Coronavirus – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 13 Mar 2026 23:01:58 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Riflessioni pandemiche https://www.carmillaonline.com/2020/12/01/riflessioni-pandemiche/ Tue, 01 Dec 2020 22:55:54 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=63671 di Nico Maccentelli

Trovo le polemiche interne alla sinistra di classe sul lockdown del tutto fuorvianti. Le accuse reciproche di negazionismo da una parte e dall’altra di sudditanza ai dettami imposti dal regime in materia di salute pubblica non colgono la questione essenziale che è un passaggio epocale, direi antropologico e non solo economico di crisi del capitalismo.

Un passaggio nel quale la democrazia borghese, ma più profondamente le relazioni sociali, sta subendo un mutamento non certo temporaneo e in cui si evidenzia l’incapacità del capitalismo (ma direi anche la volontà delle classi dirigenti) [...]]]> di Nico Maccentelli

Trovo le polemiche interne alla sinistra di classe sul lockdown del tutto fuorvianti. Le accuse reciproche di negazionismo da una parte e dall’altra di sudditanza ai dettami imposti dal regime in materia di salute pubblica non colgono la questione essenziale che è un passaggio epocale, direi antropologico e non solo economico di crisi del capitalismo.

Un passaggio nel quale la democrazia borghese, ma più profondamente le relazioni sociali, sta subendo un mutamento non certo temporaneo e in cui si evidenzia l’incapacità del capitalismo (ma direi anche la volontà delle classi dirigenti) di affrontare la pandemia e la crisi del capitale che si accresce in questo frangente. Un sistema che cade definitivamente nella barbarie darwiniana del più forte che sopprime i più deboli, che fa la guerra, che si impone con una violenza organizzata di cui la democrazia è ormai solo un vuoto involucro.
Che siamo al crepuscolo di questo modo di produzione e di consumo lo dicono tanti segnali e di certo non occorreva la pandemia per confermarlo. Ma noi comunisti siamo sempre stati della cassandre inascoltate…
Vediamo allora di mettere alcuni punti fermi, in modo sintetico.

1. Ho scritto poc’anzi dell’incapacità del capitalismo di far fronte a questa ecatombe e aggiungo la sola volontà demenziale e direi suicida di riproporre la legge del più forte al netto di tutta la demagogia spicciola tra balconi, bandierine e Mattarella.
Laddove occorrerebbe una spinta rivoluzionaria della politica nel non farsi tirare la giacchetta da chicchessia e nel non guadare in faccia a nessuno, la classe politica sceglie ancora una volta l’egemonia delle oligarchie economiche. Ne emerge una linea di condotta demenziale, fatta di lockdown fittizi, a metà, a part time verticale, a targhe alterne. Il dato di fatto è che mentre le forze del grande capitale, rappresentate da Confindustria stanno bene e hanno ponti d’oro, mentre i mezzi di trasporto si riempono di pendolari, intere categorie sociali a partire dai ceti medi vengono lasciate al loro destino, prede del futuro shopping di frugali e mafiosi. Il PD divorzia definitivamente dalla togliattiana conquista strategica dei ceti medi per adagiarsi ai desiderata delle euroburocrazie e quindi della peggiore finanza e delle multinazionali. Esempio concreto: Bonaccini nel suo decreto dell’E-R arancione corre a salvare la Coop e la GDO e manda a remengo le piccole aziende agricole ammazzando i mercatini (poi ripristinati a Bologna, ma la tendenza è questa). Nel caos demenziale le scelte immediate sono sempre a favore della speculazione e delle company più potenti.
Merola, sindaco di Bologna, fa inaugurare l’ennesima cattedrale nel deserto: il People Mover che ora tra l’altro non serve a nulla visto che nessuno parte e arriva dall’Aeroporto Marconi, ma il gesto è emblema dell’alleanza suggellata tra privati investitori e un pubblico al loro servizio.
Questi sono gli automatismi di una classe politica che non ha capito nulla e che non farà nulla se non cercare di tappare le falle in modo inadeguato e temporaneo, come i cosiddetti ristori, che servono (insieme al lockdown parziale) per non sborsare quanto realmente DOVUTO da uno Stato che ha distrutto in questi decenni la sanità pubblica, che non ha uno straccio di protocollo anti-pandemia aggiornato e che in questi sei mesi non ha neppure cercato di rimediare all’irrimediabile, dato che una medicina di territorio, il personale medico non si ripristina in quattro e quattr’otto.
Il risultato di questa politica d’emergenza è un aumento dei profitti per i grandi gruppi industriali e commerciali in una vera e propria amazonizzazione dell’economia, mentre le piccole aziende chiudono o entrano in agonia. È il trionfo degli Amazon, delle grandi catene della distribuzione take away e di prodotti di entertainment da piattaforme come Netflix e Amazon (sempre lei) Prime, per un’economia di consumo da casa, supportata da forza-lavoro sottopagata e spremuta fino all’osso e al bisogno. Queste sono le cittadelle del profitto che il governo difende insieme alla categoria dei confindustriali che hanno premuto in modo criminale per restare aperti, mentre tutta l’economia di prossimità, il turismo, la ristorazione, l’artigianato vanno in malora addetti inclusi. Finita la cassa integrazione ci sarà da piangere, mentre gli addetti del sommerso sono già alla canna del gas.

2. Non si può sottovalutare il fatto, e con la scusa del coronavirus, che siamo entrati in uno STATO DI POLIZIA. Mentre il lockdown è un vero tarocco quasi del tutto inutile, quello che è utile per la guerra sociale delle classi dominanti su quelle variamente subalterne è la sospensione dello stato di diritto, la nuova emergenza che si aggiunge a quelle precedenti in una governance che da decenni procede per leggi eccezionali, dispositivi repressivi. Già con i decreti Minniti, e ancor prima con quelli Lupi venivano sanzionate e attaccate le varie forme di lotta e di resistenza sociale allo sfruttamento di forza-lavoro precaria, di gestione autoritaria delle eccedenze produttive, di predazione del territorio con speculazioni edilizie, gestione privatistica dei beni comuni, grandi opere come la TAV, di attacco alle forme di autogestione degli spazi sociali e abitativi. Ma oggi il salto di qualità è evidente e la ragione di salute pubblica dei dpcm che aggrediscono diritti costituzionali che sarebbero intangibili è una vera e propria cazzata. Oltre all’uso di mezzi tecnologici avanzati come i droni, dietro l’irruzione in casa della signora che è scesa nell’androne per prendere la pizza, il pestaggio del sedicenne privo di documenti, la multa ai nullatenenti che fanno la fila alla mensa e i poveri, c’è una precisa volontà politica di esercitare con brutalità il potere, il libero arbitrio degli sgherri in divisa, i soli depositari delle libertà stuprate. C’è l’indefessa esercitazione alla controguerriglia preventiva.
Non si può sottovalutare un elemento portante della controrivoluzione solo perché negazionisti e fasci lo usano per la loro propaganda demagogica, che ha ben altri scopi da quelli della resistenza sociale a questa nuova forma di fascismo di Stato.
È evidente che se il potere classista è in banana e risponde come il cane di Pavlov con riflessi condizionati a difesa degli interessi per lui prioritari: quelli della borghesia imperialista, un altro riflesso condizionato a difesa delle cittadelle immateriali del dominio capitalista è la repressione organizzata, con leggi che danno anni di galera a chi soltanto manifesta, vedi le compagne NoTav come Nicoletta e Dana e le centinaia di compagni colpiti nella più classica maniera fascista con il confino, le sanzioni, la galera. Di questo i politici di regime sono consapevoli: sanno che grande sarà il disordine sotto il cielo e si preparano sia tecnicamente, qualificando alla repressione le forze di polizia, sia mettendo dei paletti verso la popolazione, facendo capire con il terrore e la minaccia che non si faranno deroghe o prigionieri: il ruolino di marcia che parte da Bruxelles e arriva nei quartieri delle città non si discute.

