crimine – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 29 Jan 2026 21:00:00 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Il noir italiano prima e dopo Scerbanenco https://www.carmillaonline.com/2026/01/04/il-noir-italiano-prima-e-dopo-scerbanenco/ Sun, 04 Jan 2026 21:00:33 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91518 di Gioacchino Toni

Alberto Pezzotta, Il noir italiano prima e dopo Scerbanenco. Cinema e narrativa dal dopoguerra agli anni Settanta, Mimesis, Milano-Udine 2025, pp. 436, € 34,00

In Italia, dopo la seconda guerra mondiale, il giallo è passato dall’essere considerato un genere che poco aveva a che fare con la tradizione nazionale a strumento in grado di rappresentare la società italiana, i suoi bisogni e le sue paure, sia al cinema che sulla carta stampata. Nel volume Il noir italiano prima e dopo Scerbanenco, Alberto Pezzotta afferma di guardare al giallo come a «un genere transmediale dalle ramificazioni profonde e complesse, che [...]]]> di Gioacchino Toni

Alberto Pezzotta, Il noir italiano prima e dopo Scerbanenco. Cinema e narrativa dal dopoguerra agli anni Settanta, Mimesis, Milano-Udine 2025, pp. 436, € 34,00

In Italia, dopo la seconda guerra mondiale, il giallo è passato dall’essere considerato un genere che poco aveva a che fare con la tradizione nazionale a strumento in grado di rappresentare la società italiana, i suoi bisogni e le sue paure, sia al cinema che sulla carta stampata. Nel volume Il noir italiano prima e dopo Scerbanenco, Alberto Pezzotta afferma di guardare al giallo come a «un genere transmediale dalle ramificazioni profonde e complesse, che produce numerosi adattamenti dalla pagina allo schermo» che va a sovrapporsi «al “poliziesco” e a ciò che già negli anni Trenta del Novecento comincia a essere definito come “nero”» (p. 9). L’intenzione dello studioso è dunque quella di «portare alla luce uno “spazio discorsivo” condiviso tra cinema, letteratura e altri media nell’ambito del giallo – o meglio ancora, come si vedrà, del “nero” (o del noir, se si preferisce il francese)» (p. 10).

Circa la questione terminologica, spiega l’autore sin dalle prime pagine, non è sua intenzione proporre una  nuova tassonomia a posteriori; nel corso della trattazione viene fatto ricorso a «termini coestensivi ma non sinonimi come “giallo”, “nero”, “noir”, “poliziesco” e “thriller” (all’epoca declinato spesso come “thrilling”)» riflettendo «volta per volta precise modalità di produzione, di mercato e di ricezione» (p. 17), indagando le modalità con cui si ricorreva a questa o quella etichetta e definizione di genere.

Se l’uscita, nel 1966, di Venere privata, primo capitolo della Quadrilogia di Duca Lamberti di Giorgio Scerbanenco, venne accolta come un momento di svolta epocale per il giallo italiano, occorre comprendere, scrive Pezzotta, «le ragioni della percezione di questa novità» ricostruendo «la cultura gialla e nera che precede, circonda e spesso influenza l’opera di uno scrittore attivo in più generi» (p. 14) che non mancherà di riflettersi sul cinema. Per quanto, nel dopoguerra, il giallo e il nero italiano, a prescindere da Scerbanenco, si rinnovino in stretto rapporto ai mutamenti sociali e culturali, acquisendo un’inedita rilevanza, indubbiamente la “svolta gialla” dello scrittore ha la sua importanza anche alla luce di un successo di mercato e culturale senza precedenti e dei riflessi che è andata ad avere sulla cinematografia nazionale contribuendo a porre le basi per gli sviluppi del cinema di genere, sopratutto poliziesco, degli anni Settanta. Insomma, se l’evoluzione del poliziesco italiano non deriva dal solo Scerbanenco, si può però parlare, sostiene Pezzotta, di «un prima e dopo Scerbanenco, nella rappresentazione della violenza nell’espressione della ideologia sottostante a questa rappresentazione» (p. 16). L’influenza esercitata da tale scrittore andrà poi ad esaurirsi negli anni Settanta, con l’emergere di una nuova produzione di narrativa gialla e poliziesca di successo capace di creare modelli alternativi.

Pur con qualche difficoltà iniziale, il giallo/noir – in tutte le sue varianti – finisce per prendere piede anche in Italia; da genere importato, la produzione nazionale finirà per costruirsi la sua platea a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta per poi, nel decennio successivo, palesare due importanti trasformazioni: «il giallonoir si fa ricettacolo di quegli umori di sinistra che non trovano più espressione nel cinema, come avveniva invece alla fine degli anni Settanta» e, dagli anni Novanta, anche in Italia, diviene «possibile diventare autori ed entrare nella Letteratura anche partendo direttamente dal giallo» (p. 367).

Il volume di Pezzotta è suddiviso in sei capitoli, il primo dei quali è dedicato a questioni come l’adattamento, l’intertestualità, il realismo, lo spazio del rappresentabile e l’uso delle fonti. Lo studioso si sofferma in particolare sul variare della percezione del realismo, in letteratura come nel cinema, su come questa dipenda da una serie di convenzioni e modalità di rappresentazione proprie di un determinato contesto socio-culturale e su come nelle opere gialle/noir italiane, narrative e cinematografiche, sia possibile cogliere una testimonianza di quanto è legittimo o meno fare in una determinata società e quanto è permesso o meno rappresentare. Lo spazio discorsivo del cinema e della letteratura gialla e nera, sia di fascia popolare che alta, contribuisce ad allargare lo «spazio del reale», a cerare nuovi «spazi di realtà», ad espandere «il territorio del visibile».

Il secondo capitolo del volume guarda alla questione dell’italianità del giallo – termine introdotto dalla collana “I libri gialli” di Mondadori inaugura nel 1929, poi divenuta, dal 1946, “I Gialli Mondadori” –, genere osteggiato durante il fascismo, focalizzandosi sulla produzione successiva alla seconda guerra mondiale e, in particolare, sui motivi che hanno indotto la prima ondata di gialli a coinvolgere il cinema soltanto parzialmente e tardivamente. Se i gialli pubblicati da Mondadori sono tendenzialmente conservatori e modellati sull’indagine, pian piano, nel dopoguerra, le cose cambiano anche grazie alle traduzioni di romanzi stranieri, con editori come Garzanti (con la sua “Serie gialla” che prende il via nel 1953) e Longanesi (con i suoi “Gialli proibiti” inaugurati nel 1952) che introducono nel contesto italiano inedite dosi di violenza e sesso.

Nel terzo capitolo viene ricostruita la cultura gialla, nera e poliziesca che caratterizza il dopoguerra italiano guardando con attenzione anche al cinema, ricostruendo il filone noir neorealista e gli incroci con i film processuali e d’appendice degli anni Cinquanta, per poi giungere alle opere che riflettono sui mutamenti sociali dell’Italia del periodo del Boom. Insieme alla letteratura e al cinema, in questo capitolo è presa in considerazione anche la televisione degli anni Cinquanta e Sessanta per il suo contributo alla rappresentazione del crimine. Una volta venuta meno la cappa di silenzio imposta dal regime fascista, si assiste alla comparsa della cronaca nera e con essa di un immaginario giallo/noir a cui il cinema fa da cassa di risonanza e luogo di negoziazione. In tale contesto, il giallo/nero/poliziesco rappresenta una modalità con cui il cinema torna alla realtà.

All’opera letteraria di Scerbanenco, anche precedente la celebre Quadrilogia, e al suo rapporto con il cinema e con le rappresentazioni sociali del periodo, è dedicato il quarto capitolo. Vengono qua esaminati i racconti scritti a metà degli anni Trenta e pubblicati, ricorrendo a vari pseudonimi, sul settimanale “Il Secolo Illustrato” di Rizzoli. Dopo questa prima produzione narrativa attraversata da immancabili banditi sadici, donne traditrici e poliziotti spietati, nei primi anni Quaranta lo scrittore si sposta sul giallo d’indagine realizzando alcuni romanzi che hanno per protagonista l’Ispettore Jelling, archivista della Polizia di Boston.

La prolifica produzione di Scerbanenco nel dopoguerra (si contano ben 45 suoi romanzi tra il 1946 ed il 1960) lo porta ed essere particolarmente presente sui settimanali femminili. Secondo Pezzotta andrebbe sfumata la rigida distinzione con cui a lungo è stata distinta la sua produzione rosa da quella nera; nel dopoguerra, nei romanzi di Scerbanenco, che spesso escono in prima battuta a puntate sui settimanali femminili, trovano spazio, in misura variabile, sia elementi gialli che neri senza eccedere in violenza e sessualità, adottando un lessico che non rinuncia al decoro borghese dell’epoca.

Se le sue storie del primissimo dopoguerra sono spesso ambientate tra l’alta borghesia imprenditoriale milanese, o comunque si guarda ad essa attraverso il punto di vista di chi intende entrare a farvi parte, poco dopo nei romanzi l’ambientazione si fa più popolare e realistica. Nella produzione degli anni Cinquanta lo scrittore alterna opere in cui le descrizioni della violenza e della sessualità si fanno più dirette con altre in cui queste vengono soffocate. Nel decennio successivo la produzione di racconti brevi di Scerbanenco procede a ritmi vertiginosi: nel periodo compreso tra il 1963 ed il 1965 escono al ritmo di quattro a settimana su “Novella”. Se, rispetto al decennio precedente, i racconti degli anni Sessanta presentano maggiore realismo e tonalità più crude, lo scrittore sembra però voler controbilanciare tale scelta palesando un evidente moralismo: il colpevole deve essere assolutamente catturato e punito.

A ridosso della pubblicazione, nel 1966, del primo romanzo della Quadrilogia, lo scrittore inizia a ricorrere al «termine “nero”, identificando con precisione il genere di partenza, diverso dal giallo tradizionale all’insegna della detection» (p. 181). Per quanto Scerbanenco derivi il termine dal francese noir – a cui, del resto, ricorre anche Mondadori, con i suoi “I libri neri” (1961-62) e “I neri” (1964-66) –, lo adotta anche per evidenziare l’appartenenza delle sue opere a un’illustre tradizione letteraria solita a rapportarsi con il problema del male. Italianizzando il termine “nero”, inoltre, scrive Pezzotta, lo scrittore sembra voler sottolineare «la specificità culturale e al tempo stesso l’italianità della sua operazione» (p. 182).

I romanzi che compongono la Quadrilogia ottengono un successo crescente, tanto da essere presto tradotti e premiati in Francia e guardati con interesse in ambito cinematografico. Si tratta di un successo del tutto inedito per un autore italiano di gialli e le recensioni positive del periodo tendono a insistere sulla capacità dei suoi romanzi di affrontare la contemporaneità in modo realistico, grazie soprattutto all’abilità nel  rappresentare la violenza del periodo. Se nella Quadrilogia si intrecciano il romanzo-enigma tradizionale con il nuovo giallo d’azione di scuola americana, il personaggio di Lamberti resta un detective differente da quelli hammettiani e chandleriani; tutto sommato, da tali universi, Scerbanenco si limita a derivare qualche suggestione ambientale, ma ciò che, secondo Pezzotta, Chandler fornisce a Scerbanenco è soprattutto

un’estetica, dove l’osservazione di prima mano della realtà (la cronaca nera tanto temuta dal fascismo) viene filtrata da una coscienza morale. Non è il suo unico modello […] ma il punto di partenza è lo stesso: il realismo, o meglio l’aspirazione al realismo; un realismo che, sia a livello di intenzionalità dell’autore sia di ricezione, svolge […] una “funzione modellizzante”, e che pertanto diventa ideologia (p. 191).

È il realismo dell’ambientazione milanese, del centro e delle periferie, in rapida trasformazione a colpire il lettore della Quadrilogia, un realismo che non mancherà di esercitare un «irresistibile effettonostalgia» su diversi scrittori degli anni Novanta. Quella messa in scena dai romanzi della Quadrilogia è un’umanità che vive ai margini della società civile e in ostilità ad essa:

ladri pronti a diventare assassini, per caso o per crudeltà congenita; prostitute di ogni età e livello; prosseneti e sfruttatori, sia uomini sia donne; trafficanti di valuta, di armi e di droga; gigolò, papponi, giovani sbandati, maniaci sessuali; serial killer. Accanto a essi compaiono onesti lavoratori del ceto operaio o della piccolissima borghesia […]. Questi ultimi spesso sono le vittime designate di una società che sta cambiando (p. 193).

È una città feroce quella raccontata da Scerbanenco e se i criminali vengono presentati privi di qualsiasi scusante, anche il resto della società non può dirsi del tutto innocente. «In questa metropoli, a conservare un senso della morale e del decoro, a essere depositaria dei pochi valori autentici cui Scerbanenco sembra tenere, è solo la borghesia – o meglio, la piccola borghesia: un ceto schiacciato tra la violenza delinquenziale del sottoproletariato e la prepotenza dei ricchi che la marginalizzano e indirettamente la sfruttano» (p. 193). Quella di Scerbanenco, sostiene Pezzotta, è una visione della società anacronistica e ormai superata.

Nella Quadrilogia il realismo, ispirato dalla cronaca e fondato sulla precisione topografica, diventa una retorica: lo strumento per esprimere in modo programmatico, quando non didascalico, un’ideologia precisa, che nella società cova sopita perché nessuno ha il coraggio di esprimerla. È l’ideologia della cosiddetta maggioranza silenziosa: l’ideologia di chi, di fronte a una percezione di insicurezza, di fronte alla paura innescata dalle trasformazioni sociali, pensa che la legge non offre protezione sufficiente, e auspica soluzioni alternative – o regressive. Per raccontare questo mondo ed esprimere questa ideologia Scerbanenco intreccia due sguardi e due voci, quella del protagonista Duca Lamberti e quella del narratore cosiddetto eterodiegetico. A differenza che in una narrazione oggettiva alla Hemingway, nei romanzi della Quadrilogia un classico narratore manzoniano onnisciente interviene costantemente a giudicare i personaggi e gli eventi, a svolgere considerazioni di ordine generale e a influenzare la tonalità emotiva e l’interpretazione delle vicende – anche con un solo aggettivo o avverbio idiosincratico. È un narratore spesso beffardo, per altro non nuovo nell’opera di Scerbanenco (p. 194).

La narrazione eterodiegetica consente allo scrittore di mantenere saldamente il controllo del discorso dall’esterno e a far sì che il lettore si identifichi con il narratore onnisciente e con il suo giudizio morale. Scerbanenco si rende conto che la civiltà di massa è quella delle merci e della fine di ogni solidarietà collettiva, ma, sostiene Pezzotta, lo scrittore si limita a prenderne atto, tanto da evitare accuratamente ogni termine che possa rimandare a categorie critiche proprie alla cultura di sinistra.

Ciò che evoca la parola “massa” agli occhi di Scerbanenco non sono le leggi del mercato, lo sfruttamento dell’economia capitalista e il genocidio del popolo: è la paura del caos e di perdere i propri privilegi di classe. Ciò che evoca la parola “massa”, agli occhi di Scerbanenco, non è il capitalismo, è il “massacro”, la violenza diffusa e che può sbucare ovunque dalle periferie, dai meridioni […], minacciando il quieto vivere borghese. Il problema della criminalità di massa è solo un problema di ordine pubblico (p. 198).

Scerbanenco è intimamente reazionario, infastidito dalle manifestazioni più superficiali della civiltà di massa, spaventato dal senso di insicurezza che percepisce in essa e dal non sentirsi tutelato dalla legge, dunque tende a rifugiarsi in un “eroe”, per quanto “sporcato”, per renderlo maggiormente al passo con i tempi, un eroe tenuto a ricorrere alla violenza per fronteggiare i delinquenti. Allo scrittore interessa «ispirare orrore per gli assassini, esseri degenerati, subumani, macchiati da una tara genetica che esclude qualunque forma di redenzione, morale e sociale» (p. 206). La morte violenta a cui sono destinati i malfattori diviene per Scerbanenco una forma di risarcimento.

Nel quinto capitolo del volume Pezzotta, ricorrendo anche a fonti epistolari e archivistiche inedite o poco note, ricostruisce le negoziazioni effettuate negli adattamenti dei romanzi e dei racconti dello scrittore a partire dalla fine degli anni Sessanta. Di come il successo di Scerbanenco rilanci la narrativa gialla e di come i nuovi modelli che fanno capolino conducano il genere verso altri paradigmi ideologici e nuove forme si occupa, invece, il sesto capitolo. Lo studioso delinea qua le tendenze principali del cinema giallo, nero e poliziesco nel decennio tra il 1969 ed il 1979, dando particolare rilievo alla questione del realismo, all’intertestualità, al dialogo con gli episodi di la cronaca, individuando intrecci tra il cinema degli autori, i generi e le influenze straniere. Dopo aver raccolto in un primo tempo istanze dell’ideologia scerbanenchiana, scrive Pezzotta, nella seconda metà degli anni Settanta, il cinema di genere italiano finisce per privilegiare il grottesco e la commedia per poi, con l’entrata in crisi del cinema popolare, cedere gradualmente l’ambito del giallo, in tutte le sue varianti, alla televisione.

