Christian Marazzi – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Mon, 22 Jun 2026 12:22:12 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Decenni smarriti. Gli anni Ottanta https://www.carmillaonline.com/2024/07/07/decenni-smarriti-gli-anni-ottanta/ Sun, 07 Jul 2024 20:00:21 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=83244 di Gioacchino Toni

AA.VV., a cura della redazione di Machina, Nel sottosopra degli anni Ottanta. Le contraddizioni di un decennio, Machina libro – DeriveApprodi, Bologna, 2024, pp. 208, € 16,00

Che nell’ambito della messa in discussione dell’esistente vi siano decenni decisamente più rilevanti di altri è fuori di dubbio. Dell’importanza degli anni Sessanta e Settanta per l’assalto al cielo che hanno prodotto è stato detto e scritto in abbondanza ed a volte anche in maniera acritica, autoreferenziale o con uno sguardo a ritroso segnato da omissioni e dimenticanze più o meno di comodo.

Se è vero che le ricostruzioni del passato [...]]]> di Gioacchino Toni

AA.VV., a cura della redazione di Machina, Nel sottosopra degli anni Ottanta. Le contraddizioni di un decennio, Machina libro – DeriveApprodi, Bologna, 2024, pp. 208, € 16,00

Che nell’ambito della messa in discussione dell’esistente vi siano decenni decisamente più rilevanti di altri è fuori di dubbio. Dell’importanza degli anni Sessanta e Settanta per l’assalto al cielo che hanno prodotto è stato detto e scritto in abbondanza ed a volte anche in maniera acritica, autoreferenziale o con uno sguardo a ritroso segnato da omissioni e dimenticanze più o meno di comodo.

Se è vero che le ricostruzioni del passato parlano innanzitutto al/del presente, allora, forse, il limite maggiore, per quanto comprensibile possa essere, deriva da un tipo di sguardo a ritroso che, insieme alla sconfitta, ha introiettato l’idea della fine della storia. Si rischia di guardare ai decenni ribelli come se con la fine di essi fosse scomparsa ogni minima forma di conflittualità. Anche da ciò deriva la tendenza a leggere i decenni successivi in maniera non dissimile da quella propinata dai vincitori: seppure vissuti da una parte come trionfo e dall’altra come sconfitta, i decenni successivi al “lungo Sessantotto” tendono ad essere narrati come periodi riappacificati e privi di contraddizioni.

La storia e il conflitto non si sono evidentemente fermati alle soglie degli anni Ottanta lasciando campo libero al dominio ed al pensiero unico capitalistico. Non si può dunque che accogliere con favore l’iniziativa intrapresa dalla rivista “Machina”, in seno a DeriveApprodi, indirizzata ad occuparsi dei «decenni smarriti» riattraversando i «quaranta ingloriosi», dagli anni Ottanta agli anni Dieci del nuovo millennio, al fine di individuare i nodi centrali nel presente tentando di cogliere le tendenze in atto. Risulta indubbiamente efficace il ricorso al termine «smarriti» a proposito di questi decenni in quanto, come argomenta la redazione di “Machina”, si tratta di decenni in buona parte «perduti, rimossi o frettolosamente finiti fuori dai nostri radar, perché rappresentano, simbolicamente e concretamente, l’“inverno del nostro scontento”, conseguente al fallito assalto al cielo».

Certo, quelli successivi ai Settanta sono decenni di controrivoluzione capitalistica, di repressione e di riassorbimento delle lotte e degli immaginari ribelli, ma non sono stati decenni privi di contraddizioni e di conflittualità, per quanto queste ultime abbiano assunto forme e modalità inedite. L’aura del Lungo Sessantotto non dovrebbe ridurre a nullità, a mera sconfitta interi decenni di storie, condotte e immaginari di esseri umani che riconciliati non sono stati. Recuperare i «decenni smarriti» significa innanzitutto infrangere lo storytelling dominante della fine della storia, delle contraddizioni e del conflitto in tutte le sue molteplici forme. È con tali premesse che, dopo aver raccolto numerosi articoli sugli anni Ottanta, la redazione di “Machina” ha dato alle stampe un primo volume dedicato a quel periodo: Nel sottosopra degli anni Ottanta. Le contraddizioni di un decennio.

Gli anni Ottanta sono certamente stati anni all’insegna del rappel à l’ordre, di ristrutturazione e di riassorbimento delle insorgenze dei decenni precedenti, anni di disimpegno reclamizzato dai tubi catodici della neotelevisone e di cinico individualismo, ma dietro all’autocelebratoria narrazione patinata dell’oblio pacificato non sono mancate contraddizioni e conflittualità, sperimentazioni e immaginari non riconciliati che, in un clima repressivo da resa dei conti, è bene ricordarlo, hanno dovuto destreggiarsi tra la preservazione della memoria delle esperienze precedenti e il reinsediamento sociale e culturale a partire da un universo produttivo, un contesto urbano e un immaginario, soprattutto giovanile, in via di rapida mutazione.

A dare il senso dello spirito politico con cui il saggio guarda al primo dei “decenni perduti” rapportandolo all’oggi e al domani, non limitandosi dunque a ricavarne una, per quanto interessante, “mappa muta”, è soprattutto il contributo di Chiara Martucci e Bruna Mura che partono dall’esperienza personale che le ha portate a confrontarsi con l’affievolirsi in Italia, nel corso degli anni Ottanta, della tradizione marxista del femminismo, per poi soffermarsi sull’ambivalenza del processo di istituzionalizzazione in quel decennio di diverse conquiste ottenute dalla precedente stagione di lotta:

se da un lato vi e stato il risultato di aver strappato la formalizzazione di diritti e servizi, dall’altro si è reso molto complesso il garantire la portata conflittuale di quelle rivendicazioni, sia a causa di fattori estranei – quali quelli giudiziari – ma anche a causa delle stesse dinamiche formali dei percorsi di istituzionalizzazione. L’elemento profondamente trasformativo dei rapporti sociali e fondativo delle stesse rivendicazioni del femminismo marxista, è venuto meno nel passaggio al riconoscimento normativo (p. 153).

