delocalizzazione – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sun, 14 Jun 2026 20:17:45 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Ritornare a Westfalia? https://www.carmillaonline.com/2017/08/03/ritornare-a-westfalia/ Wed, 02 Aug 2017 22:01:53 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=39674 di Sandro Moiso

Andrew Spannaus, LA RIVOLTA DEGLI ELETTORI. Il ritorno dello Stato e il futuro dell’Europa, Mimesis Edizioni 2017, pp. 110, € 10, 00

Occorre ripartire dal Trattato di Westfalia, l’intesa che mise fine alla guerra dei trent’anni nel 1648, e che pose le basi del diritto internazionale per secoli, per comprendere il testo di Andrew Spannaus recentemente edito da Mimesis. Già autore di un testo sulla prevedibile vittoria di Trump, pubblicato lo scorso anno dallo stesso editore e recensito all’epoca su Carmilla (“Perché vince Trump”), l’autore prosegue nella sua ricostruzione dei motivi e delle ragioni che hanno portato [...]]]> di Sandro Moiso

Andrew Spannaus, LA RIVOLTA DEGLI ELETTORI. Il ritorno dello Stato e il futuro dell’Europa, Mimesis Edizioni 2017, pp. 110, € 10, 00

Occorre ripartire dal Trattato di Westfalia, l’intesa che mise fine alla guerra dei trent’anni nel 1648, e che pose le basi del diritto internazionale per secoli, per comprendere il testo di Andrew Spannaus recentemente edito da Mimesis.
Già autore di un testo sulla prevedibile vittoria di Trump, pubblicato lo scorso anno dallo stesso editore e recensito all’epoca su Carmilla (“Perché vince Trump”), l’autore prosegue nella sua ricostruzione dei motivi e delle ragioni che hanno portato al successo (relativo) dei cosiddetti movimenti populisti al di qua e al di là dell’Atlantico. Con un attenzione particolare, come si deduce dal titolo, alle contraddizioni venutesi a sviluppare in Europa tra governati e governanti.

Per l’autore “L’idea di Westfalia è semplice: «gli Stati sono responsabili per il proprio territorio e i propri cittadini, e altri Stati non dovrebbero interferire con nessuno dei due». È stato il principio guida nelle relazioni tra le nazioni occidentali per tre secoli, anche se ignorato abbondantemente nei confronti di altre aree del mondo, con l’imperialismo coloniale.”
Proprio dall’abbandono di tale principio governativo ed organizzativo egli fa derivare le attuali tendenze populiste o, come dichiara il titolo stesso, la rivolta degli elettori nei confronti delle élite.

La costruzione dell’Europa Unita si è basata infatti su una progressiva cessione dei compiti e delle scelte dei singoli governi nazionali ad un ente sovranazionale che spesso compare sotto le spoglie della Banca Centrale Europea ancor più che del parlamento di Bruxelles, che dovrebbe costituire la sede ideale per il dibattito tra i rappresentanti “democraticamente” eletti dai cittadini europei al fine di giungere a soluzioni politicamente condivise.

In effetti però ciò che ha finito col trionfare è stato uno stato di permanente eccezionalità che ha giustificato azioni di intervento decisamente autoritario sulle costituzioni dei singoli stati (come nel caso del “famigerato” pareggio di bilancio inserito nella Costituzione italiana modificando gli articoli 81, 97, 117 e 119 con la legge costituzionale 1/2012 entrata in vigore l’8 maggio 2012) e sulle decisioni degli stessi governi. Regime di eccezionalità che in Italia si è fatto sentire a partire dalla caduta “accelerata” del Governo Berlusconi nell’autunno del 2011 e ben riassunto (e giustificato) nelle parole di Mario Monti, riportate dal testo: “Non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi, e di grave crisi, per fare passi avanti… E’ chiaro che il potere politico ma anche il senso di appartenenza dei cittadini a una collettività nazionale possono essere pronti a queste cessioni [di sovranità] solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore a farle, perché c’è una crisi in atto visibile e conclamata”.

Questo regime di permanente eccezionalità, che ha giustificato negli ultimi anni tagli di spesa pubblica, manovre di aggiustamento ai danni di cittadini e lavoratori e immensi favori nei confronti della finanza internazionale, ha finito però col dare vita ad uno scontento generalizzato e acefalo che nel corso del 2016 ha visto il voto favorevole alla Brexit in Gran Bretagna e la clamorosa sconfitta del progetto renziano di riforma costituzionale.

