Cina – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 15 Apr 2026 20:00:34 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Il nuovo disordine mondiale / 35 – Come iniziano e come vanno a finire le guerre https://www.carmillaonline.com/2026/04/15/il-nuovo-disordine-mondiale-35-come-iniziano-e-dove-finiscono-le-guerre/ Wed, 15 Apr 2026 20:00:34 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94064 di Sandro Moiso

Peter Fleming, Il destino dell’ammiraglio Kolčak, Edizioni Medhelan, Milano 2024, pp. 300, 26 euro

Potrà sembrare un argomento distante dall’attualità, anche bellica, ma la storia di intrighi, tradimenti, alleanze incerte, signori della guerra e semplici banditi oltre che di mire imperiali di vario genere e di una rivoluzione, che doveva ancora assurgere alla sua piena valenza mitopoietica ancor prima che politica, narrata da Peter Fleming nello studio appena pubblicato dalle edizionoi Medhelan, Il destino dell’ammiraglio Kolčak, comparso nell’edizione originale inglese nel 1963, può essere di grande utilità per comprendere ancora oggi i meccanismi reali e concreti che conducono [...]]]> di Sandro Moiso

Peter Fleming, Il destino dell’ammiraglio Kolčak, Edizioni Medhelan, Milano 2024, pp. 300, 26 euro

Potrà sembrare un argomento distante dall’attualità, anche bellica, ma la storia di intrighi, tradimenti, alleanze incerte, signori della guerra e semplici banditi oltre che di mire imperiali di vario genere e di una rivoluzione, che doveva ancora assurgere alla sua piena valenza mitopoietica ancor prima che politica, narrata da Peter Fleming nello studio appena pubblicato dalle edizionoi Medhelan, Il destino dell’ammiraglio Kolčak, comparso nell’edizione originale inglese nel 1963, può essere di grande utilità per comprendere ancora oggi i meccanismi reali e concreti che conducono alle guerre e, successivamente, alle vittorie o sconfitte che sono destinate, prima o poi, ad accompagnarle.

La guerra di cui si parla nel testo di Fleming è quella civile, successiva alla Rivoluzione d’Ottobre, che si sviluppò tra il 1918 e il 1921 in Russia, che vide come principali protagoniste le armate rosse bolsceviche da un lato e quelle bianche filo-zariste, appoggiate da diversi paesi appena usciti oppure ancora coinvolti nel primo conflitto mondiale, dall’altro. Una guerra dilaniante e devastante da cui sarebbero uscite vincitrici le armate rosse poste sotto il comando di Leone “Lev” Trockij in qualità di Commissario del Popolo alla Guerra. Anche se la lettura del libro di Fleming aiuta a comprendere come questa parte della narrazione faccia parte di una storia ben più intricata e complessa.

Al cui centro l’autore pone la figura, allo steso tempo tragica e meschina, dell’ammiraglio Kolčak mentre accompagna il lettore attraverso gli alterni destini dell’esercito contro-rivoluzionario; fino alla definitiva sconfitta delle armate bianche e alla cattura e fucilazionei dello stesso Kolčak da parte dei Bolscevichi.

Una narrazione, che costituisce anche l’ultima opera di Fleming, condotta con la professionalità dello storico e, allo stesso tempo, con gli occhi del viaggiatore che aveva conosciuto i luoghi estremi della Russia orientale e dell’Asia Centrale, durante una traversata di sette mesi dei deserti dell’Asia Centrale, fatta nel febbraio del 1935, insieme alla fotografa e scrittrice Ella Maillart (1903- 1997).

Robert Peter Fleming (Londra 1907 – Glencoe 1971), è stato uno scrittore, giornalista e militare britannico, noto soprattutto per essere il fratello di Ian Fleming (1908-1964), il ben più celebre autore dei romanzi di James Bond alias agente 007.

The Fate of Admiral Kolchak è la seconda opera di carattere storico di Fleming pubblicata dalle edizioni Medhelan, dopo Baionette a Lhasa. L’invasione britannica del Tibet (ed. originale Bayonets to Lhasa: The First Full Account of the British Invasion of Tibet in 1904 – 1961). Mentre le edizioni Dall’Oglio avevano pubblicato il suo The Siege at Peking (ed. originale 1959), una relazione sulla ribellione dei Boxer e l’assedio di Pechino del 1900, con il titolo La rivolta dei Boxers, già nel 1965.

Anche se l’autore inglese, per formazione e convinzioni, non può essere certo annoverato tra gli ammiratori della Rivoluzione russa e del Partito bolscevico, nella sua ricerca, pur manifestando una certa simpatia per la figura di Kolčak, sceglie spesso l’imparzialità di giudizio, accompagnata talvolta da una certa dose di ironia, nella descrizione degli eventi narrati. Come afferma infatti egli stesso nella Prefazione:

Il mio interesse per gli eventi descritti in queste pagine risale all’autunno del 1931 quando, all’età di ventiquattro anni, intrapresi per la prima volta un viaggio lungo la Transiberiana. All’epoca sapevo ben poco della guerra civile che si era conclusa un decennio prima ma, notando gli scarni scheletri di filo spinato che ancora fiancheggiavano la maggior parte dei ponti e i fori di proiettile non ancora cancellati dagli edifici delle stazioni, mi ritrovai spesso ad interrogarmi sulla lotta che aveva lasciato quelle piccole cicatrici in angoli dimenticati di una terra vuota e sconfinata. Negli anni successivi ho trascorso molto tempo in Manciuria e nelle zone periferiche della Cina settentrionale e nordoccidentale e ho ascoltato, spesso dalla bocca di chi vi aveva preso parte, molte storie sulla guerra civile in Siberia.
[…] Il contesto politico dell’episodio è complesso. La Siberia fu solo uno della mezza dozzina di scenari russi in cui intervennero gli Alleati. Quell’intervento non fu il risultato di una politica concordata: venne intrapreso da ciascuna delle Potenze con motivazioni diverse. Le speranze, le paure e le illusioni che le animavano non rimasero mai costanti a lungo, poiché l’incedere degli avvenimenti al di fuori della Russia superava o rendeva obsoleti i presupposti, per lo più infondati, su cui si basavano i piani degli alleati. L’effetto di tutto ciò è quello di produrre una sorta di palude della storia. In questo pantano è necessario farsi strada1.

In poche righe l’autore condensa il significato di una storia politica, militare e personale atta a comprendere non soltanto le vicende di allora, ma anche le contraddizioni, gli errori prospettici e militari e le giustificazioni, spesso farlocche, dei conflitti odierni e di alcuni personaggi solo apparentemente centrali nel loro attuale e confuso svolgimento. Un autentico pantano, ieri come oggi, in cui non è facile districarsi e in cui occorre assolutamente evitare di addentrarsi armati soltanto di strumenti di carattere ideologico.

Tanto per iniziare occorre perciò ricordare che l’elemento portante per l’avvio successivo della guerra civile in Russia, più che dalla Rivoluzione in sé, fu costituito dal trattato di pace stipulato tra la Russia bolscevica e gli Imperi centrali il 3 marzo 1918 nell’odierna Bielorussia, presso la città di Brest, al tempo conosciuta come Brest-Litovsk, che di fatto sancì la resa e l’uscita della Russia dalla prima guerra mondiale.

La promessa mantenuta da Lenin e dal suo partito di porre immediatamente fine alla partecipazione al macello imperialista, che al contrario non era stata minimamente presa in considerazione dal governo provvisorio di Kerensky rovesciato nell’ottobre del 1917, avrebbe così paradossalmente dato fuoco alle polveri su gran parte del territorio appartenente all’ormai ex-impero zarista. Una sanguinosa dimostrazione, certo non soltanto simbolica, dell’insofferenza del capitale e delle leggi che lo regolamentano per ogni autentico trattato destinato a porre fine alla guerra.

Ciò che risulta chiaro dall’analisi dei fatti condotta da Fleming è che dalle forze alleate la pace di Brest-Litovsk fu considerata un tradimento di fronte da parte della Russia, più che la prima e reale conseguenza di una rivoluzione che, prima ancora che dall’iniziativa bolscevica, era stata avviata dalla diserzione e dall’abbandono del posto di combattimento da parte di un milione e mezzo di soldati russi ritiratisi dalle prime linee nell’inverno tra il 1916 de il 1917 e dall’insorgenza delle giovani operaie di San Pietroburgo nel febbraio del ’172.

Quando nel 1914 Francia e Gran Bretagna scesero in campo contro gli Imperi tedesco e austro-ungarico, riponevano grandi speranze nell’alleato orientale. Il “rullo compressore russo” si rivelò ben presto una macchina che, per quanto innegabilmente ponderosa, […] dopo i primi mesi tendeva a muoversi all’indietro invece che in avanti, e richiedeva un grande sostegno in termini di rifornimenti che non potevano essere distolti dal fronte occidentale […]; ma almeno vi era un fronte russo, e per di più molto lungo. Vi erano concentrate centinaia di migliaia di truppe del nemico: a esso dovevano essere continuamente distribuiti, per quanto il nemico fosse a corto di scorte, per quanto le sue fabbriche fossero sotto pressione, i rifornimenti regolari [e] fu quindi con una certa incredulità, oltre che con allarme e indignazione, che Francia e Gran Bretagna osservarono la Russia ritirarsi dalla guerra quasi da un giorno all’altro3.

Il trionfo del bolscevismo e della rivoluzione in Russia costituì un fenomeno di portata storica, ma sul momento le sue conseguenze immediate più importanti furono, dal punto di vista degli alleati, soprattutto, se non esclusivamente, di ordine militare.

Il 21 marzo 1918 i tedeschi lanciarono l’ultima e più grande offensiva in Occidente. La Quinta Armata britannica arretrò di fronte a essa. L’intero fronte occidentale cedette. Parigi venne bombardata a lungo. Come se fossero stati liberati da un disgelo nefasto, fiumi di scritte in piccolo cominciarono di nuovo a inondare i giornali quando vennero pubblicati gli elenchi dei caduti. In quelle settimane di disperazione nacque l’impulso a intervenire. Sarebbe nato se i bolscevichi fossero stati buddisti o liberali gladstoniani, o qualsiasi altra cosa4.

Gli storici, sia sovietici che non, nelle ricostruzioni successive sembrano aver ignorato, se non rimosso, questa semplice verità, preferendole spesso una ricostruzione in cui a far la parte del leone sarebbe stata invece la chiara e inflessibile volontà imperialista di strangolare e soffocare l’esperimento socialista dello Stato sovietico fin dal suo primo apparire.

Nonostante i segnali di stanchezza nei confronti della guerra avvertibili nella società russa e nel suo esercito fossero da tempo evidenti, così come avevano iniziato ad esserlo anche sul fronte occidentale:

né la Francia né la Gran Bretagna si resero conto di quanto la situazione in Russia fosse precipitata durante il 1917. Entrambi i governi avevano ricevuto rapporti inquietanti dai loro rappresentanti a Pietrogrado e altrove; ma era da molto tempo che non si leggeva un rapporto dalla Russia che non fosse inquietante, e nell’anno di Passchendaele e Caporetto5 gli alleati tendevano, e forse dovevano, guardare agli eventi in Russia con un certo distacco. Ormai si aspettavano poco o nulla ma certo non si aspettavano il peggio. Così quando il peggio arrivò, e videro all’improvviso che la Germania poteva d’ora in poi combatterli con entrambe le mani, non furono disposti come forse avrebbero dovuto a fare sconti alla nuova Russia […] Ricordando le grandi speranze che un tempo avevano riposto nella Russia, i solenni trattat che avevano cofirmato e i prodigiosi aiuti finanziari e materiali che aveva ricevuto, non vedevano nella sua defezione altro che un semplice tradimento; e ben presto si convinsero che questo sviluppo imprevisto, così propizio dal punto di vista della Germania, doveva essere stato provocato da complotti e tangenti tedesche6.

Fermiamoci un attimo e osserviamo le conseguenze di tali convinzioni e ricostruzioni in cui la spontaneità del rifiuto della guerra e delle condizioni e dei sacrifici da essa imposti, che è alla base della rottura in seno alla società russa e con il suo Stato definitivamente messa in opera dal partito di Lenin nell’Ottobre, viene rimossa quasi del tutto sia nelle ricostruzioni ex-post ad opera degli studiosi filo-sovietici dei decenni successivi, che preferirono, e ancora preferiscono, darne una ricostruzione decisamente più ideologica e partitica, che dai politici e dai comandi militari occidentali che in tutto ciò seppero soltanto, ed erroneamente, cogliere il complotto e il tradimento.

Incapaci di leggere, ieri come oggi, i movimenti profondi del malcontento di classe e dell’autonomia operativa dell’antagonismo nei confronti del modo di produzione dominante, delle sue leggi e delle sue conseguenze. Una lezione che anche oggi non andrebbe invece mai dimenticata.

Entrambe le ipotesi erano false. Lenin, Trockij e i loro collaboratori non erano interessati alla guerra. Poiché il concetto di lealtà verso gli alleati capitalisti di un regime imperialista non trovava posto nella loro ideologia, […] per le loro menti dure e stracolme di idee una simile accusa (di tradimento – NdR) sarebbe parsa frivola più che eretica. Nessuno di loro era al soldo dei tedeschi7.

Paradossalmente, però, un secondo importante, anche se casuale, elemento per lo scatenamento della guerra civile e dell’intervento alleato in Russia, fu costituito proprio dalla stanchezza dei soldati nei confronti della guerra, delle sue conseguenza e della prigionia che ne era derivata per molti di loro. A dimostrazione di ciò può servire quanto avvenne a Čelyabinsk, una località all’epoca di scarsa importanza situata lungo la ferrovia che dagli Urali corre verso la grande pianura siberiana, il 14 maggio 1918.

In quella data, nella summenzionata stazione, si incrociarono diversi treni carichi di prigionieri di guerra, tutti appartenenti all’esercito imperiale austro-ungarico, ma con mete differenti. Quello diretto verso ovest era un treno carico di soldati austriaci e ungheresi destinati ad essere riportati in patria dopo essere stati liberati in seguito agli accordi intervenuti tra la Russia sovietica e gli Imperi centrali nel marzo di quell’anno.

Su quelli diretti a Oriente, nello specifico in direzione del porto russo di Vladivostock, viaggiavano i soldati del Primo Corpo d’Armata cecoslovacco che, a differenza degli altri, erano considerati apolidi poiché le terre boeme di origine facevano ancora parte dell’Impero asburgico, ma erano stati riconosciuti in febbraio dal governo bolscevico come parte autonoma dell’armata cecoslovacca dislocata in Francia. Per questo motivo dovevano rientrare in Europa seguendo un percorso più tortuoso e via mare per andare a rinforzare il fronte occidentale, messo sotto pressione dai tedeschi, su richiesta del Consiglio supremo di guerra alleato.

Il treno cecoslovacco a Čelyabinsk era l’anello di una catena frammentata; lungo le 5.000 miglia di ferrovia tra il Volga e il Pacifico c’erano sessanta o settanta treni cechi […]. I treni di testa avevano già raggiunto Vladivostock, ma durante l’ultima parte di aprile il movimento verso est dei treni di coda, lento e imprevedibile nel migliore dei casi, si era praticamente arrestato.
A Čelyabinsk non c’era simpatia tra i viaggiatori diretti a est e quelli diretti a ovest. I cechi vedevano negli austriaci e negli ungheresi un odioso popolo di presuntuosi, personificazione della tirannia di cui desideravano liberarsi; mentre ai prigionieri di ritorno, i cechi – molti dei quali avevano disertato o si erano arresi alla prima occasione alle armate dello zar – apparivano come dei traditori. Da parte ceca, un motivo di risentimento più immediato risiedeva nella consapevolezza che ai prigionieri invidiabilmente diretti a casa era stata data la precedenza ferroviaria8.

Fu quindi sufficiente un nonnulla per scatenare una violenta rissa in cui un soldato ceco perse la vita. Così i cechi, che a differenza degli altri portavano con sé le armi, bloccarono il treno diretto a ovest, si fecero consegnare l’ungherese colpevole dell’omicidio e lo linciarono sul posto. Per tale motivo un distaccamento di Guardie rosse giunse alla stazione per portare nella prigione della città diversi cechi come “testimoni”.

Da questo fatto e dal successivo tentativo riuscito dei soldati cechi di “liberare” i loro commilitoni trattenuti in città si svilupparono conseguenza che possono essere considerate tra le più decisive per la successiva guerra civile poiché la dura risposta del governo sovietico, che intervenne in maniera repressiva su indicazione di Trockij e non seppe tener conto della situazione psicologica dei soldati dell’armata ceca, così come invece aveva saputo fare a proposito delle richiesta di cessazione del conflitto da parte dei soldati russi, spinse i distaccamenti cechi, dispersi lungo la linea ferroviaria, ad occupare molte stazioni, avamposti militari e cittadine siberiane in direzione di Vladivostock.

Ma proprio in quel porto continuavano ad essere assenti o scarsamente presenti le navi a disposizione per il trasferimento delle divisioni ceche verso il fronte occidentale, mentre vi era una piccola concentrazione di navi da guerra alleate, il cui compito era quello di:

sorvegliare, come meglio potevano, le enormi giacenza di materiale bellico che si trovavano all’interno o intorno al porto. Queste scorte per un valore di un miliardo di dollari, erano state fornite alla Russia dagli Alleati che poi aveva abbandonato; non solo non erano state pagate ma c’era – o sembrava esserci – il pericolo che questo materiale, dopo essere stato trasportato verso ovest, finisse nelle mani dei tedeschi9.

A questo timore, per gli alleati, andava aggiunto quello derivante dalla grande massa di prigionieri turchi, tedeschi, austro-ungarici e di altri paesi che si trovavano in mano ai russi.

Di questi senza contare i turchi ce n’erano circa un milione e mezzo; solo il dieci per cento circa erano tedeschi; la metà, o forse più della metà, si trovavano in Siberia. Dopo la ratifica del trattato di Brest-Litovsk gli uomini, molti dei quali godevano già di un’ampia libertà personale, cessarono tecnicamente di essere prigionieri. Ma in ragione delle condizioni caotiche delle ferrovie russe, il rimpatrio fu, nella migliore delle ipotesi, molto lento e cominciarono ad arrivare notizie che questi grandi contingenti di soldati dispersi venivano armati o si stessero armando. Non passò molto tempo prima che i prigionieri assumessero lo status di spauracchi strategici. Non è mai stato chiarito con esattezza in che modo si pensava potessero danneggiare la causa alleata. Era sufficiente che venissero considerati tedeschi e, sebbene la stragrande maggioranza di loro non fosse nulla di tutto questo, tanto bastava per ammantarli di mistero e di minaccia sullo sfondo chimerico di una cospirazione bolscevico-tedesca. Gli inglesi temevano che quelli detenuti in Turkestan potessero costituire il nucleo di una minaccia per l’India10.

Incapaci di liberarsi dei fantasmi del “Grande Gioco”, che era stato condotto per quasi due secoli tra l’impero zarista e quello britannico per il controllo dell’Asia centrale e del sub-continente indiano11, gli inglesi soprattutto risultavano essere totalmente incapaci di comprendere le nuove condizioni politiche venutesi a creare dopo la Rivoluzione d’ottobre. Il cui unico spauracchio in quel momento era rappresentato, sempre per i rappresentanti alleati, dal fatto che i prigionieri potessero essere reclutati nell’esercito russo.

Questa, come molte altre affermazioni dello stesso tenore era una sciocchezza, Era comunque vero che le autorità sovietiche stavano facendo del loro meglio per indurre i prigionieri a rinunciare a servire il proprio paese e a unirsi all’Armata Rossa […]; ai prigionieri veniva data la possibilità di entrare in azione diventando “internazionalisti”, come venivano chiamati quelli che si arruolavano. Più tardi, quando Trockij si accinse a ricostruire l’Armata Rossa, la necessità di reclute, e soprattutto di uomini già addestrati, fece sì che venissero privilegiati i prigionieri di guerra. Fin dall’inizio i volontari erano stati deludentemente scarsi, ma [comunque] venne costruito sulla carta un considerevole contingente di internazionalisti, [anche se] sembra che rappresentasse solo il cinque o il sei per cento del numero totale dei prigionieri., pochissimi dei suoi membri arrivarono ad essere armati e agli internazionalisti non fu permesso, tranne in un paio di casi, di formare distaccamenti propri, ma vennero distribuiti in diversi scaglioni tra le unità russe12.

Occorre, per analizzare a fondo i fatti storici inerenti quel periodo, comprendere, esattamente come per le diserzioni sul fronte russo, a Caporetto, in Francia e per le proteste dei soldati inglesi dislocati ad Arkhangelsk e per quelli americani destinati a proteggere la linea transiberiana tra il 1918 e il 1919, che tali iniziative, quasi sempre spontanee e di massa, derivavano più dalla stanchezza per la guerra e il servizio militare in sé che non da una precisa scelta di campo ideologica. Così come quella dei marinai della portaerei Gerald Ford che qualche settimana fa è stata danneggiata gravemente da un incendio, molto probabilmente doloso, sviluppatosi a partire dalle lavanderia. Cosa che ha costretto i comandi americani a ritirarla dalla posizione assunta nel Mar Mediterraneo per sostenere le operazioni nel Golfo Persico per farla riparare prima in un porto greco e successivamente a riprendere la via del ritorno verso gli Stati Uniti, dopo una permanenza in mare durata ben oltre i sei mesi di servizio attivo programmato normalmente per le portaerei americane.

Sarebbe stato inoltre il caso da parte dei comandi alleati, che già nel luglio del 1918, su suggerimento dell’addetto militare britannico a Pechino, affermavano che non c’era dubbio che in Trans-Baikalia l’influenza tedesca stesse pericolosamente aumentando, di considerare gli uomini non soltanto come pedine, ma come tutt’altro che immuni alla nostalgia di casa, alla malnutrizione, alle malattie e alla demoralizzazione.

Il buon senso avrebbe dovuto dire agli strateghi alleati che i prigionieri di guerra, molti dei quali per più di tre anni erano stati ammassati in condizioni spaventose, che appartenevano a una mezza dozzina di razze reciprocamente antipatiche e tra i quali gli ufficiali erano divisi dai soldati, non avrebbero mai potuto costituire più di un fattore trascurabile nella situazione russa. Il buon senso però non era certo un ingrediente fondamentale della strategia interventista13.

E’ proprio la casualità del moto, ancor più che la sua causalità, che deve infatti essere compresa da chi voglia opporsi all’esistente, motivo per cui la funzione di un ‘eventuale direzione politica o partito non è quella di creare, ma di comprendere le condizioni in cui sia possibile agire in maniera utile e, possibilmente, vincente. Mentre, come affermava già Marx, «il bue borghese crede e diffonde» le stesse falsità che ha contribuito a creare14, ieri con i giornali e oggi con i social media così massivamente usati da politici e capi di governo per ogni “sommaria” comunicazione!

D’altra parte se gli Alleati si stavano lentamente avvicinando alla decisione di intervenire partendo da indizi sbagliati, anche i bolscevichi furono a tratti confusi da fenomeni come quello dei soldati cechi in rivolta che sembravano operare secondo chissà quali ordini invece che per se stessi. Così come dalla presenza di vari signori della guerra che cercavano di spadroneggiare tra le grandi pianure della Siberia e la vicina Manciuria per scopi prevalentemente banditeschi, approfittando del crollo dell’ordine precedente.

Tra questi un ruolo di rilievo sarebbe stato svolto da un ataman cosacco, un ventottenne capitano di nome Grigori Semënov, compagno per un periodo del famigerato barone Ungern-Stemberg15 che si sarebbe guadagnato nella guerra civile una reputazione di sadica brutalità superata da ben pochi rivali, che con un rapido colpo di mano si era assicurato il controllo di una piccola località, Manzhouli, appena all’interno della frontiera della Manciuria, in cui la Transiberiana si collegava alla Ferrovia Orientale cinese, che forniva la via più diretta per Vladivostock.

Prima di comprendere che il cosacco operava sotto la guida delle autorità giapponesi, interessate già all’epoca ad estendere il dominio imperiale sulla Cina, gli alleati videro in lui un potenziale punto di riferimento per il controllo del territorio siberiano a occidente del porto russo. La sua piccola armata di seicento “canaglie” (di cui due terzi erano costituiti da mongoli e cinesi) venne sbaragliata, nella sua avanzata, da un contingente, che comprendeva alcuni prigionieri di guerra ungheresi, al comando di Lazo, un capo partigiano bolscevico di talento, ma nonostante ciò suscitò tra i francesi e gli inglesi un certo interesse. Così, nei primi giorni di febbraio del 1918, Semënov ricevette 10.000 sterline e gli inglesi gli promisero una somma simile per ogni mese a venire.

Anche i francesi, informati di questa transazione, cominciarono a sovvenzionare Semënov, mentre i giapponesi fornirono – oltre ai soldi – armi e munizioni e un certo numero di “volontari” che arrivarono a Manzhouli in borghese e, oltre a presidiare i cannoni da campo di Semënov, costituirono il fiore della sua fanteria. […] Il Giappone, unico tra i tre benefattori di Semënov, esercitò una certa misura di controllo sulle sue attività16.

L’episodio legato alle illusioni collegate alla figura di Semënov, sul quale gli alleati europei smisero ben presto di far conto, in realtà serve a sottolineare le profonda confusione, le contraddizioni e le rivalità che animavano lo schieramento dei fautori dell’intervento in Russia. Così, anche se una fotografia contenuta nel volume ci mostra i rappresentanti di nove paesi17 apparentemente uniti dallo scopo comune, in realtà gli obiettivi rimanevano spesso confusi e sostanzialmente nemici tra di loro.

L’unica cosa che inglesi e francesi continuavano a sbandierare era il pericolo rappresentato dalle “forze tedesche” ancora presenti sul campo durante il maggio-giugno dello stesso anno, quando le commissioni tedesco-austriache arrivarono in Russia per definire le condizioni del rimpatrio dei soldati. Cosa che, tra le altre, aveva fatto sì che il riarruolamento degli “internazionalisti” nelle armate sovietiche fosse sospeso.

Tuttavia ciò non impedì agli Alleati di continuare a parlare, e infine di agire, come se ampie quanto imprecisate zone di territorio russo ospitassero importanti concentrazioni di truppe nemiche. Ancora nel settembre 1918 – almeno due mesi dopo che l’ultimo magiaro perplesso aveva restituito il proprio obsoleto fucile Berdan ai magazzini del quartier generale – il Primo Ministro britannico si congratulava con il dottor Masaryk18 per gli “eclatanti successi dalle forze cecoslovacche contro gli eserciti di truppe tedesche e austriache in Siberia”19.

Certo non è stata soltanto la guerra in Iraq ad avere bisogno di inesistenti “pistole fumanti” per giustificare interventi militari destinati soltanto al fallimento dopo inutili distruzioni di vite umane. Mentre la politica militare condotta dal Giappone in Siberia serve a rivelare, insieme a quella americana, la profonda diversità di vedute e di obiettivi tra gli “alleati”. Infatti, mentre Semënov, autentico fantoccio dei giapponesi, si era installato a un’estremità della Ferrovia Orientale cinese:

all’altra estremità, saldamente confinato in un luogo chiamato Pogranichnaia, un altro leader cosacco, di nome Kalmykov, un delinquente minore ma per certi versi più rivoltante di Semënov, era ancora più alle dipendenze dei padroni giapponesi.
Cosa ancor più importante di tutti questi intrallazzi, il Giappone concluse a metà maggio un accordo militare segreto con la Cina che prevedeva la cooperazione tra le rispettive forze armate se “il nemico” avesse minacciato i loro territori o “la pace o la tranquillità generale in Estremo Oriente”. Poiché il nemico non veniva identificato, i limiti geografici dell’Estremo Oriente non erano definiti e non veniva offerta alcuna interpretazione di ciò che poteva essere considerato una minaccia alla pace generale e alla tranquillità, il trattato dava di fatto al Giappone il diritto di dispiegare le proprie truppe sul territorio cinese ogni volta che avesse voluto inventarsi un pretesto per farlo. [Il Giappone] Voleva consolidare la propria sfera d’influenza in Manciuria. [I suoi] obiettivi finali erano quindi diametralmente opposti, anche se non dichiaratamente, a quelli degli alleati. L’ultima cosa che il Giappone voleva era proprio […] un’amministrazione russa forte e stabile in Siberia. Il Giappone aveva tutto l’interesse a creare l’anarchia, o perlomeno il sistema di signori della guerra che Semënov, con il suo aiuto, aveva così vividamente esemplificato20.

