Denis Villeneuve – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 06 Aug 2026 02:55:55 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Dune nell’immaginario di ieri e di oggi https://www.carmillaonline.com/2024/02/20/dune-nellimmaginario-di-ieri-e-di-oggi/ Tue, 20 Feb 2024 21:00:32 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=80944 di Gioacchino Toni

Paolo Riberi, Giancarlo Genta, I segreti di Dune. Storia, mistica e tecnologia nelle avventure di Paul Atreides, Mimesis, Milano-Udine 2024,

Dune può dirsi un vero e proprio mito contemporaneo capace di segnare profondamente l’immaginario collettivo nato a metà anni Sessanta del secolo scorso dalla creatività narrativa dello statunitense Frank Herbert, per poi svilupparsi nel corso del tempo attraverso diversi romanzi dello stresso scrittore che ne espandono le vicende narrate, numerosi prequel scritti da altri autori, più o meno fedeli allo spirito e alle vicende introdotte da Herbert, adattamenti cinematografici solo progettati o rivelatisi disastrosi insuccessi al botteghino e, [...]]]> di Gioacchino Toni

Paolo Riberi, Giancarlo Genta, I segreti di Dune. Storia, mistica e tecnologia nelle avventure di Paul Atreides, Mimesis, Milano-Udine 2024,

Dune può dirsi un vero e proprio mito contemporaneo capace di segnare profondamente l’immaginario collettivo nato a metà anni Sessanta del secolo scorso dalla creatività narrativa dello statunitense Frank Herbert, per poi svilupparsi nel corso del tempo attraverso diversi romanzi dello stresso scrittore che ne espandono le vicende narrate, numerosi prequel scritti da altri autori, più o meno fedeli allo spirito e alle vicende introdotte da Herbert, adattamenti cinematografici solo progettati o rivelatisi disastrosi insuccessi al botteghino e, in epoca recente, serie televisive e nuove proposte cinematografiche finalmente capaci di tradurre in ambito audiovisivo con una certa fedeltà la fervida creatività dello scrittore statunitense e di soddisfare pubblico e critica.

Questa colossale saga letteriario-audiovisiva nasce dunque con il romanzo di fantascienza Dune di Frank Herbert pubblicato nel 1965 in cui vengono fatti confluire i suoi racconti Dune World e The Prophet of Dune precedentemente pubblicati sulla rivista “Analog SF” tra il 1963 ed il 1965. Vincitrice dei premi i Hugo e Nebula, l’opera di Herbert si è rivelata capace di segnare in maniera indelebile l’immaginario degli appassionati di fantascienza dell’epoca riverberandosi fino ai nostri giorni.

Forte del successo ottenuto con il romanzo del 1965, è lo stesso Herbert ad espande la saga con altri titoli: Messia di Dune (Dune Messiah, 1969), I figli di Dune (Children of Dune, 1977), L’Imperatore-Dio di Dune (God Emperor of Dune, 1981), Gli eretici di Dune (Heretics of Dune, 1984) e La rifondazione di Dune (Chapterhouse: Dune, 1985).

Dagli appunti stesi dallo scrittore scomparso nel 1986, il figlio Brian insieme a Kevin J. Anderson, pur con minori consensi di critica e di pubblico, oltre a portare a compimento la parabola narrativa dello scrittore realizzando I cacciatori di Dune (Hunters of Dune, 2006) e I vermi della sabbia di Dune (Sandworms of Dune, 2007), danno poi vita a una lunga serie di prequel ancora in corso di pubblicazione composta dalle trilogie Legends of Dune (2002-2004), Le Grandi Scuole di Dune (Great Schools of Dune, 2012-2016) inedita in Italia, Preludio a Dune (Prelude to Dune, 1999-2001), La Trilogia di Caladan (The Caladan Trilogy, 2020-2022), Gli Eroi di Dune (Heroes of Dune, 2008-2023)1.

