democrazie dittatoriali – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Mon, 22 Jun 2026 11:08:23 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Il nuovo radicalismo di destra secondo Adorno (e come potremmo contrastarlo) / pt.1 https://www.carmillaonline.com/2024/01/22/il-nuovo-radicalismo-di-destra-secondo-adorno-e-come-potremmo-contrastarlo-pt-1/ Sun, 21 Jan 2024 23:37:21 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=80848 di Marco Rizzo

Poco più di tre anni fa è stata tradotta ed edita per la prima volta in Italia una conferenza che Adorno tenne nel 1967 presso l’Università di Vienna, su invito dell’Unione degli studenti socialisti dell’Austria1. Oggetto della conferenza, la riemersione e la crescita elettorale in Germania del neofascismo, nella fattispecie dell’NPD (Partito Nazional Democratico di Germania), allora appena fondato. Nel momento in cui si tiene questa conferenza l’NPD è in una fase di ascesa, tale da lasciar presagire un [...]]]> di Marco Rizzo

Poco più di tre anni fa è stata tradotta ed edita per la prima volta in Italia una conferenza che Adorno tenne nel 1967 presso l’Università di Vienna, su invito dell’Unione degli studenti socialisti dell’Austria1. Oggetto della conferenza, la riemersione e la crescita elettorale in Germania del neofascismo, nella fattispecie dell’NPD (Partito Nazional Democratico di Germania), allora appena fondato. Nel momento in cui si tiene questa conferenza l’NPD è in una fase di ascesa, tale da lasciar presagire un suo possibile ingresso nel parlamento tedesco alle elezioni federali del 1969; da qui la misurata ma ferma preoccupazione che fa da filo conduttore al discorso di Adorno.

Vale la pena riprendere in mano anche oggi questo breve testo per due motivi. In primo luogo occorre evidenziare che quando Adorno identifica alcuni caratteri ricorrenti della propaganda della nuova destra, quando descrive gli strumenti di cui questa si serve per catturare le menti di alcuni ceti sociali specifici, ha il pregio di impostare l’argomento su un piano che è già direttamente volto alla lotta politica: si tratta di costruire una cassetta degli attrezzi, un insieme di pratiche di base, degli strumenti di osservazione e di analisi da cui partire e mettersi al lavoro per contrastare un pericolo che avanza. Il secondo motivo deriva conseguentemente dal primo, ed è, un poco sorprendentemente, lo stile della conferenza. A differenza della complessità concettuale e della densità di riferimenti letterari ben noti ai lettori e alle lettrici di opere come Dialettica dell’illuminismo o Minima moralia, il linguaggio a cui Adorno ricorre in questo discorso risulta invece sobrio e comunicativo. Forse a causa della presenza di un uditorio e della conseguente natura orale della trattazione, o forse a causa dell’argomento in questione, che non ammette elitarismi di sorta, il fondatore dell’Istituto per la ricerca sociale di Francoforte ha insomma cura di far sì che i suoi spunti possano essere compresi e raccolti senza troppa difficoltà anche da un pubblico di non iniziati.

Gli aspetti delle nuove formazioni della destra radicale che Adorno va qui a delineare sono riconducibili a tre ordini di questioni: il rapporto tra fascismo e democrazia, la base sociale e psicologica del loro consenso e le tecniche di propaganda. Cerco qui di riassumerli servendomi di alcune citazioni e di proporre alcuni spunti di attualizzazione e, in qualche caso, discussione.

Ideologia, materialismo e propaganda

Già nel 1959, quando il lavoro di elaborazione del passato nazista (dopo una blanda denazificazione e una ben più ampia rimozione nell’immediato dopoguerra) da parte delle istituzioni della Repubblica Federale Tedesca doveva ancora cominciare, Adorno affermava che “la sopravvivenza del nazionalsocialismo nella democrazia” risultava “più minacciosa della sopravvivenza di tendenze fasciste contro la democrazia.”2 Vediamo ripresa questa tesi anche nella conferenza del 1967, allorché Adorno si sofferma su “quel neofascismo che usa espressioni come si può tornare a votare3 . Non credo sia necessario specificare quanto questo identikit discorsivo si attagli anche ad alcuni leader politici italiani che hanno vinto le elezioni del 2022, e che in realtà hanno vinto ben da prima, dettando l’agenda politica dell’ultimo ventennio. Vale invece la pena di riflettere su come, da una prospettiva interpretativa di questo tipo, peraltro dalle solide basi storiche, dovrebbero scaturire dei posizionamenti conseguenti. Così come i fascismi delle origini hanno preso il potere grazie alle istituzioni democratico-liberali, e solo successivamente hanno provveduto a smantellarle, anche oggi possiamo vedere come le odierne forze del radicalismo di destra risultino spesso pienamente integrate nel gioco democratico e anzi, per uno strano paradosso, finiscano per porsi strumentalmente a sua difesa contro le tendenze elitarie e tecnocratiche delle classi dirigenti neoliberali.

