Carlo Emilio Gadda – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Tue, 07 Jul 2026 20:00:18 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Su “Grave disordine con delitto e fuga” di Ezio Sinigaglia https://www.carmillaonline.com/2024/06/17/su-grave-disordine-con-delitto-e-fuga-di-ezio-sinigaglia/ Mon, 17 Jun 2024 20:00:45 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=83063 di Serena Penni

Ezio Sinigaglia, Grave disordine con delitto e fuga, Terrarossa, Bari, 2024, pp. 105, euro 14,00.

Grave disordine con delitto e fuga, l’ultimo romanzo di Ezio Sinigaglia, racconta la storia di un incontro tra due mondi, tra due realtà sociali e culturali diametralmente opposte. L’ingegner De Rossi, degno rappresentante dell’alta borghesia, incrocia infatti il suo destino con quello di Michelangelo detto Jimmy, fattorino della ditta di cui l’ingegner De Rossi è a capo. Quest’ultimo sembra riassumere in sé tutte le virtù possibili: la bellezza, la grazia, la gentilezza, l’empatia nei confronti del prossimo. L’altro appare invece, sulle prime, come il classico [...]]]> di Serena Penni

Ezio Sinigaglia, Grave disordine con delitto e fuga, Terrarossa, Bari, 2024, pp. 105, euro 14,00.

Grave disordine con delitto e fuga, l’ultimo romanzo di Ezio Sinigaglia, racconta la storia di un incontro tra due mondi, tra due realtà sociali e culturali diametralmente opposte. L’ingegner De Rossi, degno rappresentante dell’alta borghesia, incrocia infatti il suo destino con quello di Michelangelo detto Jimmy, fattorino della ditta di cui l’ingegner De Rossi è a capo. Quest’ultimo sembra riassumere in sé tutte le virtù possibili: la bellezza, la grazia, la gentilezza, l’empatia nei confronti del prossimo. L’altro appare invece, sulle prime, come il classico uomo tutto d’un pezzo: un tempo cocco di mamma, oggi è marito e padre accorto e premuroso, dirigente dotato di senso degli affari e abilità manageriali. Ma, come sempre accade in Sinigaglia, le cose non sono come sembrano, e i ruoli dei personaggi vedono sfumare progressivamente i loro confini, fino a perdersi in una nebulosa di desideri più o meno consapevoli, di istinti più o meno repressi, di verità più o meno rivelate. Grave disordine con delitto e fuga mette in scena i giochi di potere che hanno luogo tra due personalità complesse e contorte. Il mondo di carta che l’ingegner De Rossi ha costruito attorno a sé crolla solo apparentemente all’improvviso, dal momento che il personaggio, in qualche modo, ha come inconsciamente preparato la propria caduta da tempo immemorabile. Ma anche la maschera di Michelangelo-Jimmy è destinata a sgretolarsi, e pure in questo caso si ha l’impressione che tale disfacimento covasse i propri germi da mesi, forse da anni. Nel racconto di Sinigaglia si sente senz’altro l’eco dei personaggi inventati da Pasolini; Jimmy appare come una sorta di ragazzo di vita, ma più disincantato, disilluso; a suo modo più colpevole. Si intuisce anche il riverbero dei romanzi e dei racconti di Moravia: l’ingegner De Rossi richiama in parte il Michele degli Indifferenti, ma rispetto a lui è meno cosciente dei propri limiti, e ripone troppa fiducia nella classe sociale di appartenenza, che tuttavia non lo salva di fronte a sé stesso. Come non citare poi Gadda? Il disordine del titolo richiama alla mente il “pasticciaccio”: in entrambi i casi, ci troviamo di fronte a matasse che non si sbrogliano ma, per quanto riguarda il lavoro di Sinigaglia, la responsabilità della matassa è da ricercarsi proprio nelle psicologie dei personaggi, divorati progressivamente dalla loro ombra, che a tempo debito non sono stati in grado di accogliere.

Sullo sfondo ci sono i deboli, le creature fragili, le vittime innocenti. La moglie dell’ingegner De Rossi, il suo bambino, il suo gattino. Ma esistono davvero esseri privi di colpa? Sinigaglia, con toni ironici e irriverenti, pare gettare su tutti il dubbio del peccato originale. Gli innocenti forse non sono davvero tali perché non hanno saputo o voluto osservare, capire, impedire, così come i colpevoli non sono del tutto colpevoli perché la loro aggressività è frutto della loro stessa disperazione. L’amore ha tante facce quante ne ha la crudeltà; il bisogno di affetto ha tanti simboli quanti ne hanno la rabbia, il cupio dissolvi, la volontà di distruggere e di distruggersi. Il sesso ha tante possibilità quante sono le sfaccettature dell’animo umano.

Il cliché della “moglie in vacanza” è qui richiamato per essere stravolto: la signora De Rossi se n’è andata per assistere il fratello, che ha fatto l’ennesimo incidente, l’ennesima sciocchezza, l’ennesima spacconata da enfant gâté ormai troppo cresciuto. La donna ha portato con sé il bambino e, com’era prevedibile, ha lasciato il gatto – creatura, quest’ultima, tanto graziosa quanto selvatica. E sarà proprio la tenera bestiola ad assumere il ruolo di vittima sacrificale. Il vuoto temporaneo che la signora lascia non apre infatti il varco a scappatelle inconsistenti e ludiche, da “commedia all’italiana” o B-movies, ma, al contrario, funge da viatico al disvelarsi di sentimenti e conflittualità che attingono alle parti più recondite degli animi dell’ingegner De Rossi e del suo fattorino Michelangelo-Jimmy. Tornare indietro poi non sarà più possibile. La vita di tutti loro, lo si intuisce, non sarà mai più la stessa, anche se i gesti, i luoghi, i modi e i riti probabilmente non cambieranno.

Anche in questo romanzo di Sinigaglia, come già nei precedenti, colpiscono il ricorso frequente all’ironia, l’approccio dissacrante con cui il narratore osserva i suoi personaggi, raccontandoci il loro progressivo, doloroso avvicinamento a sé stessi con un linguaggio polimorfo e sapientemente cangiante.

Michelangelo-Jimmy, il cui nome di battesimo viene descritto dall’autore come “un po’ pretenzioso, come spesso accade nelle famiglie modeste e nascostamente ambiziose” e che, storpiato in Jimmy, sembra già alludere alla sua natura doppia e bifronte, fa venire in mente i protagonisti de L’amore al fiume (e altri amori corti), dello stesso autore, uscito per Wojtek nel 2023: anche in quest’opera si incontravano giovani alle prese con la conoscenza, faticosa e intrigante insieme, della propria sessualità, del loro stesso modo di essere.

In questo suo ultimo romanzo Sinigaglia dà prova, una volta di più, di essere un profondo conoscitore dell’animo umano, che racconta con distacco e ironia ma anche con un senso forte di vicinanza ai suoi simili, siano essi angeli o bestie. Si tratta di una prova molto felice che si somma alla ricca e cospicua produzione dell’autore, e che merita senza dubbio l’attenzione dei lettori.

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Esperienze estetiche fondamentali / 4: Th.W. Adorno https://www.carmillaonline.com/2023/04/27/esperienze-estetiche-fondamentali-4-th-w-adorno/ Thu, 27 Apr 2023 20:00:11 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=76742 di Diego Gabutti

Mai più tornato ad Avellino. Tra la stazione e la caserma c’era un lunghissimo viale. Mi sembra non fosse alberato, anche se non posso giurarlo. Era estate. Ricordo un largo marciapiede percorso da cittadini dall’aspetto rilassato. Avevano l’aria di poter passeggiare avanti e indrè senza fare nient’altro dal mattino alla sera, e senza mai annoiarsi (col tempo, letti molti libri sull’argomento, che interpretai come manuali, e stufo di spostarmi in automobile, avrei imparato anch’io l’arte del flâneur). Ricordo anche d’avere avuto l’impressione, mentre andavo per la prima volta dalla [...]]]> di Diego Gabutti

Mai più tornato ad Avellino. Tra la stazione e la caserma c’era un lunghissimo viale. Mi sembra non fosse alberato, anche se non posso giurarlo. Era estate. Ricordo un largo marciapiede percorso da cittadini dall’aspetto rilassato. Avevano l’aria di poter passeggiare avanti e indrè senza fare nient’altro dal mattino alla sera, e senza mai annoiarsi (col tempo, letti molti libri sull’argomento, che interpretai come manuali, e stufo di spostarmi in automobile, avrei imparato anch’io l’arte del flâneur). Ricordo anche d’avere avuto l’impressione, mentre andavo per la prima volta dalla stazione alla caserma, che Avellino consistesse di quell’unico viale affiancato da due singole file di case, di tre-quattro piani al massimo, oltre le quali, a destra e a sinistra, c’era subito la campagna aperta.

