Destre – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 05 Feb 2026 23:05:39 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 11 tesi sul Venezuela e una conclusione maturata https://www.carmillaonline.com/2017/08/19/11-tesi-sul-venezuela-e-una-conclusione-maturata/ Fri, 18 Aug 2017 22:00:44 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=39935 di Juan Carlos Monedero*

“E seguitava a ripetere la stessa cosa: “Questo non è come in una guerra… In una battaglia hai il nemico davanti… Qui il pericolo non ha volto né orario”. Si rifiutava di prendere sonniferi o calmanti: “Non voglio che mi acchiappino addormentato o assopito. Se vengono a prendermi, mi difenderò, griderò, getterò i mobili dalla finestra… Scatenerò uno scandalo…”. Alejo Carpentier, La consacrazione della primavera

1. E’ indubbio che Nicolás Maduro non è Allende. E nemmeno è Chávez. Ma quelli che hanno fatto il [...]]]> di Juan Carlos Monedero*

“E seguitava a ripetere la stessa cosa: “Questo non è come in una guerra… In una battaglia hai il nemico davanti… Qui il pericolo non ha volto né orario”. Si rifiutava di prendere sonniferi o calmanti: “Non voglio che mi acchiappino addormentato o assopito. Se vengono a prendermi, mi difenderò, griderò, getterò i mobili dalla finestra… Scatenerò uno scandalo…”.
Alejo Carpentier, La consacrazione della primavera

1. E’ indubbio che Nicolás Maduro non è Allende. E nemmeno è Chávez. Ma quelli che hanno fatto il golpe contro Allende e contro Chávez sono, e anche questo è indubbio, gli stessi che ora stanno cercando di attuare un golpe contro il Venezuela.

2. I nemici dei tuoi nemici non sono tuoi amici. Può non piacerti Maduro senza che ciò implichi dimenticare che nessun democratico può mettersi dalla parte dei golpisti che hanno inventato gli squadroni della more, i voli della morte, il paramilitarismo, l’assassinio della cultura, l’operazione Cóndor, i massacri di contadini e indigeni, il saccheggio delle risorse pubbliche. E’ comprensibile che ci sia gente che non voglia schierarsi con Maduro, ma conviene pensare che dal lato di chi sostiene i golpisti ci sono, in Europa, i politici corrotti, i giornalisti mercenari, i nostalgici del franchismo, gli imprenditori senza scrupoli, i venditori di armi, quelli che difendono l’austerity e che celebrano il neoliberalismo. Non tutti quelli che criticano Maduro difendono queste posizioni politiche.Conosco gente onesta che non sopporta ciò che sta succedendo proprio adesso in Venezuela. Ma è evidente che dal lato di chi sta cercando un golpe militare in quel paese ci sono quelli che sempre hanno sostenuto i colpi di stato militari in America Latina o che mettono i loro affari prima della democrazia. I mezzi di comunicazione che stanno preparando la guerra civile in Venezuela sono le stesse corporazioni mediatiche che ci hanno venduto le armi di distruzione di massa in Iraq, il riscatto delle banche con soldi pubblici o il fatto che l’orgia di milionari e corrotti vada pagata da noi tutti con tagli e privatizzazioni. Sapere che si condivide la trincea con gente simile dovrebbe imporre una riflessione. La violenza deve essere sempre la linea rossa da non oltrepassare. Non ha senso che l’odio verso Maduro collochi qualcuno decente a fianco dei nemici del popolo.

