controrivoluzione staliniana – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 11 Jun 2026 19:53:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Il tempo del disincanto https://www.carmillaonline.com/2020/01/22/il-tempo-del-disincanto/ Tue, 21 Jan 2020 23:01:30 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=57469 di Sandro Moiso

Sandro Saggioro, Gli ultimi anni di Victor Serge (1940-1947), Quaderni di pagine marxiste, serie blu V, 2018, pp. 138, euro 7,50

E’ un grande merito l’aver ripubblicato il testo di Sandro Saggioro sugli ultimi anni di vita di Victor Serge, precedentemente edito nella serie dei Quaderni Pietro Tresso (n°57 del 2006), arricchendolo di una introduzione a cura di Graziano Giusti e di un apparato di note decisamente ampliato rispetto a quello dell’edizione originale oltre che di una serie di biografie utilissime per inquadrare meglio le decine di militanti, uomini [...]]]> di Sandro Moiso

Sandro Saggioro, Gli ultimi anni di Victor Serge (1940-1947), Quaderni di pagine marxiste, serie blu V, 2018, pp. 138, euro 7,50

E’ un grande merito l’aver ripubblicato il testo di Sandro Saggioro sugli ultimi anni di vita di Victor Serge, precedentemente edito nella serie dei Quaderni Pietro Tresso (n°57 del 2006), arricchendolo di una introduzione a cura di Graziano Giusti e di un apparato di note decisamente ampliato rispetto a quello dell’edizione originale oltre che di una serie di biografie utilissime per inquadrare meglio le decine di militanti, uomini politici ed intellettuali che compaiono nella ricostruzione delle vicende di quel periodo.
Un testo sintetico, ma importante che fa rivivere, sia allo studioso che al militante delle rivoluzioni a venire, un periodo nevralgico e buio della storia del movimento operaio e dei partiti sedicenti “comunisti” che ne avrebbero dovuto rappresentare l’anima più radicale e rivoluzionaria.

Un periodo in cui la sconfitta, dovuta sia al trionfo della controrivoluzione staliniana in URSS che a quello dei totalitarismi fascisti e nazisti in Italia e Germania, si accompagnava al ritorno sulle scene di un macello interimperialista, nuovamente mondiale, destinato non soltanto a ridisegnare la carta geografica della spartizione imperialista del globo, ma anche quello dei compiti dei rivoluzionari e del movimento politico proletario, confusi tra scontri dottrinari e fisici tra differenti ipotesi politiche e scontri militari di portata devastante in cui il proletariato dei maggiori paesi coinvolti nel secondo conflitto globale fu portato al massacro e costretto a schierarsi in nome della Nazione, dell’Ideologia e di una fasulla concezione della Libertà e della Democrazia.

Un periodo di catastrofi politiche e umane di cui l’opera di Saggioro sa dare conto e da cui è possibile trarre ancora insegnamenti. Non soltanto per la ricostruzione del passato e della mancata affermazione di una rivoluzione comunista a livello internazionale nel corso della prima metà del XX secolo, ma anche per lo scioglimento di alcuni nodi politici del presente.

Saggioro (1949-2015), militante della Sinistra Comunista, stimato medico chirurgo e studioso della storia di quella Sinistra cui apparteneva1 , attraverso la ricostruzione delle peregrinazioni fisiche e intellettuali di Victor Serge durante i suoi ultimi anni di vita, trascorsi in Messico, ha saputo ricostruire un ambiente politico, culturale e di autentica guerra civile interna in cui il movimento comunista internazionale si trovò a dibattersi dopo la catastrofe seguita alle purghe staliniane e ai processi di Mosca della seconda metà degli anni Trenta, alla sconfitta dell’esperienza rivoluzionaria coincisa con la guerra civile spagnola, al tragico accordo tra Hitler e Stalin per la spartizione della Polonia e alla seguente suddivisione del proletariato internazionale secondo linee che nulla avevano più a che fare con gli interessi dello stesso o della rivoluzione.

Victor Serge (il cui vero vero nome era Viktor L’vovič Kibal’čič), militante, intellettuale e scrittore rivoluzionario che dalla sua nascita nel 1890 a Bruxelles, figlio di un militante prima del gruppo Zemlja i Volja e poi di Narodnaja Volja costretto ad emigrare in Belgio per sfuggire alla polizia zarista, portò fin dall’infanzia le stimmate del rivoluzionario perseguitato, imprigionato e costretto ad emigrare vagando attraverso l’Europa, la Russia della rivoluzione e poi dello stalinismo e infine attraversando l’Atlantico per sfuggire, destino che lo accomunò a molti altri, sia al nazismo dopo la caduta della Francia sia allo stalinismo che dava una caccia implacabile in ogni angolo d’Europa e poi anche dell’America ai suoi avversari politici.

Tanto è vero che il travaglio messicano, diciamo così, di Serge inizia proprio nell’anno in cui Lev Trockij è assassinato a Coyoacán dal sicario, addestrtao dalla NKVD, Ramón Mercader. Episodio che costituirà soltanto uno dei tanti anelli di una catena di delitti che contribuiranno a indebolire le file dell’Opposizione di Sinistra, trotzkista e non, e a seminare dubbi e ripensamenti, grazie anche ad un gigantesco sistema di disinformazione e calunnia governato dalla centrale di Mosca, di cui però, alla fine, approfittarono anche gli americani e gli esponenti dei partiti sia totalitari che liberal-democratici europei.

Oggi sembra davvero troppo facile attribuire patenti di tradimento o di eroismo a coloro che, in quei giorni, operarono per salvare almeno un minimo di dignità e continuità, individuale o di piccoli gruppi; in quegli anni catastrofici, in cui il dubbio revisionista ebbe buon gioco a trionfare nella mentalità di molti. Eppure, eppure…
Scorrendo le pagine del libro si può rivivere tutta l’angoscia, le ambiguità, i dubbi e le fragili certezze di coloro che si opposero alla marea stalinista e che in tale tentativo finirono con l’essere travolti, uccisi o che si suicidarono oppure, ancora, passarono le linee per affidarsi, ormai delusi e sfiduciati, al nemico borghese di sempre.