Da un lato abbiamo quindi la riproposizione di modelli del passato, integralmente autoritari e tesi a ridurre e cancellare violentemente tutti gli spazi di opposizione, di critica e di dissenso, a partire dalla libertà di stampa e di espressione fino al diritto a manifestare, così da restaurare la totalità indivisa della Nazione. Sono le “democrature” che guardano a Est e che verso Est sono geopoliticamente sempre più orientate: Orbán in Ungheria, Erdogan in Turchia e Putin in Russia. Dall’altro, abbiamo tutte quelle destre che giudicano più redditizio cavalcare la retorica vittimaria dei “poveri nemici del sistema perseguitati” ora dalla stampa, ora dagli intellettuali, ora dalle istituzioni internazionali, a tutti invisi perché “dalla parte del popolo contro le élites”. Niente di nuovo sotto il sole, ce lo ricorda sempre Adorno: “Gli esseri umani avevano la sensazione, proprio grazie a questi movimenti che distruggono la libertà, di tornare a possedere la libertà, la possibilità di decidere liberamente, la spontaneità.”4 Trump negli USA5 , Salvini e Meloni in Italia sono le eruzioni di questa democrazia plebiscitaria, che si presenta come la forma più pura, perfettamente realizzata, di democrazia, moralmente tollerante e inclusiva verso tutte le pulsioni e i comportamenti antisociali del cittadino proprietario (l’evasione fiscale su tutte) quanto ferocemente escludente verso tutte le soggettività che altererebbero il corpo unico della Nazione, culturalmente ed etnicamente definita. Come sinteticamente osservava Adorno poco meno di 60 anni fa: “L’obbligo di adattarsi alle regole democratiche implica anche una certa trasformazione nei comportamenti […]. Ciò che è apertamente antidemocratico sparisce. Viceversa, ci si richiama sempre alla vera democrazia e si accusano gli altri di essere antidemocratici.”6 Inutile tuttavia fermarsi alla contemplazione disgustata di questa eruzione sintomatica, oggi prepotentemente in ascesa. Anche per Adorno, le democrazie dovrebbero vedere in queste manifestazioni una controfigura degradata di sé7 . Allo stesso modo la sinistra (viene da aggiungere oggi), se non avesse gli occhi offuscati dalla cieca fiducia di essere dalla parte giusta della storia, si troverebbe davanti uno specchio in cui contemplare il rovescio speculare della sua acritica resa alla razionalità neoliberale e all’ideologia della pacificazione.8
Ma da dove vanno cercate le cause oggettive che preparano il terreno a simili ritorni di fiamma, anzi della Fiamma? La risposta di Adorno è innanzitutto materialistica:

Vorrei partire dall’idea che, nonostante il loro crollo, le premesse dei movimenti fascisti continuano a sussistere sul piano sociale, se non anche su quello direttamente politico. Penso in primis alla tendenza del capitale alla concentrazione, dominante oggi come allora, [… per effetto della quale] resta sempre possibile il declassamento di strati sociali che dal punto di vista della loro coscienza di classe soggettiva risultano del tutto borghesi, i quali intendono mantenere i loro privilegi e il loro status sociale e, ove possibile, rafforzarli.9

Sul disorientamento dei ceti medi in Occidente a seguito della crisi del 2008 e sulle traiettorie politiche che questi hanno preso (“populismo”, sovranismo ecc.) molto si è scritto in questi anni. Così come non mancheranno di suonare familiari e attuali i richiami del filosofo francofortese all’inflazione e alla disoccupazione tecnologica e non da ultimo a “una contrapposizione tra provincia e città che si sta acuendo”10 . Questi i principali elementi portatori di un senso di instabilità e di disgregazione socio-economica diffusa, capaci di generare quello che Adorno stesso chiama “il sentimento della catastrofe sociale. […]: Come è possibile andare avanti, se c’è questa grande crisi?, e questi movimenti si propongono appunto come una risposta a tale situazione”11 promettendo tanti (e perlopiù impossibili) ritorni all’ordine che fu12 .

