Costituzione – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 26 Jun 2026 20:00:01 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 La Destra politica italiana e la Costituzione del 1948 https://www.carmillaonline.com/2024/01/19/la-destra-politica-italiana-e-la-costituzione-del-1948/ Fri, 19 Jan 2024 21:00:41 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=80740 di Pietro Garbarino

Ci fu un tempo in cui l’Italia visse sotto l’incubo di attentati sanguinosi a banche, ferrovie e luoghi pubblici in generale. Li possiamo ricordare ancora tutti: Piazza Fontana (1967), Gioia Tauro (1970), Peteano (1972), Questura di Milano (1973), Piazza Loggia di Brescia e Italicus (1974), e altri episodi, precedenti e successivi, che non sono rimasti nella memoria storica, ma sono purtroppo avvenuti.

Ma in quegli anni avvenne anche altro; la bomba di Milano aveva lo scopo di fare proclamare la legge marziale, o comunque leggi di emergenza che avrebbero limitato le libertà democratiche e neutralizzato il Parlamento, [...]]]> di Pietro Garbarino

Ci fu un tempo in cui l’Italia visse sotto l’incubo di attentati sanguinosi a banche, ferrovie e luoghi pubblici in generale.
Li possiamo ricordare ancora tutti: Piazza Fontana (1967), Gioia Tauro (1970), Peteano (1972), Questura di Milano (1973), Piazza Loggia di Brescia e Italicus (1974), e altri episodi, precedenti e successivi, che non sono rimasti nella memoria storica, ma sono purtroppo avvenuti.

Ma in quegli anni avvenne anche altro; la bomba di Milano aveva lo scopo di fare proclamare la legge marziale, o comunque leggi di emergenza che avrebbero limitato le libertà democratiche e neutralizzato il Parlamento, come supremo organo elettivo e democratico dello Stato. Cosa che non avvenne perché le istituzioni reagirono e perché i cittadini avevano capito cosa stava bollendo in certe pentole.

Ma nel Dicembre 1970 ci si riprovò, con un colpo di stato tentato dal nostalgico fascista Junio Valerio Borghese, che fece male i conti delle proprie forze, ma che si diede poi alla fuga senza pentirsene mai.
Nel 1973 ci riprovarono, assieme, esponenti delle forze armate, politici provenienti anche da partiti dell’arco costituzionale (antifascista) ma schierati a destra in nome dell’anticomunismo, ex partigiani bianchi sempre rimasti ferocemente anticomunisti e, come sempre, insieme a loro, fascisti e neofascisti, in parte contrapposti del MSI-D.N., ma anche appartenenti a gruppi oltranzisti come Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale.
Anche questa volta andò per loro male, ma il seme era ormai gettato.

Cosa volevano costoro?
1) Togliere ogni potere a partiti (quelli veramente antifascisti) e sindacati.
2) Ridimensionare il ruolo del Parlamento come principale espressione dell’ordinamento democratico e della rappresentatività popolare.
3) Imbavagliare la stampa libera.
4) Ridimensionare il potere della magistratura, assoggettandola al potere politico.
5) Fare modificare la natura dello stato da parlamentare a presidenziale.
6) Affidare il potere esecutivo (cioè quello politico) al Presidente della Repubblica. Cioè,ad un uomo solo al comando.

In pratica, pur con qualche diversa forma e modalità, si trattava di ripristinare i tratti salienti dello stato fascista.
Ma proprio per evitare ciò i Padri Costituenti avevano pensato, e realizzato, una Costituzione che negava, e nega, ogni carattere dello stato fascista; e proprio per tale motivo i nostalgici, reazionari e neofascisti volevano e tutt’ora vogliono abbattere quei principi e quegli istituti, che impediscono loro di restaurare lo stato autoritario di Mussolini e C.
Non a caso, il fascista Almirante definì la Repubblica risorta dalla Resistenza dalle dittature come “repubblica bastarda”, avendo egli in testa solo i principi demagogici, autoritari e servili della Repubblica di Stato, stato fantoccio al servizio dello stato hitleriano e nazista.

Ma le lotte operaio e studentesche di quegli anni, in primo luogo ispirate dall’antifascismo e tendenti all’allargamento degli spazi della democrazia, condizionarono un ceto politico, già tentennante e in declino culturale e ideale, e fecero si che lo stato democratico reggesse.
Tutto ciò peraltro non scoraggiò alcuni potenti sostenitori della trasformazione in senso autoritario dello Stato, tanto è vero che il massone eversore Licio Gelli ebbe modo di riformulare in modo organico il programma dei bombaroli e golpisti degli anni ’70 dello scorso secolo, inserendolo nel “programma di rinascita democratica”.

I cui temi fondamentali di tale programma eversivo vennero poi fatti in parte propri non solo dalle potenti cosche mafiose di Calabria e Sicilia (molti membri delle cupole di comando di quelle organizzazioni criminali erano anche adepti di logge massoniche), ma vennero recepite nei programmi di governo delle forze della nuova destra, che furono riunite, unificate, legittimate e perfino foraggiate, dall’entrata in politica di Silvio Berlusconi.
Questi, sfruttando la notorietà che gli fruttavano inopportune e fuorvianti compagnie di stampa sulla sua vita privata, fece passare ad uno ad uno quasi tutti gli obiettivi del “programma di rinascita democratica” formulato dalla massoneria capitanata da Gelli, e tentò perfino la carta della modificazione costituzionale in senso antiparlamentare e per il rafforzamento dell’esecutivo (leggi, Governo), senza però riuscirvi perché ancora una volta prevalse tra i cittadini il punto di vista democratico e costituzionale.

Ma, dopo il tramonto politico di Berlusconi, il paese non fu più comunque quello che aveva, negli anni ’70 e ’80 dello scorso secolo, sconfitto le bombe fasciste, i tentativi di golpe e il terrorismo di ogni specie e provenienza.
E ciò perché Berlusconi legittimò la destra di origine fascista e minò l’unità antifascista dei partiti che avevano partecipato alla Resistenza, rompendo il cosiddetto “arco costituzionale”.

E da allora, sulla scena politica nazionale, ebbero ingresso quelle proposte e pulsioni che l’Assemblea Costituzionale aveva isolato, negato e definitivamente archiviato, nella consapevolezza che lo stato democratico si dovesse fondare sulla ripartizione di poteri uguali fra loro, sulla sovranità del parlamento, e sul diritto.
Ma la rottura della residuale unità antifascista dei partiti dell’ex arco costituzionale, che significava essenzialmente osservanza rigorosa e rispetto della Costituzione del 1948, ha fatto venire meno proprio quel livello di valori per cui, specialmente a destra, ma anche nello schieramento opposto, si sono fatte strada idee e proposte di modifica della carta costituzionale, in nome di un malinteso efficientismo dell’azione politica e di una altrettanto inutilizzata e ideologizzata “governabilità” che nulla ha a che vedere con la carta fondante del nostro Stato.

Entrambi gli opposti schieramenti (si è infatti tentato di passare, senza successo alcuno ad un sistema politico di stampo anglo-sassone, e cioè bipartitico, e ad un sistema elettorale di tipo maggioritario) hanno infatti inteso il governare come affermazione esclusiva di proprio punto di vista, in funzione di negazione e sopraffazione dell’opposizione, nonostante che la carta costituzionale indichi chiaramente che si governa nell’interesse generale del paese, che il sistema politico è e deve essere pluralista, e che tutte le forze politiche presenti in parlamento devono contribuire al miglior governo possibile della cosa pubblica.
In altri termini la buona ed efficiente governabilità del paese si ha quando si verificano quelle circostanze e non quando uno schieramento politico riesce a soverchiare quello opposto.

E così avviene che il secondo governo presieduto da Berlusconi (era il 2007) tentò di modificare la Costituzione attribuendo al Governo e al Presidente del Consiglio poteri maggiori e più estesi di quanto sono oggi.
Ma anche alcuni importanti forze del centro sinistra, nel 2016, tentarono un’operazione analoga.
Fortunatamente entrambe fallirono, ma la tendenza diffusa trasversalmente tra i vari partiti, di imporre la maggioranza politica uscita dalle urne elettorali in modo prevaricante, non si rassegnò affatto e ha ripreso fiato e forza, in particolare dopo le ultime elezioni politiche, che hanno visto prevalere la destra più estrema; quella che non ha mai digerito i capisaldi costituzionali che sino ad oggi hanno garantito la natura democratica della Repubblica Italiana.

Così si è verificato che il partito vincitore delle elezioni del 2022 avesse inserito nel proprio programma politico proprio quella repubblica presidenziale che era stata l’obiettivo dei fautori delle stragi degli anni ’60 e ’70 del ‘900, ma anche del programma massonico di “rinascita democratica”.
E’ vero che successivamente, nelle concrete circostanze e nello spirito autoritario del programma politico della destra attualmente al governo, tale proposta di modifica sostanziale della Costituzione del 1948, si è tradotta in una proposta di “premierato forte”, ma non si può negare che il principio ispiratore di fondo di entrambe le soluzioni prospettate, sia quella di superare il principio della tripartizione dei poteri, di eliminare e neutralizzare il Parlamento, imponendo in modo autoritario e unilaterale la legge del più forte.
Proprio quello che l’Assemblea Costituente evitò e condannò in modo chiaro e inequivoco.

La proposta di premierato, oggi avviata verso l’approvazione (che tuttavia prevede un iter parlamentare abbastanza lungo e complesso) si fonda sull’elezione diretta del Presidente del Consiglio, quale leader dello schieramento politico risultato vincente alle elezioni, che fruisce automaticamente della maggioranza assoluta dei membri delle Camere, in forza di un abnorme previo di maggioranza, e potrà così governare indisturbato per 5 anni, di fatto detenendo il potere di impulso delle leggi che potrà dettare alle Camere, sotto il ricatto che, se cade il governo, si sciolgono anche le assemblee parlamentari.

Ciò comporterà che il Governo potrà contare su un massiccio (e subalterno) consenso nelle aule, che gli permetterà anche di eleggere parte dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura e perfino della Corte Costituzionale (il Giudice delle leggi) e perfino, alla terza votazione, il Presidente della Repubblica.
Questi, invece, verrà limitato nei suoi poteri di scioglimento delle Camere e nella formazione del Governo, e perderà la sua funzione di garante dell’equilibrio dei poteri dello Stato.

In definitiva, premesso che una simile proposta di nuovo assetto costituzionale non sarebbe stata neppure concepibile allorché vigeva l’unità antifascista dell’arco costituzionale, lo scopo della modifica istituzionale, che il governo di destra propone, mira proprio a sbilanciare i poteri dello Stato, oggi basati sulla centralità del Parlamento, come organo democratico rappresentativo dei cittadini, e la funzione di garanzia del Presidente della Repubblica; e ciò a tutto vantaggio del “Premier” che avrebbe non solo il potere di formare il governo, indicando al Capo dello Stato i ministri, ma avrebbe in pugno il Parlamento e influirebbe in modo notevole sul potere giudiziario, e perfino sull’organo massimo di garanzia della corretta applicazione, delle leggi approvate nonché dei principi e diritti costituzionali.

Come si vede, si tratta del ritorno del principio di “un uomo solo al comando” già così caro al cavaliere Berlusconi, ma che rimanda chiaramente ai prodromi storici dell’ascesa al potere del fascismo.
Dunque, in conclusione, possiamo ritenere, e i fatti storici ce lo confermano, che c’è un filo continuo (non certamente rosso) tra le stragi fasciste degli anni ’60 e ’70 dello scorso secolo e che il certosino lavoro di erosione delle istituzioni democratiche da parte non solo della destra politica, ma anche di neo-fascisti, gerarchie militari, comandi atlantici e servizi segreti, sta purtroppo dando i suoi nefasti e mefitici frutti.

L’opinione pubblica democratica è avvertita e deve essere cosciente.
Saprà reagire?

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I partiti politici nella Costituzione e nella società odierna https://www.carmillaonline.com/2023/11/20/i-partiti-politici-nella-costituzione-e-nella-societa-odierna/ Mon, 20 Nov 2023 21:00:26 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=80007 di Pietro Garbarino

L’art. 49 della Costituzione repubblicana dichiara il diritto dei cittadini ad associarsi in partiti politici per concorrere con metodo democratico alla vita politica del paese. Le modalità e finalità delle associazioni sono quanto mai libere, proprio per non condizionare dall’esterno gli orientamenti politici, anche diversificati fra loro, degli associati. Ma purtroppo, e non si può certo addebitarlo ai Padri costituenti, l’intento di non condizionare tale diritto, come allora espresso, si è venuto a scontrare con diversi fattori, tra i quali le diverse leggi elettorali succedutesi negli ultimi trent’anni, con alcune discutibili prassi istituzionali che hanno condizionato i rapporti [...]]]> di Pietro Garbarino

L’art. 49 della Costituzione repubblicana dichiara il diritto dei cittadini ad associarsi in partiti politici per concorrere con metodo democratico alla vita politica del paese. Le modalità e finalità delle associazioni sono quanto mai libere, proprio per non condizionare dall’esterno gli orientamenti politici, anche diversificati fra loro, degli associati. Ma purtroppo, e non si può certo addebitarlo ai Padri costituenti, l’intento di non condizionare tale diritto, come allora espresso, si è venuto a scontrare con diversi fattori, tra i quali le diverse leggi elettorali succedutesi negli ultimi trent’anni, con alcune discutibili prassi istituzionali che hanno condizionato i rapporti tra Parlamento e governo, come l’abuso del ricorso ai decreti-legge, e con l’evoluzione economica e sociale del paese, che ha visto profonde modificazioni della società e della vita pubblica, rispetto a 72 anni fa.

