Campania – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Mon, 27 Jul 2026 20:00:30 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Ma chi ha detto che non c’è https://www.carmillaonline.com/2022/08/12/ma-chi-ha-detto-che-non-ce/ Thu, 11 Aug 2022 22:00:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=73379 di Jack Orlando

Antonio Bove, Francesco Festa, Gli autonomi Vol. XI l’Autonomia operaia meridionale, DeriveApprodi, Roma 2022, 18€, 260pp

Andare a stanare segnali di fermento politico nella storia del meridione italiano è, già di per sé, sempre una operazione antagonista. Poiché va ad attaccare quella narrazione che, a oltre un secolo e mezzo dalla nascita della Nazione, continua a dipingere il sud come terra di miseria (economica, ma anche sociale e finanche spirituale) e di cronica arretratezza e passività.

Si va ad attaccare il discorso coloniale che nasconde, dietro una facciata di luoghi [...]]]> di Jack Orlando

Antonio Bove, Francesco Festa, Gli autonomi Vol. XI l’Autonomia operaia meridionale, DeriveApprodi, Roma 2022, 18€, 260pp

Andare a stanare segnali di fermento politico nella storia del meridione italiano è, già di per sé, sempre una operazione antagonista. Poiché va ad attaccare quella narrazione che, a oltre un secolo e mezzo dalla nascita della Nazione, continua a dipingere il sud come terra di miseria (economica, ma anche sociale e finanche spirituale) e di cronica arretratezza e passività.

Si va ad attaccare il discorso coloniale che nasconde, dietro una facciata di luoghi comuni e proto-razzismi, una scientifica e costante produzione di sottosviluppo dell’area meridionale, su cui si sono costruite le premesse per la costruzione di benessere e progresso nell’area metropolitana di potere.
Andare a cercare le tracce della ribellione, dell’organizzazione autonoma dei subalterni, in quel paradiso abitato da diavoli, restituisce dignità a storie rimosse e straccia il velo delle narrazioni dominanti; d’altronde non c’è storia di subalternità che non sia allo stesso tempo storia di resistenza e fughe in avanti.

Fare poi questa operazione andando a cercare i semi del conflitto che germogliano durante gli anni ‘80 del ‘900 la strada è ancora più dura. Se per tutta l’Italia 80 vuol dire sconfitta, riflusso e restaurazione neoliberista, in Campania vuol dire anche Camorra, quella Nuova e Organizzata, con tutte le maiuscole. Non solo, vuol dire anche Terremoto, quello dell’Irpinia, devastante e tragico per le popolazioni, enorme e ghiotto per le consorterie affaristiche.

La Campania degli ‘80 come laboratorio di governo del territorio dove si intrecciano gli interessi clientelari dei partiti, manovre speculative degli squali d’alta borghesia, politiche coloniali, ristrutturazione del potere criminale e cauterizzazione degli ultimi germi di conflitto sociale sopravvissuti alla mattanza di fine decennio.

Per chi è superstite della stagione rivoluzionaria, attraversare questo passaggio significa camminare in mezzo alle forche caudine, tentando la tenuta delle ultime ridotte e la ricerca di nuovi possibili slanci.
Ecco che ricostruire il percorso dell’Autonomia in Campania, al giro di boa del terremoto significa andare a cercare e portare al presente, una moltitudine di esperienze di conflitto, autorganizzazione e sperimentazione collettiva assai profonda. Gli anni ‘80 del riflusso, sono anche gli anni ‘80 della ricerca disperata, dei tentati colpi di reni e scartamenti a lato per riprendere il centro del ring.
Ma ciò che segue alle storie maggiori, specialmente quando hanno in sorte la sconfitta, è relegato all’oblio, al romanzo d’appendice.

Eppure, all’epica dei momenti di zenit, all’intensità del viverli e del ricostruirli, non può che affiancarsi a un certo punto l’indagine sul momento di flessione. Sulle secche che restano dopo l’onda alta. D’altronde è sempre più lungo il momento delle ritirate e della stasi, di quello dell’assalto ed è in queste fasi che si può trovare il grigio e quotidiano lavoro della talpa, che scava anche alla cieca, la sua uscita dal presente, anche quando si presenta come una cappa opprimente ed ermetica. Sta sempre nelle secche la preparazione del salto in avanti.

La storia delle formazioni politiche campane, in quegli anni brutti, è una storia particolare, profondamente legata al profilo del suo territorio, con le sue immani contraddizioni, ma è allo stesso tempo uno specchio, dove si riflette l’intera vicenda dell’antagonismo italiano e del suo assalto al cielo.
È una storia di collettivi che cercano di riguadagnare internità nei luoghi da cui la repressione li ha sloggiati a bastonate, di tentativi di reinterpretare le nuove soggettività emergenti. Il generoso e forse ingenuo tentativo di dare una torsione feconda all’organizzazione delle popolazioni terremotate; i coordinamenti nazionali e le lotte contro il nucleare e la NATO. I centri sociali come basi sul territorio, i nuovi linguaggi giovanili, e l’ostinata pratica femminista in un contesto tradizionalmente patriarcale. La Pantera studentesca e le lotte dei disoccupati. La provincia come territorio conteso tra autorganizzazione e gestione speculativa.

