CLN – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 26 Jun 2026 20:00:01 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 La rivoluzione come una bella avventura / 7 – Sferrare il primo colpo https://www.carmillaonline.com/2025/09/17/la-rivoluzione-come-una-bella-avventura-7-sferrare-il-primo-colpo/ Wed, 17 Sep 2025 20:00:49 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=90301 di Sandro Moiso

Lele Odiardo, Sempre primi nelle imprese più arrischiate. Sabotaggi e colpi di mano delle prime bande partigiane in provincia di Cuneo, Edizioni Il Picconiere/ Biblioteca Popolare Rebeldies, Cuneo 2020, pp. 78, 6 euro

«Sono gente strana quelli della Bisalta: la guerra la fanno alla cowboy.» (Nuto Revelli)

La Bisalta è una montagna delle Alpi Liguri alta 2.231 m. situata alla convergenza tra le due valli dei torrenti Colla e Josine e la Valle Pesio. Data la sua posizione avanzata verso la pianura è una delle montagne più panoramiche del Piemonte: dalla sua cima si può abbracciare un [...]]]> di Sandro Moiso

Lele Odiardo, Sempre primi nelle imprese più arrischiate. Sabotaggi e colpi di mano delle prime bande partigiane in provincia di Cuneo, Edizioni Il Picconiere/ Biblioteca Popolare Rebeldies, Cuneo 2020, pp. 78, 6 euro

«Sono gente strana quelli della Bisalta: la guerra la fanno alla cowboy.» (Nuto Revelli)

La Bisalta è una montagna delle Alpi Liguri alta 2.231 m. situata alla convergenza tra le due valli dei torrenti Colla e Josine e la Valle Pesio. Data la sua posizione avanzata verso la pianura è una delle montagne più panoramiche del Piemonte: dalla sua cima si può abbracciare un amplissimo tratto dell’arco alpino e, nelle giornate limpide, lo sguardo può arrivare fino al Mar Ligure.

E’ da qui che occorre iniziare per ripercorrere la breve stagione iniziale della Resistenza cuneese, compresa tra il settembre del 1943 e la primavera del 1944, quando bande improvvisate, coraggiose, audaci e molto variegate al loro interno per composizione sociale, età e nazionalità diedero vita alla stagione dello spontaneismo “colpista” che precedette la successiva attività delle divisioni partigiane organizzate.

Le edizioni Il Picconiere (il nom de plume usato da Bartolomeo Vanzetti per alcuni suoi articoli su «L’Adunata dei Refrattari»), insieme alla Biblioteca Popolare Rebeldies di Cuneo, attraverso la sintetica ricerca e ricostruzione condotta da Lele Odiardo, con il contributo di Marco Ruzzi (archivista e ricercatore presso l’Istituto storico della Resistenza della provincia di Cuneo), contribuiscono così alla conoscenza di una prima fase di una Resistenza dal basso, autonoma e spontanea troppo spesso rimossa dalle narrazioni istituzionali della lotta antifascista successiva all’8 settembre del 1943.

Eppure, eppure… quella fase, che proprio intorno alle pendici della montagna piemontese, prese avvio è degna di essere ricordata quanto, e forse più, di tanti successivi episodi poi avvenuti nel periodo compreso tra la primavera del ‘44 e quella del ‘45, durante il quale il CLN nazionale e i partiti, soprattutto il PCI, avrebbero con più vigore e determinazione preso le redini del comando politico e militare delle scelte operative delle formazioni partigiane “regolari”.

Sì, perché, a proposito di quelle prime formazioni di cui si occupa il testo in questione, forse l’aggettivo più adatto per definirle può essere quello di “irregolari”, per contrapporne lo spontaneismo alla successiva regolamentazione delle attività, sia da parte della componente democratico-cristiana e liberal-borghese del CLN che di quella legata al PCI e al Partito d’Azione.

La genesi del termine “colpismo”, come ci spiega Marco Ruzzi nella Prefazione: «è semplice, intuitiva, deriva dalla voce “colpo”, declinabile sia come azione rapida, violenta, di sorpresa, specialmente di tipo illegale» sia come attacco militare inaspettato. Tutto sommato una definizione che si potrebbe ben adattare ad ogni attività di guerriglia e lotta armata contro lo Stato e il potere, da qualunque forza politica questi ultimi due possano essere retti e rappresentati.

Una definizione che, lo si può altrettanto ben comprendere, se presa da sola allontanerebbe il percorso resistenziale, in seguito istituzionalizzato dalla politica e dai libri di storia, da «quella rassicurante dimensione “regolare” da cui i suoi antesignani volevano allontanarlo»1.

“Zama”, “Ciafré”, “Tom”, “Nino”, “Genio lo slavo”, “Lulu”, “Balestrieri” e altri sono i protagonisti di questo studio che esamina uno dei periodi più delicati (e spesso trascurati) della Resistenza poiché, specie nei primi trent’anni del dopoguerra, si è analizzato il fenomeno cercando di plasmarlo sula falsariga di un esercito regolare, svuotandolo di quella spontaneità così diffusa nel corso della sua prima fase2.

Fase che si caratterizzò con evasioni di massa dal carcere di Fossano, audaci colpi di mano contro le strutture militari del regime, ma anche contro le banche, i possidenti, le linee ferroviarie e gli aeroporti militari. Come quello contro l’aeroporto di Murello, in provincia di Cuneo, avvenuto il 2 dicembre 1943 e che avrebbe portato alla completa distruzione di 32 velivoli militari oppure come il riuscito attentato contro il viadotto ferroviario di Vernante, sulla linea Cuneo-Ventimiglia, il 24 dicembre 1943, che interruppe il traffico ferroviario verso la Francia per oltre un anno.

Azioni che insieme a molte altre avrebbero dimostrato l’ardimento e le capacità militari dei membri componenti quelle bande, in particolare di quelle “bovesane”, provenienti dalla zona di Boves il cui territorio comprendeva anche la Bisalta. Bande costituite da militari sbandati, operai, giovani e ardimentosi contadini, prigionieri di altre nazionalità (spesso slava o francese) evasi dal carcere di Santa Caterina, ufficiali del Regio Esercito, maestri elementari e appartenenti alla microcriminalità locale.

Molti di loro erano fuggiti in massa, come si è già detto prima, dal carcere di Fossano l’11 settembre: circa 300 detenuti di cui 195 riuscirono a dileguarsi e a prendere la via delle montagne e della libertà. Uno di loro sarà il primo caduto della provincia di Cuneo: Venceslao Ban (classe 1900), antifascista sloveno della provincia di Fiume, colpito da un carabiniere zelante, proprio durante l’evasione dell’11 settembre.

Protagonisti della rocambolesca evasione sarebbero stati personaggi che in seguito avrebbero svolto ruoli di vario genere tra le fila del partigianato cuneese: Eugenio Stiptevic, Daniel Fauquier, Samuel Simon, Louis Chabas. «Tutti in quel momento pensano solo a fuggire verso le proprie case, gli stranieri verso le montagne o verso il mare: Inconsapevoli della portata degli eventi, nemmeno possono immaginare quali sorprese riserva loro il futuro»3. I meno fortunati tra i fuggitivi erano stati costretti a rientrare al Santa Caterina ma di loro non si sarebbero successivamente dimenticati i partigiani delle Langhe che il 5 luglio dell’anno seguente avrebbero dato l’assalto al carcere guidati proprio da uno degli evasi, Simon.

Ma sarà proprio a Boves, il 19 settembre 1943, che la furia nazista condurrà la prima azione di rappresaglia condotta dagli occupanti sui civili italiani con 23 morti e 350 case date alle fiamme. L’intenzione era quella, come in molte altre successive stragi, di seminare il terrore tra la popolazione per stroncare sul nascere ogni eventuale ostilità nei confronti delle truppe tedesche, indipendentemente dalla reale minaccia che avrebbero potuto rappresentare gli uomini che si ammassavano ai piesi della Bisalta dopo lo sbandamento della Quarta armata. Tra i cui componenti va anche registrato il primo caduto italiano della Resistenza, proprio durante l’azione che avrebbe in seguito portato all’eccidio di Boves: Domenico Burlando (Genova, 1919 ), marinaio giunto a Cuneo al seguito della stessa armata ritiratasi dalla Francia.

Le bande della prima ora, agite da spirito di avventura giovanile, rifiuto della chiamata alla leva, ribellismo e qualche scarso ideale politico sono ancora isolate e soggette a continue crisi di dissoluzione. Crisi legate spesso all’insoddisfazione per l’attesismo dei comandanti o dalla volontà di imprimere alle stesse un ben preciso indirizzo politico, ma anche alle difficoltà logistiche dovute agli ancora sporadici tentativi di collegamento.

Il programma, però, sembra essere già tutto sottolineato e riassunto nell’articolo Perché ci battiamo che compare sulla prima pagina del primo numero di «il combattente», pubblicato nell’ottobre del ‘43.

Non bisogna attendere che i tedeschi ed i fascisti ci vengano a snidare dai nostri rifugi. Bisogna scendere al piano, a cercare e minare i loro treni, ad annientare i loro depositi, a tagliare le loro comunicazioni, a tendere agguati a trasporti e a gruppi nemici isolati. Bisogna attaccare e colpire il nemico in tutti i punti ad ogni momento, senza mai lasciarci impegnare a fondo da forze superiori. Il nemico deve sentirci e temerci da per tutto e continuamente, senza mai poterci afferrare ( Perché ci battiamo, in L. Odiardo, op. cit., Allegati p. 64. )).

Uno dei punti di attrito tra “spontaneisti” e “regolari” sarebbe stato proprio rappresentato dalla necessità o meno di accettare scontri su larga scala con il nemico oppure dare vita ad azioni propagandistiche di occupazione territoriale che richiedessero un impegno eccessivo di forze e di bande. Attitudine verso cui si andò progressivamente orientando il CLN con i partiti affiliati.

La tattica degli spontaneisti e colpisti della prima ora, ovvero di una parte sostanziale del primo anno della guerra partigiana nel cuneese, sembra provenire più dai film e dai romanzi americani che non dai sacri riferimenti ai teorici del socialismo e della strategia militare. Come nel caso di un’azione di autofinanziamento condotta dalla banda di cui faceva parte Daniel Fauquier nei confronti di una quarantina di ricchi possidenti terrieri riunitisi per giocare soldi (tanti) a carte in un granaio e ai quali sarebbero dovuti esser sottratti i portafogli. Banda che non aveva certo avuto il tempo di leggere gli scritti di Napoleone Bonaparte per comprendere che in guerra, l’audacia è il miglior calcolo che il genio possa permettersi.

«Noi facemmo irruzione nella penombra del granaio male illuminato e affumicato dal tabacco, al centro di uomini col cappello in testa e il toscano in bocca che si alzarono di colpo, stravolti, smarriti più che sconvolti, e che diventarono chiaramente furiosi, una volta ritornati in se stessi e compreso ciò che volevamo da loro. Ma eravamo cinque e avevamo portato di che farci rispettare: ero rimasto all’ingresso, con una pistola in ogni mano, per sorvegliare le operazioni […] Fatto il tutto, siamo usciti all’indietro nel più puro stile western, minacciando di far parlare la polvere da sparo, se qualche imprudente avesse tentato di giocare al cowboy prima che fossimo lontani»4.

E’ un immaginario popolare fatto di gangster, cowboy, pistoleri e uomini mascherati che provengono dal cinema, dai fumetti e dai romanzi popolari che si muovono con disinvoltura e sprezzo del pericolo tra le maglie del potere e dei suoi sgherri e servitori. Così che, come afferma un comandante partigiano, era possibile trovare «uomini vestiti alla Tom Mix, larghi cappelli e fazzoletti al collo»5.

Il “colpismo” ha origine nel nucleo bovesano, capostipiti Franco Ravinale e Nardo Dunchi, e non ha obiettivi militari o politici, vuole essenzialmente marcare con forza – di fronte alla popolazione civile, alle istituzioni della fragile Repubblica sociale a ai timorosi gruppi più o meno attendisti posti in essere dagli alti ufficiali del disciolto regio esercito – l’esistenza di frange non solo indisponibili a piegarsi al fascismo repubblicano e alla occhiuta presenza germanica, ma addirittura intenzionate a fare dell’audacia e dell’azione i loro tratti distintivi […] I “colpisti” […] si propongono di evidenziare, ridicolizzandolo, il rinascente fascismo, facendo emergere non solo la sua totale dipendenza dall’alleato germanico, ma anche la sua gracilità interiore e l’impreparazione dei suoi quadri. [Così] il “colpismo” aiuta a capire come, a livello resistenziale, la violenza non fosse considerata normale o scontata: i “colpisti” mettono in atto alcune azioni in cui non c’è traccia di ferocia, ma solo di irrisione, poiché, come ricorda un protagonista, «tra i partigiani ce n’erano pochissimi che amavano ammazzare»6.

