Daniele Pepino – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 27 Jun 2026 05:30:27 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Dalla Garbatella alla Val di Susa https://www.carmillaonline.com/2022/07/13/dalla-garbatella-alla-val-di-susa/ Tue, 12 Jul 2022 22:01:20 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=72923 di Luca Cangianti

«Ma è una meravigliosa comunità solidale, un’utopia realizzata!» Più o meno è questo il solito commento degli amici e delle amiche che porto a fare una passeggiata alla Garbatella. Attraversano i lotti, vedono le villette bifamiliari con i giardinetti, i panni stesi nei cortili, i bambini che giocano a nascondervisi dietro; scorgono il volto di Carlo Giuliani dipinto ai piedi di una scalinata, poi quello di Piero Bruno, un giovane militante di Lotta Continua ucciso dalla polizia nel 1975; ascoltano i miei racconti sulle guasconate dei partigiani di [...]]]> di Luca Cangianti

«Ma è una meravigliosa comunità solidale, un’utopia realizzata!» Più o meno è questo il solito commento degli amici e delle amiche che porto a fare una passeggiata alla Garbatella. Attraversano i lotti, vedono le villette bifamiliari con i giardinetti, i panni stesi nei cortili, i bambini che giocano a nascondervisi dietro; scorgono il volto di Carlo Giuliani dipinto ai piedi di una scalinata, poi quello di Piero Bruno, un giovane militante di Lotta Continua ucciso dalla polizia nel 1975; ascoltano i miei racconti sulle guasconate dei partigiani di Bandiera Rossa, mangiano in una trattoria accarezzati dal vento della sera, e il gioco è fatto.
Io sto zitto, ma dentro di me rimugino indispettito. Penso al costo delle case, alla gentrificazione strisciante, ai vecchi forni che chiudono e soprattutto alla mia vicina che per oltre trent’anni non mi ha consentito di fare in pace una cena con gli amici, perché secondo lei, parlando, facevamo rumore. E lei doveva dormire, anche alle otto e mezza di sera.
Adesso, in compenso, mi assorda con un condizionatore che sembra l’astronave atomica del dottor Quatermass e mi scaraventa secchiate d’acqua sporca sul terrazzo, con la scusa di annaffiare le piante. Una volta ho provato a spiegarle che esistono anche gli altri, e tra questi il sottoscritto. Risultato: zero. Ormai penso che sia il Male assoluto.
Dico questo perché a ogni racconto entusiastico sui rapporti solidali che si sarebbero creati in Val di Susa nella resistenza al Tav, mi tornano in mente gli ingenui commenti apologetici dei miei amici in visita alla Garbatella – quelli che non conoscono la mia vicina. Insomma, quando con Ludovica ho visitato la Val di Susa, sono partito con una patina di scetticismo.

Una montagna di libri, piazzetta del mulino, Bussoleno

Eymerich in Val di Susa

Usciamo dalla A32 a Chianocco e prendiamo una strada statale: su tutti i pali della luce sventola la bandiera No-Tav: bianca con il treno sanzionato da una croce rossa. Fa una certa impressione: dà l’idea di un territorio presidiato. Bussoleno è uno degli epicentri del movimento. Vediamo le case a ringhiera e alcuni tetti spioventi. Ogni tanto arriva odore di legna bruciata, di bestiame, di piante in fiore. Sono gli ultimi giorni di maggio.
“Una montagna di libri” è una manifestazione No-Tav che quest’anno festeggia il decimo compleanno. Nel 2015 si è trasferita a Bologna: siccome Valerio Evangelisti tardava ad andare in valle, gli attivisti della valle, in collaborazione con Carmilla, si sono dati appuntamento al Vag 61 per una tre giorni di dibattiti e di presentazioni.
In Eymerich risorge (Mondadori 2017), l’inquisitore attraversa queste terre accompagnato da un contadino:

«Marcel, la distanza è grande, eppure mi pare di vedere lassù dei fori e delle specie di canali.» Indicò i monti attorno, e soprattutto uno che aveva forma di piramide.
«Vedo bene?»
«Sì, padre. I rilievi che circondano Oulx sono attraversati da caverne e solcati da gallerie all’aperto, che serpeggiano tra le rocce. Sono, a volte, veri labirinti.»
«Si tratta di miniere?»
«Attualmente no. Forse in un passato che nessuno ricorda. Non vi sono materiali utili nelle montagne. Solo sostanze avvelenate, capaci di provocare malattie mortali. Uccidono non subito, ma nel tempo.»
«In che modo?»
«Non lo so. Qualcosa di malato esiste. In quelle cavità si trema di freddo anche in piena estate, sotto il sole d’agosto, senza bisogno di penetrare nelle caverne.» Il contadino indicò vagamente davanti a sé. «In tutta la valle, fino a Susa e oltre, i monti racchiudono materiali velenosi. C’è chi ha cercato di perforarli per aprire passaggi. Ha subito rinunciato, perché sollevava nuvole di polveri venefiche, che scendevano sugli abitati.»
«Ogni tentativo sarà abbandonato.»
«Sì. Se si presenta qualche idiota che cerca di scavare nella roccia, la popolazione insorge. Ci tiene alle sue valli, e alla sua vita.»