3. E veniamo al cuore della diatriba interna. Ma cosa credevate, che la rivoluzione fosse un “pranzo di gala”? Patetici sono i negazionisti, che da destra frignano per le libertà lese. Generalmente appartenenti a classi medie abituate a fare quello che gli pare, sono del tutto indisponibili a fare il benché minimo sacrificio per la propria comunità, tipico atteggiamento individualista piccolo borghese: dagli qualche quattrino come si deve e vedrai come le proteste spariranno come neve al sole. E anche per questo il nostro cane di Pavlov è un autentico demente.
Prendiamo la Cina e come ha risolto molto velocemente la questione Covid. O Cuba, o il Vietnam. Intanto sono sistemi economico-sociali che socialisti o meno (e sulla Cina avrei molte cose da ridire, ma da maoista non da fregnone liberal-democratico), hanno:
· pianificato il contrasto al virus partendo dal punto di vista della comunità
· fatto leva sul senso collettivo della popolazione che ha accettato (così fa un popolo rivoluzionario o dalla forte identità sociale) una momentanea sospensione della vita sociale per superare una vera emergenza e non restare nel fango putrido e letale di un sempiterno e opportunistico emergenzialismo.
Questi due fattori hanno fatto la differenza. Con chi vuole mettere in discussione la configurazione fascista dell’attuale regime “pandemico” sono in totale assonanza riguardo la critica allo stato di polizia e alla necessità di essere consapevoli che stiamo entrando inermi in una guerra di classe dall’alto. Ma non concedo le mene anarcoidi di chi pensa di risolvere la questione con un antagonismo “puro” e purista, che non tenga in considerazione i rischi sociali della pandemia. Andranno trovate le forme di resistenza politica di volta in volta, ma come comunisti, di fronte alle lavoratrici e ai lavoratori, ai cittadini abbiamo precise responsabilità e dobbiamo rivendicare reddito, lavoro sicuro, sanità pubblica, trasporti sicuri, blocco degli affitti e delle bollette, diritto all’istruzione. Ciò significa anche manifestare e violare i paletti imposti dal regime borghese imperialista, significa costruire resistenza popolare in modi legali e illegali di accesso ai beni prodotti dai piccoli produttori. Ma rendiamoci conto che se per ipotesi oggi irrealizzabile fossimo al governo noi, faremmo esattamente come i cinesi. Del resto, non è forse lo stesso concetto della dittatura del proletariato? Cos’è questa forma di democrazia di classe, consiliare, se non un fase di gestione straordinaria e rivoluzionaria di una situazione eccezionale? Nel primo caso lo scopo è schiacciare le vestigia e i rimasugli del potere borghese. Nel secondo è di fare leva sul consiliarismo, sull’autodeterminazione e il senso collettivo popolare, che è anche sacrificio, per superare una pandemia.

4. Concludo con un’altra questione che è stata rilevata dai compagni critici verso chi ha posto l’accento sulla pericolosità del covid e che è più che giusta: le ricadute sociali, ma soprattutto psicologiche, sessuali, generazionali che questo mutamento antropologico della società intera, questa repressione che rende Wilhelm Reich un vero e proprio profeta del fascismo di massa.
Le ricadute sul benessere della collettività degli individui sono già evidenti e le misure emergenzialiste che sembra non avranno fine e che segnano un passaggio epocale antropologico, sono come napalm sui villaggi. La cura è peggiore della malattia, quando viene considerata solo quella malattia.
Già da adesso è evidente come il fatto stesso che per le istituzioni esista solo il covid (a scusa dell’inadeguatezza nel curare il resto delle patologie), sta causando la morte per infarto, tumore, embolia e quant’altro un gran numero di malati che potevano benissimo guarire o protrarre nel tempo la sopravvivenza. Ma lo stesso concetto è anche nei bambini che non possono socializzare e giocare, negli adolescenti che non avranno il normale iter di socialità e sessualità, le persone in generale che si trovano inibite nei gesti quotidiani, nei rapporti umani, nell’esercizio fisico, nell’oggettivazione psicologica del sé.
A questo si aggiunge uno dei fattori più devastanti di questo mutamento antropologico: il dominio del lavoro su ogni altro tipo di attività umana secondo la logica: produci, consuma e crepa. Questo è terreno fondamentale della resistenza anticapitalistica e allo sfruttamento dell’individuo umano che fa leva anche sul tempo libero, sul benessere sessuale, sulle relazioni tra persone, sul senso della collettività che si basi sulla festa e sul godimento. Se non si affronta questo nodo e seriamente ce ne faremo ben poco dei diritti sindacali. È un elemento sociale, e politico al tempo stesso, portato in dote dalle lotte degli anni ’70, quando ci si batteva per il rifiuto del lavoro in quanto sfruttamento salariato da parte del capitale e portatore di logiche mitolavoristiche funzionali al ciclo di produzione del capitale per il profitto.
L’attacco al “popolo degli spritz” può essere letto anche come una sorta di rivalsa dei politici anziani verso i giovani che nonostante “l’amore ai tempi del colera” cercano di fare appunto i giovani (cosa che per altro dovrebbero fare anche gli anziani). Ma soprattutto passa il concetto: vai pure a lavorare pigiato su un bus e in un posto di lavoro la cui sicurezza non la controlleremo mai e poi mai (per evitare le rimostranze di Bonomi), ma guai se eserciti la tua socialità, se cerchi di godere: ora questo non è importante e per il profitto è sempre aspetto secondario, normato solo dall’esigenza che abbiamo di farti essere consumatore.

Dunque, ho come la netta impressione che i vari filoni del pensiero critico siano giunti a un bivio in cui si incontrano: la liberazione anticapitalista e la liberazione dei corpi, l’autodeterminazione consiliare della democrazia dal basso e la liberazione delle pulsioni sessuali, la socialità liberata nella festa e il tempo per noi, la distruzione del potere borghese ormai in corsa verso la barbarie e il senso collettivo che nella dialettica attività e rilassamento scandisce il tempo della guerra sociale e delle misure di salute pubblica con la festa e il godimento della liberazione dai nemici sociali e biologici.
Sono i molteplici terreni di un medesimo campo di resistenza da cui occorre ripartire per una riflessione collettiva e per l’individuazione di una strategia di liberazione sociale.

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Capitalismo, guerre ed epidemie https://www.carmillaonline.com/2020/10/07/capitalismo-guerre-ed-epidemie/ Wed, 07 Oct 2020 20:51:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=62974 di Sandro Moiso

Calusca City Lights (a cura di), Lo spillover del profitto. Capitalismo, guerre ed epidemie, Edizioni Colibrì, Milano 2020, pp. 142, 14,00 euro

Fortunatamente, nel corso di una “strana“ estate sospesa in attesa di un autunno che già si annunciava gravido di conseguenze socio-sanitarie ed economico-politiche oltre che giudiziarie e repressive, mentre una parte della Sinistra ex-antagonista si arrovellava sulla valenza ‘democratica’ del votar No al referendum, altri compagni si ponevano problemi ben più importanti per lo sviluppo delle lotte a venire e il conseguente smantellamento dell’immaginario capitalista che ancora [...]]]> di Sandro Moiso

Calusca City Lights (a cura di), Lo spillover del profitto. Capitalismo, guerre ed epidemie, Edizioni Colibrì, Milano 2020, pp. 142, 14,00 euro

Fortunatamente, nel corso di una “strana“ estate sospesa in attesa di un autunno che già si annunciava gravido di conseguenze socio-sanitarie ed economico-politiche oltre che giudiziarie e repressive, mentre una parte della Sinistra ex-antagonista si arrovellava sulla valenza ‘democratica’ del votar No al referendum, altri compagni si ponevano problemi ben più importanti per lo sviluppo delle lotte a venire e il conseguente smantellamento dell’immaginario capitalista che ancora regge buona parte della narrazione della pandemia e dell’interclassismo collaborativo.

Tra coloro che non si sono fatti abbindolare dalle fanfaluche democratiche vanno annoverati i curatori della raccolta di saggi edita da Colibrì, che si sono posti seriamente il problema, nella scelta degli autori e dei testi, dello stretto rapporto che intercorre tra il modo di produzione attuale, le guerre e le epidemie di cui lo stesso sistema è portatore.
Cinque saggi, ed una scheda su Hart Island (quella in prossimità di New York City dove sono state seppellite in grandi fosse comuni numerose vittime del Coronavirus), che riportano al centro il dibattito sul capitalismo produttore di guerre, disuguaglianze economiche e sociali (che delle prime sono una componente tutt’altro che secondaria) e sulle epidemie che delle seconde costituiscono allo stesso tempo un’aggravante e una conseguenze.

Come affermano gli stessi curatori nella sintetica premessa:

Con questo libro, al quale ne seguirà presto un altro curato dal gruppo di lavoro di LOST (Lunghe Ombre della Scienza e della Tecnica), vogliamo incominciare a tenere fede all’impegno preso: essere all’altezza dei tempi.
Il volume che avete in mano raccoglie i più significativi contributi espressi nelle settimane scorse da alcuni individui e collettivi che da diversi anni stanno con la Calusca in un rapporto di prossimità nel pensiero e nella lotta. Li mettiamo in circolo, senza por altro tempo in mezzo. Per la Critica1.

Un compito che i redattori si sono imposti anche in omaggio a Primo Moroni e alla sua intelligenza, a ventidue anni dalla sua morte. Un’intelligenza politica contraddistinta da una Critica radicale del modo di produzione vigente, che si rende particolarmente necessaria non soltanto per il prevedibile sviluppo della crisi economica e pandemica destinata a precipitare in guerre sempre più ravvicinate e diffuse, ma anche per contrastare la voce di chi, essendone privo, da buon pompiere travestito da attivista, continua a rincorrere le emergenze prodotte ormai a iosa dal capitalismo, senza mostrare alcuna capacità di anticiparne le svolte future e le susseguenti prospettive politiche. Finendo così col rinviare ad un futuro sempre più lontano e destinato a sfumare nel mai qualsiasi urgenza di salto di paradigma e di superamento dell’ordine politico-economico ed immaginifico attualmente vigente.