Un primo elemento di differenziazione sta nella epocale modificazione che si è avuta a livello internazionale con la caduta e il dissolvimento dell’Unione Sovietica e del blocco degli stati socialisti dell’Europa, ma anche con la modificazione del regime economico della Cina Popolare, che ha abbandonato il sistema esclusivo dell’economia collettivistica e pianificata, inserendosi nei mercati capitalistici mondiali.

Un secondo elemento, collegato al precedente, ma risalente alla fine degli anni ’80, è rappresentato dall’abbandono delle forme ideologiche da parte dei maggiori partiti, i quali si sono trasformati sempre più in comitati elettorali e sodalizi di opinione, più legati ai sondaggi elettorali che alle strategie politiche. Uno scossone devastante è arrivato, non casualmente dopo la caduta del “muro” e la conversione ufficiale alla socialdemocrazia, da parte dei partiti comunisti occidentali, dalla vicenda “mani pulite” che, anziché essere gestita dalla sinistra come un effetto dell’economia liberistica o di mercato, che nel nostro paese si connota come prevalentemente parassitaria verso il denaro pubblico e tendente al rapporto clientelare e mafioso, è stata interpretata in termini moralistici e comportamentali, assecondando così l’introduzione nell’opinione pubblica del germe dell’ “antipolitica”. Cioè, anziché dire che la corruzione era figlia di un’economia debole e drogata dalle clientele, dalle più diverse parti politiche si sono presi di mira proprio i partiti, le istituzioni pubbliche e la politica, in nome di un liberismo sempre più sfrenato, della denigrazione della cosa pubblica e dell’individualismo imprenditoriale. In questo clima ha preso sempre più quota il tema della “governabilità”, e cioè della rivalutazione del ruolo preminente del governo e della valorizzazione del punto di vista dei governanti, visti quasi come capitani d’industria e sempre più in modo personalizzato. Berlusconi è stato l’interprete emblematico di questa tendenza, che non ha trovato nella sinistra un adeguato baluardo, perché l’opposizione fu sempre incentrata sulla individualità personale dell’uomo e non sulle scelte economiche e sociali, tutte tese verso un liberismo di tipo americano, e un modello di stato tendente a far prevalere il governo sugli altri poteri dello Stato. In questo contesto il Parlamento, visto come pletorica assemblea di partiti e come continuo impedimento al dirigismo del Capo, venne fatto oggetto di continui attacchi, e fatto passare nell’opinione pubblica, come mero ostacolo alle decisioni governative. La concentrazione degli organi di stampa in poche mani, già allora in corso, fu certamente utile strumento in quella vicenda.

Tutto ciò non poté non avere influenza sulle leggi elettorali che, nel nostro paese, sono emanazione del legislatore ordinario. La neonata logica dell’alternanza bipolare tra destra e sinistra fece sì che quasi ogni governo, a seconda del proprio orientamento politico, inaugurasse la pessima prassi di farsi una propria legge elettorale, ma anche di modificare la Costituzione a proprio uso e consumo, secondo le convenienze politiche del momento. Perciò negli anni 2000 abbiamo assistito a ben quattro referendum costituzionali (l’ultimo è di tre mesi fa) e ad almeno a quattro leggi elettorali diverse, la maggior parte delle quali dichiarate incostituzionali dalla Consulta. Il risultato di questa devastante e sconcertante sequela di modifiche legislative, peraltro quasi tutte abortite o superate, sotto il profilo della funzione dei partiti politici, è stato quello di avere un Parlamento non più formato da rappresentanti eletti dai cittadini, bensì da deputati e senatori preselezionati dalle segreterie dei partiti, in quanto sia nelle leggi elettorali proposte dallo schieramento di centrodestra, così come dal centrosinistra, le candidature in vari collegi vengono effettuate centralmente dalle segreterie dei partiti e non dalle istanze locali sul territorio o dagli iscritti-elettori.

Ma come si spiega questa “evoluzione” e quale appare adesso il ruolo di tali partiti? Il falso e fuorviante concetto di “governabilità” introdotto suggestivamente dai vari cultori del sistema costituzionale presidenziale (il nostro è invece un sistema parlamentare) ha portato con sé l’introduzione nella legge elettorale di elementi del cosiddetto sistema maggioritario, con collegi uninominali e premio di maggioranza (come in Regione Lombardia). Tutto ciò ha indotto i partiti politici, già indeboliti dall’abbandono delle ideologie (ovvero delle autonome strategie di lungo periodo) a puntare essenzialmente sull’obbiettivo del governo a qualsiasi livello, nazionale, regionale e locale. Dunque si abbandonò la funzione civica dei partiti come propagatori di un modello di società e convivenza (e cioè, della forma di Stato) da perseguire, e si puntò esclusivamente ad avere le leve del potere, trasformandoli in meri comitati elettorali, nonché in strumenti di puro sostegno del governo nazionale o locale, nel caso avessero vinto le elezioni.

In questo modo i partiti anziché promuovere modelli politici e sociali proiettati verso il futuro, e verso lo sviluppo della democrazia secondo i principi costituzionali, si sono limitati a puntare al mantenimento del proprio potere, adottando strategie “a vista” e non disdegnando neppure le proposte dei concorrenti politici, ove ciò venga ritenuto conveniente. Chiarissimo esempio fu la riforma costituzionale del titolo V della Costituzione, adottata da uno schieramento di centrosinistra, per invadere il campo politico della – allora – Lega Nord, che in quel momento propagandava il federalismo. Ma a ciò si aggiunse la designazione dei candidati da parte delle segreterie dei partiti mediante l’istituzione delle liste bloccate. Cioè di liste di candidati assai ristrette e selezionate, indicando persone gradite alla dirigenza del partito. Quel sistema non sarebbe più stato abbandonato neppure con i cambi di maggioranza. Infatti tutt’ora, con l’attuale “rosatellum”, esso permane.

Dunque, complici tutte le circostanze sopra indicate, abbiamo partiti politici senza più idealità di fondo che indichino la visione sociale e politica di questa o di quella forza; programmi politici sono legati alle contingenze o servono solo sotto elezioni; le forze politiche di governo (si veda quelle attuali) vivono alla giornata a seconda degli umori dell’opinione pubblica, dove ovviamente prevale chi ha i mezzi economici per fare la voce grossa, come ad esempio oggi Confindustria e tutte le altre organizzazioni degli imprenditori.

Ma quello che maggiormente pesa sulla funzione e attività dei partiti è la qualità degli esponenti politici, non più scelti sulla base delle loro capacità e competenze, ma per la fedeltà alla segreteria di partito. Anzi, in tempo di populismo, si può anche dire di fedeltà al leader di partito, atteso che sempre più abbiamo avuto, da Berlusconi in poi, partiti personalizzati, perfino nell’area di centrosinistra (si pensi a Di Pietro).

Possiamo dunque oggi parlare di partiti politici nel medesimo senso inteso dall’art.49 della Costituzione? No di certo.
Infatti i partiti immaginati dal Costituente erano dei protagonisti della vita reale con i quali gli elettori si confrontavano su come pervenire alla realizzazione del disegno politico ideale in cui ciascuno credeva o confidava. I partiti inoltre operavano sia come forze culturali interne, sia verso i propri militanti e aderenti, ma anche verso l’esterno per dare all’opinione pubblica la propria visione dei problemi e le relative proposte di soluzione. Oggi l’adesione ad un partito avviene per lo più a seconda delle convenienze individuali con la linea attuale (che però può rapidamente cambiare) di quella parte. Non a caso oggi si assiste a rilevanti cambi di orizzonte, così come a repentine e continue trasmigrazioni da un partito all’altro. Le decisioni politiche dipendono dai sondaggi e dalla pressione di gruppi sociali organizzati sugli esponenti politici di turno. La preoccupazione fondamentale è l’autoconservazione del proprio seggio e dei connessi privilegi. Il risultato finale è che la coerenza e la moralità della vita politica sono ridotti a livelli prossimi allo zero.

Che fare allora? Come modificare questo desolante quadro? Bisogna ritornare al concetto di partito come portatore di un disegno ideale di società, di economia e di stato, che deve costituire il programma stabile e distintivo di quella forza politica. Ben venga, anche se vogliamo chiamarla ideologia, quell’elemento, come garanzia di coerenza e moralità di azione.

Bisogna ritornare ad un concetto di partito, interno alla società, che pone i problemi dei cittadini, li affronta e lotta, fuori e dentro le istituzioni, per risolverli. Partiti che alimentano la cultura civica e non la riducono a slogan e barzellette, nel pieno rispetto, anzi e nella progressiva attuazione di quella gran parte della nostra Costituzione ancora da realizzare, e nei fatti dimenticata. Partiti che abbiano anche, all’occorrenza, il coraggio di porsi in alternativa ai luoghi comuni che spesso circolano a livello popolare, anche per demerito di una stampa acritica e ossequiente, ormai concentrata in poche e potenti mani.

Ma per fare ciò occorre che si formi un movimento, non solo culturale e di opinione, che prema affinché politica e partiti abbiano una loro carta di indirizzi e linee guida che, lasciando libertà di pensiero sulle proposte politiche strategiche (escluso ovviamente il fascismo e le forme politiche analoghe), individui quei punti cardine di funzionamento, come ad esempio il principio di responsabilità politica e le candidature condivise dei capaci e competenti, al fine di avere la garanzia che quell’indispensabile strumento di intermediazione politica tra il cittadino e le istituzioni funzioni secondo i principi democratici di eguaglianza anche dei loro militanti, di consultazione metodica degli iscritti, di apertura alle proposte di discussione, di allargamento degli organismi dirigenti e della loro rotazione, affinché il cittadino torni ad avere rispetto ed interesse per la politica e si recuperi un rapporto di stima tra chi si adopera per rappresentare e i rappresenta. In sostanza occorre uno “Statuto dei partiti”, condiviso tra le forze che vogliono permanere in un sistema democratico, al fine di recuperare l’enorme distanza e sfiducia oggi esistente tra cittadini e politica, e ripristinare l’indispensabile ruolo, di rilevanza costituzionale, dei partiti politici.

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Il babau fascista e la (solita) tiritera antifascista https://www.carmillaonline.com/2022/09/21/il-babau-fascista-e-la-tiritera-antifascista/ Wed, 21 Sep 2022 20:00:42 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=73779 di Sandro Moiso

«Fin da molti anni addietro, noi affermammo senza esitazione che non si doveva ravvisare il nemico ed il pericolo numero uno nel fascismo o peggio ancora nell’uomo Mussolini, ma che il male più grave sarebbe stato rappresentato dall’antifascismo che il fascismo stesso, con le sue infamie e nefandezze, avrebbe provocato; antifascismo che avrebbe dato vita storica al velenoso mostro del grande blocco comprendente tutte le gradazioni dello sfruttamento capitalistico e dei suoi beneficiari, dai grandi plutocrati, giù giù fino alle schiere ridicole dei mezzi-borghesi, intellettuali e laici». (Amadeo Bordiga, [...]]]> di Sandro Moiso

«Fin da molti anni addietro, noi affermammo senza esitazione che non si doveva ravvisare il nemico ed il pericolo numero uno nel fascismo o peggio ancora nell’uomo Mussolini, ma che il male più grave sarebbe stato rappresentato dall’antifascismo che il fascismo stesso, con le sue infamie e nefandezze, avrebbe provocato; antifascismo che avrebbe dato vita storica al velenoso mostro del grande blocco comprendente tutte le gradazioni dello sfruttamento capitalistico e dei suoi beneficiari, dai grandi plutocrati, giù giù fino alle schiere ridicole dei mezzi-borghesi, intellettuali e laici». (Amadeo Bordiga, intervista a cura di Edek Osser – estate 1970)

A pochi giorni di distanza dalla “fatidica” data del 25 settembre, è difficile dire quanti saranno gli elettori che si presenteranno, convinti e con la tessera elettorale in pugno, ai nastri di partenza dell’ennesima e gaglioffa tornata elettorale.
A giudicare dai risultati degli ultimi anni, pochi. Molto pochi. Considerato soprattutto il fatto che, nell’attuale competizione, a farla da padrone sono stati più i nomi e le poltrone “garantite” dei candidati che non i programmi. Ma se anche così non fosse, vale comunque la pena di sottolineare come l’uso dei termini “fascismo” e “antifascismo” abbia ancora una volta caratterizzato la propaganda di una sinistra sempre più esangue e asservita alle esigenze del capitale nazionale e internazionale.

L’attuale farsa elettorale, infatti, vede le sinistre, più o meno parlamentari di ogni grado e risma, ricorrere ancora una volta all’espediente narrativo, già troppe volte visto in scena sia sui palcoscenici istituzionali più importanti che nei teatrini politici più scadenti, secondo il quale l’elettore “di sinistra” dovrebbe accorrere alla chiamata alle armi per difendere nell’urna la “democrazia” e la costituzione dall’ennesimo e vile assalto “fascista”. Trama semplice, priva di alcuna complessità interpretativa, in cui i buoni stanno, o devono stare, tutti dalla parte del “centro-sinistra” o al massimo di tutti quei partiti ancora non apertamente schierati con il terribile “centro-destra”.