Tale ragionamento sugli anni Ottanta conduce Martucci e Mura a porsi importanti interrogativi sul presente:

ci stanno scippando la profondità dei concetti e la dimensione politico-conflittuale delle pratiche che per noi sono state la potenza della lotta alla violenza di genere? L’utilizzo semplificato e banalizzato di alcuni termini – patriarcato, su tutti – rischia di riprodurre quelle dinamiche di potere e quei rapporti di forza che stiamo combattendo? (p. 163).

Diventa importante comprendere quanto certe dinamiche istituzionali, supportate da una potente grancassa spettacolare-mediatica, assorbano le rivendicazioni depotenziandole e «quanto invece possa rivelarsi potente la diffusione nel discorso pubblico di pratiche e concetti costruiti in decenni di lotte» (Ibid).

Una serie di contributi presenti sul volume sono dedicati alle espressioni artistiche degli anni Ottanta: Jadel Andreetto tratteggia il panorama musicale del periodo evidenziando le tante sperimentazioni e contaminazioni che lo hanno contraddistinto; Rudi Ghedini offre una mappatura cinematografica di un decennio in cui il cinema si trova a fare i conti i conti con l’avvento dei videoclip televisivi e le potenzialità offerte dalle nuove tecnologie nell’ambito degli effetti speciali; Manuela Gandini degli anni Ottanta tratteggia invece l’intrecciarsi di scenari mediatici ed artistici, costume, politica ed economia a cavallo tra modernità e postmodernità; Giorgio Mascitelli, guardando al dibattito letterario, artistico e filosofico che si è sviluppato all’epoca attorno al termine postmoderno, ricostruisce le avvisaglie della crisi del sistema letterario novecentesco, crisi che subirà un’accelerazione con l’arrivo di internet nel decennio successivo.

Delle forme aggregative e di militanza che si fanno strada negli anni Ottanta, soprattutto a partire dalla dimensione “emotiva”, si occupano Federico Battistutta e Massimo Ilardi: il primo si concentra sulla categoria della “fuga” per descrivere quanto avvenuto nei movimenti sociali del periodo condensabile nell’espressione di “militanza gioiosa” introdotta recentemente da Silvia Federici; il secondo guarda alla nascita delle rivolte contraddistinte da una conflittualità sfuggente alle letture politiche tradizionali in quanto scatenate da “pratiche di libertà” e “culture del consumo”. «Sono lotte che non hanno né il lavoro, né la produzione, né la conquista del potere al centro dei loro obiettivi, ma attaccano una forma e una tecnica del potere che vogliono destituire, quella più legata al controllo dei corpi e del territorio. Non cercano il nemico principale ma quello più vicino» (p. 99).

A partire Les années d’hiver, volume che raccoglie diversi scritti di Félix Guattari redatti nella prima metà degli anni Ottanta, e Les nouveaux espaces de libertés, testo steso attorno alla metà del decennio dal francese insieme a Toni Negri, Roberto Ciccarelli ragiona attorno alla questione della soggettività e dei periodi di “letargo politico”, mentre Paolo Virno, Marco Mazzeo e Adriano Bertollini dialogano tra di loro su quanto l’immaginario e l’universo valoriale degli anni Ottanta sia stato contraddistinto da opportunismo, cinismo e da un particolare intrecciarsi di paura e angoscia, valutando quanto la presenza di vie di fuga presenti in quel contesto avrebbero potuto essere sfruttate più proficuamente proiettando così il ragionamento sull’oggi.

L’ultima parte del volume vede Ubaldo Fadini ragionare attorno alla figura del soggetto e alla qualifica della “plasticità”, riemersa prepotentemente negli anni Ottanta, dunque i due scritti di Rita di Leo e Romeo Orlandi sono dedicati rispettivamente al mesto dissolversi dell’esperienza sovietica e alla trasformazione cinese avvenuti nel corso di quel decennio, infine un intervento di Christian Marazzi ragiona sul recupero al lavoro, nel corso degli anni Ottanta, di quelle soggettività che avevano rifiutato il modello fordista, con un occhio sulla contemporaneità:

Quali possono essere le direttive per una possibile ricomposizione di classe? È difficile rispondere, ma bisognerebbe puntare a un’iniziativa a livello planetario per riprenderci il tempo, lottando sulla riduzione dell’orario di lavoro a tutti i livelli. Il nostro lavoro produttivo di dati non e riconosciuto ed e all’origine di profitti sconfinati per i capitalisti. Va recuperata l’esperienza teorico-politica del movimento femminista, del lavoro all’interno della riproduzione, contro il lavoro non riconosciuto che va remunerato, salarizzato. Oggi siamo persino oltre la connotazione di genere perché il tempo di lavoro non riconosciuto, gratuito, è ormai del tutto pervasivo. La riappropriazione del tempo di vita deve diventare l’asse di una possibile ricomposizione soggettiva, nella forma di resistenza al dominio capitalista (p. 195).

Chi ha attraversato gli anni Ottanta e Novanta in maniera non riappacificata lo ha fatto nella scomodità del trovarsi a cavallo tra passato e futuro, tra necessità di preservare la memoria ed urgenza di sperimentare per impattare le trasformazioni in atto, in un contesto sospeso tra oblio e solitudine che invitava a guardare al passato, ridotto ad “anni di piombo”, come a un cumulo di macerie e al futuro come al raggiungimento di uno stato di grazia in cui l’individuo, sostenuto dalle risate e dagli applausi a comando degli schemi televisivi, si sarebbe finalmente liberato da ogni minimo legame sociale. Insomma, sono stati decenni un po’ più complessi e contraddittori rispetto a come sono stati spesso raccontati.