Ciò non capita certo tra le pagine del bel testo curato da Calusca City Lights, fin dal saggio più lungo, che occupa le prime ottantatré pagine del libro, redatto da Philippe Bourrinet.
Bourrinet – per chi non lo conoscesse – è un militante rivoluzionario e ricercatore indipendente, che ha al suo attivo numerose monografie, traduzioni e articoli sulle sinistre comuniste in Germania, Italia, Jugoslavia e Russia, oltreché su vari aspetti e figure dei movimenti socio-politici dell’età contemporanea, fra cui il ’56 ungherese. Fra i suoi principali lavori vanno ricordati: La sinistra comunista italiana. 1927-1952 (1984); Alle origini del comunismo dei consigli. Storia della sinistra marxista olandese (1995); Ante Ciliga, 1898-1992. Nazionalismo e comunismo in Jugoslavia (1996); mentre attualmente anima il blog di teoria politica pantopolis.over-blog.com

Il suo saggio, di fatto, è quello che riassume il senso della ricerca e dei testi successivi, dovuti rispettivamente a Visconte Grisi (L’economia di guerra al tempo del coronavirus e La guerra è permanente?), al Centro di documentazione contro la guerra (Coronavirus) e ai militanti che hanno dato vita al blog e alle edizioni «rompere le righe» (Il tallone di silicio. Sul rapporto tra tecnologia, guerra e razzismo).

Tutti temi che rendono il testo, così come è stato affermato dagli stessi curatori, complanare rispetto ad un altro, L’epidemia delle emergenze, recentemente pubblicato da Il Galeone Editore2, in un panorama nazionale che da poche settimane ha visto riaprirsi un dibattito pubblico più ampio sulla pandemia e sul suo uso politico.

Tornando al saggio di Bourrinet va sottolineato come in questo sia sviluppato un’efficace excursus tra le epidemie che hanno segnato la Storia dall’Antichità fino al mondo attuale, in cui l’attenzione dell’autore si sofferma maggiormente sulla Peste nera della metà del XIV secolo e successivamente sulle nuove pandemie che approfittano di un sistema sanitario capitalista alla deriva (come titola lo stesso autore una delle parti del testo).

Se la prima rivela la stretta interconnessione tra sviluppo dell’economia mercantile, spostamento delle merci e rapido diffondersi della peste, le altre e più recenti vengono fatte derivare da un sistema di sfruttamento globale sempre più simile ad una vera e propria guerra condotta nei confronti della Natura. Un sistema basato sulla guerra continua che promuove, direttamente e indirettamente, lo sviluppo e la diffusione delle epidemie. Come viene dimostrato in una delle schede inserite nel saggio dai curatori a proposito della cosiddetta influenza “Spagnola”, che si diffuse su scala planetaria proprio a partire da un campo di addestramento militare molto affollato, per l’urgenza della preparazione militare per l’intervento statunitense nel conflitto europeo, che si trovava nella contea di Haskell in Kansas.

Lo scopritore del virus dell’influenza poi ribattezzata “Spagnola” era un medico del Kansas, che si chiamava Loring Miner. Per primo aveva notato questa influenza con strani sintomi e aveva anche avvisato le Autorità, ma in quel momento l’Amministrazione Wilson aveva altre priorità, la guerra appunto, e nessuno badava a quella che sembrava una modesta epidemia locale. I soldati quartierati nel campo di addestramento di Funston, tuttavia, cominciarono immediatamente a infettarsi, ma i sintomi non erano ancora sufficientemente gravi per capire l’entità dell’epidemia e quindi [questi soldati] vennero spediti in Europa.
L’arrivo di truppe americane in Europa permise al virus immediatamente di diffondersi; per esempio, due terzi dei soldati americani diretti in Francia – stiamo sempre parlando dell’ultimo anno di guerra, il 1918 – arrivavano a Brest, e [in questo porto] ci furono subito vari casi di influenza. Con la sua diffusione – ricordiamoci che il virus, man mano che si diffonde muta e diventa più virulento – tra i due milioni di soldati americani all’epoca al fronte, immediatamente anche le altre truppe alleate, quelle francesi e quelle inglesi, vennero contagiate. Il meccanismo [del contagio] proseguì durante l’estate e poi scoppiò drammaticamente nel l’autunno 1918.
In quell’autunno cominciarono i casi più gravi e si svilupparono principalmente negli Stati Uniti, a partire dalle basi dell’esercito e a partire dai porti dove transitavano le truppe per andare in Europa o per tornare dall’Europa, quindi Boston, Philadelphia, New Orleans. Le stesse navi che andavano o venivano dall’Europa registravano decine, a volte centinaia, di casi durante la traversata. A quel punto le autorità sanitarie militari compresero la gravità del problema e cercarono di isolare i soldati contagiati, ma ormai era troppo tardi. […]
Nell’arco di poche settimane l’epidemia si scatenò in tutta la sua virulenza in Europa e negli Stati Uniti. Gli ospedali, semplicemente, collassarono, i feriti o i contagiati morivano rapidamente di questa polmonite apparentemente inarrestabile e non sappiamo esattamente quanti furono i casi poi registrati, per esempio in Asia, su cui non ci sono statistiche sanitarie attendibili.
Con ogni probabilità si trattava di un tipo di influenza aviaria, partita nel rurale Kansas e poi mutata una volta raggiunte le truppe da una parte e le città dall’altra. Anche nel 1918 il mondo era globalizzato, legato fortemente da trasporti navali oltre che dall’incredibile concentrazione di persone e animali nei teatri delle operazioni belliche. Nelle trincee l’epidemia si sviluppò in maniera estremamente rapida, nei quartieri più poveri e sovraffollati, ancora di più3.

Mi scuso con i lettori e con i curatori per una citazione forse un po’ troppo lunga, ma credo che essa possa essere di grande aiuto per cogliere, sinteticamente, tutte le similitudini tra alcuni aspetti di quella pandemia e l’attuale, ma anche, e soprattutto, per riflettere su un modo di produzione di cui la guerra è una costante assoluta e non soltanto frutto di momentanei errori e sul modo in cui le conseguenze di questa si prolunghino ben al di là delle trincee e dei campi di battaglia. Sia dal punto di vista politico-economico che socio-sanitario, come si è già affermato più sopra4.

Il saggio di Bourrinet coglie a fondo la necessità e l’inevitabilità del conflitto nella costituzione del modo di produzione attualmente dominante e sviscera letteralmente tutti i collegamenti tra warfare e governance che ne derivano. Non dimenticando di ripercorrere tutte le interconnessioni tra produzione industriale, guerra chimica (compresa quella contro l’ambiente) e guerra tecnologicamente “evoluta” che hanno segnato il destino di milioni di uomini e di donne. Spesso proprio nel cuore dell’Impero.

Gli altri saggi arricchiscono e approfondiscono alcuni degli argomenti trattati da Bourrinet, contribuendo così a dare vita ad una riflessione collettiva di cui oggi c’è assoluto bisogno, in vista del futuro ed inevitabile affossamento di un modo di produzione che, come dimostrano le alluvioni e il ritorno in grande stile della pandemia nel corso degli ultimi giorni, non è più assolutamente in grado, ammesso che lo sia mai stato, di risolvere i giganteschi problemi che esso stesso produce ed aggrava.

Quando il confinamento avrà termine e si uscirà dal bozzolo antivirus, tutti i lavoratori, quale che sia il loro sesso, si troveranno di fronte alla dura realtà. Il pericolo più grande non sarà costituito da questo o quel virus, ma dal capitale stesso. Dopo aver dimostrato la sua totale incapacità di anticipare e gestire la crisi, il sistema ne farà pagare il conto a coloro senza di cui non può raccogliere i suoi profitti: i proletari. Aumento della disoccupazione, riduzione del salario reale, penuria progressiva, militarizzazione della società. Dopo aver strombazzato a destra e a manca: Siamo in marcia verso sempre nuovi progressi, la classe capitalista ora martella: Siamo in guerra! Innanzitutto contro quanti si ribelleranno sfidando l’ordine socio-economico esistente. In primo luogo contro i proletari5.