Qui ci si trova davanti a un nodo perverso, perché la propaganda di destra ha saputo costruire una narrazione ideologica consolidata attorno a questo senso di declassamento, al franare delle basi materiali e ideologiche dell’identità soggettiva di vasti strati sociali “in crisi di privilegio”, sia esso di classe, razza, genere, variamente combinati tra loro; una narrazione volta a impedire la formazione di alleanze con le classi lavoratrici sfruttate e con l’ancor più sommerso sottoproletariato metropolitano. Infatti, nota sempre Adorno, “questi gruppi hanno sempre la tendenza a odiare il socialismo o ciò che loro chiamano socialismo, ossia danno la colpa del proprio declassamento potenziale non agli apparati che lo producono, ma a coloro che si sono contrapposti in chiave critica al sistema che nel quale avevano potuto godere di quello status.”13 Se il fascismo di un secolo fa è stato soprattutto lo strumento adoperato dalla borghesia europea per stroncare e prevenire il possibile ripetersi dell’Ottobre russo nel contesto turbolento del primo dopoguerra, ai giorni nostri, vista la duratura latitanza di movimenti rivoluzionari capaci di impensierire le classi dirigenti, i surrogati mitologici dello spettro del socialismo possono anche chiamarsi “ideologia gender”, “grande sostituzione”, “nuovo ordine mondiale” o “dittatura sanitaria”. Ciò che oggi viene semplicisticamente e troppo sinteticamente definito “globalismo”, potremmo più articolatamente chiamarlo cosmopolitismo liberale sul piano culturale e, a livello economico, la promozione degli interessi di quei pezzi di borghesia che devono la redditività dei loro capitali all’integrazione nel sistema mondo a dominazione (sempre meno) occidentale, a scapito tanto delle borghesie nazionali non più competitive, che delle classi lavoratrici nazionali.

Le forze della destra radicale tentano di interpretare, per l’appunto, questa crisi di status dei ceti medi in Occidente, ma non sembrano capaci di dare loro una risposta strutturale capace di ripristinare le fonti materiali di tale status. Si può anzi dire che a partire dalla mancata vittoria delle elezioni europee del 2019 il sovranismo sta scontando un’empasse strategica non indifferente, e tutt’altro che prossima a finire: sostanziale accantonamento del progetto di rottura dell’UE; disorientamento e incapacità di presentarsi come traghettatori credibili durante la recente crisi pandemica; da ultimo le dirompenti contraddizioni geopolitiche tra le stesse destre europee dovute alla guerra in Ucraina; tutto sta lì a dimostrarci che le nuove destre non sono quella corazzata invincibile con cui talvolta ce le rappresentiamo. Il risultato delle elezioni europee previste tra pochi mesi, quale che sia, difficilmente potrà influire significativamente sul modo in cui le classi dirigenti del continente attraverseranno il nuovo disordine mondiale. Perché, drammatico a dirsi, classi dirigenti all’altezza dei tempi storici sopraggiunti, ad oggi non ci sono, da nessuna parte.

“Accade spesso – leggiamo sempre nel testo della conferenza – che convinzioni e ideologie assumano un aspetto demoniaco o autenticamente distruttivo proprio quando non risultano più sostanziali in rapporto alla situazione oggettiva.”14 La recrudescenza così ampia e diffusa di manifestazioni di razzismo e di discriminazione in base all’identità di genere e all’orientamento sessuale, avviene infatti in un quadro in cui a)da un lato le nuove generazioni sono sempre più restie a rinvenire una qualche giustificazione in queste forme di oppressione; b)dall’altro, vi è una lotta interna alla stessa borghesia (e ai suoi partiti di riferimento) tra una fazione più aperta e tollerante e una più rigida e conservatrice: entrambe infatti condividono l’interesse a mantenere intatta la gerarchizzazione della società capitalistica attorno a razza e genere, ma mentre la prima vuole occultare e mantenere intatta questa gerarchizzazione attraverso compensazioni e remunerazioni perlopiù solo linguistiche e simboliche, la seconda giudica dannose e inaccettabili persino queste ultime, sovrastimandone il potere reale di trasformazione e in tal modo finendo col celare per diversa via la materialità delle oppressioni.