3. Maduro ha ereditato un ruolo molto difficile, cioè gestire il Venezuela in un momento di caduta dei prezzi del petrolio e del ritorno degli Stati Uniti in Latinoamerica dopo la terribile avventura in Medioriente, e una missione impossibile, ossia sostituire Chávez. La morte di Chávez ha privato il Venezuela e l’America Latina di un leader capace di mettere in marcia politiche che hanno tolto dalla povertà 70 milioni di persone nel continente. Chávez ha capito che la democrazia in un solo paese era impossibile e ha messo le sue risorse, in un momento di benessere petrolifero grazie al recupero dell’OPEC, al fine di iniziare la tappa più luminosa degli ultimi decenni nella regione: Lula in Brasile, Correa in Ecuador, Morales in Bolivia, Kirchner in Argentina, Lugo in Paraguay, Mujica in Uruguay, Funes in El Salvador, Petro a Bogotá e anche Bachelet in Chile segnavano questa nuova fase. L’educazione e la salute sono arrivate ai settori popolari, è stata completata l’alfabetizzazione, si sono costruite case popolari, nuove infrastrutture, trasporti pubblici (dopo la privatizzazione di questi e l’abbandono del trasporto ferroviario), s’è frenata la dipendenza dall’FMI, s’è indebolito il legame con gli Stati Uniti creando la UNASUR (la sudamericana Unione delle Nazioni del Sud) e la CELAC (la latinoamericana Comunità di Stati Latinoamericani e Caraibici). Ci sono anche delle ombre, legate principalmente alla debolezza statale e alla corruzione. Ma ci vorrebbe un secolo perché i casi di corruzione nei governi progressisti in America Latina siano equivalenti, solo per citare u tema, ai costi della corruzione associati al riscatto bancario. La propaganda dei padroni della propaganda finisce per far sì che l’oppresso ami l’oppressore. Mai, dopo la demonizzazione di Fidel Castro, nessun leader latinoamericano era stato così insultato come Chávez.
Per redistribuire tra i poveri, si dovette dire ai ricchi d’America e anche d’Europa che dovevano guadagnare un po’ di meno. Non l’hanno mai tollerato, il che si può anche capire, specialmente in Spagna, dove, nel mezzo della crisi, i responsabili economici e politici del Partito Popolare rubavano a man bassa mentre dicevano alla gente che doveva stringere la cinghia. Avrebbe Chávez, quel “gorilla”, frenato i loro affari? Da quando ha vinto le prime elezioni nel 1998, Chávez ha dovuto affrontare numerosi tentativi di spodestarlo. Di certo, con l’aiuto inestimabile della destra spagnola, prima con Aznar, poi con Rajoy, e la già nota partecipazione di Felipe González facendo lobbying per i grandi capitali (è curioso che lo stesso Aznar, che ha fatto affari col Venezuela e con la Libia, poi si sia convertito in esecutore quando gliel’hanno ordinato; Gheddafi addirittura gli regalò un cavallo; Pablo Casado è stato l’assistente di Aznar in quella operazione, poi, cose della destra, hanno festeggiato il suo assassinio).

4. Chávez non ha lasciato in eredità a Maduro gli equilibri nazionali e regionali che ha costruito, i quali erano politici, economici e territoriali. Erano una costruzione personale in un paese che usciva da tassi di povertà del 60% della popolazione quando arrivò Chávez al governo. Ci sono cambiamenti che hanno bisogno di una generazione. E’ lì dove l’opposizione pretende strangolare Maduro, su problemi mal risolti come le importazioni, i dollari preferenziali o le difficoltà per frenare la corruzione che sfociano nei problemi di approvvigionamento.
Ciononostante Maduro ha saputo rieditare l’accordo “civico-militare” che tanto dà fastidio agli amici del golpismo. E’ una cosa evidente, dato che gli Stati Uniti han sempre provocato colpi di Stato cercando sostegni nei militari autoctoni mercenari o disertori. L’esercito in America Latina si capisce solo in relazione con gli USA. Li hanno formati, sia in tecniche di tortura che nella “lotta controinsurrezionale”, sia nell’uso delle armi che gli vendono che nel rispetto dovuto agli interessi nordamericani. In Venezuela gli stessi che hanno formato gli assassini della ESMA (Scuola Meccanica dell’Armata Argentina) o che hanno appoggiato l’assassino Pinochet hanno davanti adesso in Venezuela una situazione complicata (l’assalto da parte di mercenari vestiti da militari a una caserma a Carabobo era un tentativo di costruire la sensazione che vi fossero crepe in certi settori dell’esercito, una cosa che ad oggi pare invece non ci sia). Come hanno comprato militari gli USA hanno anche comprato giudici, giornalisti, professori, deputati, senatori, presidenti, sicari e chi dovesse servire per mantenere l’America Latina come “un cortile di casa”. Il cartello mediatico internazionale ha sempre coperto le spalle. E’ l’esistenza degli USA come impero che ha costruito l’esercito venezuelano. I nuovi ufficiali invece si sono formati nel discorso democratico sovrano e antimperialista e sono la maggioranza. C’è altresì un corpo di ufficiali, in gran parte sul punto di andare in pensione, che s’è formata alla vecchia scuola e le sue ragioni per difendere la Costituzione venezuelana sarebbero più che altro personali. Le deficienze dello stato venezuelano colpiscono anche l’esercito, ancor più in zone problematiche come le frontiere. Però le caserme in Venezuela sono schierate col presidente costituzionale. E per questo è ancora più patetico sentire il democratico Felipe González che chiede ai militari venezuelani di fare un golpe contro il governo di Nicolás Maduro.