  1. Calusca City Lights (a cura di), Lo spillover del profitto, p. 7  

  2. J.Orlando e S.Moiso (a cura di), L’epidemia delle emergenze. Contagio, immaginario, conflitto, Roma 2020  

  3. Lo spillover del profitto, op. cit. pp. 24 – 25  

  4. Sullo stesso tema si veda anche: S.Moiso, La guerra che viene. Crisi, nazionalismi, guerra e mutazioni dell’immaginario politico, Mimesis, Milano 2018  

  5. P. Bourrinet, Capitalismo, guerre ed epidemie in op. cit. pp. 82-83  

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L’immondo di Quark https://www.carmillaonline.com/2020/08/02/limmondo-di-quark/ Sun, 02 Aug 2020 20:00:01 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=61762 di Alessandra Daniele

Dal punto di vista strettamente scientifico, i politici nostrani sono degli organismi perfetti. Si adattano a qualsiasi ambiente. Sfruttano qualsiasi situazione. Si nutrono di qualsiasi cosa. Hanno un appetito superiore a quello di qualunque predatore, e una capacità e velocità di mutazione superiori a quelle di qualunque virus. Proliferano anche nelle condizioni peggiori. Si moltiplicano anche per scissione. Né glaciazioni, né inondazioni, né desertificazioni, né terremoti, né piogge di meteoriti riuscirebbero mai ad estinguerli del tutto. Potrebbero essere l’unica specie sul pianeta a sopravvivere a una guerra nucleare. Superano di gran lunga la resistenza degli scarafaggi. Purtroppo però [...]]]> di Alessandra Daniele

Dal punto di vista strettamente scientifico, i politici nostrani sono degli organismi perfetti.
Si adattano a qualsiasi ambiente.
Sfruttano qualsiasi situazione.
Si nutrono di qualsiasi cosa.
Hanno un appetito superiore a quello di qualunque predatore, e una capacità e velocità di mutazione superiori a quelle di qualunque virus.
Proliferano anche nelle condizioni peggiori.
Si moltiplicano anche per scissione.
Né glaciazioni, né inondazioni, né desertificazioni, né terremoti, né piogge di meteoriti riuscirebbero mai ad estinguerli del tutto.
Potrebbero essere l’unica specie sul pianeta a sopravvivere a una guerra nucleare.
Superano di gran lunga la resistenza degli scarafaggi.
Purtroppo però fanno anche molto più schifo.
Ne stiamo avendo una prova evidente e significativa anche in occasione della pandemia di Covid-19. I loro intrallazzi non si sono fermati un momento, neanche durante la fase più rigida del lockdown, neanche nelle zone più colpite dal virus.
Mentre gli esseri umani morivano a migliaia, loro continuavano a prosperare, approfittando di ogni opportunità di guadagno offerta dalle circostanze.
Ogni possibilità di tornaconto, sia politico, in termini di consenso e posizioni di potere, che economico, in termini di arricchimento personale.
Questa è la specie infestante alla quale sarà affidata la gestione sul territorio dei miliardi di euro del Recovery Fund.
È la più adatta.
La più simile a quella che guida l’Unione Europea.

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Paziente zero https://www.carmillaonline.com/2020/07/12/paziente-zero/ Sun, 12 Jul 2020 20:00:30 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=61269 di Alessandra Daniele

– Hai di nuovo sospeso i tuoi farmaci. – Ricomincio quando voglio. – Ma tu non vuoi, Giuseppe. E sai cosa ti succede quando non prendi i tuoi antipsicotici. Ricominci a crederti Presidente del Consiglio. – Io sono Presidente del Consiglio. Lo psichiatra sospira. – Ecco, di nuovo quella storia della dimensione parallela nella quale tu sei diventato premier di due diversi governi consecutivi… L’uomo annuisce. – … E poi una misteriosa pandemia ti ha consentito di assumere pieni poteri, e dichiarare lo stato di emergenza. L’uomo annuisce ancora. – Esatto. E ho appena deciso di prorogarlo fino [...]]]> di Alessandra Daniele

– Hai di nuovo sospeso i tuoi farmaci.
– Ricomincio quando voglio.
– Ma tu non vuoi, Giuseppe. E sai cosa ti succede quando non prendi i tuoi antipsicotici. Ricominci a crederti Presidente del Consiglio.
– Io sono Presidente del Consiglio.
Lo psichiatra sospira.
– Ecco, di nuovo quella storia della dimensione parallela nella quale tu sei diventato premier di due diversi governi consecutivi…
L’uomo annuisce.
– … E poi una misteriosa pandemia ti ha consentito di assumere pieni poteri, e dichiarare lo stato di emergenza.
L’uomo annuisce ancora.
– Esatto. E ho appena deciso di prorogarlo fino a dicembre. Non tanto per fronteggiare il virus, quanto per tenere sotto controllo l’autunno caldo. Le piazze devono restare vuote. Ci penso io.
– Giuseppe, ti rendi conto di quanto sia assurda questa tua fantasia?
– Non è una fantasia. È una dimensione parallela – ripete l’uomo in tono pignolo.
– E come fai a trasferirti in questa dimensione?
– Con la forza del pensiero.
– Quando sospendi gli antipsicotici, giusto?
– Devo farlo. Il mio paese ha bisogno di me. Solo io sono riuscito a convincere l’Unione Europea ad aiutarci. Sta per concederci 174 miliardi di fondi per riassestare la nostra economia.
– Giuseppe, stai peggiorando. Devi assolutamente riprendere i tuoi farmaci.
L’uomo scuote la testa.
– Non adesso. Io sono l’epicentro d’un cambiamento epocale. Sono il Punto Zero.
– Sai che posso ordinarti un TSO. Un trattamento sanitario obbligatorio.
– Non ci sono gli estremi. Qui io non sono una minaccia né per me, né per gli altri. È giuridicamente chiaro.
– Già, tu eri avvocato…
– Io sono avvocato. E Presidente del Consiglio – l’uomo sorride – Per quanto assurdo possa sembrare alle persone limitate come lei, che ignorano le infinite possibilità del multiverso. E del trasformismo.

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Il Conte Tacchia https://www.carmillaonline.com/2020/06/14/il-conte-tacchia/ Sun, 14 Jun 2020 20:00:38 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=60709 di Alessandra Daniele 

Tacchia significa zeppa di legno. “Metterci una tacchia” vuol dire quindi cercare di rimediare a qualcosa alla meno peggio, in modo raffazzonato e precario. Ed è il massimo che il governo Conte sia stato capace di fare riguardo ai danni catastrofici della pandemia, come a qualsiasi altra crisi si sia ritrovato ad affrontare. Quando non ha peggiorato le cose. E i risultati si vedono. Le mascherine non si trovano. I soldi promessi non arrivano. I tamponi non bastano. I negozi chiudono. Le fabbriche annunciano licenziamenti. Ma Conte rimane al suo posto. Perché lui stesso è una tacchia. Ed è anche un [...]]]> di Alessandra Daniele 

Tacchia significa zeppa di legno.
“Metterci una tacchia” vuol dire quindi cercare di rimediare a qualcosa alla meno peggio, in modo raffazzonato e precario.
Ed è il massimo che il governo Conte sia stato capace di fare riguardo ai danni catastrofici della pandemia, come a qualsiasi altra crisi si sia ritrovato ad affrontare. Quando non ha peggiorato le cose.
E i risultati si vedono.
Le mascherine non si trovano. I soldi promessi non arrivano. I tamponi non bastano. I negozi chiudono. Le fabbriche annunciano licenziamenti.
Ma Conte rimane al suo posto. Perché lui stesso è una tacchia.
Ed è anche un Conte Tacchia. Un cialtrone vanesio che si dà arie salottiere da Belle Epoque, fra le macerie e le bare.
Non che l’opposizione abbia o avrebbe fatto di meglio, anzi.
Nonostante le sguaiate risse quotidiane per motivi pretestuosi, di visibilità o spartizione di poltrone, in realtà i due schieramenti condividono la stessa impostazione politico-economica di fondo: liberismo mercatista, mal temperato da un po’ di assistenzialismo clientelare.
Non a caso sono entrambi fans delle Grandi Opere, compreso il leggendario Ponte sullo Stretto di Messina, che tirato fuori in questi giorni risulta particolarmente grottesco.
Ed entrambi, in obbedienza a Confindustria, hanno negato la zona rossa ad Alzano e Nembro.
Questa falsa alternativa fra due facce dello stesso culo è l’unica proposta dalla nostra cosiddetta democrazia liberale, parte d’un sistema socio-politico che ha tradito tutte le sue promesse di benessere, libertà, sicurezza e progresso.
Ma la misura è colma.
Gli Stati Generali potrebbero davvero portare al Conte Tacchia la stessa fortuna che portarono a Luigi XVI.

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Le montagne, le resistenze, le comunità e la Rivoluzione https://www.carmillaonline.com/2020/06/10/le-montagne-le-resistenze-le-comunita-e-la-rivoluzione/ Wed, 10 Jun 2020 21:01:29 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=60216 di Sandro Moiso

NUNATAK, rivista di storie, culture, lotte della montagna, N° 56 primavera 2020, edizioni Nunatak, pp. 80, 3 euro

Una rivista che potremmo ormai definire ‘storica’ raggiunge il suo 56esimo numero cartaceo. Nunatak, parola che, nella lingua dei popoli inuit del polo artico, indica le formazioni rocciose che spuntano dalla coltre ghiacciata della Groenlandia e del circolo polare antartico, da quindici anni racconta le storie, le culture e le resistenze che si sono sviluppate nell’ambito dei territori di montagna; molto più ricchi di esperienze e Storia di quanto la vulgata [...]]]> di Sandro Moiso

NUNATAK, rivista di storie, culture, lotte della montagna, N° 56 primavera 2020, edizioni Nunatak, pp. 80, 3 euro

Una rivista che potremmo ormai definire ‘storica’ raggiunge il suo 56esimo numero cartaceo.
Nunatak, parola che, nella lingua dei popoli inuit del polo artico, indica le formazioni rocciose che spuntano dalla coltre ghiacciata della Groenlandia e del circolo polare antartico, da quindici anni racconta le storie, le culture e le resistenze che si sono sviluppate nell’ambito dei territori di montagna; molto più ricchi di esperienze e Storia di quanto la vulgata sociologica, storica, economica e politica progressista e modernista abbia mai voluto concedere.

