CCCP – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 11 Jun 2026 19:53:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Sport e dintorni – La palla al di là del muro. Il calcio del socialismo reale/immaginario https://www.carmillaonline.com/2018/11/01/sport-e-dintorni-la-palla-al-di-la-del-muro-il-calcio-del-socialismo-reale-immaginario/ Wed, 31 Oct 2018 23:01:10 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=49083 di Gioacchino Toni

Fabio Belli – Marco Piccinelli, Calcio e martello. Storie e uomini del calcio socialista, Rogas edizioni, Roma, 2017, € 10,00

«Il Socialismo, immaginato, immaginario, reale e il gioco del calcio. Con i suoi perdenti di successo e i campioni, magari annegati nelle loro debolezze o nell’ineluttabilità della dittatura del proletariato. La povertà dei mezzi e l’innegabile splendore dei fini. Il Patto di Varsavia e le sue propaggini legate al Comecon hanno regalato alla generazione della guerra fredda emozioni violente e storie da tramandare, tra ingenuità di regime e talento infinito. [...]]]> di Gioacchino Toni

Fabio Belli – Marco Piccinelli, Calcio e martello. Storie e uomini del calcio socialista, Rogas edizioni, Roma, 2017, € 10,00

«Il Socialismo, immaginato, immaginario, reale e il gioco del calcio. Con i suoi perdenti di successo e i campioni, magari annegati nelle loro debolezze o nell’ineluttabilità della dittatura del proletariato. La povertà dei mezzi e l’innegabile splendore dei fini. Il Patto di Varsavia e le sue propaggini legate al Comecon hanno regalato alla generazione della guerra fredda emozioni violente e storie da tramandare, tra ingenuità di regime e talento infinito. L’Ungheria di Puskás, la Polonia di Lato, l’Urss di Lev Yashin, ma anche Sparwasser, Sollier e la Democracia Corinthiana, perché l’internazionalismo regnava sovrano dove meno te lo aspettavi. Fabio Belli e Marco Piccinelli in queste pagine ci raccontano emancipazioni proletarie solo sfiorate, ma che per decenni hanno fatto sognare milioni di persone, sia a est che a ovest della cortina di ferro» (dalla Prefazione di Max Collini)

Calcio e martello. Storie e uomini del calcio socialista tratteggia alcune storie di calcio oltrecortina che hanno segnato l’immaginario non solo al di là del muro ma anche di quanti, al di qua, pur nella più o meno complice miopia, vedevano nel blocco dei paesi socialisti un’alternativa possibile al modello capitalista occidentale.

Gli autori hanno scelto di raccontare gli eroi individuali e collettivi del calcio del mondo socialista attraverso racconti sintetici e veloci quanto le pennellate impressioniste, senza indugiare in ricostruzioni storiche e sociali: l’obiettivo è quello di tratteggiare i miti narrati e la loro portata. Senza descriverli nei dettagli. Senza pretendere di spiegarli in profondità. Ricorrendo a tale registro, rapido nella narrazione quanto stimolante, Belli e Piccinelli ricordano per certi versi l’abilità di alcuni gruppi musicali che nei decenni a cavallo tra il vecchio e il nuovo millennio hanno saputo tratteggiare con una certa dose d’ironia l’immaginario di chi, in Occidente, percepiva il mondo oltrecortina in maniera più o meno mitizzata  con il desiderio di vedervi un’alternativa al sistema in cui si trovava a vivere.

