Conquista – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 13 Jun 2026 20:00:36 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Si può vivere solo nel modo più feroce possibile https://www.carmillaonline.com/2021/03/17/si-puo-vivere-solo-nel-modo-piu-feroce-possibile/ Wed, 17 Mar 2021 21:10:48 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=65293 di Sandro Moiso

Robert Coover, Huck Finn nel West, traduzione di Riccardo Duranti, Enne Enne Editore, Milano 2021, pp. 368, 19 euro

In questo paese si rischia di finire sparati da qualsiasi parte e farsi sparare sul fiume è sempre meglio che farsi sparare nel deserto, poco ma sicuro (Huck Finn)

Chi ama la letteratura americana contemporanea può trovare nei romanzi pubblicati da Enne Enne editore, molto curati e ben tradotti (fatto non più così comune nel nostro paese da diversi anni a questa parte, nonostante la lezione di Cesare Pavese, Elio [...]]]> di Sandro Moiso

Robert Coover, Huck Finn nel West, traduzione di Riccardo Duranti, Enne Enne Editore, Milano 2021, pp. 368, 19 euro

In questo paese si rischia di finire sparati da qualsiasi parte e farsi sparare sul fiume è sempre meglio che farsi sparare nel deserto, poco ma sicuro (Huck Finn)

Chi ama la letteratura americana contemporanea può trovare nei romanzi pubblicati da Enne Enne editore, molto curati e ben tradotti (fatto non più così comune nel nostro paese da diversi anni a questa parte, nonostante la lezione di Cesare Pavese, Elio Vittorini e Fernanda Pivano), sicuramente un ottimo punto di riferimento. Prova ne sia questo romanzo di Robert Coover, tradotto magistralmente da Riccardo Duranti.

Robert Coover (1932), autore di romanzi e racconti, è considerato uno dei padri della letteratura postmoderna statunitense e ha insegnato per più di trent’anni alla Brown University.
Riccardo Duranti che ha avuto il compito, e la capacità, di trasporre in italiano le sue invenzioni linguistiche e letterarie, ha precedentemente tradotto l’opera omnia di Raymond Carver e autori come Cormac McCarthy, Richard Brautigan, Philipo K.Dick e Henry David Thoreau.

Per un romanzo che riprende le vicende del più noto, o dei più noti, tra i personaggi di Twain la traduzione si rivela come uno dei punti di forza, considerato che, per la prima volta, il linguaggio torna ad essere quello desiderato dallo scrittore che aveva preso il proprio nome d’arte dal gergo dei battellieri del Mississippi e che aveva tratto le proprie storie e le parole con cui raccontarle da quelle della Frontiera e della società americana a cavallo tra ‘800 e ‘900. Come afferma lo stesso Duranti:

A parte la narrazione fluida, in cui i piani temporali si sovrappongono e si fondono con continuità, i fantasmagorici effetti cooveriani di questo romanzo sono essenzialmente concentrati nel linguaggio. Coover riprende e porta alle estreme conseguenze l’intuizione di Twain di affidare a narratori improbabili e linguisticamente anomali la testimonianza degli eventi; e a mio parere raggiunge risultati ancor più efficaci dello stesso Twain, amplificando l’azione eversiva del linguaggio ruspante di Huck.
Questa centralità del linguaggio mi ha posto seri problemi di traduzione: nello sforzo di riprodurre, in un contesto linguistico diverso, scarti e deformazioni espressive irrinunciabili, le normali sfide traduttive sono amplificate ed esasperate.
[…] Come in tutti i tentativi di derivazione, non sempre le soluzioni sono all’altezza dell’originale, ma in alcuni casi, con mia grande sorpresa, l’equivalente italiano si è rivelato molto efficace, aggiungendo assonanze allusive più esplicite. Per esempio, il soprannome affibbiato al generale che perseguita Huck, Hard Ass, che diventa Culo Tosto e lo avvicina dal punto di vista fonico all’evidente modello storico del Generale Custer, con cui condivide almeno due nessi. Oppure le riunioni sulla “stragetia” da adottare con i pellirossa che Tom tiene con i suoi sodali e in cui la metatesi rivela più immediatamente in italiano che in inglese le inquietanti intenzioni che le sottendono1.