Nei cortili delle case, lungo la strada, ricordo un vasto spentolio di pomodori messi a cuocere in grandi marmitte alimentate a legna, su grandi falò. Altre vaste distese di pomodori se ne stavano al sole a seccare. Era evidentemente la stagione della salsa e dei pomodori secchi. Mai saputo che ce ne fosse una. Gli odori erano intensi, i colori accesi, il rosso una vampa. Mai visto prima niente di simile. Praticamente un altro pianeta. E in fondo al viale, la caserma.

Qui mi consegnarono (attenti, riposo, spall’arm) una divisa estiva da bersagliere, fez e tutto, compreso il cappellone di metallo piumato (anche se dire piumato, di quello sproposito di piume, roba da Ziegfeld Folies, è riduttivo). In libera uscita s’indossava il fez (rosso, il pon-pon blu madonna) che metteva allegria a bambini e burloni. Mi piaceva passeggiare per Avellino, il caffè era ottimo, idem le pastarelle, finché non saltò fuori che giù per il viale, quando capitava d’incrociare un ufficiale o anche solo un maresciallo, si doveva scattare sull’attenti, sbattere i tacchi e portare la mano a visiera sulla fronte. Marescialli e capitani non erano uomini ma caporali: per scacciare lo spleen, e spassarsela a spese delle reclute, non facevano che andare su e giù dalla stazione beandosi dei saluti militari. Personalità autoritarie calzate e vestite, accidenti a loro.

Fortuna che avevo con me il contro-incantesimo: una copia della Dialettica negativa di Theodor Wiesengrund Adorno, il fenomeno filosofico della prima metà della seconda metà del Novecento. Rilegato e con sovraccoperta, era un libro giallo canarino (colore per il quale anch’io, come Nero Wolfe, ho sempre avuto un debole).

Comprata qualche giorno prima, a Milano, alla Feltrinelli di Via Manzoni, dov’ero capitato per caso, sapevo perché mi ero portato in partibus infidelium la Dialettica negativa, summa del pensiero adorniano, appena tradotto da noi ma uscito in Germania sette anni prima, nel 1963. Era per consolarmi in quest’improvvisa curva a gomito della vita, adesso che mi toccava portare il fez come Totò nella parte del Turco Napoletano («Guarda Omar quant’è bello!») Politicamente radical, filosoficamente chic, giallo canarino, Dialettica negativa era un saggio tirabaci.

Cominciava così, con un incipit incantatorio che diceva: «La filosofia, che una volta sembrò superata, si mantiene in vita, perché è stato mancato il momento della sua realizzazione. Il giudizio sommario, che essa abbia semplicemente interpretato il mondo e che per rassegnazione di fronte alla realtà sia diventata monca anche in sé, diventa disfattismo della ragione, dopo che è fallita la trasformazione del mondo».

Monca. In sé. Disfattismo della ragione.

Non si poteva dir meglio – qualunque cosa, però, si volesse dire, e mica era chiaro. Che fosse colpa della traduzione? Delle virgole traballanti? Del tono incravattato e per così dire «animalescamente serioso», come altrove diceva lo stesso Adorno, diffidando forse un po’ anche di se stesso, oltre che d’interpreti e traduttori? O io duro?

Anni dopo, in una sorta di divorzio unilaterale musulmano, le Edizioni Einaudi ripudiarono la prima traduzione di Dialettica negativa, edita nel 1970, per sostituirla con un’altra, che apparve nel 2004. Colpita da un Verboten, della prima traduzione svanì ogni traccia.

Sempre con scarso riguardo per le virgole, lasciamo per un momento il senso da parte, adesso si poteva leggere questo nuovo incipit: «La filosofia, che una volta sembrò superata si mantiene in vita perché è stato mancato il momento della sua realizzazione. Il giudizio sommario, che abbia semplicemente interpretato il mondo e che per rassegnazione di fronte alla realtà sia paralizzata anche internamente, si trasforma in disfattismo della ragione, dopo che la trasformazione del mondo è fallita».

Non cambiava granché. Anzi, da come la vedo adesso, la nuova traduzione era meno sculettante e fascinosa della vecchia. Ma passons. Dopo la prima libera uscita, salutato il mio primo ufficiale e subito rientrato in caserma, ero corso ai ripari.

Giovane e convincente come il demonio, e se non bravo bidonista io allora babbioni loro, chiesi e ottenni di preparare il mio esame sulla Dialettica negativa dal comandante di compagnia (o comunque si dica) evitando l’addestramento. Mostrai il bel tomo, lo sfogliarono, e anche loro rimasero basiti. Non avevo nessun esame da preparare, naturalmente. Non ero neppure iscritto all’università. Furono tutti molto gentili. Mi venne riservato uno stanzone al primo piano, in fondo al cortile delle adunate.

Me ne stavo lì, cinque o sei ore al giorno, tutto solo, senza correre né saltare come gli altri bersaglieri, mai disturbato da nessuno, sonnecchiando e masticando caramelle gommose di liquerizia. C’era uno spaccio sempre aperto, e ogni tanto scendevo per una Coca, o un Buondì Motta. Leggevo la Dialettica, senza capirne una parola ma proprio per questo prendendoci sempre più gusto. Adorno era divertente, certamente malgré lui, ma comunque una vera sagoma, quando liquidava Heidegger per «l’oscurità, in cui nemmeno si formano più mitologemi come quello della realtà delle immagini». Oppure quando spiegava che «la filosofia non è scienza, né poesia di pensieri, come il positivismo con uno stupido ossimoro vorrebbe degradarla, bensì una forma mediata e distinta da ciò che è diverso da essa». Mitologemi! Oscurità! Che meraviglia!

Intendiamoci: vero che leggendola non si capiva granché: argomentazioni oscure, immagini belle e imperscrutabili. Ma la tesi, se non la sostanza, della Dialettica negativa era sotto gli occhi di chiunque si fosse preso il disturbo di dare anche soltanto un’occhiata, non importa quanto distratta, alla copertina del libro. C’era tutto lì nel titolo: «dialettica negativa» era praticamente uno spoiler.

Tesi, antitesi ma niente sintesi: Adorno predicava (anche se questa non è la parola giusta, però un po’ sì) una dialettica celibe, astratta e irriducibilmente teorica, persino un po’ astrattista, come le macchine dei surrealisti, queste e quella improprie all’uso. Negativa, la sua era una dialettica iconoclasta, e ai tempi (in primis) antisessantottesca, senza poster da venerare, tiranni da compiacere, popoli e classi da coglionare.

Era una dialettica che non si proponeva nulla di pratico o di concreto e che anzi si vietava ogni proposito (come diceva egli stesso altrove, proprio parlando d’evasione, dunque anche di queste pagine, a pensarci bene). Non c’era qui una delle sue agili acrobazie linguistiche seguite dall’oplà, come al circo, dopo che si sono esibiti i trapezisti macedoni, dopo la sfilata degli elefanti ballerini e la piramide umana. Niente lancia in resta. Niente «e ora a noi due, fellone». Era una dialettica senza l’elmetto calato sugli occhi. Era cioè una filosofia che negava puramente e semplicemente senso all’ambaradan della rivoluzione per finta (come la chiamava lui: sovietica, cinese, cubana, sessuale o variamente giovanile che fosse). Non potevi piegarla a schiamazzare nei cortei, a proclamare che la lotta continua, che l’utero è mio, che il vento dell’est prevale sul vento dell’ovest e altre bandiere al vento. Forse troppo negativa, la dialettica adorniana si perdeva così, diciamocelo, tutto il divertimento: jazz e rock’roll, cinema, radio, romanzetti, cartoni animati e insomma tutto ciò che, mentre la vita (notoriamente) non vive, almeno un po’ si sforza d’ammazzare il tempo. Adorno, tra le innumerevoli cose che detestava, naturalmente disprezzava in particolar modo che s’ammazzasse il tempo, benché fosse proprio per ammazzare il tempo che si dilettava col freudismo, la musica dodecafonica, l’arte d’avanguardia. Ma proprio questa sua particolare ottusità era la sua forza. Proclamando il primato Über Alles della teoria della Kultur, egli aveva fatto qualcosa, ai miei occhi, di eminentemente pratico: aveva classificato il militantismo e le fanfaronate gosciste in genere, cioè l’identikit nel quale non potevo evitare (ahimè) di riconoscermi, nello stesso repertorio flaubertiano di cui anche la Dialettica negativa, come tutta l’opera d’Adorno, era in qualche modo l’aggiornamento a quello che i marxisti chic avrebbero poi detto «secolo breve» e che lui, più opportunamente, avrebbe definito invece «dopo Auschwitz», l’inizio d’una nuova età del mondo. In Adorno c’era qualcosa di Bartleby, lo scrivano di Melville, e di Amadeo Bordiga, il comunista che non s’unì mai allo spettacolo. Come loro, anche Adorno, «preferiva di no». E così anch’io, che li approvavo tutti, per la loro negatività, con una passione da nerd.

