Corea del Nord – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Mon, 27 Apr 2026 22:30:30 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Razionalità al collasso: il conflitto tra potere, controllo e caos in A House of Dynamite, il nuovo film di Kathryn Bigelow https://www.carmillaonline.com/2025/11/11/razionalita-al-collasso-il-conflitto-tra-potere-controllo-e-caos-in-a-house-of-dynamite-il-nuovo-film-di-kathryn-bigelow/ Tue, 11 Nov 2025 21:00:45 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91292 di Fosca Gallesio

A House of Dynamite, l’ultimo film di Kathryn Bigelow, è un interessante thriller politico che esplora le possibili implicazioni di un attacco nucleare diretto contro gli Stati Uniti. Il film adotta una particolare struttura tripartita, offrendo il punto di vista di tre luoghi differenti impegnati nella gestione della crisi.

Si inizia con l’unità di crisi della Casa Bianca, dove il personaggio centrale è il capitano capo dello staff, interpretato da Rebecca Ferguson. Il secondo segmento si sposta nell’ufficio del Segretario alla Difesa, interpretato da Jared Harris. Infine, il terzo segmento narrativo riguarda direttamente il Presidente degli Stati Uniti, [...]]]> di Fosca Gallesio

A House of Dynamite, l’ultimo film di Kathryn Bigelow, è un interessante thriller politico che esplora le possibili implicazioni di un attacco nucleare diretto contro gli Stati Uniti. Il film adotta una particolare struttura tripartita, offrendo il punto di vista di tre luoghi differenti impegnati nella gestione della crisi.

Si inizia con l’unità di crisi della Casa Bianca, dove il personaggio centrale è il capitano capo dello staff, interpretato da Rebecca Ferguson. Il secondo segmento si sposta nell’ufficio del Segretario alla Difesa, interpretato da Jared Harris. Infine, il terzo segmento narrativo riguarda direttamente il Presidente degli Stati Uniti, interpretato da Idris Elba.

Il film, dunque, è parcellizzato: da un lato analizza in profondità scomponendo il racconto, dall’altro moltiplica i punti di vista in una sorta di mise en abyme della realtà, triplicata in una struttura narrativa a spirale che si avvolge su se stessa, precipitando verso l’esplosione finale.

L’intera struttura narrativa ruota attorno ai venti minuti chiave della storia: un’unità temporale precisa che costituisce la trama del film e che viene ripetuta in tre versioni differenti. Questo lasso di tempo va dal momento in cui sui radar viene individuato un missile diretto verso il territorio americano, fino al tentativo di intercettazione, fallito, e alla successiva individuazione della traiettoria del missile nemico. Quando si riconosce che l’obiettivo probabile, con una percentuale di certezza del 90%, è la città di Chicago, viene stimata l’entità dei danni: solo le vittime immediate, colpite dall’esplosione senza considerare il fallout radioattivo, sarebbero circa dieci milioni.

Tutti questi elementi di trama vengono esplorati nel primo segmento, che in un certo senso esaurisce la componente di suspense puramente narrativa. Infatti, se A House of Dynamite adotta una struttura da thriller, l’elemento classico del “vedere come va a finire” viene risolto molto presto. L’interesse del film si sposta così altrove: non sull’esito della storia, ma sul modo in cui i diversi personaggi — chiamati, per ruolo e posizione, a gestire l’emergenza — riescono o meno a mantenere il controllo, a dare risposte operative, a gestire la paura.

La regia di Bigelow concentra l’attenzione non tanto sulla componente operativa o militare, che pure è resa con grande dettaglio e con uno stile quasi documentaristico, ma sulla dimensione umana. Il linguaggio tecnico, fitto di acronimi e termini specifici, crea volutamente un effetto di cripticità: lo spettatore non capisce sempre nel dettaglio cosa stia accadendo sul piano operativo, ma percepisce chiaramente la tensione.

Ciò che interessa alla regista non è la precisione del linguaggio militare, bensì la capacità dei personaggi di mantenere la lucidità, la freddezza e la logica necessarie in una situazione estrema, pur dovendo affrontare l’impatto emotivo e psicologico dell’evento. C’è lo sgomento, la sorpresa, la consapevolezza di trovarsi davanti a un attacco nucleare reale: emozioni che cozzano contro il ruolo istituzionale, imponendo un equilibrio quasi impossibile tra razionalità e panico.

Proprio in questa tensione interiore — tra l’istituzionalità logica e la reazione umana — si sviluppa il cuore del film. L’attrito cresce progressivamente, perché nel corso dei tre segmenti il livello dei personaggi coinvolti si alza: dalla manager della Casa Bianca si arriva fino al Presidente stesso.

Bigelow gioca abilmente con il desiderio dello spettatore di sapere “come andrà a finire”, pur costruendo un racconto in cui il finale non è la rivelazione decisiva, ma l’esito coerente di un ragionamento politico e morale. Il finale, infatti — senza rivelare troppo — non è una sorpresa, ma un punto di arrivo che serve il messaggio complessivo del film: una riflessione sulla corsa agli armamenti, sul concetto di deterrenza e sulla sua effettiva utilità.

A House of Dynamite non si basa sulla domanda “cosa succederebbe se?”, ma sul dilemma etico e politico del “cosa dovremmo fare quando accadrà”. L’esplosione della bomba, in sé, è secondaria: ciò che interessa è la reazione umana e le decisioni che vengono prese di fronte a una minaccia irrisolvibile da chi lavora all’interno dei sistemi di potere.

Il film esplora con grande precisione il dilemma centrale: come reagire a una minaccia nucleare imminente e ineluttabile. Il giovane assistente del Segretario alla Sicurezza Nazionale diventa la figura chiave in questa dinamica: non abituato a gestire situazioni di massimo livello, viene però investito della responsabilità di fornire indicazioni operative e morali cruciali.

Attraverso di lui, Bigelow mette in scena la tensione tra reazione immediata e riflessione ponderata. Si tratta di decidere se lanciare una ritorsione preventiva o attendere conferme certe sull’origine dell’attacco. Il film insiste su questa dialettica, ripetendo l’azione dei venti minuti cruciali attraverso i tre punti di vista: ogni iterazione rivela nuovi dettagli, nuove incertezze, nuove responsabilità e nuove sfumature emotive dei personaggi coinvolti.

L’elemento etico emerge con particolare forza nel confronto diretto tra il Presidente e il giovane vice del segretario della NSA. Viene chiarito che il paese più potente del mondo non può apparire debole, e che la pressione internazionale — la percezione di forza o di cedimento — diventa parte integrante della decisione. Questa tensione tra ruolo istituzionale, moralità e sopravvivenza collettiva costituisce l’asse portante del film.

A House of Dynamite è una lente di lettura attenta delle dinamiche geopolitiche mondiali. Il missile, pur sospettato di provenire dalla Corea del Nord, in realtà pone interrogativi su possibili responsabilità esterne, incluso il coinvolgimento della Russia, tradizionale avversario strategico degli Stati Uniti.

Bigelow mostra come la gestione di un attacco nucleare non sia solo questione di intercettazioni o capacità militari, ma anche di diplomazia, comunicazioni internazionali e prevenzione di escalation incontrollate. Il film evidenzia inoltre il limite del concetto di deterrenza: la certezza dell’arsenale nucleare non garantisce immunità. Anzi, la dotazione di armi nucleari sempre più potenti e numerose, ne prefigura la necessità di utilizzo in caso di un attacco, la deterrenza è solo un falso velo protettivo morale, perché qualsiasi bomba è fatta per esplodere, qualsiasi arma è fatta per essere usata. Una volta che ci si costruisce l’immagine di superpotenza mondiale, se provocati, bisogna metterla in atto e concretizzarla di fronte al mondo intero, non ci si può tirare indietro.

L’esplosione di una bomba — anche isolata — può scatenare risposte automatiche, movimenti politici, fraintendimenti e decisioni basate sulla paura e sulla volontà di potere, piuttosto che sulla razionalità strategica e sul desiderio di pace mondiale.

Uno dei punti di forza del film è l’approfondimento psicologico dei personaggi. La sceneggiatura di Noah Oppenheim sceglie uno stile documentaristico per raccontare le azioni dei personaggi in un contesto di crisi, mettendone in evidenza l’ambiguità delle scelte morali e aprendo una prospettiva umana sul messaggio politico del film.

Il capitano capo dello staff, il Segretario della difesa e il Presidente vengono esplorati nella loro complessità: ognuno deve bilanciare competenza, autorità, responsabilità istituzionale e fragilità umana. Nell’emergenza non c’è tempo per farsi influenzare dalle emozioni personali, che non sono mai esplicitate attraverso il dialogo diretto, ma emergono dalle azioni, dagli sguardi, dai gesti minimi: un anello, una fotografia di famiglia, una video-chiamata alla moglie, diventano strumenti per raccontare l’angoscia. Non c’è spazio per farsi dominare dall’emotività, ma la profondità psicologica emerge inevitabilmente nel comportamento operativo, che da logico e strategico, diventa umano, emotivo e caotico.

Il Presidente, interpretato da Idris Elba, appare come un leader vicino alle persone, alla mano, ma di fronte alla crisi rivela la rigidità del ruolo: la necessità di non poter apparire debole, pur mantenendo un senso morale e politico coerente. Come Presidente USA spetta a lui la decisione impossibile imposta dal film: bisogna scegliere tra la resa e il suicidio. Tra l’accettare di essere colpiti al cuore dell’America senza fare niente, e il dare una risposta di forza, sfoderando l’arsenale più potente della terra, pur non avendo la certezza di chi sia il vero nemico e rischiando di aprire una frattura che condurrà all’olocausto nucleare mondiale.

La regia di Bigelow privilegia un iperrealismo dettagliato, che si manifesta nella sceneggiatura, nella fotografia e nel montaggio. Le inquadrature seguono i personaggi da vicino, facendo sentire lo spettatore dentro la scena, come se fosse parte integrante della crisi. Il montaggio è preciso e calibrato, dosando suspense e ritmo in un film interamente basato sui dialoghi, in cui la tensione nasce dall’intensità emotiva e dall’ansia della responsabilità più che dall’azione fisica.

Rispetto ad altri film di Bigelow, A House of Dynamite si svolge prevalentemente in ambienti chiusi — la sala crisi della Casa Bianca, gli uffici e le basi militari, perfino il presidente è all’interno di un’auto al telefono — dove i personaggi si interfacciano tra di loro attraverso gli schermi, in una conference-call determinante per il futuro del mondo. Questa virtualizzazione telematica mette in evidenza lo scarto tra l’esigenza umana di affrontare la crisi condividendo uno spazio reale di confronto e dialettica, e il dispositivo di gestione militare ottimizzato per fornire una risposta razionale, rapida ed efficace. La conference-call determina il destino del mondo, ma rivela la distanza tra la gestione algoritmica della crisi e l’angoscia fisica di chi ne subisce gli effetti.

Come negli altri film della regista c’è una riflessione sui dispositivi di esperienza e di visione del reale, ma se nei lavori precedenti si sfruttava appieno la grandezza di visione dell’esperienza cinematografica, in questo film si insiste sull’alienazione claustrofobica della visione attraverso gli schermi dei computer e dei telefoni. In questo senso la distribuzione del film sulla piattaforma Netflix non è solo un elemento produttivo, ma diventa un fattore che definisce il linguaggio, creando un rispecchiamento tra i personaggi chiusi nei bunker ad affrontare la minaccia nucleare e gli spettatori chiusi nelle loro case che assistono sul teleschermo all’agghiacciante epilogo della crisi.

House of Dynamite è un thriller politico che va oltre la tensione narrativa: il film invita a riflettere sul significato della guerra, della vita militare e del ruolo di chi è chiamato a prendere decisioni di portata globale. Il punto in discussione rimane la visione morale e politica che determina il senso di efficacia. La scelta e la decisione finale non può che essere umana. Ma come può essere umana all’interno di un dispositivo meccanico e funzionale, di stampo militare, che offre una sola alternativa: la resa o il suicidio.

La narrazione tripartita, la reiterazione dei venti minuti centrali e l’analisi dettagliata dei personaggi costruiscono un’opera che è al contempo realista, politica e profondamente umana. Bigelow conferma il suo ruolo di maestra del thriller politico-militare, capace di combinare rigore tecnico, profondità psicologica e riflessione etica in un film di altissimo livello, in cui la suspense nasce dalla tensione morale e non dall’azione spettacolare.

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Il volto di Marte e le sue forme. Note su guerra asimmetrica e guerra simmetrica / 5 https://www.carmillaonline.com/2022/10/22/il-volto-di-marte-e-le-sue-forme-note-su-guerra-asimmetrica-e-guerra-simmetrica-5/ Sat, 22 Oct 2022 20:00:30 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=73978 di Emilio Quadrelli

Non – persone

Anni addietro, quando i migranti cominciavano a fare capolino in quantità considerevoli nei nostri mondi, a pochi veniva in mente che quelle figure “povere” e disposte ad accettare un lavoro a qualunque condizione prefigurassero, anche solo alla lontana, lo specchio di un destino possibile per una parte degli individui del vecchio Primo mondo. Erroneamente considerati “lavoratori marginali” appetibili solo per attività residuali e di poco conto, ben difficilmente facevano immaginare che quella condizione, attraverso un processo a cascata, avrebbe funzionato da apripista per cospicue quote del [...]]]> di Emilio Quadrelli

Non – persone

Anni addietro, quando i migranti cominciavano a fare capolino in quantità considerevoli nei nostri mondi, a pochi veniva in mente che quelle figure “povere” e disposte ad accettare un lavoro a qualunque condizione prefigurassero, anche solo alla lontana, lo specchio di un destino possibile per una parte degli individui del vecchio Primo mondo. Erroneamente considerati “lavoratori marginali” appetibili solo per attività residuali e di poco conto, ben difficilmente facevano immaginare che quella condizione, attraverso un processo a cascata, avrebbe funzionato da apripista per cospicue quote del lavoro subordinato locale. La convinzione e allo stesso tempo l’illusione, frutto di una visione storica evoluzionista, che i rapporti di forza tra capitale e lavoro salariato, stabilizzatisi pur con gradazioni diverse nel cosiddetto Primo mondo, avessero raggiunto un equilibrio non più “storicizzabile” e pertanto non soggetto a nuova negoziazione, era un credo condiviso dai più.

Le stesse retoriche sulle ricadute apportate dall’avvento del capitalismo globale apparivano, nel comune sentire, la semplice omologazione a modelli e “stili di vita” condizionati da mode e gusti sovranazionali. In altre parole, a un primo sguardo, la globalizzazione sembrava andare non molto oltre un’eccessiva presenza di hamburger e patatine fritte allo strutto sulle nostre tavole oltre a qualche cappellino da baseball di troppo. Nella peggiore delle ipotesi il massimo effetto nefasto che ci si potesse aspettare era l’andare incontro a una sorta di “imperialismo culturale”. Prospettiva che, a molti, più che criticabile si mostrava appetibile. Sia come sia, oltre all’hamburger e ai cappellini le ricadute che il capitalismo globale ci avrebbe riservato non sembravano molte di più. In tutto questo la figura del migrante c’entrava poco o nulla. Anzi, per molti versi, quella presenza “culturalmente” così diversa e in fondo pre – globale non faceva altro che rendere ancora più appetibile la globalizzazione. Era su di loro, infatti, che si sarebbero riversati i lavori e le mansioni tipiche della tarda modernità che, in qualche modo, continuavano a essere fastidiosamente presenti nei nostri mondi. Mentre le nostre società entravano nell’era cosiddetta del post – lavoro i suoi residui e cascami potevano essere tranquillamente appaltati alle popolazioni che, loro malgrado, continuavano a essere qualche passo indietro al “progresso”. Una visione fiabesca e idilliaca, repentinamente tramontata.