Continua…


  1. Theodor W. Adorno, Aspetti del nuovo radicalismo di destra, Marsilio, Venezia 2020, pp. 96, € 12 

  2. T.W. Adorno, op. cit., p.71. 

  3. T.W. Adorno, op. cit., p. 42. 

  4. T. W. Adorno, ivi. 

  5. Cfr. Mikkel Bolt Rasmussen, La controrivoluzione di Trump. Fascismo e democrazia, Agenzia X, Milano 2019. 

  6. T. W. Adorno, op. cit, pp. 39-40. 

  7. T. W. Adorno, ivi, p. 21: “Proprio in rapporto a categorie come quella degli eterni incorreggibili, o analoghe espressioni rassicuranti, si sente spesso avanzare la tesi che in ogni democrazia ci sia un nucleo di incorreggibili o folli, la cosiddetta lunatic fringe, come viene chiamata in America. E qui si cela qualcosa di consolatorio in senso quietistico e borghese, se tale lo si vuole considerare. Io credo che si possa rispondere soltanto: è certo che nel mondo, in ciascuna delle cosiddette democrazie, è possibile osservare con intensità variabili qualcosa di simile, ma solo in quanto espressione del fatto che, fino a oggi, da nessuna parte la democrazia si è concretizzata in modo effettivo e completo dal punto di vista del contenuto economico-sociale, ma è rimasta sul piano formale. E, in questo senso, i movimenti fascisti potrebbero essere indicate come le piaghe, le cicatrici di una democrazia che non è ancora pienamente all’altezza del proprio concetto.” 

  8. Cfr. dall’introduzione a Comitato Invisibile, L’insurrezione che viene. Ai nostri amici. Adesso, Nero 2019, pp. 13-14: “Non è difficile constatare come la debolezza congenita della sinistra, il suo amore per la debolezza, abbia finito per consegnare ai conservatori e ai fascisti temi come quelli di libertà, rivoluzione e anche <>. […] A forza di pretendere di incarnare il partito del Bene e diffondendo le sue lamentele da schiavo, il senso comune ha finito per dedurne, in virtù di una sorta di sillogismo che opera su scala mondiale, che visto che essere buoni significa parlare come uno schiavo, essere libero significa comportarsi da bastardi. A forza di diffidare cronicamente di tutto quello che è rivoluzionario, la sinistra ha indotto logicamente l’idea che la vera rivoluzione sia quella conservatrice. […] Il suo sentimento di essere nel giusto fuggendo il reale si nutre dell’ignominia di quello che si trova di fronte. […] In tal modo il reale viene giorno dopo giorno allontanato, ed è sufficiente che il primo pagliaccio che si presenta insceni delle provocazioni contro la sinistra e i gauchistes per fargli prendere una marea di voti, passando per un nemico del sistema.” 

  9. T. W. Adorno, op. cit., p. 14. 

  10. T. W. Adorno, ivi, p. 19. Al riguardo, vale la pena evidenziare come l’analisi dei flussi elettorali dell’ultimo decennio sta ponendo sempre più all’ordine del giorno il superamento di categorie come destra e sinistra, e financo di regioni tradizionalmente di un certo colore contrapposte ad altre di un colore diverso, proprio a favore della contrapposizione tra città e province (e all’interno delle città stesse, tra centro e periferie). Le seconde, spesso in coincidenza con processi di declassamento territoriale e mancata integrazione nei flussi del mercato mondiale, tendono ad essere conquistate più facilmente dalle destre, mente le città grandi e medie e soprattutto i loro centri rimangono dei fortini (demograficamente considerevoli, va da sé) quasi ovunque appannaggio del centro-sinistra o della destra moderata, più capaci di governarne lo sviluppo urbano proiettandolo in una dimensione economica globale e di dare rappresentanza a quelle frazioni di borghesia che traggono la loro ricchezza da questa precisa dimensione. 