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In ricordo di Vincenzo Ruggiero https://www.carmillaonline.com/2024/02/04/in-ricordo-di-vincenzo-ruggiero/ Sun, 04 Feb 2024 21:00:12 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=81078 di Gioacchino Toni

In occasione della recente scomparsa di Vincenzo Ruggiero è doveroso tributargli un ricordo su “Carmilla online”. Chi scrive ha conosciuto e frequentato Vincenzo a Londra nei primi anni Novanta mantenendo nel tempo con lui un rapporto di amicizia. Signorile nei modi come, a volte, soltanto chi è di origini sottoproletarie sa essere, Vincenzo amava intrattenersi con le persone più diverse e farle incontrare tra loro. Frequentarlo significava imbattersi in intellettuali radicali così come in devianti dalla retta via refrattari ad accettare il presente e il futuro loro riservato da questo mondo, oppure in artisti, attori o musicisti fuori [...]]]> di Gioacchino Toni

In occasione della recente scomparsa di Vincenzo Ruggiero è doveroso tributargli un ricordo su “Carmilla online”. Chi scrive ha conosciuto e frequentato Vincenzo a Londra nei primi anni Novanta mantenendo nel tempo con lui un rapporto di amicizia. Signorile nei modi come, a volte, soltanto chi è di origini sottoproletarie sa essere, Vincenzo amava intrattenersi con le persone più diverse e farle incontrare tra loro. Frequentarlo significava imbattersi in intellettuali radicali così come in devianti dalla retta via refrattari ad accettare il presente e il futuro loro riservato da questo mondo, oppure in artisti, attori o musicisti fuori moda per scelta o condannati ad esserlo o, ancora, in chi si trovava, a distanza di tempo, a dover fare i conti con un passato turbolento. A cena con lui facilmente tutta questa umanità si mescolava tra le nuvole di fumo delle sue, tante, Nazionali o Gauloises rigorosamente senza filtro. Da lui si imparava soprattutto a infrangere i pregiudizi ed a guardare le cose e le persone da altri punti di vista rispetto a quelli spacciati come unici dal buonsenso comune e dagli accademici accomodanti e riappacificati con il mondo.

Vincenzo Ruggiero rientra sicuramente tra gli studiosi di spicco della sociologia e della criminologia critica contemporanea. A lui si devono imprescindibili studi sulle devianze e sugli aspetti criminali del potere. Autore di una produzione saggistica davvero sterminata, basti osservare l’elenco dei suoi principali lavori riportati dal sito della Middlesex University di Londra ove, oltre a dirigere il Crime and Conflict Research Centre, ha insegnato Sociologia occupandosi in particolare di sistemi penali, violenza politica, movimenti sociali, crimine, conflitto e controllo.

In Vincenzo è difficile distinguere l’intervento accademico da quello militante. Egli è stato tra gli animatori di “Senza Galere” e di “Controinformazione”, insieme ad Ermanno Gallo, ed occuparsi di carcere e carcerazione – non solo politica – su posizioni abolizioniste non è mai stato facile in questo paese. A ricordarlo è lui stesso in un intervento in cui rendeva omaggio allo scomparso Primo Morioni: «Occuparsi di carcere negli anni ’70 e ’80 dello scorso secolo era come pronunciare una sorta di auto-denuncia; il carcere veniva considerato il luogo per eccellenza nel quale la “sovversione” doveva essere annientata, ma simultaneamente il luogo dove la stessa sovversione poteva divulgarsi. I comitati per la difesa dei detenuti politici venivano presi di mira dagli inquirenti e dai mass media in quanto “agenti esterni e interni” della lotta armata, organismi di trasmissione del dissenso e della rivolta tra militanti in custodia e complici o simpatizzanti in libertà». Così Vincenzo ha elencato ciò che secondo lui (e il sodale Primo) costituiva e costituisce l’universo carcerario:

il carcere è una fabbrica che produce criminalità, una sorta di scuola di avviamento al lavoro extra-legale; il carcere non è rivolto ai detenuti, ma a coloro che esigono continue rassicurazioni in merito all’esemplarità della propria condotta; il carcere è il tributo pagato da chi non riesce a dimostrare che la sua condotta è meno dannosa di quella di coloro che lo condannano; il carcere non è altro che un periodo di riposo violento, una forma di cassa integrazione degradante e non pagata, per chi viene espulso dal ciclo dell’economia criminale in quanto “esuberante”; il carcere, in periodi e sistemi di piena occupazione, seleziona forza lavoro coatta, alla quale affida le mansioni più avvilenti e faticose; è carcere produttivo (si vedano i gulag sovietici); il carcere, in periodi di esuberanza di lavoro, assume funzione distruttiva, deve eliminare il surplus di energie disposte ad occuparsi: è carcere improduttivo che sa soltanto annientare; il carcere, quando inflitto ai minori, è una forma di nonnismo sociale erogato a chi deve “pagare” per diventare come la maggioranza degli adulti; il carcere, quando inflitto alle donne, è un avvertimento affinché non diventino come gli uomini; il carcere, quando inflitto agli stranieri, è un monito rivolto a tutte le persone socialmente vulnerabili: non crediate di poter commettere reati senza possedere status, protettori, alleati e complici nel mondo ufficiale; il carcere traduce in sofferenza la nozione volgare di scambio e commercio: il creditore si appropria del corpo e della mente del debitore, che è incapace di farsi commerciante; il carcere non intende risocializzare, ma soltanto vendicarsi, producendo handicap psico-fisici; il carcere serve ad abbassare le aspettative sociali di chi lo subisce: una volta in libertà, gli ex detenuti accetteranno qualsiasi occupazione e retribuzione; il carcere è l’estensione del mercato del lavoro sommerso, destinato a chi si trova suo malgrado in una “porta girevole” che lo conduce periodicamente dal lavoro mal retribuito al lavoro semi-legittimo, da qui al lavoro extra-legale e, appunto, alla detenzione; il carcere, in quanto crea opportunità di lavoro, è un contributo, una tassa, estorta da chi altrimenti sfuggirebbe al computo fiscale; il carcere eroga servizi in condizione coercitiva a chi quei servizi non ha ricevuto in libertà; il carcere è un deposito di esseri umani, un concentrato di problemi creati da chi non è in grado di risolverli; il carcere è parte dell’industria della sicurezza, troppo remunerativa per concepirne l’abolizione1.

Su “Carmilla online” è stato dato spazio  diverse volte alle analisi da lui prodotte, a partire dal suo articolo I rifugiati politici italiani in Francia, concepito originariamente per un pubblico non italiano, per una rivista di sociologia critica del diritto2 circolante nelle maggiori università del mondo,  tradotto e pubblicato in italiano sulla rivista “Vis-à-vis. Quaderni per l’autonomia di classe” nel 1994 e riproposto da “Carmilla online” nel 20043. Si tratta di un pezzo riguardante l’enormità della situazione dei rifugiati politici in Francia nota in questo paese soprattutto tra i meno giovani militanti della sinistra e pressoché sconosciuta all’estero. L’intenzione dell’autore è stata perciò quella di documentare una storia e denunciare una condizione di cui pochi erano a conoscenza.

Di seguito si riprendono, in ordine meramente cronologico, gli scritti che su “Carmilla online” si sono occupati di alcuni dei suoi tanti libri.

Dopo una serie di conferenze e articoli in cui Ruggiero ha fatto ricorso a testi letterari e artistici al fine di spiegare determinati concetti sociologici, e dopo aver guardato alle stampe di Giovan Battista Piranesi, alle sue “prigioni della mente”, per spiegare l’essenza immateriale del carcere contemporaneo, e ad alcuni scritti di Daniel Defoe per ragionare sulla differenza tra “affari appropriati” e “affari non appropriati” e sulla “legittimità morale” degli affari, lo studioso ha deciso di selezionare alcuni classici della letteratura per ragionare sulle principali questioni concernenti criminalità e controllo sociale, nella convinzione che l’immaginazione letteraria possa davvero fornire contenuti essenziali all’argomentazione razionale.

È da tale convincimento che nasce Crimini dell’immaginazione. Devianza e letteratura (Il Saggiatore, 2005), originale testo in cui alcuni classici della letteratura – di Fëdor Dostoevskij, Albert Camus, Miguel de Cervantes, John Gay, Bertold Brecht, Charles Baudelaire, Jack London, Émile Zola, James Baldwin, Richard Wright, Herman Melville, Thomas Mann, Mark Twain, Victor Hugo, Octave Mirbeau e Alessandro Manzoni – vengono letti sociologicamente, con la convinzione che la finzione possa essere più importante della sociologia, in quanto «la finzione possiede la parola e la parola conquista le idee»4.

Nel volume La violenza politica (Laterza, 2006) l’autore si è invece soffermato sul rapporto tra violenza istituzionale (dall’alto) e violenza anti-istituzionale (dal basso) partendo dagli strumenti concettuali della criminologia, polemizzando con le omissioni di comodo di numerosi studiosi a proposito della “violenza politica”. Ad essere qua affrontate sono le diverse varianti di violenza istituzionale ed anti-istituzionale e le teorie e le definizioni specifiche delle diverse epoche5.

All’inizio del 2023, intervenendo sullo sciopero della fame portato avanti dall’anarchico Alfredo Cospito condannato a forme di reclusione disumane, proprio per non limitare la questione alla sproporzione tra la pena ed i reati di cui era stato accusato ed a denunciare l’accanimento politico nei suoi confronti, a chi scrive è sembrato utile invitare a una generale riflessione critica sulle concezioni dei delitti e delle pene che sono alla base dei sistemi penali contemporanei riprendendo il volume di Vincenzo Ruggiero, Il delitto, la legge, la pena. La contro-idea abolizionista (Edizioni Gruppo Abele, 2011) recensito su “Carmilla online” una decina di anni prima6.

Nel passare in rassegna, attraverso un approccio abolizionista, a patire dai classici, le concezioni dei delitti e delle pene che sono alla base dei sistemi penali moderni, Vincenzo non si è limitato a realizzare una sorta di distaccata rassegna delle riflessioni che storicamente hanno affrontato la funzione e la filosofia della pena ma ha voluto occuparsi della questione con un orientamento critico alternativo al pensiero unico repressivo. Il pensiero abolizionista a cui ha inteso rifarsi emerge così, pagina dopo pagina, oltre che in tutta la sua potenza anche nella sua indispensabilità, soprattutto in un paese in cui, negli ultimi decenni, non di rado, anche quello che si pretendeva “pensiero critico”, evitando accuratamente di farsi coinvolgere in questioni concernenti la giustizia sociale, è parso appiattirsi nell’evocazione di legge ed ordine come soluzione di tutti i mali senza mai porsi il problema di riflettere seriamente sul delitto, sulla legge e sulla pena.

Con Perché i potenti delinquono (Feltrinelli, 2015) Vincenzo ha voluto introdurre all’analisi dello statuto criminale del potere a partire dall’esempio di come i momenti di crisi economica vengano presentati come situazioni eccezionali che richiedono deroghe alle regole ordinarie al fine di ristabilire la normalità allo stesso modo di come i paesi democratici, paladini dei diritti umani, si permettono di interrompere il rispetto di tali diritti, sempre grazie al fine ultimo di ristabilire le condizioni ordinarie. Dunque, la tendenza dei potenti ad arrogarsi il diritto di trasgredire, ignorare, riscrivere le regole, forti della logica che vuole che i loro interessi coincidano con gli interessi dell’intera comunità.

L’approccio proposto da Vincenzo ha voluto capovolgere l’idea di deficit, cara alla criminologia, che tende a leggere gli eventi criminali come atti derivanti da una mancanza di socializzazione, di famiglia, di risorse ecc. Se ciò può essere vero in molti casi, ha sostenuto lo studioso, di certo non lo è per quegli individui, o gruppi sociali, che commettono reati pur essendo ben inseriti socialmente con ambiti familiari funzionanti e disponendo di cospicue risorse. In questo testo, forte del suo approccio legato alla criminologia critica o radicale in cui ci si interessa più del danno sociale che non della definizione ufficiale di criminalità, Vincenzo non si è limitato a guardare soltanto ai fatti ufficialmente giudicati come criminali, ma ha voluto prestare attenzione anche a quei comportamenti che sono socialmente dannosi pur non essendo considerati criminali. In coda alla recensione di questo volume pubblicata su “Carmilla online” il 28 ottobre 2015, l’autore ha risposto anche ad alcune domande che gli sono state sottoposte a proposito di tali questioni7.

Le riflessioni proposte da Vincenzo nel libro Violenza politica. Visioni e immaginari (DeriveApprodi, 2021) aiutano a comprendere meglio le dinamiche di alcune forme di rivolta urbana, che ormai da tempo si susseguo su scala internazionale e caratterizzate, al di là dell’elemento scatenante – che può essere l’ennesimo episodio di violenza poliziesca nelle periferie delle grandi città, una pratica di gentrificazione selvaggia nelle metropoli o di distruzione dell’ambiente ecc. – da una logica economica che non esita a soffocare ed eliminare tutto ciò che rallenta il suo cammino. Secondo l’autore, l’analisi della violenza – condotta attraverso prospettive derivate dalla criminologia, dalla teoria sociale, dalle scienze politiche, dalla critica del diritto, dalla letteratura e, più in generale, dalle opere di finzione –, può contribuire a spiegare la formazione e la distribuzione sociale del potere nel corso del tempo. Nell’analizzare la violenza sistemica e istituzionale, i comportamenti delle folle, i tumulti, le sommosse e le rivolte, il terrorismo e la guerra, lo studioso scorge nella violenza politica, oltre che l’origine di alcuni dei pericoli che attraversano la contemporaneità, un potenziale di emancipazione e liberazione8.


  1. Vincenzo Ruggiero, Perché la pena?, in Archivio Primo Moroni, pubblicato originariamente sulla rivista “Come”, 2007.  

  2. “Crime, Law and Social Change”, Vol. 19, n. 1, 1993  

  3. Vincenzo Ruggiero, I rifugiati politici italiani in Francia, in “Carmilla online”, 10 Marzo 2004.  

  4. Vincenzo Ruggiero, Crimini dell’immaginazione. Devianza e letteratura, Il Saggiatore, Milano 2005. Gioacchino Toni, Vincenzo Ruggiero: Devianza e letteratura 1/2, in “Carmilla online”, 24 dicembre 2006 e Gioacchino Toni, Vincenzo Ruggiero: Devianza e letteratura 2/2, in “Carmilla online”, 26 dicembre 2006.  

  5. Vincenzo Ruggiero, La violenza politica, Laterza, 2006. Gioacchino Toni, Vincenzo Ruggiero: Il sogno di Prometeo e l’ignobile carneficina. Un inno agli antieroi, in “Carmilla online”, 14 Settembre 2006.  

  6. Vincenzo Ruggiero, Il delitto, la legge, la pena. La contro-idea abolizionista, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2011. Gioacchino Toni, Vincenzo Ruggiero, Il delitto, la legge, la pena, in “Carmilla online”, 6 gennaio 2012.  

  7. Vincenzo Ruggiero, Perché i potenti delinquono, Feltrinelli, Roma 2015. Gioacchino Toni, L’essenza criminale del potere. V. Ruggiero, Perché i potenti delinquono. Recensione e intervista all’autore, in “Carmilla-online”, 28 ottobre 2015.  

  8. Vincenzo Ruggiero, Violenza politica. Visioni e immaginari, DeriveApprodi, Roma 2021. Gioacchino Toni, Leggere le rivolte metropolitane, in “Carmilla online”, 16 febbraio 2021.  

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Gang gang gang! Immaginari e tensioni della metropoli – Ep. 1 https://www.carmillaonline.com/2023/05/10/gang-gang-gang-immaginari-e-tensioni-della-metropoli-ep-1/ Tue, 09 May 2023 22:40:32 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=77218 di Jack Orlando

La tuta della Nike e il borsello. Il doppio taglio. La “coattanza” di chi cerca rissa per farsi vedere, per affermare la sua presenza. Parlano di coca e di soldi, di lame e di puttane. L’espressione forzatamente cattiva, con le mascelle serrate, cozza con i lineamenti delicati, quasi infantili. Li vedi muoversi in branco intorno al muretto sotto le case popolari, nel centro città o sullo schermo del tuo smartphone.

Si sta codificando nelle periferie metropolitane e nelle loro province ammorbate un immaginario che non ha molto di nuovo, [...]]]> di Jack Orlando

La tuta della Nike e il borsello. Il doppio taglio. La “coattanza” di chi cerca rissa per farsi vedere, per affermare la sua presenza.
Parlano di coca e di soldi, di lame e di puttane.
L’espressione forzatamente cattiva, con le mascelle serrate, cozza con i lineamenti delicati, quasi infantili.
Li vedi muoversi in branco intorno al muretto sotto le case popolari, nel centro città o sullo schermo del tuo smartphone.

Si sta codificando nelle periferie metropolitane e nelle loro province ammorbate un immaginario che non ha molto di nuovo, ma suscita panico e repulsione nella società responsabile e attira magneticamente una gioventù multicolore e turbolenta.
E questo stuzzica le nostre antenne.
C’è qualcosa che brucia sotto la cenere ed è difficile definirlo sottocultura giovanile, difficile accoglierlo come una forma d’espressione rivoluzionaria o progressista o quello che vi pare.
Dalle casse bluetooth i ragazzini pompano machismo violento, sessismo becero, istigazione a delinquere e lumpencapitalismo predatorio. Potrebbe essere facile la tentazione di respingere in blocco tutta l’offerta bollandola come spazzatura.

Ma la trap, come musica e come forma di vita, dilaga e si afferma portandosi appresso tutti i clichè più pacchiani del gangsta rap ma perdendone spesso i virtuosismi di un’arte affinata in decenni, spezzando rime con onomatopee ossessive, innestando musicalità neomelodiche e scarnificando il lessico fino all’osso in una filiazione sporca dalla musicalità più pop ma dall’attitudine decisamente più punk.
Soprattutto spicca per come va accorciando la distanza tra la violenza dei suoi testi e quella della quotidianità dei suoi autori. Esistenzialmente, siamo più vicini ai ‘90 brutali di New York dei Mobb Deep che a quanto si è dato finora in Italia in questa scena musicale. Sottolineiamo il termine esistenzialmente, per non far torto a cultori del genere ma soprattutto per cogliere il dato d’interesse. Che, specifichiamo, non stiamo qui sfoggiare orecchie raffinate.