Ma sono i “colpisti” della banda Vian, alle pendici della Bisalta, ad incarnare lo spirito di questa prima stagione di lotta: […] massima indipendenza dai comandi, minima partecipazione alle discussioni a meno che non siano strettamente legate alla necessità dell’attacco a tedeschi e fascisti, atti terroristici continui (sabotaggi, irruzioni, agguati) cartterizzano la loro azione scatenata, convinti che la guerriglia sia la priorità e che sia sbagliato costituire un esercito per battersi contro le forze nemiche militarmente superiori.
Un episodio eloquente testimonia il loro atteggiamento: durante il Convegno di Valcasotto presso l’osteria “Rosa Rossa” il 24 ottobre 1943, da molti indicato come la costituente partigiana in provincia di Cuneo, «la riunione si fa presto infuocata e le voci si accavallano in un unico frastuono. Delusi e un po’ nauseati da tante parole con Dunchi e Franco, decidiamo di fare un colpo ad una caserma di Mondovì. Scendiamo a valle mentre gli altri discutono, ed in un batter d’occhio, rientriamo con coperte e scarpe, molto più utili delle parole vuote7» 8.

Progressivamente, però, di violenza ce ne sarà tantissima, soprattutto da parte dei nazifascisti; cosa che farà sì che nell’arco di qualche mese numerose spie, collaboratori e rappresentanti del fascismo cadano sotto i colpi dei resistenti in agguati mortali e audaci. Anche i partigiani cadranno sotto i colpi degli avversati: spesso prima catturati, poi torturati e infine uccisi e abbandonati sulle strade e sulle piazze come monito per i civili.

Ma, in un contesto in cui le azioni delle bande autonome sembra spesso gravare troppo sulle tasche e sulle imprese dei proprietari terrieri e degli industriali, i novelli cowboy diventano vittime anche di quelli avrebbero dovuto essere i loro alleati. Così come accade, la vigilia di Natale del ‘43, ai membri del Distaccamento Stella Rossa che, dopo essere stato considerato dai fascisti una delle dieci bande più pericolose del cuneese, a causa di un ignobile accordo con i fascisti stessi del comandante del settore monregalese del CLN, il colonnello Rossi, vengono fatti prigionieri in diciassette da un altro distaccamento partigiano e consegnati ai carabinieri di Mondovì che provvederanno a incarcerarli e torturarli, prima di consegnarli ai tedeschi che in seguito ne fucileranno quattro per rappresaglia il 16 gennaio 1944 a Cairo Montenotte e deporteranno gli altri in Germania.

L’accusa era per loro di essere semplici razziatori e criminali che non facevano altro che contribuire a gettar discredito sul movimento partigiano. Ma come ricorda un membro del distaccamento incaricato di arrestarli, Italo Cordero (classe 1919):

«Ascoltando i discorsi di quei malcapitati e scambiando qualche parola con loro, mi persuasi che quegli uomini non erano dei criminali, ma dei partigiani come noi, forse migliori perché più politicizzati. Se poi loro erano quasi tutti comunisti e noi non lo eravamo che importanza aveva? [Arrestandoli] commisi un grosso errore. Anzi, assai più di un grosso errore: un’azione vergognosa, indegna di un partigiano, la più vile che un partigiano potesse compiere»9.

Episodi come questo costellano la Resitenza e le lotte politiche al suo interno, minando quell’immagine unitaria e nazionale che le istituzioni della Repubblica vorrebbero dare per scontate fin dal secondo dopoguerra. Per questo l’agile, ma più che informato e documentato libello di Odiardo e Ruzzi serve a fare chiarezza e a smontare il mito farlocco della comunione di interessi tra le classi e i combattenti di una stagione eroica e confusa. Sicuramente traditrice delle aspettative dei più coraggiosi e determinati a farla finita con il fascismo, le sue istituzioni, i suoi rappresentanti e i suoi finanziatori.

Mentre l’azione regolare e regolamentata militarmente sarebbe rientrato tra le fila dei combattenti della montagna grazie anche alla soppressione dell’immaginario popolare e alla sua sostituzione con un nuovo ordine politico del discorso. Ben diverso e lontano dalle radici da cui la lotta era partita.


  1. M. Ruzzi, Prefazione a L. Odiardo, Sempre primi nelle imprese più arrischiate. Sabotaggi e colpi di mano delle prime bande partigiane in provincia di Cuneo, Edizioni Il Picconiere/ Biblioteca Popolare Rebeldies, Cuneo 2020, p. 7.  

  2. Ivi, p.7.  

  3. L. Odiardo, op. cit., p. 18.  

  4. D. Fauquier, Itinerario di un partigiano francese 1942-1945, in «Il Presente e la Storia», Rivista dell’Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea in provincia di Cuneo, n. 69, giugno 2006, pp. 198-199, cit. in L. Odiardo,op. Cit., p. 57.  

  5. Morbiducci L. (a cura di), Il Comandante Medici, Tipografia Simboli, Recanati 1947, pp. 306-307 ora in Odiardo, op. cit., p. 40.  

  6. M. Ruzzi, op. cit., pp. 8-9.  

  7. A. Sacchetti, Un Romano tra i Ribelli, L’Arciere, Cuneo 1990, p. 34.  

  8. L. Odiardo, op. cit., p. 30.  

  9. I. Cordero, Ribelle, Fracchia, Mondovì 1991, pp. 51-54 cit. in L. Odiardo, op. cit., p. 36.  

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I comunisti della capitale… (prima parte) https://www.carmillaonline.com/2022/11/08/i-comunisti-della-capitale-prima-parte/ Tue, 08 Nov 2022 21:00:28 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=74522 di Pietro Basso

David Broder, The Rebirth of Italian Communism, 1943-44. Dissidents in German-Occupied Rome, Palgrave Macmillan, 2021

Come è noto, la letteratura sulla Resistenza italiana al nazi-fascismo negli anni 1943-1945 è pressoché sterminata. Di certo molto più ampia della letteratura sulla coeva rinascita del movimento operaio organizzato. Sono rare, invece, le opere che indagano in profondità il nesso tra questi due processi. E addirittura rarissime sono quelle che svolgono questo tipo di indagine occupandosi dei comunisti dissidenti rispetto alla politica del “partito nuovo” di Togliatti. Lo scritto di David Broder appartiene a questo piccolo campo di studi. E si [...]]]> di Pietro Basso

David Broder, The Rebirth of Italian Communism, 1943-44. Dissidents in German-Occupied Rome, Palgrave Macmillan, 2021

Come è noto, la letteratura sulla Resistenza italiana al nazi-fascismo negli anni 1943-1945 è pressoché sterminata. Di certo molto più ampia della letteratura sulla coeva rinascita del movimento operaio organizzato. Sono rare, invece, le opere che indagano in profondità il nesso tra questi due processi. E addirittura rarissime sono quelle che svolgono questo tipo di indagine occupandosi dei comunisti dissidenti rispetto alla politica del “partito nuovo” di Togliatti. Lo scritto di David Broder appartiene a questo piccolo campo di studi. E si segnala per la sua particolare lucidità di giudizio, e per il modo con cui tiene assieme la dimensione sociale e quella politica del fenomeno studiato – i “comunisti dissidenti” di Roma organizzati nel Movimento comunista d’Italia o Bandiera rossa -, il “locale”, il nazionale e il contesto internazionale.

Il triennio 1943-1945 è stato un momento particolarmente tumultuoso per l’intera società italiana. Crolla il fascismo. La classe capitalistica e la monarchia manovrano con grande abilità per non restare sepolte sotto le macerie del regime mussoliniano, che hanno per un ventennio supportato. L’Italia è spaccata in due. L’esercito italiano si va disfacendo dentro una “nazione allo sbando”. Tutto il territorio è occupato da eserciti stranieri: l’esercito tedesco in ritirata verso nord al di là della linea gotica, gli eserciti alleati in avanzata dal Sud. Sul piano politico-amministrativo, al centro-nord c’è la repubblica “sociale” di Salò sotto tutela dell’occupante nazista, che mescola una brutale ferocia con la demagogia “anti-capitalista” del fascismo delle origini. Nel Sud la monarchia dei Savoia ormai al tramonto cerca disperatamente di realizzare il passaggio più possibile indolore al campo anti-nazista, tenendo sotto stretto controllo il risveglio della vita sociale e politica a lungo compresse dal fascismo e disinnescando, anche con gli eccidi, il “pericolo comunista”. In due anni e mezzo si avvicendano ben sei governi. Le diverse componenti politiche del movimento proletario, che erano state decimate e disorganizzate dagli apparati repressivi del regime, riavviano la loro attività nel quadro di una intensificazione degli scontri bellici tra i fronti contrapposti, che getta le premesse di una (limitata) guerra civile. Il tutto mentre a livello internazionale si infittiscono a ritmo incalzante le trame e le conferenze tra le potenze che stanno per uscire vincitrici dalla guerra, volte a disegnare il nuovo ordine mondiale, con effetti a cascata sui singoli paesi, Italia inclusa.

La vicenda “locale” che Broder ci presenta è stata dominata in lungo e in largo da questi processi. A chi la guardasse oggi con un arrogante senno di poi, potrebbe apparire semplicemente come il vano annaspare di un pugno di militanti comunisti vittime delle proprie ingenue illusioni rivoluzionarie. Vissuta in presa diretta, invece, è la storia appassionante e drammatica, non limitata ai suoi fisici protagonisti, del tentativo di piccoli settori del movimento proletario italiano e internazionale di fare i conti oltre che con il fascismo, anche con il capitalismo. E di farli sfidando la repressione e il piombo dei nazisti, prima, soffrendo il controllo occhiuto delle polizie democratiche e gli attacchi politici senza tregua del PCI di Togliatti, poi. Il luogo in cui la vicenda si svolge è Roma, l’unica grande città italiana in cui le forze comuniste “dissidenti” hanno avuto una consistenza fino ad un certo momento paragonabile a quelle del PCI in via di rapida ricostituzione su basi completamente diverse dalle originarie del 1921. Forze comuniste “dissidenti” che, con la loro piccola Armata rossa, hanno dato un contributo perfino superiore a quello del PCI nella cacciata dalla capitale delle truppe nazifasciste nel periodo settembre 1943-giugno 1944.

Si deve a Silverio Corvisieri il lavoro più noto, in lingua italiana, sul ruolo svolto dal Movimento comunista d’Italia, o movimento di Bandiera rossa, nella resistenza romana – a cui contribuì con 2.548 militanti (il PCI con 2.336). Si tratta di un testo del 1968 che però, come osserva Broder, è più interessato all’attività militare di questi compagni che alla loro battaglia politica, alla loro resistenza alla politica di unità nazionale e alla loro critica della “degenerazione riformista” del PCI. Il tempo – sul metro del lungo periodo – consente oggi, anzi obbliga, a riconoscere loro di avere se non altro intuito il corso degli avvenimenti susseguenti alla fine della guerra in maniera incomparabilmente più corretta di coloro che li sconfissero e li denigrarono come affetti da infantilismo – questo, almeno per ciò che concerne il ruolo non proprio liberatorio degli Alleati anglo-americani, e gli effetti deleteri che la politica di unità nazionale con la borghesia avrebbe avuto sul proletariato.

