Cesare Battisti – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sun, 03 May 2026 15:16:22 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Tre racconti di Natale https://www.carmillaonline.com/2025/12/24/tre-racconti-di-natale/ Wed, 24 Dec 2025 22:55:56 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92004 Racconto di Cesare Battisti

Io sono un detenuto e scrivo piegato sul tavolino della mia cella. Ho composto frasi, affinato pensieri come se stessi parlando a un lettore che potesse leggere con i miei occhi e potesse sentire con il mio stesso cuore. Come se anche lei o lui, dall’altra parte delle sbarre, fossero piegati sul mio stesso tavolino di formica con i bordi bruciacchiati dalle sigarette altrui. E ogni giorno, prima di raddrizzare la schiena, mi sono chiesto se la scrittura Dentro potesse realmente passare attraverso le sbarre, raggiungere il mondo libero senza perdere parte dell’atmosfera dove il recluso [...]]]> Dentro

Racconto di Cesare Battisti

Io sono un detenuto e scrivo piegato sul tavolino della mia cella. Ho composto frasi, affinato pensieri come se stessi parlando a un lettore che potesse leggere con i miei occhi e potesse sentire con il mio stesso cuore. Come se anche lei o lui, dall’altra parte delle sbarre, fossero piegati sul mio stesso tavolino di formica con i bordi bruciacchiati dalle sigarette altrui. E ogni giorno, prima di raddrizzare la schiena, mi sono chiesto se la scrittura Dentro potesse realmente passare attraverso le sbarre, raggiungere il mondo libero senza perdere parte dell’atmosfera dove il recluso ha proiettato ogni fattore pauroso, imprevedibile. Se varcata l’agognata soglia del carcere, le sue parole scritte trattenessero il soffio che trasforma il castigo in speranza, l’aria ferma della cella in luce, in vento che plana sul mondo dal quale egli è separato. Ho cercato la risposta dappertutto tranne in un posto, l’unico dove avrei potuto trovarla: in prigione.

Nel 2021, quando Artisti Dentro mi propose di fare l’editor per il Premio Letterario, non potevo sapere che sarebbero stati i miei compagni di pena, i loro scritti, a darmi la risposta che cercavo. È stato leggendo i testi e poi interagendo cogli autori detenuti, come me, che ho imparato a respirare Dentro, da questo lato delle sbarre, a ritrovare l’antico ritmo per sapersi abbandonare alla scrittura vera. Senza chiedere a nessuno di capire la ragione che ci ha obbligato a frugarci Dentro, ma limitarsi a dire qualcosa che non possiamo più tenerci Dentro. Sono state le grida dei miei compagni di prigionia a ricordarmi che non si scrive percorrendo vie consolatorie, o adeguarsi e raccontare quello che ci vorremmo sentir dire. Chi scrive e sa di farlo sovverte le regole, non pretende di essere capito, giustificato. È uno scrittore che affida la sua anima al vento, al soffio primordiale che nessuno potrà mai imbrigliare.

Chi scrive dà sé stesso, pur non avendo niente da insegnare; è un prigioniero che vive solo per evadere.
Non importa la lingua, la dimensione o lo spessore, scriviamo tutti per ottenere lo stesso premio: stringere forte al cuore la nostra paginetta e sentire lo spirito che va lontano oltre le sbarre, ben oltre la parola fine.

 

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Lo specchio di Andrea

Racconto d Cesare Battisti

Certe volte, quando di notte non scalcio i muri e mi sveglio apposta per pensare, con il ronfo del mostro che ini accompagna piano piano, mi faccio passare per la testa cose astruse. Pensieri di rassegnazione, dei quali dovrei vergognarmi, già che un prigioniero che si rispetti dovrebbe odiare le catene per dovere, invece di inventarsi iperboli da scrittore, nel volersi convincere che il male basta accettarlo per ricavarne il bene. Come se il carcere, invece di essere castigo, ci potesse liberare dal peso del superfluo, dal sovraccarico dei preconcetti, dalle idee prefabbricate e dai pregiudizi. Ma, talvolta, nel notturno vacillare della mente, lo stare dentro diventa quasi una liberazione dall’insicurezza generale: qui siamo al sicuro! E anche dalla paura della rinuncia e del successo. In carcere l’anima è così stanca da non essere più in grado di nuocere. Siamo a posto.

Non sempre, siamo troppi e ci stiamo stretti, la tensione sale e gli incidenti sono inevitabili. Può succedere di tutto perfino a causa di un innocuo specchietto. È stato requisito ad Andrea, lui è andaio a reclamarlo ed è scoppiata la bagarre. Per evitare le botte e poi l’isolamento, Andrea si è tagliato con la Gillette. Il lavorante ha dato poi una ripulita al corridoio e sulle scale, ma l’odore del sangue impregnava l’aria. E tutto per il sequestro di uno specchietto durante una perquisizione di routine. Forse un eccesso di zelo, o per noia, un capoposto se l’è portato vía. Un innocuo pezzo di plastica, una bagatelle, ma che per il povero Andrea rappresentava un problema serio.
In ogni cella abbiamo un piccolo rettangolo di specchio incollato al muro. Serve a deformarci la faccia quel tanto da non vederci le tracce di galera e anche a farsi la barba prima del colloquio. È fissato a un’altezza media di persona adulta, solo che Andrea non supera il metro e mezzo e se sale sullo sgabello sarebbe troppo alto. Data la statura, gli era stato accordato l’acquisto di uno specchietto mobile, fatto di materiale inoffensivo che lui custodiva con amore,

Se fosse successo un giorno qualsiasi, chissà, Andrea avrebbe reagito con più tatto, magari chiedendo di parlare all’ispettore. Ma era giorno di colloquio, di barba fatta a contropelo, con spruzzate di profumo e tute ginniche firmate. E con la barba ancora da rasare! Troppo per il povero Andrea.
La sua famiglia avrà versato qualche lacrima, prima di capire e tornare a casa con la borsa piena. Non è la prima volta che succede, quando non è il loro Andrea è un altro carcerato a gettare lo scompiglio nella sala colloqui. Di famiglie piangere ne hanno viste tante, hanno imparato a sopportare e si ritrovano così a scontare la stessa pena dei loro cari che stanno dietro le sbarre. A chi non è mai stato chiuso in una cella, cose simili sembreranno una bestialità, una follia criminale; un altro argomento per benpensanti a piede libero che storcono la bocca e dicono che cosa aspetta lo Stato a buttar via le chiavi. E si capisce, c’è chi sbraita alla TV di “hotel a cinque stelle dietro le sbarre”. Brave persone, ignorano che il colloquio con i familiari in carcere è ossigeno, il solo momento di affettività monitorata, la cerimonia per la quale il detenuto si prepara come farebbe lo sposo atteso in chiesa. Qui, ogni mercoledì mattina di buonora.

Al detenuto è solo dato parlare di malanni, socializzarli amplificandone il contenuto e l’influenza; socializzare futuro, speranza, fare critica costruttiva è ritenuta attività sospetta. Qui è tutto così pigiato, perfino i pensieri e gli umori sono difficili da districare. Si passa dall’euforia all’abbattimento da un minuto all’altro e così diventa difficile gestire il rapporto con l’altro. Traggo da un trattato di antropologia: “Dove le società sono fortemente concentrate, sono in uno stato cronico d’effervescenza e di super attività. Perché gli individui sono più strettamente ravvicinati gli uni agli altri, le azioni e le reazioni sociali sono più numerose, più continue; le idee si scambiano, i sentimenti si rinforzano e si riaccendono mutualmente, il gruppo, sempre in azione, sempre presenti agli occhi di tutti, rafforza li sentimento di sé stesso e ha anche un maggiore spazio nello coscienza degli individui.”

Dopo avere letto queste righe, mi sono rannicchiato sulla branda in posizione fetale, resistendo alla voce della coscienza che, da anni contenuta tra quattro mura, rischia di esplodere in un urlo che mi lacera la gola.
E ora mi chiedo perché sto qui a raccontare queste cose tristi, quando potrei citare episodi meno (illeggibile), talvolta anche spassosi. Ma non mi viene, mi sembra di tradire un ordine di idee. Mi sembra di tradire Andrea che, l’hanno detto alla TV, si è impiccato ieri.