Questi due episodi, insieme alla vittoria di Trump alle ultime elezioni presidenziali americane, divengono centrali all’interno della ricostruzione che Spannaus fa del diffondersi a livello politico dei movimenti populisti. Movimenti che vengono anche presi in esame a proposito del loro parziale “fallimento” nel corso delle elezioni nazionali svoltesi in Europa, nel corso del 2017, in Olanda e in Francia.
Pur essendo convinto che tali movimenti non potranno giungere al successo nemmeno nella Germania di Angela Merkel, l’autore ritiene comunque che le vittorie dei rappresentanti e dei partiti “europeisti” non costituiscano altro che vittorie di Pirro degli stessi.

Il fatto che la protesta non ha travolto le istituzioni non significa che i problemi sono stati risolti. Anzi, diventa ancora più importante affrontarli, pena il dilagare in un futuro prossimo di una sfiducia ancora più profonda tra la popolazione e una nuova tornata di proteste meno gestibili.
L’esempio più evidente è quello di Donald Trump negli Stati Uniti. Per mesi la grande stampa e la classe politica hanno trattato Trump come un fenomeno inspiegabile, se non attraverso i pregiudizi di una classe di americani poco istruiti. Non si è voluto guardare ai motivi veri per cui un candidato così imperfetto riuscisse a raccogliere così tanti voti, e alla fine le istituzioni hanno pagato il prezzo, ritrovandosi un corpo estraneo alla Casa Bianca.
Trump è stato eletto perché ha acceso i riflettori su due grandi temi: la perdita dei posti di lavoro nell’industria e il fallimento della politica estera. Sono temi fondamentali, a prescindere dalla capacità o volontà reali di risoluzione del neopresidente. […] Lo stesso ragionamento vale per l’Europa. La protesta è cresciuta per via di politiche che hanno privato i governi di quel potere di iniziativa che avevano utilizzato in modo così efficace fino agli anni Settanta, per raggiungere un livello alto di benessere economico e sociale. Gli effetti negativi della globalizzazione non si sono prodotti per caso, grazie a inevitabili cambiamenti internazionali: sono il risultato di scelte politiche ben precise, che possono anche essere riviste.

Ma, al di là dei dati e delle spiegazioni che Spannaus fornisce a dimostrazione della sua tesi, ciò che può essere di reale interesse all’interno del testo è costituito dalle ricette che l’autore suggerisce per far fronte alla crisi economica che travaglia le economie e le società occidentali e i provvedimenti che i governi in carica dovrebbero applicare.
Partendo dal presupposto che “I grandi temi alla base della rivolta degli elettori che hanno portato Donald Trump alla Casa Bianca hanno un denominatore comune: la sovranità. La globalizzazione economica e finanziaria è osteggiata perché ha favorito la delocalizzazione del lavoro e perché ha permesso alla finanza speculativa di acquisire un potere spropositato sulla politica degli Stati. Tutto questo si basa sull’eliminazione dei confini, soprattutto in termini economici: ormai le grandi società e i grandi capitali possono spostarsi con facilità, un fattore che condiziona pesantemente le decisioni dei governanti che devono fare i conti con la nuova realtà dei “mercati internazionali”, spesso più potenti degli strumenti legislativi nazionali.” Spannaus giunge ad affermare che “Il fallimento dell’élite occidentale è strettamente collegato all’abbandono del concetto di sovranità. Una certa visione del mondo, da attuare con strumenti a volte democratici e a volte no, ha facilitato le politiche che hanno fomentato il malcontento di grossi segmenti della popolazione, che a sua volta vedono in questi “valori” della globalizzazione una minaccia non solo al proprio benessere, ma ancora di più alla propria identità.
Oggi, l’idea di un ritorno al “nazionalismo” viene considerato pericoloso, per forza negativo, in quanto associato alle guerre del passato. A guardare bene, però, una ripresa del concetto di sovranità nazionale sembra particolarmente importante proprio per contrastare la perpetuazione degli errori più gravi del mondo occidentale negli ultimi decenni.

