calcio – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 11 Jun 2026 19:53:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Sport e dintorni – Ma noi non ci saremo. Il mondiale degli altri https://www.carmillaonline.com/2026/06/07/sport-e-dintorni-ma-noi-non-ci-saremo-il-mondiale-degli-altri/ Sun, 07 Jun 2026 20:00:29 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95148 di Massimo Cervelli

Le guerre, le diseguaglianze, i cambiamenti climatici sono i veri protagonisti dell’imminente campionato Mondiale di calcio organizzato nel già difficile equilibrio dei paesi organizzatori: USA, Messico e Canada. Mentre l’ente promotore, la FIFA, parla di “armonia e rispetto”, dando l’indicazione di sorridere ed essere felici, gli Stati Uniti negano visti d’ingresso a membri di delegazioni ufficiali, a partire dall’IRAN, e ai tifosi provenienti dai paesi del sud del mondo…

Fra i tanti elementi tecnici e tecnologici che accompagnano le partite quest’anno ci sarà anche l’indice di stress termico (WBGT, Wet Bulb Globe Temperature) che farà scattare pause obbligatorie di [...]]]> di Massimo Cervelli

Le guerre, le diseguaglianze, i cambiamenti climatici sono i veri protagonisti dell’imminente campionato Mondiale di calcio organizzato nel già difficile equilibrio dei paesi organizzatori: USA, Messico e Canada. Mentre l’ente promotore, la FIFA, parla di “armonia e rispetto”, dando l’indicazione di sorridere ed essere felici, gli Stati Uniti negano visti d’ingresso a membri di delegazioni ufficiali, a partire dall’IRAN, e ai tifosi provenienti dai paesi del sud del mondo…

Fra i tanti elementi tecnici e tecnologici che accompagnano le partite quest’anno ci sarà anche l’indice di stress termico (WBGT, Wet Bulb Globe Temperature) che farà scattare pause obbligatorie di 3 minuti per tempo.

Un mondiale extralarge, con 48 paesi partecipanti (16 europei, 10 africani, 9 asiatici, 6 sudamericani, 6 americani e la Nuova Zelanda, rappresentante dell’Oceania) che insegue l’ambizioso obiettivo di incassare più di 10 miliardi di dollari. Lo sponsor principale sarà la saudita ARAMCO, la più grande compagnia petrolifera ed energetica.

Insomma, tanti elementi su cui riflettere, ben oltre ai destini del pallone…

Un Mondiale a cui, per la terza volta consecutiva, l’Italia non partecipa, ma con la presenza di molte rappresentative di paesi che hanno consistenti comunità migranti. Ed è stata proprio la curiosità sul modo delle varie comunità di vivere la Coppa del Mondo, di seguire assieme le partite che ha rappresentato la molla di questa trasmissione radiofonica, offrendo un’occasione per parlare dei loro paesi e delle loro comunità.


Il programma di Novaradio in collaborazione con Massimo Cervelli, in avvicinamento al Mondiale di Calcio. Tutti i lunedì alle 12.00, si parlerà del Mondiale che si disputerà in Usa, Canada e Messico, da un punto di vista più politico che sportivo, con uno sguardo ad alcuni dei paesi partecipanti. Lo faremo insieme ad ospiti vari che rappresenteranno il punto di vista delle varie comunità straniere di Firenze e non solo.

  • Podcast Puntata Zero – Anticipazioni sulle prossime puntate e curiosità di questo nuovo Mondiale a 48 squadre, tra paesi esordienti, guerre in corso e le trame politiche della FIFA  (trasmissione dell’11 maggio 2026)
  • Podcast Puntata 1 – Canada, USA, Messico. Le nazioni ospitanti (trasmissione del 18 maggio 2026)
    Ospiti: Brett Auerbach Lynn; traduttore, copywriter ed editor di madrelingua inglese, con doppia nazionalità statunitense e canadese. Abita a Firenze dal 2009. Ha collaborato con diverse istituzioni culturali e case editrici della città. Grande appassionato di calcio, tifoso dell’Arsenal e della Fiorentina. Leonardo Molinelli, giornalista fiorentino (mugellano) di nascita, vive a Toronto dal 2010, oggi producer per Omni News italiano, media televisivo dove lavora dal 2017.
  • Podcast Puntata 2 – Iran (trasmissione del 25 maggio 2026)
    Ospiti: Manhaz Lamei e Sara Mirkamali dell’associazione Hamseda Firenze.
  • Podcast Puntata 3 – Congo e Senegal (trasmissione del 1 giugno 2026)
  • Podcast Puntata 4 – Colombia e Messico (trasmissione dell’8 giugno 2026)

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1958. L’altra volta che non andammo ai Mondiali

Quelli ospitati in Svezia nel 1958 furono i primi Mondiali di calcio in cui la nazionale italiana non riuscì a qualificarsi alla fase finale. Alla competizione del 1958 ed ai suoi “dintorni” è dedicato il volume 1958. L’altra volta che non andammo ai Mondiali (Rogas 2018) di Bruno Barba, ricercatore di Antropologia del Dipartimento di Scienze Politiche – Scuola di Scienze Sociali – dell’Università di Genova, studioso del meticciato culturale e del sincretismo religioso del Brasile, oltre che dei significati antropologici del calcio [gh.t.].

«Nel 1958 la Svezia ospitò un Mondiale elettrizzante e spettacolare, che vide le gesta di Pelé, Garrincha e di un Brasile assurto finalmente alla gloria del calcio dopo la “tragedia del Maracanã” di otto anni prima. Analogie, ricordi, narrazioni del tempo passato che spingono a varie riflessioni. Com’era il Brasile, com’era il mondo, com’era l’Italia e com’era il calcio dell’epoca? Tra speranze di pace e conservatorismo politico, bossa nova brasiliana e l’immortale Volare di Modugno, boom economico nascente e tensioni da guerra fredda, conquiste spaziali e rock and roll, questo testo è l’occasione per focalizzare l’attenzione su “un anno decisivo” come si disse allora. Con il calcio che funge da più che un pretesto per leggere dinamiche sociali, eroi, fatti antichi e nuovi della nostra vita».

Sport e dintorni – serie completa

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Sport e dintorni – Il Neocalcio: data analytics, videogamificazione, squadre in borsa e giocatori in pigiama https://www.carmillaonline.com/2026/05/25/sport-e-dintorni-il-neocalcio-data-analytics-videogamificazione-squadre-in-borsa-e-giocatori-in-pigiama/ Mon, 25 May 2026 20:00:39 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94803 di Gioacchino Toni

Bruno Bartolozzi, Enrico Currò, Il Neocalcio. Storia, filosofia e cronaca tra stadi, finanza e social network, Rogas, Roma, 2026, pp. 190, € 17,70

Non appena il gioco del calcio ha abbandonato lo spirito ludico-sportivo dilettantistico delle origini, assumendo una dimensione di massa, ha rivelato il suo potenziale economico ed è risultato appetibile alle mire della politica trasformandosi in un organismo complesso che, al di là delle sue specificità, ha inevitabilmente finito per assoggettarsi alle trasformazioni che hanno investito la società contemporanea indirizzandosi, in linea con la le logiche neoliberiste, ad assecondare i processi di commercializzazione, finanziarizzazione e spettacolarizzazione che [...]]]> di Gioacchino Toni

Bruno Bartolozzi, Enrico Currò, Il Neocalcio. Storia, filosofia e cronaca tra stadi, finanza e social network, Rogas, Roma, 2026, pp. 190, € 17,70

Non appena il gioco del calcio ha abbandonato lo spirito ludico-sportivo dilettantistico delle origini, assumendo una dimensione di massa, ha rivelato il suo potenziale economico ed è risultato appetibile alle mire della politica trasformandosi in un organismo complesso che, al di là delle sue specificità, ha inevitabilmente finito per assoggettarsi alle trasformazioni che hanno investito la società contemporanea indirizzandosi, in linea con la le logiche neoliberiste, ad assecondare i processi di commercializzazione, finanziarizzazione e spettacolarizzazione che hanno via via subordinato la dimensione sportiva e agonistica a quella finanziaria.

A modificare profondamente il gioco del calcio è stato anche il suo inevitabile rapportarsi ai mezzi di comunicazione di massa, dalla radio alla televisione sino al web, che hanno modificato tanto la sua pratica, indirizzandola verso una maggiore spettacolarizzazione – coadiuvata da cronache mediatiche che hanno prontamente adeguato il registro retorico in funzione di ciò –, quanto la sua fruizione. Si pensi, ad esempio, a come l’introduzione della moviola nei programmi televisivi abbia modificato non solo la modalità di fruizione di questo sport, ma anche lo stesso gioco, piegandolo alla visione tecnologica che ha finito per “entrare in campo” attraverso il Video Assistant Referee (VAR) che trasforma l’immagine televisiva da testimone attendibile di ciò che è avvenuto sul campo in un concreto attore dell’avvenimento agonistico che incide in maniera rilevante sulle scelte arbitrali.

La presenza degli schermi giganti sui campi di calcio, nel loro duplicare l’evento in versione ingrandita attraverso le immagini, ha modificato non solo la visione della partita da parte dei telespettatori e del pubblico presente sugli spalti, ma anche gli atteggiamenti dei calciatori che al termine di ogni azione tendono a rivolgervi lo sguardo sapendo di essere inquadrati, dunque atteggiandosi di conseguenza. Allo stadio la visione della partita è, inoltre, spesso filtrata dagli smartphone puntati sui protagonisti o utilizzati per procurarsi contenuti aggiuntivi (ripetizione delle azioni appena concluse, immagini dagli altri campi…) e per ottenere una sorta di “testimonianza” di partecipazione “diretta” all’evento. L’universo dei social network ha poi modificato la visione e la narrazione degli eventi sportivi creando inedite modalità di protagonismo virtuale per i tifosi e per gli stessi giocatori. È evidente quanto il pubblico, il tifo organizzato, i calciatori, gli allenatori e i dirigenti ormai vivano la partita – dilatata a dismisura dai media – costantemente “in favore di telecamera” in ossequio alla tendenza alla “vetrinizzazione” contemporanea.

L’incidenza delle sponsorizzazioni e del merchandising hanno impattato in maniera rilevante anche sul logo e sulle divise dei club, introducendo colorazioni e grafiche improponibili, in alcuni casi rasentanti il ridicolo nel loro rifarsi più ai piagami o alle divise da commessi di centri commerciali che non alle tradizionali tenute da calcio. Si tende così a spezzare la linea di continuità della storia dei club i cui simboli e colori meriterebbero di essere preservati e tutelati come “bene comune”, vero e proprio patrimonio storico-identitario delle comunità di tifosi. Tutto ciò riflette la graduale trasformazione dell’appassionato o del tifoso in utente tenuto a consumare intrattenimento anziché vivere emotivamente il gioco.

Per quanto già a partire dalla metà del secolo scorso il calcio si sia allontanato sempre più dai suoi connotati sportivi originari, sostengono Bruno Bartolozzi ed Enrico Currò nel volume Il Neocalcio (Rogas 2026), è soprattutto a partire dagli anni Dieci del nuovo millennio che tale sport ha subito un vero e proprio cambio di paradigma traforandosi nella sua stessa riproduzione. La mutazione in Neocalcio ha sostituito alle liturgie proprie di un rito sacralizzato dalla passione popolare i canoni della civiltà tecnologica, dell’interconnessione globale, dell’individualismo assoluto, del capitalismo finanziario e della datificazione digitale.

Ad aprire il volume dei due autori sono alcune considerazioni sul mondo del pallone e sulla società di cui questo è parte dell’ex calciatore brasiliano Walter Casagrande, passato dai campi italiani indossando le maglie dell’Ascoli e del Torino, noto per aver fondato insieme a Socrates e Wladimir, la Democrazia Corinthiana, esperienza politico-sportiva di gestione collettivista della squadra del Corinthians di San Paolo durante l’ultimo scorcio della dittatura militare brasiliana. Nel testimoniare un calcio in cui le scelte dettate dalla passione per il gioco e dalla volontà agire e pensare collettivamente nello sport, come nella società, potevano ancora avere la meglio rispetto a quelle dettate dal conto in banca e dalla fama individuale, le parole di Casagrande testimoniano come tutto sia davvero cambiato, come le competizioni sportive si siano adeguate all’imperativo del successo individuale a ogni costo e con ogni mezzo necessario, leale o sleale che sia.

In questo quadro il fine non è solo la vittoria in classifica. Il successo è un riconoscimento che Dio mostra a chi lo ottiene, un po’ come per Max Weber (1864-1920) la disciplina e la operosità erano un segno della Grazia ultraterrena. Vincere è l’epifania della propria virtù. E questo si è riverberato in tutti i campi. […] Un uomo, un collettivo, un’azienda, una squadra valgono solo se conquistano un titolo, ovvero la ricchezza o il predominio sociale o la legittimità delle rappresentazioni di relazione e valoriali. […] Il graduale allineamento dello sport ai modi di produzione ha fabbricato un’idea di mondo che istituzionalizza ovunque il diritto del più forte. […] Nello sport tutto è stato più evidente perché l’agonismo, diventato apparato e ordinamento, si è rivelato più funzionale a propagandare il nuovo sentire capitalistico, quello della fine della storia, proposto dallo statunitense Francis Fukuyama [che] parlava di una edificazione dell’ultimo uomo, il quale si era liberato, “finalmente”, dalle ambizioni ugualitarie del socialismo o dai valori delle altre ideologie (pp. 15-16).

Il linguaggio sportivo si è adeguato all’idea di questo “uomo nuovo” che si rapporta in maniera mutata con il mondo e con il proprio corpo  all’interno di una forma tecnologica votata al consumo. «Un fatto sportivo è fruito davanti a un tablet o a una TV, si guarda un pezzo di partita (tra uno spot pubblicitario e un altro o dentro un flusso continuo di messaggi) per poi passare a consumare un altro trancio di evento, magari su suggerimento di algoritmi che interpretano e sostituiscono i nostri desideri. Ci si immerge in ambienti social o di contesto gaming dove si affievoliscono i contorni dell’evento» (p. 17).

Il filtro tecnologico-mediatico ha creato un nuovo soggetto e una nuova modalità di fruizione dello sport offrendo al capitale la possibilità di smembrare e sfruttare il fatto sportivo rispetto a quell’unità originaria che, tra mille contraddizioni, era rimasta in equilibrio fra epica, pedagogia ed estasi. L’attuale fruitore mediatico dello sport viene indotto a confrontarsi con un gesto particolare separato dal suo contesto all’interno di continuum di immagini digitali ri-mediate da un mezzo all’altro che, anziché riflettere ciò che è avvenuto, in linea con i meccanismi predittivi dell’attuale economia, provvedono a plasmare una nuova realtà. La stessa Fifa non si limita più a organizzare il calcio come in passato, ma, sottolineano Bartolozzi e Currò, lo sta rimodellando imponendo una nuova visione del mondo. Non si tratta semplicemente di una “visione aumentata” del gioco, ma di una sua trasformazione in intrattenimento spettacolare. «Si vogliono imporre nuovi criteri estetici cosmopoliti, nati e sviluppati negli Stati Uniti, in base ai quali sport e intrattenimento sviluppano le proprie produzioni» (p. 22).

Ridotto ad una serie di unità minime, di frammenti decontestualizzati dall’evento sportivo complessivo, il calcio mediatizzato fornisce al Neocalcio una nuova semiotica sportiva caratterizzata, come detto, da nuove modalità di fruizione. «Il tifoso-cliente, nel sistema produttivo dell’intrattenimento, dovrà ricevere poche spiegazioni, dovrà discutere il meno possibile, applaudire e comprare (abbonamenti pay per view, oggetti di merchandising…) (p. 31). La modalità mediatica di derivazione videoludica di fruizione dello sport, esattamente come accade in altri contesti dell’intrattenimento, si è fatta sempre più individuale, una fruizione non più collettiva che si svolge all’insegna della solitudine digitale con tanto di pressanti inviti a prendere parte al business delle scommesse online. Dalle sponsorizzazione sulle magliette dei calciatori, agli inserti pubblicitari, all’esibizione delle quote proposte dai diversi operatori, anziché trasmettere l’amore per il gioco del calcio i media finiscono per fomentare comportamenti ludopatici malcelati da ipocriti inviti alla “moderazione”.