Per quel che ci riguarda è il dietro le quinte ad attirare la nostra attenzione, vedere chi e perché produce un determinato immaginario, sondare le possibilità di una linea di forza potenziale.
È quanto sta dietro, in termini di soggettività e di vissuto collettivo, ad una determinata produzione culturale o artistica a imprimerle un tratto di forza e renderla capace di produrre empatia ed immedesimazione. Per produrre immaginario forte, prima della tecnica, sono necessari il posizionamento e l’attitudine.
La cazzimma giusta nel posto giusto.

Immancabilmente se ne sono occupati i telegiornali e i servizi scandalistici dei programmi spazzatura che nutrono l’opinione pubblica di questo paese a colpi di fobie manettare, bigottismo morale e razzismo malcelato.
Una leva di giovanissimi artisti che supera i confini della propria scena nel momento in cui finisce in manette. Chi in galera, chi ai domiciliari. Accuse di risse, minacce, rapine, sparatorie.
Che le indagini siano un colabrodo e i capi d’accusa caschino su se stessi non importa granché. Operazioni di questura e servizi giornalistici vanno ad alimentarsi tra di loro in questi casi; quello che si canta al microfono diventa materiale d’indagine. Arrivano daspo urbani dopo che vengono girati videoclip, fogli di via dopo un concerto. Gli avvisi giudiziari si accumulano mentre i problemi legali e personali si ipertrofizzano.

Cosa guida questo accanimento poliziesco è facile intuirlo già solo guardando in faccia i soggetti in questione. Che nella musica di strada si parli di reati e di violenza è una costante, ciò che è diverso in questo caso è l’emergere, specialmente nel Nord Italia, di una dimensione razziale e sottoproletaria che inizia a ricalcare le banlieue di Francia.
Facce da arabi, nomi africani, brutti quartieri. L’immigrazione che ha messo radici ai margini delle metropoli ha dato vita alle proprie comunità di sfruttati e queste hanno generato figli che della fatica, delle umiliazioni e della miseria cui sono costrette le loro famiglie ne hanno le palle piene e cercano il proprio riscatto.

Se delinquenza e teppismo sono aspetti collaterali e strutturali di ogni condizione subalterna, allora la ricerca di dignità ed affermazione esistenziale partirà da qui, dagli elementi che gli sono più prossimi per trascrivere un proprio immaginario.
Costruire attorno al proprio vissuto una specifica narrazione autonoma è d’altronde il primo passaggio di ogni resistenza.
Non solo, è anche una possibilità materiale di riscatto personale. È mettendo in musica il proprio vissuto che le leggende dell’hip hop si sono alzate da una condizione di miseria e violenza altrimenti senza uscita. Non serve citare esempi.
Per questi artisti non fa differenza, vale la stessa regola, ciò che cambia è che tecnologia e social network permettono ascese (e cadute) molto più rapide. Ci vuole molto poco a fare un videoclip, quasi nulla a registrare una traccia, bastano un paio di singoli per firmare con un’etichetta e non essere più un pezzente sulle panchine del parchetto.

Ha colto bene il senso di ciò l’antropologo Pietro Saitta definendola una violenta speranza1. Un tentativo di ribaltare una condizione squalificante cavalcandola come mezzo di successo personale e come salvagente esistenziale.
C’è qualcosa di potente dietro questa lirica, che evidentemente travalica di gran lunga il droga&puttane, ed è una chiara identificazione collettiva e generazionale. La violenza verbale apre ad una consapevolezza che, nemmeno troppo in controluce, reca in sé uno spiccato istinto di classe.

A mò di esempio: marzo 2021, ancora in mezzo alle restrizioni da covid, a San Siro si raduna una folla di ragazzini. Stanno girando il videoclip dei trapper Neima Ezza e Baby Gang, il titolo è “Rapina”.
Bastano le prime rime a vedere che c’è un di più che va nel profondo, oltre la spavalderia.

Mio fra che magna
Se non metto il passamontagna?
Lo buttano in gabbia
Pensando che il ragazzo cambia
Ma esce fra con più rabbia
Italia corrotta e mafia
Lo Stato fornisce
E poi dopo ci butta in gabbia

La galera non è una cazzata da rapper stavolta, lo sa Baby Gang, lo sanno i ragazzi dei suoi quartieri e quelli cresciuti al margine. Qui si esorcizza il suo spettro rivendicando la propria illegalità. È un elemento che fa parte del vissuto della comunità subalterna e ci si transita facilmente.
Quanto facile? Basta guardare il video; la folla di ragazzini per metà della clip è impegnata in una sassaiola con un reparto della celere intervenuta tra i vicoli per disperderla (è ancora il periodo di divieto degli assembramenti). Seguiranno perquisizioni e denunce, diverse a carico di minori.

La posta in gioco traspare subito nelle dichiarazioni della stampa:

“Se si riescono a portare trecento ragazzi senza un’organizzazione vera e propria, diventa una cosa preoccupante, commenta il questore di Milano, Giuseppe Petronzi: Ora stiamo studiando le condizioni in cui si è verificato questo fenomeno.”2

Emulazione dei leader e quindi costruzione di modelli, mobilitazione rapida e spontanea, l’incontrollabilità di una gioventù razzializzata e la sua presunta attitudine violenta. Il teppismo assurge a ultima bandiera di fronte ad una frustrazione costante del presente che non lascia sbocchi. Il video in questione è un tassello importante nella persecuzione giudiziaria di cui sopra. Per i tutori dell’ordine il rischio del contagio è grande e da scongiurare immediatamente.
E forse il timore non è campato in aria.

“Peschiera è Africa!” do you remember? Oltre un migliaio di poco più che bambini, immigrati e non, che muove da tutta la provincia veneto-lombarda per un appuntamento lanciato sui social e converge sui luoghi della movida rivierasca per vandalizzarla. Ritornano le immagini di casse bluetooth con la trap, tute e doppio taglio, ancora la polizia antisommossa che cerca di sloggiarli. Già ne avevamo parlato in queste pagine.3
Ancora indietro, te lo ricordi invece delle notti di Torino e Milano? “Tu ci chiudi tu ci paghi” si gridava ovunque, spesso finendo a contatto con la polizia.
La vetrina di Gucci in Piazza Castello, sfondata e saccheggiata, i selfie davanti ai monopattini in fiamme, i tavolini dei bar e le fioriere che volano sulla celere.
Ancora loro, tuta e doppio taglio, sfumature di blackness, è sempre la stessa composizione che dovrebbe garantire, col proprio sudore, il buon funzionamento della locomotiva d’Italia e invece ne turba il sonno, scalcia contro i suoi ingranaggi.
C’è una collettività che non è ancora comunità politica, ma esprime sé stessa con rabbia e spregiudicatezza.
Questi selvaggi sono ingrati, non sanno stare al loro posto.

Tornando ai nostri artisti, restiamo sempre sui due nomi di prima.
Più datato è il pezzo “Baby” di Baby Gang. Stavolta le immagini sono più crude, anche se studiate a tavolino: spazi angusti e affollati, passamontagna, bossoli e armi da fuoco, canne girate tra i polpastrelli, bilance e pezzi di cocaina sul tavolo. Il grigio e il nero sono i toni che dominano in una luce metallica.

È un’iperbole di immaginario criminale, di quella delinquenza da bassifondi dove si rischia tanto per poche briciole, messa però a fare da cornice ad un racconto autobiografico, dove il nocciolo sta nella condizione del sottoproletariato immigrato. Marocchino e povero in Italia, condizione doppiamente squalificante in cui ognuno dei due termini alimenta l’altro.
Di qui la pratica illegale che assurge a linea di condotta, anche quando non prospetta una via d’uscita, ma consapevoli transiti in galera.

Quale street, quale strada
Tuo padre è un avvocato e mia zia gli pulisce casa
Mia zia gli pulisce casa
Mio frate gli svuota la casa e
Prende frate quella cassa poi
Si fa un anno di vacanza
Non a Dubai o Casablanca
Ma con lo zio Peppe in casanza
A giocare a scala quaranta

La gabbia d’acciaio non concede scappatoie. Per quanto rivendicata ed esaltata, la condizione subalterna e delinquenziale non risponde mai all’esigenza primaria, quella dello stare bene, di vedere felice la famiglia e gli amici. Tema che ricorre come un filo sottile e bruciante lungo tutta questa produzione di genere.

A ben vedere sono due gli elementi che emergono ciclicamente come salvifici.
In primo luogo il gruppo: gli amici, la gang. Che iconograficamente affolla quasi tutta la videografia, oltre che i testi e il sottofondo sonoro; perché è automatico e naturale che chi non ha nulla in tasca si giochi le carte sulla relazione. Nei quartieri avere una collettività di riferimento vuol dire non solo crescere, ma esistere, avere una conferma da qualche parte della propria presenza, sapere di valere qualcosa.
È in gruppo, solo in gruppo che ci si sente forti.
Si parla di cash e di impicci ma si legge della ricerca della forza comune.
La collettività. Aggressiva, violenta e gioiosa. Capace di muoversi in branchi grossi e spavaldi. Dallo schermo dello smartphone al quartiere, dalle telecamere del tg alla piazza invasa. “È una cosa preoccupante”, diceva il questore, quando i selvaggi prendono parola.

L’altro elemento salvifico è la musica. Attraverso la messa in opera del proprio vissuto si ricerca quel successo personale che le vie legali semplicemente proibiscono, mentre quelle illegali lo lasciano solo subodorare per poi tramutarlo in incubo ancora più profondo.
È la svolta che salva dalla sfiga.

È Neima Ezza stavolta a rendere perfettamente tangibile tutto ciò nel suo “Risposta”, un pezzo decisamente più intimista e senza fronzoli, che controbatte alla macchina del fango che gli si è rovesciata addosso e di cui dicevamo poco sopra. Qui il razzismo quotidiano, la brutalità poliziesca, lo stigma vengono apertamente sfidati attraverso il lavoro musicale e le sue possibilità.

questi sai cosa dicono?
“un artista ruba l’oro”
ma il mio contratto di lavoro
vale dieci volte il loro
infangano il mio nome perché ce la sto facendo
un giorno lascerò il mio bendo
morendo lascerò il segno
solo sbirri corrotti mai visto uno corretto
mi dà dello straniero usando frasi in dialetto
io non mi diverto
chi ci darà indietro il tempo che abbiamo perso?
le cose che hanno detto ci rimarranno dentro
ma io non ci do peso
come ogni razzista che insulta sui social network

Questi ragazzi vogliono spaccare perché hanno fame ed hanno ragione, perché vogliono ciò che la società promette e non rende mai, specialmente se stai tra gli ultimi.
Vogliono i soldi perché sono intimamente capitalisti? O forse perché i soldi sono ciò che rappresenta la “via d’uscita”, lo stare bene, la fine della fame?
Ma non parlano d’amore! Non portano avanti ideali nobili, diranno gli amanti dell’umanità, le anime belle. I loro messaggi sono tutto tranne che edificanti.
Bene! C’è qualcosa di più liberatorio di prendere da dentro i propri giorni tutta la merda accumulata e trasformarla in qualcosa di potente, di vivo?
E poi che cosa dovrebbero portare in alto, la fratellanza universale? La bandiera rossa?
Nella morte e nell’impotenza degli slanci politici, tra l’autismo dell’antagonismo, la stucchevole ipocrisia del discorso umanitario e l’ostilità dello stato, dov’è precisamente che dovrebbero trovare la liberazione?

Louisa Yousfi, giovane giornalista francese di origine algerina, ha colto nel segno praticando un percorso molto simile a quello operato qui, ma di ben altra profondità, seguendo le liriche dei trapper Booba e PNL, per aprire uno squarcio nella cattiva coscienza francese e farne sgorgare il sangue delle banlieue, del lato cattivo.
Tutta questa roba, questa poesia trucida, ha un unico scopo: restare barbari.4
Laddove la cosiddetta integrazione non solo ha fallito, ma ha scientemente prodotto una specifica forma di colonizzazione interna alle metropoli democratiche e generato una subalternità cui si imputa quotidianamente un’inferiorità colpevole e, paradossalmente, congenita; ribaltare l’accusa è una pratica di resistenza, risignificare la propria mostruosità vuol dire aumentare la propria potenza, sottolineare l’alterità è ricomporre i pezzi smembrati della propria anima.
È una vendetta contro la dominazione e un assalto alla conquista della propria condizione umana.

Non c’è da fare alcuna mitopoiesi del sottoproletariato, sono le comunità a creare i propri miti. Né di categorizzare moralmente o politicamente lo spaccio e la violenza gratuita.
L’obbiettivo è comprendere. Annusare l’aria. Occorre inseguire le linee di frattura della società alla maniera delle bestie, fiutandone il sangue dalle ferite.

Questa musica merita di essere ascoltata perché mette in opera l’indicibile; salva chi la pratica ma, svelando un vissuto comune, salva anche tutti gli altri. La gang, la famiglia.
È strumento di liberazione perché offre un linguaggio a chi è privato di voce. Perché qualcuno possa ascoltarla e riconoscersi, fare un passo avanti nel dare una forma ai demoni dentro di sé, perché sappia che altri individui, ostili, invece la ascoltano e provano paura.
Oderint dum metuant.
Se scandalizza, se fa paura, fa bene. Perché le voci che giungono dall’abisso, non vengono mai in pace.


  1. P. Saitta, Violenta Speranza. Trap e riproduzione del panico morale in Italia, Ombre Corte, Verona 2023  

  2. https://www.milanotoday.it/attualita/sassaiola-video-rapper-perquisizioni-sansiro.html 

  3. https://www.carmillaonline.com/2022/06/29/banlieue-del-garda/ 

  4. Lousa Yousfi, Restare barbari. I selvaggi all’assalto dell’Impero, DeriveApprodi, Roma 2023 

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“Ci unisce lo stesso dolore”. Memoria e ricerca di vita nel collettivo Madri di Iguala in Cerca dei Desaparecidos https://www.carmillaonline.com/2020/08/25/ci-unisce-lo-stesso-dolore-memoria-e-ricerca-di-vita-nel-collettivo-madri-di-iguala-in-cerca-dei-desaparecidos/ Mon, 24 Aug 2020 22:00:07 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=62394 di Fabrizio Lorusso, traduzione di Manuela Loi

[Pubblicato originariamente il 24 gennaio 2019 in spagnolo sui siti A dónde van los desaparecidos, l‘America Latina e Desinformémonos; testimonianze audiovisuali alla fine del testo]

Al 22 agosto 2020 i dati ufficiali del governo messicano mostravano la cifra di 74, 914 persone scomparse, vittime di sparizioni forzate commesse da autorità statali o da gruppi della criminalità organizzata. Negli ultimi dieci anni il Messico ha sperimentato una grave crisi di violenza e scomposizione del tessuto sociale nel contesto di una “guerra al [...]]]> di Fabrizio Lorusso, traduzione di Manuela Loi

[Pubblicato originariamente il 24 gennaio 2019 in spagnolo sui siti A dónde van los desaparecidos, l‘America Latina e Desinformémonos; testimonianze audiovisuali alla fine del testo]

Al 22 agosto 2020 i dati ufficiali del governo messicano mostravano la cifra di 74, 914 persone scomparse, vittime di sparizioni forzate commesse da autorità statali o da gruppi della criminalità organizzata. Negli ultimi dieci anni il Messico ha sperimentato una grave crisi di violenza e scomposizione del tessuto sociale nel contesto di una “guerra al narcotraffico” che dal 2006 in realtà rappresenta una forma di conflitto armato interno e di militarizzazione della sicurezza pubblica per favorire l’estrazione di risorse e il modello economico neoliberale e non una lotta del governo contro “i cartelli della droga”. Decine di collettivi di resistenza e lotta per la verità, la giustizia e la ricerca dei desaparecidos sono sorti in tutto il paese, soprattutto per iniziativa delle donne, madri, mogli, sorelle e solidali unite dallo stesso dolore e dalla ricerca in vita di persone scomparse, ma anche, in molti casi, semplicemente dei loro corpi o le loro ossa, e delle fosse clandestine in cui potrebbero trovarli. In questa realtà distopica, nell’inerzia delle autorità e di parte della società, pochi frammenti ossei e resti umani diventano tesori d’inestimabile valore per le famiglie distrutte dall’assenza. Questa è la storia di uno di loro.

Il collettivo Madres igualtecas en Busca de sus Desaparecidos (Madri di Iguala alla ricerca dei desaparecidos) è un gruppo formato nell’aprile 2018 a Iguala, Guerrero, composto da novantanove donne e quattro uomini che cercano i propri cari scomparsi. 

Il testo consiste in brevi interviste ai membri del gruppo su questioni come la ricerca e il ritrovamento, la memoria, un pensiero che è loro desiderio condividere, e il collettivo. Per questo reportage, concepito nell’ambito di un progetto di ricerca di storia orale patrocinato dalla Universidad Iberoamericana León (Messico), sedici persone hanno scavato nella loro memoria e portato la loro testimonianza. Piano piano, la loro lotta è riuscita a trasformare un dolore comune in un anelito collettivo di ricerca e in coscienza dei diritti che sono stati loro negati. Il dolore e la ricerca delle madri di Iguala e del Messico irrompono nello spazio pubblico e così facendo trascendono, vanno oltre il caso individuale, le cifre ufficiali e la solitudine, per diventare un patrimonio morale di tutta la società contro la paura e l’ingiustizia.

Ispirazioni

Questo lavoro si ispira a due progetti artistici e letterari che recentemente hanno contribuito a rendere visibili le storie delle vittime del conflitto armato in Messico, dando voce e parola a quelli/quelle senza voce in questo momento di nebbie e notti terribili.