Storie minori, quelle che tendenzialmente restano tagliate fuori dal racconto storico, non esenti da un certo reducismo. Eppure sono i nervi scoperti di un micromondo che racchiude in sé l’universo di una intera fase storica, con le sue sfaccettature, contraddizioni e conflittualità interne, e con la sua ricchezza di slanci in avanti. Si potrebbe obiettare che è una forzatura parlare di Autonomia Operaia, in una fase in cui ormai questa decadeva ed in un territorio in cui non ha certamente avuto i suoi centri propulsivi ma, come rispondono alcuni degli autori, l’Autonomia, in fondo, “è stata un’aspirazione e un livello progettuale – peraltro variamente interpretato – più che una vigenza.”1

Forse qui sta uno dei meriti migliori di un lavoro del genere: andare a cogliere quella che è la molteplicità delle interpretazioni e delle realizzazioni che si sono coagulate attorno al tema e all’area dell’Autonomia Operaia, ben oltre le classiche canonizzazioni storiografiche, tanto da farci parlare piuttosto di Autonomie, al plurale, per seguire (e raccogliere) tracce e spunti disseminati in un sentiero dissestato e sottrarre, alle polemiche da eredità di famiglia e alle sterili ortodossie del poi, strumenti di lotta che siano ancora validi.

A chi crede che nei momenti di buio, o fuori dalle grandi storie cui si appiccica il copyright, in quei percorsi di silenziosa tenacia, non ci sia nulla di buono, si risponde, come quello della canzone. Ma chi ha detto che non c’è?


  1. A. Bove F. Festa, Gli autonomi vol. XI, cit. p. 147 

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Renzimandias https://www.carmillaonline.com/2015/06/01/renzimandias/ Mon, 01 Jun 2015 04:55:33 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=22893 di Alessandra Daniele

“Any man who must say “I am the king” is no true king at all”

Renzi è un cazzaro.RENZI Il suo petulante ottimismo è solo una sceneggiata per i media di corte. Il suo presunto carisma è un prodotto sintetico di quegli stessi media. Il suo pseudo consenso maggioritario in un anno s’è già praticamente dimezzato. E come queste regionali hanno dimostrato, il suo personale potere effettivo non gli basta nemmeno a controllare il suo stesso partito. Un PD più dilaniato che mai dalla guerra fra bande, con arroganti capibastone che [...]]]>

di Alessandra Daniele

“Any man who must say “I am the king” is no true king at all”

Renzi è un cazzaro.RENZI
Il suo petulante ottimismo è solo una sceneggiata per i media di corte.
Il suo presunto carisma è un prodotto sintetico di quegli stessi media.
Il suo pseudo consenso maggioritario in un anno s’è già praticamente dimezzato.
E come queste regionali hanno dimostrato, il suo personale potere effettivo non gli basta nemmeno a controllare il suo stesso partito. Un PD più dilaniato che mai dalla guerra fra bande, con arroganti capibastone che spadroneggiano alla faccia dell’immagine che Renzi vorrebbe spacciare, e cadaveri eccellenti pronti a cogliere l’occasione giusta per vendicarsi dell’usurpatore fiorentino.
Grazie a Cofferati, ne ha trovato il modo persino l’ex sodale Pippo Civati: dopo un anno di travagliati monologhi con in mano il teschio di Letta, il Principe Triste s’è deciso a lasciare il partito e riciclarsi come Principe del Popolo, sostenendo un candidato ligure inventato apposta per fottere – meritatamente – il PD. Un fuoco amico che Renzi non ha saputo fronteggiare, se non con inutili appelli al voto utile anti-berlusconiano, che da parte sua suonano particolarmente grotteschi, visto che Berlusconi è stato un suo grande elettore almeno quanto Marchionne.
E i califfati di Puglia e Campania, con Emiliano e De Luca, minacciano d’essere per Renzi – in modo diverso – una zeppa nel culo persino peggiore della bruciante sconfitta ligure.
Anche a prescindere dall’assegnazione delle singole poltrone, queste regionali sanciscono comunque il tramonto di quell’apparente consenso plebiscitario manifestatosi alle elezioni europee, che non potrà più essere sbandierato dal premier come simulacro di legittimazione popolare per ogni sua porcata.
Come un reggente fantoccio insediato da un esercito occupante, Renzi non ha il controllo del territorio. Tutto il potere che ostenta deriva dalle lobby che lo sostengono al governo nazionale, e che alle amministrazioni locali sono in definitiva meno interessate.
Quello che a loro importa è controllare la politica economica nazionale, in modo che l’Italia  continui a togliere ai lavoratori per dare agli speculatori, e che ogni ostacolo residuo sul percorso di questo denarodotto venga spazzato via.
Infatti l’attuale bersaglio privilegiato del premier, dopo l’istruzione pubblica, sono il diritto di sciopero e i sindacati, soprattutto quelli di base, che progetta di abolire.
Con tutta la sua vanagloria Renzi non è affatto un sovrano.
Per citare Apocalypse Now, è soltanto un garzone mandato dal droghiere a incassare i sospesi. 
Politicamente parlando, Renzi è un killer.
E il suo obiettivo siamo noi.
La Renxit però è già cominciata.
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