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Macchine collettive contro l’innovazione capitalistica https://www.carmillaonline.com/2020/02/17/macchine-collettive-contro-linnovazione-capitalistica/ Mon, 17 Feb 2020 22:00:37 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=58106 di Veronica Marchio

Frammenti sulle macchine. Per una critica dell’innovazione capitalistica, a cura di Giuseppe Molinari e Loris Narda, collana Input, ed. Derive Approdi, Roma 2020, pp. 104, 8,00 euro

Questa opera raccoglie e sistematizza gli interventi del seminario organizzato dal collettivo Hobo di Bologna “Tecniche viventi, vite macchiniche”, riportando la cornice teorica che ha stimolato la messa in discussione di alcune tendenze odierne per pensare una critica dell’innovazione capitalistica. Si tratta di una nuova uscita nella collana Input di DeriveApprodi, dedicata alla formazione politica e connotata da volumi – come questo – agili e di [...]]]> di Veronica Marchio

Frammenti sulle macchine. Per una critica dell’innovazione capitalistica, a cura di Giuseppe Molinari e Loris Narda, collana Input, ed. Derive Approdi, Roma 2020, pp. 104, 8,00 euro

Questa opera raccoglie e sistematizza gli interventi del seminario organizzato dal collettivo Hobo di Bologna “Tecniche viventi, vite macchiniche”, riportando la cornice teorica che ha stimolato la messa in discussione di alcune tendenze odierne per pensare una critica dell’innovazione capitalistica. Si tratta di una nuova uscita nella collana Input di DeriveApprodi, dedicata alla formazione politica e connotata da volumi – come questo – agili e di ampia diffusione, al contempo introduttivi del tema e con rigorosi livelli di approfondimento. I contributi sono quelli di Salvatore Cominu, Andrea Fumagalli, Franco Berardi Bifo; il libro è arricchito dalle interviste a Federico Chicchi, Christian Marazzi, Maurizio Lazzarato.roprio per il carattere fortemente articolato del testo, ricco di sfumature differenti e interrogativi aperti tutti da approfondire, sarebbe impossibile, se non addirittura inutile, pretendere di poter scrivere una recensione che tenga dentro tutto. Ecco perché, cogliendo lo stimolo al ragionamento teorico e politico che un tipo di scritto come questo si propone di offrire, proverò ad interagire con i contenuti del libro, individuando soprattutto gli elementi comuni dei vari interventi e problematizzando ulteriormente i nodi irrisolti che emergono con grande urgenza. 

Innanzitutto ciò che di fondamentale viene fuori dal libro, è che non può esistere una critica dell’innovazione capitalistica, tesa a costruire una progettualità politica antagonista, che non tenga insieme una serie di livelli di ragionamento e di realtà quando ci si interroga sul rapporto tra macchine, tecnologia, soggettività capitalistiche e potenziali soggettività-contro. 

C’è infatti un livello di dominio alto, in cui la dimensione del capitalismo finanziario – come spiega Fumagalli – si coniuga con lo sviluppo tecnologico e macchinico, producendo accumulazione di dominio e potenziamento capitalistico sempre più esteso. Questo livello alto di ragionamento permette di caratterizzare la critica con un punto di vista di parte: la macchina e l’innovazione non sono elementi neutrali, ma strumenti attualmente in mano alla civiltà capitalistica.

Questo elemento, per quanto apparentemente scontato, è in realtà fondamentale, poiché permette di affermare che le macchine, in quanto strumento di moltiplicazione delle forze, di potenziamento dell’attività dell’uomo, sono sempre esistite. L’uomo si è sempre dotato di esse. L’utilizzo capitalistico delle macchine non è naturale, ma storicamente determinato. Ciò di cui il libro si occupa quindi, sono le macchine capitalistiche, un sistema articolato che è costituito come macchina sociale complessiva. 

Prima di entrare nel merito di alcune questioni a mio avviso centrali, vorrei individuare due elementi ricorrenti nel testo, che possono fungere da premessa di questa recensione. In primo luogo emerge chiaramente il tentativo di mettere a verifica e a critica alcune concezioni e categorie del pensiero politico operaista italiano, in particolare attraverso gli studi e le ricerche che Romano Alquati e Raniero Panzieri – con differenze e anche contrasti tra di loro, giustamente evidenziati nel contributo dei curatori – hanno portato avanti sul tema. Secondariamente i vari autori provano in qualche modo a distanziarsi tanto da posizioni tecnofile, quanto da posizioni tecnofobe. Nelle prime l’innovazione tecnologica e il potenziamento delle macchine, ad esempio quelle biologiche come spiega Chicchi, sono viste come una grande risorsa per l’interazione della specie e per inventare nuove soggettività; oppure sono maggiormente legate al mondo della pratica politica, dove spesso l’apparato tecnologico appiattisce completamente la dimensione di realtà, rischiando di disincarnare le lotte e le soggettività. Le seconde prevedono che la tecnologia dominerà in modo totalitario e senza residui la vita dell’uomo, e perciò la soluzione che si prospetta è una rinuncia ad essa.

Nello stesso tempo, e in ciò sta l’elemento di grande stimolo del libro, la semplice terza strada del controuso della tecnologia e delle macchine – contro uso contro l’utilizzo capitalisticamente direzionato –, è posta certamente come punto dirimente, ma viene continuamente problematizzata. In questo senso il ragionamento che viene portato avanti è correttamente ambizioso: apre una sfida tutt’altro che semplice da affrontare. Tutto sommato ciò che alla fine si può affermare è che il contrario di innovazione capitalistica è rivoluzione. Ma ci arriveremo. 

Nel loro saggio introduttivo, che delinea il quadro teorico di riferimento e pone degli interrogativi, Molinari e Narda ci introducono alla definizione che Borio dà di macchina riprendendo Alquati: essa è un sistema complesso, articolato, espropriativo di capacità umane e finalizzato. Questo tipo di modo di considerare la macchina come un sistema e non come mero macchinario, viene in qualche modo riempito nel corso della trattazione. È un sistema articolato, nella misura in cui si caratterizza come sistema di macchine che sono tese alla produzione, all’organizzazione, alla gestione burocratica, macchine biologiche, sociali, che dispiegano un modo di funzionamento. Questo sistema articolato costituisce una macchina sociale complessiva – che Lazzarato definisce anche come macchina di guerra globale. È un sistema espropriativo di capacità umane. Ritengo che questo secondo elemento sia decisamente uno dei punti del libro che più necessitano di essere presi in considerazione, e difatti è anche un nodo su cui i vari interventi ritornano continuamente. 