Se al lettore paziente tutto ciò facesse venire in mente non soltanto l’attuale politica di Israele nei confronti del Medio Oriente, ma anche il miglior romanzo a fumetti di Hugo Pratt21, non sarebbe molto lontano dal vero e proprio per questo motivo si è scelto di illustrare questo articolo con immagini provenienti dai bozzetti preparatori o dalle pagine dello stesso.

Ma ancor più destinato a creare confusione fu l’intervento americano, per giustificare il quale l’allora presidente Wilson scrisse pagine degne del miglior Donald Trump, in piena crisi di senescenza personale e imperiale americana. Una decisione di intervento, ratificata il 6 luglio del 1918, a favore di quella che, nel frattempo, era stata denominata Legione ceca, ovvero quell’insieme di circa 40.000 soldati, di cui 12.000 arrivati a Vladivostock in attesa di navi che non c’erano, dislocati lungo i 4.800 chilometri della Transiberiana tra Irkutsk e Penza. Una decisione presentata da Wilson al suo Segretari di Stato e successivamente agli ambasciatori alleati per mezzo di un memoir composto alla macchina da scrivere dallo stesso presidente22.

«L’azione militare», vi si affermava, «è ammissibile in Russia […] solo per aiutare i cecoslovacchi a consolidare le proprie unità, a cooperare con successo con i fratelli slavi e per sostenere qualsiasi sforzi di autogoverno o di autodifesa in cui i russi stessi potrebbero essere disposti ad accettare aiuto.» E anche se una nuova versione presentata successivamente avrebbe ripreso il pericolo rappresentato dai prigionieri armati tedeschi e austriaci, quel documento non aveva quasi alcun significato: «Quali russi? Autodifesa contro chi? E soprattutto cosa aveva a che fare con la vittoria della guerra contro la Germania il fatto che i cechi “potessero collaborare con successo con i loro fratelli slavi”?»23 Soprattutto una volta considerato il fatto che molti fuggitivi e ufficiali russi filo-zaristi avevano dato vita ad Harbin ad una comunità piuttosto numerosa, presieduta dal generale Horvat, dove:

Nelle sale pubbliche sovraffollate dell’Hotel Moderne gli speroni tintinnavano senza posa, risuonavano brindisi patriottici e gli occhi si riempivano di lacrime. Gli opinionisti anatomizzavano i pettegolezzi, le canaglie portavano avanti intrighi e gli speculatori facevano fortuna. Si scambiavano saluti, si baciavano le mani, si lucidava l’elsa della spada. Ma a parte qualche losco e deplorevole avventuriero nessuno lasciò la scena di questo tableau vivant marzial-patriottico per prendere un treno verso il fronte24.

E se tutto ciò, ancora una volta, suggerisse al lettore qualche parallelo con le politiche internazionali, e soprattutto europee, nei confronti del conflitto russo-ucraino attuale…beh, ancora una volta non si sbaglierebbe di certo. Così come sembra confermare l’immagine di un territorio frammentato in vari governatorati e percorso da piccoli e grandi eserciti, ognuno rispondente ad esigenze ed interessi diversi.

Deve essere allora chiaro, in chiusura, che il successivo ruolo svolto dall’ammiraglio russo Aleksandr Vasil’evič Kolčak (San Pietroburgo 1874-Irkutsk 1920), ex-comandante della flotta russa del Baltico destituito dall’incarico a seguito della Rivoluzione, nella posizione assunta nelle armate Bianche dopo essersi volontariamente presentato ai comandi alleati per continuare a battersi anche come semplice soldato, tanto da far ipotizzare in un primo tempo ai comandi britannici di usarlo in Mesopotamia, sarebbe stato destinato all’insuccesso fin dall’inizio.

Nonostante i suoi progetti di liberare la famiglia del zar, che non contribuirono ad altro che a indurre i bolscevichi ad eliminarne tutti i componenti il più rapidamente possibile nella notte tra il 16 e il 17 luglio 1918 a Ekaterinburg; le sue iniziali vittorie e la fondazione di una Repubblica siberiana di cui si autonominò dittatore, Kolčak finì come tutti i mercenari di talento, come Wallenstein nella Guerra dei Trent’anni oppure Yevgeny Prigozhin nell’odierna guerra in Ucraina, ovvero tradito dai suoi stesi padroni, infastiditi da una personalità tendente ad ampliare i limiti entro cui avrebbe dovuto esclusivamente muoversi.

Kolčak avrebbe allora perso l’appoggio della legione Ceca e della Quinta divisione fucilieri polacca che si ritirarono dal conflitto già nell’ottobre 1918, mentre il nuovo comandante della Legione Ceca, il generale francese Janin, lo considerava un mero strumento dei britannici. Kolčak non poté neppure contare sull’aiuto dei giapponesi che temevano che volesse interferire con la loro occupazione dell’estremo oriente russo, mentre le truppe americane stanziate in Siberia finirono col dichiarsi strettamente neutrali riguardo “agli affari interni russi” e rimasero solo per sovraintendere alla “sicurezza” della Ferrovia Transiberiana.

Quando nel 1919 le forze dell’Armata Rossa riuscirono a riorganizzarsi e passarono al contrattacco, l’esercito di Kolčak iniziò a perdere terreno. I bolscevichi scatenarono la controffensiva nell’aprile, e, alla fine del mese di giugno, le forze di Michail Tuchačevskij sfondarono le difese dei Bianchi sugli Urali, catturando Čeljabinskil 25 luglio. Ma Kolčak era anche sotto la minaccia di nemici interni al proprio Stato: oppositori locali iniziarono a cospirare contro il suo potere e persino il supporto inglese venne meno, riponendo il governo britannico più fiducia in Denikin.

Kolčak fu costretto a lasciare Omsk, sede del suo comando, utilizzando la ferrovia Transiberiana il 13 novembre 1919; attraversando aree controllate dai Cecoslovacchi fu più volte fermato e successivamente dichiarato decaduto dal comando. Anche se a Kolčak fu promesso che sarebbe stato consegnato al comando britannico a Irkutsk, dove però, il 20 gennaio 1920, il governo della città aveva rimesso il potere nelle mani di un comitato bolscevico. A seguito dell’arrivo di un ordine da Mosca, fu condannato a morte e fucilato all’alba del 7 febbraio.

Anche se la guerra sarebbe finita circa due anni dopo, con la tragica repressione della ribelle Kronstadt e la disastrosa iniziativa di avanzata bolscevica e delle armate rosse sulla Vistola, che non avrebbe tenuto conto del fatto che la possibilità di un appoggio rivoluzionario in Germania era venuto meno con la repressione dell’insurrezione spartachista del gennaio 1919 da parte del socialdemocratico Noske, che aveva concesso piena libertà d’azione ai Freikorps formati da volontari nazionalisti, in realtà fruttò alcuni risultati degni di attenzione.

In particolare la disarticolazione dell’intervento alleato, cui alla confusione di intenti si sovrappose molto rapidamente il rifiuto dei soldati, soprattutto inglesi e americani, di continuare la permanenza e lo stato di belligeranza in Russia. La piena riaffermazione del governo bolscevico sui territori dell’ex-impero zarista e la diffusione verso l’Asia centrale e l’Estremo Oriente delle idee rivoluzionarie e socialiste. Diffusione che, contribuendo ad animare le iniziative rivoluzionarie in tutto l’area fino alla costituzione della Repubblica Popolare cinese e ancor più avnti nel tempo, compensò l’autentico scacco subito in Occidente dalle altalenanti politiche dell’Internazionale comunista, prima e dopo l’avvento dello stalinismo.

Se, infine, il disastro delle strategie alleate e delle armate bianche in Siberia nel corso del 1918-19 dovesse suggerire al paziente lettore un parallelo con il recente fallimento politico e militare americano nel Golfo Persico, non dovrebbe fare altro che leggere qui per trovare conferma delle proprie supposizioni.


  1. P. Fleming, Prefazione a Il destino dell’ammiraglio Kolčak, Edizioni Medhelan, Milano 2024, pp. 17-18.  

  2. Si veda: C. Miéville, Ottobre. Storia della Rivoluzione russa, Nutrimenti, Roma 2017.  

  3. P. Fleming, Il destino dell’ammiraglio Kolčak, Edizioni Medhelan, Milano 2024, pp. 35-36.  

  4. P. Fleming, op. cit., p. 37.  

  5. La battaglia di Passchendaele fu combattuta tra il 31 luglio e il 6 novembre 1917. L’obiettivo franco-britannico consisteva nel prendere possesso dei crinali meridionali e orientali nei pressi della città belga di Ypres nelle Fiandre, ma per le elevatissime perdite subite, i modesti risultati e l’incapacità dei generali britannici, la battaglia di Passchendaele nella storiografia britannica diventò sinonimo di fiasco militare, mentre lo storico militare Basil Liddell Hart la definì”il più triste dramma della storia militare inglese”.  

  6. Fleming, op. cit., pp. 38-39.  

  7. Ibidem, p.39.  

  8. Ibid., pp. 25-26.  

  9. Ivi, pp. 29-30.  

  10. ibid., p. 74.  

  11. Si veda: P. Hopkirk, Il Grande Gioco, Adelphi Edizioni, Milano 2004.  

  12. Fleming, op. cit., pp. 75-76.  

  13. Ivi, p. 75.  

  14. K. Marx – Lettera a Kugelmann del 27 luglio 1871.  

  15. Si veda: V. Pozner, Il barone sanguinario, Adelphi Edizioni, Milano 2012.  

  16. Fleming, op. cit., pp. 63-64.  

  17. Si tratta di una fotografia scattata a Vladivostock in cui sono presenti, in pose più o mene austere e rassicuranti, gli ufficiali americani, giapponesi, polacchi, inglesi, rumeni, francesi, italiani, cinesi e cecoslovacchi dei contingenti militari presenti in città.  

  18. Tomáš Garrigue Masaryk, primo presidente della Cecoslovacchia eletto nel 1918.  

  19. Fleming, op. cit., p. 77.  

  20. Ibidem, pp. 86-89.  

  21. Corte Sconta detta Arcana, appartenente al ciclo di Corto Maltese e uscito originariamente a puntate su «Linus» tra il 1974 e il 1977.  

  22. Oggi avrebbe avuto a disposizione X, Truth o gli altri social usati quotidianamente da “The Donald”.  

  23. Fleming, op. cit., pp. 82-83.  

  24. Ivi, p. 64.  

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Il nuovo disordine mondiale / 33 – Guerra infinita e fine delle alleanze (tra stati e classi) https://www.carmillaonline.com/2026/03/11/il-nuovo-disordine-mondiale-33-ritorno-al-futuro-per-una-critica-delle-illusioni-perdute/ Wed, 11 Mar 2026 21:00:20 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93384 di Sandro Moiso

Redazione di InfoAut, La lunga frattura, DeriveApprodi, Bologna 2025, pp. 168, 15 euro

E’ ormai chiaro che se ci fosse la terza guerra – od anche in funzione di quella forma cronica di conflitto che potrebbe sostituirla – in ogni paese del mondo agiranno due gruppi opposti che reciprocamente si imputeranno il crimine di tradimento alla civiltà alla democrazia e soprattutto alla pace. Per la cerchia dei politicanti di professione e per larghi strati soprattutto dei famosi ceti medi, si rinunzia in partenza a decifrare il grande problema teorico e storico delle ragioni e dei fini dei [...]]]> di Sandro Moiso

Redazione di InfoAut, La lunga frattura, DeriveApprodi, Bologna 2025, pp. 168, 15 euro

E’ ormai chiaro che se ci fosse la terza guerra – od anche in funzione di quella forma cronica di conflitto che potrebbe sostituirla – in ogni paese del mondo agiranno due gruppi opposti che reciprocamente si imputeranno il crimine di tradimento alla civiltà alla democrazia e soprattutto alla pace. Per la cerchia dei politicanti di professione e per larghi strati soprattutto dei famosi ceti medi, si rinunzia in partenza a decifrare il grande problema teorico e storico delle ragioni e dei fini dei contendenti. (A. Bordiga, Neutralità, in “Prometeo” n.12 – 1949)

Nonostante il fatto che l’attacco statunitense e sionista contro l’Iran, il bombardamento delle scuole e l’ennesimo omicidio “mirato” nei confronti di un leader avversario possano far propendere l’opinione dei più in direzione di una esclusiva e scontata condanna dell’imperialismo americano e delle sue trame e azioni militari messe in atto per rallentare il declino della sua egemonia politica ed economica, occorre cogliere con lucidità le cause di un conflitto che potrebbe diventare planetario; cercando di vedere come questo possa essere non soltanto il frutto di un’univoca volontà di potenza, ma di una sempre più estesa crisi egemonica dell’ordine americano e occidentale del mondo.

Un conflitto allargato, ormai tutt’altro che latente, cui l’aspirante Premio Nobel per la pace, entrato ormai in un irrefrenabile loop discorsivo, sta imprimendo una spinta senza precedenti, probabilmente senza avere un piano del tutto preordinato o una visione delle conseguenze della promessa di poter reggere una “guerra infinita”, così come ha sottolineato «Foreign Affairs»:

le domande più importanti sono rimaste senza risposta dall’amministrazione Trump. In particolare, come finirà questa guerra? E quali saranno le implicazioni strategiche ultime della scommessa sull’Iran? La storia dell’intervento militare americano offre una lezione coerente: le guerre iniziate senza chiari obiettivi politici raramente finiscono bene. Quando gli obiettivi politici sono indefiniti o contestati, la guerra manca di un punto di arresto logico. I successi tattici sollevano interrogativi su cosa verrà dopo, mentre le battute d’arresto tattiche diventano giustificazioni per fare di più. La missione si espande, la linea temporale si allunga e la logica originale svanisce sullo sfondo mentre la guerra acquisisce il suo slancio. Il teorico militare prussiano del diciannovesimo secolo Carl von Clausewitz sosteneva notoriamente che la guerra è politica con altri mezzi. Ma il corollario è altrettanto importante: senza un chiaro scopo politico, la guerra diventa un fine in sé1.

Una guerra dai costi militari ed economici altissimi, condotta a discapito non solo dei principali competitor economico-politici, come vorrebbe la vulgata più diffusa, ma anche di molti alleati: dall’Europa ai paesi del Golfo preoccupati dall’evoluzione di un conflitto che non avrebbero voluto fino alla Turchia di Erdogan che, giorno dopo giorno, si dimostra sempre più riluttante a farsi coinvolgere in un conflitto che, probabilmente, la dissanguerebbe a vantaggio di Israele. Compreso Netanyhau, le cui mire sull’Iran e il regime change divergono profondamente da quelle degli Stati Uniti, ancora decisi a trovare un accordo con una parte dell’attuale regime.

Un conflitto “globale” la cui mancata comprensione delle cause rischia di spingere tra le braccia degli interessi dei vari capitalismi nazionali proprio coloro che dovrebbero essere in prima linea nella lotta contro lo stesso: i giovani e i lavoratori (di ogni genere e nazionalità). Offrendo loro in cambio un’alleanza tra le classi tendente a mascherare le responsabilità delle scelte operate da governi, consessi internazionali, imprese e partiti, anche di sinistra e non soltanto di destra, che stanno portando a un risultato i cui prodromi si potevano intravedere negli avvenimenti internazionali già da molti anni a questa parte.

Una farlocca proposta politica che troppo spesso sembra voler mondare non solo i peccati delle potenze europee, ma anche quelli dei regimi autoritari, falsi socialismi e movimenti di liberazione che, dopo aver assolto il loro compito di superamento dei regimi coloniali precedenti, hanno soltanto arricchito le proprie classi dirigenti, in divisa e non, teocratiche o meno, a discapito degli interessi economici e politici di tutte quelle altre che le avevano affiancate nelle lotte di liberazione.

Mentre gli avvenimenti e le contraddizioni sociali degli ultimi decenni hanno invece contribuito a portare alla luce quel substrato di violenza, forza, corruzione, potere economico e militare che da sempre ha caratterizzato non soltanto l’azione coloniale, imperiale e controrivoluzionaria dell’Occidente, ma anche di quelle borghesie che si sono andate affermando negli spazi lasciati liberi dal ritiro dell’onda colonizzatrice di marca bianca e cristiana. Spesso sfruttando i propri giacimenti di materie prime, gas e petrolio per lo sviluppo di sistemi economici basati principalmente su un estrattivismo destinato a nutrire le potenze coloniali da cui si erano precedentemente distaccate oppure i nuovi imperi economici sorti nel frattempo. Uno scambio ineguale (petrolio e gas, oppure ancor peggio zucchero di canna come nel caso di Cuba, in cambio di tecnologia e armi) che ha permesso ampi margini di guadagno per le potenze con cui si erano stabiliti tali accordi di cooperazione (dell’Est come dell’Ovest).

Rapporti tra stati, imperi e classi che sono stati anche la conseguenza delle narrazioni tossiche dei vincitori del secondo conflitto mondiale (USA e URSS), giustificato con la necessità della lotta per la difesa della democrazia liberale oppure del “socialismo in un solo paese” contro il totalitarismo fascista. Una giustificazione destinata a rimuovere dall’orizzonte politico l’autonoma azione di classe, nemica dell’esistente e dell’ordine borghese e imperiale, da qualsiasi parte questo provenga e sotto qualsiasi veste questo si mascheri.

Un’azione che, invece, avrebbe dimostrato nei fatti, come l’insurrezione operaia di Berlino Est nel 1953 oppure la breve esperienza dei consigli operai ungheresi nel 1956, la falsità dell’idea di “socialismo in un solo paese” di staliniana memoria, che confliggeva radicalmente con quella dell’internazionalismo e dell’unità dei proletari di tutto il mondo, e che, dopo aver contribuito all’eliminazione delle opposizioni e le pratiche politiche antagoniste all’interno dell’Unione Sovietica degli anni Venti e Trenta e nel corso della guerra civile spagnola, era giunta poi a giustificare la necessità della collaborazione tra le classi durante la seconda carneficina mondiale.

Soprattutto quando, sul finire della stessa, i popoli e le classi in rivolta, ma ancora illusi da una visione “frontista” che derivava dai precedenti giri di valzer condotti dai supposti rappresentanti del socialismo al potere con gli avversari fascisti, finirono coll’accodarsi, non sempre con piena convinzione, alla battaglia delle Resistenze in nome della libertà, dell’indipendenza nazionale e della democrazia elettoralistica e parlamentare proposte proprio da coloro che li avevano trascinati in un conflitto che aveva causato centinaia di milioni di morti, precludendo loro ogni speranza di ribaltamento dell’ordine capitalistico internazionale. A differenza, invece, di quanto era successo al termine del Primo conflitto imperialista mondiale.

In tal modo le istanze potenzialmente rivoluzionarie che avevano animato gli intenti dei soldati disertori, degli operai, dei giovani e delle donne che avevano deciso di impugnare le armi per affermare il proprio, reale, diritto alla vita e al godimento collettivo delle ricchezze socialmente prodotte, furono incanalate nelle alleanze con i propri aguzzini che, nel frattempo e dopo essersi serviti dei governi autoritari per reprimere le conseguenze sociali e le speranze in/sorte negli anni successivi alla fine della prima guerra mondiale, avevano deciso di cambiare campo per ri/fondare le nuove nazioni mondate dal peccato fascista e imperialista.

Un periodo di autoritarismi, guerre e distruzioni veniva così ridotto a un breve momento di sbandamento che poteva e doveva essere dimenticato e rimosso dietro alla promessa di una nuova età dell’oro e dei consumi in cui questi ultimi avrebbero dovuto costituire le basi della vera ed unica eguaglianza sociale. Davanti al capitale con qualche miserabile spicciolo in tasca, in cambio della cessione della gestione dell’autonomia di classe ai partiti e sindacati mandatari.

Così anche se, a partire dagli anni Sessanta, in Occidente i movimenti dei lavoratori e dei giovani, trascinati come nel ‘68 proprio dai moti dei popoli delle colonie, riuscirono a ritagliarsi relativi spazi di autonomia politica con forme di lotta che sfuggirono al controllo degli incaricati del mantenimento della pace sociale (Stato, sindacati e partiti social/democratici), lo fecero troppo spesso affidandosi ancora a parole d’ordine d’ispirazione liberale oppure di stampo resistenziale che impedirono di fare completa chiarezza sulle reali cause dei conflitti e delle crisi da cui avevano tratto spunto, dall’Algeria al Vietnam. Finendo così col tradire, sotto l’ombrello di un terzomondismo buono per tutte le stagioni e tutte le cause, oltre che il proletariato delle metropoli imperiali, anche i popoli che ancora lottavano contro i regimi coloniali. Proprio a causa di concezioni politiche ancora ispirate da idee riconducibili sia a quelle liberal-democratiche che a quelle di un “socialismo in un solo paese” da moltiplicarsi per il numero dei paesi coinvolti.

Che sostituivano l’unità del proletariato mondiale con la fiducia riposta in istituzioni internazionali che mai funzionarono se non a vantaggio delle grandi potenze, o in quegli strani conglomerati di paesi ex-coloniali come quello definito, ad esempio, dei “non allineati”, alla cui guida fu designato un uomo come Sukarno che non avrebbe poi mai saputo o voluto opporsi con decisione al massacro dei proletari e dei comunisti indonesiani2 oppure, peggio ancora, con l’alleanza “tattica” con governi o singole nazioni interessate a scalzare la presenza di un avversario imperialista da aree che ritenevano “vitali” per i propri interessi.

Tutto questo andava succintamente ricordato prima di giungere alla recensione del testo redatto collettivamente da InfoAut e pubblicato da DeriveApprodi, per non confondere nemmeno per un secondo quanto qui di seguito sarà detto con le banalizzazioni fin qui denunciate che, su temi importanti come quelli contenuti ne La lunga frattura, rischiano periodicamente di ridurre questioni dirimenti come quelli dell’opposizione alla guerra, all’imperialismo, al colonialismo, se non al modo di produzione capitalistico tout court a livello di semplice partigianesimo se non addirittura a tifoseria da stadio, per cui basterebbe tenere per una delle parti per avere bella e pronta una valida causa per cui battersi. Mentre la realtà è sempre ben più complessa.

Lo sforzo operato dai redattori del testo per fornire una base per un dibattito comune dei movimenti sugli eventi che da qualche tempo scuotono l’ordine sociale e politico occidentale non è certo di poco conto, anche se la collettività del testo forse ha contribuito al far sì che si glissasse su alcune asperità interpretative che avrebbero potuto risultare divisive rispetto alla necessità di dare una prima interpretazione generale di quanto si è annunciato prima.

Il testo inizia proprio là dove una interpretazione più oggettivizzante dei fatti avrebbe invece concluso la riflessione, ovvero mettendo al primo posto le soggettività che hanno dato vita ai movimenti riconducibili allo slogan Blocchiamo tutto! e che hanno visto nel corso dell’autunno del 2025 una straordinaria mobilitazione dal basso riconducibile, in primo luogo, alla difesa del diritto all’esistenza e alla lotta del popolo palestinese e alla contemporanea condanna dell’intervento genocidario dello Stato di Israele a Gaza.

Una mobilitazione di centinaia di migliaia, se non di milioni di persone che in Italia, e non solo, hanno riscoperto nella strage dei palestinesi e nella loro orgogliosa rivendicazione del diritto a vivere con dignità la propria esistenza una condizione comune, una bandiera in cui riconoscersi non soltanto sul piano dei sentimenti e dell’umanitarismo, ma anche su un altro più direttamente politico, in cui studenti, lavoratori, lavoratrici, membri delle classi medie impoverite, immigrati recenti, giovani di seconda generazione e settori di quel vasto proletariato marginale del cui sfruttamento si nutre l’economia attuale hanno colto la necessità di una comune lotta allargata contro un modo di produzione che sulla guerra, sul massacro dei civili e dei soldati, sulla disoccupazione generalizzata e sull’arricchimento di settori sempre più ristretti della società ha costruito l’unica risposta possibile alle conseguenze del collasso dell’ordine mondiale nato dalla Seconda guerra mondiale. Si badi bene: sia tra i suoi sempre più delusi sostenitori che tra i suoi avversari emergenti dal “brodo primordiale” di conflitti nazionalistici e interimperialistici che dalla crisi del precedente ordine derivano.

E qui, proprio per iniziare a rispondere ad alcune formulazioni espresse nel testo, occorre sottolineare il fatto che l’esistenza di conflitti interimperialistici invece di contribuire alla formazione di un super-imperialismo unificato da un comune interesse, come predetto da Kautsky, citato nel testo, abbia invece condotto ad un inasprimento e a una moltiplicazione dei conflitti locali, regionali e in prospettiva di carattere planetario di cui gli Stati Uniti e la Nato non sono più gli unici e meticolosi artefici. Fatto che il termine “multipolarismo” riassume, come si afferma nel testo, in maniera ancora superficiale e fuorviante.

Proprio a partire da ciò si è potuto assistere, nel corso degli ultimi anni, ad una disgregazione dei rapporti di alleanza occidentali che proprio nella Nato avevano trovato per sessant’anni il loro centro direzionale e motivazionale. Una crisi, di cui Trump è manifestazione e non artefice come molti paiono più o meno sinceramente credere, che fa sì che gli Stati Uniti sentano la necessità, dopo l’illusoria ubriacatura della globalizzazione e averne misurato le effettive conseguenze, di riaffermare con l’uso della forza ampie sfere di influenza da cui ripartire per controllare parti di mondo e materie prime, esattamente come al termine del secondo conflitto mondiale, quando la vera spartizione del pianeta era avvenuta tra USA e URSS.

Una spartizione che ora, però, deve comprendere, oltre alla Russia, un terzo commensale: la Cina. Una spartizione che certo non prelude ad una pace universale ma che, almeno per coloro che la impongono, dovrebbe servire a rinviare nel tempo l’inevitabile scontro per il controllo delle ricchezza e delle risorse del pianeta. Che da parte statunitense, come nella guerra che sta infiammando l’intero Medio Oriente, assume le forme devastanti e autoritarie di una sorta di scacchistico “arrocco attivo”.

Scelta che ha portato il pokerista Trump, come lui stesso ama definirsi, ad agire pericolosamente per mantenere l’egemonia nel controllo delle risorse petrolifere mondiali, nell’illusione, forse, di giungere ad una “soluzione venezuelana” della guerra e dell’assedio marittimo, ma senza tener conto del controllo ferreo del regime degli ayatollah sul territorio e sulle risorse dell’Iran.

Dando vita a contraddizioni, come quelle sulla reale paternità dell’attacco (l’ha voluto Trump o è stato trascinato da Netanyhau?) e giravolte che hanno condotto la fu superpotenza globale ad agire come una potenza impazzita, «scenario ideale per Cina e Russia»3 e, allo stesso tempo, come il ritardo nella nomina del successore di Khamenei e il fatto che sia Ali Larijani a prendere la parola al posto del neo-eletto Mojtaba Khamenei (ferito?), a rivelare la presenza all’interno del regime di fratture non solo di carattere sociale, che la chiusura delle università a tempo indeterminato e l’invito rivolto agli abitanti di Teheran a non uscire di casa per il pericolo rappresentato dalle possibili piogge acide causate dal bombardamento dei depositi di petrolio fanno intravedere, ma anche interne allo stesso.