Coover si misura, in realtà, con un romanzo, Le avventure di Huckleberry Finn (1884), che T.S. Eliot aveva definito un “capolavoro”, in cui «il genio di Twain trova la sua piena realizzazione». A questo giudizio si sarebbe poi aggiunto quello di Ernest Hemingway: «Tutta la letteratura americana viene da un libro di Mark Twain che si intitola Huckleberry Finn… Non c’era niente prima. E non c’è stato niente del genere dopo»2.

Operazione certamente impegnativa quella di riprendere i personaggi di Mark Twain per seguirli nelle avventure successive a quelle originali, senza intaccarne le caratteristiche. Ancor di più se si coglie che Coover li immerge deliberatamente fino al collo nella storia del loro paese per circa un trentennio, sviluppandone le personalità con un realismo ed una credibilità sorprendenti.
Ma ciò ancora non basta: Coover riesce a demistificare e far implodere tutto il “mito americano”, soprattutto quello fondante della Frontiera.

Trent’anni di storia americana condensati nello sgangherato resoconto di Huck con tutte le relative tragedie e “contardizioni” (dalla guerra “sivile” alla corsa all’oro, passando per il genocidio delle tribù native ad opera dei coloni e dei “calvari-legieri”), da cui la retorica del mito patriottico esce decisamente a pezzi. Mentre sono impressionanti, e certamente non casuali, i collegamenti con l’attualità politica contemporanea.

«Gli Stati Uniti rivendicano questo territorio a se stessi per cacciare fuori a calci i pellerossa cannibali e blastemi – che non sono manco del tutto UMANI!» così ha detto. «E d’ora in poi, l’esercito americano proteggerà TUTTI i migranti legali e i minatori! OVUNQUE volete andare!». Tutti si sono messi ad acclamarlo come matti. «Vi assicuro, amici, che non ci saranno più massacri pellerossa né processi somari e manco più linciaggi! Tutto sarà LEGALE e PRO-PROGRESSO, aggiusta regola! La regola AMERICANA! Grassatori, osti-lì e leva-picchetti saranno PERSEGUITATI! Tutto dovrà essere come DOVREBBE essere! Stiamo costruendo la prima nazione perfetta al mondo quaggiù e non c’è nessun maledetto pellerossa che si metterà di traverso, e nemmanco nessun re e nessuna sciocchezza né senti né mentale né quacchera che sia, per non parlare manco dei banchieri forestieri! Costruiremo il paradiso in terra dove tutti saranno RICCHI e nessuno oserà togliervi quello che vi aspetta di diritto ed è VOSTRO! Questo è il nuovo ELDORADO!»3.

La grande promessa americana, sulle labbra dell’amico di sempre, Tom Sawyer, oppure su quelle di Trump o di Biden fa lo stesso, come Make America Great Again nasconde sempre la truffa, la menzogna e la violenza. Sarà l’evidenza dei fatti, e delle stragi di tribù e di animali (soprattutto cavalli) a spingere Huck, coerentemente al suo istintivo pessimismo anarchico, verso una crescente ammirazione per le storie del trickster Coyote, modello ideologico che Huck assorbe da Eeteh, il nuovo e definitivo (?) amico nativo americano, insieme ad un maggior apprezzamento di quello sociale, anche se decisamente imperfetto, dei Sioux Lakota con cui ha vissuto (non sempre felicemente) rispetto a quello “bianco” che si va affermando in tutta la sua crudezza.

