Detroit – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 20 Jun 2026 20:00:20 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Elogio dell’eccesso / 7: David Johansen (1950-2025) and the New York Dolls https://www.carmillaonline.com/2025/03/04/elogio-delleccesso-7-david-johansen-1950-2025-e-i-new-york-dolls/ Tue, 04 Mar 2025 21:00:51 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=87178 di Sandro Moiso

Something must have happened over Manhattan Who can expound all the children this time? (Frankenstein – New York Dolls, 1973)

E’ morto il 28 febbraio l’ultimo superstite della band che forse, più di ogni altra chiamata successivamente in causa, ha contribuito in largo anticipo alla rifondazione del rock’n’roll attraverso il punk. A settantacinque anni, dopo cinque anni di silenzio e allontanamento definitivo dalla scena musicale in seguito al cancro che lo aveva colpito, l’ex-front man e cantante dei New York Dolls ha raggiunto i suoi ex-compagni, tutti già scomparsi da anni, in qualche punto di un universo [...]]]> di Sandro Moiso

Something must have happened over Manhattan
Who can expound all the children this time?

(Frankenstein – New York Dolls, 1973)

E’ morto il 28 febbraio l’ultimo superstite della band che forse, più di ogni altra chiamata successivamente in causa, ha contribuito in largo anticipo alla rifondazione del rock’n’roll attraverso il punk. A settantacinque anni, dopo cinque anni di silenzio e allontanamento definitivo dalla scena musicale in seguito al cancro che lo aveva colpito, l’ex-front man e cantante dei New York Dolls ha raggiunto i suoi ex-compagni, tutti già scomparsi da anni, in qualche punto di un universo in cui ancora la provocazione si accompagna alla rabbia e alla disillusione con esiti tutt’altro che scontati.

Oggi è facile, troppo facile, presentarsi sui palchi finti-rock con atteggiamenti ambigui, reggicalze indossati da uomini truccati e bassiste a seno scoperto, per fingere di rappresentare una “novità” o, peggio ancora, una “provocazione”, ma, che dio ce ne scampi, non sono altro che rifritture di quanto avvenuto sulla scena musicale anglo-americana ad inizio anni Settanta con l’esplodere del fenomeno glam-rock, di cui l’esponente di maggior spicco fu certamente Marc Bolan (1947-1977) e che per David Bowie (1947-2016) avrebbe rappresentato soltanto uno dei momenti di passaggio di una più che camaleontica carriera,

Le date di nascita dei protagonisti sembrano parlare, per i giovani d’oggi, di un’età lontana e di dinosauri e non a caso, forse ancora, lo stesso Marc Bolan, dopo una breve esistenza del suo primo gruppo di ispirazione psichedelica, i John’s Children1 avrebbe raggiunto il successo con un gruppo denominato nella sua prima formazione acustica Tyrannosaurus Rex e successivamente, nella fase elettrica, più semplicemente T.Rex.

Sì, ma che dinosauri e tirannosauri! Come impararono rapidamente gli adolescenti dell’epoca che, per la prima volta, colsero in quelle espressioni, a metà strada tra provocazione e vena intimistica proiettata con forza fuori dal misero sé, con un nuovo e semplificato stile musicale e di abbigliamento transgender, un ulteriore passo verso la liberazione individuale e di genere. Come ha affermato Dick Hebdige, non solo il glam, dai Roxy Music a Bolan, passando per David Bowie:

era apertamente disinteressato sia alle questioni politiche e sociali dell’epoca sia alla vita della working class in genere, ma tutta la sua estetica veniva affermata evitando deliberatamente il mondo “reale” e il linguaggio prosaico in cui quel mondo veniva abitualmente descritto, vissuto e riprodotto. […] Quando si affrontava la “crisi” contemporanea”, ciò accadeva in maniera così indiretta che veniva rappresentata in forma metaforica come un mondo morto di umanoidi, ambiguamente piacevoli e oltraggiosi. […] cionondimeno si dovette [al glam] se furono sollevati per la prima volta problemi di identità sessuale che erano stati precedentemente repressi, ignorati o appena ccennati nel rock e nella cultura giovanile. Nel glam rock, almeno fra quegli artisti che si collocavano, come Bowie e i Roxy Music, all’estremità più sofisticata di quello scintillante spettro, l’enfasi sovversiva si spostò dalla classe e dai giovani sulla sessualità e sulla tipologia sessuale. Benché Bowie fosse ben lontano dalla liberazione intesa nel senso radicale corrente, dando la preferenza al dandysmo e al travestimento – a ciò che Angela Carter ha descritto come “l’ambivalente trionfo dell’oppresso”2 – più che un”autentico” superamento dei ruoli sessuali, egli e per estensione quelli che copiavano il suo stile “misero” effettivamente “in discussione il valore e il significatondell’adolescenza e il passaggio al mondo adulto del lavoro”. E lo fecero in un modo singolare, per mezzo di una confusione arificiosa delle immagini maschili e femminili, tramite le quali si compiva tradizionalmente il passaggio dall’infanzia alla maturità3.

In quel contesto e in quegli anni, però, continuando con la metafora preistorica, i New York Dolls formatisi e cresciuti nella Grande Mela, rappresentarono i velociraptor della scena musicale. Poco romantici e retrò, ma autentici assassini di chitarre e note, con un sound ispirato ai Rolling Stones più selvaggi e ai Velvet Undergroundi, autentici santi patroni dei bassifondi della città4, i Dolls ebbero all’inizio vita difficile.

La facile sistematizzazione “rockettara” li ha spesso inseriti nel genere glam, quello di Bolan, dei T.Rex, Gary Glitter, Roxy Music e, per un periodo come si è detto, anche di Bowie, ma si tratta soltanto di una forzatura. Basta infatti ascoltare anche una sola nota uscente da una delle loro canzono più famose, come Personality Crisis, Vietnamese Baby oppure Frankenstein, per capire che siamo già da un’altra parte, su un altro pianeta: quello del punk.

David Johansen (voce e armonica a bocca, 1950-2025), Johnny Thunders (chitarra e voce, 1952-1991), Sylvain Sylvain ( chitarra, tastiere e voce, 1951-2021), Arthur Harold “Killer Kane” (basso elettrico, 1949-2004) e Jerry Nolan (batteria, 1946-1992), dalla meravigliosa copertina del loro primo album, intitolato semplicemente New York Dolls, già promettevano sfracelli. Cinque potenziali juvenile delinquent travestiti e truccati, con scarpe dai tacchi a spillo, rivolgono uno sguardo minaccioso all’intero ordine macho e perbenista del mondo.

In realtà abiti e trucchi provenivano, almeno per alcuni di loro, dai guardaroba e dalle toilette delle madri, come avrebbero poi confessato in alcune interviste5, ma l’ispirazione e la postura, oltre che dai già citati Rolling Stones, discendeva direttamente da quelle di Iggy Pop e dei suoi scelleratissimi, almeno per i benpensanti e i “brown shoes” di cui già aveva cantato Frank Zappa6, Stooges della Detroit ancora fiammeggiante di rivolte e musica heavy metal7.

Come ci spiega Steven Blush:

Nel 1970 New York era caduta in rovina. Il dissesto economico aveva catapultato ls capitale americana del business e della cultura in un inferno criminale popolato di rapinatori, prostitute, senzatetto, ladri e truffatori. Il braccio violento della Legge e Kojak ne coglievano la ferocia e il degrado, ma non il sovraccarico olfattivo causato da spazzatura, gas di scarico ed escrementi di origine ignota. […] Mentre l’America attraversava lo sfinimento post-Vietnam, il rock dopo la morte di Jimi, Jim e Janis, risentiva dello stress post-Woodstock. Il rock era diventato autentico e introspettivo [e] raggiunse il suo punto più basso con il Concert for Bangladesh di George Harrison che si tenne nell’agosto del 1971 al Garden (il primo evento di beneficenza di una rock star), una faccenda autoreferenziale e mal gestita che intimidì il pubblico e i cui proventi non arrivarono praticamente mai ai bambini affamati. Il “flower power” sembrava già una storia di secoli prima. Erba e acidi cedettero il posto a cocaina, speed ed eroina8.

In quel contesto anche l’adolescenza doveva perdere la sua innocenza, vera o presunta che fosse mai stata. Lo stesso David Johansen avrebbe ricordato in un’intervista rilasciata nel 1997:

Quando si sono formati i Dolls, era il tempo in cui tutti, almeno nell’East Village, prendevano un sacco di acido, ed erano in fissa con questa utopia dell’androgino. E’ stato allora che si è formato il femminismo radicale e il collettivo “Up Against the Wall Motherfuckers” – anche io me la facevo con quella gente. Ci vestivamo sempre in quel modo. Non è che ci siamo riuniti e abbiamo deciso: “Vestiamoci in modo provocatorio” – è stata la cosa che ci ha accomunati tutti fin dall’inizio. […] Certa gente ci molestava, ma finiva inevitabilmente per pentirsene9.

Come i Fugs e i Velvet Underground prima di loro, rappresentavano una nuova specie di rocker newyorkesi. Uno dei primi gruppi a esibirsi nei locali come Max’s Kansas City, Mercer Arts Center, l’Hotel Diplomat, i drag bar dell’East Village e il Mother’ in prossimità del Chelsea Hotel. I cinque mettevano in scena un rock fatto di Off Off Broadway, Rhythm and Blues della vecchia scuola, nichilismo tossico e l’estremizzazione del bad boy travestito da donna. Per l’epoca una miscela potenzialmente esplosiva. E’ ancora una volta Johansen a descrivere quella scena:

Eravamo decisi ad annientare quella sensazione di “gabbia dorata” da rock star. Quando suonavamo la Mercer, il pubblico saltava sul palco e ballava. Volevamo essere diversi perché odiavamo tutti quei fottuti tizi che pensavano di essere migliori di chiunque altro. Per quanto ci riguardava erano solo un branco di idioti10.

Mentre sulle origini effettive della band ci rammenta poi ancora che

St. Marks Place, da ragazzino quella strada era tutta mia. Conoscevo un mucchio di gente, ed erano tutti artisti alternativi. Quello era il vero underground; non era tutto omologato. Quando avevo circa diciassette anni lavoravo in un negozio di cianfrusaglie chiamato Matchless a St. Mars Place: facevano orecchini con lattine di birra. Il proprietario era anche un costumista e scenografo che lavorava con il Ridiculous Theatre. Ho iniziato a lavorare per lui e la paga faceva schifo, ma grazie a lui ho conosciuto tutta qquesta gente del Ridiculous Theatre che frequentava il negozio. All’inizio era una specie di tuttofare del Riculous. Luci, suono […] ho anche scritto delle canzoni per loro. A volte suonavo – male- la chitarra. […] La sera andavamo al Max’s. Nessuno aveva un soldo e lì si potevano mangiare gratis panini e insalata. E’ stato più o meno in quel periodo che ho conosciuto Thunders e gli altri. Un tizio nel mio palazzo conosceva BillyMurcia. Mi aveva detto che c’era una band a cui serviva un cantante. Un giorno qualcuno ha bussato alla mia porta, erano Arthur e Billy. Sono andato a casa di Johnny e ci siamo messi a suonare. La band è nata il giorno stesso11.

Il primo album ufficiale, nonostante esistano un gran quantità di demo session, registrazioni dal vivo e in studio precedenti quella data, uscì nel 1973 con una produzione suddivisa tra Marty Thau, Paul Nelson, Steve Leber e Todd Rundgren, che risulterà essere nelle note di copertina il produttore ufficiale. Ma nonostante questo la vita del gruppo non divenne più facile, come ricordava Sylvain Sylvain, in realtà Sylvain Mizrahi, in un’intervista del 1998.

La gente crede che la cerchia di Warhol abbia accolto i Dolls. In realtà i Velvet Underground erano la vecchia generazione, mentre noi eravamo le nuove leve dei club, e stavamo invadendo il loro territorio. Non erano esattamente accoglienti. Ci sono state delle volte in cui abbiamo suonato al piano superiore del Max’s perché eravamo banditi dal bar al piano terra. Non eravamo ammessi al piano di sotto. Ecco a che punto eravamo arrivati12.

Il secondo album, ed ultimo per la formazione originale, intitolato profeticamente Too Much Too Soon, sarebbe uscito nel 1974 e sarebbe stato necessario attendere trent’anni prima di quello successivo, apparso nel 2004 con una formazione rivisitata a causa dei malumori sorti tra i componenti e la morte sopraggiunta nel frattempo per alcuni di loro. Il produttore del secondo album, George “Shadow” Morton avrebbe spinto ancora di più l’acceleratore su temi e composizioni blues e Rhythm and blues, senza però alterare le linee musicali essenziali del gruppo, anzi finendo col rafforzarle. Certo la cosa strana a dirsi è che questi precursori di ogni efferatezza punk ebbero come produttori, prima, un raffinato ricercatore di suoni perfetti come Todd Rundgren e, successivamente, un ottimo produttore di gruppi degli anni Sessanta come le Shangri-Las o i Vanilla Fudge

Tre anni dopo il loro secondo disco, i Sex Pistols non riuscirono a inventare nulla di musicalmente altrettanto viscerale e pericoloso. Forse è per questo che i Dolls non hanno mai trovato il loro pubblico nei primi anni ’70: non solo erano punk rock prima che il punk rock fosse di moda, ma sono rimasti più indigesti e idiosincratici di qualsiasi altra band che è seguita. Oltre ad avere anche suonato più forte, molto più forte.

Sex Pistols che, spacciati come fondatori del genere punk, altro non fecero che rubare, grazie alla “creatività” del loro produttore Malcom McLaren, ogni riff di chitarra a brani come Looking for a Kiss, Frankenstein, Chatterbox, Jet Boy e il profetico, per tutti quelli che sarebbero arrivati dopo, compresi i Ramones. It’s Too Late, è troppo tardi. Nei fatti, mentre si trovava a New York per una fiera dell’abbigliamento, McLaren incontrò i membri del gruppo e alla fine del 1974 ne assunse la gestione, vestendoli di pelle rossa e usando il simbolo della falce e martello dell’Unione Sovietica nelle loro scenografie e nelle fotografie pubblicitarie. Il concetto non si adattava certo bene all’America, dove il comunismo rimaneva un anatema, ma non ebbe un grande impatto sulla carriera dei Dolls, che erano comunque agli sgoccioli.

Così Malcom tornò al business dell’abbigliamento londinese nel maggio 1975 e usò ciò che aveva imparato con loro per aiutare a mettere insieme i Sex Pistols: ovvero The Great Rock’n’Roll Swindle, la grande truffa del rock’n’roll, come sarebbe stato intitolato il film sugli stessi diretto dal regista Julian Temple e prodotto da Don Boyd e Jeremy Thomas nel 1980.

Ma i Dolls erano già finiti da un pezzo, vuoi per gli abusi di sostanze, vuoi per le inevitabili rivalità sorte all’interno di un gruppo nato senza troppo cura per i ricami artistici e diplomatici. Ancora Johansen ricordava:

Non ho idea di quante copie abbiamo venduto all’epoca, non moltissime. Se eravamo fortunati ci piazzavamo al centoventesimo posto in classifica. Decisamente non eravamo una band per tutti i gusti, non il tipo di cosa da impatto sulle masse. Ci andava bene dove c’era un sacco di ragazzini alienati13.

Ma, oltre allo scarso successo commerciale, ci furono anche altre cause per lo scioglimento del gruppo, come avrebbero raccontato in successione Jerry Nolan, Sylvain Sylvain e lo stesso David Johansen.

Jerry (1977): «David aveva il brutto vizio di dettar legge su cose di cui non sapeva niente. Sceglieva il produttore e si accontentava di un missaggio scadente. Tutte le mosse sbagliate sono imputabili a lui che ha mandato tutto a puttane. I primi due album sono stati massacrati. C’erano delle gran belle canzoni, e avremmo potuto interpretarle alla grande, ma David era un tipo di persona che in studio non voleva rifare due volte lo stesso pezzo. Bastava che lui cantasse bene, non gliene importava un cazzo che gli altri facessero una buona performance.»

Sylvain (1998): «Stavamo a casa della madre di Jerry Nolan e Johansen si sbronzava di brutto. Era un alcolizzato violento. Diceva che non contavamo niente, che lui era il cantante e che poteva andare avanti senza noi a creargli impedimenti e altre stronzate. Praticamente ce l’ha detto una sera dopo cena, e Johnny e Jerry, dopo aver sentito per l’ennesima volta che potevamo essere rimpiazzati, se ne sono andati. Li ho portati io all’aeroporto.»

David (1997): «Non ricordo esattamente la sequenza degli eventi, ma eravamo giù in Florida, in un posto tipo Bates Motel gestito dalla madre di Jerry. C’erano delle vecchie roulotte che fungevano da stanze d’albergo e avremmo dovuto stabilirci lì, per poi andare a suonare dappertutto. La band si è sciolta perché alcuni ragazzi non ce la facevano senza la roba, quindi la situazione era diventata ingestibile. Sai, le grandi rockstar hanno infermieri e galoppini, ma noi non li avevamo. Quei ragazzi volevano essere come Bela Lugosi.»14.

Effettivamente, dopo lo scioglimento dei Dolls, David avrebbe continuato una discreta carriera solista, sospesa tra rock, rhythm’n’blues e blues strapazzato, con qualche cover di gruppi degli anni Sessanta, sia a nome proprio che con quello di Bruce Pointdexter (pseudonimo con il quale rivelerà insospettate doti da crooner e con cui aveva già firmato alcune canzoni dei New York Dolls) oppure in anni più recenti come David Johansen and the Harry Smith, gruppo ispirato al nome di uno dei più importanti musicologi e collezionisti americani che contribuì fin dagli anni Sessanta al rilancio del blues e del country blues degli anni ‘20, ‘30 e ‘40.

Ma dopo la reunion con Arthur Kane e Sylvain Sylvain per The Return of the New York Dolls: Live from Royal Festival Hall, 2004, prodotto da Morrissey, l’esperienza sarebbe ancora continuata con numerosi concerti e almeno altri tre album in studio. One Day It Will Please Us to Remember Even This (2006), soltanto più con Sylvain Sylvain vista la scomparsa di Kane nel 2004, ma con ospiti quali Iggy Popo e Michael Stipe dei REM; ‘Cause I Sez So (2009), ancora una volta con Todd Rundgren alla produzione dopo trentasei anni, e Dancing Backward in High Heels (2011), arricchito da inaspettati arrangiamenti per archi e fiati.

Oggi, con la dipartita di David, si è definitivamente chiusa l’era dei dinosauri androgini, di cui rimarranno solo pallide e insignificanti copie riprodotte in un universo pop privo di storie da raccontare e di genio vero. So long David, so long Dolls…so long rock’n’roll.


  1. Di cui va almeno ricordato l’album Orgasm, registrato nel 1967 prima che Bolan si unisse alla band, ma pubblicato soltanto nel 1970, che aveva anticipato e dilatato all’infinito i sospiri e i gemiti di piacere di Je t’aime… moi non plus di Serge Gainsbourg e Jane Birkin, pubblicato nel 1969.  

  2. A. Carter, The Message in the Spiked Heel, «Spare Rib» 16 settembre 1976.  

  3. D. Hebdige, Sottocultura. Il fascino di uno stile innaturale, Costa &Nolan, Ancona 2000.  

  4. Si veda in proposito, e a solo titolo di esempio, S. Blush, New York Rock. Dalla nascita dei Velvet Underground al declino del CBGB, Goodfellas Srl, Firenze 2016 (ed. originale 2016).  

