Cornelius Castoriadis – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 26 Jun 2026 20:00:01 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 La rivoluzione come una bella avventura / 9 – Daniel Blanchard e il senso del possibile https://www.carmillaonline.com/2026/05/20/la-rivoluzione-come-una-bella-avventura-9-daniel-blanchard-e-il-senso-del-possibile/ Wed, 20 May 2026 20:00:30 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94743 di Sandro Moiso

Daniel Blanchard, Una vita in cresta. Saggio autobiografico, Biblioteca Franco Serantini/BFS edizioni, Pisa 2026, pp. 164, 16 euro

E’ la montagna, non soltanto quella delle selve e delle cime, dei pascoli e dei sentieri, ad accompagnare spesso i ricordi dei rivoluzionari, ma ancor più spesso quella dei ribelli e degli insorti, degli eretici e dei vagabondi della storia. Vagabondi del pensiero e dell’azione conseguente che, come l’autore di questa magnifica e indispensabile autobiografia, scendono dalle creste montane ai meandri delle metropoli per poi tornare sui loro passi per poter meglio osservare da distante la realtà dei conflitti e [...]]]> di Sandro Moiso

Daniel Blanchard, Una vita in cresta. Saggio autobiografico, Biblioteca Franco Serantini/BFS edizioni, Pisa 2026, pp. 164, 16 euro

E’ la montagna, non soltanto quella delle selve e delle cime, dei pascoli e dei sentieri, ad accompagnare spesso i ricordi dei rivoluzionari, ma ancor più spesso quella dei ribelli e degli insorti, degli eretici e dei vagabondi della storia. Vagabondi del pensiero e dell’azione conseguente che, come l’autore di questa magnifica e indispensabile autobiografia, scendono dalle creste montane ai meandri delle metropoli per poi tornare sui loro passi per poter meglio osservare da distante la realtà dei conflitti e delle contraddizioni di un mondo che, più che nasconderle, fa di tutto per nascondersele.

Così i profili delle creste che illuminano fin dall’infanzia i ricordi di Daniel non sono tanto quelli delle cime dei monti, ma quelli dei gruppi del maquis partigiano di cui il padre faceva parte durante l’occupazione tedesca nei dintorni di Barcelonnette in prossimità del confine italiano oppure quello dei guerriglieri algerini durante la guerra di indipendenza nei confronti del colonialismo francese. Due guerre di Liberazione di cui il Partito comunista francese avrebbe riconosciuto la valenza soltanto nel caso della prima.

Nato a Parigi nel 1934, Daniel Blanchard trascorse l’infanzia nelle Alpi meridionali dove, durante la guerra, i suoi genitori parteciparono attivamente alla Resistenza. Al suo ritorno a Parigi dopo la guerra, si dedicò agli studi classici, prima al Lycée Henri IV e poi alla Sorbona. Successivamente, nel 1957, entrò a far parte del gruppo “Socialisme ou Barbarie” con lo pseudonimo di P. Canjuers e nel 1959, si avvicinò all'”Internazionale Situazionista” ed entrò in contatto con Guy Debord, con cui firmò un testo programmatico, Preliminari per una definizione dell’unità del programma rivoluzionario. Nel 1961 Debord decise di separare le loro strade mentre Blanchard avrebbe lasciato “Socialisme ou Barbarie” nel 1965, poco prima dello scioglimento del gruppo, avvenuto nel 1967.

L’autobiografia stessa da Daniel, come lui stesso afferma, nasce dal bisogno di esplorare il “senso della possibilità” che sembra sospingere, non fosse altro che nel pensiero, «ogni essere umano oltre il limite della realtà. E l’idea di scriverla nasce, forse, in un radioso mattino di maggio quando: «Un fiotto di sangue mi ha aperto gli occhi, ha fatto risplendere davanti al mio sguardo il rubino del mio intimo essere e intendere, per così dire, il lavoro – di roccia, di pianta – che credo sia il vivere e, anche, la mia morte»1.