I prequel realizzati da Brian Herbert e Kevin J. Anderson contrastano con gli accadimenti narrati nel volume Enciclopedia di Dune (The Dune Encyclopedia, 1984) scritto da Willis Everett McNelly con l’autorizzazione di Frank Herbert, evidentemente non intenzionato ad occuparsi direttamente della narrazione di eventi precedenti i fatti raccontati nel suo ciclo di opere.

La storia cinematografica di Dune prende invece il via con l’acquisizione dei diritti da parte del produttore Arthur P. Jacobs che però muore improvvisamente prima che il regista David Lean inizi le riprese del film sulla base di una riduzione del romanzo a cui hanno lavorato Joe Ford e Bob Greenut con la sceneggiata di John Boorman.

È dunque la volta di un nuovo progetto cinematografico affidato nel 1974 da un consorzio francese con a capo Jean-Paul Gibon al regista visionario Alejandro Jodorowsky che, avvalendosi di collaboratori come Hans Ruedi Giger, Chris Foss, Jean Giraud e Dan O’Bannon, progetta un kolossal snaturante il racconto dello scrittore con l’intenzionato di avvalersi per la colonna sonora dei Pink Floyd e Tangerine Dream, mentre il cast prevede Salvador Dalí, Orson Welles, Mick Jagger, Amanda Lear, Alain Delon, Gloria Swanson, David Carradine, Geraldine Chaplin, Udo Kier ed il figlio, Brontis Jodorowsky, nei panni del protagonista Paul Atreides. Dopo avervi lavorato per un paio di anni, Jodorowsky si vede costretto ad abbandonare il suo immaginifico progetto in quanto la produzione si rifiuta di imbarcarsi in quello che ritiene possa trasformarsi in un pericoloso azzardo economico con scarse possibilità di successo al botteghino. Su tale progetto è stato realizzato il  lungometraggio documentario Jodorowsky’s Dune (2013) di Frank Pavich (visibile su diverse piattaforme).

Nel 1976 i diritti cinematografici vengono dunque acquisiti da Dino De Laurentiis che dopo aver affidato in un primo tempo la stesura della sceneggiatura allo stesso Frank Herbert decide di farla riscrivere – riducendo drasticamente la durata del film prevista dallo scrittore – a Rudy Wurlitzer che però prospetta cambiamenti considerati inaccettabili da Herbert. I dissidi sorti tra lo scrittore e De Laurentiis fanno cadere il progetto.

Successivamente il produttore italiano decide di ritentare avvalendosi della fervida mente creativa di Hans Ruedi Giger e del regista Ridley Scott che però prospetta la necessità di spezzare la vicenda in due parti – come del resto era accaduto nell’uscita originaria di Dune sulla rivista “Analog SF” – proponendo la realizzazione di due distinti film. Anche in questo caso, dopo parecchi mesi di preparazione, il progetto viene abbandonato ma, prima della scadenza dei diritti, De Laurentiis decide di ricucire i rapporti con Herbert e di affidare la regia a David Lynch che, dopo aver lavorato a lungo alla sceneggiatura, nel 1983 inizia le riprese in Messico avvalendosi di 80 set, 16 teatri di posa e una troupe di 1.700 persone con un budget faraonico di 40 milioni di dollari. Gli effetti speciali risultano però incapaci di rende sullo schermo quanto prospettato dal regista, inoltre la produzione impone di ridurre le tre ore montate in un primo tempo da Lynch in sole due ore costringendolo a tagliare drasticamente diversi passaggi chiave realizzati dal visionario regista. Oltre ad essere stroncato dalla critica, il film si rivela un disastro al botteghino e soltanto in anni recenti la sua realizzazione ha iniziato ad essere considerata, da alcuni, in maniera più benevola.

