democratura – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 10 Sep 2026 11:08:42 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 La guerra e il lato oscuro dell’Occidente /1: il nemico esterno https://www.carmillaonline.com/2022/06/12/la-guerra-e-il-lato-oscuro-delloccidente-1-il-nemico-esterno/ Sat, 11 Jun 2022 22:10:29 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=72287 di Fabio Ciabatti

E ci risiamo. Mondo libero contro autocrazia, bene contro male. L’orso sovietico si è estinto ma è stato sostituito da una specie di predatore se possibile ancora più pericoloso, la Russia di Putin. Ma stiamo davvero assistendo al remake della guerra fredda? In realtà la ripetizione porta con sé una significativa variazione. Il nemico attuale ha un carattere diverso da quello passato. Se l’Unione Sovietica rappresentava un’alterità reale rispetto al mondo occidentale, la Russia di Putin può essere caratterizzata come il versante osceno del nostro mondo. O, per dirla in altro modo, la cosiddetta democratura putiniana può essere [...]]]> di Fabio Ciabatti

E ci risiamo. Mondo libero contro autocrazia, bene contro male. L’orso sovietico si è estinto ma è stato sostituito da una specie di predatore se possibile ancora più pericoloso, la Russia di Putin. Ma stiamo davvero assistendo al remake della guerra fredda? In realtà la ripetizione porta con sé una significativa variazione. Il nemico attuale ha un carattere diverso da quello passato. Se l’Unione Sovietica rappresentava un’alterità reale rispetto al mondo occidentale, la Russia di Putin può essere caratterizzata come il versante osceno del nostro mondo. O, per dirla in altro modo, la cosiddetta democratura putiniana può essere considerata come il lato oscuro della postdemocrazia occidentale (quest’ultima intesa, sulla scia di Colin Crouch,1 come un sistema che è svuotato progressivamente da ogni reale possibilità di partecipazione collettiva alle decisioni politiche, lasciando in vita le sole procedure formali della democrazia). Per questo il rapporto con il nemico oggi dà luogo ad una dinamica differente per quanto riguarda la costituzione della soggettività occidentale. Se in passato il confronto con nemico venuto dall’Est aveva avuto degli esiti per certi versi positivi nei paesi a capitalismo avanzato, oggi assistiamo ad una dinamica sostanzialmente regressiva. Partendo da questo punto di vista, la riflessione che segue non ha come obiettivo quello di stabilire chi ha torto e chi ha ragione nell’attuale guerra o come andrà a finire il conflitto. Vuole essere soprattutto un ragionamento sugli effetti della guerra sull’immaginario occidentale.