Un conflitto che, al momento attuale, ha parzialmente favorito la Russia di Putin attraverso il rialzo dei prezzi del gas e del petrolio, il momentaneo allentamento delle sanzioni proposto dal presidente americano e l’allontanamento della soluzione del conflitto ucraina dalle priorità americane. Così come, nonostante il rallentamento dei rifornimenti energetici provenienti dal Golfo, anche la Cina potrebbe trarre vantaggio dagli spostamenti di capitali da Dubai a Hong Kong e Singapore, secondo investitore estero in Cina e paese con cui i legami di cooperazione si sono andati intensificando e rafforzando nel corso degli ultimi decenni, soprattutto a causa della predominanza dell’etnia cinese al suo interno4. Facendo scrivere sul «Washington Post» che:

Non c’era alcuna minaccia “imminente” da parte dell’Iran che giustificasse la guerra lanciata da Trump il 28 febbraio all’improvviso – e il costo di tale guerra (finanziata con ladessa in deficit in un momento in cui il debito pubblico è già vicino ai 39.000 miliardi di dollari) probabilmente ostacolerà gli sforzi degli Stati Uniti per competere con avversari molto più significativi, in particolare […] Russia e Cina.
La Russia sta già beneficiando della guerra con l’Iran. L’aumento dei prezzi del petrolio (oltre 100 dollari al barile domenica dai 73 dollari al barile alla vigilia della guerra) e la decisione di Trump di allentare le sanzioni all’India per l’acquisto di petrolio russo contribuiranno a finanziare la macchina da guerra russa. Gli Stati Uniti stanno inoltre rapidamente bruciando le limitate scorte di missili, in particolare intercettori antiaerei, di cui l’Ucraina ha urgente bisogno. Il presidente Volodymyr Zelensky ha affermato che in soli tre giorni di combattimenti con l’Iran sono stati utilizzati più missili Patriot di quanti ne siano stati utilizzati dall’Ucraina dal 2022. […] Più in generale, tutta l’energia e l’attenzione che gli Stati Uniti stanno riversando sul Medio Oriente rappresentano un’ulteriore distrazione dalla crescente sfida economica e militare rappresentata dalla Cina. All’inizio degli anni 2000, mentre gli Stati Uniti erano concentrati sulle guerre post-11 settembre, furono colpiti dallo “shock cinese” – un’ondata di importazioni cinesi a basso costo che contribuì alla perdita di circa 2 milioni di posti di lavoro nel settore manifatturiero . Gli economisti David Autor e Gordon Hanson ora avvertono che stiamo per assistere a un secondo shock cinese, che potrebbe essere ancora più destabilizzante del primo.
Mentre Trump bombardava vari paesi, imponeva dazi, scoraggiava gli studenti stranieri dall’andare in America e tagliava i fondi per la ricerca, la Cina stava facendo ingenti investimenti volti a dominare le industrie del futuro. L’Australian Strategic Policy Institute riporta che la Cina è ora leader negli Stati Uniti nella ricerca su 66 delle 74 tecnologie di frontiera, tra cui intelligenza artificiale, superconduttori, informatica quantistica e comunicazioni ottiche. La Cina produce già circa il 70% dei veicoli elettrici mondiali, l’80% degli smartphone, l’80% delle batterie agli ioni di litio e il 90% dei droni. L’anno scorso, circa la metà di tutti i veicoli venduti in Cina erano veicoli elettrici o ibridi. […] Nel frattempo, l’amministrazione Trump sta spendendo decine di miliardi di dollari per bombardare il regime iraniano e ridurlo in mille pezzi.
È troppo presto per dire chi vincerà la guerra tra Stati Uniti e Iran. Ma, a questo punto, punterei su Russia e Cina5.

Un gioco certamente incerto e pericoloso che, in qualsiasi momento e per qualunque imprevisto, potrebbe trasformarsi in conflitto globale, ma che ha il pregio, proprio per l’affarismo con cui l’attuale presidente americano ha cercato di caratterizzarlo in ogni occasione, di rivelare la vera essenza del modo di produzione capitalistico ovunque e sotto qualsiasi forma esso si sia instaurato6. Dando vita a potenziali regolamenti di conti interni che, come in Venezuela, oltre a favorire l’ingresso delle compagnie americane in settori petroliferi da cui fino ad ora erano state parzialmente o del tutto escluse, lasciano comunque la maggior parte dei diseredati esclusi dall’esercizio di qualsiasi azione politica, pur rischiando sempre di essere coinvolti nella “difesa” degli interessi della Patria e della Nazione.

Questa netta denuncia della separazione degli interessi di classe all’interno di ogni paese, qualsiasi sia il colore della bandiera sventolata dalla borghesia in nome degli interessi nazionali, dovrebbe costituire l’elemento cardine su cui articolare una adeguata tattica e strategia dell’azione di classe: sia che si tratti dell’Iran, dell’Ucraina o di casa nostra. L’italietta in cui il fascino del “secondo” o “terzo” o altro ancora Risorgimento non ha mai smesso di risplendere alla luce dei discorsi opportunistici e fuorvianti, da Gramsci o Togliatti fino a tutti gli altri padri della Patria repubblicana (e prima ancora monarchica e fascista).

Per questo motivo occorre liberare il pensiero e la pratica antagonista dalle maglie degli interessi nazionali presupposti comuni e dai richiami alle alleanze con le “borghesie progressiste” o, soltanto illusoriamente, “nemiche dell’imperialismo”, spesso indotte da movimenti e partiti che hanno pencolato, e pencolano ancora, tra “destra” e “sinistra” cercando di raccogliere e tenere insieme contraddizioni e bisogni che spesso hanno più a che spartire con gli interessi delle classi medie impoverite che con la causa della reale liberazione della specie. Ispirando invece moti che, molto spesso, propendono per comodità e viltà più al fascismo e al suo collaborazionismo tra le classi, nella speranza di far tornare le classi medie in crisi a rivestire un ruolo sociale e a godere di frutti migliori senza per questo rinunciare a quelli che si pensavano essere privilegi ormai “inalienabili”, a discapito di tutti gli altri esclusi.

Così, in questo marasma, la divisione “settoriale” delle lotte di genere, ambientali, antirazziste e per i diritti di cittadinanza ha finito con incrociare le richieste di maggior sicurezza che possono provenire da ampi settori di quelle stesse classi medie, causando un deragliamento ideologico che indebolisce sia la possibilità di vincere sui singoli terreni che su quello più ampio di una attesa trasformazione dei rapporti sociali, politici ed economici.

In tal senso, non vi può essere dubbio che il movimento «Blocchiamo tutto!», invece, ha sicuramente influito positivamente ed è andato nella giusta direzione, unificando i diversi settori di lotta piuttosto che continuare a dividerli, e, almeno da questo punto di vista, le enormi mobilitazioni per Gaza e per la Palestina hanno egregiamente funzionato da banco di prova per un movimento che tenga insieme gli interessi di vasti settori di società con l’internazionalismo. Caratterizzato, però, non dalla solidarietà con gli stati oppure tra stati, ma tra le classi e per la classe dei diseredati.

Da Gaza a Cuba, oggi nuovamente nel mirino del fatiscente impero americano, fino alle donne e agli uomini in rivolta nell’Iran degli ayatollah, il fatto di schierarsi non dovrà più dipendere dalla logica che il nemico del mio nemico è mio amico e quindi dalla simpatia per i singoli governi che, per interessi nazionalistici o di influenza regionale, possono schierarsi contro qualche satrapo occidentale o orientale, ma sulla base di comuni interessi di classe, anticapitalisti e antiimperialisti. Come ha affermato Domenico Quirico in un recente articolo su Cuba:

Difficile che oggi Putin voglia correre i rischi di Kruscev per difendere i cari alleati de L’Avana, già traditi da Gorbaciov. Nella ambigua partita che sta giocando con Trump il leader russo sembra disposto a sacrificare molti pedoni della sua scacchiera: Bashar al-Assad, Nicolas Maduro, forse perfino Ali Khamenei [Così] I cubani sono disperatamente soli. Nulla più li unisce al castrismo se non la repressione e la forza di inerzia, sono diventati figli del nulla in questo disordine mondiale […] Come i palestinesi, gli iraniani, i sudanesi, i curdi, i siriani anche loro sono anomalie non più sopportate, infrazioni a una presunta regola universale, realtà riducibili, vittime dei fautori dell’istante contro la durata, del virtuale contro la realtà, delle bugie contro i fatti. Hanno un’unica via: iniziare con sé stessi7.

Un invito valido per il movimento antagonista, ovunque, da Minneapolis a Milano, dagli scontri per Askatasuna alla Cisgiordania, ma anche in Iran: là dove la necessità della ricostituzione a livello più alto di una comunità umana degna di questo nome e degli strumenti politici per raggiungere tale obiettivo attraverso la soppressione del capitalismo, del colonialismo e dell’imperialismo, impone la rottura con ogni fasulla alleanza o fronte con la borghesia, il capitale, sia nazionale che internazionale, e i suoi scherani e funzionari. Anche quando vorrebbero allettarci con offerte dipendenti, sempre, da una maggiore malleabilità dei movimenti e dalla loro rinuncia ad esser irrevocabilmente classisti.

Da qui, e soltanto da qui, occorre ripartire e il testo prodotto da Infoaut può costituire una base iniziale per un confronto allargato sulla ripresa della lotta di classe, a partire dall’opposizione alla guerra poiché quest’ultima costituisce l’aspetto ultimo, più chiaro, divisivo e dirimente dei rapporti tra le classi, fuori e dentro i confini nazionali.

Soltanto nelle lotte, nel tumulto, nella ribellione e nell’insurrezione si manifesta apertamente il temuto demone del comunismo che costituisce ancora l’elemento più pericoloso per l’ordine globale, poiché dà vita nei fatti alla rappresentazione della società futura e della fine delle illusioni politiche, ideologiche e economiche che hanno sostenuto e continuano a difendere un asfittico presente che, per ora, può soltanto vendicarsi con gli strumenti dell’inquisizione politica e della repressione.

Come ha fatto a Torino con i giovani che hanno difeso il diritto del palestinesi e di Askatasuna di continuare ad esistere, colpendo chi ha osato levarsi contro le sue norme. Una soggettività che nessun oggettivismo e nessuna norma o decreto securitario potranno sottomettere ancora a lungo senza ricorrere in modi diversi, ma paralleli, ad un aperto uso della violenza dello Stato nei confronti dei singoli, come a Minneapolis, in Cisgiordania o a Rogoredo, obbligandoci fin da ora a riflettere sul fatto che guerra estesa e guerra civile andranno sempre più spesso di pari passo. Entrambe dichiarate dai governi e dagli stati contro i loro cittadini e la comunità umana.

Considerazioni cui occorre aggiungere che per chi, come il sottoscritto, si occupa da anni di guerre e geopolitica il problema non è tanto di carattere accademico o partigiano quanto piuttosto costituito dalla necessità di individuare in ogni frangente le contraddizioni, le linee di faglia e le crepe in cui poter vittoriosamente inserire la leva costituita da una lotta di classe internazionalizzata e generalizzata in grado di far crollare le pareti dell’oppressione e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sulla donna e sulla natura.

Una concezione che, in assenza di un’azione “proletaria” e classista cosciente e determinata, può accogliere con favore qualsiasi sconfitta degli imperialismi maggiori e, in particolare, proprio di quello americano o della Nato, ma senza per questo mai appoggiare apertamente i nemici borghesi al governo delle nazioni che si contrappongono all’Occidente e ai suoi mastini della guerra oppure chiamando i lavoratori e gli altri appartenenti alle classi impoverite ad affiancare quei governi nel conflitto, ma, piuttosto, incoraggiandoli ovunque sia possibile ad approfittare della eventuale crisi e debolezza dello Stato nazionale borghese per insorgere ed imporre un altro governo della cosa comune. Esattamente come accadde nel 1870 in quel di Parigi: lezione irrinunciabile della storia delle lotte del proletariato internazionale. Oppure, ancora, come fecero i contadini tedeschi fin dal 1525: Omnia sunt communia!.

Un’opposizione alla guerra a fianco dei diseredati e degli oppressi, quindi, e non certo dei governi né, tanto meno, degli appelli di Trump e Netanyhau rivolti al popolo iraniano mentre lo si bombarda. Appelli fasulli ad una rivolta che se fosse davvero tale vedrebbe in prima linea tra i suo avversari le armate americane, israeliane, dell’Arabia Saudita e dei principati del Golfo, che tutto potrebbero digerire, compresa la permanenza al potere degli ayatollah e dei pasdaran, piuttosto che un’autentica rivoluzione sociale in grado di rimettere in discussione gli equilibri politici di tutta l’area.

Una posizione, infine, che non può e non deve permettersi di cogliere nel gruppo dei BRICS un’alternativa al modo di produzione dominante, ma soltanto un ulteriore aspetto dello stesso in cui, però, il tradimento di ogni alleanza in nome del proprio profitto oppure, più semplicemente, della propria sopravvivenza, a scapito dei popoli coinvolti e massacrati dai conflitti, costituisce l’elemento determinante per le politiche dei principali rappresentanti degli stessi.


  1. C. H. Kahl, What Is the Endgame in Iran? Trump Needs to Figure Out What He Wants— and Quickly, «Foreign Affairs» 9 marzo 2026.  

  2. Si vedano in proposito: V. Bevins, Il metodo Giacarta. La crociata anticomunista di Washington e il programma di omicidi di massa che hanno plasmato il nostro mondo, Giulio Einaudi editore, Torino 2021 e N. Tanno, Arcipelago rosso. Lotta politica e genocidio in Indonesia, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2026.  

  3. L. Caracciolo, Tre scenari per capire cosa succede ora, «la Repubblica», 1 marzo 2026.  

  4. Si veda: Parte la fuga dei capitali da Dubai. Meglio Singapore o Hong Kong, «La Stampa» 7 marzo 2026.  

  5. M. Boot, There are two winners in Iran. Neither one is America. Oil disruption benefits Russia, as does less U.S. aid for Ukraine. And Iran distracts China, «Washington Post» 9 marzo 2026.  

  6. Sulle diverse e ingannevoli forma del dominio capitalistico sul lavoro si veda qui.  

  7. D. Quirico, I fantasmi di Cuba, «La Stampa» 27 febbraio 2026.  

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Un nero caso di evangelizzazione nel Giappone del dopoguerra https://www.carmillaonline.com/2026/01/28/tra-lonore-della-katana-e-lumiliazione-della-croce/ Wed, 28 Jan 2026 21:00:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92408 di Sandro Moiso

Matsumoto Seichō, Vangelo nero, traduzione di Alessandro Passarella, collana «Fabula», Edizioni Adelphi, Milano 2025, pp. 420, 22 euro

Mentre intorno a Taiwan le fiamme della guerra tornano a surriscaldare un’antica eredità di rivalità, conquiste e dominio coloniale tra Cina e Giappone, il loro bagliore più che riflettersi sulle lame delle tradizionali spade dei samurai sembra oggi riflettersi, dalle parti di Tokyo, sull’heavy metal di cui, prima di assurgere al ruolo di premier bellicista, Sanae Takaichi era una fan, tanto da essersi spinta, durante gli anni degli studi universitari, a suonare la batteria in una band il cui [...]]]> di Sandro Moiso

Matsumoto Seichō, Vangelo nero, traduzione di Alessandro Passarella, collana «Fabula», Edizioni Adelphi, Milano 2025, pp. 420, 22 euro

Mentre intorno a Taiwan le fiamme della guerra tornano a surriscaldare un’antica eredità di rivalità, conquiste e dominio coloniale tra Cina e Giappone, il loro bagliore più che riflettersi sulle lame delle tradizionali spade dei samurai sembra oggi riflettersi, dalle parti di Tokyo, sull’heavy metal di cui, prima di assurgere al ruolo di premier bellicista, Sanae Takaichi era una fan, tanto da essersi spinta, durante gli anni degli studi universitari, a suonare la batteria in una band il cui suono si ispirava ai Black Sabbath e agli Iron Maiden (qui).

Un modo, questo, per segnalare l’enorme distanza che separa la tradizione giapponese dalle attuali mode e posizioni espresse da una società che per lunghi periodi si oppose alla penetrazione occidentale entro i suoi confini, rifiutandone merci, imposizioni politico-militari e cultura religiosa e subendo, a sua volta, alcuni dei traumi imprescindibili dalla sua storia.

Il primo nel 1853 con l’apertura a suon di cannonate dei suoi porti da parte della flotta del commodoro americano Matthew Perry, che portò alla firma della Convenzione di Kanagawa con gli Stati Uniti; un trattato commerciale che pose termine all’isolamento con in cui il paese aveva difeso i propri confini per circa duecentoventi anni. Trattato poi seguito da quello di amicizia anglo-giapponese firmato il 14 ottobre 1854 che riproponeva in sostanza gli stessi accordi della convenzione firmata pochi mesi prima, fortemente sbilanciato a favore della Gran Bretagna, sancendo l’apertura alle navi britanniche dei porti di Nagasaki e Hakodate e riconoscendo alla stessa lo status di nazione favorita.

Nagasaki tornerà in scena novantun anni dopo quando il Giappone sarà sottoposto ad un secondo shock, ancora più violento del primo, quando il 6 e il 9 agosto 1945 le forze aeree statunitensi sganciarono due bombe atomiche sulle città di Hiroshima e Nagasaki, crimine mai sottoposto a processo e mai nemmeno registrato come tale alla fine del secondo conflitto mondiale1. Due traumi che si sono diversamente riflessi nella cultura, nella politica e nell’immaginario, anche cinematografico e dei manga, giapponesi. E che dovrebbero da soli ricordare anche qui, in un Occidente ormai in crisi e fortemente diviso dalla competizione per la sopravvivenza del benessere per i suoi cittadini, o almeno quelli che costituiscono la parte più ricca degli stessi, che la politica delle cannoniere e dell’imperialismo americano, ma anche europeo, non è certo iniziata con l’avvento di Donald Trump al potere. Ma cosa c’entra tutto ciò con l’opera di uno scrittore, Seichō Matsumoto (1909-1992), reso famoso soprattutto dai suoi romanzi polizieschi lo vedremo tra poco.

Dopo aver abbandonato gli studi molto presto il futuro scrittore giapponese lavorò per qualche tempo in una tipografia, iniziando soltanto nel 1942 a lavorare per una rivista dove riuscì a pubblicare alcuni racconti di carattere storico. Proprio in questo ambito, nel 1953, avrebbe vinto il Premio Akutagawa e tale successo gli permise, nell’arco di pochi anni, di dedicarsi a tempo pieno all’attività di scrittore. Così dal 1955 avrebbe iniziato a pubblicare romanzi polizieschi di stampo realistico, in netto contrasto con l’allora vigente letteratura di genere giapponese, impregnata di elementi fantastici.

Per questo motivo le tematiche dei suoi polizieschi affondano le radici nei problemi della società giapponese, cosa che farà sì che sia stato avvicinato a Georges Simenon. Probabilmente non soltanto per i temi scelti e lo stile, ma anche per aver scritto più di 300 romanzi, oltre a moltissimi racconti, che hanno riscosso un certo successo anche al di fuori del Giappone.

In Italia, dopo un lungo ritardo, prima Mondadori, nella collana «Il Giallo Mondadori» (con cinque romanzi e una raccolta di sei racconti pubblicati tra il 1971 e il 2021) e successivamente le Edizioni Adelphi (cinque romanzi di cui quattro nella collana «Fabula» e due raccolte di racconti di cui una nella medesima collana tra il 2018 e il 2025) hanno iniziato a pubblicare le sue opere. Mentre va infine segnalato che dalla sua opera sono stati tratti 19 film, due speciali televisivi dedicati ai suoi racconti, ed una serie televisiva basata su Come sabbia tra le dita (Il Giallo Mondadori n.2112, Milano, luglio 1989), rimasti ancora del tutto sconosciuti al pubblico italiano.

E’ interessante qui ancora sottolineare come del suo passaggio dal genere storico al romanzo poliziesco, sia rimasta traccia nel romanzo pubblicato ora da Adelphi, Vangelo nero, apparso originariamente in Giappone prima a puntate fra il 1959 e il 1960 e poi in volume nel 1961. La trama, infatti, non solo si ispira a fatti realmente accaduti, ma rinvia a ciò che della storia del paese del sol levante si è detto poc’anzi.

Per esempio al fatto che se, dall’inizio del XVII secolo, lo shogunato Tokugawa che governava il Giappone perseguì una politica di pressoché completo isolamento del paese questo non fu dovuto soltanto al fatto che il commercio estero fosse stato mantenuto solo con gli olandesi e i cinesi e condotto esclusivamente a Nagasaki sotto uno stretto monopolio del governo, ma anche alla volontà di impedire la diffusione del cristianesimo nel paese.

Quel periodo, cosiddetto “Sakoku” (paese chiuso), fu caratterizzato dalla pace interna, dalla stabilità sociale, dallo sviluppo commerciale e dall’espansione dell’alfabetizzazione e i Tokugawa temevano che il commercio con le potenze occidentali, portando influenze quali il cristianesimo avrebbe finito col creare instabilità nel paese Così, anche se in un recente film di Martin Scorsese, Silenzio (2016), tratto da un romanzo di Shūsaku Endō pubblicato nel 1966, si tratta la storia delle persecuzioni subite dai cristiani giapponesi in quel periodo attraverso la storia di due gesuiti portoghesi in chiave di martirologio cristiano, è possibile qui ricordare che lo scontro sui confini economico-politici e le tradizioni religiose rivestì un’importante ruolo anti-coloniale della storia del Giappone prima della sua modernizzazione politica, industriale e militare.

Un elemento che non va separato dalle successive reazioni antiamericane e antioccidentali che avrebbero percorso il paese dopo la fine, catastrofica, del secondo conflitto mondiale non soltanto nelle file della sinistra di ispirazione comunista e socialista contro l’imposizione di basi americane nell’arcipelago giapponese e il ferreo controllo esercitato dai vincitori sulla vita sociale, economica e politica del paese2, ma anche in quei settori più conservatori, nostalgici della potenza passata e delle sue tradizioni, come ad esempio quello rappresentato dallo scrittore e militante tradizionalista Yukio Mishima, morto suicida praticando il rito del “seppuku” il 25 novembre 1970, quando, insieme a quattro membri della sua milizia, aveva fatto irruzione in una base militare di Tokyo, preso in ostaggio il comandante della base e tenuto, dal balcone del suo ufficio, un discorso alle truppe accorse, incitandole all’insurrezione contro la costituzione post-bellica.

Vangelo nero, inevitabilmente, risente di questo contesto e di queste reazioni al dominio occidentale, così la detective novel ancora una volta, si rivela essere un valido strumento per denunciare, in maniera audace e implacabile, ciò che una normale, per quanto coraggiosa, inchiesta potrebbe non poter del tutto fare, rivelando non soltanto i fatti in sé, ma anche ipotizzando le loro meschine motivazioni e la macchina messa in moto per nasconderle e rimuoverne le tracce. Come afferma il curatore nella nota posta al termine del volume:

Nel corso della sua articolata attività di scrittore, la vocazione di Matsumoto Seicho all’indagine storica e sociale si è misurata e non di rado scontrata con i limiti della finzione narrativa, fino ad approdare alla produzione di opere dal taglio documentaristico e di marcato impegno civico. Vangelo nero si colloca in una fase ancora germinale di questa metamorfosi: a metà strada fra l’inchiesta giornalistica e la fiction, impiega « nomi falsi in una storia vera » […].
Al centro della narrazione vi è un omicidio realmente avvenuto nel marzo del ’59, e ancora oggetto di una forte copertura mediatica quando, nel novembre dello stesso anno, il romanzo cominciò a uscire a puntate sulla rivista « Shukan Koron ». Il 10 marzo 1959, la ventisettenne Takekawa Tomoko (alias Ikuta Setsuko), hostess giapponese della British Overseas Airways Corporation, fu trovata morta sulle rive del fiume Zenpukuji, a Tokyo. Il principale sospettato fu il sacerdote belga Louis Charles Vermeersch (Charles Tolbecque nel romanzo), un salesiano dell’ordine di Don Bosco, che non venne mai arrestato né formalmente incriminato. Il caso venne archiviato nel ’74, e Vermeersch morì da uomo libero in Canada nel 2017, all’età di novantasei anni3.

La trama della vicenda narrata, molto semplicemente, è tutta riassunta in queste poche righe. Ciò che interessa all’autore non è far arrivare poco a poco il lettore alla scoperta dell’assassino poiché, in fin dei conti, l’evento divenne celebre come «il caso della hostess BOAC» rendendo inutile nascondere l’identità di colui che rimase soltanto l’assassino presunto. Ma delineare un ambiente, uno stile di vita, una scelta culturale religiosa che non può portare ad altro che alla rovina.

Nei sobborghi a nord di Tokyo c’è una ferrovia privata con due linee che corrono verso ovest partendo da due stazioni differenti. Attraversano Musashino quasi in parallelo, a una certa distanza l’una dall’altra. A causa dell’aumento demografico nella capitale, che di anno in anno preme sulle aree periferiche, sia al mattino sia alla sera le affolla un gran numero di passeggeri. Tuttavia, fra le due linee, lo spazio è rimasto come in sospeso, e ci sono luoghi che non sono più rurali ma nemmeno pienamente urbani o frequentati.
Sparse ovunque vi sono macchie d’aceri e di querce lobate, appuntite e glauche. La strada vecchia serpeggia in mezzo agli alberi, e nel fitto della vegetazione si cela un gruppetto di case contadine. Proseguendo oltre, il piccolo abitato si trasforma all’improvviso in un’area residenziale di recente costruzione, una nuova Tokyo che stride con i vecchi campi di Musashino su cui sorge.
A tarda ora il panorama è splendido, bucolico: i campi aperti e il bosco in lontananza si fanno lividi, poi neri, mentre la bruma della sera si solleva bianca ai margini. Il tetto acuto di una chiesa si profila come un’ombra ritagliata sugli estesi nuvoloni accesi di luce, suscitando un sentimento poetico e carico di religiosità anche in chi ne è sprovvisto.
[…] Di notte, invece, la zona è terribilmente desolata. Da qualunque stazione delle due linee ci si arrivi, superato il distretto commerciale che corre tutto in una via, la vivace luminaria cede il passo a un susseguirsi di recinzioni buie. Cessate le luci artificiali, si avverte a un tratto l’oscuro estendersi della natura4.

Si traduce quasi in un sussurro tutta l’abilità narrativa dello scrittore che, in poche righe, rende l’idea di una città in trasformazione dove il passato viene rimosso insieme al suo originario panorama per lasciar spazio a stazioni, casette della classe media e a un classico elemento dell’alterità occidentale: una chiesa. Che in prossimità delle ombre serali sembra celare una pace opposta all’oscurità della notte che scende. Ma è proprio l’oscurità a circondare già il primo personaggio che ci viene incontro dalle pagine del libro: Ebara Yasuko, vestita all’occidentale, che frequenta quella chiesa quasi quotidianamente, anche se dista tre chilometri da casa.

«Di corporatura florida, aveva sopracciglia fini, occhi a mandorla molto sottili, un grosso naso e un paio di labbra carnose. Non era bella, affatto, ma nemmeno brutta, e le sue rotondità la rendevano procace. Rideva in modo sguaiato»5. Una donna dalla riservatezza estrema, al limiti della scontrosità che non permette a nessun di entrare in casa sua. Tranne che a un prete europeo.

I vicini, quando scoprivano che quella donna di mezza età dall’aria non particolarmente affabile era una fervida credente e si occupava di traduzioni bibliche, si vedevano costretti a riconsiderarla in quanto religiosa, e anche i suoi scarsi contatti con il prossimo potevano essere letti come un segno della sua devozione.
[…] Stando così le cose, il fatto che un prete europeo si recasse a bordo di una piccola vettura dalla chiesa a casa della donna non pareva poi tanto strano. Incontrava la traduttrice, era evidente. Eppure le ripetute visite di un prete dai capelli rossi, per giunta a cadenza quotidiana e a qualsiasi ora del giorno e della notte, avvenivano un po’ troppo spesso. Ma si trattava pur sempre di traduzioni bibliche, non potevano certo essere affrontate alla leggera, occorreva zelo negli incontri.
L’uomo che arrivava in auto era sempre lo stesso prete, un tipo magro, alto, con un viso rubicondo. Era calvo, ma gli restava una corona di capelli fulvi che da dietro le orecchie gli scendeva sulla nuca. Sebbene per i giapponesi non sia mai facile capire quanti anni abbiano gli occidentali, lui doveva averne cinquantadue o cinquantatré. Si chiamava René Villiers ed era il parroco, ovvero la massima autorità presso la chiesa di San Guglielmo6.

L’evidente carnalità del rapporto, nonostante il non detto, e la jeep americana con cui si muove il parroco costituiscono già elementi significativi e certo non soltanto simbolici del dramma che si svilupperà a partire dal ritrovamento del cadavere di una giovane hostess, Ikuta Setsuko, restituito dalle acque del vicino fiume Genpakuji. In cui entreranno in gioco anche delle misteriose casse consegnate da un gruppo di energumeni, due o tre volte la settimana, proprio a Ebara.

Così, poco a poco, per centri concentrici come quelli creati da un sasso scagliato in uno stagno, verrà a galla tutto il malessere, la corruzione, la perdita di dignità ricollegabile al lungo e sofferto dopoguerra giapponese. Un periodo in cui, religiosi e stranieri, protetti da una rete di potenti amicizie, i sacerdoti della chiesa cattolica appaiono intoccabili.