5. A queste difficoltà consistenti nell’ereditare gli equilibri statali e gli accordi nella regione (l’amicizia di Chávez con i Kirchner, con Lula, con Evo, con Correa e con Lugo) va aggiunta la pugna dell’Arabia Saudita sul tema del fracking [per cui l’Arabia ha cercato di far scendere i prezzi del petrolio per rendere il metodo d’estrazione del fracking – che è relativamente caro, conviene solo con prezzi alti e viene visto come un’alternativa da parte degli USA – meno attraente rispetto a quelli tradizionali, n.d.t.] e con la Russia, il che ha fatto sprofondare i prezzi del petrolio, principale ricchezza del Venezuela. Questa inattesa caduta del prezzo del petrolio ha posto il governo Maduro in una situazione complicata (è il problema delle monocolture. Per comprenderlo basta pensare che cosa succederebbe alla Spagna se cadesse dell’80% il turismo per motivi esterni a qualunque governo. Otterrebbe Rajoy sette o otto milioni di voti in una situazione del genere?). Maduro ha dovuto ricostruire gli equilibri di potere in un momento di crisi economica brutale.

6. L’opposizione in Venezuela sta provando a fare un colpo di Stato dallo stesso giorno in cui vinse Chávez. Il Venezuela è stato l’ariete del cambiamento continentale. Finire il Venezuela significa aprire la canna del gas anche in quei luoghi in cui ancora non è tornato il neoliberalismo. Alle oligarchie danno fastidio i simboli che debilitano il loro punto di vista. E’ successo con la II Repubblica nel 1936, è successo in Cile con Allende nel 1973. Finire il Venezuela chavista è ritornare alla egemonia neoliberale e, altresì, alle tentazioni dittatoriali degli anni ’70.

7. Il Venezuela ha inoltre le riserve di petrolio più grandi del mondo, e poi acqua, biodiversità, l’Amazzonia, l’oro, il coltan [minerale raro costituito da columbite e tantalite, utilizzato per la costruzione di conduttori elettrici e nelle industrie bellica, spaziale e delle comunicazioni, n.d.t. da GarzantiLinguistica.It] (forse la riserva più importante al mondo di coltan).
Gli stessi che hanno portato la distruzione in Siria, in Iraq o in Libia per rubare loro il petrolio, vogliono fare lo stesso in Venezuela. Hanno bisogno di guadagnarsi previamente il favore dell’opinione pubblica affinché il furto non sia così evidente. Hanno bisogno di riprodurre in Venezuela la medesima strategia che costruirono quando parlavano di armi di distruzione di massa in Iraq.
O non ha creduto molta gente onesta che c’erano armi di distruzione di massa in Iraq? Oggi quel paese, tempo fa prospero, è in rovina. Chi ha creduto a quelle menzogne del PP (Partido Popular, Spagna, n.d.t.), che veda adesso come sta Mosul. Benvenuti finalmente gli ingenui. Le bugie continuano tutti i giorni. L’opposizione ha messo una bomba al passaggio di poliziotti a Caracas e tutti i mezzi stampa hanno pubblicato la foto come se la responsabilità fosse di Maduro. Un elicottero rubato ha lanciato granate contro il Tribunale Supremo e i mass media sono stati in silenzio. Sono atti terroristici. Di quelli che stanno in apertura nelle prime pagine e nei telegiornali. Salvo quando succedono in Venezuela. Un referendum illegale in Venezuela “spinge il regime fino al limite”. Un referendum illegale in Catalogna è un atto vicino al delitto di sedizione.