Ciò nonostante, dovendo parlare del rapporto con il nemico bisognerà per prima cosa fare alcune considerazioni sulla sua natura che, senza pretesa di esaustività, saranno utili per approfondire successivamente il filo principale del nostro ragionamento e che, al tempo stesso, serviranno a sgomberare il campo da alcuni dei più diffusi luoghi comuni della propaganda bellicista dell’Occidente. Il primo pregiudizio implicito nella narrazione occidentale è che la Russia post-sovietica si era incamminata verso l’economia di mercato e la democrazia durante gli anni di Yeltsin, ma che questo processo è stato invertito a causa di Putin. Insomma, l’unico russo buono è un russo ubriaco! In realtà gli anni di Yeltsin furono un disastro completo: tra il 1991 e il 1995 il PIL crollò di poco più di un terzo, mentre tra il 1991 e il 1994 l’aspettativa di vita tra gli uomini precipitò di 5 anni, solo per citare alcuni dati clamorosi. Per quanto riguarda la democrazia basterà ricordare il bombardamento del parlamento russo che si opponeva ai voleri di Yeltsin nel 1993.
Considerando questi antefatti, Tony Woods nel suo testo Russia Without Putin, da cui prenderemo molti spunti nelle righe che seguono, sostiene che “L’autoritarismo per il quale Putin è ampiamente criticato non è il prodotto di una sinistra preferenza personale, ma piuttosto una caratteristica integrante del sistema che ha ereditato e ha continuato”.2 Gli anni Novanta e gli anni Duemila devono dunque essere visti come due fasi nell’evoluzione dello stesso sistema: nel prima turbolento periodo si assiste alla distruzione del sistema sovietico e all’installazione di un nuovo ordine capitalistico, nel secondo si verifica processo di stabilizzazione e consolidamento in cui il nuovo modello si radica in profondità nel tessuto socioeconomico del Paese. La priorità, però, è sempre rimasta la difesa del capitalismo, come dimostra il fatto che Putin, nel corso dei suoi mandati, ha introdotto molti provvedimenti di stampo neoliberale: flat tax sul reddito al 13%, tagli di tasse per il capitale privato, codice del lavoro con il ridimensionamento dei diritti dei salariati, accrescimento del ruolo dei privati nell’educazione, nella sanità e nel settore immobiliare, trasformazione di servizi sociali in pagamenti in denaro.
In altri termini il sistema politico russo si è sviluppato dalla contraddizione tra i suoi dichiarati obiettivi democratici e la mancanza di un supporto popolare per il suo programma di trasformazione verso il libero mercato. Anche Putin non ha mai negato il principio democratico in sé, ma ha sostenuto che va declinato sulla base della specificità russa. Di fatto, la sovranità popolare è stata sacrificata ogni volta che è entrata in contraddizione con le necessità della transizione capitalistica. Se tra democrazia e capitalismo si sviluppa un rapporto contraddittorio non altrettanto si può dire a proposito della relazione tra i principi dell’economia neoliberale e la logica statalista. In questo caso si può parlare di due impulsi paralleli che ispirano la gestione putiniana del potere. È fuori di dubbio che lo stato sotto Putin abbia riguadagnato il controllo sulle leve fondamentali dell’economia nazionale, a cominciare dal controllo sulle risorse naturali, in particolare petrolio e gas. Ma questo significa che abbiamo assistito ad un ribaltamento della dinamica che vedeva il capitale privato utilizzare lo stato per il suo profitto a favore di un processo in cui lo stato si serve del capitale privato per perseguire le sue politiche di potenza? Probabilmente le cose sono un po’ più complesse. Il rapporto tra potere e ricchezza nella Russia post-sovietica è stato sempre molto stretto, quantomeno perché il capitalismo è iniziato con la vendita a prezzi di saldo da parte dello stato di pezzi dell’economia pianificata. Se all’inizio i principali beneficiari sono stati i cosiddetti outsider (persone prive di significativi rapporti con l’élite economico-politica sovietica) che hanno prosperato principalmente nei settori della finanza, dei media e dell’industria leggera, con l’inizio del nuovo millennio, complici la crisi finanziaria del 1998, la crescita dei prezzi delle commodities e il consolidamento dello stato, a emergere come vincitori sono stati gli insider che controllavano l’industria delle materie prime.
Insomma, ciò che è cambiato con Putin sono state le fonti della ricchezza, l’identità dei suoi possessori individuali e i metodi per mantenerla e estenderla. “Dopo il 2000, i termini del rapporto tra stato e ricchezza privata hanno cominciato a cambiare, ma l’impegno dello stato nei confronti del principio del guadagno privato – e delle enormi disuguaglianze che ha generato – no”.3 C’è stata una sempre maggiore convergenza nelle logiche e nelle pratiche dello stato e del settore privato dell’economia. Molte persone provenienti dal settore del business entravano nella sfera del governo mentre il settore privato reclutava i suoi dirigenti tra le fila dei funzionari governativi. È dunque emersa una élite ibrida capace di attraversare facilmente due domini formalmente separati, quello della politica e quello dell’economia privata. La promiscuità tra un capitale privato sempre più centralizzato e un potere statale che ha ristabilito la “verticale del potere” ha dato luogo a un sistema fortemente oligarchico in cui la democrazia diventa una forma sempre più svuotata di contenuto: democrazia gestita, democrazia sovrana, democrazia per imitazione, democratura sono le varie definizioni che se ne sono date (le prime due dagli stessi ideologi del Cremlino).