Procediamo con ordine. Con una ben congegnata azione repressiva attuata in due momenti (gennaio 1923, autunno 1926), Mussolini e il suo partito-stato riuscirono a smantellare la direzione e i gangli fondamentali della macchina organizzativa del Pcd’I. E costrinsero all’espatrio centinaia di migliaia di proletari simpatizzanti per esso, o sua potenziale area di influenza. Alla messa fuori uso di questa macchina ancora in formazione, concorse pure la scatenata caccia ai trotskisti che si abbatté su Amadeo Bordiga e i suoi più stretti compagni di partito. Sicché al 1943, quando il fascismo inizia a vacillare sotto il peso delle sconfitte militari dell’Asse e degli scioperi operai nelle fabbriche del nord, ciò che rimane in piedi di realmente organizzato del movimento comunista degli anni ‘20 è poco, molto poco. Non esiste alcuna rete di collegamento interna alla penisola. Il centro direttivo del partito legato a Mosca è all’estero (a Parigi). La diaspora è ancor più slabbrata nel campo, assai ristretto, di quanti sono rimasti fedeli alla linea di Bordiga, anche per la sua categorica decisione di sospendere ogni forma di attività politica. Restano in piedi solo esili reti locali. La maledizione del localismo che per secoli ha afflitto e indebolito la borghesia italiana, pesa in questo frangente anche contro la riorganizzazione della classe operaia. Pur avendo alcuni tratti in comune, le dissidenze comuniste di Roma, Napoli, Torino e dell’alto milanese non riescono a coordinarsi tra loro. Anzi, a stento sono consapevoli delle rispettive esistenze e posizioni. Sicché la vicenda del Mcd’I – un nome che, al pari di Pcd’I (Partito comunista d’Italia, non Partito comunista italiano), rimanda a una concezione dell’internazionalismo proletario differente dall’inter-nazionalismo di matrice stalinista e togliattiana – resta una storia peculiare, separata, a sé stante. E questo faciliterà l’azione di quanti hanno operato per distruggerla fisicamente e politicamente, e cancellarne perfino il ricordo.

Con un’attenzione rigorosa e al tempo stesso empatica, David Broder ne ricostruisce la nascita negli “anni della cospirazione” (1939-1942), e ne descrive le radici sociali in un milieu che, data la struttura sociale della Roma fascista e imperiale, è più proletario e popolare che in senso stretto operaio. Gli insediamenti più significativi di Bandiera rossa sono nei quartieri popolari dell’Urbe e nelle borgate: San Lorenzo, Trionfale, Certosa, via Appia, via Tuscolana, via Casilina, Quadraro, Quarticciolo, Certosa. L’attività di questi compagni decisi a restare fedeli all’“autentica tradizione comunista” mette capo nel giugno del 1942 alla pubblicazione del giornale clandestino Scintilla. Tanto nei suoi pregi quanto nei suoi limiti, siamo dentro quel sottosuolo proletario comunista, quella “subcultura antagonistica” rimasta viva in militanti operai e proletari di lungo corso, messi in evidenza da Luigi Cortesi. Si tratta di marxisti autodidatti, carpentieri, elettricisti, ciabattini, grafici, espulsi dalle storie ufficiali del movimento comunista italiano del tempo insieme con i penetranti spunti politici contenuti nei loro abbozzi di analisi della guerra e del dopoguerra. Piccoli cammei disseminati qua e là nei testi a stampa che ci sono arrivati (meno sappiamo delle loro discussioni), che provo qui a mettere in sequenza.

Notevoli sono anzitutto il loro richiamo alla storia internazionale del proletariato rivoluzionario di cui si sentono parte, che fanno cominciare a Lione nel1831. Rivendicano in modo talvolta implicito, talaltra esplicito, mai esauriente, di essere in continuità con la prima fase della vita del Pcd’I, con le battaglie del biennio rosso, e con l’esperienza degli Arditi del popolo. Sorvolando sulle controversie interne al Pcd’I dei primordi, tale rivendicazione esprime l’aspettativa di poter portare a termine il lavoro lasciato incompiuto in quegli anni, arrivando a “fondare una repubblica sovietica sul suolo italiano”. Il più rilevante tratto distintivo di quest’area di compagni è il rifiuto della politica di unità nazionale prima e dopo la svolta di Salerno dell’aprile 1944. Anzi: il rifiuto di ogni forma di collaborazione con la borghesia italiana, di ogni confusione tra antifascismo e anticapitalismo, e tanto più della loro identificazione. Nessuna riabilitazione della classe dominante che ha portato l’Italia al fascismo, alla guerra, alla rovina! Bisogna stare fuori dal CLN, gli operai e i contadini non possono, non debbono gettare il loro sangue per le classi privilegiate. All’unità con la classe dei borghesi i “dissidenti” contrappongono la prospettiva politica dell’unità del fronte di classe. Al diavolo la bandiera tricolore, bandiera rossa! Colpisce anche l’inquadramento della seconda guerra mondiale come “scontro tra poteri imperialisti”, nazifascismo contro blocco a guida statunitense, espressa nel n. 2 di Scintilla. In tale scontro l’Urss è stata trascinata solo dall’aggressione esterna – e la forte diffidenza nei confronti dei “liberatori” anglo-americani, di cui non si dimentica la funzione di primo piano avuta nei tentativi di soffocare la rivoluzione russa nella culla. Questi militanti si rifiutano di vedere nei tedeschi in quanto tali il nemico, e valorizzano il sentimento anti-fascista e anti-nazista espresso dai migliori elementi dell’esercito tedesco, indirizzando ai soldati tedeschi dal retroterra operaio l’invito a rivoltarsi contro i propri generali. Se poniamo questa attitudine e questo invito di impronta internazionalista a confronto con la direttiva nazionalista del PCI di colpire i tedeschi quali che fossero, in quanto tedeschi occupanti; se li mettiamo a confronto con la logica altrettanto nazionalista che ispirò l’attentato di via Rasella; ci troviamo di fronte a due differenti modi di intendere la lotta al nazi-fascismo tra loro alternativi, corrispondenti, ove si vada ad indagare fino in fondo, a due differenti classi, perfino a due differenti prospettive storiche. Quella dei militanti del Mcd’I appare, quanto meno nei testi più maturi, rivolta alla “seconda guerra” da combattere una volta vinta quella al nazifascismo: la guerra contro il mondo capitalistico. Si tratta, affermano, di “trasformare la guerra contro il nazismo nella guerra contro tutto il capitalismo”. Rivendicano con orgoglio: “noi non siamo anti-fascisti, siamo comunisti”. Spriano nota che il loro simpatizzante Riccardo Tenerini, un giovane perugino, arriva a preconizzare per il dopo-guerra lo scontro tra il capitalismo anglo-sassone (i “poteri imperialisti”) e il proletariato mondiale nei seguenti termini:

Viene ora la seconda guerra: quella rivoluzionaria, quella che il proletariato deve combattere e vincere contro il mondo capitalista… La rivoluzione anticapitalista è in marcia, non si arresterà che ad eliminazione totale di ogni residuo del mondo attuale… L’ora della rivoluzione liberatrice è vicina… W Stalin, W l’Unione sovietica, patria di tutti i lavoratori. Evviva il Partito comunista d’Italia, evviva l’Internazionale comunista.

In maniera più sfumata e confusa la tematica della “doppia rivoluzione” è presente anche nei testi dei dissidenti romani. Ad esempio nel documento di fine 1944 intitolato “La via maestra”, il Mcd’I espone questa prospettiva, sebbene in una forma decisamente volontaristica:

[il nostro] movimento si distingue per la sua netta intransigenza, che non ammette ritardi né compromessi perché sostiene che l’ora della abolizione del capitalismo è suonata, e che il proletariato, per impedire la minaccia di nuove oppressioni e di nuove barbarie, deve conquistare il potere proprio in questo momento, in nome dei principi universali del comunismo.

Questi spunti eterodossi di matrice classista rivoluzionaria cozzano e si infrangono contro quella che David Broder chiama “idolatria” di Stalin e dell’Urss staliniana. Per i militanti di Bandiera rossa, infatti, la continuità tra la Russia di Lenin e quella di Stalin è un dogma. Anche se il loro stalinismo ha certi tratti sui generis (“an idiosyncratic Stalinism of their own”). Rifiutano di norma l’atteggiamento passivo insito nell’attesa “addavenì Baffone”, considerando la liberazione dal giogo capitalistico un compito del proletariato italiano. Reinterpretano a modo loro una serie di atti dell’Urss di Stalin, a cominciare dal patto Molotov-von Ribbentrop, giustificato dalla “ragion di stato”, e lo considerano non vincolante per l’Internazionale. I comunisti italiani, si sostiene, non sono “agenti di Mosca”. Collaborano con Mosca come con tutti i movimenti proletari del mondo, e perciò non sono affatto obbligati a “rivalutare” nazismo e fascismo, come invece per un tratto avvenne. Lo stesso scioglimento dell’Internazionale è presentato come il riconoscimento da parte di Stalin del grado di maturità raggiunto dai singoli partiti comunisti – un’interpretazione del tutto infondata, essendo chiarissimo, invece, che lo scioglimento dell’Internazionale è stato un passaggio ineludibile nel processo di appeasement tra l’Urss e gli Stati Uniti. Qui le spire dell’idolatria di Stalin e dell’Urss si mostrano in tutto il loro potere soffocante.

Per quanto incompleti e contraddittori siano, e lo sono, il valore degli spunti, delle intuizioni, delle anticipazioni del corso futuro degli avvenimenti, risalta meglio oggi a ottant’anni di distanza se li si pone a confronto con la funzione anti-proletaria e contro-rivoluzionaria svolta dagli imperialisti anglo-americani sia in Italia che ai quattro angoli del globo terrestre; con il carattere sempre meno “progressivo” acquisito dalla “repubblica nata dalla Resistenza” non appena si è ridotto il grado di attività e combattività della classe lavoratrice; con la decomposizione e la totale scomparsa del PCI togliattiano avvenute lungo la linea continua di deriva socialdemocratica temuta e denunciata in tempo reale da militanti del Mcd’I come Mucci, Poce, Cretara, Sabatini, De Luca (in questi giorni alcuni degli ultimi epigoni del PCI sono addirittura dediti all’abbraccio con forze di orientamento razzista e semi-fascista…). Riletti oggi, gli anatemi scagliati dagli Amendola, dai Secchia e dai loro accoliti contro questi “estremisti infantili”, “settari”, esponenti di una “vecchia opposizione pro-trotskista e bordighista”, agenti provocatori, e perfino “maschera della Gestapo” (!!!!), appaiono in tutta la loro miseria politica e morale. Anatemi da guardiani non tanto né solo dell’ortodossia stalinista, quanto della stabilizzazione borghese dell’Italia post-fascista sulla pelle del proletariato – la sola classe sociale che si batté contro il fascismo ascendente nei primi anni ‘20 e fu, con i suoi scioperi, il principale fattore interno della caduta del fascismo. La loro violenza verbale nei confronti di questi compagni, e di tutto ciò che in loro poteva suonare proveniente dalla tradizione della Sinistra comunista e dal leninismo di Lenin, si disvela nel suo carattere di disciplinamento forzato al nuovo ordine democratico nel quale al posto di comando c’è la stessa vecchia, impunita borghesia che aveva portato al potere il partito fascista.

Fine prima partecontinua

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Gli Arditi del popolo, il PCd’I e l’irrisolta questione dell’organizzazione militare di classe https://www.carmillaonline.com/2019/12/11/gli-arditi-del-popolo-il-pcdi-e-lirrisolta-questione-dellorganizzazione-militare-di-classe/ Wed, 11 Dec 2019 22:01:31 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=56642 di Sandro Moiso

Alessandro Mantovani, Gli “Arditi del popolo”, il Partito Comunista d’Italia e la questione della lotta armata (1921-1922), Pagine Marxiste, 2019, pp. 184, 10,00 euro

Definitivo è il fallimento d’ogni programma di lotta costituzionale e morale (La catena, Emilio Lussu – 1929)

In tempi in cui le piazze “antifasciste” si riempiono di giovani inneggianti alla legalità, alla politica educata e non violenta e in cui la conflittualità di classe, ancora una volta, rischia di essere messa sott’olio e sigillata come le sardine che le promuovono, è sicuramente molto utile ripercorrere, [...]]]> di Sandro Moiso

Alessandro Mantovani, Gli “Arditi del popolo”, il Partito Comunista d’Italia e la questione della lotta armata (1921-1922), Pagine Marxiste, 2019, pp. 184, 10,00 euro

Definitivo è il fallimento d’ogni programma di lotta costituzionale e morale (La catena, Emilio Lussu – 1929)

In tempi in cui le piazze “antifasciste” si riempiono di giovani inneggianti alla legalità, alla politica educata e non violenta e in cui la conflittualità di classe, ancora una volta, rischia di essere messa sott’olio e sigillata come le sardine che le promuovono, è sicuramente molto utile ripercorrere, dal punto di vista storiografico e politico, le vicende che portarono ad una netta distinzione tra l’organizzazione illegale del Partito fondato a Livorno nel 1921 e quella spontanea e diffusa, soprattutto in ambito proletario, di chi cercava di opporsi armi alla mano alla nascente minaccia fascista.