 

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Tre bengala

Racconto di Nico Maccentelli

I bagliori coloravano il cielo nero di striature celesti. Ma non erano stelle cadenti e neppure fuochi d’artificio. Erano i bengala della contraerea che cercava di individuare quanti più droni possibile. Gaetano abbassò gli occhi e battè i piedi nell’inutile speranza che il movimento producesse un po’ di calore. Il freddo metallo della canna del suo fucile M4 sul mento gli faceva ricordare l’insolita posizione a cui era costretto per cercare di essere invisibile a quegli occhi che roteavano, piccole telecamere che come marionette impazzite erano alla ricerca di corpi, mentre i loro sensori seguivano anche le più piccole tracce di calore.

Cinque anni di guerra. E da quando lui aveva messo gli scarponi sulla steppa di Zaporizhia erano passati due anni. Anni d’inferno. Si ricordava ancora la partenza da Trieste, la tradotta che passando sotto l’Ungheria portava dritto in Ucraina.Trieste… era ancora piena di vita con i suoi caffè, così l’aveva lasciata prima che tre missili Oreshnik la radessero al suolo, in risposta alla distruzione di Rostov. Era partito proprio quando le atomiche tattiche avevano iniziato a usarle verso quelle città europee che facevano da snodi logistici per il fronte. Una risposta a chi aveva iniziato a usarle per primo dopo lo sfondamento a Odessa e la rotta dell’esercito NATO nella zona sud con il ricongiungimento russo con la Transnistria.

Gaetano non riusciva neppure a pensare a un suo possibile ritorno e del resto non poteva immaginare cosa fosse successo in Italia. La posta non arrivava e poi erano due settimane che stava in quella buca fetida, da solo, senza sapere dove fosse il resto del battaglione dopo aver subito l’assalto di Spetsnaz, incursori russi aviotrasportati. I parà erano sbucati all’improvviso nelle retrovie, dove Gaetano con il suo reparto era acquartierato in attesa di tornare al fronte. Nessuno aveva avuto il tempo di organizzarsi per rispondere. Si resta soli facilmente, come si muore soli. Gli venne in mente una vecchia canzone di De Andrè: “… partimmo insieme per la stessa guerra…”.

Ora la questione era se usare i bengala che aveva nella giberna, che servivano per farsi individuare e recuperare, ma che avrebbero certamente segnalato la sua presenza anche al nemico. Tre bengala, tre tentativi. Era più che un rischio. Non sapeva nemmeno che fine avessero fatto gli altri, in una retrovia che era diventata un casino: non sai dove sono i tuoi e dove i russi. I primi giorni aveva pensato di starsene zitto e buono. Ma poi la fame ormai lo attanagliava. Che Natale di merda.

Lo faccio? Non lo faccio? E se esco? Quello che lo inquietava era il silenzio. Niente spari, niente rumori di cingolati. Solo l’abbaiare di un cane in lontananza. E una guerra non sua, dopo la rivolta scatenata contro i banderisti da un esercito tornato nelle città che aveva travolto gli ufficiali rimasti fedeli a quella merda di Zelensky. Cinque anni fa fu la ragione dell’intervento di quelli che erano stati definiti “i volonterosi”. L’estensione del conflitto fu rapido e la propaganda che diceva che i russi sarebbero arrivati a Varsavia e poi a Berlino, aveva spinto le opinioni pubbliche occidentali ad accettare quell’escalation. Difendere la patria europea dal perfido slavo, dall’asiatico feroce… Anche lui ci aveva creduto, ma nella versione “russi imperialisti”. E poi nel suo centro sociale municipalista se ne parlava da tempo, si sostenevano gli anarchici resistenti, tollerati a mala pena dai battaglioni con le effigi del sole nero e dei denti di lupo. Ogni tanto qualcuno spariva, ma era un dettaglio. Viva Machno! Viva stafava…

Tuttavia non aveva voluto arruolarsi. Prima partirono i volontari. E tra questi c’erano anche dei compagni. Poi nel giro di pochi mesi il mattatoio esigeva la leva obbligatoria. Fu in quel momento che pensò che la tradizione libertaria andava in altra direzione: la disobbedienza, quella vera, le cartoline strappate ai tempi del Vietnam nel movimento pacifista statunitense. Cercò di sottrarsi e per qualche mese ci riuscì grazie alla casa nella bassa lombarda di Eleonora, la sua compagna.
Ma il periodo più terribile fu la coscrizione. In quel momento capì cosa provassero i ragazzi ucraini e poi quelli meno giovani, pestati di brutto e caricati sui pulmini degli arruolatori cinque anni prima. Capiva le diserzioni di anni fa, gli scappati e la guerra civile.
Fu mentre camminava per strada pensieroso che non s’avvide della macchina dei carabinieri. Lo caricarono di forza e si ritrovò in quella caserma a Trieste dove non ebbe neppure il tempo di sentire qualcuno. Via sul treno. Una bellissima città, quella della sua adolescenza, era diventata una prigione e un imbuto verso chissà dove. Al fronte poteva solo sopravvivere eseguendo gli ordini impartiti. E ora era lì, con dei crampi allo stomaco che lo facevano uscire fuori di testa.

Ma non poteva dimenticare che i primi mesi era stato messo nelle retrovie, nel fuoco di fila di un plotone di esecuzione di ribelli e renitenti alla leva. Gli era stato detto che questi ucraini si erano venduti ai russi e che ora i tribunali di Stato avevano comminato loro la massima punizione. Non sapeva più a quante esecuzioni aveva avesse partecipato. Capì col tempo che questi dannati erano gli ultimi rivoltosi sfuggiti alle repressioni di massa dei corpi speciali della NATO, intervenuti per reprimere i battaglioni ribelli dell’esercito ucraino fuggito dalla prima linea. Ma fu quando iniziò a vedere i condannati bendati morire col pugno alzato che capì che molte cose non andavano per il verso giusto e che le truppe NATO erano di fatto percepite come un esercito occupante in una guerra che non era più degli ucraini se in realtà mai lo fosse stata. Poi fu la volta dei primi stranieri: francesi, tedeschi e anche italiani. Una volta gli parve di riconoscere tra condannati al muro un compagno del Centro Sociale Autogestito Magazzino 47 di Brescia. Ma preferì non accertarsene guardando meglio: voleva rifiutare quella realtà che viveva come distopica. Nel grande mattatoio a essere scannati erano i più coscienti, mandati in prima linea perché dovevano andarsene per primi.

Ragionò sul fatto che l’incursione dei soli Spetsnaz non poteva essere sufficiente a creare una testa di ponte. E forse i suoi erano più vicini di quanto potesse pensare. Doveva provarci. Tirò fuori dalla giberna il primo bengala. Lo posizionò e lo fece partire. Il bengala disegnò un arco di luce nel cielo che consentì a Gaetano di guardare oltre i soliti venti metri. Il paesaggio si illuminò rivelando solo una distesa piatta fino a un filare di alberi a qualche centinaio di metri. Quella distesa gli fece venire in mente la pianura del lodigiano e la radura dove partecipò impasticcato a un rave da paura. L’immagine insieme alla musica ossessiva gli balzò davanti. Tanti corpi, non distesi dei soldati morti, ma di ragazzi che ballavano con movenze a scatti. Fu in quel rave che conobbe Eleonora. Il vento gelido della steppa lo riportò alla realtà. Ci sarà qualcuno dei suoi che avrà visto questo segnale?

Tirò fuori dalla giberna il secondo bengala. Lo direzionò verso sud e lo sparò. La luce fece apparire dei caseggiati. Erano edifici sinistri, di qualcuno era rimasto solo lo scheletro dei muri. Ma il suo sguardo si perse nei pensieri e fece subito un paragone con i palazzi mitteleuropei di una Trieste che lo aveva visto gironzolare con suo padre alla ricerca di un locale per mangiare. Apparvero camerieri vestiti in bianco con i vassoi pieni di pietanze. E vide anche l’orchestra che li aveva allietati durante la cena che mai avrebbe dimenticato. Erano gli ultimi tempi in cui usciva con suo padre, accompagnandolo nel lavoro di rappresentante di tessuti. Poi avrebbe mollato la famiglia per seguire le tracce della ganja e compagnie di scoppiati.

Il terzo e ultimo bengala lo tirò verso est. Una nube si illuminò per un istante disegnando un viso aggraziato. Eleonora. Era come se gli fosse apparsa davanti, con i suoi capelli biondi, eterea. Gli tendeva un braccio come per prenderlo. Eleonora. Non voleva che se ne andasse anche se era un sogno, lo sapeva, un disegno irreale della sua fantasia. Istintivamente allungò un braccio anche lui verso di lei. Rimasero sospesi così per qualche istante. Poi un bagliore lo invase insieme a un calore liquido e un fragore assordante nelle orecchie. Poi più nulla.