Il primo è una mostra di scarpe sulle cui suole vengono incisi messaggi sui temi della “ricerca e il ritrovamento” e che diventano veicoli del pensiero e la memoria dei familiari che cercano i e le desaparecidas. Sono le loro scarpe che recano frasi di dolore, speranza e ricerca, consumate dai chilometri percorsi in manifestazioni, proteste, uffici, strade, deserti e infiniti corridoi burocratici. Ogni testo è riprodotto anche su un foglio con sfondo verde speranza e rappresenta senza mediazioni la volontà dei familiari. Si tratta di un progetto itinerante e collettivo chiamata Huellas de la memoria (Orme della memoria) e che, nelle sue vicissitudini attraverso vari continenti per tre anni, è diventato megafono e cassa di risonanza della lotta all’interno della una Campaña Internacional contra la Desaparición Forzada (Campagna Internazionale contro la Sparizione Forzata).

L’altra fonte d’ispirazione è il progetto Memorias de un Corazón Ausente (Memorie di un cuore assente), un libro di storie di vita dove alcune donne costruiscono la memoria dell’assenza dei propri cari di cui sono alla ricerca. Al di là della sparizione e del loro caso specifico, intessono narrazioni sulla vita, le passioni, i gusti, i ricordi e, infine, la presenza dei propri familiari. Nell’introduzione, Jorge Verástegui González, uno dei fondatori di Fuerzas Unidas por Nuestros Desaparecidos en Cohauila (Forze Unite per le Nostre Persone Scompare in Cohauila), descrive un concetto importante: quello della ricerca di vita, che aiuta a capire la comunità del dolore e della speranza che spinge alla lotta molti collettivi. Chi non c’è più ed è cercato, cioè, potrebbe essere o non essere in vita, ma in fin dei conti quello che motiva la ricerca è la vita in sé, sia nel suo significato materiale che spirituale. Ciò che si cerca è la vita e il ricongiungimento, in qualunque modo avvenga, per chiudere un “lutto sospeso”, un ciclo di dolore che ferisce profondamente non solo le vittime, ma tutta la società. La costruzione di narrazioni e significati alternativi da quelli generati dalle strutture dello Stato e dai mezzi di comunicazione di consumo immediato, con la loro inclinazione ufficialista, sensazionalista e spesso rivittimizzante, è uno dei compiti chiave del giornalismo di inchiesta, della storia orale e della storia del presente, approcci che guidano queste interviste.

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Testimonianze

Sandra

Madres Igualtecas Messico desaparecidos

Sandra Luz Román Jaimes ha 55 anni ed è di Iguala. Lotta contro un cancro e per ritrovare la figlia Ivette Melissa Flores Román, che ha oggi 25 anni ed è scomparsa il 24 ottobre 2012. Sandra accompagna nel cammino il nuovo collettivo costituito a Iguala lo scorso 15 aprile e che si chiama “Madres Igualtecas en Busca de sus Desaparecidos”.

Ricerca. Per me significa soddisfazione, lotta, ricerca della giustizia e della verità. Quando la cerco, per esempio nelle carovane di ricerca in vita, mi sento bene con me stessa perché non smetto mai di cercarla. Per me è un privilegio avere un’associazione che mi invita a cercare i desaparecidos. Non solamente cerco mia figlia ma anche altri mille desaparecidos perché posso ritrovare lei così come i figli delle mie compagne. Se non la cercassi, mi sentirei incompleta, come se non stessi facendo niente per scoprire la verità.

Quando usciamo a fare le ricerche per i campi o nelle fosse o nelle cliniche o all’ospedale o al Semefo (Servizio medico forense), uno sente il timore, la paura che dentro quelle fosse possa esserci lei. O che si trovi in qualche manicomio o che stia vagando per le strade di qualche città. Sì, sentiamo una tristezza infinita. Non solo io ma tutti quanti ci sentiamo tristi e incompleti, però allo stesso tempo sentiamo soddisfazione pensando che in futuro i nostri nipoti o i figli dei nostri cari desaparecidos potranno dire: “Quando qui nessuno cercava i desaparecidos  ed è scomparsa  mia mamma o una zia, la mia nonnina ha fatto parte di quel periodo nel quale hanno fondato il primo gruppo di “Los otros desaparecidos” e da lì, dalla sparizione forzata dei 43 studenti, la gente ha iniziato a cercare i proprio figli”.

Diventerà quasi una leggenda e rimarrà impressa per molti anni. Probabilmente io non sarò qui per vederlo ma diventerà qualcosa di molto simbolico. Simbolico persino in un senso “cattivo”, perché “chi avrebbe voluto che in quel periodo tutti i nostri figli sparissero?

E così nel 2012 sono state fatte sparire solo donne, mia figlia è di quel periodo nel quale si portavano via solo le ragazzine. O trovavano i ragazzi per strada per portarseli via senza meta. Adesso siamo nel 2018 e ancora non so dove si trovi mia figlia. Rimarrà impresso quel 26 settembre 2014, storico. Si sono formati molti collettivi. È la data chiave in cui la gente “ha perso la paura”. Per modo di dire, perché continua a esserci gente che ha paura, ma mi piace pensare che è stato allora che abbiamo perso la paura e abbiamo pensato che se i genitori dei 43 stavano portando avanti la loro lotta, allora anche noi dovevamo intraprendere la lotta e cercare i nostri figli.

Memoria. Mi ricordo di lei che mi diceva sempre: “Io non mi sposerò, sarò sempre single, e non ti mancherà mai niente, ti darò tutto io e non ti succederà niente”. Era mia figlia ad aiutarmi, mi ha incoraggiata ad andare avanti insieme, lavoravamo tutte e tre ecco. Ha preso il tesserino per studiare criminalistica, voleva diventare dottoressa in criminalistica. E manteneva sua figlia perché ha una bambina che adesso ha otto anni, ha un carattere forte. Vivo con lei. A causa della scomparsa di mia figlia mi sono ammalata di cancro al seno, è stato ormonale e benigno, anche se la Commissione Esecutiva per l’Attenzione alle Vittime dice che non esiste relazione con il fatto vittimizzante, in realtà lo è perché sei anni fa il cancro non ce l’avevo. Mi è toccato passare per la fase delle chemio e credo che la cosa sia arrivata alle orecchie del suocero di mia figlia e la bambina è venuta a cercarmi. Adesso è appena da settembre che convivo con la bambina e ho sempre paura perché la porto, la accompagno, e può darsi che stia rischiando molto, perché potrei anche non ritornare.

Pensiero. Dico a mia figlia che, ovunque sia, la ricorderò sempre con tanto affetto e, se è viva, le dico di andare avanti per la sua strada, di studiare, di non rovinarsi la vita facendo stupidaggini e di percorrere la strada del bene. Di chiedere aiuto a qualche associazione civile per poter uscire da dove si trova. E se non vive più, allora la porterò sempre nei miei ricordi, la sua vita e la sua immagine. E chiederò sempre giustizia per ciò che è successo.

Collettivo: Ci unisce lo stesso dolore, perché tutte andiamo nella stessa direzione, qui nessuno può camminare in un sentiero d’argento, una in quello d’oro e l’atra in quello di rame, cioè tutte seguiamo la stessa direzione e il dolore ci tiene unite. Adesso abbiamo un nuovo collettivo, trovo unione tra tutti i compagni e come collettivo l’idea è cercare verità e giustizia. Se tu cammini solo, non le troverai mai, invece come collettivo abbiamo il vantaggio di potere fare richieste al governo, perfino di chiudere un’istituzione o protestare quando non siamo d’accordo con iniziative che hanno preso per noi.

Trovo che le strade e gli ostacoli che ho incontrato sono serviti perché adesso gli altri del collettivo non devono passare per le stesse cose. Si impara gli uni dagli altri. Nel mio caso, ho imparato da sola prima della sparizione dei 43 studenti. Quando per esempio le istituzioni sono arrivate alla chiesa di San Gerardo, che è dove è stato fondato “Los otros desaparecidos de Iguala” (gli altri desaparecidos di Iguala”), io le conoscevo già e sapevo quali proposte avrebbero fatto come PGR (Procura Generale della Repubblica) o CEAV (Commissione Esecutiva di Assistenza alle Vittime), per esempio. Grazie alle operazioni con CEAV sono appena riuscita ad ottenere un appello a livello nazionale per negligenza del governo, perché non hanno mai cercato mia figlia né lo faranno, e allora saremo noi a doverli trovare.  La Commissione con il suo sostegno economico permette che continuiamo a muoverci in carovane, e anche grazie a questo ho potuto ottenere l’appello e il caso di mia figlia guadagna un gradino in più verso le istanze internazionali. Abbiamo vinto perché il giudice fa indagini nella delegazione Guerrero e controlla su quante persone ha fatto ricerche e quanti procedimenti ha aperto su di me: il risultato è che non ce n’é nessuno.  Neanche presso la Fiscalia de Busqueda de Desaparecidos (Procura per la Ricerca dei desaparecidos) della PGR di Città del Messico hanno trovato procedimenti.

Hanno trovato qualcosina, molto poco, alla SEIDO (Procura Specializzata in Delinquenza Organizzata). Allora, visto che non hanno indagato su nessuno e non mi hanno mandata a chiamare, le ho provate tutte in Messico e adesso mi rivolgo a istanze internazionali come l’ONU, che ha dichiarato il caso di mia figlia come “molto delicato”. E qui hanno ignorato la cosa, non mi hanno dato nemmeno un pulsante antipanico o protezione nel caso qualcuno volesse farmi del male. É molto delicato perché qualche tempo fa, lo scorso 31 ottobre, c’è stato uno scontro tra alcune persone ed è stata uccisa una persona che ha privato mio figlio della sua libertà. Dopo si sono sfogati e sono andati a uccidere un’intera famiglia e con questo spiego perché il caso di mia figlia non è un caso qualunque. All’inizio eravamo 15 e adesso ci sono 103 persone che fanno parte di “Los otros desaparecidos de Iguala”. Inoltre ci sono cinque nuove compagne che stanno per entrare ma ancora non hanno ancora fatto denunce. Per la maggior parte sono donne, è composto da 99 donne e 4 uomini: don Norberto, don Sirenio, don Rogelio e don Margarito. Lo scopo del gruppo è continuare la ricerca principalmente nelle fosse comuni. Però certo, anche la ricerca di persone in vita.

Tutte hanno una denuncia federale, dato che quando abbiamo fondato “Los otros desaparecidos” c’è stato molto lavoro in quelle denunce. Stiamo chiedendo al governatore che ci aiuti con l’affitto, mobilio o che trovi uno spazio per avere una sede, perché riunirsi nelle case o per strada non è l’ideale. Sembra che ci aiutino. Presto chiederemo una riunione per vedere i progressi. Abbiamo chiesto anche alla CEAV. Dovremo vedere anche con il Municipio. Abbiamo appena iniziato, siamo come bambini, un passo alla volta! Stiamo pensando di iniziare le ricerche, avevamo fissato una data per il 30 novembre, ma la PGR non l’ha confermata, forse perché finisce il sessennio e ci saranno cambiamenti. Dal 19 gennaio al primo febbraio parteciperemo alla IV Brigada Nacional de Busqueda de Personas Desaparecidas (Brigata Nazionale per la Ricerca di Persone Scomparse), come quelle che hanno fatto negli ultimi due anni in Veracruz o in Sinaloa. Noi Madri Igualteche parteciperemo, e questo serve per fare pressione e per dimostrare l’urgenza delle ricerche.  É uno sforzo congiunto di vari collettivi dello stato e del paese. Inizieremo a Huitzuco con Mario Vergara e il suo gruppo “Los otros buscadores”, dopodiché andremo a Taxco, Cocula, Chilpancingo, Teloloapan e altri paesi di tutto lo stato di Guerrero.

Prisca

Madres Igualtecas Messico desaparecidos

Prisca Arellano Rocha ha 63 anni, è originaria di Iguala e cerca i suoi nipoti, figli di una delle sorelle. Si tratta di Omar Basilio Arellano e Isidro Vázquez Arellano, scomparsi il 6 gennaio 2013 e il 16 febbraio 2013.

Ricerca. Per me significa una cosa molto importante perché sono i miei nipoti, ma è come se fossero i miei figli, ed è molto importante per me partecipare alle ricerche perché voglio avere loro notizie. Fino ad ora non ho saputo niente e vorrei che qualcosa succedesse al più presto, che li troviamo, comunque vada vogliamo loro notizie. Per noi è molto doloroso non sapere niente, viviamo ancora pensando a loro.

Memoria. Ciò che ricordo di più è che durante i giorni di dicembre, capodanno, passavamo molto tempo insieme e adesso non sono più con noi e ci fa tanto male. Come vorremmo che tornassero per stare insieme come facevamo prima! Erano brave persone, gente buona, molto intelligenti e grandi lavoratori, perché non vivevano con i soldi di altri, lavoravano molto bene e vivevano di questo.

Pensiero. Vorrei dire loro che gli voglio molto bene e che mi mancano tanto. Chiedo a Dio che possiamo di nuovo vederci presto, se Dio vuole. Speriamo in Dio che presto ci sia un ritrovamento, in qualunque modo, perché è ciò che speriamo.

Incontro. Sarebbe molto bello. Allo stesso tempo bello e triste perché se li ritroviamo vivi, bene! Magari Dio volesse così. Ma se le incontriamo senza vita, allora sarà triste per noi e il dolore non ci lascerà mai, il dolore resterà lì per sempre.

Collettivo. Per me è come una famiglia, perché sentiamo lo stesso dolore.

Margarito

Margarito Soriano Esusebio ha 81 anni, è di Atenango del Rio e risiede a Iguala da 60 anni. Cercava suo figlio, Mario Soriano Giles, da quando è stato vittima di sparizione forzata nel 2010. Lo ha trovato senza vita e il corpo gli è stato restituito nel luglio 2018 a Taxco, ma don Margarito continua le ricerche accompagnando il collettivo delle madri igualteche.

Ricerca.  Mi sentivo afflitto, triste, non ero contento. Mi preoccupavo molto. Mi ha addolorato molto la faccenda di mio figlio. L’ho cercato tanto. Camminavo per i monti. Sono andato nei campi per due anni, un po’ più di due anni. Ho smesso di andarci quando l’abbiamo trovato. Adesso faccio parte di un altro collettivo, mi invitano ad unirmi alle ricerche, sempre le stesse cose. Di defunti che non sono stati trovati, di desaparecidos, per vedere se si ottiene qualcosa.

Memoria. Lavorava con me, tutti e due facevamo i falegnami. Quando è scomparso, sono stato male, mi sono un po’ ammalato. Poi sono guarito. Mio figlio era un falegname come me. Parlavamo dei lavori che dovevamo fare, ci dicevamo prima come si doveva fare e lo realizzavamo solo quando lo avevamo bene in mente. Mio figlio era molto portato, forse più di me perché lui era giovane, era pieno di entusiasmo e riusciva a fare bene qualsiasi lavoro. Addirittura alcuni mi dicevano: “lo mandi a Città del Messico così impara di più”. Aveva 36 anni.

Pensiero. Allora, voglio solo dire che Dio lo abbia in gloria e a me conceda la rassegnazione per andare avanti con la mia vita.

Ritrovamento. A dire il vero ho sentito qualcosa che mi calmava perché ritrovarlo così non è lo stesso, certamente fa piacere, uno si sente contento, ma non è la stessa cosa, non è un vero e proprio piacere. Perché io l’avrei voluto vivo e non morto.

Collettivo. Allora, così come io sento io o sentivo che mio figlio non sarebbe tornato, così credo che anche gli altri si sentano allo stesso modo. É questo che mi unisce a loro, alla gente, così posso continuare a cercare insieme a loro, in loro compagnia.

Antonia

Antonia Torres Ortiz ha 53 anni e viene da Teloloapan. Cerca suo figlio Francesco Ocampo Torres. Erano tre le persone che cercava, ma due gliele hanno restituite morte: suo marito Francisco Ocampo Figueroa e Eric Ocampo Torres. Adesso chiedo che mi aiutino a ritrovare mio figlio Francisco.

Ricerca. Partecipare alle ricerche è qualcosa che mi nasce spontaneo. Se non mi muovo sento che non sto facendo niente per mio figlio. Così sto bene, anche se a volte sono triste, ma vi chiedo di aiutarmi trovarlo perché ha lasciato le sue tre bimbe. Ve lo chiedo perché mi avevano detto di averlo visto dalle parti di Cuernavaca. L’ho riferito al dott. Rivero della PGR, ha detto che sarebbe venuto da me ma non mi ha chiamata. Credo che ormai si sia dimenticato.

Memoria. Ricordo tante cose belle di mio figlio, così belle che se gliele racconto mi metto a piangere. Era un figlio molto bravo con me. Anche se si è sposato non si è mai allontanato da me. Ogni volta che andava a lavorare, anche quella mattina, è passato da me e mi ha detto: “Mamma esco, vado a lavorare”. Ed è stato l’ultimo giorno in cui l’ho visto perché nel pomeriggio sono venuti a Iguala e lui non è mai tornato. Vi chiedo di aiutarmi perché mi ha fatto molto male la perdita dei miei figli e di mio marito. Sono scomparsi insieme. Tornavano da Teloloapan a Iguala alle sette e mezza di sera. Mio figlio era ferito. Non abbiamo mai saputo chi è stato o cosa è successo.

Pensiero. Voglio dire che se mio figlio è vivo, che ritorni da me. Non gli chiederò niente di ciò che è successo. Se mi vedesse un giorno, che ritorni da me. Non gli chiederò mai niente, se è stato male per ciò che è successo a suo padre e a suo fratello. Ciò che voglio è che torni.

Collettivo. Ci unisce il fatto che qui tra tutte riusciamo a scacciare la tristezza, e così si superano poco a poco le cose. Ho dovuto abbandonare un altro collettivo e mi sono sentita triste, e avevo la speranza che un giorno ne nascesse un altro e così è stato. Sono tornata e adesso sto bene. Vengo anche se devo fare i salti mortali, a volte non ho neanche i soldi per l’autobus, io lavoro per il mio bambino e la mia bambina, perché ho anche un figlio di 15 anni e una figlia di 12. Quando mi chiamano qui, esserci è una necessità perché sento che avrò notizie di mio figlio.