  5. Si veda il fondamentale: L. McNeil, G. McCain, Plese Kill Me. Il punk nelle parole dei suoi protagonisti, Baldini Castoldi Dalai editore, Milano 2006 (ed. originale 1996)  

  6. Brown Shoes Don’t Make It è il titolo di un brano di Zappa e delle sue Mothers of Invention inciso per la prima volta nell’album Absolutely Free, pubblicato nel 1967, e in cui le infami scarpe allacciate di colore marrone erano indicate come il modo migliore per riconoscere i tutori dell’ordine che cercavano di infiltrarsi nelle manifestazioni e nei movimenti; un po’ come da noi il famigerato “borsello” che avrebbe caratterizzato e fatto riconoscere immediatamente gli agenti della Digos negli anni Settanta.  

  7. La definizione heavy metal era stata utilizzata già molto tempo prima della comparsa delle band che si sarebbero definite come appartenenti allo stesso canone, poiché per la critica musicale statunitense potevano già essere heavy metal sia Jimi Hendrix che i Blue Oyster Cult e le band di Detroit come Stooges, Grand Funk Railroad e molte altre ancora.  

  8. S. Blush, op. cit., pp. 99-101.  

  9. Cit. in S. Blush, op. cit., pp. 100-102.  

  10. D. Johansen in S. Blush, op. cit., p. 119.  

  11. Ivi, pp. 119-122.  

  12. S. Sylvain in S. Blush, op. cit., p. 122.  

  13. D. Johansen, cit. in S. Blush, op. cit. p. 133.  

  14. Tutte e tre le dichiarazioni sono contenute in S. Blush, op. cit., pp. 134-135.  

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Kick out the jams, moterfuckers! Wayne Kramer (1948 – 2024) https://www.carmillaonline.com/2024/02/19/kick-out-the-jams-moterfuckers-wayne-kramer-1948-2024/ Mon, 19 Feb 2024 21:00:40 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=81093 di Sandro Moiso

«Fuori dai coglioni, fottutissimi stronzi!». Quante volte dovremmo urlarlo ogni giorno, ad ogni ora, nel confronti di compagini politiche, culturali e musicali che, sotto le vesti del perbenismo borghese, sensibile soltanto all’odore dei soldi, oppure dell’alternativa liberal correct e della provocazione studiata a tavolino da manager ed esperti di marketing, ci assillano in ogni momento attraverso i media, i social e finti dibattiti politici (televisivi o in presenza poco importa)?

Gli MC5 (Motor City Five) di Detroit lo urlarono una volta per tutte con un brano musicale dallo stesso titolo contenuto nell’album omonimo uscito nel 1969 per [...]]]> di Sandro Moiso

«Fuori dai coglioni, fottutissimi stronzi!».
Quante volte dovremmo urlarlo ogni giorno, ad ogni ora, nel confronti di compagini politiche, culturali e musicali che, sotto le vesti del perbenismo borghese, sensibile soltanto all’odore dei soldi, oppure dell’alternativa liberal correct e della provocazione studiata a tavolino da manager ed esperti di marketing, ci assillano in ogni momento attraverso i media, i social e finti dibattiti politici (televisivi o in presenza poco importa)?

Gli MC5 (Motor City Five) di Detroit lo urlarono una volta per tutte con un brano musicale dallo stesso titolo contenuto nell’album omonimo uscito nel 1969 per l’etichetta discografica Elektra. I cinque di Detroit (Motor City) ovvero Rob Tyner (voce, 1944-1991), Fred “Sonic” Smith (chitarra, 1949-1994), Wayne Kramer (chitarra, 30 aprile 1948 – 2 febbraio 2024), Michael Davis (basso, 1943-2012) e Dennis Thompson (batteria, 1948), attualmente unico sopravvissuto del gruppo, si erano conosciuti intorno alla metà degli anni ’60 quando erano ancora studenti delle scuole superiori a Lincoln Park, una cittadina della contea di Wayne, nella regione metropolitana di Detroit.

Davis e Thompson erano subentrati nel 1965, al posto del bassista Pat Burrows e del batterista Bob Gaspar che avevano lasciato il gruppo quando Fred Smith (futuro marito di Patti Smith) e Wayne Kramer avevano iniziato a sperimentare muri di feedback e rumore bianco con le loro chitarre, ispirandosi entrambi al free jazz di Archie Shepp, Sun Ra e John Coltrane ancor più che a Jimi Hendrix.

Rob Tyner era entrato prima come manager, con il suo vero nome di Rob Derminer, dei Bounty Hunters, il gruppo originario formato da Wayne Kramer con Fred Smith al basso, Leo Le Duc alla batteria e Billy Vargo come seconda chitarra, ma poi aveva cambiato il suo nome diventandone di fatto il frontman e cantante. Ma, in realtà, lui e Wayne si erano conosciuti quando erano ancora ragazzini, entrambi provenienti, come poi tutti gli altri membri, da famiglie operaie di quella che all’epoca era considerata la capitale mondiale della produzione automobilistica.

Wayne se ne era andato di casa a diciassette anni, in un ambiente in cui tutti, comunque, si conoscevano sia per condizione di classe che per provenienza geografica, poiché gran parte di quegli operai, bianchi e neri, erano giunti a Detroit dal Sud degli Stati Uniti dopo la guerra, perché avevano sentito dire che lì avrebbero trovato lavoro.

Erano, in qualche modo, dei reietti quegli eredi della classe operaia, e sapevano di esserlo, come migliaia di altri ragazzi della loro stessa età che vivevano nei sobborghi cittadini a quell’epoca. Che alle spalle non avevano l’estate dell’amore di San Francisco, ma dello stesso anno, il 1967, la più grande rivolta urbana di quel decennio. Durante la quale la Guardia Nazionale, per sedare i disordini, aveva dovuto impiegare anche l’aviazione
Questo elemento, insieme all’ascolto del jazz d’avanguardia, fu sicuramente alla base del disastro sonoro che uscì dalle due chitarre di Kramer e Smith che, di fatto, costituirono sia il tappeto di distorsioni su cui si svilupparono le loro canzoni che il proto-punk cui, nel giro di pochissimo tempo, si ispirarono altri gruppi della stessa area metropolitana: gli Stooges di James Newell Osterberg Jr. (1947, in arte Iggy Pop), gli Up, i Grand Funk Railroad (originari di Flint, a nord-ovest di Detroit), la James Gang oppure Alice Cooper, in un elenco che per motivi di spazio rimane qui incompleto.

Dal punto di vista musicale, in una città in cui il proletariato bianco si frammischiava al proletariato afro-americano, grande era stata anche l’influenza del blues e del rhythm’n’blues di cui, precedentemente, si erano appropriati altri gruppi seminali quali i Woolies (resi celebri da una più che travolgente versione di Who Do You Love di Bo Diddley), i Rationals di Scott Morgan (che raggiunsero il successo grazie a una versione proto-garage di Respect di Otis Redding) e, soprattutto, Mitch Ryder con i suoi Detroit Wheels, autentico padrino di tutta la musica bianca e arrabbiata che sarebbe venuta a partire dalla fine degli anni Sessanta dall’area di Detroit. Ma, nella sostanza, la novità dirompente rappresentata dagli MC5 fu quella di costituire la prima rock’n’roll band apertamente politicizzata. Nelle parole rilasciate dallo stesso Wayne Kramer in un’intervista a Pat Wadsley, Tre anni di galera e quindici di Rock, negli anni Ottanta:

C’erano anche i Fugs, ma erano più underground, mentre noi combinavamo la retorica politica con il rock’n’roll […] Il rock è stato sempre qualcosa di politico: lo era Chuck Berry, lo erano i Doors. Il rock’n’roll ha sempre rappresentato la ribellione dei giovani contro il potere.
All’inizio tutte le nostre idee erano ad un livello molto semplice e grezzo. Eravamo ragazzotti che venivano dalla strada e sapevamo solo che potevano fregarci se solo avessero voluto, in qualsiasi momento.

Da questo primitivo sentimento di oppressione sociale derivano sicuramente le parole urlate da Rob Tyner all’inizio di Motor City Is Burning, nel primo e più riuscito album del gruppo:

“Fratelli e sorelle, voglio dirvi una cosa! Sento un sacco di chiacchiere da un sacco di stronzi seduti su un sacco di soldi dicendomi che sono l’alta società. Ma voglio che voi sappiate una cosa, se me lo chiedete: questa è l’alta società! Questa è l’alta società!“

Così mentre, da un lato, ogni loro concerto era definibile come “una forza catastrofica della natura che la band era a malapena in grado di controllare”, dall’altro, i giornali conservatori definivano le loro esibizioni “orgasmi collettivi, ubriacature selvagge, valanghe di suono scaricate alla rinfusa sul pubblico, traboccanti di oscenità e slogan.” Sesso, droga, protesta e rock’n’roll riuscivano dunque a colpire nel segno. Ma fu l’incontro con John Sinclair, il teorico e attivista delle White Panthers a definire meglio l’attitudine di Kramer e compagni:

Quando arrivò John non fece altro che dire le stesse cose in termini politici e noi fummo d’accordo. Pensammo che aveva proprio ragione. Era un poeta, un critico e un organizzatore. Era l’unico che riuscisse a comunicare con noi, a trasformare un gruppo di maniaci del rumore in un complesso musicale che potesse esibirsi e continuare a far funzionare il tutto nel tempo1.

Nato a Flint, nel 1941, John Sinclair fu tra gli organizzatori del giornale underground di Detroit, “Fifth Estate”, alla fine degli anni ’60; contribuì alla formazione della Detroit Artists Workshop Press; lavorò come giornalista jazz per “Down Beat”dal 1964 al 1965, essendo un esplicito sostenitore del nuovo movimento del Free Jazz e fu uno dei “Nuovi Poeti” presenti alla seminale Berkeley Poetry Conference nel luglio 1965. Nell’aprile del 1967 fondò l’”Ann Arbor Sun”, un giornale underground, mentre dal 1966 al 1969 è stato il manager degli MC 5. Sotto la sua guida la band abbracciò la politica rivoluzionaria della controcultura del White Panther Party, fondato in risposta all’appello delle Pantere Nere affinché i bianchi sostenessero il loro movimento.

Durante questo periodo, Sinclair, teorico dell’”amore armato”, fece in modo che la band fosse ingaggiata regolarmente al Grande Ballroom di Detroit, dove in seguito fu registrato dal vivo, il 30 e 31 ottobre 1968, il loro primo album, Kick Out the Jams. Stava gestendo gli MC5 al momento del loro concerto gratuito fuori dalla Convenzione Nazionale Democratica del 1968 a Chicago, quando la band fu l’unico gruppo ad esibirsi prima che la polizia interrompesse la massiccia manifestazione contro la guerra in Vietnam. Lui e la band si separarono nel 1969. Nel 2006, Sinclair si è riunito però ancora all’ex-bassista degli MC5 Michael Davis per lanciare la Music Is Revolution Foundation.

Dopo una serie di condanne per possesso di marijuana, Sinclair fu condannato a dieci anni di carcere nel 1969 dopo aver offerto due joint a un’agente della narcotici sotto copertura. La severità della sua condanna scatenò diverse proteste pubbliche che culminarono nel John Sinclair Freedom Rally alla Crisler Arena dell’Università del Michigan ad Ann Arbor nel dicembre 1971. Tre giorni dopo la manifestazione, Sinclair fu rilasciato dal carcere quando la Corte Suprema del Michigan stabilì che le leggi statali sulla marijuana erano incostituzionali.

Nel 1972 Sinclair fu accusato di cospirazione per distruggere proprietà governative insieme a Larry Plamondon e John Forrest, ma in appello la Corte Suprema degli Stati Uniti emise una decisione storica, vietando l’uso da parte del governo degli Stati Uniti della sorveglianza elettronica domestica senza un mandato, liberando ancora una volta Sinclair e i suoi coimputati2. Sui motivi della rottura con Sinclair, Wayne Kramer si sarebbe in seguito espresso così:

Si arrivò alla rottura con John e con tutto il partito delle White Panther. Forse accadde perché in quel periodo John stava per essere condannato ad una pena detentiva e quando capisci che stai per andare in prigione cominci a diventare nervosissimo. Di solito te la prendi con tutti quelli che hai intorno oppure giuri di smetterla. John invece, per reazione, divenne ancor di più un militante convinto. A quel tempo non sapevo ancora cosa vuol dire avere davanti la prospettiva di andare in galera, lo imparai solo più tardi, così non potevo capire la sua esplosione di militanza [In precedenza] tutto era iniziato come una specie di club atletico-sociale, poi decidemmo di metterci a fare sul serio. Le Black Panthers erano tipi duri? Anche le White Panthers dovevano esserlo. Le Black Panthers avevano armi? Anche noi allora e se loro sparavano anche noi dovevamo sparare. Ci esaltavamo con la retorica del momento, ma quando decidemmo alla fine di non avere più niente a che fare con loro, capimmo che il nostro attivismo era consistito nel suonare e pagare i conti delle attività di quel partito da operetta 3.

La fine degli MC5 sarebbe arrivata nel 1971, quando la band perse il contratto discografico con l’Atlantic, che aveva sostituito quello con la Elektra, e non riusciva più a suonare. Fino a quando Mick Farren (1943-2013), capo della sezione inglese delle White Panthers e cantante della band proto-punk inglese dei Deviants (tre album tra il 1967 e il 1969) riuscì a organizzare un loro tour europeo in concomitanza con un festival musicale. Ancora dai ricordi di Kramer:

Non ci pagarono, ma ci diedero i biglietti per il viaggio, così cercammo di farci ingaggiare per qualche altro concerto in Inghilterra. Partimmo per Londra dove rimanemmo per circa un anno. Era l’ultimo viaggio all’estero degli MC5, sapevamo che non saremmo rimasti insieme ancora per molto. Ci fu poi quella tournée, la migliore che avessimo mai avuto, Avrebbe dovuto durare sei settimane, dieci giorni in Scandinavia poi l’Inghilterra, la Francia, con apparizioni alla televisione e alla radio, per finire con due settimane in Italia. Avremmo potuto separarci con stile alla fine della stessa, avendo qualche migliaio di dollari in tasca per incominciare qualcosa di nuovo, ma quando stavamo per partire arrivò la moglie del cantante: disse che non avrebbe lasciato venire suo marito. Risposi che ero pienamente d’accordo con lei sul fatto che suo marito non avrebbe dovuto cantare in un complesso, per il semplice fatto che non ne era all’altezza. A spassarsela fra un concerto e l’altro era bravissimo, ma solo a far quello. Pensavo però che avendo firmato un contratto avrebbe dovuto rispettarlo, se non altro perché se non fosse venuto avrebbe messo in difficoltà tutti noi. Finimmo però per partire senza di lui.

Io e Fred facemmo a turno i cantanti, senza sapere neanche la metà delle parole delle canzoni o cantandole nella tonalità sbagliata. Fu un’esperienza orribile, la peggiore della mia vita: si arrivava in un posto, c’era il finanziatore con la moglie, si mangiava qualcosa, si beveva, dicevamo le solite cose. «Come siamo contenti di essere qui» eccetera eccetera. Poi salivamo sul palco, facevamo uno spettacolo pietoso e quando tornavamo nei camerini se ne erano andati tutti, non riuscivamo a trovare nessuno per farci pagare. Gli italiani, visto come andavano le cose, cancellarono i nostri spettacoli: «Paghiamo per cinque e ne vengono soltanto quattro. Potete scordarvelo». Questo capitava mentre Sinclair era in prigione.4.

Una descrizione impietosa della fine di una leggenda, com’è giusto che sia, ma i travagli per Kramer erano ancora soltanto agli inizi. Tornato a Detroit, Kramer avrebbe iniziato a collaborare con il suo idolo Mitch Ryder, ma anche quest’ultimo avrebbe ben presto iniziato a dare segni di follia con comportamenti anomali e pericolosi, per sé e per gli altri che lo circondavano. Come ancora racconta Wayne: « Era diventato pazzo perché aveva venduto più di dieci milioni di dischi senza mai riuscire a vedere un centesimo, per cui non si fidava più di nessuno. Alla fine aveva dato di fuori di brutto ».

Così Kramer, dopo aver girovagato tra complessini nemmeno degni di esser ricordati, musiche pubblicitarie e infimi club, avrebbe finito con l’approdare, grazie anche alle proprie dipendenze, ai giri più che loschi legati al commercio e allo spaccio di droga. Eroina e cocaina. Come ricordava ancora nell’intervista già citata:

Mi arrestarono diverse volte in quel periodo per delle scemenze, non voglio neanche parlarne, non è interessante. Ritengo, adesso che ho avuto un po’ di tempo per pensarci su, di essere arrivato a immischiarmi in quel tipo di traffici anche perché ne ero attratto, mi sembrava di essere un ribelle […] Ma il fatto è che se non riesci nella musica perdi tempo e denaro, ma se sbagli in quel tipo di affari vai in galera o ci rimetti la pelle […] così un affare oggi, un affare domani mi ritrovai davanti ad un giudice per aver cercato di vendere cocaina a due agenti federali […] Il giudice disse: « Per il suo caso, signor Kramer, la legge prevede tre anni di reclusione». Prima mi aveva detto un massimo di cinque, per cui ero contento e mi dicevo: « Va bé, me li farò», ma in quello si alza un impiegato del tribunale e dice: « Vostro onore, c’è un errore, la legge prevede cinque anni di carcere ». E il giudice: « Insomma, tre o cinque che siano… Faremo una via di mezzo, gliene darò quattro » […] Lo sceriffo mi mise una mano sulla spalla e alle sei di quella sera ero chiuso in prigione.

Dopo gli anni di galera iniziò la lenta, faticosa risalita. Prima con l’esperienza, ancora una volta fallimentare, con i Gang War messi insieme ad un altro noto tossico e loser, Johnny Thunders, poi via via con dischi solisti o con compagni più affidabili. Dieci in tutto tra la fine degli anni Ottanta e il 2004, non molto. Eppure, eppure….

Wayne ha dimostrato, insieme a Fred “Sonic” Smith e agli altri suoi compagni di un effimero, violento, selvaggio e spericolato viaggio che la “musica giovanile” può essere ben altro da ciò che, oggi, gruppi tardo-glam o finti rapper e veri trapper vogliono proporre come novità musicali e artistiche. Lanciando, contro di loro e i vari promotori del business dello spettacolo, quell’indomito e sempre attuale grido di rabbia e disprezzo: Kick Out the Jams, Motherfuckers!!


  1. P. Wadsley, intervista a Wayne Kramer, cit.  

  2. Alcuni degli scritti di John Sinclair tradotti in italiano sono reperibili in J. Sinclair, Va tutto bene, traduzione di A. Prunetti, Stampa Alternativa 2006 e J. Sinclair, Guitar Army. Il ‘68 americano tra gioia, rock e rivoluzione, traduzione di A. Prunetti, Stampa Alternativa 2007.  

  3. P. Wadsley, intervista, cit.  

  4. Ibidem.  

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C’è del marcio in Danimarca /1: Dal rock’n’roll di Detroit all’insurrezione di Varsavia del 1944 https://www.carmillaonline.com/2022/01/17/ce-del-marcio-in-danimarca-1-dal-rocknroll-di-detroit-allinsurrezione-di-varsavia-del-1944/ Mon, 17 Jan 2022 21:00:23 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=70112 di Sandro Moiso

Something is rotten in the state of Denmark (Hamlet – William Shakespeare)

E’ da poco giunta la notizia della morte, avvenuta il 15 gennaio scorso, di Rachel Nagy, cantante e fondatrice del gruppo rock Detroit Cobras. Una voce roca, sensuale, ispirata alle radici blues e country del rock’n’roll, probabilmente sconosciuta alla maggior parte dei lettori di Carmilla. Bad girl per antonomasia e degna erede di Wanda Jackson, di cui agli inizi della carriera del gruppo ripropose una versione altrettanto trascinante di Funnel of Love, e di Rose Maddox, avrebbe [...]]]> di Sandro Moiso

Something is rotten in the state of Denmark (Hamlet – William Shakespeare)

E’ da poco giunta la notizia della morte, avvenuta il 15 gennaio scorso, di Rachel Nagy, cantante e fondatrice del gruppo rock Detroit Cobras. Una voce roca, sensuale, ispirata alle radici blues e country del rock’n’roll, probabilmente sconosciuta alla maggior parte dei lettori di Carmilla. Bad girl per antonomasia e degna erede di Wanda Jackson, di cui agli inizi della carriera del gruppo ripropose una versione altrettanto trascinante di Funnel of Love, e di Rose Maddox, avrebbe ispirato a sua volta altre interpreti femminili, non ultima, forse, Amy Winehouse.