Una lezione, indipendentemente dai risultati conseguiti e dalle motivazioni politiche che alimentarono le differenti strategie e tattiche assunte dai principali protagonisti, che potrebbe rivelarsi ancora oggi decisiva per distinguere comunque il reale antifascismo da quello di facciata finalizzato soltanto a protrarre oltre ogni possibile limite la sopravvivenza dell’attuale ordine economico e sociale basato sul sopruso e l’oppressione di classe.
All’interno di un conflitto sociale che si muove oggi in un’aura già di guerra civile, nelle diverse aree del globo in cui si va manifestando, ma in cui una parte dei contendenti sembra ancora tardare nel prendere coscienza delle difficoltà e delle responsabilità che l’attendono nel confronto con la violenza dispiegata dagli Stati e dai loro apparati militari e repressivi.

Tale non secondario problema, evidentemente, nel periodo intercorso tra il 1919 e il 1921, fu invece centrale per l’organizzazione di chi, tornato dalla guerra oppure rimasto in officina, doveva fare i conti con la crisi economica successiva alla fine del primo conflitto mondiale e, soprattutto qui in Italia, con l’organizzazione della violenza armata delle milizie che, come quelle fasciste, affiancarono l’opera di controrivoluzione preventiva messa in atto dallo Stato nei confronti dei lavoratori e del proletariato e delle loro iniziative ed organizzazioni politiche e sindacali.

Certo, a differenza di oggi, l’idea della violenza ineliminabile da qualsiasi discorso sullo scontro di classe non era ancora stata cancellata dalla memoria di chi si opponeva all’esistente e alle condizioni di vita e di lavoro che ne conseguivano. E a questo avevano certamente contribuito anni di guerra e di macelli interimperialisti, la leva di massa, le sofferenze di coloro che erano rimasti a casa e la delusione dei reduci e dei sopravvissuti di un conflitto che aveva causato in Europa circa dieci milioni di morti e un’innumerevole quantità di feriti e dispersi tra le file dei soldati di ogni nazionalità.

L’uso delle armi era diventato massiccio e abituale per chi era stato al fronte, ma anche il corso degli avvenimenti precedenti e contemporanei al periodo di guerra (la settimana rossa, l’insurrezione di Torino dell’agosto del 1917, le rivolte per il pane e la terra e le occupazioni delle fabbriche del cosiddetto Biennio rosso) aveva determinato tra i proletari, gli operai e i militanti più decisi delle varie tendenze politiche contrarie al capitalismo una pratica diffusa di detenzione o una più semplice propensione all’uso delle armi per far valere i propri diritti oppure per difendere la propria vita, le manifestazioni, gli scioperi e tutte le strutture connesse all’organizzazione delle lotte (tipografie, sedi sindacali e di partito, case private dei militanti) dall’assalto delle forze della controrivoluzione preventiva: sia che si trattasse di quelle dello Stato che di quelle inquadrate nelle milizie fasciste.

Un’azione militare proletaria che ebbe nell’azione degli Arditi del popolo un’autentica punta di diamante nella risposta al Fascismo e che finì con lo scontrarsi sia direttamente sul campo che giuridicamente con gli apparati repressivi e militari dello Stato Regio.
Stato che sempre e comunque, ben prima della sua completa fascistizzazione, intervenne a difesa delle milizie nere sia a supporto della loro azione repressiva che per soccorrerle in caso di probabile o evidente sconfitta. Ragion per cui gli appelli successivi alla pacificazione o l’invito al ritorno alla tradizione democratica del parlamento e del governo, ancora nel 1924 dopo il delitto Matteotti oppure vent’anni dopo con gli appelli ai “fratelli in camicia nera” del 1938 o la formazione del CLN dopo la caduta del regime, sempre risuonarono, e non avrebbe potuto essere diversamente, come autentici tradimenti dell’iniziativa autonoma proletaria e dello spirito rivoluzionario che l’aveva spontaneamente animata fin dagli anni del primo dopoguerra.

Mantovani prende in esame, nel suo sintetico testo, un problema importante e significativo del rapporto tra organizzazione politica (il partito o i partiti) e azione autonoma del proletariato: quello dell’avvicinamento alle formazioni militari degli Arditi del popolo e del contemporaneo allontanamento di molti militanti dalla disciplina e dalle direttive degli stessi partiti, in particolare da quel Partito Comunista d’Italia che era nato da una scissione a sinistra dell’ormai decotto Partito Socialista.

Proprio la giovane dirigenza del partito, nato rivoluzionario sulla base delle indicazioni della Internazionale Comunista o Terza Internazionale, fu quella che con più decisione si oppose teoricamente e organizzativamente all’unione militare tra militanti del Partito, proletari non ancora inquadrati politicamente e ex-combattenti antifascisti e avversi a quell’ordine socio-economico che li aveva mandati al macello.

Questi ultimi avevano una composizione socio-politica molto diversificata al proprio interno: ex-militari di prima linea, volontari fiumani, anarchici, socialisti, repubblicani, comunisti provenienti da classi sociali diverse (studenti, piccoli borghesi, disoccupati, sottoproletari, lavoratori), ma uniti nel rifiuto dell’esistente e attivi nel rispondere alla minaccia e alle aggressioni fasciste.
Certo non potevano essere portatori di un programma politico ben delineato e definito e proprio da qui nacque l’equivoco, se vogliamo definirlo con un eufemismo, che portò l’allora segretario del Partito Amadeo Bordiga e buona parte del direttivo dello stesso ad opporsi alla pratica di collaborazione militare e a proporre un inquadramento militare, destinato soltanto ai militanti riconosciuti del partito stesso, all’interno delle strutture illegali del Partito.

Molti militanti non diedero ascolto a tali indicazioni (lo dimostrano le cifre delle adesioni agli Arditi del popolo di militanti definiti come comunisti) e ciò naturalmente causò irritazione negli organi dirigenti da una parte e dall’altra una serrata polemica tra la direzione del Partito e la Direzione dell’Internazionale e lo stesso Lenin, favorevoli invece ad una collaborazione militare tra il Partito italiano e le formazioni militari spontanee rappresentate dagli Arditi.

Mentre la dotta introduzione di Marco Rossi, già autore di diversi testi sul teme degli Arditi e del rifiuto della guerra, serve a inquadrare più generalmente il periodo e le pratiche spontanee di resistenza e di organizzazione paramilitare di chi, nel primo dopoguerra oppure durante la guerra stessa, si opponeva allo Stato borghese, al capitalismo, al nazionalismo e al fascismo, la ricostruzione di Mantovani si basa principalmente sulla documentazione e sui testi prodotti all’epoca dal Partito Comunista a direzione bordighiana e dall’Internazionale relativi al medesimo argomento.

E’ un lavoro interessante e, fortunatamente, critico delle formulazioni e delle pratiche messe in atto dal PCd’I in quei frangenti, ma nell’opera quasi ostinata di antologizzazione dei testi (molto ricca è infatti l’Appendice in cui si raccolgono i documenti, gli articoli e gli accesi contrasti tra Partito e Internazionale) rischia di cadere nello stesso errore di schematismo in cui caddero Bordiga e gli altri dirigenti del Partito (fatto forse salvo il caso di Gramsci) che ebbero come unico faro i compiti e i programmi del Partito stesso, senza tener conto delle proposte e delle nuove modalità organizzative e operative che giungevano dal basso e dalla società. Un dibattito che, per forza di cose, era destinato e sarebbe destinato tutt’ora, a rimanere racchiuso nel confronto ideologico e politico interno ad una minima frazione di proletariato e di militanti compresi all’interno del Partito di allora o di quello puramente immaginario di adesso.

In questo, però, occorre anche vedere anche un prolungamento di quelle pratiche bolsceviche e bolscevizzanti messe in atto proprio sulla base delle indicazioni provenienti dall’Internazionale per la formazione dei nascenti partiti comunisti: partiti di quadri e militanti rivoluzionari che dovevano guidare le masse in nome di un chiaro e ben definito progetto di azione tattica e strategica.
Una concezione dell’azione politica militante che non solo avrebbe portato nel giro di pochi anni alla degenerazione staliniana nell’Urss e nei partiti “fratelli”, ma che era riuscita di ostacolo persino agli inizi della rivoluzione russa quando, a febbraio, i rappresntanti del partio presenti a Pietrogrado si erano inizialmente opposti alle iniziative dal basso, di operaie, operai e soldati, che avrebbero portato nel giro di una settimana alla caduta dello Zar.

Una concezione e una pratica militare, quella ereditata dal partito bolscevico, più adatta all’azione armata ristretta delle fasi di difficoltà di un movimento (come quella attraversata dal partito bolscevico dopo la rivoluzione del 1905) piuttosto che all’azione generale di classe in un momento di guerra civile oppure pre-insurrezionale e rivoluzionario. Concezione ristretta che si sarebbe drammaticamente riverberata anche nei cosiddetti ‘anni di piombo’ e nelle tragiche e perdenti scelte operate dalle organizzazioni maggioritarie della lotta armata italiana a cavallo tra gli anni ’70 e ’80.

Se non sbaglio, poi, l’autore dimentica una specie di autocritica che lo stesso Bordiga avrebbe poi fatto sulle pagine di Prometeo, la rivista teorica del Partito sopravvissuta pochi mesi all’azione fascista statalizzata, riconoscendo l’importanza che il movimento dannunziano e l’impresa di Fiume avrebbero potuto avere come momento di rottura all’interno della società italiana se questa fosse stata riconosciuta dai vertici della Sinistra come una possibile componente del movimento rivoluzionario. Ma questa “autocritica” in realtà tale non era poiché all’epoca del movimento dannunziano il Partito Comunista non esisteva ancora e, quindi, la responsabilità poteva essere rovesciata interamente sul Partito Socialista.

Il testo di Mantovani, edito da Pagine marxiste, è pertanto utile dal punto di vista della conoscenza e diffusione delle teorizzazioni, pro o contro, dell’epoca, ma pecca ancora di una mancata e approfondita analisi delle componenti sociali e degli immaginari che determinarono tali scelte. E questo non è poco in un momento in cui, a livello mondiale, torna a delinearsi uno scontro di classe variegato e contraddistinto dall’essere più guerra civile che non “rivoluzione pura” come alcuni vorrebbero, cosa che condannerà inevitabilmente questi ultimi a ripercorrere ancora le stesse orme lasciate da altre sconfitte nella neve insanguinata della Storia.

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Il dovere di non collaborare https://www.carmillaonline.com/2017/05/06/dovere-non-collaborare/ Fri, 05 May 2017 22:01:33 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=37782 di Fabrizio Salmoni

Polito non collaborare Pietro Polito, Il dovere di non collaborare. Storie e idee dalla Resistenza alla nonviolenza, con Prefazione di Paolo Borgna, Ed. Seb 27, 2017, pp.184, € 15

Ho letto con grande commozione questo lavoro di riflessione di Pietro Polito (che io chiamo affettuosamente “vice-Bobbio” perché ha assistito il filosofo torinese nei suoi ultimi anni curandone il trasferimento dell’archivio personale al Centro Studi Piero Gobetti di cui è attualmente direttore) poiché coinvolge un numero di persone che ho avuto la fortuna di conoscere o frequentare fin dagli anni della mia infanzia e adolescenza. Oltre a una in [...]]]> di Fabrizio Salmoni

Polito non collaborare Pietro Polito, Il dovere di non collaborare. Storie e idee dalla Resistenza alla nonviolenza, con Prefazione di Paolo Borgna, Ed. Seb 27, 2017, pp.184, € 15

Ho letto con grande commozione questo lavoro di riflessione di Pietro Polito (che io chiamo affettuosamente “vice-Bobbio” perché ha assistito il filosofo torinese nei suoi ultimi anni curandone il trasferimento dell’archivio personale al Centro Studi Piero Gobetti di cui è attualmente direttore) poiché coinvolge un numero di persone che ho avuto la fortuna di conoscere o frequentare fin dagli anni della mia infanzia e adolescenza. Oltre a una in particolare, Bianca Guidetti Serra che era mia madre. Mi riferisco soprattutto alla famiglia Gobetti con cui sono cresciuto e che considero la mia seconda famiglia “storica”. Bobbio, Antonicelli, Galante Garrone come anche Giorgio Agosti, Massimo Mila e tanti altri sono state presenze costanti nell’ambiente partigiano in cui mi sono formato, persone che, senza neanche accorgermene, ho ammirato e amato perché erano un tutt’uno con la mia famiglia, di fatto una famiglia “estesa”.