Sottolineare i momenti di continuità tra gli anni Novanta e i Duemila non significa però ignorare che la Russia di Putin sia stata protagonista di un progressivo slittamento ideologico che ha incentrato la sua rinnovata identità nazionale su alcuni princìpi di stampo conservatore, se non propriamente reazionari: Stato, sovranità, autocrazia, ortodossia, patriottismo, militarismo, famiglia tradizionale e status di grande potenza.  In particolare, la difesa dei valori cristiani e tradizionali, è nato in opposizione a quello che viene considerato il declino morale dell’Occidente e al relativismo culturale dell’Europa. Per certi versi il nemico non è tanto l’Occidente in quanto tale ma la sua degenerazione postmoderna, come testimonia la crociata anti LGBT.
Questa dinamica non è una novità nella storia russa, sostiene Luca Gori nel suo saggio La Russia eterna,4 perché il conservatorismo ha sempre accompagnato il percorso di sviluppo della Russia, offrendole un “rifugio” ogni qual volta si è sentita minacciata dall’esterno o messa sotto pressione da spinte riformiste interne di segno “eccessivamente” liberale. La “svolta conservatrice” della Russia andrebbe dunque letta come un riflesso ricorrente e difensivo, come la ricerca di una risposta tranquillizzante alla sensazione di una minaccia esistenziale o al rischio di un cambiamento troppo radicale.
Questa natura difensiva della identità ideologica della nuova Russia è confermata dal rapporto particolare che la lega al suo nemico. La ricerca post-sovietica di una nuova identità nazionale, nota Gori, ha individuato negli Stati Uniti l’”altro” dalla Russia: gli USA, più che l’Europa, sono stati il termine di paragone per valutare la bontà del proprio percorso e l’interlocutore privilegiato per vedersi riconosciuto lo status di grande potenza. Per molto tempo l’élite post-sovietica, Putin compreso, ha aspirato ad un’alleanza o anche a un’integrazione con l’Occidente. Il confronto, però, è diventato scontro perché le reciproche aspettative si sono dimostrate irrealistiche.

Da un lato, quella russa di vedersi riconosciuta – in cambio dell’adesione alle regole del gioco occidentale – una “partnership egualitaria” con Washington e una sorta di “sfera di influenza” nello spazio ex sovietico. Dall’altro, quella di Stati Uniti ed Europa per cui la Russia, sconfitta dalla Storia, fosse ormai pronta a svestire gli abiti imperiali per diventare un Paese “normale”, una democrazia liberale secondo i canoni del paradigma impostosi nel post Guerra fredda.5

Il risultato è stata l’impossibilità di conciliare due forme diverse di “eccezionalismo”: da una parte, l’aspirazione universalistica americana a sostegno della diffusione universale di libertà e democrazia e, dall’altra, l’ispirazione conservatrice a difesa di ordine, stabilità, equilibrio multipolare e di una missione speciale della Russia ortodossa.
Da un punto di vista ideologico, il richiamo all’ortodossia può però costituire una debolezza perché condanna la Russia a oscillare tra “particolarismo” e “universalismo”, tra il riconoscimento del diritto di ciascun popolo alla propria specificità in un mondo multipolare e l’attribuzione a Mosca di una missione unica, rivolta a tutti i Paesi. Una seconda possibile mancanza è costituita dal fatto che Mosca si è proposta come una potenza a difesa dello status quo che enfatizza i principi di sovranità e di non ingerenza negli affari interni in opposizione alla freedom agenda statunitense.
Queste debolezze, insieme ad una sproporzione di mezzi materiali rispetto ai suoi competitor, hanno determinato il fatto che la Russia post-sovietica difficilmente sia riuscita a presentarsi come una potenza in grado di esercitare un ruolo egemonico. Putin non è in grado di offrire un progetto di sviluppo attrattivo per le classi e le nazioni subalterne. Priva di soft power ha deciso alla fine di fare ricorso all’hard power della sua potenza militare. I successi degli anni passati della politica internazionale di Mosca sono non a caso il frutto di una maggiore prontezza e spregiudicatezza che la forte concentrazione del potere politico consente, anche in campo militare, alla Russia. Ma si può sostenere che questi successi, più che essere frutto di una strategia compiuta, siano dovuti a reazioni estemporanee a situazioni critiche che, in ultima istanza, hanno creato effetti opposti a quelli desiderati. Di qui la spericolata fuga in avanti rappresentata dall’invasione dell’Ucraina che si sta trasformando in una guerra di lunga durata rischiosissima per le sorti della Russia.