Questo dramma è tutto compreso nelle opere letterarie maggiori di Victor Serge, tutte scritte durante il soggiorno messicano e quasi tutte comparse postume, nei suoi, preziosi Carnets scritti tra il 1936 e il 1947 e nel le sue memorie, oltre che nel gran numero di saggi, articoli e lettere che egli ebbe a scrivere sull’argomento2.
Opere attraverso le quali il militante rivoluzionario, seppur sconvolto da una vita in frantumi e dalle vicende che lo accompagnarono fino al giorno della sua morte, cercò sempre di tenere la barra dritta, non su un improbabile, per l’epoca e forse ancora per l’oggi, obiettivo di liberazione della classe perseguito attraverso l’uso di una fede dogmatica o di un partito più autoritario e settario che autenticamente rivoluzionario, ma almeno su una serie di principi e una dirittura morale ed etica individuale su cui non volle mai transigere. Anche a costo di rompere con amici, compagni e militanti con cui aveva condiviso anni di lotte ed esperienze importantissime.

Fu forse per questo motivo che gli Stati Uniti non gli concessero mai un visto di ingresso, anche quando nel 1942 vi fu una forte mobilitazione di personalità americane, tra cui John Dos Passos e altri scrittori e intellettuali, a favore del suo ingresso negli Stati Uniti. E fu proprio questo crescente e insuperabile isolamento a colpirlo, più di ogni altra cosa. Proprio come aveva scritto a proposito della solitudine intellettuale che aveva accompagnato Lev Trockij prima del suo assassinio, in quella casa che Serge chiamava “la tomba di Coyoacán”:

Si dimentica troppo spesso che l’intelligenza non è un dono individuale. Che cosa sarebbe stato di Beethoven isolato tra i sordi? L’intelligenza di un uomo, fosse anche un genio, ha bisogno di respirare. La grandezza intellettuale del Vecchio era in funzione di quella della sua generazione; gli occorreva il contatto diretto con uomini della sua stessa tempra spirituale, capaci di capirlo al volo e di opporglisi sullo stesso piano […] Così, solo, continuava a discutere con Kamenev, morto fucilato: lo udirono spesso pronunciare il suo nome […] mentre camminava su e giù parlando fra sé3.

Militante anarchico imprigionato in Francia per cinque anni, militante bolscevico durante la Rivoluzione e la guerra civile, membro dell’Opposizione nuovamente imprigionato ma nel Gulag staliniano, esule dopo essere stato liberato in seguito ad una vasta mobilitazione internazionale a suo favore, Victor Serge visse gli anni del disincanto comunista-bolscevico e ne bevve fino in fondo l’amaro calice.

Sono forse le parole che egli dedicò nei suoi Carnets al nipote adolescente di Trockij a riassumere, meglio di qualsiasi altro commento, il senso di un’epoca, che ne ha sfatta un’altra sicuramente gloriosa, ma che non è ancora stata sostituita da una equivalente, anche se certamente diversa.

2 marzo 1944 – Incontro in autobus il piccolo Sĕva, il nipote di Lev Trotsky. Assomiglia in modo straordinario a suo nonno, quale lo mostrano le foto della giovinezza […] Sĕva sta entrando nell’adolescenza, deve avere diciassette anni. Un viso ossuto, duro, severo, triste, con gli occhialetti. «Parli ancora il russo?» «No, l’ho completamente dimenticato». «Ma bisogna impararlo, allora!» «Perché? Per l’attaccamento sentimentale, ah, ma no!» (lo dice violentemente). Rispondo che la Russia cambierà tanto, fra non molto, che dobbiamo restarle fedeli e conservare grandi speranze. Sento che non ci crede, che le mie parole sono prive di senso per lui. – Vive sulla tomba di Coyoacán con Natalija Sedova (la vedova di Lev Trockij), vedendo solo qualche mediocre settario che non sa capirlo. Egli è già al suo secondo sradicamento. Sua madre, Zina Lvovna, si è suicidata a Berlino; suo padre è scomparso nelle prigioni; lui è stato ferito all’epoca dell’attentato di Siqueiros contro suo nonno nel maggio del 1940; ha visto uccidere suo nonno tre mesi dopo e conosciuto l’assassino come “un compagno”…4

Un’opera al nero si potrebbe definire la ricerca di Saggioro, un balletto tragico in cui anche personaggi celebri per la mitologia di una sinistra consunta, quali Vittorio Vidali (il comandante Carlos delle Brigate Internazionali), David Alfaro Siqueiros (il pittore muralista messicano), Pablo Neruda (il poeta cileno) e molti altri, sono destinati ad apparire (finalmente) al lettore odierno per quello che realmente sono stati e hanno rappresentato in quegli anni crudeli. Leggere per credere.
Leggere per pensare ed uscire, forse, da un tunnel che ancora ci inganna, come quello dei fantasmi dei vecchi luna park.


  1. Tra le sue opere principali si vedano: S.Saggioro – A.Peregalli, Amadeo Bordiga 1889-1970. Bibliografia, Colibrì 1995; S.Saggioro – A.Peregalli, Amadeo Bordiga. La sconfitta e gli anni oscuri (1926-1945), Colibrì 1998; S.Saggioro, Nè con Truman né con Stalin. Storia del Partito Comunista Internazionale (1942-1952), Colibrì 2010; S.Saggioro, In attesa della grande crisi. Storia del Partito Comunista Internazionale «il programma comunista» (dal 1952 al 1982), Colibrì 2014. Si veda qui la recensione su Carmillaonline del secondo dei due.  

  2. Poiché la bibliografia sarebbe davvero impossibile da contenere in un singola nota, si ricordano qui alcune delle sue opere, letterarie e non, più importanti cui si accennava prima: V.Serge, Memorie di un rivoluzionario, Massari 2011; V.Serge, Il caso Tulaev, Fazi 2017; V.Serge, Anni spietati, Mondadori, 1974; V. Serge, E’ mezzanotte del secolo, Fazi 2012; Carnets (1936-1947), Massari 2014  

  3. V.Serge, Vie et mort de Trotsky, p. XVI cit. in S.Saggioro, Gli ultimi anni di Victor Serge, p. 122  

  4. V. Serge, Carnets (1936-1947), p.217 cit. in Saggioro, op.cit. p.79  

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Nikolaj Vavilov: eroe della Scienza, poeta della Natura https://www.carmillaonline.com/2017/05/25/nikolaj-vavilov-eroe-della-scienza-poeta-della-natura/ Wed, 24 May 2017 22:01:35 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=38427 di Sandro Moiso

vavilov Nikolaj Vavilov, L’origine delle piante coltivate. I centri di diffusione delle diversità agricole, Pentàgora, Savona 2016 (II edizione), pp. 232, €14,00

Andremo al rogo, bruceremo, ma non rinnegheremo mai le nostre opinioni!” (Nikolaj Vavilov)