Affermare ciò significa prima di tutto due cose: la questione dello sviluppo tecnologico delle macchine – la digitalizzazione, i big data, il mutamento delle forme del lavoro, come frontiera dell’innovazione capitalistica – non può essere assunta, come specifica Chicchi, al di fuori dei rapporti sociali di produzione, “della tensione di soggettività, estrazione del valore e sua accumulazione” (pag. 80). Cominu aggiunge che qualunque visione si abbia del rapporto tra innovazione, sapere sociale e natura del nuovo capitalismo, è difficile negare “che lo sviluppo del macchinario digitale sia stato decisivo, negli ultimi decenni, non solo per creare nuove merci ma anche per riformulare le modalità di comando sulla società” (pag. 30). Nonostante le nuove tecnologie siano specialistiche e automatiche, sono anche macchine relazionali e quindi sociali, che hanno assorbito capacità di dialogo, di regolazione ecc. Questo discorso non è in fondo contrastante con ciò che dice Lazzarato in chiusura del libro, e cioè che è la macchina sociale che crea le macchine tecniche. 

In secondo luogo, ricorrente è la critica alle teorie del cosiddetto capitalismo cognitivo secondo cui nel “postfordismo”, il lavoratore – a differenza del passato – sarebbe lasciato autonomo di cooperare per poi essere successivamente espropriato dal capitale, che succhierebbe in modo parassitario la ricchezza della cooperazione sociale. Potremmo quasi affermare che questa posizione – duramente criticata, soprattutto perché poi la presunta autonomia non ha portato a nessun sovvertimento della civiltà capitalistica –, ricade in una posizione tecnofila, affidando la progettualità politica totalmente in mano all’innovazione capitalistica. Mentre, come dice Bifo, è una temporalità autonoma che andrebbe contrapposta a quella accelerata del capitale.

Nel saggio introduttivo – e ciò in linea con lo stesso titolo del libro – i due curatori vanno invece direttamente al cuore del problema, ripartendo dal Frammento sulle macchine di Marx e dai concetti di capacità e attività umana di Alquati. Il capitale ha sempre avuto l’esigenza di liberarsi (ovvero sussumere la forza) del sapere e delle abilità operaie (viste come arma di ricatto), di impoverire la capacità umana nel senso di incorporarla dentro la macchina in funzione anti-operaia – si parla di macchinizzazione delle capacità umane – , di separarla, in quanto risorsa calda, dal corpo di chi la possiede, per inglobarla nella risorsa fredda macchinica. In altre parole, la costituzione di una contrapposizione tra la macchina e la capacità umana, che ha come effetto un potenziamento di essa per il capitale, e un impoverimento della sua potenziale linea di arricchimento contro il capitale. Come direbbe Alquati, la risorsa calda entra essa stessa in un processo di mercificazione. Pensiamo, come suggerisce Marazzi, al rapporto tra capacità umane e digitale: il lavoro vivo, che ha incorporato una serie di funzioni del capitale fisso, genera informazione e dati a partire dalle forme di vita, non solo quindi nel mondo del lavoro classicamente inteso, ma anche nel vasto mondo della riproduzione sociale. 

Il sistema macchina è infine, e di conseguenza, finalizzato. L’ovvio rischio a cui tutte le posizioni tecnofile si espongono è quello di considerare l’innovazione – e quindi le macchine – come dispositivi neutri e neutrali. Come spiega in modo eccellente Cominu, le macchine costituiscono una potenza ostile per l’agente umano, sono l’esito di un rapporto di forza, sono intrinsecamente una parzialità – direbbe Panzieri – e portano perciò ad una situazione di ambivalenza. Quest’ultimo concetto viene ripreso da Alquati, il quale ipotizzava, in modo esplorativo, un’ambivalenza irriducibile, per cui la capacità umana è solo tendenzialmente capitale e può rifiutarsi di funzionare come tale. In altre parole, se il capitale ha sempre bisogno della capacità umana per compiere il processo di innovazione – chiudendo o lasciando aperta l’ambivalenza –, la risorsa calda – per quanto impoverita – rimane comunque dentro al corpo caldo come potenzialità che può rompere i processi di lavorizzazione e mercificazione. L’ambivalenza allora, come suggerisce Cominu, va coltivata, come campo di battaglia. 

Prima di arrivare a conclusioni e interrogativi, vorrei toccare un’ultima questione importante che nel libro viene affrontata: il rapporto tra macchine e lavoro. In particolare mi sembra molto utile ciò che dice Cominu, quando afferma – riprendendo tutto un dibattito che non posso qui sintetizzare per motivi di spazio – che gli scenari sull’impatto della trasformazione digitale, anche in termini quantitativi di numero di lavori in diminuzione, sono irrealistici; più che parlare della fine del lavoro dovremmo parlare di lavoro senza fine, “laddove lavoro è meno distinguibile dall’insieme delle attività co-implicate nella produzione di valore” (pag. 37). Chicchi specifica ancora meglio questo rapporto, dicendo che in questo modello di relazione della tecnologia con il mondo del lavoro, la prestazione lavorativa deve essere assoluta e smisurata, e riguarda tanto il tempo produttivo, quanto quello riproduttivo. La gamma di capacità umane impoverite è dunque molto estesa. 

Per concludere, riprendo una domanda che Cominu, a conclusione del suo intervento, rivolge a mo di apertura di un dibattito in merito: “cosa significa contro-usare l’organizzazione infrastrutturata delle macchine digitali?” e “fino a che punto la persona umana è mezzificabile?” (pag. 40). Aggiungerei io: come immaginare un contro alla macchina sociale capitalistica complessiva, per riprendere il ragionamento sviluppato da Lazzarato? Penso che siano questi degli interrogativi cruciali, soprattutto per il fatto che la riduzione della capacità umana a mezzo è un processo, ed è un processo non risolto una volta per tutte: la risorsa umana è pur sempre calda – ritorna qui il concetto alquatiano di residuo irrisolto.

