei muri, come i topi del celebre racconto di H. P. Lovecraft, poi hanno iniziato a muoversi per le stanze di casa e per le vie delle città e oggi sono venuti allo scoperto rivelandoci tutto l’orrore di questa società che si sarebbe voluto tener nascosto dietro a pareti di discorsi democratici, progressisti e green moltiplicati e riproposti all’infinito dai media.

Si sono presentati così, a volto scoperto con la scusa della pandemia e dei provvedimenti di urgenza, con i Dpcm, con [...]]]> di Redazione

Dedicato a Giovanna e a tutti coloro che subiscono ma, ancora, resistono

Prima li sentivamo muoversi nei muri, come i topi del celebre racconto di H. P. Lovecraft, poi hanno iniziato a muoversi per le stanze di casa e per le vie delle città e oggi sono venuti allo scoperto rivelandoci tutto l’orrore di questa società che si sarebbe voluto tener nascosto dietro a pareti di discorsi democratici, progressisti e green moltiplicati e riproposti all’infinito dai media.

Si sono presentati così, a volto scoperto con la scusa della pandemia e dei provvedimenti di urgenza, con i Dpcm, con i lacrimogeni sparati in faccia a chi si oppone ai loro devastanti e inutili progetti, con la criminalizzazione dei lavoratori in lotta, con la distribuzione di anni di reclusione o di sorveglianza speciale per chi si ostina a battersi contro le miserie dell’esistente e, per finire in “gloria”, con generali in pompa magna che vorrebbero farci credere di essere al servizio della società e della “nostra” salute.

Negano l’evidenza della gestione fallimentare della pandemia e dell’esistente, negano o ignorano l’assoluta dipendenza di ogni loro decisione dalle necessità immediate o future del capitale, rovinano le mezze classi fingendo di rappresentarle e si accaniscono sui lavoratori salariati e i giovani in una epocale trasformazione del lavoro e della distribuzione che lascerà sul campo milioni di disoccupati oppure di lavoratori destinati a compiti sempre più umili, non garantiti e sottopagati.

Per fare ciò, però, non possono accontentarsi di disciplinare la società e il lavoro ma, come si è già detto su queste pagine (qui) devono anche riuscire a reprimere e disciplinare ogni aspetto dell’immaginario, individuale o collettivo.
Per raggiungere questo obiettivo hanno dovuto andare oltre i limiti della normale produzione di narrazioni tossiche cui ci hanno abituato da tempo le fake news sistemiche e di Stato; hanno superato i limiti di una produzione culturale mainstream, contro cui questa rivista si batte ormai da molti anni poiché ritiene l’immaginario un campo di battaglia fondamentale per la definizione del nostro futuro, e hanno iniziato a porre severi limiti alla libertà di immaginare, in ogni sua forma ed espressione.

In tale ipotesi la libertà d’opinione sarà definitivamente seppellita e si potrà essere liberi di immaginare soltanto se si immaginerà ciò che il Capitale e lo Stato riterranno utile e proficuo immaginare. La capacità di immaginazione sarà trasformata in reato della mente, in associazione a delinquere del desiderio e dovrà essere rigidamente controllata da una sorta di polizia politica dei sogni.

Nemmeno George Orwell con 1984 era giunto a tanto e anche Ray Bradbury, con il suo Fahrenheit 451, era tutto sommato rimasto ancorato ai roghi di libri già visti tante volte nella storia. Tentativi messi in atto, anche in tempi recenti, per cancellare la memoria del passato e la sua cultura.
Oggi invece si vuole cancellare il futuro e la capacità di immaginarlo insieme al presente.
Presente e futuro che devono certamente preoccupare molto, se non addirittura spaventare, gli attuali signori della guerra economica, sanitaria e psichica per farli giungere ad una pratica che forse solo Philip K. Dick aveva saputo adeguatamente descrivere in alcune sue opere.

Disciplinare la mente significa disciplinare l’immaginario, mentre immaginare significa, il più delle volte, anticipare. Ecco allora che ciò che viene messo in atto oggi, anche attraverso l’operato della magistratura, è proprio questo: il tentativo di negare il futuro o un’immagine altra del presente.
Sia ben chiaro: si tratta di una partita per la vita e per la morte di un presente oscurantista che per rendersi eterno deve uccidere sul nascere qualsiasi ipotesi altra. Anche se presente soltanto in un romanzo.