A leggere i brani è Renato Sibille. Nella piazzetta del mulino un pubblico di mezza età segue con attenzione. Si percepisce un grande affetto verso lo scrittore scomparso. Finalmente arrivano anche alcune adolescenti con le magliette No-Tav e dei gilet gialli. «Il loro approccio è completamente diverso rispetto alla vecchia generazione No-Tav» dice Maurizio. «Adesso la grande sfida è vedere che impulso daranno al movimento, quali metodi e quali tematiche vi porteranno.»
Nel corso della giornata Nicoletta Dosio presenta Fogli dal carcere (Redstar press, 2022): «Non avrei pensato di pubblicare questo libretto. L’ho scritto per dare un senso a un tempo che non ha tempo.» Alla mia destra un uomo massiccio si asciuga gli occhi con imbarazzo. Sandro Moiso e Jack Orlando della redazione di Carmilla analizzano la guerra in corso, Serge Quadruppani e Domenique Manotti mandano saluti e solidarietà dalla Francia.
A pranzo ci troviamo all’Osteria La Credenza: si raccontano le novità della valle a noi che veniamo da lontano. La narrazione delle imprese della lunga resistenza inizia con una voce, s’interrompe e viene ripresa da un’altra. I commensali passano da un tavolo all’altro, tutti conoscono tutti. Davanti a noi c’è un murale che riproduce in chiave No-Tav il famoso dipinto di Giuseppe Pellizza da Volpedo. I dibattiti riprendono nel pomeriggio e si protraggono tra calici di vino in un crescendo mitologico che inevitabilmente porta a narrare degli anni settanta. Finiamo in un locale che qui tutti chiamano “dai romani”, anche se il vero nome è La Locanda dell’Orsiera e i proprietari sono reatini. A metà serata Ludovica mi fa un sorriso solare. Lo so cosa pensa, ma non demordo: «Aspetta» le dico quasi infastidito. «Non corriamo con i giudizi romantici. Cerchiamo di capire meglio.» In verità sono tornato l’adolescente che ascoltava le imprese rivoluzionarie svoltesi solo pochi anni prima. In quei giorni speravo che il mio tempo giungesse presto.

Folletto della Val di Susa

Don Dinamite

Il giorno seguente visitiamo “Terra è Libertà. Critical Wine” che si svolge nella piazza del mercato. Compriamo due calici marchiati No-Tav e vaghiamo tra gli stand di piccoli produttori valsusini danneggiati dall’impatto della grande opera. Incontriamo il sindaco di Mompantero, Davide Gastaldo. Insieme a Mariano Tomatis e Filo Sottile ha pubblicato Roc Maol e Mompantero. Il codice Dell’Oro (Tabor, 2018), un originale dispositivo ludico-politico che prende spunto da un’indagine su una sorta di età dell’oro fiorita in Val di Susa tra culti esoterici e ufo ante litteram. Il sindaco ci racconta dell’utilizzo delle compensazioni come strumento per fiaccare la resistenza dei comuni che si oppongono al Tav. La Regione Piemonte infatti vorrebbe vincolare gli stanziamenti per contrastare il dissesto idrogeologico, per i danni di incendi e alluvioni, per i servizi essenziali, la sanità e la scuola, all’accettazione dell’infrastruttura contestata.
Maurizio mi presenta Luca. È un agricoltore, mi chiede di dove sono e che ne penso della valle. Gli offro un panorama decisamente positivo perché, malgrado tutto il mio scetticismo iniziale, ogni persona con la quale abbiamo parlato mi ha confermato quello che prima di partire avevo letto su un libro di Marco Aime, Fuori dal tunnel (Meltemi, 2016):

«Il movimento ha fatto nascere un senso di comunità forte. Si sono stretti nuovi legami. Siamo una grande famiglia, fatta di persone che non ti saresti mai sognato di frequentare e con cui invece organizzi marce, cene e altre cose». Queste parole di Eugenio riassumono in modo esemplare il parere della quasi totalità degli intervistati: la lotta contro il Tav ha fatto sì che nascessero nuovi legami tra le persone, un nuovo modo di rapportarsi, una capacità maggiore di riflessione, di condivisione e di concertazione.

Luca annuisce, ma poi aggiunge: «Il movimento è uscito dalla pandemia frammentato. Non ci dobbiamo nascondere la verità: c’è un certo disorientamento in giro; ci siamo ripiegati su noi stessi.»
Provo un piacere sottile e inconfessabile, una sorta di Schadenfreude. Me ne vergogno.