È un libro che andrebbe letto con il supporto delle sonorità distorte degli anni Ottanta dei CCCP Fedeli alla linea e degli Offlaga Disco Pax nel nuovo millennio; non a caso la Prefazione al libro è di Max Collini, voce di questi ultimi. Ecco allora che l’Ungheria di Puskas, la Polonia di Lato e l’Urss di Lev Yashin si mescolano con le atmosfere degli anni Ottanta di Live in Pankow e Manifesto dei CCCP e con i ricordi dell’infanzia trascorsa nell’Emilia rossa raccontanti nel nuovo millennio da Piccola storia Ultras e Robespierre degli Offlaga Disco Pax. Questo intrecciarsi di storie, memorie, leggende e miti riesce a rendere l’idea di come in tanti hanno guardato al mondo oltrecortina con stati d’animo in cui si mescolavano speranze e disillusioni, fedeltà a linee inesistenti o già avviate a un crollo sempre più imminente, ripicche al sistema occidentale e piccole e grandi soddisfazioni che le mastercard di certo non potevano corrompere.

Live in Mosca live in Budapest live in Varsavia / Live in Sophia live in Praga live in Punkow / Haupstadt der DDR haupstadt der DDR haupstadt der DDR / Compagni est-europei uno sforzo ancora / Delle sale da ballo un po’ più che di merda / Un’opinione pubblica un poco meno stupida / Delle sale da ballo un po’ più che di merda / Voglio rifugiarmi sotto al Patto di Varsavia / Voglio un piano quinquennale la stabilità / Live in Mosca live in Budapest live in Varsavia / Live in Sophia live in Praga live in Punkow / Ost Berlin – West Berlin / Ost Berlin – West Berlin / Ost Berlin – West Berlin / Ost Berlin – West Berlin / Trance Europa express / Trance Europa express / Trance Europa express / Trance Europa express (Live in Pankow, 1985, CCCP Fedeli alla linea)

Ad aprire il libro è il mitico Spartak Mosca, la squadra del proletariato nata con l’ambizione di sfidare il CSKA dell’Armata Rossa e la Dinamo del KGB.

I Soviet più elettricità / Non fanno il Comunismo / Anche se è un dato di fatto / Che a Stalingrado non passano / Anche se è un dato di fatto / Che a Stalingrado non passano / Lunga vita al presidente / Lunga vita al presidente! / Non si svende non si svende / Neanche se non funziona neanche se non funziona / Niente saldi di speranza niente saldi di esistenza / Niente voti alla Madonna / E data l’ora l’aspetto la cattiva reputazione / Le voglie sconfinate la necessità d’infinito / Raffina i sentimenti raffina i sentimenti / Trasgredisci i rituali trasgredisci i rituali / Vali molto di più di un aumento economico / Meriti di più di un posto garantito che non avrai / Che non avrai che non avrai che non avrai (Manifesto, 1987, CCCP Fedeli alla linea)

Poi è la volta della nazionale ungherese di metà anni Cinquanta passata alla storia come Aranycsapat (la squadra d’oro) arrivata alla fase finale del Mondiale del 1954 imbattuta da quattro anni. Era la nazionale allenata da Gusztáv Sebes, derivata dall’ossatura della Honved di Budapest, che schierava giocatori del calibro di Ferenc Puskás, Gyula Grosics, Nándor Hidegkuti, Zoltán Czibor e Sándor Kocsis.

Pravda Pravda Rude Pravo Tribuna Ludu KGB KGB KGB / Altroché nuovo nuovo / Sensazionale afferrare l’occasione propizia / Indicare con una crocetta / La qualità la quantità desiderata / La qualità la quantità desiderata / Fedeli alla linea / Fedeli alla linea / Fedeli alla linea / CCCP! / SSSR! / Fedeli alla linea, anche quando non c’è (C.C.C.P., 1986, CCCP Fedeli alla linea)

Diverse pagine sono dedicate a Eduard Streltsov, asso della moscovita Torpedo, che «al genio e all’imprevedibilità abbina un fisico che sembra forgiato nell’acciaio sovietico» poco amato ai piani alti del regime per il suo rifiuto di passare al CSKA, poi caduto in disgrazia per un accuso di stupro che all’epoca suonò come un’accusa orchestrata per mette da parte un personaggio dalla vita eccessivamente sregolata per la morale del tempo, amante della bottiglia e mancante di diplomazia. Uscito da sette lunghi anni di detenzione in Siberia, che ne minieranno il fisico, avrà ancora la forza e il talento per condurre la Torpedo Mosca a vincere il campionato.