  11. T. W. Adorno, ivi, pp. 22-23. E poche righe prima: “Si potrebbe parlare di una distorsione della teoria marxiana del collasso.” 

  12. Cfr. Volker Weiss, Postfazione in Adorno, op cit., p. 77: “L’esperienza della sostituibilità come forza lavoro può culminare così nello spettro popolare di una grande sostituzione. In cerca d’aiuto, coloro che sono preoccupati possono rivolgersi a un sovrano immaginario. Uno Stato nazionale che agisce in modo autoritario non viene più percepito come una minaccia, ma come una protezione, e viene visto come l’incarnazione di ciò che è loro, un processo che Horkheimer aveva già evidenziato negli anni Trenta, spiegando che nel tardo capitalismo gli uomini diventano prima dei sussidiati e poi gregari. Anziché scomparire in un mondo amministrato in modo astratto, preferiscono scegliere un’autorità di cui è possibile fare esperienza in modo diretto.” 

  13. T. W. Adorno, op. cit., p. 14. 

  14. T. W. Adorno, ivi, p. 17. 

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Dittature democratiche e democrazie dittatoriali https://www.carmillaonline.com/2021/10/01/dittature-democratiche-e-democrazie-dittatoriali/ Fri, 01 Oct 2021 20:00:24 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=68348 di Riccardo Canaletti

Emiliano Alessandroni, Dittature democratiche e democrazie dittatoriali: Problemi storici e filosofici, Carocci, Roma, 2021, pp. 244, € 28.00

L’ambiguità interna all’attuale assetto democratico in Occidente, è l’obiettivo polemico dell’ultimo saggio di Emiliano Alessandroni, docente all’Università di Urbino “Carlo Bo” in Critica letteraria e Letterature comparate (oltre all’insegnamento presso le cattedre di Letteratura italiana, Filosofia contemporanea e Filosofia politica), dal titolo eloquente Dittature democratiche e democrazie dittatoriali: Problemi storici e filosofici. Nel Novecento il problema della democrazia si legava inscindibilmente alla questione della giustizia sociale, come ci ricorda Harold J. Laski [...]]]> di Riccardo Canaletti

Emiliano Alessandroni, Dittature democratiche e democrazie dittatoriali: Problemi storici e filosofici, Carocci, Roma, 2021, pp. 244, € 28.00

L’ambiguità interna all’attuale assetto democratico in Occidente, è l’obiettivo polemico dell’ultimo saggio di Emiliano Alessandroni, docente all’Università di Urbino “Carlo Bo” in Critica letteraria e Letterature comparate (oltre all’insegnamento presso le cattedre di Letteratura italiana, Filosofia contemporanea e Filosofia politica), dal titolo eloquente Dittature democratiche e democrazie dittatoriali: Problemi storici e filosofici. Nel Novecento il problema della democrazia si legava inscindibilmente alla questione della giustizia sociale, come ci ricorda Harold J. Laski (1931) nel suo Introduzione alla politica (La Rosa Editrice, 2002):

La conclusione di tutto ciò è che la natura delle leggi, in un determinato Stato, corrisponde alle effettive domande alle quali lo Stato va incontro; e che queste, a loro volte, dipendono, in generale, dal modo in cui il potere economico è distribuito nella società amministrata da quello Stato. Ne consegue che a una più equa distribuzione del potere economico, corrisponderà una più profonda relazione tra l’interesse generale della comunità e gli imperativi legali imposti dallo Stato. […] Se, quindi, lo Stato è, come in effetti è, una organizzazione capace di dare una risposta alle domande poste dai desideri dei suoi membri, più equa sarà la distribuzione del potere, più integrale sarà la risposta alle varie domande. (p. 12)