Matteo e Rita davanti alla libreria di Bussoleno

Vicino alla piazzetta del mulino c’è la libreria: La Città del Sole. È nata nel 2002, poi dal 2008 è stata affiancata da un bar molto frequentato. Rimango sorpreso dalla selezione dei titoli sugli scaffali. Anche tralasciando una nutrita sezione No-Tav, non sono quelli che mi aspetterei in un comune di circa seimila abitanti. Più in generale, non mi sembra di stare in un piccolo centro di montagna, connotato dai tipici stili di vita provinciali.
«È probabile che sia dovuto agli importanti insediamenti industriali di un tempo: principalmente ferrovie e cotonifici, senza dimenticare che molta gente lavorava nelle fabbriche di Torino.» Rita è stata la libraia del paese per undici anni e adesso ha passato il testimone a Matteo. «Inoltre – continua – non va trascurato l’impatto che ha avuto la Resistenza in queste valli: a Bussoleno non troverai né una via Roma, né una via Vittorio Emanuele. I nomi prevalenti sono quelli dei partigiani.»
Da un libro di Chiara Sasso e Massimo Molinero, Una storia nella Storia e altre storie (Morra, 2001) vengo a sapere dell’incredibile sabotaggio del viadotto ferroviario dell’Arnodera compiuto da Francesco Foglia (un sacerdote noto con il nome di don Dinamite) insieme all’ufficiale Vittorio Blandino e ai membri delle Brigate Garibaldi Sergio Bellone e Remo Bugnone. Verso l’una di notte del 29 dicembre 1943 la valle è scossa da un boato: sono ottocento chili di plastico che esplodono. Un ponte di ottanta metri, con cinque arcate e tre pilastri va giù. I nazisti impiegheranno tre mesi per ricostruirlo e definiranno l’attentato «una autentica opera d’arte». Dal libro emerge il profilo drammatico e straordinario di un cappellano militare che passò dal combattere i comunisti in Jugoslavia ad abbracciare la Resistenza in Val di Susa, cavalcando infaticabilmente la sua bicicletta e beffando i nazifascisti con travestimenti e azioni spericolate. Arrestato, finì nei campi di concentramento in Germania e al ritorno fu colpito da una tragedia familiare: due nipotini in vacanza furono dilaniati da un ordigno bellico abbandonato nei pressi della sua abitazione. L’origine dolosa del fatto non fu mai appurata.

Immaginari di montagna

Rita ci accompagna al presidio di San Didiero, di fronte al luogo dove dovrebbe sorgere il nuovo autoparco, una zona di sosta temporanea per i tir: «Ecco dove vanno a finire soldi che potrebbero servire a finanziare la scuola e la sanità». Si tratta di un cantiere di 68 mila metri quadrati per un’infrastruttura che dovrebbe sostituirne una già esistente a Susa. Consumerà nuovo suolo e costerà 47 milioni di euro. Per i No-Tav è una nuova opera inutile in quanto progettata senza alcuno studio sulle previsioni del traffico. In questo caso l’alta velocità Torino-Lione non c’entra. Anzi, finora si era venduto il Tav come un modo per trasferire il traffico dalla strada alla rotaia, mentre adesso, con la costruzione del nuovo autoporto a San Didero, la logica sembra cambiare di segno.
Scendiamo dall’automobile e ci troviamo di fronte una scena assurda: un camion idrante e una pattuglia di poliziotti sono circondati da filo spinato e transenne alte due metri; ma non si capisce cosa difendano, perché non c’è assolutamente nulla. Nel nostro spazio visivo le forze dell’ordine e il loro veicolo sono incorniciati da grandi barriere new jersey sulle quali sono stati disegnate due frecce rosse che partono da un insulto irripetibile scritto a caratteri cubitali indicando inequivocabilmente i “prigionieri”.

È martedì, Maurizio ci ha affidato ad Adele che ci accompagna a Cels, una borgata di case dai tetti di ardesia dove visitiamo Clapìe. Si tratta di un centro di documentazione dedicato alla storia e all’immaginario territoriale. Esiste da dieci anni, ospita dibattiti, cene sociali, trasmissioni radiofoniche No-Tav e una biblioteca. «Non consideriamo la montagna come meta di fuga» dice Daniele Pepino, «ma come luogo di resistenza alla società della merce e dell’autorità. Pensiamo che le tradizioni e gli immaginari legati ai territori non vadano lasciati nelle mani della reazione.» Un esempio di questo discorso è il libro «Escartoun». La federazione delle libertà (Tabor, 2014). Walter Ferrari e lo stesso Daniele Pepino vi raccontano la storia di un’entità politica autogestionaria, nata nel 1343 e sopravvissuta fino al 1713, erede di una tradizione millenaria che ha sempre opposto i montanari delle Alpi all’oppressione dei poteri centrali.