Un bisogno che parte da una domanda che l’autore riterrebbe utile trasformare da «Di dove sei?» oppure «Quando sei nato?» a «Da dove vieni?», perché è sempre il percorso di vita che rivela la qualità dell’essere umano che ci sta davanti. Un dove non solo determinato da coordinate geografiche e un quando che non deve indicare soltanto un tempo o un istante preciso, ma un cammino. Una domanda che permette di ricostruire

quella realtà che attraversiamo, prima che ci ricada dietro sotto forma di storia, di vissuto, di passato, di trascorso… Per trovargli un senso diverso dalla fatalità noi vi apriamo crepe, la perforiamo di possibilità attraverso le quali muoviamo il passo che dall’oggi ci porta al domani.
Questo è l’itinerario che tenta di ripercorrere, a seconda delle circostanze, il racconto che segue; un racconto scritto in prima persona, ma che avrebbe anche accompagnare uno dei numerosi e diversi passeggeri del possibile che questa prima persona ha incontrato o frequentato e i quali, tutti, hanno appassionatamente esplorato e tentato di realizzare i possibili di quest’ultimo mezzo secolo2.

Una sorta di autobiografia collettiva che vede coinvolti i movimenti del maggio francese, della critica consigliarista dello stalinismo e di un movimento operaio asservito alle esigenze del capitale e di quella situazionista alla società dello spettacolo. Un’esigenza, personale e collettiva, di esplorare le possibilità offerte dalle lotte di liberazione nazionale in Africa oppure dai movimenti ecologisti, alternativi e comunitari americani a cavallo tra la fine degli anni sessanta e i primi anni settanta.

Un autentico giro del mondo, con alcune fermate anche nell’Europa dell’Est in fermento dopo i fatti ungheresi del 1956 e gli scioperi operai polacchi dei decenni successivi, in cui ad accompagnare il diarista sono, oltre alla sua compagna Helen Arnold, intellettuali della levatura di Guy Debord, Cornelius Castoriadis, Jean Baudrillard e Murray Bookchin, insieme a tanti altri, più o meno sconosciuti, militanti, poeti, editori, operai tutti accomunati dal desiderio di esercitare un critica radicale dell’esistente non solo attraverso le parole ma anche, e forse soprattutto, attraverso le personali scelte di vita. Artistiche, lavorative o politiche che queste siano state.

Senza mai essere cinico, però, Blanchard osserva ciascuno di questi ed ogni esperienza vissuta o attraversata, con uno sguardo consapevole dei limiti che ognuna di queste porta necessariamente e inevitabilmente con sé. Così gli stessi tentativi legati al radicalismo del “Do It!”, che spesso possono sfociare in forme di auto-imprenditorialità e auto-sfruttamento, oppure i movimenti legati a specifiche problematiche quali quelle di genere, cultura di appartenenza, nazionalità non riconosciuta sono analizzati attraverso le difficoltà e le contraddizioni che li hanno contraddistinti, ieri come oggi, nella loro incapacità di diventare universali e autenticamente collettivi. Oppure, nel peggiore dei casi, a diventare soltanto un ulteriore stimolo alla diffusione dei valori e dell’ordine del capitale.

Anche se tutte fanno o hanno fattoi parte del tentativo di realizzare una Rivoluzione che è stimolo a realizzare possibilità infinite, soprattutto intese collettivamente, ma che non può essere codificata né a parole, né tanto meno in una teoria di per sé autosufficiente o, peggio ancora, pretenziosamente capace di prevedere tutto.

Durante tutta la mia vita adulta, e se penso ai miei amici, ai miei compagni, posso dire tutta la nostra vita, abbiamo scrutato ed esplorato il pensiero della crisi e, in certi momenti, anche la sua realtà, giacché essa era inerente alla società moderna, all’irrazionalità radicale della dominazione […] allargando in tal modo la sensazione – angosciosa per alcuni, di speranza per altri – che non si posa più “continuare così”, che circostanze più o meno ancora imprevedibili imporranno cambiamenti radicali all’economia, all’organizzazione sociale, alla politica, al “nostro” modo di vita…Cambiamenti radicali, ma quali? E decisi da chi? Cerchiamo di immaginare, di prepararci, di organizzarci per non lasciarci manipolare…3.

Non c’è comunque mai rimpianto nelle pagine dell’autore e, tanto meno, odor di reducismo ma, piuttosto, sempre un’attenzione rivolta a comprendere tutto ciò che di nuovo potrebbe illuminare, anche solo per un attimo, la strada verso un futuro libero dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sulla donna e sulla natura. Un’attenzione “militante” per le possibili rivoluzioni a venire che ancora nel 2017 lo avrebbe spinto a far parte del gruppo “Active Deserters” che mirava al boicottaggio attivo delle elezioni presidenziali dell’aprile-maggio di quell’anno. Oppure a seguire con attenzione, fino al giorno della sua morte, avvenuta il 3 maggio 2024, nel giorno del suo novantesimo compleanno, movimenti reali come quello valsusino contro il TAV oppure quello della ZAD di Notre-Dame-des-Landes dediti a difendere la società e l’ambiente insieme alle specie che lo abitano, compresa la nostra.