In realtà, a trionfare è ancora una volta il desiderio di fuggire; lo stesso che già aveva animato le vicende di Huck nella sua scorribanda sul Grande Fiume (il Mississippi) nel romanzo originale e, successivamente, tutte le grandi fughe della letteratura americana. Da Jack London a Jack Kerouac compresi. Forse causate, anche inconsapevolmente, da ciò che avrebbe scritto in seguito William Burroughs, nel suo Pasto nudo (1959): «L’America non è una terra giovane: era già vecchia, sporca e malvagia prima dei coloni, prima degli indiani. Il male è lì che aspetta».
Qualcosa che si coglie indirettamente nelle parole di un fotografo che dovrebbe documentare le gesta di un Tom Sawyer vestito e descritto come un Buffalo Bill circense

«Ho lo studio lì. Perlopiù facevo foto di morti. Sono famoso per la mia specialità: i ferrotipi di bambini morti. Se sono svelto a beccare i pupi, li sistemo in modo che sembrano ancora vivi. Nello studio ho un sacco di bambole di paglia per mettergliele nei pugnetti. I vecchi sono più facili se li becchi prima che s’irrigidiscono troppo, però non sono altrettanto carini. Ho fatto anche foto di gente viva, ma non vanno molto». Mi ha mostrato una foto che aveva fatto a Tom nel suo costume tutto bianco, con la mano infilata nella camicia, in sella a Tempesta come s’addice a un generale. Si è infilato un sigaro tra le sue ampie labbra, se lo è acceso e ha sorriso. «Lo Strabiliante Tom Sawyer è venuto lì a cercarmi e da allora l’ho seguito dappertutto. Gli faccio le foto dovunque va, mentre combatte i pellirosse, i rapinatori e l’ingiustizia, mentre cerca l’oro e appicca i crinimali, ma soprattutto quando si riposa in sella al suo cavallo col suo cappello bianco e il vestito di pelle di daino. Lui è il Sivilizzatore del West, me l’ha detto lui stesso. Sta facendo un libro famoso su se stesso»4.

Ma l’operazione di Coover è tutt’altro che forzata: l’ironia feroce nei confronti di un sistema violento e ingiusto era già nelle opere di Twain. Nei confronti di un sogno, quello americano della Frontiera, che si era trasformato da subito in un delirio imperialistico che, dopo essersi arricchito con lo sfruttamento degli schiavi neri e lo sterminio dei popoli nativi, alla fine dell’Ottocento stava già rivolgendo le sue armi verso il resto del mondo. Nella sua Autobiografia sono pagine terribili, di sanguinolente denuncia, quelle che dedica alla conquista delle Filippine da parte degli Stati Uniti durante la guerra con la Spagna del 18985.

E anche l’attenzione che Coover dedica all’autentica strage di cavalli, bisonti e altri animali che portò con sé la “conquista del West” deriva direttamente dalle pagine dell’autore a cui si è ispirato. Ad esempio, nell’Autobiografia del cavallo di Buffalo Bill, che è una girandola di invenzioni linguistiche in cui tutte le vicende sono narrate attraverso i dialoghi tra animali parlanti oppure lettere che gli uomini si scrivono tra di loro, quasi che ad avere diritto di parola nel libro siano soltanto gli animali (cavalli, cani, tori) e non gli esseri umani, che quel dono hanno sprecato. E sarà proprio per questo, forse, che due cavalli, interrogandosi sull’aldilà, giungeranno alle seguenti conclusioni: «Quando noi moriamo andiamo in paradiso e viviamo con gli umani?»
«Mio padre pensava di no. Era dell’opinione che non siamo costretti a finire lì a meno che non ce lo siamo meritato»6.