A differenza di quanto sostenuto da Norberto Bobbio in Liberalismo e democrazia (Simonelli editore, 2006), il rapporto tra democrazia e principi egualitari sembrava confermato dalla lotta su due binari che veniva portata avanti, da un lato per i diritti e dall’altro per il miglioramento delle condizioni materiali per la democrazia. Tuttavia, l’idea che la democrazia sia una struttura giuridico-politica slegata dal contesto sociale abbastanza da astrarsi dai vincoli materiali dei cittadini ha preso piede a sufficienza da essere alla base dell’interpretazione più in voga nei Paesi come il nostro della democrazia occidentale. Una democrazia che, rinunciando alla lotta sociale, si limita a concedere diritti di facciata, che hanno funzione giuridica ma non reale (poiché non vanno alla radice del problema, e per cui giova ricordare l’intuizione marxista-leninista, ripresa poi da Žižek nel pamphlet pubblicato da Il Saggiatore nel 2005, Contro i diritti umani, secondo cui la pretesa universalità dei diritti umani difesi strenuamente dalle democrazie liberali, in realtà maschera un complesso di “pseudo-scelte” che nella vita di tutti i giorni si riversano nella società a beneficio di una particolare categoria di gente, che quasi sempre può essere identificata con l’uomo bianco ed etero).

È importante notare come la lettura di Alessandroni di queste considerazioni comporta una ripresa, sulla scia del filosofo Domenico Losurdo, dell’approccio sistematico del marxismo che sfidò nel secolo scorso l’irrazionalismo (grazie ad autori come Lenin o Lukács) e oggi, grazie ad Alessandroni, si pone come alternativa al marxismo liquido della filosofia postmodernista. Questo permette ad Alessandroni di costruire l’intero saggio a partire dall’esperienza storica del nostro tempo, in nome di un oggettivismo che ha saputo eliminare l’idealismo (in partire italiano) dall’equazione dell’analisi politica dell’attuale, dove per ‘attuale’ si intende un processo in evoluzione di natura aporetica, ovvero che procede espandendo le possibilità all’interno di una forbice dialettica in cui i concetti non si esauriscono in una delle tue alternative, come avverrebbe nella dialettica diairetica di stampo platonico (che sembra essere tornata in auge proprio con il liberalismo, che opera per tagli netti e arbitrari a favore di un’oggettività artificiosa, scomponente, che non sa leggere la storia). Questo è il nucleo centrale del saggio filosofico di Alessandroni, suggerito dal titolo stesso, che acquista un carattere dialettico.

La tesi è chiara: “Si tratta allora, per chi abbia a cuore le sorti della democrazia, di riuscire a individuare di volta in volta, nel coacervo delle contraddizioni reali, quali siano le forze oggettive attraverso cui passa la concretizzazione dell’Universale.” (Democrazie dittatoriali e dittature democratica, cit., p. 14). E per farlo si tratta la dinamica tra individuo e universalità in tre autori classici, Hegel, Marx, Lenin, per arrivare ad applicare i principi dialettici all’attualità. Da Hegel si riprende necessariamente l’idea che l’universalità si esplichi al di là delle differenze, in un tutti che riguarda l’uomo, non l’ebreo, il cattolico, il protestante, ecc. In quest’ottica la libertà diventa una libertà sotto il segno dell’Universale, che si esplica, per Hegel, nello Stato (e nella concezione hegeliana di popolo). Ma non lo Stato liberale, che nulla ha a che vedere con la trattazione materialista dell’idea di Stato (idea che si è evoluta per toccare vari modelli alternativi di Stato, compreso il modello della Comune di Parigi, escludendo però sempre e in modo risoluto la proposta liberale di Stato esclusivamente giuridico).

Dopo Hegel, arriva il turno di Marx, che viene preso in considerazione, oltre che come stella polare dell’intero saggio, per la sua critica al colonialismo e alla ragione razzista. Così si torna a quanto si diceva nel primo paragrafo e si comprende uno dei punti di contatto tra Alessandroni e il pamphlet di Žižek. La democrazia occidentale è intrinsecamente razzista, un sistema di esclusione che ragiona in termini tribali, a dispetto dell’individualismo di cui si vanta. O meglio: proprio quell’individualismo che non si risolve nell’Universale, cerca un’universalità di riserva da difendere. Così la classe operaia irlandese emigrata in Inghilterra viene discriminata dalla classe operaia inglese, e a sua volta la classe operaia irlandese in America discrimina gli afroamericani, e tutti insieme i cinesi che vennero costretti a emigrare per la costruzione delle ferrovie.