Almeno fino a quando la morte della hostess rivelerà anche il sordido desiderio di nuove esperienze del più giovane dei sette sacerdoti della chiesa di San Guglielmo, Charles Tolbecque, che la frequentava in segreto. E in questo intrico di vergognosi interessi e protezioni tra le alte sfere ecclesiastiche e non solo, dovranno mettere le mani, nella seconda parte del romanzo, più dedicata all’inchiesta sull’omicidio, il detective Fujisawa Rokuro e il cronista Sano la cui ricerca della verità darà vita a una impari lotta contro le gerarchie della Chiesa, risolute a insabbiare il caso, e contro il potere politico, timoroso di urtare le nazioni di cui queste sono espressione.

Specchio di un Giappone ferito, ma animato dai primi sussulti di orgoglio, Vangelo nero è un implacabile atto d’accusa contro chi ha trasformato il Paese in un «territorio in concessione», dove persino la Chiesa pensa di potersi impunemente arricchire ai danni di un popolo che in fondo disprezza.

[Matsumoto] prendendo le mosse dal suo precedente Suchuwadesu-goroshi ron (Saggio sull’omicidio della hostess), uno studio rigoroso dedicato al caso BOAC, nella stesura del romanzo […] in assenza di un movente certo, congetturò la presenza di un terzo uomo, Lancaster, e l’esistenza di una rete di traffici internazionali che spiegasse la sistematica e occulta opposizione dei poteri forti, non solo giapponesi, ai tentativi della polizia di dare un volto all’assassino.
Dopo l’esperimento di Vangelo nero Matsumoto, sempre più convinto che « l’inserimento di finzione finisca per offuscare e indebolire la verità oggettiva », diede il via alla stesura di Nihon no kuroi kiri (Nebbia nera sul Giappone ), vasta silloge saggistica redatta nel bel mezzo delle proteste del ’60 contro l’Anpo – il trattato che permetteva agli Stati Uniti di mantenere basi militari sul suolo giapponese –, culminate nel ’70 in quell’apice simbolico che fu il suicidio rituale di Mishima Yukio7. Se Nebbia nera sul Giappone affronta di petto casi irrisolti e scandali, riconducendoli all’inquietante e vasta rete delle ingerenze estere nella politica nipponica, Vangelo nero rappresenta il primo vero tentativo di squarciare questa coltre oscura8.

Una storia nera come l’abito talare dei suoi protagonisti, ma che aiuta il lettore a prendere coscienza di alcuni aspetti del modo in cui si affermarono in Asia i sacri valori dell’Occidente uscito vittorioso dal secondo conflitto mondiale.


  1. Si veda in proposito: Gary J. Bass, Il processo di Tokyo. La seconda guerra mondiale a giudizio, Mondadori Libri S.p.a., Milano 2025.  

  2. Realtà ben descritta nei romanzi della Trilogia di Tokyo dell’autore inglese David Peace (Tokyo anno zero; Tokyo città occupata e Tokyo riconquistata, tutti editi in Italia da Il Saggiatore), quando sotto l’occupazione dei vincitori americani Tokyo era ridotta in macerie, con le strade invase da cani randagi e da un’umanità disperata. Mentre le notti erano dominate dai traffici del mercato nero, dalle lotte tra gruppi criminali, dall’impotenza della polizia, dalla connivenza della stessa e il passato cancellato insieme ai simboli dell’impero e ai nomi svuotati di significatp dai cambi d’identità. Ma dove, soprattutto, la memoria collettiva e individuale era rimossa e cancellata.  

  3. A. Passarella, Nota al testo in Matsumoto Seichō, Vangelo nero, Edizioni Adelphi, Milano 2025, p. 419.  

  4. Matsumoto Seichō, op. cit., pp. 13-14.  

  5. Ivi, p. 16.  

  6. Ibidem, p. 17.  

  7. Le proteste del 1959 e del 1960,riprese poi ancora nel 1970, contro l’Anpo si verificarono per contrastare la revisione, avvenuta definitivamente nel 1960, del Trattato di mutua cooperazione e sicurezza tra Stati Uniti d’America e Giappone e finirono per dare vita alle più grandi manifestazioni popolari del Giappone moderno. Già il 27 novembre 1959, 80.000 tra lavoratori e studenti irruppero nel cortile della Dieta avendo ragione di 5.000 agenti di polizia; successivamente, il 15 giugno 1960, i manifestanti si fecero ancora strada all’interno dell’edificio della Dieta, dove uno scontro violento con la polizia portò alla morte di una studentessa dell’ Università di Tokyo. A seguito di questo incidente, la visita pianificata in Giappone del presidente americano Dwight Eisenhower fu cancellata e il primo ministro conservatore Nobusuke Kishi costretto a dimettersi. Un secondo ciclo di proteste si verificò nel 1970, con il rinnovo del Trattato. Nonostante la minor durata, le proteste raggiunsero ugualmente dimensioni significative. – NdR – cfr. L’Ampo ‘60 in S. Bellieni, Hiroshi Sano (a cura di), Zengakuren Zenkyoto. Giappone: rapporto su una generazione in rivolta, Gian Giacomo Feltrinelli Editore, Milano 1969, pp. XVI-XXI.  

  8. A. Passarella, op. cit., p. 420.  

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Quel malefico Oriente https://www.carmillaonline.com/2025/12/22/quel-malefico-oriente/ Mon, 22 Dec 2025 21:00:43 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92021 di Paolo Lago

Per l’immaginario occidentale, l’Oriente ha costantemente rappresentato un’entità malefica e pericolosa, associata al vizio e alla corruzione. È da oriente che sono sempre arrivati i nemici. Per gli antichi greci lo erano i persiani, o comunque i popoli orientali in genere, corrotti ed effeminati. Nelle “Baccanti” di Euripide (fine del V secolo a.C.), il dio Dioniso, tornando a Tebe, per non farsi riconoscere si traveste da misterioso viaggiatore giunto da oriente, accompagnato da un corteo di seguaci vestite di abiti dai colori sgargianti, le Baccanti, e viene prontamente fatto incarcerare dal re Penteo. Per i romani, invece, nemici erano i [...]]]> di Paolo Lago

Per l’immaginario occidentale, l’Oriente ha costantemente rappresentato un’entità malefica e pericolosa, associata al vizio e alla corruzione. È da oriente che sono sempre arrivati i nemici. Per gli antichi greci lo erano i persiani, o comunque i popoli orientali in genere, corrotti ed effeminati. Nelle “Baccanti” di Euripide (fine del V secolo a.C.), il dio Dioniso, tornando a Tebe, per non farsi riconoscere si traveste da misterioso viaggiatore giunto da oriente, accompagnato da un corteo di seguaci vestite di abiti dai colori sgargianti, le Baccanti, e viene prontamente fatto incarcerare dal re Penteo. Per i romani, invece, nemici erano i persiani e gli stessi greci, considerati corruttori della romanità tradizionale. Il conservatore Catone il Censore si oppose al processo di ellenizzazione di Roma facendo espellere diversi filosofi greci. A partire dal 168 a.C., infatti, quando con la battaglia di Pidna Roma sconfisse il Regno di Macedonia annettendo anche la Grecia, cominciarono ad arrivare a Roma molti schiavi greci colti che finivano a fare i precettori dei figli dei nobili romani. Dalla Grecia arrivava inoltre una cultura filosofica e poetica che poteva corrompere gli austeri costumi romani, basati sulla rigidità della disciplina militare. Nel II secolo a.C., al genere della “togata”, la commedia di ambientazione romana, si opponeva la “palliata”, la commedia di argomento greco (da “pallium”, il mantello dei greci), carnevalescamente intrisa di elementi comici e, per certi aspetti, anche sovversivi, portati sulle scene romane dall’estro geniale di Plauto che sapeva creare, ogniqualvolta si rappresentava una sua commedia, una sorta di rovesciamento carnevalesco in cui gli schiavi potevano farsi beffe dei padroni1. L’Oriente corruttore subirà poi una decisiva sconfitta nel 31 a.C. nella battaglia di Farsàlo, in cui Ottaviano (che diventerà Augusto, riformatore della moralità tradizionale) sconfigge Antonio, romano ormai corrotto dai costumi orientaleggianti, e la ‘viziosa’ regina egizia Cleopatra.

E se l’impero romano d’Occidente cadrà travolto dalle popolazioni barbariche giunte ancora una volta dai lembi orientali dell’Europa, la cultura greca prenderà definitivamente il sopravvento trasformando i romani in bizantini, la cui lingua ufficiale non era più il latino ma il greco. L’Oriente rappresenta una minaccia anche per l’Occidente cristiano: adesso sono i “mori”, i musulmani il nemico per eccellenza. I cantari epici medievali raccontano le epiche imprese di Orlando e degli altri cavalieri di Carlo Magno contro gli eserciti saraceni, nuova incarnazione del Male assoluto, il quale compariva sulle coste italiche ed europee anche sotto le vesti di feroci pirati. Verso quel magico e corruttore Oriente, rivestito di mondi fantastici ed utopistici, abitato da favolosi animali da bestiario, nel Medioevo, non muovevano solo i crociati, con le armi, per liberare la Terra Santa preda degli “infedeli” ma anche numerosi mercanti guidati dalle necessità più razionali del commercio. Marco Polo, nel Milione, descriverà questo mondo riconducendolo alla realtà mostrando che tutti quegli animali ‘strani’ che popolano l’Oriente tanto fantastici non sono ma è soltanto l’immaginario europeo ad averli resi tali. Non è un caso, poi, che sia una bellissima principessa musulmana, Angelica, a far innamorare e a fare impazzire molti cavalieri cristiani, fra cui Orlando, nell’Orlando furioso di Ludovico Ariosto.

Questa carrellata rapida e disordinata ci aiuta a capire come l’Oriente abbia rappresentato una vera e propria ossessione per l’immaginario occidentale, un’ossessione che si è spesso incarnata in nemici reali (come i persiani e i musulmani) e in eventi calamitosi altrettanto reali, come le pestilenze. È da oriente che arriva la “peste nera” del 1348 che avvolge l’Europa, quella raccontata da Boccaccio nel Decameron e da Ingmar Bergman ne Il settimo sigillo (1957), che si diffonde anche nella Svezia medievale in cui il cavaliere Antonius Block, non a caso di ritorno dalle crociate, si ritrova a giocare una partita a scacchi con la Morte. Anni dopo, nel Settecento e nell’Ottocento, dai più remoti lembi dell’Europa orientale arriva una nuova e immaginifica – ma non meno terribile – pestilenza: il vampirismo. Nell’Occidente illuminista, da oriente arriva ancora una volta la magia e la superstizione sotto le vesti di una vera e propria epidemia vampirica2. In Francia, in Italia, in Inghilterra e nell’impero asburgico, cominciano ad arrivare notizie, grazie anche alla diffusione dei giornali, di morti che risorgono dai sepolcri per turbare i vivi. La paura dei vampiri percorre la razionale Europa a tal punto che l’imperatrice Maria Teresa sarà costretta a inviare dei messi imperiali nelle regioni dell’est, nel Banato (le odierne Serbia, Ungheria e Romania) e nei Balcani, per appurare che si tratta soltanto di superstizioni3. Se nel corso dell’Ottocento la paura dell’epidemia vampirica diminuirà fino a scomparire, è proprio sul finire di questo secolo che risorgerà nell’immaginario della letteratura, fino a sopravvivere nel corso del Novecento fino ai giorni nostri, tramite il teatro ma, soprattutto, il cinema: Dracula di Bram Stoker esce nel 1897 e produrrà una miriade di riletture cinematografiche più o meno fedeli fino a contagiare la contemporaneità4. La figura del nobile vampiro sembra l’incarnazione più orrorifica di ciò che Edward Said definisce come “orientalismo” nel suo saggio dal titolo Orientalism uscito nel 1978. Certo, lo studioso statunitense di origine palestinese si riferisce all’Oriente in senso stretto, cioè alle popolazioni arabo-islamiche, non all’Europa orientale. Per Said l’immagine europea dell’oriente è una costruzione fittizia creata dall’immaginario occidentale ed è sempre associata ad un’idea di corruzione e di irrazionalità, di violenza e di inferiorità morale e intellettuale rispetto agli europei5. Ad esempio, l’oriente che incontriamo in molta letteratura ottocentesca appare sempre associato ad un’idea di irrazionalità, di corruzione e di sregolatezza. Flaubert e Baudelaire rappresentano il vizio e le tentazioni sotto le vesti di donne ambigue e bellissime, abitatrici di harem orientali come la “grande odalisca” dipinta da Ingres o l’Olympia di Manet. Alexandre Dumas, nel Conte di Montecristo, rappresenta il terribile vendicatore Edmond Dantès sotto le vesti di un ricchissimo nobile raffinato che ha viaggiato e vissuto lungamente in Oriente, accompagnato da una bellissima amante orientale, la principessa Haidée, figlia di un Pascià, e da un fedelissimo servitore di nome Alì. Secondo Said, è lo sguardo colonialista degli europei a ‘creare’ questo Oriente: esso stesso ambiguo, multiforme, sfuggente, corrotto, vizioso, crudele e irrazionale.

Quindi, il nobile vampiro si affaccia al Novecento con la sua veste ‘orientalistica’, creato da un Occidente che riveste di ambiguità, di corruzione e di violenza non solo l’Oriente arabo e musulmano ma anche quegli stessi lembi orientali dell’Europa. Viene dalla Transilvania, da quei territori abitati dagli zingari, figure ugualmente associate al vizio e alla corruzione. Inutile ricordare che anche la figura degli “zingari” compare nell’immaginario letterario ottocentesco (basti ricordare Zingari in viaggio di Baudelaire, in cui essi sono definiti come “tribù profetica dalle pupille ardenti”) fino ad assumere nella contemporaneità le connotazioni di una diversità nemica e pericolosa (gli “zingari” che abitano le periferie delle città europee, che rubano e delinquono). Non è un caso, poi, che un’altra figura dell’immaginario horror, spesso associato a Dracula, l’uomo lupo, sia assai vicina alla figura dello “zingaro”: nel film L’uomo lupo (1941) di George Waggner, l’epidemia che trasforma il protagonista in licantropo giunge dallo zingaro Bela (Bela Lugosi, celebre interprete proprio del Dracula cinematografico di Tod Browning del 1931), a sua volta un licantropo che lo morde sotto le vesti di lupo.

Ma Dracula è un’immagine ‘orientalistica’ che rappresenta quasi la vendetta dell’oriente sull’occidente. Non è il colonizzato corrotto che si lascia sottomettere dalla potenza europea, dall’imperialismo terrestre e marittimo vittoriano, come James Wait in Il negro del “Narciso” (1897, lo stesso anno dell’uscita di Dracula) di Joseph Conrad, un marinaio di colore segnato dalla diversità e dalla malattia che si imbarca su una nave inglese, o come i “coolies” cinesi, sottopagati e sfruttati, imbarcati sulla nave di Tifone (1902) dello stesso Conrad. Se i ‘diversi’ conradiani rappresentano l’alterità orientale sottoposta al dominio europeo, inglese in particolare, Dracula è il loro alter ego proveniente dalle lande orientali dell’Europa. Se essi giungono a Londra come schiavizzati ed inferiori, Dracula giunge nella metropoli inglese come un oscuro dominatore. Quella corruzione e quella irrazionalità orientale, repressa e dominata, si rovescia in potenza distruttiva sorta da infernali abissi ugualmente irrazionali e magici. È un sovvertitore e seduttore, pervaso dell’ambigua fascinazione di un eros malato che si contrappone alla razionalità – e mediocrità – borghese di Jonathan Harker. C’è un film, allora, che sottolinea in modo significativo il fascino perverso e vendicativo del vampiro: è Nosferatu – il Principe della notte (1979) di Werner Herzog. Qui, in linea col celebre film di Murnau del 1922, Dracula si chiama Nosferatu ed è rappresentato non come un affascinante seduttore ma come un folle solitario ed emarginato affamato d’amore. Non giunge a Londra ma a Wismar, una cittadina mercantile del Baltico, e porta con sé la peste, un contagio dionisiaco che arriva ancora una volta da Oriente. Come un nuovo folle Dioniso, Nosferatu attacca la società occidentale basata sulla ripetitività e sul lavoro. Il vampiro è un ozioso che dorme di giorno e sta sveglio di notte, contrariamente a qualsiasi razionale e razionalistica ideologia del lavoro e del capitale. È il nomade giunto da insondabili “spazi lisci”6 orientali pronto a colpire al cuore il nucleo pulsante del capitalismo occidentale. In una originale rilettura degli horror movie sui vampiri, 30 giorni di buio (2007) di David Slade, film tratto dall’omonima serie a fumetti di Steve Niles e Ben Templesmith, i vampiri che portano morte e distruzione in una cittadina dell’Alaska proprio nel momento in cui stanno per iniziare i trenta giorni di buio parlano fra di loro in una lingua fittizia che può ricordare la parlata slava o russa: probabilmente, anch’essi vengono da est e compiono un assalto ad un estremo lembo del capitalismo americano.

Infatti, in tempi assai recenti, il male per l’Occidente arriva ancora una volta da est e precisamente dall’Unione Sovietica. Per l’America e per il blocco occidentale, i nemici per eccellenza sono i sovietici ‘comunisti’ e il comunismo è lo spettro che ha aleggiato per tutta l’Europa dell’ovest dal 1945 fino al 1989. Se i principali nemici degli Stati Uniti, nella seconda guerra mondiale, sono stati gli ‘orientali’ giapponesi, poi piegati con la forza per mezzo di terribili devastazioni, la Russia sovietica è stata considerata a lungo l’incarnazione del male assoluto. E non è un caso che, ancora oggi, l’odierna Russia rappresenti il più pericoloso nemico per l’Europa e per la cosiddetta ‘unione europea’ tanto che, recentemente, in diverse occasioni la cultura russa è stata oggetto di ostracismo anche nel nostro paese. Come afferma il protagonista di Nostalghia (1983) di Andrej Tarkovskij, l’intellettuale e poeta russo Gorçakov, parlando con la sua traduttrice italiana durante un viaggio in Italia, “voi non capite niente della Russia”. E, davvero – si potrebbe chiosare – sembra che l’Occidente continui a non capire niente della cultura russa. Gli Stati Uniti e l’Europa hanno incontrato poi non solo nella Russia un nemico terribile che giunge da est; anche svariati territori posti ancora più a oriente hanno rappresentato costantemente campi di forza ostili come il Vietnam, la Corea del Nord, la Cina, l’Iraq, l’Iran o tutte le popolazioni da cui provengono i “terroristi islamici”  fra i quali, in quanto a connotazioni malefiche, ha indubbiamente brillato la figura di Bin Laden.

Da Oriente, e precisamente dalla Cina, è giunta anche la nuova pestilenza del Covid 19. È interessante a questo proposito ricordare come, alla fine del 2019 e nei primi mesi del 2020, prima che l’epidemia si diffondesse capillarmente in Italia e in Europa, l’immaginario occidentale considerasse questa malattia esclusivamente un problema dei cinesi o, comunque, delle popolazioni orientali, come se l’Europa potesse essere immune. Ricordiamo tutti, nel gennaio e nel febbraio del 2020, i ristoranti cinesi praticamente vuoti, come se rappresentassero un pericoloso avamposto di contagio per l’Italia e l’occidente. In questo caso, probabilmente, ha funzionato ancora una volta il pensiero orientalista delineato da Said: una malattia come il Covid 19, sorta presumibilmente da sconsiderati allevamenti intensivi e da cattive condizioni igieniche, può nascere e diffondersi solo in Cina e non nella razionale e avanzata Europa, solo fra quei ‘selvaggi’ orientali e non fra i ‘civili’ occidentali. Come se in Europa e in Italia non esistessero in alcun modo sconsiderati allevamenti intensivi o cattive condizioni igieniche. E allora, i ristoranti cinesi andavano isolati, emarginati, trasformati in luoghi contaminati e da demonizzare insieme probabilmente a gran parte della cultura orientale.

La visione orientalista dell’Occidente, ai nostri giorni, si distende anche sulla Palestina e sui palestinesi: i massacri di cui essi sono vittime sono diventati un vero e proprio tabù per la società occidentale. È un tabù scendere in piazza per Gaza ed è un tabù anche soltanto parlarne schierandosi dalla loro parte. L’ordine del discorso – per utilizzare un termine di Michel Foucault – in occidente si è improntato a una radicale condanna di questo popolo, tacciato indifferentemente come ‘terrorista’ e irrazionale, sempre dalla parte del torto, mentre il governo israeliano filo-occidentale compare sempre dalla parte della ragione. Infatti, come scrive Said, “da un lato ci sono gli occidentali, dall’altro gli arabi-orientali; i primi sono, nell’ordine che preferite, razionali, propensi alla pace, democratici, logici, realistici, fiduciosi; i secondi sono esattamente l’opposto”7. Anche lo sguardo occidentale sui conflitti in corso a Gaza sembra essere preda, oltre che di una visione orientalistica, della stessa diffidenza che muoveva il pensiero dei greci nei confronti delle popolazioni orientali o quello di Catone il Censore nei confronti dei greci. Là, a oriente, continua inesorabilmente anche oggi ad esistere un’entità malefica, irrazionale e pericolosa che si incarna spesso e volentieri anche nei migranti che cercano una vita migliore nei ricchi paesi capitalisti. Il malefico Oriente sembra ormai essersi radicato nel pensiero e nella cultura dell’Occidente.


  1. Cfr. M. Bettini, Un’utopia per burla. Introduzione a Plauto, Mostellaria, Persa, Mondadori, Milano, 1991, p. 12. 

  2. Cfr. F.P. De Ceglia, Vampyr. Storia naturale della resurrezione, Einaudi, Torino, p. 328 e seguenti. 

  3. cfr. ibid. 

  4. Cfr. F. Pezzini, Il conte incubo. Tutto Dracula, vol. 1, Odoya, 2019, nei “box” relativi a “Dracula al teatro” e “Dracula al cinema”. 

  5. cfr. E. W. Said, Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente, trad. it. Feltrinelli, Milano, 2013, pp. 35-36. 

  6. Per la definizione di “spazio liscio”, contrapposto allo “spazio striato” del controllo, cfr. G. Deleuze, F. Guattari, Mille Piani. Capitalismo e schizofrenia, Castelvecchi, Roma, p. 451 e seguenti. 

  7. E. W. Said, Orientalismo, cit., pp.55-56. 

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Il nuovo disordine mondiale / 31 – Le guerre del Nord e il futuro degli equilibri geopolitici ed economici mondiali https://www.carmillaonline.com/2025/12/10/il-nuovo-disordine-mondiale-31-le-guerre-del-nord-e-il-futuro-degli-equilibri-geopolitici-ed-economici-mondiali/ Wed, 10 Dec 2025 21:00:34 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91754 di Sandro Moiso

Mary Thompson-Jones, La legge del Nord. La conquista dell’artico e il nuovo dominio mondiale, Luiss University Press, Roma 2025, pp. 340, 22 euro

Il titolo scelto dalla Luiss University Press per la traduzione italiana della ricerca di Mary Thompson-Jones, pubblicata negli Stati Uniti con il titolo America in the Arctic: Foreign Policy and Competition in the Melting North, evoca più un romanzo di Jack London che non un saggio di geopolitica quale in effetti è. A ben guardare, però, lo scontro apertosi ormai da anni, per il controllo delle rotte artiche e delle materie prime custodite dal [...]]]> di Sandro Moiso

Mary Thompson-Jones, La legge del Nord. La conquista dell’artico e il nuovo dominio mondiale, Luiss University Press, Roma 2025, pp. 340, 22 euro

Il titolo scelto dalla Luiss University Press per la traduzione italiana della ricerca di Mary Thompson-Jones, pubblicata negli Stati Uniti con il titolo America in the Arctic: Foreign Policy and Competition in the Melting North, evoca più un romanzo di Jack London che non un saggio di geopolitica quale in effetti è. A ben guardare, però, lo scontro apertosi ormai da anni, per il controllo delle rotte artiche e delle materie prime custodite dal mare di ghiaccio che corrisponde al nome di Artico ricorda per più di un motivo la saga della corsa all’oro del Grande Nord che l’autore americano narrò oppure utilizzò come sfondo in molti dei suoi romanzi e racconti.

Un Nord gelido, al limite della sopravvivenza umana, che nasconde grandi tesori verso cui uomini (un tempo) e governi avidi di ricchezze e risorse (in quello attuale) indirizzano i propri sforzi e la propria forza muscolare oppure militare al fine di appropriarsene. In questo facilitati e stimolati, oggi, dal generale riscaldamento climatico che ha definitivamente reso possibili tali iniziative o perlomeno i tentativi di realizzarle.

Infatti, secondo le più recenti analisi del Copernicus Climate Change Service, il 2025 è destinato a classificarsi come il secondo anno più caldo mai registrato insieme al 2023, subito dopo il 2024. Analisi che hanno evidenziato come la media triennale 2023-2025 stia per superare la soglia critica di 1,5 gradi. Un risultato che non rappresenta un semplice dato statistico, ma la conferma di un riscaldamento globale sempre più veloce. Cosa che ha contribuito a far rilevare come il mese di novembre abbia visto registrare anomalie di caldo particolarmente marcate in Canada settentrionale e lungo l’Oceano Artico, dove il ghiaccio marino artico ha mostrato una riduzione del 12% rispetto alla media di riferimento, il secondo valore più basso mai osservato per lo stesso mese1.

Così i buoni e i cattivi di oggi, nel nuovo grande romanzo della conquista del Nord polare, non sono più i desperados, i nativi americani, i violenti e i famelici, ma spesso sfortunati, cercatori d’oro che hanno animato le pagine e le vicende vissute in prima persona e poi narrate romanzescamente da London tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo. No, i protagonisti di La legge del Nord sono prima di tutto gli Stati Uniti con i loro attuali interessi globali insieme a Canada, Islanda, Groenlandia, Danimarca, Norvegia, Finlandia, Svezia, Russia e, in una più ampia e dinamica prospettiva, la Cina.

Tutti stati che si affacciano sull’Artico e la cui estensione territoriale potrebbe definire le dimensioni delle fette di torta, proporzionali alle parti di territorio di ognuno degli stessi compreso al di là del circolo polare artico, destinate a spartire le ricchezze di quel continente. E anche se la Cina non confina con l’area interessata, sicuramente è enormemente interessata alle nuove rotte marittime che il riscaldamento globale già permette e sempre più permetterà di aprire nel prossimo futuro.

Rotte che abbrevieranno di parecchie settimane il trasporto delle merci da un capo all’altro del mondo, così come già è successo con l’utilizzo delle rotte tracciate sul settentrione del pianeta per il traffico aereo destinato al trasporto di merci e passeggeri. Una autentica rivoluzione marittima che potrebbe avere gli stessi effetti sull’Europa, in particolare mediterranea, che già ebbe quasi sei secoli fa l’apertura delle rotte atlantiche per i traffici e i commerci intercontinentali.

L’autrice, Mary Thompson-Jones, è tra le massime esperte mondiali di sicurezza nazionale, con esperienza nel campo della marina militare e della geopolitica delle rotte oceaniche. Già Foreign Service Officer ha ricevuto incarichi diplomatici in Canada, Guatemala e Spagna. Professoressa in Sicurezza nazionale presso l’U.S. Naval War College, e il testo appena pubblicato dalla Luiss University Press è il suo primo libro tradotto in italiano.

Il curriculum professionale dell’autrice indica già di per sé che lo sguardo sulla questione è impostato a partire dagli interessi nazionali, economici e militari, degli USA, ma questo non inficia affatto la lettura che la relatrice dà delle forze e delle contraddizioni in atto in quell’area che, da marginale quale poteva essere considerata dalla politica internazionale, si è trasformata in uno dei possibili epicentri dei conflitti, anche militari, a venire.

Infatti, il rapido scioglimento dei ghiacci artici sta riscrivendo la geografia del potere globale. Sotto questo punto di vista il Grande Nord non è più quello remoto e impenetrabile dei romanzi d’avventura, ma la nuova frontiera della geopolitica contemporanea: una scacchiera dove si intrecciano rotte commerciali, ambizioni militari e crisi climatica. Il disgelo impone una diversa geografia del pianeta, apre passaggi tra continenti e porta alla luce giacimenti di gas e terre rare.

Non è certo un caso che il primo atto strategico del Cremlino dopo l’inizio della guerra in Ucraina nel 2022 sia stato il varo della nuova «dottrina marittima» del luglio di quell’anno, il cui punto essenziale non riguardava affatto il Mar Nero, ma l’Artico. Senza quel testo, gli obiettivi che esso esplicita e i rapporti con la Cina che implica, sarebbe più difficile comprendere le insistenti pretese di Donald Trump sulla Groenlandia.