Il nazionalismo identitario ed economico diventa così l’apparente soluzione, tipica del populismo, dei problemi sociali ed economici. Da qui il ritorno a Westfalia e al riconoscimento dei confini e dei poteri nazionali. In una prospettiva che non si allontana nemmeno di una virgola dalla vecchia concezione borghese, poi socialdemocratica e fascista, del mondo. Ma è davvero questa l’unica, fuorviante a parere di chi scrive, prospettiva possibile per il movimento antagonista?
Oppure sarebbe meglio, approfittando dell’abolizione dei confini e dei fasulli governi nazionali operata dal capitalismo stesso (i cui limiti secondo Marx erano rappresentati dal modo di produzione capitalistico medesimo), operare al fine di ritrovare un’unità internazionale dei lavoratori e dei movimenti di lotta?

Spannaus sottolinea le scelte di Trump e le loro conseguenze possibili, condivise da milioni di elettori e lavoratori americani: “Il 23 gennaio 2017 il presidente Donald Trump ha firmato un decreto per certificare il ritiro degli Stati Uniti dal Trans-Pacific Partnership (TPP), l’accordo commerciale che l’amministrazione precedente aveva negoziato per anni con altri undici paesi dell’area del Pacifico. Questo ordine esecutivo rappresenta un primo passo verso una nuova direzione, controversa, della politica commerciale americana.[…] Le bordate di Trump contro gli accordi di libero scambio hanno provocato una risposta di orrore in buona parte del mondo politico e accademico. Le temute politiche “protezionistiche”, che economisti di destra e di sinistra ci hanno assicurato essere la formula per il disastro, sembrano essere tornate in auge, minacciando di riportare il mondo a un passato terribile quando i governi intervenivano troppo nell’economia.1

I dati successivi alle politiche di delocalizzazione del lavoro sono certamente allarmanti: “Il numero totale dei posti di lavoro nelle manifatture negli Stati Uniti è crollato di oltre 7 milioni di unità dal 1980, men¬tre la popolazione complessiva è cresciuta di quasi 100 milioni di individui. In termini percentuali, attualmente i lavoratori nelle manifatture rappresentano solo l’8% della forza lavoro, circa un terzo rispetto al 1970. È risaputo che gran parte di questi lavoratori ora si trovi con impieghi meno retribuiti in termini reali e più precari, sempre che abbiano ancora un posto di lavoro. Una delle risposte più abusate dagli esperti è che la perdita del lavoro industriale non è dovuta al commercio, ma alla tecnologia. L’automazione sta accelerando e lo farà ancora di più con la rivoluzione digitale. Si produce di più con meno lavoratori al giorno d’oggi, una tendenza irreversibile.2

La spiegazione non convince certo né i lavoratori, né coloro che, come l’autore, in un ritorno alle politiche protezionistiche vedono una possibile panacea.
Come mai buona parte dei prodotti di consumo comprati negli Usa e in Europa vengono prodotti in paesi come la Cina, il Bangladesh, il Messico e il Guatemala? La tecno¬logia non fornisce la risposta; gli stipendi e i costi operativi bassi sì.
Un argomento più coerente è quello dei prezzi. Si dice che in molti settori ad alta intensità di lavoro i processi produttivi siano semplice¬mente troppo costosi per rimanere nei paesi più avanzati, e quindi il commercio mantiene i prezzi bassi. Cosa direbbero i consumatori del¬le fasce basse se non potessero trovare i beni economici a Wal-Mart?
Si tratta di un problema reale, che solleva questioni complesse su come invertire la corsa verso il basso dell’economia low-cost, ma è possibile cambiare rapidamente la prospettiva se si adotta una visione più a lungo termine: perché i poveri (compresi i working poor) non possono permettersi beni più costosi? Non ha a che fare proprio con la perdita di posti di lavoro ben pagati? Uno sguardo veloce al mondo mostra la debolezza della tesi che i costi bassi siano essenziali per il benessere economico. I paesi più ricchi non sono caratterizzati dai costi bassi; è proprio il contrario.
3

Citando l’economista americano Henry Carey che, nel 1851, scrisse L’armonia degli interessi, Spannaus ricorda che: “Nel suo libro Carey esprime una visione che è ancora oggi pertinente: a lungo termine o la condizione dei lavoratori sfruttati in altre aree del mondo sarebbe stata innalzata, avvicinandosi a quella dei paesi più sviluppati, oppure il lavoratore americano sarebbe stato abbassato al livello delle persone sfruttate dal sistema imperiale.
La premessa centrale di Carey è che “ogni uomo è un consumatore nella misura in cui produce”; cioè, se produci qualcosa, avrai il reddito necessario anche per consumare, e alla fine aumenterà il commercio. Quest’idea sarebbe considerata terribilmente antiquata da parte di molti economisti oggi. Eppure, per i lavoratori americani ed europei che hanno vissuto la fase recente di globalizzazione è fin troppo reale
4

