Culo al caldo – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Mon, 20 Jul 2026 22:01:46 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Sottopagati, sporchi e puzzolenti: il lato cattivo della società https://www.carmillaonline.com/2026/07/21/sottopagati-sporchi-e-puzzolenti-il-lato-cattivo-della-societa/ Mon, 20 Jul 2026 22:01:46 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=96079 di Luca Cangianti

[Pochi giorni fa è uscito Culo al caldo (Effigi, pp. 448, € 18,00) di Adriano Benocci e Sandro Fracasso. Si tratta di una fenomenologia in forma di romanzo tragicomico dalle profonde implicazioni sociologiche e politiche. Di seguito si pubblica la postfazione.]

Arrivati fin qui è chiaro: i personaggi principali del romanzo di Adriano Benocci e Sandro Fracasso il culo al caldo non ce l’hanno proprio. Sono autisti, meccanici, operai edili, netturbini, tossicodipendenti, immigrati clandestini, ex carcerati, tutt’al più impiegate oggetto di desideri bavosi, piccoli lacchè tuttofare, coordinatori di cooperative sociali, lumpen-imprenditori di provincia. Ecco, forse questi ultimi se la [...]]]> di Luca Cangianti

[Pochi giorni fa è uscito Culo al caldo (Effigi, pp. 448, € 18,00) di Adriano Benocci e Sandro Fracasso. Si tratta di una fenomenologia in forma di romanzo tragicomico dalle profonde implicazioni sociologiche e politiche. Di seguito si pubblica la postfazione.]

Arrivati fin qui è chiaro: i personaggi principali del romanzo di Adriano Benocci e Sandro Fracasso il culo al caldo non ce l’hanno proprio. Sono autisti, meccanici, operai edili, netturbini, tossicodipendenti, immigrati clandestini, ex carcerati, tutt’al più impiegate oggetto di desideri bavosi, piccoli lacchè tuttofare, coordinatori di cooperative sociali, lumpen-imprenditori di provincia. Ecco, forse questi ultimi se la passano meglio, ma solo economicamente, per il resto l’umanità che emerge da queste pagine è proletariato in un contesto rurale e periferico, la Maremma. Non ha nulla a che fare con la composizione sociale fordista: quella della grande industria, della catena di montaggio, dei quartieri operai stretti intorno a fabbriche sbuffanti, delle tute blu, della fiera autopercezione di sé come gruppo portatore di interessi omogenei, dei muscolosi bicipiti da cliché e dello sguardo rivolto al sole dell’avvenire. Qui siamo in una terra desolata, dopo il grande reset sociale, iniziato negli anni Ottanta a colpi di ristrutturazioni tecnologiche, repressione del conflitto sociale e diffusione dell’eroina. È un proletariato fatto di individui «sottopagati, sporchi e puzzolenti», spogliati di ogni retorica: disprezzano il lavoro che svolgono, non sono politicamente impegnati, si rilassano consumando sostanze, hanno il «calendario con il pelo» affisso al muro, amano «macchine col tubo di scappamento grosso, e le donne con le cisterne fuori misura», esibiscono tatuaggi verdi sbiaditi, ruttano, non sono immuni da pulsioni razziste e intessono ghirlande di bestemmie: «diodeglinutili», «diosabotatore», «dioperbene», «diopluto», «diotraditore», «diostraniero», «dioimpostore», «diocapitalista», «diobagnato», «diogiudice». Nel romanzo Simone dice convinto: «non ho mai pregato né votato in vita mia e continuerò a non farlo», e si può immaginare che anche tutti gli altri facciano parte dei milioni che non partecipano più alle elezioni politiche; e che, se lo fanno, è solo per esprimere il proprio dolore con parole d’ordine rancorose, lontane da qualsiasi forma di coscienza di classe.
L’ambientazione periferica e l’estraneità dei personaggi al mondo cittadino non sono meri dettagli folclorici: «La città ti fotte, ti dice guarda in alto, i palazzi, i lampioni accesi, le vetrate a specchio»; «I tavolini dei bar di città sono minuscoli come le porzioni, sembrano bocconcini da aperitivo, a prenderne due a testa si finiscono prima i soldi della fame». Nell’ultimo decennio uno dei movimenti sociali più radicali in Europa è stato quello dei Gilets jaunes: nato per rivendicare la riduzione della tassazione “verde” dei carburanti, che penalizzava i ceti popolari rurali obbligati a utilizzare l’auto, si è scagliato contro le élite urbane privilegiate (i “quadrinai” di città, per usare il lessico del romanzo) incarnate dal presidente della repubblica francese; ha rivendicato migliori condizioni di vita e democrazia diretta; ha occupato la scena politica con manifestazioni settimanali, presidi e blocchi stradali per un anno intero mobilitando milioni di cittadini nonostante le migliaia di arresti e di feriti, tra cui decine di manifestanti che hanno perso occhi e mani. Quella di Culo al caldo non è un’identità geografica. È una scelta di campo sociale: «Meglio il bosco, devi guardare in basso per non inciampare tra i rovi e non ti fai fregare dagli arcobaleni.»