Frugando nella biblioteca della caserma trovai Addio, Mr Chips! di James Hilton, una storia strappacore che invece, al contrario della Dialettica, suonava limpida, trasparente, cristallina e immediatamente comprensibile come una rima del Signor Bonaventura o una melodia di Lennon-McCartney, diciamo Penny Lane, o Eleanor Rigby. C’era nel romanzo questo timido professore. Hilton ne raccontava la vita dalla giovinezza all’età veneranda. Gli allievi, il college, l’alpinismo, gli affanni e la pensione, gli esami, la moglie troppo presto scomparsa. Ricordavo il film con Greer Garson e Robert Donat del 1939. Adorno, naturalmente, lo avrebbe detestato, come detestava un po’ tutto, a cominciare, lui musicologo, dal jazz. «Il cinema rende stupidi», diceva. Quanto a me, al film preferivo il romanzo.

C’era un gran caldo. Mai mangiato sbobbe più schifose; il profumo violento e speziato delle salse di pomodoro dava alla testa più del vino e del limoncello che la sera giravano nelle camerate torride. Mentre le altre reclute, per salire dal primo al secondo e al terzo piano, dovevano issarsi su per una corda, come fachiri, io usavo le scale.

Non li avevo con me, ma da tempo ero un fan dei Minima Moralia e della Dialettica dell’illuminismo. Quelli erano libri che si capivano, scritti in punta di penna, «poesia di pensieri» purissima, piacesse o spiacesse all’autore, anzi agli autori, visto che la Dialettica dell’illuminismo era firmata, oltre che da Adorno, da Max Horkheimer, del quale si diceva che, ricco sfondato com’era, si fosse comprato, pagando cash, l’Institut für Sozialforschung, poi detto Scuola di Francoforte, di cui era il plenipotenziario.

Chi ha letto da giovane gli aforismi di Adorno e la Dialettica dell’Illuminismo di Adorno e Horkheimer diventa magari un po’ snob ma almeno è vaccinato per sempre contro la volgarità delle ideologie radicali. Non ho orecchio per la musica, a meno che non sia musica pop per massaie e giovinastri (così come non ho orecchio per la narrativa alta, e leggo quasi esclusivamente romanzi in cui c’è minimo una galassia da salvare o il cadavere d’un assassinato dentro una camera chiusa dall’interno). Così non ho mai letto (sfogliato sì, un’occhiata veloce non si nega a nessun libro) i saggi di critica e filosofia musicale di Adorno. Può darsi che siano bellissimi. Anzi, lo saranno senz’altro e prima o poi, avanzandomene tempo, chissà che non mi decida a leggerli davvero. Ma l’Adorno macchinoso, ermetico, inesplicabile, che rimprovera agli altri il ricorso alle oscure trivialità del gergo filosofico, quando lui ne è un campione insuperabile e i suoi traduttori anche peggio, mi piaceva non perché m’impartisse chissà quale lezione di saggezza ma perché mi piaceva l’orrido: il Mulo Francis, Andy Wharol, gli «elseworlds» della DC Comics, La Chinoise di Godard e adesso anche la Negative Dialektic adorniana (tesi, antitesi, ma niente sintesi). In realtà, più che di Adorno, ero un tifoso dei suoi virtuosismi di prosatore, cioè dei Minima Moralia, tra i libri più belli mai scritti. Niente di personale. Erano affari estetici.

Pochi anni dopo – via da Avellino e dal servizio militare, di cui non mi resta neppure un souvenir, e non mi spiacerebbe avere nell’armadio il cappello piumato o almeno il fez, nonché ormai sposato e con figli pargoletti – io e il mio amico e compare Paolo Pianarosa, oggi malauguratamente scomparso, celebrammo i Mimima Moralia con un pamphlet stile Stanlio e Ollio intitolato Adorno sorride. Era un titolo che omaggiava insieme Adorno e William S. Burroughs («Tio Mate Smiles, The Chief Smiles, Old Sarge Smiles», da Wild Boys, apparso da noi nel 1973 come Ragazzi selvaggi). Oltre alla fissa per Adorno ne avevamo una anche per Burroughs. C’erano solo fisse, ai tempi. O gioventù!

Fu Elvio Fachinelli, psicoanalista e grande firma sessantottesca, a chiederci d’intervenire con un libretto satirico sulla polemica divampata nel 1977 a proposito di certi aforismi dei che non erano stati tradotti nell’edizione Einaudi del 1954. Fachinelli, che in quel livido crepuscolo del Sessantotto, dirigeva una rivista chiamata L’erba Voglio e la casa editrice omonima, aveva pubblicato, tradotti da Gianni Carchia, saggista e filosofo molto amico di Paolo, gli aforismi «censurati». Entrerei nei particolari, ma sono noiosi, quindi lasciamoli fuori.

Cesare Cases, pezzo grosso della casa editrice, e Renato Solmi, il traduttore dell’edizione sotto attacco, nonché co-curatore delle Meraviglie del possibile (come abbiamo appena visto) con Franco Lucentini, autori Cases e lui di libri memorabili, non la presero bene. Quale censura, allibirono Solmi e Cases all’uscita delle traduzioni di Cechia? Di che parlano questi qua?

E la presero anche peggio quando gli toccò leggere Adorno sorride, dov’erano spietatamente svillaneggiati, messi in croce e sbertucciati, benché Fachinelli, Carchia, Paolo e io avessimo torto e loro ragione, almeno a proposito degli aforismi soppressi. Magari si meritavano quella gran tempesta di frizzi e lazzi in quanto establishment culturale e icone, ai nostri occhi goscisti, dell’egemonismo stalino-gramsciano-berlingueriano che, sempre ai nostri occhi, ma non soltanto ai nostri, si stava divorando l’Italietta. C’era un che di zdanoviano nel catalogo Einaudi (come avrebbero messo in chiaro, beffeggiatori ben più temibili e puntuti di noi, Carlo Fruttero e Franco Lucentini nel loro cult del 1979, A che punto è la notte, che fece il marxismo-einaudismo a brandelli). Si dice che Giulio Einaudi in persona, nei primi cinquanta, fu dissuaso dal pubblicare le opere complete di Peppone Stalin solo a un pelo dalla firma del contratto. Ma nessun einaudiano aveva censurato i Minima Moralia.

A che scopo censurarli, poi? Gli aforismi soppressi non dicevano niente di diverso da tutti gli altri. Avevamo un bell’inventare, Paolo e io, che fossero stati «sbianchettati» (come allora non si diceva ancora, ma c’eravamo quasi) perché in «aperta contraddizione» con la politica culturale del Pci, quale che fosse (Repubblica e l’Unità? il catalogo degli Editori Riuniti? Linus?) Non era vero. Ed era, anzi, una sciocchezza. Gli aforismi furono verosimilmente tagliati vuoi perché giudicati meno brillanti degli altri vuoi per sfoltire un libro troppo massiccio. Non fu bello, ma non fu neanche un crimine. Adorno, per quanto si dichiarasse ostile al socialismo reale, non era Solženicyn (che Umberto Eco, a proposito d’egemonismo stalino-gramsciano, aveva definito in quegli stessi anni «un Dostoevskij da strapazzo», e ciò proprio mentre l’autore di Arcipelago Gulag era nelle grinfie del KGB). Solmi e la redazione Einaudi non ricorsero alla guida pratica dell’Index Librorum Prohibitorum in versione bolscevica per cancellare con un Fiat Tenebris gli aforismi in eccesso. Ricorsero, più in piccolo e senza far danni, all’ambarabaciccicoccò. Ma Paolo e io trovammo divertente fingere indignazione.

Sul momento non lo capì nessuno, che per il senno di poi ci vuole tempo e pazienza, ma era cominciata l’età del falso sdegno, che presto sarebbe dilagato ovunque, come le armate degli zombie nei serial Netflix: questione morale, morte alla casta, politici ladri, democrazia canaglia, evviva e abbasso Berlusconi, il moralismo da talk show, populisti invasati, magistrati buoni e giusti, il fatto quotidiano. Fu il Sessantotto a cominciare, con le sue stizze da barzelletta, e certo anche Adorno, gran moralista, c’entrò per qualcosa. Un minimum di responsabilità tocca pure ai suoi interpreti e laudatores, tipo Paolo e me.