In estrema sintesi, “il capitale e lo stato della Federazione Russa sono predatori (come tutti i capitali e tutti gli stati capitalistici), ma predatori di ‘secondo rango’” perché sono incapaci, a differenza degli Stati Uniti, di manipolare gli altri attori del processo economico e politico mondiale imponendo le proprie “regole del gioco” a livello globale.6
Da un punto di vista strutturale, seguendo gli autori appena citati, si può definire la Russia un capitalismo semi-periferico nato da un’incompleta trasformazione dell’economia pianificata sovietica che ha dato luogo a un sistema di transizione estremamente contraddittorio, non organico, ma al tempo stesso relativamente stabile. Un sistema caratterizzato dal dualismo tra una sfera integrata nel sistema capitalistico mondiale e una contraddistinta da un’ampia gamma di forme pre-borghesi o da rimanenze di ordinamenti sovietici. Nonostante il consolidamento dei rapporti di produzione capitalistici, l’economia russa è ancora  deindustrializzata rispetto all’epoca sovietica e per questo  fortemente dipendente dall’esportazione di materie prime ed energetiche, ha istituzioni finanziarie sottodimensionate rispetto ai competitor internazionali, non esporta capitali in misura significativa se non nella forma di ricchezze private alla ricerca di paradisi fiscali, è piagato da una corruzione e una burocratizzazione endemiche.

In conclusione, la Russia non può essere considerata una potenza imperialistica, almeno non nel significato che a questo termine viene attribuito da una classica analisi marxiana. Ciò, come risulta ovvio dall’invasione dell’Ucraina, non esclude che possa perseguire progetti di restaurazione della sua passata grandezza imperiale e praticare politiche di aggressione nei confronti di stati e capitali più deboli. Ma, aggiungiamo, proprio per il suo carattere di predatore di secondo rango, sembra davvero eccessivo considerare la Russia “la minaccia più diretta all’ordine mondiale con la guerra barbara contro l’Ucraina”, come ha sostenuto Ursula von der Leyen. Ingigantire il pericolo rappresentato dal nemico può essere una mera mossa propagandistica, ma può anche essere una spia di debolezza. E se l’“aggressione barbara” più che una minaccia all’“ordine internazionale” fosse un sintomo della sua crisi già in atto?

(1 – continua)


  1. Colin Crouch, Postdemocrazia, Laterza, Roma-Bari 2005. 

  2. Tony Wood. Russia Without Putin: Money, Power and the Myths of the New Cold War, Verso Books, London 2020, edizione Kindle, p. 5 (traduzione nostra). Dello stesso autore si veda anche Matrix of war, in New Left Review, n. 133/134, January/April 2022. 

  3. Ivi. p. 5. 

  4. Luca Gori, la Russia eterna. Origini e costruzione dell’ideologia post sovietica, Luiss University Press, Roma 2021. 

  5. vi, p. 52-53, edizione Kindle. 

  6. Aleksandr Buzgalin, Andrey Kolganov, Olga Barashkova, “Russia: A New Imperialist Power?” in Boris Kagarlitsky, Radhika Desai, Alan Freeman (a cura di), Russia, Ukraine and Contemporary Imperialism, Routldge, London-New York. p. 169, edizione Kindle. 

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Della dolce vita, l’incerta sorte https://www.carmillaonline.com/2020/09/25/della-dolce-vita-lincerta-sorte/ Fri, 25 Sep 2020 21:00:05 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=62625 di Gianfranco Marelli

Raffaele Alberto Ventura, Radical choc. Ascesa e caduta dei competenti, Einaudi, Torino 2020, pp. 236, euro 14,00

Ricordate dove eravate e cosa vi apprestavate a compiere venerdì 13 marzo 2020 alle ore 18? Qual è il vostro alibi che potrebbe scagionarvi dall’aver partecipato al flash mob tutto italiano lanciato e diffuso attraverso l’hashtag “#cantachetipassa”, in cui si invitava a esporre dai balconi e dalle finestre il tricolore, nonché a esibirvi in un afflato canoro/musicale con strumenti, sirene, tamburelli e stoviglie prese a colpi per far rumore, ma anche con [...]]]> di Gianfranco Marelli

Raffaele Alberto Ventura, Radical choc. Ascesa e caduta dei competenti, Einaudi, Torino 2020, pp. 236, euro 14,00

Ricordate dove eravate e cosa vi apprestavate a compiere venerdì 13 marzo 2020 alle ore 18? Qual è il vostro alibi che potrebbe scagionarvi dall’aver partecipato al flash mob tutto italiano lanciato e diffuso attraverso l’hashtag “#cantachetipassa”, in cui si invitava a esporre dai balconi e dalle finestre il tricolore, nonché a esibirvi in un afflato canoro/musicale con strumenti, sirene, tamburelli e stoviglie prese a colpi per far rumore, ma anche con telefonini, tablet e casse audio accesi ad alto volume e rivolti verso la strada, ascoltando e facendo ascoltare la vostra hit parade anti-pandemia? E se anche obtorto collo vi siete sentiti costretti a partecipare alla kermesse nazional popolare, ma senza per questo intonare l’inno di Mameli, preferendo l’allegria, la nostalgia, la spensieratezza di “Azzurro”, “Abbracciame”, “Ma il cielo è sempre più blu”, perché non scegliere la canzone “Un senso” di Vasco Rossi, di certo più opportuna per rimarcare la progressiva e ineluttabile ricerca di un senso a quanto era accaduto, stava accadendo e sarebbe accaduto1?