(Omaggio a Hans Christian Andersen)

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Giorni di galera https://www.carmillaonline.com/2025/11/13/giorni-di-galera/ Thu, 13 Nov 2025 22:55:27 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91435 di Cesare Battisti

Non capita tutti i giorni, scendere per l’ora d’aria e trovare nel cortile una faccia nuova con cui parlare. Senza correre il rischio di sorbirsi la solita arringa d’innocenza, condita di insulti all’avvocato per quel processo andato male. Il truffaldino ha il passo ondulante, ha conosciuto i miei stessi cortili di galera, sa che in fondo c’è sempre un muro e non ha nessuna fretta di arrivare. Lui è della “vecchia”, come si suol dire da queste parti, di quelli che non sprecano parole, nemmeno quando la battuta appena fatta sembra sganciata da un pensiero vero.

Abbiamo in comune [...]]]> di Cesare Battisti

Non capita tutti i giorni, scendere per l’ora d’aria e trovare nel cortile una faccia nuova con cui parlare. Senza correre il rischio di sorbirsi la solita arringa d’innocenza, condita di insulti all’avvocato per quel processo andato male. Il truffaldino ha il passo ondulante, ha conosciuto i miei stessi cortili di galera, sa che in fondo c’è sempre un muro e non ha nessuna fretta di arrivare. Lui è della “vecchia”, come si suol dire da queste parti, di quelli che non sprecano parole, nemmeno quando la battuta appena fatta sembra sganciata da un pensiero vero.

Abbiamo in comune poco o niente, tranne le rughe e un inatteso ritorno in carcere dopo quasi mezzo secolo. Quelli come me, lui li ha conosciuti nei Settanta, quando ancora politici e comuni respiravano insieme l’aria dello stesso cortile. Deve aver poi seguito la mia storia sui giornali e adesso non gli sembra vero di aver trovato proprio qui un veterano per ricordare i tempi in cui il carcere era una “cosa seria e dentro ci finivano solo i criminali”. È un truffaldino, ha l’occhio lungo e il sorriso vago di certi pescatori, che hanno appena gettato l’amo dove sanno di pescare.
Fa un vago gesto con la mano:
«Mancano i medici e c’è pure carestia di preti, malati e anime perse adesso li fanno carcerati. E sì, noi sì che si era un’altra cosa.»

Il carcere che ricorda lui era fatto di violenza, di regole omertose e di fetore. Si sopravviveva ai soprusi e alla sofferenza grazie all’unione, era la solidarietà di tutti coloro che quella violenza la vivevano sulla propria pelle. Adesso qui, sembra che chi affonda nella disperazione e nell’abbandono non trovi nessuno a tendergli la mano. Perché non ci si unisce più in nome di un diritto dovuto e spesso non concesso, ma si insegue in solitario il beneficio personale. Quasi sempre a discapito dell’altro che ti sta accanto e soffre come te. Gli sguardi vuoti, i degenti ai quali si riferisce il Truffaldino appartengono a chi si sente sfinito davanti all’abuso di potere, spogliato perfino dall’iniquità di una pena. Che pur accetta, a momenti alterni, ma che non può sopportare perché non la capisce. Un delinquente, se lo fosse realmente, dovrebbe almeno saper dire come e dove è iniziata la sua rovina. Ma per farlo deve avere una coscienza, deve poter dire chi è, da dove viene, magari anche sapere dove sta andando, senza pestare i piedi a nessuno soprattutto i propri.

Il truffaldino ha ragione. Io stesso, appena arrivato qui, mi guardavo attorno e vedevo solo facce nemmeno più capaci di esprimere dolore. E nel panico, mi chiedevo se avevo perso anch’io l’orientamento. Come loro, come tutti, “come succede anche là fuori”. Così dice il Truffaldino e io non posso rispondere, perché dal Brasile sono andato dritto in carcere, senza passare dall’Italia, o meglio sì, quella penitenziaria. Una volta si concedeva alla popolazione detenuta il diritto di esistere, c’era chi lo rivendicava con spavalderia. Un atteggiamento che può essere discutibile, ma oggi pare che il detenuto sia stato spogliato anche di quest’ultima parvente identità.

Non si è più niente: malati, forse, ma senza cure. Il Truffaldino ha ragione, si è soli e senza speranza. Non si evade nemmeno più, chi lo fa ancora non cerca la libertà ma un muro diverso da questo contro cui scontrarsi. Non scappa, si abbandona per inedia.
Forse esagero, colpa del Truffaldino che mi è capitato tra capo e collo e adesso penso troppo e questo mi fa male. Si può essere nostalgici perfino della vecchia vita di prigione? O dell’identità che comunque essa allora dispensava? Era un’identità spesso edificata contro, forgiata nella lotta, anche dura, ma sempre e solo se necessaria e, talvolta, anche compresa dalla parte avversa. Erano tempi duri, con atti estremi per sottrarsi alla morsa dell’art 90, e la risposta devastante dello Stato. Ma mai ci siamo lasciati appiattire sulla condizione animale, ristretti all’istante presente, alla necessità feroce, ad assaltarci l’un l’altro per sopravvivere al rigore atroce, come invece avrebbero voluto certi nostri aguzzini.

Al contrario, è proprio in carcere, in condizioni estreme che ho incontrato persone insospettabili tendere la mano all’avversario di ieri: si può essere nemici nel conflitto, mai in tempi di pace.
È significativo il fatto che nonostante il regime duro, in confronto, non ci siano stati in tempi di conflitto così tanti suicidi in carcere. Non ricordo di agenti che si toglievano la vita. Non ci si uccide di fronte al nemico, si è troppo impegnati a difendersi. Se guardiamo alle statistiche, la differenza con l’attualità salta agli occhi. Oggi si muore in silenzio, nell’indifferenza generale. Muoiono a milioni gli innocenti sotto le bombe sganciate dai “Governi buoni”, a chi dovrebbero importare cento vite stanche di prigione?

Al suono della campanella, io e il mio Truffaldino ci siamo messi in fila come tutti gli altri. La schiena curva e lo sguardo a terra, per non doverci dire nemmeno con gli occhi quanto inutili siano le parole. Dette in un pomeriggio di mezza estate, tra vecchi reclusi che non non si vogliono adattare.

Eppure qualcosa resta. È come un suono lontano che continua a fluttuare, una reminiscenza di sapere che mi insegue fino in cella. Un’idea senza contorni che non mi lascia pensare agli affari miei, è maliziosa, si intromette, come se ne sapesse più di me e non me lo vuole dire.

 

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Respirando Gaza https://www.carmillaonline.com/2025/09/18/respirando-gaza/ Thu, 18 Sep 2025 21:55:33 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=90565 Racconto di Cesare Battisti

Respiro i miei pensieri, non sono io, è un verso di Blessing Calciati, l’ho letto ieri sera ed è perciò che stanotte mi sono svegliato respirando male. E l’afa, la colpa al caldo è il mantra di noi detenuti, è un solido soggetto di conversazione. Quando non si può fare o dire altro, buttare li un commento sul clima aiuta. Ci fa sentire partecipi, quasi normali. Succede anche che spingiamo la conversazione oltre e, volendo essere pignoli, viene fuori che è tutta colpa del riscaldamento globale.

Un disastro non proprio naturale, che si ostinano a [...]]]> Racconto di Cesare Battisti

Respiro i miei pensieri, non sono io, è un verso di Blessing Calciati, l’ho letto ieri sera ed è perciò che stanotte mi sono svegliato respirando male. E l’afa, la colpa al caldo è il mantra di noi detenuti, è un solido soggetto di conversazione. Quando non si può fare o dire altro, buttare li un commento sul clima aiuta. Ci fa sentire partecipi, quasi normali. Succede anche che spingiamo la conversazione oltre e, volendo essere pignoli, viene fuori che è tutta colpa del riscaldamento globale.

Un disastro non proprio naturale, che si ostinano a negare quelli che i pensieri non li respirano, li producono prima di vomitarli. E di palo in frasca, strana associazione di idee, spunta Gaza da sotto le rovine. Ed ecco che nell’aria del cortile non rimane più un pensiero da respirare. Abbiamo esaurito le parole, è il silenzio che sovrasta lo sfacelo.