Ecco quindi riproporre un’impossibile unità di interessi tra lavoratori ed economia nazionale, in nome della produttività e del lavoro industriale, in cui il vantaggio consumistico del lavoratore sembra discendere direttamente dal vantaggio della propria impresa o del proprio stato di appartenenza nel mercato mondiale. Ora, senza citare obbligatoriamente il Discorso sul libero scambio di Karl Marx, è evidente che una tale visione giustifica sia il rilancio dell’estrazione e dell’uso del carbone promesso da Trump ai minatori impoveriti degli stati dell’Est sia, altro esempio, la “compartecipazione” dei lavoratori dell’ILVA di Taranto alla distruzione della vita e dell’ambiente in nome del valore-lavoro oppure le speranze riposte negli effetti benefici delle Grandi Opere. Ma una tale visione sta proprio alla base della concezione economica e politica interclassista.

Serve un nuovo approccio alla politica commerciale, per iniziare un cambiamento fondamentale che archivi le politiche low-cost, anti-produttive degli ultimi decenni. Servono misure specifiche da attuare per cominciare a cambiare, prendendo spunto da concetti già presenti nel dibattito politico attuale. Per cominciare, si considerino i dazi.5 Dazi ovvero protezionismo, ovvero accettazione del principio di concorrenza con i lavoratori degli altri stati o dell’esclusione dei lavoratori immigrati dai diritti dei lavoratori residenti: una politica di separazione all’interno del mondo del lavoro che va in direzione esattamente opposta a quella che si prospettava poco sopra.

Direzione, quella del protezionismo economico, che non può avere alla fine altri sbocchi che non siano quello della guerra (inevitabile nell’epoca dell’imperialismo finanziario), accompagnato da quello, ancor più tragico, della passiva accettazione della stessa da parte dei lavoratori, in nome del supremo interesse nazionale.
Magari attraverso la riproposizione, qui in Occidente dove la questione nazionale si è chiusa almeno da un secolo, di un terzo risorgimento, così come già fu qui in Italia quella del secondo risorgimento destinata a castrare e soffocare qualsiasi elemento di autonomia e azione proletaria e rivoluzionaria all’interno della lotta di Liberazione dal fascismo e dal capitale.

Il testo di Spannaus può perciò aiutarci, anche se in negativo, a riflettere su tutto ciò e questo può costituire già per sé un motivo sufficiente per una sua attenta lettura.


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Morire a Dacca/4 https://www.carmillaonline.com/2016/09/01/morire-a-dacca4/ Thu, 01 Sep 2016 20:10:38 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=32858 di Alexik

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FilantoErano parecchio incazzati gli operai della Filanto in presidio davanti ai cancelli dello stabilimento di Casarano (LE). Da mesi stringevano la cinghia in cassa integrazione a zero ore, esasperati per i ritardi nell’erogazione della c.i.g., per i salari non corrisposti e per la mancanza di prospettive. Li avevano buttati via come scarpe vecchie, dopo che per tanti anni avevano ingoiato di tutto pur di mantenere quel posto di lavoro al calzaturificio, e quel salario a fine mese che li sottraeva ad un destino di emigrazione. E invece, un bel giorno, era [...]]]> di Alexik

[A questo link il capitolo precedente.]

FilantoErano parecchio incazzati gli operai della Filanto in presidio davanti ai cancelli dello stabilimento di Casarano (LE). Da mesi stringevano la cinghia in cassa integrazione a zero ore, esasperati per i ritardi nell’erogazione della c.i.g., per i salari non corrisposti e per la mancanza di prospettive.
Li avevano buttati via come scarpe vecchie, dopo che per tanti anni avevano ingoiato di tutto pur di mantenere quel posto di lavoro al calzaturificio, e quel salario a fine mese che li sottraeva ad un destino di emigrazione.
E invece, un bel giorno, era emigrata la produzione, prima in Albania e poi in Bangladesh.
Eppure il Cavaliere del Lavoro Antonio Filograna aveva sempre fatto del suo meglio per garantirgli condizioni di lavoro degne del terzo mondo.
Ma c’è sempre un sud più a sud.