Alla luce della sfida che questo libro propone, mi sembra del tutto urgente ragionare sul fatto che, se l’innovazione capitalistica decantata come progresso dell’umano, in realtà impoverisce l’umano, potenziandolo ma privandolo della sua possibile ricchezza, costituendosi come forza ostile ad esso, è plausibile pensare a come rovesciare questa ostilità? Se l’innovazione e il progresso non sono, di conseguenza, figli della necessità di uno sviluppo che tende verso il bene, se essi sono sinonimo di sussunzione delle lotte e dei comportamenti dotati di politicità intrinseca – e quindi il contrario di rivoluzione –, come ripensare l’ipotesi del contro-uso delle macchine, in una direzione che immagini la costituzione di macchinette collettive, che producano ricchezza di capacità, organizzazione, contro-formazione e contro-soggettività?

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Banche, crisi, porti. La vecchia talpa scava ancora https://www.carmillaonline.com/2013/12/16/banche-crisi-porti-la-vecchia-talpa-scava/ Mon, 16 Dec 2013 22:55:40 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=11490 di Girolamo De Michele banche_crisi

Sergio Bologna,  Banche e crisi. Dal petrolio al container, Postfazione di Gian Enzo Duci, Derive Approdi, Roma 2012, pp. 198, € 17.00

Le lotte degli anni ’60-’70 sono state attraversate, in un rapporto di reciproca produzione e rilancio, da alcuni importanti testi “teorici” (chiamiamoli così, per comodità), che avevano all’epoca una finalità militante, e che sono oggi dei classici, nel senso autentico del termine: testi che non hanno ancora smesso di dirci qualcosa, veri e propri scrigni del tesoro nei quali si trova sempre qualcosa di nuovo. Testi [...]]]> di Girolamo De Michele banche_crisi

Sergio Bologna,  Banche e crisi. Dal petrolio al container, Postfazione di Gian Enzo Duci, Derive Approdi, Roma 2012, pp. 198, € 17.00

Le lotte degli anni ’60-’70 sono state attraversate, in un rapporto di reciproca produzione e rilancio, da alcuni importanti testi “teorici” (chiamiamoli così, per comodità), che avevano all’epoca una finalità militante, e che sono oggi dei classici, nel senso autentico del termine: testi che non hanno ancora smesso di dirci qualcosa, veri e propri scrigni del tesoro nei quali si trova sempre qualcosa di nuovo. Testi che ci parlano del tempo presente pur essendo stati scritti in anni talmente lontani da sembrare epoche, o ere. Operai e Stato di Mario Tronti, Crisi dello Stato-piano e Marx oltre Marx di Toni Negri, e Moneta e crisi di Sergio Bologna (gusti miei, sia chiaro, senza alcuna pretesa di completezza e di gerarchia): non certo per caso, testi che attraversano i Grundrisse di Marx, un altro classico la cui attualità continua a sorprendere1.

Tempo fa, noi carmilli eravamo sul punto di ripubblicare il lavoro di Sergio Bologna, perché ci pareva ingiusto che un testo di tale importanza fosse irreperibile2: e lo avremmo fatto, se non ci fosse giunta notizia dell’imminente riedizione da parte di DeriveApprodi. Ora questo testo è di nuovo pubblico, all’interno di un volumetto che raccoglie altri testi in apparenza distanti, ma in realtà strettamente legati a quel primo studio che vide la luce sulle pagine di “Primo Maggio”3.

Cosa lega questi testi?
In primo luogo il metodo di lavoro, che in tempi di sciattezza epistemologica dovrebbe essere usato per insegnare come si fa una ricerca, come si lavora sui testi e sulle fonti – insomma, per insegnare i fondamentali. Poi, per la capacità di tenere simultaneamente insieme ricerca empirica e lettura teorica: all’altezza dei testi di Tronti e Negri, all’altezza della critica marxiana, la descrizione empirica dei fatti viene continuamente complicata dalla chiave di lettura teorica4, la complessità delle cose sempre ricondotta alla dimensione ontologica, e questa sempre rilanciata all’interno di un ordine del discorso costituisce la soggettività di chi lo enuncia, ma anche di chi lo interpreta. Il discorso dell’economia politica non è mai neutrale, non assume mai una fittizia asetticità descrittiva, perché si costituisce e costituisce sempre come critica antagonista dello stato di cose presente.
È lo stesso Bologna, nella Prefazione (pp. 5-10), a chiarire qual è l’approccio al marxismo che caratterizza il proprio metodo:

«Non so quanto valgono oggi questi miei scritti del ’73-’74, può darsi che siano da buttare nel cestino. Quello che sicuramente è ancora valido è il metodo che avevo seguito nell’avvicinarmi a quei temi: per leggere Marx occorre avere una forte tensione politica sul presente. Per leggere Marx occorre avere una forte partecipazione politica nelle lotte del presente, Marx non è roba per contemplativi, mistici e altre categorie affini. O per imbecilli (una quota non irrilevante di “marxisti” appartiene purtroppo a questa categoria). Per leggere Marx non occorre essere marxista, anzi è meglio non esserlo, occorre avere libertà di pensiero, tanta. Non avere pregiudizi, non avere schemi di pensiero predefiniti, non avere ideologie. Lui ti insegna a capire la ratio invisibile che sta dietro alle cose, non ha la pretesa di spiegartele. Ti prende semplicemente per il braccio e ti dice: “Vieni qua. Mettiti qua e alza gli occhi, guarda da questo angolo visuale”. Ti mette semplicemente nel punto giusto di osservazione e ti dice: “Da qui io vedo questo. E tu?”. Non è prescrittivo, è maieutico» (p. 7).