Sotto il piombo israeliano è rimasto un gemito, che sale fino al cielo è spegne il sole. È il lamento di una madre che stringe al petto il corpo dilaniato del figliolo. “Respiro i miei pensieri”, ce ne erano altri, di versi, tutti molti belli, ma questo è quello che mi sono portato a letto ieri sera. In cella non si è mai del tutto al buio. Con i rumori, dal ferro e dal cemento penetrano bagliori d’ordine e progresso, e le ombre si mettono a ballare. Non sono proiezioni di pensieri, mai da respirare, sono sagome prescritte dalla sorveglianza che si arrampicano sui muri, prima di cadere.

Ombre soporifere, servono a dissuadere i cattivi pensieri, inducono al sonno. A un brulicare di sogni che non sono sogni ma sghiribizzi di un cervello esausto. Niente di straordinario, capita spesso di rimanere appeso a un pensiero, a una sensazione che tocca e fugge, a un ricordo troppo labile per essere messo a fuoco. Può anche essere qualcosa che ci è sembrato importante e che non vogliamo lasciar andare cosi.

Respirare i propri pensieri non è una cosa da niente, è precisamente quello che dovrei fare ogni volta che mi siedo qui a scrivere. Quando l’unico pensiero a far rumore è il respiro lieve del mio compagno di cella, che dorme rannicchiato come un bambino e suda. A pochi centimetri dal suo cuore, io cerco le parole che lui respira.

La curiosità di sapere se si tratta di pensieri vivi o sono il ricordo di una vecchia lista della spesa. Se invece di un respiro, non sia il boccheggiare di chi cerca invano le parole per dar voce al pianto di un bambino che si sta spegnendo a Gaza.

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Messico e nuvole https://www.carmillaonline.com/2025/08/05/messico-e-nuvole/ Tue, 05 Aug 2025 21:55:01 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=89933 di Cesare Battisti

Alla madre delle mie figlie, stralcio di una biografia. Piove anche stamattina sul carcere di Massa. Una pioggerella fredda e appiccicosa che da due mesi si accanisce a rendere, se possibile, ancor più grigia la già monotona esistenza da recluso. Cerco oltre le sbarre uno spiraglio, un tono di grigio speranza che mi aiuti a ritrovare l’emozione, le parole giuste per affrescare di ricordi lo schermo ostinatamente bianco del mio PC. Dopo aver fin qui ripercorso le stagioni più turbolente della mia vita, chiedendo a ogni pagina consiglio e un po’ di comprensione, mi ero illuso che sarebbe [...]]]> di Cesare Battisti

Alla madre delle mie figlie, stralcio di una biografia.
Piove anche stamattina sul carcere di Massa. Una pioggerella fredda e appiccicosa che da due mesi si accanisce a rendere, se possibile, ancor più grigia la già monotona esistenza da recluso. Cerco oltre le sbarre uno spiraglio, un tono di grigio speranza che mi aiuti a ritrovare l’emozione, le parole giuste per affrescare di ricordi lo schermo ostinatamente bianco del mio PC. Dopo aver fin qui ripercorso le stagioni più turbolente della mia vita, chiedendo a ogni pagina consiglio e un po’ di comprensione, mi ero illuso che sarebbe stato più semplice abbordare la parte riguardante il lungo periodo d’esilio latitante, durante il quale mi ero ricavato una dimensione umana, una nicchia di persona adulta e responsabile.

Avevo creduto che questa libertà rubata, ciò che per me più si approssimava a una vita normale, sarebbe stata la conclusione fluida e scontata di una biografia piuttosto accidentata. Ma sarà il respiro grave di queste mura gonfie di pioggia e di lamento, oppure qualcosa che non ho capito bene, come di una nota che sfugge allo spartito e trasforma in contrattempo una melodia. Ho cosi creduto di conoscere la musica per suonarla infine come romanza all’italiana. Invece sto qui a guardare il tempo, perché non riesco a guardarmi dentro, finché non torni rosso il sole all’orizzonte. Per riprendere quel viaggio a ovest, verso un tramonto che non finiva mai, volando dietro alla speranza di una vita nuova, fatta di coscienza condivisa.

Sarà stato tutto questo tempo chiuso in cella, con la pena che distrugge la ragione, a farmi credere di non aver più il diritto di raccontare anche le gioie, oltre ai dolori dati e ricevuti. Di dire al mondo e a chi mi ha condannato che una persona non nasce e muore il tempo di un reato. O che mi è stato dato il tempo di vivere e partecipare, di tirare su una famiglia, di ravvedermi e rimediare, di far crescere sulle rovine di una guerra infame un uomo che ha infine imparato ad amare. Tutto questo mi pare che non si possa dire. Sarebbe come se un’immagine fissata nell’orrore, che serve a dire a tutti è questo il male, si mettesse a vivere tra la gente, si confondesse e si annulla nel normale.

E mentre il giorno si ritira stanco dalla cella e il corridoio mormora le solite promesse, mi rimetto in volo per il Messico. Per bagaglio lo sguardo illuminato di Laurence, che mi segue sulla passerella d’imbarco all’aeroporto d’Orly. Parto solo, lei mi raggiungerà tra quattro mesi, se lo vorrà ancora, dopo aver sbrigato la sua vita in Francia. È stato il compromesso che sono riuscito a strapparle, una mezza bugia il cui bruciore attenuava la paura del mio primo volo.

Volavo alto, stavo andando via per sempre, finiti i sentieri sulle Alpi, oltre le quali arrancava la mia Italia, dove moriva d’attesa la famiglia. Andavo in Messico e non mi sembrava vero, avere respirato la polvere dei film western che andavo a vedere alla casa parrocchiale. La terra di Pancho Villa e di Zapata a Laurence non diceva niente, era solo l’America di sotto. A lei piaceva New York, la musica dei grattacieli, ci era andata in gita con i colleghi della banca. Ma sarebbe venuta lo stesso tra i mangiatori di tortillas, lei sarebbe venuta ovunque. Anche in Madagascar, se questo fosse stato il posto sicuro che mi era stato indicato in un primo momento. Era stufa di effettuare trasferimenti di milioni altrui da una banca all’altra, lei voleva vivere la vita così com’era e voleva farlo con me.

Una sera, quando già ero sicuro che mi sarebbe stato facilitato l’imbarco a Orly, lei tornò a casa con un grande atlante patinato. Misuravamo le distanze: Parigi-New York-Mexico City, migliaia di km, tanti, quasi come da una sponda all’altra dell’Atlantico. Si poteva andare ancora più giù, diceva lei, come se fossimo in discesa, andiamo fino alla terra del fuoco e poi torniamo su, fino in Alaska, da un Polo all’altro a dorso d’asino. Rideva e mi chiedeva perché facevo quella faccia.

Quando si accendeva d’entusiasmo in quel modo, non ce la facevo più a seguirla, nemmeno per gioco: sarebbe stato più difficile trovare il momento giusto per dirle che lei non poteva venire. Non subito, volevo che si desse un tempo di decompressione, pensarci su, prima di bruciarsi i ponti dietro. La paura di non farcela io stesso, di scoprirmi diverso dall’immagine che credevo di averle dato, era tanta l’angustia che preferivo amputarmi il cuore, piuttosto che assumermi anche un suo possibile fallimento personale.

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Un altro giorno di galera https://www.carmillaonline.com/2025/02/20/un-altro-giorno-di-galera/ Thu, 20 Feb 2025 22:55:26 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=87021 di Cesare Battisti

Il materasso ridotto a una sfoglia sopporta male l’umorismo di Tchekhov, chiudo il libro e mi rimetto a pensare al vuoto. Alle carceri lottate in permanenza, non si sa dove mettere tutti questi corpi accantonati. È il pieno addizionale, eppure è qui dove più impera il vuoto. Siamo ombre, lo spazio non lo occupiamo, lo oscuriamo appena. Ognuno a modo suo cerca di annullare ciò che di lui rimane sotto trecento gocce di valium, nel sorso di metadone rigurgitato da altre dieci bocche. O, come ha fatto ieri Hasnawi, quando con la lametta ha tagliato il cerotto di Fentanil [...]]]> di Cesare Battisti

Il materasso ridotto a una sfoglia sopporta male l’umorismo di Tchekhov, chiudo il libro e mi rimetto a pensare al vuoto. Alle carceri lottate in permanenza, non si sa dove mettere tutti questi corpi accantonati. È il pieno addizionale, eppure è qui dove più impera il vuoto. Siamo ombre, lo spazio non lo occupiamo, lo oscuriamo appena. Ognuno a modo suo cerca di annullare ciò che di lui rimane sotto trecento gocce di valium, nel sorso di metadone rigurgitato da altre dieci bocche. O, come ha fatto ieri Hasnawi, quando con la lametta ha tagliato il cerotto di Fentanil con un po’ di pelle attaccata appartenente al suo compagno di cella che dormiva. Questo è carcere, la parentesi, ci ostiniamo a voler credere, mentre sarebbe più appropriato dire che le vere parentesi sono quelle ogni volta più brevi che la maggior parte di noi trascorre a piede libero.