A parte la qualità della compagnia che certo non fa rimpiangere quella del centro-destra, rimanendo nello schema interpretativo proposto dai media e dai rappresentanti dello schieramento “autenticamente” democratico, il primo pericolo sarebbe infatti presentato dal rischio di una revisione o riscrittura della carta costituzionale.

Su questo argometo, tralasciando il tema delle visite “agostane” di Giorgia Meloni al capo dello Stato rivelate dal “Fatto Quotidiano” del 10 settembre scorso, non occorre neppure ricorrere alle armi della critica proposte dalla Sinistra Comunista per smontare il grido di dolore che si leva dal perbenismo centrosinistrese. Basta, si pensi un po’, quanto è già stato scritto su un quotidiano tutt’altro che estremista come «il manifesto».

Le vicende delle «riforme costituzionali» ci dicono che l’attacco alla Costituzione non è venuto solo dalle destre ma anche dai partiti di centrosinistra, non è più vero dunque che il centrosinistra difende la Costituzione e le destre ne vogliono la distruzione. Centrosinistra e centrodestra sono stati protagonisti per vent’anni di tentativi, falliti, di modificare in pejus la Carta costituzionale del 1948 […] ai tentativi falliti si sono affiancati quelli riusciti a modificare la Costituzione. Eccone l’elenco: revisione del Titolo V (attuata dal governo Amato), dell’articolo 8 (votata dal Pd guidato da Bersani), degli articoli 56 e 57 per la riduzione del numero dei parlamentari (voluta dai 5S con il sostegno del Pd). Può essere punto di riferimento per la difesa della costituzione il pd, l’artefice principale delle sue manomissioni?1.

Non solo ma, entrando più nel merito delle questioni attuali, nello stesso articolo si aggiunge che se

la barbara Meloni si fa garante della scelta atlantica soprattutto per quanto riguarda il sostegno armato all’Ucraina, anche Letta è schierato con la Nato sostenendone le politiche militari, e il voto sul Trattato di adesione della Svezia e della Finlandia ha visto il Pd e il centrodestra votare insieme a favore […] Dunque la lesione dell’art.11, che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, è compiuta sia dalla barbara Meloni sia dal progressista e democratico Letta. E il Pd ha in mano la società di produzione di armamenti Leonardo, guidata da Alessandro Profumo e da altri suoi iscritti, ch e propongono politiche aggressive di difesa e potenziamento dello strumento militare2.

E concludendo poi ancora che se

la barbara Meloni vuole il semipresidenzialismo alla francese […] si prenda la proposta di legge costituzionale AC224 e si troverà scritto che «la presente proposta di legge costituzionale si prefigge di superare il previsto stallo del sistema dei partiti chiudendo la transizione italiana e prendendo come riferimento il modello francese nella sua integralità (sistema elettorale e forma di governo». Dunque la barbara Meloni vuole il semipresidenzialismo alla francese che anche il democratico e progressista Ceccanti3, con altri del Pd vuole… 4.

Ora, tralasciando le quisquilie di ordine formale e costituzionale, considerato che qualsiasi carta costituzionale non è certo destinata all’eternità poiché al cambiamento dell’ordine sociale e politico deve per forza corrispondere un cambiamento delle leggi “fondamentali” che lo ispirano5, proviamo a considerare la questione fascismo/antifascismo da un più ampio punto di vista.

Non è affatto vero che il fascismo ci sia perché manca un governo capace di reprimerlo. E’ una turlupinatura far credere che la formazione di un governo di tale natura, e in genere lo sviluppo del rapporto tra l’azione dello Stato e quello del fascismo, possano dipendere dall’andamento delle cose parlamentari.
[…] Il governo forte e il fascismo forte sono per il proletariato uguali negli effetti: rappresentano il maximum della fregatura.
Poche delucidazioni a queste nostre asserzioni, contrapposte al gioco nauseante della «sinistra» politica che si elabora nei contatti osceni di Montecitorio, e alla quale rinnoviamo di tutto cuore la dichiarazione antica che essa ci fa mille volte più schifo di tutti i reazionismi, i clericalismi, i nazional-fascismi d’altra volta e di adesso.
Lo Stato borghese – la cui macchina effettiva non è nel parlamento ma nella burocrazia, nella polizia, nell’esercito, nella magistratura – non è affatto mortificato di essere scavalcato dall’azione selvaggia delle bande fasciste. Non si può essere contrari ad una cosa che si è preparata e che si sostiene: burocrazia, polizia, esercito, magistratura, sono per il fascismo, loro naturale alleato, indipendentemente dalla combinazione di pagliacci in feluca che reggono il potere.
Per eliminare il fascismo non è necessario un governo più forte dell’attuale. Basterebbe che l’apparato statale cessasse di sostenerlo con la sua forza […]
Noi comunisti non siamo così fessi da chiedere un “governo forte”. Se pensassimo che quello che chiediamo può essere conseguito, chiederemmo un governo veramente debole, che ci garantisse l’assenza dello Stato e della sua formidabile organizzazione dal duello tra bianchi e rossi6.

Il contesto della citazione è quello drammatico della guerra civile italiana, precedente alla marcia su Roma e alla presa del potere fascista, ma non per questo quelle parole non possono rinviare al dibattito fasullo di oggi. Dibattito in cui la solita sinistra liberal-democratica non ha neppure il coraggio di chiedere, seppur retoricamente, un’azione forte del governo contro il fascismo, ma soltanto ai rappresentanti dello stesso di cambiare il simbolo elettorale oppure di dichiararsi diversi da quel che sono.

Certo per la “sinistra” attuale, in particolare per il Pd, è facile chiedere agli avversari ciò che ha già fatto in casa propria, ripudiando qualsiasi riferimento alla lotta di classe, ma per la borghesia capitalistica, nazionale e internazionale, reazionaria o conservatrice, non lo è altrettanto. In fin dei conti la borghesia e il capitale non possono ripudiare se stessi e la propria forma Stato. Garante della proprietà privata e dello sfruttamento del lavoro salariato e sottopagato.

Una volta il blocco di sinistra si contrapponeva a quello della destra borghese perché il secondo manteneva l’ordine con mezzi coercitivi, e il primo si proponeva di mantenerlo con mezzi liberali. Adesso l’epoca dei mezzi liberali è finita, e il programma delle sinistre è quello di mantenere l’ordine con più “energia” della destra. Questa pillola dovrebbe essere fatta inghiottire ai lavoratori col pretesto che l’ordine è perturbato dai “reazionari” e che l’energia del governo l’assaggerebbero gli squadristi di Mussolini. Siccome il proletariato ha il compito di spezzarlo questo vostro maledetto ordine, per costruire il suo sulle rovine di esso, il suo peggior nemico è chi si propone di mantenerlo con maggior energia7.

Oggi, forse, la richiesta dello Stato forte, che pur non manca nel panorama attuale grazie alle politiche di progressiva concentrazione del potere nelle mani di tecnici mai eletti dai cittadini, è più sottilmente esposta, adombrandosi di manovre economiche, piani di ripresa e resilienza, di accordi sovranazionali che, apparentemente, sembrano spingere sullo sfondo il discorso dell’azione “forte” dello Stato “nazionale”. Nascondendo dietro alla questione dei “diritti” «un passo analogo a quello del neoliberismo che assorbe le spinte libertarie degli anni Sessanta e Settanta per ribadire l’ordine capitalistico. Il pensiero dominante diventa pensiero unico assimilando ciò che gli si oppone. Colonizzando completamente l’immaginario.»8

Un immaginario in cui il diritto individuale sopravanza qualsiasi esigenza di liberazione generale della classe e, conseguentemente, della specie. In cui l’“Io” idealizzato sottomette le esigenze collettive e in cui l’idea del “privato” distrugge qualsiasi esigenza comunitaria. Aprendo ulteriormente le porte, per converso, anche in certe sgangherate versioni dell’estrema sinistra, a tutte quelle rivendicazioni, tipiche del fascismo e delle destre tendenti a inserire/soddisfare l’individuo, emarginato e impoverito, negli schemi della Nazione “sovrana”, della Patria, della Razza, della Proprietà “privata” e della Famiglia, patriarcale e indissolubile.

Non è certo pertanto nella pania dei “diritti” oppure in quella delle rivendicazioni a carattere nazionalistico che si può individuare lo strumento più efficace per combattere un fascismo di facciata che nasconde la profonda aderenza al Fascismo vero di gran parte dei partiti politici italiani e della loro forma Stato. Ereditata quasi integralmente dalla mancata reale “sconfitta” del Fascismo storico. Grazie, soprattutto, alle politiche messe in atto del CLN, tese più a impedire la svolta rivoluzionaria e anticapitalista che una parte della Resistenza portava con sé, più che a rifondare lo Stato repubblicano su nuove basi (e d’altra parte come si sarebbe potuto farlo senza negarne radicalmente il modo di produzione sul quale si fondava?). Anche se occorre, a questo punto, fare un salto indietro, fino al 1924.

Prima di tutto: l’origine del fascismo.
Ho ricordato che il movimento fascista è per la sua origine storica collegato ad una parte di quei gruppi che invocarono l’intervento italiano nella guerra mondiale.[…] Questo gruppo si era completamente identificato con la politica della concordia nazionale e dell’intervento militare […]
La crisi governativa in Italia è stata caratterizzata da qualcuno nel modo seguente: il fascismo rappresenta la negazione politica del periodo durante il quale predominava da noi una politica borghese liberale e democratica di sinistra. Esso è la forma più aspra di reazione contro la politica di conces­sione attuata da Giolitti ecc. nel dopoguerra. Noi siamo invece dell’avviso che fra questi due periodi esista un legame dialettico: che l’atteggiamento originario della borghesia italiana durante la crisi in cui il dopoguerra precipitò lo Stato, non fu se non la naturale preparazione del fascismo.
[…] Siamo così giunti ad un punto in cui fascismo e democrazia si incontrano. Il fascismo ripete in sostanza il vecchio giuoco dei partiti borghesi di sinistra e della socialdemocrazia, cioè chiama il proletariato alla tregua civile.[…]
A base di tutto ciò sta ovviamente lo sfruttamento dell’ideologia nazionalistica e patriottica. Non si tratta di qualche cosa di completamente nuovo. Durante la guerra, nell’interesse nazionale, la formula della sottomissione di tutti gli interessi particolari all’interesse generale dell’intero paese era già stata ampiamente utilizzata.
Il fascismo riprende dunque un antico programma della politica borghese, ma questo programma appare in una forma che in un certo senso riecheggia il programma della socialdemocrazia e che d’altra parte contiene qualcosa di veramente nuovo […]
Il fascismo vorrebbe conciliare e fare tacere tutti i conflitti economici e sociali all’interno della società. Ma questa non è che l’apparenza esterna. In realtà, esso cerca di realizzare l’unità all’interno della borghesia, una coalizione fra gli strati superiori delle classi possidenti in cui esso appiani i contrasti singoli fra gli interessi dei diversi gruppi della borghesia e delle diverse aziende capitalistiche.
[…] Ma, in tal modo, si irretisce in una contraddizione insolubile, perché è estremamente difficile attuare una politica unitaria della classe borghese finché le organizzazioni economiche dispongono di una completa libertà di sviluppo e finché vige una completa libertà di concorrenza fra i singoli gruppi di imprenditori.
[…] Ma, nell’insieme, il suo programma sociale non è null’altro che il vecchio programma di menzogne democratiche, che rappresenta solo un’arma ideologica per il mantenimento del dominio della borghesia.
Il fascismo è molto rapidamente – prima ancora della presa del potere – divenuto “parlamentare”; ha governato per un anno e mezzo senza sciogliere la vecchia Camera che in grande maggioranza era composta di non fascisti e, in parte addirittura di antifascisti. Con la flessibilità che è una caratteristica dei politici borghesi questa Camera si è affrettata a mettersi a disposizione di Mussolini per legalizzare la sua posizione e concedergli tutti i voti di fiducia che a lui piacque di chiedere. Lo stesso primo gabinetto Mussolini – ed egli, nei suoi “discorsi di sinistra”, vi ritorna sempre – non fu costituito su basi puramente fasciste, ma abbracciò rappresentanti dei più importanti fra gli altri partiti borghesi: dal partito di Giolitti, dei Popolari, della sinistra democratica. Si trattava, dunque, di un governo di coalizione. Ecco cosa ha partorito il cosiddetto colpo di Stato! Un partito che nella Camera contava 35 deputati ha preso il potere e ha occupato la grande maggioranza dei posti di ministro e sottosegretario9.

A partire da queste prime considerazioni, è chiaro che anche l’antifascismo di cui troppo spesso si parla, soprattutto in tempi di elezioni, può assumere forme e contenuti diversi, quasi sempre solo di facciata, niente affatto conciliabili tra di loro.