Nikolaj Ivanovič Vavilov, nato a Mosca nel 1887, fu un agronomo, botanico e genetista russo. La ripubblicazione della sua opera più famosa, pubblicata per la prima volta nel 1926 nell’URSS e giunta oggi alla sua seconda edizione italiana per i tipi di Pentàgora, permette però di ricordarlo proprio in occasione di quella rivoluzione d’Ottobre, di cui si celebra quest’anno il centenario, della quale [...]]]> di Sandro Moiso

vavilov Nikolaj Vavilov, L’origine delle piante coltivate. I centri di diffusione delle diversità agricole, Pentàgora, Savona 2016 (II edizione), pp. 232, €14,00

Andremo al rogo, bruceremo, ma non rinnegheremo mai le nostre opinioni!” (Nikolaj Vavilov)

Nikolaj Ivanovič Vavilov, nato a Mosca nel 1887, fu un agronomo, botanico e genetista russo.
La ripubblicazione della sua opera più famosa, pubblicata per la prima volta nel 1926 nell’URSS e giunta oggi alla sua seconda edizione italiana per i tipi di Pentàgora, permette però di ricordarlo proprio in occasione di quella rivoluzione d’Ottobre, di cui si celebra quest’anno il centenario, della quale egli fu contemporaneamente eroe e successiva vittima della sua degenerazione staliniana.

Certo lo scienziato russo non incarna le qualità epiche dell’eroe rivoluzionario che dirige le masse o che cade nell’azione avvolto da un autentico sudario costituito dalla bandiera rossa del Partito. Incarna però lo spirito di rinnovamento sociale, economico, culturale e scientifico che quella rivoluzione avrebbe dovuto rappresentare e che la controrivoluzione staliniana, con il suo atteggiamento inquisitoriale degno dei tempi di Galileo e del Sant’Uffizio, avrebbe finito col reprimere e distruggere. Finendo col trasformare anche la scienza in un puro dettato ideologico.

Laureatosi nel 1911 , Vavilov alternò, fino al 1917, attività di ricerca e di insegnamento sia in Russia che in altri paesi europei dove venne in contatto con il genetista inglese William Bateson. Dopo essere diventato, proprio nel 1917, prima docente presso presso l’Istituto agrario di Voronež e poi all’ Università di Saratov, vinse per tre volte il premio Lenin.
La prima volta nel 1926 proprio per il suo lavoro sulle origini delle piante coltivate.

vavilov 2 In quest’opera, che egli dedicò alla memoria del botanico francese Alphonse De Candolle, che nel 1882 aveva per la prima volta tentato di individuare i luoghi d’origine delle piante coltivate nella sua Origine des plantes cultivées, lo scienziato russo amplia su scala planetaria la ricerca dei luoghi d’origine delle piante coltivate, individuandoli non nei luoghi in cui queste si sono maggiormente affermate come colture selezionate, ma là dove tali piante presentano la maggior quantità di varietà e differenze.

Proprio in queste aree era possibile rintracciare varietà con caratteristiche che potevano rivelarsi vantaggiose per l’agricoltura come, ad esempio, la resistenza alla siccità, al freddo o a specifiche malattie. Un tipo di pianta più adatto ad un determinato ambiente poteva garantire migliori rese produttive e, di conseguenza, maggiore produzione di cibo. Costringendo, per certi versi, l’uomo a farsi collaboratore della Natura e dell’ambiente e non suo proprietario e manipolatore. Intuendo ciò finì così col diventare il “padre” e il nume tutelare di tutte le ricerche scientifiche che, in seguito, avrebbero fatto della ricerca e della difesa delle biodiversità la loro ragione d’essere.

Devo confessare di essermi imbattuto per la prima volta nel suo nome durante la lettura di un testo sulla biodiversità pubblicato in Italia negli anni ’90,1 e che le vicende della sua vita e delle sue ricerche mi avevano incuriosito anche per la determinazione con cui i ricercatori che lavoravano presso l’Istituto di botanica applicata di Leningrado, sorto per sua iniziativa, difesero la preziosissima raccolta di semi e piante, sia dai concittadini affamati che dai soldati tedeschi, nel corso dell’assedio della città durante il secondo conflitto mondiale.

L’assedio di Leningrado può essere considerato come una delle battaglie più importanti della seconda guerra mondiale e come uno degli assedi più lunghi e sanguinosi della Storia. Sempre messi in ombra dalla battaglia di Stalingrado, i 900 giorni dell’assedio della città sul Baltico furono in realtà determinanti per fermare, fin dai primi mesi dell’Operazione Barbarossa, l’avanzata tedesca verso oriente.

Iniziato l’8 settembre 1941 e terminato il 18 gennaio 1944, anche se la celebrazione della sua conclusione si è sempre tenuta il 27 gennaio, l’assedio vide cadere come vittime dei combattimenti, della fame e del freddo un milione e 250.000 dei suoi difensori, tra cittadini e militari sovietici. Nel corso di questi avvenimenti, quattordici ricercatori dell’Istituto preferirono morire di fame piuttosto che cibarsi delle sementi affidate alla loro custodia. Fedeli alla volontà di Vavilov che non potè essere presente a causa del suo arresto, operato dalla NKVD (Commissariato del popolo per gli affari interni) nel 1940.

A causa delle 64 spedizioni di ricerca ed indagine che aveva condotto in tutto il mondo egli non solo era venuto a conoscenza delle infinite varietà delle piante coltivate, principalmente cerealicole o a stelo, di cui si era da sempre occupato, ma era entrato in contatto con la malaria in Siria, con il tifo e i banditi in Etiopia, con una frana sulle montagne del Caucaso e con un incidente aereo nel deserto del Sahara.

La prima volta che viaggiò all’estero esclusivamente per raccogliere delle piante fu in Iran, nel 1916. Mentre si trovava là fu derubato, aggredito e quindi abbandonato dalle sue guide. Al suo ritorno in Russia, con i testi in tedesco e le note in inglese, fu immediatamente arrestato al confine come spia. Tre giorni più tardi fu rilasciato insieme con i suoi campioni che andarono a costituire la più grande collezione mondiale di semi2

Ma fu durante una spedizione nell’Ucraina Occidentale che la vita di Vavilov subì una drammatica svolta. Il 6 agosto 1940 fu arrestato a Chernovicy, nei pressi del confine rumeno. E successivamente sottoposto a quattrocento interrogatori distribuiti su un arco di settecento ore nel corso di undici mesi al termine dei quali confessò i suoi gravi crimini. Cosa per cui fu processato dal Collegio militare del Tribunale Supremo e, il 9 luglio del 1941, condannato a morte.