La polemica con la società americana della sua epoca, però, esplode anche in quel caso con la solita cattiveria, usando il parametro dei maltrattamenti degli animali per misurare anche la condizione umana nella Land of Freedom. Ecco come si risolve, ad esempio, un dialogo tra due personaggi del racconto sul destino dei tori durante la corrida:

«Il toro viene sempre ucciso?»
«Sì. A volte si intimidisce, trovandosi in un luogo così strano, e, tremante, rimane fermo, o cerca di ritirarsi. Allora tutti lo disprezzano per la codardia e le gente vuole che sia punito e messo in ridicolo; per cui, da dietro, gli tagliano i garretti, ed è la cosa più divertente del mondo vederlo zoppicare in giro sulle zampe recise; tutto l’anfiteatro scoppia in un uragano di risate; nel vedere una cosa del genere, io stesso risi fino a che le lacrime mi scesero lungo le guance. Dopo essersi esibito fino al massimo in cui gli riesce di farlo, non è più utile ed è ucciso».
«Beh, assolutamente grande, Antonio, perfettamente bello. Arrostire un negro mica lo batte»7.

Molto ci sarebbe ancora da dire su un libro, quello di Coover, che è tanto divertente quanto drammatico e, soprattutto, tanto ben scritto e tradotto, ma almeno un altro motivo di pregio va ancora qui segnalato: quello di aver integrato sapientemente il classico tall tale (racconto o narrazione che “le spara grosse”) della tradizione della letteratura della Frontiera con il recupero dell’oralità, da cui direttamente derivava la prima, della tradizione narrativa degli Indiani d’America. Soprattutto con le avventure del trickster Coyote8, celebrate qui magistralmente nella loro libertà espressiva, erotica e libertaria9.

In un bellissimo testo di Jaime De Angulo10 si afferma che «Le storie di Coyote formano un ciclo regolare, una saga […] Coyote ha una doppia personalità. E’ al tempo stesso il Creatore e il Buffone. L’uomo saggio e il buffone: ecco i due aspetti di Coyote, del Vecchio Uomo Coyote» (p. 89). Frutto di un immaginario altro, in cui la differenziazione tra il bene e il male non sembra avere una grande importanza, le storie di Coyote sembrano fornire l’unica spiegazione possibile per un mondo in cui la ferocia può essere combattuta e vinta soltanto dalla forza vitale e liberatrice della risata.


  1. Riccardo Duranti, Huck Finn pessimista e anarchico in Robert Coover, Huck Finn nel West, Enne Enne editore, Milano 2021, pp. 9-10  

  2. cit. in Norman Mailer, Huck Finn, vivo dopo 100 anni in M.Twain. Le avventure di Huckleberry Finn, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2004, p.VI  

  3. R. Coover, op. cit., pp. 214-215  

  4. R. Coover, op. cit., pp. 249-250  

  5. Mark Twain, Autobiografia (da pubblicare cent’anni dopo la morte secondo la volontà dell’autore), Donzelli, Roma 2014  

  6. Mark Twain, Autobiografia del cavallo di Buffalo Bill, Mattioli 1885, p.88  

  7. M. Twain, op.cit., p.86  

  8. Sulla figura del trickster (briccone) nella tradizione dei popoli nativi dell’America settentrionale si veda: Carl Gustav Jung, Karl Kerény, Paul Radin, Il briccone divino, SE, Milano 2006  

  9. Ma raccolte anche, dalla voce dei nativi, nel magistrale Jaime de Angulo, Racconti indiani, Adelphi, Milano 1973, da troppi anni assente dal mercato editoriale italiano  

  10. Indiani in tuta, Adelphi 1978  

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Donna Sebastiana e la Morte Santa https://www.carmillaonline.com/2013/11/07/donna-sebastiana-e-la-morte-santa/ Wed, 06 Nov 2013 23:01:25 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=10530 di Fabrizio Lorusso

Doña Sebastiana 2

Donna Sebastiana fa paura e affascina. Questa Dama è la morte santificata, una figura venerata per secoli ma poco nota nel contesto nella storia messicana e mondiale. Ha alcune analogie con la moderna Santa Muerte, la santa popolare che più è cresciuta negli ultimi vent’anni per numero di cultori e presenza mediatica nelle Americhe. Di Sebastiana, però, solo restano il ricordo, alcuni racconti e il suo nome. Di fatto il suo culto svanì e, forse, rivive a modo suo in quest’epoca di postmodernità religiosa e spirituale con la devozione alla Flaquita, [...]]]> di Fabrizio Lorusso