Il proletariato è antifascista in base alla sua coscienza di classe; esso vede nella lotta contro il fascismo una poderosa battaglia destinata a capovolgere radicalmente la situazione e a sostituire la dittatura della rivoluzione alla dittatura del fascismo. Il proletariato vuole la sua vendetta, non nel senso banale e sentimentale della parola; vuole la sua vendetta in senso storico.
Il proletariato rivoluzionario capisce per istinto che al fatto dell’aumento e del predominio delle forze della reazione si deve rispondere col fatto della controffensiva delle forze di opposizione; il proletariato sente che solo attraverso un nuovo periodo di dure lotte e – in caso di vittoria – attraverso la dittatura proletaria lo stato di fatto potrà essere radicalmente cambiato. Il proletariato aspetta questo momento per restituire all’avversario di classe, con un’energia decuplicata dalle esperienze, i colpi che oggi è costretto a subire.
L’antifascismo dei ceti medi ha un carattere meno attivo. Si tratta, è vero, di una forte e sincera opposizione, ma alla base di questa opposizione è un orientamento pacifista: si vorrebbe con tutto il cuore ristabilire in Italia una vita politica normale, con piena libertà di opinione e discussione… ma senza colpi di manganello, senza impiego della violenza. Tutto deve tornare alla normalità, sia i fascisti che i comunisti devono avere il diritto di professare le loro convinzioni. È questa l’illusione dei ceti medi, che aspirano ad un certo equilibrio delle forze e della libertà democratica.
Anche nella borghesia in senso stretto regnano oggi dei dubbi sull’opportunità del movimento fascista. Si nutrono delle preoccupazioni, di cui i due citati organi di stampa (“Corriere della Sera” e “La Stampa” – NdR) sono, fino a un certo punto, i portavoce. Essi si chiedono: è questo il metodo giusto? Non è esagerato? Nell’interesse dei nostri scopi di classe noi abbiamo creato un certo apparato che doveva rispondere ad alcune esigenze. Ma non andrà esso oltre le funzioni che gli attribuivamo e gli scopi che ci prefiggiamo? Non sarà costretto a far più di quanto è bene? Gli strati più intelligenti della borghesia italiana sono per una revisione del fascismo e dei suoi scantonamenti reazionari, per timore che questi portino necessariamente ad una esplosione rivoluzionaria. Naturalmente, è nell’interesse espresso dalla borghesia che questi strati della classe dominante conducano nella stampa una campagna contro il fascismo per ricondurlo sul terreno della legalità, per farne un’arma più sicura e flessibile dello sfruttamento della classe operaia10.

Continuando poi con le seguenti considerazioni, svolte a seguito dell’assassinio di Giacomo Matteotti:

l’opposizione borghese considera l’intera questione come un fatto giudiziario, come una questione di morale politica […] Per noi, al contrario, si tratta di una questione politica e storica, di una questione di lotta di classe […] Bisogna dichiarare apertamente che solo l’azione rivoluzionaria del proletariato può liquidare una situazione simile; una situazione che […] non può più essere sanata con puri provvedimenti giudiziari, col ristabilimento filisteo della legge e dell’ordine. A tale scopo è invece urgente la distruzione dell’ordine esistente, un capovolgimento completo che solo il proletariato può condurre a termine.
[…] All’ordine del giorno è anche la questione del giudizio del fascismo italiano da parte della opinione pubblica internazionale, della campagna di propaganda condotta contro di esso dai paesi civili. Si crede addirittura di vedere nell’indignazione morale della borghesia degli altri paesi un mezzo per liquidare il movimento fascista.
I comunisti e i rivoluzionari non possono abbandonarsi a questa illusione sulla sensibilità democratica e morale della borghesia degli altri paesi. Anche là dove oggi si presentano ancora tendenze pacifistiche e di sinistra, domani il fascismo sarà usato senza scrupoli come metodo di lotta di classe. Noi sappiamo che il capitale internazionale può solo rallegrarsi delle imprese del fascismo in Italia, del terrore che esso esercita laggiù contro operai e contadini.
Per la lotta contro il fascismo […] si tratta di una questione di lotta di classe. Noi non ci rivolgiamo ai partiti democratici degli altri paesi, alle associazioni di idioti e di ipocriti come la Lega per i diritti dell’uomo, perché non vogliamo fare sorgere l’illusione che si tratti per essi di qualche cosa di sostanzialmente diverso dal fascismo, o che la borghesia degli altri paesi non sia in grado di preparare alla sua classe operaia le stesse persecuzioni e di compiere le stesse atrocità che il fascismo in Italia11.

E’ un chiaro richiamo alla necessità della lotta quello che il rappresentante del PCd’I espone nella sua relazione sul Fascismo e sui modi per combatterlo, che anticipa di vent’anni le modalità espresse poi dalla spontanea Resistenza degli oppressi e dei militari tornati dai fronti bellici. Come ad esempio esprimeva benissimo Nuto Revelli, nel suo diario della campagna di Russia12: «Cialtroni! Più nessuno crede alla vostre falsità, ci fate schifo: così la pensano i superstiti dell’immensa tragedia che avete voluto. Le vostre tronfie parole vuote non sono che l’ultimo insulto ai nostri morti. Raccontatela a chi la pensa come voi: chi ha fatto la ritirata (di Russia – NdR) non crede più ai gradi e vi dice: Mai tardi…a farvi fuori!»13

Certo, la lotta è possibile solo con la partecipazione delle masse. La gran massa del proletariato sa molto bene che la questione non può essere risolta con l’offensiva di una avanguardia eroica. Questa è una concezione ingenua […] Non è così facile fare la rivoluzione!
Noi siamo assolutamente convinti dell’impossibilità di intraprendere la lotta con qualche centinaio o qualche migliaio di comunisti armati. Il P.C. d’Italia è l’ultimo ad abbandonarsi a simili illusioni. Siamo fermamente convinti della necessità inderogabile di attirare nella lotta le grandi masse. Ma l’armamento è un problema che può essere risolto solo con mezzi rivoluzionari […] Ma dobbiamo liquidare l’illusione che una manovra qualsiasi ci metta un giorno in condizione d’impadronirci dell’apparato tecnico e delle armi della borghesia, cioè di legare le mani ai nostri avversari prima che passiamo all’attacco contro di essi.
Combattere questa illusione che spinge il proletariato alla pigrizia in senso rivoluzionario non è terrorismo […] Noi non diciamo affatto che siamo dei comunisti “eletti” e che vogliamo sconvolgere l’equilibrio sociale con l’azione di una piccola minoranza. Al contrario, vogliamo conquistare la direzione delle masse proletarie, vogliamo l’unità di azione del proletariato; ma vogliamo anche utilizzare le esperienze del proletariato italiano che insegnano che delle lotte sotto la direzione di un partito non consolidato – anche se di massa – o di una coalizione improvvisata di partiti portano necessariamente alla sconfitta. Vogliamo la lotta comune delle masse lavoratrici nelle città e nella campagna, ma vogliamo la direzione di questa lotta da parte di uno stato maggiore con una linea politica chiara, cioè del partito comunista.
Questo il problema che ci sta di fronte14.

Ieri come oggi il soggetto antagonista non può affidarsi alle promesse elettoralistiche e alle chimere parlamentariste per sconfiggere il suo avversario, sia che si nasconda sotto le spoglie di Giorgia Meloni che di Letta, Salvini, Renzi, Calenda, Berlusconi, Di Maio o altri ancora. Compresi i «sinistri» che accampano ancora motivi tipici del Fascismo e del Nazionalismo, quali Sovranità e Nazione, in un paese in cui più che la difesa dei confini sarebbe necessario farla finita una volte per tutte con il capitale e i suoi scherani. In divisa militare o in abito grigio da parlamentare che siano.

Strategia perdente, quella dell’attuale “antifascismo” da elezioni, che spinge i giovani a doversi accontentare del piagnisteo ipocrita di “Repubblica” del 21 settembre sulle manganellate distribuite a Palermo dalle forze del dis/ordine sui contestatori del comizio di Giorgia Meloni, dimenticando però che proprio quel giornale rappresenta una delle voci più autoritarie nei confronti dei movimenti reali. Com il suo direttore, Maurizio Molinari ha ben dimostrato sempre nei confronti del Movimento NoTav, definito terrorista dallo stesso.

Mentre, solo per fare un esempio, il fatto che al sorgere di un movimento dal basso e concreto nelle istanze, come quello rappresentato nel Regno Unito da «Don’t Pay» che ha raccolto in poco tempo più di centomila aderenti, che potrebbero diventare un milione, intorno a una richiesta fondamentale, ovvero «la riduzione delle bollette energetiche a un livello accessibile», il governo “conservatore” di Liz Truss ha dovuto rispondere con un provvedimento del valore compreso tra i 150 e i 200 miliardi di sterline indirizzato al contenimento del caro-bollette per i prossimi 24 mesi.

Anche se tale provvedimento si è reso necessario prima di tutto per fornire un aiuto alle aziende, è chiaro che il potenziale pericolo rappresentata dal movimento, sul piano della lotta di classe, ha costituito uno dei fattori chiave per una svolta in tal senso. Considerato anche, come ha affermato Salvatore Toscano su «L’indipendente», che: «L’iniziativa, come si legge sul sito, ricalca un’idea realizzata nel Regno Unito alla fine dello scorso millennio, quando 17 milioni di persone si rifiutarono di pagare la Poll Tax, contribuendo alla caduta del governo e all’inversione delle sue misure più dure».

Insomma, la lotta concreta dal basso è l’unica che paga e, talvolta, può essere addirittura sufficiente che il suo spettro si aggiri per l’Europa15.


  1. Franco Rosso, La Costituzione non è difesa dal partito di Letta, «il manifesto», martedì 9 agosto 2022, p.15  

  2. F. Rosso, art. cit.  

  3. Cui Fratoianni ha lasciato il seggio di Pisa – NdA  

  4. ivi  

  5. Per fare solo un esempio, quale dovrebbe essere la concezione della proprietà privata, del lavoro, dell’organizzazione socio-politica in una situazione in cui una rivoluzione radicale e proletaria prendesse il sopravvento? Potrebbe ancora basarsi sui principi liberali oppure dovrebbe affermarne, come pensa l’estensore di queste note, altri? Magari assolutamente diversi e contrari a quelli attualmente in vigore?  

  6. A. Bordiga, Del governo, «Il Comunista», 2 dicembre 1921  

  7. A. Bordiga, art. cit.  

  8. Fabio Ciabatti, Il ciclo di Eymerich, una narrativa popolare che inquieta e non consola /2, «Carmilla on line», 23 agosto 2022  

  9. Rapporto di Bordiga sul fascismo al V Congresso dell’Internazionale comunista (Ventitreesima seduta, 2 luglio 1924)  

  10. Rapporto di Bordiga sul fascismo al V Congresso dell’Internazionale comunista, cit.  

  11. Ivi  

  12. N. Revelli, Mai tardi, Einaudi, Torino 1967 – prima edizione Panfilo editore, Cuneo 1946  

  13. N. Revelli, op. cit., p. 210  

  14. Rapporto di Bordiga sul fascismo al V Congresso dell’Internazionale comunista, cit.  

  15. “Il Sole 24 Ore” del 10 settembre 2022 rivela che dal Rapporto Coop 2022 emerge che un italiano su tre entro Natale potrebbe non riuscire più a coprire le spese per le utenze di luce e gas, mentre il 57% degli italiani si sarebbe già dichiarato in difficoltà nel pagare l’affitto.  

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Per un’Anpi tridimensionale https://www.carmillaonline.com/2021/12/17/per-unanpi-tridimensionale/ Fri, 17 Dec 2021 21:00:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=69697 di Luca Baiada

Sta arrivando il congresso nazionale dell’Anpi. In una vignetta di qualche anno fa, i genitori di un bebè sono fieri di averlo vaccinato, e anche tesserato all’Anpi contro il fascismo: ecco il sunto di un bel proposito con sostanza debole. Presa così, la tessera dell’Anpi è una medaglina.

L’associazione è un punto di riferimento. Presente ovunque in Italia e con sezioni all’estero, non è un partito ma neanche un gruppo qualsiasi, e ha un nome importante. Le contraddizioni sono nella sua storia. Nasce nel ’44 dopo la [...]]]> di Luca Baiada

Sta arrivando il congresso nazionale dell’Anpi. In una vignetta di qualche anno fa, i genitori di un bebè sono fieri di averlo vaccinato, e anche tesserato all’Anpi contro il fascismo: ecco il sunto di un bel proposito con sostanza debole. Presa così, la tessera dell’Anpi è una medaglina.

L’associazione è un punto di riferimento. Presente ovunque in Italia e con sezioni all’estero, non è un partito ma neanche un gruppo qualsiasi, e ha un nome importante. Le contraddizioni sono nella sua storia. Nasce nel ’44 dopo la liberazione di Roma e nel ’45 diventa un ente morale. Possono iscriversi solo i partigiani, e così entra solo chi ha partecipato a un evento storico finito. Ma all’epoca i partigiani sono giovani, il mondo sembra tutto nuovo, fioriscono i per sempre e i mai più. Le cose sono a pezzi, i fascisti sono nelle tane; i cuori antifascisti sono formidabili, i cervelli dipende.