Non poteva mancare Lev Yashin, unico estremo difensore ad aver vinto il Pallone d’Oro, passato alla storia come il Ragno nero per la tenuta che era solito indossare, portiere della Dinamo Mosca con la quale ha vinto cinque campionati sovietici e tre Coppe dell’URSS, mentre con la nazionale ha ottenuto una medaglia d’oro ai Giochi olimpici del 1956 e ha vinto il campionato europeo nel 1960. La sua carriera inizia nella società sportiva della fabbrica metalmeccanica moscovita ove, sin da giovanissimo, lavora come operaio. Nato e morto durante il periodo sovietico, Yashin è restato fedele per tutta la vita alle due sole maglie indossate: quella della Dinamo e quella della nazionale.

Avevo nove anni quando per la prima volta andai allo stadio Mirabello a vedere la squadra della mia città. Di calcio sapevo solo che tifavo per quella squadra, di politica sapevo solo che quando c’era Pajetta in televisione dovevo stare zitto altrimenti volava un coppino o uno scappellotto, se invece c’erano Fanfani o Almirante volava un coppino se stavo ad ascoltare. In casa le idee erano chiare e si comunicavano senza troppo approfondimento: una trasmissione dei valori efficace, ancorché vagamente dolorosa. Allo stadio sentii un canto che mi parve bellissimo: non ne colsi subito la storia che si portava dietro, ma mi piacque ugualmente. Sono molti anni che questo canto è scomparso dalla curva sud ma io lo ricordo ancora a memoria: “Sangue nei popolari, sangue nei distinti, le abbiamo prese ma non siamo vinti: è ora di rifarsi, è ora di sparare, il sangue dei compagni dobbiamo vendicare. Sangue nei distinti, sangue nel palazzetto, noi siamo tutti quanti Ultras Ghetto!”. Questo coro degli ultras della Reggiana nella metà degli anni ’70 era intonato sull’aria dei Morti di Reggio Emilia e solo crescendo compresi che era figlio di una canzone popolare dedicata a dei morti veri: morti veri non allo stadio ma in piazza, per mano della polizia fascista del governo Tambroni il 7 luglio del 1960. Dieci anni dopo averlo sentito per la prima volta era già cambiato tutto: l’epitaffio di uscita da quel periodo storico, gli ultras se lo scrissero a vernice su Viale Monte Grappa, inneggiando al bombardamento americano sulla Libia per far fuori Gheddafi. Lo stesso Gheddafi che poi divenne azionista della Juventus, lo stesso Gheddafi il cui figlio giocava per scherzo nel Perugia, lo stesso Gheddafi socio dell’Eni, lo stesso Gheddafi che infine abbiamo ripreso a bombardare. Così, per sport. (Piccola storia Ultras, 2012, Offlaga Disco Pax)

Poi, è la volta di un calciatore e di una partita entrati nella leggenda. Era il 22 giugno 1974, allo Volksparkstadion di Amburgo, quando al 77º minuto Jürgen Sparwasser, con la maglia della DDR, segnò il gol della vittoria sulla Germania Ovest. Anche se la Coppa del Mondo del 1974 finirà per essere alzata dalla Germania Ovest, Sparwasser, all’epoca, da una parte e dall’altra del muro, verrà visto come la dimostrazione che il capitalismo poteva essere sconfitto.