Se non ché, nulla di questi scritti è da cestinare. Quanto allo scopo della ricerca di Bologna, in piena crisi del postfordismo: «Sarà finita la classe operaia come soggetto politico importante, ma non la forza lavoro da cui estrarre qualcosa che avevamo chiamato plusvalore» (p. 9). Il primo saggio narra la crisi del 1856-1858, l’ultimo si interroga sui possibili scenari lasciati aperti dalla crisi esplosa nel 2007: in entrambi i casi, la comprensione della crisi non può prescindere dalla descrizione dei meccanismi e degli istituti finanziari: «Allora c’era da tagliare l’istmo di Suez, oggi si allarga il canale di Panama, allora il compito di rastrellare capitali presso le corti e le cancellerie d’Europa era svolto da spregiudicati banchieri d’affari, oggi il compito di racimolare soldi presso piccoli risparmiatori e di spennarli con investimenti sbagliati è distribuito tra una miriade di società finanziarie protette dallo Stato» (p. 8).

Moneta e crisi mostra, in un certo senso, il cantiere che Marx aprì nel 1855, e dal quale trasse il materiale che andrà a costituire i Grundrisse prima, e Per la critica dell’economia politica poi5. Marx era costretto a scrivere articoli per la “New-York Daily Tribune”6, lavoro che paragonava al pestare delle ossa per la zuppa dei poveri – un caso da manuale di sfruttamento della forza lavoro intellettuale. Eppure da queste cronache emergono i temi fondamentali dei successivi lavori: la scoperta degli istituti di credito, il ruolo dei movimenti monetari e finanziari, la natura stessa della moneta. Come scrive Christian Marazzi nella sua recensione:

«La moneta del Marx letto da Bologna è forma del valore delle merci, espressione del lavoro all’interno dell’intero circuito del capitale, dalla compra-vendita della forza-lavoro alla realizzazione monetaria dei profitti, e che in questo periplo circolatorio assume funzioni diverse. Forma del valore, non equivalente generale-universale (che della forma-valore è una funzione tra le altre), come praticamente tutta la tradizione marxista ha sempre teorizzato […]. È questa lettura del denaro in Marx che permetterà di seguire le trasformazioni future tenendo ben fermo lo sguardo sulla produzione e la riproduzione del capitale come rapporto sociale, e non come mero rapporto tra quantità di lavoro astratto contenuto nelle merci»7.

C’è una doppia anima della “moneta”, come mezzo di pagamento o equivalente generale, ma al tempo stesso come «materializzazione della ricchezza astratta, nella sua sostanza materiale di metallo nobile» (p. 57) che permette a Marx di cominciare i Grundrisse direttamente dalla moneta, senza attraversare l’esposizione della merce per scoprire la compresenza di valore di scambio e valore d’uso. E per giungere a comprendere che la circolazione monetaria è circolazione e distribuzione delle funzioni del comando capitalistico: l’uso capitalistico della crisi che il capitale stesso non è in grado di scongiurare, ma che può mettere a profitto8.
Con queste pagine Sergio Bologna aprì un cantiere di ricerca su moneta e finanza9 che non si è ancora esaurito, e che ha gettato le basi, attraverso due generazioni di studiosi e ricercatori militanti, per la comprensione della finanziarizzazione del capitalismo del tardo Novecento e della crisi dell’economia globale. E questo basterebbe, da solo, per giustificare l’importanza di queste pagine del ’74 e l’acquisto del libro.

qp52Ma accanto a questo saggio, ce ne sono altri due.
Il secondo, Petrolio e mercato mondiale, è coevo all’indagine sul Marx “americano”. È una sorta di banco di prova del metodo di Bologna: applicando le proprie chiavi di lettura, infatti, Bologna fornisce una cronaca degli eventi del ’73-’74, ovvero della crisi energetica e dello shock petrolifero che la vulgata corrente vuole essere stati causati dalla guerra del Kippur e dagli avidi petrolieri arabi. Per rendere l’idea di quanto radicale sia il rovesciamento di prospettiva, una volta che si prenda come punto di partenza quella particolarissima merce che è il petrolio (e il suo fratello gemello, il gas naturale), col suo correlato valore di scambio (che all’epoca si sostanziava nei petroldollari), basterà pensare a una tarda filiazione di queste pagine: il rapporto La fine del ”pensiero unico”. Dalla crisi del neoliberismo ai nuovi scenari geopolitici che Sbancor mise in circolazione nell’estate 2001 (cioè un mese prima dell’attacco alle Torri Gemelle), e nel quale avvertiva come, seguendo la pista delle fonti energetiche, delle pipe line, del petrolio e del gas – ma usando come GPS la lettura della crisi finanziaria globale – fosse sul punto di scoppiare «in un punto imprecisato delle frontiere della cosiddetta area “turanica” (Iran, Afghanistan, Tagikistan, Khirghisistan, Azerbaijan, Uzsbekistan, Pakistan)» una guerra. La guerra: l’invasione dell’Afghanistan, in nome di una Enduring Freedom.
Bologna fa nel ’74 la stessa cosa: legge la guerra arabo-israeliana (della quale cita solo, e non a caso, le reciproche distruzioni di depositi petroliferi) nel quadro di un uso capitalistico della crisi energetica. Cioè dell’«attacco frontale contro la forza-lavoro in quanto produttrice di valore»: «diminuzione massiccia del fattore lavoro nei settori strategici» e “svalorizzazione del lavoro come potenza economica, come salario reale». Leggete con attenzione questo passaggio, nel quale la portata della crisi che si abbatterà su tutto l’occidente industrializzato è già compresa: «La “crisi energetica” in questo senso è stato uno strumento che ha consentito operazioni selettive, quella di aggravare l’attacco alle avanguardie di massa dell’automobile e quella di “agganciare” il processo di formazione di un proletariato arabo allo stadio storico della petrolchimica, minandone sul nascere i ritmi di crescita» (p. 103).