Come è accaduto nel caso di Marco Boba, al quale va la piena solidarietà di tutta la redazione di Carmilla, che sembra esser precipitato in una dimensione degna dell’Inquisizione tardo medievale, poiché dopo una condanna in primo grado a quattro anni di detenzione per “incendio volontario” a seguito dei frammenti da fuoco d’artificio caduti su un capannone interno al carcere torinese delle Vallette, durante una manifestazione di protesta al suo esterno nel febbraio del 2019, è anche diventato oggetto di un provvedimento di sorveglianza speciale proposto nei suoi confronti, a causa del suo romanzo Io non sono come voi edito nel 2015 dalla cooperativa editoriale Eris di Torino. Infatti, come si afferma nel comunicato della casa editrice:

Giovedì 1 aprile è successa una cosa molto grave, e prima di parlarvene abbiamo voluto prenderci qualche giorno per riflettere. Scusate la lunghezza, ma in certi casi ogni parola è importante.
A un nostro autore, Marco Boba, è stata notificata da parte della Questura e della Procura di Torino una richiesta di sorveglianza speciale. Sino a qua, purtroppo, niente di straordinario. Negli ultimi anni questa misura preventiva molto pesante è stata richiesta e applicata più volte a militant* e attivist* di tutti i movimenti. Per chi non fosse avvezzo, la sorveglianza speciale consiste in un insieme di regole e divieti che vanno a colpire la persona nella propria quotidianità a causa di quella che viene definita “pericolosità sociale”, quindi è un provvedimento che colpisce le persone al di là di uno specifico fatto ma per un “comportamento generale”1.
Quello che noi troviamo davvero pericoloso e allarmante è che all’interno di questa richiesta di sorveglianza speciale sia stato inserito il romanzo –Io non sono come voi– che Marco ha pubblicato con noi nel 2015 come aggravante e/o prova. Anzi, il fulcro di questa prova nello specifico è la frase che noi come editori abbiamo scelto di mettere nel retro di copertina: «Io odio. Dentro di me c’è solo voglia di distruggere, le mie sono pulsioni nichiliste. Per la società, per il sistema, sono un violento, ma ti assicuro che per indole sono una persona tendenzialmente tranquilla, la mia violenza è un centesimo rispetto alla violenza quotidiana che subisco, che subisci tu o gli altri miliardi di persone su questo pianeta.» Una frase che dice il protagonista del libro in un dialogo. Una frase che come sempre estrapoliamo dal romanzo per far capire a chi si ritroverà il libro in mano qual è il cuore della storia, il mood, l’atmosfera, lo stile narrativo.
Parliamo di un romanzo di finzione, con un protagonista di finzione. Il romanzo è scritto in prima persona, al presente, scelta tra l’altro fatta non in origine dall’autore, ma dopo un lungo confronto tra autore ed editore. Editing, normale editing.
Che il romanzo sia di fantasia tra l’altro è dichiarato sin da subito, nella sinossi presente nell’aletta che si discosta totalmente dalla biografia dell’autore e in due pagine esplicative finali.
Non basta lo sfondo, il contesto, l’ambientazione, per decidere che un romanzo è autobiografico. I fatti principali che costituiscono la trama e il motore principale della narrazione sono chiaramente inventati, di finzione.
Ecco, a noi sembra davvero pericoloso che una finzione possa diventare una prova, che il dialogo di un personaggio di un romanzo possa diventare una prova, che le opinioni o le azioni di un personaggio di finzione possano diventare una prova, che una frase scelta dall’editore, per promuovere al meglio un libro, possa diventare un’aggravante e che una questura o una procura si possano occupare di una materia che dovrebbe restare appannaggio di chi fa critica letteraria.
In questi anni più volte si è invocato il reato d’opinione. Dalla vicenda di Erri De Luca, assolto dall’accusa di istigazione a delinquere per essersi espresso a favore dei sabotaggi contro la Tav, alla studentessa accusata di aver partecipato attivamente a delle azioni No Tav solo per aver utilizzato il “noi partecipativo” nella sua tesi di laurea in Antropologia culturale sul movimento stesso.
Ma ci sembra che a questo punto non stia diventando illecito solo avere un’opinione, ma anche il puro e semplice immaginare. Una società in cui non solo si paga per le proprie opinioni, ma addirittura per le opinioni o le azioni dei propri personaggi d’invenzione sarebbe la trama perfetta per un romanzo distopico. Ma per qualcuno, invece, è la realtà, perché sta accadendo.