Non che lodassimo, e tanto meno interpretassimo, proprio Th.W. Adorno, la rock star della filosofia. Avevamo caricato a molla un pupazzo che somigliava al secondo violino dell’Institut für Sozialforschung ma che non era lui. Anche la somiglianza era vaga. Ci eravamo costruiti un Adorno che in parte poteva ricordare Clint Eastwood nei film (altra fissa) di Sergio Leone e in parte era un incrocio tra Bruce Lee e Fred Astaire. Un guerriero e un ballerino. Da come la vedevamo noi, questo particolare Adorno con la mascherina nera e un gran mantello da supereroe non s’occupava di filosofia. Quella era una copertura. Lui s’aggirava nei cataloghi editoriali, il solo campo di battaglia che riuscissimo a concepire, deciso a far piazza pulita dei filistei, come diceva Marx dei suoi e nostri nemici: i comunisti ortodossi, quelli eterodossi, da un lato György Lukács perché s’era venduto (il pidocchio) al realismo socialista, dall’altro Herbert Marcuse perché era un francofortese hippeggiante e New Age, la specie filosofica peggiore. Abusammo di questo Adorno action e immaginario fino a farne contemporaneamente un Pulcinella e un Matamoros.

C’inventammo Adorno, in quello scorcio di secolo popolato di lettori rococò, in cui non c’era libro sacro o profano che non rischiasse la maiuscola, come c’inventammo altri Libri e altre chimere: la Trilogia Nova di Bill Burroughs, l’Ispettore Callaghan e il Giustiziere della notte, i Fili del Tempo di Amadeo Bordiga, il cekista Blumkin, Gloria di John Cassavettes, i Warriors di Walter Hill, Walter Benjamin, Blonde on Blonde di Bob Dylan, Siegfried Kracauer, i manichei, per un po’ persino i Seminari di Lacan. Prima della realtà potenziata, con didascalie e sottotitoli visibili solo a chi indossa un visore o punta la fotocamera dell’iPhone sul QR code del monumento o dell’edificio storico, c’erano le biblioteche di libri (e autori) potenziati. Fu Adorno che pompammo di più, senza mostrare misericordia. Gli attribuimmo virtù ridicole e talenti inverosimili.

Dopo Avellino era stato tutto un crescendo. In una pagina d’Adorno sorride lo disegnammo mentre faceva roteare un randello dietro la schiena. Adorno, un pacifico professore tedesco intimidito dalle studentesse che durante le sue lezioni gli mostravano le tette per beffeggiarlo, era diventato uno squadrista. Me ne vergogno ancora.

Scomparso nel 1969, il poveretto non poteva difendersi dai suoi laudatores come, da vivo, non aveva potuto difendersi dalle studentesse in topless. Con me si prese, però, una rivincita postuma. Se anni prima, da militare, m’ero inventato un esame sulla Dialettica negativa, alla metà dei settanta me ne toccò davvero uno, con Gianni Vattimo, sulla Teoria estetica, di cui era appena uscita una traduzione sempre Einaudi, un testo adorniano se possibile ancora più oscuro dell’altro e altrettanto giallo canarino. Presentai all’esame una relazione. Vattimo la lesse, disse di non averci capito niente, zero, non una parola, e francamente ero perplesso anch’io, ma aggiunse che gli erano piaciute la prosa gaglioffa e le carambole dialettiche, complimenti.

Ebbi un 30 e lode al buio, come a poker. Lì per lì fui contento. Poi realizzai che il vero voto, come in una ghost story, me lo aveva dato Adorno con una randellata ectoplasmica. Mi aveva lanciato la maledizione dell’oscurità. E adesso ero come posseduto: lui avrebbe detto che avevo «introiettato» l’adornismo.

Leggendo i suoi Tre Studi su Hegel capii cos’era successo di preciso. Anche lui era stato posseduto, in giovinezza, da un filosofo che parlava oscuro, G.W.F. Hegel: «Gli ostacoli che le [sue] grandi opere frappongono all’intelligenza del testo, sono qualitativamente diversi da quelli che offrono altri testi famigerati per la loro difficoltà. È il senso stesso che in molta parte è in dubbio ci sia, e fin qui nessun’arte ermeneutica è riuscita a stabilirlo in modo incontrovertibile. Nella cerchia dei grandi filosofi Hegel è l’unico nel cui caso non si sa, alla lettera, e nemmeno si può convincentemente decidere di che cosa mai si stia discorrendo». Contagiato da Hegel, di cui aveva «introiettato» prosa gaglioffa e carambole dialettiche, anche Adorno era caduto sotto l’incantesimo dell’oscurità, che poi aveva trasmesso a me e agli altri suoi tifosi in giro per il mondo, certo pure alle studentesse sberflone di Heidelberg o Francoforte.

Era – inconfondibilmente – il principio del motivetto diabolico enunciato da Mark Twain in un celebre racconto: Oh fattorino dal ciuffo nero / fora il biglietto al… / fora il biglietto al… / al passeggeero! / Foralo bene, con diligenza / fin dal momento del… / fin dal momento del… / della parteeenza! (questa la remota versione Rai del motivetto satanico). Non puoi smettere di canticchiarlo fin quando non lo appiccichi a qualcun altro che comincia a canticchiarlo dopo averlo ascoltato da te. Personalmente non me ne sono mai sbarazzato del tutto. Quanto a Th.W. Adorno, non l’ho praticamente più letto, e non ne sento il bisogno. Ma vent’anni fa, nel 2003, il suo fantasma tornò a battere un colpo.

Su «Repubblica» del 12 febbraio, che lessi in un caffè sulle ramblas, a Barcellona, dov’ero finito con mia moglie per una breve vacanza, Cesare Cases citò Adorno sorride rievocando l’epoca sventurata «in cui si riteneva che la rivoluzione fosse stata mancata per un libro non tradotto». Fu allora che «due giovani sciagurati capirono che Minima Moralia era stato tagliato di circa un terzo (col consenso dell’autore) e menarono grande scalpore». Telefonai a Paolo dall’hotel. Anche lui fu contento d’essere definito uno sciagurato. Alla nostra età, già quasi veneranda, le soddisfazioni erano rare.

Mi ero portato a Barcellona, per svagarmi, gli albi di Cocco Bill pubblicati sul Giorno dei ragazzi nei remoti sessanta. Erano poi usciti, come supplementi del giornale, in otto albi separati, che io avevo smarrito da ragazzino e che avevo ricomprato in una libreria antiquaria, strapagandoli. Avevo lavorato più di dieci anni per il Giorno, ma quando ci arrivai io non era più un gran giornale, come all’epoca degli albi di Cocco Bill, ghiotti come pagine di Carlo Emilio Gadda («La cucaracia, la cucaracia! Cocco Bill è un diavolon! / La cucaracia,la cucaracia! Cocco Bill del corazon!»).

Avevo cominciato a rileggerli, passati quarant’anni, uno o due giorni prima, appena arrivato in Spagna. Tornai a rileggerli in un ristorante di Plaça Reial, sotto i portici, dove Sonia e io, quella sera, sedemmo dopo una lunga flânerie. Sul tavolo briciole di pane, una bottiglia mezza vuota di vino profumato, Repubblica con l’articolo di Cases, i resti d’un baccalà alla catalana e Kamumilla Cocco Bill.

Non c’era poi tutta questa differenza da Avellino, incalcolabili anni prima, quando smanettavo la Dialettica negativa cercando una password per craccare le tenebre della filosofia, inalavo zaffate di salsa al pomodoro, leggevo Addio, Mr Chips! ricacciando i lacrimoni e portavo il fez. A parte Cases, Cocco Bill e il baccalà, era cambiato ben poco.
Sciagurato, sorridevo.

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Quel brutto pasticcio della guerra (e della prigionia) https://www.carmillaonline.com/2023/02/01/quel-brutto-pasticcio-della-guerra-e-della-prigionia/ Wed, 01 Feb 2023 21:00:55 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=75802 di Sandro Moiso

Carlo Emilio Gadda, Giornale di guerra e di prigionia, a cura di Paola Italia, Adelphi Edizioni, Milano 2023, pp. 626, euro 35,00

Carlo Emilio Gadda (1893-1973) è stato uno straordinario innovatore nell’uso della lingua nella prosa italiana. Autore di romanzi, racconti, saggi e traduzioni, soprattutto quest’ultime di testi del Siglo de Oro spagnolo, ha visto, però, la straordinaria varietà e ricchezza linguistica e l’ironia, spinta in taluni casi fin quasi al sarcasmo, che hanno connotato le sue opere maggiori trasformate in ostacoli che hanno reso talvolta più difficile l’approccio [...]]]> di Sandro Moiso

Carlo Emilio Gadda, Giornale di guerra e di prigionia, a cura di Paola Italia, Adelphi Edizioni, Milano 2023, pp. 626, euro 35,00

Carlo Emilio Gadda (1893-1973) è stato uno straordinario innovatore nell’uso della lingua nella prosa italiana. Autore di romanzi, racconti, saggi e traduzioni, soprattutto quest’ultime di testi del Siglo de Oro spagnolo, ha visto, però, la straordinaria varietà e ricchezza linguistica e l’ironia, spinta in taluni casi fin quasi al sarcasmo, che hanno connotato le sue opere maggiori trasformate in ostacoli che hanno reso talvolta più difficile l’approccio del grande pubblico ai suoi testi.