Ma non siamo qui per scrivere un pur meritato e commosso elogio della cantante, il cui cognome ne indicava le origini ungheresi1, ma piuttosto per segnalare come in tale occasione i media e i social, non solo italiani almeno per una volta, abbiano riportato tutti che la cantante sarebbe morta all’età di 37 anni, senza cogliere l’evidenza dell’errore nel fatto che se la cantante fosse davvero nata nel 1984, come appunto si afferma da più parti, avrebbe avuto poco più di dieci anni al momento delle prime incisioni del gruppo avvenute nel 1995.

La storia della Nagy era più lunga e complessa di quella di una ragazzina di 11 anni, come sarebbe stata se l’età riportata fosse quella giusta, avendo la stessa esercitato l’attività di “danzatrice esotica” nei night club di Detroit prima di esordire nella carriera di cantante rock’n’roll, soul e blues che, con alterne fortune, non avrebbe più abbandonato fino alla fine dei suoi giorni. I Detroit Cobras erano infatti emersi prepotentemente alla metà degli anni novanta dalla scena garage di Detroit (qui) trovando come possibili rivali nel loro genere soltanto i californiani Bellrays di Lisa Kekaula che li avevano preceduti di qualche anno.

Ora però, sarebbe bastato affidarsi non soltanto al sentito ricordo di uno dei componenti del gruppo di Detroit in cui si afferma che Rachel sarebbe morta all’età indicata dalla maggior parte dei social media, per scoprire, sulla pagina facebook ufficiale dei Detroit Cobras, che in realtà la cantante era nata nel 1971.
Certo, nulla di grave sta nel fatto che l’amico l’abbia voluta ricordare all’epoca in cui Rachel aveva inciso l’ultimo album con il gruppo2, ma la superficialità con cui i media riportano la notizia rivela ancora una volta come la disinformazione imperante non sia frutto di volontarie e strumentali fake, ma soltanto dell’ignoranza e della faciloneria che dominano l’età della rete e dei blog fai da te.

Inutile continuare a stupirsi delle balle e delle narrazioni tossiche che circolano in rete, dalle scie nel cielo al terrapiattismo fino al fatto che il Covid-19 non esisterebbe oppure sarebbe strumento di chissà quale complotto, magari satanico ad ascoltare monsignori quali Carlo Maria Viganò: basta guardare alla dis/informazione ufficiale per capire dove hanno origine le montagne di bufale e frottole che ci accompagnano quotidianamente, specialmente sui social.

Se l’esempio della Nagy sembrasse un po’ riduttivo, varrebbe allora la pena di sottolineare uno svarione storico ben più grave, riportato senza alcuna nota di biasimo, in un libretto appena apparso in edicola, per le edizioni de «il Sole 24 ORE», dedicato all’insurrezione di Varsavia del 19443 e curato da Paolo Colombo, professore ordinario di Storia delle istituzioni politiche presso l’Università Cattolica di Milano, che si picca di promuovere la conoscenza storica attraverso il dialogo con il pubblico e l’uso di strumenti mediatici e letterari.

Beato chi gli crede se già a pagina 2 del suo libretto egli riporta, da un testo di storia contemporanea in uso all’Università4, una citazione in cui si afferma che l’insurrezione di Varsavia del 1944, successiva a quella del ghetto ebraico della stessa città del 1943, sarebbe avvenuta a partire dal settembre di quell’anno e non dal 1° agosto 1944 come effettivamente fu. Senza segnalare l’errore e senza, poi, riportare nemmeno in bibliografia gli importanti testi di Marek Edelman, comandante militare dell’insurrezione del ghetto, su quella del 19435.

In 63 giorni di insurrezione, i combattenti dell’esercito di liberazione polacco riuscirono a respingere gli occupanti nazisti dal centro cittadino, sotto lo sguardo immobile di Stalin e delle truppe sovietiche che si erano fermate al di là della Vistola, senza avanzare sulla città fino a molte settimane dopo che ogni traccia di resistenza era stata annientata dalle armi tedesche.
La città in quei due mesi fu distrutta all’87% (uno dei tassi più elevati di distruzione urbana dell’intero secondo conflitto mondiale) e due terzi degli abitanti, di una città che inizialmente ne contava un milione e trecentomila, furono eliminati dalla violenza, dalla fame e dalle conseguenze degli incessanti bombardamenti e delle rappresaglie successive alla sconfitta dell’insurrezione.

Se la vera età della Nagy è questione “leggera” e conta poco e se anche i morti polacchi, forse, pesano ancora meno, quello che conta allora davvero è il fatto che la verità mediatica scritta e divulgata, più per ignoranza e dabbenaggine che per un piano contorto, deve comunque sempre trionfare. Purtroppo però quello che rende tutto ciò invisibile e credibile, allo stesso tempo, è l’ignoranza uguale, e talvolta peggiore, di chi vi si dovrebbe opporre. Studiare, confrontare i fatti, verificare i dati, pensare sembrano attività diventate ormai difficili, se non addirittura impossibili, mentre parlare e scrivere costa ormai nulla, manco l’apprendimento delle conoscenze più elementari. Facendo sì che la legge del “copia e incolla” e dei “like”, resa possibile dagli strumenti di comunicazione elettronici e dalla rete, finisca con il dominare oggi ogni forma di riflessione (di fatto annullandola).

Ma come il triste principe danese torneremo ancora sul marciume ideologico e sull’ignoranza profonda che tutto circonda e pervade in questo periodo di emergenze armate e di movimentismo imbelle.


  1. Imre Nagy era il nome del primo ministro ungherese che per aver solidarizzato con gli insorti del 1956 fu impiccato per tradimento dai sovietici nel 1958  

  2. L’ultimo disco ufficiale dei Detroit Cobras, Tied & True, è infatti uscito il 24 aprile 2007, anche se lo stesso gruppo, sempre guidato da Rachel Nagy, ha continuato ad andare in tournée almeno fino al 2019  

  3. Paolo Colombo, Varsavia 1944. Storia della distruzione di una città, Il Sole 24 Ore – Cultura, sabato 15 gennaio 2022, pp. 85  

  4. AA.VV., Storia contemporanea, Donzelli, Roma 1997  

  5. Marek Edelman, Il ghetto di Varsavia in lotta, a cura di Wlodek Goldkorn, Casa Editrice Giuntina, Firenze 2012; Hannah Krall, Arrivare prima del Signore Iddio. Conversazioni con Marek Edelman, Casa Editrice Giuntina, Firenze 2010; Rudi Assuntino, Wlodek Goldkorn (a cura di), Il guardiano. Marek Edelman racconta, Sellerio editore, Palermo 1998 e Marek Edelman, C’era l’amore nel ghetto, Sellerio editore, Palermo 2009  

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Per una critica della società dell’Apocalisse permanente https://www.carmillaonline.com/2021/09/22/per-una-critica-della-societa-dellapocalisse-permanente/ Wed, 22 Sep 2021 20:00:54 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=68263 di Sandro Moiso

Francesco “Kukki” Santini, Apocalisse e sopravvivenza. Considerazioni sul libro «Critica dell’utopia capitale» di Giorgio Cesarano e sull’esperienza della corrente comunista radicale in Italia (nuova edizione riveduta e accresciuta), Edizioni Colibrì, Milano 2021, pp. 176, 15,00 euro

Costoro sono nati per una vita che resta da inventare; nella misura in cui hanno vissuto, è per questa speranza che hanno finito con l’uccidersi (Raoul Vaneigem, Banalità di base)

Tornato per un momento dall’esilio sull’isola di Patmos e costretto a posare i piedi nella realtà attuale, l’evangelista Giovanni si stupirebbe certamente nel [...]]]> di Sandro Moiso

Francesco “Kukki” Santini, Apocalisse e sopravvivenza. Considerazioni sul libro «Critica dell’utopia capitale» di Giorgio Cesarano e sull’esperienza della corrente comunista radicale in Italia (nuova edizione riveduta e accresciuta), Edizioni Colibrì, Milano 2021, pp. 176, 15,00 euro

Costoro sono nati per una vita che resta da inventare; nella misura in cui hanno vissuto, è per questa speranza che hanno finito con l’uccidersi (Raoul Vaneigem, Banalità di base)

Tornato per un momento dall’esilio sull’isola di Patmos e costretto a posare i piedi nella realtà attuale, l’evangelista Giovanni si stupirebbe certamente nel constatare come l’umanità contemporanea si sia assuefatta a vivere, anche se sarebbe forse meglio dire sopravvivere, in una apocalisse continua: climatica, economica, politica, militare, sanitaria, sociale e ambientale.
Un autentico inferno che, colui che è ancora rappresentato nell’iconografia cristiana come l’aquila, per la sua lungimiranza e profonda capacità visionaria, non avrebbe saputo anticipare nemmeno nei suoi incubi più terribili.

Questa Apocalisse terrena, che non si è ancora sviluppata in alcuna lotta definitiva tra il Bene e il Male, anche se nel corso dei secoli milioni di persona sono morte a causa di crociate politico-militari e religiose che promettevano, da vari e contrastanti punti di vista, il trionfo del primo sul secondo, ha avuto, però e fin dai primi anni Settanta del ‘900, un suo anticipatore, seguito da un ristretto numero di seguaci, in Giorgio Cesarano.

Come afferma Francesco “Kukki” Santini nel riassumerne l’opera di Giorgio Cesarano (1928-1975) intitolata, appunto, Apocalisse e Rivoluzione (con Gianni Collu, come attestava il frontespizio del manoscritto, Dedalo, Bari 1973):

Secondo Cesarano, i tempi delle contraddizioni capitalistiche si stanno facendo stretti, ed è necessario che la dialettica rivoluzionaria incalzi il processo catastrofico in cui il capitale si scontra con i limiti termodinamici della biosfera, preparando esiti apocalittici.
Tutte le contraddizioni storiche si assommano per disegnare la prospettiva dello scontro ultimativo che oppone il capitale – giunto a colonizzare non solo l’estensione fisica del Pianeta ma la stessa interiorità dei suoi schiavi – alla specie umana. Stiamo vivendo le prime fasi della “rivoluzione biologica”, risposta della corporeità vivente contro il pericolo di annichilamento e superamento dei limiti di tutte le rivoluzioni “storiche”.
Nel suo movimento, il capitale realizza il processo di reificazione inaugurato, fin dalla remota origine della specie, dal combinarsi subalterno del corpo biologico – debole e indifeso di fronte alla natura terrifica e ostile – con l’utensile-protesi. Da questa primaria alienazione in poi, l’utensile-protesi ha continuato a svilupparsi a scapito della corporeità e della sensibilità della specie, divenendo l’UT che subordina a sé tutto lo sviluppo “storico”. L’antica alienazione del “senso” della vita, di cui tendono ad appropriarsi le caste dominanti religiose e militari, genera l’accumulazione di segni e simboli che formano la lingua, separata dal corpo della specie e dalle sue necessità di comunicazione. La lingua sequestrata produce a sua volta l’Ego separato dall’inconscio, dal rimosso, dal desiderio “istintuale”, come rappresentante del dover-essere e della normativa sociale, propri di un vissuto storico collettivo fondato sul lavoro e sulla sofferenza1.

Fermiamoci per un momento, soltanto per svolgere alcune osservazioni su quanto è stato qui appena citato.
Quello che sarebbe diventato uno dei manifesti della critica radicale italiana2, accompagnato dal successivo Manuale di sopravvivenza (Dedalo, Bari 1974 e Bollati Boringhieri, Torino 2000), raccoglieva già al suo interno vari stimoli provenienti dall’opera di Jacques Camatte sulla specie-gemenweisen e il capitale totale, dall’idea del linguaggio come virus tratta dall’opera di William Burroughs e dalle catastrofiche previsioni contenute nel rapporto commissionato dal Club di Roma al MIT e pubblicato nel 1972 con il titolo I limiti dello sviluppo.

Senza farsi imprigionare dal pensiero contenuto nell’opera dei due autori oppure dei ricercatori americani autori del Rapporto, Cesarano provocava e apriva la riflessione in direzione di vie ancora inesplorate dal pensiero rivoluzionario tradizionale. Così è possibile cogliere oggi, in quelle poche righe, le radici delle successive elaborazioni del primitivismo di John Zerzan oppure le elaborazioni che si sarebbero succedute in seguito sul passaggio di consegne dalla classe operaia alla specie umana nel suo complesso dei compiti della lotta contro il capitale e il suo pestifero e mortifero sviluppo.

Anticipando però, già allora, una critica al catastrofismo di stampo capitalistico che, eludendo il problema dello scontro di classe, ineliminabile dai rapporti di produzione e dalle scelte di utilizzo delle risorse, sarebbe poi giunto, ai nostri giorni, alla riproposizione del green capitalism e del recupero del nucleare come energia “pulita”.
In fin dei conti, proprio nel corso degli ultimi giorni, la denuncia del ministro alla Transizione Ecologica del possibile aumento del 40% dei costi dell’energia elettrica non ha fatto altro che prolungare l’allarmismo securitario cui si sono affidati da anni, in un autentico susseguirsi epidemico di emergenze continue, i governi per mantenere, con la paura, il proprio potere sui governati, senza mai dover mettere in discussione il modo di produzione che causa davvero disastri e sprechi insostenibili per la specie e il pianeta. Anzi, semmai colpevolizzando la specie nel suo complesso attraverso le formulazione della teoria dell’Antropocene, evitando invece di parlare, più correttamente, di Capitalocene3.

La rivoluzione, come tradizionalmente l’alta magia e la religione, affronta il nemico esterno per mezzo della vera guerra. Questa non può prescindere dallo scontro con tutte le immagini del Sé, che lo riproducono a somiglianza del capitale come quantità di valore in processo, simbolo, ruolo, funzione della vita assente, inserito nella società in cui circola e si realizza (o si devalorizza) come merce immateriale e veicolo della lingua.
Il capitale, invece, condivide con la religione i contenuti della penitenza e del millenarismo: da un lato minaccia l’apocalisse, dall’altro chiama a sé a specie come gregge della sopravvivenza, inquadrato dalle nuove ideologie neocristiane del dubbio, del problema, dell’autocritica.
La produzione di persone di nuovo tipo è parte integrante del progetto planetario della carestia: trasferimento del grosso della produzione di merci materiali alla periferia del mondo capitalista e sua sostituzione con la colonizzazione dell’interiorità e la creazione di nuove merci corrispondenti (ruoli sociali, farmaci, comunità terapeutiche, servizi)4.

Santini scriveva decenni or sono di un libro apparso nel 1973, ma basterebbe aggiungere all’elenco i social media, che oggi hanno letteralmente colonizzato la mente e l’immaginario della specie, per avere un quadro completo dell’Apocalisse in atto e della necessità di superare la mera sopravvivenza con una svolta rivoluzionaria. Anche se, per ora, lontana dal venire.

All’epoca, la stessa scelta “armata” sembrava proiettare ancora i militanti all’interno del mondo della Carestia5, poiché in tal modo la vera guerra veniva sostituita con l’autovalorizzazione per mezzo del sacrificio sanguinoso e dell’eroismo ritualistico, ma, sempre secondo Cesarano, la prospettiva del capitale di assoggettare definitivamente la specie, facendola parlare con la propria stessa voce, stava per fallire.

Il movimento della rivoluzione, pur col ritardo necessario ma non inevitabile degli infortuni della passione, pur con le perdite causate dalla disperazione e dalla solitudine dovute all’esigenza di inverarsi immediatisticamente e di non recede dai livelli di radicalità raggiunti, si appresta a disvelare la menzogna del mondo fittizio in cui ogni corpo è strappato all’essere e abolito, e, trapassando tutte le ideologie e i travestimenti dell’inorganico fattosi uomo, si avvicina allo scontro ultimativo e alla vittoria6.

Il dramma che sorge dalla lettura dell’antologia di testi di Francesco Santini, proposta dalle sempre stimolanti e attente Edizioni Colibrì, sorge però dal fatto che a fronte di tanta determinazione critica e politica i principali protagonisti di quella stagione (Eddy Ginosa nel 1971, Giorgio Cesarano nel 1975 e lo stesso Santini nel 1996) decisero tutti, in maniera decisamente ultimativa, di non piegarsi alla mediocrità del momento, esattamente come Guy Debord, uno dei loro principali ispiratori, avrebbe fatto nel 1994.

Il Je mange pas de ce pain-la di Benjamin Péret, diventava un imperativo assoluto, tale da far sì che la spasmodica attesa dell’evento rivoluzione finisse, a causa della sua prolungata assenza, col coincidere con la stoica decisione di rinunciare a una non-vita, il cui unico valore, per chi la viveva consciamente, poteva essere costituito soltanto dalla depressione e dal senso di impotenza. Non resa dunque, ma estrema affermazione di alterità nei confronti di un mondo ancora non pronto a recepire la radicalità di un messaggio che, in compenso, la borghesia dell’epoca aveva già percepito e represso attraverso arresti e accuse di coinvolgimento nelle sue trame più oscure, proprio nei confronti degli ambienti anarchici e proletari in cui la critica radicale, pur rivendicandosi comunista, aveva trovato maggior ascolto e accoglienza.

Tra i testi ripubblicati, oltre a quello già contenuto nella Cronologia della vita e delle opere che introduceva il terzo volume delle opere complete di Giorgio Cesarano, pubblicato con il titolo Critica dell’Utopia Capitale per conto dell’associazione culturale «Centro d’iniziativa Luca Rossi», sono compresi vari contributi di Santini apparsi sulla rivista «Insurrezione» e in altri contesti. Tra questi il più importante è proprio quello che dà il titolo al libro e in cui l’autore, prendendo le mosse dal suicidio di Cesarano, traccia una storia delle origini e degli sviluppi della critica radicale italiana, indicandone le radici nel movimento ’68, nell’Internazionale Situazionista e nelle correnti più lucide del pensiero comunista, consigliare e anarchico, anche se, a ben vedere, la critica radicale si differenziò da tutte queste.