In apertura del nuovo millennio l’opera di Herbert viene ripresa fedelmente da una miniserie televisiva in tre puntate intitolata Dune: il destino dell’universo (Frank Herbert’s Dune, 2000) – composta da Dune, Muad’dib e The Prophet – per la regia di John Harrison trasmessa da Syfy Channel ottenendo un buon successo di critica e di pubblico a cui si è poi aggiunto il sequel Children of Dune (2003) diretto da Greg Yaitanes, meno aderente all’opera di Herbert.

Con l’avvento della la computer grafica il cinema si sente di poter nuovamente affrontare il progetto Dune. Dopo un primo annuncio nel 2008 da parte della Paramount, poi lasciato cadere nel vuoto, nel 2016 la Legendary Entertainment acquista i diritti ed affida a Denis Villeneuve il compito di affrontare fedelmente l’opera di Herbert confrontandosi però anche con le trasposizioni audiovisive già realizzate: il film di Lynch e le serie televisive di Syfy Channel.

Come già aveva pensato di fare Ridley Scott, anche Villeneuve opta per un doppio film: Dune (Dune: Part One, 2021) e Dune. Parte due (Dune: Part Two, 2023). Il cast del primo film è composto da attori del calibro di Timothée Chalamet, Rebecca Ferguson, Oscar Isaac, Josh Brolin, Stellan Skarsgård, Dave Bautista, Stephen McKinley Henderson, Zendaya, Chang Chen, Sharon Duncan-Brewster, Charlotte Rampling, Jason Momoa e Javier Bardem, a cui nel secondo film si aggiungono Christopher Walken, Florence Pugh, Austin Butler, Léa Seydoux e Souheila Yacoub.

Il successo di critica e di pubblico è stato tale da non escludere la possibilità di un terzo capitolo affidato a Villeneuve incentrato stavolta sul romanzo Messia di Dune. Nel frattempo HBO Max ha dato il via ai lavori per un adattamento seriale di Sisterhood of Dune, in uscita con il titolo Dune: The Prophecy, una sorta di prequel ambientato diecimila anni prima rispetto a quanto raccontato nei film di Villeneuve. Come sottolineano Riberi e Genta, è stato necessario mezzo secolo affinché dall’opera narrativa si riuscissero a ricavare trasposizioni audiovisive in grado di ottenere riconoscimenti di critica e pubblico.

Quel che è certo è che la saga letteraria e cinematografica di Dune ha influenzato enormemente l’immaginario collettivo contemporaneo, ed a ciò, sottolineano Riberi e Genta, contribuisce lo stesso film mai realizzato di Alejandro Jodorowsky, di cui non si è mai smesso di parlare, grazie anche alle trovate prospettate dai suoi collaboratori Hans Ruedi Giger, Chris Foss, Jean Giraud e Dan O’Bannon che avrebbero ispirato opere come Alien (1979) e Balde Runner (1982) di Ridley Scott, The Matrix (1999) delle sorelle Wachowski – tutti film che apriranno la strada a diverse altre produzioni ad opera degli stessi o altri registi – e serie televisive come Copenhagen Cowboy (2023) realizzata da Nicolas Winding Refn. Tra i tanti debitori Riberi e Genta citano i registi Steven Spielberg, James Cameron e George Lucas, ma anche, per opere più recenti, James Cameron, le sorelle Wachowski e Nicolas Winding Refn, così come, per quanto riguarda la narrativa fantasy, gli scrittori Patrick Rothfuss e Steven Erikson, mentre in ambito musicale dell’universo Dune si trova traccia negli Iron Maiden e nei Blind Guardian. Insomma, secondo gli autori del volume è possibile affermare che «l’intero immaginario pop degli ultimi cinquant’anni sia stato influenzato a vario titolo dalle avventure cartacee e cinematografiche di Paul Atreides, che possono essere considerate a tutti gli effetti un autentico mito contemporaneo».