Vavilov 1In un processo durato cinque minuti, senza avvocati, ritrattò la propria confessione, ma ciò nonostante fu ritenuto colpevole di «aver ordito una cospirazione di destra, di aver fatto la spia per conto dell’Inghilterra e di aver sabotato l’agricoltura». […]Per due anni aspettò l’esecuzione. Si ritiene che in questo periodo abbia scritto un lungo libro intitolato «Storia dello sviluppo dell’agricoltura», ma il manoscritto no fu mai trovato. Nel frattempo la famiglia e gli amici si diedero da fare per il suo rilascio (parecchi furono uccisi o imprigionati per i loro sforzi), sebbene non avessero mai avuto modo di sapere se fosse ancora vivo. La sua sentenza di morte fu commutata nel 1942, ma non fu mai rilasciato. Il 26 gennaio 1943 morì in un ospedale-gulag a Saratov.3 Nel 1960 un giornalista sovietico autorizzato ad indagare sulla sua morte,4 a quanto pare, trovò i risultati dell’autopsia che indicava come Vavilov fosse morto di fame”.5

La vera colpa di Vavilov, che nel 1939 era stato eletto presidente del VII Congresso internazionale di Genetica, era stata in realtà quella di opporsi al collega Lysenko che, ispirandosi alle teorie neolamarckiste che sviluppavano in botanica una sorta di teoria dell’adattamento delle specie al clima e ai sistemi agricoli, era diventato il pupillo di Stalin avendo promesso un considerevole aumento di produttività dell’agricoltura sovietica attraverso l’applicazione, poi rivelatasi fallimentare nel corso dei successivi piani quinquennali, delle sue teorie. Mentre all’epoca Vavilov era accusato di difendere la genetica classica mendeliana, considerata dagli ideologi del partito una «pseudoscienza borghese».

Nell’inverno del 1985, al Museo Politecnico di Mosca, mentre un pubblico di scienziati assisteva alla prima di un documentario su Vavilov, un altro scienziato, Vladimir Pavlovič Efroimson, nonostante non fosse stato invitato a parlare, affermò: “Il grande studioso. Genio di statura mondiale, orgoglio della scienza patria, l’accademico Nikolaj Ivanovič Vavilov non è morto. E’ crepato. Crepato come un cane in un carcere di Saratov…e bisogna che tutti quelli che si sono qui raccolti lo sappiano e lo ricordino6

Vittima e martire di una lotta che vede ancora oggi contrapporsi le conoscenze scientifiche e le esigenze produttivistiche e del profitto, Nikolaj Vavilov fu e rimane, nonostante alcune sue formulazioni siano da considerarsi superate, importante proprio per aver saputo indicare nella ricchezza di diversità insite nelle razze e nelle specie un modello di sviluppo casuale e naturale allo stesso tempo, in cui la varietà delle origini e delle caratteristiche arricchisce la vita e la sua evoluzione. Anche e soprattutto, forse, per la specie umana.

Vavilov non utilizzò soltanto gli strumenti delle genetica e della botanica ai fini delle sue ricerche, ma li affiancò con i risultati provenienti dalla linguistica, dalla geografia, dalla storia, dall’archeologia e dalla climatologia. Senza tralasciare la ricerca sul campo e l’indagine tra i popoli agricoltori e le loro più antiche memorie. Rivoluzionario nel metodo e nelle intenzioni, collegò la varietà delle piante coltivate alle loro zone d’origine che, spesso, erano anche zone di diversità umana, non solo culturale.

Gli ufficiali dell’NKVD che diedero alle fiamme molti quaderni ove lo scienziato aveva accuratamente annotato i risultati delle sue spedizioni scientifiche, oltre a manoscritti preparatori per libri da pubblicare, danneggiarono quindi non solo le conoscenze botaniche della loro epoca, ma in prospettiva, esattamente come lo stalinismo stava facendo con il movimento operaio e comunista e nei confronti della concezione dei compiti che la lotta di classe avrebbe dovuto avere, anche il futuro della specie e delle sue conoscenze scientifiche, ritardandone enormemente il progresso.

In particolare Vavilov, nel corso delle sue ricerche e dei suoi studi, aveva individuato nelle zone di montagna, e non nelle pianure, l’origine delle colture e dell’uso delle piante più adatte a sfamare le comunità umane. Proprio per questo, come nel testo sulle origini delle piante coltivate qui presentato, lo scienziato aveva individuato tra le montagne, le loro valli, le loro differenze morfologiche e climatiche dipendenti dalla geografia e dall’altitudine la meravigliosa culla delle società umane e delle loro differenze culturali ed organizzative.

Un esame più approfondito dell’Asia sud-occidentale, dell’Asia minore, dell’Africa settentrionale ha dimostrato negli ultimi anni che tutta la diversità varietale delle piante agrarie e orticole è racchiusa in prevalenza nelle regioni montuose. La concentrazione della diversità varietale e razziale è risultata trovarsi nelle regioni montuose perciò guardare alle valli dei grandi fiumi come al centro dell’origine delle colture vegetali è radicalmente sbagliato“.7

In un processo che vede sempre l’uomo interagire con le altre specie e con l’ambiente, in pagine che, come in quelle dedicate al sopravvento di piante considerate infestanti, come nel caso di alcuni tipi di avena o di canapa, su altre piante coltivate in particolari climi o a particolari altitudini, diventano di pura poesia. Rivelando l’amore disinteressato dello scienziato per l’oggetto del suo studio e per tutte le specie che concorrono al manifestarsi e alla riproduzione della vita e dell’evoluzione su scala planetaria.

Nel fare questo l’autore, però, non dimentica che “il ruolo decisivo nell’elezione dell’una o dell’altra regione montuosa quale centro di formazione l’hanno avuto i motivi storici e non solo la diversità dell’ambiente“,8 anche se la storia della coltivazione e della contemporanea evoluzione delle società deve essere a suo avviso spostata molto più indietro dei circa diecimila anni cui ci ha abituato la storiografia ufficiale. Nelle zone montuose infatti non occorrevano tutte quelle opere di contenimento e controllo delle acque che avrebbero dato poi il via alle grandi civiltà storiche. “Il controllo dell’acqua per l’irrigazione non richiede qui grandi sforzi. Il flusso gravitazionale dei torrenti montani può essere facilmente deviato verso i campi. Le regioni di alta montagna spesso si prestano alla coltura non irrigua grazie alla maggiore quantità di precipitazioni nelle zone elevate“.9

vavilov 3Un libro non sempre facile, a tratti destinato ad un pubblico di specialisti come avverte la sua bravissima traduttrice e curatrice Caterina Maria Fiannacca, ma che può essere letto anche da tutti coloro che interessandosi alla storia della rivoluzione sovietica non intendono accontentarsi di una narrazione mitica e retorica, per trovare invece nel passato le radici del nostro futuro. Obiettivo che, in fin dei conti, era anche quello di Vavilov che, proprio per questo, ci è ancora così vicino.