Il Bangladesh a sud di Lecce/2

“Non dimenticherò mai quella volta in cui andai a trovare il mio compagno di classe delle medie e trovai lui e tutta la sua famiglia che cucivano tomaie sul tavolo della cucina, le sue mani da bambino che si muovevano velocissime su quei pezzi da consegnare all’assemblaggio”.1

La descrizione del giornalista Danilo Lupo, originario di Casarano, riguarda uno dei tanti laboratori di subfornitura della Filanto nella seconda metà degli anni ’80. Negli stessi anni, seguendo i ricordi di un’ex operaia del calzaturificio, nei reparti si lavorava in questo modo:

“Alla Filanto dovevi essere davanti alla macchina alle 7.00, e finivi alle 19,00, con due pause che duravano in tutto un’ora e un quarto.
Se sbagliavi anche solo un punto, il caporeparto ti disfaceva tutta la cucitura, anche quella fatta bene. Così perdevi più tempo a rifare il lavoro, e dovevi recuperare nella pausa pranzo, a spese tue. Anche se non sbagliavi, ma andavi troppo lenta e rimanevi indietro con la produzione assegnata, dovevi recuperare durante le pause.
A chi usava i collanti gli davano del latte. Lucia, una ragazza di Corsano, sveniva sempre
”.2

Non che la salvaguardia della salute in fabbrica fosse particolarmente migliorata nel nuovo millennio, a giudicare da queste testimonianze del 2000:

Calzaturificio Filanto“Non ci sono protezioni. Se uno si sente male non ha speranza. Uno che stava a un raschiatore con l’aspiratore rotto che gli provocava nausea per quello che doveva respirare, e protestò col capo, chiedendo che lo riparassero o lo cambiassero, ma il capo gli diceva ‘tu là devi morire’’”.3

“I dispositivi di protezione individuale venivano consegnati in occasione di ispezioni preannunciate o di visite da parte di politici e successivamente ritirati …  Alcune lavoratrici in astensione obbligatoria per maternità sono state obbligate a rientrare al lavoro dopo aver ricevuto minacce di licenziamento in caso di rifiuto”.4

C’è da dire che tanta arroganza non avrebbe trovato terreno fertile se non grazie alla passività di gran parte degli operai, dovuta ad una diffusa sudditanza psicologica nei confronti del padre/padrone della Filanto. Passività che si trasformava in aperta complicità con la direzione, quando si trattava di emarginare quei pochi che cercavano di reagire.

“Il 5 aprile 1982 la Panfil [lo stabilimento Filanto di Patù] trasferiva in una linea di lavorazione di nuova istituzione, completamente isolata dal resto della fabbrica, tutti gli iscritti alla Filtea-Cgil. Nello stesso giorno il direttore del personale convocava tutte le maestranze e faceva sottoscrivere un manifesto di protesta contro l’iniziativa sindacale dal titolo: Lasciateci lavorare tranquilli”.5 E il 99% firmò.
Era il preludio ai licenziamenti per rappresaglia delle operaie sindacalizzate, che vennero estesi anche ai loro parenti in una sorta di vendetta trasversale.
Così venne distrutto, nel 1982, il sindacato che nasceva dal basso. Una ventina di anni dopo i sindacati confederali entrarono alla Filanto calati dall’alto … chiamati dal padrone.

Delocalizzazioni all’italiana/2

Casarano, gennaio 2014. Operai Filanto in presidio.

Gennaio 2014: operai Filanto in presidio davanti allo stabilimento di  Casarano.

> L’azienda Filanto ha lottato per 50 anni per non fare mai entrare il sindacato. Al 51esimo anno pagava pure lei per iscriverci al sindacato.
> In che senso pagava lei?
> Perché le interessava il sindacato per cacciarci fuori con la cassa integrazione.
> Ah, per fare l’accordo aveva bisogno della controfirma del sindacato.
> Pagava pure lei, metteva la quota per far entrare il sindacato
.6

Nel gennaio 2014 fra i cassaintegrati del presidio non giravano opinioni particolarmente lusinghiere su CGIL, CISL e UIL. In particolare, gli operai li accusavano di aver agevolato, tramite la firma degli accordi, la loro estromissione dalla fabbrica, un processo di espulsione graduale e sistematico iniziato da quando  il patron della Filanto  aveva deciso di adottare la strategia del ‘cluster’.7