Forse perché il Senso, la Causa, il Fondamento, l’Ordine, l’Origine in grado di comprendere e spiegare il diffondersi della pandemia da Covid-19 ci si aspettava fossero gli ‘esperti’ a comunicarlo; gli stessi esperti utilizzati come paravento dai politici per giustificare provvedimenti eccezionali tali da imbrigliare le normative procedurali di una democrazia, da intravvedervi il compiersi di una dittatura invisibile che sorregge un’apparente libertà di scelta: la democratura. Tant’è che il rimedio contro il terrore provocato dall’imprevedibilità del virus a non pochi è sembrato peggiore del male da curare, soprattutto perché chi avrebbe dovuto capirci qualcosa stentava a farlo, dimostrando di non saper utilizzare al meglio la propria competenza così da generare maggiore insicurezza, al punto da suscitare più dubbi che certezze sul come comportarsi, su cosa e a chi credere.

Della “competenza dei competenti”, l’ultimo libro di Raffaele Alberto Ventura – Radical choc. Ascesa e caduta dei competenti – ci offre un’analisi puntuale e circostanziata in grado di oltrepassare gli aspetti cronachistici del lockdown per ripercorrere la genealogia dell’impellente bisogno di sicurezza che tanto ci attanaglia e che ci induce a consegnare le nostre vite nelle mani di chi possiede la “competenza”, senza riflettere sui modi e i metodi che ne validano il suo conseguimento; non tanto «per mettere in discussione che i competenti sono in grado di produrre dei saperi utili», quanto «per riflettere sullo scarto tra quello che agli esperti viene chiesto e quello che possono fare». Dopotutto se il rimedio è peggio del male, è il caso di riflettere se la nostra ricerca di sicurezza non finisca per «produrre continuamente nuova insicurezza, i nostri sforzi di mettere ordine nel caos a generare disordine»?

Non avvezzo a nessuna logica complottista e neppure solito a schematismi ideologici, Ventura anche in questo suo ultimo saggio ci presenta una realtà sociale dove il bisogno di sicurezza – «da intendersi nel duplice significato di essere al sicuro dai rischi ed essere sicuri di una certa verità: nel primo caso riduce l’incertezza di fronte alle minacce; nel secondo riduce l’incertezza nella comprensione del mondo» [p. 97] – è il sostrato di un modello di vita affermatosi a seguito del benessere economico raggiunto nei paesi occidentali grazie allo sviluppo delle condizioni moderne di produzione che hanno consolidato la separazione fra dirigenti ed esecutori, al punto da delegare ai primi il compito di assicurare ai secondi una sopravvivenza nell’agio di un consumismo foriero di felicità; un do ut des attraverso il quale la sicurezza è stato il valore di scambio predominante per il reciproco interesse, dal momento che «se ogni rapporto di potere è in fondo uno scambio, e ogni scambio è in fondo un rapporto di potere, allora questo rapporto sussiste solo finché è vantaggioso per entrambe le parti» [p. 71].

Forte delle precedenti analisi illustrate ne la Teoria della classe disagiata [2017] e ne La guerra di tutti [2019], Raffaele Alberto Ventura con Radical choc [2020] trae le conseguenze del progressivo decadimento morale, culturale – in una parola valoriale – che ha investito le società occidentali da quando la promessa ideologica di garantire benessere economico e sicurezza per tutti non solo si è mostrata fallace, ma ha condotto l’intera umanità di fronte al rischio del progressivo, lento ma ineluttabile, incepparsi del sistema tecno-burocratico che nel tentativo di correggere gli errori causati dalla rigidità dei meccanismi di funzionamento preposti a garantire stabilità, efficienza e prosperità alla società, inevitabilmente ne genera di nuovi. Soprattutto da quando l’abnorme crescita del ceto medio istruito si è mostrata troppo dispendiosa per i costi di riproduzione della “classe dei competenti”, la classe che «preleva una quota della ricchezza totale in cambio di prestazioni cognitive specializzate» a fronte dei benefici elargiti all’intera comunità sociale. Infatti il suo rapporto di scambio con il resto della società, non è più in grado di garantire benessere e sicurezza, perché è una classe troppo numerosa, troppo esosa, e soprattutto poco efficiente.