Testi che, soprattutto dal punto di vista linguistico, è infatti possibile avvicinare alle avanguardie letterarie, non solo italiane, più che alla letteratura tradizionale dell’Italia moderna, caratterizzata, fin dall’Ottocento, da certi scadimenti nazionalpopolari e melodrammatici che non sono migliorati nemmeno oggi, quando a tale tendenza si è affiancato, in tanta produzione letteraria degli ultimi decenni, un eccesso d’intimismo che non ha fatto altro che rafforzarne il sentimentalismo.

Tra gli autori italiani del ‘900 sono stati Italo Calvino e Pier Paolo Pasolini a concentrare maggiormente l’attenzione sull’uso della lingua che lo scrittore, ingegnere di professione come ricordano le sue biografie, spesso dilatava in tutti i suoi infiniti registri stilistici nei suoi romanzi e racconti. Ma se Calvino, che può essere considerato insieme allo stesso Gadda e a Primo Levi uno degli autori italiani più attenti a ibridare il linguaggio tecnico-scientifico con la ricerca letteraria, non abbandonò mai la sponda illuministica della facoltà raziocinante e razionalizzatrice della creazione letteraria, Gadda invece, con un uso smodato della lingua in ogni sua forma tendeva a costringere la ragione, di cui lui, ingegnere, doveva esser portatore in ogni progetto, a fare i conti con una realtà magmatica, la cui oggettività poteva espandersi fino a diventare inafferrabile nei suoi sviluppi. Come affermò lo stesso Calvino, nella introduzione all’edizione americana del Pasticciaccio nel 1984:

È il ribollente calderone della vita, è la stratificazione infinita della realtà, è il groviglio inestricabile della conoscenza ciò che Gadda vuole rappresentare. […] La vera cosa che Gadda aveva da dire è la congestionata sovrabbondanza di queste pagine attraverso la quale prende forma un unico complesso oggetto, organismo e simbolo che è la città di Roma.
[…] La Roma stracciona e sbraitante del cinema neorealistico (che proprio in quegli anni viveva la sua età dell’oro) acquista nel libro di Gadda uno spessore culturale, storico, mitico che il neorealismo ignorava1.

In occasione di una conferenza tenuta a Buenos Aires e pubblicata nel 1984 con il titolo Il libro, i libri, Calvino avrebbe ancora affermato: «In Italia il romanziere enciclopedico per eccellenza è Carlo Emilio Gadda, che nel Pasticciaccio brutto di Via Merulana condensa in un intreccio poliziesco i dialetti di Roma e di mezza Italia, l’arte barocca e l’epopea di Virgilio, la psicologia e la fisiologia, e soprattutto una filosofia della conoscenza»2. Mentre nella quinta delle Lezioni americane, avrebbe ancora sostenuto: «Carlo Emilio Gadda cercò per tutta la sua vita di rappresentare il mondo come un garbuglio, o groviglio, o gomitolo, di rappresentarlo senza attenuarne affatto l’inestricabile complessità, o per meglio dire la presenza simultanea degli elementi più eterogenei che concorrono a determinare ogni evento»3.

Durante il suo primo viaggio in America, Calvino aveva avuto occasione, nel 1959, di mettere a confronto Gadda e Pasolini, proprio sul tema del linguaggio, in un discorso che sarebbe stato pubblicato in seguito con il titolo Tre correnti del romanzo italiano d’oggi:

Pasolini scrive i suoi romanzi nel dialetto o meglio nel gergo del sottoproletariato dei sobborghi di Roma […] Con ostinata volontà razionale, Pasolini contrappone nei suoi romanzi e soprattutto nelle sue poesie in lingua […] una sua idea di popolo come istintiva gioia sensuale e una sua idea di severa morale politica di riscatto sociale. Nell’una e nell’altra idea e soprattutto nella loro contrapposizione, c’è ancora una buona parte di ostinazione intellettuale e una buona parte di fervore romantico. […] Il maestro a cui Pasolini si richiama nei suoi esperimenti linguistici è uno scrittore ora già anziano, Carlo Emilio Gadda, che pur rappresenta nella letteratura italiana quasi direi l’unica punta d’avanguardia nella ricerca formale, che possa affiancarsi a consimili esempi stranieri. Il linguaggio di Gadda è la Babele, o meglio la stratificazione, di tutti i linguaggi: dialetti (milanese e romanesco soprattutto), linguaggio dell’antica tradizione letteraria, formule burocratiche, con mille modulazioni e riflessioni che paiono i virtuosismi d’un grande musicista e gli scatti d’insofferenza d’un nevrastenico. Più che a Joyce, a cui molti lo paragonano, Gadda può essere avvicinato a Rabelais. Il suo romanzo maggiore Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, a cui lavora da vent’anni, è una specie di storia poliziesca a cui tutta Roma ribolle come un immenso calderone. In modo paradossale e ossessionato, si compone in Gadda un’immagine dell’Italia d’oggi, sospesa tra umore popolaresco, tradizione, razionalità e nevrosi.

La lingua di Gadda, in cui il realismo si mescola con una fervida fantasia e una satira spesso violenta sembra infatti prendere spunto da quella di Rabelais; un’efficace mistura che avrebbe fatto sì che lo stesso Pasolini definisse Gadda come un «grosso anarchico buono come un ragazzo». I due si erano conosciuti nel 1955 e fin dal 1956 l’Ingegnere aveva collaborato alla rivista «Officina» fondata nel 1955 a Bologna da Pasolini insieme a Francesco Leonetti e Roberto Roversi. Per poi vedere separate le loro strade sul finire degli anni ’50, quando Pasolini iniziò il progressivo avvicinamento a nuove amicizie e sodalizi artistici (con Sergio Citti, Elsa Morante e Alberto Moravia) 4.

Il testo appena ripubblicato da Adelphi, apparso per la prima volta nel 1955, viene ora proposto, in occasione del cinquantesimo anniversario della morte dell’autore, in una nuova edizione accresciuta da sei taccuini inediti, e ci permette, forse, di individuare l’origine di quella babele linguistica e di quello scontro tra volontà di mantenere fermo un punto di vista positivo e la realtà caotica della società moderna di cui hanno parlato comunque sia Calvino che Pasolini a proposito di Gadda.

Il giornale di guerra e di prigionia, infatti, ci consegna, non solo, il primo lungo esercizio di scrittura di un giovane Gadda arruolatosi come volontario e interventista nel Regio esercito italiano fin dai primi giorni di guerra, ma anche il tentativo di riporre ordine in un’esperienza caotica, disordinata, deludente e tutto sommato inafferrabile come quella della guerra (dall’agosto del 1915 all’ottobre del 1917), prima, e della prigionia (dal novembre 1917 al 29 dicembre 1918), poi.

Per il sottotenente Gadda, che l’aveva auspicata come «necessaria e santa», la Grande Guerra si rivela uno scontro durissimo. Più ancora che con il nemico, con ciò che scatenava in lui un’indignazione così violenta da sfiorare la «volontà omicida»: la meschinità della «vita pantanosa» di caserma; l’incompetenza dei grandi generali; l’indegnità morale dei vigliacchi, degli imboscati e dei profittatori, che costringevano gli alpini a marciare con scarpe rotte: « se ieri avessi avuto innanzi un fabbricatore di calzature, l’avrei provocato a una rissa, per finirlo a coltellate » confessa.
Come afferma la curatrice, Paola Italia, nella Nota al testo:

Questa nuova edizione dei diari di guerra che Gadda tiene dal 24 agosto 1915, due mesi dopo l’inizio, a Parma, della sua milizia, alla fine del 1919 […] – edizione resa possibile dalla scoperta di sei quaderni inediti, di proprietà degli eredi Bonsanti – […] si rivela un’opera profonda e potente: pur difforme dai più celebri, e letterariamente atteggiati, diari di Soffici, Stuparich e Comisso, appartiene a pieno titolo alla grande letteratura di guerra, e basterebbe da solo ad assicurare a Gadda un posto nel nostro Novecento. Non si tratta, come inizialmente si è ritenuto, di una prova generale della sua narrativa (che prende avvio proprio durante la prigionia), ma di un’opera in sé, originalissima e autonoma. Un’opera che è anche un eccezionale documento storico. Gadda ha vissuto infatti non una, ma una pluralità di guerre, combattute su vari fronti e da lui registrate in maniera accurata e veridica: i diari ce lo mostrano dapprima a Edolo, dove, destinato al 5˚ Reggimento Alpini, giunge il 18 agosto 1915, e a Ponte di Legno, dove trascorre gli ultimi mesi del 1915 fino al gennaio 1916; poi, al termine dell’addestramento a Torino nel maggio 1916, lo seguono a Vicenza, nelle trincee dell’Altopiano dei Sette Comuni, sul monte Zovetto, a Cesuna, a Campiello e in Val d’Assa, dal giugno all’ottobre 1916. Il vuoto dal novembre 1916 all’ottobre 1917 è una voragine aperta nell’anima di Gadda, che, smarrito a Caporetto il prezioso quaderno di «Torino Carso Clodig» e fatto prigioniero il 25 ottobre 1917, ricomincia a scrivere su un quaderno – «acquistato nel Gefangenenlager presso Celle, (provincia di Hannover), alla Kantine del Block C» – che testimonia la sua vita di prigioniero nella «baracca dei poeti », dal maggio all’inizio del novembre 19185.