Abbastanza velocemente il capitalismo globale, senza rinunciare a invadere le mense di prodotti al limite della decenza, ha mostrato il suo vero volto, quello del mercato globale. Un mercato che, ancor prima che le merci, deve produrre i produttori e le condizioni in cui questi sono messi al lavoro. Si è così drasticamente “scoperto” che, il capitalismo globale, per essere tale non può fare altro che, in tendenza, trovare di fronte a sé una forza lavoro indifferenziata, malleabile, flessibile e continuamente sotto ricatto. Una condizione che, se nel lavoratore migrante trova la sua migliore esemplificazione, ha finito per modellare tempo ed esistenza di una parte considerevole delle popolazioni locali ascrivibili al mondo del lavoro subordinato. Per questo il richiamo a una attualizzazione del “modello coloniale”, come forma di governo delle società attuali, rischia di essere in parte fuorviante. L’ambito coloniale agiva all’interno di uno scenario dove era lo Stato/Nazione, nella sua evoluzione imperialista, a tenere in mano il pallino, una cornice da tempo andata in frantumi. Quindi, se di colonialismo o neocolonialismo è lecito parlare, e noi crediamo lo sia, occorre farlo tenendo a mente lo scenario determinato dall’avvento del capitalismo globale. A ben vedere nelle società attuali i “governi nazionali” non sono altro che attori locali, fortemente depotenziati, posti sotto controllo da agenzie multinazionali. In questo scenario, allora, i retaggi coloniali possono agire come “suggestioni” operative per i governi locali, all’interno però di logiche diverse.

Nel grande gioco del capitalismo globale una delle poste in palio decisive, come si è appena ricordato, è la continua produzione di produttori a basso costo posti nella condizione di non nuocere il che, per il management del capitalismo globale, molto prosaicamente significa scongiurare il manifestarsi di qualunque forma di resistenza organizzata da parte dei subordinati. È all’interno di tale obiettivo strategico che, allora, diventa possibile prendere in considerazione il discorso sul “modello coloniale”. Si tratta però, oltre il paradosso, di un colonialismo senza colonie e in fondo de – territorializzato ed è in questa prospettiva che la forza lavoro salariata delle metropoli diventa l’ambito coloniale di cui il capitalismo globale non può fare a meno.

Oggi, mentre per le nuove leve proletarie il mondo dei diritti e delle garanzie è qualcosa che appartiene al museo della storia, la ristrutturazione dell’organizzazione del lavoro va a colpire tutte quelle sacche, più o meno corpose, di proletariato e classe operaia dove, i residui novecenteschi, giocavano ancora un qualche ruolo. A conferma di come, la storia, proceda sempre attraverso il suo lato cattivo assistiamo, con tempi e ritmi sempre più accelerati, alla disarticolazione di tutto ciò che resta della rigidità operaia e del potere che questa si porta appresso. Si consuma, in questo modo, un modello che, a partire dalla Grande rivoluzione, l’Europa aveva tenuto a battesimo. La popolazione e i suoi destini diventano inessenziali per le classi dominanti le quali, nei loro confronti, adottano il modello di governance la cui logica è del tutto subordinata alle procedure messe in atto attraverso le operazioni di polizia internazionale. Anche nei nostri mondi, tra proletariato e borghesia imperialista, va sedimentandosi una relazione che accantona ogni forma di eguaglianza per rimodellarsi sul piano dell’asimmetria.

Questo, come vedremo immediatamente, però è solo un aspetto della questione. La scena politica è ben più articolata e complessa di quanto, a prima vista, possa sembrare. Se, per tutta una fase storica, per l’imperialismo l’unica guerra da combattere era sembrata solo quella contro le popolazioni, esterne e interne, oggi alcuni tratti della guerra classica tornano a fare prepotentemente capolino sulla scena politica internazionale. La situazione si complica e aggroviglia.

Nelle pagine precedenti abbiamo focalizzato sguardo e attenzione sul tratto asimmetrico della guerra ma, tutto questo, non significa automaticamente che le forme più classiche e tradizionali del conflitto bellico si siano estinte. Sarebbe un errore, infatti, ipotizzare che, la fase imperialista globale, abbia definitivamente posto in archivio la guerra interstatuale tra blocchi imperialisti. Certo, nel corso di tutta una fase, quella inaugurata con la Prima Guerra del Golfo sino all’intervento in Libia a primeggiare è stato un modello che, del conflitto asimmetrico, aveva fatto il suo credo assoluto. Credo che poggiava sulla prosaica constatazione della pochezza politico – militare dell’avversario di turno. A partire da ciò il proliferare di tutta quella serie di interventi di stampo apertamente colonialista all’interno dei quali, per lo più, tra le diverse consorterie imperialiste a primeggiare sembravano essere più le affinità piuttosto che le contraddizioni.

In linea di massima si può affermare che la logica che governava i vari interventi di polizia internazionale trovava non poche assonanze con quella politica della “porta aperta” coltivata dalle potenze imperialiste nei confronti della Cina negli anni Venti del secolo scorso. In tali operazioni ognuno poteva ricercare il proprio tornaconto negoziando, volta per volta, la propria area di influenza. A conti fatti non c’era attrito o conflitto che non potesse essere risolto attraverso le normali relazioni politiche e diplomatiche.

La quantità del bottino a disposizione, del resto, era tale da sconsigliare eccessi di avidità. Certo, a differenza del passato, adesso, anche sul piano militare, la latente contraddizione tra il blocco imperialista statunitense e il nascente blocco imperialista europeo cominciava a farsi concreta e reale ma non a tal punto da provocare conflitti, nell’immediato, non mediabili. Tra Stati Uniti ed Europa il conflitto poteva essere tranquillamente posticipato anche perché, in apparenza, dopo l’89 sembrava che solo i Paesi Occidentali fossero in grado di operare sul piano militare tanto che, la conquista dell’intero pianeta, pareva cosa fatta. Come dire: piatto ricco, mi ci ficco, poi si vedrà.

Questa conquista finiva con il mettere tutti d’accordo coltivando, nel frattempo, l’ipotesi che, in un futuro prossimo si potesse giungere a un accordo, su basi maggiormente egualitarie, tra il vecchio drago americano e l’ipotetico nuovo leone europeo. Di ciò ne è in qualche modo testimone tutto il dibattito intorno alla NATO e alla sua funzione che le Cancellerie europee avevano da tempo posto all’ordine del giorno. Del resto la funzione della NATO, nata per “tenere fuori i russi e sotto i tedeschi”, nello scenario che si è delineato non è più in grado di assolvere a quella funzione. La dominanza germanica nella costituzione del polo imperialista europeo ha scompaginato per intero gli assetti geopolitici e geostrategici fuoriusciti dalla Seconda guerra mondiale. I cobelligeranti di oggi portano in loro i conflitti del futuro prossimo. Solo le rapine internazionali possono per ancora qualche tempo tenere insieme queste bande di gangster.

Un progetto di conquista e dominio variamente articolato attraverso operazioni militari dirette o, come nel caso delle innumerevoli “rivoluzioni colorate”, ponendo in atto piani di destabilizzazione politica al limite della guerra civile all’interno di tutte quelle entità politiche poco prone a sottostare ai diktat delle multinazionali e dei loro organi politici ed economici. A fronte di ciò un fatto è difficilmente oggetto di smentita: dopo l’89 tutti i potentati imperialisti hanno iniziato una continua e pressante campagna di conquista nei confronti di tutti quei territori non direttamente sottoposti alle imposizioni degli organismi economici internazionali. Una conquista che, per tutta una fase, non ha conosciuto ostacoli di sorta. All’interno di tale contesto sembrava essere stato accantonato in maniera definitiva quel conflitto interstatuale che tanto aveva pesato sulla storia del Novecento. Repentinamente tale scenario ha iniziato a modificarsi poiché, nel grande gioco geopolitico e geostrategico, potenze quali Russia e Cina sono intervenute pesantemente.

La Russia, forse troppo frettolosamente relegata a micro potenza regionale, ha mostrato di essere in grado di svolgere un ruolo centrale sulla scena internazionale mentre la Cina, che nel frattempo si appresta a diventare la prima potenza industriale del mondo, ha dimostrato di essere fortemente determinata a difendere le proprie aree di influenza non solo sotto il profilo economico ma anche politico e militare. L’entrata in gioco di queste due potenze ha ridefinito lo scenario geopolitico e geostrategico internazionale ma non solo.

Con l’entrata in gioco di queste la tendenza alla guerra propria di ogni crisi dell’imperialismo inizia ad assumere contorni diversi da quelli conosciuti tra la Prima guerra del Golfo e la disarticolazione dello stato libico. Quel tratto sostanzialmente coloniale che aveva accompagnato le varie operazioni di polizia internazionale è obbligato a modificarsi. Difficile, per non dire impossibile, svalutare e quindi ascrivere Russia e Cina nell’ambito dell’impolitico. Difficile relegare Russia e Cina a semplici realtà etniche. La loro forma politica e statuale non può essere posta in discussione, la presenza del nemico torna ad albeggiare con tutte le ricadute del caso. Di ciò diamo qui di seguito una sintetica ricapitolazione.

Le avvisaglie che qualcosa stava iniziando a cambiare si sono avute tra la notte del sette e dell’otto agosto 2008, quando la Georgia ha attaccato l’Ossezia del Sud. La reazione di Mosca, alleata dell’Ossezia del Sud, è stata immediata. Le truppe georgiane sono state immediatamente sconfitte e le truppe russe hanno occupato gran parte della Georgia la quale, immediatamente, ha chiesto l’intervento dell’alleato statunitense e della NATO. Intervento che non si è minimamente profilato lasciando la Georgia con il più classico dei pugni di mosche in mano. Nel momento in cui, USA ed Europa si sono trovati di fronte un avversario nei confronti del quale non era realisticamente possibile muoversi in maniera asimmetrica, questi Paesi hanno fatto un corposo passo indietro. Un piccolo incidente che, se isolato, non avrebbe significato più di tanto.

Quanto accaduto in Ossezia del Sud, però, si è ripetuto, e in maniera decisamente esponenziale, nel momento in cui Stati Uniti, Europa e Giappone hanno ipotizzato di attaccare la Siria. In quel caso non solo la Russia ma anche la Cina si è apprestata alla mobilitazione dichiarandosi pronta, in caso di intervento, a schierarsi militarmente al fianco di Damasco facendo seguire, a tali dichiarazioni, fatti quanto mai espliciti. Entrambi i Paesi hanno indirizzato verso il possibile scenario di guerra alcune unità della propria flotta attrezzate per contrastare e neutralizzare l’eccedenza tecnologica che le forze NATO potevano vantare nei confronti dell’apparato militare siriano. A quel punto, a differenza di quanto accaduto in Libia, il conflitto non avrebbe potuto giocarsi attraverso il dominio incontrastato dei cieli e del mare in modo da spianare, sul terreno, la via agli “insorti” di turno ma avrebbe comportato un coinvolgimento diretto, dagli esiti per lo meno incerti, di tutte le forze militari Occidentali. Uno scenario decisamente poco appetibile. Non per caso l’intervento diretto Occidentale è stato rimandato sine die e la guerra “appaltata” a forze locali che stanno dilaniando la Siria in un conflitto dai tratti sempre più endemici e con costi immani per le popolazioni. Nel frattempo, anche se forse poco osservato, vi sono stati tutta una serie di episodi, con protagonista la Corea del Nord, particolarmente degni di interesse.

La Corea del Nord, nonostante agli occhi dell’imperialismo Occidentale e giapponese vanti tutti i requisiti dello “Stato canaglia”, non è stata oggetto di alcun intervento eppure, la sua linea di condotta, lo avrebbe in più occasioni ampiamente sollecitato e meritato. La Corea del Nord, oltre alle continue scaramucce belliche con la Corea del Sud, la costruzione di un potenziale missilistico di media portata e la testazione di ordigni nucleari ha obbligato il Giappone a intraprendere alcune, per quanto limitate, operazioni militari difensive. Ve ne sarebbe abbastanza perché, almeno Stati Unti, Giappone e Corea del Sud, oltre a mai mancanti volenterosi compagni di merende del caso, intraprendessero nei suoi confronti un’operazione non troppo diversa da quella messa in atto in Iraq. Come è noto di ciò non si è mai avuto un qualche sentore. Pechino ha sempre dichiarato che un eventuale attacco alla Corea del Nord avrebbe comportato l’automatico coinvolgimento della Cina nel conflitto il che, per forza di cose, avrebbe ascritto l’intervento in Corea del Nord in qualcosa di ben diverso e distante dall’operazione di polizia. La presenza attiva della Cina avrebbe portato il piano del conflitto fuori dal modello coloniale, rendendo gli esiti della partita perlomeno incerti.

(fine quinta parte – continua)

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Divine Divane Visioni (Novissime) – 82 https://www.carmillaonline.com/2022/06/02/divine-divane-visioni-novissime-82/ Thu, 02 Jun 2022 20:00:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=72237 di Dziga Cacace

Un regista oggi deve accettare l’idea che il suo lavoro potrà essere giudicato anche da qualcuno che magari non avrà mai visto un film di Murnau. (François Truffaut, 1975)

1920 – Succession di Jesse Armstrong, USA 2018 Ci siamo trastullati per un po’ con la serie New Amsterdam, sostanzialmente un E.R. aggiornato ai tempi di Donald Trump e del politicamente corretto statunitense, con un dosaggio millimetrico di facce, situazioni e colpe che Cencelli a confronto era un dilettante. Poi però ci serviva qualcosa di meno [...]]]> di Dziga Cacace

Un regista oggi deve accettare l’idea che il suo lavoro potrà essere giudicato anche da qualcuno che magari non avrà mai visto un film di Murnau. (François Truffaut, 1975)

1920 – Succession di Jesse Armstrong, USA 2018
Ci siamo trastullati per un po’ con la serie New Amsterdam, sostanzialmente un E.R. aggiornato ai tempi di Donald Trump e del politicamente corretto statunitense, con un dosaggio millimetrico di facce, situazioni e colpe che Cencelli a confronto era un dilettante. Poi però ci serviva qualcosa di meno democristiano, un po’ più cattivello, ecco, e la scelta è caduta su questa serie premiatissima. E se in New Amsterdam sono tutti buoni, qui, in Succession, non si salva nessuno, ma proprio nessuno. Come da titolo, il problema della famiglia Roy è la successione al vecchio patriarca per prendere le redini della Waystar RoyCo, il più potente gruppo editoriale americano, che produce televisione, gestisce parchi di divertimento e crociere e in definitiva costruisce e gestisce consenso politico. I riferimenti alla famiglia Murdoch o a concentrazioni editoriali come quelle di Trump, Turner o Bezos sono lampanti e sfumati allo stesso tempo: assistiamo a una vicenda edipica dove i quattro figli del tycoon si scannano per ereditare il potere e per esercitarlo poi sui familiari, in un gioco al massacro senza esclusione di colpi. Il capitalismo ha molte facce, tutte orrende e variamente amalgamate a stupidità, egoismo, sociopatia, deviazioni e prepotenza e seguendo le vicissitudini della famiglia Roy abbiamo il catalogo più aggiornato di sempre. Un tempo una serie così avrebbe potuto produrla solo chi avesse voluto dimostrare l’inequivocabile vocazione al cannibalismo e all’autodistruzione del Capitale. In tempi di guerra fredda, se ci fosse stato il budget, avrebbe potuto essere la prima serie sovietica, altroché, prodotta proprio per farci vedere dove porti l’amore sfrenato per denaro e potere nella società occidentale. Ovviamente negli USA il successo è stato immenso: mentre la realtà sembra copiare la fantasia, la narrativa televisiva americana riesce pure a trarne un prodotto culturale dove sulla critica e sull’analisi politica prevale l’intrattenimento. Diventa tutto spettacolo, insomma. Però va ammesso: uno spettacolo eccezionale, che trascende la tragedia shakespeariana familiare in uno humour nero irresistibile in cui, volta per volta, ti trovi a fare il tifo per il meno peggio del cast. In questo caso Kendall Roy, il secondogenito ormai vicino a succedere al padre e a svecchiare il colosso multimediale. È un personaggio ambiguo, con un passato di dipendenze e una separazione dolorosa, ed è stretto tra obblighi e ambizioni in mezzo a una famiglia di squali stronzi. Suo padre (l’eccellente Brian Cox nel ruolo di Logan Roy: sembra Maradona fra 10 anni se non fosse morto nel frattempo) è una carogna fatta e finita ma, come Kendall, non è un coglione, anzi. Ma è un’intelligenza votata al Male e alla manipolazione di cui sono vittime, a tratti consapevoli in vista di un vantaggio, più spesso inconsapevoli, gli altri tre figli. Un inferno di famiglia, insomma. La serie è scritta con astuzia luciferina: qualche volta si fa più fatica nella reiterazione di tradimenti, alleanze e rappacificazioni ma i dialoghi strepitosi (in un mix ritmatissimo tra tecnicismi finanziari, eloquio Ivy League e volgarità da trivio) e le prestazioni attoriali magistrali vi trascineranno inesorabilmente. Nota di merito anche alla musica neobarocca di Nicholas Britell. Producono Will Ferrell e Adam McKay che ha girato la puntata pilota con stile nervoso, molto godibile. Siamo senza dubbio tra le migliori serie di sempre. Vediamo come cresce. (Sky, gennaio 2022)