8. Il cartello mediatico internazionale ha trovato un suo filone. Si tratta di una riedizione della paura di fronte alla Russia comunista, alla Cuba dittatoriale o al terrorismo internazionale (non diranno mai che l’ISIS è una costruzione occidentale finanziata principalmente con capitale nordamericano). Il Venezuela è diventato il nuovo demonio. Così ci si permette di accusare gli avversari d’essere “chavistas” e si evita di parlare della corruzione, dello svuotamento delle pensioni, della privatizzazione degli ospedali, delle scuole e delle università o dei salvataggi bancari. Mélenchon, Corbyn, Sanders, Podemos o qualunque forza del cambiamento in America Latina vengono screditati accusandoli d’essere “chavistas”, ora che l’accusa d’essere “comunista” o “dell’ETA” è caduta in disuso.
Il giornalismo mercenario va avanti da anni con questa strategia. Nessuno mai ha spiegato che politica genuinamente bolivariana entra nei programmi dei partiti del cambiamento. Però fa lo stesso. L’importante è diffamare. E gente di buona volontà finisce per credere che ci sono armi di distruzione di massa o che il Venezuela è una dittatura dove, curiosamente, tutti i giorni l’opposizione manifesta (addirittura attaccando strutture militari), dove i media criticano liberamente Maduro (non come in Arabia Saudita, Marocco o Stati Uniti) o dove l’opposizione governa in comuni e regioni. E’ la medesima tattica che durante la Guerra fredda ha costruito il “pericolo comunista”. Per questo in Spagna, col Venezuela, abbiamo una nuova Comunità Autonoma della quale solo ci manca che ci dicano alla fine dei TG il tempo che farà a Caracas quel giorno. Su 100 volte che si nomina il Venezuela, 95 solo cercano di distrarre, occultare o mentire.

9. Il Venezuela ha un problema storico che non ha risolto. Non avendo miniere durante l’epoca coloniale, non è stata un Vicereame, ma un semplice Capitanato generale. Il secolo XIX è stato una guerra civile permanente, e nel secolo XX, quando si cominciò a costruire lo Stato, già aveva il petrolio. Lo Stato venezuelano si è sempre basato sulla rendita, è sempre stato carente di efficacia, bucherellato dalla corruzione e ostaggio delle necessità economiche degli Stati Uniti pattuite con le oligarchie locali. Lo scontro tra il Parlamento e la presidenza della Repubblica attuale si sarebbe dovuto risolvere giuridicamente. Segnali dell’inefficienza si sono resi evidenti da tempo. L’economia di rendita venezuelana non è stata superata. Il Venezuela ha redistribuito la rendita petrolifera tra i più umili, ma non ha superato la sua cultura politica basata sulla rendita né ha migliorato il funzionamento del suo Stato.
Ma non illudiamoci. Il Brasile ha una struttura giuridica più consolidata e il Parlamento e alcuni giudici hanno fatto un colpo di Stato contro Dilma Rousseff [presidente eletta dalla maggioranza dei brasiliani nel 2014, n.d.t.]. Donald Trump può sostituire il Procuratore Generale e non succede nulla, ma se lo fa Maduro, Capo di Stato ugualmente votato alle elezioni, lo si accusa d’essere un dittatore. Una parte delle critiche a Maduro sono ingannevoli perché dimenticano che il Venezuela è un sistema presidenzialista. E’ per questo che la Costituzione permette al presidente di convocare un’Assemblea Costituente. Piaccia o no, l’articolo 348 della Costituzione vigente del Venezuela dà la facoltà al Presidente di farlo, così come in Spagna il Presidente del Consiglio può sciogliere il Parlamento.

10. Zapatero ed altri ex Presidenti, il Papa, le Nazioni Unite stanno chiedendo a entrambe le parti in Venezuela un dialogo. L’opposizione ha messo insieme circa 7 milioni di voti (anche se poi sarebbe più complicato che potessero arrivare a un tale consenso su un candidato o candidata alla presidenza del Paese). Maduro, in un contesto regionale molto complicato, con forti ristrettezze economiche che interessano l’acquisto di beni primari di base, incluse le medicine, ha raccolto 8 milioni di voti (anche fossero 7, secondo le dichiarazioni alquanto sospette del presidente di Smartmatic [azienda inglese che gestisce il processo elettorale in Venezuela da vari anni] che ha appena firmato un contratto milionario con la Colombia). L’opposizione, come in altre occasioni, ha optato per la violenza e poi non capisce come Maduro raccolga tanti milioni di sostenitori. Se in Spagna un gruppo bruciasse una clinica medica o una scuola, se sparasse contro il Tribunale Supremo, assaltasse caserme, assoldasse dei poveri per seminare il terrore, impedisse con forme di guerriglia stradale il transito e, addirittura, bruciasse vive delle persone perché la pensano diversamente, qualcuno si meraviglierebbe se la cittadinanza votasse in senso contrario a quei matti?