E se questo non bastasse non si dimentichi il possibile lettore che sotto i suoi occhi scorreranno storie di cui sono protagonisti segale, avena, frumento, miglio, canapa, cimici rosse, steccati abbandonati, popoli nomadi e popoli stanziali, valli e altopiani, paesi e aree geografiche il cui nome (Afghanistan, Bukhara, Pamir, Khiva, Samara solo per citarne alcuni) oggi sembra dimenticato o ridotto a cronaca di guerra mentre, insieme a tanti altri, potrebbero ancora riservarci immense e preziose sorprese.


  1. Cary Fowler – Pat Mooney, Biodiversità e futuro dell’alimentazione, Red Edizioni 1993  

  2. C.Fowler – P.Mooney, op. cit. pag.54  

  3. Dove la sua famiglia era stata costretta a trasferirsi di imperio, senza mai essere informata che in quella stessa città era detenuto lo stesso Nikolaj  

  4. Dopo la morte di Stalin, Vavilov era stato riabilitato dalla Corte suprema sovietica nel 1955  

  5. C.Fowler – P.Mooney, op. cit pag.55  

  6. Caterina Maria Fiannacca, Andremo al rogo, appendice a Nikolaj Vavilov, L’origine delle piante coltivate, Pentàgora 2016, pag. 216  

  7. Vavilov, pag.150  

  8. pag.151  

  9. Vavilov, pag.152  

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Hard working men: alle radici del fascismo di Trump (e non solo) https://www.carmillaonline.com/2017/02/21/hard-working-men-alle-radici-del-fascismo-trump-non-solo/ Mon, 20 Feb 2017 23:01:53 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=36493 di Sandro Moiso

Donald Trump A When I was a schoolboy/ Teachers said study as hard as you can/ It didn’t make no difference/ I’m just a hard workin’ driver man ( Hard Workin’ Man, Captain Beefheart 1977)

Nel recente editoriale di un quotidiano nazionale, a proposito dell’allarmismo sollevato dal successo di Donald Trump e dalla possibile affermazione di forze populiste e /o di destra e nazionaliste nelle prossime elezioni europee, è stato affermato che le élite, ancora stordite da un evento inesplicabile e traumatizzante, sperano “che una gaffe, un passo falso, una dichiarazione sbagliata, un incidente di percorso, un’inchiesta [...]]]> di Sandro Moiso

Donald Trump A When I was a schoolboy/ Teachers said study as hard as you can/ It didn’t make no difference/ I’m just a hard workin’ driver man ( Hard Workin’ Man, Captain Beefheart 1977)

Nel recente editoriale di un quotidiano nazionale, a proposito dell’allarmismo sollevato dal successo di Donald Trump e dalla possibile affermazione di forze populiste e /o di destra e nazionaliste nelle prossime elezioni europee, è stato affermato che le élite, ancora stordite da un evento inesplicabile e traumatizzante, sperano “che una gaffe, un passo falso, una dichiarazione sbagliata, un incidente di percorso, un’inchiesta giudiziaria, un’esagerazione smodata, un comportamento censurabile, un tweet deplorevole, uno strafalcione possano minare il consenso da loro accumulato […] E non riescono, proprio non riescono con tutta la buona volontà, a capire qual è il rapporto di identificazione emotiva tra questi alieni e il popolo che si entusiasma per loro”.1

E’ un tema che Alessandra Daniele ha già affrontato con ben altra verve qui su Carmilla, ma le parole dell’editorialista del quotidiano milanese possono servire da spunto per una riflessione sulle modalità con cui, a livello internazionale, la classe dirigente affronta il problema dello s/mascheramento dei suoi obiettivi. Donald Trump appare infatti fin troppo esplicito nelle sue affermazioni mentre il suo programma si riduce a pochi, fondamentali obiettivi: protezionismo e barriere non solo commerciali (con tutto il corollario di esclusioni anche razziali che da ciò derivano), guerra commerciale (prima) e guerreggiata (poi) ai principali competitori (Cina ed Europa germanica)2 anche se non è possibile escludere con sicurezza qualsiasi altra alternativa di carattere militare, salvaguardia dei posti di lavoro e in particolare dei manufatti americani. A farne le spese sono già stati intanto TTP e WTO,3 ovvero due capisaldi della cosiddetta globalizzazione, oltre che tutta la diplomazia americana degli ultimi quarant’anni.4

der spiegel trump 1 Nei punti qui sinteticamente esposti sembra infatti essere messa in evidenza una politica piuttosto aggressiva sia dal punto di vista economico che geopolitico e militare. Se, nella narrazione del nuovo inquilino della Casa Bianca, l’America di Obama e dei precedenti governi ha perso quella che già in altri interventi su Carmilla è stata definita Terza guerra mondiale per la ripartizione delle rovine lasciate dal crollo dell’Urss e delle risorse petrolifere mediorientali fin dalla prima guerra del Golfo, Trump ha l’obiettivo di vincere, e per tale motivo impostarne regole ed indirizzi, la Quarta. Che non sarà più combattuta per interposte persone o alleanze e in cui the Land of the Free non dovrà più fingere di combattere per la libertà altrui o per ipotetici diritti umani. Questa volta gli Stati Uniti combatteranno dichiaratamente per se stessi e per i propri interessi. Senza quell’ingombrante bagaglio ideologico che alla fine sembre essersi ingarbugliato troppo nelle mani di Obama e della consorteria clintoniana liberal/democratica.

Però resta la domanda iniziale, ovvero cosa ci sia di così affascinante nel progetto, fin qui grossolanamente delineato, tanto da attirare il voto di milioni di cittadini americani. La risposta a tale domanda potrebbe essere efficacemente sintetizzata da un’intervista ad un gruppo di operai bianchi, andata in onda in un telegiornale RAI il giorno successivo alla vittoria di Trump, sulle ragioni del loro voto e su quale fosse l’aspetto che piacesse loro di più del neoeletto presidente, ed essa è stata ferma, sintetica, chiara e inequivocabile: “Hard work!”.