Hasnawi è un bravo ragazzo, ha subito una stomia intestinale perché dicono che ha mangiato una ventina di batterie e queste gli hanno bucherellato l’intestino. Fa mille volte al giorno il corridoio alla ricerca di pastiglie e quant’altro di sballante gli è possibile ingoiare. Da me viene in cerca di zucchero per la prossima sfornata di grappa. Devo avergli detto un centinaio di volte che non uso zucchero, ma lui se lo dimentica e torna a chiedere.

«Com’è andata la storia del cerotto?» gli chiedo tanto per non lasciarlo a becco asciutto.

Hasnawi s’illumina, l’operazione è stata ampiamente commentata e anche con certa ammirazione.

«Bè, lui dormiva di brutto, il cerotto ce l’aveva sulla spalla, in bella vista. Ho provato a tirarlo piano piano ma non veniva, allora ho usato la lametta.»

«Ma hanno dovuto medicarlo, sanguinava.»

«Bè sì, mi è partita un po’ la mano ma lui non se n’è neanche accorto, si vede che del cerotto non ne aveva più bisogno. Ma tu, piuttosto, come fai a stare senza zucchero?»

Se ne va un po’ gasato. Mentre, dal libro abbandonato sul materasso, mi sembra di sentire Tchekhov mormorare: “È da così tanto tempo che non bevo champagne”. E mi sembra di vederlo mentre si porta la coppa alle labbra e beve. Qualche istante dopo la sua Olga gli prende la coppa vuota e la posa sul comodino. Lui si gira sul fianco, chiude gli occhi, e sospira. L’istante successivo, ha cessato di respirare. Frizzante fino all’ultimo; ma chissà se Tchekhov se ne volesse veramente andare?

Io resto ancora un po’ a guardare questa giornata fatta come altre cento tutte uguali. Così lunghe da passare una ad una, ma a ripensarle tutte insieme non fanno un solo giorno. Gli scherzi del tempo, dopo tanti calendari al chiuso dovrei averci fatto l’abitudine. Invece, ad ogni cambio di lenzuola mi faccio sorprendere, è passata un’altra settimana, oddio, ma è stato ieri!

Anche con i giornale mi confondo, succede che mi consegnino d’un colpo gli arretrati. Li stendo tutti sul letto e poi li ordino per data decrescente; voglio sfogliare il tempo con le mani. Le date in cima alla pagina non mentono, ma le notizie sono tutte uguali. È deprimente. Inverto l’ordine, li mischio, ne apro uno caso e leggo un titolo di guerra. È un’altra guerra, ma le vittime sono le stesse di ieri e di domani. Solo i nomi cambiano, ed è per sentire lo scorrere del tempo che mi devo leggere gli annunci mortuari. O le pagine che ho scritto ieri, che oggi mi sembrano insensate.

“Beato te che ti piace scrivere”, me lo sento dire qualche volta, da un’anima che cerca un po’ di pace. Non me la sento di deluderlo, mettendomi a parlare dello struggimento per mettere in fila due pensieri. Dell’abbattimento, o dell’impotenza atroce al ritrovarmi davanti al PC fracassato durante una perquisizione. Alle pagine da rifare e al tempo che regredisce. Non lo posso dire a chi mi sta guardando con occhi speranzosi di mendicante bambino, e a chi tremano le mani. Anche se qui non è ciò che uno dice che conta, ma sì dire qualsiasi cosa per riempire il vuoto.

Intanto il mondo gira e sforna nefandezze. Nel momento stesso in cui accadono i fatti di oggi sono già notizia. Perfino nel chiuso di una cella crediamo di essere costantemente collegati, anche se crederlo non è precisamente lo stesso che stare al  mondo. La nostra vita dietro le sbarre scorre a parte, mentre la TV ci bombarda di notizie devastanti, che noi assorbiamo come gente libera e normale e talvolta commentiamo pure, con sincera passione. Scottati dalle fiamme che lo stanno divorando, ci palleggiamo il mondo che va male e ci crogioliamo nella responsabilità civile,  finché l’oblio torbido della prigionia non  viene a dirci che niente di tutto quanto succede ci riguarda veramente.

Per lo spirito in catene, non c’è disgrazia tanto grande che lo possa distrarre dall’angoscia della libertà negata. Eppure, vista da un angolo diverso, la nostra condizione potrebbe addirittura essere vantaggiosa per vederci chiaro: messi fuori dal mondo, cioè alla distanza che ci prescrive il carcere, dovremmo avere una vista privilegiata sulla complessità globale. Fuori dal flusso ininterrotto della vita, dovremmo poter seguire le linee tracciate dagli avvicendamenti. E avendo dalla nostra il tempo, il quale solo la prigione è in grado di fermare, dovrebbe essere nostro ogni istante in cui le cose accadono per sapere da dove queste vengono e dove vanno. Ma siamo prigionieri, di un’idea di libertà che, seppur vaga e datata, non ci lascia vedere e né sentire perché essa stessa ci completa. Ci fornisce la ragione per continuare a dirci, la sera prima di crollare, che di concreto nel nostro mondo c’è solo la prigione da scontare.

 

 

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Un giorno nella CR di Parma https://www.carmillaonline.com/2025/01/09/un-giorno-nella-cr-di-parma/ Thu, 09 Jan 2025 22:50:40 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=86325 di Cesare Battisti

(Racconto tratto dall’autobiografia che l’autore sta preparando)

Come la tua mano tremava mentre teneva la mia. È il buon vecchio De Gregori che sta cantando nel mio PC e mi fa pensare a tutte le mani che non ho saputo trattenere tra le mie. Mi sembra di vederle, quelle mani, tutte tese oltre il freddo delle sbarre. Fanno la fila davanti a un sogno caduco. Avevamo un sogno in comune, così ci sembrava, ma oggi si sente dire che era un’allucinazione collettiva. A me sembra strano, che ci stanno a fare quelle tutte mani là  fuori [...]]]> di Cesare Battisti

(Racconto tratto dall’autobiografia che l’autore sta preparando)

Come la tua mano tremava mentre teneva la mia. È il buon vecchio De Gregori che sta cantando nel mio PC e mi fa pensare a tutte le mani che non ho saputo trattenere tra le mie. Mi sembra di vederle, quelle mani, tutte tese oltre il freddo delle sbarre. Fanno la fila davanti a un sogno caduco. Avevamo un sogno in comune, così ci sembrava, ma oggi si sente dire che era un’allucinazione collettiva. A me sembra strano, che ci stanno a fare quelle tutte mani là  fuori se il sogno non c’era?

È la mente che corre e si schianta, finirà  spiaccicata al muro, tra le macchie brune che raccontano un mucchio di storie, tutte maledettamente simili. Sono racconti di menti esauste, che si sono arrese al tempo e adesso non si distinguono più dall’unto atavico che tiene in piedi questa cella. Certi pomeriggi, soprattutto quelli lunghi d’estate, sulla parete affianco alla branda mi è parso di vederci anche la mia, di mente. Sembrava morta di noia e allora le ho chiesto perché era finita lì. La risposta mi parsa pasticciata, ma non importa, volevo solo fare due chiacchiere con una macchia nuova.

Alla fine la storia è sempre la stessa: sui muri di prigione s’incontra del sangue, un po’ d’amore e un sacco di bugie; anche qualche ravvedimento, ma è sospetto, e poi il sospiro finale. A questo punto mi rimetto gli auricolari per la prossima canzone, per non sentire le grida di Karim che dal fondo del corridoio chiama per l’insulina. È l’ora dell’ipoglicemia, lo lasceranno sgolare prima dell’iniezione. È sempre così, ci si fa l’abitudine.