Non soltanto storia, però, ma anche necessario bilancio critico di un’esperienza che perso in gran parte l’appuntamento decisivo con quello che avrebbe potuto costituire l’affermazione materiale delle sua anticipazioni, ovvero il movimento del ’77, finì, secondo Santini, troppo spesso col rinchiudersi su se stessa, inaridendosi. Come scrive ancora:

Verso la fine del’76, mentre i piccoli nuclei di «radicali» presenti in varie città d’Italia tendevano a prendere un atteggiamento di vuota superiorità che li avrebbe resi incapaci di realizzare qualsivoglia intervento efficace, esistevano occasioni di incontro con i Circoli del Proletariato Giovanile e l’incipiente Autonomia.
[…] A partire dalla fine del ’76, con l’esperienza dei Circoli del Proletariato Giovanile, preannunciata dagli scontri della primavera del ’75,la situazione italiana si riaprì rapidamente tornando a offrire ai rivoluzionari ricche occasioni di comunicazione col sociale.
La comparsa sul palcoscenico della politica dell’Autonomia Operaia non costituì in sé una novità. Infatti l’Autonomia può essere giustamente considerata nient’altro che una forma di militantismo di sinistra conseguente. La spiegazione del successo dell’Autonomia sta essenzialmente nella chiara scelta da parte sua della pratica dell’illegalità e della violenza. Lo scompiglio provocato nel quadro politico dai gruppi autonomi aprì un varco entro cui poterono irrompere i selvaggi delle metropoli.
[…] I grandi movimenti di Roma e Bologna nei primi mesi del ’77 realizzavano il sogno delle grandi rivolte armate fuori e contro i racket politico-sindacali covato dai radicali per tanti anni. Il ’77 non ebbe la portata, la profondità sociale e la durata del movimento precedente del ’67-’69; tuttavia determinò una situazione ancora più favorevole per il comunismo radicale.
Intanto, questa volta la politica militante dei gruppettari – che per tanti anni aveva costituito un freno e un blocco con cui, volenti o nolenti, i rivoluzionari avevano dovuto fare i conti – fu investita subito dalla critica feroce e irridente di un movimento che esprimeva come proprio presupposto l’esigenza di lottare per sé, per la vita di ciascuno, contro il sacrificio, la noia, il lavoro, per cambiare immediatamente se stessi, affrontando nel contempo a viso aperto l’assedio del mondo delle merci. Inoltre, stavolta, il blocco staliniano PCI-CGIL venne identificato come il nemico; si schierò subito apertamente contro il movimento e,per la prima volta, perse completamente il controllo della piazza7.

Per Francesco Santini, così come lo era stata per la critica radicale prima e per la rivista «Insurrezione» sul finire degli anni Settanta, l’ago magnetico della bussola politica rivoluzionaria doveva essere sempre rivolto in direzione degli episodi insurrezionali, di violenza e illegalità (come confermano ulteriormente gli scritti sul comontismo), che si caratterizzavano per il proprio essere di massa e spesso spontanei, quasi sempre con il proletariato giovanile metropolitano nei panni del principale attore protagonista.

Una concezione che vedeva nel rivoluzionario colui che sapeva cogliere e seguire con attenzione (se impossibilitato alla partecipazione diretta) tutte le possibili anticipazioni della Rivoluzione a venire, per momentanee e caduche che fossero, al fine di stilare un autentico atlante delle città insorte e del cammino verso la liberazione della specie dall’attuale modo di produzione dominante. Fatto che, come ci insegnano i nostri giorni, potrebbe rendersi ancora necessario nel nostro immediato futuro, in ogni angolo del mondo e in ogni frangente riconducibile allo scontro tra specie e capitale.

L’Italia di Roma e Bologna del ’77 si aggiungeva, come nuovo laboratorio insurrezionale, a Detroit, Stettino, Danzica, Belfast, Oakland, la Torino di corso Traiano, Parigi del maggio e tante altre città in rivolta, così come oggi Minneapolis, Beirut, Santiago del Cile, Barcellona, Hong Kong, le città francesi invase dai gilets jaunes e dai giovani delle banlieues, e altrettante ancora segnano e segneranno puntualmente il cammino sull’atlante stradale della rivoluzione. Che non potrà essere, per forza di cose e sempre di più, che anonima e tremenda.

Anche soltanto per questo il testo qui proposto dovrebbe essere letto da chiunque si voglia porre sul lato giusto delle barricate di oggi e domani. Nella certezza che soltanto la promessa di sviluppo infinito del capitalismo costituisce in sé un’illusoria utopia, al contrario di quanto molti servitori della sua causa hanno sempre voluto far credere al fine di segare le gambe all’immaginario e alla materialità della concretezza rivoluzionaria.


  1. Francesco “Kukki” Santini, Esposizione sintetica degli scritti teorici e d’intervento di Giorgio Cesarano, Appendice 1 a F. “Kukki” Santini, Apocalisse e sopravvivenza, Edizioni Colibrì, Milano 2021, pp. 90-91  

  2. Della quale si è parlato già qui su Carmilla  

  3. Come suggerisce invece Jason W. Moore in Antropocene o Capitalocene? Scenari di ecologia-mondo nell’era della crisi planetaria, Ombre Corte, Verona 2017  

  4. F. “Kukki” Santini, op. cit. pp.91-92  

  5. Sulla critica radicale all’esperienza della lotta armata si veda ancora Parafulmini e controfigure, numero speciale della rivista «Insurrezione», maggio 1979 qui oppure l’intero opuscolo, contenente estratti da Terrorismo o rivoluzione di Raoul Vaneigem (1972) e da Apocalisse e Rivoluzione (1973), ripubblicato con lo stesso titolo dalle Edizioni Anarchismo nella collana «Opuscoli provvisori» con il n° 28 e giunto alla sua terza edizione nel novembre 2013  

  6. F. K. Santini, Esposizione sintetica degli scritti teorici e d’intervento di Giorgio Cesarano, Appendice 1, op.cit., p. 92  

  7. Francesco “Kukki” Santini, La grande occasione del’77, in Apocalisse e sopravvivenza, op.cit., pp. 73-74  

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I don’t live today: scene dalla guerra di classe in America (e non solo) https://www.carmillaonline.com/2020/06/24/i-dont-live-today-scene-dalla-guerra-di-classe-in-america-e-non-solo/ Wed, 24 Jun 2020 21:01:44 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=60919 di Sandro Moiso

Will I live tomorrow? Well I just can’t say But I know for sure I don’t live today (I don’t live today – Jimi Hendrix, 1967)

“Certo che c’è la guerra di classe, ma è la mia classe, la classe dei ricchi, che la sta facendo e la stiamo vincendo.” (Warren Buffett, 2006)

Gli eventi delle ultime settimane negli Stati Uniti hanno sicuramente costituito un severo monito, soprattutto per chi, come il finanziere Warren Buffett, uno dei tre uomini più ricchi del mondo, poteva crogiolarsi in un illusoria [...]]]> di Sandro Moiso

Will I live tomorrow?
Well I just can’t say
But I know for sure
I don’t live today

(I don’t live today – Jimi Hendrix, 1967)

“Certo che c’è la guerra di classe, ma è la mia classe, la classe dei ricchi, che la sta facendo e la stiamo vincendo.” (Warren Buffett, 2006)

Gli eventi delle ultime settimane negli Stati Uniti hanno sicuramente costituito un severo monito, soprattutto per chi, come il finanziere Warren Buffett, uno dei tre uomini più ricchi del mondo, poteva crogiolarsi in un illusoria vittoria definitiva della propria classe su quella degli oppressi.
Le notizie di tali eventi hanno fatto rapidamente il giro del mondo e, esattamente come le lotte contro la guerra in Vietnam degli anni Sessanta, hanno infiammato le piazze dei paesi occidentali e di altri continenti.

La forza delle manifestazioni, il timore suscitato dal loro rapido diffondersi, la capacità di risposta politica dimostrata dai manifestanti (in grado di utilizzare tanto la violenza quanto l’abilità di influenzare mediaticamente e politicamente l’opinione pubblica nazionale e internazionale), la strategia messa in atto collettivamente nelle strade e nelle piazze hanno costituito una brutta sorpresa per un potere politico e finanziario che da anni si pensava ormai vincitore nel confronto con i subordinati di ogni colore e credo.

La richiesta improvvisa e radicale dello scioglimento delle forze di polizia o almeno di un loro radicale ridimensionamento e di una sostanziale revisione dell’uso della forza ad esse consentito è stato un passo di portata storica, non soltanto per i movimenti americani ma anche per quelli che in ogni angolo del mondo si oppongono ormai da anni alle violenze poliziesche e, più in generale, dello Stato nei confronti di chi difende, sul fronte opposto, gli interessi di classe, ambientali, di genere e appartenenza culturale e etnica. Defund the police è diventato uno slogan politico che potrebbe avere, anche qui da noi, una funzione niente affatto secondaria per rilanciare il dibattito pubblico sul ruolo attivo delle forze dell’ordine nella repressione sociale e nella creazione di autentici casi giudiziari, come ad esempio in Val di Susa nei confronti del movimento NoTav.

La sorpresa con cui è stata accolta la richiesta da diverse amministrazioni locali statunitensi, la confusione in cui sono rimasti intrappolati i vertici militari e politici manifestano non soltanto un vacuo ‘pentimento’ per le violenze subite da secoli dalla comunità afro-americana, ma anche la crisi sociale, politica ed economica in cui si dibatte ormai da tempo la maggior potenza imperialista dell’Occidente. Una crisi di cui abbiamo parlato già più volte su Carmilla, destinata inevitabilmente a sfociare in un nuovo conflitto globale per il contollo dell’economia planetaria oppure in una nuova guerra civile di cui da tempo si parla negli ambienti politici e culturali statunitensi. Guerra civile che già da anni ispira, anche soltanto metaforicamente, molte trame della produzione letteraria, cinematografica e fumettistica statunitense.

Guerra civile a venire (o forse già in atto) che ha prodotto un immaginario che già la “comprende” e che, a sua volta, spinge, nemmeno più troppo inconsciamente, verso una sua concreta deflagrazione.
Guerra civile che, proprio in quanto tale, non può essere animata e agita da due soli attori, come la concezione tradizionale dello scontro di classe vorrebbe. Le guerre civili infatti decidono di come le società e le economie dovranno essere ristrutturate una volta concluse e una volta emerso il vincitore.

Così fu per la guerra civile americana, durante la quale il presidente repubblicano Abramo Lincoln guidò la costruzione di un’America industriale sulle ceneri di un’altra America agricola, schiavista e dipendente dalle esportazioni verso l’impero britannico. In cui la questione della schiavitù e dell’oppressione divenne dirimente soltanto a partire dal 1863, con il proclama con cui il presidente del Nord abolì la stessa nella speranza che la rivolta degli schiavi mettesse in crisi il Sud, fino ad allora vincente nello scontro militare. Vittoria finale del Nord cui la classe operaia dello stesso, anche sotto l’invito dei socialisti ispirati da Karl Marx e Friedrich Engels, aveva dato un significativo contributo in termini di arruolamento e partecipazione, non tanto per la liberazione degli schiavi afro-americani, quanto piuttosto a favore di uno sviluppo industriale nazionale che permettesse e favorisse lo sviluppo della stessa classe e il miglioramento delle sue condizioni di vita e di partecipazione democratica alla vita politica nazionale.

Ecco, proprio quella guerra civile ci permette di cogliere l’essenza di tutte le guerre civili: più attori in lotta sullo stesso campo, divisi oppure uniti da interessi che talvolta coincidono e ancor più spesso divergono.
Capitalisti industriali del Nord, banchieri, grandi proprietari terrieri del Sud, piccoli proprietari terrieri degli Stati confederati, schiavisti, abolizionisti, afro-americani schiavi oppure liberi nelle principali città del Nord, operai industriali, socialisti, repubblicani, democratici (questi ultimi all’epoca rappresentanti della proprietà terriera del Sud) furono infatti gli attori principali di quel dramma.

La vittoria dei primi dell’elenco delineò il destino di grande potenza degli Stati Uniti, gli schieramenti politici successivi, gli allineamenti di classe rispetto agli interessi nazionali, odii e conflitti mai rimarginati ma, soprattutto, non risolse il problema della sottomissione degli afro-americani al potere bianco che, comunque, da quella guerra non fu minimamente scalfito o indebolito, ma piuttosto rafforzato da alleanze (ad esempio quello tra gli interessi economici del gran capitale e quelli dell’aristocrazia operaia del Nord) semplicemente impensabili prima di allora.

No sun comin’ through my windows
Feel like I’m livin’ at the bottom of a grave

(I don’t live today – Jimi Hendrix, 1967)

Anche la Grande Crisi degli anni Trenta non contribuì ad un ravvicinamento tra gli interessi dei lavoratori, dei piccoli contadini bianchi impoveriti e quelli della comunità afro-americana. Troppo vicine risultavano, soprattutto al Sud, le ferite lasciate ancora aperte dalla guerra civile; troppo nazionalista risultava ancora la politica di una sinistra americana che incoraggiava gli operai bianchi a partecipare allo sforzo collettivo in vista dello scontro militare con le potenze del male, rappresentate all’epoca da Germania, Italia e Giappone (anche se ai vertici dell’establishment economico e politico statunitense non poche erano le simpatie per quei regimi politici) mentre lo stalinismo spingeva i ‘neri’ alla creazione di un proprio stato autonomo nel Sud degli Stati Uniti, basato unicamente sul presupposto della maggior presenza di discendenti degli schiavi, in stati come l’Alabama, la Georgia e il Mississippi, rispetto alla popolazione ‘bianca’.

In realtà la crisi della segregazione razziale ebbe inizio soltanto un secolo dopo, negli anni Sessanta del ‘900, a seguito di una crisi di coscienza politica sviluppatasi tra gli anni della Nuova Frontiera di kennedyana memoria e la critica del macello imperialista in Vietnam, che vide comunque protagonisti, oltre agli afro-americani, gli studenti, gli intellettuali e una parte dei reduci di quella guerra più che i lavoratori della classe operaia o della classe media bianca. Ancor aggrappati, questi ultimi, ad un sogno americano che per gli altri andava rapidamente disfacendosi nella repressione poliziesca dei movimenti giovanili, nei ghetti delle metropoli e nelle paludi del Sud-est asiatico. Soltanto là dove la componente afro-americana era predominante, come nel caso di Detroit, la classe operaia bianca si unì ai neri nella lotta, che ebbe comunque sempre al suo centro rivendicazioni inerenti l’autonomia di classe, il lavoro e le sue condizioni salariali ancor più che i diritti civili1.

La vera novità di queste ultime settimane, invece, è data dal fatto che le proteste hanno coinvolto soggetti diversi, sia dal punto di vista etnico-culturale che di classe, vedendo uniti nelle protesta la comunità afroamericana (che rappresenta circa il 12% della popolazione statunitense) insieme a quella ispanica, nativa americana, asiatica e almeno ad una parte di quella bianca. Un fatto sicuramente inedito per le proporzioni che ha raggiunto nella partecipazione alle proteste.

D’altra parte l’omicidio del quarantaseienne George Floyd, seguito a distanza di pochi giorni da quello del ventisettenne Rayshard Brooks da parte della polizia di Atlanta sono stati non soltanto gli ultimi casi di una catena di violenze e prevaricazioni di cui la comunità afroamericana e vittima da sempre, ma anche le classiche gocce che hanno fatto traboccare un vaso già colmo.

La crescita abnorme delle disuguaglianze sociali nel corso dell’ultimo decennio ha cancellato molte certezze su presente e futuro di singoli e famiglie. La precarizzazione delle vite dei lavoratori e l’impoverimento della middle class sono state ulteriormente aggravate dall’epidemia di Covid-19 che ha colpito in maniera sproporzionata la popolazione nera e, in genere tutte le fasce più deboli della popolazione. Creando le condizioni per una tempesta perfetta.

Al 21 giugno gli Stati Uniti risultano essere infatti il paese maggiormente colpito dall’epidemia con con 2.255.119 casi e 119.719 decessi. In un contesto in cui il settore dell’assistenza sanitaria costituisce:

il più grosso fallimento del sistema economico americano. Un disastro che, oltre a provocare un numero infinito di drammi individuali, lacera pericolosamente il tessuto sociale mettendo con le spalle al muro un ex ceto medio già molto impoverito e accentua ulteriormente le disuguaglianze estreme dell’America del Ventunesimo secolo. E quando le disuguaglianze si misurano non con gli squilibri di reddito ma con la differenza tra vivere e morire, le cose, evidentemente, cambiano.[…] I racconti commoventi o che suscitano rabbia sono infiniti: Pazienti in lotta con il cancro che si sono visti negare la chemioterapia per via di una polizza sanitaria che copriva solo il primo ciclo; malati terminali costretti, tra mille sofferenze, a combatter con i call center della propria assicurazione per negoziare qualche rimborso; migliaia di famiglie andate in bancarotta perché non in grado di pagare il prezzo esorbitante dei trattamenti medici erogati dal pronto soccorso. Il motivo è che in America, oltre alle aziende, possono dichiarare fallimeto anche i singoli individui: l’impossibilità di far fronte alle spese mediche è la prima causa di bancarotta2

Immaginiamo come tutto questo si sia incrociato con la pandemia e aggiungiamo il video di nove minuti girato da una ragazza di 17 anni che in poche ore ha fatto il giro del mondo con un effetto dirompente e, circa 48 ore dopo, il fuoco che ha distrutto il terzo distretto di polizia a Minneapolis, che ha invece prodotto l’immaginario della protesta contro le ingiustizie e il razzismo.

“Col passare dei giorni e delle settimane, la narrazione della vera natura della rivolta continuerà a essere discussa” scrive un cronista che ha seguito da vicino la prima settimana a Minneapolis. “[…] Non puoi fare un censimento durante una rivolta, ma il mio resoconto personale è che i giovani in prima linea sono stati sproporzionatamente neri e marroni, per lo più non affiliati a un’organizzazione ufficiale.“
Ma la vera importante novità sono le seconde linee: li’ trovi anche ispanici, latinos, bianchi, asiatici, nativi americani, donne e persone anche anziane3.

A tutto ciò va poi ancora aggiunto che:

Tra il 1998 e il 2015 gli stabilimenti manifatturieri negli Stati Uniti sono passati da 366.249 a 292.825; soprattutto, il numero delle fabbriche con più di 1000 dipendenti si è quasi dimezzato
(da 1504 a 863) e quello delle fabbriche con 500-999 dipendenti si è ridotto di un terzo (da 3322 a 2072). A sua volta il numero dei posti di lavoro nel settore manifatturiero è passato da 18.640.000 alla fine del 1980 a 17.449.000 nel dicembre 1998, a 12.809.000 nel dicembre 2018, mentre la popolazione passava da poco più di 227 milioni nel 1980 a quasi 276 milioni nel 1998 e a 327 milioni nel 20183.
La seconda rivoluzione industriale aveva creato le grandi città statunitensi, la terza le ha distrutte.
[…] Tra il 1975 e il 2017 il PIL reale degli Stati Uniti è passato da quasi 5500 miliardi a poco più di 17.000 miliardi e la produttività è cresciuta di circa il 60%, ma i salari orari reali di gran parte dei lavoratori sono rimasti invariati o si sono addirittura abbassati. In altre parole, «per quasi quattro decenni una minuscola élite si è accaparrata quasi tutti i guadagni derivanti dalla crescita economica». Il che testimonia, tra l’altro, che i partiti che si sono alternati al potere negli ultimi decenni – «la politica», con poche eccezioni individuali – hanno avuto la non volontà di legiferare a protezione degli strati mediobassi, cioè della maggioranza della popolazione, e hanno mostrato subalternità agli interessi della piccola minoranza dei potentati economici e finanziari.

L’impressionante aumento di ricchezza dei ricchi[…](ha) cancellato molte certezze su presente e futuro di singoli e famiglie. E l’insicurezza prolungata ha prodotto a sua volta estraniamento, isolamento e disperazione. I suicidi sono aumentati del 24% tra il 1999 e il 2014; nello stesso arco di tempo, il tasso di suicidi è cresciuto del 63% per le donne tra i 45 e i 64 anni e del 43% per gli uomini della stessa età. Il loro numero è passato da 29.199 del 1999, a 42.773 del 2014, a 47.173 nel 2017 (quando le morti per alcol e droghe sono state più di 100.000). Infine, il fatto che l’arricchimento dei ricchi sia continuato durante la cosiddetta Grande recessione iniziata nel 2008, ha generato nuove frustrazioni, suscitato risentimenti e minato i pilastri della stessa tradizionale fiducia degli statunitensi nella loro democrazia in quanto prassi sociale informale e condivisa, prima ancora che impalcatura istituzionale.4

A questo punto è facile comprendere come le proteste e i riot che sono seguiti al brutale omicidio di George Floyd in quasi tutti gli stati della federazione, vanno ben oltre la pur fondamentale lotta contro la discriminazione razziale e pongono, invece e in maniera lampante, una questione socio-politica che, forse per la prima volta nella storia americana, potrebbe unificare le differenti componenti etniche in unico, autentico melting pot di classe.