Probabilmente altri milioni di operai, farmers ed ex-occupati della rust belt e delle aree industriali ed agricole provate e provati da anni di crisi economica, decrescita industriale e perdita di garanzie e privilegi legati al ruolo di aristocrazia operaia e classe media WASP che sembrava per decenni aver garantito quella stessa classe sociale, avrebbero risposto allo stesso modo. Il duro lavoro scambiato per condizione esistenziale naturale, lo scambio tra forza lavoro e salario in cambio della produzione di plusvalore, la fatica stakanovista del minatore e dell’operaio che si sente orgoglioso del proprio ruolo nel processo di valorizzazione del capitale e nella crescita economica della propria nazione: ecco cosa li ha affascinati nel discorso del più becero degli speculatori trasformatosi in capo popolo nazionalista. E fascista, senza ombra di dubbio alcuna.

der spiegel trump 2 Perché è proprio nel concetto di lavoro inteso come partecipazione alla creazione della ricchezza della Nazione che si nasconde la grande fascinazione esercitata dal fascismo su una parte significativa della classe operaia. Nazionalismo, razzismo, esclusione e prevaricazione di genere, bellicismo non sono altro che i corollari, a livello ideologico, di un concetto che è penetrato in profondità nella mentalità di coloro che collegavano e collegano ancora il benessere proprio alla fatica e allo sfruttamento produttivo.

Tutti elementi che permettevano a Jack London, già nel 1907 nel suo Tallone di ferro, di ipotizzare una società autoritaria e tirannica in cui “al di sopra delle masse dei diseredati s’innalzano le caste dell’aristocrazia operaia, dell’armata pretoriana, dell’apparato poliziesco onnipresente e dell’oligarchia finanziaria[…]Leggendo queste righe non si cree ai propri occhi; è un quadro del fascismo, della sua economia, della sua tecnica di governo e della sua psicologia“.5

Da questa classe operaia, anche qui da noi in Italia e in Europa, è stata sradicata l’idea del rifiuto del lavoro inteso come sfruttamento, è stata spazzata via l’idea che la vita umana si realizzi pienamente soltanto all’interno di una comunità di intenti antagonista all’esistente, in cui il lavoro torni ad essere una forza creativa collettiva non solamente destinata a produrre ricchezza monetaria e merci. Ed è, occorre dirlo, un’umanità triste e impoverita oltre che impaurita. Un’umanità in cui ogni desiderio è reificabile sotto forma di merci e prodotti oltretutto di qualità sempre più scadente e il cui immaginario è stato interamente colonizzato dal Capitale e dallo Stato.

Il barbecue famigliare e buy american cui il nuovo presidente invita i suoi elettori è fatto di cibo spazzatura e di illusioni di grandezza, di violenza e odio nei confronti degli immigrati e di qualsiasi nemico. Esterno o interno che sia. Oggi il jihadista, domani il tedesco e il cinese e più in là magari anche il giapponese o qualsiasi altro europeo. Ma tutto questo era già presente, soltanto in maniera più mascherata e nascosta, in tutto il discorso della presidenza o delle presidenze precedenti. Non solo per le capacità mimetiche dei singoli individui che si sono succeduti alla Casa Bianca, ma perché intrinseco a tutte le scelte fatte dall’espansionismo imperiale statunitense. Liberali o liberiste che fossero.

der spiegel trump 3 La responsabilità di Trump agli occhi dell’establishment è così, principalmente, quella di aver reso esplicito ciò che per il bon ton liberal-democratico deve rimanere accantonato: l’intima connessione tra interesse privato e nazionale che è il fondamento dei rapporti di produzione basati sull’appropriazione privata della ricchezza socialmente prodotta. Da cui deriva l’intrinseca e inscindibile connessione che corre tra le politiche liberali e il loro rovescio apparente: il fascismo.

Non due entità separate e nemiche, l’una in concorrenza con l’altra, come la vulgata esposta negli ultimi settant’anni ha potuto affermare dopo che le controrivoluzioni totalitarie e stataliste avevano spazzato via qualsiasi discorso sull’autonomia di classe mentre la seconda guerra mondiale era riuscita a piegare le esigenze di liberazione dalla schiavitù capitalistica agli interessi degli imperialismi in lotta. Soprattutto dopo che l’intervento dello Stato nell’economia, sia in chiave fascista, stalinista o keynesiana, aveva contribuito a sviluppare una sorta di statolatria nel seno di quelle stesse masse che lo Stato avrebbero dovuto percepire come nemico in quanto unico garante degli interessi della classe sfruttatrice.

Non si scandalizzi dunque chi ancora oggi è convinto che le politiche keynesiane siano un prodotto dell’azione delle lotte e dei sindacati sull’operato dello Stato a favore dei ceti meno abbienti. La teorizzazione di Keynes è infatti racchiusa nella sua opera più celebre, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, pubblicata nel 1936, ma già prima della sua pubblicazione sia Roosvelt con il New Deal che Hitler e Mussolini stavano operando nel senso di un intervento statale dedito al rilancio delle economie e delle industrie nazionali, anche a tappe forzate.6

In ordine cronologico, però, era stato proprio il fascismo italiano ad inaugurare un piano di azione centralizzata senza precedenti nella storia del capitalismo moderno per la costruzione di più di cento nuove città,7 tra gli anni Venti e l’entrata in guerra del 1940, e allo stesso tempo ad inaugurare una nuova stagione di provvedimenti statali “a favore dei lavoratori”: nel 1933 la CNAS (Cassa Nazionale per le Assicurazioni Sociali) aveva assunto la denominazione di Istituto nazionale fascista della previdenza sociale che, dal 1943, divenne definitivamente Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS). Nel 1939 erano state istituite le assicurazioni contro la disoccupazione, la tubercolosi e per gli assegni familiari. Ed erano state, altresì, introdotte le integrazioni salariali per i lavoratori sospesi o ad orario ridotto. Il limite di età per il conseguimento della pensione di vecchiaia ridotto a 60 anni per gli uomini e a 55 per le donne e istituita la pensione di reversibilità a favore dei superstiti dell’assicurato e del pensionato.8

Mentre “l’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro – Inail – nasce nel marzo 1933, dall’unificazione della Cassa nazionale infortuni e delle Casse private di assicurazione. Il nuovo Istituto è destinato a crescere in dimensione e importanza nei decenni successivi, con l’estensione della platea degli eventi assicurati e l’assorbimento di enti minori, che gestiscono l’assicurazione infortuni per particolari categorie di lavoratori. È del 1935 l’introduzione dei principi cardine che determinano il carattere pubblicistico dell’assicurazione infortuni e malattie professionali: la «costituzione automatica del rapporto assicurativo, l’automaticità delle prestazioni, l’erogazione di prestazioni sanitarie, la revisione delle rendite e una nuova disciplina nell’assistenza ai grandi invalidi»”.9

Sempre nell’italietta, però fascista originale, il tutto era stato preceduto, nell’aprile del 1927, dalla Carta del lavoro in cui si esprimevano i principi sociali, la dottrina del corporativismo, l’etica del sindacalismo fascista e la politica economica fascista. Portava le firme del capo del governo, dei ministri, dei sottosegretari, dei dirigenti del partito, dei presidenti delle confederazioni professionali fasciste dei datori di lavoro e dei lavoratori e dichiarava che “il lavoro è un dovere sociale e che il suo fine è assicurare, assai più che la giustizia, la potenza della Nazione“.