Karim è arrivato qui piuttosto malconcio, pieno di tagli sulle braccia e sulle gambe. Un altro tossico da parcheggiare, vanno e vengono in continuazione. Molti di loro tornano, soprattutto l’inverno, perché almeno ogni tanto qui c’è il riscaldamento che funziona. Poi c’è anche la frutta del vitto da far fermentare per farci la grappa e, soprattutto, niente fila al freddo per il metadone. Li maltrattano un po’, è vero, ma hanno visto di peggio e, sapendoli al “sicuro”, i familiari sono più tranquilli.
 Quando non esplode e sfascia tutto, Karim è un tipo riservato. Gli succede di passare davanti alla mia cella, ma fino a qualche giorno fa non si voltava neanche a salutare. Non ci facevo troppo caso, tanti fanno così: io sono il “terrorista”, con la cella piena di libri e mi credono pure uno scrittore. So quello che pensano perché penso così anch’io. L’entità  del detenuto è il reato per cui è dentro: c’è il ladro, l’assassino, lo stupratore, il femminicida e il terrorista. Noi siamo misfatti che camminano, mangiano e dormono, soffrono ognuno a modo suo e gioiscono in solitario, qualche volta.

Karim è grande e grosso e parla poco, ma mi sono accorto che quando passa davanti al mio cancello scopre apposta il braccio per mostrare il tatuaggio del Che. Non dovrebbe voler dire niente, ormai il barbuto lo firma anche Armani. Ma nonostante l’età  e le scottature, io non riesco a sottrarmi al fascino di una gioventù che ci credeva. C’è chi dice che non ho ancora perso il desiderio di rivoluzione.

Comunque sia, un giorno che Karim si stava tagliando con una Gillette per spruzzare di sangue l’insensibile corazza della Sicurezza, non ce l’ho fatta e mi sono avvicinato per mostrarmi solidale. L’hanno lasciato in pace e lui mi ha guardato in modo strano. Ma dopo l’iniezione e con le fasciature al braccio, è venuto da me senza dire niente. Mi ha lanciato un’occhiata di traverso, sul suo volto devastato c’era come un sorriso. Ho notato che la sola parte visibile del suo corpo senza tagli era proprio la faccia del Che. C’eravamo capiti e a lui luccicavano gli occhi. Quando il silenzio è diventato troppo rumoroso, ho sparato la domanda che avrei voluto fare prima ma non avevo osato:
«Perché tagliarsi?» 
Mi ha guardato storto, poi ci ha pensato su, un lungo istante, e fa:
«Sto cercando il mare, ce l’abbiamo dentro e io ci vado a pescare, ci trovo granchi, perle e bottiglie scolate. Avresti… Tu non fumi, vero?»

Io ho smesso di fumare il secolo scorso e Karim se ne va dondolando il capo lungo il corridoio. Sembra tutto così ovvio qui dentro, la sofferenza quasi naturale. Vedo tutto il giorno persone ciondolare da un cella all’altra alla ricerca di una pastiglia forte da sniffare. La Tachipirina per tagliare altre sostanze si trova facilmente, prima di barattare la mistura per un pacchetto di tabacco, che vale pressapoco cinque pacchi di zucchero da aggiungere alla frutta fermentata da distillare per fare la grappa. Fuori la chiamano economia circolare, ma è in carcere dove non si spreca proprio niente.

Con un ergastolo da scontare, anzi due, chissà  come farò per il secondo, non mi resta molta vita da offrire alla giustizia, ma mi capita lo stesso di guardare il viavai nel corridoio e provare una gran pena per tutti gli altri. Alcuni sono molto giovani, le loro condanne irrisorie, in carcere non ci dovrebbero neppure stare, ma ho come l’impressione che non usciranno mai. Invece di pensare alle pene altrui, dovrei preoccuparmi degli affetti propri, quelli che ho lasciato fuori e che si rifiutano di credere al mio “fine pena mai”.

Mi sono chiesto mille volte se anche loro fingono di crederci perché è così che bisogna fare con un padre ergastolano. E così aspetto il prossimo colloquio, la telefonata settimanale per sentire dalla loro voce che è vero, che il loro tormento è di attesa e non di disperazione. Le parole che ci diciamo sono pacche sulle spalle, un’altra spinta fino al prossimo colloquio. Me le porto tutte in cella e ci ragiono, ma mi perdo sempre tra mille sfumature. Così chiudo gli occhi e fingo di dormire: sto sognando oppure quello che sento è il ronfo della macchina che mi riporta a casa insieme a loro?

Chiudere gli occhi e non svegliarsi più è il desiderio di ogni carcerato. Ma nessuno qui lo confesserebbe, è segno d’inaccettabile debolezza, oltre ad essere una soluzione troppo comoda. Qualcuno si sentirebbe defraudato. Si sente dire alla televisione, e non solo da familiari di vittime affranti dal dolore, che i trenta anni di carcere che hanno inflitto al reo tal dei tali sono pochi per pagare il debito sociale. Ma se vivessimo secoli. come succede a certe tartarughe, trecento anni sarebbero allora sufficienti a colmare il vuoto di giustizia? Probabilmente no e così si aggiunge il vuoto al vuoto, il dolore al dolore e non ci resta più animo e né tempo per parlare al cuore. Né per un momento di grazia davanti alla finestra con le sbarre. Come faceva mia madre stanca a sera, quando alzava gli occhi al cielo quasi lo volesse benedire, in nome della vita andata e quella di ogni mattino ritrovata.

 

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Cheikh https://www.carmillaonline.com/2024/01/15/cheikh/ Mon, 15 Jan 2024 22:55:36 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=80810 di Cesare Battisti

Cheick è un senegalese alto 2 metri e un sorriso che gli prende metà della faccia. È così che che si è presentato davanti alla mia cella oggi pomeriggio, giusto prima della conta. Ma nello sguardo aveva un’ombra di tristezza. A dirla tutta, era già da qualche giorno che non sentivo la sua risata risuonare nel corridoio. Ma il carcere è così, alti e bassi improvvisi e le ragioni sono sempre troppo complicate da spiegare. È rimasto zitto qualche istante, con la fronte nascosta dietro la parte superiore del cancello. Io mi sono avvicinato e lui ha chinato il [...]]]> di Cesare Battisti

Cheick è un senegalese alto 2 metri e un sorriso che gli prende metà della faccia. È così che che si è presentato davanti alla mia cella oggi pomeriggio, giusto prima della conta. Ma nello sguardo aveva un’ombra di tristezza. A dirla tutta, era già da qualche giorno che non sentivo la sua risata risuonare nel corridoio. Ma il carcere è così, alti e bassi improvvisi e le ragioni sono sempre troppo complicate da spiegare. È rimasto zitto qualche istante, con la fronte nascosta dietro la parte superiore del cancello. Io mi sono avvicinato e lui ha chinato il capo. Intuivo che aveva qualcosa di serio da dirmi, era la prima volta che si interessava a me, oltre al solito buongiorno. Gli ho chiesto cosa aveva.

Ha detto di un parente che si è tolto la vita in un carcere del Sud, “una persona a posto”, non se lo sarebbe aspettato.

“Finora ne sono morti tanti in carcere” ha cominciato a dire, “ma uno pensa sempre che siano poveretti con chissà quali problemi in testa, persone senza speranza. Adesso, invece, so che potrebbe toccare a chiunque e non ci dormo più. Tutte queste persone che muoiono e soffrono per niente, i familiari, ma non interessano a nessuno… … Non ci avevo mai pensato prima, non così. Basterebbe un gesto, poca cosa, a farci sentire anche noi e i nostri ancora parte di questo mondo”.

Chi non ha mai visto questo ragazzone, sempre ben disposto e spensierato, troverebbe normali le sue preoccupazioni. Insomma, si tratta pur sempre di un carcerato. Ma a me Cheikh ha destato curiosità. Non capita tutti i giorni di sentire un detenuto esprimere preoccupazioni che vadano oltre la propria vicenda giudiziaria.

Così l’ho incoraggiato a continuare.

“Voglio dire, vedi, ci sono tante donne morte ammazzate, e giustamente fanno il giorno della donna, poi ci sono i poliziotti e allora si fa quello dei poliziotti, c’è anche la giornata degli animali ed è giusto commemorare anche loro. Serve a far capire, a dare forza a tutti per lottare contro le ingiustizie. Ma allora perché, tu leggi tanto, non parli a qualcuno per fare anche la giornata del detenuto? Non sto dicendo dei criminali, ma di chi soffre e muore in galera”.