1923 – America Latina dei Fratelli D’Innocenzo, Italia 2021
Non conosco il cinema dei fratelli D’Innocenzo, sono sempre rimasto lì lì per provare combattuto dall’accusa di estetizzazione del marginale, con situazioni al limite etc. Ma sto parlando, appunto, di qualcosa che non conosco e dei miei pregiudizi duri a morire, pregiudizi che poi scompaiono di fronte a un film ben fatto e riuscito. È il caso di ieri sera quando su insistente richiesta della secondogenita che si vuol dare un’istruzione ho rivisto dopo un quarto di secolo L’odio, film che all’epoca era stato (anche) accusato di lettura borghese di problemi lontani dal mondo del regista, un Kassovitz che aveva reso “bello” il mondo delle periferie. Beh, posso dire? Ma che stracazzo di capolavoro, L’odio. Fotografia, ritmo, dialoghi, attori, storia ed episodi. Tutto che funzionava alla perfezione. Gli si perdonava anche il doppiaggio che spesso e volentieri tradiva l’origine romana dei doppiatori (ammerda, ar culo, astronzo… nelle banlieue, io boh). Ed è con queste premesse che non c’entrano nulla – a ragion veduta – che ho affrontato America latina in sala. E l’ho trovato interessante, non so in fondo quanto riuscito, ma coraggioso e spiazzante. Tanto per cominciare non era estetizzante o fighetto come avevo letto. Cioè, la bravura della messa in scena non l’ho vista così esibita o compiaciuta. È linguaggio e mi sono anche rotto di film girati coi piedi o con pigrizia in nome del famigerato “messaggio”. Poi ho apprezzato la direzione di Elio Germano, bravissimo in un ruolo ambiguo: un dentista di provincia, affermato ma con una sua interiorità contorta e con una famiglia dove si sommano consueti casini dell’adolescenza, rapporti di coppia e l’essere adulti in un mondo che va veloce. Il punto di svolta si ha quando il protagonista trova una ragazza prigioniera nella propria cantina. Che si fa? Non ho granché capito il punto del film, cosa ci voglia dire effettivamente, se il centro della narrazione sia sentirsi un incel o cosa. O se sia pura messa in scena. Però, ecco: avercene di registi che sanno organizzare così il materiale narrativo e visivo, che non hanno paura di uscire dai percorsi ormai veramente antichi del cinema italiano. C’è un’estetica del disagio? Sì, ma stavolta mi pare ben inserita nel racconto, non fuorviante. Semmai contesto l’endemico problema dell’audio nei film italiani che io, boh, proprio non capisco. Ma forse è colpa della mia sordità. Comunque bel film, dài, non consolatorio e né pacificatore. (Cinema Ducale, Milano 22/1/22)

1924 – Ozark Season 4 Part I di Bill Dubuque e Mark Williams, USA 2022
A un certo punto ho realizzato perché, tra tanti altri motivi, c’è qualcosa che veramente mi irrita in Ozark e allo stesso tempo mi fa andare avanti inesorabilmente. La vicenda potreste non saperla: Marty Byrde è un insipido consulente finanziario di Chicago che da finto tonto fa da ragioniere anche per un cartello della droga messicano. Nella prima puntata della serie è costretto a scappare con la famiglia (la moglie fedifraga Wendy e gli adolescenti Jonah e Charlotte) e rifugiarsi nei monti Ozark, in Missouri, in mezzo a dei burini, dove si rifà una vita rimettendo subito in piedi un meccanismo per lavare il denaro sporco. Ma alla sopravvivenza subentra anche l’ambizione, la sete di potere, l’affermazione personale, mascherando tutto sempre ipocritamente come passo ulteriore per salvarsi la vita. Già visto ma non male. Una sorta di rivisitazione di Breaking Bad con temi e ambientazioni diverse. E la gente per bene di Chicago si innesta sul marcio di Ozark, trascinando anche chi viveva inconsapevole una sua vita tranquilla. Ecco, mi son reso conto quasi subito che io non faccio il tifo per i protagonisti principali. Li detesto. Sono falsi, ipocriti, arrivisti. E altrettanto naturalmente mi son reso conto che il vero motivo per cui vado avanti è una delle loro vittime, una redneck che – anche lei per sopravvivenza – deve stare al gioco, ma mostrando qualità umane e professionali molto più ammirevoli. Nella serie lei è Ruth Langmore ed è interpretata dalla straordinaria Julia Garner, attrice di una bravura inarrivabile, semplicemente pazzesca. Io tengo per lei, ecco. La serie è ormai arrivata alla quarta stagione e prosegue con un proliferare di linee narrative che rendono tutto molto difficoltoso. Inoltre sono tutti contro tutti, anche all’interno della famiglia Byrde, con repentini cambi di fronte, tradendo la rispettiva fiducia. Il capofamiglia Marty è il consueto cucciolone, all’apparenza innocente, e invece ipocrita e calcolatore, sempre imperturbabile sia che venga picchiato (mai abbastanza) sia che prenda decisioni drammatiche che portano a conseguenze mortali, tutto con una flemma irritante e poco credibile. La moglie Wendy, viceversa, è una decisionista, ansiosa di potere, stronza come poche. L’abbraccio mortale con la famiglia di narcotrafficanti Navarro è sempre più soffocante e si va avanti con colpi di scena e colpi bassi e non si può negare che ci sia il divertimento (quando non si eccede con le durate: si è sempre intorno all’ora di racconto e proprio non ne vale la pena). Ma c’è anche la sensazione di un gelato Tutti frutti a cui si aggiungono senza criterio caramello, granella, pistacchi, panna montata, zucchero a velo, dressing di mirtilli e scaglie di cioccolata. Non c’è continenza, insomma, né una morale se non farti vedere quanto siamo corrotti noi americani e quanto godiamo a raccontarcelo. Gli archi narrativi sono sballati e i colpi di scena sono shock improvvisi e imprevedibili perché non verosimili. Però, e ritorno da dove son partito, c’è Julia Garner. E io tengo per lei e spero che, nell’ultima parte della serie in arrivo, li ammazzi tutti, dal primo all’ultimo. TUTTI. (Netflix, febbraio 2022)

1925 – Crash Landing on You di Lee Jeong-hyo, Corea del Sud 2019
Il classico dubbio che assale chi scandaglia l’enorme catalogo di Netflix: leninisticamente che fare? E allora io mi scoppio una serie sudcoreana, ecco cosa, che matto! Dunque: una giovane imprenditrice sudcoreana che ha voltato le spalle al padre e ora ereditiera di un impero economico viene travolta da un tornado mentre prova un nuovo parapendio e, per beffarda capacità sceneggiatoria e meteorologica, finisce in Corea del Nord, appesa a un albero da cui cade tra le braccia di un ufficiale rigoroso ma ovviamente sensibile al fascino della tizia. Basta uno sguardo e capisci già come finirà, con la consueta lotta tra dovere, libertà e amore. Beh, abbastanza farsesco, con toni da commedia molto infantili. Però interessante nella rappresentazione della Corea del Nord (militari ottusi e contadinotti simpatici) e come prodotto di largo consumo che in Corea del Sud ha conosciuto un successo clamoroso. Poi: faccio il mattocchio, va bene, ma di questo Crash Landing on You ne vedo solo qualche puntata e infine desisto perché il livello è proprio basso. Ma non nascondo che nella puntata pilota mi sono divertito: anche i coreani hanno i loro Don Matteo, che credete, eh. (Netflix, 29/1/22)

1926 – Landscapers di Ed Sinclair, Gran Bretagna/USA 2021
David Thewlis e Olivia Colman interpretano una coppia omicida di disadattati inglesi non granché intelligenti, una sorta di Rosa e Olindo britannici: hanno fatto secchi i genitori di lei e poi hanno vissuto incredibilmente senza destare sospetti per dieci anni finché – scappati in Francia – non hanno esaurito tutti i soldi. Non avendo ulteriori vie di fuga, tornano in patria e si lasciano arrestare, convinti di farla franca: si proclamano innocenti con un ingenuo piano di difesa che crollerà prestissimo. Interessante la regia, straniante, con la realtà che si mescola al racconto, usando il set della serie come nuovo piano narrativo o, come nello splendido ultimo episodio, ambientando tutto su un piano fantastico (in questo caso western), a ulteriore riprova del distacco dalla realtà dei due protagonisti. Produzione eccellente, attori bravissimi, dura circa 3 ore ed è spezzato in 4 parti, con sapori differenti e senza particolari cliffhanger. (Sky, febbraio 2022)

1927 – After Life Season 3 di Ricky Gervais, Gran Bretagna 2022
La seconda serie di After Life mi era già sembrata di troppo, quasi che sporcasse l’esito notevolissimo della prima e adesso ho tantissimi dubbi su questa ennesima riproposizione. Tony (Ricky Gervais) sta ancora elaborando con il suo cinismo disincantato il lutto per la scomparsa della moglie e non ha più nulla da chiedere alla vita, tanto per cambiare. Ha tutto il sapore di un déjà vu, senza veramente alcun avanzamento, come se il tempo si fosse congelato, con tutte le intuizioni fantastiche della prima serie ripetute per la terza volta. Certo, c’è sempre il piacere per la battuta feroce e per la programmatica sgradevolezza, per gli imbarazzi, per la scorrettezza politica pure un po’ prevedibile ma liberatoria. La seconda serie terminava con l’infermiera – che seguiva il padre di Tony – che si accontentava di avere con lui una relazione aperta: una continua ripartenza ogni volta. E la sensazione è che sia successo anche alla terza serie di avere adottato questa modalità: lo stralunato mondo del paesino di Tambury va avanti e Tony, nella sua casa da riccone continua a non venire a capo del suo immenso dolore. That’s it. O perlomeno, c’è un’accettazione più serena della vita per impercettibili tocchi e avanzamenti, ma è tutto molto impalpabile e si arriva a un finale melassoso dove la cosa paradossale è che non è Tony a imparare delle lezioni (se non quella molto prevedibile da parte di un bimbo leucemico) ma semmai è lui a impartirle e a risolvere i guai degli amici. Una glassa di buoni sentimenti che stona con quanto abbiamo visto finora. Non che volessi l’irriducibile cinismo a tutti i costi ma che ci fosse una mediazione sì. Poi, a Gervais vuoi bene, è tutto di buon livello (ma meno del solito) e perdoni anche i momenti che girano a vuoto (e ce ne sono diversi, dove attendi la chiusa finale, una battuta, un punto. E non c’è). Però non lo trovo un finale all’altezza di cosa lo ha preceduto. Peccato. (Netflix, febbraio 2022)

1928 – Il potere del cane di Jane Campion, Gran Bretagna/ Australia/ Nuova Zelanda/ Canada 2021
Ubriacato da troppe serie azzardo il grande passo col film Netflix da festival, già vincitore del Leone d’Argento a Venezia 2021 e firmato da quella Jane Campion che in passato mi ha regalato film intensi ma anche qualche vaccata. Il potere del cane è immediatamente un film insinuante, intrigante, velato di sensualità e con un passo autoriale molto meditato e lontanissimo dalle abitudini indotte dal consumo televisivo col diktat pavloviano del colpo di scena continuo. No, qui c’è una calma quasi olimpica, accompagnata dalla fotografia dei maestosi paesaggi neozelandesi non ancora antropizzati che recitano da dio. La vicenda è ambientata nel Montana del 1925, praticamente ancora il Far West: tra due fratelli rancheros scoppia la rivalità quando il posato amministratore George si innamora della vedova Rose, scatenando la gelosia del machissimo cowboy Phil. Apparentemente il problema sono i soldi ma anche l’omosessualità considerata una devianza da beffeggiare o il ruolo della donna in una società rurale ancora arcaica. Bravissimi gli attori, su tutti lo spigoloso Benedict Cumberbatch (Phil), un viso espressionista che sembra dipinto da Francis Bacon, e Kirsten Dunst, che non ha più il facciotto da orsetto che mi perseguita dai tempi in cui interpretava la bambina malefica di Intervista col vampiro. Qui, nella stanchezza della maturità, dà un’interpretazione sofferta e convincente. Che dire, alla fine? Beh, bello sapere che si faccia ancora del cinema così, dove le aspirazioni si accompagnano alle capacità e la regia non cerchi shock a buon mercato ma sappia lavorare sulle nuance. (Due settimane dopo Il potere del cane ha vinto il premio Oscar come miglior regia. Bene). (Netflix, 14/2/22)

1929 – I predatori di Pietro Castellitto, Italia 2020
Pietro Castellitto, attore (Speravo de morì prima, Freaks Out) cresciuto nel Vietnam di Roma Nord (cit.) e figlio di una coppia sicuramente ingombrante (Sergio Castellitto e Margaret Mazzantini) esordisce alla regia, neanche trentenne, con questo interessante I predatori che ha fatto strage di allori negli sfiatati premi nostrani. Giungle indocinesi a parte, Castellitto Jr. dimostra stoffa, coraggio, anche noncuranza di certe buone maniere italiane che tutto edulcorano, tutto sbiancano e sanificano. Il film è curioso, con alcune cadute e ingenuità (da irruenza, da ignoranza, da giovane età) ma anche tanta vitalità e un finale che rischiara a posteriori quanto visto, con una pietas che rende più sincero l’indeterminato ribellismo che permea tutta la pellicola. La trama è un astuto intrico che mette a confronto due mondi lontanissimi: la famiglia di un medico con moglie regista radical chic e figlio nietzschiano esagitato e quella di un fascistone amante delle armi e con diversi agganci con la microcriminalità. La descrizione di questa seconda famiglia è coraggiosa, non scontata. Più banale e piagata da qualche cliché quella della famiglia borghese cinica, con arie intellettuali ma lercia dentro. Bravissimo attore Giorgio Montanini, tanto quanto l’ho sempre trovato irrisolto come comedian, e in generale ben diretto il cast, cosa non da poco per un esordiente. Interessante anche la fotografia. Decisamente discutibile – ma sembra veramente qualcosa di insormontabile, in Italia – la cattura dell’audio, tanto più che la parlata dei protagonisti è spesso difficoltosa. A conti fatti comunque ne viene fuori un’opera prima interessante, non consolatoria né compiaciuta, e che sa uscire dai confini augusti della cinematografia nazionale. Non male. (Amazon, 15/2/22)

1931 – Ennio di Giuseppe Tornatore, Italia/ Belgio/ Cina/ Giappone 2021
Un documentario commovente. Montato benissimo e previsto da dio da Tornatore, è un caleidoscopio di dichiarazioni, testimonianze, brani di film, canzoni e spettacoli. Verso l’ora e mezza sembra che ci sia una flessione e invece si va avanti così, con te che ti aspetti che prima o poi la fatica abbia la meglio su di te spettatore e sulla narrazione, e invece no: il documentario continua a rinvigorirsi e chiude benissimo. Morricone, compositore eccelso, allievo di accademici che lo hanno messo in soggezione per una vita, arriva a far pace col suo mestiere e coi suoi risultati incredibili. E tu piangi con lui. E sei cullato da questa musica straordinaria e dall’abbinamento con scene che è un piacere immenso rivedere sul grande schermo. Molto molto bello. (Cinema Anteo CityLife, 27/2/22)