Molti anni dopo, quel presupposto per iscriversi viene allargato, non rimosso: possono entrare anche i militari del Corpo italiano di liberazione (detto esercito del Sud o del re), composto da formazioni regolari sotto il controllo degli Alleati, e i militari deportati che hanno rifiutato di combattere per il nazifascismo. L’essenza originaria del partigianato sbiadisce e il problema è solo differito: si tratta sempre di persone che hanno partecipato a un fatto terminato. Solo nel 2006, dopo molte cose – crollo del blocco socialista, ritorno della guerra in Europa, telefonia cellulare, berlusconismo, internet, 11 Settembre, valuta europea, egemonia tedesca, finanza creativa – il tesseramento è aperto a tutti. Il ritardo pesa: si fatica, a far educare i bambini dai nonni. Nonni e nipotini si gratificano a vicenda di un’affettività acritica, senza il conflitto fra genitori e figli necessario alla crescita.

Ci sono domande che non avranno mai risposta. E se l’Anpi avesse aperto prima, per esempio nel 1968? Quanti giovani avrebbe strappato al peggio? alla scelta delle armi? al buco? al punkabbestia? O semplicemente al riflusso, al muretto, al «lavoro guadagno, pago pretendo», all’«autoradio sempre nella mano destra e il canarino sopra la finestra»? L’onda lunga dei Sessanta, nel clima della destalinizzazione e della decolonizzazione, di Kennedy e di Che Guevara, era il momento per ripensare la Liberazione e riattrezzare l’Anpi, togliendole la brillantina a costo di farla capellona. Adesso, cose come le interviste ai partigiani di Laura Gnocchi e Gad Lerner hanno il sapore di uno scavo nelle rovine. Claudio Pavone l’aveva notato: dopo la guerra, per la maggior parte dei resistenti ci fu il ritorno a vita privata e all’antifascismo si sovrappose un notabilato. È accaduto qualcosa di simile dopo il 2006: i militanti della sinistra storica e della Cgil si sono iscritti all’Anpi portandosi dietro i bagagli.

Le regole dell’associazione sono il risultato di stratificazioni e aggiustamenti, su un inizio più entusiasta che preciso (il primo atto, nella Roma del giugno 1944 appena liberata, non è stato pubblicato o non si fece per iscritto). Siccome l’Anpi non partecipa alle elezioni, non ci sono verifiche sul consenso, per mettere alla prova i dirigenti fra un congresso e il successivo. Neanche i partigiani chiedevano il voto fra il ’43 e il ’45, ma si può fare un paragone? E poi misuravano il consenso direttamente, nel popolo. L’Anpi non ha questa presa immediata, col rischio della vita.

Fra un congresso e l’altro c’è un’eternità – l’ultimo è stato nel 2016 – e adesso si sente di più. In pratica, dalla fine della guerra mondiale i congressi sono stati meno delle legislature. Quanto al vertice, ci sono stati più presidenti della Repubblica e più papi nella Chiesa che presidenti dell’Anpi: con quello attuale sono sei in tre quarti di secolo. Questo perché Arrigo Boldrini, già nel gruppo dirigente mentre cadeva la monarchia sabauda, ha presieduto l’associazione sino al 2006, attraversando tutta la prima Repubblica e un bel po’ della seconda. Sessant’anni di carica: solo la regina Elisabetta batte questo record.

Fra convegni, iniziative, pubblicazioni e mostre, nell’Anpi c’è sempre qualcosa di interessante. Purtroppo, però, solo alcune attività hanno una sostanza tridimensionale, un corpo vivo. Spesso non si tratta che di rievocazioni, presenze formali coi simboli e il medagliere, poi discorsi agli anniversari, e ancora scritti e audiovisivi, incontri di qualità variabile e partecipazione ufficiale ad attività di enti. I corsi negli istituti di istruzione, quelli sono sempre di buon livello.

Nell’insieme, considerando le attività, è forte la sensazione di una sorta di interminabile mappatura del passato, a volte del presente, e comunque di una narrazione incessante, minuziosa, bidimensionale, solo in certi casi irrobustita da mobilitazioni concrete che si sollevano dalla carta o dallo schermo. Questa ipertrofia della memoria, così lontana dal fatto che l’associazione nacque da un conflitto in cui si guardava alla costruzione del futuro e non ai ricordi, spande sull’Anpi una patina che la ripetizione del proposito di attuare la Costituzione non riesce a far diventare brillante.

Sulle caratteristiche profonde dell’Anpi è significativo l’appello che diffonde il 26 settembre 1944, probabilmente il suo primo scritto di rilievo. È diretto ai partigiani da una parte e dall’altra della linea fortificata che in quel momento divide l’Italia, e li chiama a raccolta: «La stretta comunione di intenti e di opere che li ha animati nell’azione militare, deve perpetuarsi nell’attività civile. […] Apprestatevi a rinsaldare le vostre schiere per difendere negli ardui compiti della vita civile quegli stessi ideali che vi hanno infiammati nella lotta armata».

Questo appello bifronte ha un modo tortuoso di aver ragione, ma anche un torto ragionevole: i combattenti sono già vincitori e ai vincitori si offre un modo per continuare a combattere. Siamo nella fase germinale di alti propositi e di un’ambiguità mai risolta: cosa siano le armi è chiaro; più difficile è decidere mezzi e scopi della lotta disarmata. Alla fine di Novecento di Bertolucci, l’antifascista dice che il padrone è morto anche se è vivo; la vecchia contadina lo bacia ma va al sodo: «Olmo, tu hai imparato bene a parlare, ma io non capisco le tue parole: sotto c’è un imbroglio».

Il fatto è che la Resistenza fu vasta per misura e varia per orientamenti, ma l’Italia fu liberata col contributo campale di una sola parte politico-economica del blocco antifascista, gli Alleati, che si insediarono militarmente, per restare. Ed ecco che certi problemi di caratura, fra antagonismo sociale e vicinanza al potere costituito, si ripresentano a ogni svolta storica. Caduto il Muro di Berlino, in un appello dell’Anpi per il 25 aprile 1990 si legge: «L’Europa […] deve cogliere l’occasione storica che le si offre di garantire un avvenire di pace e di sviluppo democratico al mondo intero di modo che la Germania unificata, partecipe dell’unità europea, e tenendo conto anche dell’intangibilità dei confini scaturiti dalla fine della Seconda guerra mondiale, abbandoni per sempre l’aspirazione di imporre la propria superiorità di potenza che fu già all’origine dei due ultimi conflitti mondiali dai quali l’umanità fu travolta». Poi, malgrado quell’intangibilità e quel per sempre, sullo sfondo delle guerre nei Balcani e dello smembramento della Jugoslavia arriveranno Maastricht, l’euro e l’egemonia di Berlino.

Proprio in quel 1990, nell’arco di tempo in cui la Germania si riunifica, in Italia è ammessa ufficialmente l’esistenza di Gladio e in una vecchia base delle Brigate rosse ricompaiono carte del caso Moro. Allora, come in altri momenti della storia della Repubblica, l’Anpi, mentre denuncia lo stragismo e i depistaggi, si attiva per difendere le istituzioni dalla delegittimazione. Scelta giusta, troppo prudente, forse obbligata? Evidentemente, condizionata da anni di sindrome di lotta e di governo, l’associazione ormai era costretta a prendere per bersaglio il sistema che aveva sabotato e arginato l’antifascismo e la Costituzione, ma allo stesso tempo a riceverne l’ordine del giorno. La caduta del blocco socialista, privando l’antifascismo ministeriale di punti di riferimento, aveva colto molti impreparati e privi di un’alternativa credibile allo stato delle cose. Farne una colpa all’associazione sarebbe eccessivo, perché sotto parole d’ordine mai chiarite – convergenze parallele, compromesso storico, eurocomunismo, solidarietà nazionale, non sfiducia eccetera – da decenni i partiti, i sindacati e le strutture controllate tenevano insieme masse di persone intorno a casematte camuffate, cioè con posizioni effettive distanti dai significati originari delle loro bandiere.

Neanche invocare l’attuazione della Costituzione basta a rimediare. Il proposito sarebbe grandioso se la Carta fosse quella scritta nel 1947. Ma le costituzioni non sono testi religiosi, cambiano. Già adesso, con le modifiche sulle autonomie locali e col pareggio di bilancio, la Costituzione è peggiorata. Se l’Italia di fatto ha tanti sistemi sanitari diversi (e quindi modi diversi di affrontare un’emergenza), anche questa è attuazione della Costituzione: come è, non come la vorremmo.

Comunque, la Carta del 1947 è un progetto di cambiamento, non di accomodamento, e l’Italia della resilienza non è quella della Resistenza. Eppure il Piano nazionale di ripresa e resilienza – inspiegabilmente, il documento nazionale introduttivo del congresso Anpi non ne parla – somiglia a una costituzione-ombra. Se poi la destra rimettesse mano al testo della Carta, aver insistito per l’attuazione diventerebbe una trappola. Indimenticabile, il tranello del 1993: il centrosinistra non difese il sistema elettorale proporzionale, convinto di vincere perché aveva una «gioiosa macchina da guerra»; un anno dopo, Berlusconi e i fascisti, sovrarappresentati grazie al maggioritario, erano al governo (una rivista satirica titolò: «Gioiosa macchina vendesi»). Domani la destra potrebbe aderire ai propositi di attuare la Costituzione; s’intende, dopo averla cambiata con una maggioranza tale da non permettere neanche il referendum. Forse sarebbe possibile rivolgersi alla Corte costituzionale, aggrappandosi a garanzie e tecnicismi da equilibristi (controlimiti, articolo 139, principi fondamentali eccetera), per sentirsi dire dai giudici della Consulta, anche loro nominati dalla destra: «Olio di ricino, in questa nuova Costituzione? No, è aperitivo con seltz».

Di un’associazione antifascista, di parte e di massa, c’è bisogno. Però. Il congresso del 2022 cade in una situazione di emergenza strutturale, di coprifuoco ricreativo. Questioni sociali, ambientali e sanitarie ci chiudono in un incubo a occhi aperti, in un fanatismo senza fede, in una crociata monolocale mai vista prima. La società dello spettacolo ci fa ballare nel diluvio e ha tassato anche l’arcobaleno. L’associazione deve decidere se avere un ruolo conflittuale, senza il timore di perdere qualcosa di ufficiale.

L’azione congiunta dell’emergenza economica, di quella sanitaria e del Pnrr aggrava la privazione di lavoro dignitoso, di vita e di salute, comprando il consenso con le briciole. Si immette denaro in un’economia già caratterizzata da corruzione, criminalità e gruppi imprenditoriali avvezzi a privatizzare i profitti e socializzare le perdite. L’abitudine alle sovvenzioni, ai cartelli e alle protezioni politiche, collaudata nel corporativismo fascista, non è mai stata realmente superata.

La regia dell’operazione Pnrr è esterna alla partecipazione democratica e ha preso avvio condizionata dalla parte dell’Europa che non visse la Resistenza o la avversò con le stragi, le deportazioni e il sistema concentrazionario. Così il consolidamento economico fa sbiadire la vittoria del fronte antifascista, conquistata a caro prezzo in anni di guerra mondiale. Al contempo, proprio perché il peso posto sulle spalle dell’Italia non sarà pagato dall’imprenditoria privilegiata, ma dai lavoratori, dai marginalizzati della piccola impresa e dai disoccupati, categorie costrette a rifluire l’una nell’altra, si rischia la costruzione di un nuovo blocco sociale di scontenti, abituati alle elemosine e pronti al padrone pur di vivacchiare.

La saldatura fra la sterilizzazione delle conquiste antifasciste, col loro prezzo di sangue, e la resilienza, traspare per esempio nel discorso di Ursula von der Leyen, lo scorso luglio a Fossoli: mentre commemorava una strage ha ricordato duecento miliardi in arrivo dall’Europa, come se fossero il contrappeso della violenza di allora. Quel denaro sta diventando la moneta per comprare l’ubbidienza, l’indifferenza e la falsa coscienza.

L’appello romano dell’Anpi del 1944, rivolto a chi combatteva e a chi aveva appena deposto le armi, va ripensato. Oggi una linea fortificata – più sottile della Gotica di Kesselring ma più difficile da espugnare – corre attraverso le città, i posti di lavoro, le scuole, le famiglie e le persone. I centri urbani sono compartimentati, i lavori parcellizzati e frammentati, il tempo è polverizzato e colonizzato, l’etica è lobotomizzata, i rapporti sentimentali sono lacerati, l’eros è un campo minato agghindato da luna park. Persino l’io è in pezzi, perché fatica a dire noi. Come riproporre la comunione di intenti, come rinsaldare le schiere? L’associazione che si richiama alla Resistenza deve proporre un’alternativa, migliore della grigia resilienza, se non si vuole che questa soppianti tristemente la prima.