Nell’era del Neocalcio, sottolineano gli autori, «il tifoso soppiantato dalla figura del cliente viene oggi tracciato attraverso i big data, che ne censiscono le simpatie calcistiche, i gusti, gli spostamenti e li trasmettono ai club stessi e alle aziende di articoli sportivi. Il fatturato delle grandi squadre di calcio è condizionato da questa catalogazione globale degli appassionati. La gara è a chi si accaparra più clienti» (p. 140). Per i grandi club esiste un campionato parallelo a quello che si gioca sui campi e che riempie gli stadi, è un campionato assai redditizio in cui ci si contendono i tifosi-social ricorrendo all’intelligenza artificiale, un campionato in cui il Real Madrid è giunto, nel 2025, ad avere 500 milioni di follower sulle diverse piattaforme online.

Il calcio dell’era globalizzata ha provveduto non solo ad omogenizzare gli stili di gioco e le differenze culturali, ma anche a cancellare la dimensione popolare degli impianti di gioco imponendo stadi-nonluoghi per un pubblico di clienti e turisti. Le manifestazioni sportive internazionali organizzate in maniera faraonica, grottesca e decontestualizzata in Medio Oriente non sono che l’aspetto più evidente di un indirizzo intrapreso anche dai Paesi occidentali.

Il Neocalcio, sottolineano gli autori, richiede la sostituzione dell’identità e della spontaneità dei tifosi con le regole dello show business, e una marcata verticalizzazione dei rapporti che si vivono anche dentro lo stadio. Lo stesso tifo organizzato è stato investito da fenomeni verticistici sempre più smaccati e, non di rado, messo a profitto nell’ambito di un’economia illegale che condivide con la variante legale logiche e finalità. Nelle curve, ove non è potuto arrivare il business legale delle società, in svariati casi, soprattutto nei club delle grandi città, alla messa a profitto ha provveduto la criminalità organizzata.

La stessa politica non ha mancato di sfruttate il seguito popolare del calcio a proprio vantaggio; basti pensare agli esempi eclatanti di sfruttamento politico dello sport che in Italia si palesano, oltre che nel corso del ventennio fascista, nei casi degli anni Cinquanta del secolo scorso dell’armatore Achille Lauro alla presidenza del Napoli calcio, che frutta il suo ruolo dirigenziale per finalità elettorali, o dell’ingerenza di Giulio Andreotti nell’ambito della chiusura delle frontiere ai calciatori non italiani e negli anni Ottanta, nelle forzature di alcuni politici, sia locali che nazionali, per le controverse ammissioni al campionato di campioni stranieri come Zico all’Udinese della Zanussi e di Cerezo nella Roma di Dino Viola, impegnato direttamente in politica, oltre che, nel decennio successivo, nel caso del Milan di Silvio Berlusconi in cui diversi calciatori di primo piano si sono persino prestati a fare da testimonial dell’entrata in politica dell’imprenditore brianzolo. A livello internazionale occorre poi ricordare i casi di sfruttamento politico del mondo ultras nel conflitto fratricida degli anni Novanta nella ex-Jugoslavia.

La spinta neoliberista al laissez faire, sottolineano gli autori, ha espulso «le rappresentanze e i relativi bisogni cresciuti socialmente o territorialmente, dalle programmazioni economiche lasciate in balìa delle logiche del business» (p. 41). In un tale contesto «le relazioni, a ogni livello, non sono più basate sul riconoscimento o sulla competizione, dentro sfide dettate da regole di accesso e garanzie per tutti. Sono determinate solo dall’appartenenza ad un unico mercato globale in cui si può soltanto scegliere se stare dalla parte di chi comanda (e competere ma sottostando ai diktat del più forte) o schierarsi fra chi si oppone e pagarne più dure conseguenze» (p. 41).

Divenuto un’articolazione del mondo degli affari e della geopolitica, nello sport a rafforzarsi sono soltanto quelle strutture capaci di «fare cartello con gli oligopoli delle grandi corporations, degli Stati organizzatori delle manifestazioni, delle confederazioni, dei portatori di interesse mondiali, dei network e dei media, degli sponsor» (p. 41) in una lotta senza quartiere. In un tale contesto, il risultato sportivo è stato del tutto subordinato alle speculazioni finanziarie dei fondi di investimento che stanno accaparrandosi uno ad uno i club calcistici. «Chi investe in una grande squadra di calcio lo fa scommettendo sulle potenzialità del settore e sulla sua popolarità nel sistema economico interconnesso. La vittoria è un sovrappiù» (p. 85). Alla luce di ciò, era inevitabile che gli enti del governo calcistico mondiale ed europeo del calcio (Fifa e Uefa) impattassero con la volontà dei club più potenti di emanciparsi da quelli minori, come dimostra il progetto della Superlega che, per quanto bloccato sul nascere, ha comunque comportato una riorganizzazione delle coppe europee per club in tal senso.

La storia concettuale dello sport ha un inizio olimpico e uno sviluppo legato all’irrompere della politica e alle trasformazioni industriali e tecnologiche. Il cambio di statuto comincia dopo i primi due decenni del Novecento, determinato dalle tecniche e dalla diffusione di massa. Lo sport cresce insieme al cinema, ai cartoons e all’industrializzazione. […] È questa la fase in cui lo sport diviene concettualmente la sua riproduzione. Si passa così dall’etico all’estetico. […] Ma l’eroe sportivo, raccontato con la tecnica del montaggio e in qualche modo reso simile a una macchina, contiene già la grammatica che consentirà la trasformazione dell’atleta olimpico in un atleta-cyborg. La rivoluzione cibernetica conclude la trasformazione. Con il Neocalcio contano i dati, i cosiddetti analytics, attraverso i quali si costruiscono le squadre, si acquistano i calciatori, si fanno crescere gli atleti. L’industria delle scommesse, economia parallela del Neocalcio, anch’essa cresciuta fra algoritmi e connessioni globali, è la più potente replica di una disciplina che perde gradualmente identità. Si sviluppa uno sport per nuovi o modificati utenti. Tutto e proiettato in una dimensione digitale che rivoluziona il modo di fruizione dell’evento sportivo e l’evento stesso. I display, le protesi che ci permettono di accrescere le nostre potenzialità, le wearable technologies, potenziano le nostre relazioni con il mondo dello sport. Ma in questo sviluppo si perde l’evento. Protagonisti e fruitori smarriscono l’identità (pp. 143-144).

Con la trasformazione dello sport, in linea con l’indirizzo intrapreso dal mondo di cui è parte, si è assistito alla graduale perdita dell’incanto della dimensione sportiva in favore delle logiche della macchina predittiva del neoliberismo digitale. Per quanto il contesto delineato nel volume renda difficile pensare che lo sport possa requisire una vitalità forte, se ancora resta una speranza, affermano i due autori, questa non può che guardare alla pratica sportiva, così che la sua dimensione vitale possa, in qualche modo, sopravvivere e, perché no, contribuire alla messa in discussione di un sistema di sviluppo mortifero, non solo in ambito sportivo.


Sport e dintorni – serie completa

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Sport e dintorni – Il governo del pallone https://www.carmillaonline.com/2026/05/02/sport-e-dintorni-il-governo-del-pallone/ Sat, 02 May 2026 20:00:36 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94353 di Gioacchino Toni

Massimo Cervelli, Alberto Molinari, Il governo del pallone. Storia della Federazione Italiana Giuoco Calcio, Il Mulino, Bologna, 2026, pp. 360, € 28,00

La mancata qualificazione della Nazionale maschile maggiore alla fase finale dei Mondiali di calcio 2026 ha indotto il mondo del pallone, dagli addetti ai lavori agli appassionati, a dibattere sullo stato di crisi in cui versa il sistema-calcio italiano mettendone in discussione i vertici e invocando soluzioni drastiche e immediate non sempre derivate da una attenta analisi dell’universo calcistico nazionale nella sua complessità. Come spesso è accaduto in questo Paese, la discussione circa le cause dell’insuccesso della [...]]]> di Gioacchino Toni

Massimo Cervelli, Alberto Molinari, Il governo del pallone. Storia della Federazione Italiana Giuoco Calcio, Il Mulino, Bologna, 2026, pp. 360, € 28,00

La mancata qualificazione della Nazionale maschile maggiore alla fase finale dei Mondiali di calcio 2026 ha indotto il mondo del pallone, dagli addetti ai lavori agli appassionati, a dibattere sullo stato di crisi in cui versa il sistema-calcio italiano mettendone in discussione i vertici e invocando soluzioni drastiche e immediate non sempre derivate da una attenta analisi dell’universo calcistico nazionale nella sua complessità. Come spesso è accaduto in questo Paese, la discussione circa le cause dell’insuccesso della rappresentativa azzurra tende a concentrarsi sulla presenza di calciatori non italiani nei campionati nazionali.

Alla luce dell’attuale interrogarsi sulla salute del calcio italiano, risulta utile ripercorrere la storia della Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC) a partire dalla puntuale ricostruzione proposta dal volume Il governo del pallone (2026) di Massimo Cervelli e Alberto Molinari, così da poter guardare i risultati sportivi del calcio italiano anche alla luce della sua governance e del suo intrecciarsi con gli interessi economici, le logiche politiche e le questioni sociali. Il lavoro di ricerca degli autori, entrambi membri della Società Italiana di Storia dello Sport con alle spalle pubblicazioni di ambito calcistico relative alla figura dell’allenatore (Cervelli) e alla presenza di atleti  stranieri nei campionati italiani (Molinari), si è basato su un’ampia letteratura secondaria, sull’analisi di numerose testate sportive, di opinione e politiche, sugli scritti prodotti dai diversi organismi sportivi, sugli almanacchi e gli annuari calcistici e sul materiale d’archivio relativo alla storia federale.

Lo stato di salute del calcio italiano andrebbe valutato non solo a partire dai risultanti conseguiti dalla Nazionale maschile maggiore. Il panorama calcistico nazionale è, infatti, un universo complesso che vede, oggi, il Club Italia annoverare le Nazionali maschili e femminili A, Under 21, Under 18, 17, 16, 15, Universitaria, Calcio a 5 e Beach Soccer. Nel periodo compreso tra il 2007 e il 2024, ricordano gli autori, non sono mancati successi sportivi: «il Club Italia ha collezionato cinque titoli europei (Under 19 femminile, Under 19 maschile, Under 17, Nazionale Futsal di calcio a cinque e Nazionale beach soccer), oltre a diversi buoni piazzamenti nelle competizioni internazionali» (p. 324). Inoltre, le buone prestazioni della Nazionale femminile, giunta ai quarti di finale ai Mondiali del 2019, hanno contribuito a far emergere anche a livello mediatico il calcio femminile in un Paese storicamente poco propenso a prestarvi attenzione.

Le cause di ordine sportivo dei recenti insuccessi della Nazionale maggiore maschile vanno a collocarsi all’interno di una serie di criticità strutturali del sistema-calcio italiano tra cui la gestione dei settori giovanili.

Da troppo tempo viene denunciata una carenza qualitativa come se fosse un dato ineluttabile, senza mettere in discussione un modello basato sull’imitazione del calcio professionistico. I giovani calciatori vengono educati, fin da piccolissimi, a giocare come i grandi, inquadrati in un contesto tattico organizzato alla ricerca esasperata del risultato. La selezione privilegia la struttura fisica. Paradossalmente s’insegue la maturazione precoce per poi, rispetto agli altri maggiori campionati, inserirli tardivamente in prima squadra (p. 328).

Esistono poi problematiche di ordine strettamente economico che, spiegano Cervelli e Molinari, derivano da molteplici fattori. In Italia i mancati introiti determinati dalla recente pandemia sono andati ad aggravare problematiche strutturali preesistenti, come una dipendenza dai diritti televisivi maggiore rispetto a quella di altri sistemi calcistici europei e l’elevata incidenza degli stipendi e dei trasferimenti dei calciatori sui bilanci delle società professionistiche. A ciò vanno aggiunti il perdurare di un forte squilibrio regionale in termini di impianti e la scarsissima presenza di stadi di proprietà da cui i club potrebbero ricavare introiti utili al proprio finanziamento. A testimoniare lo stato di malessere in cui versa il calcio nazionale è anche la crescente disaffezione manifestata dagli italiani nei confronti di questo sport, palesata dal calo di presenze negli stadi e di ascolti televisivi, in controtendenza rispetto a ciò che accade in altre nazioni europee.

Guardando alla stretta attualità, è evidente come dell’enorme indebitamento delle società calcistiche italiane stiano approfittando grandi gruppi finanziari stranieri, soprattutto statunitensi, che, di fatto, ricavano profitti dai prestiti alle squadre in cambio dei futuri introiti dei diritti televisivi o della vendita di calciatori.

Diventato uno show business, attraverso la nuova governance economico-finanziaria il calcio si è progressivamente strutturato in un’“economia parallela globale”. Il sistema mira a colonizzare e ristrutturare il modello tradizionale di business fondato sul club come unità calcistica di base e sulla sua capacità di controllare il patrimonio di giocatori posti sotto contratto (p. 330).

Negli ultimi tempi, la dimensione sportiva e agonistica è stata sempre più subordinata a quella finanziaria interessata a far fruttare gli investimenti nel calcio. Di ciò sono corresponsabili gli stessi organismi calcistici internazionale che, sottolineano gli autori, «hanno di fatto assecondato i processi di commercializzazione, finanziarizzazione e spettacolarizzazione del calcio e da tempo non sono più solo enti regolatori del sistema ma “vere e proprie istituzioni finanziarie”» (p. 330). La crisi di credibilità e di governance che investe gli organismi calcistici internazionali deriva anche da una sempre più smaccata concentrazione di potere nelle mani di alcune grandi società calcistiche che, muovendo enormi flussi di denaro, di fatto, pilotano l’agenda dei tornei per club e per nazionali in linea con la «spinta neoliberista impressa al calcio internazionale dalla FIFA del presidente Gianni Infantino» (p. 332).

Quando si parla di crisi del calcio italiano, lo si deve fare certamente guardando alla specificità nazionale, ma anche calandolo all’interno di  un contesto internazionale che sta riscrivendo la mappa calcistica e lo stesso gioco piegandolo sempre più alle esigenze dello spettacolo, dei media e dei fondi d’investimento. Un contesto in cui l’Italia manifesta tutta la sua debolezza assoggettata com’è a dinamiche complesse da cui difficilmente potrà risollevarsi se pensa di cavarsela accontentandosi di riproporre il leitmotiv della regolamentazione dei flussi migratori come panacea di tutti i mali che affliggono il calcio nazionale. La débâcle della Nazionale maggiore maschile – a cui si aggiungono le difficoltà delle squadre di serie A nelle competizioni internazionali, più difficilmente spiegabili con la motivazione dei “troppi stranieri” – può essere un’utile occasione per una riflessione profonda sul sistema-calcio italiano, senza mai separarlo, come detto, dal contesto internazionale.

Il governo del pallone, ripercorrendo la storia della FIGC, ricostruisce le trasformazioni di una delle principali strutture di governance del calcio nazionale che è a tutti gli effetti parte integrante della storia di questo Paese, non fosse altro che per il ruolo assunto da tale sport in termini di immaginario popolare, interessi economici e politici. Il volume delinea i processi di formazione della classe dirigente federale così come si sono succeduti e trasformati nel corso del tempo, le modalità con cui questa si è confrontata con i cambiamenti del sistema calcistico dai suoi albori dilettantistico-artigianali, alla comparsa dei grandi mecenati, sino alla sua attuale finanziarizzazione, spettacolarizzazione, globalizzazione e mediatizzazione. Una storia, quella della Federazione, che ha dovuto confrontarsi con la trasformazione del calcio da originaria pratica elitaria a sport popolare, con il problema della violenza negli stadi e con gli episodi di razzismo, con i mutamenti sociali, le ingerenze della politica e i fenomeni del doping, dei bilanci falsati e delle partite truccate.

Nel primo capitolo vine ricostruito lo sviluppo della Federazione dalla sua nascita al primo dopoguerra, dagli anni pionieristici in cui, sotto le spinte nazionalistiche del periodo, la denominazione abbandona l’originario riferimento al Football (FIF) in favore dell’italiano Giuoco Calcio (FIGC), passando per la gestione di questo sport nel periodo bellico fino alla riorganizzazione della Federazione al termine della Prima guerra mondiale alla luce della repentina crescita di popolarità del calcio. Gli autori ricostruiscono puntualmente come la Federazione si sia trovata a fare i conti in questo periodo con ingerenze politiche e con episodi di violenza sugli spalti riconducibili al più generale clima di tensione che attraversa la società italiana al termine della guerra.