Esperanza

Esperanza Rosales Segura ha 53 anni, è di Iguala e cerca suo figlio, Alejandro Moreno Rosales, e suo cugino, Marco Antonio Rosales Castrejón, dal 13 novembre 2009.

RicercaPer me vuol dire trovare mio figlio. Vorrei trovarlo, come si dice, “come Dio vuole”, cioè vivi o morti. Non sappiamo se sono morti, sono passati 9 anni e non sappiamo niente di loro. É la stessa cosa per il figlio di doña Tere, erano insieme. Sono scomparsi tutti e tre, erano amici.

Memoria. Andavano d’accordo, lavoravano, uscivano. Di mio figlio sinceramente ricordo quanto bene voleva a me e ai suoi fratelli. Era il sostegno della casa. Mio marito non c’è più perché è scappato con un’altra donna e siamo rimasti soli. Ho un bel ricordo perché voleva che non mancasse niente ai sui fratelli.

Pensiero. Vorrei dirgli che lo voglio trovare, che deve venire a trovarmi dovunque sia, ho bisogno di vederlo.

Ritrovamento. Sarebbe una grande gioia, poterlo rivedere.

Collettivo. Ci unisce il dolore. Siamo la stessa cosa. Ciò che io sento lo sentono le mie compagne. Ciò che fa male a me, fa male a loro. É questo ciò che ci unisce. Continuerò a cercare.

Teresa

Madres Igualtecas Messico desaparecidos

Teresa Rendón González,45 anni, è di Chilapa, risede a Iguala da 30 anni e cerca suo figlio, Pedro Chavarrieta, scomparso il 13 novembre 2009.

Ricerca. È fede, la speranza di ritrovarlo, come Dio me lo restituirà. Sua sarà l’ultima parola su come lo ritroverò. Voglio continuare a cercare finché avrò forza. Lo hanno portato via dal quartiere dove vivo e non ho più saputo niente, nessuno mi ha detto niente.

Memoria. Andavamo al lavoro assieme, lavoravamo nei campi, stava sempre con me. Non si era mai allontanato da me. Quando usciva e poi tornava a casa, mi abbracciava e mi dava un bacio. Diceva sempre che io ero la sua capa. Mi diceva:” capa ti voglio molto bene”, e che non mi avrebbe mai lasciata. Era molto legato a me, è cresciuto solo con me. Aveva 19 anni.

Pensiero. Gli voglio molto bene e continuerò a cercarlo. Tutta la famiglia lo aspetta a braccia aperte. Se Dio vuole che torni sulle sue gambe perché ormai è passato molto tempo.

Collettivo. Più che altro il dolore che tutte sentiamo, tutti siamo coinvolti nella ricerca. E a volte ci diciamo delle cose tra di noi perché ci fidiamo le une delle altre. Siamo unite, viviamo le stesse cose. Lo cercherò fino ad incontrarlo, che Dio mi dia la forza.

Sirenio e Ernestina

Madres Igualtecas Messico desaparecidos

Sirenio Ocampo de Jesus, di 68 anni, ed Ernestina Marino Luciano, 67, sono originari di Ocosingo e Copalillo, risiedono a Iguala e cercano il loro figlio Adelfo Ocampo Marino dal 13 luglio 2014

Ricerca
Ernestina. È perché gli voglio bene, non voglio fermarmi. Se lo vedeste da qualche parte, vi sarei molto grata se me lo diceste. Ho bisogno di rivederlo perché c’è qui sua moglie e le sue figlie che ormai sono delle signorine.

Sirenio. Significa trovarlo, sapere dove si trova. Vogliamo sapere dove l’hanno lasciato, se l’hanno sepolto. Non cerchiamo i “cattivi”, cerchiamo mio figlio. Dov’è? Ci pensiamo giorno e notte, preoccupati, al fatto che lo vogliamo trovare. Se qualcuno dovesse vederlo, ce lo faccia sapere.

Memoria.
Sirenio. Quando lavoravo con lui a volte mi diceva: “Vecchio, dai vieni, non vuoi qualcosa da bere?” Ricordo i momenti in cui chiacchieravo con lui, quando si sentiva triste e gli chiedevo perché. Gli dicevo: “Non ti preoccupare, è normale, non bisogna tenersi dentro cose passate”. Mi rendo conto che adesso non ho nessuno con cui vado d’accordo, qualcuno a cui raccontare la mia storia, che mi dica ciò che sente. Siamo diventati amici quando è cresciuto. Lavorava ed è triste pensarci adesso. A volte dormo un po’, mi sveglio e, ecco, vorrei vederlo. Quando era qui, andavamo a trovarlo a casa sua, se non venivano lui e mia nuora. Dopo tutto ciò che è successo quelle visite sono finite. Mia nuora non viene più. Invece di parlarne con noi, si è arrabbiata. Anche le mie nipotine. Però niente, gli voglio bene perché sono le mie nipoti.

Ernestina. Mi diceva:” A Natale vengo a prenderti”, e ci mandava a prendere. “voglio che passiamo il Natale qui, voglio che stiate con me”, diceva. Mi siedo qui fuori e penso che vorrei vederlo arrivare per passare un altro Natale insieme.

Pensiero

Ernestina. Ti voglio bene figlio mio, nessuno mi capisce, solo tu mi capivi, ti voglio molto bene. Come ti comportavi con me, mi abbracciavi, nessuno mi abbracciava come te, figlio mio. Ti voglio bene.
Sirenio. Se lui si trova lì fuori, e ci sta ascoltando. Vorrei che ci dicesse che sta bene. Vogliamo solo sapere, io vorrei che stesse bene, felice. Se è vivo, che ci chiami. Se è vivo o no lo sa solo lui. Se è lì fuori, che si metta in contatto con noi. Questo è tutto ciò che voglio dire.

Sofía y Evarista

Madres Igualtecas Messico desaparecidos

Sofia Sanchez Salgado, 51 anni, e Evarista Salgado Olivares, sua madre di 73, sono di Iguala e cercano un fratello e un figlio di Sofia, dal 25 gennaio 2010. Suo fratello si chiama Luis Fidel Sanchez Salgado e suo figlio Santiago Velázquez Sanchez. Sono andati a fare benzina qui a Iguala, vicino alla scuola, all’Istituto Tecnico, e lì sono scomparsi.

Ricerca

Evarista. Che mio figlio torni e rimanga con me. Se sta lavorando, se c’è qulacuno che lo conosce, allora che me lo dica, che si mettano in contatto con noi, anche per mezzo della televisione. Voglio che torni. Io non posso vivere senza di lui ed è per questo che lo cerco. É già passato molto tempo, sono molti anni che non vedo né lui né mio nipote. Non mi dimentico di mio figlio. Quando uscivo a cercarlo sentivo che lo avrei trovato lì, o che mi avrebbero detto “Guardi, qui c’è suo figlio”.

Sofia. Che il governo ci aiuti a trovarli, ovunque si trovino. Perché veda quanti corpi hanno già trovato e di loro non si sa niente. A cosa serve fare la prova del DNA alle famiglie? Qualsiasi informazione abbiano, ce la diano. Abbiamo cercato molto in gruppo, percorrendo monti, nonostante la paura e la tristezza che sentiamo.

Memoria

Evarista.  A mio figlio piacevano molto i chilaquiles, con una salsina di peperoncino e uova. E i fagioli. A mio nipote piacevano le enchiladas, le chalupitas, tutte queste cose qua, le tortillas fatte a mano.

Sofia. Mio figlio era tranquillo, gli piaceva giocare a calcio. Lavorava sodo. L’ultima volta, quando è scomparso mi ha chiesto di preparargli delle enchiladas e di aspettarlo, mi ha detto che andava a fare benzina con lo zio. Gliele ho preparate, ma non è più tornato. Mio fratello lavorava, era appena stato dalla sua fidanzata, poi sono andati via e non sono più tornati.

Pensiero

Evarista. Direi loro di tornare, che li stiamo cercando. A volte non riesco a dormire perché penso a come stanno, dove sono, se hanno mangiato o no. É ciò che vorrei dirgli.

Sofia. Che tornino, che ci dicano che stanno bene. Noi continuiamo ad aspettarli, ci mancate. Tornate a casa.

Ritrovamento

Evarista. Ho la sensazione che mi diranno che hanno trovato mio figlio. Che lo riporteranno. A volte ho la sensazione che potrò riposare, ma dopo un po’ questa sensazione non c’è più.

Collettivo

Sofia. Ci si sente più tranquille con il sostegno di tutte le compagne.

Leonor

Madres Igualtecas Messico desaparecidos

Leonor Contreras. Ha 39 anni, è di Iguala ed è alla ricerca di Antonio Ivan Contreras, suo fratello, vittima di sparizione forzata il 13 ottobre 2012, quando aveva 28 anni.

Ricerca. Bè, riuscire a trovarlo un giorno, almeno avere un posto dove portargli i fiori, o almeno sapere dove si trova.  Sono stati mio padre, Guadalupe, e i miei fratelli che lo hanno cercato. Mio padre è andato a Veracruz ad aiutare il collettivo Solecito. Io mi sono unita alle Madres Igualtecas. Mia cognata, moglie di mio fratello, è rimasta nel collettivo Los otros desaparecidos.

Memoria. Sono molti i ricordi e i dettagli. Lui con me era molto affettuoso, perché comunque io sono la sorella maggiore, mi prendevo cura di loro da quando erano piccoli. Quando tornava a casa si sedeva sempre sulle mie gambe, mi parlava come se fossi la mamma, mi diceva sempre che mi voleva molto bene. Mi dimostrava il suo affetto, sempre sempre.

Pensiero. Voglio che sappia che gli voglio molto bene. Sarà nel mio cuore per sempre e spero di trovarlo un giorno, comunque sia. Continuerò a cercarlo.

Collettivo. Il dolore è ciò che ci unisce. Il dolore. Ma anche sapere che come collettivo possiamo continuare le ricerche e magari non troveremo il nostro familiare ma possiamo trovarne altri che non hanno ancora trovato. É solidarietà

Alfonsa

Madres Igualtecas Messico desaparecidos

Alfonsa Cecilio Agapito 63 anni, originaria di San Miguel Tecuisiapan, risiede a Iguala e cerca suo figlio, Alfonso Cardoso Cecilio, 31 anni, scomparso il 30 aprile 2013.

Ricerca. Partecipo alle ricerche perché non sono soddisfatta, perché per me è molto stressante non sapere in quale posto sia finito. É molto importante perché si tratta di mio figlio. Sono andata a fare molte ricerche per i monti. Quando partecipo alle ricerche ho la speranza di ritrovare il suo corpo, di potergli dare una sepoltura come si deve. Mi sento bene quando lo cerco perché c’è una speranza, magari è sepolto lì da qualche parte. Le autorità ci ignorano. Sono già andata alla PGR di Città del Messico e ho riferito qualcosa più o meno, gli ho detto di contattarmi e gli ho dato degli indizi. Loro pretendono che uno si metta a indagare e questo non va bene perché ci si espone al pericolo. Allora ho chiesto di fare delle indagini, ma niente. Vado lì un’altra volta e mi dicono che non hanno indagato che però lo faranno, Si immagini, sono già cinque anni che non so nulla di mio figlio. Nessun risultato per me.

Memoria. Voglio far sapere che mio figlio, che era il più piccolo, era molto buono e affettuoso. Passavo molto tempo con lui. Ci sentivamo bene quando andavo a trovarlo o lui veniva da me. La verità è che mi fa molto male non sapere che ne è stato di lui. Vorrei che qualcuno mi dicesse come è successo. Anche se io ho detto al Dott. Rivera della PGR chi è stato a portarlo via, continuano a dire no, no, no”. Non so se sono in combutta con loro, chi lo sa. Mio figlio era una persona molto bella quando passavamo del tempo insieme, mi conforta ricordarmene.

Pensiero. Gli voglio dire che lo aspetto con ansia, se Dio vuole. Io l’ho messo nelle mani di Dio e lui saprà cosa fare. Speriamo. Se è vivo, benissimo, per sarà una gioia infinita. Perché mio figlio ha lasciato una bimba, aveva 6 anni quando me l’ha lasciata e adesso ne ha 12. Gli vogliamo molto bene, lo aspettiamo. Se torna saremo felici. E se no, che Dio me lo riporti così com’è ma ciò che più gli chiedo è che me lo riporti vivo.

Collettivo. Ho fatto parte di un gruppo da quando sono nati “Los otros desaparecidos”, in seguito alla scomparsa dei 43, quando ci riunivamo nella chiesa di San Gerardo. Ci unisce il fatto che sentiamo lo stesso dolore, noi che siamo qui come “Madres Igualtecas” siamo parte della stessa “sorellanza” per il dolore che sentiamo per la scomparsa dei nostri figli. Sento che ci aiutiamo come una famiglia, perché così come io soffro, soffrono anche loro.

Cleotilde

Madres Igualtecas Messico desaparecidos

Cleotilde Juarez Adame, 53 anni, originaria di Paraíso, nello stato di Guerrero, vive a Iguala da 35 anni e cerca suo figlio, Julio Alberto Salgado Juarez, dal 2011, scomparso quando aveva 26 anni.

Ricerca. Significa molto. Troverò mio figlio. Mi fa stare bene cercarlo, è un modo per sentirmi vicina a lui.

Memoria. Ricordo quando mi invitava a pranzo fuori, andavamo ad Acapulco. Ci portava lui. Tante cose, ho molti ricordi. A volte andavamo anche alle feste.

Pensiero. Voglio dirgli che gli voglio molto bene, lo amo e mi auguro di cuore di ritrovarlo, baciarlo e dirgli che lo aspettiamo a braccia aperte.

Collettivo. Trovo che noi madri e mogli siamo unite dallo stesso dolore. Siamo unite, ci incoraggiamo a vicenda e continuiamo a cercare i nostri familiari. Non ci sentiamo più così sole, così abbandonate.

Berta

Madres Igualtecas Messico desaparecidos

Berta Moreno Garcia ha 51 anni, è di Iguala e cerca José Manuel Cruz Moreno, suo figlio, scomparso il 2 gennaio 2009, all’età di 22 anni.

Ricerca. Significa tanto perché lo stiamo cercando, lo cerchiamo per i monti, o dove ci dicono di andare, con l’illusione di trovarlo dovunque si trovi. Il mio figlio più piccolo adesso ha 12 anni, ma quando abbiamo partecipato alle altre ricerche ne aveva 8 e veniva sempre con noi.

Memoria. Ricordo tutto. Quanto amava stare con la sua bambina e con tutti noi, ma poi non è più stato possibile. La bimba adesso ha 8 anni. Mio figlio ha un carattere calmo, non si arrabbia facilmente, è affettuoso ed è una brava persona. Gli piace quando ci abbracciamo, giocare a calcio con i suoi fratelli.

Pensiero. Voglio dirgli che lo aspettiamo. Che lo stiamo cercando e che la sua famiglia ha bisogno di lui. Vogliamo che torni a casa, vogliamo trovarlo. Finché avremo vita continueremo a cercarlo e se dovessi venire a mancare io, allora continueranno i miei figli.

Collettivo. Sentiamo lo stesso dolore, siamo uguali, e siamo in poche che facciamo le ricerche sul campo. Mi sembra che siamo più unite perché andiamo a fare le ricerche, attraversiamo monti o e altri posti. E non temiamo nessun pericolo, nessuno, non ci importa più niente, perché ci accompagna la speranza che forse possiamo trovarlo dentro qualche grotta, no? Non importa se non è mio figlio, se è il figlio di un’altra compagna è lo stesso, noi saremo lì.

Rogelio

Madres Igualtecas Messico desaparecidos

Rogelio Mastache Villalobos, 60 anni, è di Iguala e cercava suo figlio, Aldo Mastache Gonzaga, che aveva 28 anni quando è stato vittima di sparizione forzata, il 23 settembre2014. É stato trovato e sepolto il 3 agosto 2001. Rogelio parla e al suo fianco c’è un bambino, l’altro figlio. É entrato a far parte del collettivo Los otros desaparecidos de Iguala all’inizio del dicembre 2014., quando si era appena formato, e adesso fa parte del gruppo Madres Igualtecas en busca de sus Desaparecidos.

Ricerca. Partecipavospesso alle ricerche con gli altri compagni, ci riunivamo, pianificavamo le ricerche e andavamo verso i campi. Significava molto, significava cercare mio figlio e trovarlo. Lo abbiamo trovato qui a Iguala in un terreno pianeggiante di 10 ettari coltivato, nella parte bassa della montagna chiamata Cerro Gordo. In questo terreno ci sono appezzamenti con diversi nomi, in quello che si chiama “La Parota” abbiamo trovato mio figlio. Aveva 18 anni quando è scomparso.

Ritrovamento. Ho provato una brutta sensazione perché io lo volevo trovare vivo, volevo che riapparisse vivo. Ad ogni modo ringrazio Dio che me lo ha riportato, anche se è morto. Per me significa comunque tanto avere il suo corpo e potergli dare sepoltura, riaverlo qui con me. Anche se è sepolto in un cimitero, ma so che è lì e posso portargli fiori quando voglio perché so dove si trova. Posso riposare mentalmente perché è una vera angoscia pensare continuamente se tuo figlio è vivo o morto. Ritrovarlo ha significato tanto per me.

Pensiero. Gli direi “Figlio mio, mi dispiace tanto per ciò che ti è successo, non so cosa tu abbia fatto, ma spero che adesso tu sia con Dio”. Mio figlio non ha mai avuto cattive frequentazioni, è stata una vittima tra le tante, esseri innocenti che sono stati uccisi.  Mi sono fatto un’idea, dopo alcune ricerche, di quello che è successo. Se abbiamo capito come sono andate le cose, lo hanno portato via con la forza. Sono state tre o quattro persone a portarlo via con violenza. Molta gente lo ha visto e ci sono molti testimoni che hanno visto quando lo hanno caricato e portato via in un furgone. È stata la mafia, in quel momento governava quel disgraziato di Jose Luis Abarca. Era la mafia che operava in quel momento e aveva il patrocinio, il sostegno del governo municipale.