Non è un caso, infatti, che le montagne siano state la culla di eresie religiose e politiche, di modelli comunitari e di organizzazione sociale che hanno finito con l’attirare sui territori ‘alti’ ribelli, banditi, e rifugiati nel passato e, ancora oggi, cittadini più o meno comuni, giovani e meno giovani, alla ricerca di modi di vita alternativi a quello prodotto dal sistema riassumibile nella formula lavora, produci, consuma e crepa. Un modello tutto incentrato sulle necessità produttive e riproduttive del modo di produzione capitalistico che, nel corso dei secoli, si è affermato anche grazie alla riduzione e alla rimozione delle autonomie delle comunità montane e della loro organizzazione sociale.

Dalla Resistenza, con la creazione delle più importanti e numerose unità partigiane proprio tra le valli montane, alla lotta NoTav in Valsusa, che da fatto locale si è trasformata da subito in un’esperienza in grado di rimettere in discussione l’intero asseto dei rapporti sociali, politici, economici, mafiosi e militari su cui si basa l’attuale assetto dello Stato italiano (ma non solo), è possibile individuare nelle montagne uno spazio specifico di conflitto che se da un lato può mettere in crisi il modello di società pacificata dominante, dall’altro può vedere rinascere forme di organizzazione e riproduzione della vita sociale che affondano le proprie radici in una storia mai veramente ‘finita’ di resistenze e rifiuti di cui le rocce,le valli, i pascoli, le borgate e le comunità montane portano ancora un’innata e ineliminabile memoria.

Ecco allora che Nunatak può costituire, con i suoi 56 numeri usciti fino ad ora (tutti consultabili in pdf qui), un autentico atlante psicogeografico, storico e politico delle esperienze, ritrovate o scoperte ex-novo, di cui si parlava poco sopra. Una rivista che esce ostinatamente in cartaceo proprio perché non ha dismesso la funzione di strumento di agitazione e di organizzatore collettivo che la stampa ha avuto e ancora oggi, in una età di reti e social che virtualizzano e spesso impoveriscono sia il confronto politico che i ragionamenti necessari, può avere.

Intorno alle sue pagine i ‘militanti delle rivoluzioni a venire’, gli abitanti delle zone montuose in cui la rivista è distribuita e presente, i semplici amanti della montagna e della Natura possono trovarsi, discutere, magari litigare per poi ancora ritrovarsi, ma comunque e sempre vis a vis, faccia a faccia nel modo più umano e condiviso possibile. L’altitudine e la distanza dal caos metropolitano possono infatti servire non soltanto a liberare i polmoni e le voci dall’inquinamento ambientale più deteriore e pestifero, ma anche a liberare le menti dallo smog delle ideologie e dai veleni di una società sempre più soffocata dalla banalizzazione e mercificazione dell’esistente, dei comportamenti e degli strumenti del comunicare.

Il numero qui recensito esemplifica perfettamente quanto fin qui detto, con un ricco indice che vede articoli che trattano della storia antica della tradizione dei fuochi, divisa tra ritualità e sussistenza, lungo tutto l’arco alpino; della speculazione ambientale insita nell’ideologia del capitalismo green e dell’eolico industriale oppure della difficile Resistenza al nazi-fascismo in Alto Adige, attraverso le memori e di uno degli ultimi partigiani recentemente scomparso (Quintino Corradini detto “Fagioli”). Vi è poi una lettera dal carcere di Monza di Manuel Oxoli, seguita dall’esperienza di “esplorazione alpina” del gruppo di escursionismo politico Trûc, da una denuncia degli impianti per il 5G come strumento di controllo totalitario dei territori e da un prezioso manuale pratico di resistenza all’oppressione che si rifà alle esperienze di lotta contro gli eserciti di occupazione dei territori dei popoli del Vietnam, dell’Afghanistan e della Colombia, intitolato Bambù e barbecue…Saperi senza tempo né confini.

Ma è in particolare l’editoriale, Il problema è la soluzione, a lanciare autenticamente e senza nascondere la mano il sasso nelle acque stagnanti delle fin qui povere, per la maggior parte, riflessioni sul Coronavirus e le paure suscitate e ed alimentate da un sistema mediatico-poliziesco che ha approfittato dell’allarme e delle incertezze scientifiche per imporre un’uniformità di comportamenti ed un controllo, verrebbe da dire ‘psichico’, dei comportamenti con un esperimento politico-militare forse mai tentato prima su scala planetaria o quasi.

La novità di questi giorni non sta nel fatto che si usi lo stato d’eccezione: questo è da tempo diventato la norma. Semplicemente i nostri governanti non hanno più altri argomenti. Il fatto per certi versi inedito, e ricco di potenzialità, è che questa società è costretta a mettere in campo interventi che mettono in crisi il suo stesso funzionamento. Una società globale fondata su flussi continui di persone e merci, e che non può far altro che bloccare tutto e chiudere tuti in casa, semplicemente non può durare, è destinata a crollare in fretta.
Gli scenari che si aprono possono essere appassionanti. Non abbiamo sempre detto e urlato che dobbiamo farla finita con il mondo della Merce e dell’Autorità, perché questo sistema malato, iniquo e insensato ci sta portando dritti nel baratro? Allora forse questo è il tempo di finirla con le lamentele sullo Stato di polizia, sulla spietatezza dei padroni, sulla mala sanità… Forse è giunta l’ora di organizzarsi per costruire altro. Non sarà immediato e non sarà indolore, ma quale altra possibilità abbiamo? […] Del resto quali alte prospettive abbiamo? Se possiamo comprendere i motivi strumentali o di necessità di fronte all’emergenza che hanno portato molte persone a promuovere forme di solidarietà per…consegnare ai vicini le merci dei supermercati, crediamo che una riflessione autocritica sia quanto mai necessaria. Dopo anni di slogan come “blocchiamo tutto”, “fermiamo i flussi di merci”, oggi che questo accade – e non certo grazie a noi – diventa evidente la schizofrenia di affermare una cosa e trovarsi a fare il suo contrario. Tutto questo deve dirci qualcosa. Non ci parla forse del ritardo con cui arriviamo ogni volta ai presunti appuntamenti della storia? Non ci sbatte forse in faccia la necessità di deciderci a riempire questa impreparazione, invece di sfinirci a rincorrere emergenze che ci lasciano ogni volta sempre più impreparati per la prossima? […] significa farla finita con l’attesa, colmare lo scarto che ci fa vivere sempre in attesa di qualcosa di là da venire. […] La rivoluzione è oggi: e non soltanto perché comincia ora, nella quotidianità, come processo che colma le nostre lacerazioni, ma anche perché la catastrofe c’è già stata e il diluvio è in corso. La rivoluzione non sarà la presa del Palazzo d’Inverno, la rivoluzione è il processo storico che sta sgretolando una civiltà e generando qualcos’altro. […] Sta a noi provare a far sì che prenda una direzione piuttosto che un’altra.[…] La catastrofe è ogni giorno, e ogni giorno sono le opportunità, le crepe,le occasioni.[…] Le occasioni sono tali solo se c’è qualcuno che le coglie. Se no, non sono niente. Dobbiamo trasformare le nostre ferite in feritoie, prima che sia troppo tardi. 1

La rivista è disponibile oltre che nelle edicole, le librerie, i circoli e i collettivi che già la distribuiscono, anche presso la Biblioteca Popolare Rebeldies, via Savona 10 – 12100 Cuneo
e-mail: nunatak@autistici.org


  1. Editoriale, Nunatak n°56, pp. 7-12  

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Civil War https://www.carmillaonline.com/2020/06/07/civil-war/ Sun, 07 Jun 2020 20:00:44 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=60603 di Alessandra Daniele

Gli USA bruciano, e stavolta non è un film. L’ennesimo efferato omicidio d’un afroamericano, George Floyd, assassinato da poliziotti bianchi è stato il detonatore, ma l’esplosivo s’accumula da secoli, e il catastrofico decorso della pandemia di Covid-19 – già oltre 100.000 morti e 40 milioni di disoccupati – ne è diventato parte integrante. Donald Trump, sempre più rabbioso e grottesco, s’aggrappa ancora ai tipici rampini della destra, l’esercito – che però gli sfugge – e la Bibbia, sperando che lo stato d’assedio e il clima da seconda guerra [...]]]> di Alessandra Daniele