Oggi il carattere postfordista della produzione, la sua frammentazione etnica e geografica, l’architettura urbana, l’articolazione mondiale delle catene di valore, disincentivano una percezione del proprio sé adeguata alla posizione sociale ricoperta. Si può perfino ipotizzare che lo sviluppo capitalistico piuttosto che produrre una soggettività antagonista, la disarticoli strutturalmente.
Nel famoso Manifesto, Karl Marx e il suo amico Friedrich Engels esaltano – con qualche venatura etnocentrica – le capacità prometeiche della borghesia. Essa è stata capace di rivoluzionare modi di produzione antiquati, ha reso i fiumi navigabili, concentrato la popolazione nelle città, scatenato le forze della scienza e della tecnologia moltiplicando la produttività del lavoro. Nel compiere questa missione storica, tuttavia, la classe borghese avrebbe firmato la propria futura condanna a morte: «Il progresso dell’industria, del quale la borghesia – dicono i due pensatori tedeschi – è veicolo involontario e passivo, fa subentrare all’isolamento degli operai risultante dalla concorrenza, la loro unione rivoluzionaria, risultante dall’associazione. Con lo sviluppo della grande industria, dunque, vien tolto di sotto ai piedi della borghesia il terreno stesso sul quale essa produce e si appropria i prodotti. Essa produce anzitutto i suoi seppellitori. Il suo tramonto e la vittoria del proletariato sono del pari inevitabili.»1
L’esperienza delle rivoluzioni sconfitte, lo studio dell’antropologia e dei modi di produzione precapitalisti sopravvissuti, portarono Marx a un giudizio più articolato e prudente. Oggi è più facile capire che le conquiste produttive del capitalismo non sono propedeutiche a un mondo migliore in cui la tortura del lavoro sia ridotta ad attività residua, volontaria e autorealizzante. La distruzione dei valori comunitari delle forme precapitaliste di vita associata produce solo entropia e sfruttamento aggiuntivo. Così è lecito chiedersi se il contropotere messo in campo nei passati cicli di lotta novecenteschi fosse frutto dello sviluppo capitalistico oppure di una resistenza a questo stesso processo. Insomma: l’operaio massa dell’autunno caldo è figlio dell’omogeneizzazione fordista o dei modi di vita degli immigrati meridionali che non sopportavano il bioritmo industriale?
Molti sociologi hanno analizzato il processo di individualizzazione in corso: Ulrich Beck, Anthony Giddens, Zygmunt Bauman e, prima di loro, Georg Simmel. Esso consiste nel progressivo spostamento del peso delle scelte, delle responsabilità e della costruzione dell’identità, dall’ambito collettivo (famiglia, classe sociale, tradizione, religione) al singolo individuo: le norme sociali rigide perdono forza, le tradizioni sbiadiscono, le scelte biografiche (studio, lavoro, famiglia) percorrono iter meno standardizzati, aumenta lo spettro degli stili di vita, ma anche ed esponenzialmente l’incertezza, la solitudine, la perdita di senso e l’angoscia. Insomma le persone sono sempre meno inquadrate in ruoli già definiti e sempre più chiamate a costruire “autonomamente” il proprio futuro.
Tuttavia, dietro questo processo sociologico, apparentemente foriero di libertà, si nasconde un meccanismo ben più cogente. Infatti è il modo di produzione capitalistico che pone in essere il concetto di individuo come parallelo immaginario degli scambi tra liberi ed eguali possessori di merci. Ciò che non compare alla superficie è la trama di questi scambi, che è di natura vampirica. Una di queste merci è infatti incistata nel corpo stesso degli esseri umani: la forza lavoro. Essa è capace di produrre più ricchezza rispetto al valore con il quale è remunerata per riprodursi fisicamente e culturalmente. Tale ricchezza aggiuntiva viene espropriata invisibilmente dal capitale sotto forma di plusvalore.
Gli esseri umani venditori della propria forza lavoro tendono così a non vedere la mappa complessiva dei condotti idraulici dove scorre il sangue loro estratto e sono spinti a concepirsi come atomi, scatole vuote riempibili a piacere di valori liberamente scelti: identità politiche, religiose, sessuali, calcistiche, morali, alimentari, estetiche, nazionali, etniche e di consumo.
Questo, ovviamente, vale anche per chi li sfrutta, che in Culo al caldo si concede tutte le possibili sfumature di washing, dal green al pink. Come la signora Velluto dell’omonima azienda di autonoleggio: finanzia i Fridays for Future, si muove su un lussuoso plug-in hybrid e assume pose femministe, anche se la ditta usa gasolio di contrabbando e le assunzioni delle impiegate sono decise dal figlio Pierolo – quello che porta al collo un «crocifisso d’oro giallo da mezz’etto» e ha affibbiato a un’impiegata il soprannome di Vivianal «sfruttando una confidenza intima mentre erano strafatti».