Scopro, non senza una certa sorpresa […] che quel che mi ha condotto da un episodio all’altro di questa narrazione, così come di questa vita, è la coazione – naturalmente incosciente – a ripetere il paradigma che si era impresso in me, a dieci anni, nella primavera del 1944: la fuga in montagna, la generosa solidarietà dei Raynard a Herbez, i racconti di mio padre, Goletto… Ciò che si può riassumere nell’espressione la vita in cresta… Una qualche variazione, insomma, su uno stesso tema, di cui io non sono l’autore…E’ questa la libertà?4


  1. D. Blanchard, Una vita in cresta. Saggio autobiografico, Biblioteca Franco Serantini/BFS izioni, Pisa 2026, p. 8.  

  2. D. Blanchard, op. cit., p. 5.  

  3. Ivi, p. 141.  

  4. Ibidem, p. 139.  

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Disastro urbano e insignificanza dell’arte nella società di crescita secondo Latouche https://www.carmillaonline.com/2025/08/03/disastro-urbano-e-insignificanza-dellarte-nella-societa-di-crescita-secondo-latouche/ Sun, 03 Aug 2025 20:00:37 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=88714 di Gioacchino Toni

Serge Latouche, Il disastro urbano e la crisi dell’arte contemporanea, traduzione di Cristina Cecchi, elèuthera, Milano 2025, pp. 104, ed. cartacea € 14,00, ed. digitale € 6,99

Se la città produttivista, con tutti i suoi disastri ambientali e sociali, vanta ormai una lunga storia, è con il processo di globalizzazione scatenatosi alla fine del vecchio millennio che, sostiene Serge Latouche, si assiste all’esplosione dell’urbano. Pur distruggendo con l’industrializzazione ottocentesca una parte importante delle città storiche (come hanno raccontato Émile Zola e Charles Dickens), la modernità ha comunque mantenuto o strutturato un qualche equilibrio urbano, sociale e valoriale grazie [...]]]> di Gioacchino Toni

Serge Latouche, Il disastro urbano e la crisi dell’arte contemporanea, traduzione di Cristina Cecchi, elèuthera, Milano 2025, pp. 104, ed. cartacea € 14,00, ed. digitale € 6,99

Se la città produttivista, con tutti i suoi disastri ambientali e sociali, vanta ormai una lunga storia, è con il processo di globalizzazione scatenatosi alla fine del vecchio millennio che, sostiene Serge Latouche, si assiste all’esplosione dell’urbano. Pur distruggendo con l’industrializzazione ottocentesca una parte importante delle città storiche (come hanno raccontato Émile Zola e Charles Dickens), la modernità ha comunque mantenuto o strutturato un qualche equilibrio urbano, sociale e valoriale grazie anche alla lotta di classe che, con le sue rivendicazioni e le sue lotte, ha saputo imporre il mantenimento di un minimo di vivibilità e socialità.

È con la mercificazione e la finanziarizzazione – con la deregolamentazione della società salariale e dello Stato sociale, con la disintermediazione finanziaria e con la disarticolazione delle barriere economiche e mercantili – imposte dalla globalizzazione inaugurata dal duo Regan-Thatcher che si assiste alla omnimercificazione del mondo. Tutto diviene commerciabile in una società che sembra fare della crescita il suo scopo primario. Alla luce di tali premesse, il recupero dei centri storici che ha caratterizzato gli ultimi decenni si è spesso risolto in gentrificazione e museificazione inaugurando un’espulsione nelle periferie dei ceti popolari, espulsione ultimamente portata avanti anche attraverso il meccanismo degli affitti brevi.

Il disastro urbano, scrive Latouche, «non è tanto il risultato del fallimento degli architetti o degli urbanisti, quanto il risultato di una crisi di civiltà», dunque, per ricomporre il tessuto sociale locale e urbano, continua lo studioso, occorre uscire «da questa società di crescita che atomizza la società e perde di vista il bene comune»; la realizzazione di una società di decrescita, che abbandoni una volta per tutte «il culto insensato dello sviluppo per lo sviluppo, della crescita per la crescita» appare a Latouche come l’unica possibilità di ricomposizione.