E forse qui, in questa autentica officina, il lettore attento potrà trovare tutte le inquietudini dell’autore: lo sconforto di non poter inquadrare secondo una logica efficace i fatti, la sconfitta, lo sfondamento delle linee a Caporetto, i cedimenti dei soldati e gli errori e la superficialità degli ufficiali e dei comandi. Il tentativo di descrivere ciò che fino ad allora nessuna aveva osato o saputo immaginare: una guerra devastante che avrebbe irrimediabilmente proiettato la sua ombra sul XX secolo e forse, come oggi purtroppo possiamo constatare, anche oltre.

Un’esperienza che, naturalmente non fu solo di Gadda6. Ma che spesso, proprio negli interventisti convinti scatenò le più forti delusioni ed emozioni. Come ad esempio dimostrano le poesie scritte dall’”interventista” Ungaretti durante la guerra, anch’esse datate come se si trattasse di un diario, certamente tra le più belle e significative dell’intera sua produzione.

Lì, nel fango delle trincee, nella confusione delle ritirate e delle sconfitte, nel sangue dei commilitoni, nel dolore per la scomparsa degli amici oppure, come nel caso di Gadda, di un fratello e nella scoperta della debolezza e insignificanza del singolo, nasceva la necessità di nuovi linguaggi, di nuove formule affabulatorie che potessero rendere l’idea di un caos che non si sarebbe mai potuto immaginare prima.

I soldati d’altri reparti, profughi e randagi, si frammischiavano alla nostra colonna, l’accompagnavano, la sorpassavano, facendomi inviperire per il disordine che ingeneravano. Il marciare uno per uno, in fila indiana e bene ordinata, divenne difficile. Nel scendere il breve tratto di china ripida e boscosa di arbusti, un 100 metri di pendio circa, con un dislivello di 50, infatti dovevamo perdere il collegamento. Cola aveva visto che in un certo punto alcuni ufficiali e soldati tentavano di costruire una passerella, in un punto in cui un masso emergente restringeva la larghezza del fiume. Era sceso lì: sopraggiunto anch’io, in coda alla colonna, vidi e approvai. Ma appena arrivato in fondo, Cola s’avvide che prima che l’incerta passerella fosse costruita occorreva tempo; e piegò subito verso Ternova, seguito dai primi soldati della 3.a Sez. che gli stavano appresso, e risalendo il corso dell’Isonzo (sempre s’intende sulla sinistra orografica). Ma i soldati in coda della 3.a sezione, stanchissimi, con le mitragliatrici a spalla, non poterono seguitare il passo troppo rapido e nervoso di Cola (Cola aveva un passo troppo nervoso, saltellante, irrequieto come il suo carattere, già altre volte riscontratogli), e s’accasciarono lì, pochi metri sopra l’acqua, nel gran disordine. Quando io sopraggiunsi poco dopo trovai i soldati lì, mezzo istupiditi dalla stanchezza, con le armi allato. Qualcuno già aveva smarrito un nastro o due; naturalmente li rimproverai, li copersi di rimproveri, ecc. e mi diedi a cercar Cola e gli altri, nella folla dei soldati e degli ufficiali di tutte le armi che s’affollavano presso la passerella. Cercai, chiamai, mi stancai andando su e giù: e potei radunare i soldati e le mitragliatrici che ancor rimanevano, e cioè la mia sezione e 1’arma della 3.a col Serg. Gandola. L’inquietudine e la responsabilità essendo rimasto solo, la situazione difficilissima, cominciarono a mettermi in gravi angustie. Ero inoltre arrabbiato con Cola e coi soldati per il distacco. Tuttavia mi raccolsi, nell’amarezza, e misurai la situazione: un migliaio circa di fuggiaschi disordinati e privi d’armi, cioè totalmente liberi da ogni peso, si pigiavano, a rischio di precipitare nel fiume verso la passerella; il fiume non poteva guadarsi in alcun modo; l’Isonzo, sopra Tolmino, e anche ad Auzza, Canale, ecc. ha un letto stretto (20 m circa) a rive precipiti, e profondo (5-6 e più metri). Il fondo non è visibile, ma l’azzurro cupo testimonia della profondità: la corrente è velocissima, torrentizia. Insomma esso ha un carattere affatto diverso dagli altri fiumi della pianura veneta, larghi, ghiaiosi, lenti, e dal corso suo stesso ai piedi del S. Michele. Un tal fiume, in tal punto, non è guadabile in nessun modo, neppure a un nuotatore; tanto meno poi vestiti o con armi. – D’altra parte il tempo stringeva e l’affanno cresceva; sentivo ormai a poco a poco delinearsi il pericolo. Non in linea, non in posizione, dove avremmo potuto batterci con onore e infliggere anche ad un nemico preponderante terribili perdite; ma dispersi in ritirata fra una folla di soldati sbandati! Come la sorte s’era atrocemente giocata di me! Non l’onore del combattimento e della lotta, ma l’umiliazione della ritirata, l’abbandono di tanta roba, e ora questo maledetto Isonzo! questi ponti saltati7.

Sono le ore che seguono la ritirata di Caporetto e precedono la resa al nemico, mentre le pagine sono completate nel campo di prigionia di Rastatt nel novembre dello stesso anno. I luoghi e i fiumi (Monte San Michele, Isonzo) sono gli stessi descritti nei versi di Ungaretti. Qui la ricerca di senso mescola la stanchezza dei vinti con la descrizione morfologica e idrogeologica del territorio, mentre nelle poesie di Ungaretti il senso cerca di esprimersi attraverso il minor numero di parole possibile e una scelta precisa delle stesse come in un haiku.

Un rituale della parola, che cerca di dare senso ad una realtà che sembra perderlo ad ogni passo, che avrebbe accompagnato l’esperienza letteraria di chi quella guerra visse sulla propria pelle e attraverso i propri occhi e le proprie orecchie, ben distante dai salotti letterari, che cercarono in seguito di dar voce alle classi subalterne guardandole da lontano, sempre immaginando scenari di redenzione e senza mai provare davvero il senso della sconfitta e della perdita di ogni riferimento.
Come ha affermato Antonio Gibelli:

Che una guerra con queste caratteristiche, fuori e oltre ogni tradizione culturale, ogni esperienza percettiva precedente e soprattutto ogni previsione, costituisse un elemento di rottura profonda e mettesse a dura prova ogni genere di linguaggi acquisiti, è evidente: sia i linguaggi verbali, sia i linguaggi non verbali […] La guerra fu così smisurata che persino gli esponenti delle avanguardie, i quali in genere l’avevano prevista, attesa e non di rado affrontata con entusiasmo come clamoroso inveramento delle loro estetiche, finirono in gran parte per ammutolire di fronte ad essa […] La realtà aveva insomma superato l’immaginazione, aveva chiamato a una sfida estrema il modernismo della visione artistica e spuntato più di una lancia nel campo della rappresentazione dell’orrore8.

Una scoperta e cognizione del dolore che si sarebbe manifestata in tante opere di Gadda, in cui il linguaggio della scienza e della tecnica e quello dell’accademia non sarebbero più bastati a descrivere il mondo. Motivo per cui, ancora oggi, si rende necessario tornare a Gadda e alla sua ricerca linguistica senza accontentarsi di tanto “populismo”, letterario e non, che travestendosi da progressismo non ha fatto altro che avvallare la realtà senza davvero cercare di coglierne l’essenza.


  1. R. Ceserani, Calvino e Gadda. Le tappe e i modi di un incontro, in «The Edimburgh Journal of Gadda Studies», Supplement no. 8, EJGS 7/2011-2017  

  2. Cit. in R. Ceserani, op. cit.  

  3. Ibidem.  

  4. Cfr: S. Corso, Gadda e Pasolini, in «The Edimburgh Journal of Gadda Studies» (EJGS 4/2004). EJGS Supplement no. 1, second edition (2004)  

  5. P. Italia, Nota al testo in C. E. Gadda, Giornale di guerra e di prigionia, Edizioni Adelphi, Milano 2023, pp. 555-556  

  6. Si pensi a quanto analizzato negli studi di Paul Fussell, La Grande Guerra e la memoria moderna (il Mulino, 1984 e 2000), Eric J. Leed, Terra di nessuno (il Mulino 1985 e 2014), Paola Tonussi, War Poets. Nelle trincee della Prima guerra mondiale (Edizioni Ares 2022), solo per fare pochi esempi. 