Da loro ho saputo e capito precocemente cos’erano stati il fascismo e la Resistenza, da loro ho assorbito anche indirettamente idee, principi, ragionamenti, comportamenti. Quanto io sia stato capace di interpretarli non so dirlo, ma so che un libro come questo, pur nella sua ardita impostazione, ne celebra in qualche misura pensiero e azione. E ci fa sentire la loro mancanza come figure-guida da prendere a esempio e riferimento nella confusione dominante dell’oggi, sempre più difficile da interpretare e da vivere con coerenza.

Dico ardita impostazione per l’intento di stabilire, a partire dal solido retroterra teorico di Piero Gobetti e di Bobbio, un collegamento omogeneo tra partigiani combattenti, partigiani-intellettuali e importanti teorici della nonviolenza come Capitini, Dolci, don Milani, Caffi, Guido Calogero. Se un filo diretto ideale appare innegabile sul tema dell’ antifascismo e del generico anti-autoritarismo riesce tuttavia difficile pensare uniti nello stesso afflato per esempio un Paolo Gobetti e un Pasolini, che pure furono contemporanei. Questo paradosso, poiché è tale, ve lo assicuro, suggerirebbe piuttosto due piani separati magari parzialmente sovrapposti su cui distribuire i prescelti invece che su una linea di continuità che Polito, da antifascista-intellettuale-nonviolento, sembra indicare sin dal sottotitolo

Per il profano il primo punto di distinzione non può essere che la valutazione sulle scelte: combattere o non collaborare. Ebbero o avrebbero potuto avere lo stesso peso nello stesso contesto storico in funzione della vittoria? Certamente il combattere e il non collaborare furono complementari ma senza la scelta della lotta armata l’esito sarebbe stato lo stesso? Persino Capitini che scelse di non combattere per dissenso sul metodo, sembra dire di no ammettendo a posteriori “l’idea assolutamente immatura” e dichiarandosi sconfitto non ovviamente sul piano morale, ma sul piano pratico, per non aver saputo costruire una forza di gruppi nonviolenti.

Un secondo elemento cruciale, inevitabile per una postuma discussione sulla consistenza delle scelte è la politica, nella sua magmatica complessità, che purtuttavia si assunse il compito di organizzare e dirigere la lotta armata. Gli storici sanno quanto travagliato fu il processo che portò all’unificazione della condotta della guerra di Liberazione nel Corpo Volontari della Libertà e alla formazione del Cln. Quale contributo diede o avrebbe potuto dare a tale processo l’idealismo nonviolento?
Come conciliare due piani teorici di pari dignità quando sugli enunciati irrompono la politica e “il male” che, nelle sue versioni religiosa e laica, esiste e opera nel mondo, tra gli umani? Un male che si chiama Potere con le pulsioni e le articolazioni che esso sa creare.

Non è certo mio compito né è mia capacità sviscerare la quantità di argomenti e la ricchezza di spunti di dibattito che Polito, tramite i suoi protagonisti, solleva. Mi sento di dire che le motivazioni delle due scuole, dei due tavoli teorici sono talvolta sovrapponibili: il “Fare ugualmente il possibile” di Capitini è simile al “Anche le piccole cose servono” di Bianca Guidetti Serra come anche il peso da entrambi attribuiti alla prevalenza dei “principi da non perdere” (quante volte mi sono sentito dire “E’ una questione di principio”! anche su cose che reputavo “piccole”. Io sbuffavo, poi si rideva), cosa che valeva più che mai per gli azionisti, ma l’impressione è che la differenza stia nella pratica e negli obiettivi. Una pratica che per i nonviolenti trae prevalentemente ispirazione dal sentire religioso e si propone di “formare l’uomo” in funzione democratica e anti-autoritaria mentre per i partigiani si basa sul realismo, sul contingente, anche sulla ribellione morale, ma in fin dei conti sullo scopo di battere il fascismo per creare una nazione diversa, per un progetto collettivo. Si sente la mancanza tra i nonviolenti di una significativa analisi della società, delle classi, degli interessi di classe.

Non che i ponti tra le due anime non ci siano: Guido Calogero è il “filosofo del dialogo” che sostiene “la volontà di difendere i diritti quando siano minacciati” e secondo il quale “la nonviolenza non può mai erigersi ad assoluta regola di condotta”; anche per Andrea Caffi la violenza delle rivoluzioni liberatrici ha una funzione positiva perché “esse sono il risultato della convergenza fra le aspirazioni maturate in vasti strati del popolo e le idee elaborate in seno alla società” salvo poi mettere in guardia dalla convergenza della “violenza rivoluzionaria” sul binario della “violenza reazionaria”; e Lorenzo Milani pur conducendo una critica serrata della guerra sostiene che l’unica “guerra giusta” è stata la guerra partigiana, ma intanto con la sua critica del sistema politico “vecchio e anchilosato” contribuisce (suo malgrado?) ad alimentare la ribellione studentesca degli anni 1968-69.

Non è dato conoscere il pensiero di un Paolo Gobetti o di un Giorgio Agosti sulle scelte o sul contributo dei nonviolenti nei momenti decisivi, ma possiamo fare riferimento alle parole di Ada Gobetti che pure si offre al dibattito con Capitini fin dal 1947, e per la quale la parola “pace” deve probabilmente venire interpretata nell’accezione delle posizioni comuniste in contrapposizione alla politica atlantica dei suoi anni, che non può che concludere che “non sempre alla violenza si può rispondere con la nonviolenza”.

Polito mette poi sul piatto della discussione la morale, l’umanità dei partigiani combattenti, la loro fondamentale riluttanza alla violenza gratuita: tutti quelli rivisitati hanno lasciato in qualche forma la testimonianza della loro diversità morale rispetto alla controparte senza però abdicare alla dura necessità di uccidere. E senza cedere d’altra parte alla seduzione delle armi anche per le generazioni future: il Giolitti (Antonio), comandante partigiano, nel febbraio 1945 si preoccupava già della prossima generazione e suggeriva di “rifare l’educazione dei giovani… a partire dai bambini tenendoli al riparo dai giocattoli e dalle immagini di guerra”. Non fu dunque un caso che da piccolo mi siano state sempre negate armi-giocattolo.

Anche Bobbio interviene sul tema violenza/nonviolenza e illustra nitidamente i limiti della nonviolenza che “rischia di rendere un servizio ai violenti…Il paradosso della nonviolenza è che incoraggia la violenza dei violenti…il rinunciare alla forza in certi casi non significa mettere la forza fuori gioco ma unicamente favorire la forza del prepotente”.

E nella dialettica delle argomentazioni si recupera l’importanza della discussione sull’apatia, sull’indifferenza, questioni che oggi più che mai sono sotto gli occhi di tutti coloro che fanno qualche tipo di attività politica o sociale. L’apatia dei tanti prima e dopo l’8 settembre a cui fece in qualche misura da contrasto la non collaborazione di altrettanti. Fu già Piero Gobetti a parlarne da quel piccolo punto di osservazione che era la redazione del suo giornale: “Non può essere morale chi è indifferente…L’apatia è negazione di umanità, abbassamento di se stessi, assenza di idealità”. L’apatia è il nemico del prima e del dopo perché si coniuga con la desistenza della memoria, intesa come “oblio dei valori, della coscienza, della ragione”, rimarcata da Calamandrei, e da Ada Gobetti che la associa alle facili abitudini, agli interessi di parte, ai pregiudizi.

Il passo più ardito in tutto questo contesto è la collocazione della figura di Pasolini. Polito lo definisce esponente di una resistenza intellettuale e gli attribuisce di fatto uguale dignità agli altri protagonisti del libro. Impresa ardua a mio avviso perché si incaglia nelle tante contraddizioni del personaggio: “antropologicamente comunista “ o “reazionario”, “critico inesorabile del tecno-fascismo” o solo “anti-autoritario” o “incollocabile” o “rappresentante ostinato della singolarità” cioè forse solo anticonformista. Io, che non l’ho mai studiato a fondo, lo ricordo come un populista ante litteram nel suo schierarsi con i poliziotti “figli del popolo” e contro il popolo di studenti e operai bastonati dai “figli del popolo” nei primi anni della rivolta anti-sistema; lo ricordo come un intellettuale confuso che lancia strali in ogni direzione in anni in cui l’anticonformismo gli regalava lo spazio per farlo.

L’intervista riportata da Polito ne è involontariamente evidenza. Sfido molti anche con più lauree a cogliervi un chiaro senso. Difficile metterlo in equilibrata relazione con partigiani combattenti, con esponenti della nonviolenza militante, con Bobbio e Gobetti.
E con i loro insegnamenti che da tempi non sospetti riescono a parlarci dell’oggi. Sentite questi: “In ogni regime totalitario il parlamento è in realtà un ‘teatro dei burattini’, come un burattinaio il governo tira i fili e le marionette hanno solo il compito di battere le mani” (Massimo Mila); “Una nazione che crede alla collaborazione delle classi, che rinuncia per pigrizia alla lotta politica, è una nazione che vale poco” (Piero Gobetti) e i mali della politica da cui Bobbio ci metteva in guardia sin dal 1985: “la questione morale, il potere invisibile, il prevalere della rappresentanza degli interessi sulla rappresentanza politica…l’occupazione del potere da parte dei partiti…”.

Paradossalmente, dopo lunghe stagioni di storia italiana del dopoguerra segnate da contrasti politici e violenze (ascrivibili in prevalente misura allo Stato e al Potere), l’attualità sembra segnalare una propensione per le forme di lotta nonviolente, ma l’utilizzo diffuso che ne fa la protesta popolare (dalla Val Susa al Nord Dakota) ne tradisce l’insufficienza a conseguire gli obiettivi, la subordinazione a stati di debolezza e denuncia la militarizzazione delle società cosiddette democratiche. A maggior ragione, sembra riduttivo il Capitini che dice “Resistere significa non accettare il mondo cosi com’è”. Forse un po’ poco per il mondo che stiamo vivendo.
Se è vero che i libri sono cibo per i pensieri, questo lavoro di Polito offre ampia materia di riflessione sulle forme di opposizione in relazione alle fasi politiche e agli imperativi individuali che le determinano. Il titolo poco “commerciale” ne denuncia la destinazione a un pubblico di lettori che non frequentano il salotto televisivo di Paola Perego, ma c’è da augurarsi che quelli in grado di affrontare argomenti di qualche peso siano ancora un buon numero.

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Lo spartiacque della Resistenza femminile https://www.carmillaonline.com/2016/06/10/lo-spartiacque-della-resistenza-al-femminile/ Thu, 09 Jun 2016 22:01:49 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=31104 di Sandro Moiso

resistenza taciuta 1 Anna Maria Bruzzone – Rachele Farina, La Resistenza taciuta. Dodici vite di partigiane piemontesi, prefazione di Anna Bravo, Bollati Boringhieri 2016, pp. 314, € 25,00

Io sarò sempre ribelle, è una parola che mi piace, lo sarò sempre…” (Elsa Oliva “Elsinki”)

Torna sui banchi delle librerie, a quarant’anni dalla sua prima edizione per La Pietra e a tredici dalla sua prima ristampa, sempre per Bollati Boringhieri, un testo che all’epoca segnò, e per molti versi segna ancora, uno spartiacque per la narrazione e la ricostruzione delle vicende sociali, politiche e militari connesse alla Resistenza, sia [...]]]> di Sandro Moiso

resistenza taciuta 1 Anna Maria Bruzzone – Rachele Farina, La Resistenza taciuta. Dodici vite di partigiane piemontesi, prefazione di Anna Bravo, Bollati Boringhieri 2016, pp. 314, € 25,00

Io sarò sempre ribelle, è una parola che mi piace, lo sarò sempre…” (Elsa Oliva “Elsinki”)

Torna sui banchi delle librerie, a quarant’anni dalla sua prima edizione per La Pietra e a tredici dalla sua prima ristampa, sempre per Bollati Boringhieri, un testo che all’epoca segnò, e per molti versi segna ancora, uno spartiacque per la narrazione e la ricostruzione delle vicende sociali, politiche e militari connesse alla Resistenza, sia durante il fascismo che negli anni ella guerra civile italiana. Un libro che apriva più di uno spiraglio, si potrebbe anzi dire una vera e propria nuova strada per gli studi su quel periodo storico. Un percorso caratterizzato, e questo ne costituiva il vero motivo di interesse e di novità, dalla “scoperta” dell’importantissimo contributo dato dalle donne alla sconfitta del fascismo e del nazismo sul suolo italiano.