La posta in gioco commerciale è potenzialmente immensa, considerato che ancora nel 2018 si pensava che la via artica aperta dal cambio climatico potesse essere navigabile, al massimo, tre o quattro mesi all’anno, mentre l’accelerarsi del riscaldamento globale permette a Mosca, che ha la più potente flotta di rompighiaccio al mondo, di puntare a tenere quella via sempre aperta.

Per questo Pechino ora mira a consolidare nella regione la relazione con Mosca, considerato che già dal 2018 un «Libro bianco» del governo definisce la Cina «uno Stato quasi-artico» e un’«importante parte in causa» nell’area. L’obiettivo è ottenere dal Cremlino un diritto esclusivo di transito, condiviso solo con i russi e in cambio di contenute commissioni, per trasportare prodotti cinesi verso l’Europa e l’Atlantico a costi più che competitivi nei confronti di tutti gli altri concorrenti commerciali.

Secondo il linguaggio ufficiale del governo cinese si aprirebbe così una «Via della Seta polare» fondata sul rapporto privilegiato fra Xi Jinping e Vladimir Putin. Uno dei vantaggi per la grande potenza asiatica, peraltro, sarebbe in direzione opposta: avere una rotta nordica completamente navigabile significa, per la Repubblica popolare, poter portare gas liquefatto e greggio russi verso Shanghai, Shenzhen o Hong Kong senza temere l’eventuale strangolamento occidentale all’altezza dello Stretto di Malacca. Del resto, era stato proprio il blocco anglo-americano di quello snodo nell’Asia del Sud-Est a indebolire fatalmente il Giappone nella Seconda guerra mondiale2.

Il confine tra cooperazione e conflitto è più sottile del ghiaccio che si frantuma e Thompson-Jones andando oltre la cronaca, intrecciando mito e realtà in un fragile equilibrio tra sicurezza, diplomazia e giustizia climatica, fa sì che La legge del Nord dimostri come, tra i ghiacci che si ritirano, si stia decidendo il vero futuro del dominio mondiale.

Questa impostazione permette di interpretare meglio le affermazioni del «Wall Street Journal» che vede gli accordi possibili tra Trump e Putin sulla questione ucraina ruotare, oltre che sul controllo dei giacimenti minerari ucraini, anche sullo sfruttamento dei giacimenti situati in area polare3, ma anche di andare al di là delle semplicistiche letture filo-europeistiche o monotonamente antimperialiste antiamericane fatte a proposito delle “minacce” trumpiane alla Groenlandia e per il suo controllo. Mentre, allo stesso tempo, può anche aiutare a comprendere la centralità che i paesi dell’Europa del Nord hanno assunto in ambito Nato e nello svolgimento del conflitto ucraino.

In realtà però, per quanto riguarda gli spazi e le rotte marittime, si tratta di questioni che risalgono alle origini delle società imperiali, per le quali il dominio dei mari ha sempre rappresentato un enorme vantaggio, tanto da far parlare gli storici di autentiche talassocrazie a proposito di quelle come Atene, Roma, Portogallo, Spagna, Olanda, Regno Unito, Stati Uniti e magari domani la Cina, considerato il numero e la qualità delle portaerei già varate oppure messe in cantiere dalla marina militare della Repubblica popolare, che in epoche successive hanno fondato e sviluppato la propria espansione e la propria potenza, sia economica che militare, sul controllo e il dominio, prima, del Mediterraneo e, successivamente, degli oceani.

Una questione che fin dagli inizi del Novecento e, successivamente, per tutto il XX secolo si era spesso identificata nella divisione principale tra due grandi aree geopolitiche del continente euroasiatico: l’Heartland (letteralmente: il Cuore della Terra) e Rimland (la fascia marittima e costiera che circonda l’Eurasia e che si divide in tre zone: zona della costa europea, zona del Medio Oriente e zona asiatica).

L’ideatore del concetto di Heartland era stato un generale britannico, Sir Halford Mackinder, che lo sottopose alla Royal Geographical Society nel 1904. Il termine derivava dal fatto che tale vastissimo territorio era delimitato ad ovest dal Volga, ad est dal Fiume Azzurro, a nord dall’Artico e a sud dalle cime più occidentali dell’Himalaya. Per Mackinder, che basava la sua teoria sulla contrapposizione tra mare e terra, l’Heartland costituiva il “cuore” di tutte le civiltà di terra, in quanto logisticamente inavvicinabile da qualunque talassocrazia.

A “coglierne” in pieno il significato politico fu il generale, geografo e politologo tedesco Karl Haushofer che sottolineò, a partire dagli anni ’20 nella rivista “Zeitschrift für Geopolitik”, come le potenze marittime (la Francia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti) avessero costruito una sorta di “anello” per soffocare le potenze continentali. A suo avviso le potenze marittime si ergevano come custodi dello status quo non solo attraverso il colonialismo inglese e francese, ma anche tramite l’ideologia wilsoniana che, attraverso il diritto all’autodeterminazione dei popoli, aveva contribuito allo smantellamento dell’impero austro-ungarico e del Reich guglielmino e alla creazione di una serie di stati cuscinetto destinati a contenere il risorgere della potenza tedesca e l’espansione bolscevica in Europa, compromettendo seriamente “il diritto classico dei popoli”. Entrambi i temi, quello dell’inevitabile scontro tra potenze marittime e terrestri e quello del soffocamento dello jus publicum europeo, sarebbero poi stati ripresi da Carl Schmitt, giurista e filosofo tedesco accusato di essere vicino al regime hitleriano, negli anni precedenti e successivi al secondo conflitto mondiale4.

Il concetto di Rimland invece è frutto delle teorie elaborate da Alfred Thayer Mahan (1840 – 1914), che nel 1890, con il suo studio The Influence of Sea Power in History, definì la dottrina marittima degli Stati Uniti andando oltre la Dottrina di Monroe che, nel 1823, aveva già delineato una prima area di interesse statunitense su tutto il continente americano dal Canada alla Terra del Fuoco. Tale teoria sarebbe poi stata ripresa ed impugnata con forza da Nicholas Spykman che, pur essendo di origini olandesi, sarebbe diventato il padre della geopolitica statunitense.

Spykman negli anni trenta rivisitò la geopolitica così come era stata concepita da Mackinder. Contrariamente al geografo britannico, Spykman non credeva che il “cuore”, il perno geografica del mondo, come un focus economico e territoriale, dovesse essere situato nell’Europa Centrale o in Russia, ma sulle coste. Secondo lui, il centro del mondo era formato dalle regioni costiere, che egli definiva “terra di confine” o “terre anello”, il Rimland per l’appunto. Spykman pensava che gli USA, in un modo o nell’altro, dovessero controllare questo Rimland, al fine di imporsi come una superpotenza, e quindi dominare il mondo.

La teoria di Spykman fu adottata dagli strateghi americani sia nel corso del secondo conflitto mondiale che durante la Guerra Fredda e fu alla base della politica di contenimento messa in atto nei confronti dell’Unione Sovietica e nulla impedisce di cogliere come tale teoria sia valida ancora oggi per gli Stati Uniti, dal mar della Cina e dal Pacifico orientale fino al Medio Oriente attuale. Sia in chiave anti-russa e anti-cinese che anti- europea.

Ma è chiaro che la situazione cui si accennava più sopra, venutasi a creare con lo scioglimento dei ghiacci polari artici, richieda una sorta di cambio di strategia transcontinentale e marittima da parte degli USA. Motivo per cui le apparenti “smargiassate” di Donald Trump, sul Canada come 51° stato dell’Unione o dell’occupazione della Groenlandia a discapito della Danimarca, rispondono in realtà alla necessità di una nuova strategia difensiva-offensiva.

Sicuramente uno degli elementi che spingono in tale direzione è costituito dal riscaldamento delle acque settentrionali della Russia, cosa che ha fatto sì che Putin e i suoi strateghi, nonostante le sanzioni imposte ai suoi commerci successivamente all’invasione dei territori ucraini, abbiano potuto ipotizzare e sperimentare:

una rotta che permette di navigare dall’Asia all’Europa risparmiando tempo e denaro, la rotta marina artica russa (o rotta del Nord – Northern Sea Route, Nsr). La Nsr va dallo stretto di Bering al mare di Barents, per una distanza di circa 5470 km. In condizioni ottimali, riduce distanza e durata del viaggio dal 35 al 40% rispetto alla consueta rotta attraverso il canale di Suez. Per esempio, il viaggio di una nave dalla Corea del Sud alla Germania non durerebbe più 34 giorni, ma 23.
La Nsr nonè una novità. Già negli anni Ottanta dell’Ottocento, una nave finanziata da Svezia e Russia riuscì a percorrerla. Nel 1934, i sovietici vi mandarono una nave rompighiaccio, e continuarono a navigarla soprattutto per piccoli spostamenti da un avamposto artico all’altro, finché gradualmente non venne accantonata. «Con il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, l’utilizzo della rotta terminò quasi del tutto, e il tonnellaggio dei carichi calò a picco, persino tra una città russa e l’altra. Oggi, con l’aumento delle temperature, ci si aspetta che la costa nord, un tempo una frontiera ghiacciata, possa diventare un’animata rotta per la navigazione5 »6.

Osservazioni dell’autrice del libro cui, però, vanno aggiunte quelle recentissime di Mauro De Bonis, giornalista esperto di Russia e paesi ex-sovietici, sul numero 10, ottobre 2025 di «Limes»:

La via d’acqua polare lavora attualmente a basso regime. Oltre alle turbolenze geopolitiche dovute al non roseo rapporto russo-occidentale, la rotta è ancora poco navigabile e quando lo è resta soggetta a regole e vincoli che scoraggiano le compagnie straniere dall’utilizzarla. La Federazione Russa, in base all’articolo 234 della convenzione Onu sul diritto del mare, ne regolamenta la navigazione visto che il percorso si snoda all’interno delle acque comprese nella propria Zona economica esclusiva. Mosca concepisce dunque la rotta come un sistema di trasporto nazionale unificato e storicamente consolidato. E ne stabilisce le regole di utilizzo, come il dovere di preavviso per navi militari di altri paesi che intendano percorrerla e conseguente autorizzazione. Oppure un sistema di tariffe a oggi meno conveniente di quello applicato a Suez ola norma sancita da Rosatom7 che costringe i cargo di passaggio a utilizzare il supporto di navi rompighiaccio. Inutile dire che Stati Uniti e satelliti europei rifiutano la lettura russa della gestione artica, e che le compagnie di navigazione occidentali ne trascurano per il momento la convenienza.

Così, a solcare il tragitto artico, oltre alle russe, restano le navi cinesi, che nel 2024 hanno raddoppiato la presenza e rappresentato il 95% dei carichi in transito. L’anno passato ha registrtao 37,9 milioni di tonnellate di merci trasportate lungo quelle acque polari, tonnellate che dovranno diventare 109 entro il 2030 secondo quanto stabilito dal Cremlino. Obiettivo ambizioso ma raggiungibile, almeno stando ai dati snocciolati da Maksim Kulinko, della direzione rotte marittime di Rosatom, sicuro che proprio entro fine decennio il trasporto attraverso itinerari artici diventerà consuetudine, con un tempo medio di transito garantito per l’intero arco dell’anno di soli dieci giorni. A salvaguardia di questo tesoro d’acqua, della sovranità sulla Zona economica esclusiva, dei suoi interessi economici, delle ricchezze minerarie e aree contese nella regione, daMosca si procede a un rafforzamento della capacità militare presente lungo la rotta e al necessario aumento della flotta di navi rompighiaccio8.

Alla luce di quanto fin qui scritto, diventa più facile individuare alcuni dei motivi che hanno fatto sì che l’incontro ufficiale tra Trump e Putin sia avvenuto il 15 agosto 2025 nella base militare di Elmendorf-Richardson ad Anchorage, in Alaska, e questo rende anche evidente come tale incontro al suo interno abbia obbligatoriamente affrontato temi che sono andati ben al di là della questione ucraina. Considerata anche l’irrilevanza numerica della flotta di navi rompighiaccio statunitensi a fronte di quella già attuale russa, quasi interamente composta da navi a propulsione nucleare, e il problema rappresentato, già ora e non soltanto in prospettiva, dal traffico navale artico cinese.

Problemi e prospettive, sia di accordo che di conflitto, che sicuramente la potenza, pur declinante, statunitense preferisce trattare con il gigante russo accantonando i nani europei. Come Mara Morini che, sulle colonne del «Domani», ha sottolineato: «i due presidenti (Putin e Trump) sono in sintonia perfetta nell’accerchiare e isolare l’Unione europea senza alcuno scrupolo»9. Sintonia dovuta non solo a una scelta di Trump e del suo entourage, ma derivante dalla storia della strategia americana di condivisione di prospettive geopolitiche, militari ed economiche con la Russia, oggi, e l’Unione Sovietica, ieri, che risale, al di là delle leggende narrate dopo il 1945 e in età, altrettanto leggendaria, di “Guerra fredda”, almeno ai rapporti instauratisi tra Roosevelt e Stalin già durante il secondo conflitto mondiale, sia durante le conferenze di Teheran (1944)10 che di Yalta (1945).

Il testo edito dalla Luiss University Press si rivela, proprio per questi motivi e molti altri, una lettura utilissima; ricca di dati, osservazioni e commenti indispensabili per chiunque voglia avvicinarsi ai problemi di quello che abbiamo da tempo definito, proprio su queste pagine, il nuovo disordine mondiale.


  1. Clima, il 2025 potrà essere il secondo anno più caldo mai registrato, «Il Messaggero», 9 dicembre 2025.  

  2. F. Fubini, La «rotta artica» di Russia e Cina: ecco perché Trump vuole la Groenlandia (e a Xi va bene il climate change), «Corriere della sera», 10 gennaio 2025.  

  3. In proposito si veda, tra i tanti, A. Simoni, Il patto tra Usa e Mosca dettato solo dagli affari, «La Stampa», 3 dicembre 2025, oppure il più recente articolo di Alan Friedman, ancora su «La Stampa» del 7 dicembre 2025: Se Putin diventa il partner di Trump.  

  4. C. Schmitt, Terra e mare. Una riflessione sulla storia del mondo, Edizioni Adelphi, Milano 2002 e C. Schmitt, Il nomos della terra nel diritto internazionale dello «Jus publicum europaeum», Adelphi, Milano 1991.  

  5. K. Hille, Russia’s Arctic Obsession, “Financial Times”, 21 ottobre 201.  

  6. M. Thompson-Jones, La legge del Nord. La conquista dell’artico e il nuovo dominio mondiale, Luiss University Press, Roma 2025, pp. 245-246.  

  7. Rosatom acronimo della Corporazione statale russa per l’energia atomica  

  8. M. De Bonis, Per Mosca l’Artico è russo, in Tutti contro tutti, «Limes», numero 10, ottobre 2025 pp. 66-67.  

  9. M. Morini, La strategia di Putin e Trump. Accerchiare Kiev (e pure l’Ue), «Domani», 4 dicembre 2025.  

  10. Si veda in proposito: J. Dimbleby, 1944. Finale di partita. Come Stalin vinse la guerra, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2025, in particolare il capitolo 5 – I Due Grandi, più uno, pp. 122-138.  

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Cartoline cinesi ep. 2 – Culto e bubbletea https://www.carmillaonline.com/2025/12/10/appunti-cinesi-ep-2-culto-e-bubbletea/ Tue, 09 Dec 2025 23:14:56 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91743 di Jack Orlando

Gli uomini costruirono cattedrali sempre più grandi non per mostrare gratitudine a Dio, ma per svelare a sé stessi la propria grandezza. L’adagio faceva pressappoco così. Viene da chiedersi se valga la stessa cosa per i monaci che dodici secoli fa iniziarono a scavare la parete di roccia a picco sul punto di confluenza dei tre fiumi di Leshan, ricavando dalla nuda pietra un colosso di settantuno metri d’altezza. Un gigantesco Buddha seduto con lo sguardo serafico, sorvegliato ai lati da “piccole” statue di soli otto metri che decorano la roccia rossa ai suoi lati. Nello sforzo [...]]]> di Jack Orlando

Gli uomini costruirono cattedrali sempre più grandi non per mostrare gratitudine a Dio, ma per svelare a sé stessi la propria grandezza.
L’adagio faceva pressappoco così. Viene da chiedersi se valga la stessa cosa per i monaci che dodici secoli fa iniziarono a scavare la parete di roccia a picco sul punto di confluenza dei tre fiumi di Leshan, ricavando dalla nuda pietra un colosso di settantuno metri d’altezza.
Un gigantesco Buddha seduto con lo sguardo serafico, sorvegliato ai lati da “piccole” statue di soli otto metri che decorano la roccia rossa ai suoi lati. Nello sforzo titanico di lanciare quest’opera verso le ere a venire i monaci si impegnarono anche nel realizzare tutto un sistema di drenaggi e protezioni per evitare che l’erosione da acqua e vento rovinasse il gigante.

Nei nove decenni che richiese l’opera, l’accumulo dei materiali di scarto modificò la navigabilità del tratto di fiume e più d’una generazione di monaci nacque e si spense senza averne visto né l’inizio né la fine; semplicemente spendendo con devozione i propri giorni e le proprie fatiche in un lavoro imperscrutabile e sacro.

Non erano i primi né gli ultimi. Alle spalle del Buddha, tra pagode seminate nella foresta, si snoda un sistema di grotte che entra nelle profondità della montagna da un lato per uscirne dall’altro.
Già dal secondo secolo avanti Cristo le mani dure e dedite degli scavatori iniziarono ad aprire sale e corridoi di dimensioni impressionanti, intagliando pietre mastodontiche per ricavare quelle che chiamano Grotte dei diecimila Buddha; diecimila reincarnazioni riprodotte in una sequela di camere di preghiera.
Ventimila e più occhi che osservano dall’alto in basso chi passa. Che custodiscono nelle loro decine di metri d’altezza la durissima convinzione dei propri creatori, forza che muoveva tecnica nello slancio mistico.

Ora attorno alla testa del Buddha si accalcano i turisti, il petto premuto sulla ringhiera, le mani alzate a scattare foto con lo smartphone; proiettate in assurde pose, per lo più braccia tese che dalla prospettiva del fotografo sembrano toccare la testa del colosso, e dalla posizione di un qualunque altro testimone ricordano l’equivoco segnale di un’adunata neofascista.
Ai piedi del Buddha Farmacista, il primo e più solenne delle grotte, se una manciata di fedeli intona cantilene e agita ritmicamente i tre incensi rituali, l’aria mistica del luogo è irrimediabilmente frantumata dalle luci macchinetta col braccio meccanico per pescare peluche di Labubu, dai suoi jingle ossessivi.

Il turismo per i cinesi non è stato tra le priorità, né un lusso a buon mercato per tutti gli anni in cui lo sforzo collettivo era rivolto all’ammodernamento del paese.
È solo negli ultimi vent’anni che l’emersione di un’enorme classe media ne ha fatto una pratica sociale diffusa.
Quanto a monaci, templi e fedi antiche, il maoismo non si è mai dimostrato troppo tenero. La libertà di culto è garantita dalla costituzione socialista del 1949 ma lo sradicamento di ogni forma di potere relativa all’ancien regime è stato il passaggio obbligato per puntellare le istituzioni nascenti, e al clero venne strappato qualunque gancio lo legasse alla vita politica; con buona pace del Buddha e senza lacrime per le rose.

Tuttora il partito mantiene un variabile grado di controllo su tutte le fedi, sui loro professionisti più che altro, onde evitare che gli venga in mente di sviluppare centri di potere alternativi, con finanziamenti stranieri magari.
Terribile violazione dei diritti umani dirà il liberale europeo, ma che ai prelati venga tolto il privilegio del potere non sembra poi una cosa tanto drammatica.
Questo però non esclude l’uso strumentale della religione dentro processi di integrazione selettiva delle minoranze, come quella uigura nello Xinjiang, dove repressione dell’insorgenza jihadista e sinizzazione dell’islam invece impattano duramente sulle comunità.

I culti tornano in voga ora che la Cina può definirsi una società del benessere, sull’onda di una narrazione di stato che accorda i principi del Buddha e Confucio a quelli del socialismo di mercato; o viceversa.
Si riempiono i templi e i fedeli pregano e posano le loro offerte sui banchi sacri mentre i monaci in tunica rossa-arancio salmodiano chini.
Eppure non c’è silenzio nelle sale della religione, è un viavai di gente, un vociare continuo, un brusio di mascelle che masticano snack, di polmoni che aspirano sigarette e smartphone che scattano foto.
Le persone attraversano i monasteri con un’attitudine che di poco si distanzia da quella con cui andrebbero al mercato, è solo la regola imposta dai monaci nei vari monasteri a mettere un po’ d’ordine nel caos della folla.

La rinascita religiosa si sposa probabilmente anche qui all’ascesa della classe media, come elemento stabilizzante per una soggettività altamente istruita, consumatrice vorace e aspirante a nuove carriere.
L’adesione ai dogmi statali, ma ancora di più alla rigida disciplina etica delle generazioni precedenti, non è scontata per la gioventù cinese. L’aumento dei salari gli ha consegnato una condizione di benessere inimmaginabile fino a pochissimi anni prima e, contemporaneamente, l’esplosione del mercato privato dei servizi ne ha precarizzato la condizione di accesso generando una nuova figura proletaria: meno pane e fabbrica, più bubbletea e partita IVA. Che ovviamente non si chiama partita IVA ma il succo è quello.

Questi giovani non hanno conosciuto la fame e le asperità riservate ai loro connazionali del XX secolo; viceversa la loro condizione di relativo privilegio, con un generalizzato accesso a formazioni di alto profilo – pagate, va detto, con un impegno serratissimo nello studio – cozza con un mercato del lavoro che si fa via via più competitivo nella difficoltà di assorbire una sovrapproduzione di soggetti iperspecializzati, genera forme di ansia e sfruttamento incomprensibili ai più anziani.
Piccoli rivoli di pessimismo si fanno strada a margine del quadro prospero del secolo cinese.

Il culto e la riscoperta della tradizione sembrano quindi diventare in questa congiuntura l’elemento ideologico attraverso cui provare a tenere unito il corpo sociale sotto la pressione centrifuga dell’inarrestabile avanzamento tecnologico in un momento in cui la Cina si trova ad essere il più avanzato attore sullo scenario mondiale.
Il primo della fila perde il beneficio di guardare come si comportano quelli avanti a lui e l’avanzamento, più che analisi sugli stadi di sviluppo altrui, richiede ipotesi speculative.

Ora, se escludiamo i programmi scolastici o quelli di propaganda, culto e tradizione permeano nelle soggettività a questo punto tramite la pratica sociale per eccellenza: il consumo. La Nazione si cementa consumando.
Il passaggio al tempio, la montagna sacra, il mausoleo agli eroi della rivoluzione, sono accessibili nella misura in cui sono attrattivi per investire il tempo libero. Vengono attraversati nella stessa (o quantomeno simile) modalità caotica in cui si attraversano le vie commerciali.

Il piccolo tempio sulla cima del Fangjing Shan è visitabile dopo ore di attesa e solo inserendosi in una processione turistica permanente; ai piedi del suo picco il tempio maggiore sembra qualcosa a metà tra un bivacco e una sagra di paese, un rumore assordante demolisce l’aura sacrale del luogo.
Il parco di Zhangjiajie impone ore di coda all’ingresso prima di godere dei suoi pilastri di roccia, e l’incessante brusio degli smartphone che scattano foto nel mentre.

Ma è negli infiniti labirinti dei mall che si può avere l’idea di cos’è davvero una esperienza di massa. Quel particolare tipo di esperienza che sfuma i contorni individuali fondendo i corpi di ciascuno dentro un’indistinta moltitudine attratta dai medesimi stimoli.
La Huang Xing pedestrian road di Changsha è un teatro perfetto. Uno dei tanti.
Spezza a metà i resti dei quartieri della città vecchia con i loro delicati vicoli tortuosi dividendoli come un fiume e imponendo la geometria spietata del commercio.

Il vialone dritto, incassato tra due ali di palazzi senza finestre si apre ogni tanto in una larga ellisse di piazza, ovunque si giri lo sguardo c’è un negozio, una bottega, un venditore di cibo. L’orizzonte è censurato dalla fitta costellazione di insegne luminose.
Durante la giornata è un luogo mediamente attraversato e l’orografia urbana cinese camuffa certi luoghi nel viavai continuo dentro e fuori dai grattacieli.
Vi si può camminare con due certezze: la prima è che qui si può comprare praticamente qualsiasi cosa, la seconda è che se non si conoscono i meandri del luogo e si cerca qualcosa in particolare non la si troverà mai.
Poi alle certezze si aggiunge il dubbio che in realtà nessuno conosca davvero questo luogo, che non esista la possibilità di entrarci con uno scopo preciso, ma sia pensato per perdercisi dentro.

È alle ore serali che diventa davvero quello che: il Tempio del consumo; e i fedeli accorrono in massa alla funzione. Quando inizia a calare la luce naturale non si accendono le insegne dei negozi, ma mura intere.
I led riversano l’intero caleidoscopio cromatico sul marciapiede e fuori dai negozi appaiono giovani commessi che agitano cartelli, porgono assaggini, gonfiano palloncini, urlano nei microfoni.
Iniziano le prime file agli ingressi, la gente si accalca per prendere enormi pacchi di tofu, anatre sottovuoto; magazzini di ciarpame sono presi d’assalto da teenager che arraffano bigiotteria.

La strada si riempie, attorno alle 18:30 è ora di cena – come è spesso nel mondo fuori dalle coste mediterranee – e le persone affollano i ristoranti, le panchine, i baracchini d’asporto. La strada enorme si fa stretta, i corpi pigiano e scivolano, il passo è bloccato da tredicenni impegnati in un balletto davanti al treppiede con il telefono che le manda in live su tiktok.
La musica dei negozi è altissima, i commessi urlano, le persone urlano, gli onnipresenti megafoni gracchianti urlano. Non è solo la strada a farsi stretta, è un intero cosmo che si va piegando dentro le corsie commerciali. Non è un posto per chi soffre d’ansia.
Si entra in un negozio dal marciapiede e si esce in un corridoio dall’altro lato e sono ancora corpi, ancora merce, si salgono scale e invece di uscire si è un piano rialzato del mall, uno dei tanti piani del mall. E sono ancora corpi, negozi, botteghe, tavole calde; tutto fitto, tutto strabordante, caotico, labirintico. Si imbocca un’uscita laterale per ritrovarsi ancora sulla via principale da cui si è entrati, se non in un altro mall.
I concetti di spazio e di tempo si distorcono in uno stato di coscienza alterato, che sfocia in una specie di trance euforica o in un attacco di panico. Quasi involontariamente ci si trova le tasche piene di ciarpame.

Riemergendo sulle scale del mall si ha una visuale più ampia del viale e la folla è ovunque, sciama dalle laterali, attraversa la pedestrian da un locale all’altro e si muove in una vertigine illeggibile, i volti illuminati da schermi e insegne, le mani serrate sui manici delle buste.
C’è all’angolo esterno una finta pagoda, enorme, interamente dorata dai led; è circondata dal fracasso dei megafoni. All’ingresso i commessi agitano cartelli e incitano il fiume umano che entra ad acquistare; subito sopra di loro un balcone, c’è una ballerina di danza classica che volteggia sullo sfondo di tende rosse; al balcone superiore una donna elegante suona un violino ed è incomprensibile come si faccia a sentire il suo suono giù, tra gli spettatori estasiati che applaudono e riprendono in video.
Letteralmente lo Spettacolo della merce.

C’è da dire che non è tutto consumo, anzi, lo spazio pubblico è per i cinesi la base comune più utilizzata per la vita sociale.
Molto più che nei bar o nei mall, è tra i parchi, le strade, i crocicchi e le piazze che si svolge lo spettacolo dell’interazione umana.
L’investimento nei “parchi del popolo” ha dato vita a grandi aree verdi nel tessuto urbano dove si riversano persone di ogni età per giocare a scacchi, suonare, fare ginnastica.
L’attività travalica questi spazi e grupponi di signore pensionate occupano i marciapiedi per allenarsi sulla base di musica discutibile sparata a tutto volume.
In sostanza lo spazio pubblico non è luogo di attraversamento della metropoli ma un vero e proprio generatore d’aggregazione. È probabilmente l’epifenomeno di una cultura che prima dell’imprinting socialista, poggia le basi su una società di inurbamento recente che mantiene quasi intatte certe forme di socialità comunitaria delle campagne che, unendosi alla dimensione generalmente modesta delle abitazioni, si riversa nelle strade per darsi in tutta la sua vitalità.
È singolare che l’espressione che utilizzano i cinesi per vedersi, stare insieme e passare il tempo, venga tradotta come il nostro “giocare”. Termine che abbiamo relegato all’infanzia e alla ludopatia.
“Vieni a giocare”. Suona strano se lo dice un cinquantenne.
Strano e rivelatore di un approccio altro al mondo assai lontano dagli stereotipi di disciplina produttivista che scioccamente gli abbiamo cucito addosso.