Naturalmente, si è cercato fin da subito di vedere nelle rivolte un complotto dei suprematisti bianchi (tornando all’inveterata tradizione degli opposti estremismi che serve sempre a dipingere come fascista o populista qualsiasi forma di lotta non immediatamente inquadrabile nelle maglie istituzionali)5, ma è indubbio che la pressione sociale negli USA è salita a livelli critici a causa della crisi economica da Covid-19, che ha prodotto nel giro di poche settimane un aumento vertiginoso di richieste di nuovi sussidi di disoccupazione, aumentate di circa 40 milioni.

Anche se la maggioranza dei nuovi disoccupati è probabilmente da ricercare nei settori lavorativi contraddistinti dal precariato e vedono coinvolti soprattutto lavoratori e lavoratrici appartenenti alle minoranze etniche e ai millennial bianchi (i quali ultimi hanno visto ridursi del 16% le loro possibilità occupazionali soltanto tra marzo e aprile6), è altrettanto indubbio che tale situazione ha aperto un ulteriore baratro di fronte agli occhi di quella classe media bianca, operaia e non, che già dal 2008 ha imparato cosa significhi perdere rapidamente non solo il posto di lavoro, ma anche la casa e qualsiasi altro tipo di garanzia sociale ed economica (risparmi e investimenti nei fondi pensionistici privati in primis).

Ecco allora che se nel Michigan lavoratori e miliziani bianchi armati avevano occupato il parlamento dello Stato armi alla mano, nei giorni successivi alcuni gruppi di boogaloo boys (militanti di formazioni armate di varia natura e non sempre apparteneti soltanto alla destra bianca) hanno manifestato solidarietà con la morte di George Floyd, in nome di una comune lotta (boogaloo è, né più né meno, che un sinonimo gergale per guerra civile) contro lo Stato federale, le sue leggi, i suoi apparati di sicurezza e la sua volontà di controllare la diffusione delle armi a discapito del secondo emendamento della Costituzione americana7.

Certo in tale manifestazione di “solidarietà” sono rintracciabili elementi di opportunismo e di provocazione, forse solo un autentico bluff, ma non dimentichiamo mai che, soprattutto tra le frange impoverite dei piccoli farmers tali posizioni estreme, di destra e armate, hanno preso piede da decenni8 proprio a partire dal venir meno di qualsiasi speranza in un ulteriore miglioramento delle proprie condizioni economiche a seguito di un sempre maggior indebitamento nei confronti delle banche, oggi accompagnato spesso dai danni causati in molti territori, ancora utilizzati per l’agricoltura e l’allevamento, dalla pratica del fracking, ovvero della fratturazione idraulica del sottosuolo per la ricerca e l’estrazione del petrolio e dello shale gas.

E’ una geografia politica, mentale e spaziale estremamente frantumata quella degli Stati Uniti attuali.
Un mosaico impressionista di emozioni, rivendicazioni, miseria e rabbia che spesso assume i contorni della dichiarazione di zone liberate. Dalla attuale Zona Autonoma di Capitol Hill a Seattle alla ciclica dichiarazione di indipendenza di zone rurali, caratterizzate dalla rivolta contro il prelievo fiscale e l’austerity di stampo governativo, che hanno contraddistinto la storia della federazione americana dalla Shay’s Rebellion del 3 febbraio 1787 fino ai giorni nostri9.

Stiamo attenti, molto attenti, la creazione di un fronte comune tra bianchi impoveriti, armati e arrabbiati e movimenti afro-americani, ispanici o altri ancora è altamente improbabile, ma come scriveva l’ultimo maestro dello haiku: Eppure, eppure10.
La situazione negli USA è altamente esplosiva e sicuramente i vertici politici, finanziari e militari del paese non possono escludere alcuna possibilità di sollevamento e rivolta sociale. Non a caso gli stessi vertici sembrano aver formalmente “abbandonato “ Trump per concedere ai movimenti ben più di quanto il presidente avrebbe voluto (ovvero nulla o quasi), mentre continua ad abbaiare il suo slogan di Law and Order e le sue minacce di dieci anni di galere per chi imbratta o abbatte le statue del passato colonialista e schiavista.

Lo stesso presidente, però, è ben conscio della situazione altamente instabile con cui ha a che fare e, dal chiuso del suo bunker assediato non solo metaforicamente, non smette di soffiare sull’unica risorsa che gli rimane, almeno apparentemente, per vincere le prossime elezioni: ovvero quello del razzismo e dell’odio viscerale che molti lavoratori, piccoli proprietari agricoli e membri impoveriti di una classe media un tempo fiorente, nutrono nei confronti delle banche, dello Stato federale e di una upper class di cui lo stesso Trump è, in fin dei conti, il più agguerrito rappresentante.

L’elastico delle contraddizioni sociali è ormai teso allo spasmo e qualsiasi errore tattico da parte della classe al potere e dei suoi apparati militari e repressivi potrebbe tracimare in uno scontro il cui finale sarebbe ancora tutto da scrivere. Non a caso Obama, sotto la cui presidenza gli omicidi di afro-americani non sono certo diminuiti, e tutto l’apparato del Partito Democratico spingono per cercare di racchiudere la protesta in un ambito puramente elettorale, in cui la questione dei diritti civili sia l’unica componente unificante.

Fin dalla seconda metà dell’Ottocento, a proposito dei lavoratori irlandesi sfruttati dai padroni e maltrattati dagli operai inglesi, Marx aveva ammonito i secondi, affermando che chi non è in grado di difendere i diritti altrui non è neppure in grado di difendere poi i propri. E tale monito deve continuare a splendere come una stella polare per chiunque abbia a cuore la trasformazione e il superamento del modo di produzione vigente, ma allo stesso tempo occorre che chi vuole lottare efficacemente contro lo stesso tenga presenti tutte le contraddizioni e i bisogni che lo stesso suscita tra segmenti diversi di classe e/o di classi sociali differenti.

Per fare uno scomodo esempio, riferibile all’attuale situazione italiana, sia durante l’epidemia da Covid, con l’obbligo di lavorare per i dipendenti di migliaia di imprese che non si sono mai fermate, che dopo, è qui utile ricordare quanto affermato Sergio Bologna in una recente intervista:

Bisogna inquadrare il problema nella crisi generale della middle class, il richiamo al binomio catena di montaggio/rifiuto del lavoro non serve. I giochi sono cambiati, la classe operaia industriale, si tratti di Rust Belt americana o di Bergamo e Brescia, è uno dei terreni di coltura del populismo trumpista o leghista. Qualcuno pensa di evangelizzarli predicando l’amore cristiano per i migranti, ma bisogna proprio avere la mentalità da Esercito della Salvezza per essere così imbecilli. Lì si tratta di riaprire il conflitto industriale, il tema della salute riproposto dal coronavirus può essere il perno su cui far leva.11

Ecco: il conflitto, industriale e/o sociale, può essere il terreno di coltura di una nuova e allargata strategia di classe che veda finalmente riuniti i differenti temi che agitano le rivolte di ogni tipo in nome di un superamento dell’esistente e non del suo mantenimento in vita in chiave green o pseudo-democratica e liberal. A costo di riprendere l’unico illuminista in grado di proiettarsi oltre l’Illuminismo, Jean Jacques Rousseau, occorre ancora ricordare che l’unica vera disuguaglianza tra gli uomini è quella economica, tra chi ha e chi non ha12. E che da questa, fondamentale a partire dall’invenzione della proprietà privata della terra e dei mezzi di produzione, derivano tutte le altre.

Superare la prima significherà travolgere le altre, anche se secoli di abitudini sedimentate e di incrostazioni ideologiche e religiose avranno bisogno di un certo tempo per essere cancellate del tutto. Cercare di farlo significa però, in maniera tutt’altro che utopistica, cercare di riunificare ciò che il capitale e lo Stato tendono continuamente a dividere per distogliere la rabbia dal conflitto reale e volgerla ad uno più utilmente sfruttabile ai fini del mantenimento dei rapporti di forza attuali tra le classi.

Come ha recentemente affermato Angela Davis:

“Dal mio punto di vista la cosa più importante è cominciare a esprimere idee su come far evolvere il movimento”. Naturalmente si tratta di un aspetto difficile da analizzare nel fervore di una protesta che si sta diffondendo in tutto il mondo. Tuttavia, per Davis è importante capire che l’incendio di un commissariato a Minneapolis o la rimozione della statua di Edward Colston a Bristol non sono la risposta definitiva. “A prescindere da quello che pensano le persone, questi gesti non porteranno un cambiamento reale”, spiega riferendosi alla rimozione della statua. “Ciò che conta è l’organizzazione, il lavoro. Bisogna continuare a lavorare, a organizzarsi per combattere il razzismo, a trovare nuovi modi per trasformare le nostre società. Solo così si può fare la differenza”.[…] Di recente Nancy Pelosi, presidente della camera dei deputati, e alcuni suoi importanti colleghi di partito hanno indossato indumenti di kente, un tessuto tipico ghaneano che gli era stato regalato dai rappresentanti afroamericani del congresso. Il loro obiettivo era mandare un messaggio ai cittadini neri, una base elettorale decisiva su cui il candidato democratico alla presidenza Joe Biden non riesce a far presa. “Lo hanno fatto solo perché vogliono stare dalla parte giusta della storia, ma non è detto che vogliano anche fare la cosa giusta”, risponde Davis con un certo distacco13.

Sia Trump che i democratici stanno soffiando su un fuoco che, però, non è soltanto elettorale, visto che chiunque dei due vinca alle prossime elezioni, avrà grosse difficoltà nel mantenere le promesse fatte e in ogni caso dovrà fare i conti con una rabbia sempre meno celata e sempre meno rimovibile dalle coscienze.

Abbiamo, come già affermato, qui su Carmilla nella serie di articoli sull’Epidemia delle emergenze14, una grande possibilità da cogliere oggi, in America e non solo, a patto di non ridurre il tutto ad una serie di sardineschi inchini e saper invece affrontare la catastrofe che già è in corso, di qua e di là dell’Atlantico.
Perché l’impossiblità di vivere oggi, per la maggior parte della specie umana, è anche la vera ragione della nostra insopprimibile forza.

I don’t, live today
Maybe tomorrow, I just can say
But a, I don’t live today
It’s such a shame to waste
your time away like this
Existing


  1. Sull’eperienza del DRUM (Dodge Revolutionary Union Movement) si veda qui  

  2. M. Gaggi, Crack America. La verità sulla crisi degli Stati Uniti, RCS Media Group, Milano 2020, pp. 57-59  

  3. https://www.infoaut.org/conflitti-globali/dollari-e-no-gli-stati-uniti-dopo-la-fine-del-secolo-americano-intervista-a-bruno-cartosio  

  4. B. Cartosio, Dollari e no. Gli Stati Uniti dopo la fine del «secolo americano», DeriveApprodi, Roma 2020, pp. 6 – 23  

  5. Come ha affermato il governatore del Minnesota in un articolo di R.J. Armstrong, Minneapolis senza pace: dietro la rivolta, la mano dei suprematisti, la Repubblica, 30 maggio 2020  

  6. F. Rampini, “Generazione sfortunata”. E i Millenial bianchi si saldano alla rivolta, la Repubblica, 9 giugno 2020  

  7. Si veda R. Menichini, Camicie hawaiane e mitra: la destra dei “Boogaloo Bois” in piazza per Floyd (e per la seconda guerra civile), la Repubblica, 16 giugno 2020 oppure anche https://www.bellingcat.com/news/2020/05/27/the-boogaloo-movement-is-not-what-you-think/  

  8. Si pensi soltanto al bellissimo film Betrayed (Tradita), diretto da Costa-Gavras, autore tutt’altro che di destra, nel 1988. Si consultino, inoltre: J. Dyer, Raccolti di rabbia. La minaccia neonazista nell’America rurale, Fazi Editore, Roma 2002 e J. Bageant, La Bibbia e il fucile. Cronache dall’America profonda, Bruno Mondadori, Milano 2010. Infine, per un autentico ed importante case study sulla trasformazione dal punto di vista sociale e politico di un territorio un tempo caratterizzato da una grande tradizione di lotta di classe, si veda A. Portelli, America profonda. Due secoli raccontati da Harlan County, Kentucky, Donzelli Editore, Roma 2011  

  9. Di cui uno dei casi più drammatici è rappresentato dalla violenta repressione della comunità “indipendente” di Waco nel Texas avvenuta nel 1993, sotto la presidenza di Bill Clinton. In tale occasione 76 persone, tra cui molte donne e bambini, bruciarono vive nel rogo che seguì all’assalto delle forze federali alla comunità, dopo un assedio durato 51 giorni. Si veda in proposito C. Stagnaro, Waco, una strage di stato americana, Stampa Alternativa, 2001  

  10. «è di rugiada / è un mondo di rugiada / eppure, eppure» scriveva Kobayashi Issa (1763-1827), dopo aver perso il figlio  

  11. S. Bologna, «E’ giunta l’ora di invocare il diritto di resistenza», il Manifesto, 25 maggio 2020  

  12. J.J. Rousseau, Origine della disuguaglianza (1754), Feltrinelli, Milano 1997  

  13. https://www.infoaut.org/approfondimenti/angela-davis-it-s-about-revolution  

  14. Oggi raccolti in Jack Orlando e Sandro Moiso (a cura di), L’epidemia delle emergenze. Contagio, immaginario, conflitto. Testi e riflessioni di Maurice Chevalier, Fabio Ciabatti, Giovanni Iozzoli, Sandro Moiso, Jack Orlando e Gioacchino Toni, Il Galeone Editore, Roma 2020  

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“Ci sono ancora persone sobrie nella Riserva” https://www.carmillaonline.com/2018/05/15/ci-sono-ancora-persone-sobrie-nella-riserva/ Tue, 15 May 2018 21:12:01 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=45498 di Giacomo Marchetti

Il silenzio, dicono, è la voce della complicità Ma il silenzio è impossibile. Il silenzio urla. Il silenzio è un messaggio, così come fare nulla è un’azione (Leonard Peltier)

Land è un film sulla condizione dei nativi nord-americani oggi, girato dal quarantenne regista anglo-iraniano: Bebak Jalali. Originario di un paese al confine tra l’Iran e il Turkmenistan, dedica a questa terra periferica e di confine, uno dei suoi primi lungometraggi, “Frontier Blues”, del 2009. E la vita “di confine” e “ai margini” è al centro anche di questa narrazione filmica. La pellicola è una co-produzione, anche italiana, [...]]]> di Giacomo Marchetti


Il silenzio, dicono, è la voce della complicità
Ma il silenzio è impossibile.
Il silenzio urla.
Il silenzio è un messaggio,
così come fare nulla è un’azione

(Leonard Peltier)

Land è un film sulla condizione dei nativi nord-americani oggi, girato dal quarantenne regista anglo-iraniano: Bebak Jalali.
Originario di un paese al confine tra l’Iran e il Turkmenistan, dedica a questa terra periferica e di confine, uno dei suoi primi lungometraggi, “Frontier Blues”, del 2009.
E la vita “di confine” e “ai margini” è al centro anche di questa narrazione filmica.
La pellicola è una co-produzione, anche italiana, che nasce da un progetto del Torino Film Lab, selezionata per la sezione Panorama della Berlinale di quest’anno, svoltasi alcuni mesi fa.
“La terra” nella finzione filmica è una riserva indiana chiamata “Prairie Wolf”, ma nella realtà del set è un territorio di confine tra USA e Messico: Tijuana, a qualche km da quel muro che divide “artificialmente” gli States dal Messico
Un confine che è stato al centro della propaganda politica elettorale presidenziale di Orange Man, attuale inquilino della Casa Bianca.
Una cesura che non ha nulla di naturale, quella tra USA e Messico, ma è il prodotto storico di un esproprio compiuto dagli Stati Uniti a metà dell’Ottocento in una delle prime guerre di conquista che ne caratterizzeranno la storia, così come nulla di “naturale” ha l’attuale situazione dei nativi americani in cui l’inizio del loro Olocausto coincide con l’approdo di padri pellegrini sul Mayflower nelle coste orientali del continente Nord-Americano a Cape Cod l’11 novembre del 1620.

Buona parte del territorio del sud degli Stati Uniti è infatti il risultato di una “guerra di rapina”, recentemente rievocata da un bel romanzo di Pino Cacucci: Quelli del san Patrizio in cui si narra le vicende dei disertori, per la maggior parte di origine irlandese, che passarono dalla parte dei messicani, formando un battaglione d’artiglieria nominato appunto San Patrizio al comando di John Riley, uno dei primi fulgidi esempi di “traditori di razza” della storia popolare nord-americana.

La linea di confine, “il dentro” e il “fuori”, la costruzione dell’identità, sono al centro della riflessione filmica, così come anche il tema del “traditore” – in questo caso traditrice – di razza, un ruolo – quest’ultimo – riservato nella pellicola ad una teenager bianca scevra dei pregiudizi della propria famiglia sui nativi americani, curiosa di conoscere la Storia, anzi le storie, di un popolo che vive ridotto alla condizione di reietto.
I nativi sono ancora odiati dai parenti della giovane che non provano alcun rispetto per “gli indiani” ma di cui hanno ancora timore.
I nativi costituiscono ancora una delle maggiori fonti di ricchezza attraverso la vendita di alcolici, business che oltre a lucrare sull’esistenza dei “pellerossa” contribuisce alla loro “anestetizzazione” sociale, rendendoli dipendenti dall’alcol (e quindi da chi lo vende) e incapaci di difendersi dai propri carnefici.
L’alcol ha svolto, e svolge, per i nativi americani la stessa funzione della diffusione massiccia di droghe nei ghetti delle città metropolitane nei confronti degli afro-americani: “la guerra chimica” denunciata ai suoi tempi della Pantere Nere.

Per citare la strofa di un verso di una famosa poetessa chicano-americana Gloria Anzaldua: to survive the Borderlands / you must live sin fronteras / to be a crossroads…
Il regista sembra ispirarsi proprio a questa strofa e stimolato da un servizio, apparso sul Guardian, si reca – per produrre il film – due volte in Nord America, visita una trentina di riserve e compie la selezione degli attori attraverso un casting aperto tra i nativi americani, persone che hanno quindi vissuto sulla propria pelle quella condizione che vuole far emergere, rendendo il film una sorta di docu-fiction in stile iper-realista.

Siamo in uno dei tanti territori rimasti ai margini dello sviluppo economico americano, dopo esserne stato al centro, qui si tratta di quella frontiera mobile un tempo fondamentale per l’espansionismo statunitense, ma la condizione di esistenza potrebbe essere la stessa, mutando di paesaggio e di composizione “etnica”: la periferia di Detroit, un tempo Motorcity, un villaggio ex-minerario nei Monti Appalachi, un quartiere di New Orleans colpito dall’uragano Katrina, in una tante città della rust belt: umanità di scarto in qualsiasi di questi contesti…

È la storia di una famiglia di nativi americani che vive nella riserva, e che passa gran parte della sua esistenza fuori dal territorio nativo stesso: un fratello, Ray, ex alcolista e diabetico lavora con il figlio in un allevamento di bovini mentre un altro combatte nell’Air Force degli Stati Uniti in missione in Afghanistan, un altro, Wes, passa la sua giornata in uno store fuori dalla riserva a bere birra (l’alcol è vietato nella riserva) con la madre – cattolica praticante ma tutt’altro che remissiva e perno del nucleo familiare – che lo porta in macchina quando inizia la sua giornata e lo va a prendere al calar del sole, mentre un terzo, che sembra godere di una certa agiatezza, si dedica al contrabbando di alcol nella riserva e non vive nella casa familiare.
La narrazione filmica si svolge quasi esclusivamente dentro le mura domestiche della famiglia nella riserva, dentro e nelle vicinanze del negozio che vende prevalentemente alcolici, nell’allevamento di bovini e lungo le strade polverose che collegano questi punti.
La riserva è una specie di non-luogo, solcato raramente da chi non ci vive ed è raro che qualcuno l’attraversi per raggiungere “un’altra meta”: non è mai un approdo, se non per chi ci vive come fosse un quartiere dormitorio in cui l’autorità poliziesca è svolta dalla tribe police, il cui unico compito sembra essere quello di verificare la presenza di alcolici sulle persone che ritornano alla Riserva.