  7. C. E. Gadda, op. cit., pp.317-319. 

  8. A. Gibelli, Introduzione all’edizione italiana di P. Fussell, op. cit., pp. XXII-XXIII  

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Verso l’uomo felice https://www.carmillaonline.com/2022/05/25/verso-luomo-felice/ Wed, 25 May 2022 21:00:07 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=72016 di Neil Novello

Ludwig Wittgenstein, Diari segreti, prefazione di L. Perissinotto, a cura di Fabrizio Funtò, Milano, Meltemi, 2021, 10,00 euro

«Io ho voluto la guerra, per quel pochissimo che stava in me di volerla». Queste le parole nel Castello di Udine di Carlo Emilio Gadda a proposito della partecipazione dello scrittore alla Prima guerra mondiale. Volere la guerra e possedere in sé “pochissimo” di questo stesso volere è un sentimento ancipite, contraddittorio. Chi ora si accosti ai “Diari segreti” di Ludwig Wittgenstein si imbatte in un medesimo scenario interiore: il [...]]]> di Neil Novello

Ludwig Wittgenstein, Diari segreti, prefazione di L. Perissinotto, a cura di Fabrizio Funtò,
Milano, Meltemi, 2021, 10,00 euro

«Io ho voluto la guerra, per quel pochissimo che stava in me di volerla». Queste le parole nel Castello di Udine di Carlo Emilio Gadda a proposito della partecipazione dello scrittore alla Prima guerra mondiale. Volere la guerra e possedere in sé “pochissimo” di questo stesso volere è un sentimento ancipite, contraddittorio. Chi ora si accosti ai “Diari segreti” di Ludwig Wittgenstein si imbatte in un medesimo scenario interiore: il filosofo del «Tractatus logico-philosophicus» desidera andare in guerra, poiché si arruola come «volontario» nell’esercito austro-ungarico. Della guerra contro la Russia però se ne lamenta e dunque opera al solo fine di poter «lavorare» (“scilicet”: pensare e scrivere). La guerra figura allora come un pretesto, non come un’opportunità di combattere in nome del patriottismo. Non c’è il proprio paese nell’orizzonte interiore di Wittgenstein, c’è invece lo sviluppo, già in atto, di un progetto di “cura” attraverso il pensiero e la scrittura.

Giunto a Cracovia il 9 agosto 1914, il venticinquenne Wittgenstein è già nel teatro di guerra. Il suo primo pensiero («Potrò lavorare ora??!») dichiara un’intenzione paradossale ma reale. Se è vero che «avrò bisogno di “moltissimo” buonumore e filosofia per potermi orientare qui» (10.8.1914), ciò introduce nei Diari un conflitto tra la guerra e il pensare filosofico. È un falso dilemma in cui il pensatore, in apparenza, è al bilico di una doppia ambiguità, voler pensare in guerra e, a causa della guerra, non poter completamente pensare, voler combattere e, a causa della ricerca filosofica, non poter completamente combattere. Eppure, Wittgenstein “pensa” mentre fa la guerra e ancora volontariamente, il 29.4.1916, accetta il rischio di associarsi agli Aufklärer, gli esploratori inviati in avanscoperta a spiare il nemico. Il problema della morte, è evidente, non può essere disgiunto dall’esigenza del pensare filosofico: nonostante tutto, Wittgenstein è in guerra e scrive.

Di tre, il «Quaderno primo» dei Diari data 9.8.1914 – 30.10.1914, il «Quaderno secondo» 30.10.1914 – 22.6.1915, il «Quaderno terzo» infine 28.3.1916 – 19.8.1916. Circa tre mesi di «fatti» il primo, circa otto, a cavallo tra il 1914 e il 1915, il secondo e, dopo un lungo silenzio durato oltre venti mesi (vuoto lasciato da un taccuino probabilmente perduto), alla metà del 1916 circa cinque mesi il terzo. Nell’arcipelago autobiografico di Wittgenstein, la prima e forse più lampante immagine è che la guerra, per come è registrata nei Diari, palpita in una lontana nebulosa, mentre la riflessione filosofica, che pure costituisce il cardine intenzionale di quell’esperienza, avvince più per l’inafferrabilità di un compiuto pensare che non per il suo costruttivo contrario. «Non ho lavorato» (cioè: non ho pensato né scritto) è l’espressione più ricorrente dei Diari. Entro i due margini di una stessa ferita, combattere e pensare, i Diari rivelano un sorprendente scenario. Uno, il più evidente per quel che riguarda la forma testuale, è che dalla metà di agosto del 1914 la scrittura procede in «codice», in seguito dal 22 agosto, nel medesimo taccuino del diario di guerra cifrato compare un secondo testo parallelo, i Quaderni 1914-1916, scritto in chiaro (scorporato, non incluso in questa edizione dei Diari), in seguito, nella traduzione italiana, pubblicato in combinata con il Tractatus. Dal 5.9.1914, a un mese dall’inizio del diario, Wittgenstein ordina i due testi scegliendo il verso per la scrittura codificata dei Diari, il recto è invece destinato ai Quaderni.

Un altro scenario della narrazione riguarda l’opinione di Wittgenstein sull’equipaggio del Goplana, il battello su cui era «servente» al «riflettore»: a bordo infatti vi è una «banda di farabutti!» (15.8.2022). La «banda» cui fa riferimento il pensatore, nei termini della ricerca filosofica in atto, costituisce l’altro. E rispetto all’alterità, Wittgenstein inizia manovre di isolamento per favorire la prediletta condizione della solitudine. L’alterità infatti contribuisce alla perdita del soggetto singolare («Spero di non perdermi mai», 13.9.1914), quello stesso soggetto che ha «orrore della guerra» (18.8.1914) e che non riesce a «riconoscere l’umano nell’uomo» (21.8.1914). Nel lavoro di pensiero, di cui la mansione al riflettore è come una metafora, Wittgenstein non riesce a illuminare, confessa cioè di mancare dell’attitudine di puntare la speculazione su un «punto fermo» (22.8.1914). C’è un singolare episodio nei Diari, in cui, per una volta, il «riflettore» letteralmente non funziona, non illumina lo spazio davanti a sé. L’umanità del Goplana irride il servente del mezzo, il quale rivive, nell’incidente, una vertiginosa e traslata duplicazione della propria crisi personale, quella di un pensatore che stavolta non illumina lo spazio filosofico davanti a sé. E quel che è certo è che l’altro è un problema pratico e non solo relativo all’impegno del pensiero. Ricondursi a se stesso prolungando la segreta tregua personale all’infinito, per Wittgenstein significa evitare una forma di autodistruzione. Entrare in «lotta» con l’alterità equivale a una dolorosa consapevolezza: «distruggerei sicuramente me stesso» (25.8.1914). Il fondamento esistenziale dell’esperienza in guerra è la negazione dell’altro come fonte di una diversa guerra geminata però dentro la vera guerra. Ecco allora che Wittgenstein abbandona l’agone mentale, per un momento rinuncia al dispendio psichico determinato dall’alterità. Troviamo l’indicazione di un buon proposito alla fine di agosto del 1914: «alleggerire per così dire la mia esteriorità, per lasciare indisturbata la mia interiorità» (26.8.1914), imporsi l’«assoluta passività», «Restare presso di sé» (29.8.1914), conservarsi «integro» (17.9.1914). Ancora l’11.10.1914 scrive di voler «raggiungere» l’«indifferenza nei confronti delle difficoltà della vita esteriore». Quando Wittgenstein scrive poi di essere sulla «strada di una grande scoperta» (6.9.1914), il lettore dovrà immaginare che la ricerca filosofica, che si svolge sempre in mezzo al conflitto bellico, nello specifico accompagna il pensatore tra le mansioni al riflettore, la pelatura delle patate e il lavoro di caricare carbone. La promessa di una rivelazione immaginata in fondo al pensare, misteriosa perché mai esplicitata nel testo, pone un problema metodologico. È necessario vederla in anticipo. Ciò determina la prova più difficile, difficile come è cogliere per mezzo di un’illuminazione una «visione globale» (21.9.1914) senza però possedere nessun punto di riferimento. La visione globale, forse intuita e non ancora afferrata, rivela che «ogni problema è il problema principale» (29.9.2022), cioè che ogni impasse parziale si segnala come fonte di inaccessibilità al particolare connotando così la difficoltà di cogliere per intero il disegno, la legge del tutto, lo schema dell’idea, la cosiddetta «soluzione» (15-17.10.1914).