Con tutta probabilità la Cina collettivista che sognava Mao era tutt’altro che questo, eppure non si può negare che la lotta alla povertà abbia raccolto i suoi frutti.
Piuttosto sembra averci visto lungo il presidente Deng Xiaoping, nel mezzo di una polemica tra una destra estera che denunciava la poca attenzione ai diritti civili e una sinistra interna che recriminava le aperture al libero mercato, con una frase, difficile da verificare come la maggioranza delle citazioni, per cui “la libertà, è un paio di scarpe nuove”.
Il metodo è la contraddizione.

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Elogio dell’eccesso / 10 – Straniero in terra straniera: Curzio Malaparte https://www.carmillaonline.com/2025/12/03/elogio-delleccesso-10-straniero-in-terra-straniera-curzio-malaparte/ Wed, 03 Dec 2025 21:00:56 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91605 di Sandro Moiso

Curzio Malaparte, Giornale di uno straniero a Parigi, a cura di Michelangelo Fagotti e Monica Zanardo, Adelphi Edizioni, Milano 2025, pp. 425, 25 euro

Se è esistito in Italia un letterato scomodo ed eccessivo nelle sue manifestazioni va sicuramente individuato in Curzio Malaparte (1898-1957). Il suo essere stato, nel corso di una vita durata appena 59 anni, poeta, saggista, romanziere, giornalista, militare, diplomatico, agente segreto e regista cinematografico lo avvicina per certi versi ad un altro intellettuale scomodo dell’Italia del’900: Pier Paolo Pasolini. Anche se il paragone tra i due deve fermarsi quasi immediatamente, poiché la sfera [...]]]> di Sandro Moiso

Curzio Malaparte, Giornale di uno straniero a Parigi, a cura di Michelangelo Fagotti e Monica Zanardo, Adelphi Edizioni, Milano 2025, pp. 425, 25 euro

Se è esistito in Italia un letterato scomodo ed eccessivo nelle sue manifestazioni va sicuramente individuato in Curzio Malaparte (1898-1957). Il suo essere stato, nel corso di una vita durata appena 59 anni, poeta, saggista, romanziere, giornalista, militare, diplomatico, agente segreto e regista cinematografico lo avvicina per certi versi ad un altro intellettuale scomodo dell’Italia del’900: Pier Paolo Pasolini. Anche se il paragone tra i due deve fermarsi quasi immediatamente, poiché la sfera di riferimento culturale e letterario del primo, più che a quella dello scrittore friulano, era vicina alle esperienze di altri due autori e uomini di cultura europei quali Ernst Jünger (1895-1998) e André Malraux (1901-1976). Intellettuali colti e raffinati che, però, avevano tutti nascosto, sotto un tappeto di intuizioni spesso geniali e una patina di anticonformismo elitario, una contraddittorietà in materia politico-culturale talvolta disorientante e talaltra indisponente non solo per i semplici lettori, ma anche per i loro estimatori.

Interventista dalle radici anarco-nietzschiane nella Prima guerra mondiale e fascista della prima ora l’italiano che, però, alla fine della sua vita, dopo un soggiorno nella Cina di Mao, lasciò in eredità alla Repubblica Popolare la sua villa di Capri; giovanissimo volontario nella Legione straniera, autentico esteta e aedo della guerra che osservò e descrisse con lo sguardo di un entomologo, il tedesco, spesso avvicinato (forse a torto) al nazismo; avventuriero e ladro di tesori nelle colonie francesi dell’Estremo Oriente, poi militante anti-colonialista e comunista in Cina, combattente repubblicano in Spagna e, per finire, ammiratore e seguace di De Gaulle, fino a diventare Ministro della Cultura nel suo governo, il francese. Vite al limite si potrebbe dire, condotte da abili funamboli tutti attenti a non perdere mai la presa su una corda tesa nel vuoto, al di sopra delle catastrofi politiche e militari del XX secolo.

Nessuno dei tre poteva vantare le nobili origini che forse tutti avrebbero voluto poter rivendicare. Il più fortunato, dal punto di vista famigliare, fu forse Jünger, figlio di un imprenditore e chimico tedesco, mentre Malraux non avrebbe mai parlato con nessuno o avrebbe diffuso notizie inesatte su un’ infanzia passata in provincia con la madre e la nonna. Cosa cui avrebbe cercato di provvedere sposandosi nel 1921 con una ricca ereditiera di una famiglia ebraica di origini tedesche, la cui fortuna fu però rapidamente dilapidata da errati investimenti in borsa.

Erich Suckert, vero nome di Curzio Malaparte che aveva rinnegato in età adulta il cognome paterno, nacque invece a Prato da Edda Perelli e dal tintore sassone Erwin Suckert. Come terzogenito di sette fratelli, poco dopo la nascita fu affidato a balia alla famiglia dell’operaio tessile Milziade Baldi e di sua moglie, che lui avrebbe poi considerato come i suoi autentici genitori, mentre i pessimi rapporti con il padre tedesco avrebbero influenzato per tutta la sua vita una particolare antipatia verso la nazione e la cultura germaniche. Spingendolo così tra le braccia di quella francese. Un amore poi deluso, come dimostra il diario appena pubblicato da Adelphi, ma che lo spinse fin dalla dichiarazione di guerra del 1914 ad arruolarsi ancora sedicenne nelle fila, anch’egli, della Legione straniera.

Se queste sono, per così dire le origini del viaggio di Malaparte attraverso la Storia del ‘900. il Giornale di uno straniero a Parigi trasmette al lettore le impressioni dell’autore successive alla fine del secondo conflitto mondiale, al ritorno da un soggiorno in Francia tra l’estate del 1947 e la fine del 1949. Ma come lo stesso Malaparte ci avverte nel suo Abbozzo di una prefazione:

Ogni “giornale” è ritratto, cronaca, racconto, ricordo, storia. Delle note prese giorno per giorno non sono un giornale: sono momenti presi a caso nello scorrere del tempo, nel fiume del giorno, che passa. Un “giornale” è un racconto: il racconto di una tranche de vie (definizione di romanzo di una famosa scuola), di un periodo, un anno, più anni, della nostra vita. E poiché la vita segue la logica di un racconto, ha un inizio, uno sviluppo, una conclusione (una vita umana è una serie di inizi, di sviluppi, di conclusioni, all’interno del cerchio chiuso dell’inizio, dello sviluppo, della conclusione della vita, nel cerchio della vita). Non è vero che un “giornale” comincia a caso, si sviluppa a caso, non si conclude, se non con la fine della vita. Un giornale, come ogni racconto, comporta un inizio, un intreccio, uno scioglimento. L’argomento del Giornale di uno straniero a Parigi è il mio ritorno a Parigi dopo quattordici anni d’assenza, è la scoperta di una Francia nuova, di un popolo francese nuovo, è il ritratto di un momento, nella storia della nazione francese, della civiltà francese, che coincide con un momento particolare della mia vita, della storia della mia vita. Non pretendo di rinnovare il genere del “giornale”. Suggerisco soltanto che un giornale è un racconto, come è un racconto il teatro. E qui tocco il punto importante: un “giornale” è un’opera teatrale portata sulla scena della pagina. È il punto in cui il racconto si avvicina di più al teatro. Tutto vi tende a un fine, a una conclusione, secondo le leggi classiche dell’unità, ma attorno al personaggio che si chiama « io »1.

Le poche righe appena citate non servono soltanto come viatico per la comprensione del “diario” parigino di Malaparte, ma anche per quella di tutta la sua opera che, per quanto suddivisa tra articoli di giornale, cronache, diari, “romanzi”, sempre avrebbe rappresentato una sorta di palcoscenico sul quale intrecciare le vicende drammatiche oppure mondane comprese tra il primo conflitto mondiale e gli anni ‘50 del XX secolo con la vita dell’autore e le sue personali opinioni.

Si potrebbe, infatti, dire che se nell’opera di Ernst Jünger ogni evento ed osservazione si trasforma in distaccato giornale di osservazioni di carattere entomologico2, in Malraux ogni evento doveva per forza essere “romanzato”. Tanto da far rimettere spesso in discussione, da parte della critica o dei suoi avversari “politici”, molti aspetti delle sua presunta o autentica partecipazione agli eventi narrati con estrema dovizia di particolare (battaglie, massacri, insurrezioni, eroismi nelle guerre nell’aria e per terra). Una reinvenzione letteraria dell’esperienza personale che avrebbe spinto lo scrittore francese ad intitolare Antimemorie la sua autobiografia, pubblicata nel 1967, un abile e spregiudicato gioco letterario in cui la vita, gli incontri e le vicende di Malraux sono spesso nascosti o distorti ad arte, mascherati sotto l’immagine che di se stesso voleva dare al pubblico3.

Il testo di Malaparte, oggi edito da Adelphi, era invece rimasto tra le sue carte e fu pubblicato postumo nel 1966, a cura di Enrico Falqui, da Vallecchi nelle «Opere complete». Come afferma Monica Zanardo, in quella che può essere considerata come una postfazione all’edizione attuale, il Journal:

offre un sottile e disincantato spaccato della Francia del dopoguerra, dove l’autore aveva soggiornato tra il giugno del 1947 e la fine del 1949. Pensato per essere pubblicato in Francia e scritto per lo più in francese, il ‘diario’ malapartiano si ricostruisce cucendo una serie di fogli sciolti che denunciano stadi diversi di elaborazione [..]. È difficile dunque stabilire con certezza con quali tempi e modi Malaparte si sia dedicato alla composizione di questa sua opera, ma possiamo rilevare che, a dispetto del titolo, non ci troviamo di fronte a un journal in senso stretto.
Siamo ad esempio molto lontani da quel Giornale segreto dove, tra l’aprile del 1941 e l’ottobre del 1944, aveva registrato dialoghi e fatti di cui era stato testimone come corrispondente di guerra e che poi, opportunamente finzionalizzati, avevano nutrito la stesura di Kaputt.
[…] I materiali relativi al Giornale di uno straniero a Parigi, invece, non hanno nulla dell’annotazione cursoria ed estemporanea: le varie entrate si depositano in forma dattiloscritta a un livello di rielaborazione già avanzato, con un notevole scarto rispetto alla registrazione del dato puramente evenemenziale. Non si tratta per Malaparte – né mai è così per questo autore – di offrire un mero referto testimoniale o un affondo introspettivo: luoghi, date, persone e fatti sono per lui la materia grezza che solo l’arte del romanziere può rendere a tutti gli effetti viva e parlante; come già ricordava Falqui, nel Giornale parigino non v’è dunque « nulla di affidato unicamente alla trascrizione o rievocazione, cronachistica e basta, dell’episodio: incontro, invito, visita, conversazione, spettacolo o incidente che sia stato ». È del resto lo stesso Malaparte a sottolinearlo nella prefazione: « Un “giornale” è un racconto » dichiara, e del racconto assume di conseguenza tutti gli elementi di costruzione e narrativizzazione4.

Il tema conduttore del testo rimasto incompiuto è quello dell’estraneità vissuta dall’autore in quella che riteneva la sua seconda se non autentica patria, la Francia, dopo i cambiamenti intervenuti successivamente alla seconda guerra mondiale. Guerra che, comunque, lo avevano reso meno interessante per quelli che credeva essere gli “amici francesi”. E anche se non tutti lo avrebbero rifiutato, spesso nei suoi confronti avrebbero dimostrato la freddezza che si manifesta nei confronti di un nemico o ex-amico, proprio a causa della guerra scatenata nel giugno del 1940 dal regime fascista nei confronti del paese d’oltralpe, già sotto attacco da parte delle forze armate tedesche.

Così un Malaparte che, nonostante la partecipazione alla marcia su Roma e la firma apposta sul manifesto degli intellettuali fascisti, era sempre rimasto un elemento scomodo per il regime, come egli stesso afferma nel Journal – «Sono stato arrestato undici volte in vent’anni, non posso dormire tranquillo da nessuna parte, in Italia»5 – si ritrova apolide, lontano da quelle sponde che sperava volessero ancora accoglierlo e allo stesso tempo rifiutato da quell’Italia che, prima in armi poi sotto le bandiere mussoliniane e infine al servizio degli occupanti anglo-americani6, egli aveva sempre creduto di servire.

Un opportunista, certo e in maniera evidente, ma che per le sue idee era stato allontanato dal quotidiano «La Stampa» di cui era stato direttore, espulso del Partito Nazionale Fascista e condannato a cinque anni di confino all’isola di Lipari, anche se già nel 1934 il confino era stato commutato in soggiorno obbligato a Forte dei Marmi.

In particolare a disturbare, per così dire, il regime era stata, oltre che la sua vicinanza al fascismo cosiddetto di sinistra e a Giuseppe Bottai, la pubblicazione in Francia nel 1931 di un testo che in Italia sarebbe stato tradotto soltanto nel 1948: Technique du Coup d’État (Tecnica del colpo di Stato), sostanzialmente un manuale per la conquista del potere attraverso il rovesciamento dello Stato.

Nel libro, bruciato sulla pubblica piazza per volontà di Hitler ma che giunse a ventisette edizioni in Francia e fu tradotto anche in inglese, spagnolo, polacco e cecoslovacco, si analizza e critica sia l’ascesa al potere del Partito bolscevico in Unione Sovietica che di quello nazionalsocialista in Germania. Come ebbe modo di affermare lo stesso autore nel Memoriale scritto nel 1946:

Nel 1930, mentre ero direttore della «Stampa» […] invece di scrivere per il giornale articoli laudativi e cortigianeschi, dedicai il poco tempo che mi rimaneva libero a scrivere la Technique du Coup d’État per l’editore francese Bernard Grasset. […] Quando lasciai la «Stampa» nel gennaio del 1931, il libro era pronto ad andare in stampa e, conoscendo, la natura del libro, decisi di recarmi in Francia perché la sua pubblicazione non mi sorprendesse in Italia. […] L’edizione italiana fu proibita da Mussolini sia per il tono del libro, sia per il capitolo su Hitler e il nazismo. Esso è il primo libro apparso in Europa contro Hitler. Il successo del libro mi portò di colpo alla ribalta di celebrità internazionale. Furono pubblicati su di me centinaia di articoli, concesse centinaia e centinaia di interviste, ebbi inviti per conferenze, per collaborazioni, offerte per contratti editoriali, molte università, fra cui l’Università americana di Yale, mi invitarono a tenere corsi di lezioni sulla letteratura moderna europea. In Italia i giornali fascisti attaccarono il mio libro e io fui accusato di fuoruscitismo. Non sto a ridire le ingiurie di cui fui coperto7.

Affermazioni in cui si può riscontrare l’attitudine del Malaparte a mettersi al “centro del mondo”, in un senso molto prossimo a Malraux, ma anche la volontà di rimarcare le distanze “prese per tempo” dal regime. Come sottolinea ancora Giorgio Luti nella medesima introduzione:

Sta di fatto che l’opera nelle sue linee generali era già stata progettata prima della improvvisa «defenestrazione» dalla «Stampa» dovuta sicuramente all’atteggiamento di fiancheggiamento che Malaparte aveva assunto nei confronti delle rivendicazioni operaie in tutta l’Europa (si pensi alle corrispondenze dall’estero sullo scottante argomento a cui il giornale torinese concedeva larga ospitalità) e in particolare nella città sede della FIAT, cioè dell’industria i cui proprietari finanziavano il giornale8.

Quest’ultima osservazione induce a rilevare la complessità di una figura e di un percorso politico e intellettuale in cui, comunque, hanno sempre avuto un ruolo di rilievo i comportamenti contraddittori che spesso hanno caratterizzato molte personalità della cultura del ‘900, ma non solo. Motivo per cui occorre ancora ricordare come Enrico Falqui, in occasione della pubblicazione per Vallecchi, nel 1971, dell’allora ancora inedito Ballo del Cremlino dello stesso Malaparte9, si augurasse:

che finalmente fosse scaduto per lo scrittore pratese il tempo del «purgatorio» in cui lo aveva ingiustamente relegato la cultura italiana dell’epoca ormai lontana della repentina scomparsa nel luglio del 1957. Era tempo che nascesse – scriveva Falqui – l’occasione di impostare su altre basi un incontro che per troppo tempo e non certo per colpa di Malaparte, era stato rimandato sotto la spinta di equivoci e risentimenti che poco avevano a che fare con la cultura, con la letterartura e con l’arte. Cose che del resto capitano quando ci si incontra con uno scrittore che prima di tutto è stato un personaggio pubblico, un protagonista di primo piano della vita politica italiana del ventennio fascista e nei primi anni del dopoguerra: un intellettuale inquieto sempre in bilico tra «rosso» e «nero»10.

La riproposta delle opere di Malaparte, il cui elenco si potrebbe definire sterminato, intrapresa da diversi anni dalle Edizioni Adelphi forse risponde a questa necessità di riscoperta auspicata da Falqui ed è, come spesso accade per questo editore, sicuramente meritoria11. Tipica comunque di una casa editrice il cui principale artefice, Roberto Calasso (1941-2021), si era rivelato spesso altrettanto scomodo per la bigotteria culturale italiana, sia di destra che di sinistra.

Poiché quasi tutte le opere di Malaparte richiederebbero un’analisi ben più lunga di quello che lo spazio di una recensione come questa potrebbe loro dedicare, è necessario ritornare in chiusura al diario parigino del 1947-1949. Senza però dimenticare di ricordare che, tra i tanti passaggi di fronte che caratterizzarono sempre la vita dello scrittore, negli anni successivi al conflitto non poté mancare, come per tanti altri transfughi del fascismo di sinistra o del fascismo tout court, un tentativo di avvicinamento dello stesso al Partito comunista.

Con cui, per sollecitazione dello stesso Togliatti, avrebbe dovuto collaborare attraverso le pagine della rivista settimanale «Vie Nuove», cui inviò gli appunti redatti nel 1957, in occasione di un viaggio nella Cina comunista, dove, osservando la vita nelle città e soprattutto nel campagne, era rimasto affascinato dai fermenti rivoluzionari in atto e aveva avuto anche modo di intervistare Mao Zedong. Appunti che, però, non vennero pubblicati a causa dell’opposizione di Calvino, Moravia, e altri intellettuali, che avevano sottoscritto una petizione affinché “il fascista Malaparte” non potesse pubblicare su una ”rivista comunista”12.

Il diario francese è sicuramente di altro tenore e riporta immediatamente il lettore in quel mondo intellettuale, e spesso salottiero, che da sempre e non soltanto in Francia, aveva attratto lo scrittore per le storie infinite che ne potevano derivare. Come, ad esempio, quelle narrate dall’ambasciatore italiano in Francia, Quaroni, ma un tempo Ministro d’Italia in Afghanistan di cui conservava, come si trattasse di un viaggiatore del XVIII secolo, memorie straordinarie.

[Quaroni] mescola l’erudizione allo spirito della scoperta, la meraviglia dell’esploratore al diplomatico dotato di uno spirito d’osservazione nutrito di letture e di esperienze. Mi parla dei cavalli e dei cani del re dell’Afghanistan, della caccia reale, dei ricordi, ancora vividi, che Alessandro Magno ha lasciato in quelle contrade misteriose. Mi parla della straordinaria popolarità del poeta persiano ****, che ogni contadino afgano conosce a memoria. Ama l’Afghanistan, e quando gli dico che c’è una sola contrada al mondo che eccita la mia immaginazione, che c’è una sola contrada che vorrei visitare, dove vorrei vivere, ed è l’Asia centrale, l’altopiano dell’Altai, e le immense solitudini delle steppe persiane e afgane, del Turkmenistan, donde si vede all’orizzonte la linea di matita azzurra dell’Himalaya, sorride, deliziato. Amo i diplomatici, amo la loro compagnia, la loro conversazione. Solo i diplomatici, ai giorni nostri, possono prendere nella società il posto dei dotti gesuiti del XVII secolo, che tornavano dall’Oriente, dall’Africa, dall’America centrale, e che portavano con sé tutto un tesoro di conoscenza, la cui fragilità, la cui delicatezza, davano alle loro parole, quando parlavano di una montagna o di un fiume immenso, o di un deserto, o di un forte, o di un castello, l’impressione che parlassero di minuscoli, fragili, trasparenti oggetti di porcellana13.

Un giornale in cui alle intuizioni fulminanti, «Il cinema è la patria degli stranieri» (a proposito del cinema di Roberto Rossellini, p. 14), si accompagnano ricordi che riportano al clima successivo al primo grande macello imperialista di cui Malaparte fu attento cronista e magnifico cantore in un’opera, che nel 1921 costituì anche il suo battesimo letterario e che si spera le Edizioni Adelphi, in tempi di guerra come quelli che stiamo vivendo, vogliano al più presto riproporre al pubblico: Viva Caporetto! La rivolta dei santi maledetti14.

La prima opera a prendere una posizione decisamente opposta alla leggenda militarista e perbenista fondata sulla presunta viltà dei soldati italiani al fronte e che in realtà, come lo stesso Malaparte sottolinea facendone un’apologia, diedero vita ad una enorme ribellione disfattista che soltanto l’assenza di un partito volto al rovesciamento dell’ordine monarchico e borghese impedì che si trasformasse in autentica rivoluzione, così come era invece accaduto sul fronte russo nell’inverno tra il 1916 e il 1917. Un tema, quello dei patimenti dei militari al fronte e successivi alla guerra, che viene ripreso, come s’è detto poc’anzi, nelle pagine del Giornale là dove viene ricordato un episodio successivo alla fine della guerra, nel 1919.

Voglio bene a questi uomini, a questi Francesi: sono della mia stessa razza. Anch’io sono un uomo del 1914. Ma mi si stringe il cuore, al ricordo di come li vidi tornare a casa, dopo la guerra, dopo la vittoria, nel 1919. Tutte le volte che incontro di questi uomini, non posso difendermi dal ricordare quell’episodio. Era il primo maggio 1919, un grande comizio di protesta per la vita cara, per non so che, era stato organizzato in Piazza della Concordia. Da tutte le parti dell’immensa città, giungevano colonne e colonne di uomini ancora in uniforme bleu horizon, migliaia e migliaia di mutilati sorretti dai compagni, e folle enormi di anciens combattants, tutti in uniforme terrosa, stinta, sgualcita delle trincee. Nelle prime ore del pomeriggio, la Place de la Concorde era occupata da un immenso esercito di antichi soldati, da migliaia e migliaia di soldati fra i più valorosi del mondo. […] Erano i migliori soldati del mondo, i più tenaci, i più duri, i più ostinati, i più coraggiosi. Cantavano i loro canti di guerra, […] qua e là, sventolavano su quell’esercito bandiere rosse; i mutilati, ammassati sotto l’Hotel Crillon, agitavano le loro grucce, i loro bastoni. Era un esercito di veterani, pronto alla lotta, invincibile e vittorioso. Dalla terrazza dell’Hotel Crillon, mescolato alla piccola folla di spettatori delle delegazioni straniere per la pace, io contemplavo quell’immenso esercito, col quale avevo sofferto, combattuto. Erano i miei compagni di guerra, ero fiero di loro. A un tratto, dal giardino delle Tuileries, dalla Rue Boissy-d’Anglas, dalla Rue de Rivoli, dai Champs-Élysées, dal ponte, sbucarono folti gruppi di agenti, armati di sfollagente, che si gettarono su quell’invincibile esercito di veterani, li massacrarono, li bastonarono, li dispersero, li inseguirono a calci nel sedere. Quell’immenso, invincibile esercito di veterani fuggì, si disperse, sul pavé della sterminata Piazza rimasero abbandonati, tristi e lugubri, berretti, grucce, bandiere. Addossato a una colonna, io frenavo a stento le lacrime. Fu quel giorno che io sentii oscuramente che la mia generazione aveva perso la guerra15.

Ma se l’autore sentiva ancora di essere vicino a quei francesi con cui aveva combattuto in passato, una fascia consistente di (ex-) amici e conoscenti non provava invece più lo stesso sentimento nei suoi confronti.

A sorprendermi un po’, e a turbarmi, è l’aria con cui mi guarda François Mauriac. Con uno sguardo di rimprovero, dall’alto, come se, dal nostro ultimo incontro, fossero accadute delle cose che mi si possano rimproverare. Faccio un rapido esame di coscienza. Non ho fatto niente di male, niente che mi si possa rimproverare, niente contro la Francia e i francesi, niente contro l’onore, la giustizia, la verità, la libertà, niente contro François Mauriac. In tutti questi anni, ho sofferto come tutti, ho passato diversi anni in carcere, come molti. Per me, François Mauriac è rimasto lo stesso. Perché io non sono lo stesso per François Mauriac? Ah, sono italiano. Il mio paese ha dichiarato guerra alla Francia, i soldati del mio paese hanno occupato dei territori francesi. Ecco. Ma quando ero nel carcere di Regina Coeli, quando ero a Lipari, quanti francesi salivano la scalinata di Palazzo Venezia e andavano a rendere omaggio a Mussolini. Politici, scrittori, francesi di ogni sorta. Comunque sia, non serbo loro rancore, erano nel loro diritto16.

Come il personaggio di un romanzo di Robert Heinlein, Malaparte, pur ispirato da buoni propositi e nostalgici sentimenti si sente “straniero in terra straniera”, ormai sia in Italia che in Francia17. Un destino che lo accomuna a molti profughi e superstiti della catastrofe del ‘900 europeo che determinò la fine del predominio delle culture e delle economie europee sul resto del mondo, nonostante lo sforzo di estenderlo e difenderlo con una seconda guerra mondiale che, però, finì soltanto col determinare la fine del colonialismo europeo; mentre la successiva lunga pausa illusoria di pace e prosperità globale, almeno dall’inizio del XXI secolo, sembra essersi fatta sempre più labile e incerta.

Per comprendere molti aspetti di un presente dalle radici molto profonde e sparse la lettura di molte opere di Malaparte, tra cui quest’ultima, si rivela illuminante e necessaria, nonostante lo stigma che, come per Céline, non a caso lo colpì, come si è già detto, negli anni del secondo dopoguerra.

Céline e Malaparte furono scrittori emblematici per la singolarità delle loro esistenze e il carattere peculiare della loro letteratura che si situa al centro dei dibattiti socio-ideologici della loro epoca; scrivere è un modo per definirsi attraverso il rifiuto e la solitudine, è il desiderio di un io che rigetta la società e vuole esprimere la propria denuncia attraverso la letteratura. Gli autori riusciranno quindi con questa loro pretesa di verità, di critica continua espressa senza alcuna moderazione, a farsi criticare, censurare e addirittura esiliare. Il pensiero di Malaparte e Céline si basa su un’osservazione critica e attenta della società in cui vivono, osservazione che i due scrittori riescono a rendere attraverso una scrittura molto elaborata e personale. La loro critica va alla storia scritta dai potenti, nel tentativo di mettere in scena la tragedia della povertà e della sottomissione ai poteri invisibili, lasciando spazio a chi nella storia non ha nessuna autorità, buttando giù le false verità e la facile retorica. I due autori, di cui non è immediato trovare la chiave di interpretazione, propongono quindi una riflessione sul rapporto tra gli uomini, sulla relazione tra l’individuo e il potere politico-economico, sempre mostrando una coscienza della lingua e del loro ruolo di scrittori che li rende estremamente interessanti nel contesto letterario del primo Novecento e che non ha smesso di affascinare i critici sino ai giorni nostri. Céline e Malaparte, come molti romanzieri loro contemporanei, esprimono il rifiuto del mondo, coscienti dell’impossibilità di salvarsi dal disastro che la guerra ha lasciato: l’uomo ha mostrato la sua crudeltà, si è denudato ed ogni forma di coesione e di unione è crollata. In tale contesto disastrato i due letterati si mostrano solitari, individualisti nelle loro scelte, avversari di ogni chiesa e partito. La loro è anche scrittura di immersione nel marcio della società, tra gli sventurati, attraverso uno stile singolare ed un lessico aspro e dirompente18.