Per Marco Boba, militante anarchico di lunga data, scrittore, occupante di case ed ex-redattore di Radio Black Out, il pm erede dell’operato anti-movimentista del duo Rinaudo e Padalino ha richiesto un provvedimento di sorveglianza speciale della durata di due anni basato, incredibilmente, su prove costituite non soltanto da una frase tratta dalla quarta di copertina del romanzo edito da Eris, come è stato detto già prima, ma anche da una recensione on line del libro stesso, oltre che dalla cattiva condotta suggerita dalla più che discutibile condanna precedentemente inflittagli nel primo grado di giudizio.

Sembra così, nell’operato della giustizia torinese, che la fantasia sia davvero andata al potere, visto che fantasiosi rappresentanti della magistratura perseguono reati di immaginazione, utilizzando qualsiasi forma o applicazione dell’immaginario per tarpare le ali non solo a quella che in tempi ormai lontani si sarebbe definita creatività, ma ad ogni forma di movimento dalle caratteristiche anti-sistemiche o antagoniste.

Dilungarsi ulteriormente su un episodio che più che appartenere ad una dialettica viva e reale tra le forze e le classi sociali potrebbe essere stato tratto da una farsa di Totò e Peppino, non sarebbe necessario se l’utilizzo a buon mercato e a largo raggio della sorveglianza speciale, accompagnato da accuse fantasiose, non fosse diventato pratica corrente nei confronti dei militanti NoTav, di coloro che come Eddi hanno combattuto per la libertà del Rojava oppure per gli anarchici cagliaritani e le giovani donne giunte da poco alla militanza antagonista, com’è successo recentemente a Firenze.

Vorremmo poter dire di questa giustizia fai da te, di questi apparati repressivi, dello Stato e dei governi imbelli, non ragionar di lor ma guarda e passa, ma l’unica cosa che possiamo invece affermare in questo momento e in solidarietà con tutti coloro che da questi provvedimenti e dalle violenze sono ormai quasi quotidianamente colpiti è che anche noi non siamo come voi e che molti ancora si aggiungeranno alle nostre fila, poiché il vostro operato sta proprio lavorando in quella direzione.

Grazie dunque a tutti coloro che, nel tentativo di ingabbiare e portarci via il nostro immaginario, faranno sì che questo diventi sempre più forte, chiaro, potente e condiviso.


  1. Per un approfondimento su pericolosità sociale e sorveglianza speciale si veda qui  

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Il piacere e la colpa https://www.carmillaonline.com/2020/12/08/il-piacere-e-la-colpa/ Mon, 07 Dec 2020 23:01:43 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=63658 di Gioacchino Toni

«La storiografia ci ha insegnato, a partire dagli studi oramai classici di Michel Foucault e George Mosse, che la sessualità è un elemento attraverso il quale comprendere il funzionamento dei fenomeni storici: le rappresentazioni culturali, il rapporto dell’uomo con la scienza e quello con la natura, le politiche sociali. Lo studio della sessualità ha permesso di agevolare la comprensione di temi essenziali, collocata com’è all’incrocio tra il vissuto intimo del corpo e lo spazio delle relazioni intersoggettive, oggetto di attenzione politica e investimento istituzionale, di normazione morale e giuridica. La [...]]]> di Gioacchino Toni

«La storiografia ci ha insegnato, a partire dagli studi oramai classici di Michel Foucault e George Mosse, che la sessualità è un elemento attraverso il quale comprendere il funzionamento dei fenomeni storici: le rappresentazioni culturali, il rapporto dell’uomo con la scienza e quello con la natura, le politiche sociali. Lo studio della sessualità ha permesso di agevolare la comprensione di temi essenziali, collocata com’è all’incrocio tra il vissuto intimo del corpo e lo spazio delle relazioni intersoggettive, oggetto di attenzione politica e investimento istituzionale, di normazione morale e giuridica. La rilevanza storiografica delle questioni sessuali è data dalla consapevolezza del peso che la bio-politica – ovvero il disciplinamento della vita biologica, dei corpi e della sessualità – ha avuto e ha per il mantenimento della sovranità, dunque per la storia del potere politico e religioso».