Gli USA bruciano, e stavolta non è un film.
L’ennesimo efferato omicidio d’un afroamericano, George Floyd, assassinato da poliziotti bianchi è stato il detonatore, ma l’esplosivo s’accumula da secoli, e il catastrofico decorso della pandemia di Covid-19 – già oltre 100.000 morti e 40 milioni di disoccupati – ne è diventato parte integrante.
Donald Trump, sempre più rabbioso e grottesco, s’aggrappa ancora ai tipici rampini della destra, l’esercito – che però gli sfugge – e la Bibbia, sperando che lo stato d’assedio e il clima da seconda guerra civile distragga l’opinione pubblica dalle sue colpe nella gestione criminale della pandemia, e spaventi abbastanza la cosiddetta maggioranza silenziosa da consegnargli una rielezione che vede altrimenti diventare ogni giorno più improbabile.
In realtà gli eventi precipitano così velocemente e con tale violenza da far sembrare velleitario e preistorico ogni calcolo politico di stampo tradizionale.
Dal suo bunker presidenziale Trump ha minacciato i manifestanti twittando “Se si avvicineranno, troveranno i cani più feroci mai visti”. Si riferiva a se stesso e ai suoi soci. Cani da guardia del capitale, arrivati alla Casa Bianca anche grazie al voto di fin troppi appartenenti alle classi sfruttate, che però la prossima volta difficilmente rifaranno lo stesso errore.
La rabbia sociale cresce in tutto il mondo, e supera ormai anche la paura del virus.
Le piazze tornano a riempirsi, ed è un contagio che nessuna mascherina sembra più in grado di fermare.

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Plebiscito https://www.carmillaonline.com/2020/05/31/plebiscito/ Sun, 31 May 2020 20:00:30 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=60476 di Alessandra Daniele

E Ponzio Pilato chiese alla folla – Volete socialismo o barbarie? E la folla rispose – Socialismo! Pilato sgranò gli occhi. Poi si schiarì la voce, e ripetè – Volete socialismo o barbarie? – Marcando le B. La folla rispose ancora – Socialismo! Ponzio Pilato diede un’occhiata sbieca alla piazza. Poi disse – Questo assembramento è illegale. È contrario alle norme di igiene pubblica – fece un cenno ai suoi soldati – Sfoltire! Roteando le spade, i soldati cacciarono via metà degli astanti. La folla si diradò. – Volete socialismo o barbarie? – Chiese ancora Pilato. [...]]]> di Alessandra Daniele

E Ponzio Pilato chiese alla folla
– Volete socialismo o barbarie?
E la folla rispose
– Socialismo!
Pilato sgranò gli occhi. Poi si schiarì la voce, e ripetè
– Volete socialismo o barbarie? – Marcando le B.
La folla rispose ancora
– Socialismo!
Ponzio Pilato diede un’occhiata sbieca alla piazza. Poi disse
– Questo assembramento è illegale. È contrario alle norme di igiene pubblica – fece un cenno ai suoi soldati – Sfoltire!
Roteando le spade, i soldati cacciarono via metà degli astanti.
La folla si diradò.
– Volete socialismo o barbarie? – Chiese ancora Pilato.
– Socialismo.
Pilato fece un gesto brusco,  i soldati cacciarono un’altra metà degli astanti.
La piazza restò semivuota.
– Socialismo o barbarie?
– Socialismo – risposero tutti i rimanenti, tranne uno.
Pilato li fece trascinare via.
Restato di fronte ad un solo popolano, chiese di nuovo
– Volete socialismo o barbarie?
– Barbarie! – Scandì l’uomo.
Ponzio Pilato allargò le braccia
– Sia fatta la volontà del popolo. Io me ne lavo le mani. Tra l’altro è una norma igienica indispensabile.

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Il Messico sfida la morte: Vergine di Guadalupe, tempra nazionale, o necessaria illusione? https://www.carmillaonline.com/2020/05/31/il-messico-sfida-la-morte-vergine-di-guadalupe-tempra-nazionale-o-necessaria-illusione/ Sat, 30 May 2020 22:01:33 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=60556 di Stefano Bigliardi

[Intervista* con Fabrizio Lorusso, dal Messico, pubblicata su L’Atea. Rivista di cultura atea, agnostica e razionalista, Numero unico maggio 2020]

La conoscenza che in Italia si ha del Messico è scarsa. A livello popolare, sono diffusi stereotipi veicolati da film vecchi e nuovi, che ne creano una percezione superficiale e frammentaria, il che porta a ignorare come la repubblica federale messicana, con il suo vastissimo territorio (che comprende 32 Stati più la capitale), la sua diversità culturale, e la sua storia complessa, sia in realtà, nel [...]]]> di Stefano Bigliardi

[Intervista* con Fabrizio Lorusso, dal Messico, pubblicata su L’Atea. Rivista di cultura atea, agnostica e razionalista, Numero unico maggio 2020]

La conoscenza che in Italia si ha del Messico è scarsa. A livello popolare, sono diffusi stereotipi veicolati da film vecchi e nuovi, che ne creano una percezione superficiale e frammentaria, il che porta a ignorare come la repubblica federale messicana, con il suo vastissimo territorio (che comprende 32 Stati più la capitale), la sua diversità culturale, e la sua storia complessa, sia in realtà, nel bene e nel male, un enorme laboratorio politico e sociale. Un laboratorio in cui, al netto di elementi tipicamente e irripetibilmente e messicani, si sono tentati esperimenti, e si sono osservati fenomeni destinati a ritrovarsi anche in forma dilagante nel resto del mondo. Tanto per citarne alcuni: l’opposizione tra una dimensione indigena e rurale e quella globalizzata e urbana, la contraddizione tra rivendicazione culturale autoctona e anelito alla way of life statunitense, il neoliberismo portato alle estreme conseguenze, l’affermazione delle chiese evangeliche, la migrazione di massa e clandestina verso il vicino più ricco, la militarizzazione del Paese in risposta alla criminalità organizzata. Ci è sembrato dunque importante rivolgere lo sguardo al Messico, e per farlo ci siamo affidati alla competenza di Fabrizio Lorusso. In Messico da vent’anni, di cui una quindicina trascorsi nella capitale, attualmente professore-ricercatore presso l’Università Iberoamericana di León, giornalista freelance, Lorusso annovera tra le sue numerosissime pubblicazioni il libro Santa Muerte. Patrona dell’umanità (Stampa Alternativa, 2013), e Narcoguerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga (Odoya, 2015). 

Stefano Bigliardi (SB). “Cominciamo, Fabrizio, con qualche dato. Com’è la situazione attuale in Messico? Quali sono le previsioni?”

Fabrizio Lorusso (FL). “I numeri ovviamente cambieranno e i lettori potranno trovarli facilmente, ma nel momento in cui ti parlo ci sono 174 morti accertati e oltre 3500 contagi. Ma c’è una stima che va dai 26.000 ai 30.000 possibili casi, che il Ministero della Salute ha divulgato proprio ieri [7 aprile, NdR]. Occorre tenere conto che, in proporzione al territorio nazionale, il numero dei test effettuati è scarso. Morti e contagi sono concentrati a Città del Messico [8,85 milioni di abitanti, NdR] e nel suo hinterland, che è lo Stato del Messico [16,20 milioni di abitanti, NdR]. Per ora sembra che la ‘curva’ proceda abbastanza lentamente rispetto ad altri Paesi, e che il picco sia previsto verso la fine del periodo di quarantena attualmente decretato, il 30 aprile, anche se la stima dei contagi è basata su cifre imprecise, quindi ci si aspetta che le misure di distanziamento sociale siano prolungate oltre la fine del mese”.

(SB). “Che decisioni sono state prese dalla politica, e sulla base di quali idee (o ideologie)? Hanno interferito motivi religiosi? Si sono registrati slittamenti di posizione nel tempo?”