Vigneti vicino alla centrale idroelettrica di Chiomonte

L’Entità

È il nostro ultimo giorno in Valle. Maurizio ci aspetta davanti al municipio di Chiomonte. Saliamo in macchina e imbocchiamo via Roma che scende giù fino alla Dora. Passiamo davanti ad Alta voracità, il famoso murale di Blu in cui una fila di figure carponi si cibano degli escrementi valutari di chi le precede. Attraversiamo il check point militare della centrale idroelettrica ed entriamo in una zona di vigne. Il pranzo sociale si tiene davanti a un antico colombaio alto quattro metri. Potrebbe avere anche cinquecento anni; era una stazione che ospitava i piccioni viaggiatori. Ognuno ha portato qualcosa, noi niente. Ludovica me ne attribuisce la colpa. A tavola torna la discussione sulle compensazioni: sembra che il movimento non sia concorde su quale posizione prendere in merito. Ci sono quelli più radicali, quelli più dialoganti. Tuttavia mi sono accorto che qui il frequentatore della parrocchia riesce a stare accanto a quello dei centri sociali senza imbarazzi e difficoltà.
Alcuni commensali s’incuriosiscono quando sentono che siamo di Roma, perché sono di ritorno da Enotica, la fiera di vini naturali che si è svolta al Forte Prenestino. Hanno fondato una fattoria, la Granja Farm, valorizzando produzioni tipiche locali al fine di contrastare la costruzione del Tav e il suo immaginario mercificato. Producono miele biologico, succo di mela e vini naturali. «Gli anziani del posto sono felici di spiegarti come si fanno le cose» dice una giovane donna. «Noi impariamo e facciamo vivere saperi e prodotti genuini che altrimenti sarebbero destinati a scomparire.»

Dopo pranzo siamo presi in consegna da Gildo, uno dei proprietari di questi vigneti. Passiamo davanti a un B&B e arriviamo al Museo della Maddalena. Un tempo si poteva visitare. Vi erano esposte monete, frammenti di stoviglie e di tombe, dal neolitico alla seconda età del ferro. Oltre non si può andare. Ci sono altri militari, altre grate e filo spinato a volontà. Saliamo per un bosco tra castagni, frassini e qualche ciliegio selvatico. Da un ramo penzola una maschera a gas, chissà, un cimelio di qualche battaglia. Gildo indica in fondo al pendio, oltre il filo spinato: «Questo terrapieno squadrato è composto dai detriti degli scavi del tunnel geognostico. Vedete? La bocca sta lì.»
Sono scosso da un brivido. In Un viaggio che non promettiamo breve (Einaudi, 2016) Wu Ming 1 aveva ragione a sostenere che lì sotto si annida una mostruosa Entità lovecraftiana. Vedo l’enorme cannula che la nutre, capisco che quelle immense vasche d’acqua servono a raffreddarne il metabolismo alieno.
«Tranquillo!» sorride Maurizio che deve aver percepito il mio turbamento. «Avremo pure i nostri problemi, ma il Tav non si farà mai!»

Tornando a Roma ripenso a quella affermazione. Forse si riferiva al disinteresse francese per la realizzazione dell’opera (la notizia è di qualche mese fa) e alla conseguente perdita dei finanziamenti europei. Oppure si trattava della fiducia caparbia di chi sa di essere nel giusto, di chi sente intorno a sé il calore di una comunità solidale. Non lo so. Abbiamo viaggiato tutto il giorno e siamo stanchi. Inserisco la chiave nella toppa del portone del condominio. Attraverso il vetro vedo la vicina.

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Artsakh https://www.carmillaonline.com/2021/05/03/artsakh/ Mon, 03 May 2021 20:40:31 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=66139 di Sandro Moiso

Daniele Pepino, «Siamo le nostre montagne». Il conflitto armeno-azero nella polveriera del Caucaso, Tabor, Valsusa, 2021, 36 pagine, 3,00 euro.

Nel pieno dell’emergenza epidemica è ripreso, si è sviluppato e si è concluso un conflitto sulla cui importanza e sulle cui caratteristiche si è scarsamente riflettuto, grazie anche alle campagne di distrazione di massa condotte dai media nostrani. Molto più interessati a “dare i numeri dell’epidemia” che a svolgere il ruolo di informazione generale che competerebbe loro in una società appena un po’ meno asservita agli interessi del [...]]]> di Sandro Moiso

Daniele Pepino, «Siamo le nostre montagne». Il conflitto armeno-azero nella polveriera del Caucaso, Tabor, Valsusa, 2021, 36 pagine, 3,00 euro.