Non si tratta, però, mette in guardia lo studioso, di «fare un’inversione caricaturale che consista nell’esaltare la decrescita per la decrescita». Anche alla luce del fatto che oltre due miliardi di persone, non ammesse nelle città, si trovino a vivere in bidonvilles e in favelas autocostruite, occorre saper contrapporre alla società di crescita un’utopia radicale, sistematica e ambiziosa che preveda di: «rivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare, ridistribuire, rilocalizzare, ridurre, riutilizzare, riciclare». Insomma, secondo lo studioso, serve un altro modo di abitare la città. Per quanto l’utopia della decrescita implichi una visione globale, per attuarla, però, puntualizza Latouche, non si può che partire dai territori.

Rifacendosi al pensiero di autori contemporanei come Cornelius Castoriadis e Jean Baudrillard e riprendendo le idee e le sperimentazioni dell’utopista ottocentesco William Morris, Latouche giunge a ritenere che il disastro urbano e l’insignificanza dell’arte contemporanea abbiano le medesime origini. La società di crescita «con la sua pervasiva artificializzazione della vita lacera il territorio, divora lo spazio, rode il senso dei luoghi, disintegra il tessuto sociale» compromettendo «ogni capacità di meravigliarsi, a favore di quella replica infinita dello stesso che è il segno distintivo dell’arte contemporanea».

Occorre prendere atto, sostiene Latouche, che la generazione dei grandi maestri dell’architettura come Le Corbusier, Ludwig Mies van der Rohe e Walter Gropius, e persino quelli di loro più attenti alla questione ecologica, come Frank Lloyd Wright, Alvar Alto e Hassan Fathy, così come la generazione successiva che vanta personalità del calibro di Renzo Piano, Paolo Portoghesi, Frank Dehry, Ricardo Bofill e specialisti dell’abitare ecologico come Philippe Madec, Christian de Portzamper e Jacques Ferrier, non sono riusciti ad andare oltre alla realizzazione di singole unità, non hanno insomma saputo/potuto “fare città” ed evitare la decomposizione del tessuto urbano, la cementificazione del territorio e, in generale, l’aumento della bruttezza.

Il trionfo del mercato e della globalizzazione, sostiene Latouche, «dissolve l’arte nell’ossimoro dell’industria culturale», in tale contesto la finanziarizzazione dell’arte ha finito per imporre su scala globale una sorta di pensiero unico. Baudrillard aveva saputo anticipare sin dai primi anni Settanta del secolo scorso quel processo di annientamento dell’arte operato del mercato sviluppato dall’industria cultuale che avrebbe condotto, come sostiene Castoriadis, alla condanna dell’opera d’arte a divenire prodotto destinato, al pari di tutti gli altri prodotti contemporanei, alla smania della novità e alla rapida obslolescenza.

Per quanto anche prima dell’avvio di quella che è stata definita l’era della globalizzazione si avesse a che fare con un’economia di crescita, la società di allora, puntualizza Latouche, non era ancora stata del tutto fagocitata dall’economia. «La cultura non era ancora completamente industrializzata e mercificata» e ancora si avevano artisti operanti in maniera genuinamente critica nei confronti della società. Nel frattempo persino la critica artistica radicale alimentata in Francia dai Situazionisti è stata ampiamente recuperata dal nuovo spirito del capitalismo che si è dimostrato particolarmente abile nell’utilizzare «le resistenze messe in atto per mantenere in vita il mito dell’arte e della cultura, mentre ne distrugge la realtà».

Convinto che al fallimento della politica urbana e all’insignificanza dell’arte contemporanea abbia contribuito la crisi della cultura, Latouche ritiene che insieme alla ricostruzione del tessuto locale e urbano, il progetto della decrescita possa fornire gli strumenti e l’immaginario per ricostruire anche il senso del bello, per «re-incantare il mondo».

Per quanto la soluzione della decrescita proposta da Latouche sollevi perplessità e critiche anche nell’ambito della critica anticapitalista, lo studioso ha indubbiamente il merito di denunciare efficacemente la follia produttivista a partire dalle sue fondamenta. L’analisi di Latouche andrebbe comunque aggiornata alla luce dell’incidenza che la rivoluzione digitale e l’introduzione dell’intelligenza artificiale stanno comportando a livello sociale e culturale, con tutto ciò che ne consegue a livello del fare società, di costruzione identiaria e di immaginario. Un mutamento che riscrive l’idea stessa di crescita indirizzandola verso forme inedite. Se, anche alla luce di ciò, è difficile immaginare come possa essere avviato e praticato un tale programma di decrescita coinvolgendo attivamente una popolazione che ha sedimentato atomizzazione e individualismo, di certo resta viva l’urgenza sociale, ambientale e culturale di fermare la deriva produttivista, prima che sia davvero troppo tardi

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