Nel secondo capitolo viene indagata la governance del calcio italiano dalla fascistizzazione dello sport alla Seconda guerra mondiale. Uno snodo centrale nella riorganizzazione del calcio in età fascista è rappresentato dalla stesura della Carta di Viareggio del 1926 che, eliminata qualsiasi istanza elettiva, affida la gestione della Federazione a un direttorio nominato per via gerarchica. Nell’ottica di una generale semplificazione dell’universo calcistico italiano, la Federazione adotta, a partire dalla stagione 1929-1930, il modello a girone unico nazionale per il massimo campionato italiano e incentiva le fusioni societarie fra squadre della medesima città. Attraverso la Carta di Viareggio, il regime vieta alle società, salvo eccezioni transitorie, di ricorrere a giocatori non italiani estendendo il divieto, qualche anno dopo, anche agli allenatori. Abbandonate le resistenze al professionismo, di fatto il regime incentiva i primi fenomeni di spettacolarizzazione e divismo intendendo sfruttare il successo internazionale degli atleti sia al fine di accrescere l’orgoglio nazionale che di fornire un’immagine di efficienza del fascismo all’estero. La virata verso una maggiore spettacolarizzazione dello sport, inoltre, contribuisce a gettare le basi per un nuovo assetto economico dei club di calcio, spesso guidati da presidenti legati alle gerarchie fasciste, che conoscono un inedito apporto di capitali da parte di grandi industriali.

La Carta di Viareggio aprì la strada alla completa fascistizzazione dei vertici sportivi italiani. Il processo di riordino complessivo dello sport fascista si concretizzò nel dicembre del 1926 con la trasformazione del Comitato Olimpico Nazionale Italiano in un organo alle dirette dipendenze del Partito Nazionale Fascista guidato da Augusto Turati. Il principio dello “sport per lo sport”, che aveva caratterizzato l’età liberale, lasciava il posto ad una completa politicizzazione della dimensione sportiva (p. 98).

Negli anni Trenta la Federazione può fregiarsi della vittoria dei Mondali del 1934 e del 1938, successi abilmente sfruttati dal regime sia sul versante interno che su quello esterno, e si trova a fare i conti con la questione dei “rimpatriati”, cioè di quei calciatori sudamericani che, vantando origini italiane, vengono accolti dal regime sia per avvalersi delle loro prestazioni sportive che per mostrarsi paternalisticamente benevolo nei confronti di chi era emigrato in cerca di fortuna. Nel corso dello stesso decennio, la vergognosa promulgazione delle leggi razziali del 1938 non manca di avere ricadute anche sul versante calcistico italiano tenuto a eliminare dalla scena giocatori e allenatori di origine ebraica. Ad essere ricostruito da Cervelli e Molinari è anche il ruolo della Federazione nella parabola finale del fascismo e nell’immediato dopoguerra, in un contesto tenuto a fare i conti con figure dirigenziali legate al passato regime.

Nel terzo capitolo gli autori analizzano il ruolo assunto dalla FIGC nel processo di modernizzazione del Paese, dagli anni della ricostruzione postbellica al cosiddetto “miracolo economico”, quando il calcio acquisisce ormai assoluta centralità tra gli sport popolari. In un contesto segnato da problemi organizzativi, economici, logistici e di ordine politico-sportivo, la governance dello sport italiano torna alle modalità elettive abbandonando l’inquadramento totalitario del regime ma si divide su come operare la riorganizzazione del sistema sportivo: alle spinte per un rinnovamento profondo, comportante la drastica rimozione dei dirigenti maggiormente compromessi con il fascismo, si contrappone una linea più conservatrice votata a una maggiore continuità con il passato. Il prevalere, come in altri ambiti, di quest’ultima tendenza, fa sì che buona parte delle figure che avevano avuto ruoli dirigenziali in ambito sportivo durante il regime vengano mantenute al loro posto limitando, di fatto, il drastico cambiamento auspicato da una parte del Paese.

Nel dopoguerra, la FIGC, che a livello interazionale paga per qualche tempo lo stretto legame intrattenuto con il passato regime, si trova a fare i conti con: le rivendicazioni della Associazione Italiana Calciatori (AIC), sorta alla fine del 1945; le richieste di riapertura agli atleti stranieri da parte dei club; la progettazione del Centro Tecnico Federale destinato a divenire un luogo per la preparazione delle formazioni nazionali e la formazione tecnica delle nuove generazioni di calciatori; la tragedia di Superga del Torino, con le inevitabili ricadute sulla gestione del campionato in corso e sulla stessa Nazionale, costruita sull’ossatura della squadra granata.

L’insuccesso degli azzurri ai Mondiali brasiliani del 1950 riapre la discussione attorno alla partecipazione di calciatori non italiani al campionato contrapponendo chi vede nella loro presenza un’opportunità di arricchimento del panorama calcistico nazionale a chi, invece, ritiene che questi limitino la formazione dei giovani calciatori italiani. Sulla “questione stranieri” si scomoda anche il mondo politico: nel 1953 l’allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giulio Andreotti vieta la concessione di permessi di soggiorno agli stranieri intenzionati a giocatore nei club di calcio italiani, ad eccezione di chi, tra questi, vanta la cittadinanza italiana in quanto figlio di italiani. Pur non essendo una novità il condizionamento del mondo sportivo da parte della politica, il cosiddetto “Veto Andreotti” resta nella storia come esempio paradigmatico di lesione del principio dell’indipendenza dello sport sancito dal CONI.

Le profonde dinamiche di trasformazione che attraversano l’Italia negli anni del “miracolo economico” coinvolgono direttamente anche il calcio. Se quest’ultimo, presente soprattutto nelle grandi città del Nord, soppianta il ciclismo nel ruolo di sport popolare per eccellenza del Paese, è anche perché al mondo contadino e provinciale, in cui affonda le radici il ciclismo, si sostituisce rapidamente l’universo metropolitano in cui sono presenti i principali club. Alla diffusione del calcio nel Paese nel corso degli anni Sessanta, sottolineano gli autori, concorrono il fenomeno dell’associazionismo sportivo legato all’universo politico, il successo del Totocalcio e, soprattutto, lo spazio sempre maggiore riservato a questo sport dalla radio e dalla televisione.

L’insuccesso della Nazionale nelle competizioni internazionali sul finire degli anni Cinquanta costringe la Federazione a confrontarsi, nuovamente, con la presenza dei calciatori non italiani, con l’elevato numero di squadre nella massima serie, con il potenziamento dei centri giovanili e dei quadri tecnici. In un susseguirsi di lotte intestine alla governance del calcio e di incapacità nel tradurre in pratica buona parte delle misure di rinnovamento pianificate, nel 1959 la guida della Federazione viene assegnata, per un breve periodo, a Umberto Agnelli, espressione diretta del grande padronato delle squadre di club, dunque a Giuseppe Pasquale, destinato a impattare con le feroci polemiche sorte attorno al disastro azzurro al mondiale cileno del 1962 e a quello quello inglese del 1970 mentre, nuovamente, riemerge il dibattito attorno alla presenza dei calciatori stranieri in Italia e continua ad aggravarsi la situazione debitoria delle società. Con Artemio Franchi ai vertici, la Federazione ottiene l’organizzazione e la vittoria dell’Europeo del 1968 e il secondo posto al Mondiale messicano del 1970, oltre che un’importante crescita dei vivai giovanili del Centro e del Sud e si trova a confrontarsi con il desiderio di protagonismo dalla rinnovata Associazione Italiana Calciatori e con la diffusione della violenza negli stadi in concomitanza con l’avvento di nuove forme di tifo organizzato.

L’ultimo capitolo del volume guarda al ruolo della Federazione nel momento in cui il calcio è sottoposto a un processo di industrializzazione e spettacolarizzazione sullo sfondo di un riassetto degli equilibri politico-sportivi ed economici che pongono le basi per la trasformazione globalizzata, finanziarizzata e mediatizzata del calcio contemporaneo. Nella seconda metà degli anni Settanta, in un contesto italiano segnato dalle crisi monetarie ed energetiche e da un incremento vertiginoso dell’inflazione, le società calcistiche italiane continuano a spendere cifre esorbitanti sul calciomercato nonostante siano sempre più indebitate. La crisi economica che attraversa il Paese non manca di riflettersi anche sulla presenza di pubblico negli impianti dovuta anche all’incremento della violenza negli stadi e al palesarsi di un evidente scadimento del livello tecnico a cui la Federazione tenta di porre rimedio facendo di Coverciano una sorta di “Università del calcio” istituendo un corso per dirigenti di società calcistiche.

In un clima di lotte intestine ai diversi organismi sportivi, sul finire degli anni Settanta emerge nuovamente la questione della presenza dei calciatori non italiani nei campionati nazionali alla luce del fatto che il blocco deciso dall’Italia contrasta con le norme sulla libera circolazione delle persone e la libera prestazione di servizi di natura economica del Trattato istitutivo della Comunità Economica Europea. Il mondo calcistico nazionale si trova anche a fare i conti con lo scandalo del calcio-scommesse che contribuisce alla perdita di credibilità del sistema italiano sia tra gli appassionati che a livello internazionale.

La vittoria del Mondiale spagnolo del 1982 contribuisce a riavvicinare i tifosi italiani al calcio e, in un clima di rinnovato ottimismo nel Paese, si apre un profondo cambiamento nella società italiana sotto la spinta neoliberista a cui l’imprenditore Silvio Berlusconi provvedere a fornire il necessario immaginario attraverso le sue televisioni e la gestione vincente del Milan acquistato a metà del decennio. Se da un lato gli anni Ottanta italiani si fregiano di avere “il campionato più bello del mondo”, dall’altro non mancano di palesare la crisi strutturale in cui versa il sistema-calcio nazionale. Ripetutamente alle prese con lo scandalo del calcio-scommesse, il mondo del pallone italiano si dimostra ancora una volta incapace di far fronte all’ulteriore indebitamento dei club derivato dall’euforia di onnipotenza di diversi presidenti di club disposti a spendere ingenti somme per accaparrarsi i campioni stranieri.

A metà degli anni Novanta la “Sentenza Bosman” obbliga il mondo del calcio italiano a non procrastinare ulteriormente l’adeguamento alle direttive europee in termini di libera circolazione dei calciatori. Di fatto la sentenza impone l’abolizione del tetto al numero di atleti comunitari negli organici dei club e riscrive i rapporti di forza tra società e calciatori in favore di questi ultimi e dei loro procuratori. L’apertura delle frontiere tra i Paesi dell’Unione Europea si inserisce all’interno di un generale processo di trasformazione dell’universo calcistico europeo caratterizzato da una sempre più evidente spettacolarizzazione sostenuta dalle televisioni e dalle sponsorizzazioni.

Nel corso degli anni Novanta la Federazione si trova a confrontarsi con la concessione dei diritti calcistici alle televisioni a pagamento, che contribuisce a concedere un inedito potere ai grandi club, con i fenomeni di violenza e razzismo negli stadi, con una lunga serie di scandali, dalle polemiche sugli arbitraggi ai casi di doping e di calcio-scommesse, oltre che con un indebitamento dei club ormai fuori controllo. Anche il nuovo millennio si apre all’insegna di uno scandalo, “calciopoli”, che si conclude con scudetti revocati, retrocessioni e punti di penalizzazione.

Il volume si conclude con uno sguardo disincantato sull’attualità privo di quel senso di nostalgia per una fantomatica età dell’oro andata perduta che, invece, sembra caratterizzare numerosi analisti e commentatori sportivi. Il governo del pallone mostra chiaramente come nell’intera storia del calcio italiano la dimensione sportiva si sia costantemente intrecciata con interessi economici, mire politiche e questioni sociali. Alla luce di ciò, pensare allo stato di salute del sistema calcistico del Paese guardando esclusivamente ai risultati sul campo della Nazionale maggiore maschile, o delle principali squadre di club nelle competizioni internazionali, rischia di essere fuorviante nella sua parzialità. Il volume di Cervelli e Molinari ha, tra gli altri, il merito di opporre allo sguardo selettivo con cui, troppo spesso, si guarda allo stato di salute del calcio nazionale, una serie di dati e riflessioni che mostrano come il sistema-calcio italiano sia stato attraversato da problemi e contraddizioni di ordine strutturale anche nei momenti di successo sportivo.

Sport e dintorni – serie completa

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Sport e dintorni – Un calcio al potere. Gioco e lotta sociale https://www.carmillaonline.com/2026/03/08/sport-e-dintorni-un-calcio-al-potere-gioco-e-lotta-sociale/ Sun, 08 Mar 2026 21:00:43 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92685 di Gabriel Kuhn

Gabriel Kuhn, Un calcio al potere. Gioco e lotta sociale, Prefazione di Pierpaolo Casarin, elèuthera, Milano, 2026, pp. 248, € 19,00

«Lo scopo è quello di fornire una rassegna dei nessi che legano il calcio alla politica radicale – ovvero quella politica, per intenderci, che ambisce a un cambiamento fondamentale della società che possa dar luogo a una comunità di individui liberi e uguali – ponendo l’attenzione su tre aspetti: 1. le varie espressioni di politica radicale fra i professionisti; 2. la politica radicale nella cultura ultras; 3. l’ambiente calcistico underground e l’eco che ha avuto nel mondo. […] [...]]]> di Gabriel Kuhn

Gabriel Kuhn, Un calcio al potere. Gioco e lotta sociale, Prefazione di Pierpaolo Casarin, elèuthera, Milano, 2026, pp. 248, € 19,00

«Lo scopo è quello di fornire una rassegna dei nessi che legano il calcio alla politica radicale – ovvero quella politica, per intenderci, che ambisce a un cambiamento fondamentale della società che possa dar luogo a una comunità di individui liberi e uguali – ponendo l’attenzione su tre aspetti: 1. le varie espressioni di politica radicale fra i professionisti; 2. la politica radicale nella cultura ultras; 3. l’ambiente calcistico underground e l’eco che ha avuto nel mondo. […] Il corpo principale del libro [proviene da] Anarchist Football (Soccer) Manual, scritto nel 2005 e pubblicato dalla Alpine Anarchist Productions. Il testo è stato aggiornato e modificato sensibilmente, ma la sua anima da “prontuario” è rimasta inalterata: l’idea è quella di fornire informazioni concise su diversi aspetti del mondo del calcio in modo tale che possano essere d’interesse per i tifosi di sinistra».

[In occasione dell’uscita del volume viene pubblicato di seguito un breve intervento di Gabriel Kuhn ringraziando l’autore e l’editore per la gentile concessione – gh.t.].

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Non è certo merito della FIFA se il calcio è lo sport più popolare al mondo

di Gabriel Kuhn

Il mantra “sport e politica non vanno mescolati” è noto a tutti. Di norma viene ripetuto da chi è al potere per assicurarsi che nessun settore della società, sport compreso, diventi un’arena di protesta politica. Inutile dirlo, è pura ipocrisia. Tutto è politico e, contrariamente a ciò che predica, chi è al potere in realtà non si fa nessun problema a mescolare sport e politica, purché il risultato sia funzionale ai propri interessi.

Se qualcuno avesse bisogno di una prova definitiva di tutto ciò, non esiste esempio più lampante della recente “bromance” tra il presidente della FIFA Gianni infantino e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Ne abbiamo avuto un assaggio quando infantino ha invitato Trump alla cerimonia di assegnazione del trofeo di uno dei tornei più inutili nella storia del calcio, la Coppa del mondo per club FIFA. Trump, a dirla tutta, era così entusiasta che non voleva lasciare il podio, raggiante come un bambino in mezzo alla squadra del Chelsea in festa, di cui con ogni probabilità non conosce nemmeno un giocatore.

Ma quello era solo l’inizio. Quando, ai primi di dicembre, Infantino ha consegnato a Trump il Primo premio per la pace della FIFA, inventato appositamente per lui dopo che aveva mancato il Premio Nobel per la pace, ha dimostrato ciò che sospettavamo da sempre: è un uomo che non conosce vergogna. Trump ha ricevuto il premio mentre inviava truppe armate nelle città americane, bombardava imbarcazioni civili al largo delle coste del Sud America e concludeva accordi sulle armi con regimi autoritari in tutto il mondo.

Ed ecco la parte più triste di tutta la faccenda: ci siamo talmente abituati a questi affronti alla dignità umana più basilare che c’è stata a malapena una protesta. Certo, la maggior parte delle persone trova tutto questo ridicolo, ma si limita a scrollare le spalle. Nessuna conseguenza? Né per Trump, né per Infantino. Ma per quanto tempo ancora accetteremo che dei simili pagliacci trasformino in farsa ciò che è stato creato dagli sforzi collettivi delle persone?