Nel pieno dell’emergenza epidemica è ripreso, si è sviluppato e si è concluso un conflitto sulla cui importanza e sulle cui caratteristiche si è scarsamente riflettuto, grazie anche alle campagne di distrazione di massa condotte dai media nostrani. Molto più interessati a “dare i numeri dell’epidemia” che a svolgere il ruolo di informazione generale che competerebbe loro in una società appena un po’ meno asservita agli interessi del capitale nazionale e internazionale.

Si tratta della guerra esplosa nel Nagorno Karabakh, apparentemente tra le forze azere e armene ma, sostanzialmente, in nome dell’espansione del novello impero turco verso Oriente e del controllo militare, politico ed economico di una delle zone cerniera comprese tra il Medio Oriente e l’Asia centrale: il Caucaso. Ma non solo, poiché, l’opuscolo edito da Tabor mette bene in luce che:

nonostante lo scenario sia contraddittorio e intricato, nonostante non ci siano i buoni da una parte e i cattivi dall’altra, ciò nonostante la posta in gioco è chiara e inequivocabile. Due ragioni si affrontano sul campo: da una parte (quella azera e turca) c’è il diritto di uno Stato nazione
all’integrità del proprio territorio e all’imposizione dei propri confini; dall’altra (quella armena) c’è il diritto all’autodeterminazione e all’autodifesa di un popolo che resiste a secoli di oppressione e di tentativi di genocidio1.

Poco dopo aver conseguito la propria indipendenza nazionale, all’inizio degli anni Novanta, il popolo armeno riuscì a conquistare anche l’indipendenza de facto dell’Artsakh, o Nagorno Karabakh, enclave armena montanara incastrata dentro i confini dell’Azerbaijan.
Oggi, dopo trent’anni, fomentato e sostenuto dall’espansionismo turco, l’Azerbaijan ha scatenato una nuova guerra di aggressione che, oltre a migliaia di morti e di sfollati, ha gettato le basi di una nuova pulizia etnica ai danni del popolo armeno, costantemente minacciato di genocidio. Così, mentre l’“Occidente” mostra la sua totale irrilevanza, la Turchia di Erdogan e la Russia di Putin – come già in Siria e in Libia – si spartiscono le rispettive aree di influenza in quella vera e propria “linea di faglia” tra imperi che tornano a essere i monti del Caucaso.

Naturalmente, per comprendere a fondo le ragioni di questo conflitto e di questa resistenza all’oppressione che motiva il popolo armeno, occorre fare un excursus, per quanto breve, nella storia plurimillenaria di un territorio e di un popolo che passa attraverso la formazione ed espansione dell’impero ottomano, la sua dissoluzione con la prima guerra mondiale, lo scontro tra quell’impero e quello zarista sulla frontiera del Caucaso, le trasformazioni avvenute con le conseguenze della rivoluzione bolscevica e di quella nazionalista dei Giovani Turchi di Kemal Atatürk, i maneggi di Stalin per conservare il controllo della regione creando conflitti territoriali tra gli abitanti dello stesso e, infine, gli interessi legati oggi allo sviluppo delle vie del gas e del petrolio che vedono, per ora, Erdogan e Putin sostanzialmente alleati in gran parte dello scacchiere mediorientale e nordafricano, mentre l’Occidente è costretto ad assistere, anch’esso soltanto per ora, a ciò che avviene a causa delle proprie divisioni e della propria fame di gas e combustibili fossili.

Senza dimenticare che anche l’italietta entra indirettamente nel gioco, grazie agli accordi per il TAP, mentre la società turca Yildirim si è di recente assicurata il controllo del porto di Taranto in nome del controllo di quella Patria Blu con il cui nome la Turchia di Erdogan definisce tutto il quadrante del Mediterraneo orientale (e forse non solo).

Al centro, naturalmente, rimane il tema del genocidio del popolo armeno portato avanti a più riprese dall’impero ottomano prima e dallo stato turco poi, tra il 1870 e la fine della prima guerra mondiale, che ha visto non solo milioni di armeni cadere a causa delle iniziative militari e repressive, oltre che oppressive turche, ma anche costretti ad emigrare a causa delle stesse. Un “olocausto minore” avvenuto nell’Asia Minore che coinvolse in quanto vittime anche gli assiri e i greci dell’ Anatolia e del Ponto, soprattutto tra il 1914 e il 1923. Genocidio che per alcuni autori è possibile additare tra quelli ispiratori della Shoa proprio a causa del coinvolgimento o almeno dell’assenso dato allo stesso dagli alleati tedeschi2.