Fuori dall’esercizio commerciale la telecamera si adagia sui nativi che passano il proprio tempo a bere, ridotti ad uno stato larvale, mentre sulle pareti un murale raffigurante il prigioniero nativo americano Leonard Peltier, e alcune scritte murali come “native proud” non potrebbero dare un senso di maggior contrasto tra una storia fatta di resistenza e volontà di riscatto ed un presente di marginalità e rassegnazione, a cui nel corso del film i protagonisti reagiscono trasformando una narrazione distopica nel suo contrario.

Gli eredi dei cowboys, non sembrano essere meno aggressivi dei loro predecessori e la tensione è palpabile in ogni scambio verbale tra i membri della famiglia che gestisce lo store, tranne la già ricordata teenager (l’unica che si interessa del co-protagonista alcolizzato), e la famiglia di nativi americani: la linea di separazione tra le due comunità deve essere netta e invalicabile, l’ostilità reciproca il metro del loro relazionarsi, non ha caso alla ragazza viene impedito di frequentare Wes.
La linea del colore, per citare W.E.Du Bois è ancora una discriminante e demolisce le retoriche obamiane della società statunitense come post-razziale.
In questo tempo, fuori e dentro, la riserva il tempo sembra essersi fermato.
Sanno che con i fumi dell’alcol Wes, perde i suoi filtri, e riporta a galla la storia, anche recente, di sopraffazione che la giovane non deve ascoltare: ma è proprio dalla comprensione di ciò che è attraverso ciò che è stato che la ragazza diviene complice indiretta della reazione dei nativi americani, provando probabilmente quello stesso senso di identificazione che le prime abolizioniste provavano nella condizione degli afro-americani di fronte al potere degli WASP, come ci ricorda Angela Davis in un libro recentemente ri-tradotto e ri-pubblicato: Donne, razza e classe.

L’unica attività di svago sembra essere il combattimento tra galli, che la crudeltà umana piega alla sua etica di scontro mortale cingendo con una lama metallica affilata ricurva una zampa del volatile.
Il combattimento tra questi animali, che è una sequenza centrale di Land, è una metafora di questa lotta mortale tra discendenti dei coloni e quelli dei nativi su una terra arida, sullo sfondo di uno sviluppo che concede solo le briciole in quella terra di nessuno alla componente bianca e che continua quel rapporto di dominio iniziato con la “Conquista del West”.

Il motore filmico è la notizia dell’uccisione del fratello in missione in Afghanistan, e le vicende si svolgono lungo il tempo d’attesa della possibilità di riavere il corpo del defunto per celebrare il rito funebre.
La “locandina” del film riprende un frame della pellicola nella scena al confine tra il territorio degli Stati Uniti e quello della riserva, con la bara coperta dalla bandiera statunitense e cattura lo sguardo d’odio del padre verso la cassa da morto in cui un vi è il corpo senza vita del figlio.

I parenti di Floyd e gli abitanti della riserva attendono la salma, sostituendo la bandiera a stelle a strisce e il picchetto d’onore dell’aeronautica: uno dei dialoghi più intensi del film è quello della nonna e del padre con l’ufficiale dell’Air force che ha il compito di occuparsi del figlio morto.
Floyd è morto “per il proprio Paese” secondo l’ufficiale, mentre per la sua famiglia quello era solo il suo lavoro, saranno loro a seppellirlo e non i militari nonostante la prassi esiga il contrario.
I nativi americani sono tra coloro che sono destinati essere la “carne da cannone” per le imprese belliche dell’Impero americano, ed il mestiere delle armi è una delle poche possibilità, insieme al crimine, di emancipazione economica per le “minoranze razziali” statunitensi.

La cerimonia funebre è dilatata nel tempo a causa dell’inchiesta che deve rilevare i motivi del decesso, e se il militare si è attenuto al regolamento, il che permetterebbe di godere alla famiglia di una cifra pari a 100.000 di dollari di risarcimento come militare ucciso in combattimento, rispetto ad una decima parte che gli spetterebbe comunque come soldato in missione.
La voce dell’ufficiale sfuma in questa scena che si svolge nell’ufficio della base militare dell’aeronautica, mentre elenca i vari benefits di cui ha diritto comunque la famiglia a causa del decesso (tra cui l’accesso a cure mediche gratuite…).

Nel tempo dell’attesa l’aggressione fisica gratuita da parte dei figli dei gestori dello store nei confronti del fratello etilista è l’altro motore filmico che fa schizzare la tensione tra gli eredi dei cowboys e quello dei guerrieri “indiani”. L’attesa della vendetta e della possibile reazione a questa in un contesto in cui non c’è alcuna autorità legittima che tuteli l’incolumità dei cittadini e ne punisca i trasgressori proiettano la vicenda in un continuum storico in cui la violenza era e rimane il rapporto sociale tra questi raggruppamenti umani che si tratti dello stupro travestito da prostituzione, o del linciaggio vero e proprio come strumento per imporre con il terrore il proprio dominio se minacciato.

Ed è significativo che la violenza che si consuma su Wes da parte dei due giovani avviene a causa della sua insistenza nel volergli ricordare un linciaggio di due “cacciatori indiani” avvenuto in passato recente di cui loro padre dovrebbe serbare ricordo, cioè esserne probabilmente il responsabile e non è difficile supporre si tratti proprio dell’uccisione del padre di Wes, di cui non si parla mai esplicitamente nel film.

L’equilibrio dato dall’impunità della sopraffazione si rompe e se ne stabilisce un altro in cui la possibilità di rispondere agli attacchi perpetrati nei confronti dei nativi americani non solo vendica un torto subito, ma stabilisce un precedente: ci sono ancora persone sobrie nella riserva risponde la madre zittendo la gestrice dell’attività commerciale che gli paventa rappresaglie per la giusta punizione inflitta ai suoi figli per ciò che hanno fatto a Wes.
Ed anche il figlio etilista, può farcela, se aiutato a disintossicarsi…

E in questa riaffermazione di sé e della propria storia di resistenza, che le parole dell’ex leader dell’American Indian Movement, Leonard Peltier, citate all’inizio della recensione ritrovano la loro forza vitale.
Peltier ha scontato ingiustamente 40 anni di carcere e ora settantenne è chiuso dietro le sbarre di una prigione, per avere difeso armi in pugno la propria comunità dagli assalti alla riserva di Pine Ridge, sfuggita alla dinamiche “interne” di perpetuazione della dominazione dello Zio Tom.
La poesia citata si conclude con queste strofe: Voi siete le vostre azioni / voi siete il risultato delle vostre azioni / diventate il vostro messaggio / Voi siete il messaggio.

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Domanda: quand’è che un bambino non è un bambino? https://www.carmillaonline.com/2018/04/05/domanda-quande-un-bambino-non-un-bambino/ Wed, 04 Apr 2018 22:01:28 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=44651 di Sandro Moiso

Mumia Abu-Jamal, Vogliamo la libertà. Una vita nel Partito delle Pantere Nere, a cura di Giacomo Marchetti, Mimesis 2018, pp.224, € 18,00

La risposta fornita da Mumia Abu-Jamal alla domanda è: “quando è un bambino nero” e forse in questi giorni verrebbe anche da dire “quando è un bambino palestinese”, ma l’affermazione, che è contenuta a conclusione del saggio “Tamir Rice of Cleveland”, scritto dal militante Black Panther nell’ottobre 2015 in occasione dell’omicidio per mano delle forze del dis/ordine di un dodicenne afro-americano che ‘brandiva’ un’arma giocattolo in un parco cittadino, può essere utile per dare la [...]]]> di Sandro Moiso

Mumia Abu-Jamal, Vogliamo la libertà. Una vita nel Partito delle Pantere Nere, a cura di Giacomo Marchetti, Mimesis 2018, pp.224, € 18,00

La risposta fornita da Mumia Abu-Jamal alla domanda è: “quando è un bambino nero” e forse in questi giorni verrebbe anche da dire “quando è un bambino palestinese”, ma l’affermazione, che è contenuta a conclusione del saggio “Tamir Rice of Cleveland”, scritto dal militante Black Panther nell’ottobre 2015 in occasione dell’omicidio per mano delle forze del dis/ordine di un dodicenne afro-americano che ‘brandiva’ un’arma giocattolo in un parco cittadino, può essere utile per dare la cifra di ciò che ha smosso l’animo di decine o centinaia di migliaia di afro-americani, oltre che dello stesso Mumia, anche in anni recenti.

E’ proprio a partire da considerazioni come quella appena esposta che diventa utile e necessaria la lettura del testo la cui recente pubblicazione è stata curata da Giacomo Marchetti, già distintosi, tra le altre cose, per la precedente traduzione e cura, insieme a Nora Gattiglia, dell’autobiografia di David Gilbert, militante dei Weathermen e del Black Liberation Army: “Amore e Lotta” (Mimesis 2016). Anche in questo caso Marchetti antepone al testo una dettagliata introduzione in cui il lettore potrà trovare una ricostruzione dell’esperienza come rivoluzionario e come pubblicista di Mumia Abu-Jamal, una delle voci più autentiche e sofferte dell’America di oggi e di ieri. Un autentico storico e cronista “dal basso” che potrebbe già essere definito tout court, come qualcuno ha già fatto, la voce dell’America.

Non solo dal basso, ma dal fondo del ventre della bestia, ossia da quelle carceri americane in cui l’autore è stato rinchiuso fin dal 1981 come autore dell’omicidio di un agente di polizia. Con questa accusa, mai provata con certezza e a dispetto della dichiarazione di estraneità al fatto sostenuta dall’imputato, Mumia fu condannato a morte e per questo rinchiuso nel braccio della morte per più di vent’anni, in cui oggi non è più detenuto poiché la sua condanna è stata trasformata in ergastolo a vita.

Wesley Cook, nome con il quale è stato battezzato alla sua nascita nella Philadelphia degli anni ’50, entrò giovanissimo nell’organizzazione del Black Panther Party e si mise da subito in mostra per il suo coraggio e per la sua indomita volontà nel perseguire, come giornalista, la verità dei fatti.
Nonostante le condizioni di isolamento e i maltrattamenti, paragonabili a quelli messi poi in pratica ad Abu Ghraib e Guantanamo, l’operazione di annichilimento della sua personalità e delle sue convinzioni politiche non è mai, neppure parzialmente riuscita e la sua opera di cronista della condizione afro-americana, sia in carcere che all’esterno, sta ancora lì a dimostrarlo.

Come afferma Marchetti nella sua introduzione:

“Negli Stati Uniti vive il 5% dell’intera popolazione mondiale, ma viene detenuto il 25% della popolazione incarcerata dell’intero pianeta – 2 milioni e mezzo di persone – di cui l’8,5% si trova in carceri private.
Di questi 2,5 milioni di detenuti, ben 900.000 sono costretti a lavorare in modo gratuito o per 15-20 centesimi l’ora, talvolta anche per dodici ore consecutive al giorno. Soprattutto negli ultimi anni, in cui i bilanci statali si sono ridotti, le carceri hanno lanciato nuovi programmi di lavoro sia all’interno che all’esterno.
Il lavoro in carcere è un ottimo affare per le grandi multinazionali, che possono sfruttare manodopera a bassissimo costo, ad esempio per assemblare prodotti per Walmart, confezionare il caffè per Starbucks, cucire vestiti per Victoria’s Secret o svolgere attività di call-center per compagnie telefoniche come AT&T. Pagare 20 cent all’ora invece che 5 dollari o non pagare affatto i lavoratori è un business appetibile sia per i governi che per le corporations, che annualmente ricavano dall’industria carceraria un volume di affari pari a 2 miliardi di dollari.
L’incarcerazione di massa e il lavoro pressoché gratuito nelle carceri hanno fatto assumere alla condizione detentiva un volto non dissimile dalla vecchia schiavitù”.1

Cosa che non tradisce affatto il tredicesimo emendamento della costituzione americana che recita così: La schiavitù o altra forma di costrizione personale non potranno essere ammesse negli Stati Uniti, o in luogo alcuno soggetto alla loro giurisdizione, se non come punizione di un reato per il quale l’imputato sia stato dichiarato colpevole con la dovuta procedura.

Il testo oggi tradotto da Giacomo Marchetti e Marco Pellegrini è stato pubblicato inizialmente nel 2008 dalla South End Press e ricostruisce non soltanto i passaggi e i percorsi della vita dell’autore come militante rivoluzionario, ma anche il percorso di resistenza e lotta (spesso armata) che la componente afro-americana della società nord-americana ha dovuto condurre per la propria sopravvivenza e la difesa della propria dignità fin dagli albori del forzato trasferimento dei suoi componenti dall’Africa ai territori dei futuri, e attuali, Stati Uniti.

Come afferma ancora il curatore:

“Un grande merito di We Want Freedom è quello di collocare la storia delle Black Panther all’interno di un ciclo storico di resistenza che inizia con la riduzione in schiavitù dei Neri africani ma non si esaurisce con la dissoluzione del “Partito” nella sua forma unitaria, dopo le sue molteplici scissioni”.2

All’interno di queste vicende mi sembra particolarmente importante sottolineare e segnalare i primi due capitoli, in cui viene ricostruita la lotta degli afro-americani in un’ottica che un mai sufficientemente sopito democraticimo di maniera e non-violento ha spesso evitato di sottolineare: quella della resistenza armata e violenta contro il potere e le violenze degli oppressori .

Per diradare ogni possibile dubbio Mumia Abu-Jamal afferma:

“Per decenni, studiosi e storici hanno ignorato il BPP. Nel contesto della lotta e della resistenza dei neri non era il benvenuto, veniva considerato una sorta di figliastro.
Le onorificenze della lotta dei neri nel XX secolo sono andate tutte ai veterani del movimento dei diritti civili, simboleggiato dal martire Martin Luther King, accettato dalle élite bianche e nere. Il messaggio di perdono cristiano del Dott. King e la sua dottrina del “porgi l’altra guancia” tran¬quillizzavano la psiche dei bianchi. Per gli americani abituati al comfort, il Dott. King era soprattutto sicuro. Il BPP era l’antitesi del Dott. King.
Il Partito non era un movimento per i diritti civili. Non porgeva l’altra guancia. Era fortemente laico. Non predicava la non-violenza, ma praticava il diritto umano all’autodifesa. Aveva un orientamento socialista e rivendicava (dopo un plebiscito nazionale e un voto) la creazione di uno Stato-nazione nero, separato, rivoluzionario e socialista. Non tranquillizza¬va gli americani bianchi.
Per gli studiosi e gli storici della fine del XX secolo, il BPP rappresentava un’anomalia, non un discendente storico di una linea estremamente lunga di combattenti della resistenza nera. La storia degli africani in America è una storia di profonda resistenza, di tentativi di governo nero indipendente, di autodifesa, di rivolta armata, di aspre battaglie per la libertà. È la storia della resistenza contro l’in¬cessante incubo della “democrazia” della Herrenvolk (razza dominante) americana […]Le origini della resistenza possono essere ricondotte al 1526, quando da una nave spagnola carica di schiavi africani in catene ancorata nell’odierno South Carolina fuggirono quasi un centinaio di uomini. Questi uccisero molti schiavisti e fuggirono nelle dense foreste vergini per unirsi agli abo¬rigeni locali, vivendo liberamente come la loro razza non avrebbe potuto fare per i successivi 400 anni”.3

Gli episodi di questa resistenza costellano la storia degli Stati Uniti dalle loro origini e per i due secoli precedenti, fino ai nostri giorni. Insieme a questi episodi, però, si manifesta spesso non solo la volontà di liberare la popolazione afro-americana, ma anche una sorta di solidarietà con le popolazioni aborigene e, nonostante tutto, pure con gli strati più marginali della popolazione bianca.
Sotto questo punto di vista può essere d’esempio la storia della lunga guerra condotta dall’esercito degli Stati Uniti contro le tribù Seminole della Florida.

“Molti africani vissero liberi tra i Seminole, facendo da interpreti o guerrieri e alcuni divennero perfino capi. La libertà dei neri fu il motivo dell’allontanamento dei Seminole dalla nazione Creek e della formazione della tribù. Il trattato di Colerain del 1796 includeva un impegno per i Creek di restituire i fuggitivi neri ai proprietari, che però non vincolava i Creek che vivevano a nord del confine della Florida e i Seminole che vive¬vano a Sud dello stesso confine, i quali non si sentirono mai vincolati dal patto e questo li allontanò per sempre dai loro simili del Nord. Studiosi del calibro di J.Leitch Wright Jr. definiscono i popoli di questa regione col termine di Muscogulges, in parte perché parlavano la lingua Muskogee. Egli nota che il termine Creek è un termine inglese utilizzato per indicare i popoli che abitavano le regioni rivierasche del Sud-Est. Ana¬logamente, il termine Seminole è un appellativo spagnolo che deriva dalla parola cimarron, un termine ispanico-americano per fuggitivo.
Wright narra che gli “indiani neri” ebbero un ruolo cruciale nel rendere il territorio Muscogulge, o Seminole, un luogo di attiva resistenza per la libertà dei neri […]Molti americani conoscono la storia delle guerre “indiane”, ma pochi sanno che le battaglie più dure si combatterono nelle tre guerre contro i Seminole e che queste guerre furono combattute essenzialmente per la liberazione dei neri. Gli africani che combatterono dalla parte dei Seminole furono talmente tanti che il generale USA Thomas Jesup scrisse: «Questa, siatene certi, è una guerra contro i negri, non contro gli indiani»”.4

Nel 1851 l’ignobile Fugiti¬ve Slave Act (FSA) del 1850, che minacciava le vite e la libertà di tutti i neri, schiavi o “liberi”, sarebbe stata alla base della resistenza di Christiana, in Pennsylvania in cui l’azione di William ed Eliza Parker, coraggiosi combattenti e promotori dell’autodifesa armata dei neri fuggiaschi, ebbe all’epoca un esplosivo impatto politico e sociale.

“Ai primi di settembre del 1851 Edward Gorsuch, uno schiavista del Ma¬ryland, appoggiato da familiari, amici e un Marshal degli Stati Uniti, colpì il villaggio di Christiana, in Pennsylvania, per ricatturare molti schiavi fuggiti. Sfortunatamente per lui, le sue prede si erano stabilite in una comunità organizzata e armata che non aveva alcuna intenzione di permettere che i propri membri tornassero in catene.[…] I nove bianchi armati furono affrontati da cinque neri armati; quando Di¬ckinson disse al padre di lasciare perdere e tornare con cento uomini armati, William Parker gli rispose di portarne anche cinquecento. “Per prenderci vivi ci vorranno tutti gli uomini di Lancaster”. Eliza Parker poi chiamò gli altri del gruppo di difesa suonando un corno e lo US Marshal le sparò, mancandola. Il suono richiamò circa quarantacinque altri neri e contadini bianchi, quaccheri, armati. Eliza non solo chiamò aiuto, ma sostenne anche che bisognava resistere quando alcuni in casa vacillavano. Il marito più tardi scrisse che Eliza “afferrò una falce da granturco, simile a un machete, e dichiarò che avrebbe tagliato la testa a chi avesse tentato di arrendersi”. Parker raccontò anche i dettagli della sua lotta col testardo Gorsuch, che aveva evidentemente scelto la «colazione all’inferno»”.5

L’elenco degli episodi di resistenza e lotta, anche vittoriosa, contro l’oppressione razziale e padronale è lungo e non si può qui nemmeno riassumere. Basti sottolineare che sarà la rivolta di Watts, sobborgo di Los Angeles, nel 1965 a far esplodere ancora il problema delle disuguaglianze sociali, economiche razziali negli Stati Uniti e a rendere evidente ai giovani afro-americani come Bobby Seale e Huey Newton la necessità di auto-organizzazione politica e militare delle comunità nere e a rendere successivamente possibile la nascita del Black Panther Party e la sua rapida diffusione a partire dalla Costa occidentale a tutti gli altri stati dell’Unione.