Non è certo merito della FIFA se il calcio è lo sport più popolare al mondo. Il calcio è lo sport più popolare al mondo perché milioni di persone, in tutto il pianeta, lo praticano da centocinquanta anni su campi improvvisati, utilizzando praticamente qualsiasi cosa possa tecnicamente fungere da pallone e con regole adattate alle circostanze in cui si trovano. Ciò che unisce tutti è la gioia del gioco, del movimento e dell’attività fisica, e di un’esperienza collettiva che talvolta finisce in conflitto ma il più delle volte porta a fare nuove amicizie, ad ampliare i propri orizzonti e a imparare di più su se stessi e sul mondo.

Il calcio è davvero il gioco del popolo, ma è sotto attacco da parte di personaggi come Gianni Infantino, che cercano di appropriarsene per le uniche cose a cui sono veramente interessati: potere e denaro.

È giunto il momento di riprendersi il gioco del calcio, di boicottare la FIFA e di sabotare l’industria del calcio moderno. Purtroppo le federazioni calcistiche, i club di alto profilo e i giocatori famosi sono troppo coinvolti nello spettacolo per poter contare su di loro. Celebreranno i Mondiali maschili del 2026 nonostante tutte le assurdità che li accompagnano: dalle buffonate di Trump al numero eccessivo di squadre (beh, almeno fa comodo all’Italia, suppongo!), fino a un’impronta ecologica disastrosa, con i tifosi costretti a viaggiare per migliaia di chilometri tra una partita e l’altra. Tuttavia, esiste un contro-movimento in crescita da decenni. Si esprime in leghe “selvagge” e “colorate”, e in tornei come i mondiali antirazzisti, nel calcio popolare, nei tifosi che protestano contro le misure di sicurezza restrittive, i prezzi dei biglietti elevati e gli orari di inizio scomodi (sempre a beneficio delle emittenti televisive, ovviamente). Unendo queste forze, potremmo creare un movimento con cui fare i conti, non solo per conquistare un calcio diverso, ma anche una politica diversa. Oggi, rovesciare la FIFA è più che un atto politico simbolico: gli effetti a catena sarebbero enormi. Sport e politica sono intrinsecamente legati e dovremmo sfruttare al meglio questa connessione.

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Gabriel Kuhn, Un calcio al potere. Gioco e lotta sociale (elèuthera 2026) – Indice: Prefazione all’edizione italiana di Pierpaolo Casarin / Introduzione / capitolo primo – Il calcio professionistico: storia, verità e miti sulle origini proletarie del calcio / capitolo secondo – Il dibattito radicale attorno al calcio / capitolo terzo – Le incursioni della politica radicale nel gioco professionistico / capitolo quarto – Calcio dal basso e cultura calcistica underground / Epilogo dell’edizione italiana

Gabriel Kuhn (Innsbruck 1972), oltre a essere un attivista libertario e un organizzatore sindacale, è anche un ex calciatore semiprofessionista. Di origine austriaca, dal 2007 vive a Stoccolma. Ha pubblicato vari libri tra cui Playing as if the World Mattered: An Illustrated History of Activism in Sports (2015), Antifascism, Sports, Sobriety: Forging a Militant Working-Class Culture (2017), X: Straight Edge and Radical Sobriety (2019) e Liberating Sápmi: Indigenous Resistance in Europe’s Far North (2020). Ha inoltre curato le antologie di scritti politici di Gustav Landauer Revolution and Other Writings (2010) e di Erich Mühsam Liberating Society from the State and Other Writings (2011), oltre a una raccolta di documenti sulla rivoluzione tedesca del 1918-1919 All Power to the Councils! (2012). Per elèuthera ha pubblicaro La vita all’ombra del Jolly Roger (2018) e Un calcio al potere. Gioco e lotta sociale (2026).

Sport e dintorni – serie completa

 

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Sport e dintorni – Non camminerai mai da solo https://www.carmillaonline.com/2024/10/25/sport-e-dintorni-non-camminerai-mai-da-solo/ Fri, 25 Oct 2024 20:00:26 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=85031 di Giorgio Bona

David Peace, Red or dead, ed. orig. 2013, trad. dall’inglese di Pietro Formenton e Marco Pensante, pp. 651, € 23, il Saggiatore, Milano 2014.

Quando il gioco del calcio non è soltanto passione, quando svela una visione più profonda con contenuti e significati che rappresentano un valore sociale e politico di rilievo, a guardare i tifosi non soltanto come una massa amorfa ma andando oltre, ecco… quando non si sa cosa dire allora funziona sempre la frase “calcio di altri tempi”.

Certo, erano altri tempi.

Il calcio è un fenomeno sociale mondiale. Quello che nei tempi attuali conosciamo [...]]]> di Giorgio Bona

David Peace, Red or dead, ed. orig. 2013, trad. dall’inglese di Pietro Formenton e Marco Pensante, pp. 651, € 23, il Saggiatore, Milano 2014.

Quando il gioco del calcio non è soltanto passione, quando svela una visione più profonda con contenuti e significati che rappresentano un valore sociale e politico di rilievo, a guardare i tifosi non soltanto come una massa amorfa ma andando oltre, ecco… quando non si sa cosa dire allora funziona sempre la frase “calcio di altri tempi”.

Certo, erano altri tempi.

Il calcio è un fenomeno sociale mondiale. Quello che nei tempi attuali conosciamo è quello legato al fenomeno televisivo e di conseguenza a un grande potere economico.

Tuttavia c’è un’altra faccia del pallone, quella di un calcio sociale, che non ha mai avuto vetrine, ma che ha un grande impatto con il mondo che rappresenta, creando strumenti per costruire accanto a una società professionistica quella comunità inclusiva per la promozione dei valori fondamentali dello sport.

Ecco dunque la visione di un personaggio che il calcio lo ha vissuto da vicino, Bill Shankly (1913-1981), allenatore dal 1959 al 1974 del Liverpool, una delle squadre più prestigiose del mondo; e ci viene raccontata dalla penna di David Peace (1967), già autore di Il maledetto United (2006). Lì ricostruiva in oltre quattrocento pagine – nell’edizione italiana per il Saggiatore, 2009 – la storia dell’ex-calciatore e poi allenatore socialista Brian Clough, dal Derby County al Leeds United (quarantaquattro giorni, stagione 1974-75). E non stupisce l’attenzione a questa dimensione sociale del calcio da parte di Peace, in precedenza autore di GB84 (2005) – sul grande sciopero dei minatori contro Margaret Thatcher e la sua politica disastrosa per la classe operaia britannica.

L’artefice del successo narrato da Red or dead fu appunto Bill Shankly, figura destinata a diventare leggenda, sotto la cui guida il Liverpool conquistò tre campionati, due Coppe d’Inghilterra e una Coppa Uefa (1972-1973) dove sconfisse in finale i tedeschi del Borussia Mönchengladbach. Per Shankly il calcio rappresentava una missione, una ragione di vita, un sistema per trasformare i giocatori e i tifosi. Partita dopo partita, allenamento su allenamento, preparazione tattica e colloqui intensi con i protagonisti che scenderanno in campo offriva loro motivazioni indispensabili.

Appena giunto a Liverpool, Bill fece un grande programma di ricostruzione della squadra, valorizzando il settore giovanile e inserendo alcuni elementi di talento. Questa sua programmazione a lungo termine diede i suoi frutti ancor prima del previsto: nel 1962 la squadra venne promossa in Prima Divisione, due anni dopo conquistò il campionato e l’anno successivo giunse in semifinale in Coppa dei campioni. Di lì, una serie di successi.

Il libro offre quasi settecento pagine con le formazioni, azioni raccontate come le radiocronache di sessant’anni fa, commenti, risultati e classifiche – e non mancano le parti dedicate alla tifoseria con i cori. Non solo. David Peace ci offre anche curiosità che restano fuori dalla scena, ovvero i risvolti della vita privata, tra le pareti domestiche con la moglie Nessie e le figlie Barbara e Jeanette, dal trasferimento in una casa a Bellefield Avenue, West Derby, Liverpool, dove visse fino al momento della sua morte per infarto nel 1981. E pagina dopo pagina il lettore può trovarsi a condividere emozioni e passione di Bill quasi avvertendo il pulsare delle sue vene.

Un amore che il tempo ricambia e che non cancella, anche se con una decisione sorprendente Bill Shankly darà a un certo punto le dimissioni, una scelta che sconvolgerà giocatori e tifosi e di cui Peace racconta il dramma, tra dubbi e rimpianti di un uomo che desidererebbe ricominciare tutto da capo. E che si aggira per la città come un nobile decaduto, riverito dai tifosi e oltraggiato dalla società che lui aveva portato ai trionfi.

La sua morte sarà un evento di tale impatto che il Partito laburista durante la sua conferenza osserverà un minuto di silenzio per quell’uomo che era sempre stato considerato un socialista. Per onorarne la memoria verrà eretta davanti allo stadio di Liverpool una grande statua in bronzo che riporta la scritta: Non camminerai mai da solo.

Red or dead non è soltanto il romanzo di un uomo, delle sue aspirazioni, dei suoi sogni, ma rappresenta il racconto duro e commosso dell’epoca d’oro del calcio inglese e del suo declino. Certamente un’avventura difficile da raccontare, c’era il rischio di perdersi in una retorica facile: ma non si perde David Peace, raccontandoci con precisione e nei minimi particolari una storia che documenta quell’ascesa e quel malinconico tramonto.

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Sport e dintorni – Irlanda, calcio e rivoluzione https://www.carmillaonline.com/2024/08/24/sport-e-dintorni-irlanda-calcio-e-rivoluzione/ Sat, 24 Aug 2024 20:00:08 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=83823 di Gioacchino Toni

Greta Selvestrel, Irlanda, calcio e rivoluzione, Rogas, Roma, 2024, pp. 270, € 21,70

Tratteggiata nella prima parte del libro la storia della presenza inglese in Irlanda, dunque la conflittualità che si è venuta a sedimentare nel tempo tra le due parti, Greta Selvestrel passa ad analizzare come l’universo calcistico, in tale contesto di pulsioni viscerali, si sia storicamente caricato di un complesso intreccio di identità, simboli e culture. La ricostruzione storica proposta dalla studiosa è affiancata, oltre che da un apparato iconografico utile a comprendere l’immaginario locale entro cui viene a collocarsi il mondo del pallone, dall’esperienza diretta [...]]]> di Gioacchino Toni

Greta Selvestrel, Irlanda, calcio e rivoluzione, Rogas, Roma, 2024, pp. 270, € 21,70

Tratteggiata nella prima parte del libro la storia della presenza inglese in Irlanda, dunque la conflittualità che si è venuta a sedimentare nel tempo tra le due parti, Greta Selvestrel passa ad analizzare come l’universo calcistico, in tale contesto di pulsioni viscerali, si sia storicamente caricato di un complesso intreccio di identità, simboli e culture. La ricostruzione storica proposta dalla studiosa è affiancata, oltre che da un apparato iconografico utile a comprendere l’immaginario locale entro cui viene a collocarsi il mondo del pallone, dall’esperienza diretta sul campo che le ha permesso di osservare con i propri occhi e di condurre interviste.

La passione viscerale per il calcio è al tempo stesso tra i pochi elementi che accomunano le diverse componenti che abitano le contee dell’Ulster e un ambito in cui si manifesta la conflittualità che regna tra di esse: «in quelle zone di conflitto, fra marciapiedi e pub segnati dalla rabbia e dal forte desiderio di liberazione, il calcio diventa uno strumento vero di battaglia e di trasmissione di una certa identità culturale» (p. 81). Soprattutto in città come Derry e Belfast, ogni aspetto della vita sociale dei cittadini nordirlandesi – quartieri, lingue, religioni, sport… – è contraddistinto «dalla logica della titolarità, della rivendicazione, della bivalenza, di ciò che avrebbe dovuto essere per naturale evoluzione delle cose e di ciò che invece, è stato imposto» (p. 84).

A Belfast l’ostilità tra repubblicani cattolici e unionisti protestanti si riflette a livello calcistico nella contrapposizione fra le tifoserie del Linfield FC unionista e del Celtic Belfast repubblicano, club fondato nel 1891 nel quartiere cattolico di West Belfast ispirandosi al Celtic Glasgow FC degli emigrati irlandesi in Scozia. La stessa rivalità in Scozia tra Celtic e Rangers è fortemente legata colonialismo inglese; mentre la tifoseria del Celtic non manca di far riferimento alla working class cattolica discriminata, quella dei Rangers si rifà all’unionismo protestante fedele alla Corona britannica.

A Derry la divisione scorre lungo il fiume Foyle che divide in due la città e non solo geograficamente: ad est la componente unionista che rappresenta il 20% della popolazione, ad ovest la comunità repubblicana, il restante 80% Il Derry City Football Club (in gaelico Cumann Peile Chathair Dhoire), nonostante abbia mantenuto una simbologia sostanzialmente neutra, avendo base nel cuore della zona repubblicana della città, è inevitabilmente la squadra tifata da tale comunità nei cui confronti si riversa l’ostilità degli unionisti che invece tendono a supportare il Linfield FC di Belstaf. A riprova dei diversi immaginari che animano le due fazioni, la studiosa ricorda come sugli spalti dei primi anni Settanta, negli scontri diretti tra le due squadre, alle strofe di We Shall Overcome intonate dai tifosi del Derry City in trasferta si contrapponevano da parte dei tifosi del Linfield quelle di God Save the Queen e di Derry Walls, canto che si rifà alle dispute secentesche fra le due parti in lotta.

L’autrice del volume ripercorre anche i problemi di ordine pubblico riguardanti le partite giocate dal Derry City contro il Ballymena United, altra formazione a tifo unionista dell’area a Nord di Belstaf, dunque come i tragici eventi del Bogside del 30 gennaio 1972, giorno passato alla storia come Bloody Sunday, abbiano avuto pesanti ricadute anche sul mondo del calcio, in particolare sul Derry City, le cui vicende sono puntualmente ricostruite nel volume.

Riprendendo l’antropologo Bruno Barba, la studiosa invita a guardare allo sport, e ancor più al calcio, come a

una sorta di educazione sentimentale per un gruppo di persone che si riconoscono in una comunità, in un imprinting, in una maniera peculiare di affrontare la vita. Per tale motivo è importante evidenziare il valore della sua intrinseca espressione collettiva che si può manifestare attraverso un appassionato, un atleta in prima persona ma soprattutto attraverso una tifoseria intera. In quest’ultimo caso, il concetto di “comunità” e cioè la passione, l’identificazione e l’appartenenza sportiva che pretende un impegno costante, assume un peso decisamente maggiore. La magia mistica che collega il momento sportivo a certe manifestazioni religiose attraverso inquietudini, paure, sconvolgimenti, rabbie e stupori conferma la ritualità di uno strumento culturale totale in quanto capace di riassumere una vera e propria fede che assume sembianze differenti all’interno di essa (pp. 111-112).

Se è pur vero che il tifo comporta faziosità, schieramento e rivalità che possono dar luogo a forme nefaste di campanilismo identitario, sostiene Selvestrel, tale forma di aggregazione può, in determinati casi, assumere connotazioni classiste manifestando una conflittualità tra realtà sociali differenti.

I rapporti tra le tifoserie di stampo irlandese, come il Celtic Glasgow, il Derry City o il Cliftonville seguono dei principi ben precisi della propria cultura al fine di creare legami stretti di supporto e riconoscimento con il resto del mondo ultras. Per questo l’aspetto politico incide fortemente sul rapporto tra tifoserie repubblicane e unioniste: il repubblicanesimo irlandese, a differenza dell’unionismo che tendenzialmente viene supportato da gruppi di estrema destra, deriva da uno scenario culturale tendente al socialismo e di conseguenza le amicizie che si vanno a consolidare con le tifoserie di altri Paesi seguono questo tipo di direzione come, per esempio, il caso consolidato da tempo del gemellaggio Celtic Glasgow-St. Pauli (p. 119).

Nel volume viene fatto riferimento anche all’universo ultras, in particolare la studiosa si sofferma sulla tifoseria del Derry City e sulla recente nascita del gruppo dei Red Partisans di derivazione working-class e legato ai movimenti antifascisti ed antirazzisti cittadini votato, come la Green Brigade del Celtic Glasgow, all’attivismo sociale e al sostegno delle cause indipendentiste come quella palestinese.

Supportata da un ampia ed utile bibliografia, quella offerta da Greta Selvestrel è una narrazione partecipata dei contraddittori intrecci che si sono dati e si danno nella società Nord-irlandese tra calcio, vita comunitaria, memoria, immaginario, classe e politica capace di restituirne la complessità.