I dibattiti sulle guerre culturali (identità di genere, diritti riproduttivi, wokismo e cancel culture, immigrazione/identità nazionale, cambiamento climatico), qualora non contestualizzati materialisticamente, rischiano di oscurare la trama profonda che soggiace alla realtà sociale contemporanea: gli oppressi (donne, omosessuali, transessuali, non binari, soggetti razzializzati, disabili, immigrati, poveri) possono aspirare solo al riconoscimento della loro sofferenza, in quanto vittime. In questo modo, sostiene Mimmo Cangiano, si ingenera «una lotta infinita fra tribù che, perso il comune riferimento al sistema economico, o si auto-accusano o riescono a compattarsi solo mediante l’utilizzo di strumenti normativi come il politically correct».2 Il risultato di questa deriva non casuale, conclude Fabio Ciabatti, da una parte provoca una «balcanizzazione del fronte dei subalterni» e dall’altra la prospettiva surreale di «Uno scontro in cui, contro il patriarcato grande russo, fantomatici soldati gay ucraini possono combattere fianco a fianco con i nazisti del battaglione Azov, attenti lettori della kantiana Per la pace perpetua».3
Se la classe lavoratrice – anche quella più malmessa che descrivono Benocci e Fracasso – è il luogo centrale di una possibile speranza di riscatto, non lo è in quanto identità presuntamente superiore alle altre o maggiormente vittimizzata, ma solo perché cuore della totalità vampirica del capitale, che sussume, funzionalizza e gerarchizza tutte le forme di oppressione, comprese quelle che esistevano prima della sua comparsa: patriarcali, coloniali, razziali, abiliste e religiose. La classe lavoratrice, per la sua peculiare posizione nella sfera produttiva, non è una edenica comunità originaria cui i vari soggetti oppressi devono genuflettersi, come potrebbero affermare dei reazionari verniciati di rosso. Tale classe è un terreno in cui le varie forme di oppressione culturale e di violenza epistemica si intersecano materialisticamente con la dimensione dello sfruttamento. È questo che la rende inaggirabile per chi aspiri a una vita collettiva migliore.
Pensavamo che Benocci e Fracasso ci parlassero solo della Maremma e invece scopriamo che in gioco c’è tutta la nostra vita, tutta la nostra sofferenza, il mondo intero.