Tant’è che il diffuso sospetto generalizzato sulle competenze dei competenti e sulle Verità/Mondo da loro propagandate pone sempre più in dubbio se per davvero «Il competente è una macchina che riduce l’incertezza e garantisce sicurezza» [p. 64]. Tanto più se la sicurezza nel condividere una stessa verità/mondo non è più posta sotto l’egida di un universalismo culturale in grado di scongiurare le tentazioni populiste/nazionaliste foriere di una catastrofica guerra di tutti, al punto da mettere in pericolo la convivenza civile. Perché il problema – chiosa l’autore – non è conoscere la verità, ma nel capire come sia possibile coesistere se non si condivide la stessa realtà in una società del sospetto generalizzato, dal momento che ognuno dispone della propria verità forgiata su piattaforme mediatiche monopoliste, dove l’eccesso di conoscenza, impossibile da padroneggiare, produce fake news spacciate per post-verità; post-verità determinate da un sovraccarico cognitivo [information overload] che conduce o alla paralisi, oppure a prendere le decisioni più semplici, non per ignoranza ma per conveniente stupidità.

Sennonché, in una società del sospetto generalizzato in cui nessuna verità/mondo fa più da collante, diviene problematico capire come sia possibile la convivenza se sussiste la separazione fra le singole esperienze; a meno di unirle sotto forma di spettacolo che, come insegna Guy Debord, non è che il linguaggio comune della separazione che «unisce il separato, ma lo riunisce in quanto separato»2 . Pertanto lo spettacolo di Debord – chiosa Ventura – è l’immagine tragica della società, «una burocratizzazione della produzione e del consumo, una mediatizzazione dei rapporti sociali ed economici» [p.78] che ricompone la realtà divisa tramite l’affermarsi di un’organizzazione tecno-burocratica – la Megamacchina di Mumford, in cui gli umani sono gli ingranaggi preposti al funzionamento – inglobante tutto ciò che era direttamente vissuto con lo scopo di riprodurlo al fine di prevenirne il divenire incerto e garantirne la sicurezza di un futuro preordinato. Sennonché, riprodurre l’intera vita quotidiana e riorganizzarla al solo scopo di ridurne i rischi connessi al divenire della vita stessa, comporta «amministrare sempre più spazi e aspetti dell’esistenza, conoscere sempre piú fatti e rischi del mondo, raccontare in modo sempre più convincente lo scambio su cui si basa l’equilibrio sociale» [p. 192], in una «società sempre piú dipendente da una tecnostruttura altamente qualificata, che la società stessa riesce a finanziare e legittimare sempre meno» [p. 225].

Tecnostruttura, il cui vero incubo – ed è questo il nocciolo dell’analisi di Ventura – «non è la sua inscalfibile razionalità, ma sono le venature di follia che la percorrono» [p. 144]; fra tutte, preferire di sopra-vivere nel benessere confortevole e sicuro della “dolce vita” all’interno di una gabbia d’acciaio burocratica, piuttosto che accettare la “incerta sorte” di un divenire ipotetico nella complessa e problematica coesistenza con la natura. Preferenza che finge di ignorare quanto la messa in sicurezza da tutti i rischi cui sono sottoposti i nostri corpi vivi – fino ad ingabbiarli nella Rete e sostituirli con degli avatar immaginifici – sia un rischio ben più grave, poiché obbliga i nostri corpi a non-vivere il rischio di vivere; perché, «se è vero che ci sono rischi esiziali che non possiamo permetterci di correre, c’è anche un rischio nel volerci proteggere da tutti i rischi» [p 21]. Un rischio che raggruma tutti i rischi determinati proprio dalla separazione fra la realtà e la sua rappresentazione spettacolare, al punto che – scrive Raffaele Alberto Ventura nell’introduzione alla sua analisi scioccante sul declino della competenza dei competenti – «Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di rischi»3.

La promessa di vivere riducendo i rischi congeniti della vita si è dunque dimostrata un impegno che la classe dei competenti fatica a mantenere, al punto da decretarne l’impellente rovina; rovina che l’autore, sin dall’introduzione, illustra attraverso tre fattori che hanno causato l’ascesa e la caduta dei competenti, determinando il consequenziale effetto “populista”.