Sport e dintorni – serie completa

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Sport e dintorni – Storia dell’allenatore di calcio in Italia. Intervista a Massimo Cervelli https://www.carmillaonline.com/2024/07/02/sport-e-dintorni-storia-dellallenatore-di-calcio-in-italia-intervista-a-massimo-cervelli/ Tue, 02 Jul 2024 20:00:48 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=83278 di Alberto Molinari e Gioacchino Toni

[Il volume di Massimo Cervelli, L’allenatore di calcio in Italia. Storia socioculturale di una professione (Biblion, 2024), propone una meticolosa ricostruzione della storia dell’allenatore di calcio in questo paese, prima figura professionista dell’universo calcistico nazionale. Di seguito si propone un’intervista all’autore su alcuni snodi da lui trattati nel libro].

D. Per tratteggiare la storia dell’allenatore di calcio in Italia conviene partire dagli inizi, dalla cosiddetta epoca pionieristica, quando questa figura non esisteva…

R. Il 15 maggio 1910 la Nazionale giocava la sua prima partita, ma il football italiano non conosceva ancora la figura dell’allenatore. La [...]]]> di Alberto Molinari e Gioacchino Toni

[Il volume di Massimo Cervelli, L’allenatore di calcio in Italia. Storia socioculturale di una professione (Biblion, 2024), propone una meticolosa ricostruzione della storia dell’allenatore di calcio in questo paese, prima figura professionista dell’universo calcistico nazionale. Di seguito si propone un’intervista all’autore su alcuni snodi da lui trattati nel libro].

D. Per tratteggiare la storia dell’allenatore di calcio in Italia conviene partire dagli inizi, dalla cosiddetta epoca pionieristica, quando questa figura non esisteva…

R. Il 15 maggio 1910 la Nazionale giocava la sua prima partita, ma il football italiano non conosceva ancora la figura dell’allenatore. La gestione della Nazionale era consegnata a commissioni tecniche composte principalmente da arbitri, gli unici che conoscevano i giocatori, avendoli osservati durante le partite. Nelle squadre era emersa la figura del capitano, una sorta di responsabile del comportamento tenuto in campo, nei confronti degli avversari e dell’arbitro. Era lui, il giocatore più esperto e carismatico che, assieme a qualche componente del Consiglio direttivo, decideva la formazione da schierare in campo. Il capitano rispondeva a codici di comunicazione bidirezionali, condivisi con i compagni più esperti: sapere come stare in campo (posizione, controllo degli avversari, calcio del pallone) e iniziazione dei giovani. Era un calcio semplice, basato sul kick and run e col primitivo schieramento sulle tre linee dell’originaria piramide: i terzini, terza linea, i mediani, linea di mezzo, e gli attaccanti, la prima linea.

D. Come nasce la figura dell’allenatore e che cambiamenti comporta nel panorama calcistico italiano?

R. Parafrasando una vecchia canzone socialista del primo dopoguerra, si può dire che, al posto di uno strano soldato, nel calcio avanzasse uno strano mestiere. Nel 1912, il Genoa, il club più organizzato, ingaggiò, grazie alle proprie ascendenze britanniche, William Garbutt un ex calciatore a cui assegnò il compito di guidare la squadra. C’era già Vittorio Pozzo al Torino, ma rappresentava una storia molto particolare. Garbutt ebbe un effetto dirompente, tant’è che ancora oggi l’allenatore viene chiamato mister. Con lui arrivarono altri britannici, una prima, ristretta, avanguardia di tecnici stranieri, fermata dalla grande guerra che confinò il pallone nelle trincee di tutta Europa – dove divenne il miglior passatempo, ma si giocava in mezzo ad una carneficina: 571 mila morti e oltre due milioni tra feriti e mutilati il bilancio italiano.

D: Con gli allenatori, regolarmente stipendiati, arrivò il professionismo. La sua generalizzazione fu immediata?

R. Il calcio non poteva più essere un’attività occasionale, doveva essere un lavoro full time adeguatamente retribuito. Arrivarono le prime denunce: sul Genoa piovvero accuse di professionismo per il pagamento di alcuni calciatori. Era già avvenuto un mutamento delle condizioni in cui si giocava. All’inizio i calciatori dovevano provvedere al loro vestiario, alle spese per gli spostamenti, all’organizzazione dei banchetti da offrire agli avversari dopo la partita e ai costi di gestione del loro sodalizio. I costi determinarono il carattere borghese e aristocratico dei primi club. Con lo sviluppo del movimento l’estrazione sociale cambiò rapidamente, ma l’Italia (“si fa ma non si dice”) non voleva riconoscere il professionismo, lo fece solo nel secondo dopo guerra.

D. Cosa deve il calcio italiano, oltre al professionismo, ai tecnici stranieri?

R. Negli anni Venti, come conseguenza della dissoluzione degli Imperi centrali, arrivarono oltre quaranta calciatori professionisti provenienti da Ungheria, Austria e Cecoslovacchia. Portarono un ricco bagaglio tecnico: finte, abilità nel controllare la palla con tutte le parti del piede, educazione al tiro con le diverse posizioni del corpo… Molti di loro diventarono allenatori, dando al nostro calcio l’impronta del gioco danubiano che, “non lasciava nulla al caso, muovendo i giocatori in campo con la precisione di un giocatore di scacchi che muove le sue pedine”. Una vera e propria colonizzazione sportiva che dette una precisa impronta tattica e stilistica al nostro calcio. Dal 1923 al 1930, i campionati furono vinti soltanto da allenatori stranieri e il primo manuale sulla conduzione di una squadra fu scritto da Arpad Weisz, espulso dall’Italia dalle leggi razziali e poi deportato dai nazisti e ucciso ad Auschwitz.

D. Questo massiccio ricorso ad allenatori stranieri avveniva durante il fascismo…

R. La riorganizzazione dello sport italiano fu parte della fascistizzazione delle istituzioni dello stato che sfociò nella costruzione del regime fascista. Agli inizi degli anni Trenta si posero l’obiettivo politico di creare una scuola per allenatori italiani, con il fine di costruire un futuro autarchico. C’era la volontà di passare dalla bottega artigiana, con l’apprendista che imparava accanto al maestro, ad una scuola di livello superiore, arrivando a regolamentare e disciplinare la figura dell’allenatore. Nel 1933 partì la Scuola Allenatori, ma pochi mesi dopo fu defenestrato, in uno dei tanti scontri tra gerarchi fascisti, Arpinati, presidente della FIGC e la Scuola non venne riproposta.

D. E di corsi per allenatori non se ne parlò più?

R. Nel 1940, per difendere il primato del calcio italiano che aveva vinto due Mondiali e un’Olimpiade, fu creato il Centro di Preparazione Tecnica che aveva anche il compito di definire il ruolo degli allenatori e la sua formazione, ma i primi corsi, per massaggiatori e aiutanti allenatori, vennero organizzati a Firenze nell’estate del 1943, pochi giorni prima della caduta del fascismo.

D. Nel dopoguerra da dove ripartì la FIGC e con quale sintonia con la nuova fase di sviluppo?

R. La FIGC mantenne quasi interamente il corpo dirigente che l’aveva diretta durante il fascismo e ripropose, sia dal punto di vista dell’inquadramento che da quello della formazione, l’approccio maturato. Dal 1949 furono riproposti i corsi, con materie e modalità organizzative che richiamavano le precedenti esperienze, ma con un passo indietro sul piano delle ambizioni: non si pensava più ad una Scuola, ci si accontentava di spiegare il mestiere prima di concedere il patentino per allenare. Nel dopoguerra, nell’Italia repubblicana, prendevano il via i programmi di formazione professionale per rispondere alle esigenze della popolazione adulta, scarsamente scolarizzata, e a quelle della ricostruzione e, successivamente, all’inizio di una fase economica espansiva, a una massa giovanile, anch’essa con scarsi livelli di scolarità. I corsi sviluppavano, con esercitazioni pratiche, capacità di lavoro, dando un mestiere. In questi anni si sovrappongono due fasi della storia economica italiana: l’urgenza della ricostruzione, in cui la forza lavoro va avviata ai mestieri, e quella successiva, dove il lavoro necessitava di una maggiore qualificazione professionale. Il 1950, l’anno in cui il reddito reale pro-capite torna ai livelli d’anteguerra, può essere considerato lo spartiacque tra le due fasi.

D. E poi arrivano gli anni del “miracolo economico” o, per meglio dire, della concentrazione del potere economico in grandi società nazionali o multinazionali e il crescente intervento dello stato nell’economia, il neo capitalismo italiano…

R. Il 1958 è l’anno di inizio del “boom economico” quando, per la prima volta gli operai sono più numerosi dei contadini ed entra in funzione la Comunità Economica Europea (CEE). È anche l’anno zero del calcio italiano che non ottiene la qualificazione ai Mondiali e viene commissariato dal CONI. Il commissariamento termina, l’anno successivo, con l’elezione del ventiquattrenne Umberto Agnelli, presidente della Juventus, alla presidenza federale. La ricostruzione tecnica del calcio italiano viene affidata a Walter Mandelli, dirigente industriale e vicepresidente della Juventus. Nel frattempo (1958) è stato aperto il Centro Tecnico Federale di Coverciano e cominciano, nel 1961, i primi corsi UEFA per allenatori e dirigenti europei. L’obiettivo di Mandelli è formare allenatori convenientemente istruiti e non solo sommariamente abilitati. I corsi per allenatori professionisti diventano biennali, con le fasi residenziali nell’estate per non ostacolare il lavoro, con lezioni di tecnica calcistica, medicina sportiva, storia degli sport, regolamento di gioco, carte federali e preparazione ginnico atletica. La filosofia è ben espressa da Mandelli: “Noi abbiamo l’obbligo di insegnare a tutti le leggi fondamentali del calcio. Fermi non ha scoperto l’atomo, né Fleming la penicillina all’università. Ma è stata l’educazione della scuola che ha dato a Fermi ed a Fleming, perdonatemi l’irriverenza, le basi dei loro studi”. La Scuola di Coverciano respingeva la definizione di fabbrica degli allenatori. L’allenatore lo seleziona il campo, la pratica effettiva. La scuola lo avvia alla professione, aiuta a trasformare la pratica in teoria e la teoria in pratica.

D. Qualche anno dopo si passa dai corsi al Supercorso…

R. Sono sempre le vicende della Nazionale a dettare le politiche federali. Dopo il fallimento ai Mondiali 1974, Artemio Franchi assume la presidenza del Settore Tecnico e punta su Italo Allodi, il dirigente sportivo più quotato, ed anche più discusso, del momento, che presenta un piano per istruire, abilitare e inquadrare gli allenatori nelle nuove condizioni del calcio contemporaneo, con la sistematica istruzione di tutte le figure tecniche attraverso la valorizzazione dei titoli abilitanti. Un corso parauniversitario, con materie inusuali come sociologia, psicopedagogia, sessuologia, alimentazione, psicologia, i compiti del sindacato, le questioni fiscali, la medicina sportiva applicata al calcio. Viene definito Supercorso ed introduce un modello duale nel processo di formazione: lezioni in aula e missioni di studio a contatto con l’esperienza pratica nei maggiori club. Dura nove mesi e sono tutti residenziali, a Coverciano, tranne i periodi di aggiornamento all’estero. Gli allievi possono ricorrere ad un prestito d’onore federale ed utilizzare successivamente borse di studio. È una rivoluzione che pone Coverciano al centro dell’attenzione internazionale e produce anche il primo corso per Direzione di Società di Calcio (1980-81). Le società calcistiche erano diventate aziende di medio-grande dimensione e, come nelle imprese di altri settori e comparti, la loro gestione comportava problematiche sempre più complesse, passando dal modello imprenditoriale-padronale al management organizzato. La rivoluzione finisce nel 1982 con la vittoria ai Mondiali, Bearzot e Allodi erano inconciliabili…

D. Gli anni Ottanta sono gli anni del riflusso, anche in questo settore?

R. Esatto, con la restaurazione dei vecchi corsi, preoccupandosi solo di salvare la dimensione internazionale di Coverciano. Alla fine del decennio, con la gestione Abete, la Scuola Allenatori viene totalmente rivista, con un mutamento di orizzonte nella didattica: maggiore spazio alla cultura, calcistica e scientifica, intensificando scambi e contatti con le maggiori realtà europee ed extra europee. Il corso Master di alta specializzazione per gli allenatori di 1a categoria, diviso in due sessioni estive, e con l’introduzione della comunicazione come materia fondamentale è il suo esito.

D. Ed oggi cosa succede in Italia nel campo della formazione degli allenatori?

R. La dinamicità del football ha portato negli ultimi vent’anni ad una maggiore specializzazione (calcio a 5, calcio femminile, preparatori atletici, preparatori dei portieri, di formazioni giovanili, osservatori, match analyst…) con conseguenti corsi dedicati.
L’allenatore europeo contemporaneo è un gestore di conoscenze in un gioco cognitivo che dipende dalla capacità, singola e collettiva, di dare risposte in tempo reale alle situazioni che si creano in campo. Il paradigma formativo della Scuola di Coverciano è la flessibilità: il calcio si rinnova ogni giorno e bisogna essere pronti a catturare e interpretare le novità, agli aspiranti allenatori vengono spiegate le varie impostazioni e interpretazioni tattiche, le filosofie di gioco applicate dai tecnici. Vengono indicate le novità e i mutamenti del calcio. Alla Scuola sono stati eliminati i libri di testo, poiché, in una disciplina in continuo movimento, esprimono concetti già superati. L’allievo entra senza libri e con delle convinzioni, ma esce senza certezze e con un testo scritto da lui, una prima idea del calcio che proporrà. Come dice il direttore della Scuola, Renzo Ulivieri bisogna “essere meticci, imparare a mescolare le nostre culture”. Flessibilità e ibridazione sono il vero punto di arrivo dopo decenni in cui, seppure in forma diversa, si ripresentava l’utopia di dare una comune identità tecnico-tattica e un medesimo stile di gioco a tutti.


Serie completa – Sport e dintorni

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Sport e dintorni – Il calcio nell’era televisiva https://www.carmillaonline.com/2024/04/29/sport-e-dintorni-il-calcio-nellera-televisiva/ Mon, 29 Apr 2024 20:00:25 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=82087 di Alberto Molinari e Gioacchino Toni

È stato detto che dal momento in cui il calcio ha incontrato la radio e, soprattutto, la televisione, questo si è per certi versi trasformato, come (e forse più di) altri sport, in «un genere drammatico». Di quanto e come la rappresentazione televisiva abbia modificato il gioco del calcio e la sua fruizione si occupa il saggio di Giorgio Simonelli, Quasi gol. Storia sentimentale del calcio in tv (Manni Editori, 2024). Il volume ripercorre il rapporto tra calcio e televisione operando una suddivisione per blocchi temporali segnati da svolte dettate da innovazioni tecnologiche, cambiamenti culturali [...]]]> di Alberto Molinari e Gioacchino Toni

È stato detto che dal momento in cui il calcio ha incontrato la radio e, soprattutto, la televisione, questo si è per certi versi trasformato, come (e forse più di) altri sport, in «un genere drammatico». Di quanto e come la rappresentazione televisiva abbia modificato il gioco del calcio e la sua fruizione si occupa il saggio di Giorgio Simonelli, Quasi gol. Storia sentimentale del calcio in tv (Manni Editori, 2024). Il volume ripercorre il rapporto tra calcio e televisione operando una suddivisione per blocchi temporali segnati da svolte dettate da innovazioni tecnologiche, cambiamenti culturali e di costume, oltre che da scelte economiche e politico-sportive.

A far incontrare nel 1936 il calcio con la televisione sono la Germania, all’interno delle 138 ore di copertura delle Olimpiadi berlinesi, e la Gran Bretagna con la trasmissione dell’incontro Arsenal-Leicester. Quella delle tv degli anni Trenta, sottolinea Simonelli, può dirsi però una «falsa partenza», presto soffocata dal secondo conflitto mondiale. Lo spazio concesso dalla televisione pubblica britannica al calcio alla ripresa postbellica deriva in parte dalla necessità tecnologica della televisione degli anni Quaranta e Cinquanta di tramettere sostanzialmente in diretta non potendo avvalersi di sistemi di registrazione se non ricorrendo alle tecnologie cinematografiche richiedenti tempi di produzione lunghi.