Scoperta che si andava accompagnando, poi, all’utilizzo delle fonti orali come strumento privilegiato di indagine e ad una prima critica della conduzione politica e militare di quella lotta e dei risultati spesso deludenti, soprattutto da un punto di vista di classe e di genere, che ne erano scaturiti dopo la “Liberazione” del 25 aprile 1945. Le due autrici, insomma, in un sol colpo contribuivano a rinnovare una storiografia troppo spesso imbalsamata dalla scelte successive alla svolta di Salerno e da una sorta di mitologia politico-maschilista che aveva dominato la scena degli studi svolti fino ad allora sulla lotta partigiana.

Era una Resistenza davvero “taciuta” quella che Anna Maria Bruzzone (1925 – 2015) e Rachele Farina (nata nel 1930) riportavano alla luce con lavoro certosino ed impegno instancabile. Una Resistenza che non aveva trovato spazio nelle pagine dei testi fino ad allora più accreditati e diffusi, né, tanto meno, nei riconoscimenti ufficiali dell’immediato dopoguerra e degli anni successivi. Scrive, nella bella prefazione, Anna Bravo:”Nelle decine di migliaia di pagine scritte nei decenni sessanta e settanta c’è, insieme a molta routine celebrativa, lo sforzo di costruire una nuova antropologia del resistente. Il maschile è d’obbligo; a dispetto delle innovazioni, le donne restano un oggetto storiografico a dir poco secondario. Non che ci sia stato e ci sia silenzio assoluto. Ma nella memorialistica ci si è limitati perlopiù a rendere un omaggio commosso a qualche icona femminile, nel lavori di sintesi a citare le donne come categoria meritevole o come massa indifferenziata. Per definire l’opera delle partigiane si parla di contributo, un concetto debole rispetto alla ricchezza dell’esperienza, e un indicatore forte degli orientamenti storiografici.” (pag.VII)

Occorre infatti qui sottolineare, proprio per smitizzare certe iconografie post-sessantottesche, che anche le enormi revisioni culturali, politiche ed ideologiche susseguite alle lotte operaie e studentesche degli anni sessanta e settanta non avevano ancora minimamente toccato la sostanza dei rapporti di genere e la conseguente subalternità femminile al modello di produzione e riproduzione andro-capitalistico. Sottolinea ancora Anna Bravo che le due studiose ”scompaginano le carte: non solo documentando l’essenzialità e la qualità diversa dell’opera delle donne, ma tendono a capovolgere la questione chiedendosi quale contributo abbia dato la Resistenza alla libertà femminile. Il giudizio è che lo scambio è stato ineguale, che i conti restano aperti.” (pag. IX)

Sono dodici le voci del coro riportate nelle pagine del testo. Dodici donne, piemontesi e quasi tutte comuniste, che ricostruiscono, attraverso una polifonia di interventi, di drammi ed eroismi individuali e collettivi, una tragica lotta che, una volta privata dagli eccessi di retorica e di epica tipici della precedente storiografia, lascia intravedere il forte senso di delusione che accompagnò spesso, troppo spesso, il climax e il periodo successivo all’insurrezione di aprile. Delusione e tradimento delle aspettative femminili e della lotta di classe ancora una volta, come nella guerra di Spagna e in altri mille eventi di trasformazione sociale, andavano a coincidere. Negando, nei fatti, gli ideali e i concreti fattori materiali che avevano portato così tante italiane ed italiani a rischiare la vita e la libertà. Spesso sbandierati soltanto a parole dai partiti, tutti, facenti parte del CLN.

L’unica delle dodici donne partigiane ad aver svolto un ruolo di comando nelle formazioni combattenti, Elsa Oliva (1921 – 1994), dichiara, al termine della sua travagliatissima e avventurosa narrazione: ”L’unità della Resistenza è stata molto strombazzata in questi ultimi tempi, ma è stata molto difficile e molto sofferta. Anche qui ci sono stati attriti e raffiche tra le diverse formazioni […] a Milano, quando c’è stata la sfilata, tra quella moltitudine plaudente e tutti con le coccarde – matti, proprio matti! – pensavo che forse una buona parte erano quelli che ci avevano sparato contro. Alle staffette, nelle sfilate, mettevano al braccio la fascia da infermiera! […] Certo quando c’è stata la smobilitazione hanno dato troppo poco tempo per giustiziare i criminali. Tutt’a un tratto non era più possibile giudicare nessuno. C’è stata una comunicazione: dall’ora tot non si potevano più processare i prigionieri, ma si dovevano consegnare.
Il dopoliberazione è certamente stato molto diverso da come lo pensavo. Il mio rimpianto più grande del dopo è stato quello di non essere morta prima, durante la lotta. Se io ho invidiato qualcuno, non ho mai invidiato i compagni vissuti ma i compagni morti. […] Sono mancata le riforme che dovevano agevolare la grande massa popolare, le agevolazioni sono sempre state per i medesimi, per i ricchi, quelli che oggi portano la camicia beige o azzurra, ma che è sempre la camicia nera di ieri. […] I partigiani venivano spesso falsamente accusati di delitti comuni e bisognava che scappassero per non subire condanne durissime. […] Tutti gli impiegati conservavano il loro posto, anche se erano stati dei fascistoni, e i partigiani erano disoccupati. E’ stato il periodo più buio della mia vita, il dopoliberazione. Alcuni si sono estraniati proprio allora, perché disgustati di tanta persecuzione.
” (pp. 149-154)

Per poi aggiungere ancora: “Anche il discorso sull’emancipazione femminile in questi trent’anni non è andato molto avanti, nonostante tutto, perché l’uomo non accetta. Le donne queste cose le sentono, ma poi troviamo l’ostacolo maggiore nell’uomo, che non è preparato. Nell’uomo politicizzato e non politicizzato. Di sinistra e non di sinistra. […] Anche nelle formazioni garibaldine la donna serviva per lavare, rammendare, al massimo far la staffetta. E rischiava più dell’uomo, perché le staffette rischiavano moltissimo: io avevo un fucile per difendermi, ma la staffetta doveva passare tutte le file, andare in mezzo al nemico, disarmata e fare quello che faceva. E se era presa…” (pp. 154 – 155)

resistenza-taciuta 2 E qui si apre lo spazio dei differenti rischi corsi dalle donne, insieme a tutti quelli corsi anche dagli uomini. I rischi legati al genere e al corpo della donna spesso usato, violentato, straziato. Se non tutte le donne partigiane che narrano le storie raccolte dalle due autrici furono, infatti, arrestate o imprigionate dalle milizie fasciste e naziste, due tra queste subirono durante la detenzione e gli interrogatori, oltre alle altre torture, anche l’offesa e la violenza dello stupro. Stupri che accompagnano le guerre degli uomini e che accompagnarono la repressione della Resistenza, ma che sono stati per lungo tempo rimossi e taciuti. Quasi a voler sminuire l’eroismo delle donne che affrontarono i rischi connessi alle attività partigiane.

Rischi spesso non riconosciuti, così come non fu spesso riconosciuto il ruolo svolto dalle staffette e da tutte quelle donne che in mille modi agirono all’interno della lotta di liberazione. O presunta tale.
Scrivono nell’Introduzione le due autrici, basandosi sulle testimonianze di alcune delle dodici donne: “Le donne furono le saldissime maglie della rete, rischiando spesso più degli uomini perché, se catturate, il nemico riservava loro violenze carnali che ai maschi non toccano. Nel ridimensionamento, anzi nella polverizzazione che «il vento del Sud» portò ai valori sociali della Resistenza in nome della continuità dello Stato, le donne partigiane furono doppiamente tradite: dalle forze politiche tradizionali e in molti casi, più dolorosamente, dagli stessi compagni di lotta. Dopo la Liberazione la maggior parte degli uomini considerò naturale rinchiudere nuovamente in casa le donne. Il 6 maggio 1945 Tersilla Fenoglio (Trottolina) non poté neppure partecipare alla grande sfilata delle forze della Resistenza a Torino.

«Ma tu sei solo una donna!», si sente rispondere da un compagno di lotta nell’estate del 1945 la partigiana Maria Rovano (Camilla), quando chiede spiegazioni dei gradi riconosciuti soltanto ad altri. Mentre a Barge il vicario riceve il brevetto partigiano prima di lei. E Nelia Benissone (Vittoria)? Dopo aver organizzato assalti ai docks, addestrato gappisti e sappisti, lanciato molotov contro convogli in partenza per la Germania, disarmato militari fascisti per la strada, anche da sola, e dopo esser stata nel 1945 responsabile militare del suo settore, non sarà forse riconosciuta dalla Commissione regionale come «soldato semplice»?” (pag.8)

Il mancato riconoscimento del ruolo delle donne viaggiava allora, e ha continuato a viaggiare, con il mancato riconoscimento della componente classista ed eversiva della lotta partigiana. La presenza della donna nelle formazioni combattenti poteva essere di disturbo per l’azione del Partito e dei partiti e in quanto tale, come già ho segnalato a proposito dell’esperienza nella guerra civile spagnola,1 evitata oppure successivamente rimossa.

Così, per sottolineare l’importanza e la funzione del testo di Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina, possono valere, ancora oggi, le parole di Teresa Cirio (Roberto) riportate a pagina 90: “Dico: «Ma, insomma, se sapessero solo cos’han fatto le donne!» Ricordo che a una riunione, anni fa, Ada Gobetti era arrabbiata: «Ma perché voi lasciate andar via tutto questo patrimonio di valori storici? Un periodo così non ci sarà mai più. Non lo si dovrebbe lasciare di generazione in generazione?» E infatti è vero”.


  1. https://www.carmillaonline.com/2016/05/02/donne-sui-tre-lati-della-barricata/  

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Il movimento anarchico italiano dal 1943 al 1968 https://www.carmillaonline.com/2014/10/09/movimento-anarchico-italiano-dal-1943-1968/ Wed, 08 Oct 2014 22:10:01 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=17960 di Sandro Moiso

anarchiciPasquale Iuso, GLI ANARCHICI NELL’ETA’ REPUBBLICANA. Dalla Resistenza agli anni della contestazione 1943-1968, BFS Edizioni, Pisa 2014, pp. 240, Euro 18,00

Il testo di Pasquale Iuso prosegue l’opera di rigorosa ricostruzione della storia del movimento anarchico italiano avviata da molti anni dalla Biblioteca Franco Serantini di Pisa, che, con i suoi 40.000 libri e i 5.000 periodici depositati nella sua emeroteca oltre alla grandissima mole di materiale documentario (volantini, manifesti, lettere, fotografie, striscioni e bandiere) ivi contenuto, costituisce di fatto uno dei più importanti centri di documentazione per la storia del movimento operaio presenti in Italia.

Rigore [...]]]> di Sandro Moiso

anarchiciPasquale Iuso, GLI ANARCHICI NELL’ETA’ REPUBBLICANA. Dalla Resistenza agli anni della contestazione 1943-1968, BFS Edizioni, Pisa 2014, pp. 240, Euro 18,00

Il testo di Pasquale Iuso prosegue l’opera di rigorosa ricostruzione della storia del movimento anarchico italiano avviata da molti anni dalla Biblioteca Franco Serantini di Pisa, che, con i suoi 40.000 libri e i 5.000 periodici depositati nella sua emeroteca oltre alla grandissima mole di materiale documentario (volantini, manifesti, lettere, fotografie, striscioni e bandiere) ivi contenuto, costituisce di fatto uno dei più importanti centri di documentazione per la storia del movimento operaio presenti in Italia.