A delineare lo sviluppo dello studio proposto dal volume di Paolo Riberi e Giancarlo Genta è lo stesso sottotitolo scelto: Storia, mistica e tecnologia nelle avventure di Paul Atreides. Infatti, dopo aver ricostruito la storia della saga, ricordando le tappe principali del fenomeno letterario-cinematografico Dune, gli autori individuando i motivi che ne hanno determinato il duraturo successo, dunque ricostruiscono puntualmente la complessa mistica che innerva la saga, in un intrecciarsi di culti messianici mediorientali, cosmismo, transumanesimo, mistica medievale sufi, droga sacra, ecc. Infine, nell’ultima parte del volume, Riberi e Genta passano in rassegna la tecnologia che attraversa l’universo di Dune; dall’informatica all’intelligenza artificiale, dai viaggi spaziali agli armamenti avveniristici, sino agli ambiti scientifici medici ed eugenetici.


  1. Le trilogie sino ad ora realizzate da Brian Herbert e Kevin J. Anderson sono così composte: Legends of Dune: Il Jihad Butleriano (The Butlerian Jihad, 2002), La Crociata delle Macchine (The Machine Crusade, 2003) e La Battaglia di Corrin (The Battle of Corrin, 2004). Le Grandi Scuole di Dune (Great Schools of Dune) inedita in Italia: Sisterhood of Dune (2012), Mentats of Dune (2014) e Navigators of Dune (2016). Preludio a Dune (Prelude to Dune): Casa Atreides (House Atreides, 1999), Casa Harkonnen (House Harkonnen, 2000) e Casa Corrino (House Corrino, 2001). La Trilogia di Caladan (The Caladan Trilogy) inedita in Italia: The Duke of Caladan (2020), The Lady of Caladan (2021) e The Heir of Caladan (2022). Gli Eroi di Dune (Heroes of Dune): Paul of Dune (2008) inedito in Italia, The Winds of Dune (2009) inedito in Italia, La principessa di Dune (The Princess of Dune, 2023). 

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Tre film https://www.carmillaonline.com/2017/11/29/tre-film/ Tue, 28 Nov 2017 23:01:45 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=41854 di Mauro Baldrati

BLADE RUNNER 2049, di Denis Villeneuve. Per vedere BR2049 bisogna lavorare. E’ un impegno che lo spettatore deve prendere sul serio, con costanza e concentrazione. In primo luogo per la durata. Quasi tre ore è un tempo riservato ai classici, Il Gattopardo, La caduta degli dei, Via col vento, La dolce vita. Tre ore significa anche tenuta mentale, soglia dell’attenzione alta, e con gli attuali ritmi frastagliati da cellulari, social, sms, necessitano di impegno e allenamento. Dunque BR2049 è un classico? Ovvero un’opera epica? Su questo terreno accidentato [...]]]> di Mauro Baldrati

BLADE RUNNER 2049, di Denis Villeneuve. Per vedere BR2049 bisogna lavorare. E’ un impegno che lo spettatore deve prendere sul serio, con costanza e concentrazione. In primo luogo per la durata. Quasi tre ore è un tempo riservato ai classici, Il Gattopardo, La caduta degli dei, Via col vento, La dolce vita. Tre ore significa anche tenuta mentale, soglia dell’attenzione alta, e con gli attuali ritmi frastagliati da cellulari, social, sms, necessitano di impegno e allenamento. Dunque BR2049 è un classico? Ovvero un’opera epica? Su questo terreno accidentato preferiamo non avventurarci. Non sappiamo se sia ancora possibile l’opera classica. Non sappiamo se un nuovo Mozart oggi avrebbe un tempo e uno spazio. Non sappiamo quanto la predazione del mercato abbia desertificato il territorio, se ancora possano esistere pascoli vergini.