In ambito italiano la prima trasmissione di una partita calcio (Juventus-Milan) si ha nel febbraio del 1950, in via del tutto sperimentale, quando ancora l’emittente non ha iniziato a trasmettere con regolarità. In questa fase embrionale il rapporto della televisione italiana con il calcio secondo lo studioso è dettato tanto dalla volontà di consolidare l’identità nazionale, non a caso ad essere trasmesse sono soprattutto le partite della nazionale, quanto dall’esigenza di ampliare lo sguardo a livello internazionale grazie al confronto degli azzurri, e successivamente delle squadre di club impegnate nelle coppe europee, con le formazioni dei paesi stranieri. Durante questa fase pionieristica la programmazione del calcio nella televisione italiana ha carattere di eccezionalità, non avendo ancora uno spazio fisso e regolare nel palinsesto.

Il racconto delle vicende settimanali del campionato italiano è affidato alla radio e alla carta stampata mentre la televisione è alle prese con i suoi limiti tecnici dettati dal fatto che le registrazioni sono ancora su pellicola. Per qualche tempo i servizi calcistici coprono esclusivamente le partite giocate nelle vicinanze delle sedi milanese e romana della Rai, ove vengono consegnate le pellicole che poi devono essere sviluppate, sezionate e montate in tempo utile per ottenere i servizi da mandare in onda alla Domenica Sportiva, la più antica rubrica della tv italiana. I sevizi riguardanti le restanti partite devono attendere la trasmissione Telesport del lunedì sera.

L’avvento dell’RVM (Registrazione Video Metagenetica) alla fine degli anni Cinquanta contribuisce in maniera fondamentale a togliere al calcio televisivo il carattere di eccezionalità assegnandogli uno spazio fisso all’interno del palinsesto, tanto da prevedere la trasmissione domenicale di un tempo di una partita di calcio. Grazie alle nuove tecnologie di registrazione cambia anche la Domenica Sportiva che anziché limitarsi a mostrare i servizi di alcune partite, diviene una trasmissione con un conduttore (Enzo Tortora) che presenta, commenta e intervista i protagonisti degli eventi sportivi alla presenza di un pubblico.

Simonelli sottolinea anche come in questo periodo il grande interesse suscitato dalle dirette delle partite di coppa dei club italiani non detti il palinsesto che invece obbedisce a un progetto pedagogico che intende mantenere un certo equilibrio tra i contenuti offerti dal servizio pubblico televisivo. Allo spirito pedagogico appartiene anche la decisione di mandare in onda negli anni Sessanta una trasmissione volta a insegnare ai giovani telespettatori i fondamentali della tecnica calcistica come Lezioni di gioco del calcio tenuta da Silvio Piola e Giovanni Ferrari.

L’entrata in scena della moviola nel 1967, poi entrata a far parte della Domenica Sportiva a partire dal 1970, cambia il calcio in tv. «Il ruolo che la Rai affida alla tecnologia è soprattutto spettacolare, motivo di celebrazione dell’occhio infallibile della telecamera, spunto per discussioni che cominciano in studio e proseguono nei bar, sui giornali, momento atteso e popolarissimo tra i telespettatori, tanto che moviola diventa un termine usato come iperbole, metafora, metonimia» (pp. 53-54).

Il 1970 è anche l’anno in cui prende vita 90° minuto di Maurizio Barendson, Paolo Valenti e Remo Pascucci e l’anno di Italia Germania 4-3 ai mondiali messicani. Per quanto riguarda la nuova trasmissione Simonelli sottolinea come questa contribuisca a dare visibilità alle squadre provinciali attraverso giornalisti che, nel giro di poco tempo, ne diventano per certi versi portavoce.

Alcuni sono sobri e professionali, altri invece più confidenziali e originali sia nel look che negli atteggiamenti e per questo vengono criticati ma diventano popolari, il loro linguaggio spicca, la loro breve introduzione è un appuntamento atteso e gustato. 90° minuto non è più solo un programma di informazione calcistica, ma un rito domenicale non privo di una certa teatralità. Ma soprattutto, con la sua formula che consente di passare nel giro di pochi minuti da Genova a Vicenza, da Cesena a Catanzaro, trasforma il campionato di calcio e la sua rappresentazione televisiva in una manifestazione della compattezza del tessuto culturale del paese (pp. 57-58).

Circa i motivi per cui la famosa partita dei mondiali messicani è entrata nella leggenda, oltre all’avvincente andamento altalenante della partita e la presenza del replay immediato delle azioni più spettacolari, vi è chi vi ha visto un momento di rinnovata unità nazionale dopo le fratture dell’autunno caldo e chi hanno messo in luce l’eterogeneità delle squadre di provenienza della formazione azzurra. Simonelli vi aggiunge l’abbattimento del «tabù della notte»; la decisione della Rai di mandare in diretta l’evento nonostante l’orario in notturna.

A cambiare la narrazione del calcio in tv contribuisce il debutto televisivo di Dribbling nel 1973 «un magazine settimanale nato attorno a un gruppo di giornalisti, come Barendson o Minà, desiderosi di trattare il calcio con uno sguardo più ampio, che propone inchieste, interviste agli atleti in grado di andare molto più in profondità e in ampiezza rispetto alla semplice cronaca» (p. 70).

Tra gli altri momenti di svolta importanti per il calcio televisivo l’autore ricorda l’avvento del colore, che contribuisce alla spettacolarizzazione delle partite, e la concorrenza portata alla Rai dalle emittenti della Svizzera e di Capodistria che, per certi versi, anticipano problematiche che si dispiegheranno con l’avvento dei canali radiofonici e televisivi locali (che offriranno copertura capillare alle piccole squadre di provincia), dunque con l’avvento delle televisioni commerciali nazionali che, a livello sportivo a partire dai diritti del Mundialito del 1980, cambieranno l’universo televisivo italiano avviato a quella che Umberto Eco ha definito l’avvento della neotelevisione. Dal punto di vista del calcio in tv le emittenti private introducono «una telecronaca esuberante, gridata, appassionata, ricca di iperboli, di iterazioni, di linguaggi spregiudicati» (pp. 84-85), presto destinata a farsi egemone. Altra novità è data dai programmi che nelle diverse emittenti offrono una narrazione delle partite attraverso ospiti che le osservano in bassa frequenza.

Con gli anni Ottanta si entra nell’era segnata dalla contesa dei diritti televisivi ed un cambio di indirizzo all’interno del servizio pubblico televisivo che abbandona quello spirito pedagogico che lo aveva a lungo contraddistinto facendo prevalere le ragioni dell’audience, come attesta, simbolicamente, la cancellazione dalla programmazione di un evento culturale su uno dei canali Rai (la seconda parte di Fanny e Alexander di Ingmar Bergman) per non intralciare la trasmissione sul canale principale della finale di Coppa dei Campioni Roma-Liverpool nel maggio del 1984. Simonelli pone l’accento anche sul ruolo giocato dall’esultanza popolare del Presidente Pertini mostrata dalla tv nel corso della finale dei Mondiali spagnoli del 1982 vinta dall’Italia nel conferire al calcio un ruolo trasversale capace di infrangere distinzioni di sesso, di classe e di cultura.

Dopo anni in cui era considerato un tipico esempio della cultura di massa, una delle armi di distrazione che la società capitalistica metteva in campo e in cui gli uomini di cultura che nutrivano e confessavano quella strana passione erano un’assoluta eccezione, all’improvviso il calcio godeva di interesse e simpatia da parte del mondo intellettuale: scrittori, artisti, politici, attori si rivelavano appassionati e accaniti tifosi, persino con una punta di snobismo nei confronti di chi non condivideva la loro passione (pp. 90-91).

Ad un calcio sempre più orientato a divenire uno «spettacolo generalista» da prima serata televisiva si rendono necessari nuovi interpreti. A tale esigenza rispondono tanto la riapertura delle frontiere ai calciatori stranieri, bloccate in seguito all’insuccesso della nazionale nel 1966, quanto l’adozione di una narrazione televisiva adeguata alla svolta votata alla spettacolarizzazione dell’evento calcistico. Le riprese televisive abbandonano «l’atteggiamento referenziale per cui la televisione era semplice testimone dell’evento che doveva trasferire al destinatario senza alterarne le caratteristiche ma una dimensione rielaborativa, di decostruzione e ricostruzione dell’oggetto, una costante scelta di spettacolarizzazione in senso televisivo» (p. 94). La fruizione televisiva si è fatta sempre più autoreferenziale ed ubiqua allontanandosi dalla visione dal vivo della partita, mentre il commento verbale, anche nel servizio pubblico, ha abbandonato il tradizionale tono compassato in favore di un linguaggio più esuberante, passionale, ricco di metafore, iperboli e formule proprie dei diversi giornalisti. A spingere sulla spettacolarizzazione dell’evento calcistico, ricorda Simonelli, sono anche alcune modifiche al regolamento come ad esempio il ricorso ai calci di rigore in caso di parità nelle partite a eliminazione, al posto della ripetizione della gara o del sorteggio, il divieto di passaggio con i piedi al proprio portiere, l’introduzione dei tre punti per le vittorie così da incentivare le squadre a non accontentarsi del pareggio. Inoltre, mal conciliandosi il calcio televisivo con i tempi morti, viene incentivata la ripresa veloce del gioco dai falli laterali grazie alla presenza massiccia di raccattapalle ed i direttori di gara vengono spronati a interrompere il gioco il meno possibile. Le stesse società di calcio, sempre più foraggiate dagli introiti televisivi, si adeguano alle esigenze del medium accettando orari di gioco differenziati e spalmati su diverse giornate.

A partire dagli anni Ottanta si sviluppano anche nuove modalità di seguire il calcio in tv; si pensi, ad esempio, al fortunato Processo del Lunedì di Aldo Biscardi che porta in tv a livelli sempre più iperbolici nel corso delle diverse edizioni le modalità sguaiate delle discussioni e delle polemiche da bar ricorrendo a giornalisti che ormai vestono letteralmente i panni dei tifosi schierati a difesa di questa o quella squadra. La trasmissione di Biscardi «affida al talk una dimensione antagonistica, contrappositiva, conflittuale in cui protagonisti appartenenti allo stesso mondo si scontrano su un tema molto preciso» (p. 103), anticipando per certi versi la stagione dei talk show televisivi che si occupano di attualità e politica ricorrendo alle medesime modalità.

Ai margini dei mondiali italiani del 1990 prendono altre trasmissione volte ad affrontare in maniera nuova l’universo del calcio; si pensi alla modalità ironica di Mai dire mondiali del trio di giornalisti noto come Gialappa’s Band, format destinato a prolungarsi nel tempo su Italia 1 nella variante Mai dire gol, oppure alla modalità salottiera introdotta da Galagol su Telemontecarlo, che affianca ai commenti enfatici di José Altafini una conduttrice come Alba Parietti digiuna sino ad allora di calcio. Nel 1993 prende il via la trasmissione Quelli che il calcio di Marino Bartoletti e da Fabio Fazio su Rai 3; in questo caso a informare puntualmente dell’andamento delle partite domenicali di campionato sono semplici tifosi, attorno ai quali il conduttore imbastisce bonari siparietti, che seguono sui monitor gli incontri delle rispettive squadre del cuore. Da tale trasmissione numerose televisioni private deriveranno programmi in cui ad incarnare le diverse tifoserie saranno non semplici sconosciuti ma ex calciatori o giornalisti che in maniera sempre più sguaiata esaspereranno la propria fede calcistica dando vita a iperboliche discussioni. I primi anni Novanta vedono anche la nascita di Pressing su Mediaset, in palese concorrenza con la Domenica Sportiva, di cui ricalca il format introducendo però un conduttore non giornalista, Raimondo Vianello, presto affiancato da Antonella Elia che impersona con «autoironia il ruolo della bionda un po’ svampita» (p. 119), a cui succede dopo quasi un decennio Controcampo che, pur condotto da un giornalista sportivo come Sandro Piccinini, esprime una vocazione teatrale.

Insomma, a partire dagli anni Ottanta il calcio in televisione non ha più quel carattere di eccezionalità che aveva caratterizzato l’incontro dell’evento sportivo con il medium, è diventato, sottolinea Simonelli, «un materiale di consumo come tanti altri, un consumo quotidiano, e ha perso il ruolo più discreto e affascinante di luogo e tempo di celebrazione della festa» (p. 108).

I primi anni Novanta inaugurano anche l’era calcio delle pay tv da Tele+ a Stream fino a Sky e, molto più recentemente Dazn. Se ci si poteva attendere dalle pay tv, rivolte come sono ad un pubblico selezionato di appassionati di calcio, programmi più sobri incentrati sugli eventi di campo forti anche di tecnologie di avanguardia, in realtà man mano si assiste a un sempre più marcato processo di spettacolarizzazione e teatralizzazione. «Nell’ultimo decennio del secolo si afferma un modello di rappresentazione del calcio verso cui convergono tutte le televisioni pubbliche, commerciali, a pagamento, una omogeneità basata su una grammatica, una sintassi e una retorica audiovisive comuni» (pp. 124-125).

Negli ultimi tempi le telecronache si sono fatte sempre più corali visto che, almeno negli incontri più importanti, il telecronista viene affiancato non solo da ex calciatori o ex allenatori a cui viene assegnato il commento tecnico, ma anche da altre voci a bordo campo che concorrono alla narrazione spettacolarizzata dell’evento. La vocazione a guardare al calcio internazionale, presente sin dagli albori del calcio televisivo è ulteriormente ampliata dalle coperture dei campionati stranieri da parte delle pay tv che però, rispetto al passato, non si limitano a mostrare le partite in sé ma allargano la visione alla storia delle società, ai loro stadi e alle tifoserie contribuendo così ad sprovincializzare la visione calcistica dello spettatore italiano. È importante notare, segnala l’autore, come a fronte della frammentazione, del consumo impressionistico ed effimero delle immagini sportive, si siano ultimamente ritagliate visibilità programmi di approfondimento dal taglio documentaristico, volti ad approfondire anche questioni di carattere culturale legate ai personaggi ed agli eventi sportivi. Si pensi ad esempio alle produzioni sviluppate da Sky, con giornalisti come Federico Buffa, Giorgio Porrà, Matteo Marani, o da Dazn, con Emanule Corazzi o, ancora, da altre piattaforme televisive.

Altra novità importante nella storia del rapporto tra calcio e televisione, sottolinea Simonelli, è la copertura totale del fenomeno sportivo, soprattutto calcistico, offerta da canali come Sky Sport 24 in cui l’evento è esteso ben al di là della performance sportiva in sé, contemplando la preparazione, l’attesa, le ipotesi, le analisi, i commenti trasmessi in una sorta di loop man mano aggiornato lungo l’intera giornata e settimana. Infine, a sancire quanto il rapporto tra calcio e televisione si sia fatto inestricabile, non si può che far riferimento all’introduzione del VAR sul finire degli anni Dieci del nuovo millennio. «L’immagine televisiva non è più solo il testimone maggiormente attendibile di ciò che è avvenuto in campo, capace di ristabilire la verità in astratto, ma un concreto attore dell’avvenimento agonistico, un “quinto uomo” che assiste i quattro giudici con potere decisionale, un’immagine che scende in campo» (pp. 149-150).

La conclusione di questo interessante volume di Simonelli sul rapporto tra calcio e televisione è dedicata a un episodio che stride rispetto all’invadenza dei un medium che ha preteso persino di entrare negli spogliatoi pochi minuti prima del calcio di inizio. Il riferimento è a quanto accaduto a Copenaghen durante la partita Finlandia-Danimarca, quando danese Eriksen è restato al suolo in arresto cardiaco e il capitano della squadra Kjaer fa prontamente schierare i compagni attorno all’attaccante a cui i sanitari praticano il massaggio cardiaco preservandolo dagli occhi delle televisione. Con quel gesto spontaneo Kjaer ribalta il rapporto comunicativo. «A scegliere la disposizione dell’inquadratura, a decidere cosa mostrare e cosa no, non è la regia ma un protagonista, un calciatore di solito oggetto e in quel caso autore della rappresentazione» (p. 156).