Doña Sebastiana 2

Donna Sebastiana fa paura e affascina. Questa Dama è la morte santificata, una figura venerata per secoli ma poco nota nel contesto nella storia messicana e mondiale. Ha alcune analogie con la moderna Santa Muerte, la santa popolare che più è cresciuta negli ultimi vent’anni per numero di cultori e presenza mediatica nelle Americhe. Di Sebastiana, però, solo restano il ricordo, alcuni racconti e il suo nome. Di fatto il suo culto svanì e, forse, rivive a modo suo in quest’epoca di postmodernità religiosa e spirituale con la devozione alla Flaquita, uno dei soprannomi della Santissima Muerte. Sebastiana è parte della storia e delle tradizioni di quelle regioni, abbandonate da Dio e dallo stato, che, oltre 150 anni or sono, formavano il Nord del Messico e che gli furono sottratte dagli Stati Uniti. La devozione verso questa Dama scarnificata e ossuta ebbe il suo apogeo nell’era del selvaggio west, specialmente negli stati dell’Arizona e del Nuovo Messico, secondo quanto racconta l’antropologo Carlo Severi in un articolo su Donna Sebastiana, il Cristo trafitto dalle frecce e i loro relativi rituali. La vita della Signora Morte comincia durante la colonizzazione spagnola in America.

A partire dal secolo XVI, la corona spagnolo in Nord America cerca di controllare molti territori spopolati e lontani dal centro del potere, sito nella Gran Città del Messico, capitale del Vicereame della Nuova Spagna. Ciononostante gli sforzi per l’esercizio di un dominio credibile da parte dei colonizzatori, padroni di un impero decadente ma sempre avido di terre, non sono sufficienti. La spada ha quindi bisogno della croce.

Le missioni religiose spagnole vanno via via conquistando popoli e anime verso Nord, aprendosi strada lungo il Río Bravo fino a El Paso e Santa Fe. Oppure seguono un’altra vertente, su per il Colorado River verso l’Arizona. Alla fine del diciassettesimo secolo nei dintorni di San Diego e San Francisco già s’ergevano tenaci fortezze che spartivano lo spazio visivo con le missioni: la spada torna ad allearsi con la croce per difendere i piccoli gruppi di abitanti e coloni dagli attacchi dei popoli originari, padroni legittimi di quei territori.

Dopo la guerra d’indipendenza messicana, durata dal 1810 al 1821, il nuovo stato nasce debole, con un controllo infimo sulle sue province periferiche. L’isolamento e la povertà dei dimoranti nelle zone più remote e i conflitti con gli “indiani d’America”, in primis con le popolazioni degli Apaches e dei Comanches, generano una situazione esplosiva. La zona è lasciata a se stessa anche dal punto di vista religioso, in seguito alla progressiva ritirata del clero francescano che ha determinato una cronica mancanza di personale ecclesiastico stabile. Pertanto è quasi impossibile celebrare i sacramenti e i rituali nelle comunità cattoliche. Le chiese sono in rovina e diventano santuari che ospitano macabri presagi.

Tra il 1846 e il 1848 il Messico perde più della metà del suo territorio e firma con gli USA il vergognoso trattato di Guadalupe Hidalgo, un fatto storico che tuttora è considerato traumatico per l’orgoglio nazionale messicano. Gli States sono una potenza nascente che, mossa dalle dottrine della frontiera e del destino manifesto, incorpora California, Nevada, Utah e parti degli attuali Texas, Colorado, Oklahoma, Kansas, Wyoming, Nuovo Messico e Arizona. Uno dopo l’altro cadono e son gocce di sangue. Già dagli anni della lotta indipendentista messicana, in quei territori le comunità reagiscono al senso di sconforto spirituale, all’abdicazione dello stato centrale e al loro isolamento materiale e creano la Confraternita dei Fratelli del Santo Sangue o dei Penitenti. Questa, pur senza trasformarsi in una vera e propria Chiesa, apporta modifiche inquietanti e radicali al culto tradizionale.