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Le trame e l’ordito della repubblica https://www.carmillaonline.com/2021/11/17/la-trama-e-lordito-della-repubblica/ Wed, 17 Nov 2021 21:00:32 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=69084 di Sandro Moiso

Elio Catania, Confindustria nella repubblica (1946-1975). Storia politica degli industriali italiani dal dopoguerra alla strategia della tensione, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2021, pp. 360, 24,00 euro

Come afferma Aldo Giannullli nella sua prefazione al testo di Elio Catania, recentemente edito da Mimesis: «Nella storia della Prima Repubblica, c’è una lacuna piuttosto vistosa che riguarda uno dei soggetti più importanti: la storia della Confindustria». Ma se è vero che anche altre associazioni come Confcommercio, Confagricoltura, Abi o Confapi, solo per citarne alcune, non sono state oggetto di una attenta ricerca e [...]]]> di Sandro Moiso

Elio Catania, Confindustria nella repubblica (1946-1975). Storia politica degli industriali italiani dal dopoguerra alla strategia della tensione, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2021, pp. 360, 24,00 euro

Come afferma Aldo Giannullli nella sua prefazione al testo di Elio Catania, recentemente edito da Mimesis: «Nella storia della Prima Repubblica, c’è una lacuna piuttosto vistosa che riguarda uno dei soggetti più importanti: la storia della Confindustria». Ma se è vero che anche altre associazioni come Confcommercio, Confagricoltura, Abi o Confapi, solo per citarne alcune, non sono state oggetto di una attenta ricerca e ricostruzione storica, è anche vero che il ruolo politico ed economico giocato dalla prima all’interno della storia italiana del ‘900 è indiscutibilmente assai più rilevante. Soprattutto, a detta dello stesso Giannulli, per la forte influenza costantemente esercitata «sulle scelte politiche di governo e non solo in materia di politica economica e sindacale, ma anche in politica estera e più in generale sull’indirizzo politico complessivo del governo – soprattutto negli anni Cinquanta e Sessanta».

La ricerca di Catania, pur ripercorrendo a grandi linee la storia dell’associazione degli industriali dalle sue origini fino al Fascismo e alla Repubblica, si sofferma, in particolare, proprio sul ruolo svolto dalla stessa nella fase in cui era al massimo del suo potere. Potere di cui si servì innanzitutto per ostacolare in ogni modo l’ascesa economica, politica e sociale della grande massa dei lavoratori.
E per fare ciò, sia come singoli gruppi imprenditoriali sia come associazione, minacciò più volte, oppure rasentò, lo sbocco del colpo di Stato, finanziando o incoraggiando, indirettamente o direttamente, la destra eversiva di stampo dichiaratamente fascista.

E’ questo un tema importante, non tanto per tornare ancora una volta sulle trame mai chiarite e sulle vittime fin troppo chiare della stagione della “strategia della tensione”, ma piuttosto per far luce, sulla menzogna che sembra costituire l’unica formula identitaria su cui basare la richiesta di una collaborazione tra le classi, rivolta in particolare al coinvolgimento dei lavoratori e dei ceti sociali meno abbienti nell’interesse nazionale, nei momenti di crisi sociale, politica, economica o pandemica che sia: quella della grande unità democratica e antifascista.

Menzogna talmente evidente e di maglia ormai talmente larga che oggi, in occasione di fatti come quello dell’assalto alla sede romana della CGIL, può essere sbandierata tanto dai partiti della sinistra istituzionale e dai sindacati confederali quanto dalla destra parlamentare, anche la più estrema, cui è richiesto ipocritamente di prendere le distanze dalla sua unica fonte di ispirazione, il fascismo1.

Se è vero che, a livello ideologico oppure mitopoietico, l’antifascismo è stato uno dei maggiori collanti istituzionali della Prima Repubblica, è anche vero che mentre i discorsi istituzionali devono per forza esplicitarsi pubblicamente attraverso formule discorsive e retoriche, cariche di significati simbolici, buone per tutti gli usi, l’ordito reale del tessuto dello Stato repubblicano è più sottile e nascosto. Non per complottismo innato, ma per le intrinseche funzioni che lo Stato deve svolgere in quanto rappresentante degli interessi del capitale e dei suoi funzionari.

Non è dunque un caso che, a fronte del ruolo giocato da Confindustria nel definire gli assetti politico-economici della Repubblica succeduta al regime fascista, si abbiano solo indizi, riflessi, echi della reale attività svolta dalla maggiore associazione imprenditoriale italiana, «quasi si trattasse di un attore secondario dello scontro»2.

I documenti che riguardano questo ruolo risultano infatti rari o carenti e la stessa associazione «non è stata molto generosa nel concedere agli storici l’accesso alla propria documentazione d’archivio e, peraltro, anche i grandi gruppi industriali non hanno largheggiato in questo senso. Il mondo imprenditoriale ha preferito agire verso le istituzioni in modo assai discreto, nell’ombra di incontri riservati, di finanziamenti occulti, di diplomazie felpate e tutto questo ha prodotto una certa ritrosia ad aprire il libro dei ricordi»3.

D’altra parte, questa scarsità di documentazione sull’operato “reale” di Confindustria costituisce soltanto uno dei tanti aspetti dell’occultamento e della rimozione di gran parte della storia repubblicana, verrebbe da dire, “profonda”. Al cui centro appunto rimane il tema della continuità con il fascismo o, perlomeno, con l’autoritarismo di cui fu portatore nel segno della modernità capitalistica.

Anche se numerosi sono ormai i saggi sulla continuità di funzionari di ruolo significativo tra il regime e la repubblica4, altrettanto non si può dire a proposito della più generale continuità insita in tutte, o quasi, le istituzioni dello Stato e le sue funzioni5, nonostante lo sviluppo, nell’ambito della ricerca, della cosiddetta storiografia della continuità, cui si richiama lo stesso Catania, ispirata dalle ricerche di Claudio Pavone e S,J. Woolf6.

Il lavoro di Elio Catania, pur inserendosi in tale contesto di ricerca, è il frutto, a detta dello stesso autore: «di oltre dieci anni di ricerche e studio sul tema della strategia della tensione e di quel fenomeno particolare che abbiamo definito pacto del olvido7 nella storia dell’Italia repubblicana».

Il punto di vista intorno a cui si è articolata la ricerca segue due piani:

quello dell’azione pubblica di Confindustria, le pressioni, i legami politici, il lobbysmo e la difesa dei propri interessi, di cui molti autori hanno già ricostruito con cure le vicende particolari; quello della “guerra coperta”, non dichiarata e inconfessabile, che vide l’intero schieramento industriale impegnato per almeno il primo trentennio di vita repubblicana contro il “nemico interno” e i progetti politici che dal loro punto di vista minacciavano gli interessi della produzione […]; in secondo luogo, si è deciso di seguire come un “filo rosso” la formazione del blocco civico-militare che , dopo aver vissuto il momento embrionale negli anni Cinquanta e il preambolo nei Sessanta a cavallo tra dimensione nazionale e internazionale della Guerra fredda, manifesta appieno i suoi propositi nel “quinquennio nero” 1969-74. La strategia della tensione, assunto il suo carattere pienamente di Stato, rimane per noi uno dei principali nodi irrisolti della storia recente nazionale e Confindustria – che usufruì delle modalità della transizione senza rottura del dopoguerra – fu parte integrante di quel blocco civico-militare che, pure nelle sue diverse correnti e ramificazioni, accettò l’alleanza con l’estrema destra e legittimò tutto quanto fosse necessario fare per realizzare il principio destabilizzare per stabilizzare8.

Certo, secondo l’autore, l’azione di Confindustria non può essere considerata omogenea e uniforme, lineare e priva di contrasti al suo interno, poiché:

il punto di vista interno fu sempre diversificato e ciò comportò scontri anche aspri tra le sue correnti – che però si seppero ricompattare al momento opportuno, di fronte alla percepita “minaccia marxista” o in occasione di cicli particolarmente duri e intensi di conflitto sociale. In tal senso, Confindustria, assieme alla coalizione sociale politica di riferimento, riuscì a determinare alcuni caratteri peculiari della modernizzazione in Italia, tra cui il mantenimento per lungo tempo nella condizione di subalternità dei ceti non proprietari, lavoratori, a medio e basso reddito, esclusi dai circuiti di riproduzione sociale e nell’accesso alle risorse9.

L’ordalia capitalistica nei confronti del lavoro vivo ebbe così modo di manifestare la sua potenza non solo attraverso il normale uso degli apparati dello Stato, già preposti al mantenimento all’ordine di classe precostituito, ma anche per il tramite di strumenti eccezionali maneggiati dal terrorismo di stampo fascista e dai servizi… tutt’altro che “deviati”, come invece vorrebbe la vulgata democratica.
A dimostrazione che qualsiasi discorso sulla violenza dovrebbe sempre e immancabilmente distinguere l’uso di classe che di questa può essere fatto dai differenti contendenti. Rifiutando di accogliere in unico abbraccio “nazionalista” tutte le vittime della stessa, come se si trattasse di semplici nomi e date da porre su una linea infinita di “pietre d’inciampo”.

Tale discorso è talmente vero che l’autore apre il suo lavoro iniziando proprio dagli effetti della pandemia da Covid-19 e dalle misure di salvaguardia della produzione e dell’economia, più che della salute, prese. all’inizio del 2020, in quell’area lombarda che proprio negli anni Settanta aveva visto la strategia fascista, appoggiata dal grande capitale, effettuare i due attentati che di fatto delimitarono con chiarezza d’intenti il quinquennio 1969-74: Piazza Fontana e Piazza della Loggia.

Nel citare alcuni drammatici dati riportati da Francesca Nava nel suo bel libro sull’inizio della pandemia a partire dalla Val Seriana10, Catania sottolinea come si sia ormai diffuso a livello di discorso pubblico l’uso sulla storia dell’industria e della finanza italiana «che vuole il capitale privato al centro del progresso e dell’avanzamento storico della società». Mentre, in realtà:

Ci sembra di poter dire che il maggiore attivismo politico della Confindustria e degli operatori privati, che un costo così elevato ha causato in questi nostri tempi recenti di pandemia, non sia fenomeno del solo presente ma abbia radici profonde; soprattutto, che la valutazione positiva di cui è oggetto derivi anche da una rimozione: quella del ruolo svolto, nel determinare indirizzi e forme del modello di sviluppo nazionale, in particolare dalla Confederazione generali dell’industria italiana – CGII, dalla sua fondazione fino alla seconda metà degli anni Settanta, quando i mutati equilibri politici nazionali e internazionali conclusero con un compromesso de facto i lunghi cicli di conflitto sociale al centro dei processi di modernizzazione del Paese. Sebbene infatti il profilo dell’attuale Confederazione industriale sia profondamente diverso da quello della Confindustria storica – basti considerare la fuoriuscita della FIAT nel 2012 e la scomparsa dei principali gruppi che la costituivano -, è possibile rintracciarne la continuità grazie all’indagine storiografica11.

Perciò, nonostante la celebrazione ufficiale del 25 aprile veda sempre tra i protagonisti e i commentatori principali i rappresentanti della stessa e il suo organo di informazione più autorevole, “Il Sole 24 Ore”, i fatti storici dimostrano che il vero nerbo della reazione italiana a qualsiasi tipo di cambiamento sociale, politico ed economico si sia sempre celata proprio nell’anima “dura” dell’associazione degli imprenditori industriali.

Come dimostrano anche i tanti documenti raccolti nell’archivio digitalizzato della Procura di Brescia in occasione del processo per la strage di Piazza della Loggia, che, in particolare, include gran parte del giudice Guido Salvini su Piazza Fontana. Al cui interno sono custodite anche le perizie realizzate in oltre vent’anni di lavoro dallo storico Aldo Giannulli, di cui l’autore è stato ausiliario, nominato perito dal PM Francesco Piantoni, in occasione della prima fase dell’ultima istruttoria bresciana.

Mentre è spesso fin troppo facile sentir parlare di mandanti anonimi, servizi deviati e fascisti latitanti o morti da anni, è sempre difficile veder venire a galla le responsabilità di un’associazione che è ritenuta, a destra come a sinistra, un’istituzione intoccabile e che, al massimo, viene nominata meno positivamente soltanto in occasione del rinnovo dei contratti di categoria. Elio Catania invece, con coraggio e autorevolezza, sbatte in faccia a tutti una realtà e una storia spesso negate e rimosse, prendendo di punta la grande menzogna su cui si basa anche l’altra: quella della repubblica nata anti-fascista e democratica.

Forse, una ricerca storica come la sua andrebbe accompagnata da un’altra, ancora tutta da svolgere nell’ambito della storiografia della continuità: quella riguardante la mancata approvazione dell’articolo della Carta Costituzionale, che alcuni padri fondatori della Repubblica avrebbero voluto come 3°, destinato a giustificare la reazione del popolo al mancato rispetto del patto costituzionale e di governo. Allora impedito dalla tacita intesa tra DC degasperiana e PCI togliattiano12.

Da quella rimozione del diritto alla resistenza contro un governo autoritario derivano ancora infatti sia la rimozione storica, mediatica e politica di ogni nefandezza attribuibile al grande capitale e, dall’altra, la sin troppo facile criminalizzazione di chiunque, e in qualunque modo, si opponga all’attuale regime. Sia che si tratti dei definire “terroristi” i militanti No Tav valsusini, come ha fatto recentemente l’attuale direttore di “Repubblica” Maurizio Molinari, che di stabilire lockdown a pioggia senza mai chiudere davvero i luoghi di lavoro, come è avvenuto nella recente pandemia, oppure ancora di scaricare sui singoli individui le responsabilità del diffondersi di una sindemia che affonda le sue radici nello stesso modo di produzione che si vuole difendere ad ogni costo.

Così da dimostrare che, in un paese in cui lo stragismo di Stato ha costituito per anni la cifra politica dell’azione antiproletaria, la continuità con l’autoritarismo fascista non è mai stata spezzata, mentre è stata al contrario rafforzata da tutti i provvedimenti che continuano a negare la legittimità della lotta di classe e della difesa dal basso degli interessi collettivi.