11. Fallita la via violenta, all’opposizione venezuelana restano due possibilità: continuare con una via insurrezionale, incoraggiata dal Partito Popolare (spagnolo), da Donald Trump e dall’estrema destra internazionale, oppure provare a vincere alle elezioni. Gli USA mantengono la pressione (in dichiarazioni a un settimanale uruguayano il Presidente dell’Uruguay Tabaré ha detto di aver votato per l’espulsione illegale del Venezuela dal Mercosur (Mercato Comune del Sud) per paura delle rappresaglie dei paesi più grandi). 57 paesi delle Nazioni Unite hanno palesato l’esigenza che si rispetti la sovranità del Venezuela. Siccome gli USA non ottengono maggioranze per forzare il Venezuela, insistono nell’inventare spazi (come la Dichiarazione di Lima, che non ha nessuna forza giuridica, in quanto non hanno ottenuto la maggioranza all’OSA, Organizzazione Stati Americani).

Per questo alcuni oppositori, come Henry Ramos-Allup, hanno fatto appello alla fine della violenza. Il Venezuela ha in programma elezioni comunali e regionali. E’ lo scenario in cui l’opposizione dovrebbe dimostrare quella maggioranza che reclama d’avere. Il Venezuela deve convocare quelle elezioni ed è un’opportunità eccellente per misurare elettoralmente le forze. Perché, in caso contrario, lo scontro che stiamo vivendo s’incisterà e diventerà un’enorme cancrena. A chi interessa una guerra civile in Venezuela? Non facciamoci illusioni. Né al P.P. né a Trump interessano i diritti umani. Se fosse così, romperebbero con l’Arabia Saudita, che decapiterà 15 giovani per aver manifestato durante la Primavera Araba o dove vengono frustate le donne che guidano un’auto; o con la Colombia, dove sono 150 gli omicidi commessi dai paramilitari negli ultimi mesi; o col Messico, dove si assassina ogni mese qualche giornalista e vengono rinvenute fosse comuni con decine di cadaveri. Pene di 75 anni stanno chiedendo negli Stati Uniti contro i manifestanti che s’oppongono alle politiche di Trump.
Il Venezuela è diventato in Spagna la diciottesima Comunità Autonoma solo perché il presidente Rajoy si è dovuto presentare come testimone per la corruzione del suo partito. E’ più bello parlare del Venezuela che della corruzione degli 800 funzionari del P.P. imputati. Ci sono ingenui che credono loro. Che diranno adesso che il grosso dell’opposizione ha accettato di partecipare alle elezioni regionali in Venezuela? Il patto tra il PSOE (Partito Socialista Operaio Spagnolo) e Podemos in Castilla-La Mancha è stato presentato dalla destra della regione come l’inizio della “venezuelizzazione” della Spagna. Che faccia tosta e quanta stupidità. C’è gente che vi crede. Intanto il P.P. sta in silenzio, per esempio, di fronte alle persecuzioni che la dittatura monarchica marocchina gestisce in Spagna contro i dissidenti politici, o all’incarcerazione ordinata dal dittatore Erdogan ai danni di un giornalista critico con la dittatura turca. Qualcuno avrà il coraggio di venirci a dire che a questi governi interessano i diritti umani?