Ripercorrendo esattamente tutti i passaggi già sperimentati dal Gruppo Adelchi (descritti nel capitolo precedente), Filograna aveva girato a parenti e fiduciari i capitali per l’apertura di una costellazione di piccole ditte, tutte formalmente indipendenti dalla Filanto, ma tutte però riconducibili ad uno stesso interesse: il suo8.
Le piccole ditte assumevano gli operai messi in mobilità dall’azienda madre, ufficialmente ‘in crisi’, beneficiando di grossi sgravi contributivi. Visto che creavano ‘nuova occupazione’, usufruivano anche dei finanziamenti della legge 488/92 per comprare i macchinari ‘nuovi’ … che altro non erano che le vecchie macchine della Filanto sottoposte ad un sommario restyling, che consisteva nell’apposizione di una mano di vernice e di un’etichetta finta.
In totale, le aziende di Filograna si erano portate a casa in questo modo sei milioni di euro di contributi risparmiati e quattro milioni e mezzo di finanziamenti pubblici9.

> Ci hanno diviso in settori, in piccole aziende.
> E vi hanno portato all’esterno …
> Si, sempre qua dentro però 
[indicando lo stabilimento della Filanto].
> Sempre con l’aiuto del sindacato, promettendoci sempre il lavoro…
> Quando lo Stato ha smesso di erogare soldi e incentivi statali, abbiamo finito di lavorare.10

Operaia della Filanto Bangladesh Footwear di Shafipur.

Operaia della Filanto Bangladesh Footwear di Shafipur.

Ma a quel punto la delocalizzazione all’estero era già compiuta.
Tutti quei passaggi di operai da un’ azienda all’altra (ed ogni volta un po’ ne venivano mandati a casa), servivano a prendere tempo, a diluire 3000 licenziamenti in uno stillicidio di cassa integrazione, scaricandone i costi sulle casse dell’INPS e della Regione.
Servivano ad evitare il conflitto provocato da una chiusura netta, e a rendere graduale il processo di delocalizzazione, mantenendo comunque un piede in Italia mentre veniva sperimentato il trasferimento della produzione altrove.
L’ ‘altrove’ aveva cominciato a prendere forma da tempo, con l’apertura nel 1992 dei primi stabilimenti albanesi a Tirana e Shijak, seguiti dalla Filanto Ukraina a Zhitomir e dall’ufficio commerciale di Madras, in India, per coordinare le subforniture asiatiche11. Fino alla Filanto Bangladesh Footwear di Shafipur, con migliaia di operai addestrati gratuitamente nel 2010 dall’USAID (l’agenzia di cooperazione del governo degli Stati Uniti) nell’ambito di un programma di contrasto alla povertà.12

 > In Bangladeh dice che c’ha tremila operai.
> Quanti ce ne aveva qua. Sempre nel made in Italy.
> Si, poi le fanno made in Italy quando arrivano qua. Penso
.13

I notai della crisi

L’aspetto forse più bizzarro di questa faccenda è che tutte le sue fasi erano avvenute alla luce del sole. Lo sapevano tutti, a Casarano, che le fabbriche satelliti erano intestate a prestanome, e che la crisi per mancanza di ordini era fittizia, perché l’azienda, mentre metteva la gente in cassa integrazione, obbligava allo straordinario gratuito quelli che restavano in reparto.14.
Difficile pensare che le parti sociali, gli enti locali, i ministeri seduti ai tavoli di concertazione della vertenza Filanto ne fossero all’oscuro. O che Confindustria Puglia nulla sapesse della delocalizzazione in Bangladesh, visto che era lei stessa a promuovere gli investimenti delle ditte pugliesi nelle Export Processing  Zones di quel paese15.
Tutti facevano finta di accorarsi per il futuro occupazionale degli operai salentini, di volta in volta riparcheggiati nelle aziende del cluster in attesa che andassero in crisi anche loro.
Tutti, compresi i sindacati confederali, che ratificavano con timbro e firma ogni travaso di operai da una ditta all’altra, fingendo di credere ad improbabili piani industriali.
Fino a promuovere, nel settembre 2013, uno degli ultimi atti di questa farsa: l’accordo transattivo dei ‘pochi, maledetti e neanche subito’, quando i dipendenti di tutto il cluster vennero rimandati definitivamente a casa accettando di ricevere, a rate, solo la metà degli stipendi arretrati16. I profitti della Filanto Bangladesh Footwear, che nel frattempo esportava scarpe in tutto il mondo, rimanevano ovviamente al di fuori della loro portata, e nessuno, ai tavoli delle trattative, ne chiedeva conto.