Il verbo e le pratiche della Confraternita sperimentano un periodo di espansione e viaggiano nel deserto battendo l’antico cammino dei missionari lungo il Río Bravo e la frontiera Messico-USA. Cominciano a proliferare le moradas, chiesette sconsacrate che presto accolgono al loro interno una serie di nuove immagini e rituali. I membri della Fratellanza si dividono tra i Confratelli del Sangue, “I Veri Penitenti”, e i Confratelli della Luce, che hanno compiti di tipo organizzativo e fungono da guide spirituali.

Doña Sebastiana

Durante vari decenni il Vaticano cerca di riavvicinarsi a queste comunità per ricondurle ai precetti del cattolicesimo romano. Ma furono sforzi vani. Gli abitanti di queste regioni, soprattutto nel Nuovo Messico, s’affidano sempre più al fanatismo, aspirano a imitare pedissequamente la vita e la passione di Cristo e praticano la autoflagellazione nel corso delle processioni della Settimana di Pasqua. Riproducono tutte le fasi del martirio di Gesù nella Passione e le cerimonie raggiungono momenti culminanti e sanguinari con la crocifissione simulata di uno dei Penitenti. Ma i chiodi, le frustate, i fiotti dalle vene, le grida e il dolore sono reali. Ciò che preoccupa la Chiesa non è la violenza, né la credenza nel martirio fisico come mezzo di purificazione. Il problema è un altro e si chiama Sebastiana. La paura corre di bocca in bocca, solca l’Oceano Atlantico e arriva fino al centro del potere religioso.

La gente del profondo Sud statunitense assiste all’apparizione sempre più frequente, dentro le moradas e nelle cappelle, di un bizzarro ritratto della morte. E’ un’immagine femminile, scheletrica, molto comune in Europa negli ossari e nelle cripte delle Confraternite della Buona Morte, così come nelle chiese dedicate specificamente alla Parca, nei dipinti delle danze macabre e nelle vanitas. Tuttavia da secoli è severamente proibita nelle Americhe, dove è nota altresì con il nome di Doña Sebastiana, ma resta comunque la Gran Segadora, la Grim Reaper icona di un culto blasfemo secondo la Chiesa.

Nell’era coloniale gli inquisitori provenienti dalla Nuova Spagna cercarono, senza successo, di distruggere tutte le raffigurazioni della morte che la stessa Chiesa aveva portato dal Vecchio Continente per sradicare questa presunta “idolatria pagana” verso queste figure. In tutto il Messico, usualmente, i devoti delle immagini della morte erano indios e contadini, abitanti dei rioni marginali delle città o di qualche sperduto paesino di provincia che, in alcuni casi, già utilizzavano l’appellativo di “Santa Muerte” nelle loro invocazioni e, addirittura, durante i rituali con cui infliggevano vere e proprie punizioni alla figura della Morte con la Falce, se questa non concedeva loro il favore o miracolo richiesto.

L’Inquisizione fu abolita definitivamente in Spagna con il Real Decreto del 15 luglio 1834 (!). Tuttavia l’attitudine oppressiva di quella fase restò vigente. Donna Sebastiana scandalizza il clero cattolico, che parla di “eresia”, però spaventa pure i contadini della regione in cui è popolare. “Adorano la  morte come fanno gli indiani del Nord America”, “torturano i loro Confratelli con vere e proprie crocifissioni”, “eccessi nelle penitenze, rituali segreti, preghiere non approvate dalle gerarchie”, denunciano i vescovi sempre più.