Conclusione: non c’è bisogno d’essere d’accordo, né molto meno, con Maduro e il suo modo di fare per rifiutare il colpo di Stato che si vuole allestire in Venezuela. Stiamo parlando di non ripetere gli stessi errori credendo alle bugie che costruiscono i mass media. Il Venezuela deve risolvere i suoi problemi col dialogo. Anche se una fazione la sostengono i paesi più potenti dell’ambito neoliberale. Né il P. P. né la destra vogliono il dialogo. Vogliono che Maduro rinunci. E crede qualcuno che gli otto milioni di votanti dell’Assemblea Costituente resterebbero con le mani in mano? Un nuovo governo li reprimerebbe e perfino li assassinerebbe. I media direbbero che la democrazia venezuelana si starebbe difendendo dagli attacchi dei nemici della democrazia. E ci sarebbe di nuovo gente ingenua che vi crederebbe. Da parte del resto del mondo, in nome della democrazia, non ci si devono aspettare che due cose: esigere e incoraggiare il dialogo in Venezuela e capire che sarebbe meglio non permettere né al P.P. né alle destre internazionali, cominciando da Trump, di riproporre una delle loro miserie più terribili, che consiste nel seminare dolore in altri posti per nascondere il dolore che diffondono nei nostri stessi paesi.

*Juan Carlos Monedero è saggista, dottore in Scienze politiche e sociologia alla Università Complutense di Madrid, Spagna, e tra i fondatori del partito Podemos. – Traduzione dell’articolo in italiano: Fabrizio Lorusso – Link originale http://www.alainet.org/es/articulo/187390

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La destra in Paraguay: Horacio Cartes nuovo presidente https://www.carmillaonline.com/2013/04/27/la-destra-in-paraguay-horacio-cartes-nuovo-presidente/ Fri, 26 Apr 2013 22:00:35 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=4868 di Fabrizio Lorusso

CartesDomenica 21 aprile il Paraguay ha scelto il suo presidente, ha rinnovato il suo parlamento e 17 governatori ed ha cambiato colore politico. Migliaia di camicie rosse rumoreggianti hanno invaso le strade della capitale Asunción per festeggiare la vittoria di Horacio Cartes del Partido Colorado (PC). Ma l’apparenza spesso inganna e i “rossi” non erano militanti comunisti o del PT brasiliano, né erano simpatizzanti del neoeletto presidente venezuelano Nicolás Maduro o del progetto socialista dello scomparso comandante Hugo Chávez. Infatti, il PC si colloca decisamente a destra nel panorama politico del paese sudamericano, è stato al governo per [...]]]> di Fabrizio Lorusso

CartesDomenica 21 aprile il Paraguay ha scelto il suo presidente, ha rinnovato il suo parlamento e 17 governatori ed ha cambiato colore politico. Migliaia di camicie rosse rumoreggianti hanno invaso le strade della capitale Asunción per festeggiare la vittoria di Horacio Cartes del Partido Colorado (PC). Ma l’apparenza spesso inganna e i “rossi” non erano militanti comunisti o del PT brasiliano, né erano simpatizzanti del neoeletto presidente venezuelano Nicolás Maduro o del progetto socialista dello scomparso comandante Hugo Chávez. Infatti, il PC si colloca decisamente a destra nel panorama politico del paese sudamericano, è stato al governo per 61 anni e ha sostenuto la dittatura di Alfredo Stroessner tra il 1954 e il 1989.  Solo nel 2008 la candidatura di Fernando Lugo, sostenuto dal conservatore Partito Liberale Radicale Autentico (PLRA) e da altre formazioni di area progressista (diciamo, socialdemocratica), riuscì a dare un governo diverso al paese, anche se poi già dai primi mesi il fronte comune di centro-sinistra si sfaldò e si cominciò a sentir parlare di possibili colpi di Stato più o meno “istituzionali”. Cosa che, di fatto, accadde puntualmente l’anno scorso.

Questa volta, però, Horacio Cartes, milionario imprenditore cinquantaseienne in politica solo dal 2009, ha ottenuto il 45,8% dei suffragi e s’è imposto sul principale rivale, Efraín Alegre del PLRA, fermo al 36,9%. L’affluenza è stata del 68,6% su 3,5 milioni di cittadini aventi diritto al voto (e su un totale di 6,5 milioni di abitanti). E’ la più alta nella storia democratica del paese che ha realizzato sei elezioni in 23 anni di democrazia. Nettamente staccate le coalizioni progressiste Avanza País, al 5,88%, e Frente Guasú, con il 3,32%. Tra le file del Frente milita anche l’ex presidente e sacerdote Fernando Lugo che ha ottenuto un seggio al senato. Cartes, proprietario dell’omonima holding di 24 compagnie e laureato negli USA in meccanica aeronautica, possiede aziende nei settori più disparati: dalle sigarette al commercio di carne e bevande, dall’abbigliamento ai trattamenti contro l’obesità. Immancabile anche il suo interesse per il calcio: dal 2001 Cartes ha vinto sette campionati con il Club Libertad.