Ho fatto l’esame di seconda elementare nel 1975 / Il socialismo era come l’universo: in espansione / La maestra mi chiese di Massimiliano Robespierre / Le risposi che i Giacobini avevano ragione e che Terrore o no / La Rivoluzione Francese era stata una cosa giusta / La maestra non ritenne di fare altre domande / Ma abbiamo anche molti ricordi di “Quel piccolo mondo antico” Fogazzaro / L’astronave da trecento punti di Space Invaders / Enrico Berlinguer alla tv / Le vittorie olimpiche di Alberto Juantorena in nome della Rivoluzione Cubana / I Sandinisti al potere in Nicaragua / Il catechista che votava Pannella (Robespierre, 2005, Offlaga Disco Pax)

Alla fase finale di quei Mondiali tedeschi del 1974 non prese parte l’Unione Sovietica, eliminata con una sconfitta a tavolino per essersi rifiutata di disputare una partita di qualificazione nello Stadio Nazionale di Santiago del Cile, lo stesso stadio utilizzato da Pinochet come campo di concentramento, di tortura e di massacro.

Alcune pagine non potevano che essere dedicate alla grande nazionale polacca dei primi anni Settanta, squadra capace di conquistare l’oro nelle Olimpiadi di Monaco di Baviera del 1972 e, a distanza di due anni, di sconfiggere Inghilterra, Argentina, Italia, Svezia, Jugoslavia e Brasile ottenendo il terzo posto nel Mondiale tedesco del 1974. Era la Polonia guidata dal commissario tecnico Kazimierz Gorski in cui militavano giocatori del calibro di Robert Gadocha, Kazimierz Deyna, Jan Tomaszewski, Wladyslaw Zmuda, Grzegorz Lato e Andrzej Szarmach.

E poi la nostra meravigliosa toponomastica / Via Carlo Marx / Via Ho Chi Minh / Via Che Guevara / Via Dolores Ibarruri / Via Stalingrado / Via Maresciallo Tito / Piazza Lenin a Cavriago / E la grande banca / Non più locale, con sede in via Rivoluzione d’Ottobre / E infine il mio quartiere / Dove il Partito Comunista prendeva il 74% / E la Democrazia Cristiana il 6% (Robespierre, 2005, Offlaga Disco Pax)


Per chi volesse approfondire il calcio sovietico si segnalano due volumi di Mario Alessandro Curletto basati su fonti inedite russe:

Mario Alessandro Curletto, I piedi dei Soviet. Il futbol dalla rivoluzione di Ottobre alla morte di Stalin, Il Nuovo Melangolo, Genova, 2010, pp. 244, € 11,00

«Il libro ripercorre la storia dei rapporti del potere sovietico con lo sport che fin dal suo apparire aveva acceso la passione dei russi. In una società totalmente ideologizzata come quella staliniana, era fatale che la figura del calciatore fosse utilizzata dall’apparato propagandistico di stato come strumento di “educazione” della coscienza collettiva. Durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale, a esaltazione dell’eroismo profuso dai sovietici nella difesa della Patria, nacque il mito della cosiddetta “partita della morte” che, nella Kiev occupata dai nazisti, vide di fronte su un campo di calcio una selezione tedesca e gli indomiti giocatori della locale Dinamo. Altre volte i calciatori sovietici non riuscirono a mantenere alto di fronte al mondo l’onore dell’URSS e di Stalin: ciò accadde per esempio in occasione delle Olimpiadi di Helsinki 1952, quando si trovarono opposti alla fortissima nazionale della Jugoslavia di Tito. E al ritorno in Unione Sovietica pagarono il loro insuccesso…»

Mario Alessandro Curletto, Spartak Mosca. Storie di calcio e di potere nell’Urss di Stalin, Fila 37, Roma, 2014, pp. 140, € 14,00

«Nei primi anni venti del 1900, in un rione operaio della città Mosca, un gruppo di giovani fanaticamente appassionati di calcio creò una propria squadra. Creò nel senso più completo del termine, perché oltre a fondare la società costruì con le proprie mani, e a proprie spese, gli impianti sportivi (campo, tribune, spogliatoi, ecc.)»