1933 – Marx può aspettare di Marco Bellocchio, Italia 2021
Bellocchio racconta la sua famiglia scegliendo (e sciogliendo) il nodo del suicidio del suo fratello gemello Camillo. Sette fratelli e sorelle, con un padre autoritario e una madre religiosissima; un primogenito, Paolo, autistico e schizofrenico; una sorella oggi novantenne e sordomuta; e poi gli altri, tutti di vario e importante successo, a partire dall’intellettuale Piergiorgio, fondatore dei Quaderni piacentini. Camillo rimane così l’unico senza una strada, una vocazione, ma anche meno debole di altri tanto da non richiedere un’attenzione particolare. Attraverso il ricordo della sua storia vengono fuori i caratteri dei fratelli, legati anche dai tanti momenti cinematografici di Marco che ha sempre attinto dal vissuto più intimo l’ispirazione per la sua cinematografia. Bellocchio ha una voce stentorea, è dritto come un bacco, non cerca scappatoie, è spietato nella sua indagine familiare come lo era nei suoi film e non si risparmia imbarazzi o reticenze, rischiando anche di sembrare – più che intellettualmente onesto – proprio cinico, freddo, distaccato, insomma uno stronzo. Ma invece è una lezione di onestà rara. Il film commuove e ci racconta un’Italia completamente diversa, che si stava facendo, divisa tra “Cristo e Stalìn” (cit.), dove si lottava e si pagava, anche la propria inadeguatezza. Bello. (Amazon, 2/3/22)

1934 – Once Upon a Time in America di Sergio Leone, Italia/ USA 1984
Questo l’ho visto la prima volta quando ero un ragazzo che si faceva invadere dai film, senza pensarci troppo. E m’era piaciuto. Poi l’ho rivisto verso i 30 anni quando invece cercavo risposte, intellettualizzando tutto (o provando a intellettualizzare tutto) e stando più attento ai presunti difetti che ai pregi di ogni opera. Che stupido. Oggi, a 50 anni passati, vedo finalmente C’era una volta in America nella versione integrale di oltre 4 ore, con la giusta distanza, con l’emozione per quel cinema italoamericano superlativo che vedeva registi e maestranze in comune, con l’Italia che poteva e sapeva ricostruire l’America a Cinecittà, con la voglia di racconti fluviali che si interrogavano sul passare del tempo e sulla persistenza della memoria. Qui è un continuo traguardare porte e vetri, fissarsi sui riflessi illusori degli specchi o intravedere attraverso fessure, buchi e crepe, anche dell’anima. Orologi, ticchettii, telefonate senza risposte, rumori ossessivi che dilatano il tempo e chiavi che aprono porte, valigie e segreti. Com’è possibile che un film su un uomo come Noodles ci piaccia così tanto, con un protagonista enigmatico, senza scrupoli, assassino, traditore e pure violentatore? Perché lo sceglie Leone? E se non è questo gangster, cos’è allora che ci fa amare il film: il riconoscere i nostri peccati di fronte allo scorrere inesorabile del tempo? I rimpianti? Le occasioni perdute? Noodles (Robert De Niro) è un uomo mai cresciuto e che forse non ha neanche vissuto, visto che l’amico Max (James Woods) confessa di avere fatto lui la sua vita: ha avuto i suoi soldi, il suo amore – Deborah -, il suo dolore, credendolo morto. Noodles va in carcere ancora adolescente e perde la giovinezza ma ai nostri occhi non ha neanche una maturità, non sapendo cosa abbia fatto nei 30 anni in cui è andato a dormire presto. In questa versione integrale il fatto che dopo l’assalto a Deborah Noodles vada subito con un’altra donna, la futura compagna Eve, mi fa supporre che quella in macchina fosse una tentata violenza, non riuscita. Non che cambi molto ma forse è un modo per rendere meno odiosi i suoi crimini. Io, all’ennesima visione, sono rimasto abbacinato dalla bellezza della messa in scena, dalla grandiosità di tutto, ma tant’è ho sempre dei dubbi sui personaggi, sull’indeterminatezza di Noodles e sul cambiamento di Max che mi pare ancora molto repentino. Se però oggi ho apprezzato il film come merita è anche grazie al magnifico libro di Piero Negri Scaglione Cosa hai fatto in tutto questo tempo, lettura che racconta l’iter produttivo e creativo di questo capolavoro. E si comprendono così, del film, presenze e assenze, illusioni, travisamenti: è tutto un inganno, il tempo che passa, le amicizie, i patti, la giustizia, l’amore. Forse anche il film stesso è un sogno a cui vogliamo credere. Molto molto bello e malinconico, come un sigillo su un mondo che stava finendo senza che ce ne rendessimo conto. (Dvd, 5/3/22)

1935 – The Cold Blue di Erik Nelson, USA 2018
Le immagini girate da William Wyler durante il secondo conflitto mondiale tornano a nuova vita attraverso le testimonianze di 9 reduci dell’Ottava Air Force americana. Gente tra i 19 e 25 anni che, dal 1943 al 1945, volò sulla Germania nazista. Delle 13000 fortezze volanti B17 in missione 5000 furono abbattute, al costo di circa 28000 soldati morti. I danni alla Germania furono decisivi: dopo attacchi mirati a porti, strade, raffinerie e industrie cominciarono i bombardamenti a tappeto, con centinaia di migliaia di vittime tra i civili. Numeri allucinanti che ho voluto riportare in cifre. E immagini invece bellissime, di cieli azzurri e di giovani sorridenti davanti all’obiettivo. E terrorizzati in missione. Su aerei che tornavano a terra distrutti, coi motori fuori uso e le lamiere bucherellate: velivoli senza pressurizzazione con temperature interne insostenibili, nonostante l’illusorio bel tempo, dai 20 ai 40 gradi sotto zero. I quasi centenari superstiti raccontano la loro vita inconsapevole, la paura, le superstizioni, le amicizie e la permanenza per anni in Gran Bretagna (2 milioni di soldati!). Un film terribile, non retorico e prezioso, musicato tra l’altro da Richard Thompson con una partitura composta e non invadente. Sono passati 75 anni da allora e non s’è ancora imparato nulla. (HBO, 5/3/22)

(Continua – 82)

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Oppure binge reading qui, su Carmilla.

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“Sistema americano”, fascismo e guerra civile https://www.carmillaonline.com/2020/10/21/sistema-america-populismo-e-neo-fascismo/ Wed, 21 Oct 2020 21:00:18 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=63147 di Sandro Moiso

Andrew Spannaus, L’America post-globale. Trump, il coronavirus e il futuro, con una Prefazione di Giulio Sapelli, Mimesis, Milano-Udine 2020, pp. 190, 15,00 euro

“Per troppo tempo il nostro governo ha abbandonato il Sistema americano” (Donald Trump, 20 marzo 2017)

Andrew Spannaus, giornalista e saggista statunitense che da diversi anni vive in Italia, si è già distinto in passato per un’attenta e precisa disamina anticipata dei motivi che avrebbero portato Trump alla vittoria nella corsa alle presidenziali del 2016 (qui) e delle ragioni del diffondersi del neo-populismo tra gli [...]]]> di Sandro Moiso

Andrew Spannaus, L’America post-globale. Trump, il coronavirus e il futuro, con una Prefazione di Giulio Sapelli, Mimesis, Milano-Udine 2020, pp. 190, 15,00 euro

“Per troppo tempo il nostro governo ha abbandonato il Sistema americano” (Donald Trump, 20 marzo 2017)

Andrew Spannaus, giornalista e saggista statunitense che da diversi anni vive in Italia, si è già distinto in passato per un’attenta e precisa disamina anticipata dei motivi che avrebbero portato Trump alla vittoria nella corsa alle presidenziali del 2016 (qui) e delle ragioni del diffondersi del neo-populismo tra gli elettori in Occidente (qui). Ancora una volta, nel testo appena pubblicato da Mimesis nella collana «Il caffè dei filosofi», le sue considerazioni e i dati che egli porta a loro sostegno si rivelano sicuramente interessanti, anche se non sempre pienamente condivisibili da parte di tutti i lettori.

Quello che è certo è che, nell’attuale turbillon mediatico riguardante le elezioni presidenziali americane di quest’anno e le conseguenze socio-economiche della pandemia da Coronavirus, il libro del giornalista americano si pone tra i più utili. Almeno per stimolare un dibattito troppo spesso asfittico, scontato e accecato dalle ideologie e dal politically correct. Un dibattito che, per essere considerato tale, dovrebbe avvertire la presenza di più voci e non soltanto quella della vulgata dominante ovvero delle Sinistre liberal e delle Destre più scontate.

Tre sono i punti principali che il saggio tocca: il primo è quello dello scontro istituzionale (più o meno velato) che si è svolto tra Donald Trump e il deep state rappresentato dalle agenzia per la sicurezza e i funzionari dell’amministrazione fin dagli esordi della sua presidenza. Tema cui si ricollega direttamente il suo tentativo, scarsamente riuscito, di modificare alcune delle linee guida seguite dai governi precedenti in tema di politica estera.

Il secondo è quello della ricomposizione sociale e dell’impoverimento delle classi medie americane causato dai processi di globalizzazione e di outsourcing produttivo e il contemporaneo insorgere, o risorgere, delle idee populiste e nazionaliste; mentre il terzo, come annuncia lo stesso titolo, è quello delle conseguenze che l’epidemia da Covid-19 ha avuto e potrà avere su tutto ciò. Comprese le rivolte di strada avvenute in quasi tutte le città americane a partire dall’assassinio, da parte degli agenti di polizia di Minneapolis, di George Floyd. A proposito delle quali l’autore non può fare a meno di notare che

La prima constatazione fondamentale in merito alle proteste è la loro ampiezza, a livello sia geografico che culturale: oltre la metà dei manifestanti erano bianchi, e si sono tenute manifestazioni in tutto il paese, anche in cittadine piccole di stati rurali con popolazione quasi interamente bianca come il Nebraska e il Wyoming. Si è trattato di un salto di qualità rispetto alle proteste del passato, che riflette un senso diffuso di ingiustizia nei confronti dei neri: tra agosto 2017 e giugno 2020 il numero di americani che avevano un’opinione positiva del movimento Black Lives Matter è aumentato dal 42 al 72%, con un cambiamento significativo in ogni segmento della popolazione1.

Il primo tema si rivela essere uno dei più significativi del testo, poiché contribuisce a spostare l’attenzione, ormai canonica, da ciò che l’azione di Trump starebbe comportando in termini di sviluppo della estrema destra americana e di una possibile guerra civile a come si sono mossi, fin da prima della sua elezione, gli apparati profondi dello Stato, ovvero le agenzia di intelligence, nei suoi confronti. In questo senso lo sguardo si sposta dalla realtà del Russiagate, ovvero l’accusa sostanzialmente di tradimento condotta nei confronti del presidente statunitense per aver usato l’aiuto della Russia di Putin per la propria vittoria elettorale contraccambiandone i favori, alle infondate ricostruzioni che, in particolare dal Federal Bureau of Investigation, di questo presunto reato sarebbero state fatte.

Ci rammenta infatti l’autore che il fardello di accuse, su cui si sarebbe dovuto basare anche il procedimento di impeachment del Presidente, si è rivelato alla fine indimostrabile. Anche se inizialmente

presa come verità assoluta e promossa vigorosamente da parte dei media più importanti del paese come il “Washington Post”, il “New York Times”, e l’emittente televisiva CNN, secondo cui la Russia di Vladimir Putin sarebbe intervenuta nelle elezioni presidenziali del 2016 con l’obiettivo di aiutare Donald Trump a sconfiggere Hillary Clinton. Sulla base di valutazioni d’intelligence, una lunga indagine condotta dal procuratore speciale Robert Mueller dal 2017 al 2019, e numerose inchieste giornalistiche, si sarebbe arrivato a stabilire senza ombra di dubbio questo teorema. Le implicazioni sono state importanti, e pesanti: ancora prima che Trump diventasse presidente, in molti volevano tarpargli le ali. Inoltre, ogni mossa politica di Trump è stata analizzata attraverso la lente del suo presunto legame e affinità con la Russia, dipingendolo come un traditore che non faceva gli interessi americani, ma quelli del suo amico dittatore Vladimir Putin. C’è un solo problema con questa versione dei fatti: non c’è alcu­na prova che sia vera. Per chi non ha studiato i dettagli, questa potrà sembrare un’affermazione sorprendente, di parte, o forse addirittura complottistica, contro le evidenze. Ma è vero il contrario, dichiarare che il governo russo sia responsabile dell’operazione di pirateria informatica contro il partito democratico, oppure che abbia volu­to influenzare il voto americano attraverso le operazioni sui social network, o anche che i consiglieri Trump abbiano cercato l’aiuto dei russi, non è dimostrato dai fatti, come vedremo.

Un esempio basterà per iniziare, prima di esaminare alcuni dei punti più sorprendenti di manipolazione delle informazioni e di scorrettezze compiute da rappresentanti delle istituzioni americane: il giorno 1° luglio del 2019, il giudice federale Dabney Friedrich emise un’ordinanza nel processo tra il governo degli Stati Uniti e la Concord Management and Consulting, società accusata di aver finanziato le operazioni della Internet Research Agency (IRA) per sostenere la campagna elettorale di Donald Trump. La IRA è quella “fabbrica dei troll” di San Pietroburgo che secondo i resoconti di stampa avrebbe speso milioni di dollari per impiegare centinaia di operatori per diffondere notizie false e “appoggiare la candidatura a presidente di Donald Trump”. Dopo l’atto d’accusa emesso dal Dipartimento di Giustizia Usa, a sorpresa gli avvocati della Concord si presentarono a Washington per difendersi, chiedendo di visionare le prove. Mueller e la sua squadra negarono, però, trincerandosi dietro motivi di sicurezza nazionale.
Dunque nel luglio 2019 il giudice prende una decisione clamorosa: concorda con l’imputato che non è corretto dire che il Cremlino fosse dietro la campagna sui social, in quanto non è stata presentata alcuna prova in quella direzione! Ammonisce il procuratore speciale Mueller, dicendo che fare affermazioni di questo tipo lede i diritti dell’imputato, precludendo la possibilità di un processo equo. Con questa ordinanza, un giudice federale americano sembra smontare buona parte dell’impalcatura del Russiagate: non ci sono prove di interferenze nella campagna elettorale da parte del governo russo. Ma il procuratore dice che le prove sono state trattenute per motivi di sicurezza nazionale. Insomma, le prove ci sono ma non si possono dare, perché si dovrebbero svelare dettagli in merito alle fonti e ai metodi utilizzati dal governo USA. Alla fine, il 16 marzo 2020 il Dipartimento di Giustizia decide di ritirare le accuse contro Concord, valutando che non vale la pena rivelare i segreti e agire contro una società che comunque non può essere punita essendo in Russia.

Cosa significa tutto questo? Che la IRA non interviene sui social network? Lo farà, ed è possibilissimo che cerchi di influenzare l’opinione pubblica americana. Ma si sono costruiti innumerevoli articoli e analisi sulla base di un assunto senza alcuna prova, l’assunto centrale per tutte le indagini del Russiagate. Non solo l’informazione, ma la politica di intere nazioni si basa su una versione dei fatti che è senza fatti. E non è certamente l’unico caso, come vedremo. A questo punto, senza avere alcuna simpatia particolare per Vladimir Putin o gli hacker, va detto che l’onere della prova non è stato assolto; la conclusione non è che dobbiamo essere tutti amici della Russia, ma occorre chiedersi a quale scopo le istituzioni d’intelligence americane sono intervenute in modo così prepotente, e se il loro obiettivo non andasse ben oltre la semplice scoperta della verità2.