Il primo è quello di produzione della sicurezza, che definisce la vocazione fondamentale del progetto moderno nel duplice senso di riduzione del rischio attraverso l’intervento tecnico-normativo e di riduzione dell’incertezza attraverso il sapere scientifico. Il secondo concetto è quello di rendimenti decrescenti della competenza, che evoca la tendenza della sfera di produzione della sicurezza a espandersi al di là della sua capacità di ottenere risultati all’altezza degli investimenti collettivi, producendo cosí uno stiramento. ll terzo concetto è quello di disrupzione della ragione, che caratterizza la reazione, «populista» fin dai tempi di Erasmo e di Rabelais, allo stiramento del paradigma di produzione della sicurezza. [p. VIII]

Questi tre fattori, Ventura li utilizza come cartina di tornasole per misurare il grado di radicalità nello scenario attuale, dove il populismo alla Trump si contrappone alla presunta «cospirazione della élite» e alla sua sicumera che non esistono alternative credibili alla gestione della Tecnostruttura da parte dei competenti, quando – e il recente lockdown sembra abbia portato in chiara evidenza – è evidente la crisi della élite «sempre meno esclusiva di competenti sempre meno competenti» [p. 164]; soprattutto a seguito del fatto che la presunta selezione della élite in base a criteri meritocratici si è mostrata non soltanto disattesa, ma per lo più inefficace, al punto da diffondere il disagio, la sofferenza, la rabbia fra i tanti esclusi, nonostante l’impegno profuso fino all’esaurimento di tutte le loro risorse economiche e culturali accumulate per la società e per se stessi.

Tutto ciò ha determinato una crisi che inevitabilmente produce scarti «di tipo sia materiale (rifiuti del processo di produzione), sia umano (esclusi dal processo di riproduzione) e procedurale (effetti di secondo ordine iatrogeni)» [p. 224], finendo per alimentare quello che Ventura chiama la disrupzione della ragione, ovvero la rottura [disruption] fra chi è stato assorbito dalla Tecnostruttura e artatamente difende i propri esclusivi privilegi da sostituirli agli interesse della collettività4 , e coloro che ne sono stati esclusi, la cui delusione di non poter raggiungere le tanto agognate aspettative per le quali sono stati formati li conduce a rimpolpare la sempre più ampia “classe dei disagiati”, spingendoli nelle braccia del populismo: «una reazione spontanea ai rendimenti decrescenti della classe competente». Ma, per l’autore di Radical choc, spiegare le motivazioni alla base del populismo è anzitutto comprenderne la logica razionale che le sorregge; infatti, per capire quello che stiamo vivendo «non possiamo accontentarci di analisi prodotte all’interno dei paradigmi dominanti, perché questi sono allo stesso tempo giudice e parte in causa. È necessario prendere sul serio la critica radicale rivolta al sistema della competenza, apparentemente “irrazionale”, per chiederci se la sua razionalità non si situi a un altro livello» [p. 205], incrinando a tal punto la fiducia e la speranza nel sistema economico neoliberista da metterne in discussione i valori universalistici, affermatisi con la massificazione dei produttori/consumatori all’interno del mercato globale.

Ovviamente non si può non essere d’accordo con la teoria dei rendimenti decrescenti della classe competente, che – come la caduta del saggio di profitto di Marx – individua il punto di stiramento della macchina tecnoburocratica nel replicare linearmente le proprie performance dal momento che anche il progresso ha una sua logica intrinseca che nessuna modernità è in grado di nascondere. Del resto, se non si è più obbligati a credere a ciò che non si vede [religione], ma a credere ciò che si vede [spettacolo], è necessario razionalizzare il visibile fino a renderlo identico al reale; e per renderlo ancor più “reale” del reale, lo si matematizza all’interno di uno spazio geografico e virtuale in cui ogni dato è dato per certo, inconfutabile, ma soprattutto identificativo di ciò che deve essere creduto veritiero. Siamo però così sicuri che tutto ciò che si vede è reale, o meglio che il reale è tutto ciò che si vede nel campo visivo predefinito dalla tecnostruttura?