Altro materiale di Sport e dintorni


 

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Nessuna voce dentro. Un’estate a Berlino Ovest di Massimo Zamboni https://www.carmillaonline.com/2017/06/13/nessuna-voce-dentro-unestate-berlino-ovest-massimo-zamboni/ Mon, 12 Jun 2017 22:01:04 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=38684 Einaudi i Coralli, Torino 2017, pp. 195,  € 17,00

di Mauro Baldrati

Luglio 1981. L’onda lunga degli anni Settanta, coi suoi furori, i suoi conflitti, si sta ritirando. La risacca porta con sé molti ideali, scoprendo un fondale fin troppo colorato, sgargiante e, a detta di molti, inutile. Superfluo. Deperibile.

Un ragazzo di 24 anni, di Reggio Emilia, inquieto, curioso, dopo avere viaggiato a lungo per il pianeta, decide di completare il suo percorso di straniero nomade visitando, e abitando, una delle metropoli-mito che porta in sé tutti i segni della storia: Berlino, [...]]]> Einaudi i Coralli, Torino 2017, pp. 195,  € 17,00

di Mauro Baldrati

Luglio 1981. L’onda lunga degli anni Settanta, coi suoi furori, i suoi conflitti, si sta ritirando. La risacca porta con sé molti ideali, scoprendo un fondale fin troppo colorato, sgargiante e, a detta di molti, inutile. Superfluo. Deperibile.

Un ragazzo di 24 anni, di Reggio Emilia, inquieto, curioso, dopo avere viaggiato a lungo per il pianeta, decide di completare il suo percorso di straniero nomade visitando, e abitando, una delle metropoli-mito che porta in sé tutti i segni della storia: Berlino, l’isola lussureggiante circondata dal freddo mare grigio, immobile. Berlino, la città dove tutto sembra possibile, dove tutto si trasforma, quasi come una favela stratificata; un territorio liberato dove le regole non esistono, eppure sono rispettate da tutti, leggi non scritte che generano la forza motrice di una macchina sociale e politica esuberante.

A Berlino hanno già cercato ispirazione – e non solo, anche avventura, forse rifugio – David Bowie, che gli ha dedicato una trilogia, Brian Eno, Lou Reed. E poi Iggy Pop, a Berlino con Bowie anche per disintossicarsi da droghe e alcol, benché non cercassero certo riposo e quiete (quando mai a Berlino?), visto che “battevano” la città “a caccia di drag queen”.

Anche Massimo Zamboni suona, la chitarra, ma non ha ancora nessun progetto definito. Ma quale città più di Berlino si poteva definire “piena di musica?” Quale formazione migliore? Quale laboratorio più proficuo?

Nella parte più narrativa del libro racconta come la musica fosse ovunque, in strada, nelle case con le porte spalancate (o senza porte), nei locali. Gruppi di ragazze e ragazzi ballavano sui marciapiedi al ritmo dei Daf, o avvolti nelle sonorità cosmiche dei Tangerine Dream. Ma non erano particolarmente all’avanguardia. La musica era qualcosa di naturale, di fisico, non oggetto di ricerca intellettuale. Per esempio non conoscevano i Tuxedomoon, mentre “a Reggio Emilia eravamo molto più avanti”.

Così ogni strada, ogni palazzo, ogni suono costituiscono uno stimolo. Anche il desolato, enorme quartiere desertificato dai bombardamenti che l’accoglie all’arrivo, stanco, solo, mostra la reversibilità di un territorio sgargiante sbocciato sulle devastazioni della guerra, che lascia le sue tracce come installazioni permanenti di morte e distruzione.

A Berlino tutto sembra avvenire per caso, con velocità sbalorditiva. Nessuna discussione, nessuna verifica. Le regole-non regole sono infallibili, perché tutti le rispettano. Massimo trova immediatamente una stanza in una casa occupata, senza domande, senza conoscenze, e poco dopo anche un lavoro, cameriere in una pizzeria di italiani.