Questa lunga citazione serve per comprendere come un clima da scontro interno, tra due diversi intendimenti della ragion di Stato e delle sue prerogative si sia sviluppato da subito, immediatamente dopo un’elezione presidenziale che nel novembre del 2016 «scioccò l’America, e il mondo. Fu una vittoria strettissima, con un voto popolare di minoranza, conquistata principalmente grazie al margine di appena 77 mila voti totali tra tre stati chiave: Michigan, Wisconsin e Pennsylvania, parte della cosiddetta “Rust Belt” (la cintura arrugginita), cioè gli stati altamente industrializzati che negli ultimi decenni hanno perso tanti posti di lavoro nelle manifatture»3.

Nonostante il fallimento delle accuse per il Russiagate, le stesse e le ragioni che le accompagnavano hanno finito così col plasmare un dibattito pubblico che ha finito troppo spesso col ridursi al pro o contro Trump.

Un esempio particolarmente ironico di questo fenomeno è avvenuto nelle varie manifestazioni contro il presidente già a partire dal giorno della sua inaugurazione: ha fatto specie vedere dimostranti femministe, e comunque rappresentanti di un mondo antagonista di sinistra, alla Marcia delle donne, portare cartelli con dichiarazioni come “Credo nell’intelligence”. Da quando la gente scende in strada per appoggiare l’FBI e la CIA, agenzie da decenni oggetto di scetticismo tra la popolazione in generale, ma anche sospettati di complotti e operazioni nefaste tra chi contesta le istituzioni? Non è lontano il 2003, quando le agenzie d’intelligence svolsero un ruolo fondamentale nella manipolazione delle informazioni per giustifi­care la guerra in Iraq; per non parlare dei siti ‘neri’ e della tortura negli anni successivi, e anche della sorveglianza della popolazione americana nel nome del contrasto alla guerra al Terrorismo. Nel 2016, però, molte persone che si erano giustamente indignate per questi abusi decisero che quando si trattava di combattere Donald Trump, tutto era lecito, anche se significava appoggiare la CIA4.

Sono proprio queste osservazioni di Spannaus a suggerire che occorre ragionare sulle cause profonde, non solo sociali, dell’attuale discussione sulla possibilità di una guerra civile negli Stati Uniti. C’è infatti da chiedersi chi stia spingendo di più su quel pedale: Trump con le sue parole provocatorie e i suoi appelli al “tenersi pronti” rivolti alle milizie che lo sostengono e ai suprematisti bianchi o il seme della rivolta ormai diffusosi ovunque oppure, ancora, un deep state rappresentante di ipotesi politiche e finanziarie che non hanno mai gradito l’ascesa del “rozzo e populista” Trump al potere? Non si tratta di fare del complottismo, ma piuttosto di imparare a vagliare con estrema attenzione la narrazione mainstream “democratica” che ad ogni piè sospinto viene fatta qui in Italia dai media e dalla sinistra istituzionale e non, prigioniere, soprattutto la seconda, di una visione di una lettura troppo semplificata della realtà politica e sociale americana (e non solo). Tenendo conto che lo scontro interno tra le maggiori istituzioni, di cui si parlava prima, non è certo tra Democrazia e Fascismo, ma tra interessi finanziari globalizzati e una gestione politica ed economica “nazionalista” che vorrebbe riportare a casa una parte degli investimenti produttivi fatti all’estero.

Certo, come era prevedibile fin dall’inizio, Trump ha mantenuto poco o nulla della sua promessa elettorale, sia sul piano della politica estera (come ben spiega il testo di Spannaus) che su quella della politica economica rivolta a dare respiro a una working class bianca fortemente provata dalla globalizzazione e ad una lower middle class che ha visto erodere i suoi margini di risparmio e benessere nel corso degli ultimi decenni. Entrambe ormai costrette a fare i conti con una severa ri-proletarizzazione che spinge i suoi rappresentanti a frequentare lavori e sussidi un tempo principalmente riservati agli afro-americani, ai latinos e alle altre minoranza etniche. E qui è d’uopo riportare ancora una sintetica annotazione del giornalista americano:

Come aveva capito Martin Luther King Jr., già negli anni Sessanta, senza battersi per la giustizia economica e contro le disuguaglianze in generale, non è possibile ottenere appieno i diritti civili.
È su questo tema che si vede una interessante confluenza tra la battaglia per la giustizia razziale e quella economica. Le proteste per la morte di George Floyd sono avvenute in un momento già difficile per il paese, quando una grossa fetta della popolazione soffriva degli effetti di un’economia sbilanciata, facendo intravedere la possibilità di un ampio movimento contro la manifestazione dell’ingiustizia in più forme5.

Sul piano della politica estera Trump ha raggiunto, e solo parzialmente, due obiettivi: sganciarsi dalla politica di Obama in Medio Oriente, da un lato, raggiungendo un accordo tra Israele e stati del golfo che non potrà portare che altra tensione nell’area e una politica più aggressiva nei confronti della Cina e del suo commercio. Questa seconda, occorre dirlo, pienamente condivisa da Biden e dal Partito Democratico (oltre che da quello repubblicano).

Tutte politiche, ad esempio anche quella nei confronti della Corea del Nord, giocate sul filo del rasoio, tra minacce e trattative che in alcuni casi potrebbero facilmente sfuggire di mano e dare inizio ad autentici conflitti. Oppure a compromettere i rapporti interni alla stessa Alleanza Atlantica, con la conseguente moltiplicazione di situazioni di crisi. Pensare però, anche in questo caso, che il rimescolamento, anche parziale, delle carte sul piano internazionale sia soltanto frutto dell’ingegno o della stoltezza del Presidente dal ciuffo tinto potrebbe però rivelarsi fuorviante, impedendo di cogliere in questo alternarsi di tentennamenti e fughe in avanti, la crisi di una super potenza che deve decidere il proprio riposizionamento internazionale in un momento di crisi della globalizzazione e del suo ruolo egemonico all’interno di quest’ultima.

Sul piano economico interno, è stato chiaro fin dagli inizi, la presidenza Trump ha puntato su una politica di tipo mercantilistico basata sul mantenimento e la difesa della produzione nazionale (Buy American!) attraverso il protezionismo doganale e la rinegoziazione degli accordi commerciali internazionali, non solo con la Cina, ma anche con gli (ex?) alleati europei. Politica che fino ad ora non ha migliorato molto le condizioni di lavoro e salariali degli operai dell’industria e nemmeno ne ha causato un significativo aumento in termini occupazionali.

La crescita occupazionale, esattamente come durante la presidenza Obama, si è basata sulla diffusione di impieghi e lavoretti non garantiti, soprattutto nel settore dei servizi al consumo e nella distribuzione6, mal pagati, non garantiti e, soprattutto, con orari settimanali inferiori alle 29 ore. La questione dell’orario “ridotto” non è secondaria poiché nel sistema americano soltanto a partire da o al di sopra delle 30 ore i datori di lavoro devono fornire ai dipendenti un minimo di assicurazione sanitaria. Le belle parole di Trump sul Make America Great Again, rivolte soprattutto ad un elettorato bianco legato al lavoro produttivo, in realtà, sono soltanto servite a coinvolgere i lavoratori nelle politiche economiche nazionali senza garantire loro alcuna garanzia o miglioramento, come la pandemia e la crisi che ne è conseguita hanno chiaramente dimostrato.

Spannaus, con abbondanza di dati ed argomentazioni, parla di tutto ciò, ma sembra voler tracciare, con troppa convinzione ideologica, una netta linea di demarcazione tra il “Sistema americano”, così come si è delineato nelle politiche protezionistiche e di intervento statale che hanno caratterizzato la storia economica degli Stati Uniti dall’Ottocento al XX secolo, dal Ministero del Tesoro retto da A. Hamilton fino alla presidenza di F.D. Roosvelt , e il fascismo. Nel negare questa definizione per il personaggio Trump, il giornalista, che cerca di ridurre il fascismo ad una politica sostanzialmente autoritaria e razzista, dimentica infatti che la prima caratteristica del fascismo, che occorre sempre ricordare scaturì dal socialismo partecipativo della Seconda Internazionale, è quella di convincere oppure costringere i lavoratori alla condivisione degli interessi dell’economia e della produzione nazionale, alleandosi con le imprese e con lo Stato (concertazione, Carta del Lavoro o New Deal che sia). Finendo col sottomettersi completamente agli stessi. Certo il Fascismo usa anche il razzismo, l’autoritarismo e la violenza, tutti e tre strumenti pratici ed ideologici più antichi, che raggiungono però il pieno del loro vigore e della loro pericolosità in un contesto in cui una parte significativa dei lavoratori, schiavizzati dal capitale, ne interiorizzi individualmente e ne sussuma completamente, in quanto classe, gli interessi e le prospettive.

Ma Spannaus appare troppo affascinato dalle virtù terapeutiche dell’intervento economico dello Stato, soprattutto per quanto riguarda la monetizzazione del debito e l’occupazione, per comprendere o, almeno, per ricordare ciò. Anche se, occorre dirlo, nella sua analisi storica del Sistema americano la sintetica ricostruzione della storia del Partito Repubblicano e della sua componente radicale ottocentesca (quella di Lincoln per intenderci) serve sicuramente ad aprire gli occhi dei lettori anche sulle origini e la storia del Partito Democratico. Un tempo rappresentante degli interessi delle élite degli stati del Sud e oggi di una parte significativa di quelle attuali.

Una delle lezioni da trarre, da un libro di cui si consiglia comunque la lettura, potrebbe infine essere la seguente: una guerra civile val la pena di essere combattuta solo per gli interessi di classe e per un reale avanzamento di tutta la società e per questo sia Black Lives Matter e Antifa che le varie organizzazioni dal basso degli afro-americani e dei lavoratori bianchi e latinos impoveriti, dovranno ben valutare le spinte in quella direzione, su cui soffiano sia Trump che i suoi avversari istituzionali, entrambi grandi produttori e manipolatori di fake news. Pena il vedere stritolate in un autentico wargame di interessi contrapposti e lontani le spinte insurrezionali causate dalla crisi e dalle conseguenze della pandemia, oltre che dalle violenze razziste della polizia. Un gioco pericoloso in cui, chiunque sia il vincitore, a trionfare potrebbero essere ancora una volta soltanto gli interessi del capitale, dei suoi detentori e dei suoi grigi funzionari.


  1. A. Spannaus, L’America post-globale, pp. 150-151  

  2. A. Spannaus, op. cit., pp. 30 – 32  

  3. op. cit. p. 27  

  4. op. cit. pp. 32-33  

  5. op.cit. p. 153  

  6. «Il più grande datore di lavoro negli Stati Uniti è Walmart, con circa 1,5 milioni di dipendenti. Il secondo è Amazon con oltre 400 mila. La classifica dei primi dieci contiene anche dei supermercati, fast-food e altre società di consegne e trasporto. Gli americani lavorano, ma i settori che assumono di più sono quelli dove gli stipendi sono bassi e gli impieghi sono spesso precari». op. cit., p.118  

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Se non del tutto giusto, quasi niente sbagliato

918 – Pulgasari di Shin Sang-Ok, Corea del Nord, 1985 Ecco, io un film nord coreano non lo avevo mai visto. E per il mio esordio ossequiente al cinema sotto l’egida di Kim Jong-il non potevo che scegliere Pulgasari, nome leggendario che evoca in tanti cinéphile boccaloni travaglio ideologico e immensa sofferenza. Devo anche dire che in Rete si trova qualche originale che ritiene il film realmente interessante. Beh, la storia della sua realizzazione lo rende curioso, ma [...]]]> di Dziga Cacace

Se non del tutto giusto, quasi niente sbagliato

918 – Pulgasari di Shin Sang-Ok, Corea del Nord, 1985
Ecco, io un film nord coreano non lo avevo mai visto. E per il mio esordio ossequiente al cinema sotto l’egida di Kim Jong-il non potevo che scegliere Pulgasari, nome leggendario che evoca in tanti cinéphile boccaloni travaglio ideologico e immensa sofferenza. Devo anche dire che in Rete si trova qualche originale che ritiene il film realmente interessante. Beh, la storia della sua realizzazione lo rende curioso, ma bello, beh… no. Ma neanche discreto, passabile, accettabile… proprio no: è una vera merdaccia di film come raramente mi è capitato di vedere, il grado ultimo della fecalità su pellicola, vi assicuro. Ma prendiamola larga: il regista è Shin Sang-ok, un coreano sbagliato, del Sud, che al paese suo godeva di gran fama (era detto l’“Orson Welles sudcoreano”…) ma doveva anche sfangarla continuamente con censura e problemi produttivi. Mai saprò dell’effettivo valore del cineasta perché se pensa, come ha detto, che Pulgasari sia il suo miglior esito posso immaginare quali badilate di letame siano gli altri suoi film. Kim Jong-il – morto l’anno passato – voleva adeguare la cinematografia del suo paese a quella prodotta su scala mondiale che tanto ammirava. Dall’alto della sua pratica cineteca con 15mila titoli, il figlio di Kim Il Sung scrisse poderosi saggi di cinema e, di fronte alla cronica latitanza di talenti e capacità produttive a nord del 54° parallelo, decise per le maniere forti: fece rapire Shin Sang-ok (come del resto l’ex moglie e attrice Choi Eun-hee) e, dopo opportuna rieducazione, gli diede carta bianca. Shin girò diversi film fino a questo Pulgasari dopo il quale, complice una trasferta a Vienna, riuscì a imbucarsi nell’ambasciata USA con dei nastri registrati da donna Choi che provavano come i due fossero sotto ricatto e non volontariamente in esilio come sempre sbandierato dal regime nordcoreano.
Pulgasari dura un’ora e mezza ma vi assicuro che il tempo percepito è di circa una settimana. È un kaiju eiga, cioè un film di mostri o qualunque cosa significhi. Siamo nella Corea dell’epoca feudale (1400, quasi 1500, boh) e la vita, alle pendici delle montagne, è grama, sotto il giogo di una monarchia insensibile. Inde è il capo dei ribelli: esibisce una rambesca bandana e, pur sembrando Drupi, gode dell’amore della virginale Ami. Tanto per cambiare è in atto una carestia e il governatore pretende armi e metallo e confisca tutti i beni del villaggio dove vive Inde. Ci scappano calci e pugni e pure il morto: tragedia! Inde e il padre di Ami, fabbro, vengono imprigionati e rifiutano orgogliosamente il cibo, al punto che il vecchio, prima di schiattare, usa una polpetta di riso per sagomare una figurina antropomorfa cui chiede di salvare il mondo. Dolore e stridore di denti, anche per le scelte registiche ributtanti: è quasi tutto girato in studio, con luci alla cazzo di cane, montaggio prescolastico e una musica infestata di synth atroci. Ami, ad ogni modo, recupera il pupazzetto che finisce tra i suoi attrezzi da cucito. La ragazza si punge e una goccia di sangue finisce sulla figurina che, voilà, prende vita e comincia a nutrirsi di metallo. La cosa non smuove minimamente nessuno: “È carino!”. Risate e si va a dormire, ma il mostricciattolo fugge e cresce a vista d’occhio, mangiandosi tutto quanto sia metallico: maniglie, lucchetti e serrature. E pure la spada del boia che avrebbe dovuto decapitare Inde, così come le sue manette, tutto sgranocchiato come appetitosi snack. Il mostro, sempre più grosso, viene battezzato Pulgasari, l’immortale, e diventa l’arma che consente ai ribelli di opporsi finalmente al brutale tiranno.
Da qui parte una sequela eterna di combattimenti tra ribelli e potere centrale. Il canovaccio è sempre lo stesso: i rivoltosi rischiano grosso, poi arriva Pulgasari e si vince. Il tutto tra scene di massa drammatiche (come impeto e come effetto sullo spettatore), con armi risibili come letali pietre di polistirolo o fischioni e altri fuochi d’artificio spacciati per prodigi bellici pirotecnici. Un cacamento di cazzo eterno e dolente, non potete immaginare, con questo Pulgasari che è un panzone mangiametalli con la faccia da coglione, mezzo toro e mezzo maiale, e che si ha il coraggio di definire pure “molto intelligente”. Tra l’altro si vede chiaramente il povero attore che si agita sotto il costumone in gommapiuma con la cucitura sulla schiena, un sarcofago che deve averlo fatto sudare come in un bagno turco.
Il re capisce che la chiave per incastrare il mostro è Ami: la cattura e attira Pulgasari in trappola, in una gabbia a cui si da fuoco. E secondo voi che fa il nostro eroe? Si libera e si riparte. Dal punto di vista drammaturgico siamo a livelli infantili. Le scene di battaglia sono girate in modo dilettantesco, con sganassoni e capriole alla Bud Spencer e Terence Hill, ed è tutto avvincente come una partita di shangai. All’ennesimo confronto una freccia propulsa da polvere pirica piglia Pulgasari in un occhio: comprensibilmente il mostro s’incazza vieppiù e sgomina l’esercito per l’ennesima volta. Allora si fa ricorso a una fattucchiera in deliquio che lo strega e lo fa cascare in un orrido (orrido, sì, ma non quanto il film) dove lo sotterrano con delle pietre. L’esercito attacca i ribelli e, con mio sommo godimento borghese, Inde viene impiccato coi capelli sciolti al vento come Geronimo: devono avere qualche problema di parrucchieria da quelle parti, comunque. Vabbeh. I governativi festeggiano e Ami, che s’è finta prostituta, va a versare il suo sangue nell’orrido e Pulgasari riemerge dalla terra. I contadini attaccano la capitale, ma il re ha l’arma totale: una specie di involtino primavera pieno di esplosivo che finisce in gola a Pulgasari che repente lo risputa, sfasciando tutto. Roba da non credersi, con un’effettistica (a cura della Toho, quella dei vari Godzilla) che sarebbe parsa infelice in un telefilm come Megaloman, per dire, e un sonoro di una povertà clamorosa, con il clangore delle spade che neanche in un videogioco del Commodore 64. A questo punto i ribelli entrano in trionfo nel palazzo reale ma Pulgasari ha fame e – Franza o Spagna, purché se magna – diventa intrattabile, pretendendo altro metallo. La pazientissima Ami realizza che qui si rischia la fine dell’umanità e allora si nasconde in una campana e si fa mangiare, implorando il mostro, col suo sacrificio, di annientarsi per il bene della Terra. E Pulgasari sgrana gli occhi e si sgretola: dai detriti riemerge un Pulgasari cucciolo che si smaterializza ricongiungendosi col corpo esanime di Ami. E io: BOH.
Pulgasari sembra aver conosciuto incassi record alla sua uscita in Corea del Nord (beh, immagino che fosse imposto in sala tipo I soliti idioti quest’inverno qui da noi). In Giappone arrivò nel 1998, non ho capito con quale accoglienza, e poi venne distribuito anche in Corea del sud e pure negli USA, immagino per riderne di gusto o per compiacere qualche coprofago.
È una metafora del Capitalismo, con la sua fame inarrestabile? Oppure l’irriconoscente regista Shin ha voluto rappresentare con Pulgasari Kim Il Sung, padre della rivoluzione e Grande Leader ormai ingestibile come presenza? O ancora – e qui saremmo al top – ci sta dicendo che la Rivoluzione mangia se stessa? E CHI CAZZO LO SA?! È tutto confuso ideologicamente e non vedo come il regista possa aver voluto dare una qualche lettura sovversiva a ‘sta cacata. Potete attribuire tutto quello che volete, a questa clamorosa puttanata, anche che sia una satira delle diete carnivore, ricche di ferro e povere di verdura. Io non azzardo interpretazioni, valuto solo i risultati: non ho mai visto un film così orrendo. (29/2/12)