Giovanni Gentile, nel commentarla sulla rivista mensile “Educazione fascista”, avrebbe così avuto modo di affermare: “Nessun documento ufficiale ha mai affermato così chiaramente questa natura etica dello Stato in generale ed in specie rispetto all’attività economica, come la Carta del Lavoro nelle sue premesse fondamentali e in tutto lo spirito che la governa. La Nazione è una unità morale, politica ed economica […]. Noi crediamo di poter liberamente commentare aggiungendo: Unità politica ed economica, in quanto unità morale” (…). Così si integra e si illumina il concetto dello Stato…; così pure si integra e si illumina la figura del cittadino… che non è più una entità statica e uniforme…, ma agisce.. e nel lavoro trova la sua concreta funzione e il suo posto nella vita, l’uomo è cittadino: al cospetto di quello stesso valore morale in cui consiste la sua unità10

Si dimostra così come uno dei cardini del fascismo consista proprio nell’integrazione dell’ideologia lavorista con il nazionalismo e che ciò costituisce un aspetto fondamentale di quell’esigenza di superamento del concetto di lotta di classe che sia il fascismo che il liberalismo “democratico” hanno in comune. Con la differenza che, mentre nell’ideologia e nella pratica fascista lo Stato aspira ad essere percepito come supremo regolatore di una “serena convivenza” degli interessi, nel liberalismo/liberismo questi sono lasciati fluttuare sulla base degli interessi del capitale finanziario. In entrambi i casi, comunque, il tutto funziona soltanto a seguito di una totale rimozione o repressione delle espressioni autonome della classe o delle classi antagoniste al capitale.

Secondo il Casini, su Gerarchia del 1927, i punti fondamentali e più innovativi della Carta del Lavoro erano tre. Innanzitutto il riconoscimento delle Corporazioni, della proprietà privata e il contratto collettivo di lavoro reso obbligatorio. Mentre per Giuseppe Bottai la conquista delle ferie pagate e delle indennità in caso di morte o di licenziamento erano da considerare come: “pratici benefici che i lavoratori non erano mai riusciti a raggiungere attraverso i cartelloni demagogici della democrazia e che invece allora essi realizzavano, nella perfetta soddisfazione dei datori di lavoro”.11

der spiegel trump 4 Formalmente la differenza non era poca, ma in entrambi i casi non si usciva (e si continua a non uscire) da una logica che metteva, e mette tutt’ora, il profitto privato e nazionale innanzi a tutto. Una logica che ha costretto così la lotta antifascista di carattere democratico, e non rivoluzionaria, a parteggiare per una delle due parti in lotta a discapito dell’interesse della maggioranza dell’umanità che sarebbe stato, e rimane, quello di uscire dalle spire di un modo di produzione iniquo, devastante, soffocante, inquinante qualsiasi sia la forma che tende ad assumere nella sua rappresentazione. Soprattutto oggi, in un mondo in cui lo slogan “Siamo il 99%” si avvicina sempre di più a rappresentare efficacemente una realtà socio-economica in cui i primi otto miliardari del pianeta posseggono esattamente la stessa quantità di ricchezza degli ultimi tre miliardi e mezzo di donne e uomini. Mentre anche solo qui in Italia i primi sette hanno una ricchezza corrispondente a quella del 30% della popolazione.12

In questo senso dunque il diffuso cordoglio e la grande agitazione anti-Trump che manifestano i media liberal dalla Repubblica all’Huffington Post, passando per L’Unità e la CNN, solo per citarne alcuni, oppure il mondo incanaglito di Hollywood e la stampa europea alla Der Spiegel ,13 altro non fanno che chiamare a una lotta patinata, in cui ogni espressione di Melania Trump sembra valere più di qualsiasi considerazione di carattere socio-economico, un pubblico che spesso non li ascolta o li ignora, per una battaglia che in quei termini proprio non gli appartiene. Mentre lo scontro vero tra due fazioni capitalistiche altrettanto assassine e assetate di sfruttamento procede intanto a livello di intelligence e Federal Bureau of Investigation.14

Con buona pace di chi si è lasciato troppo irretire dalle sirene dei diritti (di genere, civili, di cittadinanza) senza capire che, quando il discorso che li riguarda resta separato da una critica più generale del modo di produzione capitalistico ed ancorato ad una visione esclusivamente legalitaria e statalista, tale battaglia finisce spesso con il dividere, indebolire e creare nuove contrapposizioni più che contribuire ad un reale progresso.15

Born in the usa Creando talvolta autentici cortocircuiti e paradossi culturali; come nel caso di Bruce Springsteen che con tutto il suo strillare contro Trump sembra voler ignorare che una delle sue canzoni più famose, Born In The USA, potrebbe costituire davvero un inno dell’America di Donal Trump e dei suoi elettori, con il suo rimpianto per il lavoro perso e la chiusura delle fabbriche nelle centinaia di small town di cui parla spesso nei suoi versi, tanto quanto il lamento sugli stessi argomenti contenuto nel disco Endagered Species, con la sua copertina di rovine industriali, dei pur repubblicanissimi Lynyrd Skynyrd.16

Skynyrd_species Ma se l’esempio discografico/musicale appena riportato potrebbe apparire ad alcuni come frivolo e insignificante, ben altra rilevanza dovrebbe avere il fatto che tutte le politiche laburiste della Sinistra istituzionale europea, dal secondo dopoguerra in poi, abbiano di fatto insistito sull’intima connessione esistente tra lavoro salariato e benessere nazionale, trasformando così le contraddizioni di classe in un semplice accidente del e per il PIL. A guardarle bene, però, ci si accorge che tale discorso non è stato portato avanti e difeso soltanto da chi un tempo era definito come socialdemocratico, ma anche da quelli che fino a qualche decennio fa si definivano ancora come partiti comunisti.