(Il testo di Elio Catania sarà presentato a Milano, in occasione di BookCity, venerdì 19 novembre alle ore 17,30. Interverranno l’autore, Aldo Giannulli e Elia Rosati)


  1. Soltanto per fare un esempio, tra i tanti possibili, si veda qui  

  2. A. Giannulli, Prefazione a E. Catania, Confindustria nella repubblica (1946-1975). Storia politica degli industriali italiani dal dopoguerra alla strategia della tensione, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2021, p.12  

  3. Ivi 

  4. Si veda, a solo titolo d’esempio: Davide Conti, Gli uomini di Mussolini. Prefetti, questori e criminali di guerra dal fascismo alla repubblica italiana, Einaudi editore, Torino 2017 e 2018  

  5. Si consideri, ad esempio, la mai del tutto avvenuta scomparsa del codice penale Rocco (1930) che resta invece ancora una delle fonti del diritto penale vigente  

  6. C. Pavone, Alle origini della Repubblica. Scritti su fascismo, antifascismo e continuità dello Stato, Bollati Boringhieri, Torino 1995 e J. S. Woolf, Risorgimento e fascismo: il senso della continuità nella storiografia italiana, in “Belfagor”, vol. 20, n. 1 (31 gennaio 1965), pp. 71-91  

  7. Il Pacto del Olvido (patto dell’oblio in spagnolo) è la decisione politica dei partiti di sinistra e di destra della Spagna di evitare di affrontare direttamente l’eredità del franchismo dopo la morte di Francisco Franco nel 1975  

  8. E. Catania, Introduzione in E.Catania, op.cit., pp. 18-19  

  9. Ibidem, p. 20  

  10. Francesca Nava, Il focolaio. Da Bergamo al contagio nazionale, Editori Laterza, Bari – Roma 2020, recensito qui su Carmilla  

  11. E. Catania, op. cit., p.16  

  12. In particolare, fu il partigiano Giuseppe Dossetti, non ancora sacerdote, padre Costituente e componente della Commissione dei 75, a lottare perché fosse uno degli
    articoli della nostra Costituzione. Doveva essere l’art. 3 e così: La resistenza, individuale e collettiva agli atti dei pubblici poteri, che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente Costituzione, è diritto e dovere di ogni cittadino.
    Si ispirava all’articolo 21 della Costituzione francese del 19 aprile 1946: Qualora il Governo violi le libertà e i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza sotto ogni forma è il più sacro dei diritti e il più imperioso dei doveri.
    In Sottocommissione fu approvato con 10 voti a favore, 2 astenuti e 1 contrario, tuttavia non riuscì a superare l’esame dell’Assemblea Costituente  

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Strange Fruit https://www.carmillaonline.com/2017/10/22/strange-fruit/ Sun, 22 Oct 2017 19:12:59 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=41257 di Alessandra Daniele

PD.jpgDurante le funeree celebrazioni per il decennale del PD, Renzi ha respinto con tono indignato l’accusa di fascismo, protestando ancora una volta la natura democratica e addirittura progressista del suo partito, che è sempre stato il principale rappresentante italiano dell’oligarchia politico-finanziaria che sta trascinando il pianeta alla rovina. Come dice anche la Bibbia, l’albero si riconosce dai frutti. E il sedicente centrosinistra italiano è un albero che produce strani frutti da sempre. Dalla Prima Repubblica, col consociativismo spartitorio DC-PCI e la cosiddetta solidarietà nazionale antiterrorismo che produsse le leggi speciali, alla Seconda Repubblica della definitiva fusione fra i resti di PCI e [...]]]> di Alessandra Daniele

PD.jpgDurante le funeree celebrazioni per il decennale del PD, Renzi ha respinto con tono indignato l’accusa di fascismo, protestando ancora una volta la natura democratica e addirittura progressista del suo partito, che è sempre stato il principale rappresentante italiano dell’oligarchia politico-finanziaria che sta trascinando il pianeta alla rovina.
Come dice anche la Bibbia, l’albero si riconosce dai frutti.
E il sedicente centrosinistra italiano è un albero che produce strani frutti da sempre. Dalla Prima Repubblica, col consociativismo spartitorio DC-PCI e la cosiddetta solidarietà nazionale antiterrorismo che produsse le leggi speciali, alla Seconda Repubblica della definitiva fusione fra i resti di PCI e DC.
Il primo governo Prodi fruttò la precarizzazione del lavoro con la legge Treu.
Il successivo governo D’Alema (colui che adesso si proclama l’ultimo strenuo difensore della sinistra) fruttò la criminale partecipazione dell’Italia alla guerra nella ex Jugoslavia, col bombardamento di Belgrado.
Negli ultimi sei anni nei quali è stato al governo con la destra berlusconiana, il PD ha proseguito l’operazione di sistematica cancellazione dei diritti dei lavoratori, tentando ripetutamente di smantellare la Costituzione antifascista, continuando a partecipare a tutte le guerre neocoloniali disponibili, e finanziando campi di concentramento per la Soluzione Finale del problema immigrazione.
Strani frutti. Gli stessi del pezzo blues di Billie Holiday Strange Fruit sulle vittime impiccate dei linciaggi razzisti.

Blood on the leaves and blood at the root
Black bodies swinging in the southern breeze

È questo il partito per il quale gli scissionisti da riporto dell’MDP si offrono di provare a recuperare una manciata di voti, in cambio d’una scodella sotto al tavolo dei vincitori.
Riverito ospite dalla Gruber, questa settimana Matteo Renzi ha insistito a definire il PD un partito di sinistra. Di tutte le cazzate che ha raccontato nella sua carriera, questa è la più grottesca.
Il Cazzaro ha fallito il compito che gli era stato affidato di liquidare la Costituzione, e ora lo stesso establishment che aveva orchestrato la sua ascesa sta cercando di sostituirlo col più efficiente duo Gentiloni-Minniti. La rissa in Viscoteca Bankitalia che imbarazza il governo è quindi uno scontro tutto interno al sistema di potere rappresentato dal PD, e chiunque lo vincerà a perdere saremo noi.
E continueremo a perdere, finché l’albero degli impiccati non sarà finalmente abbattuto.

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Democrazia a termine https://www.carmillaonline.com/2017/06/04/democrazia-a-termine/ Sun, 04 Jun 2017 19:09:00 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=38641  di Alessandra Daniele

GemelliDopo averli aboliti temporaneamente per evitare un’altra disfatta referendaria, il governo ha reintrodotto i voucher. Se Renzi tornerà premier, anche la sua controriforma costituzionale rispunterà dalla tomba allo stesso modo. Smantellare la Costituzione è il compito affidatogli dall’establishment, e il Cazzaro sta facendo di tutto per ottenere una seconda chance di portarlo a termine, benché i suoi stessi committenti non si fidino più di lui. Le prossime elezioni politiche saranno il secondo tempo del referendum. Come tutte le riforme renziane, la nuova legge elettorale in preparazione è una porcheria scritta col [...]]]>  di Alessandra Daniele

GemelliDopo averli aboliti temporaneamente per evitare un’altra disfatta referendaria, il governo ha reintrodotto i voucher.
Se Renzi tornerà premier, anche la sua controriforma costituzionale rispunterà dalla tomba allo stesso modo.
Smantellare la Costituzione è il compito affidatogli dall’establishment, e il Cazzaro sta facendo di tutto per ottenere una seconda chance di portarlo a termine, benché i suoi stessi committenti non si fidino più di lui.
Le prossime elezioni politiche saranno il secondo tempo del referendum.
Come tutte le riforme renziane, la nuova legge elettorale in preparazione è una porcheria scritta col culo. È un proporzionale mezzo maggioritario, ma a liste bloccate, un Maggiorinale di costituzionalità molto dubbia che non garantisce né governabilità né rappresentanza, ma soltanto le esigenze speculari dei due partiti più grossi: per il PD poter governare senza dover vincere, per il M5S poter vincere senza dover governare.
Nelle intenzioni di Renzi c’è riesumare la Grossolana Coalizione con Forza Italia, mentre il voto antisistema finisce di nuovo congelato all’opposizione dal Movimento 5 Stelle, e Alfano resta decapitato dalla soglia di sbarramento.
La Vendetta degli Alfaniani (che sembra il titolo d’un vecchio episodio di Doctor Who) non preoccupa il Cazzaro, anzi: un casus belli per scannare Gentiloni è esattamente ciò che gli serve.
Il conte è comunque DOA. Resta solo da decidere la causa ufficiale della morte.
La campagna elettorale è già cominciata. Si parlerà di migranti, di vaccini, di cinghiali, Renzi si sforzerà di sembrare un uomo del popolo e far dimenticare il suo tentato golpe, ma se riuscirà a tornare a palazzo Chigi, stavolta lo realizzerà.
Non si vendicherà soltanto di quei quattro stracciaculo degli scissionisti, si vendicherà di noi che abbiamo osato negargli il trionfo sperato, e l’abbiamo costretto a mandare Gentiloni al G7 al suo posto.
Renzi sognava di conoscere Trump, e conquistarlo col suo inglese farlocco. A Renzi sotto sotto The Donald piace, è un bancarottiere di successo come entrambi i suoi papà, Silvio e Tiziano. Ed è un piazzista da televendita, come lui.
Il Cazzaro non vede l’ora di tornare a vendere il suo pentolame sul palcoscenico internazionale. E se ci riuscirà, per cacciarlo stavolta non basterà un No.

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Un altro 12 dicembre https://www.carmillaonline.com/2016/12/14/un-altro-12-dicembre/ Tue, 13 Dec 2016 23:10:47 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=35298 di Sandro Moiso

12_dicembre_2016 Quarantasette anni fa, il 12 dicembre 1969, al culmine di una stagione di formidabili lotte, lo Stato, la classe dirigente italiana e i loro servi non seppero rispondere in altro modo che con una provocazione di stampo terroristico che, con l’attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, causò 17 morti e 87 feriti. La Strage di Piazza Fontana, come sarebbe stata in seguito ricordata, aprì però non solo una stagione di attentati, ma anche quella in cui la strategia della tensione contribuì a provocare una levata di scudi antifascista in difesa [...]]]> di Sandro Moiso

12_dicembre_2016 Quarantasette anni fa, il 12 dicembre 1969, al culmine di una stagione di formidabili lotte, lo Stato, la classe dirigente italiana e i loro servi non seppero rispondere in altro modo che con una provocazione di stampo terroristico che, con l’attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, causò 17 morti e 87 feriti.
La Strage di Piazza Fontana, come sarebbe stata in seguito ricordata, aprì però non solo una stagione di attentati, ma anche quella in cui la strategia della tensione contribuì a provocare una levata di scudi antifascista in difesa dei diritti dei lavoratori, delle donne, dei giovani e della Costituzione che avrebbe rafforzato notevolmente le ragioni dello scontro di classe e liberato istanze e forze prima apparentemente sopite.

Sarà un caso, ma il 12 dicembre di quest’anno un mondo politico asfittico, una classe dirigente in fuga dalle proprie responsabilità e una concezione dittatoriale del potere e dei rapporti tra cittadini e Governo hanno prodotto qualcosa di molto simile. In faccia a milioni di italiani (che hanno compattamente votato affinché il regime della corruttela bancaria e mafiosa, dello sfruttamento scellerato di una manodopera sottopagata e maltrattata e dell’esaurimento di qualsiasi risorsa ambientale ed economica ai fini della pura e semplice appropriazione privata se ne andasse per essere sostituito da un governo, almeno apparentemente, eletto democraticamente) il PD e il suo ciarliero segretario, un incartapecorito rappresentante delle istituzioni, una sua pallida ed insignificante controfigura, i rappresentanti nemmeno più tanto oscuri delle consorterie bancarie e massoniche oltre che i rimasugli di un europeismo che vive ormai soltanto nella rappresentazione mitologica e punitiva che ne viene fatta, hanno fatto scoppiare un’altra bomba. Forse di portata ancora peggiore e anche più dannosa.

Il Governo clone, più che fotocopia, del governo Renzi, nasce con già sulle spalle l’aumento dei morti sul lavoro, l’aumento delle vittime del disastro ambientale (dall’inquinamento di Taranto, Brescia e della Terra dei fuochi al dissesto idrogeologico fino al mancato rispetto delle norme anti-sismiche), l’aumento dei suicidi per fallimenti, perdita del posto di lavoro oppure dei risparmi di una vita; tutti causate dai suoi consimili negli ultimi cinque anni:
Oltre ad avere alle spalle un aumento della povertà che è stato del 141% negli ultimi dieci anni, più del doppio rispetto al 2005.1

Disagio, rabbia, stanchezza sono stati sicuramente il motore principale della fragorosa vittoria del No nel recentissimo referendum costituzionale. Hanno costituito la molla del poderoso calcio in culo con cui i lavoratori, i giovani, i disoccupati, le donne italiane hanno risposto all’arroganza del governo e dei suoi ducetti. Risultato che potrebbe raddoppiare con il referendum contro il job act che dovrebbe svolgersi questa primavera. Eppure una classe dirigente priva di capacità politiche, o fosse anche solo di “impresa”, ha voluto, cercato, imposto un’altra prova di forza. Più brutale e coatta di quel referendum che ha già virtualmente fatto saltare i denti dalla bocca di parecchi suoi imbonitori. Probabilmente per fare vedere davvero chi ha le palle, sia a livello nazionale che in Europa.

ministri-2016 Questa è infatti la narrazione che il segretario del PD Matteo Renzi vorrebbe dare ancora per vincente sia presso le congreghe europee che presso i suoi dissennati elettori. Poletti ancora al Ministero del Lavoro, la Boschi premiata con un innalzamento della sua funzione e del suo ruolo, Lotti ministro con varie deleghe alle nomine più delicate, Alfano passato dagli Interni agli Esteri per evitare la prossima valanga delle conseguenze delle menzogne e delle omissioni sul caso Shalabayeva e così via tutte le altre conferme indicano proprio questa strategia o, meglio, mancanza di strategia. Così come ogni atto dissennato del potere spesso rivela. Tanto da far rilevare che l’unica rimossa d’ufficio, la Giannini, con il pretesto che sarebbe stata la “buona scuola” (ma non era renziana la proposta?) a causare la vittoria del No, era l’unica ministra i cui dipendenti (gli insegnanti), secondo alcuni istituti di ricerca, avrebbero votato, anche se con una maggioranza risicata, principalmente per il Sì.