Una giornata per commemorare e condividere le sofferenze di chi piange un amico o un parente dietro le sbarre.

È di questo che stava parlando Cheikh Niang. Lì per lì sono rimasto interdetto e lui se n’è andato dondolando la sua testa ad alta quota. Mentre io cominciavo a fare avanti e indietro per la cella e non avrei più smesso se non mi fossi deciso a raccontarlo a qualcuno: e se fosse una proposta sensata?

 

P.S.

Racconto questo episodio realmente accaduto e lo trasmetto tale e quale, perché credo sia il miglior modo per veicolare il messaggio o suggerire l’idea a coloro che la volessero prendere in considerazione: istituire la “Giornata delle vittime dietro le sbarre”. Mi rendo conto che il mio nome, di fronte a una simile iniziativa, potrebbe suscitare qualche perplessità in alcune istanze pubbliche, per questa ragione non ritengo necessario apparire, al contrario di Cheikh Niang che non ha problemi ad esporsi.

 

(Illustrazione di Nico Maccentelli)

 

Nota di chi pubblica: riporto integralmente quanto mi è pervenuto, poiché non ho avuto indicazioni in merito dall’autore e ritengo, al contrario, che in Cesare vi sia tutta l’autorevolezza e la legittimità per avere voce in capitolo su questo argomento.

 

 

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La bottega dell’intagliatore https://www.carmillaonline.com/2023/12/21/la-bottega-dellintagliatore-2/ Thu, 21 Dec 2023 22:14:52 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=80511 di Cesare Battisti

Se avesse saputo che non sarebbe più tornato, avrebbe scelto una ad una le parole prima di partire. Le avrebbe cercate nel dizionario dell’amore e fatte stampare a lettere dorate. Avrebbe atteso un istante in più sulla soglia, per dire a suo figlio io ti amo come non l’aveva detto mai. Invece di andarsene così per strada, senza sapere neppure dove andava. Nel cuore il peso del silenzio, alto in cielo un sole indifferente.

Ci fu un momento in cui credette di aver dimenticato l’essenziale. Esitò davanti alla bottega dell’intagliatore. Sembrava volesse tornare indietro, si tastò le tasche, niente [...]]]> di Cesare Battisti

Se avesse saputo che non sarebbe più tornato, avrebbe scelto una ad una le parole prima di partire. Le avrebbe cercate nel dizionario dell’amore e fatte stampare a lettere dorate. Avrebbe atteso un istante in più sulla soglia, per dire a suo figlio io ti amo come non l’aveva detto mai. Invece di andarsene così per strada, senza sapere neppure dove andava. Nel cuore il peso del silenzio, alto in cielo un sole indifferente.

Ci fu un momento in cui credette di aver dimenticato l’essenziale. Esitò davanti alla bottega dell’intagliatore. Sembrava volesse tornare indietro, si tastò le tasche, niente che avesse potuto lasciare in casa. Riprese allora a camminare, deciso a non pensare più alle parole.

Non ditemi quello che faccio, non lo voglio sapere. Così aveva risposto il piccolo ad un rimprovero, il padre non aveva saputo più che dire. Di solito, le repliche migliori vengono sempre dopo. Ma non quando i passi sul selciato hanno smesso di far rumore. O con un sole appena nato e già pronto a morire. Se si fosse ogni volta interrogato su quello che stava facendo, non avrebbe trovato una ragione buona. Egli sapeva solo che doveva farlo. Così agiscono anche i bambini, ma nei loro occhi la vita arde, sfavilla la determinazione.

Se l’avesse saputo, che quello non era un giorno qualunque, ma il primo in un mondo in cui le anime non si vendono più al diavolo ma alla regola. Se suo figlio glielo avesse detto chiaro, con parole che capirebbe anche un bambino, egli avrebbe lasciato in casa il cuore e consegnato al carcere solo la mente ottusa. Ed ora non starebbe fissando un muro, come fosse la vetrina dell’intagliatore, che il bimbo non si stancava mai di ammirare.

Non starebbe accarezzando le macchie brune, né scambiando sospiri con parole. Quelle che non seppe cogliere quel mattino, nel giardino rigoglioso di suo figlio. Quando il tempo non si ammazzava con l’inganno, chiedendo ai muri brontoloni perché solo gli eroi vanno in paradiso. E sentirsi dire che è per penetrare il cuore della gente, che bisogna indossare il costume buono.

Convincersi che l’urlo del silenzio non sia dolore, ma un grido di amore e di speranza. Decorare il mondo dei sospiri con sorrisi di bimbi allevati negli anni di prigione. O confondere il rumore di passi sempre uguali con voci capaci di attraversare il mare. Non ascoltare più i penitenti, le loro litanie del passato. Accaniti a rinnegare l’evidenza che il proibito è sempre il meglio che ci è dato. Ciò che fa d’ogni adulto un condannato.

Suo figlio tutto questo lo ignora e aspetta in casa che il cielo si ricongiunga con la terra. Implora luce per le menti chiuse e un po’ d’amore per le ombre orfane di sole. Prega Dio, che fulmini le guerre. E quando la sera per il giorno è il miglior fine, il prigioniero si raccoglie e vola. Va da suo figlio che lo aspetta, davanti alla bottega dell’intagliatore.

 

(Illustrazione di Nico Maccentelli)

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Carcerite, 1° episodio https://www.carmillaonline.com/2023/10/07/carcerite-1-episodio/ Sat, 07 Oct 2023 21:55:47 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=79474 di Cesare Battisti

La storia ha conosciuto tanti periodi bui, in cui lo svuotamento della parola, la stessa esistenza umana assalita dal “chiacchiericcio” non sono una novità dei nostri tempi. “Lo spazio pubblico ha perso il potere d’illuminare, tipico in origine della sua stessa essenza.” Lo scriveva Hanna Arendt nel 1959, ce lo ha provato, con la sua distanza dal reale, un’alta carica dello Stato in un talk show serale al dire che il carcere serve a punire, che è il luogo, insomma, dove il condannato non deve fare altro che [...]]]> di Cesare Battisti

La storia ha conosciuto tanti periodi bui, in cui lo svuotamento della parola, la stessa esistenza umana assalita dal “chiacchiericcio” non sono una novità dei nostri tempi. “Lo spazio pubblico ha perso il potere d’illuminare, tipico in origine della sua stessa essenza.” Lo scriveva Hanna Arendt nel 1959, ce lo ha provato, con la sua distanza dal reale, un’alta carica dello Stato in un talk show serale al dire che il carcere serve a punire, che è il luogo, insomma, dove il condannato non deve fare altro che impegnarsi a lavare il malfatto. Se questo addetto alla politica avesse ragione, il percorso trattamentale, la rieducazione, la lotta all’ozio, lo stesso art. 27 della Costituzione non sarebbero altro che una distrazione rispetto allo scopo ultimo della condanna: lavare, pulire, lucidare le parti recondite del corpo penale.

Che ne pensano le persone detenute di queste radiose esortazioni non è facile da sapere. Anche perché in carcere i chiacchiericci stanno a zero, qui si passa all’azione. Da noi i problemi di purificazione non esistono, anzi è l’attività la più diffusa, la sola che l’Amministrazione può permettersi di offrire a tutti i suoi i suoi penitenti. A Parma non si fa altro che pulire la cella tutto il giorno. Si fa la gara a chi consuma più detergenti. Tanti sono i prodotti di igiene che ci vorrebbe una rastrelliera per cella. Non a caso, sulla lista della spesa questa è la voce con più varietà. Non avrei mai pensato prima che ci fossero tanti detergenti e per ognuno dei quali un uso preciso e ben distinto.
E i detenuti, pochi lo sanno, sono scrupolosi ed eseguono le istruzioni per l’uso con la precisione di un fisico nucleare.