Cartes-celebracion-banderaNel giugno 2012 Lugo ha accusato Cartes, e in generale tutto il PC, di aver cospirato contro di lui, siccome venne deposto con un “giudizio politico”, un procedimento sommario previsto dalla Costituzione ma mai applicato in Paraguay. I colorados e i liberali hanno giudicato e destituito il presidente in meno di 24 ore, sostenendo che fosse il responsabile di una mattanza di contadini e poliziotti nella località di Curuguaty nonché del clima d’insicurezza nel paese.

Come espresso dal discorso tenuto da Lugo all’indomani di questo vero e proprio golpe istituzionale, il sostegno di entrambi i partiti storici e anche del Vaticano in questa torbida operazione fu palese e mirava a garantire la continuità dell’establishment tradizionale.

I Capi di Stato di mezza America Latina, specialmente quelli dei paesi membri del Mercosur (Mercato Comune del Sud) come l’Argentina, il Brasile, la Bolivia e l’Uruguay, presero posizione contro il colpo di Stato e sospesero il Paraguay dai blocchi commerciali regionali per violazione delle clausole democratiche.

All’inizio del mandato di Lugo l’entusiasmo popolare per la vittoria di un “uomo nuovo” e per le promesse di riforma agraria e redistribuzione della ricchezza era alle stelle, ma scemò lentamente. L’opposizione parlamentare dei colorados e il ripensamento dei liberali, sempre più ostili al cambiamento promosso dall’outsider “sinistroide” e alla sua vicinanza con alcuni presidenti della regione come il brasiliano Lula, il boliviano Morales e il venezuelano Chávez, hanno sterilizzato l’azione di governo fino alla defenestrazione finale.

Panorama commerciale america latina

Il neoeletto Cartes resterà in carica fino al 2018, ma non potrà contare su una maggioranza parlamentare. Alla Camera sono disponibili ottanta seggi, mentre al Senato sono quarantacinque. Le stime dei risultati per la camera non sono definitive, ma quelle per il senato indicano percentuali del 36% per il PC, del 30,6% per i liberali in alleanza con i democratici progressisti, del 9,6% al Frente Guasú, del 5% ad Avanza País, mentre il resto va ad altri piccoli partiti.

Per questo da subito Cartes ha lanciato un (classico) appello all’unità nazionale e all’alleanza almeno tra i partiti maggiori per “migliorare la situazione del Paraguay, correggere il tiro e aprire nuove strade che vogliamo tutti”, ha affermato. “Dobbiamo lavorare per tutti i paraguayani perché siamo stati votati anche da elettori di altri partiti ed è un messaggio per l’unità”, ha aggiunto fiducioso.

Le priorità per i primi mesi di governo (i fatidici e tanto mediatizzati “cento giorni”) sono senza dubbio la lotta alla povertà, un fenomeno che interessa circa il 60% della popolazione (di cui il 20% almeno in stato di vera e propria indigenza o miseria), e la riforma agraria, visto che secondo l’ultimo censimento nazionale l’85,5% delle terre sono in mano al 2,06% degli abitanti, una vera e propria classe di latifondisti.

Di fatto, il 15 giugno dell’anno scorso, fu la degenerazione violenta di un conflitto tra polizia e contadini per l’occupazione di alcuni terreni nella comunità di Curuguaty che provocò 17 morti (sei poliziotti e undici contadini) e fu poi usata dai partiti per spodestare Fernando Lugo e mettere al suo posto Federico Franco del PLRA come presidente ad interim. Ad oggi le responsabilità della strage non sono state ancora chiarite dai magistrati.