Con queste premesse Anna Pattuzzi, con il suo Il piacere e la colpa. Cattolici e sesso in Italia 1930-1980 (Mimesis 2020), si è proposta di colmare un vuoto presente negli studi del panorama italiano a proposito del rapporto tra mondo cattolico e sessualità. A differenza di quanto accaduto in altri contesti storiografici europei, se in ambito italiano non mancano studi sulla sfera sessuale su specifiche problematiche e sulla dottrina magisteriale, scarsa attenzione è stata fino ad ora dedicata «alla ricezione diffusa di quella dottrina da parte della base, del laicato cattolico, capace di cogliere anche le elaborazioni teologiche, le proposte pastorali e politiche autonome, prodotte dal basso e in relazione con le trasformazioni che coinvolsero l’Italia» dal dopoguerra fino all’aprirsi degli anni Ottanta.

L’analisi di Pattuzzi prende il via con l’emergere di un primo discorso pubblico dei cattolici nel corso degli anni Cinquanta su questioni inerenti la sessualità matrimoniale, il controllo delle nascite, la ridefinizione della verginità e del celibato, l’educazione sessuale, la prostituzione e il diffondersi della pornografia.

L’autrice passa poi ad esaminare lo sguardo cattolico alla sessualità e alla vita coniugale che caratterizza il periodo del Concilio Vaticano II, e quello immediatamente ad esso successivo, soprattutto tra il 1966 e il 1968, contraddistinto da una presa di parola autonoma, non di rado conflittuale, da parte del variegato mondo del laicato cattolico alla ricerca di un’alternativa tanto alla rigidità dei dettami dottrinali circa la morale sessuale, quanto e quella vista come “concezione consumistica” del sesso e del corpo della società italiana dell’epoca.

L’ultima parte dello studio di Pattuzzi è dedicato agli anni Settanta, periodo in cui il cattolicesimo italiano si trova a fare i conti con le leggi sul divorzio e sull’aborto, oltre che ad interrogarsi sulla sessualità prematrimoniale ed extramatrimoniale, sull’omosessualità, sulla sessualità femminile e sull’istituzionalizzazione dell’educazione sessuale.

Tra gli anni Cinquanta e Settanta all’interno della dottrina, della morale e del discorso pubblico del mondo cattolico italiano, la sfera sessuale assume un ruolo di assoluto primo piano sia per una crescente volontà dei fedeli di affrontare un ambito sostanzialmente sino ad allora rimosso, che per un bisogno dell’istituzione religiosa di “sorvegliare e indirizzare” la società italiana.

Secondo l’autrice quello tentato dal cattolicesimo italiano è stato il tentativo di strutturare una morale differente da quella tradizionale, da quella libertaria e da quella consumistica. Un tentativo rivelatosi fallimentare, schiacciato tra «il relativismo e il nichilismo della ‘fine delle narrazioni’ nella società secolarizzata, e la privatizzazione della condotta sessuale» e «l’arroccamento ecclesiastico e politico sui ‘valori non negoziabili’, in cui l’attenzione al corpo e al controllo della vita biologica ha avuto i toni dell’ossessione che tutti conosciamo e che la ricerca ha saputo mettere in luce».

Il fallimento può certamente essere imputato alla chiusura del dialogo da parte della gerarchia e al venir meno delle mobilitazioni da parte della base, ma è dovuto anche, sottolinea la studiosa, alle «caratteristiche storiche peculiari del cattolicesimo italiano e della società italiana. Per i ritardi decennali dei cattolici nel nostro Paese nel confronto con la psicanalisi, con le scienze moderne, per l’assenza di fermenti dal basso, di movimenti di spiritualità coniugale come furono i foyer catholique in Francia e Belgio, e l’assenza di un clero illuminato, sufficientemente indipendente dalla Curia romana e desideroso di aprire su questi temi un dialogo reale con i fedeli sui territori. Non attecchì per la mancanza, nell’esperienza quotidiana del mondo laico, di un confronto culturale contestuale con il mondo protestante, che già a partire dagli anni ’30 compì diversi passi avanti sul fronte della morale sessuale».

La stessa rapidità con cui è mutata la società italiana nel secondo dopoguerra in direzione di «processo rapido di secolarizzazione e scristianizzazione» ha probabilmente sottratto alla comunità religiosa il tempo necessario a metabolizzare i cambiamenti. Inoltre, sottolinea Pattuzzi, al fallimento ha sicuramente concorso anche il «contesto nazionale laico, con i retaggi radicati della morale borghese e di quella comunista», un contesto poco propenso ad intraprendere un «discorso fondato sul sesso nell’esperienza umana».

Una ricostruzione, quella proposta dall’autrice, che induce a riflettere sul fatto che in questo Paese non sembrano essere stati soltanto i cattolici a perdere l’occasione di fare i conti con la sessualità. E se ne vedono purtroppo i risultati.

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