Marx denuncia tale principio di disgregazione in atto nella società liberale che genera la proverbiale “guerra tra poveri”, danneggiando la coscienza di classe e quindi l’orientamento verso l’Universale. E nel frattempo a trarne beneficio è la classe al livello superiore dell’asimmetria di potere nella società capitalistica. Appunto, il proprietario dei mezzi di produzione, l’uomo bianco etero (che, si noti, non deve essere necessariamente l’uomo biologicamente bianco ed etero, ma può diventare un tipo, un atteggiamento verso l’esistenza e verso i rapporti con le classi subalterne).

A dimostrazione di quanto sia attuale la tesi marxista nella riproposizione di Alessandroni, basti pensare a ciò che è avvenuto negli Stati Uniti con i Black Lives Matter. Nel libro In Defence of Looting di Vicky Osterweil (Bold Type Books, 2020), l’autrice utilizza l’analisi di stampo marxista per interpretare i casi di saccheggio a opera dei BLM. La conclusione è che il saccheggio colpisca la storia “dei bianchi” e della proprietà privata, fondata sulla supremazia razzista nel periodo dello schiavismo. E questo legittima un’azione di delegittimazione di quella storia di violenza e sopraffazione. Una conferma arriva anche da uno studio uscito per l’«American Pshycologist» sul razzismo endemico negli Stati Uniti, e su come la società della competitività abbia bisogno di un canale di sfogo che quasi sempre coincide con le minoranze stigmatizzate, o le classi più povere (o, per via dell’intersezionalità dei problemi di ordine sociale, le classi povere costituite dalle minoranze).

La domanda che ci si pone in uno dei capitoli più interessanti del libro (cap. 4, Said: La democrazia dell’Occidente), riguarda la possibilità che il razzismo endemico abbia una forma e un nome anche nella politica estera delle democrazie occidentali. Purtroppo esiste un termine e un fenomeno chiaramente ancora in atto, come testimoniato dalla situazione palestinese: il colonialismo. Un’altra volta la democrazia liberale viene smascherata grazie al modo in cui si pone nella realtà, a dispetto della teoria giuridica, delle norme, della libertà di autodeterminazione (questa sconosciuta). Proprio di recente, per quel che riguarda l’Afghanistan, è stato Žižek a sottolineare questa contraddizione, mostrando come il liberalismo tenda a praticare non solo il colonialismo (che può non essere visto più come il principale nemico da parte dei talebani) ma soprattutto l’immoralismo, ovvero l’esplicita contraddizione rispetto a ciò che il liberalismo apparentemente sostiene, e secoli fa enunciò come teoria dei diritti.

Si arriva così, dopo aver destituito nella pratica storica la democrazia occidentale dall’altare del modello perfetto (o semplicemente migliore), al secondo concetto presente nel titolo, ovvero riguardo alla natura dei giudizi di stampo liberale verso ciò che non può essere compreso in un’ottica non dialettica, che può essere soggettivista e dogmatica di volta in volta. Così come giudicare l’esperienza cinese? O le condizioni di vita della Germania dell’Ovest? Il discorso di Alessandroni mira a sconvolgere l’abituale separazione dicotomica tra democrazia e dittatura, per lasciare che i concetti si compenetrino (e in effetti si compenetrano storicamente) per non risolversi in un giudizio assoluto con cui interpretare il mondo alla luce di una falsa opposizione (o meglio, un’opposizione monca, che manca del proprio momento di sintesi). Tuttavia non è solo la mancanza di un approccio dialettico a bloccare in superficie i giudizi sulle realtà non liberali presenti nel mondo, ma anche l’enorme capacità dei media occidentali di sconvolgere l’informazione, fino a deformarla e a orientare il giudizio dei lettori tanto da rendere l’esperienza comunicativa dei social un’arma per le elezioni. E di questo aveva già parlato nell’ormai classico La fabbrica del consenso Noam Chomsky, insieme a Edward S. Hermann (1998), con ingente quantità di dati alla mano.

Democrazie dittatoriali e dittature democratiche propone una ricognizione dei nostri tempi alla luce della teoria marxista-leninista autenticamente interessata alla storia e, più che ai diritti, alla giustizia sociale (che va ben oltre la semplicistica concezione giuridica che i liberali vorrebbero difendere, e rivanga le zolle della democrazia occidentale per sradicarne i semi velenosi). E lo fa proponendo un’alternativa all’americanismo politico, a favore di un europeismo autenticamente democratico all’interno del quale sia possibile che si compi il cammino verso l’Universale.

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