Esplora la città, penetra in profondità nella materia in continua trasformazione, incontra un ragazzo col quale fa amicizia, Giovanni Lindo Ferretti (la versione emiliana della coppia Bowie-Iggy Pop?). Insieme navigano per la città, osservano, ascoltano, finché, nel quartiere turco, notano la scritta murale “Punk Islam.” Si fermano, la contemplano a lungo. Diventerà il titolo del loro primo pezzo di musica italiana punk-sperimentale, quando fonderanno i CCCP

Berlino, riserva inesauribile di energia, di sfida alla morale, di libertà; ma Nessuna voce dentro. Un’estate a Berlino Ovest non è un libro d’avventura, o di aneddoti, come forse ci si aspetterebbe. Troppo facile? Troppo scontato? E’ uno scritto denso, con riflessioni di carattere antropologico sulla storia, la musica, le dinamiche della vita; il narratore è uno straniero che non si ferma mai, entra, osserva, riflette, descrive; non indugia nell’estetica, non si sofferma sullo spettacolo, anche se non può mancare qualche doveroso cameo, come la ragazza punk con la pantegana sulla spalla.

Questo aspetto, per alcuni, può costituire il suo limite. Qua e là le riflessioni e le descrizioni sembrano rallentare la lettura, smorzando il desiderio di storie forti, di colori che esplodono, di follie creative che deflagrano. Ma non è necessariamente un difetto. Si tratta semplicemente di qualificare un’opera secondo una determinata tendenza, e per quello apprezzarla, o criticarla.

E la tendenza principale di questo libro è la scrittura. E’ un testo scritto straordinariamente bene. Ne girano pochi di questa qualità. Lo stile è estroso, raffinato quanto basta per non scadere nel virtuosismo. Possiamo dire che una trama a tratti sacrificata, viene riscattata dal ritmo ipnotico dello stile.

Ci fu chi, sintetizzando la sintesi, classificò le opere unicamente come “belle” e “brutte”. Noi potremmo ampliare questa storica riflessione in opere “utili” e opere “inutili”.

Nessuna voce dentro. Un’estate a Berlino Ovest si colloca orgogliosamente tra quelle utili.

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Ritorno al futuro: Stato d’eccezione dei Black Mirrors https://www.carmillaonline.com/2017/02/09/black-mirrors/ Thu, 09 Feb 2017 22:00:07 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=36421 di Dziga Cacace

a2222684573_16Ho cominciato a scribacchiare di musica all’inizio degli anni Zero. Nell’industria discografica c’era ancora la baldanza (e la spocchia) di chi si sentiva al sicuro e Napster sembrava un problema lontano, “degli americani”. Poi tutto è crollato e non voglio tirare conclusioni, ma se è venuto meno il mercato discografico, pubblicare un disco oggi o risponde a una logica commerciale per sfruttare un nome, una nostalgia o un fenomeno oppure è la risposta concreta, fisicamente evidente, alla propria esigenza creativa: non importa l’esito delle vendite perché c’è qualcosa da [...]]]> di Dziga Cacace