Altre 4 accuse piuttosto strumentali vennero rivolte all’ex presidente: aver autorizzato alcuni partiti di sinistra a tenere una riunione politica presso una base militare nel 2009; aver permesso l’occupazione di terre appartenenti a dei brasiliani da parte di un gruppo di senza tetto; aver evitato l’arresto di membri di un gruppo guerrigliero e la firma di un accordo internazionale senza l’approvazione del parlamento. Il “processo” relativo a queste accuse e a quella più grave relativa ai fatti violenti di Curuguaty è stato condotto sommariamente, senza possibilità di contraddittorio o replica, dalle camere e non da un giudice previa investigazione. Con un tempismo sospetto l’Ambasciata statunitense ad Asunción ha aumentato significativamente il suo personale nell’ultimo anno prima delle elezioni di domenica 21 aprile.

Riguardo la giornata elettorale l’Unione Europea e la OSA (Organizzazione Stati Americani) hanno accettato i risultati pur denunciando la mancanza di adempimento delle legge elettorale, la cooptazione massiccia di votanti da parte dei funzionari di partito, la violazione della legge che proibisce la divulgazione degli exit polls e, infine, l’irregolarità del comportamento del vicepresidente del Tribunal Supremo de Justicia Electoral (TSJE), Juan Manuel Morales, che domenica, prima della chiusura dei seggi, ha di fatto compromesso i risultati dichiarando pubblicamente che il rivale di Cartes, Alegre, “dovrà accettare le tendenze” che davano la vittoria allo stesso Cartes. Ma dato che le denunce e le missioni di osservazione elettorale non hanno sortito effetti concreti sui risultati, a che servono? A legittimare la continuità e il gattopardismo? Italia docet.

Panaroma politico america latinaA livello interno (ma anche internazionale in realtà) Cartes dovrà cercare di svincolarsi dalle accuse di legami col narcotraffico che, anche da dentro il suo partito, gli sono state rivolte a più riprese, malgrado non vi siano formalmente processi aperti contro di lui.

L’oppositore Efrain Alegre ha denunciato le connessioni del vincitore con il narcotraffico, oltre ad aver ricordato in campagna elettorale (con lo slogan “Contro il Paraguay delle mafie”) i tre mesi di detenzione che nel 1985 Cartes scontò per una questione di traffico di denaro.

Nel 2000 un piccolo aeroplano, immatricolato in Brasile e carico di cocaina e marijuana, venne ritrovato in una sua proprietà in territorio paraguayano, nella zona della frontiera col Brasile nota come “il prossimo Messico” ma formalmente chiamata Pedro Juan Caballero. In questa regione uno zio del politico, Juan Domingo Viveros Cartes, è stato arrestato più volte dagli anni 80 al 2012 per aver pilotato velivoli che trasportavano droghe. Cartes era amico di Fahd Jamil, noto nella triplice frontiera Paraguay-Argentina-Brasile per i suoi traffici illeciti e condannato a 30 anni in contumacia da un tribunale brasiliano per traffico di stupefacenti, evasione fiscale e riciclaggio. Jamil è stato in seguito graziato dalla Corte Suprema brasiliana, ma intanto l’amico di vecchia data è tornato prima delle elezioni, dopo 7 anni di silenzio, per “complimentarsi” con Cartes per la sua candidatura.

Inoltre nel 2004 l’impresario fu indagato in Brasile da una commissione parlamentare in quanto proprietario della Banca Amambay, accusata di riciclaggio di denaro sporco dopo la pubblicazione di un reportage basato sui report dell’agenzia antidroga americana, la Drug Enforcement Administration (DEA),  e confermati da filtrazioni di WikiLeaks. Vi sarebbero quindi informazioni abbondanti nei documenti di Wikileaks riguardanti Cartes e le operazioni che lo legano al riciclaggio di denaro, al finanziamento del commercio di stupefacenti negli USA, in Brasile e Argentina, e al contrabbando di alcool e tabacco. Al riguardo le accuse di contrabbando provengono da una Commissione Parlamentare di Indagine brasiliana che ha indicato come l’azienda di Cartes Tabesa (Tabacalera del Este SA, di proprietà del nuovo presidente e della sua sorella minore Sarah) sia una di quelle che introducevano illegalmente le sigarette paraguayane in Brasile.

[Nota finale. La cartina del “Panorama politico dell’America Latina” è puramente indicativa, serve solo a dare un’idea “cromatica” dei governi del subcontinente. Personalmente non considererei “di centro” il governo messicano, ma lo farei sfumare più nel blu che nel giallo. C’è stato un po’ di daltonismo nel dipingere la mappa!]

 

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