In carcere si strofina senza sosta ma non basta mai, perciò almeno due volte la settimana c’è anche la “generale”. Una faticaccia simile a quella che una volta si usava dire delle “grandi pulizie di primavera”. Da noi si comincia al mattino presto, ben prima dell’apertura delle celle. Strepitano allora gli sgabelli sul pavimento, cigolano gli stipetti, cade una pentola, fa eco qualche bestemmia. Sto pulendo, non rompete! Più forti sono i rumori e più laboriosa e accanita sarà la purificazione. Bisogna fare di più e meglio, senza pietà, raspare il fondo all’anima peccatrice. Solo i migliori si salveranno. Quelli del piano di sopra al nostro si scatenano: ma è una generale, che nessuno pretenda dormire. C’è anche chi intona una canzone strappa cuori, e intanto strofina. Alle 8,30 in punto, con i blindi aperti, tutto ciò che c’è di removibile nella cella va ad accatastarsi a una velocità supersonica nel corridoio. E i secchi d’acqua cominciano allora a scrosciare.

Le celle sono uno specchio, lo sono sempre, potrebbe esserci una perquisizione a qualunque ora che non troverebbero un capello a terra. Se a qualsiasi ora del giorno uno percorresse il corridoio lasciando occhiate discrete all’interno delle celle vedrebbe sempre qualcuno con spugna e straccio a pulire.
Ma che cosa avranno da pulire?
Me lo sono chiesto tante volte, mentre a mia volta mi davo da fare per far sparire qualche traccia di polvere perché gli altri ti guardano male. Qui non sfugge nulla, il tale della 20 non si fa il bagno, quell’altro non ha mai comprato un detersivo e così via.

I pulisce e si discorre: “ Ah, oggi ho messo la cella sottosopra e ho trovato una ragnatela dietro al termosifone, ti rendi conto?” Oppure quell’altro: “Vado a fare un’altra doccia, quel bagnoschiuma non vale niente”. Insomma, gli argomenti per conversare in galera non mancano. Sono parole sante, quasi quanto un chiacchiericcio alla televisione.

Non crediate ci si batta tanto solo per far passare il tempo. Oltre ai passeggi, dove quasi nessuno va, qui le celle sono aperte, non si sta 24 ore l chiuso. E comunque ho conosciuto gente là fuori che non usciva quasi mai di casa e non per questo passava il giorno a far brillare mobili e vetri. Qui invece sì, e se non lo fai sei sospetto. Sei un aggravante alla pena, alla reputazione: detenuto d’accordo, delinquente è discutibile, ma nessuno potrà permettersi di dire che sei anche uno sporcaccione. Da chiedersi quanti di noi, a piede libero, si ricorderebbero di avere una scopa in casa. Qui di scope, spazzoloni e attrezzi simili ce n’è uno per ogni impurità invisibile a occhio nudo. La macchia, l’imperfezione, la onta bisogna cercarla, scovarla mettendosi in controluce, per esempio appostato sul corridoio: è da lì che ti sbirciano in cella quelli che passano per poi sparlare: “Quello lì lo vedo male, la condizionale se la sogna.” E giù colpi di straccio, spugne, retine saponate e perfino flaconi di profumo diluito nel secchio del lisoform.

Una tortura per i poverini tossicodipendenti. Loro che cogli occhi ancora incollati dal sonno e la chimica a rodergli dentro devono stare lì a far brillare i muri e le Nike, quelle che metteranno solo per andare fino all’infermeria. Perché bisogna andarci puliti e abbattuti, guadagnarsi la fiala, riprendere forze pur di tornare a pulire, o almeno a farsi vedere farlo, mentre “Pomeriggio alla 5” imperversa su una trentina di schermi ad alto volume.

Chissà, forse tra un chiacchiericcio e l’altro, basterebbe fermarsi un istante, darsi un tempo, un respiro profondo e uno sguardo sincero al compagno di cella, dello scranno vicino, per mutare la forma di agire, pensare che non è con spugna e e sapone che ci togliamo le pene dal cuore. Bensì occupandoci un po’ più di noi stessi e degli altri che soffrono con i quali condividiamo lo stesso disagio sociale. Chiedersi seriamente dov’è l’errore e mettersi insieme a capire che forse non era proprio questa la luminosità che avrebbero voluto per noi i nostri Padri Costituenti.
E poi, cavolo, basta pulire, che tanto qui gli ospiti non sono graditi!

 

(Disegno di Nico Maccentelli)

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Amatù https://www.carmillaonline.com/2023/07/27/amatu/ Thu, 27 Jul 2023 21:55:59 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=78442 di Cesare Battisti

Questo racconto vuole celebrare il dramma di un’adolescente che sulla rotta dei migranti ha subito l’amputazione delle gambe per congelamento.

Samuel apre le imposte, lasciando entrare nella stanza la luce pallida di n rigido mattino d’inverno. 

– Buongiorno Amatù, come andiamo oggi?

Da sotto la coperta della Croce Rossa risponde una voce sonnacchiosa.

– Bene, sto bene.

L’odore di chiuso misto a disinfettanti fa tornare Samuel alla finestra, questa volta per dischiuderne anche i vetri. La ragazza si raggomitola mugugnando.

Lei e lo psicologo hanno imparato a conoscersi, almeno quel tanto [...]]]> di Cesare Battisti

Questo racconto vuole celebrare il dramma di un’adolescente che sulla rotta dei migranti ha subito l’amputazione delle gambe per congelamento.

Samuel apre le imposte, lasciando entrare nella stanza la luce pallida di n rigido mattino d’inverno. 

– Buongiorno Amatù, come andiamo oggi?

Da sotto la coperta della Croce Rossa risponde una voce sonnacchiosa.

– Bene, sto bene.

L’odore di chiuso misto a disinfettanti fa tornare Samuel alla finestra, questa volta per dischiuderne anche i vetri. La ragazza si raggomitola mugugnando.

Lei e lo psicologo hanno imparato a conoscersi, almeno quel tanto da permettersi entrambi di recitare lo stesso rito ogni mattina. I primi giorni Amatù non voleva spiccicare una parola, aveva lo sguardo spento e la notte le capitava di svegliarsi urlando. Ma a 15 anni è difficile resistere al richiamo naturale della vita.

Soprattutto con qualcuno vicino che ce la mette tutta per non lasciargiela sfuggire. A Samuel quella ragazza sta realmente a cuore.

L’unica sopravvissuta d’una famiglia afgana, Amatù è arrivata al Centro in condizioni disperate. Al prendere coscienza dell’accaduto, è travolta dalla disperazione; piuttosto che vivere in quello stato preferisce morire. Per impedire di togliersi la vita viene sedata, rimane incosciente per alcuni giorni. Al suo risveglio, ha trovato Samuel accanto al letto che la osservava. Ha richiuso gli occhi, decisa a non aprirli più. Ma è stato sufficiente quell’istante a riaccendere in lei la fiammella della vita.

Sulla sedia che Samuel è solito occupare, è intatto il vassoio con la colazione. 

– Non hai mangiato niente.

Amatù si tira su coi gomiti, le volute ondulate di capelli si sparpagliano sul bianco del cuscino. Occhi di perla che risalgono gli abissi, e Samuel che non si stanca mai di vederli affiorare. 

– Non volevo interrompere un sogno, dice lei prendendo una fetta biscottata, ma ormai è fatta. 

C’era neve dappertutto ed io ci andavo su senza affondare. 

Samuel distoglie lo sguardo per non rivelare lo sconforto. Credeva che Amatù avesse smesso di vagare nella neve durante il sonno. Gli infermieri dicevano di non averla più sentita gridare di notte. 

– Avanzavo sul mano bianco senza sforzo alcuno, riprende lei. Ma non stavo camminando, scivolavo sulla neve senza nemmeno sfiorarla. Mi sono detta che se ero viva, dovevo per forza aver lasciato le mie impronte e allora mi sono voltata a guardare.  C’era un cammino tappezzato di viole e margherite, come un tappeto che si allungava alle mie spalle perdendosi lontano. Stavo seminando fiori sulla neve, mi sembrò una cosa meravigliosa. Stavo piangendo dalla felicità, quando mi sono sentita chiamare. Era la voce di mia madre. Cercavo di capire cosa volesse dire, ma la sua voce si è mischiata alla tua e mi sono svegliata.

– Mi dispiace essermi intromesso. Magari la mamma ti stava dicendo qualcosa di importante. 

Amatù si intenerisce quando Samuel fa la faccia dispiaciuta. Le ricorda suo padre quando si arrabbiava per niente e poi se ne doleva. La loro era una famiglia unita, ma lei non si era mai soffermata a pensare cosa li tenesse insieme. Non era una questione importante allora. Sembrava così normale essere nati per volersi bene. Ci sono voluti altri mondi da attraversare e un’anima addestrata.

 

(disegno di Nico Maccentelli)

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