Una poetica che, per quanto riguarda lo scrittore italiano, si manifestò violentemente e visionariamente nelle sue due opere più celebri: Kaputt (1944) e La pelle (1949). La prima delle quali fu definita dallo stesso Malaparte come «un libro crudele. La [cui] crudeltà è la più straordinaria esperienza che io abbia tratto dallo spettacolo dell’Europa in questi anni di guerra».

Maria Antonietta Macciocchi, iniziale destinataria degli appunti sulla Cina cui si è accennato più sopra e che gli fu vicina negli ultimi momenti della vita, ha ricordato in un convegno tenutosi a Prato nel 1987, a trent’anni dalla scomparsa dello scrittore, che almeno in Francia l’«anno malapartiano» aveva ricevute cospicue e convinte adesioni da parte di molti intellettuali e tre intere pagine dedicate allo stesso dal quotidiano «Le Monde», tutte tese a rompere il silenzio ufficiale intorno all’«infame Malaparte»19.

La Macciocchi può avere ragione nell’estendere a tutti o quasi gli intellettuali italiani il cliché di fascisti pentiti dopo il colpo di bacchetta magica del 25 luglio, e pentiti senza esami di coscienza, ma con opportunistici colpi di spugna, che escludevano per l’intelligenza italiana esiti tragici come quelli di Drieu de la Rochelle, di Brasillach o di Céline, donde il «regolamento di conti» della società dei colti ai danni di un suo adepto, che «rompeva tutti gli schemi del vecchi provincialismo, e si ricollegava a grandi momenti complessi del pensiero e della vita, talora contraddittori, fatti di abiure e di speranze, di negazione della fede e di fede, vale a dire di un uomo che riassumeva in sé la fantastica razionalità dell’europeo e l’irrazionalità del «maledetto toscano». In altre parole Malaparte amplificava in modi addirittura spettacolari il percorso […] che era stato di molti, quasi di tutti, «oberato in patria di tutti i “vizi” della sua generazione, e dell’intero ceto intellettuale italiano», e si attirava perciò i fulmini dalla corporazione delle lettere e delle scritture20.

Con buona pace di Alberto Moravia che con il suo “stile” velenoso lo aveva invece definito scrittore strumentale perché lo scrivere libri «gli consentiva di brillare con le donne nei salotti», mettendosi «in smoking»21.


  1. C. Malaparte, Giornale di uno straniero a Parigi, a cura di Michelangelo Fagotti e Monica Zanardo, Adelphi Edizioni, Milano 2025, pp. 9-10.  

  2. L’entomologia fu una grande passione dello scrittore tedesco che alle osservazioni degli insetti dedicò numerose pagine e momenti della sua vita “privata”. Nel testo Cacce sottili (Guanda, 2022) è riassunta la storia di questa passione cui Jünger non cesserà di dedicarsi per tutta la vita: negli anni della guerra come nel corso di viaggi in Italia, nel Medio Oriente, in Asia. Gli insetti offrirono sempre allo scrittore occasione di riflessione sul tempo e sul mutare del volto della natura, sui desideri umani, sulla ricerca inesausta, infaticabile, del sapere e del piacere. Il mondo sottile degli insetti, scenario di bellezza e crudeltà, diventava così una metafora del cosmo. E dei suoi drammi.  

  3. A. Malraux, Antimemorie, Bompiani, Milano 2022.  

  4. M. Zanardo, Straniero in due patrie: Curzio Malaparte a Parigi, in C. Malaparte, Giornale di uno straniero a Parigi, op. cit., pp. 415-416.  

  5. C. Malaparte, op. cit., p. 14.  

  6. Dopo aver rifiutato nel settembre del 1943 l’adesione alla RSI, nel novembre dello stesso anno era stato arrestato dal Counter Intelligence Corps (CIC), il controspionaggio alleato, per le sue attività diplomatiche e da allora aveva iniziato a collaborare col CIC.  

  7. Cit. in G. Luti, Il cronista dell’Europa «catilinaria», Introduzione a C. Malaparte, Tecnica del colpo di stato, Vallecchi Editore, Firenze 1994, pp. 22-23.  

  8. G. Luti, op. cit., p. 23.  

  9. C. Malaparte, Il ballo al Kremlino (Materiale per un romanzo), Adelphi Edizioni, Milano 2012.  

  10. G. Luti, op. cit., p. 19.  

  11. Di Curzio Malaparte fino ad oggi le Edizioni Adelphi hanno ripubblicato, oltre al già citato Ballo al Kremlino: Il buonuomo Lenin (2018), Maledetti toscani (2017), La pelle (2015), Kaputt (2014), Tecnica del colpo di Stato (2011) e Coppi e Bartali (2009).  

  12. In realtà le note dei viaggi in Russia e in Cina di Malaparte, furono pubblicate, a cura di Giancarlo Vigorelli, l’anno successivo alla sua morte da Vallecchi Editore: C. Malaparte, Io, in Russia e in Cina, Firenze 1958.  

  13. C. Malaparte, Giornale di uno straniero a Parigi, pp. 17-18.  

  14. C. Malaparte, Viva Caporetto! La rivolta dei santi maledetti (secondo il testo della prima edizione del 1921),Vallecchi Editore, Firenze 1995.  

  15. C. Malaparte, Giornale, op. cit., pp. 38-39.  

  16. Ivi, pp. 22-23.  

  17. R. Heinlein, Straniero in terra straniera (titolo originale Stranger in a Strange Land, prima edizione 1961), Fanucci, Roma 2025.  

  18. L. Libeccio, Céline, Malaparte. Malaparte, Céline: una poetica del disincanto, «Cahiers d’études italiennes», 24/2017.  

  19. M. A. Macciocchi, Ricordo di Malaparte scrittore europeo, in Malaparte scrittore d’Europa. Atti del convegno (Prato 1987) e altri contributi, Marzorati Editore- Comune di Prato, 1991. 

  20. M. Biondi, I giorni dell’ira: «Viva Caporetto!» Apologia di una disfatta, Inroduzione a C. Malaparte, Viva Caporetto!, op. cit., pp. 10-11.  

  21. Cit. in G. Grana, Il «camaleonte» e il sistema letterario italiano, in Malaparte scrittore d’Europa, op. cit., p. 2.  

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Cartoline cinesi ep. 1 – Ferro e led https://www.carmillaonline.com/2025/12/02/appunti-cinesi-ep-1-ferro-e-led/ Mon, 01 Dec 2025 23:04:41 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91737 di Jack Orlando

Una cosa che faceva particolarmente ridere, ma anche un po’ schifo, ai cinesi che vedevano per la prima volta i soldati della spedizione portoghese del 1513, erano le barbe. Gli sbandati, gli ubriaconi e i briganti portavano la barba, ma nessuno l’aveva così folta né così riccia, più simile al manto di una bestia che di un uomo trasandato. Il modo in cui mangiavano invece gli faceva orrore, vagli a dar torto. Di certo non si aspettavano di averci a che fare, con loro e altri europei, per quattro secoli a venire. E che nel tempo barbe [...]]]> di Jack Orlando

Una cosa che faceva particolarmente ridere, ma anche un po’ schifo, ai cinesi che vedevano per la prima volta i soldati della spedizione portoghese del 1513, erano le barbe.
Gli sbandati, gli ubriaconi e i briganti portavano la barba, ma nessuno l’aveva così folta né così riccia, più simile al manto di una bestia che di un uomo trasandato. Il modo in cui mangiavano invece gli faceva orrore, vagli a dar torto.
Di certo non si aspettavano di averci a che fare, con loro e altri europei, per quattro secoli a venire. E che nel tempo barbe e visi spigolosi avrebbero suscitato sempre meno ilarità; annunciando morte, sfruttamento e rapina.

Ora le vecchine lungo il marciapiede ridono delle barbe del gruppetto di laowai, stranieri, gesticolano indicandosi le guance e vociano assolutamente incuranti dell’abisso linguistico che le separa dai loro interlocutori, né dei loro sguardi interrogativi.
Nessuno ormai può ignorare la Cina, eppure fuori dai circuiti canonici di Pechino, Hong Kong, Shangai è ancora abbastanza difficile vedere facce da occidente. La qual cosa è assai spesso motivo di risate e generale euforia.

Durante il Secolo delle umiliazioni c’era poco da sghignazzare in faccia a un occidentale. Il vanto di una cultura millenaria e raffinata, di una consolidata attitudine allo scambio e all’interazione con l’altro non avevano presa sulle facce barbute.
L’efficienza, specialmente militare, era l’unica cosa che comprendevano e l’interesse era rivolto verso le ricchezze che potevano riportare alle proprie coorti.
Gli stivali delle truppe d’Europa hanno globalizzato il mercato mondiale al prezzo di un olocausto seriale. Vite in cambio di oro, sangue per tessuti, lacrime per spezie e orfani per terreni.
E la Cina ha conosciuto a fondo e per lungo tempo cosa significasse avere a che fare con gli europei.
Il Secolo delle umiliazioni è terminato, per la precisione nel 1949, con la vittoria della rivoluzione comunista del presidente Mao e un costo spaventoso in termini di vite umane, un tributo pesante pagato al dio dell’autodeterminazione, cui se ne aggiungeranno parecchi altri alle Parche della modernizzazione. Ma oggi le vecchiette possono ridere delle facce dei laowai e proverebbero ben poca impressione davanti alle piccole città da cui sono arrivati.

Chongqiing è infatti una megalopoli grande pressappoco quanto l’Austria, con oltre trenta milioni d’abitanti. Diversi paesi europei hanno una popolazione totale più ridotta di questa.
Un macroscopico labirinto di cemento, vetro e acciaio, inondato dai neon e dal vociare dei megafoni. Le piazze possono inaspettatamente essere il tetto di un palazzo e una strada asfaltata corre trenta piani sopra un’altra, sottopassaggi diventano centri commerciali che a loro volta sfociano in stazioni metro e lungofiumi.
Delirio architettonico pluridimensionale.

La città si codifica in livelli differenti e perennemente intrecciati, mostra i suoi grattacieli e li fa svettare in pirotecnici giochi di luci e droni, ogni sera tra le 20:00 e le 23:00 circa, come le altre città; a beneficio degli occhi un popolo che a quanto pare ha sviluppato una fissazione per tutto ciò che è luminoso.
E allo stesso tempo nasconde nel loro ventre alveari di vita produttiva, gettati alla rinfusa tra lusso e abbandono, dove lo stesso edificio ospita alberghi, condomini, cliniche, discoteche e dio sa cos’altro, tanto da poterci vivere senza mai conoscere completamente la destinazione d’uso del proprio palazzo.

Non è semplicemente lo sviluppo economico a intagliare le forme e, fortunatamente, non tutte le metropoli del paese sono così tortuose.
Le antiche fortificazioni fluviali dei diversi centri di Chongqing si inerpicavano lungo la collina a gradoni attraverso case a palafitta, diaojiaolou, producendosi in vicoli, scale e terrazzamenti dove le finestre delle case affacciavano per lo più verso l’interno nei tentacolari budelli della costruzione. Un ventre di undici piani. Botteghe e mense sopperivano alla carenza di spazi domestici vivibili, i bagni erano – e spesso ancora sono – pubblici. Una forma di vita collettiva e alvearica che conservava il germe di quella che è oggi l’esperienza di massa.

Hongyadong è un esemplare di questa forma, anche se è difficile definirlo originale visto che i suoi edifici hanno appena un ventennio. Diventato obsoleto e fatiscente, dopo essere stato per secoli fortezza, mercato e condominio; con i suoi abitanti trasferiti in nuovi edifici popolari, il complesso è stato abbattuto e poi ricostruito ampliando la pianta originaria.
L’attraversamento di Hongyadong non ha nulla dell’esperienza storica, almeno per lo standard europeo settato sulla conservazione museale, che rimane allibito da un dedalo di scale e viuzze che ora traboccano di merci, di corpi in cerca di consumo e di schiere di ragazzine in finti abiti tradizionali che si mettono in posa per farsi un photobook nella vecchia rocca ora invasa dalle luci.

L’occhio è soggetto alla pressione di una contraddizione poliforme che inonda lo spazio visivo. La cura maniacale dello spazio pubblico, di cui pure sembra esserci un discreto orgoglio, è frustrata dalla decisa incuria degli spazi privati.
La pianificazione, cardine che determina lo sviluppo economico del paese è assi difficile da vedere, tanto più che la città non ha mai lo stesso volto, nemmeno in relazione allo scorrere della giornata.

L’alba trova una giungla di cemento che è una sinfonia di grigi. Vecchi grattacieli condominiali della classe operaia, fatiscenti pachidermi decorati dai motori dei condizionatori e improbabili gabbie alle finestre.
Di case e palazzine basse quasi non è rimasto traccia in questo intricato omaggio all’industria pesante. Chongqing vanta una vita millenaria: centro nevralgico del commercio fluviale per gran parte della storia cinese, finisce ad essere la capitale della Repubblica di Cina del generalissimo Chiang Kay-shek durante la guerra antigiapponese e arriva agli anni ’50 del doporivoluzione vedendosi destinata al ruolo di fulcro dell’industria pesante della nazione e motore trainante dell’economia delle regioni centro-meridionali; ha poco più di un milione di abitanti, sopravvissuti ai bombardamenti giapponesi, alla fame e alla guerra civile; in meno di dieci anni la popolazione è più che triplicata, nutrita da immigrati delle campagne divenuti operai.

Quando diventa prefettura autonoma, nel 1997, assorbe le masse sfollate dai villaggi estinti dalla costruzione della Diga delle Tre Gole. Esplode demograficamente, superando la terza decina di milioni, e urbanisticamente: i palazzoni operai si vedono superare dallo slancio megalomane della speculazione del XXI secolo, acciaio e vetro, forme variabili a soddisfare il gusto degli architetti. Anch’essi però vestono grigio, riflettendo i toni dei tre fiumi e del cielo, che pare accordarsi da sé alla scala cromatica.
È dalle 20:00 in poi che la città cambia volto, sfida il tramonto accendendo quasi ogni singolo edificio con giochi di luci che deformano lo skyline fino a renderlo irriconoscibile, un’epifania di estetica alla Blade Runner per l’occhio europeo.
Spettacolo insolito, forse l’immagine più evidente dell’evoluzione cittadina, che ha mutato pelle ancora una volta e, dismessa la tuta dell’operaio di fonderia, veste quella dell’ingegnere Hi-Tech: è a questo che si è votata ora Chongqin, uno degli epicentri dello Sviluppo delle Nuove Forze Produttive di Qualità; definizione sinomarxiana per il processo di ricerca del primato mondiale in fatto di sviluppo tecnologico e intelligenza artificiale.

Gli abitanti hanno smesso di respirare l’aria ammorbata dalle ciminiere, sono uno dei centri propulsivi del ceto medio continentale e hanno convertito, con un gigantesco contributo pubblico, le vecchie fabbriche dismesse in coworking, pub alla moda e centri culturali.
Le statue di Mao sorvegliano lo scorrere incessante di una vita che, da quest’altro lato del mondo avevamo imparato ad associare all’eccezionalità newyorkese.
Non è scontato vedere in giro falci e martello e altri emblemi del partito, nonostante la tradizione radicalmente maoista della città. Ciò che compare di più sono gli striscioni rossi di propaganda che sottolineano la campagna statale di ringiovanimento delle aree rurali.

È fuori dalle metropoli invece che è presente il partito, ramificato in sedi e attività parastatali che innervano il tessuto delle campagne. Per governare gli squilibri dello sviluppo economico, dopo aver attinto a piene mani dall’inurbamento – anche forzato – dei contadini; ora si è imposta una linea politica fatta di limitazioni alla libertà di movimento degli abitanti, che non possono più trasferirsi facilmente in città, per prevenire fenomeni di spopolamento, e di investimenti in tecnologie produttive e infrastrutture di servizio alla popolazione.
Fatto il ceto medio, ora si rifanno le campagne.

Interessante che tutto ciò venga messo sotto l’etichetta di Ringiovanimento. Per la prima volta questo paese vede ora una leggera flessione demografica e l’aumento dei suoi anziani, tendenziale effetto dello sviluppo economico che produce benessere e aspirazioni extrafamiliari.
Per avere un’intuizione di cos’è lo spirito di questo paese c’è da considerare lo sguardo di un novantenne: un uomo nato in un paese martoriato dal colonialismo, sotto il tallone di ferro dell’occupazione nipponica. Diventato bambino nel mezzo della guerra civile e fattosi uomo nella costruzione della nazione socialista. Un uomo che ha visto le carestie spezzare intere province e la disciplina collettiva muovere masse e innalzare città. I cui capelli sono ingrigiti tra nubi di smog mentre il suo paese diveniva la fabbrica del mondo, e oggi arriva al capolinea con i figli in carriera e i nipoti ben nutriti in una metropoli sfavillante, frammento di una potenza nazionale che impone al mondo di osservarla finalmente con occhi diversi.
La parabola che l’Occidente ha coperto in quasi tre secoli, lui l’ha attraversata dritta nel solo arco di una vita.

Tre ore di led accecanti e proiezioni pantagrueliche come sfondo dello svago notturno si concludono attorno alle 23:00, quando la città si congeda alla vista lasciando accese manciate di insegne e sporadiche finestre nei grattacieli, ora sinistramente neri come le torri di Mordor, a sorreggere un cielo che ha da tempo scordato l’esistenza delle stelle.
Ma in basso, sotto i lampioni delle strade, prosegue incessante la vita collettiva: carretti che grigliano spiedini e locali che servono noodles in brodo lavorano a pieno regime, bar karaoke sono ben lontani dal cacciare l’ultimo cliente ubriaco, minimarket e laboratori notturni non spengono mai la luce.

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al-Hind: storie di una globalizzazione dimenticata https://www.carmillaonline.com/2025/11/05/al-hind/ Wed, 05 Nov 2025 21:00:48 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91189 di Sandro Moiso

William Dalrymple, La Via dell’Oro. Come l’India antica ha trasformato il mondo, traduzione di Svevo D’Onofrio, Adelphi Edizioni, Milano 2025, pp.555, euro 35,00

Con il termina al-Hind i primi scrittori arabi indicarono tutto ciò che si trovava a est del fiume Indo e compresero chiaramente l’unità di una vasta superficie terracquea, estesa dall’Hindu Kush al Pacifico, riconoscendo in essa una regione dalle caratteristiche omogenee. Quella che oggi dovremmo riconoscere, anche qui in Occidente come indosfera, ma che ancora tarda ad essere riconosciuta come tale.

In un momento di declino della centralità economica, politica e culturale dei paesi [...]]]> di Sandro Moiso

William Dalrymple, La Via dell’Oro. Come l’India antica ha trasformato il mondo, traduzione di Svevo D’Onofrio, Adelphi Edizioni, Milano 2025, pp.555, euro 35,00

Con il termina al-Hind i primi scrittori arabi indicarono tutto ciò che si trovava a est del fiume Indo e compresero chiaramente l’unità di una vasta superficie terracquea, estesa dall’Hindu Kush al Pacifico, riconoscendo in essa una regione dalle caratteristiche omogenee. Quella che oggi dovremmo riconoscere, anche qui in Occidente come indosfera, ma che ancora tarda ad essere riconosciuta come tale.

In un momento di declino della centralità economica, politica e culturale dei paesi europei e degli Stati Uniti stessi, spesso si immagina un nuovo ordine multipolare in cui, troppo spesso, sembrano ergersi soltanto, o quasi, altre due aree di significativa influenza, Cina e, per quanto bistrattata, Russia. Tralasciando, e sarebbe qui inutile spiegare ancora una volta le radici coloniali e “razziali” di tale dimenticanza, di comprendere tra queste almeno anche l’India.

Quel sub-continente che ancora oggi, pur comprendendo una porzione significativa della popolazione mondiale e delle attività collegate agli aspetti più avanzati della modernità digitale, spesso è visto soltanto come una vasta area di arretratezza sociale ed economica su cui lo sguardo mediatico e dell’immaginario collettivo sembra posarsi ancora come ai tempi dell’impero coloniale britannico e dei suoi cantori alla Rudyard Kipling oppure, per rimanere più vicini a noi, con gli occhi del Capitano Salgari. Eppure, eppure…

Almeno la letteratura ha iniziato a cogliere gli elementi di novità, spesso di carattere tecnologico, presenti alle spalle degli aspetti più retrogradi del nazionalismo hindu, rappresentato dall’attuale capo del governo, Narendra Damodardas Modi, dalla ancora diffusa violenza sulle donne o del cinema di Bollywood. E lo ha fatto, guarda caso, ancora una volta con generi d’evasione come ai tempi di Salgari, in particolare nell’ambito della fantascienza e della fantapolitica.

Per questo motivo, e per non rubare troppo spazio al proseguimento della recensione del testo di Darlymple, vale la pena di ricordare qui soltanto alcuni testi, più o meno recenti. Il primo è I giorni di Cyberabad di Ian McDonald1, in cui lo scrittore scoto-irlandese immagina e descrive l’India del 2047. Una nuova superpotenza abitata da un miliardo e mezzo di persone nell’era dell’IA, fratturata in una dozzina di stati in cui, accanto allo sviluppo delle attività legate alla programmazione e alla economia della comunicazione digitale, nascono dee-bambine e si celebrano matrimoni tra uomini e IA.

Uno un po’ meno recente è La vacca sacra (Sacred Cow, 1993), un racconto breve contenuto in un’antologia dell’autore cyberpunk americano Bruce Sterling2, in cui lo scrittore immagina, con ironia e senso dell’anticipazione, una compagnia cinematografica indiana intenta a realizzare un film nella ex—potenza coloniale inglese, dove i costi di lavorazione, a causa della decadenza economica e della crisi sociale e politica, sono molto inferiori a quelli dell’India ormai sviluppata e più ricca.

Ma è certamente 2034 di Elliot Ackerman e James Stavridis3 a costituire il motivo di maggiore interesse, anche alla luce dei conflitti che si delineano, con sempre minore possibilità di essere arrestati diplomaticamente, all’orizzonte e sul breve periodo. Stavridis è un ammiraglio con una prestigiosa carriera militare, politica e giornalistica, mentre Ackermann, prima di sfornare best seller, ha prestato servizio nei Marines e nelle Forze Speciali. Insieme immaginano, nell’anno che da il titolo al romanzo, una devastante guerra nucleare tra Stati Uniti e Cina in cui, però, a svolgere un decisivo ruolo dirimente sarà proprio l’India che, anzi, sarà l’unica nazione a uscire rafforzata e vincente dal conflitto tra le altre due superpotenze. Ruolo svolto sia attraverso il soft power che per l’arsenale nucleare rimasto intatto e minaccioso, fatti entrambi valere sulle rovine economiche e politiche di ciò che resta, dopo pochi giorni di guerra, dei due “imperi” nemici.

Visioni, tutte, di un futuro in cui l’India sembrerebbe o potrebbe riprendere un ruolo politico, economico e culturale già avuto per almeno un millennio nella storia del globo o anche soltanto di quella parte che si è qui precedentemente definita come “indosfera”, le cui radici vengono ampiamente analizzate e descritte nel magnifico testo di William Darlymple edito da Adelphi.

Durante gran parte del Basso Medioevo e dell’Età moderna, l’India fu profondamente influenzata da elementi culturali provenienti dall’esterno dei suoi confini. In seguito all’istituzione di una serie di sultanati islamici tra il XII e il XIII secolo, il persiano divenne la lingua ufficiale del governo
in gran parte del Subcontinente e i modelli culturali persiani – nell’arte, nell’abbigliamento, nel galateo – si affermarono persino nelle corti indù dell’India meridionale. Successivamente, nel XIX secolo, con l’ascesa della Compagnia delle Indie Orientali e dell’Impero britannico, l’inglese sostituì progressivamente il persiano e l’India entrò a far parte dell’anglosfera. Per progredire socialmente divenne indispensabile padroneggiare l’inglese e gli indiani che aspiravano a farsi strada dovettero rinunciare, o relegare in secondo piano, aspetti rilevanti della propria cultura, trasformandosi in « Sahib bruni » anglofoni […] Eppure, nel millennio e mezzo precedente, dal 250 a.C. al 1200 d.C. circa, l’India era stata una fiera esportatrice della propria variegata civiltà, fino a creare intorno a sé un impero delle idee – una vera e propria «indosfera» – dove la sua influenza culturale risultava predominante. Durante questo periodo, il resto dell’Asia fu il destinatario consenziente e persino entusiasta di un colossale trasferimento di soft power indiano, in ambiti come la religione, l’arte, la musica, la danza, la tessitura, la tecnologia, l’astronomia, la matematica, la medicina, la mitologia, la lingua e la letteratura.
[…] Dall’India non giungevano soltanto figure pionieristiche di mercanti, astronomi e astrologi, scienziati e matematici, medici e scultori, ma anche santi, monaci e missionari appartenenti a diversi filoni di pensiero religioso: l’induismo (o sanatana dharma, come alcuni preferiscono chiamarlo), nelle sue declinazioni vedica, shivaita e vishnuita, e il buddhismo delle tradizioni theravada, mahayana e tantrica. […] Al giorno d’oggi, più di metà della popolazione mondiale vive in aree in cui le idee religiose e culturali indiane sono, o sono state, preponderanti, e dove un tempo le divinità indiane dominavano l’immaginazione e le aspirazioni di uomini e donne. Al tempo stesso, l’influenza intellettuale dell’India si è estesa verso occidente, consegnandoci non solo nozioni matematiche cruciali, come lo zero, ma anche la forma stessa dei numeri che tuttora utilizziamo – probabilmente la cosa più simile a una lingua universale che l’umanità abbia mai posseduto. Le conoscenze, i saperi e le intuizioni religiose dell’India antica sono una parte fondante del nostro mondo. […] In ambito scientifico, astronomico e matematico, l’India è stata maestra del mondo arabo e, per suo tramite, dell’Europa mediterranea4.

William Benedict Hamilton-Dalrymple (classe 1965) è uno storico, giornalista, scrittore di viaggi, autore scozzese che vive tra Londra e Delhi ormai da molti anni. Per i suoi saggi sull’India e l’Oriente è stato insignito di numerosi premi letterari ed è membro della Royal Society of Literature e della Royal Asiatic Society. Tra le sue principali opere, pubblicate in Italia da Adelphi, vanno annoverate: Il ritorno di un re. La prima, catastrofica intromissione dell’Occidente in Afghanistan (2015); Nove vite (2020); Anarchia (2022) e, con Anita Anand, Koh-i-Nur. Sulle tracce della pietra ‘maledetta’: il Koh-i-Nur, «La montagna di luce» ( 2020). Mentre per Rizzoli editore ha in precedenza pubblicato: Dalla montagna sacra (1998), Il Milione (1999), In India (2000), Delhi (2001), Nella terra dei Moghul bianchi (2002) e L’assedio di Delhi. 1857 Lo scontro finale fra l’ultima dinastia Moghul e l’impero britannico (2007).

Pur non essendo certo ispirata dai post colonial studies, all’interno della sua opera, oltre a ricostruire anche da storico dell’arte quale è lo splendore della civiltà indiana passata, non manca mai l’occasione di sottolineare le violenta trasformazione e lo sfruttamento imposto dall’impero britannico e dalla Compagnia delle Indie sulla società, la cultura, l’economia e le tradizioni politiche e religiose del sub-continente indiano. Un’attenzione che, un po’ come quella di Rudyard Kipling, decisamente più ispirata però da una percezione di stampo ancora coloniale, deriva dal suo incontro con l’India a partire dalla gioventù.

Il mio primo contatto con Delhi avvenne quando avevo diciotto anni: vi giunsi nella nebbiosa notte invernale del 26 gennaio 1984. […] Non sapevo assolutamente nulla dell’India.
Avevo trascorso l’infanzia nella Scozia rurale, sulle sponde del Firth of Forth, e tra i miei compagni di scuola ero probabilmente quello che aveva viaggiato di meno. I miei genitori erano convinti di vivere nel luogo più bello che si potesse immaginare, e di rado ci portavano in vacanza, a parte un’annuale gita primaverile in un angolo delle Highlands scozzesi, anche più fredde e umide di casa nostra. Forse per questa ragione Delhi ebbe su di me un effetto maggiore e più sconvolgente di quanto avrebbe avuto su adolescenti più cosmopoliti.
[…] Ormai da oltre vent’anni divido il mio tempo fra Londra e Delhi, e la capitale indiana resta la mia città preferita. E’ soprattutto il rapporto della città con il suo passato che continua ad affascinarmi: tra le più grandi città del mondo, solo Roma, Istanbul e Il Cairo possono pretendere di rivaleggiare con Delhi per l’ampiezza e il numero dei resti storici5.