Qual è il «problema» considerato «inafferrabile» nel mezzo del conflitto contro i russi il 25.9.1914? I Diari si costituiscono come il referto di un affannoso inseguimento: «dettagli» scorporati dal «tutto», frammenti dispersi incapaci di riconnettersi in una totalità. Nessun altro segnale, non un indizio, nessun appiglio al lettore dei Diari intento a cogliere lo sviluppo della narrazione autobiografica come luogo di un patimento, una pena vissuta inseguendo, senza gratificazione, una grande promessa. Si sa ormai che Wittgenstein desidera una sola cosa, «preservare la mia intera umanità per la vita intellettuale» (7.10.1914). In altre parole, desidera che la piena conversione egoica, di cui già si sono articolate le coordinate “storiche” di situazione, definisca l’unica prospettiva per lo sviluppo dei particolari nel quadro di un sistema, o meglio di una visione totale. Tuttavia sembra ancora mancare l’oggetto, assentarsi dalle pagine l’ubi consistam del discorso. Permane ancora una mancanza di sul piano della ricerca filosofica. Qui latita quanto è definito il «pensiero liberatore» (17.10.1914). Più volte Wittgenstein confessa di avere la «soluzione del problema sulla punta della lingua!» (19.10.1914), o addirittura scrive: «Ora cingo d’assedio il mio problema» (24.10.1914). La vera guerra e la metafora bellica con cui Wittgenstein riporta al lettore la cronaca della personale battaglia con la ricerca filosofica, alla fine del 1914 intrecciano i campi figurando un unico territorio in cui la vita militare si confonde con la vita intellettuale.

Pensare è diventato più che una guerra. O almeno, è attraverso la metafora bellica che transita il pensiero di Wittgenstein mentre si compie in direzione del suo sviluppo. L’assalto alla «fortezza», la conservazione della «roccaforte in precedenza conquistata», il sogno di prendere infine la «città» (31.10.1914) figurano una filiera di acquisizioni metaforiche direttamente collegate allo sforzo speculativo del pensatore austriaco. E lo sforzo, per così dire, è sempre uguale a se stesso, si compie cioè nella prospettiva di donare soluzione al «problema principale» (1.11.1914), a qualcosa che è collocato nel fuori e dunque inteso nella sua oggettività, oppure nel dentro, come l’elaborazione interiore, soggettiva, apollinea del pensiero. Andare verso «sé stessi» (1.11.1914), verso l’«agognata isola lontana» (9.11.1914) e difendersi dal «mondo esterno» (4.11.1914), nei Diari alimenta il nesso della solitudine come apertura a sé. Essere «DAVANTI alla porta della soluzione» (16.11.1914), è essere davanti a cosa? Oppure, «pronunciare l’unica parola liberatrice» (21.11.1914), veramente permette o promette la liberazione a partire da un filosofema?

Tra le bombe e le mitragliatrici, le cannonate, i colpi di fucile e il gelo sulla Vistola, un piccolo incidente, una «distorsione muscolare» (8.12.1914), e la conseguente richiesta di «trasferimento» (23.11.1914 ss.), si creano le condizioni perché Wittgenstein veda convogliare verso la città quanto ha agognato nei primi quattro mesi guerra. Più propriamente è come se la città, la sua plasticità metaforica, gli venisse incontro. Il suo nome è Nietzsche. A dire però della prima impressione, nella quale si registra l’«avversità al cristianesimo» (8.12.1914) da parte dell’autore dell’Anticristo, ciò che costituisce l’ingresso nella città è fare i conti, seguendo però rotte antinietzscheane, proprio con il cristianesimo, che tra le pagine dei Diari «è l’unica via sicura per la felicità» (8.12.1914). A parte gli scritti wagneriani, l’ottavo volume delle opere di Nietzsche, letto nella circostanza da Wittgenstein, contiene Il crepuscolo degli idoli, Trasvalutazione di tutti i valori e per l’appunto L’anticristo. Ora forse è chiaro che la città personale di Wittgenstein è un’idea che esclude il «mondo esterno» (8.12.1914). In altre parole, che l’incidente al piede, il trasferimento e la controlettura di Nietzsche, una comoda camera e non più la cabina della nave, Cracovia e la terraferma, non più il mare ma l’ufficio, non più il riflettore, nei Diari fungono, per così dire, da piattaforma rotante di pensiero. Per cui il dicembre 1914 costituisce un momento di frattura, segna un marcato confine tra un prima e un dopo. Il mutamento di condizione pratica e, soprattutto, l’incontro critico con L’anticristo, promettono la “presa” di una città personale. Il «miracolo» d’altra parte accade a una condizione, «solo se DA FUORI MI viene levato il velo che sta davanti ai miei occhi» (25.1.1915). Eppure, per tutto l’inizio del 1915 Wittgenstein non lavora, non pensa e non scrive. Trova soltanto le condizioni per credersi «abbandonato», per meditare il «suicidio» (27.2.1914). D’altra parte, la sua biografia è una lunga scia di sangue: nel 1902 si è suicidato il fratello maggiore Hans, due anni dopo, nel 1904, un altro fratello Rudolf. Una catena cui si aggiungerà, nel 1918, il suicidio di un altro fratello, Kurt.

Dal lavoro di ufficio Wittgenstain è passato a mansioni più pesanti: la «fabbrica» (27.4.1915). E quel che più sconcerta, dopo la negazione della fluck di Nietzsche, è di non trovare più alcun riferimento all’unico bagliore che illuminava le mura della città, l’«idea» che lentamente si spostava sulla «punta della lingua» (24.11.1914) senza però trovare ancora la via per essere detta. Dopo circa venti mesi, il Quaderno terzo, come accennato probabilmente il quarto di quattro taccuini, di cui il terzo è andato smarrito, testimonia insieme un lungo silenzio (dal 22.6.1915 al 28.3.1916) e la riemersione del crudo proposito risalente al 27.2.1914: «…e dovrei levarmi la vita». Troviamo tuttavia un’indicazione che raccorda il lungo periodo di silenzio, qualcosa che idealmente unisce il secondo taccuino (Quaderno secondo) e il quarto (Quaderno terzo). Si sutura cioè quanto perduto nella laconicità di un’espressione da cahier de doléances: «Ho sofferto le pene dell’inferno» (28.3.1916). E quel che più conta è che il Quaderno terzo comunque testimonia, con o senza l’anticristianesimo di Nietzsche, il punto in cui è giunta la ricerca filosofica di Wittgenstein. E tale punto coincide, in apparenza, con la confessione di un vertiginoso vuoto. Tra il 6 e il 7.7.1916, dapprima leggiamo «non riesco a stabilire una connessione con i miei ragionamenti matematici», mentre il giorno dopo, camminando su una terra già pienamente da Tractatus, Wittgenstein scrive: «Ciò che non può dirsi, non può dirsi!».

La proposizione 5.61 del Tractatus, nella sua ultima parte recita: «Ciò che non possiamo pensare non lo possiamo pensare; né possiamo, quindi, dire ciò che non possiamo pensare». Un tale abisso, nella ricerca della «passività» assoluta, è qualcosa che caratterizza anche la “persuasione” di Michelstaedter. Essa non andrà intesa come inerzia ma come disincanto del mondo, all’apparenza una negazione di quanto dichiara la celebre prima proposizione del Tractatus: «Il mondo è tutto ciò che accade». Che è la vita svuotata del mondo esterno o dai «fatti»: qui va collocato l’inizio della ricerca filosofica, che è, a bordo del Goplana, una ricerca (uno statuto?), è una promessa di felicità. Wittgenstein aveva fatta sua una considerazione di Faust nell’opera di Goethe: la nostalgia e la speranza sono nemiche dell’uomo. La memoria del passato o ciò che non si ha più e l’immaginazione del futuro o ciò che non si ha ancora, ecco cosa distrae dal presente, cosa allontana dall’hic et nunc di colui che traccia un confine netto al mondo, colui che vive nella passività, senza nostalgia e senza speranza, “persuaso” com’è l’uomo felice. Siamo nei dintorni di quel piccolo universo che è il verbo mèno (rimanere, resistere, attendere) nella Persuasione michelstaedteriana. D’altra parte, neanche un mese di prima di cadere sul Pogdora, l’Esame di coscienza di un letterato di Renato Serra si chiudeva proprio su un’apologia del presente (cieco di avvenire): «Non mi occorrono altre assicurazioni su un avvenire che non mi riguarda. Il presente mi basta; non voglio né vedere né vivere al di là di questa ora di passione».

C’è qualcosa di più. Un frammento della proposizione 5.641 del Tractatus afferma: «Che “il mondo è il mio mondo” è la via attraverso cui l’io entra nella filosofia». E allora è forse possibile capire, qualche anno prima ma attraverso il Tractatus quanto Wittgenstein andava maturando nei Diari. Il pensiero della felicità («Il mondo del felice è un mondo diverso da quello dell’infelice», 6.43), nella parte finale del Tractatus potrà essere letto anche in relazione alla fondamentale proposizione 6.4311: «Se, per “eternità” si intende non una durata temporale infinita, bensì atemporalità, allora eterna è la vita di colui che vive nel presente». Serviva un kairòs secolare, una cairologia personale, per dire il nunc stans dell’uomo felice.

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