Poi la lentezza. E’ estrema, persino violenta. Ovviamente l’aggettivo “lento” non caratterizza un film, come alcuni sostengono: “Com’è questo film?” “Mah, è lento.” Ma che c’entra? In alcuni punti La caduta degli dei è lento, e così la Recherche, e anche Guerra e Pace, ma la lentezza non rappresenta né una qualità né un difetto. E’ uno stile, se usata con criterio. Ma la lentezza di BR2049 non è solo ritmo dilatato. Va oltre. Oltre l’oltre. Non ha limite. E’ totalitaria. Per dire, un personaggio rivolge una domanda al protagonista, l’Ufficiale K; questi rimane in silenzio per diversi minuti, mentre la macchina da presa indugia sul suo primissimo piano, come in cerca di espressioni, di conferme; pare una dilatazione della scena della mosca di C’era una volta il west (un altro classico da tre ore); ma lui non risponde, se ne va e ci lascia con un palmo di naso. Oppure il gesto di prendere un oggetto: impresa molto complessa. La mano dell’attore si muove una tale lentezza da sembrare immobile: è la conferma del paradosso di Achille e la tartaruga: il movimento non esiste. E’ pura illusione.

Infine la trama. E’ consigliabile leggerla prima, compreso lo spoiler, perché accanto alla staticità che ci schiaccia sulla sedia ci sono dei passaggi che sfuggono, perché appena accennati o troppo contorti. Inoltre ci sono un sacco di variabili, i Nexus ribelli ricercati da tutti, chi vuole ucciderli e chi usarli; chi è o è stato un Nexus e chi no; la vera identità di Ufficiale K, e molto, troppo altro.

Per cui, dopo questo superlavoro, lo spettatore si sente esaurito, e si chiede se non avrebbe fatto meglio a raccogliere le castagne in collina. Almeno avrebbe portato a casa un prodotto. Invece con BR2049 cosa ha portato a casa?

UNA QUESTIONE PRIVATA, dei fratelli Taviani. Il racconto omonimo, dal quale è stato tratto il film, è uno dei più belli di Beppe Fenoglio. E’ perfetto: col suo stile semplice e preciso Fenoglio costruisce una storia d’amore tormentato e generoso, una gelosia che sembra scaricarsi sull’ossessione di salvare la vita all’amico rivale. Il tutto non solo ambientato, ma come parte organica della Resistenza, della fuga, della morte, del coraggio. La definizione di Italo Calvino centra in pieno il cuore dell’opera: “La geometrica tensione di un romanzo di follia amorosa e cavallereschi inseguimenti come l’Orlando furioso, e nello stesso tempo c’è la Resistenza proprio com’era di dentro e di fuori, vera come era stata scritta, serbata per tanti anni nella memoria fedele, e con tutti valori morali, tanto più forti quanto più impliciti, e la commozione e la furia.”

I fratelli Taviani si sono impegnati per tentare di restituire almeno le qualità centrali del testo – impresa certamente difficile, considerando che uno stile di scrittura, che veicola i contenuti, non è trasferibile in immagini; e così le sottili, taglienti sfumature di un amore privato ma anche collettivo, dove le contraddizioni dell’animo sembrano fondersi nell’atto di combattere l’invasore; e la volontà di possesso dell’amata non fa arretrare Milton di un millimetro nel desiderio di salvezza dell’amata e dell’amico, che forse l’ha posseduta.

Forse. Milton, lo immagina, lo teme. Per cui quando si diffonde la notizia che l’amico Giorgio è stato catturato dai fascisti, che lo fucileranno, inizia la sua corsa furiosa per catturare un fascista da scambiare con l’amico. Ma i registi tagliano con l’accetta, forse nel tentativo di semplificare la vicenda, di renderla regolare, comprensibile. Isolano il sentimento della gelosia di Milton, la forza motrice della sua battaglia personale, che costituisce il nucleo del racconto. Ma la semplificazione finisce per essere banalizzazione, anche se spinta da buone intenzioni. Il risultato è un film onesto ma debole, con una ambiguità, che se nel racconto è sviluppata a fondo, riempiendo quegli spazi vuoti invisibili che solo la letteratura sa individuare, qui un po’ disorienta: ma insomma, ci chiediamo, possibile che Milton, che abbiamo seguito nella sua dolorosa scoperta del rapporto tra Fulvia e Giorgio, rischi la vita, anzi, sia disposto a morire proprio per liberarlo? L’ambiguità di un amore spinto dalla gelosia ma al contempo generoso (un po’ alla Cyrano), nel film resta irrisolta.