Un interesse che è tutt’altro che organizzato intorno all’esotismo o alla nostalgia di un passato che non c’è più, ma tutto rivolto a collegare la storia di un paese immenso, che già attrasse l’attenzione e le velleità espansionistiche di Alessandro Magno, con le sue proiezioni sul presente, soprattutto sulla cultura occidentale e asiatica. Senza, naturalmente, passare attraverso le curiosità di stampo new age o hippy che troppo spesso hanno suscitato la vacua attenzione del pubblico occidentale.

Così come l’autore fa nell’ultimo testo pubblicato da Adelphi, ma uscito in lingua originale nel 2024, in cui le dieci storie che compongono gli altrettanti capitoli seguono le rotte marittime che per secolo permisero la diffusione della cultura e della scienza indiana, insieme alle ricchezze del sub-continente, di diffondersi nel resto del mondo attraverso la Via dell’Oro che dà il titolo all’opera.

Grazie ai venti del monsone asiatico, l’India si trova al centro di una vasta rete di rotte marittime e commerciali navigabili. Ogni estate, il riscaldamento dell’altopiano tibetano genera un’area di bassa pressione che attira i venti freschi e umidi dal Golfo del Bengala. Ogni inverno, al contrario, venti freddi e secchi spirano dalle nevi dell’Himalaya verso i caldi mari circostanti. La penisola indiana è situata nel mezzo di questo vortice di venti che soffiano in una direzione per sei mesi all’anno e si invertono nei sei mesi successivi. La regolarità e la prevedibilità di questo fenomeno naturale danno origine ai monsoni, che per millenni hanno permesso ai marinai indiani di spiegare le vele e lanciarsi negli oceani circostanti, per poi rientrare in sicurezza quando i venti si invertivano.
Gli antichi mercanti indiani sfruttavano le vie marittime dell’Asia monsonica per viaggiare in due direzioni. Molti si dirigevano a ovest, approfittando dei venti invernali, fino alle coste orientali dell’Africa e ai prosperi regni dell’Etiopia. Qui si trovavano dinanzi a una scelta: seguire il ramo settentrionale, che attraverso il Golfo Persico conduceva in Iran e in Mesopotamia, oppure il ramo meridionale, che attraverso il Golfo di Aden li portava nel Mar Rosso e in Egitto. I mercanti diretti a ovest arrivavano con gli alisei all’inizio dell’estate e tornavano in India con il monsone estivo in agosto. Con i venti a favore, la navigazione dalla bocca del Mar Rosso al Gujarat richiedeva appena quaranta giorni. Tuttavia, perdere i venti poteva prolungare il viaggio di andata e ritorno fino a un anno, costringendo i mercanti a una lunga vacanza forzata in riva al Nilo. Il percorso terrestre equivalente, attraverso l’Afghanistan con carovane di cammelli, richiedeva almeno il triplo del tempo.
Per circa tre secoli, a partire dalla battaglia di Azio del 31 a.C. e dalla successiva integrazione dell’Egitto nel sistema imperiale romano, le principali arterie commerciali tra Oriente e Occidente non furono le rotte terrestri, spesso sbarrate dal conflitto tra Roma e i Parti, bensì la Via dell’Oro dei mari aperti, che solcava le turbolente acque del Mar Rosso e dell’Oceano Indiano (W. Dalrymple, op. cit., pp. 17-18. )).

Una storia, quella ricostruita da Dalrymple che, per motivi diversi e con modalità narrative differenti, si affianca a quella della Via della Seta, tra Cina e Occidente, che è stata ricostruita da Peter Frankopan, docente di Storia bizantina all’Università di Oxford, senior research fellow al Worcester College e direttore dell’Oxford Centre for Byzantine Research, in tempi quasi altrettanto recenti (2015)6. Due ricostruzioni utilissime per comprendere come la pretesa centralità politica ed economica, oltre che culturale, dell’Occidente non rappresenti altro che una momentanea illusione di stampo coloniale una volta messa a confronto con i tempi lunghi e lunghissimi della storia planetaria.

Motivo per cui, avvicinandosi il momento della necessaria chiusura di questa recensione, vale almeno la pena di ricordare la storia narrata, a partire dallo sperduto sito archeologico di Mes Aynak, tra le cui grotte si era nascosto in tempi più recenti Osama Bin Laden, nel terzo capitolo di La Via dell’Oro, intitolato Il grande re, re dei re, figlio di dio, di un antico impero formatosi tra le montagne dell’attuale Afghanistan, ad opera di un popolo nomade di pastori, quello dei Kushana, che costituì una fondamentale occasione per la diffusione del buddhismo dall’India verso la Cina e uno snodo importante per i rapporti dell’Asia centrale con l’impero romano.

I Kushana in origine erano un popolo di pastori nomadi indoeuropei che si spostavano tra le oasi desertiche dell’Asia centro-orientale. Gli antichi imperi cinesi li conoscevano inizialmente come Yuezhi. I loro autoritratti su monete e sculture li raffigurano come uomini di corporatura robusta, all’apparenza di ceppo iranico. […] Intorno al 160 a.C. gli Yuezhi/Kushana migrarono verso sud, forse a causa dell’espansione dell’Impero cinese Han, e si stabilirono nell’odierno Afghanistan. Qui finirono col sopraffare gli ultimi greci di Battriana, i discendenti dei macedoni che erano rimasti bloccati nella regione dopo la prematura morte di Alessandro Magno e la disgregazione del suo impero.
[…] Col passare del tempo, i Kushana si lasciarono definitivamente alle spalle le loro radici tribali scitiche e nomadiche e adottarono diversi aspetti dell’ellenismo stanziale dei loro predecessori greci di Battriana, le cui monete iniziarono presto a imitare. Al tempo stesso, i Kushana si ispirarono anche alle tradizioni dei Parti, che allora dominavano le pianure della Persia orientale. In tal modo, finirono con l’abbracciare un pantheon insolitamente ampio, come testimoniano le loro monete che raffigurano più di trenta divinità provenienti dalle diverse tradizioni religiose presenti nei loro domini. E a misura che i Kushana si espandevano verso sud, il loro culto pubblico si orientava sempre più verso le divinità, le religioni e le filosofie dell’India.
Paradossalmente, l’ascesa del buddhismo indiano in Asia Centrale sembra essere iniziata proprio nel momento in cui gli eserciti kushana marciavano verso sud in direzione dell’India. Le conquiste dei Kushana, infatti, anziché isolare il Subcontinente, aprirono i passi un tempo invalicabili dell’Hindu Kush, permettendo ai monaci buddhisti di attraversarli nella direzione opposta e, col tempo, di costruire cappelle, stupa e monasteri, convertendo gradualmente le popolazioni locali alla propria fede. Alla fine, sarà proprio il patrocinio kushana del buddhismo a consentirgli di diffondersi in tutta l’Asia Centrale e fino in Cina.
[…] Fu solo con la conquista dei passi dell’Hindu Kush da parte dei Kushana tra il I e il II secolo d.C. e la conseguente intensificazione degli scambi commerciali attraverso le montagne, tra il Tagikistan e il porto fluviale di Barbarikon, presso l’odierna Karachi, che i mercanti buddhisti indiani iniziarono a stabilirsi nella regione in numero significativo7.

Proprio il prospero porto di Barbarikon, situato alla foce dell’Indo, avrebbe poi costituito un momento centrale degli scambi tra l’Asia Centrale e l’impero di Roma, bypassando il regno dei Parti che costituì sempre un severo ostacolo militare sia per l’espansione romana che dei regni e imperi dell’Asia centrale. Così, dopo l’incontro tra ambasciatori “indiani” e l’imperatore Traiano, ancora ricordato sulla Colonna Traiana dove gli emissari asiatici sono rappresentati mentre indossano turbanti e pantaloni, e dopo la promessa dei Romani di pagare i prodotti dei Kushana in oro, gli scambi tra l’Egitto romano e il regno afghano si svilupparono in maniera decisamente significativa.

Dai porti kushana come Barbarikon cominciò a transitare una gran quantità di beni di lusso occidentali, tra cui oro e vino romani, provenienti da Alessandria e dai porti del Mar Rosso; da lì risalivano l’Indo e raggiungevano le capitali settentrionali dei Kushana, come Taxila, Pushkalavati presso Peshawar, e Bagram, nelle pianure a nord di Kabul. A Pushkalavati è stata rinvenuta un’intera cantina vinicola colma di anfore romane, curiosamente situata accanto a un santuario buddhista8.

Dando via ad una sorta di globalizzazione dei commerci e delle conoscenze ben più antica di quella promossa con tanta enfasi negli ultimi decenni a partire dall’Occidente. Con buona pace dei suoi estimatori e dei suoi mentori politici e mediatici che ne sottolineano da sempre la “novità”.


  1. Ed. originale: I. McDonald, Cyberabad Days (2009) ora tradotto in italiano nella collana «Urania Jumbo» n° 28, Mondadori Libri S.p.a., Milano febbraio 2022.  

  2. B. Sterling, Un futuro all’antica, collana «Solaria» n° 9, Fanucci Editore, Roma, settembre 2000 (titolo originale: A Good Old-fashioned Future, 1999).  

  3. Edito in Italia nel 2021 da SEM Editore.  

  4. W. Dalrymple, L’indosfera, in La Via dell’Oro. Come l’India antica ha trasformato il mondo, Adelphi Edizioni, Milano 2025, pp. 14-17.  

  5. W, Dalrymple, Introduzione a Delhi 1857. Lo scontro finale fra l’ultima dinastia Moghul e l’impero britannico, RCS Libri S.p.a., Milano 2007, pp. 16-18.  

  6. Peter Frankopan, Le vie della seta. Una nuova storia del mondo, Mondadori, Milano 2017.  

  7. W. Dalrymple, op. cit., pp. 102-106.  

  8. Ibidem, p. 109.  

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Dare una forma al caos: una lettera di Howard P. Lovecraft https://www.carmillaonline.com/2025/08/27/ridare-una-forma-al-caos-una-lettera-di-howard-p-lovecraft/ Wed, 27 Aug 2025 20:00:16 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=89910 di Sandro Moiso

Howard P. Lovecraft, Potrebbe anche non esserci più un mondo, a cura di Ottavio Fatica, Piccola Biblioteca Adelphi 819, Milano 2025, pp. 161, 14 euro.

La cosa più misericordiosa al mondo è l’incapacità della mente umana di correlare tutti i suoi contenuti. Il sonno della ragione genera mostri; la veglia ininterrotta della ragione ne genera di più, forse peggiori. (Ottavio Fatica, Senza soluzione di continuità)

Ci informa il curatore del testo, nella sua postfazione, che H. P. Lovecraft ha dato vita ad uno dei più copiosi epistolari di tutti i tempi. Un autentico diario in pubblico composto, [...]]]> di Sandro Moiso

Howard P. Lovecraft, Potrebbe anche non esserci più un mondo, a cura di Ottavio Fatica, Piccola Biblioteca Adelphi 819, Milano 2025, pp. 161, 14 euro.

La cosa più misericordiosa al mondo è l’incapacità della mente umana di correlare tutti i suoi contenuti. Il sonno della ragione genera mostri; la veglia ininterrotta della ragione ne genera di più, forse peggiori. (Ottavio Fatica, Senza soluzione di continuità)

Ci informa il curatore del testo, nella sua postfazione, che H. P. Lovecraft ha dato vita ad uno dei più copiosi epistolari di tutti i tempi. Un autentico diario in pubblico composto, si vocifera, di 100.00 lettere scritte tra i venti e i quarantasette anni, più o meno dal 1910 al 1937, anno della sua morte. Lettere lunghe anche 20, 30 o, come quella scelta per l’attuale pubblicazione presso Adelphi, 70 pagine.

Lettere che, però, non trattavano soltanto degli incubi di uno scrittore che, fin da quando aveva sei anni, aveva cominciato a trascrivere il sogno di «un ragazzino che origliò un orribile conclave di esseri sotterranei in una spelonca», così come, ad esempio, quelle riportate nelle sue “Lettere dall’altrove” scritte tra il 1915 e il 19371 estratte dall’ampia selezione di lettere, raccolta in cinque volumi, da August Derleth e Donald Wandrei tra il 1965 e il 1968 e pubblicate dalla Arkham House nel 1976.
Autentiche testimonianze di una mente, allo stesso tempo, enciclopedica e disturbata, anche al di fuori dei riferimenti, ben noti a tutti i lettori, al Necronomicon dell’arabo pazzo Abdul Alhazred o all’immondo e folle universo retto da Yog-Sothoth, Subb-haqqua Nyarlathotep, Shubb-Niggurath, Azathoth, Dagon e Cthulhu.

Una lettera, quella pubblicata da Adelphi, indirizzata all’amico Harris il 9 novembre 1929 (tenga ben presente tale data il lettore di queste righe), nella quale sembra essere racchiusa l’autentica cosmogonia del solitario di Providence e in cui, tra pessimismo, razzismo, arianesimo, ateismo, fiducia nella scienza e letture che andavano da quelle di stampo classico fino a quelle svolte sul già allora popolare «Reader’s Digest», il padre dell’orrore cosmico rivela «una vena da eterno dilettante, da veemente autodidatta».

Le cui convinzioni ruotavano intorno al rifiuto di alcuni mostri sacri del sentire comune del tempo, e forse ancora di oggi: la religione, l’amore romantico, il macchinismo e la democrazia. Con un’interpretazione di quest’ultima non lontana dal «grigio diluvio», in cui tutte le responsabilità si confondono annullandosi, di pirandelliana memoria. In particolare Lovecraft, che si definì sempre come un conservatore, se la prende con il declino di una civiltà, quella anglo-sassone e soprattutto in America, che sembra ai suoi occhi essere stata travolta dalla modernità industriale e dai suoi, inevitabili, corollari.

Per come la vedo io, la civiltà americana è quasi estinta ma autentica laddove sopravvive: in certi gruppi sparsi per tutto il paese e in certe aree geografiche, nella Virginia occidentale in particolare e in alcuni punti del New England. Quella che i conservatori deplorano e combattono non è certo la nostra cultura ancestrale ma una nuova e oltraggiosa barbarie di villani rifatti fondata sulla quantità, il macchinismo, la velocità, il commercio, l’industria, l’opulenza e l’ostentazione del lusso, che è spuntata in mezzo a noi come una pianta infestante intorno al 1830 con l’ascesa della massa becera. Ha poco a che spartire con la nostra civiltà – la corrente principale di pensiero e sensibilità classica e inglese instaurata in queste colonie da oltre due secoli di presenza ininterrotta, 1607-1820 –, non più della barbarie polinesiana o degli indiani Sioux. Si tratta di una piaga da estirpare, qualora possibile, altrimenti da fuggire, tutto qui. Ma chiamarla « civiltà americana » sarebbe un affronto ai nostri antenati. È « americana » solo in senso geogra$co e tutto è meno che una « civiltà », se non secondo la definizione spengleriana del termine. È una barbarie totalmente avulsa e totalmente puerile, basata sul benessere fisico anziché sulla superiorità mentale, e non ha titoli per essere tenuta in considerazione dai discendenti dei coloni.2.

Da questa paura del dissolvimento della società americana così come poteva essere raffigurata dalla tradizione del New England e della Virginia occorre iniziare per entrare nelle riflessioni dello scrittore americano, a partire dalle originali considerazioni polemicamente svolte a proposito di William Shakespeare.

Vorrei correggere la tua impressione radicalmente sbagliata che Shakespeare avesse un atteggiamento o un metodo da intellettuale. Santiddio! Non ti rendi conto che quel tipo era l’esatto opposto! un poeta incolto, imprevedibile, spontaneo, non accademico, non curante, che credeva di seguire le mode popolari e si serviva della lingua più comune e colloquiale del periodo. Shakespeare, come artista immortale, è stato un puro caso di genio. Era dotato di una naturale combinazione di senso della lingua e percezione dei moventi umani che pochi hanno mai posseduto, però non lo sapeva e visse tutta la vita come un teatrante da strapazzo e uno scribacchino, raccogliendo i racconti popolari che trovava in giro (ballate a buon mercato, cronache storiche da quattro soldi e traduzioni popolari di autori classici e stranieri) e rimaneggiandoli nel sapido vernacolo del giorno per il consumo di massa. Era un grande artista suo malgrado e senza volerlo. Tutte le sue aspirazioni erano sociali, non estetiche. Voleva semplicemente elevarsi al di sopra della classe borghese-contadina e fondare una famiglia con tanto di stemma. Mirava alla nobiltà e al rango, non all’arte e alla dottrina. Gli sarebbe dispiaciuto essere preso per uno studioso serio o per un esteta: ai suoi tempi i signori non andavano oltre il livello dilettantesco nel coltivare il sapere o l’arte. Analizza una qualunque delle sue opere e troverai più errori assurdi per centimetro quadrato che in qualunque altro autore riconosciuto nella nostra lingua. E paragona la sua dizione […] per vedere quanto fosse lontano dal letterario o dall’accademico in fatto di stile. Era spigliato e colloquiale quanto Sherwood Anderson o Ring W. Lardner: se lo troviamo assurdo oggigiorno è solo perché la lingua è cambiata. Ai suoi tempi si serviva degli accenti semplici che sentiva in giro, tenendo conto della differenza ben nota e comunemente accetta tra la prosa letterale e la poesia colorata dalle metafore. A dire il vero era ritenuto sciatto e incolto proprio dai contemporanei […] Che diavolo! Se c’è una cosa che il povero vecchio Bill non era è un intellettuale!3.

Una descrizione che rimanda alla cultura popolare da cui Lovecraft, che per tutta la vita pubblicò su riviste pulp o popolari, era contemporaneamente attratto e infastidito un po’ come il Philip K. Dick del Ritratto di un artista di merda. Una riflessione che sembra anticipare, però, anche quelle di Valerio Evangelisti sulla paraletteratura, la letteratura d’evasione e la cultura di massa che sottende il lavoro degli scrittori in essa coinvolti oppure ad essa confinati dalla critica4.

La parte più corposa della lettera, però, è rappresentata da una sorta di storia universale in pillole che non sarebbe forse dispiaciuta al Donald Trump dei muri, alle alleanze ariane ancora attive oggi negli Stati Uniti e ai membri del Ku Klux Klan. L’evoluzione della civiltà, greca prima e anglosassone poi, ma quest’ultima solo fino ad un certo punto, sembra infatti articolarsi intorno alla convinzione che:

le razze più isolate e più aristocratiche sono sempre quelle che salgono più in alto sulla scala che porta fuori dall’ottusità, dall’ignoranza e dall’insensibilità animale. Ricostruisci qualsiasi teoria antagonista e scoprirai che nasce da sofismi etici, religiosi o politici, non da un esame imparziale dei fatti. Tu citi l’attuale tendenza all’amalgamazione e all’appiattimento tra le razze esistenti e sostieni che futuri crolli culturali – frutto di noia estetico-mentale – coinvolgeranno un numero sempre più grande di persone finché da ultimo se ne presenterà uno in grado di coinvolgere tutte le specie umane. Il principio è senz’altro valido, anche se c’è da dubitare fino a che punto sia dato applicarlo. La repulsione tra certi estremi razziali è ancora molto forte e, in taluni casi, insormontabile. Una fusione bianco-mongola non è quasi concepibile, meno ancora lo è un’inclusione dei neri. Perfino un gruppo con una vena di mulatto eviterebbe la fusione con i neri puri, quindi la scomparsa di una razza nera separata è quanto mai improbabile se non per un massacro. In pratica è assai probabile che i filoni occidentale, mongolo, indù e negroide non s’incontreranno mai e che l’unica forma di contatto sarà il conflitto5.

Alle genti “ariane”, naturalmente, viene riservato uno sguardo di riguardo così come, paradossalmente ma non così tanto, alla Cina.

La condizione di semplicità animale non è certo una cosa così decisamente ignobile per un ariano bianco come il termine – o il paragone con il selvaggio non bianco – sembrerebbe insinuare. Il caucasico ha la sua bella riserva di trucchi radicati negli istinti e, finché conserva puro il sangue, non si avvicinerà mai molto al gorilla o, se è per questo, al negro o all’eschimese. Gli antichi galli e germani selvaggi non erano il porco o lo zerbino di nessuno; in realtà erano audaci, abbastanza disciplinati, razionali e amanti della bellezza […] sbagli di grosso a dire che una cultura non può prosperare in perfetto isolamento. Basta guardare alla Cina per avere un esempio calzante. La Cina, fino a tempi recenti, non ammetteva alcuna influenza esterna; eppure ha goduto di un periodo di esistenza lungo e pieno, con fasi di fioritura culturale pari a quelle mai conosciute da qualsiasi altra nazione. Bertrand Russell la ritiene la cultura più grande che questo pianeta abbia mai prodotto: nel suo periodo supremo superò perfino l’Atene di Pericle nella piena padronanza della vita e della bellezza, unico indice razionale del livello culturale raggiunto. Non c’erano contatti con il mondo esterno: tutti i forestieri erano « diavoli stranieri » […] La stessa Grecia era altrettanto eccezionalmente isolata. Sapeva del mondo esterno, ma solo per respingerlo e rifiutarlo. Il termine βάρβαρος (barbaro) serviva a indicare sia uno straniero sia un selvaggio6.

Torniamo ora a quanto sottolineato all’inizio, ovvero la data della lettera: 9 novembre 1929, esattamente quindici giorni dopo il “giovedì nero” di Wall Street che avrebbe trascinato con sé e fatto sprofondare in un autentico maelstrom l’economia e la società statunitense, i suoi lussi, i suoi risparmi e le speranze riposte in un progresso infinito del capitalismo industriale e finanziario.

Così c’è è traccia di quello che stava succedendo e di ciò che, all’epoca, sarebbe potuto avvenire in diverse parti della lettera, in cui si rimpiange la scomparsa di una vera aristocrazia a vantaggio di una nuova il cui prestigio si sarebbe basato sul denaro e l’industria.

Il futuro socio-politico degli Stati Uniti è quello di essere dominati da vasti interessi economici consacrati a ideali di guadagno materiale, attività priva di scopo e comodità fisica; interessi controllati da autorità astute, insensibili e di rado educate, reclutate in mezzo a un branco omologato mediante una competizione di acume affilato e furbizia pratica, una lotta per la posizione e il potere che eliminerà il vero e il bello come obiettivo, per sostituirli con il forte, l’enorme e il meccanicamente efficace. Detesterei avere discendenti che vivono in una simile barbarie, una barbarie così tragicamente diversa dalla vecchia civiltà del New England e della Virginia che appartiene di diritto a questa terra. Grazie a dio sono l’ultimo della mia famiglia: requiescamus in pace!7

Per contrapporsi a ciò, senza affidarsi a «tipi completamente irrazionali e ossessionati dall’etica quali i comunisti o sindacati come gli Industrial Workers of the World», sarebbe occorso:

scoraggiare i contadini e gli operai dal voler diventare borghesi e commercianti alzando quanto più possibile il salario e migliorando le condizioni di vita. Con maggiori benefici e agi per il plebeo e minori per il mercante e l’industriale si potrebbero gettare le basi per una struttura culturale più solida. E […] l’agricoltore andrebbe favorito per primo in quanto proprietà terriera e posizione economica lo vincolano più strettamente alla struttura storica tradizionale della nostra civiltà. Il cambiamento più grande dovrebbe essere un sottile cambiamento spirituale instillato dall’educazione e dalla propaganda, cioè l’insegnamento di una grande verità fondamentale: che volume e « prosperità » non significano niente in sé, e che il solo bene dal valore permanente nella vita è l’agio e la libertà di sviluppare una personalità intelligente e immaginativa. Cambiare lo scopo popolare dalla velocità, dal denaro facile e dalla ricchezza, alla parsimonia, alla sicurezza e al tempo libero riempito con gusto; sradicare l’invidia del plebeo per l’aristocratico agiato dimostrando il valore dell’esistenza di quell’aristocratico nello stabilire criteri che inducono a sopportare il lungo fardello della vita8.

Tralasciando ora, e soltanto per motivi di spazio, altre due lunghe trattazioni riguardanti i disastri e l’eventuale utilità della guerra e la separazione tra amore romantico, attività sessuale e erotismo femminile, diventa importante sottolineare come nel delirio onnicomprensivo e ordinativo dello scrittore sia ravvisabile una sorta di scrittura della crisi, così come poi, ma con ben altri risultati, sarebbe avvenuto con Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald (1925), che in qualche modo anticipava la crisi morale prima ancora che economica degli Stati Uniti dei “ruggenti” anni Venti, oppure Le avventure di un giovane americano di John Dos Passos (1939) che, sulla scia del disastro economico e sociale che le riforme del New Deal non bastarono a colmare, giunse a denunciare con fermezza gli errori e le illusioni legate allo sviluppo dei partiti comunisti stalinizzati, sia negli Stati Uniti che nel corso della guerra civile spagnola.

Ma, ovviamente, la crisi di Lovecraft non è soltanto socio-economica e politica: è anche una crisi della ragione che si rifiuta di accettare l’ovvietà del presente e dei suoi disastri e cerca di correggerla con ricostruzioni, indicazioni e modelli, in questo caso quello aristocratico anglo-sassone d’antan oppure in altri quello bolscevico-proletario, che spesso conducono al delirio o a qualcosa di simile se presi troppo alla lettera.

Ecco allora che all’interno di quel caos primordiale, insondabile e orrendo, che fonda l’universo ideato da Lovecraft per dare spazio ai suoi miti e ai suoi incubi e «al cui centro balla un dio cieco, nudo e idiota al suono di una cacofonia di flauti e tamburi blasfemi», possiamo individuare la causa reale del malessere dell’autore che, ancora una volta, si ricollega ad un più generale malessere della società e della cultura americana degli anni Venti e Trenta.

Un disordine irrecuperabile che svela il vero volto di una società sorta dal sogno dell’eguaglianza e del progresso, della libertà e dell’affermazione del singolo individuo; di una Land of Freedom che per essere tale, aveva già fatto scontare col sangue e lo sfruttamento intensivo il proprio predominio ai nativi, agli schiavi e a tutti gli immigrati non WASP. Con una autentica ossessione per la purezza del sangue, di cui si è già parlato qui con la recensione di I Robinson d’America di David W. Belisle, in un disordine morale, economico, sociale il cui autentico dio Azathoth è rappresentato soltanto dall’espansione e dalla voracità del capitale.

Cosa che il conservatore, come amava definirsi, Lovecraft non avrebbe mai del tutto accettato consciamente, ma che sarebbe trapelata in altri scritti non fantastici successivi, come A Layman Looks at the Government (1933), dove guardando da profano al governo avrebbe affermato: «il sistema economico attuale dovrà perire, in primis la concezione attuale della proprietà privata su larga scala, non regolamentata, e del profitto individuale»9. Un’affermazione che costringe i lettori a considerare la possibilità che l’uomo della Maschera di Innsmouth non possa essere sempre e soltanto relegato al ruolo di scrittore razzista, ossessivo e “fallito”, come invece ebbe ancora a definirlo Ursula Le Guin10.


  1. H. P. Lovecraft, Lettere dall’altrove. Epistolario 1915-1937, a cura Giuseppe Lippi, Oscar Mondadori, Milano 1993.  

  2. H. P. Lovecraft, Potrebbe anche non esserci più un mondo, Piccola Biblioteca Adelphi 819, Milano 2025, pp. 13-14.  

  3. Ivi, pp. 27-28.  

  4. In proposito si vedano i saggi raccolti in V. Evangelisti, Le strade di Alphaville. Conflitto, immaginario e stile nella paraletteratura, a cura di A. Sebastiani, Odoya, Bologna 2022 e L’insurrezione immaginaria. Valerio Evangelisti autore, militante e teorico della paraletteratura, a cura di S. Moiso e A. Sebastiani, Mimesis Edizioni, Milano – Udine 2023.  

  5. H. P. Lovecraft, op. cit., pp. 37-38.  

  6. Ibidem, pp. 36-37  

  7. Ivi, p. 99.  

  8. Ibid, pp. 117-118.  

  9. Cit. in O. Fatica, Senza soluzione di continuità, postfazione a H. P. Lovecraft, op. cit., p. 157.  

  10. Sulle contraddizioni in tal senso di H. P. Lovecraft, si veda H. P. Lovecraft, Cthulhu Rivoluzione. Il pensiero politico del solitario di Providence, a cura di M. Spiga, Heinserb3rg Studio, 2017.  

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