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Sport e dintorni – El Diez dal destino epico e buffo di cui noi miserabili non riusciamo a fare a meno https://www.carmillaonline.com/2024/03/28/sport-e-dintorni-el-diez-dal-destino-epico-e-buffo-di-cui-noi-miserabili-non-riusciamo-a-fare-a-meno/ Thu, 28 Mar 2024 21:00:45 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=81724 di Gioacchino Toni

Alfonso Amendola, Jvan Sica (a cura di), Studiare Maradona. Storie, tracce, emozioni, Rogas, Roma 2024, pp. 150, € 15,70 ed. cartacea, € 9,99 ed. ebook

Diego Armando Maradona appartiene a quella ristretta cerchia di personaggi del mondo dello sport a cui il titolo di campione va decisamente stretto, non esaurendo quanto è stato in grado di rappresentare nell’immaginario di tanti esseri umani che hanno instaurato con la sua figura un rapporto che è andato ben oltre il riconoscimento della sua grandezza sportiva. Se Muhammad Ali, Tommie Smith e John Carlos sono divenuti simboli del riscatto afroamericano e con [...]]]> di Gioacchino Toni

Alfonso Amendola, Jvan Sica (a cura di), Studiare Maradona. Storie, tracce, emozioni, Rogas, Roma 2024, pp. 150, € 15,70 ed. cartacea, € 9,99 ed. ebook

Diego Armando Maradona appartiene a quella ristretta cerchia di personaggi del mondo dello sport a cui il titolo di campione va decisamente stretto, non esaurendo quanto è stato in grado di rappresentare nell’immaginario di tanti esseri umani che hanno instaurato con la sua figura un rapporto che è andato ben oltre il riconoscimento della sua grandezza sportiva. Se Muhammad Ali, Tommie Smith e John Carlos sono divenuti simboli del riscatto afroamericano e con esso di una più estesa comunità di “dannati della terra” sfruttata e marginalizzata, ciò lo si deve anche al particolare periodo storico in cui si sono cimentati nelle loro imprese, coincidente con quella “stagione dei movimenti”, compresa tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, in cui, a livello internazionale, davvero “tutto” è stato messo in discussione. Sebbene Maradona abbia fatto capolino quando ormai quella stagione poteva dirsi esaurita, anche nel suo caso la rilevanza assunta è andata al di là delle prestazioni sportive, pur essendo state queste ultime – così come per gli altri atleti citati – indispensabile premessa al rapporto che si è instaurato tra il campione e la “sua gente”. Certo, rispetto ad Ali, Smith e Carlos, Maradona è sicuramente un personaggio meno lineare, più complesso e contraddittorio, così come meno facilmente definibile è la relazione che si è costruita tra lui e i suoi tifosi.

Prima uscita del Centro studi “10”, il volume curato da Alfonso Amendola e Jvan Sica non poteva che essere dedicato a El Diez per eccellenza: Diego Armando Maradona, personaggio che, al di là delle prodezze in campo, come scrivono i curatori nella Prefazione, ha «invaso, toccato o sfiorato tanti campi dello scibile, influenzando non solo le sorti delle sue squadre, ma anche microeconomie, visioni cinematografiche, storiche, filosofiche, giuridiche, sociologiche, parabole artistiche e tanto altro».

A ridosso della scomparsa di Maradona, su “Carmilla online”, Giovanni Iozzoli, come tanti altri, a partire dall’emotività diffusa, per certi versi difficilmente spiegabile, che si è sprigionata da quel lutto, si è domandato cosa e quanto avessimo «investito nel mito Maradona – prima come genio calcistico, poi come iperbole umano-letteraria, infine come sublime simbolo populista» per determinare emozioni solitamente riservate alla scomparsa di qualcuno a cui si è strettamente legati. Per certi versi sono interrogativi che attraversano lo stesso volume curato da Amendola e Sica da poco dato alle stampe da Rogas edizioni.

Per quanto sia stato un personaggio di rilevanza mondiale, il fenomeno Maradona non può essere disgiunto dalla sua terra natale, l’Argentina, e dalla sua città di adozione, Napoli. Ecco allora che Domenico Maddaloni ricostruisce la Napoli di Maradona, tratteggiando cosa fosse all’epoca la città partenopea che, sin dalla sua presentazione al San Paolo, è sembrata quasi percepire che quel Diez non sarebbe stato “soltanto” un grande campione.

La Napoli del decennio maradoniano ha vissuto un periodo del tutto particolare segnato da una vitalità che ha toccato gli ambiti sportivi, non solo calcistici, culturali, musicali e cinematografici, un fermento da cui sono emerse personalità capaci di conquistare rilevanza ben oltre il contesto campano, come Pino Daniele e Massimo Troisi, in un clima segnato dal desiderio diffuso di rivalsa nei confronti del Nord e della Capitale. Una Napoli che si è sentita, e per certi versi ha saputo porsi, al centro del Paese cullandosi nell’illusione – difficile dire quanto inconsapevole – che quanto stava vivendo sarebbe durato e avrebbe portato benefici all’intera comunità. «Ma dietro questa effervescente vitalità», scrive Maddaloni, «si muovevano forze che avrebbero finito per trascinare Napoli e gran parte del Mezzogiorno sul sentiero della stagnazione, del declino, di una collocazione sempre più marginale nella divisione internazionale del lavoro e nella scena economica e politica italiana». Una città, insomma, che ha vissuto un’illusione, per quanto intesa, destinata a “breve scadenza”.

Gli anni Ottanta per Napoli sono anche il decennio in cui si andava esaurendo «la stagione dell’intervento straordinario che, pur tra squilibri e contraddizioni, e con l’aiuto considerevole (almeno fino al principio degli anni Settanta) delle migrazioni di massa dalle aree interne, si era tradotta in un incremento sostanziale degli standard di vita nel Meridione». Pur vantando la piazza napoletana un ruolo tutt’altro che marginale nell’industria e nella finanza pubbliche, la spinta propulsiva degli investimenti pubblici, con tutte le loro contraddizioni, si stava ormai esaurendo lasciando il posto a una stagnazione economica strisciante e ad un mesto ritiro della locale borghesia dalle attività produttive. «In un clima simile, i due grandi interventi pubblici nel Sud degli anni Ottanta, la ricostruzione post-terremoto e gli investimenti per il Mondiali di calcio che l’Italia avrebbe poi ospitato nel 1990, non vengono più iscritti in una strategia generale di sviluppo dei territori, ma vengono piuttosto usati come ulteriore fattore di spinta in direzione della ricerca della rendita».

Se è pur vero che nessuno potrà togliere alla piazza partenopea le gioie calcistiche regalate dal Napoli di Maradona e con esse la sensazione, per quanto di breve durata, di contare finalmente qualcosa oltre i confini meridionali, sottotraccia al diffuso entusiasmo del periodo covavano già quelle trasformazioni economiche, politiche e sociali che avrebbero, da lì a poco, condotto al declino e all’emarginazione che poi si sarebbero palesati in maniera evidente in apertura degli anni Novanta.

Jvan Sica ricostruisce puntualmente il Maradona visto, pensato e scritto da Gianni Brera, che non ha esitato ad apostrofarlo ricorrendo, contemporaneamente, agli estremi “divino” e “scugnizzo”, «perché della stessa alterità rispetto al mondo sono fatti», a segnalare la sua unicità prodigiosa e inarrivabile, dai limiti «al momento ignoti», Uno «sgorbio divino, magico, perverso», «un goffo orsacchiotto miracolato dal buon Dio, però non abbastanza da assurgere a macchina», uno che «finché gli gira, comanda lui. E gli altri, zitti».

Brera non mancherà, tuttavia, di riferirsi a Maradona chiamandolo «Sua Rotondità», di segnalare come «Tener palla masturbando calcio non significa dominare», dunque, in un crescendo di critica venata di malinconia, giungerà ad apostrofarlo come «Vecchio istrione criollo», «logo discolino», «capriccioso despota argentino», autore di «primedonnacciate» «la cui sazietà agonistica è divenuta ormai un fatto patetico». Per poi concludere scrivendo amaramente: «Diego Armando era Baudelaire, poeta sublime; io componevo e balbettavo versi appena corretti. Fuor di metafora, avevo delirato calcio e all’improvviso mi era apparso il messia, quello vero. Ho visto scaturire prodezze inaudite dai suoi piedoni di belva andina; il suo tronco atticciato ha espresso obliosi prodigi di grazia e di fantasia per i quali andavo in estatica meraviglia». «Grazie, Diego Armando Maradona. Altro non voglio dire, solo grazie per i prodigi di stile e di invenzione che ci hai prodigati nei tuoi brevi anni. Anche Napoli, che ha cuore, ti saprà perdonare, e naturalmente rimpiangerti. Adios».

La riflessione di Mauro Cozzolino, nel testo steso insieme e Paolino Cantalupo, prende il via dalla constatazione di come Maradona sia stato al contempo calciatore geniale dotato di immenso talento ed essere umano fragile e debole, «espressione di un empowerment individuale e sociale che ha oltrepassato tutto e tutti, unendo diversi popoli, specialmente quelli del sud», incarnando però «drammaticamente la debolezza in tutte le sue intime forme». Ad affascinare e catturare l’interesse di tanti (studiosi e non) è il suo essere stato, assieme, “Eroe” ed “Antieroe”, la sua tendenza a declinare le “diverse qualità” di cui era in possesso «in relazione al contesto, all’obiettivo e all’interlocutore».

Nel caso di Maradona la “dinamica degli opposti” propria della natura umana non si è risolta né nella scelta di una delle due nature, né nella paralisi della scelta. Egli, suggerisce Cozzolino, ha provato «a sfidare pericolosamente quelle forze profonde che, come Eros e Thanatos, si contrappongono tra loro. Il tentativo del protagonista e coraggioso e per certi versi ingenuo che si fa insieme, eroe e antieroe, provando a domare la complessità insita nella dinamica tra bene e male, individuo e società, giustizia e ingiustizia sociale, ed altre innumerevoli componenti del nostro universo esistenziale».

In vita Maradona si è trovato a confrontarsi con la povertà, la sofferenza e lo stress determinato dal trovarsi investito dall’idealizzazione e dall’idolatria delle folle ma anche con l’odio di tanti mossi da invidie e dal non sopportare il farsi spazio di un popolano incapace di deferenza, colpevole di oscurare i più nobili lignaggi sportivi e sociali. A ciò si è aggiunga la violenta pressione esercitata da una società vorace «che sa perfettamente costruire e distruggere, in relazione al solo ed esclusivo bisogno dell’hic et nunc» in anticipo, per certi versi, alla deriva contemporanea che attraversa i social network.

Se nella mitologia l’eroe carica su di sé la responsabilità della battaglia e se si considera il calcio un linguaggio archetipico, allora, sostiene Cantalupo, è possibile vedere in Maradona l’incarnazione dell’eroe della contemporaneità. «Ma ogni eroe ha un destino tragico. L’eroe della mitologia si dona e poi cade rovinosamente. Nel senso rovesciato, l’ambivalenza del mito mostra l’ambiguità fondamentale dell’archetipo. […] Gli eroi della mitologia dopo l’impresa mostrano la loro umana debolezza, la contraddizione della loro miseria emotiva».

Maradona è stato un eroe venuto dal fango delle favelas portandosi dietro lo stigma del sottoproletario ribelle, incapace di “stare al suo posto”. Se questo è ciò che tanti, più o meno consapevolmente, non gli hanno mai perdonato, è però stato anche il motivo per cui si è creato un legame indelebile con Napoli, «la città col più esteso sottoproletariato marginale d’Europa. È questo che trasfigurava i suoi gesti atletici in arte romantica. Romantica rivolta proletaria, sfrontato insulto contro i potenti del mondo e i potentati del calcio».

Virgilio D’Antonio apre le sue riflessioni domandandosi se all’uomo «che, in campo, giocava, beffava anche le regole della natura» si possa «chiedere di rispettare leggi “artificiali”, cioè create dal legislatore di turno, contingenti, imperfette, spesso contraddittorie, destinate al continuo mutamento». A tal proposito Saverio Sicilia passa in rassegna le vicende giudiziarie argentine e italiane che hanno attraversato la vita privata e affettiva di Maradona intrecciandole con il suo incarnare, più meno volontariamente, i desideri e la voglia di riscatto di folle di tifosi e al tempo stesso con il business che la sua immagine era capace di attivare. «È proprio questo il tratto saliente della figura di Maradona capace non soltanto di generare opportunità di business, ma anche di trascinare con se ideologie e aspirazioni della gente comune».

Indubbiamente «la tensione costante al superamento del limite che è forza e fonte di ammirazione – venerazione, nel caso specifico di Maradona – nello sport può diventare maledizione quando trasposta oltre i confini del rettangolo di gioco», ma, scrive Virgilio D’Antonio, «possiamo forse pretendere qualcosa di diverso da un calciatore che amiamo, ammiriamo profondamente per un gol segnato contro ogni regola del gioco del calcio, con un pugno verso il cielo? Ecco: il rapporto tra Maradona e le regole, così come quello tra noi spettatori, Maradona e le regole è tutto in quel pugno alto contro il cielo che fa finire la palla in rete».

Tratteggiato il clima culturale della città e ricordato come l’anno di approdo di Maradona a Napoli, il 1984, sia lo stesso della morte di Eduardo De Filippo e dell’uscita dell’album Musicante di Pino Daniele, Elio Goka argomenta come l’epopea di Maradona a Napoli possa essere pensata come «un romanzo di formazione tradotto in una specie di enigma dell’apparizione. Da ostetrico a saluto estremo. La sua parabola tragica è iniziata da una riformulazione della fanciullezza a un addio in forma di fuga. Per nulla annunciato. Senza sospetti. Dopo una domenica di campionato. La sua fine a Napoli è coincisa più con uno svanimento che con una scomparsa. Nemmeno il dolore per la sua morte ha saputo soppiantare il lutto anticipato che in una notte di fine inverno sottrasse la ragione della felicità a milioni di persone».

La felicità portata alla città, resta forse questa la chiave principale del passaggio dell’indimenticabile Diez a Napoli, sottolinea Goka. «Di Maradona, più d’ogni altra cosa, resti l’incanto d’aver riunito in pochi anni il desiderio collettivo e le felicità individuali attraverso un disvelamento istantaneo, fugace, ma drammaticamente visibile e ammaliante dell’ebbrezza nella sua forma più tangibile e traumatica. Questa è una formula che supera l’epica, la gloria, la caduta e l’acclamazione».

Napoli, scrive Massimiliano Amato, è stata attraversata da tante rivolte, mai tramutatesi in rivoluzioni, accomunate, in fin dei conti, dal non essere state «una forzatura, un colpo di mano arbitrario o, ancora peggio, strumentale» e dall’avere «puntualmente abbandonato durante il loro compiersi la dimensione dialettica della storicità per entrare nello spazio più ampio e indefinito del simbolico». In tutti i modi, sostiene lo studioso, si è trattato di rivolte capaci, nella loro specificità, di trasmettere al mondo esterno «riflessi profondi nel tempo storico in cui si sono sviluppate», anche quando a muoversi è stata una piccola minoranza della popolazione.

Nell’ultima rivolta, come per effetto di un moto spiraliforme la faglia si è allargata e approfondita repentinamente per cerchi concentrici. Arrivando a inghiottire tutto, vale a dire la Napoli “alta” e la Napoli “bassa”, riunite in un progetto comune: sovvertire le gerarchie del pallone e affermare il regno della Grande Bellezza. L’incontro tra il Dio del calcio e una città che nel calcio cerca da sempre la catarsi rigeneratrice che la aiuti a rinascere ogni volta dalle proprie miserie e debolezze non poteva non accendere la miccia di una rivolta epocale. Per sette anni Napoli è stata laboratorio di uno stravolgimento senza precedenti di codici consolidati da decenni di strapotere delle squadre del triangolo industriale del Nord.

Ciò è stato, a tutti gli effetti, un atto di ribellione. Se del Maradona legato a Fidel, a Chavez e, più in generale, ai movimenti ribelli latinoamericani, così come della sua battaglia contro la Fifa, è stato scritto parecchio, poco, troppo poco, sostiene Amato, è stato indagato l’impatto che ha avuto sugli equilibri consolidati del calcio italiano e l’inedita capacità, «in un contesto in cui il calcio rappresenta il principale, se non unico, fattore di identificazione collettiva», di unire in maniera identitaria l’intera città.

Enrico Ariemma ricorre ai classici per rileggere la parabola pubblica e privata del personaggio Maradona. Potrebbe trattarsi dell’ultimo «barthesiano mito d’oggi, soggetto e oggetto insieme di una narrazione che è popolare e agglutina su di sé pance e passioni di milioni di uomini comuni, ma è anche colta ed esoterica perché attraversa diagonalmente discipline di studio e di ricerca. Un dio sporco. Il più umano degli dei. Un dio sporco e umano che ci assomiglia». Oppure, continua Ariemma, potrebbe trattarsi più semplicemente di un eroe capace di rompe le regole, lottare contro il potere o, ancora, di un «genio anarchico, ribelle, passionale, nato umile ma capace di emergere e di far fronte alle difficoltà grazie alla sua abilita, generoso con gli amici, astuto sul campo ma capace di farsi ingannare più volte nella vita».

Angelo Cirasa scrive di come Maradona avesse «una sua fede nel giusto, nel bello, nella provocazione», disponesse «di una lama logica, critica», di come sapesse usarla, e di come tutto ciò sia percepibile nella bellezza dei suoi gesti in campo, una «bellezza che è incanto artistico, religioso, politico».