a2222684573_16Ho cominciato a scribacchiare di musica all’inizio degli anni Zero. Nell’industria discografica c’era ancora la baldanza (e la spocchia) di chi si sentiva al sicuro e Napster sembrava un problema lontano, “degli americani”. Poi tutto è crollato e non voglio tirare conclusioni, ma se è venuto meno il mercato discografico, pubblicare un disco oggi o risponde a una logica commerciale per sfruttare un nome, una nostalgia o un fenomeno oppure è la risposta concreta, fisicamente evidente, alla propria esigenza creativa: non importa l’esito delle vendite perché c’è qualcosa da dire e si ha piacere di farlo.
I Black Mirrors, band con una storia ultratrentennale già raccontata qui, pubblica oggi il suo secondo disco ed è un meraviglioso atto di resistenza, di coraggio e di rivendicazione, un gesto assolutamente punk nel suo uscire da ogni binario precostituito: Stato d’eccezione è scaricabile gratuitamente ma vi invito a procurarvelo nella versione Cd perché è un disco che fa ragionare e fa venire voglia di una pogata urlante. E poi perché suona bene, ma sul serio, e anche perché ha una splendida copertina con un murale di Blu (Occupy Mordor, cancellato con buoni motivi dai muri del centro sociale XM24 di Bologna, oggi minacciato di sgombero).
I Black Mirrors hanno le idee chiare e quando si definiscono un gruppo rock’n’roll dicono semplicemente la verità: Stato d’eccezione è un disco che del punk ha l’attitudine e l’atteggiamento giusto: quello che ha reso grandi i Clash o, più recentemente, la Mano Negra, cioè innervare quei tre accordi di influenze e di suoni da tutto il mondo e renderli ancora una volta nuovi ed eccitanti.
Qui c’è il mezzo secolo che ci ha preceduto, musicalmente e politicamente, senza etichette precise o limitanti, perché si canta e si suona con ogni mezzo necessario, sempre, e in questo caso lo si fa assecondando testi diretti, taglienti come rasoiate. I Black Mirrors passano agevolmente da botte hard rock alla MC5 al meticciato Clash, con escursioni anche in sonorità ska, rhythm & blues o addirittura con l’occasionale distorsione metal. E perché no? D’altronde l’album si chiude con una magnifica ballata elettrica assieme ai fratelli Severini, i Gang, altra esperienza musicale italiana genuina e irriducibile. Insomma: se le etichette aiutano la catalogazione nei negozi di dischi (ormai pochi), qui sembra di voler voltare pagina a ogni traccia, nonostante l’impronta personale dei Black Mirrors sia inequivocabile: punk, sì, ma quel punk che è rifiuto dell’anticonformismo conformista più corrivo, quello che porta in classifica coi suoni addomesticati e qualche slogan urlacchiato per far scena o ancora quello, doppiamente fasullo, che insegue una produzione LoFi che troppe volte maschera una reale capacità strumentale.
Stato d’eccezione è suonato e prodotto benissimo, senza ruffianate ma con una visione musicale chiara e potente che esalta il lavoro compositivo ed esecutivo. Provate a sentire i dischi di chi insegue la programmazione radiofonica: un “tutto pieno” monolitico dove scompare qualsiasi nuance. Qui invece si sente, all’antica – ma quanto avanti! –, ogni strumento, con nitore cristallino. Chitarre, basso e voce ruggiscono o ti accarezzano accompagnando testi curatissimi che spaziano dalla realtà quotidiana del lavoro alle lezioni della storia (le vicende del partigiano Corbari o della guerrigliera Monika Ertl). E c’è l’abilità – figlia di quei lontani anni Settanta – di saper irridere il potere (W la FCA) unendo significato e sfottò senza cadere mai nel ritornello facile ma un po’ vuoto. C’è la volontà sorridente di rivendicare le radici musicali (Punk is Dad) e quella inquieta che ricorda la pacificazione imposta (Omissis, Memoria con divisa). E c’è anche lo sberleffo nei confronti dei pensosi e afflitti cantautori nostrani e di chi invece pare uscito di testa (quando un tempo cercava rifugio nel Patto di Varsavia…).
Non vorrei far torto a una tracklist che non perde un colpo ma forse il pezzo più toccante di Stato d’eccezione è l’omaggio sincero a Freak Antoni, con la cover di Gli italiani son felici, in cui suona anche lo storico chitarrista degli Skiantos, Dandy Bestia: qui passato e presente si ricongiungono magicamente e il testo di Freak – con una nuova strofa aggiunta – suona più che mai attuale e perfettamente coerente col resto dell’album, un album con la maturità dell’età dei Black Mirrors e l’energia e la voglia di chi ha ancora vent’anni dentro e sa dimostrarlo.

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