Certo tale sviluppo politico non poteva essere disgiunto da quella guerra in Estremo Oriente in cui i soldati di origine afro-americana erano usati come carne da macello e, proprio per questo motivo, finivano col solidarizzare con i vietnamiti e uccidere, più spesso di quanto si racconti, i loro propri superiori in grado bianchi. Dando vita ad una solidarietà internazionalista che avrebbe poi contraddistinto nel tempo il Black Panther Party.

Le pattuglie armate del partito cominciarono a girare per le strade dei quartieri neri e delle città, a fare controinformazione e contro-indagini sull’operato violento della polizia e giunsero ad occupare simbolicamente il parlamento dello stato della California a Sacramento. Tutto questo era reso possibile non solo dalla solidarietà di chi sosteneva l’azione del partito e dei suoi rappresentanti, ma anche dal fatto che in California il possesso di armi era tutelato dalla legge dello Stato e le armi potevano essere portate in pubblico, purché non fossero nascoste. Come avrebbe in seguito affermato Bobby Seale: “Mostrammo al popolo che eravamo pronti a morire per loro”.

Prima ancora della nascita dell’organizzazione del BPP, nell’agosto del 1965 la rivolta di Watts aveva mandato in fumo 200 milioni di dollari di proprietà ma, anche se 35 persone erano morte sotto il fuoco della polizia, non era esplosa nel vuoto. Nel 1964 e 1965 rivolte violente erano scoppiate in ogni parte della nazione, mentre nel solo 1967 (ve la ricordate l’”estate dell’amore”?) il National Advisory Committee on Urban Disorders ne contò centoventitre, più o meno gravi. Circa ottantatre persone furono uccise con armi da fuoco, la maggior parte a Newark e Detroit. Il Comitato notò che “la maggioranza schiacciante delle persone uccise o ferite erano civili negri”.

Il recensore si ferma qui per lasciare al lettore la possibilità di continuare una lettura sorprendente sotto molti punti di vista. Soltanto una riflessione è ancora d’obbligo in chiusura: tenendo conto che la NRA (National Rifle Association) soltanto durante il governo repubblicano di Ronald Reagan si dichiarò favorevole ad una riduzione della diffusione delle armi negli Stati Uniti, per il timore di un ulteriore allargamento delle organizzazioni militanti nere, la questione delle armi riguarda soltanto la loro diffusione oppure chi le porta e perché?

«Essendo necessaria, alla sicurezza di uno Stato libero, una milizia ben regolamentata, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto» (Secondo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America)


  1. Vogliamo la libertà, pag. 19  

  2. op.cit. pag. 20  

  3. Mumia Abu-Jamal, Gli inizi del Black Panther Party e la storia da cui è nato, in op.cit. pp. 41-42  

  4. op.cit. pp.51-52  

  5. pp. 59-60  

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La notte dell’American Way of Life https://www.carmillaonline.com/2018/01/25/la-notte-dellamerican-way-of-life/ Wed, 24 Jan 2018 23:01:17 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=42940 di Sandro Moiso

Mi sono chiesto se fosse il caso di parlare ancora di un film che ha fatto incetta di premi all’ultima edizione dei Golden Globes (come miglior film drammatico, migliore attrice di un film drammatico, migliore attore non protagonista e migliore sceneggiatura) e sono giunto alla conclusione che sì, ne valesse la pena. Perché Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Three Billboards Outside Ebbing, Missouri) è una storia, magistralmente diretta dal regista inglese Martin McDonagh, di solitudine e violenza che ci mostra uno spaccato di quell’America profonda di cui tanto si sente parlare e che così poco si conosce.

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di Sandro Moiso

Mi sono chiesto se fosse il caso di parlare ancora di un film che ha fatto incetta di premi all’ultima edizione dei Golden Globes (come miglior film drammatico, migliore attrice di un film drammatico, migliore attore non protagonista e migliore sceneggiatura) e sono giunto alla conclusione che sì, ne valesse la pena.
Perché Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Three Billboards Outside Ebbing, Missouri) è una storia, magistralmente diretta dal regista inglese Martin McDonagh, di solitudine e violenza che ci mostra uno spaccato di quell’America profonda di cui tanto si sente parlare e che così poco si conosce.

Una società esplosa, si potrebbe dire forse disintegrata, in cui anche i valori più tradizionali e identitari (religione, famiglia, appartenenza alla comunità possibilmente WASP), spesso sbandierati sia dai suoi estimatori che dai suoi critici più feroci, non sono più ormai che vuoti feticci. Valori che sopravvivono soltanto accettandone la finzione persuasiva e consolatoria, ma che non reggono alla prova dei fatti.

Valori che possono disciogliersi come neve al sole di fronte al minimo soprassalto di coscienza. Nemmeno di una coscienza “politica”, ma semplicemente individuale. Coscienza di essere vittime di una violenza efferata e immotivata che sembra pervadere, e in effetti è così, ogni ambito della vita sociale. Pubblica o privata che sia. Una violenza che si fa forte della solitudine o dell’emarginazione delle vittime, designate o casuali che siano.

Frances McDormand interpreta, in maniera straordinariamente efficace, una madre (Mildred Hayes) la cui giovane figlia è stata stuprata ed uccisa. Dopo sette mesi le indagini sull’efferata violenza non hanno dato risultati, così la donna, pur di modestissime condizioni economiche, decide di affittare tre cartelloni pubblicitari, posti lungo una strada secondaria nelle vicinanze di casa sua, per chiedere alle autorità locali (lo sceriffo Bill Willoughby, interpretato da Woody Harrelson) perché tale delitto non sia stato ancora risolto e i suoi responsabili perseguiti.

Lo chiede alle autorità locali, sceriffo e agenti, perché li vede più attenti a perseguire i piccoli o inesistenti reati degli afro-americani più che a far valere i principi più generali della Legge e della Giustizia. E lo fa con i modi bruschi di una donna della middle-class ormai proletarizzata, di una donna abbandonata dal marito per una ragazza della probabile età della figlia, di una donna che beve per consolarsi e di una madre dai grandissimi sensi di colpa per una tragedia di cui si sente, almeno in parte, responsabile.

Su quei manifesti compare così simbolicamente l’immagine rovesciata di quella trasmessa durante l’era di Roosvelt dello stile di vita americano. La crisi odierna non ha sbocchi, non concede speranze e la depressione sociale non è più soltanto economica. Come nei tre manifesti fatti affiggere da Mildred, i “successi” dell’economia e della politica della nazione si riflettono negli sguardi, nei corpi e nei gesti dei suoi abitanti, così come ce li trasmette la fotografia del film.

Siamo in una cittadina del Missouri, la cui unica statua è quella ad un soldato della Guerra di Secessione, anche se non si sa a quale dei due schieramenti in campo appartenga visto che all’epoca il Missouri fu uno stato cuscinetto all’interno del quale le fazioni filo-sudiste e filo-nordiste lottarono duramente in oltre 1.200 scontri armati di varia entità, che lacerarono profondamente sia il territorio che la popolazione.

La maledizione di quella lacerazione sembra strisciare ancora sul fondo delle vicende narrate, anche se non sembra mai destinata a comparire pienamente. Alcuni agenti, ed uno in particolare (l’agente Jason Dixon, interpretato da Sam Rockwell), sono decisamente razzisti e lo sceriffo forse chiude un po’ troppo gli occhi su ciò che accade intorno a lui. Ma l’ignoranza, la dipendenza alcolica e le tare famigliari sono mostri che non si possono sconfiggere facilmente e lo sceriffo ha a che fare con un altro invincibile mostro: un cancro al pancreas.
Questo serve a giustificare qualcosa per Mildred o per lo spettatore? No.
Serve soltanto ad amplificare il senso di solitudine e di impotenza in cui ognuno si muove, vittima o meno che sia. In una società svuotata di ogni residuo valore umano, così come è stata svuotata dalle sue ricchezze minerarie la collina spaccata e devastata che fa da sfondo ai tre cartelloni e, metaforicamente, a tutta la vicenda.

Sullo sfondo si agitano i fantasmi del razzismo e di una guerra lontana che tracima oltre i suoi confini reali, per portare fino a casa i suoi frutti più marci. Meno sullo sfondo è presente quello del sessismo e della violenza famigliare, ma contro ognuno di essi anche la vendetta, così liberatoria in tante altre narrazioni, può rivelarsi incerta ed inutile.

Anche la trasfigurazione, fisica e psicologica, di uno dei personaggi cardine (interpretato dal bravissimo Rockwell) può rivelarsi vana. Condotto sulle note della canzone della Band dedicata alle sofferenze della popolazione del Sud degli Stati uniti nel corso della parte finale della guerra civile (The Night They Drove Old Dixie Down) e cantata da una Joan Baez ascoltata attraverso un vecchio juke-box il punto di volta della storia, il suo climax, servirà soltanto a rivelare ulteriormente le contraddizioni che agitano ognuno dei personaggi più che a consegnare alla Legge, o almeno a un giudizio definitivo, il reale assassino.

La canzone inserita all’interno di una colonna sonora molto bella, firmata da Carter Burwell, compositore statunitense noto per la sue collaborazioni con Joel ed Ethan Coen, costantemente presente, tesa a sottolineare con maestria ogni istante delle vicende narrate, sembra qui assumere un significato molto più ampio di quello legato alla delusione per il crollo del vecchio Sud, per assurgere a delusione per tutto un sistema di valori ormai definitivamente ed irreversibilmente crollato.

We were hungry / Just barely alive (“Affamati, a malapena vivi”): sono parole che vanno infatti ben al di là del loro significato immediato e fisico, in un mondo in cui non c’è salvezza, non c’è vendetta e la Legge del Signore è poco gradita. Come si dimostra in un dialogo crudissimo tra Mildred e il pastore locale che va a trovarla per consolarla e dissuaderla dalla sua intenzione di continuare ad esporre i tre manifesti. Così semplici, così provocatori, così insopportabili per della coscienze morte e sepolte. L’American Way of Life è definitivamente scomparsa nell’era di Trump. Non ha più maschere, bianche o nere, dietro cui nascondere la propria violenza di classe, razza o genere.

Mentre anche i media , così attratti dalla denuncia elementare e superficiale dei delitti o degli scandali, tremano e si schierano dalla parte della conservazione dell’esistente quando la critica rischia di farsi più radicale.
Quello che va infatti sottolineato è che il film va ben al di là dell’ambito “femminista” in cui lo si è voluto recintare in un periodo fortemente segnato dalle pubbliche denunce delle violenze e dai soprusi subiti dalle donne che lo star system di Hollywood, e non solo, aveva cercato fino ad ora di nascondere. E non è certo una “commedia nera” come la distribuzione italiana l’ha fin qui voluto presentare.

Perché in realtà si tratta di un’autentica tragedia che da personale si trasforma in corale; da dramma individuale e famigliare a dramma di un intero popolo e di un’intera nazione che ha perso tutti suoi punti di riferimento e che non sa più nemmeno immaginare in quale tipo di giustizia si possa credere o sperare. Scavando nelle contraddizioni spietatamente e fino all’osso, a differenza di un altro film, il recente e farlocco Detroit di Katryn Bigelow, in cui si preferisce trasformare le vicende corali della più grande rivolta razziale degli Stati Uniti1 in un fatto riguardante pochi individui, in cui il bene e il male sono facilmente individuabili e ben definiti e la giustizia (pur non soddisfatta) anche, così come piace alla buona coscienza perbenista e manichea.

Mentre un altro bel film della stagione passata, Get Out (Scappa) co-prodotto, scritto e diretto da Jordan Peele, attore afro-americano al suo esordio dietro la macchina da presa, è stato relegato anch’esso a “commedia nera”, pur essendo in realtà un autentico horror movie ispirato dalla critica alla falsa coscienza liberal dell’età di Obama, quando ogni “negro” è da considerarsi buono soltanto nel momento in cui perde la sua reale identità. Violenza estrema e negatrice degli individui e delle comunità alla quale si può rispondere soltanto con la violenza. Per una volta liberatrice.


  1. Si veda il mio https://www.carmillaonline.com/2013/08/09/detroit-e-morta-viva-detroit-prima-parte/ e https://www.carmillaonline.com/2013/08/14/detroit-e-morta-viva-detroit-seconda-parte/  

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Tre film https://www.carmillaonline.com/2017/11/29/tre-film/ Tue, 28 Nov 2017 23:01:45 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=41854 di Mauro Baldrati

BLADE RUNNER 2049, di Denis Villeneuve. Per vedere BR2049 bisogna lavorare. E’ un impegno che lo spettatore deve prendere sul serio, con costanza e concentrazione. In primo luogo per la durata. Quasi tre ore è un tempo riservato ai classici, Il Gattopardo, La caduta degli dei, Via col vento, La dolce vita. Tre ore significa anche tenuta mentale, soglia dell’attenzione alta, e con gli attuali ritmi frastagliati da cellulari, social, sms, necessitano di impegno e allenamento. Dunque BR2049 è un classico? Ovvero un’opera epica? Su questo terreno accidentato [...]]]> di Mauro Baldrati

BLADE RUNNER 2049, di Denis Villeneuve. Per vedere BR2049 bisogna lavorare. E’ un impegno che lo spettatore deve prendere sul serio, con costanza e concentrazione. In primo luogo per la durata. Quasi tre ore è un tempo riservato ai classici, Il Gattopardo, La caduta degli dei, Via col vento, La dolce vita. Tre ore significa anche tenuta mentale, soglia dell’attenzione alta, e con gli attuali ritmi frastagliati da cellulari, social, sms, necessitano di impegno e allenamento. Dunque BR2049 è un classico? Ovvero un’opera epica? Su questo terreno accidentato preferiamo non avventurarci. Non sappiamo se sia ancora possibile l’opera classica. Non sappiamo se un nuovo Mozart oggi avrebbe un tempo e uno spazio. Non sappiamo quanto la predazione del mercato abbia desertificato il territorio, se ancora possano esistere pascoli vergini.

Poi la lentezza. E’ estrema, persino violenta. Ovviamente l’aggettivo “lento” non caratterizza un film, come alcuni sostengono: “Com’è questo film?” “Mah, è lento.” Ma che c’entra? In alcuni punti La caduta degli dei è lento, e così la Recherche, e anche Guerra e Pace, ma la lentezza non rappresenta né una qualità né un difetto. E’ uno stile, se usata con criterio. Ma la lentezza di BR2049 non è solo ritmo dilatato. Va oltre. Oltre l’oltre. Non ha limite. E’ totalitaria. Per dire, un personaggio rivolge una domanda al protagonista, l’Ufficiale K; questi rimane in silenzio per diversi minuti, mentre la macchina da presa indugia sul suo primissimo piano, come in cerca di espressioni, di conferme; pare una dilatazione della scena della mosca di C’era una volta il west (un altro classico da tre ore); ma lui non risponde, se ne va e ci lascia con un palmo di naso. Oppure il gesto di prendere un oggetto: impresa molto complessa. La mano dell’attore si muove una tale lentezza da sembrare immobile: è la conferma del paradosso di Achille e la tartaruga: il movimento non esiste. E’ pura illusione.

Infine la trama. E’ consigliabile leggerla prima, compreso lo spoiler, perché accanto alla staticità che ci schiaccia sulla sedia ci sono dei passaggi che sfuggono, perché appena accennati o troppo contorti. Inoltre ci sono un sacco di variabili, i Nexus ribelli ricercati da tutti, chi vuole ucciderli e chi usarli; chi è o è stato un Nexus e chi no; la vera identità di Ufficiale K, e molto, troppo altro.

Per cui, dopo questo superlavoro, lo spettatore si sente esaurito, e si chiede se non avrebbe fatto meglio a raccogliere le castagne in collina. Almeno avrebbe portato a casa un prodotto. Invece con BR2049 cosa ha portato a casa?

UNA QUESTIONE PRIVATA, dei fratelli Taviani. Il racconto omonimo, dal quale è stato tratto il film, è uno dei più belli di Beppe Fenoglio. E’ perfetto: col suo stile semplice e preciso Fenoglio costruisce una storia d’amore tormentato e generoso, una gelosia che sembra scaricarsi sull’ossessione di salvare la vita all’amico rivale. Il tutto non solo ambientato, ma come parte organica della Resistenza, della fuga, della morte, del coraggio. La definizione di Italo Calvino centra in pieno il cuore dell’opera: “La geometrica tensione di un romanzo di follia amorosa e cavallereschi inseguimenti come l’Orlando furioso, e nello stesso tempo c’è la Resistenza proprio com’era di dentro e di fuori, vera come era stata scritta, serbata per tanti anni nella memoria fedele, e con tutti valori morali, tanto più forti quanto più impliciti, e la commozione e la furia.”

I fratelli Taviani si sono impegnati per tentare di restituire almeno le qualità centrali del testo – impresa certamente difficile, considerando che uno stile di scrittura, che veicola i contenuti, non è trasferibile in immagini; e così le sottili, taglienti sfumature di un amore privato ma anche collettivo, dove le contraddizioni dell’animo sembrano fondersi nell’atto di combattere l’invasore; e la volontà di possesso dell’amata non fa arretrare Milton di un millimetro nel desiderio di salvezza dell’amata e dell’amico, che forse l’ha posseduta.

Forse. Milton, lo immagina, lo teme. Per cui quando si diffonde la notizia che l’amico Giorgio è stato catturato dai fascisti, che lo fucileranno, inizia la sua corsa furiosa per catturare un fascista da scambiare con l’amico. Ma i registi tagliano con l’accetta, forse nel tentativo di semplificare la vicenda, di renderla regolare, comprensibile. Isolano il sentimento della gelosia di Milton, la forza motrice della sua battaglia personale, che costituisce il nucleo del racconto. Ma la semplificazione finisce per essere banalizzazione, anche se spinta da buone intenzioni. Il risultato è un film onesto ma debole, con una ambiguità, che se nel racconto è sviluppata a fondo, riempiendo quegli spazi vuoti invisibili che solo la letteratura sa individuare, qui un po’ disorienta: ma insomma, ci chiediamo, possibile che Milton, che abbiamo seguito nella sua dolorosa scoperta del rapporto tra Fulvia e Giorgio, rischi la vita, anzi, sia disposto a morire proprio per liberarlo? L’ambiguità di un amore spinto dalla gelosia ma al contempo generoso (un po’ alla Cyrano), nel film resta irrisolta.

DETROIT, di Kathryn Bigelow. Sono rimasti pochi i registi sopravvissuti a quell’enunciato di Robert Altman che riassume alla perfezione la mutazione del cinema americano: “Hollywood non vede l’ora di togliersi i registi dai piedi.” Basta complicazioni, i registi devono adeguarsi alla produzione, devono smetterla di discutere. Che facciano il loro lavoro! Il risultato è davanti a tutti: un’invasione di baracconi zeppi di effetti speciali a scadenza ravvicinata, da buttare subito dopo l’incasso.