919 – The Artist di Michel Hazanavicious, Francia 2011
Fresco vincitore di una carrettata di Oscar, eccovi il film amato dai critici e dal pubblico più snob. Rientro perfettamente nella seconda categoria e ammetto il divertimento: l’opera di Hazanavicious è un intelligente e riuscito omaggio al bel cinema di un tempo, quello di circa 80 anni fa, che tracopia mimeticamente e in maniera scintillante. Muto, in bianco e nero, in formato 4/3, con tutti i temi cari alla cinematografia di quel periodo: la commedia passionale e patetica, con rovinose cadute di carriera come incredibili ascese rags to riches. Mettiamoci poi il gioco metacinematografico, l’uso dissimulato e intelligente del sonoro, diversi attori splendenti che non fan rimpiangere alcun dialogo (compreso un superbo cagnolino), musiche enfatiche anche riprese da altri film, un buon ritmo e l’immancabile happy ending, dopo il classico suicidio sventato. Un’opera così non può che far godere i critici che sui testi sacri del muto hanno studiato e che qui ritrovano in ammiccante filigrana. Il pubblico snob – che magari queste cose le ha già viste, ma è molto più probabile che no – ha un comprensibile compiacimento da scoperta. Saremmo nel midcult se The Artist fosse più facilino o facilone, ma Hazanavicious mi pare più intelligente che furbo e alla fine, Oscar o meno, il film l’han visto mica in così tanti. Un giocattolo carino, molto, che fa tenerezza. E una recensione borghesissima, lo ammetto. (Dvd; 4/3/12)

920 – Rome di Aa.Vv., Gran Bretagna/USA/Italia 2005
Sarà che ho appena finito di lavorare con Pippo Baudo (…) e tornando a casa – chissà perché – mi viene una voglia di antichità, di Storia, che tosto soddisfo col cofanetto di Rome comprato anni fa. La prima serie l’abbiamo già vista nell’edizione televisiva italica, mutilata di violenza e sesso per non turbare gli spettatori Rai, ci mancherebbe. Questa è quella uncut e decidiamo di ripartire dall’inizio, tanto la memoria della prima visione è pressoché scomparsa, annebbiata tra pannolini, pappe e sveglie notturne per l’allora piccolissima Sofia. Rome racconta la vicenda di Giulio Cesare (interpretato da un indiano che pare Paolo Calabresi, il Biascica di Boris) attraverso le storie di due poveri diavoli che son sempre a mezzo e, con abili sottigliezze narrative, si evince che i fatti scatenanti siano sempre dovuti a loro, micce loro malgrado della dinamite romana. Lucio Voreno (Boris Becker, uguale) e Tito Pullo (uno yankee che più non si può) sono ovunque, ad Alesia come a Farsalo (scampando in mezzo a 5000 vittime alla tempesta che ha annientato la flotta di Marco Antonio) come nel letto di quella drogata di Cleopatra. Lucio Voreno è diviso tra ambizione e dovere, mentre Tito Pullo è tutta minchia e il suo ideale è combattere, razziare, scopare, bere e fumare (dice proprio così… ma ai tempi dei romani si fumava? Scopro di sì: salvia, alloro, erbette… pazzesco!). Di contorno il futuro Augusto, Ottaviano, una piccola merda di eccezionale intelligenza politica, e Ottavia, una poverina indecisa sessualmente, sempre pedina di altri. Tra i vari colpi di scena della puntata finale, Cesare ci rimane comunque secco, anche se non pronuncia lo storico tu quoque. L’esperimento narrativo e produttivo è interessante, la messa in scena sontuosa, le inesattezze storiche a go-go (documentate con perfidia da Wikipedia) ma chi se ne frega. La cosa che più lascia perplessi, però, è la teoria di facce WASP o le inaspettate somiglianze, come Marco Antonio che sembra Teo Mammucari, furbetto, zozzetto e amatissimo dai suoi soldati. Il plot storico è adattato e non ci vedo niente di male e l’unica attendibilità che sembra rispettata in pieno è quella della realtà spicciola e quotidiana: pensa un po’, anche gli antichi romani trombavano, tradivano e facevano le scritte sui muri. Ringraziamo che ci vengano risparmiate le dita nel naso, le palline fatte con le caccole e le scoregge liberatorie. Molta attenzione è dedicata poi alla religiosità e alla superstizione, con il fato come arbitro dei destini: guai ad andare contro la Fortuna! (Cosa che salva Voreno e Pullo infinite volte da Cesare). C’è anche dell’ironia con il ciccione che al Foro romano fa il telegiornale e alla fine annuncia che le notizie sono state offerte dallo sponsor. Che dire, in conclusione? Serie magnifica che però va un po’ perdendo colpi e diventa progressivamente oscura e lenta, seguendo la caduta verso la tragedia del Divo Giulio, quello originale. (Dvd; marzo 2012)

921 – Il mondo esploso di Crumb di Terry Zwigoff, USA 1994
Se i fumetti di Robert Crumb vi sono sempre sembrati strani, dovreste conoscerne l’autore. E se lui vi parrà un tipo completamente fuori di coccio, allora non avete idea di come stiano messi i suoi fratelli. Questo il succo di un documentario notevole, costato nove anni di fatica e realizzato da un altro matto, un regista spiantato, amico di Crumb, capace di comprendere ciò che stava riprendendo, cioè il frutto doloroso della società americana: una famiglia che definire disfunzionale è fargli un grosso complimento. Repressione, consumismo, plastic people, cultura underground, depressione, perversione, sublimazione: in Crumb c’è tutto, sia nel documentario che nella vita e nelle opere dell’artista che, grazie al successo della sua “visione”, ha condotto un’esistenza più o meno normale. Due matrimoni, diverse storie, due figli. La sua vita artistica e sentimentale è raccontata attraverso le testimonianze, spesso scostanti e uncomfortable di chi gli è stato vicino. Diversamente Max e Charlie, i due fratelli, sono andati in malora. Il primo è ritirato a San Francisco dove dipinge quadri folli e bellissimi e medita su un tappeto di chiodi. Giuro. L’altro, Charlie, non esce di casa da anni, rinchiuso in camera sua. Anche lui un talento grafico eccezionale, lui più degli altri disperato di fronte alla vita, tanto che a un anno da fine riprese si suiciderà. Robert Crumb è famoso da noi per Fritz il gatto, ma è anche l’autore della copertina di Cheap Thrills, l’album che fece di Janis Joplin una star. Divenne popolare alla fine dei Sessanta, con le sue storie schizzate, perfette per l’epoca drogata e ribelle, e poi, man mano, cominciò a raccontare le sue ossessioni, passando attraverso il barbuto Mr. Natural o rievocando la sua adolescenza nel dopoguerra USA sessuofobico. Crumb disegna in modo incredibile, con pennino a china, pennello o rapidograph. È un commentatore satirico che non osserva soltanto, ma vive il disagio che rappresenta. Da artista vero, tormentato, bugiardo, misantropo (e “masturbatore compulsivo” secondo una ex, che ne ricorda anche il cazzo grossissimo), contento solo quando può ascoltare la sua collezione di dischi di jazz e blues delle origini, Crumb coglie le espressioni, la disperazione, i tic dell’americano medio assediato e represso dalla società. Assieme a lui – allampanato e con lenti spesse come fondi di bottiglia – ripercorriamo la sua storia girando per l’America e quel che viene fuori, appunto, è un documentario tradizionale nella forma ma dirompente nei contenuti. Non è un’agiografia, questa, e su Crumb è interessante ascoltare anche il punto di vista acuto di una femminista intransigente che lo bolla come pornografico, razzista e sessista (zero convincente invece il critico d’arte che lo esalta: un cialtrone che fa name dropping a caso per nascondere la sua ignoranza in materia). Documentario strepitoso, comunque. (Dvd; 31/3/12)

922 – Rome 2 la vendetta, di Aa.Vv., Gran Bretagna/USA/Italia 2007
Porca Juno! Ma non si può a metà di una serie cambiare faccia a un protagonista, dai! Ottaviano, uno che hai visto per 14 puntate ragazzo, di punto in bianco diventa una specie di cyborg, con l’espressività di un capitello. Anche Lucio Voreno ha un evoluzione che dal punto di vista recitativo è tremenda, siccome è nervosetto diventa tutto oscuro, ringhia, ha sempre lo sguardo torvo, sembra Boris Becker dopo aver saputo che la donna che gli ha dato un figlio usando il seme ottenuto con un rapporto orale avrà piene tutele economiche (è successo, lo so: è incredibile). In contrapposizione si accentua il lato da compagnone del buon Tito Pullo, che però – data la sua natura primitiva – incorre anch’egli in diverse vaccate. Come sempre grande violenza, tradimenti schifosi, nessuno “buono”. Al limite si apprezza la schietta onestà di Marco Antonio. Per il resto son tutti calcolatori efferati o pusillanimi (come Bruto che si riscatta con la morte pressoché suicida, dopo aver visto morire anche Cassio – legame omoerotico solo sottilmente adombrato). Divertente, ad ogni modo, ma inferiore alla prima serie. (Dvd; marzo e aprile 2012)

925 – Colpa mia, non di Lady Vendetta, di Park Chan-wook, Corea del Sud 2005
Barbara e io sbagliamo clamorosamente film, perché per un’opera del genere bisognerebbe essere freschi e cazzuti e invece quando ci accasciamo sul divano ci piomba sulla schiena tutta la fatica della settimana. Poi non vorrei sembrare razzista ma io ho confuso tutte le facce degli attori e per un bel po’ non ho capito chi fosse chi e cosa cazzo volesse dalla bella protagonista. Comunque trattasi di ennesima variazione sul tema della vendetta: lei (figuratevi se ricordo il nome) è stata 13 anni in carcere, accusata di aver ammazzato un bimbo di sei anni. Lì ha abbracciato la religione (cristiana) e s’è comportata da santa, difendendo o vendicando le compagne angariate. Poi uscita di prigione si dedica alla vendetta, perché lei non era assassina ma semplicemente complice inconsapevole e succube. Si fa aiutare dalle vecchie compagne di carcere (e di nuovo io non capivo una mazza) e fa un bel lavoretto pulito, in maniera non proprio prevedibile. Lady Vendetta è elegantissimo da un punto di vista formale, spezzettato in tantissime scene e trascinato per le lunghe al momento della vendetta vera e propria: l’ho sopportato e m’è parso inutilmente complicato tra diversi piani narrativi e temporali (prima del carcere, durante e dopo). Meno brillante e riuscito dei precedenti capitoli di Park, quindi? Mah! Ero troppo stanco per vederlo con la dovuta attenzione, però il cliente ha sempre ragione: non è che l’Auditel del venerdì sera sia ponderata mettendo in conto la settimana lavorativa, eh. Per cui, anche se so di sbagliarmi, giudizio non esaltato e – prima o poi – vendetta tremenda vendetta. (Dvd; 13/4/12)

926 – Una benedizione: Baraka di Ron Fricke, USA 1992
È come una legge non scritta: è il week end, arrivi più morto che vivo e nel mio caso è anche un week end lavorativo. Bene: le bimbe, ka-zam!, hanno tutte e due la febbre. Tanto per cominciare non si capisce perché in settimana, per portarle a scuola, la sveglia prima delle 8 sia un’operazione titanica, mentre il sabato siano belle arzille e rumorose già alle 7… E vabbeh. Fatto sta che verso le 11 cominciano le lamentazioni e le misurazioni, che con questi maledetti termometri elettronici sono un autentico terno al lotto. Ma siccome ho studiato Fisica all’università faccio diverse misurazioni, tolgo i risultati estremi e calcolo la media. Non c’è nulla da fare: hanno il febbrone. E Sofia, catatonica, subisce la mia imposizione: un film non narrativo, di pure immagini. Siccome Koyaanisqatsi le ha fatto un baffo, non si scompone quando faccio partire questo Baraka girato da Ron Fricke, direttore della fotografia dell’epocale film di Godfrey Reggio. Rispetto al capostipite qui c’è più ricerca formale e cromatica ma si sente la mancanza della musica di Philip Glass. E se alla fine, stringi stringi, il concetto è farci vedere la ricchezza e la diversità della Terra e dell’impatto dell’uomo su di essa, qui c’è più compassione (il titolo significa – in diverse lingue – “benedizione”), mentre Koyaanisqatsi era manifestamente critico, a partire dal titolo. Sono tante le immagine di devozione e preghiera (soprattutto all’inizio e nel finale) e a fianco della maestosità della natura si trovano anche tanti esempi grandiosi dell’inventività umana, artistica e tecnica. Se ne vedono anche gli effetti (in termini ambientali) e il costo (le fabbriche alveare o l’allucinante sequenza della selezione dei pulcini). E ancora una volta vediamo il traffico velocizzato che diventa un torrente di automobili o le masse di pendolari che scorrono come sangue nelle vene della metropolitana. Ma il film di Reggio aveva una natura più sperimentale e astratta, forse frutto anche dei diversi materiali confluiti durante gli anni. Baraka invece risponde a un disegno più preciso e ambizioso: la bellezza e l’orrore, cioè l’umanità, dal rapporto placido col creato (gli indios, gli aborigeni, le risaie terrazzate a Bali) a quello impazzito (i pozzi in fiamme in Iraq). Non stupefacente perché visto in casa e non in una sala, come previsto utilizzando la pellicola a 70 mm. Però bello, molto, e apprezzato anche dai 7 anni di Sofia. (Dvd; 14/4/12)