Memoria. Era un ragazzo responsabile con la sua fidanzata, per me era un bravo figlio che cercava di farsi strada nella vita con il suo lavoro. Aveva un bambino e un’altra bambina, i suoi figli. Uno, da padre, cerca di aiutare i figli. Gli piaceva molto giocare a biliardo. È uno sport sano, sempre che non si beva, e anche a me piace molto. I nostri gusti erano simili e anche io ero mentalmente simile a lui.

Collettivo. La cosa più importante che ci unisce è andare alla ricerca dei nostri cari. Soprattutto ci sono molti compagni che ancora non hanno trovato il loro familiare. Allora l’obiettivo è continuare a cercare. Io l’ho trovato ma ci sono ancora tutti gli altri. Un’ altra cosa importante è lottare per i nostri diritti. Grazie a Dio il governo ha emanato varie leggi che ci proteggono come vittime, come la General de Victimas (Legge Generale delle Vittime, in vigore dal 2013) e quella di Desaparición Forzada y por Particulares (Sparizione Forzata e Commessa da Privati, previste dalla Legge Generale messicana sulla materia)e in questo senso il governo ci sta dando una mano. Abbiamo perso un familiare e perciò la sua famiglia, sua moglie e le sue figlie, si ritrova senza il suo aiuto. Grazie a queste leggi riceviamo un aiuto alimentare o per l’affitto, questi sono i nostri diritti.

Norberto

Madres Igualtecas Messico desaparecidos

Norberto Jimenez Roman, 58 anni, fa il contadino ed è originario di Tlaltizapan, Morelos, residente a Mezcala, nello stato di Guerrero, da quando aveva un anno, ed è alla ricerca di suo figlio, Norberto Jiminez Heredia, vittima di sparizione forzata il 13 gennaio 2010, quando aveva 20 anni.

Ricerca. L’ho sempre cercato per tutto questo tempo. La ricerca è qualcosa che ti dà coraggio, sul serio. Perché al contempo stai lottando e puoi trovare il tesoro che più cerchi, ecco. Per me significa tanto.

Memoria. Ricordo quando studiava a Cuernavca ed è venuto a trovarmi a Mezcala, per una festa. Veniva ogni anno, ma quella volta erano già due anni che non riusciva a venire e poi è arrivato. Io ero nel recinto dei tori a abbiamo cenato assieme.  É rimasto tutto il giorno, un lunedì mi sembra. Il giorno dopo è andato a fare un giro a Chilpancingo e dopo è tornato qui a Iguala e gliene sono capitate di brutte. Possiamo dire che è venuto proprio per farsi portare via, non era neppure a Mezcala. Studiava meccanica, doveva farsi 3 anni di studio. Non era una testa calda, più o meno tranquillo il mio ragazzo. Non andava in giro a cercare guai. Gli ho sempre detto che uno deve essere sempre tranquillo e rispettare gli alti se vuole essere rispettato.

Pensiero. Se sta bene, ovunque lo tengano, se ha commesso qualche errore o lo hanno messo a lavorare, voglio solo che si prendano cura di lui. Cos’altro posso dirgli? Che si ricordino che hanno anche loro una famiglia e se un giorno toccherà a loro, credo che sentiranno le stesse cose. Se Dio vuole, finché avrò vita e forze continuerò a cercarlo.

Collettivo. Sono l’amicizia e il dolore che tutti sentiamo. La mia vita è cambiata. Per me è come se qui avessi trovato dei fratelli perché ci unisce lo stesso dolore.

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Testimonianze audiovisuali:

Video con alcune testimonianze dei familiari di Madres Igualtecas:

Video con interviste e documentazione di una ricerca in fosse clandestine del collettivo Madres Igualtecas della regione di Guerrero, città di Huitzuco

 
Leggi anche: Fabrizio Lorusso, “Nos une el mismo dolor.” Narrative, lutto e ricerca di vita nel collettivo de “Los otros desaparecidos de Iguala”, Letterature d’America (La Sapienza, Università di Roma), n. 173, anno XXXIX, 2019 (Bulzoni Editore, ISSN 1125-1743), pp. 85-103 (volume della rivista dedicato a «La Morte nella letteratura e cultura in Messico» link
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Il sublime e la fascinazione per la violenza https://www.carmillaonline.com/2018/02/23/sublime-la-fascinazione-la-violenza/ Thu, 22 Feb 2018 23:01:32 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=43472 di Gioacchino Toni

L’atto di vedere la violenza, nelle sue forme più o meno estetizzate, è una pratica quotidiana che negli ultimi tempi si è diffusa a dismisura. Lo spazio dedicato alla cronaca nera dall’infotainment televisivo ha raggiunto livelli prima sconosciuti ed è un fenomeno che accomuna, almeno, l’intero Occidente. Che lo sguardo sia alla ricerca di violenza lo testimoniano anche alcune ricerche che mettono in luce, ad esempio, come negli ultimi decenni il numero di film in cui compare la figura del serial killer sia davvero esorbitante, senza contare le tante serie [...]]]> di Gioacchino Toni

L’atto di vedere la violenza, nelle sue forme più o meno estetizzate, è una pratica quotidiana che negli ultimi tempi si è diffusa a dismisura. Lo spazio dedicato alla cronaca nera dall’infotainment televisivo ha raggiunto livelli prima sconosciuti ed è un fenomeno che accomuna, almeno, l’intero Occidente. Che lo sguardo sia alla ricerca di violenza lo testimoniano anche alcune ricerche che mettono in luce, ad esempio, come negli ultimi decenni il numero di film in cui compare la figura del serial killer sia davvero esorbitante, senza contare le tante serie televisive proliferate proprio attorno al tema del crimine e la nascita, anche in Italia, di canali dedicati. Sarebbe però limitativo individuare nella sola televisione l’enfasi morbosa con cui si insiste sul crimine visto che si tratta di un fenomeno che riguarda ormai l’intera sfera del tempo libero e del divertimento: dal mondo dell’arte ad alcune tendenze del turismo (dark tourism), dalla letteratura allo shopping di paccottiglia più o meno realmente legata a qualche episodio criminale.

Di tali questioni si occupa il volume di Oriana Binik, Quando il crimine è sublime. La fascinazione per la violenza nella società contemporanea (Mimesis, 2018), testo che indaga i motivi per cui la società contemporanea appare così affascinata dal crimine e lo fa adottando una particolare prospettiva secondo cui la fascinazione per il crimine «fa perno sull’esperienza del sublime, ovvero sul dire l’indicibile, su quello stato d’animo che eccede la parola e travalica ogni limite […] Com’è possibile che sia accaduto? Perché? Quali sono i limiti sino a cui può spingersi l’essere umano? Queste sono le domande che accompagnano il senso del sublime e la fascinazione per la violenza» (pp. 11-12).

Nella sua prima parte il volume propone alcuni strumenti teorici utili per poter poi affrontare l’analisi empirica condotta dall’autrice che si concentra su alcuni casi di studio: la trasmissione Quarto Grado, il turismo nei luoghi del crimine, il collezionismo di oggetti appartenuti a serial killer, il fanatismo di/per Anders Breivik, autore della strage di Utoya. La studiosa si sofferma soprattutto sulle modalità con cui gli intervistati descrivono i loro stati emotivi e i significati assunti ai loro occhi dal crimine. «Si è trattato, per quanto possibile, di presentare il loro sguardo con il loro linguaggio, considerando il detto, il non detto ma anche le difficoltà nel maneggiare l’indicibile. Si è deciso, pertanto, di fare in modo che la colonizzazione del tema di ricerca avvenisse anche attraverso lo sguardo dei diretti interessati, chiamati a dare senso al proprio vissuto attraverso dei suoni per loro significativi» (p. 13).

Diverse letture critiche trattano i soggetti affascinati dalla violenza come «semplici vittime passive del mercato, il cui (cattivo) gusto esprimerebbe l’appiattimento culturale dei tempi odierni» ma, sostiene l’autrice, nelle narrazioni degli intervistati si scopre una «inaspettata profondità di alcuni vissuti attribuiti all’esperienza del crimine, in grado di penetrare negli animi degli spettatori e di scuotere la loro riflessività. Il crimine, da questa prospettiva, pone il soggetto al cospetto del male e dialoga con i limiti dell’umano. La reazione al crimine può essere pertanto considerata come un’ancora racchiusa nelle profondità dell’individuo, in grado di interrogarlo in maniera radicale. Un’ancora perché se da un lato il crimine affascina e seduce conducendo in mondi “sommersi”, dall’altro costituisce un elemento a cui far ritorno, per collocare se stessi e gli altri all’interno della società» (p. 321)

Al fine di comprendere meglio l’ambiguità propria della fascinazione per il crimine Binik riprende una definizione del sublime inteso come «un’emozione che pone di fronte al senso del limite, alla dimensione della distruttività umana e che genera in noi uno stato di spaesamento, ossia un tentativo, spesso destinato al fallimento, di comprendere un gesto ‘altro’ che esula dalla nostra quotidianità» (p. 322). Secondo la studiosa sarebbe soprattutto il processo di mercificazione oggi imperante a dare «origine a una forma di “capitalismo emotivo che porta gli individui a ricercare il crimine come mezzo per soddisfare la propria sete di emozioni, trasformate in beni pronti al consumo. In certi frangenti, inseguendo alcune vertigini, siamo diventati (anche) dei consumatori del sublime, emozione appiattita e banalizzata nella sua versione “commerciale”, proposta dalle trasmissioni televisive dedicate al crimine, dagli organizzatori di tour, dai venditori di murderabilia, persino dagli stessi autori delle stragi. Vaghiamo alla ricerca di attimi di intensificazione dell’esistenza; talvolta, giochiamo ad avvicinarci troppo al male, per poi vergognarci e ritrarci imbarazzati, come hanno raccontato i turisti che si sono recati ad Avetrana. Il crimine, in questi frangenti, costituisce un oggetto irretito da un immaginario che senza ricorrere alle zone estreme sembra non aver più nulla da dire sul mondo. Così, di fronte a una televisione sempre più piatta e alienante e ai suoi tentativi di offrire un “sublime addomesticato”, alcuni soggetti si muovono verso la ricerca autentica dell’estremo, immediata, pura, reale» (p. 324).

Certo, le strutture di potere che mercificano e spettacolarizzano tendono a plasmare gli immaginari, tuttavia, è possibile sottrarsi o combattere tali visioni oggi egemoniche per affermare altre. «Ogni essere umano trova il proprio punto di equilibrio, chi più attivo, chi più passivo, nel negoziare la propria posizione all’interno della rete di significati ed emozioni costruiti, proposti e talvolta “mercificati” dagli altri attori sociali. Così, la mercificazione convive fianco a fianco con […] la capacità di alcuni spettatori di non “subire” passivamente il crimine confezionato ma di saperlo trasformare in un’esperienza significativa. […] la fascinazione per il crimine costituisce, nella sua versione contemporanea, un fenomeno fatto di contraddizioni, di processi apparentemente opposti che convivono pacificamente gli uni giustapposti agli altri. In altre parole, il crimine può essere proposto nella sua versione più beceramente spettacolarizzata e, al contempo, in alcune specifiche circostanze, favorire riflessioni significative sul senso della morte o sul nostro attraversamento dell’esistenza» (p. 325).

Binik definisce il processo di mercificazione come “prima faccia del carnevale del crimine”: «se dal punto di vista dello spettatore il crimine può essere paragonato a un carnevale che tutto ribalta, questo stesso ribaltamento non può essere ricondotto unicamente a un’esperienza di consumo. Nel momento in cui lo spettatore si allontana dalle routines sterilizzate del suo mondo profano, attraverso il crimine egli può accedere nientemeno che a una qualche forma di sacralità. Da questa prospettiva, il crimine affascina perché rievoca il contatto con il sacro sinistro, si aggancia così a quelle “strutture” culturali binarie che si pongono da sempre alla base del funzionamento della società. Ecco dunque “la seconda faccia del carnevale del crimine”. L’abiezione rappresentata da una collezione di capelli di un serial killer si ricollega al male, un male sacro poiché estraneo alla quotidianità profana, precipitato di un mondo “altro”. Un male soprattutto necessario e connaturato all’esperienza umana poiché – nonostante i molteplici meccanismi di difesa – nessuno è avulso dalla catastrofe, anzi ognuno ne conserva quantomeno una sorta di intuizione.” “L’Irreparabile rode col suo dente maledetto!” scriveva Baudelaire, per significare proprio l’irriducibilità del male: sfugge, si sposta, muta nel suo aspetto ma non scompare, continua a “rodere”. La perenne caccia all’omicida raccontata dai media sembra rappresentare una trasfigurazione perfetta di questo concetto: cerchiamo di catturare ed espellere il cattivo (e le nostre parti cattive) utilizzando tutti gli strumenti di cui dispone la razionalità; tuttavia, chiuso un caso se ne apre un altro, le storie si susseguono, sempre più intricate, dando forma a un processo appassionante e, soprattutto, senza fine» (p. 325).

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Immaginari seriali. Rough heroes televisivi https://www.carmillaonline.com/2017/05/03/37635/ Tue, 02 May 2017 22:01:26 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=37635 di Gioacchino Toni

boardwalk-empire-222Da qualche tempo numerose serie televisive di successo hanno dato spazio a protagonisti che poco hanno a che fare con gli eroi (e gli antieroi) tradizionali. Basti pensare, ad esempio, a produzioni della HBO come The Sopranos (1999-2007), The Wire (2002-2008), Boardwalk Empire (2010-2014) e True Detective (2014-in produzione), della Fox come The Shield (2002-2008), Sons of Anarchy (2008-2014) o, ancora, della AMC come Breaking Bad (2008-2013).

La presenza massiccia di protagonisti atipici in molte serie televisive contemporanee ha spiegazioni sia di ordine sociale-culturale che di ordine narrativo.

Andrea Bernardelli, [...]]]> di Gioacchino Toni

boardwalk-empire-222Da qualche tempo numerose serie televisive di successo hanno dato spazio a protagonisti che poco hanno a che fare con gli eroi (e gli antieroi) tradizionali. Basti pensare, ad esempio, a produzioni della HBO come The Sopranos (1999-2007), The Wire (2002-2008), Boardwalk Empire (2010-2014) e True Detective (2014-in produzione), della Fox come The Shield (2002-2008), Sons of Anarchy (2008-2014) o, ancora, della AMC come Breaking Bad (2008-2013).

La presenza massiccia di protagonisti atipici in molte serie televisive contemporanee ha spiegazioni sia di ordine sociale-culturale che di ordine narrativo.

Andrea Bernardelli, docente di semiotica all’Università di Perugia, nel suo saggio Cattivi seriali. Personaggi atipici nelle produzioni televisive contemporanee (2016), pubblicato da Carocci editore, ha analizzato tale fenomeno passando in rassegna i principali studi, soprattutto anglosassoni, che se ne sono occupati.

In una recente pubblicazione Jason Mittel (Complex Tv: The Poetics of Contemporary Television Storytelling, 2015) collega la presenza nelle produzioni recenti di tanti antieroi problematici alle particolari strutture narrative seriali televisive; le figure problematiche si legherebbero pertanto alla scelta di produrre serie complesse ed elaborate. Conviene però fare qualche passo indietro e partire, come fa Bernardelli nel suo saggio, dalla classificazione dei personaggi di finzione proposta da Aristotele che li distingue in base a quale persona reale essi intendono imitare; dunque si possono avere personaggi migliori di noi, peggiori di noi o come noi. Northrop Frye (Anatomy of Criticism, 1957) all’aspetto “morale” della classificazione aristotelica sostituisce la capacità d’azione del personaggio che può dunque palesare una capacità migliore, peggiore o uguale alla nostra. Da ciò deriva una griglia di classificazione dell’eroe associata ai generi letterari. Tale classificazione, sottolinea Bernardelli, diviene applicabile anche a livello sovrastorico permettendo una cartografia di macrogeneri narrativi.

Umberto Eco (Apocalittici ed Integrati,1964) affianca al personaggio caratterizzato in modo da elevare l’individualità a tipicità proposto da György Lukács, il personaggio topos, cioè convenzionale e facile da riconoscere ed accettare dal lettore che si identifica in esso senza fatica permettendogli di concentrarsi sulla sola azione. Si tratterebbe di un personaggio senza spessore, una sorta di eroe pop attorno al quale Eco delinea la figura del superuomo di massa. Già queste tipologie di eroi, continua Bernardelli, mettono in crisi il concetto di figura eroica con connotazione positiva.

Per quanto riguarda l’ambito dei cattivi – del tutto cattivi – che si contrappongono specularmente agli eroi positivi – del tutto positivi -, si ha una lunga tradizione sia nella letteratura che nel cinema. Nel mondo anglosassone questa figura piatta, stereotipata, del cattivo-solo-cattivo viene chiamata villain. Nelle narrazioni tradizionali eroe ed antagonista sono tendenzialmente costruiti come personaggi privi di sfumature sulla falsariga di quelli che Eco definisce topoi ed è tra queste polarità che è possibile costruire/individuare le figure degli antieroi, tanto protagonisti antieroici, quanto antagonisti antieroici.