La malattia, se così si può definire, ebbe infatti origine, oltre che nell’Italia fascista, nella Russia della controrivoluzione staliniana dove non solo i dirigenti fascisti andarono ad apprendere le forme di organizzazione del lavoro e a contrattare l’apertura di nuovi stabilimenti,17 ma in cui l’operaio produttore divenne oggetto di culto con lo stakanovismo.18 Non c’è da stupirsi quindi se, anche negli Stati Uniti dell’ultima campagna elettorale, l’unico avversario di Trump che avrebbe potuto attingere allo stesso bacino elettorale è stato Bernie Sanders, il cui programma economico e protezionistico aveva molti punti in comune con quello del vincitore.19

Marx ed Engels affermavano che la classe operaia o lotta o non è e che nel negare il capitalismo avrebbe dovuto dialetticamente negare se stessa (Negazione della negazione). Discorsi lontani anni luce oramai da una concezione operaista e lavorista che, nel fondare la propria protesta soltanto sulla richiesta di lavoro (e non sulla sua negazione o almeno riduzione in termini di tempo) e di interventi dello Stato in sua difesa, altro non fa che rafforzare l’idea della collaborazione tra capitale e lavoro e il sempre più evidente fascino esercitato dalle destre su ampi strati di lavoratori. Ben al di là delle convinzioni religiose e del tradizionalismo cui spesso questo effetto viene spesso principalmente imputato.

Come se questo non bastasse gran parte delle “lotte” attuali, estremamente settorializzate, rischiano di corporativizzare le dinamiche dello scontro sociale, allontanandosi le une dalle altre e troppo spesso dai bisogni più generali dei lavoratori, occupati o meno che siano; attenendosi ad un discorso liberal/liberista soltanto apparentemente inclusivo ma che, in realtà, persegue implacabilmente una sempre maggiore proletarizzazione della società. Il fatto di non cogliere ciò può soltanto portare ad un aumento, invece di una riduzione, dell’influenza di una mentalità intrinsecamente fascista nelle lotte per il lavoro.

( 1 – continua)


  1. Pierluigi Battista, Il consenso dei leader alieni, Corriere della sera, 11 febbraio 2017  

  2. Si veda in proposito, come possibile esempio tra i tanti che si potrebbero fare, l’articolo di Mario Platero, Nel mirino i grandi competitor economici, Il Sole 24 Ore, 17 gennaio 2017, dove si cita un’intervista a Donald Trump in cui egli afferma: “«L’Europa unita è stata formata per battere l’America sul piano commerciale» […] Poi aggiunge che l’Europa è stata formata in modo germanocentrico per favorire commercialmente la Germania”  

  3. Si veda https://it.businessinsider.com/dazi-e-addio-al-wto-trump-va-alla-guerra-commerciale-globale/  

  4. Si vedano, per esempio, le affermazioni di Trump sulle responsabilità americane e russe nelle ultime guerre: “«Vladimir Putin non è un killer?», chiede Bill O’Reilly, il conduttore più famoso della tv conservatrice Fox News. Sono le 16 di domenica: gli americani si preparano a vivere il Super Bowl, la partita di football e lo show di contorno più seguiti dell’anno. L’intervista a Donald Trump fa parte della grande attesa. Questa la risposta del presidente degli Stati Uniti: «Pensi che l’America sia così innocente? Anche da noi ci sono molti assassini». «Sì, ma qui stiamo parlando di un leader», replica il giornalista. Trump non arretra: «Anche noi abbiamo fatto tanti errori. Pensa solo alla guerra dell’Iraq. Quanta gente è morta». Ecco fatto: in due minuti Trump ha messo insieme un’equazione esplosiva. Le responsabilità di Putin sono, di fatto, accostabili a quelle di George W. Bush, il presidente che ordinò l’invasione dell’Iraq.” in http://www.corriere.it/esteri/17_febbraio_05/trump-attacca-giudici-difende-putin-anche-noi-usa-siamo-assassini-706c90da-ebed-11e6-91eb-31433eb4de41.shtml  

  5. Lev Trochij in una lettera a Joan London, figlia dello scrittore, dell’ottobre del 1937  

  6. Si veda, in tal senso, Wolfgang Schivelbusch, Tre New Deal. Parallelismi fra gli Stati Uniti di Roosevelt, l’Italia di Mussolini e la Germania di Hitler. 1933-1939, Marco Tropea Editore2008  

  7. 147 per la precisione. Si veda Antonio Pennacchi, Fascio e martello. Viaggio per le città del duce, Laterza 2008  

  8. fonte https://www.inps.it/portale/default.aspx?iMenu=11  

  9. fonte https://www.inail.it/cs/internet/istituto/chi-siamo/la-storia.html  

  10. fonte https://it.wikipedia.org/wiki/Carta_del_Lavoro  

  11. idem  

  12. fonte Rapporto annuale 2016 Oxfam, una delle più antiche società di beneficenza con sede a Londra citato in Barbara Ardù, Disuguaglianze in aumento, otto super Paperoni hanno la stessa ricchezza di metà dell’umanità, 16 gennaio 2017  

  13. Le cui copertine rendono efficacemente l’idea di quale sia ormai il livello di tensione raggiunto tra Stati Uniti e Germania. Trump viene definito gentilmente come “La fine del mondo” in una , come terrorista anti-liberale in un’altra e come “una completa follia” in un’altra ancora: Wahnsinn  

  14. Impossibile non notare la profondità dello scontro a cui il novello presidente è arrivato con l’FBI e le rivelazioni fatte da settori dell’intelligence americana e dello stesso Partito Repubblicano sull’affaire Putin al fine di indebolire l’attuale compagine governativa  

  15. Si veda in proposito https://www.carmillaonline.com/2016/12/14/cosa-resta-dei-diritti-umani/  

  16. Si veda John C. Hulsman, Gli eroi di Bruce Springsteen si vendicano. Addio pax americana, in Limes n° 11/2016, L’agenda di Trump, pp. 111-116  

  17. Si veda in proposito il sempre utile Pier Luigi Bassignana, Fascisti nel paese dei soviet, Bollati Boringhieri 2000  

  18. Che poi l’autonomia operaia si manifestasse colà con l’impiccagione degli operai stakanovisti alle travi delle fabbriche è una storia che si può leggere in Danilo Montaldi, Saggio sulla politica comunista in Italia 1919-1970, Milano 2016  

  19. Si veda https://www.carmillaonline.com/2016/06/24/outsiders-vs-establishment/  

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