Crisi energetica, guerre, ristrutturazione feroce, attacco violento alla classe operaia e al proletariato occidentale, blocco del processo di proletarizzazione dei paesi arabi (chi ricorda oggi i/le fedayn palestinesi con i jeans e le gonne a fiori che disegnavano falci e martelli sui muri con gli spray?), fine del dollaro come moneta mondiale – ma anche: progressiva integrazione del blocco sovietico nel sistema del capitalismo occidentale: le premesse per il successivo trentennio ci sono tutte. Non può stupire che Bologna vada a parare sul dibattito su un’eventuale “moneta mondiale”, ovvero “unica”: «espressione di rapporti di scambio generali, riproponendo perciò stesso la forma denaro come allusione a rapporti di lavoro necessario e capitale, a rapporti di sfruttamento reali» (p. 104). Il dibattito sull’euro e sulla moneta del comune come alternativa dal basso, all’interno di «un sistema monetario che sappia garantire una ridistribuzione del reddito sulla base di diritti assoluti di cittadinanza»10.

Se, a dispetto di quattro decenni di distanza, questi due saggi parlano all’oggi – ma «in favore, come diceva il Nietzsche delle Inattuali, di un tempo futuro» – non dovrebbe costituire un problema il nesso con il denso scritto su navi e porti che, diviso in due parti, occupa la seconda metà del volume. Perché il sistema mondiale del trasporto marittimo – indagato dapprima nella sua dimensione strutturale, e poi con uno sguardo assai poco conciliante nella sua periferica determinazione italiana – col suo gigantismo di navi da 10-14-18.000 TEU11, i porti dai fondali sbancati, le banche e i fondi d’investimento specializzati nel business dello shipping, con emblematiche analogie col settore dei derivati12:

«HSH Nordbank ha nel suo settore di business un po’ il valore simbolico che Lehman Brothers aveva nel settore dei derivati. Ci troviamo di fronte al ripetersi di un copione già conosciuto ma la grande differenza tra il 2008 ed oggi è che allora la paralisi aveva colpito il circuito immateriale e virtuale del denaro, oggi colpisce il circuito fisico delle merci […] Ma per capire le dinamiche interne di questa crisi è necessario capire il rapporto tra la nave come prodotto industriale e la nave come prodotto finanziario sullo sfondo del cosiddetto “gigantismo navale”, cioè della tendenza inarrestabile a costruire unità sempre più grandi» (p. 133-134).

In sintesi: il trasporto navale è stato finanziarizzato, il valore delle navi dipende da indici finanziari astratti, e non dal valore e dalla quantità delle merci trasportate: conta più il valore d’acquisto (dunque più è grande, più vale, indipendentemente dal bisogno che il mercato ha o non ha di navi da18.000 TEU) e dalle caratteristiche tecnologiche (dunque più è nuova e più vale, indipendentemente dal bisogno di sostituire vecchie navi ancora in grado di funzionare): «i cantieri le sfornano a prezzi sempre più convenienti, le compagnie le ritirano e ne iscrivono in bilancio il valore con la speranza che l’anno successivo potranno aggiornarlo cresciuto di un tot oppure con la certezza che avranno svalutato le navi tecnologicamente meno sofisticate dei competitor» (p. 139).13.

renaA questo gigantismo che spinge le grandi società mondiali dello shipping verso un crack finanziario prossimo venturo si accompagna un gigantismo nella progettazione portuale che comporta grandi opere di cui non si comprende il valore – come lo sbancamento dei fondali che dovrà consentire al porto di Genova di accogliere navi da 22.000 TEU che ancora non esistono, o opere la cui realizzazione finanziaria finisce sempre col pesare sul settore pubblico, quindi sui contribuenti, mentre gli eventuali utili sono sempre sui privati che di fatto non corrono rischi imprenditoriali. Qui Bologna infila il dito bagnato nella tintura di iodio giù giù nella ferita aperta dell’inettitudine del capitalismo italiano (quello che Federico Caffè chiamava “capitalismo pigro”, per la storica incapacità imprenditoriale, la mancata attitudine al rischio d’impresa, e gli intrecci strutturali con la politica). Piani di sviluppo dei porti che non tengono in minima considerazione l’hinterland e il retroterra, come se le merci sbarcate non dovessero poi essere caricate su treno e trasportate; politiche pubbliche che privilegiano il trasporto ad alta velocità dei passeggeri invece che quello delle merci, peraltro contraddette da politiche di austerity che creano cittadini che non viaggiano ad alta velocità (come è già successo in Spagna); nessuna reale capacità strategica di strutturare il porto di Trieste come il punto di partenza di un corridoio Baltico-Adriatico14. Anche per i porti italiani vale la logica delle Grandi Opere, dalla TAV all’Expo 2015 di Milano, fino al FICO di Bologna: progetti faraonici a costo del pubblico, cioè dei contribuenti, nessun reale progettazione strategica:

«Il porto di Genova ha bisogno di riorganizzare gli spazi, deve spostare il terminal traghetti, avrebbe bisogno di parecchi interventi sul piano ferroviario senza aspettare il Terzo Valico, ha il problema delle rinfuse – invece di cercare di risolvere questi problemi con interventi puntuali e soprattutto di rapida esecuzione, si prospetta un cantiere senza fine, il cui risultato si potrà vedere tra sei/sette anni (in realtà sappiamo che ce ne vogliono spesso il doppio) che assorbe ingenti risorse pubbliche ed addirittura esaspera la cultura del gigantismo navale invece di mitigarla. Sempre con l’ossessione del container. Il Piano Regolatore di Genova promette 600 posti di lavoro alla fine di queste opere, ma quanti posti di lavoro si saranno perduti nel frattempo non lo dice. E inoltre, che posti di lavoro saranno quelli del 2020, ancora più precari e meno pagati di oggi? La credibilità di un piano di sviluppo del porto che si vedrà realizzato un domani lontano dipende dalla capacità di governare le contraddizioni di oggi. Oggi non domani» (p. 182).