(FL). “Nelle decisioni prese dalla politica abbiamo riscontrato un pragmatismo caratterizzato anche da un certo anticipo rispetto ad altri Paesi. La cosiddetta ‘Fase 1’ è durata fino a fine/metà marzo e però già durante quella, quando ancora i decessi erano pochissimi, si erano prese misure da ‘Fase 2’; in altre parole, tra il 17 e il 20 del mese sono state chiuse le scuole e sono stati proibiti gli assembramenti. Per contestualizzare ulteriormente bisogna ricordare che il sistema sanitario messicano è carente, a causa di trent’anni di crisi e di tagli. C’è un settore pubblico, frammentato e corporativo, che non ha copertura universale; la spesa sanitaria è circa il 3% del PIL, dato da paragonare al 6-8% dell’Italia, e a spese superiori all’8% in altri Paesi dell’OCSE. Il settore privato è analogamente frammentato, con sotto-settori che servono gli strati medio-bassi della società, e altri per i ricchi o comunque per chi ha un lavoro fisso e un’assicurazione privata. In questo quadro sono state prese misure anche prima che lo facesse il Ministero, e pare che abbiano rallentato la ‘curva’, grazie all’esperienza maturata durante l’epidemia di H1N1 del 2009. Alla fine di marzo si sono prese le decisioni più dolorose per l’economia, vale a dire, la dichiarazione di emergenza sanitaria e la chiusura di tutte le attività non essenziali, quindi anche i piccoli negozi, fabbriche, servizi. Misure peraltro non del tutto rispettate, anzi. Ricordiamo che quasi il 58% dell’economia messicana è informale, il 45% della popolazione è considerata sotto la soglia della povertà e quindi vive alla giornata. Comunque è da circa un mese che la popolazione è bombardata dagli spot pedagogici sulla sana distancia, una misura che non rappresenta uno stato d’eccezione, come in altri paesi latinoamericani, e che sta risultando più o meno efficace a seconda delle diverse zone del Paese. In tutto questo, ripeto, si vede un pragmatismo da parte del governo, che ha seguito un percorso tecnico, se non proprio tecnocratico, e che d’altro canto scontenta le imprese, per le quali si prevede un altissimo numero di fallimenti che poi avranno costi a carico dello Stato.

Ma attenzione, come sempre in Messico, la situazione è complessa e non sempre coerente. Ci sono attualmente due piani della politica, rappresentati da due diverse istituzioni che comunicano al pubblico con modalità diverse e che sono sfasate temporalmente nell’arco di una stessa giornata. Uno è appunto il Ministero della Salute. L’altro piano è rappresentato dal presidente Andrés Manuel López Obrador, noto con l’acronimo AMLO, classe 1953, in carica dal 1° dicembre 2018, e alla guida del Movimiento Regeneración Nacional. Si tratta di una figura carismatica dalle notevoli doti oratorie. Tiene una conferenza stampa tutte le mattine (peraltro divagando anche su altri temi rispetto al virus), mentre il Ministero della Salute si fa sentire alla sera attraverso il sottosegretario ed epidemiologo Hugo López-Gatell.

Il presidente ha suscitato polemiche, non solo con le dichiarazioni, ma anche con il comportamento, Specialmente in marzo, all’inizio della crisi. I discorsi di López Obrador hanno incluso elementi folkloristici e messianici, per esempio quando si è presentato con un’immaginetta della Vergine di Guadalupe asserendo che fosse la sua protezione [sarebbe apparsa nel 1531 ed è una vera e propria icona nazionale, NdR]. Anche prima della crisi AMLO non ha mai nascosto le sue credenze religiose nei discorsi ufficiali e ha sempre usato un linguaggio vicino a una parte del popolo e basato sulla superstizione. Ricordiamo anche che aveva stretto un’alleanza elettorale con il PES, Partido Encuentro Social, legato alle chiese evangeliche. Il presidente si è quindi sempre mosso tra cattolicesimo tradizionale e ‘nuovo cristianesimo’, che rappresenta un certo potere, in crescita. Certo, non parliamo di un messianismo ai livelli di Trump o di Bolsonaro, ma per esserci c’è, ed è mescolato alla volontà di non far cadere a picco l’economia. A questo, in tempi di COVID-9, il presidente ha aggiunto un altro elemento, il richiamo alla resistenza stoica e storica del popolo messicano.

La ‘sfida’ del presidente non si è limitata alle parole, ma si è notata anche nelle azioni: infatti ha tenuto comizi, ha inaugurato autostrade, si è trovato in mezzo ad assembramenti, e fino a qualche giorno fa toccava e baciava le persone. È persino sceso dalla pur austera macchina presidenziale per salutare la madre del Chapo Guzmán, donna di novantadue anni che gli aveva scritto esprimendo il desiderio di visitare il figlio in carcere negli USA prima di morire. Il presidente, il mattino dopo, si è dovuto giustificare in conferenza stampa, ed è ricorso a dei giri di parole sulla figura della madre, che culturalmente fa presa, anche se in questo caso si tratta della madre di uno dei più grandi trafficanti della storia, con decine e decine di omicidi a suo carico. Con quell’atto si è determinata, in piena crisi da COVID-19, una doppia crisi di legittimità. Ricordo poi che in altre conferenze ha sostituito i santini con dei quadrifogli portafortuna come elemento di protezione, ma la sostanza, ecco, è quella”.

(SB). “Al di là della politica, che reazioni popolari si notano? Le religioni hanno giocato un ruolo degno di nota?”

Foto: a San Miguel de Allende, statunitense con mascherina della Madonna di Guadalupe (Notimex, Paola Hidalgo)

(FL). “Per quanto riguarda la popolazione, che è parte del mio vissuto oltre che di quello che leggo, ci sono da registrare altre reazioni, con sicuramente delle intersezioni rispetto a religione e religiosità. Ancora in marzo, dei preti anche molto in vista, per esempio nello Stato di Guerrero, hanno dichiarato che a loro il virus non interessava e che avrebbero continuato a celebrare cerimonie e messe. Questa ‘sfida’ si è poi ridimensionata in aprile. Tuttavia, nonostante le proibizioni, le chiese, come del resto certi negozi e certe imprese, sono sempre aperte. Non ho visto manifestazioni di massa, ma piccoli assembramenti di persone sì: e pensiamo che ne è delle misure sanitarie quando si usa l’acqua santa, quando ci si siede sulle panche e c’è un viavai di fedeli senza mascherina. Tanto nella religione quanto nella piccola economia si riscontra quindi una volontà piuttosto ‘tiepida’ di mettere in atto le misure, e spero non costi contagi e vite. Dipende poi molto dalle regioni messicane e dallo zelo dei governi locali nell’implementare le misure di sana distancia, per cui in alcuni casi, compresa la capitale, ci sono state riduzioni nei trasporti e movimenti del 70-80%, mentre in altre zone solo del 30%.

Io vivo a León, nello Stato del Guanajuato, profondamente conservatore e cattolico, e ho notato altri fenomeni degni di nota. Il discorso del presidente sulle protezioni divine, anche legate a veri e propri amuleti (López Obrador ha mostrato lo scapolare in TV), che pure nel corso del tempo è andato diminuendo, è in accordo con reazioni popolari, o le suscita. Si vedono tutto d’un tratto effigi di Cristo attaccate alle porte, le persone fanno discorsi sulla protezione divina (peraltro sta per arrivare la Semana Santa della Pasqua), il tutto in una zona grigia tra superstizione e fede. Da aprile, comunque, non si registrano dichiarazioni di sacerdoti volte a sminuire la pericolosità del contagio o, al contrario, a creare una ‘comunità del dolore’. Ho visto però delle piccole processioni, non legate alla Semana Santa ma all’epidemia, con fedeli muniti di megafono che andavano per le strade invocando protezione dalla malattia e richiamando alla fede”.

(SB). “Qual è la concezione della morte in Messico?”

(FL). “Sulla concezione della morte in Messico sono state scritte biblioteche, perché è parte del patrimonio tradizionale nazionale, ed è stata anche esportata, commercialmente e culturalmente. In realtà questa concezione è formata da diversi ingredienti che possono mescolarsi, ma non sempre lo fanno, e che non hanno necessariamente un’origine comune. Ci sono le celebrazioni dell’1 e 2 novembre, per il Día de muertos, che sono patrimonio dell’UNESCO e sono molto apprezzate tanto dai messicani quanto dai turisti. In quei giorni si crea una “vicinanza” tra vivi e morti, si costruiscono altari multicolori con tutte le cose che piacevano ai defunti, e la celebrazione collettiva crea un legame tra ambiente domestico, piazze pubbliche e cimiteri. C’è il culto per la Santa Muerte, devozione popolare nata decenni fa, in clandestinità, che in seguito è stata trasposta in film e serie TV che la associano, con una certa semplificazione, ai narcos. Ci sono le Catrinas, statue e illustrazioni che rappresentano scheletri vestiti in abiti da dama dei primi anni del XX secolo, creati come satira dell’incisore José Guadalupe Posada [1851-1913] che si burlava con la sue opere dell’élite filo-francese all’epoca del presidente-generale Porfirio Díaz [1830-1915]. La morte, in particolare quella di Cristo, è rappresentata all’interno dell’iconografia cattolica popolare, e a tinte forti, sottolineando la sofferenza fisica; sempre la chiesa cattolica, però, respinge ufficialmente la devozione per la Santa Muerte. In parte, tutto questo ha risonanze culturali con una tradizione indigena antichissima, il culto per Mictecacíhuatl e Mictlantecuhtli, coppia di divinità mesoamericane della morte, e la credenza negli inferi. Queste risalgono all’epoca precolombiana e ai culti delle popolazioni autoctone mesoamericane, annichilite dalla conquista e da tre secoli di dominio coloniale iberico, e ricostituitesi in seguito intorno a certi nuclei linguistico-culturali, rifluendo infine nella cultura nazionale messicana del secolo XX. Questo accadde dopo la Rivoluzione [1910-1917] quando nella nazione furono incorporati i popoli originari, o comunque una versione ricostruita della loro eredità culturale, e gli antichi messicani furono oggetto di una “re-invenzione romantica”. In tutte queste forme la morte, nella società attuale, è onnipresente. A questo si aggiunge la morte violenta, truculenta, riflessa nei media, e sistematicamente causata dalla cosiddetta guerra al narcotraffico, che altro non è se non un conflitto armato interno, per una serie di risorse, tra attori statali, parastatali e delinquenziali, spesso confusi tra loro. Anche questa morte è stata esportata, sia dai canali dell’informazione che dell’intrattenimento, specie attraverso la mediazione statunitense, suggerendo superficialmente che l’intero fenomeno narcos fosse caratterizzato da un ‘culto deviante’ della morte”.