Rigore che spesso è costato alla BFS più di una critica all’interno dello stesso ambiente anarchico, poiché rigore non sempre fa rima con fervore come una storiografia più schierata, molte volte in ambito antagonista, vorrebbe. Ma il suo stesso definirsi “biblioteca di studi sociali e storia contemporanea” indica già da solo lo sforzo di travalicare i limiti dell’autoreferenzialità politica. Autoreferenzialità che, troppe volte insieme all’eccessivo fervore o alla passione intransigente, ha finito col falsare, anche involontariamente, la ricostruzione della storia del movimento operaio dando vita ad agiografie oppure a rimozioni che di solito non hanno giovato alla conoscenza delle forme organizzative e di lotta assunte dalla lotta di classe e dei problemi teorici e politici che sempre l’hanno accompagnata nel passato. Soprattutto recente.

Sono 25 anni importanti quelli presi in considerazione dall’autore, docente di Storia Contemporanea presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli studi di Teramo. Compresi tra due avvenimenti estremamente significativi per la storia del movimento operaio italiano: la caduta del fascismo sul finire del secondo conflitto mondiale e la ripresa dell’azione autonoma di classe alla fine degli anni sessanta. Eventi che, in entrambi i casi, videro una straordinaria mobilitazione giovanile, operaia e civile. Spesso non immediatamente compresi nella loro complessità né da coloro che li vissero in prima persona né, tanto meno, da coloro che cercarono di interpretarli alla luce delle esperienze organizzative e politiche precedenti.

Venticinque anni di storia caratterizzati soprattutto dalla crisi di un movimento, quello anarchico, che si ritrovò ad operare in un contesto politico, sociale ed economico profondamente cambiato rispetto a quello in cui aveva potuto maggiormente esprimere la propria forza e la coerenza delle proprie idee e formulazioni teoriche. Infatti il periodo compreso tra l’inizio del ‘900 e la guerra civile spagnola, nonostante l’avvento del fascismo e del totalitarismo, aveva visto un quadro sociale e politico molto differente da quello successivo al secondo conflitto mondiale.

Un quadro mutato dal punto di vista politico con l’avvento dei grandi partiti di massa la cui finalità oggettiva non era più costituita dal rovesciamento dell’esistente, ma, nonostante le promesse e le roboanti dichiarazioni, dalla sua piena e corresponsabile continuazione.
Motivo per cui il movimento operaio sul finire del secondo conflitto mondiale non aveva più dato vita ad insurrezioni e rivoluzioni, come sul finire del primo, ma a movimenti di difesa nazionale ispirati dalla scelta staliniana di “collaborare” con l’imperialismo americano per poter poi ampliare l’influenza sovietica in Europa.

Una scelta che, esattamente come durante l’esperienza spagnola, aveva non solo diviso il movimento anarchico, ma, più in generala, tutto il movimento operaio tra chi voleva ancora privilegiare innanzitutto la lotta di classe anti-capitalista ed antimperialista e chi invece intendeva fare di necessità “virtù” ed affiancarsi a quello che sembrava rappresentare il male minore tra i molossi in lotta.

Una scelta che, dalla fase resistenziale e del CLN in avanti, avrebbe diviso profondamente e, forse, irrimediabilmente il movimento anarchico italiano; lungo una linea di faglia che correrà all’inizio tra Nord ancora occupato dalle forze nazi-fasciste e Sud già “liberato” dagli alleati occidentali e, successivamente, tra coloro che intenderanno tener conto dei cambiamenti intervenuti adattando la propaganda e l’azione anarchica ai nuovi tempi e coloro che, invece, continueranno imperterriti a difendere la tradizione, si potrebbe dire epistemologica, del movimento stesso.

La frattura tra le due pratiche c’era già stata nei fatti , tra i gruppi che avevano da un lato appoggiato la resistenza armata a fianco, e talvolta all’interno, dei comitati di liberazione nazionale e quelli che, già sottoposti al regime di sorveglianza anglo-americano, non coglievano alcuna differenza tra il regime dittatoriale fascista e l’organizzazione della futura “democrazia” occidentale. In ogni caso erano stati i fatti concreti a spingere i rappresentanti del movimento in una direzione piuttosto che nell’altra e questo lo si può cogliere bene nelle pagine del testo.

Sono anni, quelli che vanno dal ’43 alla metà degli anni cinquanta ricchi di iniziative tese a riunire e riorganizzare il movimento anarchico. Congressi, giornali, fogli volanti, convegni segnano un periodo in cui lo spirito di rinnovamento caratterizza significativamente il tentativo di riaggregare politicamente e sindacalmente l’anarchismo italiano.

Anni in cui emergono figure nuove ed importanti, come quella di Pier Carlo Masini, con il suo tentativo di ricollegare almeno una parte del movimento all’altro grande sconfitto di quegli anni: quello della Sinistra comunista italiana. Con la formazione successiva di raggruppamenti ed esperienze editoriali che daranno poi in seguito vita a nuove realtà di ricerca storica e di organizzazione politica.

Esperienze, comunque e sempre, minoritarie se paragonate, sia in ambito anarchico che in quello comunista, a quelle degli anni precedenti la guerra civile spagnola, che di fatto sembra davvero aver costituito la linea di confine tra l’organizzazione politica, verrebbe forse da dire anche la “mentalità”, del primo novecento e quella della seconda metà del secolo. Metà del secolo che inizia proprio con i processi di Mosca e l’eliminazione dell’opposizione di classe all’interno dei partiti comunisti e con la divisione in campo anarchico tra chi intendeva partecipare al Governo repubblicano di Madrid e chi si oppose a tale “anarchismo di governo”.

Paradossalmente, quella seconda metà del secolo sarà messa in crisi, nuovamente, soltanto dai movimenti reali e spontanei che sorgeranno a partire dagli anni sessanta e in particolare con quelli compresi tra il 1968 e il 1977, in cui prenderà il sopravvento una nuova generazione di militanti che cercherà, spesso anche inconsciamente, di ricucire la necessità storica immediata con la tradizione di pensiero dell’anarchismo. Generazione che dovrà fare i conti anche con una criminalizzazione feroce e che avrà, per modo di dire, il suo “battesimo del fuoco” da Piazza Fontana in avanti.

Pasquale Iuso si mantiene in rigoroso equilibrio nell’analizzare le posizioni politiche ed ideologiche assunte dal Movimento Anarchico nel corso del quarto di secolo affrontato. Con una ricchezza di materiali tratti da atti di convegni, articoli, lettere ed interventi che denotano una ricerca precisa e meticolosa, ma che fa risentire a tratti il testo di un eccesso di accademismo e fa sentire la mancanza di un’analisi dell’altro elemento che caratterizzò la trasformazione del movimento operaio durante quegli anni: il cambiamento intervenuto nella composizione di classe.

Composizione di classe che mutando non poteva non avere conseguenze anche sulla mentalità e sui comportamenti dei lavoratori. Infatti, da un movimento composto perlopiù da operai di mestiere e piccoli artigiani, spesso orgogliosi del proprio lavoro e, talvolta, della loro indipendenza economica e politica, si era giunti a vedere come protagonisti delle lotte dei lavoratori sempre più massificati e dequalificati che, dopo un’iniziale fiducia nei regimi o nei partiti di massa, avrebbero preso coscienza della propria autonomia politica attraverso il rifiuto del lavoro e del regime salariale tout court.

Il fallimento o meno della proposta politica anarchica, e più in generale della critica radicale dell’esistente, è quindi da collegarsi, più che alle scelte di carattere derivativo operato in ambito ideologico e programmatico ai fattori oggettivi, tanto socio-economici quanto storico-politici, che di volta in volta ne hanno determinato il percorso e i salti, in avanti o all’indietro, avvenuti di volta in volta.

Ma con questo, più che un eventuale mancanza del testo, si segnala quello che è il problema reale che si presenta quasi sempre nell’analisi delle esperienze di lotta e di organizzazione di stampo rivoluzionario. Esperienze che, quando sono reali, sono accompagnate sempre da formulazioni tattiche e programmatiche “nuove”, risultanti dalla dialettica tra la memoria delle esperienze e delle sconfitte passate e le novità intervenute nella composizione di classe e nella dinamica degli elementi politico-economici che danno vita al modello sociale capitalistico e/o alla sua crisi.

Così, come forse è accaduto ad una parte del movimento analizzato nel testo, uno sguardo eccessivamente rivolto al passato è talvolta dovuto alla mancanza di una prospettiva futura e di una sua possibile ed immediata materializzazione nelle contraddizioni del presente. E può capitare, come già si segnalava all’inizio, che l’esaltazione di un passato ritenuto, a torto o a ragione, “glorioso” sostituisca l’analisi rigorosa per non dover fare i conti con la mancanza di prospettive per il presente.

L’opera di Iuso si pone pertanto come una necessaria lettura non solo per coloro che siano interessati alla storia del movimento anarchico, ma per chiunque sia interessato a ripercorrere le contraddizioni, le difficoltà e le scelte del movimento operaio italiano soprattutto dal punto di vista ideologico e tattico.

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Il capotreno di Trenitalia https://www.carmillaonline.com/2014/02/06/il-capotreno-trenitalia/ Wed, 05 Feb 2014 23:20:23 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=12483 di Sandro Moiso

runaway-train-1 Per chi viaggia sui treni regionali delle ferrovie dello Stato è sempre più frequente sentire ripetere, dalla voce impersonale utilizzata per le comunicazioni, l’avviso che il Capotreno è a tutti gli effetti un ufficiale giudiziario nel pieno svolgimento delle sue funzioni e che qualsiasi rifiuto di declinare allo stesso le proprie generalità oppure di presentare un documento di viaggio convalidato oppure, peggio ancora, che qualsiasi forma di resistenza sarà perseguibile pecuniariamente e penalmente. Così può capitare, durante un solo viaggio tra Milano e Torino, di sentirlo ripetere anche una [...]]]> di Sandro Moiso

runaway-train-1
Per chi viaggia sui treni regionali delle ferrovie dello Stato è sempre più frequente sentire ripetere, dalla voce impersonale utilizzata per le comunicazioni, l’avviso che il Capotreno è a tutti gli effetti un ufficiale giudiziario nel pieno svolgimento delle sue funzioni e che qualsiasi rifiuto di declinare allo stesso le proprie generalità oppure di presentare un documento di viaggio convalidato oppure, peggio ancora, che qualsiasi forma di resistenza sarà perseguibile pecuniariamente e penalmente. Così può capitare, durante un solo viaggio tra Milano e Torino, di sentirlo ripetere anche una decina di volte.

Ora è evidente che il personale delle ferrovie si trova, talvolta, a far fronte, a bordo dei treni, a situazioni oggettivamente difficili, tali da giustificare saltuariamente la diffusione di tali avvertimenti a garanzia di chi lavoro sui convogli. Ma la ripetizione continua degli stessi e le sempre più frequenti scene di autentica repressione sui treni e nelle stazioni, combinate con gli agenti della Polfer o dei reparti anti-sommossa, ai danni soprattutto di immigrati, manifestanti e viaggiatori in difficoltà economica, non possono che far immediatamente venire in mente un paragone con l’attuale situazione italiana.

Così come suggerisce qualcosa sull’attuale clima politico italiano la recente richiesta, avanzata dalla giunta comunale di Brescia e dalla polizia locale, di giungere anche ad una condanna per reato di associazione a delinquere per alcuni giovani writers (tra i quali due sedicenni) recentemente fermati mentre decoravano treni automatici della metropolitana e pareti esterne di scuole. La parola d’ordine su scala nazionale è diventata, infatti, quella di reprimere duramente qualsiasi forma di opposizione alla politica, all’economia, alla cultura di una società che va affondando tra i debiti e i prestiti alle banche. Mentre Piazza Affari festeggia il trend positivo con una danza macabra che ricorda gli ultimi sussulti di un malato di peste.

Ricordare che nessuna opposizione potrà più essere ammessa è, per lo Stato e i suoi tutori, sempre più necessario: coi fatti e con le parole. Strumenti di mediazione non possono più essere concepiti o previsti. Se ne nega ogni forma e non sono previste possibilità in tal senso nel pareggio di bilancio oppure nella spending review. Nelle parole del premier Enrico Letta: “L’opposizione non può impedire alla maggioranza di realizzare il proprio programma“.

Dalla Val di Susa e dalla repressione con penali e pene detentive della lotta No TAV fino a Brescia e dai treni dei pendolari su, su fino ai facchini della Granarolo e ai lavoratori della logistica in lotta l’azione istituzionale deve rendere chiaro che non vi è più spazio per la dissidenza. Come nel Macbeth di Shakespeare, si governa con la paura perché si ha paura. Strumento e destino finale di ogni totalitarismo.