A partire dalla presa d’atto che non può esservi equivalenza automatica tra la figura dell’eroe e quella del protagonista, nel suo saggio Bernardelli propone una fenomenologia dell’antieroe. Il rovesciamento delle caratteristiche peculiari dell’eroe (coraggio, moralità ecc.) «può portare alla definizione di un particolare tipo di antieroe: si tratta in questo caso della figura dell’inetto, dell’antieroe che può svolgere una funzione critico-parodica oppure sfociare direttamente nel comico della commedia. Ma potremmo trovarci di fronte a narrazioni in cui il rovesciamento delle caratteristiche eroiche stereotipate sia solo illusorio: ad esempio l’inetto, il personaggio incapace di farsi carico del ruolo di eroe rivela nel corso della trama di poter assolvere al suo compito eroico» (p. 19). Oppure il protagonista può presentare caratteristiche contraddittorie, persino da antagonista o villain.

Secondo lo studioso possiamo allora avere un antieroe per sovversione (“non voglio, quindi mi oppongo”); un eroe mancato (“vorrei, ma non posso”); un inetto (“vorrei, ma non riesco”); il caso in cui colui che non lo era si trasforma in eroe abbandonando il suo ruolo negativo (“non posso – sarei un villain, ma devo essere eroe”); l’eroe per caso (“non vorrei, ma sono coinvolto mio malgrado, quindi devo”); una sorta di personaggio neutro rispetto ai due poli eroe-antieroe (“sono quel che sono…”).

true detective111La figura dell’antieroe la si ritrova nella narrativa, nel cinema, nel comics e nelle serie televisive. Andando alla ricerca di un parallelo con l’antieroe letterario, occorre verificare se nelle serie televisive l’antieroe possa essere visto come uno strumento di sovversione di ruoli culturali stereotipati; secondo Bernardelli sarebbe necessario comprendere se l’antieroe televisivo svolga un ruolo critico/parodico/satirico nei confronti delle serie televisive classiche con eroi piatti.
Applicando le categorie narrative alle serie televisive lo studioso individua, ad esempio, nel protagonista di Californication (2007-2014, Showtime) la figura dell’antieroe per sovversione, oppure nei due protagonisti della prima serie di True Detective (2014-in-produzione, HBO) esempi di eroi per frustrazione (eroi mancati perché si scontrano con un mondo antieroico), ovvero, ancora, nella serie Heroes (2006-2010, NBC) individua esempi di eroi per caso.

Nella recente serialità televisiva esistono però, secondo l’autore, modelli di antieroe particolari, dei veri e propri bad guys “macchiati” però da qualche forma di umanità, dei cattivi ibridati con la figura eroica. Il protagonista di Dexter (2006-2013, Showtime) può essere definito un villain che, a causa degli eventi (o della propria umanità nascosta fino a quel momento), deve essere eroico. In Breaking Bad (2008-2013, AMC), Walter White è un antieroe per caso, un normale cittadino che si trova a divenire un villain “per rabbia e per sopravvivenza”.

Secondo Bernardelli l’insistenza con cui le recenti serie televisive presentano protagonisti cattivi si è spinta oltre le categorie tradizionali imponendo la «necessità di aggiungere un’ulteriore categoria di antieroe, o di antivillain […]: il “devo (essere cattivo), ma non posso (qualcosa ancora mi spinge all’umanità)”. In questo caso il personaggio in sé completamente negativo cede parzialmente alla normalità e all’umanità, e non può più essere piatto; ora anche la figura del villain può essere approfondita, scavata e analizzata, dandole una terza dimensione. Il villain protagonista di alcune serie diventa fragile, mettendo in mostra il proprio lato umano, una rappresentazione che lo pone in discussione in quanto cattivo in termini assoluti» (p. 25). In personaggio è dunque un villain che resta tale, mantiene la sua negatività, ma mostra qualche barlume di umanità «ed è qui che si ferma la sua interazione o spostamento verso il polo eroico» (p. 25). Il protagonista di The Sopranos (1999-2007, HBO) rappresenta il capostipite di tale tipologia.

Secondo lo studioso la figura del villain parzialmente umanizzato deriva più dal teatro che dal romanzo; tutto sommato Tony Soprano assomiglia più a Macbeth che a Edmond Dantés, è un cattivo che riesce a far partecipare lo spettatore alle sue peripezie in attesa della prevista redenzione finale attraverso la morte tragica che però la struttura “a stagioni” delle serie televisive inevitabilmente rimanda.

Se l’antieroe tradizionale è tale perché non ha le caratteristiche dell’eroe, mentre annovera una serie di debolezze considerate dal pubblico non così gravi da giustificare una condanna morale definitiva, quello che Anne W. Eaton (Robust Immoralism, 2012) definisce rought hero è contraddistinto invece da difetti decisamente più gravi ed anche le sue qualità positive «sono comunque direttamente correlate al suo carattere moralmente negativo. Inoltre il rough hero è privo di rimorsi e agisce con l’intenzione di compiere azioni malvagie […] è intrinsecamente immorale, al contrario dell’antieroe che sembra esserlo solo superficialmente per poi rivelarsi in fondo, o nella sua sostanza, moralmente positivo» (pp. 26-27).

Visto che il rough hero, al di là della sua immoralità, è pur sempre il protagonista del racconto, dunque è il personaggio con cui lo spettatore è indotto ad un qualche coinvolgimento emotivo, deve possedere alcune caratteristiche volte ad umanizzarlo e, a tal fine, viene spesso messo a confronto con personaggi peggiori di lui. «Il rough hero fondamentalmente non è un buono, un eroe, che si sporca e che diventa un cattivo, ma solo in superficie come Walter White, ad esempio. Potremmo invece dire che viene dall’altra direzione, è un villain che sotto rivela delle tracce di umanità e i problemi che essa comporta. Ma questa umanizzazione nel caso del rough hero resterà sempre la superficie della sua vera sostanza immorale e negativa» (pp. 27-28).

Un capitolo del saggio di Bernardelli è dedicato al dibattito sulla questione etica suscitato da tale tipologia di protagonista e circa il fatto se sia più o meno giustificato giudicare un’opera in base all’aspetto etico o morale (Ethical Criticism of Art) lo studioso individua due polarità contrapposte; una (moralism) ritiene inevitabile il legame tra giudizio estetico ed etico, l’altra (autonomism) reputa invece che il giudizio estetico prescinda dalle questioni di ordine etico. All’interno di tali estremi si ritrovano posizioni diversamente sfumate; si passa da un automatismo radicale (dipende esclusivamente da ragioni estetiche) ad uno moderato (a volte le questioni etiche possono concorrere alla definizione di un giudizio estetico ma le due cose restare separate) e da un moralismo moderato (è possibile in alcuni casi valutare l’opera dal punto di vista etico), all’eticismo (gli spetti etici concorrono pienamente al giudizio estetico), all’immoralismo (il difetto etico diviene parte fondante del giudizio estetico positivo), fino al moralismo radicale (l’opera deve contenere valori morali per essere giudicata positivamente).

Circa il coinvolgimento emotivo dello spettatore Bernardelli riprende gli studi della Cognitive Media Theory. L’approccio cognitivista ritiene che a proposito del coinvolgimento emozionale indotto dagli audiovisivi nel pubblico «il processo di costruzione dello stato emotivo sia il medesimo attivo nelle emozioni nate a partire da uno stimolo reale […] Sostanzialmente lo studio cognitivista del coinvolgimento filmico si incentra sull’analisi del modo in cui lo spettatore può provare identificazione, simpatia, empatia, o al contrario distacco, antipatia, presa di distanza, nei confronti dei personaggi che popolano un mondo di finzione audiovisivo» (pp. 33-34).

Bernardelli si sofferma in particolare sugli studi di Murrey Smith (Engaging Characters: Ficition, Emotion and the Cinema, 1995) in cui si sostiene che l’engagement dello spettatore nei confronti del personaggio passi attraverso l’identificazione dei personaggi (recognition), lo schieramento (alignment) – dipendente dalle modalità con cui sono costruite le strutture testuali che forniscono informazioni – ed, infine, la valutazione (orientata dal testo) di tali informazioni (allegiance). L’approvazione morale dello spettatore nei confronti del personaggio può, ovviamente, variare nel corso della narrazione.

tony-soprano-152Secondo diversi studiosi è con la serie The Sopranos, messa in onda dalla HBO nel 1999, che prende il via la tipologia del flawed character nelle produzioni seriali televisive. Nöel Carroll (Sympathy for the Devil, 2004) è stato tra i primi ad interrogarsi sui motivi che rendono il protagonista, Tony Soprano, affascinante agli occhi degli spettatori. Secondo lo studioso nei confronti di questo tipo di personaggio si può avere soltanto un’identificazione parziale e questa la si ha con ciò che egli ha in comune con noi (la banalità quotidiana). A restare estraneo allo spettatore sarebbe dunque il lato criminale di Soprano. Altro elemento che attenua il giudizio negativo sul protagonista è dato dal suo apparire tutto sommato “meno immorale” di altri personaggi che compaiono nella serie. Secondo Carroll il provare simpatia nei confronti di un personaggio della finzione che nella realtà sarebbe disprezzato è dovuto al fatto che, nel suo essere “irreale”, esso è costruito in modo da essere affascinante.

Secondo Murrey Smith (Just What Is It Thet Makes Tony Soprano Such an Appealing, Attractive Murdered?, 2011) l’accettabilità di Tony Soprano è dovuta ad una narrazione che alterna la sua appartenenza a due “famiglie”, quella criminale e quella biologica. Altro elemento che suscita fascino, secondo Smith, è dato dalla possibilità del protagonista di trasgredire dalla comune morale; lo spettatore può così immaginare di agire in maniera moralmente trasgressiva nella più totale impunità. «É la differenza di livello ontologico […] – tra la realtà dello spettatore e la finzione del mondo narrativo di Tony Soprano – a permettere al pubblico di godere di questo paradosso, e di accettare un personaggio che viene rappresentato come morale e immorale allo stesso tempo» (p. 48).

Anne W. Eaton (Robust Immoralism, 2012) sostiene che l’attrazione dello spettatore nei confronti del rough hero è determinata dal meccanismo retorico-testuale con cui è costruita la serie che rende il personaggio tanto accettabile quanto inaccettabile e sarebbe proprio tale incertezza a generare piacere estetico. La visione della Eaton deriva dall’idea che è possibile, attraverso particolari modalità narrative, costruire testi in cui elementi di negatività morale vengano interpretati positivamente dal punto di vista estetico. In Carroll, invece, il difetto etico si traduce anche in difetto estetico, «di conseguenza un difetto morale deve trovare una giustificazione, pena il fallimento anche estetico dell’opera […] Secondo Carroll dunque esistono opere che manifestano tali difetti morali da mettere lo spettatore nell’impossibilità di provare una qualsiasi forma di piacere estetico, ma non il contrario» (p. 49). Carroll contesta alla Eaton di «guardare solo ad un aspetto della struttura narrativa, in questo caso concentrandosi sulla figura del personaggio protagonista, senza valutare l’insieme dell’opera e la prospettiva implicita nei meccanismi narrativi del resto visti nel loro complesso» (p. 50).

Secondo Carroll lo spettatore non è attratto dal male al punto di volere condotte immorali da parte del protagonista ma, viceversa, è indotto a valorizzare i suoi tentativi di essere un “buon padre di famiglia”. Di Tony Soprano, insomma, si ammira il suo cercare di difendere se stesso ed i suoi famigliari da altri criminali e non la sua condotta criminale. «Un aspetto interessante toccato da Carroll, e spesso dimenticato da altri autori, è il fatto che non sempre ciò che viene ritenuto morale o immorale ha direttamente a che vedere con ciò che è legale o illegale da un punto di vista formale» (p. 51); se il farsi giustizia da sé risulta legalmente inaccettabile, non è detto che ciò venga percepito dallo spettatore come immorale.

Mentre Carroll sottolinea come diverse opere considerate immorali possono essere utili per migliorare lo spettatore, Eaton sostiene invece che tali opere conducono lo spettatore su posizioni di ambivalenza e di incertezza nel giudizio morale sul personaggio e ciò rappresenterebbe il risultato estetico più intrigante dei rough heroes. Dunque, sostiene Bernardelli, «la discussione tra Eaton e Carroll mette in evidenza come l’intreccio di problematiche etiche ed estetiche, quindi di due differenti livelli di valutazione di un testo, portino a interpretazioni spesso diametralmente opposte dell’effetto di un’opera narrativa, in particolare quando uno spettatore è messo di fronte ad un “eroe difettoso”» (p. 53).

Bernardelli si sofferma anche sugli studi della norvegese Margrethe Bruun Vaage (The Antihero in American Television, 2015 – Don, Peggy, and Other Fictional Friends? Engaging with Characters in Television Series, scritto con Robert Blanchet, 2012). La studiosa pone l’accento su come i prodotti audiovisivi seriali siano in grado di determinare un maggior coinvolgimento dello spettatore rispetto ai film e su come la maggiore familiarità del pubblico nei confronti dei personaggi induca ad un maggior senso di complicità nei loro confronti.
La Vaage (Relifes and Reality Checks, 2013) affronta anche l’asimmetria emotiva con cui lo spettatore giudica personaggi di fiction e personaggi reali. La differenza con cui si guarda al personaggio di ficition rispetto al suo omologo reale sarebbe determinata da un paio di meccanismi testuali. Attraverso il primo meccanismo (fictional relief) lo spettatore verrebbe condotto a modificare la propria prospettiva morale in una sorta di sospensione valoriale proprio in quanto consapevole di trovarsi di fronte ad una finzione, mentre il secondo meccanismo testuale (reality check) funzionerebbe da monito palesando le conseguenze negative che la condotta del personaggio avrebbero nella realtà.

Bernardelli riprende le principali strategie drammatiche utilizzate per rafforzare l’identificazione tra pubblico e personaggi moralmente conflittuali individuate da Alberto N. Garcia (Moral Emotions, Antiheroes and the Limits of Allegiance, 2016): la comparazione morale o il principio del “male minore” (presenza di personaggi peggiori del protagonista); il potere consolatorio della famiglia (la quotidianità del protagonista può fornire giustificazioni); la contrizione (il manifestare sensi di colpa nel personaggio); la vittimizzazione (l’esplicitare un passato in cui il protagonista è stato vittima).

breakingbad-222La rassegna dei lavori dedicati agli antieroi delle serie televisive proposta da Bernardelli contempla anche alcuni studiosi che si sono occupati del rapporto tra i testi e i conflitti sociali e culturali della contemporaneità nordamericana. Ad esempio Ashley M. Donnelly (The New American Hero: Dexter, Serial Killer for the Masses, 2012) colloca il personaggio di Dexter all’interno di una lunga tradizione nordamericana volta a valutare positivamente gli antieroi; la storia statunitense è piena di “ribelli per il bene comune” e «l’apparente ambiguità di Dexter non fa altro che rinforzare ideali conservatori, come quello del “vigilante” o del “vendicatore”, e attraverso la sua caratterizzazione – un cattivo apparente che nasconde un individuo positivo – offre paradossalmente una chiara differenziazione tra il bene e il male, ristabilendo il confine tra ciò che è normale e ciò che è “altro”» (p. 59).
La stessa studiosa (Renegade Hero of Fauz Rouge: The Secret Traditionalism of Television Bad Boys, 2014) analizza serie come Sons of Anarchy, True Blood, Breaking Bad e Boardwalk Empire al fine di dimostrare come questi antieroi non siano affatto conflittuali nei confronti della cultura dominante; si tratterebbe piuttosto di «semplici reincarnazioni dei tradizionali eroi conservatori, capitalisti ed etnocentrici, con la differenza che vengono rappresentati come ancor più sanguinari e razzisti» (p. 58).

Geraldine Harris (A Return to From? Pstmasculinist Television Drama and Tragic Heroes in the Wake oh The Sopranos, 2012) partendo dalla constatazione che molti antieroi che popolano diverse serie televisive recenti sono di genere maschile, distingue tra postmasculinist drama series (The Sopranos, The Wire, Deadwood, Mad Men, Sons of Anarchy) e postfeminist drama series (Sex and The City, Ally McBeal). Le prime proporrebbero scenari narrativi dominati da misoginia, omofobia e razzismo nonostante in apparenza sembrano voler stabilire una distanza ironica nei confronti di tali atteggiamenti ricorrendo a protagonisti antieroici; la situazione problematica dell’antieroe sarebbe «la rappresentazione stessa della crisi esistenziale della mascolinità dell’uomo bianco nordamericano» (p. 59).

Anche Amanda D. Lotz (Cable Guys: Television and Masculinities in the 21th Century, 2014) individua negli antieroi maschili messi in scena da parecchie serie televisive nordamericane recenti, una «rappresentazione della condizione conflittuale e vulnerabile della mascolinità nella società nordamericana […] attraverso il conflitto tra i protagonisti tradizionali e quelli antieroici viene occultamente rappresentato lo scontro tra i modelli più tradizionali di mascolinità e quei nuovi modelli più prossimi alla sensibilità del postfemminismo contemporaneo» (p. 60).

Il significato ideologico delle serie televisive contemporanee che rappresentano il conflitto tra un protagonista antieroe, bianco e maschio che si mostra ambiguo nei confronti del razzismo ed un secondo personaggio, altrettanto bianco e maschio, più esplicitamente razzista, è invece al centro degli studi di Michael L. Wayne (Ambivalent Anti-heroes and Racist Rednecks on Basic Cable: Post-race Ideology and White Masculinities on FX, 2014). Si tratterebbe, secondo Wayne, di una contrapposizione falsamente conflittuale che, costruita su visioni della questione razziale del tutto stereotipate, finisce col negare valore a tali problematiche.