(SB).  “Tutto questo come si amalgama, e come potrebbe portare i messicani a filtrare gli eventi attuali e a scegliere un corso di azione rispetto ad un altro?”

(FL). “In generale, l’atteggiamento popolare messicano rispetto alla morte si potrebbe chiamare, semplificando un po’, ‘nichilista’, ‘fatalista’, o forse persino ‘menefreghista’, e potrebbe indurre a ignorare i rischi. Questo atteggiamento si fonde con la religiosità popolare, della quale ho già detto, e che potrebbe avere gli stessi effetti. In altre parole, si potrebbe essere portati o a minimizzare il rischio di morte con atteggiamento di ‘sfida’, o a pensare di godere di una protezione divina, andando in ogni caso contro le misure igieniche. Questa è una congettura, e potrebbe anche rivelarsi infondata. In giro, però, come dicevo in precedenza, ci sono segni di un comportamento di questo tipo.

Un’altra idea diffusa è che la morte sia ‘democratica’ (infatti tocca a tutti, e i fedeli della Santa Muerte la vedono come icona di giustizia proprio per questo). Sempre a livello popolare, allora, si potrebbe essere tentati di estendere questa concezione anche al virus, con il risultato di ignorare il fatto che, se è vero che nessuno è completamente al riparo dal contagio, il COVID-19 può falcidiare e far soffrire soprattutto le comunità più deboli (come già si è notato negli Stati Uniti), attuando una vera e propria pulizia etnica e sociale. C’è da temere per le comunità indigene, anche tenendo conto che i materiali informativi sulle pratiche di prevenzione non sono stati tradotti nelle lingue locali, per non parlare degli strumenti sanitari concreti, che scarseggiano persino negli ospedali di Città del Messico, quindi figuriamoci in Chiapas, nel Guerrero o nelle comunità rurali in cui gli ospedali nemmeno ci sono.

Tornando al presidente, López Obrador [nella foto, cortesia di Gob.Mx] conosce il ‘Messico profondo’: non solo quello indigeno ma soprattutto quello delle comunità rurali, che lui ha sempre visitato, e ha saputo captare tutti gli elementi che ho discusso. Se si tiene conto di tutto il contesto, si chiarisce senza giustificarlo, cioè si comprende in tutta la sua ambiguità, il discorso del presidente. Il richiamo al ‘resistere uniti’, se da un lato può suonare come un invito ragionevole, dall’altro, a uno sguardo approfondito, risulta essere una mistificazione della realtà, che è quella di un Paese non omogeneamente preparato e protetto rispetto al contagio e alle sue conseguenze, specie in considerazione del fatto che si è pragmaticamente scelto di non bloccare totalmente l’economia o tollerare la violazione delle misure d’isolamento, anche per non annullare l’economia popolare e “di strada”. C’è almeno un 50% di popolazione, su circa 125 milioni totali, in povertà. Chiudere tutto anche solo per una settimana significa rischiare di ridurre alla fame quell’immenso numero di messicani che lavorano senza contratti e garanzie, guadagnandosi il pane letteralmente giorno dopo giorno. Inoltre il 66% dei messicani, quindi anche chi non si trova in condizioni di povertà, presenta una qualche vulnerabilità sociale rilevante. Mancano, in particolare, di copertura assicurativa e il sistema sanitario è come l’ho descritto in precedenza. Se anche non si chiude tutto pur di salvare l’economia, nel caso in cui il virus dovesse infuriare, soffrirà molto chi è vulnerabile in termini di copertura sanitaria, o chi ha sì accesso a strutture ospedaliere, ma mal equipaggiate. Si capisce allora che tutti i discorsi sulla ‘protezione speciale’, sulla ‘sfida alla morte’, evangelici, cattolici o anche laici che siano, altro non rappresentano che un ‘far di necessità virtù’, che li si ritrovi in bocca al presidente o a un comune cittadino. Le famiglie svantaggiate non hanno scelta rispetto al resistere con pochi mezzi o al non prendere misure straordinarie, e, da qualunque parte la si guardi, la situazione è inquietante.

Tanto per farti un esempio aneddotico, la signora da cui compro abitualmente le verdure mi ha chiesto, un paio di settimane fa, se il virus è reale. Chissà se la domanda era spontanea, o se era influenzata da qualche discorso negazionista, veicolato da radio e TV. Il linguaggio del corpo, devo dire, non era quello di chi nega la malattia. Questo riesce difficile, ai messicani, vista la presenza di gravi malattie stagionali e tropicali su cui, a ogni ondata, si concentrano i discorsi. Eppure, paradossalmente, anche alla luce di questo fatto molto concreto (l’ortolana di cui ti parlo e suo marito novantenne, l’anno scorso, hanno avuto il dengue) può scattare un meccanismo volto a esorcizzare il COVID-19, se si arriva cioè a sostenere che malattie come il dengue e lo zika sono appunto reali e tipiche del Paese, mentre il coronavirus sarebbe proprio dei Paesi più freddi e quindi tutto sommato meno preoccupante. Questo è un discorso ‘eccezionalista’ che, non a caso, sempre López Obrador ha fatto suo e diffuso, almeno in una prima fase, peraltro senza precisare alcun dato scientifico sulla temperatura esatta che avrebbe fatto la differenza. Certo, nei deserti messicani c’è una notevolissima escursione termica, ma non ci sono le persone, il che rende ogni discorso al proposito, quand’anche fosse scientifico, non applicabile alle città, in cui al momento c’è un clima simile a quello del mese di maggio in Italia.

La signora ortolana, insomma, cerca di afferrarsi a questo o a quell’altro motivo come meccanismo di auto-rassicurazione per poter andare avanti. È vero che vende un bene essenziale, ma è anche vero che la natura del suo commercio, le condizioni igieniche dello stesso, e la sua età, la espongono al contagio, e comunque, finanziariamente, lei non può permettersi di chiudere così come non potrebbe permettersi cure adeguate. Purtroppo, in quella signora, si ritrova rappresentato, se non tutto il Messico, una sua grande parte”.

* L’intervista si è svolta attraverso WhatsApp tra il 7 e l’8 aprile 2020. Il presente adattamento è stato approvato da Fabrizio Lorusso, che ringrazio per la pazienza e la disponibilità.

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Sole nero https://www.carmillaonline.com/2020/05/24/sole-nero/ Sun, 24 May 2020 20:00:22 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=60320 di Alessandra Daniele

“Nessuna notte è così lunga da impedire al sole di sorgere”. Questa è una gran bella metafora consolatoria, che però funziona solo per i sistemi che ruotano attorno ad una stella viva. Al centro del nostro sistema socio-economico c’è un sole morto. Un buco nero capace solo di divorare e distruggere tutto quello che riesce a catturare nella sua orbita letale. Vite umane, specie animali, risorse planetarie, tutto finisce risucchiato nel gorgo cieco del profitto senza futuro dal quale niente sfugge, nemmeno il tempo. Siamo nelle tenebre. Quello che periodicamente ci [...]]]> di Alessandra Daniele

“Nessuna notte è così lunga da impedire al sole di sorgere”. Questa è una gran bella metafora consolatoria, che però funziona solo per i sistemi che ruotano attorno ad una stella viva.
Al centro del nostro sistema socio-economico c’è un sole morto. Un buco nero capace solo di divorare e distruggere tutto quello che riesce a catturare nella sua orbita letale. Vite umane, specie animali, risorse planetarie, tutto finisce risucchiato nel gorgo cieco del profitto senza futuro dal quale niente sfugge, nemmeno il tempo.
Siamo nelle tenebre.
Quello che periodicamente ci viene spacciato come un’alba non è che il sinistro baluginio dell’orizzonte degli eventi. L’orlo del pozzo.
Quest’occhio oscuro che ci fissa tutti è ormai privo di maschera. Il Velo di Maya è stato definitivamente strappato dalla pandemia. E non c’è più nessuno che possa sostenere in buona fede il contrario.
Le miserabili risse dei politicanti suonano solo come un ronzio d’insetti, le loro menzogne non sono che carta straccia nel vento.
La verità ci fissa innegabile.
Dobbiamo scegliere adesso se tentare di raggiungere la velocità di fuga per scampare al sole morto, o finirne inghiottiti e schiacciati per sempre.

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