Verrebbe voglia di ricordare che sono questi i veri sprechi da tagliare, e non quelli evocati dalla bolsa retorica dei “tagli alla politica”.
Ma sono poi davvero sprechi? Non si tratta, piuttosto, di meccanismi di estrazione e captazione della ricchezza “pubblica” (posto che questo termine abbia ancora senso) da parte del capitale finanziario attraverso partite di giro contabili che mentre sfruttano in modo selvaggio la forza-lavoro internazionale, impoveriscono sempre più la società sulla quale nulla di quanto estorto farà ritorno in termini di servizi, utilità sociale, qualità della vita?
Sono questioni sulle quali la ricerca di Sergio Bologna ci aiuta nel lavoro della critica, ma anche nella pratica delle lotte: una volta di più, ben scavato, vecchia talpa!


  1. Vedi ad esempio la silloge americana Karl Marx’s Grundrisse. Foundations of the critique of political economy 150 years later, ed. by Marcello Musto, Routledge, London/New York 2008. 

  2. Come molti dei “materiali marxisti” e degli “opuscoli marxisti” mai più ristampati, mandati al macero o esclusi dal catalogo Feltrinelli: un altro 7 aprile di cui prima o poi bisognerà parlare. 

  3. Il primo saggio del volume (pp. 17-92), Moneta e crisi. Marx corrispondente della “New York Daily Tribune” 1856-1857, fu pubblicato nel volume curato da S. Bologna, P. Carpignano, A. Negri Crisi e organizzazione operaia, Feltrinelli, Milano 1974, pp. 9-72; la prima parte (corrispondente alle pp. 17-49 Di Banche e crisi) fu anticipata nel n. 1, 1973 di “Primo Maggio”, pp. 1-15 (la rivista “Primo Maggio” è stata ristampata in DVD da DeriveApprodi nel 2010: La rivista “Primo Maggio” (1973-1989), a cura di Cesare Bermani; il secondo saggio (pp. 93-127), Petrolio e mercato mondiale. Cronistoria di una crisi, fu pubblicato sui “Quaderni Piacentini”, n. 52, 1974; i due successivi testi, che di fatto costituiscono un saggio unitario, Il crack che viene dal mare (pp. 131-147) e La funzione dei porti. Integratori di sistema, non mero servizio alle navi, (pp. 149-184) sono apparsi sui numeri 21 (dicembre 2012) e 23 (marzo 2013) della rivista on line promossa dalla Fondazione Luigi Micheletti Altronovecento

  4. Che tempi sono, quelli in cui tocca ricordare che la ricerca teorica non è un mero additivo da aggiungere nel motore della prassi per azzardare semplificazioni? Tempi di sciattezza epistemologica, appunto: nei quali la teoria diventa un feticcio apotropaico, un Nam myōhō renge kyō per pugilatori di professione – ma che te lo dico a fare? 

  5. Se i Grundrisse debbano essere considerati la prima stesura del Capitale o un testo diverso e talvolta divergente; se tra i due testi maggiori di Marx ci sia più continuità o discontinuità, sono questioni che in questa recensione non possono certo essere affrontate, se non per chiarire che per chi scrive la risposta è nel secondo corno dei dilemmi che costituiscono la storia non certo solo ermeneutica di Marx in Italia. 

  6. Gli articoli di Marx analizzati da Bologna possono essere reperiti on line sul sito www.marxist.org, qui 

  7. Christian Marazzi, La moneta corrente del liberismo, “il manifesto”, 11 ottobre 2013. 

  8. È sintomatico che Negri abbia colto negli stessi mesi, tra il ’77 e il ’78, questa peculiarità della circolazione che si fa produzione di soggettività, tanto nei Grundrisse (Marx oltre Marx. Quaderno di lavoro sui Grundrisse, Feltrinelli, Milano 1979) quanto nel dispositivi di potere foucaultiani (Sul metodo della critica della politica in “aut aut” n. 166-167, 1978, pp. 197-212, poi in Macchina tempo. Rompicapi Liberazione Costituzione, Feltrinelli, Milano 1982, pp. 39-54. 

  9. I cui primi esiti furono il secondo dei “Quaderni di Primo Maggio”, che raccoglieva e rilanciava il lavoro d’inchiesta svolto sulla rivista. 

  10. Christian Marazzi, Effetto comune per la ricchezza, “il manifesto”, 7 novembre 2013. Sarà appena il caso di ricordare che Marazzi, già presente in “Primo Maggio”, appartiene alla prima generazione degli “allievi” di Bologna. 

  11. TEU=Twenty (feet) Equivalent Unit, equivalenti a un container da 20×12×8 piedi. 

  12. «I fondi per lo shipping sono, si può dire, una specialità tedesca e la piazza più importante è Amburgo. Rappresentano però la periferia del complesso sistema della finanza dello shipping, fanno appello alla moltitudine dei risparmiatori, grazie anche a una normativa fiscale particolarmente favorevole in Germania. Spesso i risparmiatori non sono bene informati, il settore non è regolamentato, il periodo di tempo per il quale il capitale del risparmiatore resta impegnato dura in genere 15 anni e in questo lasso di tempo i capitali non possono esser ritirati e liquidati né la partecipazione può essere negoziata, come fosse dei bond di Stato. Molti, ingenui o inesperti, rimangono in trappola. Se questa è la caotica periferia, il centro del sistema è formato da un ristretto gruppo di grandi banche specializzate in questo genere di business, la Royal Bank of Scotland, la LLoyd Bank, la Commerzbank, la HSH Nordbank. Quest’ultima, una banca pubblica posseduta a metà tra la città-stato di Amburgo e il Land dello Schleswig Holstein, è la più esposta di tutte, aveva avuto già grossi problemi nel 2008 ed era stata la prima banca tedesca a ricorrere all’aiuto dello Stato» (p. 132). 

  13. Lo stesso processo – la nave come risorsa finanziaria – vale per le grandi navi da crociera, col correlato di sfruttamento, lavoro nero, e soprattutto di non-detti che le accompagna, come il naufragio del Concordia ha fatto intravedere. 

  14. Per non parlare, aggiungo io, dell’assenza di qualsivoglia visione strategica del porto di Taranto nel contesto della crisi dell’ILVA, di cui mi sono occupato qui

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