Una lotta infine che per svolgimento e ruoli non può che rinviare a quella del popolo curdo e, soprattutto, al Rojava. In un crocevia dove gli inteeressi di Russia e Turchia incrociano quelli dell’Iran e anche di Israele, visto soprattutto l’appoggio militare dato dalle armi israeliane all’azione turca sotto forma di droni killer. Una questione lunga e complessa, ma non per questo meno chiara, che questo saggio, apparso, in due puntate e in versione leggermente ridotta, su «Nunatak. Rivista di storie, culture, lotte della montagna» (nei numeri 58 e 59, autunno e inverno 2020-2021), aiuterà il lettore a comprendere ancor meglio.

N. B.

Per eventuali contatti e per ordinare delle copie:

tabor@autistici.org – www.edizionitabor.it


  1. Daniele Pepino, «Siamo le nostre montagne». Il conflitto armeno-azero nella polveriera del Caucaso, Tabor, Valsusa, 2021, p.4  

  2. Si veda in tal senso: Vahakn N. Dadrian, Storia del genocidio armeno. Conflitti nazionali dai Balcani al Caucaso, edizione italiana a cura di Antonia Arslan e Boghos Levon Zekiyan, Edizioni Guerini e Associati, Milano 2003, in particolare pp. 279-330  

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Territori resistenti a Bologna dal 23 al 25 marzo https://www.carmillaonline.com/2018/03/21/territori-resistenti-bologna-dal-23-al-25-marzo/ Tue, 20 Mar 2018 23:10:05 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=44378 Dal 23 al 25 marzo si svolgerà  presso il centro sociale VAG61 di Bologna “Una montagna di libri nei territori che resistono”, edizione felsinea del tradizionale appuntamento culturale e politico valsusino. Tre giorni di presentazioni di libri, proiezione di documentari, dibattiti, musica e cibo, che avranno come filo conduttore le lotte territoriali contro le devastazioni  prodotte (o minacciate) dalla costruzione di grandi opere. Tre giorni per parlare di comunità solidali, resistenza e difesa legale, Grands Projets  e combustibili fossili. Si partirà dalla Z.A.D. di Notre Dame des Landes, proseguendo per la [...]]]> Dal 23 al 25 marzo si svolgerà  presso il centro sociale VAG61 di Bologna “Una montagna di libri nei territori che resistono”, edizione felsinea del tradizionale appuntamento culturale e politico valsusino.
Tre giorni di presentazioni di libri, proiezione di documentari, dibattiti, musica e cibo, che avranno come filo conduttore le lotte territoriali contro le devastazioni  prodotte (o minacciate) dalla costruzione di grandi opere.
Tre giorni per parlare di comunità solidali, resistenza e difesa legale, Grands Projets  e combustibili fossili.
Si partirà dalla Z.A.D. di Notre Dame des Landes, proseguendo per la Val di Susa per poi discendere attraverso le dorsali sismiche del centro Italia fino a Melendugno (LE),  lungo i tracciati dei progetti della Rete Adriatica Snam e della Trans Adriatic Pipeline.
Un viaggio intrapreso senza tralasciare i territori virtuali dell’immaginario e dell’informazione, percorso assieme a movimenti, collettivi, documentaristi, redattori di riviste e scrittori solidali, fra i quali vecchi amici delle lotte come Valerio Evangelisti e Serge Quadruppani.
Carmilla on line partecipa festeggiando i suoi 15 anni sul web in un duetto con Zeroincondotta, storica testata del movimento bolognese.

Ecco il programma:

Movimento NoTav, Carmilla Online, Vag61 e Ass. Bianca Guidetti Serra presentano:
“Una montagna di libri nei territori che resistono”,
23-24-25 marzo 2018 al Vag61 – via Paolo Fabbri 110, Bologna

VENERDI 23 MARZO 

Dalle h.20.00 (*):
– Saluti di apertura della tre giorni
– Cena sociale e proiezione del video “Notre Dame des Landes, Zone a Défendre. Appunti di viaggio”. Incontro con gli autori.
– Presentazione del libro del Collettivo “Mauvaise Troupe”, “Contrade. Storie di Zad e di No Tav”, con Daniele Pepino e Sandro Moiso.
– Presentazione del libro “La Colère et la Joie. Le Monde des Grands Projets et ses ennemis”, di e con Serge Quadruppani.
h. 23.00: “Dérives Urbaines” in concerto – rap da Lille (Francia)

(*) L’orario di inizio è stato posticipato rispetto a quello originario in modo da permettere la partecipazione di organizzatori, relatori e avventori alla manifestazione #GlobalActionForAfrin.