DETROIT, di Kathryn Bigelow. Sono rimasti pochi i registi sopravvissuti a quell’enunciato di Robert Altman che riassume alla perfezione la mutazione del cinema americano: “Hollywood non vede l’ora di togliersi i registi dai piedi.” Basta complicazioni, i registi devono adeguarsi alla produzione, devono smetterla di discutere. Che facciano il loro lavoro! Il risultato è davanti a tutti: un’invasione di baracconi zeppi di effetti speciali a scadenza ravvicinata, da buttare subito dopo l’incasso.

La Bighelow, 66 anni, ex moglie (e quindi allieva?) di un maestro di un certo stile avventuroso, d’azione, come James Cameron, è una di loro. Una delle ultime. Ha già diretto almeno due cult: Il buio si avvicina (1987), Point Break (1991), e anche il magnifico Zero Dark Thirty (2012), benché una certa critica contestualizzazionemente ossessiva potrebbe imputarle, per questo film, un occhio di riguardo verso la CIA e i Seal, le forze speciali che hanno ucciso – dicono – Bin Laden.

Detroit è una di queste opere, realizzata col completo controllo della regista. Teso, avvincente, violento, ricostruisce una storia vera, una storia di morte e di razzismo che riesce a fondersi con un movimento di protesta e di ribellione che mise a ferro e fuoco la città. Nel 1967, in piena battaglia per i diritti civili, una retata della polizia in un locale all black senza licenza per gli alcolici fu la goccia che fece traboccare il vaso. Scoppiò una rivolta che durò quattro giorni, con scontri violentissimi, incendi e devastazioni, che causò più di 40 morti e centinaia di feriti.

Il film parte con modalità di documentario, con immagini e filmati d’epoca e una ricostruzione accurata del tempo e degli ambienti. Ma a un certo punto la visione oggettiva passa, con scioltezza, nell’evento particolare. Un gruppo di ragazzi “normali”, non particolarmente politicizzati, soprattutto interessati alla musica (hanno fondato un gruppo R & B, i Dramatic), è in cerca di un produttore che li faccia incidere (erano gli anni di esordio della Motown, alcune scene sono esaltanti). Si trovano nel pieno degli scontri, fuggono e si riparano in un albergo. Qui fanno la conoscenza con due ragazze e altri ragazzi come loro, giocano, scherzano. Ma a un certo punto uno dei nuovi amici con una pistola giocattolo finge di sparare sui poliziotti in strada, i quali lo scambiano per un cecchino. Polizia e Guardia nazionale fanno irruzione, sequestrano i ragazzi e qui inizia una vicenda di violenza bruta, razzismo assassino da parte di due poliziotti “marci” (in realtà in linea con certe tendenze dominanti della polizia) che procede in un crescendo verticale di follia e di sopraffazione.

La regista non rinuncia al suo coraggio narrativo, e anche se non riserva molto spazio ai retroscena polici-sociali dell’insurrezione (non è JFK), non si impone nessuna autocensura, nessun provincialismo, nessun “riguardo” verso alcuni personaggi reali che gestirono la vicenda, compreso il “giudice” che presiedeva il tribunale. E qui viene spontaneo il confronto con un prodotto nostrano, Diaz, il cui limite è superato dalla Bighelow. Diaz si concentra quasi unicamente sull’aspetto violenza pura, mentre i dirigenti di allora, il capo della polizia, il ministro Fini, sono fuori, come se non avessero avuto alcun ruolo.

Dunque è importante, per la nostra salute di cinefili, che Kathryn Bighelow stia salda e continui la sua opera di resistenza hollywoodiana.
A una condizione, ovviamente: che i suoi film incassino i milioni di dollari stabiliti.

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