Giuseppe Foscari ragiona, invece, maniera semiseria attorno al “talento dei mancini” nello specifico calcistico, caratteristica che, al pari della bassa statura, dunque del baricentro basso, negli estrosi come il nostro Diez, contribuisce a mandare in tilt gli avversari. «La “mano di Dio” era un diverso, un estroso, un creativo, un genio, un talento, a immagine e somiglianza del Padreterno? E se Dio fosse mancino? Altro che neuroscienze e fisica, e Lui che, per chi ci crede, si sarebbe scelto l’alter-ego nel calcio. Per la vita avrebbe scelto altri modelli, ma, si sa, la perfezione è un requisito che spetta solo a Lui».

Mariella Palmieri guarda alla figura di Diego Armando Maradona come a una “contraddizione popolare”. A fare di lui un’icona popolare potrebbe essere stato il suo incarnare in maniera marcata e sotto i riflettori le mille contraddizioni vissute dalla gente comune. «Questo aspetto comune dell’esistenza rende la contraddizione una condizione popolare». La palese imperfezione sul lato umano è per certi versi ciò che permette a chi è lontanissimo dalla sua grandezza calcistica di immedesimarsi in lui, rintracciandovi almeno una delle proprie imperfezioni, e al contempo di condividere con il campione le prodezze sportive.

«La rivendicazione alla contraddizione diviene pubblica. Pubblicamente, quindi non solo più nella sfera privata, si può rivendicare il diritto all’errore, alla sbavatura, a un percorso di vita caotico, non lineare». Maradona non si presenta come modello perfetto; fortissimo in campo è debolissimo fuori da esso. «E come un ossimoro, questa imperfezione diventa modello. Ovvero, più esattamente, diventa qualche cosa che innesca un processo di identificazione differente. Non ci si identifica più con un modello perfetto, bensì si guarda alle imperfezioni, oserei dire ai margini. Non è la figura nel suo intero che è al centro di questo processo, ma i margini che sono oltrepassati dalla contraddizione». È come se, con le sue debolezze, Maradona mostrasse che «l’imperfezione è connaturata ad ogni persona», consentendo ad ognuno di trovare in lui la propria imperfezione, il proprio motivo di identificazione.

Pensare Diego Armando Maradona come una contraddizione irrisolta, che cioè non trova sintesi, è il punto di vista che permette di uscire dal un certo moralismo che ha spesso contraddistinto alcuni giudizi su lui. Il moralismo, che è conseguenza dell’ordine morale prodotto dalle classi dominanti (e che quindi non ha nulla a che vedere con la morale), prevede e detta le linee di condotta per le persone. Produce ed organizza le norme, crea i valori e li gerarchizza. È un sistema compiuto, finito, senza discrepanze, dove l’incongruenza, quindi la contraddizione, non è contemplata. È in questo sistema che la contraddizione vivente Maradona non ha possibilità di esistere, perché potrebbe mettere in pericolo lo status quo.

In fin dei conti identificarsi con lui può significare rifiutare il moralismo dei detentori il potere.

Alfonso Amendola e Annachiara Guerra tratteggiano una cartografia dell’immaginario maradoniano che attraversa la letteratura, il cinema, l’arte, la musica, il teatro e il videogame.

In ambito letterario tra gli autori a cui guarda Amendola figurano: Eduardo Galeano, che identifica Maradona nel più umano degli dei, vittima della stessa fama che lo ha sottratto alla miseria, una divinità sporca che dunque consente l’identificazione; Osvaldo Soriano, con il suo raccontare delle prodezze calcistiche del diciottenne militante nell’Argentinos Juniors destinato ai grandi club europei; Luis Sepulveda, che parla di “epica del calcio” riferendosi a ciò che si è costruito attorno alla figura di Maradona; Gianfranco Pecchinenda, che dal personaggio ricava un labirintico gioco di specchi in forma di romanzo ove si intrecciano il vero e l’immaginifico letterario, la realtà e la menzogna.

In ambito artistico lo studioso passa in rassegna: il celebre murales nei quartieri spagnoli, realizzato tre decenni fa da Mario Filardi, divenuto luogo di pellegrinaggio in cui si sono accumulati cimeli e ricordi lasciati dai visitatori; il murales nel quartiere San Giovanni a Teduccio, realizzato nel 2017 da Jorit Agoch; gli interventi di street-art realizzati da Tvboy a Barcellona e a Napoli; l’acrilico su carta Dance with me realizzato nel 2019 dalla street-artist Roxy In the Box; il Sandokan (Maradona) di Flavio Favelli; la mostra del 2016 La Mano de Dios dell’artista libanese Rayyane Tabet, curata da Leonardo Bigazzi al Museo Marino Marini.

Per quanto riguarda l’universo cinematografico vengono trattati: Amando a Maradona (2005) di Javier Vazquez; Maradona – La mano de Dios (2007) di Marco Risi; Maradona di Kusturica (2008) di Emir Kusturica; Maradonapoli (2017), tratto da un soggetto e una sceneggiatura di Antonio Di Bonito, Cecilia Gragnani, Jvan Sica e Roberto Volpe; Diego Maradona (2019) di Asif Kapadia.

Nel richiamare gli omaggi musicali al campione più celebri, Annachiara Guerra ricorda: La mano de Dios interpretato da Rodrigo Bueno e scritto da Alejandro Romero; Tango della buena suerte di Pino Daniele; Santa Maradona dei Mano Negra; La Vida Tombola di Manu Chao; Diego Armando Maradona di Francesco Baccini; Doma il mare, il mare doma degli Stadio; Maradò dei Los Piojos; Dale Diez di Julio Lacarra; La favola più bella, una canzone-ringraziamento della squadra nei confronti dei tifosi partenopei in occasione dello scudetto 1986/87. Infine, nel passare in rassegna i videogiochi che, in qualche modo, si sono intrecciati con Maradona, Guerra guarda a: Peter Shilton’s Handball Maradona (1986); Seibu Cup Soccer (1992); Pro Moves Soccer (1993); Football Manager 2020; Fifa 18 e Fifa 22, in cui però la presenza dell’icona di Maradona aprirà contenziosi legali.

Giunti a fine volume, che si chiude con una nota dell’editore che, da romano e tifoso della Roma, si sente in dovere di rendere a suo modo omaggio a Maradona, tornano in mente le domande che si/ci poneva Iozzoli su “Carmilla online” in occasione della scomparsa di Maradona a proposito del “mistero”, che probabilmente non potrà mai essere decifrato compiutamente, del particolare legame instauratosi tra l’icona Maradona e le “masse popolari” in tutte le loro declinazioni.

Era Diego, che dietro il suo aspetto caricaturale, eccessivo, celava un qualche magnetismo segreto e inafferrabile, come i grandi clown o i grandi dittatori? O eravamo noi (masse popolari […]) che avevamo traslato su di lui, inconsapevole mentecatto, una carico di aspettative e narrativa devastante? E non è stata forse tutta questa “letteratura” (popolare) ad uccidere l’uomo? Gesù non sfuggì al suo destino, a Gerusalemme ci andò con le sue gambe; e pure Ernesto Che Guevara in Bolivia ed altri ce ne sarebbero, da aggiungere alla lista: tutti costoro si avviarono sul Golgota spontaneamente, perché su di loro si era addensato il peso insostenibile di un Eggregore gigantesco, mostruoso, il condensato di milioni di anime perse, stanche, miserabili e indomite che ti esigono morto e glorificato, per scaldare un po’ le loro vite esangui? Si è sacrificato, Diego (supplizio autoinflitto a coca, cibo e alcol – e poteva andargli peggio), perché non poteva sottrarsi al suo ruolo? Lo abbiamo spinto noi, sul crinale infuocato della leggenda?
Maradona è stato così amato perché ha caricato su di sé tutti i peccati del mondo, in un’espiazione godereccia e torbida, esplodendo dall’interno come una stella marcia e luminosissima. Anzi, si è caricato sulle spalle il vero peccato, il Peccato Originale: la mediocrità dei mediocri, delle vite irredimibili, prive di salvezza, incapaci di tirare avanti senza i deliri di un qualche eroe, o sedicente messia. Destino epico e buffo – com’era nel suo stile arruffato, disordinato, folle, con così poco tango nelle vene.

Forse, al di là del legittimo desiderio di “comprendere razionalmente” il “mistero Maradona”, occorre non accontentarsi, si badi bene, ma saper godere di quel che resta indelebile del Diez di noi tutti, riassumibile attraverso un semplice passo della filastrocca che Leonardo Acone gli ha dedicato in apertura di libro:

Quaggiù in ogni slargo, cortile o campetto
Se vedi una finta o un esterno perfetto
Riappare il sorriso del Diez malandrino
Ritorna del calcio l’incanto bambino


Serie completa – Sport e dintorni

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Sport e dintorni – Guardare al calcio e ai suoi stadi in altro modo è possibile https://www.carmillaonline.com/2023/11/30/sport-e-dintorni-guardare-al-calcio-e-ai-suoi-stadi-in-altro-modo-e-possibile/ Thu, 30 Nov 2023 21:00:20 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=79895 di Gioacchino Toni

Da qualche tempo a questa parte sembra quasi che la bellezza di uno stadio di calcio sia riducibile alla modernità delle sue strutture. In realtà, scrive Vladimir Crescenzo, Il giro del mondo in 80 stadi. I campi da calcio più incredibili del pianeta (Meltemi 2023), la ricerca dell’ultra tecnologico si configura come uno nuovo strumento di entrate per i club che viene ad aggiungersi al business del marketing all’interno di un processo di ripensamento dell’“esperienza spettatore” in funzione consumista.

«La posta in gioco è in effetti alta per i club, impegnati a sedurre un nuovo pubblico e a [...]]]> di Gioacchino Toni

Da qualche tempo a questa parte sembra quasi che la bellezza di uno stadio di calcio sia riducibile alla modernità delle sue strutture. In realtà, scrive Vladimir Crescenzo, Il giro del mondo in 80 stadi. I campi da calcio più incredibili del pianeta (Meltemi 2023), la ricerca dell’ultra tecnologico si configura come uno nuovo strumento di entrate per i club che viene ad aggiungersi al business del marketing all’interno di un processo di ripensamento dell’“esperienza spettatore” in funzione consumista.

«La posta in gioco è in effetti alta per i club, impegnati a sedurre un nuovo pubblico e a spingere quelli che vedono a volte come “consumatori” a spendere sempre di più. A rischio di sostituire i tifosi con degli spettatori disposti a sborsare prezzi non di rado elevati per un posto, ma estasiati dalla possibilità di farsi recapitare un sandwich durante la partita senza doversi nemmeno alzare. Nonché di trasformare in un tempio del consumo quello che per certi versi potrebbe essere quasi definito un luogo di culto»1.

Il processo di trasformazione del tifoso in utente-consumatore tenuto a vivere l’esperienza dello stadio come si trovasse in un parco divertimenti a tema è ravvisabile già nella gentrificazione degli stadi inglesi che ha letteralmente espulso le classi popolari dagli spalti consegnandoli, come efficacemente descritto sin dai primi anni Settanta del secolo scorso da Ian Taylor2, alla classe media intenta a estende i propri modelli e il proprio immaginario all’intera società. All’interno di tale processo, scirve John Clarke, alla figura del tifoso “genuino”  riconducibile al proletario tradizionale che viveva nell’attesa della partita settimanale «con le sue fortune inestricabilmente legate alle sorti della squadra, partecipante attivo del gioco», si è sostituita quella del «consumatore razionale e selettivo dei servizi di intrattenimento, che commenta dal suo comodo posto in tribuna. Questa antinomia trova la sua ipotesi esplicativa nelle figure del “Fan” da un lato e dello “Spettatore” dall’altro»3.

Tale processo di sostituzione del tifoso con l’utente-consumatore è inoltre ravvisabile, secondo Vladimir Crescenzo, nella trasformazione degli impianti dei club più blasonati in attrazione per turisti e nell’ossessione degli impianti più moderni di “offrire” agli spettatori efficaci collegamenti Wi-Fi, quasi fosse più importante connettersi via smartphone all’interno di uno stadio che non godere della partita e dell’atmosfera che dovrebbe contraddistinguerlo. D’altra parte molti spettatori passano l’intera partita a riprendere col cellulare il campo mantenendo un occhio ai megascreen sperando di essere inquadrati. Un protagonismo allo stadio che tende sempre più a indirizzarsi sugli schermi in un processo di derealizzazione dell’evento e dei suoi protagonisti in una sorta di videogame.

Quanto tale tendenza finalizzata a trasformare i tifosi in utenti sia subita, digerita o condivisa dagli appassionati è difficile dirlo. Di certo si è preferito sorvolare sulle contrarietà all’indirizzo intrapreso dal calcio espresse dalle tifoserie organizzate costrette a loro volta a fare i conti con una crisi di identità derivata in buona parte proprio dalle trasformazioni in atto nel mondo pallonaro.

Nel voler dunque raccogliere in un volume ottanta stadi e campi da gioco fra i più belli e insoliti del pianeta, Crescenzo ha preferito guardare all’estetica degli impianti prendendo in considerazione gli ambienti in cui sono inseriti: che si tratti di montagne innevate, foreste, spazi deserti o città densamente popolate, a interessarlo è l’armonia tra un campo e lo scenario naturale e umano che lo circonda.

Tra gli impianti più suggestivi trattati nel volume si segnalano: lo Stadio di Leh, in India, nel cosi detto “deserto freddo” a 3.500 metri di altezza; i campi galleggianti The Float a Marina Bay (Singapore) e Koh Panyee (Thailandia); il Qeqertarsuaq Stadion e l’Uummannaq Stadion tra i ghiacci della Groenlandia; il suggestivo Estadio Saturnino Moure a Buenos Aires, letteralmente circondato dal fiume Riachuelo; i cileni Estadio San Carlos de Apoquindo si Las Condes e Estadio Sausalito di Viña del Mar; il campo tracciato sulla terra in una township del nord-ovest di Windhoek in Namibia; l’austriaca Saalfelden Arena dialogante con le montagne; lo Sportplatz Heligoland nell’omonimo arcipelago; l’irlandese Glentornan Park di Dunlewey; il Victoria Stadium con il monte Errigal sullo sfondo a Gibilterra; il campo Á Mølini di Eiði nelle isole Faroe; i norvegesi Alfheim Stadion a Tromsø e Henningsvær Stadion nelle Isole Lofoten; il portoghese Estádio Municipal de Braga integrato al paesaggio circostante; il moscovita Meshchersky Park, letteralmente affogato nella foresta; lo Stadio Hienghène incastonato tra la baia e le montagne in Nuova Caledonia.

Senza negare che al fascino di un impianto possa contribuire un’architettura avveniristica, l’autore, avvalendosi del contributo di numerosi fotografi, ha inteso «dimostrare che l’anima e la singolarità di uno stadio, tanto nel calcio professionale che amatoriale, sono commisurate a ciò che vi si racconta, alla storia che vi si inscrive. E di ciò che ci svela della cultura locale, non solo calcistica. Ecco perché le storie a margine delle pagine sono scritte minuziosamente, per onorare le foto che le illustrano. Un sapiente equilibrio fra immagini pittoresche e cultura calcistica, con lo scopo di ricondurre a ciò che costituisce l’essenza stessa di questo sport universale»4.

Quello proposto da Vladimir Crescenzo è insomma un viaggio tra i campi e gli stadi di calcio del pianeta osservati con uno sguardo diverso da quello che tendenzialmente viene imposto agli appassionati di calcio che si vogliono sempre più utenti-consumatori. Un viaggio corredato da fotografie di grande effetto e da testimonianze geopolitiche, sociali e culturali volte a mettere in luce la storia e la cultura di club non per forza di cose di primo piano. Se un altro calcio è possibile, di certo lo è anche il modo con cui si può guardare ai suoi impianti.


  1. Vladimir Crescenzo, Il giro del mondo in 80 stadi. I campi da calcio più incredibili del pianeta, Meltemi, Milano 2023, pp. 10-11. 

  2. Cfr. Ian Taylor, “Football Mad”. A Speculative Sociology of Soccer Hooliganism, in Eric Dunning (ed.), The Sociology of Sport, Cass, London 1971. 

  3. John Clarke, Football hooliganism. Calcio e violenza operaia, DeriveApprodi, Roma 2019, p. 48. [su Carmilla]

  4. Vladimir Crescenzo, Il giro del mondo in 80 stadi., op. cit., p. 11. 

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