Agli allarmismi del Vaticano daranno ascolto i mass media statunitensi che, ancora nei primi decenni del novecento, indagano sugli aspetti più morbosi e sanguinari di quei rituali e sulla possibilità che esista una devozione autonoma verso la morte che loro chiamano Comadre Muerte o “morte amica”. Non viene condotto nessuno studio serio sul tema, anzi, si moltiplicano piuttosto gli effetti scandalistici degli articoli secondo un canovaccio molto simile a quanto avviene oggi riguardo al trattamento del culto attuale alla Santissima Muerte nella stampa messicana e mondiale.

Insieme alla morte, anche l’immagine cruenta di Gesù trafitto dalle frecce, el Cristo Flechado in spagnolo, è presente nelle moradas e serve ad avvisare i fedeli del pericolo rappresentato dalle popolazioni “selvagge” dei nativi, i “nemici” che minacciano l’esistenza dei Confratelli e delle loro comunità. Durante la Settimana Santa i Penitenti organizzano crudeli simulazioni della Passione di Cristo, molto simili, ma certamente più sadiche e inumane, a quelle che ogni anno si svolgono nel quartiere di Iztapalapa a Città del Messico il Venerdì Santo.

Il Salvatore, un “fortunato” scelto all’interno della Confraternita, viene ben fissato alla croce con dei chiodi di metallo, poi riceve il supplizio della flagellazione e brandelli della sua pelle schizzano via lungo il sentiero e imbrattano le vesti degli astanti. Altri Confratelli, intanto, si legano a cactus e piante spinose oppure trainano come buoi delle carrette stracolme di pietre con sopra la figura scarnificata di Donna Sebastiana.

Nella tradizione religiosa di queste confraternite s’identifica progressivamente il giovane Penitente, prossimo alla crocifissione, con il Cristo ma anche con la morte, la Comare. Si racconta che, in tempo di carestia, quando è facile venire a mancare per via delle penurie o del freddo, i morti facciano ritorno nelle moradas per festeggiare la Pasqua con i vivi. Presso questi templi improvvisati, chiamati anche “case dei morti”, sopraggiungono i Fratelli dell’Altro Mondo per aiutare gli abitanti di questo mondo.  Tra la Vergine Maria e Gesù non mancava mai l’immagine di Doña Sebastiana, la Patrona scheletrica dagli occhi vitrei e metallici, armata di arco e frecce, che veniva portata in trionfo sulle carretas de la muerte durante le processioni. Nel Museo del Nuovo Messico ad Albuquerque, negli USA, c’è una scultura della “Morte sul suo carro”, realizzata nel 1860 dallo scultore Nazario López de Córdoba per la morada de Las Trampas. E’ una rivisitazione del motivo noto come Trionfo della Morte, un tema iconografico medievale in cui la Parca Sebastiana dichiara la sua vittoria su Gesù e scaglia frecce al petto del Salvatore.

 Arco e dardi definiscono l’iconografia tradizionale del Cristo trafitto nella versione adottata dai francescani che evangelizzarono il Nord della Nuova Spagna, l’attuale Messico. D’altro canto in Spagna la morte era raffigurata con una falce in mano, non con arco e frecce. Questo suggerisce che nei territori a nord del Río Bravo potrebbe esserci stata una sovrapposizione tra la figura del Cristo e quella del martire San Sebastiano, rappresentato tipicamente con le frecce conficcate nel costato e rivoli di sangue colanti e abbondanti. E’ possibile che il nome del santo abbia avuto un cambio di genere, passando al femminile, e che la sua figura sia stata associata a quella della morte dotata di arco e frecce, dando vita, così, alla hermosa Donna Sebastiana, forse una progenitrice o “cugina nordamericana” della Santa Muerte.

*Questo articolo è stato tratto e riadattato dal paragrafo dedicato alla splendida Donna Sebastiana del libro Santa Muerte. Patrona dell’Umanità di Fabrizio Lorusso (Ed. Stampa Alternativa, Italia, 2013). Tradotto in spagnolo per il supplemento settimanale del quotidiano La Jornada, è stato poi riportato alla sua lingua originale in questa versione modificata.

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