Nel volume di Bernardelli viene affrontata la particolare serialità televisiva di cui si sta parlando anche dal punto di vista della sua classificazione – secondo formato, genere e registro – che, ovviamente, incide sull’interpretazione. Secondo lo studioso, oltre alle tradizionali comedy e drama, occorrerebbe introdurre la categoria di tragedia in quanto tale categoria di interpretazione narrativa permetterebbe di approfondire la questione del coinvolgimento del pubblico con il personaggio negativo protagonista.
Nella tragedia shakespeariana, sostiene lo studioso, gli atti del personaggio negativo non vengono giustificati in alcun modo, nemmeno il passato viene in soccorso; «l’unica sua possibile redenzione consiste nella morte» (p. 62). Nelle recenti serie televisive «potremmo identificare dei protagonisti che sono una tipologia specifica di antieroe, o meglio appartengono sì all’ampia famiglia degli antieroi, ma che sono in realtà eroi tragici» (p. 62).

Robert Warshow (The Gangster as Tragic Hero, 1948) spiega come mentre il tragico classico consiste nello scontro dell’individuo con un ordine morale superiore, nella modernità (scrive a fine anni Quaranta) il tragico viene identificato nel «rifiuto dell’individuo nei confronti del principio della felicità collettiva (il sogno americano)» (p. 63). Secondo Warshow la ribellione nei confronti del sogno americano, generante in molti disperazione e fallimento, trova espressione in forme di rappresentazione più o meno mascherate; il gangster del cinema degli anni Quaranta sarebbe una di queste forme. «Il gangster è un eroe tragico perché rappresenta la frustrazione e la ribellione a quello che definisce “Americanism”, il modello di vita americano. Come nella tragedia classica il gangster è un individuo che si ribella ad un superiore fato collettivo: la necessaria, ma continuamente frustrata, ricerca della felicità» (p. 63).

Il gangster cinematografico è ovviamente altro rispetto ad un gangster reale ma «esprime o rappresenta un’urgenza o esigenza molto reale per gli spettatori» (p. 63). Il percorso del gangster al cinema è il medesimo del classico eroe tragico: successo rapido ed altrettanto rapida rovina. «La morale del gangster movie per Warshow è che tutti abbiamo la sensazione di avere diritto al successo, con ogni mezzo, ma che ogni mezzo, ogni azione compiuta per avere successo, per essere un individuo, sia illegale, immorale, e che faccia sentire gli altri come soggetti ad un atto di aggressione lasciando colui che agisce per emergere in realtà solo e indifeso» (p. 63). Il diritto al successo è proposto come possibile sebbene considerato sbagliato e pericoloso.

cattici seriali carocciSe abbandoniamo l’idea che i prodotti culturali per forza riflettano la realtà e pensiamo invece ad essi come a qualcosa che riflette sulla realtà, allora la figura del rough hero può essere affrontata diversamente da come la pone, ad esempio, la Vaage che, come abbiamo visto, ragiona sulle differenze di coinvolgimento dello spettatore in base all’avere a che fare con un “cattivo” di finzione o con l’equivalente reale.

Se pensiamo alla narrazione come ad uno strumento importante al fine di ridefinire una prospettiva etica nello spettatore, allora nei racconti si può individuare «la funzione di porre dei “paletti”, per delimitare un territorio altrimenti confuso, con confini (etici) poco o non definiti. Le narrazioni di cui fruiamo pongono dei confini a quella che è la nostra concezione dei limiti del comportamento (nostro e altrui), altrimenti non razionalizzabile, non esprimibile esplicitamente» (p. 66). Dunque, secondo Bernardelli, «una prospettiva etica di questo genere fornisce un importante valore e funzione anche alle narrazioni minori, quelle dei mass media. A questo punto quale sarà la funzione di una serie televisiva in cui il comportamento del protagonista sia eticamente anomalo? Di darci una esemplificazione, seppure negativa, di quello che deve essere il nostro e l’altrui confine etico. Le serie televisive co protagonisti “difficili e complessi” contribuiscono quindi, insieme ad altre fonti di narrazioni, a costruire la nostra idea etica» (p. 66).

L’ultima parte del saggio di Bernardelli è dedicata ad alcune produzioni televisive italiane: “Dall’antieroe al rough hero nella serialità italiana”. Qua lo studioso passa in rassegna l’antieroe atipico rappresentato da L’ispettore Coliandro (2006-in produzione, Rai Fiction), ed il percorso che porta al rough hero analizzando le serie Romanzo criminale (2008-2010, Sky) e Gomorra (2014-in produzione, Sky).

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Madri assassine, responsabilità sociali e strategie di distrazione di massa https://www.carmillaonline.com/2017/02/09/36152/ Wed, 08 Feb 2017 23:01:45 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=36152 di Gioacchino Toni

COVER_fariello-madri-assassineSara Fariello, Madri assassine. Maternità e figlicidio nel post-patriarcato, Mimesis edizioni, Milano-Udine, 2016, pp. 106, € 8,00

Madri assassine di Sara Fariello affronta la questione del figlicidio mettendo in evidenza come, al di là della morbosa attenzione dell’opinione pubblica alimentata dai media, i processi di stigmatizzazione e di criminalizzazione della donna nel ruolo di madre assassina risultino «funzionali al mantenimento e al rafforzamento di un sistema che, da un lato, smantella il Welfare e le garanzie a tutela dei lavoratori e delle lavoratrici e, dall’altro, tende ancora – o di [...]]]> di Gioacchino Toni

COVER_fariello-madri-assassineSara Fariello, Madri assassine. Maternità e figlicidio nel post-patriarcato, Mimesis edizioni, Milano-Udine, 2016, pp. 106, € 8,00

Madri assassine di Sara Fariello affronta la questione del figlicidio mettendo in evidenza come, al di là della morbosa attenzione dell’opinione pubblica alimentata dai media, i processi di stigmatizzazione e di criminalizzazione della donna nel ruolo di madre assassina risultino «funzionali al mantenimento e al rafforzamento di un sistema che, da un lato, smantella il Welfare e le garanzie a tutela dei lavoratori e delle lavoratrici e, dall’altro, tende ancora – o di nuovo – ad estromettere le donne da alcuni ambiti per relegarle, dopo i movimenti di liberazione ed emancipazione degli anni ’70, nel ruolo di “buone madri”» (p. 11).

Nel saggio i figlicidi vengono affrontati con un’ottica sociologica che sposta lo sguardo dalla prospettiva individuale di ogni singola figlicida alla società ed alle sue responsabilità. «I figlicidi rappresentano qui solo un “pretesto” per parlare di soggettività femminili, crisi del Welfare e diritti negati in un’epoca che stiamo imparando a definire “post-patriarcale” o “neo-patriarcale”» (p. 13). Con il termine “post-patriarcale” la studiosa fa riferimento ad un contesto trasformato dalle conquiste e dalle libertà femminili che permettono alle donne di accedere alla sfera pubblica ed al mondo del lavoro, mentre con il termine “neo-patriarcale” si riferisce al ritorno del patriarcato sotto nuove spoglie. «La femminilizzazione del mondo del lavoro e dello spazio pubblico, infatti, non corrisponde ad un reale rafforzamento del ruolo della donna, ma ad un’ulteriore fase del processo di sfruttamento delle risorse femminili, operato da un sistema che alterna vecchi registri misogini alla capacità di appropriarsi delle abilità femminili per piegarlo ai suoi fini. In questo contesto, la libertà femminile diventa una nuova forma di schiavitù rispetto ai valori consumistici del neo-liberismo e rispetto ai dispositivi utilizzati per gestire pubblicamente le soggettività» (p. 13).

La studiosa si sofferma sulla distinzione tra infanticidio e figliocidio. Nel primo caso ci si riferisce all’uccisione del neonato subito dopo il parto e se tale fenomeno in passato veniva legato a gravi situazioni di emarginazione, ignoranza e precarietà economica, oggi, nelle società occidentali, tende ad essere letto come reato commesso dalle giovani madri, spesso non sposate che presentano fenomeni di “negazione della maternità” tanto che il parto sovente giunge del tutto inaspettato. L’infanticidio in alcune società antiche è incoraggiato dai valori culturali e dalla legislazione. Il figlicidio rappresenta invece, per certi versi, un caso più complesso ed avviene solitamente dopo il primo anno di età, quando tra madre e figlio si è già stabilita una precisa relazione di affetto ed accudimento.

«La tendenza ad attribuire alla donna che uccide i propri figli delle limitate capacità mentali […] non è solo propria del discorso giuridico ma, più in generale, riguarda il modo “comune” di accostarsi al fenomeno, ed è questo forse il motivo per cui la tematica in questione è stata sempre studiata e analizzata dal punto di vista della psichiatria e della criminologia. Si tratta di un discorso stereotipato, fondato su una rappresentazione culturale della donna che la vede completamente incapace di uccidere e di esprimere una tale violenza fisica se non per cause psicopatologiche. Sembra sia questo l’unico modo di reagire allo sgomento provocato dall’irruzione nel nostro immaginario, che tende ad attribuire alla maternità un valore assoluto, di immagini di violenza e di brutalità sui propri bambini da parte di donne in apparenza “normali”» (p. 24).

Tale tipo di omicidio non può essere spiegato ricorrendo all’idea che sia determinato dalla “pazzia” o da un “raptus”. Solitamente il figlicidio è preceduto da situazioni ricorrenti che, soprattutto in Italia, sembrano scarsamente ricevere la giusta attenzione da parte non solo di medici ed assistenti sociali ma anche, e soprattutto, della famiglia. Esiste una “responsabilità sociale” alla base di tali tragedie che, secondo la studiosa, è stata sino ad ora scarsamente indagata e troppo spesso si sorvolano le responsabilità di politiche che stanno progressivamente smantellando il Welfare. La precarizzazione dei rapporti di lavoro e la mancanza di reti sociali solidali rendono la vita delle donne-madri particolarmente difficile. «Esistono forse oggi condizioni sociali che favoriscono l’esplosione della tragedia: molte giovani coppie entrano in crisi proprio con l’arrivo del primo figlio poiché la trasformazione dei ritmi e delle abitudini di vita che la nascita di un bambino provoca – perdita dell’intimità e del tempo libero, cambiamenti legati alla sfera psico-fisica – s’intrecciano a condizioni di difficoltà economica e precarietà occupazionale» (p. 31). Inoltre, sottolinea la studiosa, la maternità acuisce l’ineguaglianza all’interno della coppia.

Pur avendo perso smalto rispetto al passato, la “mistica della maternità” fatica ad essere considerata parte delle grandi costruzioni politiche e culturali della “civiltà dell’uomo”. Secondo la studiosa per riportare l’infanticidio alla “normalità” occorre che questo sia contestualizzato all’interno delle trasformazioni della vita privata e pubblica ed occorre indagare la percezione che una donna ha di se stessa e del mondo. È forse possibile immaginare che nelle madri-assassine si manifestino i segnali di una società in profonda crisi: «un senso di soffocamento all’interno di contesti familiari e sociali frustranti, di meccanismi percepiti come privi di senso come terribilmente vincolanti delle aspirazioni personali; inoltre, un vivo senso d’inadeguatezza rispetto a ruoli sempre più performanti, nella vita professionale come in quella affettiva. Una società, basata ancora sulla divisione sessuale dei ruoli, in cui non è prevista nessuna responsabilità o modalità collettiva per il soddisfacimento (non alienante) dei bisogni, ma che ha (ri)collocato tale soddisfacimento all’interno dei rapporti affettivi più importanti: dentro e fuori la famiglia, alla donna viene chiesto di soddisfare e riconoscere il bisogno altrui, vecchi, malati, bambini e maschi adulti, nella misura in cui le si impedisce di riconoscere il proprio. Viviamo d’altronde in una fase storica e sociale nella quale le donne sono continuamente sotto pressione in casa come nel mondo del lavoro: da un lato, esse sono un “bacino strategico” per il capitalismo flessibile e cognitivo che “mette a valore” le attitudini comunicative, relazionali e di cura che si considerano tradizionalmente “femminili” in ragione del loro ruolo riproduttivo, dall’altro esse vivono e sperimentano condizioni di precarietà sempre peggiori […] Di fronte alle “richieste” sempre più pressanti di un sistema economico e lavorativo che pretende partecipazione, disponibilità infinita di tempo e risorse, anche in assenza delle tutele minime, le donne sono spesso costrette a indietreggiare per poter preservare la sfera privata degli affetti» (pp. 38-39).

Fariello, dopo aver spiegato come il “post-patriarcato” contemporaneo sia caratterizzato da un “patriarchismo di ritorno” che determina una “maternità intrappolata dal politicamente corretto”, nel Secondo capitolo del saggio passa in rassegna la figura della madre nella riflessione femminista a partire dalle considerazioni di Simone de Beauvoir di metà Novecento, passando per il pensiero della differenza, sino ad affrontare le proposte che mettono in discussione l’idea di una soggettività femminile unitaria e che vedono la costruzione sociale e discorsiva dell’identità soggettiva come il risultato della combinazione del “genere” con altri assi di differenza (razza, classe sociale, orientamento sessuale…).

modello femminile 005Nel Terzo capitolo vengono analizzati i “Processi di stigmatizzazione nella società sessista”. A lungo le teorie sulla delinquenza hanno ragionato sul divario tra il tasso di delinquenza maschile e quello femminile a partire dalla subalternità sociale femminile e dalla presunzione di un’inferiorità biologica ed intellettuale della donna giungendo così, di fatto, a concepire le donne come “naturalmente incapaci di condotte autonome”, dunque anche di atti di devianza. Nelle teorie della criminalità femminile elaborate nel corso degli anni Settanta del Novecento, si individua nel “genere” una variabile per comprendere la devianza e l’aumentata propensione delle donne all’atto criminale viene ricollegato al processo di emancipazione femminile: sarebbe l’accesso della donna a ruoli in società solitamente maschili a comportare un suo maggior coinvolgimento in attività illecite.

Dunque, sostiene Fariello, «se volessimo leggere il probabile aumento dei reati legati al figlicidio materno all’interno di tali prospettive teoriche, potremmo affermare che il motivo per il quale le donne compiono reati strettamente legati alla propria condizione biologica è che esse sono sostanzialmente relegate in un ambito familiare; se, al contrario, fossero maggiormente coinvolte nella società e occupassero posizioni rilevanti anche nel mondo del lavoro, con ogni probabilità commetterebbero più crimini tradizionalmente “maschili” quali la frode, i furti, la truffa o i reati dei “colletti bianchi”. È, dunque, proprio l’ambito familiare, lo scenario d’elezione del crimine femminile in ragione del “ruolo” assegnato alla donna nell’ambito della vita domestica: essa è, da un lato, vittima della violenza maschile, e dall’altro, artefice di altre violenze» (pp. 80-81).

Il femminismo radicale «sottolinea l’importanza dei meccanismi di “costruzione” sociale della devianza occupandosi dei modi in cui il sistema economico capitalista favorisce e produce l’oggetto “criminalità” attraverso la creazione di una società maschilista e patriarcale caratterizzata dal dominio degli uomini sulle donne (qui, dunque, l’aspetto del crimine scivola in secondo piano). Il maschilismo definisce il valore di una donna in relazione alla famiglia e conferisce agli uomini il controllo sulla riproduzione. In questa prospettiva, la liberazione delle donne dal dominio maschile, attraverso l’acquisizione di nuove consapevolezze e il controllo sul proprio corpo, non provocherebbe un aumento dei tassi di criminalità femminile ma, al contrario, faciliterebbe sia la riduzione dei reati commessi dalle donne, sia un calo della violenza maschile sulle donne. Di conseguenza, è possibile ipotizzare che anche i reati di “figlicidio”, così come quelli di “femminicidio”, tenderebbero a diminuire se le relazioni sociali e familiari si ristrutturassero intorno ad un modello diverso» (p. 83).

Statisticamente i crimini commessi dalle donne sono soprattutto contro il patrimonio e ben raramente si tratta di omicidi. Nonostante ciò i delitti “al femminile” che ottengono le prime pagine dei giornali e la ribalta televisiva sono quelli contro la persona, in tal modo «viene confermato e si riproduce lo stereotipo culturale (nel quale si riflettono gli assunti della criminologia positivista e delle teorie biologiche) che rappresenta la donna come un essere incapace di violenza e, nel caso di devianza, come biologicamente anormale, come una “malata” o una “pazza” da curare o allontanare dalla società» (p. 86).

Fariello sottolinea come «gran parte dei figlicidi sembra essere compiuto dai padri, ma tali delitti vengono spesso classificati come stragi familiari o suicidi allargati poiché gli uomini uccidono spesso, insieme ai figli, anche le proprie mogli e compagne. Gli omicidi in famiglia, cioè, sono equamente distribuiti tra uomini e donne e quindi non è vera l’affermazione per la quale le madri uccidono di più. La differenza è che i padri tendono ad uccidere figli più grandi a causa dei contrasti e dei conflitti familiari. Uccidono di meno i bimbi piccoli perché hanno un ruolo diverso da quello delle madri e non li percepiscono come una propaggine di se stessi, una parte da eliminare» (pp. 86-87). Perché allora non esiste la figura del “padre assassino”? Perché l’uccisione di un figlio da parte di un padre non provoca lo stesso stupore che si riscontra quando è una madre ad uccidere?

La parte conclusiva del saggio è in buona parte dedicata alle modalità con cui i media affrontano i casi di “madri assassine” ed a tal proposito la studiosa insiste sul ruolo di “distrazione di massa” svolta soprattutto dal mezzo televisivo. «È come se la “televisione del crimine” – c’è chi ha parlato di “televisione assassina”– sostituisse la televisione dell’informazione e dell’inchiesta sociale, dal momento che si riducono gli spazi concessi ad altri tipi di notizie, come quelle riguardanti la crisi economica. In altri termini si potrebbe affermare che la “questione criminale” soppianta la “questione sociale” anche nelle dinamiche mass-mediatiche delle società post-fordiste. L’ipotesi che si fa strada è che questi meccanismi non rispondano solo ad esigenze di “commercializzazione”, ma siano utilizzati anche per orientare l’attenzione dell’opinione pubblica in un senso piuttosto che in un altro, con modalità e tecniche discorsive che “distraggono” i cittadini-telespettatori e che, spesso, confondono le idee» (p. 89).

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