La Bighelow, 66 anni, ex moglie (e quindi allieva?) di un maestro di un certo stile avventuroso, d’azione, come James Cameron, è una di loro. Una delle ultime. Ha già diretto almeno due cult: Il buio si avvicina (1987), Point Break (1991), e anche il magnifico Zero Dark Thirty (2012), benché una certa critica contestualizzazionemente ossessiva potrebbe imputarle, per questo film, un occhio di riguardo verso la CIA e i Seal, le forze speciali che hanno ucciso – dicono – Bin Laden.

Detroit è una di queste opere, realizzata col completo controllo della regista. Teso, avvincente, violento, ricostruisce una storia vera, una storia di morte e di razzismo che riesce a fondersi con un movimento di protesta e di ribellione che mise a ferro e fuoco la città. Nel 1967, in piena battaglia per i diritti civili, una retata della polizia in un locale all black senza licenza per gli alcolici fu la goccia che fece traboccare il vaso. Scoppiò una rivolta che durò quattro giorni, con scontri violentissimi, incendi e devastazioni, che causò più di 40 morti e centinaia di feriti.

Il film parte con modalità di documentario, con immagini e filmati d’epoca e una ricostruzione accurata del tempo e degli ambienti. Ma a un certo punto la visione oggettiva passa, con scioltezza, nell’evento particolare. Un gruppo di ragazzi “normali”, non particolarmente politicizzati, soprattutto interessati alla musica (hanno fondato un gruppo R & B, i Dramatic), è in cerca di un produttore che li faccia incidere (erano gli anni di esordio della Motown, alcune scene sono esaltanti). Si trovano nel pieno degli scontri, fuggono e si riparano in un albergo. Qui fanno la conoscenza con due ragazze e altri ragazzi come loro, giocano, scherzano. Ma a un certo punto uno dei nuovi amici con una pistola giocattolo finge di sparare sui poliziotti in strada, i quali lo scambiano per un cecchino. Polizia e Guardia nazionale fanno irruzione, sequestrano i ragazzi e qui inizia una vicenda di violenza bruta, razzismo assassino da parte di due poliziotti “marci” (in realtà in linea con certe tendenze dominanti della polizia) che procede in un crescendo verticale di follia e di sopraffazione.

La regista non rinuncia al suo coraggio narrativo, e anche se non riserva molto spazio ai retroscena polici-sociali dell’insurrezione (non è JFK), non si impone nessuna autocensura, nessun provincialismo, nessun “riguardo” verso alcuni personaggi reali che gestirono la vicenda, compreso il “giudice” che presiedeva il tribunale. E qui viene spontaneo il confronto con un prodotto nostrano, Diaz, il cui limite è superato dalla Bighelow. Diaz si concentra quasi unicamente sull’aspetto violenza pura, mentre i dirigenti di allora, il capo della polizia, il ministro Fini, sono fuori, come se non avessero avuto alcun ruolo.

Dunque è importante, per la nostra salute di cinefili, che Kathryn Bighelow stia salda e continui la sua opera di resistenza hollywoodiana.
A una condizione, ovviamente: che i suoi film incassino i milioni di dollari stabiliti.

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Hard working men / 3: Dark As A Dungeon https://www.carmillaonline.com/2017/06/01/hard-working-men-3-dark-as-dungeon/ Wed, 31 May 2017 22:01:30 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=38528 di Sandro Moiso

MinersIt’s dark as a dungeon way down in the mine” (Merle Travis, 1946)

“E’ scuro come in una prigione, là al fondo della miniera” recitano i versi di una delle più belle e strazianti ballate del folk americano. In cui il termine dungeon, oggi spesso conosciuto per via dei giochi di ruolo, non rinvia affatto a labirinti magici o a misteri d’oltretomba ma alle celle segrete, magari proprio quelle sotterranee in cui venivano/vengono ancora tenuti i prigionieri più sfortunati. Quelli, troppo spesso, destinati alla fine più tragica o ad una morte violenta.

A scrivere la canzone e [...]]]> di Sandro Moiso

MinersIt’s dark as a dungeon way down in the mine” (Merle Travis, 1946)

“E’ scuro come in una prigione, là al fondo della miniera” recitano i versi di una delle più belle e strazianti ballate del folk americano. In cui il termine dungeon, oggi spesso conosciuto per via dei giochi di ruolo, non rinvia affatto a labirinti magici o a misteri d’oltretomba ma alle celle segrete, magari proprio quelle sotterranee in cui venivano/vengono ancora tenuti i prigionieri più sfortunati. Quelli, troppo spesso, destinati alla fine più tragica o ad una morte violenta.

A scrivere la canzone e a inciderla per la prima volta, nell’agosto del 1946, fu Merle Travis, figlio e fratello di minatori nelle miniere di carbone del Kentucky. Ripresa più volte da cantanti e gruppi come Johnny Cash (nel suo “Live at Folsom Prison”) o la Nitty Gritty Dirt Band (nell’epico triplo album “Will The Circle Be Unbroken” realizzato con i migliori musicisti di Nashville) oppure ancora da band rock-wave come i Wall of Voodoo (nel disco “Seven Days in Sammystown”), fu utilizzata anche per accompagnare le immagini iniziali del film-inchiesta “Harlan County, USA” di Barbara Kopple. Film che le fece vincere l’Oscar per il miglior documentario nel 1976 oltre a numerosi altri premi.1

harlan C Il documentario narra, in presa diretta, lo sciopero di Brookside, la lotta di 180 minatori del carbone e delle loro mogli contro la Duke Power Company, di proprietà della Eastover Coal Company’s Brookside Mine and Prep Plant, della contea di Harlan ( South-West Kentucky) nel 1973.
Barbara Kopple, che era stata a lungo un avvocato del lavoro, si era trasferita lì fin dal giugno del 1972 per documentare lo sciopero dei minatori supportati dall’UMWA (United Mine Workers of America), il sindacato statunitense dei lavoratori delle miniere di carbone.

Come and listen you fellows, so young and so fine,
And seek not your fortune in the dark, dreary mines.
It will form as a habit and seep in your soul,
‘Till the stream of your blood is as black as the coal.
2

La lotta documentata dal film era portata avanti per migliorare le condizioni di salute, lavoro e salario: tre semplici, chiare ed evidenti richieste di classe. Per fare questo la Kopple con la sua troupe seguì i minatori nelle gallerie della miniera, ai picchetti fatti davanti alla Borsa di New York, mentre i minatori venivano feriti con armi da fuoco dalle guardie padronali durante la lotta e filmando le interviste con coloro che erano stati colpiti dalle malattie polmonari dovute all’aver respirato polvere di carbone per tutta la vita.

barbara kopple 2 La Kopple, nata nello stesso anno in cui Travis aveva scritto e inciso la canzone, nel 1972 aveva già partecipato alla realizzazione del film Winter Soldier, insieme ad altri 19 filmmaker che avevano lavorato in maniera anonima per la realizzazione, sotto la sigla comune Winterfilm Collective, di un documentario contro la guerra in Vietnam destinato a documentare l’evento di tre giorni, denominato Winter Soldier Investigation, organizzato a Detroit, tra il 31 gennaio 1971 e il 2 febbraio 1972, dall’organizzazione dei Veterani del Vietnam contro la guerra (Vietnam Veterans Against the War -VVAW). In quell’occasione 109 veterani avevano denunciato le criminali politiche militari americane nel Sud Est Asiatico, rivelando i crimini cui avevano assistito o che avevano commesso durante la guerra tra il 1963 e il 1970.

It’s dark as a dungeon and damp as the dew,
Where danger is double and pleasures are few,
Where the rain never falls and the sun never shines
It’s dark as a dungeon way down in the mine.
3

Ma le immagini scarne della vita nelle miniere e nei poveri borghi che le circondavano, così come le parole dei minatori e delle loro mogli nelle assemblee pubbliche oppure l’arroganza dei rappresentanti delle forze dell’ordine o delle milizie arruolate, insieme a i crumiri, dalle società minerarie colpivano ancora di più. Spettatori e critici. Tanto da far sì che il critico cinematografico Dennis Schwartz definisse il film come “Uno dei migliori e più stimolanti film realizzati sulla guerra di classe in America”. Nel 1990 il film fu scelto per essere conservato presso il National Film Registry della Libreria del Congresso degli Stati Uniti essendo “significativo sul piano culturale e storico e dal punto di vista estetico.

La Kopple fu anche accusata però di non essere stata sufficientemente obiettiva nel rappresentare le due parti in lotta. Cosa che fece dire alla regista, allora non ancora trentenne: “Non era questione di obiettività. Credo che sia importante fare chiarezza su questo: la troupe non ha fatto finta di essere obiettiva. Hanno detto, stiamo col sindacato, e questo è come stanno le cose dal nostro punto di vista. E direi che non puoi metterti a discutere con le immagini. Le immagini non mentono. E le cose che si vedono nel film sono successe davvero.”4

harlan women 1 Le scene in cui i picchetti delle donne sono prima aggrediti e poi presi a colpi d’arma da fuoco, nell’oscurità della notte, dalle guardie che scortano i crumiri sono testimoniati dalle immagini girate dalla Kopple e dai suoi assistenti. Che furono aggrediti e malmenati dalle forze del disordine così come i minatori e le loro donne. E’ ancora la Kopple a ricordare la scena: “Era buio e stavamo lì come tanti anatroccoli, e tutto ad un tratto arrivano i thug,5 e cominciano a sparare razzi illuminanti che accendevano tutta la china della montagna. I thug passarono e io sentivo che dovevo stare in prima fila, così nel film si vedono i miei capelli e le cuffie, che si muovono in avanti; e i thug mi buttarono a terra, e buttarono a terra Anne [Lewis, l’aiuto regista] e mi prendevano a calci, ma io avevo un Nagra, che era il mio registratore, poggiato sul petto, così quando mi davano i calci non sentivo niente, e avevo come una lunga canna da pesca con un microfono in cima e cominciai a darglielo addosso. Ma fu un momento di paura, di paura vera. Fu una scena che ci scosse tutti e capimmo che lo sciopero stava cambiando, lo sciopero stava svoltando un altro angolo, lo sciopero stava diventando molto più violento e poteva scapparci il morto6

I lavoratori però si sarebbero presentati ai picchetti successivi a loro volta armati e determinati a far fuoco su chiunque avesse tentato ancora di forzare i picchetti sulla strada della miniera. Dando vita a fronteggiamenti che potevano durare anche ore, in cui entrambe le parti spianavano le armi l’una contro l’altra.

«Essendo necessaria, alla sicurezza di uno Stato libero, una milizia ben regolamentata, non potrà essere infranto il diritto dei cittadini di detenere e portare armi.» Così recita il secondo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America, così inviso ai benpensanti e alla Sinistra politically correct che vedono in tale principio soltanto un favore fatto all’industria delle armi. Senza cogliere nello stesso, affermato durante la lotta di liberazione anti-coloniale e anti-britannica, il diritto del popolo a ribellarsi e ad organizzarsi contro un governo autoritario, negando allo Stato il diritto di essere l’unico a poter detenere il monopolio della forza e della violenza organizzata. Su questo si basava la possibilità dei minatori di contrapporsi adeguatamente ai loro assalitori.

Così oggi, nell’Italia democratica di Minniti e del PD, il diritto ad armarsi dei cittadini è stato accolto, ma in chiave leghista e protofascista, in difesa della proprietà privata. Ecco a cosa ha portato, come al solito, la cancellazione della memoria di classe e storica, la negazione del diritto delle masse alla ribellione e ad un’autonoma organizzazione politica e militare. Dimenticando che anche alcuni illustri padri della Costituzione, come Aldo Capitini, avrebbero voluto vedere accolto nel suo testo il diritto alla sollevazione dei cittadini contro uno Stato iniquo. Diritto che fu aspramente negato sia dalla DC di De Gasperi che dal PCI di Togliatti.

The midnight, the morning, or the middle of day,
Is the same to the miner who labors away.
Where the demons of death often come by surprise,
One fall of the slate and you’re buried alive.
7

miner's son Il maggior elemento di scontro all’interno della vertenza era rappresentato dalla volontà della compagnia mineraria di inserire una clausola che prevedesse la rinuncia ad ogni forma di sciopero all’interno del contratto, mentre i minatori erano consapevoli che l’accettazione di ciò li avrebbe privati della principale arma in loro possesso per la difesa delle loro condizioni di lavoro. Opporsi alla proposta della compagnia significava comunque rientrare in quel ciclo di lotte che tra il 1967 e i primi anni settanta avevano visto i lavoratori americani rifiutare spesso gli accordi proposti dai sindacati e dare vita al numero più alto di scioperi selvaggi di qualsiasi altro periodo precedente.

Insomma sia la lotta di Harlan County che il film della Kopple non sorgevano dal nulla. Il terreno era stato ben concimato e successivamente, tra il dicembre del 1977 e il marzo del 1978, 166.000 minatori avrebbero bloccato completamente le miniere della regione degli Appalachi, riducendo enormemente le riserve di carbone in un momento in cui la classe dirigente stava cercando di fare della crisi energetica l’arma principale di una nuova politica economica.

miners wage Gli obiettivi dei minatori scesi in lotta non erano esclusivamente economici. Infatti il contratto firmato dai dirigenti dell’U.M.W.A. il 12 febbraio 1978 e respinto in massa dai lavoratori, prevedeva un aumento del salario del 37% in tre anni. Ma per i minatori ciò che contava di più erano le condizioni di lavoro, di vita e di libertà di organizzazione e di azione collettiva. Nonostante nel 1975 i profitti di imprese come la Duke Power Company fossero cresciuti del 170%, i salari del 4% e il costo della vita del 7%, gli operai e i lavoratori americani lottavano ancora principalmente contro il lavoro e le sue condizioni coatte.

La lotta di Harlan aveva costituito un frammento, significativo ma pur sempre un frammento, di tale scontro. Un frammento, però , i cui alcuni minatori avevano perso la vita. Come era successo a Joseph Yablonski, un appassionato rappresentante popolare del sindacato, amato da molti minatori, che nel 1970 era stato trovato ucciso in casa sua, con tutta la sua famiglia. Oppure al giovane Lawrence Jones, minatore con una moglie sedicenne e padre di un bambino, che era stato colpito a morte durante lo sciopero. Episodio, quest’ultimo che aveva condotto al tavolo delle trattative gli scioperanti della miniera di Harlan e i rappresentanti della compagnia mineraria.

Lawrence Jones era stato colpito a morte da Bill Brunner, sorvegliante della compagnia, che gli aveva sparato in faccia a bruciapelo, da pochi metri di distanza, con un fucile a pallettoni. Bill Brunner, che a sua volta era rimasto ferito nella sparatoria esplosa successivamente, fu processato per omicidio a Harlan e fu assolto per “legittima difesa”.

It’s a-many a man I have seen in my day,
Who lived just to labor his whole life away.
Like a fiend with his dope and a drunkard his wine,
A man will have lust for the lure of the mines.
8

miners 5 Spesso mentre interpretava la canzone Merle Travis si interrompeva per narrare questa storia: “Non riuscirò mai a dimenticare quella volta in cui, essendo tornato per una breve visita ai miei famigliari a Ebenezer, giù nel Kentucky, mi misi a parlare con un vecchio amico di famiglia che conoscevo fin da quando ero nato. Egli mi disse, «Figliolo, tu non sai quanto sei fortunato ad avere trovato un buon lavoro lontano da qui e a non dover scavare ciò di cui vivere sotto queste vecchie colline e a non dover urlare come io e tuo padre siamo abituati a fare». Quando gli chiesi perché non avesse mai lasciato quel lavoro per trovarsene un altro, egli mi rispose «Nossignore, non puoi farlo. Una volta che la polvere del carbone ti è entrata nel sangue, tu non potrai essere altro che un povero minatore per il resto dei tuoi giorni. Diventa un vizio, come masticare tabacco!»

In uno scritto riportato sullo United Mineworkers’ Journal , Travis avrebbe poi ricordato anche il fratello: “Taylor, il mio fratello più vecchio, era solito arrivare a casa e lavarsi via lo sporco. Ricordo benissimo la tinozza al centro del pavimento – la grande pentola nera di acqua caldissima versata dentro – il vapore – e l’acqua fredda per portare il tutto alla giusta temperatura Quando lo spiavo mentre si lavava via la polvere del carbone dal tatuaggio che rappresentava una piccola rosa sul suo braccio, sognavo di quando anch’io avrei potuto lavorare nella miniera e portare un tatuaggio come il suo… Poi egli si ruppe ogni costola del suo corpo per un incidente nella miniera e la sua vita cambiò completamente…9

Il lavoro visto come schiavitù, come “vizio” e come malattia, che soltanto la lotta di classe e l’azione autonoma e collettiva può contrastare, questo ci insegnano la lotta di Harlan e la canzone di Merle Travis. Una lezione che i lavoratori americani di oggi, quelli di cui da un po’ di tempo andiamo parlando dopo l’elezione di Donald Trump, sembrano aver dimenticato. Come il 62,5% dei voti accordatigli proprio nel Kentucky, purtroppo, ben dimostra.

Cosa rimane oggi della Contea di Harlan, in cui esistevano e lottavano donne come Lois Scott che, in una delle scene più famose del documentario estrae da sotto le vesti una pistola mentre arringa uomini e donne e li spinge ad avere fiducia nella loro lotta? Poco, molto poco, Soprattutto di quella coscienza, di quell’orgoglio e di quella autentica comunità umana documentata dal film. In un bacino minerario ormai privo di importanza, in cui le promesse di Trump di rilanciare l’uso e l’estrazione del carbone sembrano riprendere le lusinghe di cui parlava Merle Travis nella sua canzone.

harlan women 2 In una contea in cui gli ex-minatori vivono di espedienti mentre i loro figli trafficano in droga, unendo metaforicamente la realtà all’esempio tracciato nei versi finali di “Dark As A Dungeon”. E in cui, al posto del bellissimo documentario della Kopple, è stata girata in anni recenti la serie televisiva Justified, trasmessa in Italiano dal 2011come Justified-L’uomo della legge, in cui il protagonista è un Marshall degli Stati Uniti, Raylan Givens, che deve mantenere l’ordine proprio nella disperata e corrotta Contea di Harlan di cui è originario. La storia è ribaltata, le forze del disordine hanno vinto e i minatori e i loro parenti sono i cattivi. Mentre l’unico a salvarsi sembra essere Dave Alvin con la canzone della sigla: “Harlan County Line”.

( 3 – continua)


  1. Qui il link per accedere alla visione del film su YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=CsNtc7Uxspw  

  2. Venite qui intorno e ascoltate compagni, così giovani e così orgogliosi / Non andate a cercare fortuna nelle scure e cupe miniere / Perché quel lavoro si infiltrerà nella vostra anima come un vizio / Finché il vostro sangue non sarà nero come il carbone – Traduzione dell’autore 

  3. E’ scuro come in una segreta e umido come la rugiada / Dove il pericolo raddoppia e i piaceri sono pochi / Là dove non piove mai e altrettanto non risplende il sole / E’ proprio scuro come in una prigione laggiù nella miniera  

  4. cit. in Alessandro Portelli, AMERICA PROFONDA. Due secoli raccontati da Harlan County, Kentucky, Donzelli editore 2011, pag.408  

  5. gun-thug era il nomignolo affibbiato dai minatori alle guardie armate della miniera  

  6. A. Portelli., op. cit. pp. 410-411  

  7. Mezzanotte, il mattino oppure il pomeriggio / Non fanno differenza per il minatore che lavora sempre. / Là dove i demoni della morte possono spesso presentarsi all’improvviso, / Basta la caduta di una lastra di pietra e sarai sepolto vivo.  

  8. Nei miei giorni ho visto più di un uomo / spendere la sua vita solo per lavorare sempre. / Così come un tossico fa con la sua droga o un ubriacone con il suo vino, / Uomini che hanno subito le lusinghe della miniera.  

  9. Riportato in Edith Fowke e Joe Glazer, Songs of Work and Protest, New York 1973, p. 51  

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