Certo, Ventura lo chiarisce in modo esaustivo: il bisogno di sicurezza determina il fatto che bisogna eliminare il più possibile l’imprevisto, e per farlo si costruisce il reale in funzione del bisogno da soddisfare; bisogno da soddisfare che, però, da bisogno di una sicurezza collettiva [fine] viene trasformato in mezzo atto a garantire la tenuta della Tecnostruttura e a legittimarne il potere decisionale; lo abbiamo amaramente constatato nel corso del lockdown, dove la finalità di mettere in sicurezza la salute di tutti si è trasformata in un mezzo per garantire il prosieguo di una società ultra liberista, messa in ginocchio dal Covid-19 ma pronta a ritornare al più presto alla situazione pre-pandemica. Anche a costo di un temporaneo «“congelamento” tecnocratoriale della democrazia liberale», giustificato in forza dell’eccezionalità della situazione; un sacrificio enorme, ma invocato come urgente e necessario per uscire dallo stallo in cui si trova la Megamacchina. Dopotutto – conclude Ventura con la sua solita dose pessimista – «la modernizzazione era una condizione necessaria della democrazia, ma non sufficiente: a questo punto della nostra storia è opportuno riflettere sulla possibilità che la prima sopravviva alla seconda – cioè che si apra una fase di modernizzazione senza democrazia». [p. 229]

C’è però un altro aspetto che il ragionamento di Raffaele Alberto Ventura mette in secondo piano e che invece potrebbe segnare una svolta all’inevitabile catastrofe che ci accompagna. Vale a dire che ciò che non appare sul piano della realtà visiva – a partire dai nostri corpi obsceni, fuori di scena – non è trattabile, perché «è trattabile solo ciò che è trasportabile. Ciò che non si può sradicare resterà, per definizione, fuori dal campo» [Michel de Certeau]; sennonché, ciò che rimane “fuori dal campo” potrebbe causare un rumore di fondo in grado di disturbare la trasmissione degli ordini valoriali che la Tecnostruttura impone per non essere considerati scarti della società. Certamente, se il rumore di fondo si trasforma in caciara ciò favorirà la nascita del populismo; ma è l’unica «reazione ai rendimenti decrescenti della classe competente»? E se il populismo non fosse altro che un dato matematicamente trattabile, cioè trasportabile all’interno del campo visivo e pertanto trasformabile a piacimento, non è invece possibile intravedere un altro scarto prodotto dal sistema, non riciclabile se non addirittura irriducibile al sistema5? Ventura nel suo saggio non ne fa cenno, anche se la Tecnostruttura, a furia di subire continui choc, non potrà continuare a darci l’illusione di essere in grado di limitare l’incertezza del mondo, poiché «tale illusione è diventata oggi fin troppo costosa. In certi casi, lanciare una moneta potrebbe risultare una pratica non molto piú imprecisa che richiedere il parere di un esperto. E ci costerebbe molto meno» [p. 231].

P.S.
Dov’ero, io, venerdì 13 marzo 2020 alle ore 18? Sì, c’ero anch’io sul balcone a canticchiare … avete in mente … El me indiriss di Jannacci … sì? … quando … verso la fine …«Pensarci bene, chissà che fine ann fatt / chî mé cumpagn balor che voreven cambià el mund / E poi la vita … eh la vita, sciuri, la vita … / la vita la fa quel che la voeur / … chi va … chi viene … c’è chi invece … el moeur» (qui).


  1. Voglio trovare un senso a questa sera / Anche se questa sera un senso non ce l’ha / Voglio trovare un senso a questa vita / Anche se questa vita un senso non ce l’ha / Voglio trovare un senso a questa storia / Anche se questa storia un senso non ce l’ha / Voglio trovare un senso a questa voglia / Anche se questa voglia un senso non ce l’ha  

  2. Guy Debord, La società dello spettacolo, I “La separazione compiuta”, § 30  

  3. Esplicito détournement dell’incipit de La società dello spettacolo in cui Guy Debord stesso aveva rimodellato le prime righe de Il Capitale di Marx: «Tutta la vita delle società moderne in cui predominano le condizioni attuali di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di merci»… più precisamente di «spettacoli»  

  4. «Questo approccio iatrogeno alla sicurezza rappresenta un caso da manuale di quella “sostituzione dei fini” denunciata, fin dai primi anni del Novecento, da Robert Michels nei suoi studi sulle organizzazioni politiche: secondo il sociologo, la sostituzione si compie quando “l’organizzazione, da mezzo per raggiungere uno scopo, diviene fine a se stessa”»[p.117]  

  5. Si veda il mio «L’irriducibile scarto e la miracolosa utopia», in Altraparola, nn. 2-3, 2019, qui  

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