SABATO 24 MARZO

Dalle h.15.00:
– Presentazione di “Noi no forzati fossili” di Trancemedia.eu. Incontro con gli autori, con i collettivi Alta Pressione (Bologna),  Altrementi (Sulmona) e con il movimento No Tap (Salento).
– Presentazione del libro “Tanto non la fanno. Racconti No Tap” . Incontro con l’autrice Serena Fiorentino.
– Presentazione di “Malamente, rivista di lotta e di critica del territorio“. Incontro con i redattori.
h.17.00: Presentazione di “Stop al panico. Difesa Legale. Note per una maggiore consapevolezza“, con l’Associazione di Mutuo Soccorso per il diritto di espressione e l’Associazione Bianca Guidetti Serra.
h.18.00: “Dieci anni di Zic.it, quindici anni di Carmilla Online“. Conversazione su informazione e produzioni culturali autogestite e indipendenti. Con Valerio Evangelisti e Valerio Monteventi.
h.20.00: Cena sociale.
h. 22.00: “Les Touches Louches” in concerto – popular swing da Bologna.

DOMENICA 25 MARZO

h.10.30: Tavola rotonda sulla devastazione dei territori e movimenti di lotta.

 

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Segnalazioni di titoli freschi di lettura https://www.carmillaonline.com/2015/05/18/segnalazioni-di-titoli-freschi-di-lettura/ Mon, 18 May 2015 20:24:26 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=22383 di Alberto Prunetti

cantalamappaWu Ming, Cantalamappa, Milano, ElectaKids, 2015, pp. 125, € 14,90

Bellissimo. I Wu Ming riescono a tradurre il loro immaginario per riproporlo ai lettori di nove anni. Due fricchettoni in perpetuo movimento aprono il loro quadernone di viaggi pieno di mappe. Chi ha letto Q troverà nella storia di Margherita e Dolcino la sua riproposizione per bambini. Chi ama Stevenson scoprirà il segreto de L’isola del tesoro. E chi pratica l’alpinismo molotov potrà raccontare ai propri figli la scalata di Point Lenana. E poi c’è, stupenda, la storia del cinema nel deserto [...]]]> di Alberto Prunetti

cantalamappaWu Ming, Cantalamappa, Milano, ElectaKids, 2015, pp. 125, € 14,90

Bellissimo. I Wu Ming riescono a tradurre il loro immaginario per riproporlo ai lettori di nove anni. Due fricchettoni in perpetuo movimento aprono il loro quadernone di viaggi pieno di mappe. Chi ha letto Q troverà nella storia di Margherita e Dolcino la sua riproposizione per bambini. Chi ama Stevenson scoprirà il segreto de L’isola del tesoro. E chi pratica l’alpinismo molotov potrà raccontare ai propri figli la scalata di Point Lenana. E poi c’è, stupenda, la storia del cinema nel deserto e delle opere inutili che ci ricordano la Tav nella loro insensatezza. E se infine volete parlare ai bambini di mitologia nordica o di ecologia, avete sottomano l’atlante che vi serve. Quanto ai biechi neri, sappiate che in questo libro c’è una delle migliori spiegazioni del fascismo per le giovani generazioni. E intanto, lassù, sulla nuvola dei narratori dell’infanzia ribelle, Gianni Rodari approva e saluta a pugno chiuso.

Lello Saracino, Il tenore partigiano, Roma, Alegre, pp. 206, € 15

La collana di oggetti narrativi ibridi di Alegre si arricchisce di un terzo titolo. Un saggio che è un romanzo storico che è una biografia del tenore comunista Nicola Stame, con il plot che si intreccia tra Foggia e Roma. Notevole è la leggerezza con cui l’autore sbroglia un filo storico in digressioni che lo portano ora all’hotel de los inmigrantes, che si trova nei pressi di uno dei porti di Buenos Aires; ora a Bariloche, dove il vecchio Priebke ha ancora i suoi fedeli estimatori; ora in Etiopia, dove gli italiani brava gente hanno dimenticato di aver sganciato un po’ di bombe all’iprite. Tutto questo con grande capacità dell’autore di alternare il primo piano (la vicenda di Stame) con lo sfondo (i grandi eventi storici). Un libro che ci fa scoprire il bel canto di Nicola Stame, interrotto da una pallottola alla tempia degli assassini nazifascisti. (Di questo libro Carmilla si occuperà di nuovo in maniera più estesa a breve).

José Revueltas, Le scimmie, Roma, Sur, pp. 59, € 7, traduzione di Alessandra Riccio

Se non è questo un romanzo lumpen… scritto in carcere dall’autore che per tutta la vita è stato un personaggio conflittuale, in rivolta, come il suo nome imponeva. José Revueltas, ribelle anche alla disciplina del partito comunista a cui apparteneva, nella letteratura messicana è una cometa, una stella solitaria da seguire. Il suo racconto è una storia carceraria cruda, scritta senza rimandi di capoverso, che parla di eroina e di abiezioni, di corpi umani che si fanno ricettori di una comunicazione tra il dritto e il rovescio dell’universo carcerario, in un mondo chiuso in cui non c’è alternativa alla reclusione. Non importa se sei detenuto o scimmia, ovvero carceriere.