L’Eurostat, l’istituto di statistica dell’Unione europea, in un recente report ha rilevato che gli stipendi in Italia restano i più bassi dell’Europa occidentale e che peggio fanno solo Spagna e Portogallo, che però si possono consolare con un maggior potere d’acquisto.2 Ma il clone di Renzi in un discorso durato appena 17 minuti, in un’aula parlamentare semi-deserta, non ha nemmeno sfiorato l’argomento mentre invece ha confermato sostanzialmente tutti gli obiettivi del precedente governo e la volontà di rimanere in sella fino a quando il potrà contare su una risicata maggioranza di voti.

Bluffatori patentati che fingono di essere determinati, ma che in realtà, come tutti i rappresentanti di regimi autoritari, non possono far altro che ribadire la propria arroganza e la propria incoerenza travestendola di effimera progettualità (“Oggi dico una cosa e poi domani un’altra, tanto che differenza fa? Ho salde in mano le redini del potere!”). Uomini e donne di governo su cui sarebbe forse ora di indagare più approfonditamente per verificare da dove arriva , per esempio, l’autorevolezza di un ministro che rappresenta un partito da 2% dei voti oppure quella di un Ministro dedito “obbligatoriamente” alle infrastrutture (con altro vocabolario: alle grandi opere).

A tutto ciò gli italiani che hanno votato No il 4 dicembre sapranno ancora adeguatamente rispondere, non c’è dubbio. E magari anche con gli interessi. Mentre c’è da dubitare, piuttosto, che siano quelli che hanno cavalcato il fronte dello scontento a sapere o volere rispondere in maniera adeguata a questa provocazione. Giornalisti che rinunciano a girare il coltello nella piaga per non fare soffrire il governo appena insediato oppure leader politici che promettono generiche manifestazioni di piazza. Ma dove, quando, come: no, non lo dicono. Magari aspettando, con un po’ di sceneggiate da Aventino (Che, ricordiamolo, già non servì a un cazzo con Mussolini…figuriamoci adesso!), che gli animi sbolliscano per conservare il loro apparente stato di perenne opposizione. E di moderatori, si intende!

Certo le scuse possono essere molte: le scadenze europee (sempre quelle al primo posto); il salvataggio delle banche anzi della Banca più antica del mondo; la definizione della nuova legge elettorale….certo! Ma tutto ciò potrebbe essere fatto sotto l’occhio attento di piazze occupate, magari proprio nella capitale, da cittadini, lavoratori e giovani furiosi, incazzati e vigili.

Dietro al clone non c’è solo l’originale fiorentino con il suo cerchio magico. C’è l’Europa dei sacrifici e del taglio della spesa pubblica, dell’impoverimento generalizzato,3 del salvataggio degli interessi dei grandi speculatori e delle banche. Un’Europa imbottigliata nelle sue contraddizioni il cui tappo sta per saltare. Come i timori sollevati in Germania e Francia dalla sconfitta referendaria del Sì hanno ben dimostrato fin dal 5 dicembre.

grande-dittatore Oggi quelle forze si stanno giocando il tutto per tutto e non c’è molto da scegliere: occorre rovesciare il tavolo delle trattative e degli accordi, del bon ton e dei sorrisi sprezzanti, delle minacce sovra-nazionali e degli accordi internazionali. In gioco ci sono la sopravvivenza e il miglioramento o il peggioramento ulteriore delle condizioni di vita di decine di milioni di persone e questo governo è un baluardo davvero troppo debole per contenere l’ondata in arrivo.

Certo non ci sarà da andare troppo per il sottile: “se ci sarà, lui non ci sarò io” non è più un modo per ragionare del presente stato di cose. Oggi occorre costruire la più larga opposizione possibile a partire dal basso: dai movimenti di lotta come quello NoTAv ai centri sociali, dai sindacati di base a tutti i residui di opposizione che rimangono nei partiti e nei sindacati di ogni risma e a tutta la rabbia e l’insoddisfazione che si sono depositate nella società. E non importa se in alcuni casi il tutto potrebbe assomigliare ad una sorta di movimento dei forconi: saranno la determinazione di chi partecipa e le parole d’ordine e i programmi a scegliere chi dovrà porre un severo stop al ceto politico ed imprenditoriale parassitario che ci sta soffocando. E a determinarne la vittoria, elettorale e/o sociale, assediando i palazzi del potere in cui si sono arrogantemente, ma anche paurosamente e vilmente arroccati i nostri avversari.


  1. Secondo una recente inchiesta oggi 4,6 milioni di persone vivono nell’indigenza assoluta: quasi l’8% della popolazione residente in Italia. Basti pensare che erano poco meno di 2 milioni nel 2005 (il 3,3% del totale). Un incremento che non ha risparmiato nessuna area della penisola: al nord il numero dei bisognosi è addirittura triplicato. E’ il profilo degli effetti causati dalla crisi (economica e occupazionale) iniziata nel 2008. Ma il dato che emerge con prepotenza è che spesso il lavoro – per come si è configurato dopo la crisi – a volte non basta a mettere al riparo da ristrettezze e immiserimenti. Tra le famiglie operaie, ad esempio, il tasso di povertà è salito dal 3,9 all’11,7 per cento. Tuttavia gli oltre 22 milioni di occupati italiani non sono tutti lavoratori a tempo pieno. Per l’Istat è sufficiente un’ora di lavoro a settimana per essere considerati occupati. In diversi casi una situazione lavorativa precaria o part-time può essere il fattore scatenante di una condizione di povertà. Rispetto al decennio scorso, aumentano coloro che lavorano poche o pochissime ore a settimana: il numero di chi è occupato meno di dieci ore è cresciuto del 9% dal 2005, e salgono addirittura del 28% quelli che lavorano tra le 11 e le 25 ore. I lavoratori pagati con i voucher erano meno di 25mila del 2008, sono saliti a quasi 1,4 milioni nel 2015. Fino al 2011 non c’erano grandi differenze tra le varie fasce d’età, e i più poveri erano gli over 65 (circa 4,5% si trovava in povertà assoluta). La crisi, distruggendo posti di lavoro e riducendo le opportunità di impiego, ha capovolto questa situazione. In un decennio il tasso di povertà è diminuito tra gli anziani (4,1%) mentre è cresciuto nelle fasce più giovani: di oltre 3 volte tra i giovani adulti (18-34 anni) e di quasi 3 volte tra i minorenni e nella fascia tra i 35 e i 64 anni.
    Il numero di donne che vivono in povertà assoluta è più che raddoppiato tra 2005 e 2015, un andamento coerente con quello del resto della popolazione. Nel 2005 viveva in povertà assoluta il 3,5% delle donne, percentuale molto simile a quella di tutti i residenti in Italia (3,3%). Una quota che nel 2009 era salita al 4%, sia per le donne che per l’intera popolazione. Nel triennio successivo per le donne si arriva fino al 5,8%, per poi superare il 7% nel 2013, livello su cui si attesta anche nel 2015. Questo dato complessivo nasconde ulteriori situazioni di disagio sociale che riguardano in particolare il genere femminile. Cfr. qui 

  2. Cfr. qui 

  3. Sul piano dell’impoverimento fanno peggio di noi soltanto Germania, Estonia e Bulgaria, mentre ancora più ampio è il numero di persone a rischio povertà o esclusione sociale. In questo caso agli individui a basso reddito vengono sommati coloro che vivono in situazioni di grave privazione materiale oppure in famiglie a “bassa intensità di lavoro”. Secondo l’Eurostat, tra 2005 e 2015 la quota di popolazione a rischio povertà o esclusione sociale è passata dal 25,6% al 28,7 per cento. In tutta l’Unione europea, l’Italia ha registrato un peggioramento inferiore solo a quello di Grecia, Spagna e Cipro. Il rischio è cresciuto anche in Svezia e Germania. La quota di famiglie in povertà assoluta è quasi raddoppiata. Erano 819mila nel 2005, mentre oggi sono quasi 1,6 milioni, con un balzo dal 3,6 al 6,10%. Su 100 famiglie, 6 non possono permettersi un tenore di vita accettabile. Ma il disagio è ancora più vasto secondo altri indicatori: il 38,6% delle famiglie non può far fronte a spese impreviste (erano il 29% nel 2005). Sono aumentate del 65% quelle che non possono permettersi di riscaldare la propria abitazione e dell’81% quelle che non consumano pasti proteici almeno 3 volte a settimana. I nuclei familiari più in difficoltà sono quelli in cui la persona di riferimento è un operaio o è in cerca di occupazione. Le famiglie che dipendono da una persona che sta cercando lavoro in un caso su cinque non possono permettersi uno standard di vita accettabile. Come si diceva, tra le famiglie operaie il tasso di povertà assoluta è triplicato rispetto al 2005, passando dal 3,9% all’11,7% del 2015. È più che raddoppiata la probabilità di trovarsi in povertà assoluta se il capofamiglia è un lavoratore autonomo, mentre la stessa probabilità rimane contenuta per le famiglie dei colletti bianchi, anche se in proporzione, rispetto al 2005, anche per esse è aumentata di quasi dieci volte. Cfr. ancora qui 

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Cazzargeddon https://www.carmillaonline.com/2016/12/05/cazzargeddon/ Mon, 05 Dec 2016 05:00:20 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=35096 di Alessandra Daniele

Con una schiacciante maggioranza di No,  quasi 20 milioni di voti, oggi l’Italia ha finalmente rottamato la grottesca Cazzariforma di Renzi, insieme alle sue altrettanto grottesche velleità napoleoniche. Una controriforma fascistoide scritta col culo, sulla quale Renzi aveva (infatti) messo la faccia, e che in faccia gli è scoppiata, castigando la petulante arroganza padronale sua e dei suoi pupazzi animati con una sconfitta devastante quanto meritata. L’Apocalisse del Cazzaro è cominciata.

Non gli sono bastati ricatti, minacce, propaganda asfissiante, media collusi e servili, losche ingerenze straniere, clientele para-mafiose, abusi, manipolazioni e menzogne di ogni genere, per far digerire a un paese già stufo e schifato l’ennesima [...]]]> di Alessandra Daniele

Con una schiacciante maggioranza di No,  quasi 20 milioni di voti, oggi l’Italia ha finalmente rottamato la grottesca Cazzariforma di Renzi, insieme alle sue altrettanto grottesche velleità napoleoniche.
Una controriforma fascistoide scritta col culo, sulla quale Renzi aveva (infatti) messo la faccia, e che in faccia gli è scoppiata, castigando la petulante arroganza padronale sua e dei suoi pupazzi animati con una sconfitta devastante quanto meritata.
L’Apocalisse del Cazzaro è cominciata.

Non gli sono bastati ricatti, minacce, propaganda asfissiante, media collusi e servili, losche ingerenze straniere, clientele para-mafiose, abusi, manipolazioni e menzogne di ogni genere, per far digerire a un paese già stufo e schifato l’ennesima porcata di regime. La Sostituzione della Repubblica con una rozza monarchia padronale.
Nonostante il patetico tentativo di spacciare questa ripugnante restaurazione golpista per un Rinnovamento, è rimasto sempre ben chiaro cosa votasse davvero la Casta, quale fosse il vero voto di Castità.

E così, ancora una volta, i disegni delle tecnocrazie finanziarie nazionali e internazionali, e i loro esecutori, sono stati spazzati via dall’onda crescente dell’incazzatura popolare.
Questa vittoria non appartiene a nessuno dei cacicchi vecchi e nuovi che cercheranno di intestarsela, né alle loro bandiere, appartiene a quel popolo che s’è rotto i coglioni d’essere trattato come merce.
Questa vittoria è nostra, e non dobbiamo farcela portare via.

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Pro Memoria https://www.carmillaonline.com/2016/12/04/promemoria-2/ Sun, 04 Dec 2016 10:00:11 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=35055 di Alessandra Daniele

Oggi si vota per decidere se buttare nel cesso la Costituzione antifascista, e sostituirla con lo scontrino della spesa da 80€ di Pina Picierno.

A noi oggi basta un NO. Approfittiamone, finché siamo ancora in tempo.

no-si

 

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di Alessandra Daniele

Oggi si vota per decidere se buttare nel cesso la Costituzione antifascista, e sostituirla con lo scontrino della spesa da 80€ di Pina Picierno.

A noi oggi basta un NO.
Approfittiamone, finché siamo ancora in tempo.

no-si

 

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