Così, mentre si accusa di “fascismo” qualsiasi forma di opposizione, grazie alla definitiva alleanza tra FI e PD l’ideale fascista dello stato autoritario è finalmente convolato a (in)felici nozze con il Gulag.
E, si badi bene, la colpa non è solo di Renzi. Anzi il giovane rampollo non costituisce altro che la seconda generazione di coloro che hanno dato vita a tali accordi e abitudini e ha pure un merito: con il suo segretariato più nessuno potrà dire o affermare che il PD è un partito di sinistra. Chiusa per sempre la possibilità di giustificare le sue scelte con: ”Scusate, ma stiamo lavorando per voi”. Sì, col cazzo!

Certo, da perfetto rampollo di buona famiglia il nuovo, possibile capotreno nazionale sta sgomitando per far vedere a zii, nonni e genitori quant’è bravo e, soprattutto, quanto più di loro saprà spingersi a destra, ma, in fin dei conti, ed esattamente come tutti i bravi eredi di una fortuna di famiglia, non farà altro che procedere sulla strada già tracciata dagli antenati. Che rimpiangono soltanto di non aver più la stessa età e la stessa energia del ruspante galletto fiorentino, non certo una verginità politica persa ormai da decenni.

Anzi, lo stupefacente silenzio in cui è ripiombato negli ultimi giorni il sindaco di Firenze, dopo settimane di presenza mediatica continua e disturbante, rende evidente che, tutto sommato, all’interno del PD non vi è stato nessuno scontro reale sulla dichiarata alleanza istituzionale col cavaliere nero e che la sua simulazione è soltanto servita a cercare di far digerire l’accordo agli elettori più restii. Come è stato confermato anche dalla recentissima alleanza che, a partire dall’Emilia-Romagna, vede uniti PD e FI nella loro lotta contro le battaglie dei lavoratori della logistica, degli studenti e dei centri sociali.

Così anche uno dei padri “nobili” della difesa della carta costituzionale (Stefano Rodotà) si è sbilanciato a dire che l’Italicum non va poi così male. Eggià, ci mancherebbe che dicesse qualcosa di contrario qualcuno che è stato personaggio influente del PD-PDS-PCI!! Mentre, nel frattempo, anche un moderato come Maurizio Landini rischia di pagare il fio della sua opposizione alle recenti scelte della segreteria della CGIL e l’intera FIOM rischia di essere messa in stato di accusa in caso di rifiuto degli accordi, infami, raggiunti dai vertici dei tre sindacati confederali a proposito della firma “unitaria” dei contratti che di fatto esautorano completamente i lavoratori dalla possibilità di decidere se firmare o meno un nuovo contratto.

E’ chiaro che tutta l’attenzione è ormai rivolta alla governabilità, al bipartitismo, alle soglie di rappresentanza e ai premi per i vincitori delle elezioni e tutto ciò non sta facendo altro che ripercorrere ciò che già Mussolini riuscì ad ottenere con il sistema elettorale maggioritario approvato nel lontano 1923.

Senza quel sistema, che regalava al vincitore delle elezioni il 65% dei seggi (i due terzi) del Parlamento, nemmeno col successivo e truffaldino Listone de1 1924 ( prefigurazione di ogni successivo ed attuale polo o alleanza elettorale) il futuro Duce degli Italiani sarebbe riuscito a vincere le elezioni. Né, tanto meno, a trasformare definitivamente il regime in dittatura totalitaria con l’approvazione delle leggi fascistissime tra il 1926 e il 1928.

Ma tutto questo, nell’Italia di oggi, è già avvenuto nei fatti. Governa ormai da tempo il regime o, meglio, la dittatura delle banche e del capitale finanziario. Il Parlamento, storicamente luogo di confronto e di conflitto e di mediazione, non è più altro che lo squallido teatrino in cui individui privi di senso morale e di qualsiasi reale identità politica, che non sia quella legata agli interessi propri e dei potentati economico-finanziari, approvano tutto ciò che piove dall’alto del Colle o delle banche. Scannandosi solo per la spartizione del cibo e dei posti a tavola.

Lo stesso dibattito sull’Italicum, sul Porcellum o sul Mattarellum non è altro, alla fine, che un modo per sviare l’attenzione dai reali problemi indotti dalla crisi economica e dai sempre più arruffati e infingardi sistemi proposti per fare loro fronte. Soprattutto a discapito dei lavoratori, delle loro condizioni di lavoro e dei giovani disoccupati.

D’altra parte lo spauracchio dell’ingovernabilità è stato sempre agitato da coloro che intendevano e intendono, in questo modo, concentrare in poche e ancora più ristrette mani (caso mai ce ne fosse ancora bisogno) il potere dello Stato. Non nuoce ricordare che proprio lo spettro dell’ingovernabilità permise al presidente tedesco Hindenburg di nominare cancelliere Hitler, nel 1933, dopo che questo aveva già raggiunto la maggioranza relativa (37,2%) nelle elezioni dell’anno precedente. Comunque, in quel caso, bastò sommare ai seggi del partito Nazionalsocialista quelli già conquistati dagli altri partiti conservatori per giungere ad una maggioranza parlamentare, senza nemmeno far ricorso ad un cambiamento della legge elettorale.

Certo questo non serve a mostrare un nazismo “più democratico” del fascismo nostrano o dei nostri attuali polli conservatori, ma piuttosto a mostrare come non vi sia legge elettorale o struttura parlamentare borghese che possa o voglia garantire pienamente gli interessi e i diritti della gran parte dei cittadini e, soprattutto, dei lavoratori. Se questi, naturalmente, già non lo fanno con le loro lotte e la loro autonoma organizzazione politica sui luoghi di lavoro e nelle strade.

Se qualcuno volesse ancora illudersi sulle potenzialità di un Parlamento diversamente eletto non dovrebbe far altro che ripercorrere le vicende parlamentari del Movimento 5 Stelle nel corso degli ultimi nove mesi e, in particolare, degli ultimi giorni e delle vicende legate al provvedimento di sostanziale privatizzazione della Banca d’Italia…ah, scusate, di Bankitalia. E della canea congiunta di tutte le forze parlamentari, di ogni risma e colore, che si sono scagliate nell’evidente tentativo di criminalizzare il movimento di Beppe Grillo.

Chi scrive non è mai stato tenero con i 5 Stelle e col suo leader, e continuerà a non esserlo in futuro, ma il fatto che ogni iniziativa, proposta o provvedimento suggerito da quello che alle ultime elezioni politiche è stato il partito più votato, nonostante le sue ambiguità e la scarsa trasparenza dei suoi scopi finali, sia stata di fatto cancellato, ignorato o presentato sotto una pessima luce dovrebbe far riflettere sulle possibilità di utilizzare, anche solo come cassa di risonanza (come avrebbe un tempo voluto Lenin nella sua polemica con i comunisti di sinistra europei che si dichiaravano astensionisti e anti-parlamentari), l’agone parlamentare.

Zero, niente, nulla! Al massimo ci si va per farsi denigrare… e per correre il rischio di esser messi sullo stesso piano degli “altri”. Di tutti gli altri. Cosa per cui i vecchi dinosauri del comunismo di sinistra, sempre evitarono o rifiutarono il politicantismo, cui aggiungevano “personale ed elettoralesco”. Politicantismo che non stava nelle lotte e nella loro organizzazione, ma proprio lì tra i seggi vellutati delle aule parlamentari, delle commissioni e delle sottocommissioni. Inutili mascheramenti di decisioni che devono essere prese in altro luogo.

Colle, CEI, Madame Guillotine, partiti e media hanno chiarito che il Parlamento è e deve essere soltanto un’aula bunker, come quelle in cui si sono celebrati e si celebrano a tutt’oggi i processi contro l’antagonismo sociale. Un luogo in cui l’unica parola ammessa è quella della volontà di chi già governa. Per l’opposizione rimane soltanto una gabbia insonorizzata come quella riservata all’ex-presidente egiziano Morsi, di cui, come per i grillini, si devono cogliere i comportamenti esagitati ma, appunto, non le parole.

Aule, poltrone, commissioni e sottocommissioni che hanno finito col risucchiare qualsiasi sforzo “altro” e che, anche in tempi di lotte durissime, sono sempre stati, al massimo, il palcoscenico di trattative al ribasso per gli interessi dei lavoratori, dei giovani disoccupati e dei diseredati di ogni sesso e colore.
Ciò che avviene ora, davanti agli occhi di tutti, non fa altro che confermare ciò che i fondatori del Partito Comunista d’Italia, nel 1921, videro già con grande chiarezza. La truffa e la pantomima parlamentare che non solo non porta da nessuna parte, ma che, in più, mira anche a seminare confusione e fasulle speranze nella massa degli sfruttati.

Quel partito nacque astensionista, proprio in polemica rottura con quel Partito Socialista che, pur mantenendo maggior dignità degli epigoni staliniani e togliattiani che sarebbero poi venuti, in un frangente storico drammatico come quello degli anni che accompagnarono e seguirono il primo conflitto mondiale, aveva già mostrato tutte le debolezze e le vacuità politiche che derivavano dal diffondersi della lue parlamentarista.

L’unico risultato dell’accettazione delle logiche parlamentari fu la divisione del partito, il suo indebolimento, cui contribuì anche la campagna di arresti del 1923, e l’incapacità di andare oltre il semplice ritiro sull’Aventino dei partiti sedicenti d’opposizione nei giorni del delitto Matteotti e delle spontanee mobilitazioni popolari che, in alcuni casi, ne conseguirono.
Oltre che, naturalmente, vent’anni di regime, totalitario ed anti-operaio, fascista.

Serve una lezione di storia stringata come questa? Forse, se si pensa che dal regime non se ne uscì con il voto. Questo, dal 1928 in avanti, poté manifestarsi solo attraverso la forma plebiscitaria, così come le attuali leggi elettorali attualmente prefigurano. Dividendo in due il potere soltanto per salvare la faccia di un Giano bifronte di cui, però, le due fisionomie coincidono perfettamente.

Regime che, di fatto, aveva esautorato e seppellito il vecchio sistema parlamentare liberale che, anche dopo il secondo conflitto mondiale, non sarebbe più tornato ai suoi splendori. L’illusione post- resistenziale, legata ai compromessi nel CLN, fu quella di restaurarlo con una nuova funzione di mediazione. Ma fu solo la riesumazione di una salma già piuttosto compromessa e non sarebbero bastate le belle e fatue parole sul secondo risorgimento a cambiarne segno e destino. Ciò che è morto deve rimanere sepolto e riesumarlo e farlo tornare in vita non può che produrre mostri, come la migliore fantascienza ci ha insegnato dal Frankenstein di Mary Shelley in poi.

Oggi, quando si parla di ripresa, troppo spesso opinionisti di scarso valore, imprenditori e politicanti venduti amano ricordare gli anni della ricostruzione con una sorta di nostalgia e di orgoglio. Ma quelli, per i lavoratori e le classi sociali meno abbienti, furono anni tremendi, da cui non si uscì con la mediazione parlamentare, ma soltanto con lotte durissime che, tra il 1960 e gli anni settanta, portarono alla progressiva conquista di garanzie e miglioramenti salariali per i lavoratori e i giovani. Anche allora il parlamento sarebbe stato inutile senza le lotte e, comunque, rappresentò solo e sempre un collo di bottiglia attraversò cui il PCI e la DC poterono sempre vigilare sulla conflittualità sociale.

Certo, il sistema parlamentare ideale è sicuramente quello basato su una legge elettorale proporzionale e il resto sono solo chiacchiere per coprire svolte sempre più scopertamente autoritarie. Ma domani non sarà più un parlamento liberal-democratico a poter dirimere e risolvere il futuro ed inevitabile scontro tra le classi; poiché, attualmente, questo paese è un treno in corsa verso il baratro e il suo capotreno, chiunque esso sia, dopo aver già da tempo eliminato ogni forma di democrazia, sta spingendo le macchine al massimo. .

Un Jon Voight impazzito che, come nel classico “Runaway Train”,1 preferisce schiantarsi piuttosto che cambiare marcia o prospettiva.
Occorre farlo deragliare per poter andare oltre, fuori da questo incubo, ma non lo si può fare dalla locomotiva. Occorrerà divellere i binari oppure staccare i vagoni dal locomotore in corsa, con la lotta…prima dello schianto finale.

N.B.
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  1. A trenta secondi dalla fine” di Andrej Konchalovskij, 1985  

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