Aprile 2010: presidio degli operai Adelchi.

Aprile 2010: presidio degli operai Adelchi.

Il compianto Michele Frascaro17, nel suo dossier sul Gruppo Adelchi, definiva i sindacati confederali ‘i notai della crisi’ . Anche nella vertenza Adelchi, come per la Filanto, CGIL, CISL e UIL si erano limitate a traghettare i lavoratori verso la cassa integrazione senza mai opporsi veramente allo smantellamento delle linee.
Nessuno li aveva visti quando gli operai estromessi dal Gruppo Adelchi si incatenavano ai cancelli,  salivano sui tetti del Comune di Tricase, si cospargevano di benzina, bloccavano le strade. E nemmeno quando i lavoratori fermarono un camion di scarpe ‘made in Bangladesh’ pronte a trasformarsi in ‘made in Italy’18. In quell’occasione, vennero occupati per due giorni gli uffici della Nuova Adelchi:
Siamo qui da due giorni, ormai è intervenuta in forza la Guardia di Finanza che sta svolgendo indagini approfondite, ma non abbiamo visto uno, uno solo dei segretari provinciali della nostra categoria”.19

Settembre 2009: operai Adelchi occupano il tetto del Comune di Tricase.

Settembre 2009: operai Adelchi occupano il tetto del Comune di Tricase.

I sindacati perbene non frequentavano i picchetti, il presidio permanente dei cassaintegrati, le occupazioni degli stabilimenti o del Consiglio Comunale.
In compenso c’erano sempre, seduti ai tavoli, quando si trattava di firmare accordi che servivano solo ad allentare la tensione sociale, a depotenziare la lotta. Accordi come quello fischiato in assemblea durante l’occupazione operaia della Sergio’s (una fabbrica del cluster Adelchi), che scopriva il fianco agli occupanti, esponendoli al rischio di sgombero.20
Accordi che non sarebbero mai stati rispettati dall’azienda, e di cui le OOSS firmatarie non avrebbero mai controllato né preteso l’osservanza.

Epilogo

Tutto si è compiuto.
Seimila posti di lavoro del distretto calzaturiero salentino sono andati a ‘morire a Dacca’.
Sconfitte le lotte, ognuno si è rinchiuso nella sua dimensione individuale. I T.F.R. della Filanto hanno generato, a Casarano, l’apertura di una moltitudine di bar, la maggior parte dei quali falliti in poco tempo.
Ai territori sono rimaste solo la disoccupazione e le scorie tossiche, come le tonnellate di scarti di pellame, ritagli di tomaie e residui di collanti seppelliti abusivamente a Pozzo Volito, vicino alla Filanto di Patù21.
Nel frattempo, i sindacati confederali continuano a promuovere campagne per sensibilizzare i consumatori sulla trasparenza nella filiera della moda.
Lanciano appelli.
Propongono petizioni.
Inoltrano garbate richieste alle aziende del fashion per la tracciabilità delle subforniture.
Aderiscono alle meritorie iniziative della Clean Clothes Campaign.
Il fatto è che per loro la mobilitazione dei consumatori non è un’attività collaterale, ma sostitutiva della lotta di classe (un concetto ormai desueto e retrò).
E si chiedono, nelle loro campagne: “Ogni giorno  indossiamo abiti, scarpe, borse, portafogli, senza sapere molto di loro. Dove sono stati fabbricati? Da quali mani e soprattutto in quali condizioni?”.
Veramente queste cose dovrebbero dircele loro, ma visto che hanno delle difficoltà provo a dargli comunque un aiutino. Le Adidas22, oggi, le lavorano a Ruffano (LE), e le condizioni sono queste:

“Al calzaturificio siamo più di cento. La prima domanda che ti fanno, prima di assumerti, e se hai mai avuto a che fare con un sindacato. Se vuoi lavorare devi rispondere di no. Poi ti danno il contratto ed un regolamento da firmare, e dopo la firma se li riprendono senza dartene una copia. Sul regolamento c’è scritto che durante l’orario di lavoro è vietato andare in bagno ed è vietato parlare con le colleghe.
Ed è veramente così. La caporeparto può negarti il permesso di andare in bagno, e non puoi parlare alle altre operaie, neanche per chiedere un filo, perché sono tutte terrorizzate. Eppure non sono ragazzine, sono signore sui 40-45 anni.
È impossibile terminare in tempo il lavoro assegnato per la giornata, anche per un’operaia esperta. Se non ci riesci devi rimanere in fabbrica fino a che non lo finisci, a gratis. Oppure venire al lavoro l’indomani un’ora prima, alle 6,00. Sempre a gratis.
Durante il giorno il proprietario passa fra le macchine e ci offende. Gli piace particolarmente chiamarci ‘suine’.
Le operaie cambiano spesso, o perché si licenziano da sole, o perché vengono mandate via. Vengono confermate solo quelle più remissive, che non alzano mai la testa dal lavoro”.23

Nascosto fra le sagre gastronomiche e le pizziche tarantate, così care ai turisti alternativi, il ‘Bangladesh’ non si è mai spostato dal Capo di Leuca. (Continua)

[Nella foto in alto: striscione dei cassaintegrati Filanto, 2013.]


  1. Danilo Lupo, A Casarano è morto il ‘900, 10 agosto 2011. 

  2. Testimonianza di V., ex operaia Filanto, raccolta da Alexik. 

  3. Relazione su due incontri con i lavoratori della Filanto, dicembre 2000. 

  4. Interrogazione a risposta scritta presentata da Nardini Maria Celeste in data 30/03/2000. 

  5. Luigi Renna, L’imprenditore padrone: rapporto sulla repressione antisindacale nel Basso Salento, Milella, 1987, p. 153. 

  6. Danilo Lupo, Scarpe rotte – la parabola della Filanto, il declino di Casarano, Parte 1 , Telerama, gennaio 2014. 

  7. Letteralmente significa raggruppamento a grappolo. In economia indica un insieme di aziende interconnesse. 

  8. Erano spuntate così l’Italiana Pellami, la Carla, la Tecnosuole, la Leather Calzature, la Metal Target, la M.G.A., il Tomaificio Zodiaco, la Labor, e infine la Leo Shoes. 

  9. Inchiesta per truffa, sequestro da oltre 10 milioni di euro. Trema l’impero della Filanto, Lecce Prima, 26 marzo 2013. 

  10. Danilo Lupo, Scarpe rotte – la parabola della Filanto, il declino di Casarano, Parte 1 , Telerama, gennaio 2014. 

  11. Calzaturifici Filanto. Il periodo d’oro del gruppo Filanto, 1998. 

  12. USAID, PRICE. Poverty Reduction by Increasing the Competitiveness of Enterprises Bangladesh, quarterly report, april-june 2012, p. 44. 

  13. Danilo Lupo, Scarpe rotte – la parabola della Filanto, il declino di Casarano, Telerama, gennaio 2014. 

  14. Relazione su due incontri con i lavoratori della Filanto, dicembre 2000. 

  15. Imprese italiane nel mondo – Bangladesh – Confindustria Puglia – opportunità e investimenti: clima favorevole alle imprese italiane, Italian Network, 09/06/2009. 

  16. Danilo Lupo, Scarpe rotte – la parabola della Filanto, il declino di Casarano, Parte 2 , Telerama, gennaio 2014. 

  17. Michele Frascaro, compagno salentino e giornalista di inchiesta, noto per la sensibilità e la vicinanza con cui seguiva la vertenza Adelchi, è stato il direttore responsabile della rivista ‘L’impaziente’. Nel 2010 è stato stroncato da un infarto a 37 anni. Gli operai dell’Adelchi gli hanno dedicato il loro Comitato. 

  18. Operai Adelchi: continua l’occupazione, Il Gallo, 8 ottobre 2009. 

  19. Testimonianza di Luca Simone, riportata in: in Mario Fracasso, Adelchi. La storia operaia in lotta nel Sud Salento raccontata dai protagonisti, Alessano, 2010, p. 124. 

  20. Ibidem, pp. 73/76. 

  21. Rifiuti interrati, “nastri e testimoni portano alla Filanto”, Nuovo Quotidiano, 24/05/14. 

  22. In merito al rispetto dei diritti dei lavoratori, il marchio Adidas viene definito ‘sulla buona strada‘ dal rapporto della campagna Fair Trade ‘Change Your Shoes‘. 

  23. Testimonianza di un’operaia calzaturiera salentina, ascoltata da Alexik nell’agosto 2016. 

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