I personaggi di Culo al caldo non sono rappresentati con pietismo deamicisiano, ciò nonostante traboccano di umanità. Spesso hanno soprannomi rivelatori, ferite profonde e poteri speciali, sono come «supereroi con il medesimo costume tutti i giorni». Il capofficina della Velluto Viaggi è FAP (come i filtri anti-particolato), Banano si chiama così perché «guida come se avesse un albero in culo», Flebo, autista di ambulanze, perché «Al pronto soccorso prima di metterlo al volante gli fanno una flebo di soluzione fisiologica per diluire l’alcool», Tripla perché «mangia sempre tre primi e tre secondi», Sciopero «perché i suoi l’hanno concepito in fabbrica durante uno sciopero a oltranza».
Culo al caldo è l’equivalente in letteratura di un saggio di sociologia sulla composizione di classe, ma a differenza di un’opera scientifica illustra il suo tema alternando cazzotti sul plesso solare e buffetti di humor. Il registro comico attraversa tutto il romanzo, anche se forse è maggiormente presente nella prima sezione: Iribus chiamati INRI per problemi di surriscaldamento, Tesla padronali che attraversano il piazzale silenziose come la Morte Nera, vecchi proprietari di azienda che collezionano compulsivamente Fiat 500, ma non hanno più controllo sulla continua e pubblica emissione di flatulenze. Si tratta di una trappola: il lettore si diverte e quando la mazza chiodata colpisce, fa ancora più male. Come nella scena struggente in cui due operai edili abbattono per sbaglio un tramezzo e ritrovano nell’appartamento attiguo il maestro di quando andavano alle elementari. L’uomo, vecchio e dimenticato, simboleggia il genitore archetipico che protegge e mai abbandona, il tempo immaginario in cui ancora i giochi non si erano chiusi sul presente fallimentare.

In questo romanzo si mette a nudo la realtà di gran parte del terzo settore che a partire dagli anni Novanta fu visto come surrogato della militanza politica o addirittura come via di fuga smart dal modo di produzione capitalistico. In quegli anni, archiviato il sogno di un cambiamento radicale della società, fu tutto un ribollire di teorie vagamente keynesiane e debitrici inconsapevoli del pensiero socialista proudhoniano. Colonizzarono il dibattito politico dal Sole 24 Ore ai movimenti sociali più radicali. Oggi, a trent’anni di distanza, risulta chiaro che si trattasse di un cavallo di Troia, utile a scarnificare il salario sociale globale: molti servizi che prima erano offerti dallo stato rispettando le normali (ancorché insufficienti) condizioni di lavoro, vengono erogati oggi da soggetti come le cooperative “La Cardarella” o la “SPpp” di cui ci narrano Benocci e Fracasso. Tali entità riescono a pagare meno la forza lavoro, sia contrattualmente che mediante traffici sui mercati grigi e neri; beneficiano di una manodopera più ricattabile e dunque economica, consentendo alle amministrazioni pubbliche di destinare globalmente meno ricchezza ai redditi da salario. «Cooperativa di ‘sta cippa», esclama la voce narrante ed è difficile non darle ragione. L’avessimo capito trent’anni fa sarebbe stato meglio.

Benocci e Fracasso danno voce a chi non ce l’ha. Lo fanno con uno stile che riproduce una parlata popolare ricca di similitudini («Più intricata di un nido di gazza», «brutto come l’Agenzia delle Entrate»), con un vocabolario edile (paiola, pennellessa, embrici, coppi, scavatore, benna, pala) e con una terminologia automotive («l’olio arriva alle punterie, le valvole smettono di cicalare, il fumo denso si fa più leggero, meno catramoso»; «Le gomme a occhio sembrano seminuove, ma hanno dodici anni e sono più dure degli addominali di Saturday, i freni fischiano come un pastore e il cambio gratta fisso»).
La voce narrante è in prima persona, anche se il soggetto cambia a ogni capitolo (Roberto, Mauro, Simone). Il punto di vista è volutamente lasco: prende a calci i manuali di scrittura creativa statunitensi, s’intrufola nelle teste di molti, conferisce al dolore della narrazione un carattere pervasivo.
La speranza in Culo al caldo è una pietra rara, ma non filosofale: «Che faccio? Mi arrendo? O provo a mantenere probabile un sogno?», si chiede Roberto e conclude: «Sognare è bello. Sognare è da signori. Se si accetta che il sogno rimane tale se non lo si realizza.»
L’attuazione di questo sogno non sta e non deve stare nel romanzo, ma fuori, nelle brecce di possibilità che si aprono ciclicamente nei muri dello status quo. La missione riuscita degli autori è porci in empatia con il «lato cattivo» della società, quello che, non per bontà o meriti morali, ma per necessità, è costretto ogni tanto a «produrre il movimento che fa la storia».4


  1. K. Marx-F. Engels, Il manifesto del partito comunista, Einaudi, 1948, pp. 116-117. 

  2. M. Cangiano, Guerre culturali e neoliberismo, Nottetempo, 2024, p.37. 

  3. F. Ciabatti, “God save the drag queen! La cultura woke tra antagonismo e neoliberismo”, Carmilla online, 17.9.2024

  4. K. Marx, Miseria della filosofia, Editori Riuniti, 1993, pp. 78-79. 

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