927 – La maledizione della prima luna di Gore Verbinski, Usa 2003
Altro film, ma stavolta sceglie Sofia, che si toglie una soddisfazione: in classe sua La maledizione della prima luna l’han visto tutti e soffre di complessi, la piccina che si vanta con nonchalance di Koyaanisqatsi. Tale e quale a suo padre. Purtroppo. Il film è divertente ed è evidentemente per bambini, ma siccome gli USA sono un grande paese l’han visto diverse milionate di adulti. Botte, botti, duelli e schermaglie anche verbali. La regia è molto ritmata, ricca di invenzioni cinematiche e in effetti non ci si annoia di fronte a questo aggiornamento che rubacchia qui e là, da Peter Pan al Corsaro Nero a Sandokan. Sforzo produttivo e cura realizzativa, appoggiandosi poi a un cast astuto: ci sono un lercio e autoironico Johnny Depp, una splendida Keira Knightley (non secca secca com’è adesso) e il belloccio Orlando Bloom. Di contorno quel Geoffrey Rush che mi sta sulle palle dai tempi del turpe Shine, ma che risulta effettivamente bravo. E poi è sempre un piacere rivedere Jonathan Pryce che non è invecchiato di un giorno dai tempi di Brazil. Film divertente, da pop corn e Coca Cola. Per pensare, rivolgersi ad altro (ma chi l’ha detto che io pensi, quando guardo un film?). (Dvd; 14/4/12)

928 – Esanime, Watchmen di Zack Snyder, USA 2009
Il week end di fuoco volge al termine e Barbara rifiuta in maniera odiosa qualunque cosa le proponga: la mia collezione di Dvd sovietici e di documentari in bianco e nero viene ufficialmente maledetta con un tremendo anatema. Allora facciamo ricorso a un film scaricato per mera curiosità e per stupido imitativo desiderio di possesso: se ce l’ho è quasi come se lo avessi già visto. Adesso però tocca vederlo sul serio. Barbara, orfana di Marco Antonio e di Rome, pensa che dei supereroi siano meglio che niente e allora ci imbarchiamo nell’avventura. Ed è una rottura di palle micidiale. Scritto (e disegnato) ancora durante la guerra fredda, Watchmen è la saga di un gruppo di ex supereroi messi da parte, alle prese con problemi esistenziali e la voglia di mettere fine all’equilibrio del terrore tra le due superpotenze. Ci riusciranno in maniera per nulla convincente (in termini narrativi), in un film lungo, noioso, calligrafico senza motivo, con protagonisti dei complessati cretini in costume. Mah! Me l’hanno consigliato Fabrizio e Max, ma forse la soddisfazione di Fabri partiva dalla riuscita trasposizione del fumetto (che mi ha consigliato per anni), mentre per Max si tratta di depressione, cosa di cui solitamente accusa me. Io apprezzo la messa in scena, al limite limite, ma poi, in fondo, delle vicende di questi odiosi tizi mascherati al servizio di una nazione infantile non me ne frega niente. Non riesco a fare il salto, ad avere compassione per i supereroi ridotti a vivere come normali cittadini e – lontani 25 anni dall’epoca dei fatti – anche le motivazioni pacifiste sembrano artificiose e pare tutto una parodia della parodia che era The Incredibles della Pixar. Film senza scintilla vitale: Snyder è quello di 300 e sotto la confezione c’è il vuoto. (Dvd; 15/4/12)

930 – A me fanno schifo I Goonies di Richard Donner, USA 1985
Gruppo di bambini con facce da cazzo assortite si interrogano a ritmo letargico per oltre due ore su un mistero fasullo. Tesori nascosti, scheletri, schermaglie tra bande… bah. Sofia apprezza ma a me non m’è piaciuto per niente – sarò stato stanco, indisposto, irritabile, che ne so – e non avendolo visto da ragazzo non ne conservavo neanche un ricordo positivo alterato dalla nostalgia. Da un soggetto di Spielberg, regia di quello che ha anche firmato Ladyhawke, altro film che andrebbe un po’ ridimensionato, e il primo Superman (idem c.s.). All’attivo Richard Donner ha, per i miei gusti plebei, giusto il casinaro Arma letale. Per il resto son perplesso e vi chiedo: per voi I Goonies è “mitico”? E mi dispiace, allora: avete avuto un’infanzia più disagiata della mia, eh. (Dvd; 29/4/12)

931 – Semplicissimo Cattivissimo me di Chris Renaud e Pierre Coffin, USA 2010
Un cattivissimo misantropo cui basta affiancare dei bimbi perché diventi buonissimo e amorevole. Non c’è molto d’altro a livello di narrazione in questo Cattivissimo me, che però possiede alcune trovate, è disegnato benino da un team francese e si fa vedere soprattutto per la frenesia cogliona e liberatoria dei Minions, dei tombolotti gialli al servizio del protagonista che blaterano in una sorta di esperanto babelico. E tanto mi basta, dai. Poi, en passant, ho visto anche le deliranti scene stracult di Paganini Kinski, sconclusionata biografia eretica ed erotica del violinista genovese. Va detto che vedere Klaus Kinski emaciato che puccia la lingua nella peluria di una figurante sconosciuta non sia cosa da eccitare neanche un monaco in clausura da decenni. Nel delirio annoto anche le apparizioni psichedeliche di Donatella Rettore: era molto bella; purtroppo oggi – come previsto da Splendido Splendente – può dire: “Io sorrido eternamente grazie a un bisturi tagliente”. E comunque l’album Kamikaze Rock’n’roll Suicide era un’operina stramba ma piacevole, giuro. Vabbeh, ho divagato. (Dvd; 11/5/12)

932 – La realtà è un uccello: 9 Songs di Michael Winterbottom, Gran Bretagna 2004
Esasperato da troppo cinema per bambini mi schioppo un peccaminoso Winterbottom, eclatante esempio di cinema d’autore con scene di sesso non simulato. E uno si chiede: perché? Quella raccontata è una storia d’amore: serve l’esplicitazione per renderla più vera, più credibile? O si cercava un successo di scandalo? O cosa? Cacace non sa, non risponde. Perché questo 9 Songs non respinge, non indigna, non scandalizza (figuriamoci), ma lascia proprio con un interrogativo: perché? Mah. Matt e Lisa – lui inglese, climatologo, lei americana in Gran Bretagna per studiare – si conoscono a uno dei tanti concerti che punteggiano (attraverso nove canzoni) il film. Si vedono, si piacciono, scopano e poi dormono abbracciati, in intimità immediata, simple as that. Io a vent’anni tornavo dai concerti gonfio di pipì, con un principio di sciatica e sudato da far schifo. Devo aver sbagliato concerti, non so. Qui sono fatali i Black Rebel Motorcycle Club e poi via via ascoltiamo brani di Primal Scream, Franz Ferdinand e qualche altro british che ha caratterizzato gli anni Zero del rock (gli ultimi, purtroppo). Canzoni che sono inni alla giovinezza, alla frustrazione, alla voglia di esplodere. In effetti si sente il desiderio, quella pura energia dei corpi, delle menti, l’ansia positiva e la fame di futuro, di pelle, di baci, come a mangiarsi il corpo, dopo tanti morsi e leccate.
Tra una song e l’altra (e anche Michael Nyman al piano, nel concerto per i suoi 60 anni) strisce di cocaina, pianti, breakfast e cene, irritazioni e qualche parola che si vorrebbe emblematica, fine alla fine del rapporto: questi sono carucci, con la bellezza della gioventù, sodi, guizzanti, arrapati e con una confidenza corporea che ma io ho avuto né, ormai, avrò. La cinepresa digitale, impudica e addosso ai corpi, è come se partecipasse ma non c’è un vero crescendo psicologico e narrativo (se non forse in termini di provocazione visiva, arrivando – dopo cunnilinctus, footjob, dildo e altro – a un rapporto orale mostrato esplicitamente fino alle liquide conseguenze). Ma io vorrei un’emozione sincera non solo realistica, perché qui è tutto enunciato, dato, senza crescita vera. E alla fine, di fronte a questa cruda esposizione minimale, mi manca l’emozione, non trovo compassione autentica né partecipazione. E mi dispiace perché alla fine il film – coraggioso, curioso – mi pare riuscito solo nelle intenzioni. (13/5/12)

933 – Indigesto Ratatouille di Brad Bird, USA 2007
Storia noiosa all’inizio, protagonisti poco attraenti, finale evocativo con richiamo proustiano all’infanzia per riabilitare il tutto. Diverse accelerazioni (inseguimenti virtuosistici e concitati percorsi mirabolanti) rendono passabile la storia, ma non posso appassionarmi alle vicende di una pantegana pelosa e gastronoma: solo degli americani potevano concepire una cosa così. E tutta la poesia del cibo scompare ogni volta che vengono confuse spezie, erbe aromatiche e sapori (nonostante la coltissima citazione dello zafferano dell’Aquila). Oggetto bellissimo che non funziona, Ratatouille globalmente delude: i critici che lo hanno osannato per fare i gggiovani che hanno scoperto la Pixar, tanto per cambiare non han capito nulla. (Dvd, 15/5/12)

934 – La carica dei 101 – Questa volta la magia è vera di Stefan Herek, USA/Gran Bretagna 1996
Barbara è partita e io ho le mie armi segrete per mandare le bimbe a letto presto: qualche pappa peccaminosa e soprattutto uno scintillante film nuovo, questo. Definito da Elena la Carica dei 101 umano, si fa vedere e ha ritmo e trovate sceniche: non segue pedissequamente l’originale (qui gli animali non parlano) ma lo aggiorna senza risultare fastidioso, accentuando il sentimento di vendetta: i cattivi sono mazzulati a più riprese, con gusto, con l’apice di Crudelia Demon cacciata nella melassa e poi anche nel letame. Glenn Close è bravissima e Jeff Daniels ha ormai la faccia da gran bollito, ma se la cava assieme a un’attrice che sembra una triglia. Uno dei due cattivi è il Dr. House, comunque. (Dvd; 20/5/12)

(Continua – 79)

È ancora in libreria per i tipi di Odoya Divine Divane Visioni – Guida non convenzionale al cinema, con la preazione di Mauro Gervasini (direttore di FilmTV) e la postfazione di Giorgio Gherarducci (Gialappa’s Band)

Altre Divine Divane Visioni su Twitter e Facebook

Oppure binge reading qui, su Carmilla

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Oltre i limiti dell’Occidente https://www.carmillaonline.com/2017/09/28/oltre-limiti-delloccidente/ Wed, 27 Sep 2017 22:01:03 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=40663 di Sandro Moiso

Peter Frankopan, LE VIE DELLA SETA. Una nuova storia del mondo, Mondadori 2017, pp.725, € 35,00

Per decenni, se non addirittura secoli, le ricostruzioni della storia del mondo trasmesse dalla scuola e dalla ricerca storica occidentale hanno fatto perno sul Mediterraneo e sull’Europa come centro di irradiazione della civiltà e del progresso umano. Facendo grazia giusto al Vicino Oriente e alla Mezzaluna fertile nel ricordare il loro contributo allo sviluppo dell’agricoltura e delle prime società statuali.

In realtà questa ricostruzione, sostanzialmente giudaico-cristiana e greco-romana nelle sue origini, è stata vieppiù rafforzata dalla conquiste imperiali messe in atto [...]]]> di Sandro Moiso

Peter Frankopan, LE VIE DELLA SETA. Una nuova storia del mondo, Mondadori 2017, pp.725, € 35,00

Per decenni, se non addirittura secoli, le ricostruzioni della storia del mondo trasmesse dalla scuola e dalla ricerca storica occidentale hanno fatto perno sul Mediterraneo e sull’Europa come centro di irradiazione della civiltà e del progresso umano. Facendo grazia giusto al Vicino Oriente e alla Mezzaluna fertile nel ricordare il loro contributo allo sviluppo dell’agricoltura e delle prime società statuali.

In realtà questa ricostruzione, sostanzialmente giudaico-cristiana e greco-romana nelle sue origini, è stata vieppiù rafforzata dalla conquiste imperiali messe in atto dalle potenze coloniali attraverso le quali si sono imposti, in patria e all’estero, non solo i principi economici del nascente e del successivo tardo-capitalismo, ma una visione del mondo e dei destini dell’uomo che ha fatto dell’Occidente il centro di irradiazione di civiltà, saggezza, giustizia, libertà e sviluppo economico.

Una visione deformata della storia degli ultimi cinque millenni che è servita sostanzialmente a giustificare il predominio prima europeo e poi statunitense sul mondo intero, di cui il white man burden ha costituito uno dei tanti corollari razzisti ed ipocriti; dimostrando così come le odierne “narrazioni tossiche” abbiano radici piuttosto lontane.

Da qualche tempo, però, l’ascesa di nuove potenze mondiali come la Cina e l’India (solo per citare le due più importanti) ha costretto anche la storiografia occidentale, ed in particolare anglo-sassone, a fare i conti con le nuove realtà emergenti e con le fasulle verità propinate nei corsi scolastici ed universitari per così tanto tempo.

Di questa nuova attenzione per una diversa storia del mondo è testimone il testo di Peter Frankopan, docente di Storia bizantina all’Università di Oxford, senior research fellow al Worcester College e direttore dell’Oxford Centre for Byzantine Research, uscito in lingua originale nel 2015 e pubblicato recentemente in Italia da Mondadori. Attenzione che testimonia in maniera evidente come la storia, e soprattutto la sua interpretazione, sia tutt’altro che immutabile e sia invece piuttosto influenzata dal variare delle condizioni socio-economiche e cultural-politiche che sono alla base della sua produzione.

Come afferma l’autore, citando un testo dell’antropologo Eric Wolf sui popoli senza storia: “La storia della civiltà comunemente e pigramente accettata è una storia in cui «l’antica Grecia generò Roma, Roma generò l’Europa cristiana, l’Europa cristiana generò il Rinascimento, il Rinascimento l’Illuminismo. L’Illuminismo la democrazia politica e la rivoluzione industriale. L’industria, unita alla democrazia, a sua volta ha prodotto gli Stati Uniti, dando corpo ai diritti alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità.» Mi resi conto immediatamente che questa era proprio la versione che mi era stata raccontata: il mantra del trionfo politico, culturale e morale dell’Occidente. Ma questo resoconto era fallace; c’erano altri modi di guardare alla storia, modi che non implicavano di guardare al passato dal punto di vista dei vincitori della storia recente.”1

Il Mar Mediterraneo, con il suo significato di centro della Terra, e successivamente gli Oceani avevano finito col divenire il centro non solo dei traffici economici, ma anche dell’interpretazione della storia del mondo, fornendo così alle potenze talassocratiche 2 (Atene, Roma, Spagna, Olanda , Gran Bretagna e Stati Uniti) una giustificazione e un ruolo determinante nello sviluppo non delle, ma della civiltà.