Daniele Pepino, Nell’occhio del ciclone. La resistenza curda tra guerra e rivoluzione, Valle di Susa, Tabor, pp. 31, € 2

Una rivoluzione autogestionaria in corso; una resistenza popolare, organizzata dal basso, contro un nuovo volto del fascismo, quello dell’Isis. Quello che colpisce è come un gruppo marxista-leninista curdo, il PKK, si sia trasformato in un movimento diffuso che pratica una forma di federalismo libertario, che presta particolare attenzione alle dinamiche ecologistiche e al ruolo di primo piano, anche sul fronte della guerriglia, delle donne. Tutto questo in un contesto socialmente complesso e catastrofico. La zona libera del Rojava ci ricorda insomma che la rivoluzione prende di sorpresa tutti, finanche i rivoluzionari.

Loredana Lipperini, Quel trenino a molla che si chiama cuore, Bari, Laterza, pp. 166, € 12

E’ un libro molto diverso dai precedenti di Lipperini. Stavolta l’autrice si proietta dentro al testo e lo fa con una maestria di stile spericolata. Il risultato è funambolico. Una derive psicogeografica da un angolo a un altro del paesaggio marchigiano e del paesaggio interiore, dai ricordi d’infanzia fino alla devastazione del terremoto e dei cantieri stradali. Questo è anche un ibrido, un oggetto narrativo che alterna piani e generi espositivi, mescolando il memoriale e la geografia, il racconto di finzione e l’invettiva, il romanzo e il reportage. Con una riflessione potente, dolorosa e necessaria sul tema della morte, del doppio e dell’eteronimia (Loredana è stata anche Lara Manni per un certo periodo, come Pessoa è stato Bernardo Soares e tanti altri ancora). Chapeau.

Wolf Bukowski, La danza delle mozzarelle, Roma, Alegre, 2015, pp. 158, € 14

Ben scavato, vecchia talpa! Wolf conduce un’inchiesta con una lucidità analitica che non si vedeva da tempo (eguagliato solo dal saggio dei Clash City Workers, Dove sono i nostri?). Oggetto: la retorica e la pratica capitalista del cibo feticizzato, una nicchia di mercato per ricchi che contribuisce alla devastazione culinaria e agricola del nostro paese, nell’epoca della riproduzione meccanica dei sapori. Ce n’è per tutti: Slow Food, Eataly, cooperative rosse, circuiti distributivi di presunta alta qualità che si rovesciano in caporalato, facchinaggio a turni massacranti, nuovo elitismo dei consumi. Alla fine chi mangia davvero è sempre il Capitale, che sussume ogni alternativa per poi disporla in fila sui banchi dei supermercati.

Andrea Staid, I senza stato, Bologna, Bébert edizioni, 2015, pp. 107, € 10

Ottimo strumento di cui si sentiva il bisogno. L’autore compie una  prima sintesi, una rassegna della letteratura etnografica sulle società di raccoglitori e cacciatori. Si tratta di un corpus che ha sorretto alcune tesi di antropologia radicale, dall’antropologia statunitense degli anni Settanta fino alle tesi primitiviste di John Zerzan, sviluppatesi a partire dagli anni Ottanta. Purtroppo gran parte di quel materiale è ancora non tradotto in italiano. Questo libro colma una lacuna su un dibattito antropologico che è ancora rilevante oltreoceano e che non è stato ancora recepito nelle aule italiane.

Julio Cortázar, Correzione di bozze in Alta Provenza, Roma, Sur, pp. 57, € 7, traduzione di Giulia Zavagna

Un libro affascinante che ci mostra il dietro le quinte della scrittura di Cortázar in un periodo in cui lo scrittore argentino stava per chiudere uno dei suoi libri più “politici”. Dopo il successo di Rayuela, Cortázar si infila in una sorta di magic bus nelle campagne dell’Alta Provenza e si lancia in una deriva che unisce senza soluzione di continuità il suo statuto di argentino in esilio e la tensione ambivalente e problematica tra narrativa, politica e finzione pura.

Roberto Arlt, I lanciafiamme, Roma, Sur, pp. 375, € 15, traduzione di Luigi Pellisari,

La riscoperta editoriale di Arlt ha permesso di accedere in traduzione a opere minori, come i suoi reportage di viaggio in Patagonia. A maggior ragione celebriamo la riproposizione di uno dei suoi capolavori, la seconda parte del romanzo iniziato con I sette pazzi. Un dittico dedicato al tema di una inquietante rivoluzione che mescola odio per il mondo piccolo borghese, crudeltà, violenza, gruppi estremisti segreti, culto dei bassifondi e dei postriboli e alchimie magiche. Viene da chiedersi se l’autore non abbia prefigurato i rovesci continui di un potere golpista, che ha esercitato negli anni un influenza nefasta e controrivoluzionaria sul paese australe, da metà anni Cinquanta fino al 1983.

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