In realtà il cuore del mondo, il Mediterraneo vero, era stato costituito per secoli dalle società e dalle civiltà che si erano sviluppate all’interno dell’enorme massa continentale costituita dal Vicino e Medio Oriente, dalla Russia, dall’altipiano iranico e dai territori desertici e/o montuosi che si estendevano dal Caucaso fino alla Cina e all’India, passando per l’Afghanistan e l’Himalaya.
Un’area emersa enorme che ancora oggi comprende quasi i due terzi della popolazione mondiale.

Ma che già millenni or sono aveva costituito il terreno sul quale si erano formate le prime civiltà urbane, i primi traffici internazionali con i conseguenti scambi non solo di merci e prodotti ma anche culturali e si erano incrociate le filosofie e le interpretazioni cosmologiche destinate a dar vita alle grandi religioni. Non solo monoteistiche.
Fu su questo ponte tra l’Est e l’Ovest che circa 5000 anni fa vennero fondate grandi metropoli, fu qui che le città di Harappa e Moenjo-daro, nella valle dell’Indo, fiorirono come meraviglie del mondo antico, con popolazioni che ammontavano a decine di migliaia di abitanti e strade che si connettevano in un sofisticato sistema fognario che non sarebbe stato uguagliato in Europa per migliaia di anni.3

E mentre oggi uno dei motivi che spingono a riflettere su quale sia stato per millenni il vero centro del mondo può essere una conseguenza della crescita economica cinese che rappresenta attualmente il 17% dell’economia mondiale, va ricordato che anche questa “recente scoperta” è semplicemente il frutto di una rimozione secolare del fatto che almeno fino agli albori del XVIII secolo proprio la Cina avesse costituito l’economia più importante del pianeta, rappresentando da sola, nel XV e XVI secolo, tra il 25 e il 30% dell’intera economia mondiale. Come è sintetizzato nella tabella pubblicata qui di seguito.

E’ chiaro che quell’economia, insieme a tutte le altre che la circondavano e ad essa erano correlate, aveva costituito il fondamento di traffici e aperture di via di terra che sarebbero poi andate sotto il nome di Via o vie della Seta,4 che per secoli avrebbero costituito il maggior canale di collegamento tra Est e Ovest.

La storia di queste vie è tracciata da Frankopan attraverso venticinque intensi e densissimi capitoli, ognuno caratterizzato da un tema centrale indicato nel titolo: La Via delle Fedi, La Via della Rivoluzione, La Via dell’Argento, La Via dell’Oro nero, La Via del Grano, La Via della Guerra e così via, soltanto per citarne alcuni. Sottolineando come “per secoli, prima dell’era moderna, i centri intellettuali di eccellenza a livello mondiale, le Oxford e le Cambridge, le Harvard e le Yale, non si trovavano in Europa o in Occidente, ma a Baghdad e Balkh, a Bukhara e a Samarcanda. C’era una buona ragione perché le culture, le città e i popoli che vivevano lungo le Vie della Seta si sviluppassero e progredissero commerciando e scambiandosi le idee, imparavano e prendevano a prestito gli uni dagli altri, stimolando ulteriori avanzamenti […] Il progresso era essenziale, come sapeva anche troppo bene, più di 2000 anni fa, uno dei sovrani del Regno di Zhao, nella Cina nord-orientale, a un’estremità dell’Asia. «Avere talento nel seguire le strade di ieri» affermava re Wu-ling nel 307 a.C. «non è sufficiente a migliorare il mondo di oggi.»5

Osservando meglio i territori di cui si occupa il libro ci si accorgerà come essi appartengano in gran parte a quello che è stato definito Heartland,6 un concetto geopolitico di grande importanza e che ha visto come corollario quello di un Rimland, costituito dalla fascia marittima e costiera che circonda l’Eurasia, divisa in 3 zone: zona della costa europea; zona del Medio Oriente; zona asiatica.

Affinché una delle tre zone periferiche, quella rappresentata dall’Europa Occidentale, assumesse la rilevanza storica che le è stata successivamente attribuita occorse che , verso la fine del XV secolo, nell’arco di sei anni fossero gettate, a partire dal 1490 e grazie ai viaggi di Cristoforo Colombo e Vasco da Gama, le basi di una radicale rottura del ritmo dei ben consolidati sistemi di scambio precedenti. “D’improvviso, da regione isolata e stagnante, l’Europa occidentale si trasformò nel fulcro di un sistema di comunicazione, trasporto e commercio in costante sviluppo, diventando il nuovo punto mediano tra Oriente e Occidente. L’ascesa dell’Europa scatenò un aspro scontro per il potere e il per il controllo del passato. Mentre i rivali si fronteggiavano, la storia fu riplasmata per dare risalto agli eventi, ai temi e alle idee che potevano essere utilizzati ei conflitti ideologici che divampavano di pari passo con la lotta per accaparrarsi le risorse e conquistare il dominio delle rotte marittime. […] La storia veniva distorta e manipolata per creare una martellante narrazione in cui l’ascesa dell’Occidente risultasse non soltanto naturale e inevitabile, ma la continuazione di ciò che era accaduto in precedenza.7

Questa lettura delle trasformazioni avvenute non solo a livello socio-economico, ma anche a livello di immaginario culturale suggerisce a chi legge anche un’altra osservazione: ossia che mentre sulla terra e sulle vie che occorre seguire per gli spostamenti sulla stessa si sono sempre dovute ricercare strategie destinate a rafforzare i legami tra gruppi, società ed individui affinché possano essere conseguiti risultati positivi e collettivi (l’altra ipotesi sarebbe quella della guerra permanente per modificare gli equilibri, ma questa impedirebbe lo sviluppo degli scambi e il miglioramento dei rapporti tra culture diverse e complementari), sul mare e sugli oceani finirà con l’affermarsi quel principio individualista ed egoistico di cui la guerra di corsa e la pirateria organizzati dagli stati, come già ben sapevano Adam Smith e Daniel De Foe, costituiranno la manifestazione più evidente e, allo stesso tempo insieme al traffico oceanico degli schiavi, la base per la rapina su cui si fonda la prima accumulazione capitalistica.
Proseguendo in tale riflessione si potrebbe, poi, aggiungere che il dominio dell’aria e dei cieli hanno infine portato all’estreme conseguenze tale distacco dai principi umani di condivisione e collaborazione, come i bombardamenti a tappeto sulle popolazioni civili, lontane e invisibili per l’occhio di chi uccide, e l’uso omicida dei droni ben dimostrano ancora e soprattutto oggi.

L’arco di parecchi millenni che il testo di Frankopan ricostruisce giunge fino ai nostri giorni e ai conflitti attuali e non evita di ricordare come la riflessione “storica” che ha dato il via allo studio sull’importanza passata delle vie della seta nasca proprio dalla crisi dell’Occidente e dal suo ruolo di dominio nel mondo. Giungendo a sottolineare come i conflitti attuali, che sconvolgono il pianeta e in particolare molti territori toccati dalle antiche vie, siano dovuti alla necessità di ridefinire chi governerà il futuro e le vie della seta che stanno tornando a tracciarlo.

Al di là infatti dell’autentico ciarpame ideologico che sembra motivare sia le iniziative dello Stato Islamico sia le altrettanto fasulle “guerre per la libertà e la democrazia” promosse dagli Stati Uniti in quell’area a partire dalla prima guerra del Golfo nel 1991, ciò che l’autore sottolinea è che: “Da molti punti di vista, la fine del XX secolo e l’inizio del XXI si sono rivelati disastrosi per gli Stati Uniti e l’Europa, impegnati nella loro fallimentare battaglia per mantenere la loro posizione nei territori di vitale importanza che collegano l’Est con l’Ovest. Ciò che è apparso evidente negli ultimi decenni è la mancanza di prospettiva dell’Occidente rispetto alla storia globale, ovvero rispetto al quadro complessivo, ai temi più vasti e agli schemi più ampi che sono in gioco nella regione. Nelle menti dei pianificatori, dei politici, dei diplomatici e dei generali, i problemi dell’Afghanistan, dell’Iran e dell’Iraq sembrano distinti, separati e soltanto vagamente connessi tra loro.8 Azzardando un paragone, si potrebbe dire che la “cura” occidentale per i problemi della regione riproduce l’approccio medico occidentale per la cura del corpo: curare la malattia oppure la singola parte malata senza preoccuparsi del resto del corpo e delle conseguenze che la cura potrebbe avere sullo stesso o su altre sue parti.

Ma c’è ben di più in gioco, al di là dei maldestri interventi occidentali in Iraq e in Afghanistan, o dei tentativi di esercitare pressioni in Ucraina, in Iran o altrove. Da est a ovest, stanno ancora una volta rinascendo le Vie della Seta […] Sono tutti segnali che indicano che il centro di gravità del mondo si sta spostando, per ritornare nel punto dove è stato per millenni.9
Per potere affermare ciò ci sono ragioni evidenti, al di là dello sviluppo economico cinese: prima di tutto le ricchezze naturali della regione. Per fare un unico e significativo esempio, basti pensare “che le riserve combinate di greggio sotto il mar Caspio ammontano, esse sole, quasi al doppio di quelle di tutti gli Stati Uniti.10

Ma ai giacimenti petroliferi di grandissima rilevanza che si estendono dal Kurdistan al Kazakistan e alla Russia, occorre aggiungere l’enorme bacino carbonifero del Dombass e la presenza diffusa di ingenti quantità di gas naturali, di cui soltanto il Turkmenistan controlla il quarto più grande giacimento del mondo: 20.000 miliardi di metri cubi stimati. Seguono poi i giacimenti auriferi.dell’Uzbekistan e del Kirghizistan, secondi soltanto al bacino del Witwatersrand in Sud Africa. Senza contare e senza stare ad elencare tutte le are ricche di materiali preziosi quali il berillio, il disprosio e tutte le altre “terre rare”, indispensabili per l’industria elettronica moderna, oltre all’uranio e al plutonio.

La terra riveste poi una grande importanza per l’agricoltura, in particolare nella steppa russa caratterizzata da una vasta presenza di chernozem (letteralmente “terra scura”), molto fertile e ricercata, che caratterizza, ad esempio, gran parte del suolo dell’Ucraina.
Le nuove Vie della Seta possono essere costituite anche dagli imponenti gasdotti ed oleodotti per il cui controllo già si combatte più o meno distintamente e che, in alcuni casi, sembrano seguire esattamente i percorsi degli antichi mercanti. Gasdotti ed oleodotti che non convergono più soltanto su un unico centro di sviluppo centrato ad Ovest, ma anche verso la Cina e l’India.

Proprio attraverso di essi “la Cina si garantisce forniture di gas per i prossimi trent’anni, per un valore di 400 miliardi di dollari per l’intera durata del contratto. Questa somma astronomica, da pagare parzialmente in anticipo, offre a Pechino la sicurezza energetica a cui ambisce, oltre che giustificare il costo del nuovo gasdotto stimato in 22 miliardi di dollari, e garantisce a Mosca libertà di manovra e ulteriore forza nei rapporti con vicini e rivali. Non sorprende, quindi, che la Cina sia stato l’unico stato membro del Consiglio di Sicurezza delle nazioni Unite a non ammonire la Russia per le azioni intraprese durante la crisi ucraina del 2014; la fredda realtà del commercio reciprocamente vantaggioso è un argomento molto più convincente della politica del rischio calcolato dell’Occidente.11

E poi, naturalmente, vengono i trasporti. “La rete dei trasporti, proprio come quella dei gasdotti, si è spaventosamente estesa negli ultimi tre decenni. Importanti investimenti nelle ferrovie transcontinentali hanno già aperto linee per il traffico merci lungo gli 11.000 chilometri della ferrovia Yuxinou, che collega la Cina con un grande centro di distribuzione nei pressi di Duisburg, in Germania […] Treni lunghi quasi un chilometro hanno cominciato a trasportare milioni di computer portatili, scarpe, vestiti e altre merci non deperibili in una direzione, ed elettronica, pezzi di ricambio ed apparecchiature mediche nell’altra, in un viaggio che dura sedici giorni, molto più veloce della rotta marittima dai porti cinesi sul Pacifico.12 Per questo motivo, oltre che per un minor costo del lavoro nelle sue province occidentali, la Cina ha iniziato a spostare importanti aziende in prossimità di quella che un tempo costituiva “la Porta di Zungaria, l’antica porta di ingresso all’Ovest del paese, dalla quale passano oggi i treni moderni.13

Fermiamoci un attimo e comprenderemo perché questo testo, così affascinante nella sua descrizione del passato, è così utile per la comprensione del presente. Anche per chi si vuole opporre al modo di produzione attuale e ai suoi principi, poiché il centro del mondo si sta spostando e il parto non sarà facile.
L’heartland sta trionfando sulle passate potenze marittime e lo dimostra anche il fatto che le merci possano oggi spostarsi più velocemente al suolo che non sui mari, così come è stato invece negli ultimi cinque secoli. Forse questo può aiutarci a comprendere anche l’attuale crisi delle grandi compagnie dedite ai trasporti marittimi di cui si è parlato recentemente anche su Carmilla.14

Così come il fatto che dalla Germania la ferrovia, di cui si è parlato sopra, proseguirà per la Francia e Parigi, senza dover superare barriere montagnose, ci spiega l’attuale indifferenza francese nel progetto dell’alta velocità in Val di Susa e del suo mefitico ed inutile tunnel di 57 chilometri. Chiarendo, altresì, perché la Germania, ancora una volta, tornerà obbligatoriamente ad oscillare come centro di interesse tra Occidente ed Oriente, tra Europa e Stati Uniti da una parte ed Eurasia dall’altra. Suggerendoci infine che tutte le interpretazioni puramente ideologiche, sia di destra che di sinistra, entrambe antiquate, sono perfettamente inutili per affrontare la tempesta che sta arrivando.

Come afferma lo stesso Frankopan: “L’era dell’Occidente è a un crocevia, se non al capolinea. […] Il mondo intorno a noi sta cambiando. Stiamo entrando in un’era in cui il dominio politico, militare ed economico dell’Occidente comincia ad essere messo in discussione, provocando un senso di incertezza inquietante15 e “Mentre le forze dell’ordine sono impegnate in un costante gioco del gatto col topo con chi sviluppa nuove tecnologie miranti al controllo del futuro, la battaglia per il passato sta ugualmente assumendo un’importanza decisiva nella nuova epoca in cui stiamo entrando.16 Con buona pace di Trump e dei suoi recenti e minacciosi discorsi alle Nazioni Unite, non certo rivolti soltanto alla Corea del Nord, che rivelano l’apprensione con cui la nazione padrona dei mari guarda allo sviluppo delle nuove vie della seta.


  1. Frankopan, pp.5-6  

  2. dal greco θαλασσα, mare, e κρατος, potere 

  3. pp.7-8  

  4. Come le avrebbe definite verso la fine del XIX secolo un importante geologo tedesco, Ferdinand von Richthofen: Seidenstraße, Vie della Seta.  

  5. pag.10  

  6. L’ideatore del concetto di Heartland fu un generale e geopolitologo britannico, Sir Halford Mackinder, che la sottopose alla Royal Geographical Society nel 1904. Il termine derivava dal fatto che tale vastissimo territorio era delimitato ad ovest dal Volga, ad est dal Fiume Azzurro, a nord dall’Artico e a sud dalle cime più occidentali dell’Himalaya. Per Mackinder, che basava la sua teoria sulla contrapposizione tra mare e terra, l’Heartland costituiva il “cuore” di tutte le civiltà di terra, in quanto logisticamente inavvicinabile da qualunque talassocrazia. Teoria che egli condensava in una singola frase: «Chi controlla l’Est Europa comanda l’Heartland; chi controlla l’Heartland comanda l’Isola-Mondo; chi controlla l’Isola-Mondo comanda il mondo». Cfr: https://www.carmillaonline.com/2015/09/16/vae-victis-germania-1-sulla-loro-pelle/  

  7. pag.11  

  8. pag.581  

  9. pag.582  

  10. pag.582  

  11. pag.589  

  12. pp.589-590  

  13. pag.590  

  14. cfr. https://www.carmillaonline.com/2017/08/10/uno-tsunami-planetario/  

  15. pp.593-595  

  16. pp.591-592  

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